Page 1

rivista di psicologia analitica Nuova serie Volume 94/2016 n. 42

Emmanuel Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza

€ 20,00

La cura dell’etica

a cura di Alessandro Macrillò Daniela Palliccia

La cura dell’etica

Il prossimo mi colpisce prima di colpirmi, come se l’avessi inteso prima che parlasse. Anacronismo che attesta una temporalità diversa da quella che scandisce la coscienza. Nella prossimità si ode un comandamento che non fu mai presente, che non è cominciato in alcuna libertà. Questo modo del prossimo è Volto… Esso mi reclamava prima che io venissi. Ritardo irrecuperabile ... La prossimità è disordine del tempo memorabile.

Laura Branchetti Roberto Cacciola Pia De Silvestris Gianluigi Di Cesare Valeria Egidi Morpurgo Roberto Finelli Pierre Isenmann Alessandro Macrillò Romano Màdera Mauro Manica Daniela Palliccia Liberiana Pavone Daniele Rondanini Leonardo Verdi Vighetti

casa editrice astrolabio

rivista di psicologia analitica nuova serie


rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 42 Volume 94/2016

casa editrice astrolabio


Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura di Alessandro Macrillò Daniela Palliccia Laura Branchetti Roberto Cacciola Pia De Silvestris Gianluigi Di Cesare Valeria Egidi Morpurgo Roberto Finelli Pierre Isenmann Alessandro Macrillò Romano Màdera Mauro Manica Daniela Palliccia Liberiana Pavone Daniele Rondanini Leonardo Verdi Vighetti

La cura dell’etica


Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Alessandro Macrillò, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Clementina Pavoni, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Stefano Carta Angelo Malinconico Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Eugenio Borgna (Novara), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Kaës (Lione), Donald Kalshed (New York), Renos Papadopoulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

©2016 Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it https://www.facebook.com/rivistapsicologianalitica

N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale


A Gianluigi Monniello


INDICE

Introduzione di Daniela Palliccia

>>

11

>>

21

>>

41

Un compito inevitabile e impossibile: l’affinità perturbante della domanda etica e della domanda psicoanalitica di Romano Màdera

Fra destino e libertà, la voce della psicoanalisi di Alessandro Macrillò

Etica e psicoanalisi: “l’utile del più debole” di Valeria Egidi Morpurgo

>>

59

Essere per la morte, essere per la vita. La psicoanalisi come forma di etica di Mauro Manica

>>

69

di Gianluigi Di Cesare

>>

89

Sull’utilità e il danno della diagnosi


Il sogno e l’etica di Liberiana Pavone

>>

103

di Leonardo Verdi Vighetti

>>

121

>>

137

>>

151

di Roberto Cacciola

>>

167

di Pierre Isenmann

>>

189

di Laura Branchetti

>>

195

>>

213

Il vuoto: il respiro dell’anima

Il lato umano dell’esperienza psicoanalitica di Pia De Silvestris

L’etica della cura nella dissociazione psichica di Daniele Rondanini

L’impossibile appartenenza

Un’etica

Lo spartito del fiore d’oro

Al di là del “Grande Altro”. Riflessioni sull’etica di Roberto Finelli


recensioni Pier Claudio Devescovi, Lettera al mio maestro Antonio Bemi, Albatros, Roma, 2016 Flavia Posa

>>

225

>>

230

Gruppo ’98 poesia, Della propria voce, qudulibri, Bologna, 2016 Francesca Salvatori

Carla Stroppa, Il doppio sguardo di Sophia. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura, Moretti & Vitali, Bergamo, 2016 Clementina Pavoni 235 >>

gli autori

>>

239


Introduzione Daniela Palliccia

Non c’è una scuola per diventare pazienti, c’è solo un gesto, che è il gesto umile di imparare dalla vita, di aspettare, di accettare di non capire. Antonietta Potente

La cura dell’etica. Inoltrandoci… Siamo tutti, certamente, “pazienti” della nostra singolarissima vita. Il desiderio di dedicare un volume della nostra rivista all’etica e alla cura, e non, semplicemente, all’etica della cura, ha preso corpo, per noi, nel corso dei nostri confronti redazionali, quando – spesso – la discussione portata sul fuoco vivo della clinica incontrava il limite del già detto, del già fatto, il limite delle nostre teorie, del nostro orizzonte di coscienza e delle sue pratiche relazionali consolidate. Situazioni in cui le rassicuranti scansioni del nostro sapere, modelli, metodi, tecniche, sembravano sciogliersi come neve al sole di fronte alle impreviste difficoltà dell’incontro analitico e umano. Situazioni in cui sorge, scomoda, la domanda: che fare? 11


Se intendiamo la disposizione etica come un fare spazio al movimento impregiudicato, imprevedibile, verso l’altro – verso altro – allora l’esercizio analitico è, sembra, esercizio già da sempre compromesso con l’etica. Attraverso lo scambio continuo tra analista e paziente, conscio e inconscio, pensiero e affetto, desiderio e ragione, psiche e mondo, la nostra pratica di cura costituisce un gioco di circolazioni difficilmente arginabile. Non esiste un confine in cui rinchiudersi, non c’è stanza o parete analitica dietro la quale sentirsi “neutrali”. “Confine” non è già una parola che mette in campo il nostro abitare con gli altri? Occupandoci dell’umano la contaminazione di valori, riferimenti, ideologie, infiltra necessariamente il nostro discorso presuntamente solo scientifico. Impossibile fare della psicoanalisi – degli psicoanalisti – una “Piccola Patria” immune alla pressione del «Grande Altro» globale, economico, monetario, che conia identità clonate, anestetizzate, pilotate, con le quali ci dobbiamo oggi più che mai confrontare. Che dire, tanto per fare un esempio marginale, delle nostre pubblicazioni anche queste catalogate, e rese accessibili in rete, in base ai criteri del cosiddetto “impact factor”, una sorta di: “mi piace” della politica editoriale e scientifica contemporanea (1)? Per questo è bene partire da quello che solo apparentemente arriva alla fine, e suggeriamo con il cocuratore di questo volume, Alessandro Macrillò, la lettura dell’originale scritto di Roberto Finelli posto a conclusione di queste pagine, sulla necessità – sull’urgenza – di uno scambio tra discorso analitico e discorso politico. La parola analitica sembra inevitabilmente costretta, posto voglia mantenere la sua presa, la sua inquieta vocazione originaria, ad una costante “smarginatura”, a una messa in discussione inarrestabile dei propri presupposti e del proprio valore. In questa ricerca della propria domanda l’analista è coinvolto, sappiamo, non solo con la sua teoria, ma con la sua intera soggettività. Si potrebbe parlare in questo contesto, ci possiamo chiedere, di una “postura” etica dell’analista in quanto fattore di cura? Una postura che si darebbe in ogni caso come indefinibile nei singoli contenuti e nelle singole scelte – che 12

1) Per un approfondimento della questione rimando alla serata AIPA del 17 marzo 2016 sulla comunicazione scientifica nelle riviste analitiche, cui hanno partecipato Gianluigi Di Cesare e Marina Breccia.


Un compito inevitabile e impossibile: l’affinità perturbante della domanda etica e della domanda psicoanalitica Romano Màdera

Si può liberarsi dall’etica con la “concezione scientifica del mondo” che aveva Freud? Scrive Freud al pastore protestante Pfister:

1) Psicoanalisi e fede. Lettere tra Freud e il pastore Pfister (1909-1939), Bollati Boringhieri, Torino, 1970 e 1990, p. 61.

2) Ibidem, p. 128.

l’etica mi è estranea e Lei è pastore d’anime. Non sto molto a rompermi la testa sul bene e sul male, ma, in media, ho trovato poco “bene” negli uomini. Secondo le mie esperienze, essi non sono per la maggior parte che gentaglia, sia che professino a gran voce questa o quella dottrina etica, o nessuna. Questo Lei non può dirlo ad alta voce, e forse neppure pensarlo, benché sia difficile che la Sua esperienza di vita sia stata molto diversa dalla mia […] (1).

Sempre Freud a Pfister nel 1929: Lei ha anche ragione di ricordare che l’analisi non offre alcuna nuova concezione del mondo. Ma essa non ne ha bisogno, perché si fonda sull’universale concezione scientifica del mondo, con la quale quella religiosa resta incompatibile [...] L’etica si fonda sulle esigenze inevitabili della coesistenza umana, non già sull’ordine dell’universo extraumano (2).

21


Sempre nelle Lettere a Pfister dice di attenersi, per quanto lo riguarda personalmente, a criteri morali molto elevati e rivendica i principi di questa morale areligiosa, quanto alla ricerca della verità, indipendentemente dagli interessi personali, e quanto alla dedizione al benessere degli altri, come almeno altrettanto validi di quelli professati dall’amico cristiano e pastore della Chiesa protestante. Tuttavia, se il profondo senso morale di Freud è fuori discussione, da quel che ho letto nelle sue biografie e da quel che indirettamente si può evincere dalle sue teorie, i suoi assunti mi sembrano curiosamente contradditori. Rileggendo la prima frase – ed essa corrisponde a molte altre sue affermazioni – si può notare come da una parte dica che l’etica (3) è questione che gli rimane estranea, dall’altra affondi poi il giudizio in maniera impietosa sull’ “umanità” in genere, usando, evidentemente, un metro molto rigido per distinguere bene e male. Si dirà che una è la posizione dello scienziato, altra quella della persona. Esattamente quello che afferma nella citazione che ho riportato e che corrisponde perfettamente a quanto scriverà nella Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) del 1932. Qui però la spiegazione rivela qualcosa di infinitamente problematico per qualsiasi impresa nelle scienze dell’uomo, tanto più per la psicologia, e per la psicoanalisi ancor peggio: come si può dire che la psicoanalisi si può esentare dall’etica se essa si fonda sulle “esigenze inevitabili della coesistenza umana”? Come potrebbe la psicoanalisi trovare rifugio in una scienza fondata “sull’ordine dell’universo extraumano”? L’umano di cui ci occupiamo e di cui teorizziamo è un pezzo di natura che è possibile studiare come fosse pura fisica, chimica, anatomia ? Con ciò, bene che le vada, la psicoanalisi tornerebbe completamente ad essere una branca della medicina, e di una medicina puramente teorica, o limitata ad alcune sue specialità, le più distanti dal “fattore umano” o psicologico. O Freud credeva davvero che, in fondo, la psicoanalisi dovesse ambire a passare da uno statuto di metafora scientifica a una vera e propria misurabilità degli investimenti libidici, come quanti di una energia d’origine sessuale e/o di una energia volta a eliminare ogni tensione vitale? E la terapia? Sappiamo che era ben distante dall’essere la sua prima preoccupazione e ambizione, ma che in qualche 22

3) Uso i termini di “etica” e di “morale” senza fare distinzioni perché la terminologia ha una storia troppo contorta e complessa per tenerne conto qui.


Fra destino e libertà, la voce della psicoanalisi Alessandro Macrillò

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non voler esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta l’anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che così, senza alcun pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. Giacomo Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio

41


L’analisi contiene un programma e un fine, le idee stesse di clinica e trasformazione li implicano. L’acquisizione della capacità di amare nella fase genitale, la riparazione della fase depressiva, l’istituzione del dialogo Io-Sé, l’individuazione, e così via, sono tutti vettori per trasformare domande di senso brucianti in occasioni per capire e compiere scelte a favore della vita, e per estendere la capacità di essere più umani nelle relazioni. La clinica è necessariamente un’etica. Fin dagli esordi per la psicoanalisi la vita mentale è centrata sugli affetti, e il senso della vita è un senso affettivo. Ci è voluto invece più tempo per capire che gli affetti si possono comprendere e curare solo con gli affetti. L’edificio analitico è cresciuto attraverso le crisi personali e le patologie degli autori più sensibili, e attraverso la scoperta dei processi fondamentali che consentono alla psiche di strutturarsi. Anche quelli che inizialmente sono stati letti come inciampi all’analisi, il transfert e il controtransfert, gli agiti, gli enactment, cioè eventi intensamente affettivi, si sono rivelati strumenti imprescindibili dell’essere in relazione e del curare. Freud voleva tenere l’etica fuori dal campo della psicoanalisi in nome della libertà del metodo scientifico (1). Di fatto però ha inaugurato un metodo che ha rivoluzionato il modo in cui le persone entrano in rapporto con se stesse e gli altri, ha creato in altri termini una nuova forma di etica. I contributi del sapere analitico all’etica sono rintracciabili in tre aree. La prima è data dalla possibilità di sottoporre a critica radicale qualsiasi sapere, ideologia o credenza, alla luce del ruolo che vi svolgono i processi inconsci. Vi sono incluse le teorie psicoanalitiche e le scelte individuali dei singoli analisti al lavoro. La seconda è lo studio della genealogia della psiche, che si rivela intrinsecamente etica perché la vita mentale è una vita relazionale. La terza è la creazione di una pluralità di metodi accomunati dall’essere pratiche della libertà, e tentativi di estrarre vita e crescita dai conflitti e dalla distruttività. È sul legame tra gli ultimi due punti che farò alcune considerazioni, citando direttamente pochissimi autori, sapendo l’infinità di debiti consci e inconsci che ogni pensiero implica (2). La psicoanalisi nasce come sapere specifico nel momento in cui Freud salda la sua autoanalisi a ciò che stava iniziando 42

1) S. Freud (1932), «Una visione del mondo», in «Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni)», in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino, 1979. Si veda l’articolo di R. Màdera in questa stessa rivista. 2) È inevitabile dover restringere drasticamente le riflessioni possibili, il taglio più faticoso è stato rimandare il confronto con la psicologia analitica junghiana, che sull’etica dell’analisi è stata pioneristica. Considero queste prime riflessioni preparatorie ad una ulteriore elaborazione. Ho adottato la prospettiva di Marco Polo ne Le città invisibili di Calvino: quando il Kublai Kan gli chiede come mai non abbia mai parlato di Venezia lui risponde che ogni volta che descrive una città dice qualcosa di Venezia, e che per distinguere le qualità delle altre città, Venezia deve restare implicita.


Etica e psicoanalisi: “l’utile del più debole” * Valeria Egidi Morpurgo

1. L’etica e il valore. Un ospite inatteso?

*Testo letto al XVI Congresso nazionale SPI, Roma, 25-27 maggio 2012. Pubblicato in Realtà psichica e regole sociali. Denaro, potere e lavoro fra etica e narcisismo, Atti del XVI congresso della SPI, Roma, maggio 2012.

Talvolta compare nello spazio analitico un ospite inatteso e inquietante: la dimensione etica. Si può trattare di un dilemma morale che ci viene portato dall’analizzando o di un confronto drammatico tra valori. O di una tematica di abuso e di trauma, individuale o collettivo, che suscitano una spontanea presa di posizione morale. A volte la suscitano sia in noi sia nel paziente, a volte non è così, perché ci sono anche momenti in cui come analisti ci sentiamo «fuori sintonia» nei confronti del paziente, e non possiamo non chiederci che cosa riattiva quello che chiamerei il dilemma morale di base: il conflitto, che forse è oggetto di bilanciamento variabile, mai definitivo, tra narcisismo e responsabilità verso l’altro. Perché a volte ci accorgiamo di riprovare un sentimento o un comportamento, e altre volte invece li giustifichiamo? L’esame del controtransfert e il concetto di neutralità analitica ci consentono di adoperarci per evitare che la dimensione del giudizio, della valutazione morale e financo del valore disturbino l’ascolto e l’assetto analitico. Ma non sono 59


certa che la dimensione etica che si affaccia in tali casi nello spazio analitico sia sempre da ridurre alla tematica transferale o all’assetto interno dell’analista, o al suo essere in una posizione controtransferale piuttosto che in una posizione empatica. Del resto la preziosa distinzione posta da Bolognini (1) tra un’analisi fatta dall’analista «mediante l’Io» caratterizzata da elementi superegoici o difensivi nei confronti delle emozioni (posizione controtrasferale) rispetto all’analisi che l’analista fa con il suo Sé (posizione empatica) a mio modo di vedere non implica che le questioni etiche siano da ascrivere agli aspetti superegoici dell’analista e lascia impregiudicata la dimensione etica. La dimensione etica e più specificamente quella dei valori collega ogni personalità ad una comunità di appartenenza o a uno o più gruppi di riferimento. Come segnala espressivamente Mario Vegetti «nell’Ethos risuona il nesso linguistico del carattere (η̃θ ́ ος) con l’abitudine (έ́θος) il legame e il movimento di integrazione tra il pathos indicibile dell’individuale e la generazione-costituzione dell’individuo in quanto essere sociale» (2). Perciò accordare un certo grado di autonomia alla dimensione etica rispetto a quella psicologica significa per l’analista potersi interrogare sui valori e principi etici impliciti che connettono l’individuo al gruppo e discutere il tema della neutralità analitica senza tradurla automaticamente in neutralità assoluta rispetto ai valori. E potrebbe per converso anche condurre la psicoanalisi a non ritirarsi dal dibattito etico contemporaneo. Alcune grandi figure della psicoanalisi hanno affrontato il tema della dimensione etica, a partire dallo stesso Freud che ha introdotto il concetto di valore nella parte finale della sua opera. Utilizzando le sue riflessioni o ampliandole e discutendole è possibile formulare un concetto di valore non basato su una metafisica e utilizzabile dall’analista nel lavoro clinico sull’individuale e sul collettivo?

2. Di cosa parliamo quando parliamo di etica? La definizione di etica è complessa, e controversa è la distinzione tra etica e morale; del resto gli etimi: Ethos e mores, 60

1) S. Bolognini, L’empatia psicoanalitica, Bollati Boringhieri, Torino, 2002.

2) M. Vegetti, in Silvana Borutti (a cura di), Per un’etica del discorso antropologico, Guerini, Milano, 1993, p. 20.


Essere per la morte, essere per la vita. La psicoanalisi come forma di etica Mauro Manica

Premessa 1) E. Minkowski (1968), Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia, Einaudi, Torino, 1971, pp. 114-119.

Scrive Eugène Minkowski (1) […] Intendo parlare del fattore etico nella nostra vita. Quanti pensieri risveglia e quanti problemi pone questa parola! Fenomeni quali la responsabilità, la sanzione, il dovere e soprattutto la libertà, tutti come avvolti da un velo di mistero, sorgono davanti ai nostri occhi. E la ricchezza stessa di questi problemi sembra indicare tutta l’importanza che deve avere nella nostra vita il fattore che vogliamo studiare adesso […] ci limiteremo ad esaminare il fattore etico soltanto nella misura in cui può interessarci qui, cioè soltanto nella misura in cui partecipa alla tessitura generale del tempo e più particolarmente dell’avvenire. […] costituisce il pilastro principale sul quale si basa la vita. Senza di esso non solamente saremmo esseri amorali, cioè esseri per i quali il problema etico non si porrebbe neanche, ma tutta la nostra vita ne verrebbe stranamente modificata nella sua struttura; im-

69


mersi nelle tenebre, non vedremmo più l’avvenire aprirsi largamente davanti; il nostro sguardo non saprebbe più scrutare l’orizzonte per attingervi le forze vive di tutta la nostra esistenza; a malapena potrebbe scoprire davanti a sé, nell’urtarvi contro, qualche ombra scialba verso cui dirigerebbero la nostra attività e i nostri desideri, ammettendo che questi desideri e questa attività possano sussistere senza questo slancio verso il bene. L’avvenire così si restringerebbe stranamente davanti a noi; esisterebbe appena sbiadito, pallido e privo di vita. […] solo la tendenza all’azione etica, per quanto eccezionale nella vita quotidiana, apre ampiamente, anzi nel modo più ampio, l’avvenire davanti a noi. Ci sono dei fenomeni che si impongono per la loro grandezza e non per la loro frequenza; uno di questi è la tendenza verso l’azione etica […] l’azione etica, pur essendo del tutto eccezionale nella vita empirica, rappresenta tuttavia uno degli elementi costitutivi essenziali, se non il più essenziale della vita tout court […]. È, per sua stessa essenza, alla portata di tutti. Non c’è essere umano del quale oseremmo dire che mai una scintilla divina ha illuminato la sua anima; questo vorrebbe dire che in lui non c’è niente, ma proprio niente di umano. […] il bene non si contrappone al male. Certo, molto spesso dal punto di vista psicologico si riporta il problema etico all’idea di un conflitto; allora è come una lotta tra impulsi buoni e cattivi, che deve terminare con la vittoria degli uni o degli altri. Ma questa immagine è troppo meccanica e troppo spaziale. Non si tratta solo del semplice contrapporsi di due forze, situate sullo stesso piano, che cerchino di combattersi. Qui la geometria piana non soddisfa. Fatto si è che quando viviamo un conflitto di questo ordine, non soltanto ci sentiamo sballottati tra due poli opposti; in più sentiamo un movimento, movimento che possiamo designare come: elevazione e caduta (2). È come un movimento oscillatorio di livello che si produce nello stesso tempo. In altri termini, non si tratta soltanto di fare una scelta e di andare vuoi a destra vuoi a sinistra, sentiamo anche in più, e in maniera immediata, che, impegnandoci in una di queste due direzioni, ci eleviamo, mentre, scegliendo l’altra, non possiamo che cadere […] le due direzioni non si possono disgiungere; esse fanno un tutto. Vedere davanti a sé il “retto cammino” si accompagna ad un sentimento di elevazione; il sapervisi impegnare ci porta verso il cielo.

70

2) Binswanger ha pubblicato uno studio particolarmente suggestivo sui fenomeni di elevazione e di caduta. L. Binswanger (1930), Sogno ed esistenza, SE, Milano, 2010.


Sull’utilità e il danno della diagnosi Gianluigi Di Cesare

Ogni rappresentazione del vivente si muove involontariamente in un’ambiguità dialettica. Karl Jaspers, Psicopatologia Generale La parola è una magia protettiva contro i demoni dell’infinito. Pronunci la parola magica e ciò che è illimitato viene tenuto confinato nel finito. Il Dio della parola è freddo e muto. Carl Gustav Jung, Il Libro Rosso

Ogni discorso sulla diagnosi in psichiatria si apre a prospettive e angolature diverse, rivelando un quadro complesso e multiforme, che non si presta a letture univoche. Nel corso del tempo abbiamo assistito a vere e proprie lotte ideologiche tra sostenitori e detrattori della diagnosi, vista, alternativamente, come elemento imprescindibile dell’armamentario psichiatrico, o come strumento di etichettamento, funzionale solo a un processo di stigmatizzazione e di esclusione. La querelle tra essenzialisti (la malattia come entità morbosa esiste oggettivamente) e 89


nominalisti (la diagnosi è semplicemente un costrutto teorico) ha occupato tutto il 900, evidenziando come il conflitto intorno alla diagnosi riguardi in realtà l’intero statuto epistemologico della psichiatria, perennemente contesa tra una completa appartenenza alla medicina e un radicamento nelle scienze umane e sociali. In particolare, i contributi della riflessione fenomenologica e di quella psicoanalitica hanno profondamente messo in crisi la nosografia psichiatrica evidenziandone i limiti, legati a una pretesa di oggettività astorica; la critica si è poi radicalizzata con i lavori del movimento antipsichiatrico inglese che, attraverso la messa in discussione dell’esistenza stessa della malattia mentale, ha profondamente minato la natura stessa della psichiatria e lo status dello psichiatra. In Italia, il movimento anti istituzionale ha trovato la sua espressione più ricca e feconda nella figura e nell’opera di Franco Basaglia e nella lotta all’istituzione manicomiale. Il passaggio ulteriore operato da Basaglia e condensato nella celebre frase, più volte e non sempre ingenuamente fraintesa, del mettere tra parentesi la malattia, per permettere al malato di emergere con la complessità dei suoi bisogni, sta nell’aver intuito la stretta interdipendenza tra quelle che vengono definite “malattie psichiche” e i dispositivi allestiti per controllarle e alleviarle. L’eliminazione del manicomio non abolisce, come un atto magico, la sofferenza, ma è elemento imprescindibile perché questa possa essere nuovamente immessa nella vita e riacquistare senso e storicità. In questo senso il lavoro di Basaglia si salda inevitabilmente con tutta la riflessione etnopsichiatrica che, all’epoca, vedeva in Frantz Fanon il suo più acuto interprete e che può essere condensata nelle parole di Piero Coppo: È dal dialogo serrato tra una sofferenza senza nome e le offerte di senso e nominazione provenienti dall’ambiente che scaturiscono le forme psicopatologiche e i destini dei pazienti. Se anche nella medicina generale questo dialogo non può essere trascurato (ma trascurarlo non disabilita del tutto l’efficacia delle misure terapeutiche), in psichiatria trascurarlo vuol dire “naturalizzare” quella determinata forma e quel vissuto, dare loro una sostanza ontologica autonoma; e quindi non capire che essi

90


Il sogno e l’etica Liberiana Pavone

1) L. Pavone, «Sull’opportunità di parlare di etica», in Rivista di psicologia analitica, Astrolabio, Roma, 1994.

Ho cominciato, a riflettere sulle problematiche etiche connesse alla mia professione di analista, molti anni fa, anni in cui riflettevo sulla mancanza di interesse nella pratica analitica per una ricerca sull’intreccio inestricabile e assai complesso tra esigenze psichiche, terapeutiche, spirituali ed esistenziali. Scrivevo, in un articolo dall’emblematico titolo «Sull’opportunità di parlare di etica» (1) che nella visione junghiana la morale veniva a coincidere con lo sviluppo della biografia del sé, e parafrasando Jung, che la fedeltà a sé stessi si presentava come funzione morale indispensabile per liberarsi dalla nevrosi. Annotavo come nel tempo, anche in casa junghiana si era creata una difficoltà a delineare e a sviluppare un percorso su questi temi che, coinvolgendo l’intera personalità del terapeuta e la sua posizione esistenziale nel mondo, potesse arrivare a definire come cornice indispensabile un confronto con la propria soggettività in termini di responsabilità personale. La marginalità di questo interesse si era manifestata nell’ oscillazione tra una posizione incline a restringere la riflessione sul piano egoico e sulla persona, un orienta103


mento scientifico teso ad enfatizzare l’aspetto medico nella figura dell’analista, con produzione di codici deontologici ed allineamento a tendenze istituzionali collettive o, all’opposto, nell’assecondare, con un fiducioso ottimismo acritico, atteggiamenti misticheggianti e profetici che permettevano di scavalcare con suggestioni il duro confronto con la realtà del mondo, con il male e con l’esistenza della patologia. Con il tempo, e con il progredire del mio lavoro, ho maturato la convinzione che forse, per simili motivazioni, anche i sogni, per l’estrema complessità della loro funzioni e per la simultaneità dei piani interpretativi che propone il testo onirico, per la commistione con gli aspetti esistenziali e spirituali che investono la dimensione etica della vita umana, abbiano stentato a trovare quella collocazione privilegiata di via regia cui erano stati consacrati, diventando periferici, come dimostra la scarsa bibliografia che li accomuna alle ricerche sull’etica. In effetti, altri campi di indagine, focalizzati su diversi aspetti psichici, hanno catturato l’attenzione, e la psicologia contemporanea si è così trovata ingaggiata in una competizione per riuscire a «flectere superos» e, solo in ultima analisi, se costretta «si nequeo, movebo acheronte», quasi un ripiego, un fallimento. Le mie considerazioni di allora, non erano andate oltre la constatazione di come, la collusione con una psiche collettiva indifferenziata, rinforzasse il ruolo della persona con autoaggressioni riduttive e limitanti della personalità, con produzioni di regole e metodologie colpevolizzanti, con un complesso di superiorità funzionale nel fossilizzare l’altro in posizioni infantili e regressive. Concludevo il mio articolo, auspicando un’attenzione rinnovata sui presupposti etici del nostro lavoro psicologico, un attenzione non più focalizzata, difensivamente, sull’evitamento del danno e del male (2) né su una presunta neutralità come garanzia di un comportamento etico. Mi è stato utile per proseguire la mia ricerca sull’attivazione di una dimensione etica, ciò che ho potuto sperimentare nel lavoro di analisi e l’interpretazione del sogno, in quanto mi sembra possa assolvere l’importante funzione di metterci in relazione con la conoscenza di alcuni meccanismi psichici che, per analogia, possono essere assimilati a passaggi necessari per la formazione 104

2) R. Màdera, «Erich Neumann: un etica che sa dell’anima e del mondo per l’era planetaria» in C. Mirabelli (a cura di), Una filosofia per l’anima, Autori di Philo, ed. IPOC, Milano, 2013.


Il vuoto: il respiro dell’anima Leonardo Verdi Vighetti

Perché il vuoto?

1) G.A. Fava, F. Tomba, Il panico, Il Mulino, Bologna, 2013, p. 22. 2) P. Mollon (2002), Vergogna e gelosia, Astrolabio, Roma, 2006, p. 52.

Il vuoto, come altri concetti limite e impensabili quali lo zero, l’infinito, i buchi neri dell’universo, il mistero, richiede approcci cognitivi diversi, per circumnavigarlo senza mai pienamente comprenderlo. Perché il vuoto è un arché, sta nell’inconscio o possiamo dire: è l’inconscio, inteso come origine del tutto, come raccontano i miti, alcune filosofie orientali ma anche la fisica quantistica e le intuizioni di ricercatori spirituali. È un vissuto con risonanza fisica, psichica, emotiva, di intensità elevata, intermittente, fugace, da evitare. Può essere ricorrente, persecutorio. Lo si aborrisce, lo si detesta perché genera paura, panico (1). Anche la vergogna suscita il fantasma e la sensazione di precipitare nel vuoto, di perdere la dignità personale nel crollo verticale dell’autostima (2). Può essere un’esperienza che alcuni ricercano praticando il silenzio, la solitudine, il ritiro dagli investimenti affettivi e l’attenzione al respiro. Una sorta di pratica meditativa che 121


genera uno spazio interno nel quale si auspica di ritrovare la pace. Il vuoto è anche nella mente dell’analista: fare spazio mentale per accogliere l’altro, per entrare in risonanza emotiva e nel contempo osservare l’impatto su se stessi. È una presenza essenziale quando si ascoltano i racconti di esperienze emotive intense, sia di dolore che di ebbrezza emotiva. Il vuoto, allora, genera la sensazione di fluttuare in un campo energetico in cui spazio e tempo tendono ad annullarsi e dove l’Io osservante diventa una funzione mentale discreta, un terzo silenzioso, come lo intende T. H. Ogden (3), presente/assente nello scambio di sé con l’altro. W. Bion invita l’analista a “fare il vuoto”,a scartare la propria memoria ed il tempo futuro del desiderio, sia ciò che si sapeva, sia il proprio volere:“Un metodo per ottenere un accecamento artificiale” e cercare di“entrare in contatto con la realtà psichica e con le caratteristiche sviluppate da O” (4). Gli fanno eco le parole di J. Lacan,che pone il vuoto come cesura fondante,come “lacerazione originale”presente nel soggetto (5), impossibile da colmare, che si pone all’origine dell’attività simbolica. Jung riflette sulla paura del cambiamento, su “l’horror novi” (6). Analizzando le associazioni di un epilettico, introduce il concetto di “vuoto associativo” a proposito della “deficienza mentale”, della “povertà di patrimonio rappresentativo”, della “stupidità emotiva” (7). Non solo. La sua seconda concezione dell’energia,ispirata alla fisica quantistica, fa pensare al concetto ed all’esperienza orientale del vuoto (8). Il vuoto è un potente attivatore sia dell’istintualità che della riflessività, intesa – così scrive C. G. Jung – come «ciò che costituisce l’essenza e la ricchezza della psiche umana» (9). È infatti grazie al vuoto che si è attivata in me questa ricerca per comprenderne alcuni dei molteplici e oscuri significati.

Il vuoto nella ricerca delle radici dell’esistere Il vuoto ha una storia talmente ricca di esperienze da essere inquietante ed estremamente affascinante. 122

3) T.H. Ogden (1992), L’identificazione proiettiva e la tecnica psicoterapeutica, Astrolabio, Roma, 1994, p. 73.

4) W.R. Bion (1970), Attenzione e interpretazione. Una prospettiva scientifica sulla psicoanalisi e sui gruppi, Armando Editore, Roma, 1973, p. 62. 5) J. Lacan (1978), Il Seminario, Libro I Gli scritti tecnici di Freud (1953-1954), Einaudi, Torino, p. 118. 6) C.G. Jung (1924/1946), «Psicologia analitica ed educazione», Opere, vol. 17, Boringhieri, Torino, 1987, p. 76. 7) C.G. Jung (1905), «Analisi delle associazioni di un epilettico», in Opere, vol. 2**, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, p. 18. 8) C.G. Jung (1926), «Spirito e vita», in Opere, vol. 8, Boringhieri, Torino, 1976,p. 345. 9) C.G. Jung (1936), «Determinanti psicologiche del comportamento umano», in Opere, vol. 8, Boringhieri, Torino, 1976, p. 136.


Il lato umano dell’esperienza psicoanalitica Pia De Silvestris

Nel lavoro eminentemente terapeutico, il nodo apparentemente più insolubile, che si esprime soprattutto nella ripetizione, è l’elaborazione del dolore psichico. Per rappresentarlo attraverso il gioco di una bambina autistica psicotica di sei anni, prenderò ad esempio lo scambio, che avveniva tra di noi in seduta, di una palletta di pongo dura, che la bambina mi passava perché io l’ammorbidissi un po’ e che in seguito riprendeva quando la sentiva più maneggevole per lei. Il gioco silenzioso durava per quasi tutta la seduta e la palletta verso la fine diventava una sottile coperta con la quale la bambina copriva a turno la sua bocca, i suoi occhi, le sue narici e le sue orecchie, tutti gli orifizi del suo corpo, tutto ciò che era beante e che chiedeva una tregua sia dal desiderio del fuori che dalla sua sopraffazione. Durante questo gioco silenzioso pensavo che quella palletta, che passava dalle sue manine nella mie, rappresentava il tentativo di apprendere una modalità di attenuare il dolo137


re contrapponendogli uno scambio che generava una forza relativamente più grande della sua durezza. Era diventato il nostro intenso lavoro e la sua ripetizione ostinata riusciva a rendere più elastico e quindi più mobile il materiale da trasformare, ma soprattutto favoriva il passaggio di qualcosa che col tempo sarebbe diventata sempre più intima. L’idea che mi ero fatta di questo gioco approdava facilmente e inizialmente a contenuti della mia infanzia, a certi giochi che mi inventavo durante la lunghe assenze – mancanze di mia madre. Dice Freud in Inibizione sintomo e angoscia che il dolore psichico è sempre legato alla mancanza dell’oggetto primario anche se viene spostato e convertito in una modalità apparentemente giocosa. Il mio gioco aveva sempre, come afferma Freud, un carattere nostalgico. Esso, visto che una vicina di casa mi aveva appena insegnato a cucire, consisteva nel prendere tutti i piccoli pezzi di stoffa che trovavo per metterli insieme con il mio traballante cucito. Questo difficile esercizio, che mi prendeva quasi totalmente, non era però mai esente da un vissuto doloroso, che lo stesso mettere insieme i pezzi mi evidenziava. L’associazione del gioco della bambina con quello della mia infanzia, mi sembrava fosse collegato con la vicina di casa che mi aveva insegnato a cucire, a cercare di chiudere dei buchi che mi provocavano un dolore immenso. Ultimamente un altro bambino, di circa dieci anni, mi ha portato un sogno dove camminava su un terreno pieno di buche. Allo stesso modo Giulia chiedeva di aiutarla a sciogliere, a riempire e a dare calore a qualcosa di inflessibile e duro. Nello scambio dare e ricevere diminuiva la sensazione di essere soli e separati e aumentava l’esperienza di poter insieme trasformare il dolore attraverso il legame. (Nella favola di “Giovanni il fortunato“ dei fratelli Grimm, citata da Freud per significare l’importanza del baratto per avviare la relazione, viene più volte messo in luce il valore stabilizzante dello scambio che è la vera etica, il lato umano dell’esperienza psicoanalitica). 138


L’etica della cura nella dissociazione psichica Daniele Rondanini

Assistiamo da qualche decennio alla ripresa di un grande interesse per i problemi relativi al trauma, all’abuso e ai disturbi dissociativi che conseguono, appunto, dai traumi. È pure condiviso che, intesa come pluralità di stati di coscienza, la dissociazione non è un processo sempre patologico. Anzi, sembra un fatto ormai acquisito considerare i processi dissociativi come costitutivi la mente umana, ad essa inerenti. A parte le esperienze più o meno delimitate di stati alterati della coscienza e del senso di sé, rintracciabili comunemente nella nostra vita diurna – i sogni a occhi aperti, le brevi assenze, i deja-vu, o l’immersione nelle fantasie – vivere nuovi stati del sé e sperimentare l’esistenza di nuovi oggetti, nei sogni, nelle libere associazioni, nelle potenzialità analogiche della mente, nel pensare per immagini rappresentano forme creative e auspicate di dissociazione. In aree di studio differenti, la riflessione sulle esperienze di stati di coscienza alterati esiste da tempi anche più lontani. 151


L’antropologia e la storia delle religioni nello studio della trance e dello sciamanismo o nel tentativo di comprendere il misticismo e l’estasi indagano costitutivamente quel che oscilla lungo i bordi delle possibilità psichiche. È significativo che percorrendo questi territori Jung individuò delle similitudini con le situazioni umane complesse incontrate con i propri pazienti. Non è azzardato sostenere che complessità e dissociazione, in quanto divisione strutturale della psiche, sono per Jung concetti sovrapponibili. Dal punto di vista clinico ci riferiamo alla dissociazione per differenziare alcuni disturbi della personalità da quelli un tempo definiti nevrotici basati sulla rimozione. Valutando storicamente i concetti vediamo che Freud non conferì mai alla scissione-dissociazione una dignità metapsicologica netta come alla rimozione, quest’ultimo “meccanismo di difesa” per eccellenza della sua concezione pulsionale e della architettura psicologica conseguente. La rimozione era operante nelle organizzazioni nevrotiche, le uniche allora considerate, dove i sintomi risultano per lo più egosintonici e non implicano fratture evidenti della personalità. L’originaria centralità esplicativa di questo costrutto è oggi progressivamente ridimensionata dalle elaborazioni sempre più comprovate della teoria e della clinica contemporanee sull’influenza molto precoce dell’ambiente nella formazione dell’impianto psichico, analisi che individuano con maggiore chiarezza situazioni in cui le pressioni esterne originano alterazioni nella struttura dell’Io che si sta formando. Realtà percettive intollerabili determinano la gamma, o la congerie dei disturbi dissociativi, che possono essere visti come “soluzioni” per affrontare il trauma e ristabilire l’originaria illusione di coesione,processi di disconoscimento o diniego della realtà che si esprimono in fenomeni disparati, incapsulamento, ipermaturità, acquiescenza, bizzarrie, scissione, identificazione proiettiva, ecc. Questi fenomeni indicano l’indisponibilità, non già di certi contenuti della coscienza, oggetto di rimozione, bensì delle stesse possibilità operative dell’Io. Donnel B. Stern definisce “esperienza non formulata” le tracce disconosciute, emozionali che sono state disgiunte dalle rappresentazioni, in attesa di possibili nuove attribuzioni di significato, indicative di una deprivazione, di un non–costituito 152


L’impossibile appartenenza* Roberto Cacciola

Viaggio per mare e viaggio tra donne, la via odisseica... Il più prezioso dei consigli è la via all’ingiù che apre il ritorno. Romano Màdera

Qui suis-je si je ne suis pas ce que j’habite et où j’ai lieu? Jaques Derrida

1) M. Duras, La vita tranquilla, Feltrinelli, Milano, 1998. * Questo testo è stato presentato, in forma sintetica, al seminario “Il Mediterraneo tra mito e realtà” organizzato da Alessandra di Montezemolo a San Felice Circeo dal 15 al 19 luglio 2016.

Nascita e morte, in un momento e in un luogo, definiscono il «breve percorso» che è la vita dell’uomo (essere umano).Questo è il nostro destino comune e, Spazio e Tempo sono i due topoi, i due luoghi fondatori del nostro essere umani, come di tutto ciò che esiste. Marguerite Duras ha scritto ne La vita tranquilla: «Prima di me non c’era niente al mio posto. Ora ci sono io al posto di niente» (1). Da questa constatazione sorgono molte domande. Qual è il mio rapporto con questo luogo e questo tempo da cui emergo? Appartengo esclusivamente a 167


un territorio a un’epoca o a un momento? Nella nostra civiltà le sepolture sono, generalmente, i luoghi della nascita e questa tradizione sembra circoscrivere il nostro «essere» in uno spazio «originale». Ma cosa ne è, allora, del migrante, dell’esiliato, del nomade o del semplice viaggiatore? Qual’è la loro appartenenza? Possono fuggirla e in che misura? La parola «appartenenza» ha un doppio significato: essa designa, insieme, ciò che mi appartiene, e ciò a cui appartengo. Entrambi, vedremo, costituiscono la nostra identità. Un’identità che cercheremo di ritrovare attraverso i diversi discorsi, della filosofia, della psicoanalisi e anche della letteratura che hanno costruito, nel tempo, ciò che siamo.

Appartenenza e identità Torniamoai due topoi, Spazio e Tempo, condizioni di tutto ciò che esiste e, dunque, anche dell’uomo, limitato, finito, privato del suo «Essere», come direbbe Heidegger, unico possibile oggetto di conoscenza per la scienza e la logica. Su ciò riposa la sua identità. Il linguaggio che presiede alla sua conoscibilità è costruito sul Principio d’identità e di Non-Contraddizione: se A è A, allora A non è Non-A. Tertium non datur, non ci sono altre possibilità. Fin qui, si potrebbe pensare, nulla di male. Ma, come vedremo, il male può assumere molte forme. In effetti questa piccola parola «identità» é oggi sulla bocca di tutti, é divenuta «virale». E più essa si diffonde, più il suo senso diviene labile, confuso e la sua potenza di morte esponenziale. Amin Maalouf scriveva quasi venti anni fa: Se gli uomini di ogni paese, di ogni condizione, di ogni credenza si trasformano cosi facilmente in massacratori… se i fanatici pervengono a imporsi come i difensori dell’identità, è perché la concezione «tribale» dell’identità che prevale ancora nel mondo intero favorisce una tale deriva… Questa concezione che riduce l’identità a una sola appartenenza, pone gli uomini in un atteggiamento settario, intollerante… e li trasforma spesso in assassini o partigiani di assassini (2).

168

2) A. Maalouf, Les identités meurtrières, Grasset, Paris, 1988, p. 37, traduzione italiana Roberto Cacciola.


Un’etica Pierre Isenmann

E tuttavia mi son detto, il tempo di una strizzatina d’occhio: che bella estate! E ho dimenticato per un attimo perché stavo lì, e ciò che facevo, e che stavo aspettando, cancellando la tragedia e il pericolo in agguato, sul punto di abbandonarmi ai consigli del vento leggero … Vladimir Jankélévitch et Béatrice Berlowitz, Da qualche parte nell’incompiuto

C’è ancora un’etica di e per la psicanalisi?

1) San Paolo, Lettera ai Corinzi, 13, 2.

La risposta non va cercata alla fine della strada. Si coglie lungo il cammino. Un cammino lastricato di incontri dove il viso dell’altro ci rivela ciò che bisogna dire oltre le prescrizioni dei manuali, «la scienza dei misteri e di tutte le conoscenze» (1). Abbandonata dai media e dai templi della parola colta, 189


un’etica della psicanalisi (delle cure, degli insegnamenti…) torna verso di noi attraverso la voce singolare del testimone la cui espressione fa risuonare, come un’eco, i clamori di un Testo. Paradosso, insomma: anche se non c’è altra etica oltre a quella che sta, balbettante, sulla punta della lingua del testimone – inventata sul lettino del paziente o al capezzale di un divano – è tuttavia l’esitazione della voce singolare che torna inesorabilmente al Testo: «… bisogna che questo Dire sorprendente si faccia strada attraverso la gravità stessa delle domande che lo assalgono […]. Ma bisogna anche che il Dire si richiami alla filosofia perché la luce che si è fatta non solidifichi in essenza […]» (2), affinché la luce, che un ragazzino trova «quando qualcuno parla» (3), non si raffreddi nell’incandescenza del proiettore che divora le nostre notti stellate. Il cammino, il nostro, è lastricato di incontri: tempo della cura, condivisione sotto forma di Ateliers (Laboratori, workshops) o Fabbrica del Dire (4). Ognuno vi depone questi granelli di saggezza (5) che si sedimentano, prima di tornare sotto la forma di questo dire sorprendente indicato da Lévinas. Possibilmente voce, enunciato che si rinuncia, assicurato unicamente dall’eco di un’altra voce, la voce dell’altro che ce lo restituisce (talvolta sotto forma rovesciata) per averci sentito quello che non sapevamo dire. In un testo recente (6) parlavo del maestro di tromba che, quando avevo appena compiuto 18 anni, fu in qualche modo il mio primo analista. Sentiero, scorciatoia, impartiva le sue lezioni fumando le sue Boyard Papier Maïs, senza immaginare che oltre la scienza musicale, era ancora un’altra cosa (l’altra Cosa) che si insegnava. E rimane per tutta la vita. Dal tamburo alla tromba, una cosa tira l’altra, da Freud a Lacan, dall’Antigone di Sofocle alla Samaritana del Vangelo, il nostro ultimo viaggio, quello di uno di questi Ateliers che chiamiamo di Lettura, ci ha portato a Roma. Vi abbiamo incontrato Pia De Silvestris: psicoanalista e tante altre matrici, in un taccuino di vita dove si mescolano, allegramente, quello che Fernand Deligny chiama dei tentativi: cinema, arte underground, canzoni popolari italiane e 190

2) E. Lévinas (1974), Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano, 2011. 3) S. Freud (1905), «Tre saggi sulla teoria sessuale», in Opere, vol. 4, Boringhieri, Torino, 1970, nota p. 529. 4) Gli Ateliers di Lettura (creati nel 1995) e la Fabbrica del Dire, sono luoghi d’incontro nel solco di un’etica del Collectif (Jean Oury) dove si tratta di proteggere la psicanalisi, non solo dai preti e medici, ma anche dai professori… 5) Il riferimento è al film La Sapienza (2014), di Eugène Green. 6) Conferenza del 10 gennaio 2015 in un istituto per bambini non udenti: «Accompagnare: cammini e sentieri, incroci e crocevia. Nessuno può accompagnare se non lo è già…».


Lo spartito del fiore d’oro Laura Branchetti

La caduta della rugiada, elemento vivificante, fa parte dei motivi prediletti dell’alchimia. Zòsimo di Panopoli

* Il testo delle pagine dattiloscritte è stato presentato all’incontro promosso dalle associazioni analitiche Aipa, Arpa, Cipa: E. Bernhard, giornata di studio a 50 anni dalla morte, in R. Mercurio, L. Pavone, G. Vadalà (a cura di), Atti in corso di pubblicazione. Bernhard in questo scritto, oltre a preziosi suggerimenti analitici, ha lasciato una testimonianza della sua etica ispirata alla ricerca continua come fenomenologia di un dialogo costante, introverso e estroverso, teso a nobilitare la circumambulazione del Sé. Sulla sfondo, l'accettazione del divenire, come viatico necessario al compimento del proprio cammino di individuazione, e il disvelamento della propria unicità come presenza vitale nella comunità umana.

Immaginate di aprire un vecchio libro, da circa trenta anni silenzioso ospite nella vostra libreria, e di veder apparire, come un daimon in attesa del suo momento per manifestarsi, un foglio ripiegato, ingiallito dal tempo, scritto con una storica Olivetti lettera 22. Scorrendone la lettura, lo stupore iniziale è presto diventato emozione e, rileggendolo, gioiosa e grata commozione. La firma nell’ultima pagina non è di chi l’ha scritto, ma contribuirà a portare alla sua individuazione. *

195


196


Al di là del “Grande Altro”. Riflessioni sull’etica * Roberto Finelli

1. Etica versus morale.

* Il testo è già apparso nel secondo numero della rivista Eventi, edito dalla sezione toscana dell’AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica), ottobre 2015, contenente gli Atti del convegno "Il seme della bellezza" (Firenze, Biblioteca delle Oblate, gennaio 2015).

L’etica non è la morale. Su questa distinzione, anzi su questa contrapposizione, tra etica e morale, si basa la grande discussione che, nella prima metà dell’Ottocento, ha contrassegnato la storia della filosofia moderna, e che si è accesa nella distanza che su questo tema separa Hegel da Kant. Immanuel Kant ha avuto il grande merito, com’è noto, di sottrarre la distinzione del bene dal male da ogni fonte autoritaria esterna, da ogni alterità sia civile che religiosa-trascendente. La filosofia kantiana ha infatti restituito la padronanza di quella distinzione alla interiorità di un essere umano, capace di porre come sommo bene del proprio agire, in ogni momento e luogo della sua esistenza, il riconoscimento del valore e della dignità dell’intero genere umano e di ogni individuo vivente in esso. Senza esclusione e discriminazione alcuna, di razza, di nazionalità, di fede religiosa, di genere sessuale. Così il Dio delle religioni e della trascendenza, per Kant, 213


massimo campione della civiltà illuministica e razionalistica moderna, diviene l’immanenza del genere umano, concepito in una universalità rigorosa di riconoscimento generalizzato che non tollera disconoscimento alcuno. Ed ogni nostra azione si qualifica come “buona” o “cattiva”, morale o immorale, a seconda che non contraddica o meno la vastità di questo riconoscimento. Ma tale cosmopolitismo della morale kantiana, tale riconoscimento, senza eccezione alcuna, dell’intero genere umano, è stato criticato successivamente, nella storia della filosofia, da Hegel quale obbligo e interiorizzazione di una legge che non terrebbe conto della socialità ogni volta specifica e determinata del nostro vivere, della particolarità delle relazioni umane in cui siamo, di volta in volta, inseriti. La morale kantiana dell’umanità finirebbe secondo Hegel coll’essere astratta, viziata da un riferimento ad un “umano” troppo generico. Concludendo in un dover-essere che deve valere indifferentemente per tutti l’altro è solo specchio, strumento, appendice simbiotica di un Sé che s’impone e si obbliga ad agire come soggetto dell’azione morale. Qui l’esistenza dell’altro vale solo come conferma dell’agire di un soggetto che appare scisso ed estremizzato nel suo decorporeizzato e dematerializzato volere. E contrariamente alla teoria lacaniana dello specchio, qui l’altro non è padrone e significante del soggetto in questione bensì l’altro è oggetto e campo proiettivo di un soggetto accecato dalla sua passione obbligata dell’alterità. Etica (Sittlichkeit) per Hegel significa, di contro a moralità (Moralität), il luogo di un agire in cui la scissione kantiana sia superata e si ricomponga ad unità, in cui cioè la messa in valore dell’altro si accompagni, nel medesimo tempo, alla messa in valore del sé. Questo della mediazione e della sintesi tra opposti, della non-violenza come impedimento all’estremismo e al dominio di un opposto sull’altro, è il significato più prezioso messo in campo dalla teorizzazione moderna della dialettica inaugurata da Hegel, prima che la tradizione del pensiero dialettico venisse poi monopolizzata dal marxismo e da una interpretazione della dialettica come giustificazione della violenza rivoluzionaria e politica. Nelle sue riflessioni più innovative sulla natura dell’«etico» 214


rivista di psicologia analitica nuova serie 2016 Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma Direzione e Sede legale Via dei Giordani, 18 – 00199 Roma Redazione Via del Molinello 68 – 86039 Termoli (CB) e– mail redazione@rivistapsicologianalitica.it Sito internet e Archivio informatico: www.rivistapsicologianalitica.it La Rivista di Psicologia Analitica viene pubblicata semestralmente in primavera e in autunno, si collabora solo per invito. Gli articoli possono essere inviati al Direttore Responsabile Paolo Aite presso la Sede Legale sopra indicata. La corrispondenza può essere indirizzata al recapito della Redazione. L’Associazione culturale Gruppo di Psicologia Analitica, che cura ed edita la rivista, organizza annualmente eventi culturali collegati alle tematiche pubblicate in ciascun numero, aperti agli psicoanalisti e ad un pubblico proveniente da altre aree del sapere scientifico (per informazioni consultare il sito internet). La Rivista può essere acquistata o richiesta in abbonamento tramite le seguenti modalità: Pagamento con carta di credito via internet: http://www.rivistapsicologianalitica.it/ Pagamento anticipato con versamento su c/c al momento dell’ordine o del rinnovo, sul: 1) c/c Banco Posta n. 94717006 intestato all’Associazione Gruppo di Psicologia Analitica. 2) Bonifico Bancario presso Banca Carige, IBAN: IT33V0343105045000000159880. SWIFT:CRGEITGG NEL CASO DI BONIFICO BANCARIO È INDISPENSABILE INVIARE UNA MAIL ALLA REDAZIONE CON ESTREMI DEL PAGAMENTO E INDIRIZZO POSTALE A CUI SPEDIRE LA RIVISTA, LA REDAZIONE DECLINA OGNI RESPONSABILITA’ DI MANCATO RECAPITO SE NON VERRA’ ESEGUITA DALL’UTENTE TALE PROCEDURA. Nel prossimo futuro sarà possibile sottoscrivere l’abbonamento on line sul sito. Le tariffe per il 2016 sono le seguenti: • Abbonamento annuo individuale, € 36,00 (biennale € 65.00) • Abbonamento annuo per Enti e Biblioteche, € 40,00 (biennale € 80,00) • Due volumi arretrati della nuova serie € 45,00 • Singolo abbonamento annuo a tariffa speciale € 29,00 (scontato per Agenzie e Librerie in Italia) • Abbonamento annuale dall’estero € 80,00 • L’ACQUISTO DI UN SINGOLO VOLUME € 25,00 I numeri arretrati pubblicati dal 1970 e quelli della Nuova Serie (dal n. 53 del 1996) possono essere richiesti attraverso il sito http://www.rivistapsicologianalitica.it/


rivista di psicologia analitica Nuova serie Volume 94/2016 n. 42

Emmanuel Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza

€ 20,00

La cura dell’etica

a cura di Alessandro Macrillò Daniela Palliccia

La cura dell’etica

Il prossimo mi colpisce prima di colpirmi, come se l’avessi inteso prima che parlasse. Anacronismo che attesta una temporalità diversa da quella che scandisce la coscienza. Nella prossimità si ode un comandamento che non fu mai presente, che non è cominciato in alcuna libertà. Questo modo del prossimo è Volto… Esso mi reclamava prima che io venissi. Ritardo irrecuperabile ... La prossimità è disordine del tempo memorabile.

Laura Branchetti Roberto Cacciola Pia De Silvestris Gianluigi Di Cesare Valeria Egidi Morpurgo Roberto Finelli Pierre Isenmann Alessandro Macrillò Romano Màdera Mauro Manica Daniela Palliccia Liberiana Pavone Daniele Rondanini Leonardo Verdi Vighetti

casa editrice astrolabio

rivista di psicologia analitica nuova serie

Profile for Alessandro Mancinella

Rpa n94  

Rpa n94  

Advertisement