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UN GRUPPO ETEROGENEO DI BIKER SULLE ANTICHE STRADE STERRATE DELLA TUNISIA, 300 CHILOMETRI SU HAMMADA E SABBIA PER EMOZIONI SENZA FINE.

Tunisia Coast2Coast Africa

di Alessandro Riccardo Tedesco

iamo arrivati a Sousse, sono le otto di sera. Ho viaggiato sul fuoristrada con Vittorio, Franco era sul furgone con Tarak, i biker sul minibus. All’una siamo partiti da Ksar Ghilane, dopo avere fatto una gita nel deserto fino alla “fortezza romana” - le virgolette sono d’obbligo perché più che una fortezza pare fosse un lupanare -, chi in dromedario, chi in fuoristrada o sulla eBike, poi un bagno ristoratore nella pozza d’acqua sorgiva, un cous cous e oja merguez per tenere a bada i nostri stomaci. Dopo sette ore di viaggio senza sosta siamo a Sousse, ospiti in un hotel che porta il nome mitico di Annibale: qui è tutto storia, dovunque ti giri respiri millenni di vicende epiche e antichità e avvenimenti e misticismo e favola. Cena, sistemazione dei bagagli e delle bici nei mezzi, domattina in aeroporto perché si torna a casa.

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L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI Siamo felici di aver realizzato un viaggio magnifico e una piccola impresa. Abbiamo attraversato il deserto roccioso (hammada) e sabbioso che ha messo a dura prova la nostra resistenza prima con le pietre quarzose e taglienti che mai lasciavano a riposo le nostre braccia e soprattutto il nostro sacro deretano. Poi abbiamo affrontato il caldo secco e i banchi di sabbia che appesantivano enormemente il passo: «No normal road, but very very offroad», ripetono Giovanni e 39


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Marco tentando l’approccio con una belle femme al Residence Douiret... Abbiamo vissuto come i trogloditi nelle loro case millenarie, gli ksour, le fortezze con le loro costruzioni ad alveoli sovrapposti uno sull’altro dove gli abitanti nascondevano i loro raccolti; solcato sentieri che mai avevano visto le due ruote delle bici, sentieri sacri, che da tempo immemore vedono la popolazione percorrerli per compiere i loro antichi rituali. E rapiti da panorami - neanche a dirlo mozzafiato: il deserto di pietra e tutt’intorno le basse colline dalle cime piatte erose nei millenni dal forte vento; sulla spianata le tende dei nomadi, le pecore, i dromedari al pascolo. Quello che ho visto in questo viaggio in Tunisia, nella terra dei trogloditi, non è quello che sento: «L’essenziale è invisibile agli occhi, ma lo si sente con il cuore», ripeteva il Piccolo Principe a se stesso. E spero che quaggiù non si facciano colonizzare totalmente dallo stile occidentale, con tutte le sue deviazioni e insofferenze.

h Le tappe della C2C Tunisia e in basso il venditore ambulante di bici a Tataouine, di dubbia provenienza… (c’era di tutto, da Cannondale a Kona e perfino Pinarello).


Partiamo alla volta di Ksar Hallouf, una fortificazione. realizzata nel mezzo del deserto roccioso.tra Matmata. e Tataouine, 75 km e molti villaggi da attraversare..

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GLI ATTORI

In senso orario: breve tratto di asfalto verso Guermessa nuova, la prima parte della pista tra Chenini e Ksar Ghilane, sull’altipiano che porta a Technine.

Eravamo nove biker: chi scrive con una bici a pedalata assistita, la Lombardo eSestriere, Carmelo (er Cammello) con una front 29, Lorenzo (er Moscone) addirittura con una GT in acciaio del 1991 rigida, Roberto con una bici da trekking, Giovanni (Milàn), Giovanni (er Tigre), Marco, Totò e Tarak (la nostra guida local) con le full. Franco era alla guida del van e Vittorio a seguirci con il 4x4.

Prima tappa DA MATMATA A KSAR HALLOUF Dopo avere assicurato l’attrezzatura foto e video sul portapacchi posteriore della ebike e aver controllato che tutto fosse in ordine partiamo alla volta di Ksar Hallouf, una fortificazione realizzata nel mezzo del deserto roccioso tra Matmata e Tataouine, 75 chilometri e molti villaggi da attraversare. Con la bici elettrica c’è subito confidenza, sebbene il carico ne squilibri il baricentro. Primo tratto in asfalto, nella parte in fuoristrada il comportamento è egregio e la pedalata assistita funziona a meraviglia, niente di meglio per un biker fuori allenamento e un peso non indifferente: tra bici e bagagli siamo ben sopra i 30 chili (pesata a pieno carico segnerà poi 31.8 kg). Dopo la parte di saliscendi si deve alternare la pedalata reale alla pedalata assistita, così che l’energia possa essere sufficiente per tutta la tappa. Questi luoghi, visitati con un mezzo “slow” come la bici, sono tutti da gustare: li vivi pienamente catturandone i

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Il viaggio del 2012 16 ottobre: ARRIVO A TUNISI, DESTINAZIONE SOUSSE E MATMATA 17 ottobre: MATMATA, TECHNINE, TOUJENE, KSAR HALLOUF, 70 KM 18 ottobre: KSAR HALLOUF, BENI KHDECH, KSAR HADADA, TATAOUINE, 80 KM 19 ottobre: TATAOUINE, CHENINI, GUERMESSA, DOUIRET, 60 KM 20 ottobre: DOUIRET, KSAR GHILANE, 85 KM 21 ottobre: KSAR GHILANE, SOUSSE 22 ottobre: SOUSSE, TUNISI Il video: HTTP://YOUTU.BE/C78ICGCLI60

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h Come era 3000 anni fa: Chenini è ancora la stessa; qui sopra Guermessa antica con le sue gorfa; in basso a sinistra la Moschea dei Sette Dormienti a Chenini.

Chenini è racchiusa in un semicerchio al cui centro,. in alto, è incastonata la Moschea dei Sette Dormienti.. Il tempo si è fermato, si rimane affascinati, attoniti.. colori, le forme, assaporandone gli odori, apprezzando la popolazione, vivendo con loro scorci di vita quotidiana che mai potresti far tuoi con mezzi motorizzati. La sera siamo ospiti in un’abitazione berbera, con cena all’aperto nella tenda dei nomadi, dopo che il gruppo dei romani con Tarak e Totò si perde nel single track. Il risveglio ai piedi della fortezza di Ksar Hallouf è stupefacente, ci siamo ritrovati immersi in un’oasi fitta di palme: la sera prima, confusi per i biker dispersi nel deserto e traditi dal buio, non abbiamo notato quello che ci circondava. Così, estasiati da tale meraviglia, saliamo in sella per affrontare un ulteriore passo verso il Grande Erg Orientale. Ma prima una visita al castello: lo ksar, in cima a una spianata su una collina che sovrasta l’oasi, e tutta l’immensa spianata.

Seconda tappa DA KSAR HALLOUF A TATAOUINE Dopo un estenuante tratto fuoristrada in salita è un susseguirsi di villaggi e vita quotidiana: Beni Kedeche, dove siamo stati “rapiti” dalla folla che invadeva le strade animate dal mercato locale mentre camioncini che sfidano il tempo vengono caricati di capre e pecore. È il periodo della commemorazione del sacrificio di Abramo, i “giorni dell’Adi”, e per questi animali non è una festa... E poi Ksar Haddada, El Mecha, El Peroh, Ksar Ouled Soltane, Gomrassen, villaggi ora dormienti ora pieni di vita, di donne che girano sui vecchi Motobecane, che chiamano a raccolta i loro bambini per portarli lontano dalla nostra vista, di uomini intenti ai lavori edili, di scolaretti che - soli - percorrono a piedi chilometri e chilometri per raggiungere la scuola o la famiglia. È bello potere assaggiare il territorio che stai visitando.

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A Beni Khdech siamo stati “rapiti” dalla folla chei invadeva le strade animate del mercato mentre suii camioncini venivano caricate capre e pecore.i Ben prima del tramonto arriviamo alla nostra meta, Tataouine, la più grande città del sud della Tunisia dove, questa volta, la comodità ci attende: stanze con doccia e una meravigliosa piscina, nella cui fresca acqua tutti ci rilassiamo, paghi di un’altra tappa faticosa ma affascinante e misteriosa.

Terza tappa DA TATAOUINE A DOUIRET Verso Guermessa la strada è tutta asfalto, 10 chilometri rilassanti, e dopo avere attraversato la città nuova un altro ksar si staglia di fronte a noi: il ricamo che orla la cresta della collina, come nel villaggio di Ksar Hallouf, è il lascito denso di attività sociali, culturali e religiose delle antiche popolazioni. Raggiungiamo la Valle dei Sette Dormienti e poi Chenini: anche qui lo ksar, ma questo per buona parte è abitato. È un luogo dove ancora le famiglie vivono nelle caverne e non sembra essere cambiato tanto nei millenni. Se non per la contaminazione occidentale, che più delle parabole (ma non di quello che ci sta dietro) devasta questo territorio con plastica e lattine. Una sovracultura che non appartiene assolutamente a queste popolazioni, abituate a vivere in simbiosi con la natura,

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a dividere il tetto con galline, asini, pecore e dromedari. Chenini è racchiusa in un semicerchio al cui centro, in alto, è incastonata la moschea. Mentre con la guida locale Mohammed si parla dello stupefacente single track, il “sentiero sacro” a mezza costa che si arrampica sulla cresta della collina per poi giungere a Douiret attraverso l’altopiano, si viene rapiti da questi luoghi magici, ci si abbandona per sentirsi parte della storia, momenti che il richiamo del muezzin rende eterni: Hayya ’alas-salat, Hayya ’alal falah, Allahu Akbar, Allahu Akbar, Laa ilaha illallah... Si parte per il sentiero, un cammino lungo, tre ore, la maggior parte con bici al passo, impossibile da affrontare con la eBike. Ci reincontreremo al “residence” di Douiret, dove estasiati e smarriti i rider racconteranno di avere vissuto un’esperienza unica: dalla rupe che arriva alle spalle del paese il paesaggio è stato sconvolgente, ipnotico. L’incontro con le famiglie che ancora vivono nelle grotte fa ritornare a un passato in cui il villaggio era vivo, con il fermento di umanità di un tempo, con una vita politica sociale ed economica pervase da quello spirito universale e religioso tuttora percepibile.


h Qui sopra il “mareâ€? di condensa che sommerge Matmata, a fianco la cena al riparo della tenda berbera, la bici a pedalata assistita in azione e a sinistra la lunga salita che porta da Ksar Hallouf a Beni Khdech. Il dromedario in alto è scolpito dagli elementi naturali...

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di Lorenzo Cardinale Ciccotti

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UNA GT KARAKORAM PER RIPARTIRE DALLE BASI DUE SOLE VARIABILI DA GESTIRE: UNA VAGA IDEA DEL DESERTO E QUATTRO GIORNI IN SELLA PER CIRCA 300 CHILOMETRI. FORSE POCO. MA A GUARDAR BENE NELL’INTIMO DELL’ISTINTO, ABBASTANZA PER ESSERE ISPIRATI VERSO UNA SOLUZIONE.

Dei motivi filosofici Abituati in modo patologico a vivere ogni decisione come frutto di una interminabile serie di valutazioni, di abnormi quantità di dati sempre più facilmente accessibili in rete, alla ricerca costante di bisogni più che di soddisfazioni, inconsapevoli vittime di sbornie tecnologiche mai richieste e solo imposte - orbate del senso, del significato e del fine dell’agire, offuscate dal “come”, spogliate di ogni “perché”: su tale certezza urge ripartire dalle basi, le origini di un modo diverso di intraprendere un’azione (conseguenza e unico, possibile sbocco della cultura) per dare ragione - non banale - al “com’era un tempo”, quando le “cose” (non acquistate ma sudate) venivano accantonate o gettate non perché obsolete o superate ma perché semplicemente e obiettivamente non più riparabili. Valutazione che in gioventù sfuggiva con so-

lerzia e salutare impulso alla nostra attuale, ingiustificata e fin troppo celere noia, all’incomprensibile esigenza di cambiare “tanto per cambiare”, incapaci anche solo di approfondire un semplicistico processo di conoscenza con il proprio strumento ciclistico, indifesi dinanzi all’ultimo spot dell’ultima novità dell’ultima fiera. A questa schiavitù bisogna opporre ogni esorcismo possibile per la riaffermazione dell’Io attraverso il recupero della purezza del gesto e dello sforzo fisico che si tramuta in dolore. Ecco la scelta, quindi: niente sospensioni anteriori e posteriori. E siccome la ripetitività del gesto pedalatorio garantisce il sentire più profondo, la ricerca zen del sé che fonda le sue basi sull’esercizio continuo, assiduo, appare evidente che non ci si può avvicinare a tale esercizio dell’anima con l’aiuto di molle, doppie camere, sfinteri, valvole e oli minerali. La purezza, in campo ciclistico, appartiene poi al freddo acciaio e - senza tema di smentite - a una forcella rigida. La silenziosa immutabilità del deserto traccia una linea di demarcazione netta e perentoria fra quanto passa e ciò che resta: fra il carbonio e l’acciaio. Ma anche fra l’immarcescibile bontà di un’intuizio-

ne che esala in noi dalla scintilla di Infinito e il godimento evanescente di una sospensione sotto la sella. Tra i frutti di una strada di dolore lunga e tortuosa e il meschino senso di piacere di una scorciatoia imboccata nell’inganno. Tanto rovello impegnava la mia mente nell’accingermi ad aprire la saracinesca del garage all’atto di decidere quale bicicletta dovessi portar con me al di là del Mare Nostrum.

Dei motivi tecnici Più che una sfida, un esperimento. Un test che permettesse di comprendere appieno se un lasso di venti anni fatto di invenzioni, migliorie e scelte di marketing nel settore mtb possano fare davvero la differenza. Questo il personalissimo obiettivo perseguito in Tunisia, nel raid del sud attraverso fondi sabbiosi, rocce, pietraie smosse, asfalto a grana grossa e single track ai limiti del percorribile. La scelta è caduta sulla GT Karakoram nel mio garage dal 1991, anno della sua creazione e del mio acquisto. Sfoderata e tirata a lucido per l’occasione, ha suscitato sin da subito non poca ilarità tra i compagni di viaggio. Ma il «Non ti curar di loro...» di dantesca memoria mi riportava a ogni motteggio, dileggio o lazzo alla sostanza della mia GT: gli indubbi pregi di un telaio saldato interamente in Giappone con tubi Tange a triplo spessore e l’inconfondibile triplo triangolo, marchio di fabbrica delle straordinarie intuizioni - non solo telaistiche - di Gary Turner, illuminato biker e produttore che tanto ha contribuito alla storia e all’evoluzione della mountain bike. La bici in oggetto si presentava assemblata, ai nastri di partenza tunisini, con componenti d’epoca: guarnitura tripla Shimano Deore XT 46-36-28, cassetta pignoni XT 13-32 7v, freni V-Brake Shimano serie oro LX, comandi e cambio Deore XT, mozzi Shimano DX, cerchi Ara-

ya RM20 a 32 fori. Uniche, ovvie e imprescindibili concessioni alla modernità erano i raggi ACI, la sella SMP Extra, i pedali Shimano SPD, le leve freno Cane Creek, gli pneumatici Continental Mountain King e Schwalbe Racing Ralph. Il manubrio merita una menzione a parte. In un certo senso ha rappresentato un esperimento nell’esperimento. La curva è una Salsa Woodchipper da 46 centimetri, una “drop bar” simile nella forma a quelle da strada che sulla carta si annunciava eccellente per comfort sulle lunghe percorrenze, permettendo di assumere numerose posizioni diverse con cui affrontare le variegate situazioni in cui ci si imbatte in un viaggio on-off road con tappe lunghe fino a 8-10 ore. La scelta determinava anche il montaggio obbligato di leve freno tipo strada, in grado di avere sufficiente forza e tiro per i freni V-brake, di qui l’assemblaggio delle ergonomiche Cane Creek.

Su strada Si parte e già a Matmata la GT desta inaspettata curiosità tra i bambini in strada; guardano incuriositi le strane forme di quella che verrà battezzata per tutto il viaggio “il Moscone” per via del colore nero opaco e della forma del manubrio, che sembra richiamare le antenne di una enorme mosca. Chilometro dopo chilometro iniziano a filtrare le prime impressioni, i tratti di strada percorsi sull’asfalto sono superati con grande disinvoltura grazie alla possibilità di assumere una posizione “stradististica”, con busto e schiena ben distesa, mani poggiate sui comandi e sviluppo di pedalata rotonda ed efficiente. In salita, poi, “en danseuse”, la combinazione tra carro molto corto e presa stile strada si rivela assolutamente vincente. Si avvicinano i primi sterrati e la curiosità di vedere all’opera la GT cresce di metro in metro. All’anteriore ho optato


Si può decidere di percorrere la Parenzana anche a scopo. culinario: ne vale la pena, le specialità sono numerose . e ampia è la scelta delle locande dove fermarsi. . senza tentennamenti per un Mountain King a sezione larga da 2.4 pollici al fine di garantire un volume d’aria molto ampio e poter conseguentemente scegliere come affrontare i fondi diversi. Tale intuizione si rivelerà decisiva per il comfort su terreni duri e accidentati, la pressione portata a 2.2 bar su asfalto viene drasticamente diminuita fino alla metà sulle pietraie. Noto sin da subito che la forcella, non particolarmente lunga, non smorza del tutto le vibrazioni, vuoi per la geometria dei forcellini vuoi per il pessimo connubio con i cerchi Araya. È qui che la Conti da 2.4 fa la differenza. Perdo un po’ di tempo ad abbassare la pressione fino a trovare il giusto compromesso in cui la gomma lima e stempera l’attitudine alla rigidità del duo forcella+cerchio. Al posteriore la Schwalbe Racing Ralph lavora bene a pressioni variabili tra 1 e 1.5 bar. La sezione di questa gomma, 2.1 pollici, è la massima ammessa dal passaggio ruota. Sfiora infatti i foderi richiedendo una perfetta centratura del cerchio. Su entrambe le ruote - inutile dirlo - sono state utilizzate camere d’aria per l’impossibilità di latticizzare i cerchi vintage. La possibilità di scendere fino a 1 bar di pressione regala un cambiamento radicale di compor-

tamento nel suo complesso. Si percorrono senza timore sia gli sterrati sia i sentieri più infidi, a rocce e lastroni, a patto di ricordare e applicare le vecchie e buone regole della guida di un tempo: dinanzi a massi in sequenza il peso va drasticamente spostato indietro, sella all’altez-

za dell’ombelico, manubrio impugnato con delicatezza (quasi a sfiorarlo tra le dita) e soprattutto lasciato libero di “galleggiare” sulle pietre. In tal modo le vibrazioni non vengono trasmesse alle braccia, attendendo che si smorzino da sé tra ruota, forcella e manubrio. Dove si paga pegno è sicuramente sulle cunette ripetute. Nell’ultima tappa, la più dura (anche dal punto di vista mentale), un terreno pianeggiante formato per oltre 70 km da piccole protuberanze di sabbia compatta (tôle ondulée), ha costituito il più difficile e inatteso degli ostacoli. Tale situazione, invero, mi ha permesso di mettere a fuoco un altro aspetto interessante: il gap temporale e l’evoluzione tecnica sono chiare e palesi nel feedback delle ruote. I cerchi Araya RM20 sono stati sicuramente l’anello debole, duri come macigni restituivano ogni singolo colpo dal basso. Di contro, non hanno garantito la resistenza e l’affidabilità che mi attendevo e per cui erano noti negli anni Novanta: dopo il primo single track il cerchio posteriore, complice anche la bassa pressione delle gomme, si è deformato irrimediabilmente. Per quanto al telaio non si può che tesserne le lodi. Solido, reattivo, comodo, inverosimilmente robusto, pressoché indi-

struttibile come solo l’acciaio e il titanio sanno essere. Il disegno a triplo triangolo permette di avere un carro posteriore particolarmente rigido e reattivo. Le caratteristiche dell’acciaio si prodigano affinché nessun dazio si paghi in termini di comfort, quindi telaio reattivo e ver-

tebre in salvo. Negli anni Novanta, agli albori della storia della mtb, in una fase pionieristica, la tendenza dei produttori privilegiava la robustezza più che dar soddisfazione ai grammomaniaci, e il peso di questo telaio ne è chiara testimonianza. Sappiamo inoltre quanto in una bici da viaggio, cui non si precluda nulla, nemmeno radicali e impegnative divagazioni “off”, il parametro “peso” sia del tutto secondario. La bontà delle geometrie e del progetto sono emerse poi sui frequenti banchi di sabbia, dove a più riprese la GT è transitata con l’equilibrio e la leggiadria di una ballerina classica. I componenti Shimano, per lo più Deore XT, rappresentavano all’epoca il top di gamma. Stupiscono e lasciano basiti la precisione del cambio, lo stile user-friendly dei comandi a leva sopramanubrio e il loro impeccabile connubio che - come noto - rappresentò una svolta epocale nella produzione dei componenti dedicati. Ma veniamo al manubrio, il componente che più di ogni altro ha dato inopportuno e gratuito spunto alle battute dei compagni di viaggio, invero inconsapevoli si trattasse di un accessorio moderno, appropriato su una mtb e assolutamente di nicchia. Un oggetto di culto per chi ne subisce l’indubbio fascino. Rifarei

la scelta. Le potenzialità di questa curva in uso on-off sono straordinarie e ancora troppo poco note ai più. Parlare di “giusto mezzo” non le rende merito: già detto dei benefici dell’uso su strada, in off l’aspetto più gratificante si trova in presa bassa, larga all’esterno, in modo ap-

parentemente smodato, un’impugnatura che si posiziona all’altezza della parte alta del tubo di sterzo. Accade così che si rimanga stupiti di quanto, con naturalezza, si riesca a rimanere bassi con il busto e in punta di sella evitando, senza l’ausilio di equilibrismi precari, di scaricare le ruote a danno della trazione. Questo si è tradotto, nel caso specifico, in una grande efficienza di pedalata grazie anche al carro corto della Karakoram e alla rigidità del triangolo posteriore, particolarmente ridotto in dimensioni.

Considerazioni conclusive È vero, sono passati vent’anni e non possiamo negare che con una bella full ci si ponga al riparo da sorprese e potenziali dolori alla schiena e alle ginocchia. Ma non sempre si ha gusto a vincere facile. Giunto a Ksar Gilane, nel mentre varcavo al tramonto le porte del grande deserto, quello dell’immaginario collettivo, ovvero il Grande Erg, il pensiero corre-

va all’idea che forse il progresso ci impedisce una conoscenza approfondita poiché accelera in modo inumano il consumo delle sensazioni, senza che questo significhi viverle. Ritornare all’acciaio della Karakoram, a pesi e vibrazioni dimenticate, a regolazioni facili e prive di chiavi apposite mi ha felicemente ricordato quanta genuina disponibilità d’animo vi fosse verso la voglia di andare semplicemente e ovunque in bici, a prescindere dal mezzo da inforcare. Ho pensato alla mia ridicola e inutile “flotta” in garage, ogni bici con una destinazione d’uso differente: un sorriso beffardo rivolto a me stesso è apparso sul mio viso. Perché l’importante è andare, provare, sperimentare, sentire e - fondamentale dirlo - nemmeno per sogno, semplicemente avere. Insomma, con un telaio vintage rigorosamente in acciaio e componenti affidabili si arriva anche in capo al mondo, con sommo divertimento e soddisfazione enorme. Ma ciò che più importa, con tutto se stesso e non semplicemente insieme alla bici. Un recupero di morigeratezza e semplicità di costumi tanto coerenti con il nostro momento storico. E poi, vuoi mettere il fascino?

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h La guida Tarak e la Valle dei Santi Marabutti; a fianco lo sbarco al porto di Tunisi, La Goulette.

Quarta tappa DA DOUIRET ALL’OASI DI KSAR GHILANE Due ore di sonno, forse. Il tratto in asfalto è breve, 15 chilometri a ritroso per Chenini, poi la deviazione per la pista verso Ksar Ghilane. È subito deserto ma non totalmente sabbioso, misto: la traccia è in quota, circa 350 metri, e permette anche alle bici di essere percorsa. Ci addentriamo, capiamo che non sarà una semplice pedalata, neanche per me che ho l’assistenza del motore elettrico. Percorsi i primi chilometri il panorama non varia, solo pietre e deserto, sabbia e cespugli qua e là; fortunatamente il cielo è velato e il sole non insiste con violenza. Ma si sente, si sente nella nostra gola sempre secca, e non basta bere in continuazione, dobbiamo tenere l’acqua in bocca per potere trovare un po’ di sollievo: è tanta l’acqua che beviamo, più di un litro ogni 10 chilometri. Ogni tanto ci tocca scendere dalla bici, i banchi di sabbia sono più numerosi e occupano la pista anche per lunghi tratti, la eBike prosegue in modalità Tour rischiando di consumare tutta l’energia, ma va avanti anche sulla sabbia. Ci fermiamo dopo aver percorso circa 40 chilometri, come allucinati: abbiamo negli occhi e impresso nella mente solo il nulla, niente, il vuoto dipinto di giallo. Il deserto. È una piccola casetta su un promontorio, fermi ci sono dei dromedari che pascolano; anche noi mangiamo qualcosa, un pranzo necessariamente molto fugace, pane tonno e cipolla sul fuoristrada. Non si vede alcuna oasi all’orizzonte, Ksar Ghilane è ancora lontana, 30 chilometri; ancora. I ragazzi sono andati con le bici a mescolarsi tra i dromedari, sono tanti, sparsi un po’ dovunque. In disparte il pastore, che li osserva e controlla da lontano (il pastore nomade e un fuoristrada con a bordo una coppia spagnola sono le uniche anime vive che abbiamo incontrato su questa pista dimenticata. Più tardi sapremo che mai nessuno prima di noi

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All’oasi di Ksar Ghilane si arriva con i fuoristrada da Douz,. ci attende la meritata piscina di acqua sorgiva dove ci. tuffiamo e sguazziamo per tutta la serata, impresa compiuta..

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info Coast2Coast è un gruppo di appassionati delle due ruote che da anni organizza viaggi in Sicilia e nel Mediterraneo attraverso itinerari sconosciuti al turismo di massa. La prossima edizione della Coast2Coast Tunisia è tra un mese, dal primo al 6 aprile 2013. www.coast2coast.it www.facebook.com/coast2coastbiketour www.twitter.com/coast2coastbike  328 4 561 237. Il diario di viaggio con la eBike: http://www.rinnovabili.it/mobilita/ebiketunisia-attraverso-le-montagne51345 A novembre la C2C Marocco, dall’Atlas al Sahara, il calendario su www.coast2coast.it

h Il Residence Douiret, ricavato in parte nelle rovine di Douiret; qui sotto relax nella pozza di acqua dell’oasi di Ksar Ghilane.

aveva raggiunto Ksar Ghilane in bici da questo tracciato). All’Oasi si arriva da Douz con i fuoristrada o da Matmata sull’asfalto, ma da questa pista che viene da Chenini no, no! Beh, ce l’abbiamo fatta: nove ore di bici, 85 chilometri percorsi dei quali 70 in pieno deserto, siamo provati fisicamente ma soprattutto svuotati mentalmente. Ognuno di noi non aveva che il desiderio di acqua frizzante e di un buon boccale di birra. A fiumi! O meglio, la nostra meritata piscina d’acqua sorgiva, dove ci tuffiamo e sguazziamo per tutta la serata, l’impresa è compiuta. Davanti al monitor scorre il viaggio, quei posti, quei bambini, quella gente che spesso ci ha lasciati senza fiato a vagare tra i pensieri, a guardare e scavare nel nostro intimo come raramente avevamo fatto, non importa se credenti o no. Lì c’è la storia dell’uomo di cui ci siamo sentiti parte, c’è l’essenza della vita che ci siamo sentiti dentro. Lì dove tutto è essenziale. Se non nulla. __. Un doveroso grazie ai sette partecipanti e all’organizzazione della Tunisia C2C: Vittorio Zunardi, lo “Svizzero” alla guida del fuoristrada; Tarak Basly, l’interfaccia indispensabile con il territorio; Franco, che ha percorso avanti e indietro col piccolo furgone appoggio quelle stesse tracce che lui ha sapientemente elaborato; a Lombardo Bikes, Ortlieb e FSA per i materiali forniti.

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C2C Tunisia Ottobre 2012