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DOPPIO

maggio - ottobre 2013 free press

www.new-link.it

info@new-link.it


maggio | ottobre 2013 | DOPPIO

02 | pOLLOCK E GLI IRASCIBILI.

LA SCUOLA DI N.y. A MILANO di Rossella Di Giacomo

05 | MANET. OLIMpyA di Silvio Lacasella

06 | 150 NNI: EDVARD MUNCH

A OSLO, VENEZIA E GENOVA di Silvio Lacasella

08 | ANDy WARHOL’S STARDUST di Rossella Di Giacomo

10 | FEMINA FABER.

INTER URTICAS ROSETUM di Giuseppe Carrubba

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1 25 | COVER 10

13 | ARREDI GALLINA. LABDESIGN, NEW SpACES, OpEN GALLERy di Rosanna Papale

18 | JOSEFA IDEM.

CAMpIONESSA SENZA TEMpO

di Davide Scandura

20 | IL SINDACO

di Vincenzo Crapio

22 | CARMELO AMENTA.

L’IRRIVERENTE è BLUES di Sisco Montalto

23 | IL IBRO 24 | I 3 CD

26 | STILISTICAMENTE DIVERSI. L’ARTE E LE SUE FORME

di Lorena Rapisarda

31 | VERITà E FIGURATIVITà.

CATELLI E FINOCCHIARO E I DINTORNI DELLA FIGURA

di Rocco Giudice

33 | CONTEMpORARy GARDEN di Michele Romano

34 | pINKART E DESIGN Redazionale

VINCENT pIRRUCCIO. GEOMETRIE NELLO SpAZIO

Redazionale

35 | MEDITERRANEAN SKETCHBOOK. pASSEGGIATE DI DISEGNO

di Claudio Patanè

36 | pAROLE SUL TRAM di Jessica Leti

37 | L’ARTISTA

l’INDICE


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l’ARTE

di Rossella Di Giacomo

pOLLOCK E GLI IRASCIBILI. LA SCUOLA DI NEW yORK pALAZZO REALE

24 settembre 2013 16 febbraio 2014 Piazza Duomo, 12 Milano Mostra a cura di Carter Foster Luca Beatrice Catalogo Skira

INFO tel +39 02 54913 www.mostrapollock.it

IN ALTO

k Franz Kline

Mahoning | 1956

olio e collage di carta su tela cm 204,2 x 255,3 © Franz Kline by SIAE 2013 © Photography by Sheldan C. Collins

INF O

Orario lunedì: 14.30 - 19.30 mar, merc,ven, dom: 9.30 - 19.30 giovedì e sabato: 9.30 - 22.30

Milano accende le luci su una stagione avvincente dell’arte mondiale, che vide il debutto degli Stati Uniti nella modernità creativa e segnò la prima vera globalizzazione dell’arte. È l’affermarsi dell’Espressionismo Astratto e la conseguente nascita dell’arte americana moderna in un Paese in cui era totalmente assente l’idea di tradizione e contro cui dunque, non dovette scontrarsi. La mostra pollock e gli Irascibili, a Palazzo Reale,raduna quasi cinquanta opere dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Sessanta, provenienti dall’importante raccolta del WhitneyMuseum di New York, curata da Carter Foster con la collaborazione di Luca Beatrice. L’incipit del percorso illustrativo è una foto emblematica di Nina Leen, nota firma della rivista “Life”, che immortala 15 artisti vestiti da banchieri, firmatari della lettera inviata al presidente del MetropolitanMuseum of Art, nel 1950, Roland L. Redmond, e presentata al New York Times, in cui dichiaravano il totale dissenso nei confronti delle posizioni assunte dal museo che li aveva esclusi da un’importante mostra dedicata all’arte contemporanea americana. Al centro pollock, con lui de Kooning, Rothko, Newman, Motherwell; poi Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley WalkerTom-

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lin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard pousette-Dart, TheodorosStamos, Clyfford Still e Hedda Sterne. Sono questi i nomi che compongono il gruppo degli Irascibili, come li definì il quotidiano Herald Tribune in quell’anno che segna la nascita di un cambiamento radicale e di qualcosa di clamorosamente nuovo. Ed è attraverso le opere di questi artisti, guidati dal carismatico Pollock, che si snoda la mostra, fornendo un panorama completo di uno stile artistico che seppe reinterpretare la tela come uno spazio per la libertà di pensiero e di azione dell’individuo; uno stile proprio di quella che fu chiamata “la Scuola di New York” e che si caratterizza nel movimento dell’Action painting. Chi con un approccio più gestuale e irruente manifestato nella tecnica della sgocciolatura o della pennellata ritmica, chi con un atteggiamento più contemplativo che predilige la stesura cromatica per campiture ampie e morbide, emergono in mostra le opere di Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell, Barnett Newman e di altri artisti, forse meno noti, che hanno saputo interpretare la gestualità eroica di una nuova stagione dell’arte americana. Pollock è stato il protagonista di una svolta epocale e già allora lo stesso Willem de Kooning aveva affermato che egli era colui che “ruppe il ghiaccio” per la pittura. Quando Pollock “scopre” il dripping, abbandonando definitivamente la pittura da cavalletto per affrontare tele di grandissima dimensione e lavorarci in maniera fisica, pre-performantica, “sembrava che fosse impegnato a ri-

scoprire l’America nei casuali incroci di linee che si facevano strada sulla tela fin oltre i bordi. Estatica, libera, rinvigorita dall’alcol, l’arte moderna nelle mani di Pollock era una specie di delirium tremens” (F. Stonor Saunders). Negli anni in cui Pollock cambiava le sorti delIN ALTO

k Hans Hofmann

SEGUE

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Orchestral Dominance in yellow | 1954

olio su tela, cm 122,2 x 152,7 © Hans Hofmann by SIAE 2013 © Whitney Museum of American Art A FIANCO

g Arshile Gorky

The Betrothal II | 1947

olio su tela, cm 128,9 x 96,5 © Arshile Gorky by SIAE 2013 © Whitney Museum of American Art SOTTO

, Barnett Newman

The promise | 1949

olio su tela, cm 130,8 x 173 © Barnett Newman by SIAE 2013 © Whitney Museum of American Art A PAGINA 2, AL CENTRO

Number 27 | 1950

j Jackson pollock

olio, smalto, pittura di alluminio su tela, cm 124,6 x 269,4 © Jackson Pollock by SIAE 2013 © Whitney Museum of American Art A PAGINA 2, IN BASSO

f Mark Rothko

Untitled (Blue, yellow, Green on Red) | 1954 olio su tela, 197,5 x 166,4 cm © Whitney Museum of American Art © K. Rothko Prizel & C. Rothko by SIAE 2013

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l’ARTE

l’arte moderna, in America stavano accadendo talmente tante cose da dover posizionare proprio allora la nascita della cultura contemporanea. Nel 1951, un giovane di Pittsburgh, Andrew Warhola, figlio d’immigrati dell’Est europeo, si era trasferito a Manhattan in cerca di fortuna, girovagando per negozi di moda e case editrici. Sempre nel 1951, esce la prima edizione di The Catcher in the Rye (Il giovane Holden), romanzo culto di J.D. Salinger, la cui figura del protagonista apre un’epoca dominata dall’ansia, dall’insoddisfazione e dal senso d’incompiutezza. Nel 1952 si diffonde il termine hipster, come uno stile di vita praticato nel mondo della letteratura, della musica, delle tribù giovanili che si appassionano alle forme più innovative di jazz. Il 1954 è l’anno di Marlon Brando e di The Wild One (Il selvaggio) al cinema, di lì a poco seguito da Rebel Without a Cause (Gioventù bruciata) con James Dean: è il trionfo dell’antieroe americano, che FrancesStonor Saunders collega direttamente a pollock: “aveva il coraggio di

Marlon Brando, l’inquieto spirito di James Dean ”. Sono gli anni di Elvis,

della nascita del rock’n roll, e il jazz invece segnava la sua storia con Kind of Blue di Miles Davis. Pollock è l’archetipo di una gioventù ribelle, non addomesticata, che adotta appieno il nuovo stile hipster e che fa della ribellione la propria ragione di vita. È una generazione che intende ballare. Nell’opera Numero 27, capolavoro di Pollock, l’artista si muove

NEWL’INK ritmicamente attorno alla tela. In questo caos magmatico in realtà nulla è casuale. Le campiture di colore hanno un ritmo musicale, è uno dei primi esempi di composizione puramente astratta perfettamente compiuta e al contempo pervasa da un senso di spontanea improvvisazione. In mostra sono presenti, tra l’altro, alcuni tra i capolavori più rilevanti della collezione del Whitney, come Mahoning (1956) di Franz Kline, Door to the River (1960) di Willem de Kooning e Untitled (Blue, yellow, Green on Red) (1954) di Mark Rothko, che permettono una narrazione completa, complessa e più diversificata, rappresentativa dell’epoca stessa. L’opera di Rothko, che chiude la mostra, manifesta un approccio alla pittura assolutamente lirico facendo da cardine tra la gestualità prorompente, libera, trasgressiva di Pollock e l’inquietudine teorica e tutta concettuale di Rothko e della sua pittura tonale, quasi monocroma, che di fatto chiude l’âge d’or dell’Espressionismo Astratto per aprirsi in direzione del Minimal. Soluzione già intuita dagli altri innovatori degli Irascibili del 1950: Reinhardt e Newman. Come a dire, che la fine era già nota.

SOPRA

DOPPIO | maggio | ottobre 2013

h Willem de Kooning

Door to the River | 1960 | olio su tela, cm 203,5 x 178,1

© The Willem de Kooning Foundation by SIAE 2013 | © Whitney Museum of American Art

A SINISTRA

f Hedda Sterne

New york, N.y. | 1955 | aerografo e smalto su tela, cm 92,1 x 153

© Hedda Sterne by SIAE 2013 | © Whitney Museum of American Art

SOTTO

i Ad Reinhardt

Number 18 - 1948/49 | 1948/49 | olio su lino, cm 102,2 x 152,1

© Ad Reinhardt by SIAE 2013 | © Whitney Museum of American Art


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di Silvio Lacasella

SOPRA

h Tiziano Vecellio

La Venere di Urbino | 1538 | olio su tela, cm 119x165 | Galleria degli Uffizi, Firenze IN ALTO

J Édouard Manet

Olympia | 1863 | olio su tela, cm 130 x 190 | Musée d'Orsay, Parigi Una pittura legata alla tradizione, ma già avviata verso le avanguardie. Anello di congiunzione tra il desiderio di vertà di Courbet e le atmosfere transitanti degli impressionisti. Ed è proprio la volontà di Manet di vivere il proprio tempo, lontano da trame mitologiche, storiche o allegorie di sorta, a spiazzare i contemporanei. Alle mostre degli Impressionisti, preferirà i Salon parigini: Sono il vero campo di battaglia, è lì che bisogna misurarsi. Inevitabilmente, quando il dipinto venne esposto nel 1865, subito generò stupore, scandalo. Con parole affilate, nel tentativo di attaccare il dominio dell’arte accademica e pompier, in sua difesa intervenne Zola: “Ha il grave difetto di assomigliare a molte signorine che conoscete”. Proprio per allontanarsi da clamori e critiche, Manet intraprese quell’anno un viaggio rigenerante in Spagna, a contatto con Goya e, soprattutto, con l’amato Velàzquez: “I pittori di tutte le scuole, che lo circondano nel museo di Madrid e che sono ben rappresentati, al confronto sembrano ciarlatani. “E’ il pittore dei pittori”, scriverà a Fantin-Latour. Olympia è imbevuta di umori spagnoli, lo si vede subito. Non ci possono essere dubbi. Però, la composizione (e qui meno che meno possono esserci dubbi) riprende direttamente La Venere di Urbino di Tiziano, un quadro che l’artista francese aveva ammirato a lungo, al punto da farne una copia durante il suo primo soggiorno italiano (1853). Difficilmente si potrà ripetere quanto accaduto a Venezia, all’interno di una mostra che già di per sé ha sorpreso per il numero di capolavori raccolti (tenutasi a Palazzo Ducale): per la prima volta i due quadri sono stati accostati nella medesima parete, fornendo al visitatore un’emozione fortissima, stordente. Mai Olympia era uscita dalla Francia. Nel 1890, sette anni dopo la morte di Manet, un gruppo di persone furono sen-

sibilizzate da Claude Monet ad acquistare il quadro per poi donarlo al Louvre. Ancora una volta la rigidità delle istituzioni si mise di traverso e solo dopo lunghe insistenze, l’opera venne accettata, pur dirottata nella sede del Luxembourg. Al Louvre arriverà solo nel 1907. Valga per tutti, il giudizio di Cézanne: “Bisogna sempre avere dinanzi agli occhi questo quadro […] è un nuovo stadio raggiunto dalla pittura, da cui prende inizio il nostro Rinascimento. Ci conduce per strade che prima d’ora la nostra sensibilità ignorava”. Che poi combacia con quello di Renoir: “Manet era per noi tanto importante quanto Cimabue o Giotto per gli italiani del Rinascimento”. Grande, grandissimo Manet. Olympia, che se per Valery “avvince, produce un sacro orrore, si impone e trionfa. E’ scandalo, idolo; potenza e presenza pubblica di un miserabile arcano della società” non meno mantiene l’eleganza poetica di una peonia, poiché questo è il suo sentire interiore. Lo fa intendere anche quando, autopresentandosi, Manet dice:

“E’ solo la sincerità che conferisce alle opere un carattere che può sembrare una protesta, mentre in realtà il pittore ha cercato soltanto di essere se stesso e non un altro”. OLyMpIA - MANET pALAZZO DUCALE chiusa il 18 agosto 2013 Mostra a cura di Stéphane Guégan Direzione scientifica di Guy Cogeval Gabriella Belli Catalogo: Skira

INF O

Non è solo l’essenza di un pensiero che, grazie all’arte, si manifesta visivamente: l’Olympia di Manet è davanti a noi, adagiata sul letto. Stesa all’interno di un quadro che si fa guscio, stanza. Illuminata da un fascio di luna, entrato in un luogo senza finestre. Ci fissa, con alle spalle una parete buia, fatta di ombre sovrapposte, impenetrabili e nere (“E’ molto più abile di tutti noi, ha trasformato il nero in luce” dirà pissarro). Olympia è vera, raggiungibile. Il suo corpo è corpo, non la trasposizione svaporata di un sogno. Come sempre in Manet, qualcosa di liquido e trasparente bagna le forme, appiattendole come in certe stampe orientali, così da farle risaltare per effetto di contrasto. E’ il suo modo di vedere: “In una figura cercate la grande luce e la grande ombra, il resto verrà naturalmente; e spesso è assai poca cosa”. Una domestica dalle pelle scura è raffigurata con un mazzo di fiori, al cui centro spicca una peonia bianca. A quegli omaggi Olympia è abituata, ne conosce bene il significato e pare non farci caso. E’ l’unico elemento di natura inserito nella composizione. Dall’esterno all’interno. La modella, infatti, è Victorine Meurent, la medesima che Manet, solo qualche mese prima, aveva chiamato a posare nuda per Le déjeuneur sur l’herbe. L’anno è il 1863, giusto centocinquant’anni fa. Le peonie (un fiore allora molto di moda, importato dall’Oriente) diverranno uno dei suoi soggetti ricorrenti, specie negli ultimi tempi, quando lo stato di salute ne condizionerà i movimenti. Georges Jeanniot ricorda così la visita che gli fece nel gennaio 1882, un anno prima della morte (era nato a Parigi nel 1832): Smise di dipingere per andarsi a sedere sul divano. Fu allora che mi accorsi di quanto l’avesse provato la malattia, camminava appoggiato ad un bastone e sembrava tremante. Però era ancora allegro e parlava di una prossima guarigione. Alcuni dettagli ci fanno capire che l’ambiente è elegante, privo di umori stagnanti. Olympia è una prostituta, lo sappiamo, ma niente manifesta in lei volgarità: il fiore fissato tra i capelli o le pantofole di raso sono segnali che lampeggiano in modo garbato. Non è particolarmente bella. I suoi occhi ci fissano senza malizia, paiono vuoti, indifferenti. Nell’attesa di concedersi, esibisce il proprio corpo con la naturalezza di chi ha oramai scordato ogni forma di imbarazzo. La bocca pare segnare una piccola smorfia, forse diretta a coloro che le rivolgono giudizi moraleggianti e severi. Peraltro, è proprio questo atteggiamento distaccato a far da miccia, proiettando quei lineamenti nelle zone meno esplorate del pensiero.


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l’ARTE

di Silvio Lacasella Non una, ma quattro volte Edvard Munch ripeté quell’ “Urlo” straziante. Era sua abitudine riprendere i soggetti, lo sappiamo. Significava cercare un punto di contatto ravvicinato tra l’istinto pittorico e ciò che la sua mente, senza sosta, andava rielaborando. La sofferenza e l’ansia divennero presto le vere muse della sua arte: “Senza paura e malattia, la mia vita sarebbe una barca senza remi”. Aveva cinque anni quando perse la madre, quattordici quando vide morire la sorella alla fine di un prolungato periodo di sofferenze. Come non bastasse, la sorella minore, schizofrenica, si allontanerà da casa. Mentre della morte del padre, segnato in vita da un forte stato depressivo, che svilupperà in lui progressive fobie esistenziali e religiose, avrà notizia per lettera, a funerali avvenuti. Anche i polmoni del giovane Edward presto si rivelarono deboli, come quelli della madre, costringendolo a degenze ospedaliere e a ripetuti soggiorni nel sud della Francia. Nei medesimi luoghi frequentati, per altri motivi, dagli Impressionisti. Alla luce Munch chiede di rafforzare la propria condizione interiore. Una luce sì naturale, nordica, ma filtrata nelle stanze del pensiero. Tenerne conto significa capire la sua pittura. La differenza con l’impressionismo è sostanziale. L’individuo torna ad essere protagonista assoluto: “La mia prima rottura con l’Impressionismo avvenne durante il lavoro a La bambina malata. Io cercavo espressione (espressionismo). Avevo difficoltà a raggiungere quell’espressione e atmosfera che volevo e l’opera rimase incompiuta persino dopo una ventina di revisioni”. Anche nella rappresentazione di un paesaggio si percepisce una diversa caratterizzazione psicologica. Già si erano mossi in questa direzione Van Gogh, Gauguin e Toulouse Lautrec. L’arte modifica il nostro modo di vedere la realtà. Forse serve proprio a questo: a fornirci una visione e una versione poetica di ciò che ci circonda. A dar forma compiuta all’inesprimibile. Munch stesso ha scritto: “Io non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto”. Era nato nel 1863 (morirà nel 1944) l’anno in cui Manet dipinse l’ Olympia e Le dejeuner sur l’herbe.

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urlo irrefrenabile e violento, che nel frastuono non otterrebbe la medesima forza lacerante. Un urlo che i suoi polmoni malati non avrebbero saputo emettere, se non attraverso la pittura. In Munch, basta un minimo movimento e si riaprono improvvisamente ferite mai rimarginate. Quello che per altri è un tramonto, ai suoi occhi diviene un cielo insanguinato: “Mi fermai, mi appoggiai alla

balaustra, quasi morto di stanchezza. Sopra al fiordo blunero vidi delle nuvole rosse come il sangue e come il fuoco. I miei amici si allontanarono e io, solo, tremante d’angoscia, presi coscienza del grande e infinito grido della natura”.

SOPRA, DALL’ALTO

J Edvard Munch

Bambina malata | 1885-86 | olio su tela, cm 119,5 x 118,5 | Galleria Nazionale, Oslo Bambina malata | 1896 | litografia (particolare) | Museo Munch, Oslo Un pittore, Manet, che il giovane Munch guarderà a lungo, apprezzandone soprattutto i ritratti. Un canto commovente, quello di Munch. Un suono talvolta lontano, notturno. Le cui note più delicate paiono prolungarsi inesauribili, sino a trovare una forma di intimo dialogo col silenzio. Senza creare stacchi o punti di frattura. Non è frequente, ma quando questo in arte avviene, si crea una melodia, fatta anche di pause e di assenze, capace di indicare un punto di congiunzione con l’infinito. Anche i pittori romantici, con spirito diverso, miravano ad ottenere questo risultato: cieli e mari che, venendo a contatto, si compenetrano vicendevolmente. Alcuni artisti, però, e Munch, tra tutti, è uno degli esempi più straordinari (un altro è Beethoven, tanto per dire), paiono voler raggiungere quelle impercettibili dolcezze sapendo che poi, esse, per effetto di contrasto, faranno da amplificante cassa di risonanza a sentimenti totalmente opposti. Dolcezza e violenza, nell’allontanarsi, si toccano. Ed ecco l’urlo, appunto. Un

L’anno è il 1893, qualche anno dopo verrà pubblicata la prima edizione de “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Van Gogh è morto da appena tre anni e le sue ustionanti tele, così apparentemente lontane dalle cadenze timbriche dell’artista norvegese, hanno già indicato a Munch la direzione da seguire. Prima di loro Goya, Baudelaire. Dopo di loro Bacon. E poi molti altri. Oggi, quasi sicuramente troppi. Oslo ne ha celebrato i centocinquant’anni dalla nascita con una vastissima esposizione, ma una costellazione di piccole e grandi altre mostre si sono svolte e saranno presenti in Europa e in Italia (28 opere, - dipinti e grafiche -, sono state esposte alle pareti della Fondazione Bevilacqua La Masa sino al 28 settembre, mentre dal 6 novembre al 27 aprile 2014 una rassegna ben più ampia sarà allestita a Palazzo Ducale a Genova). Occasione formidabile per avvicinare il nostro sguardo, come mai prima era stato possibile fare, a questo autore. Grazie a lui, alcune zone dell’animo umano ci sembrano meno buie, altre ancora più impenetrabili e nere. A PAGINA 7, DALL’ALTO IN SENSO ORARIO:

Edvard Munch Donna che piange 1907, olio su tela, cm 121 x 119 Museo Munch, Oslo

Il grido (o l’urlo) 1893, olio, tempera e pastello su cartone cm 83,5 x 66 Galleria Nazionale, Oslo Il grido (o l’urlo) 1893, olio su tela, cm 91 x 74 (particolare) Galleria Nazionale, Oslo (immagini dal web)


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EDVARD MUNCH pALAZZO DUCALE AppARTAMENTO DEL DOGE

6 novembre 2013 27 aprile 2014 Genova Mostra a cura di Marc Restellini Orario martedì - domenica 10.00 - 19.00

(la biglietteria chiude un’ora prima)

INFO e prenotazioni scuole fax +39 010 5574004

biglietteria@palazzoducale.genova.it www.mostramunch.it

prevendita tel +39 010 9868057

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di Rossella Di Giacomo

Merita la nostra attenzione l’esposizione, in scena fino all’8 settembre al Museo del Novecento (Palazzo dell’Arengario) a Milano, Andy Warhol’s Stardust. Stampe dalla collezione Bank of America Merrill Lynch, dedicata a una delle icone internazionali dell’arte del dopoguerra Andy Warhol (1928-1987). La mostra, curata da Laura Calvi e precedentemente allestita nelle sale della Dulwich picture Gallery di Londra, è l’occasione per riscoprire alcune tappe salienti della produzione artistica di Warhol, quella seriale, delle stampe che furono realizzate in gran parte dagli assistenti della mitica Factory e nate per essere vendute, ma che Warhol rifiniva e ritoccava con spasmodica attenzione. La sua arte era, e continua ad essere, una provocazione: per la Pop Art l’arte doveva essere infatti “consumata” come un qualsiasi altro prodotto commerciale. E così, in contrasto con il principio di unicità e valore intellettuale dell’arte, per Andy Warhol, nato a Pittsburg ed esploso artisticamente nella caotica e mirabolante New York, l’arte del ventesimo secolo doveva essere dissacrante, popolare, democratica. In una società come quella americana che va dal dopoguerra fino alla fine degli anni Sessanta, dominata dall’iperproduzione e dalla sovrabbondanza di immagini e prodotti, l’arte si adegua e diviene provocatoriamente affare democratico, alla portata di tutti, strettamente intrecciata alla pubblicità. È proprio nella ripetizione, intesa sia come tecnica che prevede l’affiancamento di immagini identiche, sia come molteplicità dell’opera stessa, che si

esprime la satira sociale di Warhol. Per la mostra, dall’impianto spiccatamente narrativo, sono stati realizzati brevi testi con informazioni flash che appaiono sui muri come piccoli pop up, permettendo diversi livelli di lettura attraverso nozioni storiche su Warhol e il suo stile, notizie sul contesto socioculturale e curiosità. L’allestimento a cura di Fabio Fornasari sottolinea la produzione seriale, attraverso l’allineamento delle stampe che si susseguono su un corridoio in cui ogni opera ha lo stesso valore e diventa oggetto di consumo. Si passa dai capolavori realizzati tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta che isolano simboli del potere consumistico made in Usa, come la serie Campbell’s Soup, alle nature morte inondate di colore in Flowers e Space Fruits, per arrivare alle cover di Interview Magazine, la rivista da lui fondata nel 1969. In mostra anche i più noti ritratti, profili di star come Marilyn o Muhammad Alì. Inoltre, tra i soggetti raffigurati, anche pensatori e protagonisti della cultura del XX secolo: da Freud ad Einstein, da Gertrude Stein a Franz Kafka. Fino ad eroi dei fumetti o dei cartoni animati, per i quali l’artista adotta gli stessi formati e tecniche utilizzati per persone reali. Una speciale collaborazione tra due maestri è, infine, Andy Mouse, opera ideata da Warhol insieme a Keith Haring nel 1986. La “polvere di stelle” di Andy Wharhol’s Stardust presente in molte stampe, allude alla sua capacità di plasmare icone scintil-

SOPRA, DALL’ALTO

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A PAGINA 9, IN ALTO

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Andy Warhol Liz | 1964

Andy Warhol Flowers | 1967

Un ritratto fotografico di Andy Warhol

A PAGINA 9, IN BASSO

A SINISTRA

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La mostra presso il Museo del Novecento di Milano (immagini dal web)

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Keith Haring Andy Mouse | 1986 Serigrafia su carta (part.) Collezione Bank of America Merril Lynch


lanti e immortali. Alla base vi è una rinnovata idea di artista, inteso come selezionatore di immagini e unico garante del contenuto ma non della forma dell’opera d’arte, in reazione all’individualismo tipico degli anni cinquanta. La selezione di serigrafie esposte al Museo del Novecento, mostra così un denominatore comune: una visione orizzontale che non percepisce differenze di trattamento tra oggetti, persone, cartoni animati e qualsiasi altro soggetto. L’approccio di Warhol uniforma e ridistribuisce i pesi cosicché il fermarsi alla superficie rende tutti sufficientemente attraenti ma, soprattutto, importanti allo stesso modo.

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ANDy WARHOL’S STURDAST STAMpE DALLA COLLEZIONE BANK OF AMERICA MERRILL LyNCH MUSEO DEL NOVECENTO

pALAZZO DELL’ARENGARIO

Chiusura 8 settembre 2013 Milano Mostra a cura di Laura Calvi Catalogo Electa

Orario lunedì: 14.30 - 19.30 mar, mer, ven, dom: 9.30 - 19.30 giovedì, sabato: 9.30 -22.30 INFO tel. +39 02 88453314

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l’ATTENZIONE

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FEMINA FABER di Giuseppe Carrubba

di Giuseppe Carrubba

Femina Faber è un progetto artistico e mu-

sicale di paola Bianchi basato sull’idea di utilizzo della voce come strumento vibrante per sperimentazioni sonore, con l’uso della lingua latina, linguaggio universale che si mescola ad atmosfere elettroniche e veicola tutto un universo immaginifico e surreale, dove il tema dell’amore e della natura assumono aspetti cosmici e ideali. Il progetto si nutre di sinergie e collaborazioni: Fausto Balbo, musicista eclettico che lavora su programmi e processi di sintesi del suono, Matteo Zenatti, musicista


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di formazione classica che ha collaborato nell’ultima produzione, Luca Valisi, bassista dei Ludmila dalle ipnotiche sonorità elettriche, pier Giorgio De pinto, artista visivo coinvolto in alcune performance per foto e video, e, per la traduzione dei testi, con Alberto Magnani, esperto e fine latinista. Fausto Balbo, sperimentatore musicale dell’avanguardia elettronica, ha saputo creare ricche suggestioni sonore con arrangiamenti evocativi, nei quali il sintetico e l’elettroacustico creano particelle dense e sfumate che fanno da controcanto alla voce, intensa ed ancestrale, di Femina Faber insieme alla struttura semantica dei testi, con una ricerca connotativa che vuole recuperare le origini in uno spazio senza tempo. La postproduzione, gli arrangiamenti, e la programmazione delle ultime produzioni mostrano un sublime sbilanciamento di senso, un lavoro di ironia, rispetto alla costruzione formale classica del testo, in cui sottili echi di dissoluzione e ossessione si caricano di elettricità e sono bellissimi perché imperfetti. Le precarie melodie contemporaneamente e i suoni ipnotici, dalla modulazione di frequenza ai disturbi sintetici, rappresentano l’universo sonoro di Fausto Balbo. La musica concreta e la rielaborazione del suono in tempo reale riguardano l’aspetto saliente della sua ricerca, che attualmente comprende lo studio dell’emissione otoacustica spontanea, per trovare strade alternative del suono mediante l’uso della D.P.O.A.E. (Distortion Product Otoacustic Emission). Femina Faber scrive canzoni, testo e musica, e le canta. Scrive e canta in latino come recupero di una dimensione storica che sviluppa in senso atemporale e straniante, secondo una partitura sonora elettronica e avanguardistica. Chi la sente ne rimane catturato. Le sue trame vocali e sonore sottintendono ad una liturgia laica, in cui il senso del Sacro risiede nella creazione di continui riferimenti all’amore come sentimento universale, in un luogo dove la Natura e il Cosmo rappresentano l’universo fisico tra ordine e caos. In questo modo l’esegesi, il richiamo letterario, la mitologia e la finzione romanzata alludono alla vita e la trasfigurano, facendone qualcosa di più o qualcosa di meno, rispetto a una realtà che potrebbe anche non esistere se non nel gioco evocativo del linguaggio e dell’invenzione. Inter Urticas Rosetum è una metafora, un racconto d’amore, una canzone di Amplexum Mentis - Ut cosmo concordent voces (2012), ultimo album, dell’artista,pubblicato da Calembour Records e distribuito da Audioglobe. E’ il lavoro che maggiormente la rappresenta, perché abbraccia con maggiore omogeneità sonorità ambient della musica te-

desca ad echi di trip hop, e nel quale la sua voce, intensa e vibrante, sviluppa il tema del sentimento cosmico. In Un rosaio tra le ortiche, parafrasando la traduzione del testo, si parla di buio intorno, di foglie morte, di cambiamenti di stato, perché quando l’amore arriverà ci saranno rose senza spine e spazi dove ritrovarsi nei legami dell’anima. Tutto questo rende perfettamente lo spirito di un progetto che nasce nel 2005 e che trova nell’esperienza precedente dei Ludmila, un gruppo dark wave con sperimentazioni elettroniche, le basi e i presupposti per gli sviluppi futuri. Nel 2006 un EP crea un certo interesse intorno a quel tipo di sperimentazione che ha permesso la realizzazione, due anni dopo, del primo albumTumultuor (2008), un lavoro in cui i suoni sintetici e industrial si mescolano alla musicalità della lingua latina, facendo dialogare due aspetti appa-

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degli opposti; vocalità eterea e plasticità del suono, citazioni post industriali e minimalismo sonoro. Il recupero e la rivisitazione musicale e iconografica, nel progetto Femina Faber, fa parte di quel background, eterogeneo e intossicato, e appartiene a quella generazione che ha ricercato altre strade anche attraverso la sperimentazione del look, sia come immagine ma anche come nuovo sguardo sulla realtà, ricercando significati e variabili nel lato oscuro della percezione. Il citazionismo colto e la ricontestualizzazione ha radici nelle culture di nicchia dell’underground degli anni Settanta e Ottanta, successivamente riviste nei trend più importanti, spogliati però dai messaggi e dagli ideologismi a cui erano originariamente legati. Si è affermata così un’estetica del suono che è passata attraverso il punk, il post-punk, l’industrial, l’elettronica e la new wave, con un approccio che si è appropriato dei minimalismi e dei postmoderni-

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bo, in cui si riconcettualizza il linguaggio alternando pattern strutturati a libere sequenze di suoni. Veterae Resonantiae Futurae è l’ultimo progetto di Femina Faber e Fausto Balbo, presentato a settembre del 2012 al Festival Ipercorpo a Forlì, e che ha trovato sviluppi mediali con la collaborazione dell’artista pier Giorgio De pinto, iniziata proprio durante l’ultima residenza di quest’ultimo presso l’Art Studio OSLO a Basilea. L’incontro con pier Giorgio De pinto, autore già di diverse immagini relative alla promozione del progetto, trova dei precedenti, con il lavoro visual, sia durante l’esibizione di Femina Faber al MIAAO - Museo Internazionale delle Arti Applicate di Torino, ad ottobre 2012, in occasione dell’inaugurazione della mostra La linea gotica, e, sempre come ospite speciale, insieme a Fausto Balbo, al concerto in Svizzera presso il MACT/ CACT e all’USINE/kalvingrad di Ginevra.

Femina Faber | 2012/2013 | Ph. by Pier Giorgio De Pinto | © PRO LITTERIS / Zurich

rentemente inconciliabili: il canto ispirato alla musica antica e le atmosfere cupe e sperimentali dell’avanguardia musicale degli anni Ottanta. Sulle copertine frammenti visual e immagini asimmetriche vogliono catturare l’idea di chi sapientemente fabbrica l’arte, la mescola con la natura e con l’artificio maneggiando nostalgie e metafore futuribili. La voce ci accompagna in un viaggio emozionale e le percussioni elettroniche contribuiscono alla creazione di scenari irreali e ideali. Rumori industriali, chiavi e catene, fanno da partitura alla classicità del linguaggio, a visioni, dove angeli e demoni si riflettono e si attraggono nella dinamica

smi rigenerandoli attraverso processi mitopoiètici. Tutto ciò ha determinato nella cultura visiva e musicale alternativa una propensione per una percezione sintetica del prodotto musicale, dove il termine sintesi va inteso in senso etimologico, oltre all’affermazione di certe tessiture timbriche definite dark che aprivano scenari a immagini squisitamente neo gotiche. L’arte di Femina Faber nasce da un processo di sintesi, collega il passato, con le sue radici mistiche, ad un tempo in divenire, in modo nuovo ed esteticamente contemporaneo; la trascendenza, moderna ed antica allo stesso tempo, e la narrazione musicale di Fausto Bal-

Veterae Resonantiae Futurae è un progetto transmediale perché si basa sull’azione di artisti che, ciascuno con il proprio mezzo specifico, producono, arricchiscono, amplificano la voce, i suoni, le immagini, gli ambienti, per produrre una performance intesa come teatro d’avanguardia postmediale. Nell’album Amplexum Mentis: ut cosmos concordent voces le parole e i suoni sfuggono dalla mente alla gola, insieme ai suoni, e non ci sono Storie da raccontare ma immagini, ossimori linguistici dove la contraddizione è squisita costruzione. Il suono, come la voce, accarezza con dissonanze sfuggenti; sono sussurri

nell’AVANGUARDIA e...


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l’ATTENZIONE

e dichiarazioni dove la fragilità e l’incertezza di fronte al grandioso mistero del mondo è anche dolore per l’incomprensione dell’uomo di fronte all’eterno femminile, rispetto a ciò che dà vita e non si esaurisce, perché segue un ritmo circolare; il femminile come speranza rigeneratrice, metafora del rapporto con la Terra e possibilità di evoluzione di tutta l’umanità. Femina Faber è così la fabbricante di se stessa, costruisce la sua arte come i vestiti che Marilyn si faceva cucire addosso, per contrastare una realtà desolante, quella dell’animo umano alienato da periferie mentali, geografie interiori alla deriva; propone un’arte che è forma messianica laica,buon viatico per la creatività, opponendosi alla distruzione e distorsione nichilista a favore di una controcultura, dove il pensiero possa rifiorire tra i relitti industriali postmoderni. Il suono vocalico, l’energia che passa attraverso molecole d’aria, rappresenta una modalità di espressione artistica che produce vibrazioni e risonanze ancestrali. Come nell’arte del canto gregoriano la parola cantus, nel Medioevo, significava anche composizione, così l’artista recupera e sviluppa questa condizione, secondo un modello professionale che diventava poetica e ragione di vita. In questo senso ogni lavoro di Femina Faber è pura intenzione, azione cere-

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brale, perché nulla è più di quel che sembra ed ognuno ascolta ciò che sa ascoltare e percepire. Dettagli sonori appaiono e si rivelano, perfettamente incastrati tra loro, ma anche demoni

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Femina Faber

http://www.feminafaber.com/

Fausto Balbo

http://www.faustobalbo.it/

Veterae Resonantiae Futurae

http://www.faustobalbo.it/veterae.htm

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pier Giorgio De pinto http://www.depinto.it/

MACT/CACT Arte Contemporanea Ticino http://www.cacticino.net/

G. Carrubba, Around human geographies, “Cahier d'Art” #4 MACT/CACT Edizioni, Bellinzona, Svizzera 2013

Calembour Records è un’etichetta indipendente con base a Verona, fondata nel 2010 da Froxeanne della band The Frozen Autumn. La sua missione è quella di stampare e sostenere la musica di artisti italiani di area wave ed elettronica non commerciale. Il suo principale partner per la distribuzione su supporti fisici è Audioglobe, mentre The Orchard è responsabile della distribuzione in formato digitale su tutte le maggiori piattaforme internet. L’etichetta ha anche un proprio programma radiofonico chiamato Interferenz in onda ogni mercoledì alle ore 21.00 dalle frequenze web di Container Radio. Calembour Records http://www.calembourrecords.com/

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Femina Faber | 2012/2013 | Ph. by Pier Giorgio De Pinto | © PRO LITTERIS / Zurich

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Container Radio http://www.containerradio.it/

rumorosi del passato che fanno da controcanto all’elevazione vocale, in cui è l’amore a vincere su tutto, sulla nostalgia del tempo, di un tempo sospeso tra passato e futuro. Il mondo che abitiamo è un mondo che vive ogni giorno il proprio caos, il mondo dei processi e delle funzioni, il mondo delle macchine e dei calcoli, ma anche quello delle emergenze e dell’instabilità liquida; da qui nasce la volontà di penetrare e sublimare la nostra esistenza tecnica, di auscultare ogni nostro organo attraverso lo spirito della contemporaneità; è questa la condizione dell’uomo nel tempo presente, attraverso la quale si può solo ricercare un nuovo sguardo su un terreno sconosciuto, dove la condivisione con la macchina ci può rendere schiavi o salvare ed elevare. In questo paesaggio l’Universo ci osserva ponendoci interrogativi su noi stessi e sulle nostre azioni, e solo l’arte potrà, alla fine, liberarci, attraverso un

pensiero vitale e spirituale di rinnovamento, di cambiamento di sen- so, considerando altre possibili prospettive. Le parole ripetute da Femina Faber sono come un mantra sonoro, impalpabili come l’amore che si nasconde dietro una rosa; per dare forza e significato assumono sfumature diverse, reiterate nella variazione dell’intonazione, nell’apoteosi estatica da sfiorare un cantico nitido e basilare. Sono parole messe a nudo da un’orchestrazione minimale, una tessitura musicale in perfetto equilibrio tra ordine e disordine, espressione della consapevolezza dell’inafferrabilità dell’attimo e della volatilità del desiderio. Anima antica e digitale, in frammenti sonori e partiture per voce sola, così l’arte della fabbricante ci restituisce una poetica dove ci sono tutte le lacrime del mondo pacificate, soffocate nell’estasi di una costruzione mitologica come preludio al silenzio.

........nell’ARTE


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LabDesign di Rosanna Papale Alla fine tutto é connesso... persone, idee, oggetti... e la qualità della connessione è il segreto della qualità in sé e per sé. Il concetto è di Charles Eames: ma riassume sapientemente la capacità di aprire nuovi capitoli creativi di un’azienda come ArrediGallina. Qui la dimensione umana conferisce all’impresa una qualità personale che supera il rapporto con il cliente, trasformandola in una sorta di mediatore e attivatore culturale. D’altronde, soprattutto nell’ambito dell’arredamento, un prodotto non si acquista soltanto per la sua utilità, ma anche per i valori in cui riconoscersi. Il cliente che entra, anche solo per avere informazioni, qui vive un’esperienza interessante. Fin dagli anni ottanta, molteplici sono state le iniziative dell’ azienda in questo senso: dalla grande esposizione di oggetti etnoantropologici dello studioso di cultura materiale siciliana Nunzio Bruno, alla Casa del tempo dell’architetto/scultore Leopoldo Mazzoleni. Con il trasferimento nella nuova sede acese di via Cristoforo Colombo, l’ azienda si è aperta ulteriormente agli artisti presenti sul territorio: opere di Vincenzo Tomasello, Raimondo Ferlito, Giuseppe Tomasello e numerosi altri, si sono avvicendate nel tempo e, confrontandosi con la permanenza di celebri sculture di Giuseppe Mazzullo, hanno dato vita a inconsueti percorsi di mostra, mentre gli spazi esterni immersi nel verde, diventavano scenario di concerti. Insieme all’arte, l’architettura ha naturale relazione con il design. Con un paradosso, scrive Andrea Branzi [...] il dibattito sulla linguistica del Movimento Moderno, è avvenuto intorno a moSOPRA

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Allestimento per la presentazione dei primi sei progetti presso l’Open Space A SINISTRA

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Alcune vedute dell’eposizione I luoghi ed i colori della magia, presso lo showroom Gallina


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delli di sedie: l’unica vera opera completa, compiuta dall’architettura moderna, consiste nel campionario di sedute che essa ha sfornato ininterrottamente come modelli teorici di composizione e di analisi critica delle strutture abitative[...]. In questa chiave, il successo riscosso nella Open Gallery dalla recente mostra dell’architetto Giuseppe Scannella intitolata Giuseppe Scannella e i suoi progetti: una vasta selezione di disegni e progetti di architettura e di interni, di un architetto contemporaneo di apprezzato equilibrio. Le sponsorizzazioni a cui si lega la propria immagine, sono per l’azienda un impegnativo riferimento e le manifestazioni che ha scelto di sostene-

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re, sono state di rilevante importanza: tra tutte la Mostra di mostre svoltasi al Palazzo di città di Acireale nel 2008 per rilanciare la Rassegna d’Arte curata dai maggiori critici d’arte diventata celebre in tutto il mondo dal 1967 al 1989, e le ultime edizioni di ArtFactory, la manifestazione catanese in cui prestigiose gallerie italiane presentano opere di artisti storicizzati di alto livello, quelle dei migliori artisti contemporanei ed un panorama eccellente delle nuove tendenze. Ma la mobilitazione di talenti stimolata dall’attività culturale di Arredi Gallina, ha coinvolto tutte le generazioni, compresi i più piccoli. Nelle mostre del laboratorio creativo Zucca pastrocchia I luoghi e i colori della magia, curato da Giuseppe Tomasello e da Gabriella paratore - i manufatti di giovanissimi artisti hanno generato insoliti dialoghi con il design contemporaneo attraverso il riciclo dei più svariati materiali di imballaggio e di vecchi campionari. Quello del riciclo e della sostenibilità ambientale è un tema caro ad Arredi Gallina, da molti anni, infatti, è orientata in tal senso prediligendo aziende come Valcucine che, oltre a produrre cucine che armonizzano tecnica, estetica ed artigianalità ad altissimo livello, lavorano in direzio-


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ne della bellezza, realizzando prodotti totalmente riciclabili, privi di emissione di formaldeide e con precisi progetti di riforestazione. In questo cambiamento, che si delinea come condizione irrinunciabile nel nuovo millennio, l’azienda Gallina ha introdotto nella gamma delle proposte, anche le bici a pedalata assistita che consentono mobilità ad impatto ambientale zero. Come affermava Einstein, Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare sempre le stesse cose... da una costante dialettica all’interno dell’azienda, sono nate nuove idee e progetti sul territorio. Tra molte ipotesi, si è scelto di dare impulso a una iniziativa che consente a giovani architetti di esprimere le loro potenzialità. È nato così il progetto LabDesign, nel quale, Arredi Gallina e l’Ordine degli Architetti ppC della provincia di Catania sono i promotori, in partnership con Valcucine di Pordenone, di un laboratorio dedicato al design. Nel corso di un anno, 33 giovani architetti selezionati attraverso un bando di concorso, si avvicenderanno - con l’ausilio di quattro direttori di laboratorio: Architetti Roberto Forte, Alfio Cicala, Giuseppe parito, Giuseppe Fisichella negli spazi messi a disposizione da Arredi Gallina ed allestiti da Valcu-

20 settembre2013 | presentati i primi sei progetti di LabDesign

La cucina diventa una città, un gioco, una tradizione. Concretizzati i primi risultati, il LabDesign ha dimostrato di essere molto di più: una officina di creatività di nuova concezione e ampie vedute imprenditoriali e culturali, un varco professionale da e per la Sicilia. I primi sei architetti (nalla immagine qui sopra, in piedi) dei 33 partecipanti, hanno portato a termine il ciclo tematico Diversamente cucina, cucina... diversamente dedicato a uno degli ambienti casalinghi più vissuti. I loro progetti attirano e meritano l’ attenzione degli esperti del settore e del pubblico: chi ha immaginato la cucina come un ritratto della città (Claudio D’Angelo con The City); chi l’ha composta accostando i celebri elementi di Tetris (Antonella Caponnetto con E5- TetraKitchen); chi ha concentrato tutto ciò che occorre in un tavolo d’ avanguardia (Vincenzo Bullo con Table Kitchen); e ancora: chi ha progettato un ambiente esteticamente moderno con l’introduzione di mobili d’altri tempi (Alessio Scuderi con Container Kitchen); chi ha proposto un piano cottura corredato dalla traslazione dei pensili (Ivana Trazzera con Panta Rei); ed infine chi ha concepito un’innovativa cucina “a scomparsa” in un puro gioco di composizione e scomposizione (Francesco Dollo con Twist). “Ciascuno dei sei progetti presentati è una summa dei principi che caratterizzano il design e l’ architettura moderna - ha dichiarato l’ Arch. Scannella, presidente dell’Ordine etneo degli Architetti, alla presentazione dei progetti - la valorizzazione dell’ ambiente ed il rispetto delle sue risorse, il connubio tra estetica e funzionalità, la commistione fra tradizione e innovazione, sono sfide che i nostri giovani sanno affrontare e vincere. Hanno analizzato il tema della cucina da diversi punti di vista, valutando i sentimenti e le memorie che la abitano, riuscendo in un risultato eclettico di cui siamo enormemente fieri.”

cine in collaborazione con Newl’ink, che ne curerà l’aspetto artistico e visivo attraverso il coinvolgimento di quattro artisti siciliani (Calusca, Giuseppe Calderone, Giuseppe Tomasello e Vincenzo Tomasello). Ogni tre mesi, sulla base di un diverso tema proposto per il ciclo, ciascun partecipante del gruppo porterà a termine un progetto di design, che avrà visibilità attraverso l’allestimento di una mostra nei New Spaces Gallina. L’obiettivo è stimolare percorsi creativi attivando confronti e dando spazio all’espressione individuale, affinchè la condivisione diventi ricchezza. A SINISTRA, AL CENTRO

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I sei architetti partecipanti al primo ciclo del LabDesign (da sinistra in piedi: V. Brullo, C. D’angelo, A. Caponnetto, I. Trazzera, F. Dollo, A. Scuderi) con, in basso da sinistra, il direttore del laboratorio Arch. A. Cicala, il responsabile Valcucine e P. Gallina per Arredi Gallina SOPRA E PAG 14 IN ALTO

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I quattro laboratori allestiti da Valcucine e Newl’ink

f A PAG 14, IN BASSO IN SENSO ORARIO: LadDesign

Un momento di relax nell’area esterna

ArtFactory

Una veduta dell’allestimento della Sala Vip per l’edizione 2013 dell’arte fiera catanese

Giuseppe Scannella

Uno scorcio della mostra Giuseppe Scannella e i suoi progetti presso l’Open Gallery Gallina


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Ventuno manifestazioni concluse con una medaglia al collo tra mondiali, europei e olimpiadi con al centro due gravidanze ed un impegno politico, quando è stata assessore allo sport del Comune di Ravenna. Josefa Idem è la donna che nella storia dello sport italiano individuale ha vinto di più in manifestazioni di Campionati del Mondo ed Olimpiadi. Prima ed unica donna nella storia della canoa italiana ad aver vinto un mondiale ed un’olimpiade. Nella sua più che ventennale carriera ha vinto 38 medaglie, incluse quelle continentali. Ha partecipato ininterrottamente ad otto edizioni di Olimpiadi, da Los Angeles 1984 a Londra 2012, diventando così l’atleta femminile con più Giochi olimpici disputati in assoluto. Nata a Goch, in Germania, nel settembre 1964, la Idem si avvicina ad undici anni alla canoa, nel frattempo si diploma in lingue. Entra quindi a far parte della nazionale tedesca e a vent’anni ottiene il primo risultato importante a livello internazionale: la medaglia di bronzo all’Olimpiade di Los Angeles del 1984 nel K2 500 m, in coppia con Barbara Schuttpelz. L’anno successivo passa al K1, il kayak individuale, che diventerà poi la sua specialità. Dal 1985 al 1987 è sempre presente alle finali mondiali nel K1 ma non riesce ad andare a medaglia. All’Olimpiade di Seul del 1988 finisce nona nel K1 500 m e quinta con la squadra tedesca di K4 500 m. Poche settimane dopo, nel novembre 1988, si trasferisce

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“sconfitta” la spinge allora a riprovarci e lei, tenace come non mai, si ripresenta puntuale quattro anni dopo, pronta a gareggiare con atlete che non erano ancora nate quando nel 1984 a Los Angeles vinse il primo bronzo. Ancora lì a dimostrare che quella passione nel pagaiare, come e meglio delle avversarie, è andata solo crescendo negli anni: al punto da non sentire l’età come un peso, ma come garanzia di avere un’arma in più sulla linea di partenza. La sua presenza alle Olimpiadi di Londra del 2012 detta così un altro record assoluto eguagliando il primato italiano maschile di otto partecipazioni olimpiche dei cavalieri piero e Raimondo D’Inzeo. Qui conquista il quinto posto nella finale del K1 500 m, chiudendo a soli 3 decimi di secondo dalla medaglia di bronzo. Al termine della gara annuncia il suo ritiro dall’agonismo all’età record di 48 anni. Ma è un animale da Olimpiade la Idem e per una come lei un quinto posto non

di Davide Scandura

in Italia, decisa a dare una svolta alla sua carriera. Nel 1989 si affida ad un nuovo allenatore, Guglielmo Guerrini; i due si conoscono a Praga mentre Sefi, così la chiamano gli amici di sempre, si preparava per i mondiali e lui seguiva un corso di educazione motoria. Il cambiamento dà subito buoni risultati: due terzi posti ai mondiali nel K1 500 m e 5.000 m, sempre con la pettorina tedesca. Il sodalizio Idem-Guerrini va però oltre l’impegno sportivo, facendo coppia anche nella vita privata; i due così sposano e grazie al matrimonio l’atleta tedesca prende residenza in Italia e può così gareggiare per la nazionale azzurra già dai mondiali del 1990 dove vince il suo primo titolo iridato nel K1 500 m, oltre al bronzo nei 5.000 m. Piazzamenti invertiti, oro nel K1 5.000 m, bronzo nel K1 500 m, ai mondiali dell’anno dopo. Nel 1992, due anni dopo il matrimonio, snobbata della federazione tedesca che la reputa già un’atleta finita, diventa cittadina italiana e partecipa per la prima volta da italiana ad un’Olimpiade, quella di Barcellona, dove deve accontentarsi del quarto posto. Negli anni seguenti il suo risultato migliore, a livello sportivo, è il terzo posto ai mondiali. Nel 1995 nasce il suo primo figlio e pochi mesi dopo è di nuovo in acqua a gareggiare, ai mondiali in Germania, dove arriva quinta. Nel 1996, vince il bronzo nel K1 500 m alle Olimpiadi di Atlanta, bissando la medaglia vinta 12 anni prima a Los Angeles per la Germania. È l’inizio di un periodo ricchissimo di successi: dal 1997 al 2002 conquista tre titoli mondiali (e altri 10 piazzamenti sul podio), 5 titoli europei e la medaglia d’oro nel K1 500 m alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Dopo tanti trionfi sportivi, a 38 anni sospende l’attività agonistica per la seconda maternità. Josefa Idem non ha però intenzione di smettere con la canoa, e assieme al marito definisce un impegnativo piano di allenamenti per tornare a gareggiare ai massimi livelli. Gli sforzi sono ripagati e 15 mesi dopo il parto infatti, a 40 anni di età e alla sesta Olimpiade consecutiva, vince la medaglia d’argento ad Atene 2004 e, altri quattro anni dopo vince l’argento all’Olimpiade di Pechino del 2008 nel K1 500 m, perdendo l’oro per soli 4 millesimi. Questa

può essere un motivo di soddisfazione. Quello di Londra è però semplicemente l’ultimo capitolo di una carriera straordinaria, l’ultimo atto della sua avventura olimpica che segna per lei l’inizio di una nuova vita. Un altro record però aspettava la Idem, sempre attiva nella politica dello sport della regione Emilia-Romagna. Nello scorso mese di aprile è stata infatti la prima olimpionica a diventare ministro. A meno di un anno dall’addio all’attività agonistica, la regina della canoa, è entrata nell’esecutivo guidato da Enrico Letta a guidare il dicastero delle Pari opportunità, delle Politiche giovanili e dello Sport. Una nuova sfida che Sefi ha accettato e che, purtroppo per lei, è durata solamente un paio di mesi, fino a quando non sono iniziate a circolare voci su presunte irregolarità nel pagamento di oneri previdenziali e nella gestione del suo patrimonio immobiliare. La Idem si vede quindi costretta a dare le dimissioni nel mese di giugno. La campionessa dà così, nonostante la grave mancanza, l’ennesimo esempio di credibilità tramite un gesto di responsabilità. Gesto che rimane comunque solitario visto che, se da un lato c’è chi si dimette per sospette irregolarità fiscali, dall’altro, in coro, si chiede a qualcun altro, già condannato, di restare. Perché?

La carriera sportiva è una montagna da scalare e quando la conquisti hai il mondo ai tuoi piedi, ecco come la pensa Sefi, ma ci sono anche atleti che

una volta conquistata la vetta, quando tutto è finito, si trovano a mollo e non sanno più gestire la propria vita. A loro che non sanno più progettarsi la vita vuole dedicare il suo studio futuro. La sua vita e la sua carriera stessa sono un vero e proprio manuale di mental coaching. Da studiare con interesse la sua filosofia di preparazione secondo la quale, in gara, succede sempre ciò che più temi, lo diceva anche Napoleone, per cui preparati mentalmente per la gara perchè mente e corpo sono indissolubilmente legati: i tuoi pensieri influenzano il tuo stato d’animo, il tuo stato d’animo influenza le tue azioni e le tue azioni influenzano i tuoi risultati. E poi quando si punta alla vittoria è più facile riuscirci! Mettersi davanti obiettivi chiari e ambiziosi dà lo stimolo per quello che sarà, perché ciò che viene creato nella realtà parte prima dall’idea che nasce nella testa. Viene da chiedersi: pensa così ora che è arrivata all’ottava Olimpiade, oppure è arrivata all’ottava Olimpiade perché pensa così? Lo sport è l’apprendistato della vita: guardare le difficoltà e le sconfitte da una prospettiva più ampia è l’immagine che questa campionessa ci propone. Ogni sfida che la vita ci presenta non è altro che un allenamento per la gara più importante: la vita! e, ricorda, come dice Josefa, che “anche la fatica prima o poi passa!”

f A PAGINA 18 | Sonia Ceccotti

Idem, 2013, acrilico, carboncino, carta velina e scothc su cartone ondulato, cm 78,5 x 55 SOPRA h Josefa Idem durante una gara (immagine dal web)


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di Vincenzo Crapio

birciò il pesante orologio d’oro che aveva posato sulla scrivania. Segnava l’una e mezza. Sveglio fino a quell’ora sulle sue cartacce, il Sindaco si sentì stanco e decise di rinviare la selezione dei documenti da distruggere. Mentre si avviava a letto lo catturò a sé la dolce notte estiva, che aveva invaso il grande terrazzo fiorito. Passò in cucina, si versò una sambuca ghiacciata, si mise in libertà e, osservandosi in mutande, si rimproverò per un attimo - ma solo per un attimo - di essersi lasciato deturpare precocemente da tutto quell’adipe tremulo sul ventre e sui fianchi. Per il resto era un uomo di media statura, già alquanto stempiato e dai lineamenti regolari, un po’ femminini, tuttavia, ed anche un po’ plebei. Si consolò subito del suo degrado fisico, in fondo un prezzo non alto fra quelli che aveva dovuto pagare alla rapidità della carriera, e considerando altresì che in quello stato avrebbe potuto vederlo soltanto sua moglie e qualche altra di nessun conto: al mare, infatti, lui non ci andava mai. Perciò archiviò velocemente quell’esame che, se protratto, rischiava di diventare seccante e si diresse al terrazzo per godersi la frescura. Qui sintonizzò una radiolina su un programma di musica leggera e, con sambuca e sigarette a portata di mano, si distese infine sulla sdraio sotto un cielo pulito e fitto di stelle. Se ne stava così, trasognato, quando gli effetti congiunti dell’alcool e del fumo, dell’aria profumata, di quel cielo e delle note di una vecchia canzone d’amore, quando tutto ciò gli si miscelò dentro, andando a risvegliare ricordi e sentimenti; o forse, soltanto, facendo vibrare le corde di un’emotività effimera e superficiale. Ne fu così turbato che dagli occhi ne sgorgò un pianto improvviso, incontenibile e copioso. Provò un insolito benessere. Ma, nel portare la mano al viso per tergersi, ruppe quell’incantesimo. “Sto piangendo” mormorò, e ciò lo ricondusse bruscamente alla realtà. Si asciugò con cura, accese una sigaretta, smorzò la radio e si alzò per passeggiare, applicandosi all’analisi della situazione. Voleva assolutamente trovare il motivo di quelle lacrime, lui che ricordava di aver pianto pochissime vol-

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te: una volta di smarrimento, a vent’anni, quando, avendolo qualcuno presentato al Segretario nazionale del partito, questi, al cospetto di tanti, celiò rozzamente sulla sua goffa espressione di bamboccione; una volta di rabbia, quando, per evitare lo scandalo, rinunciò a divorziare, sebbene lo desiderasse fortemente dopo aver accertato che la moglie lo tradiva con un amico di famiglia; l’ultima volta di gioia, quando, appena eletto, cinti i già flaccidi fianchi della fusciacca tricolore, concluse la prima allocuzione alla cittadinanza con queste enigmatiche parole: “Concittadini, io ora sono il primo cittadino eppure vi dimostrerò che non solo è possibile che gli ultimi diventino i primi, ma che certe volte anche i primi possano restare primi”. Ripensando a ciò egli non trovava, però, spiegazione al pianto di prima. Poi, d’un tratto, la perplessità si dissolse ed il suo viso tornò disteso: come una folgorazione, infatti, si rammentò di aver letto o sentito che gli individui dall’animo nobile sono tanto sensibili da cadere, anche senza apparenti ragioni, vittime di improvvise lacrimazioni. Si ricordò anche che qualche sera prima, in occasione della presentazione di un libro, proprio con quelle medesime parole “animo nobile” gli si era rivolto il mellifluo presidente della locale accademia culturale; questi, infatti, nel ringraziarlo per la promessa di consistenti contributi comunali in favore del sodalizio, lo aveva paragonato a Pericle e a Lorenzo il Magnifico, ottimi governanti ma anche grandi mecenati. “E dunque, sono un animo nobile”, pensò felicemente interdetto. Anche altri l’avevano affermato. Scopriva il lato virtuoso e ancora sconosciuto di sé e, contemporaneamente, la sorgente di quelle misteriose lacrime. Eppure qualcosa non quadrava. Lo capì subito, allorché si ricordò di quel che aveva risposto ad alcuni assessori che, proprio alla fine di quell’incontro culturale, gli avevano rimproverato di essersi lasciato andare con le promesse, che i soldi erano destinati ad altre cose, che lui lo sapeva fin troppo bene, e che loro non avrebbero consentito. “Ma erano parole, soltanto parole!” aveva replicato - “Di politica non capite una minchia, eh?”. Ne era seguita una fragorosa generale sghignazza-

ta. Se ne ricordò e rabbrividì. Non perché ora avesse cambiato idea, ma perché invece, sapendo che non l’avrebbe cambiata, crollava miseramente l’ipotesi della sua nobiltà d’animo. Infatti la prova certa che egli fosse un “animo nobile” era legata al mantenimento di una promessa che egli non avrebbe mai onorato. Tuttavia non volle ancora rinunciare al fascino di quell’ipotesi e tornò a ripetersi che, quand’anche non potesse considerarsi una prova fondamentale, proprio l’origine arcana di quel pianto equivaleva ad una manifestazione di nobiltà d’animo. In cuor suo, però, non riuscì a sostenere a lungo tale patetica ostinazione: poiché, non essendogli mai capitato prima un pianto di quel genere, gli risultava ben strano, ed anzi del tutto improbabile, che un individuo potesse diventare “animo nobile” improvvisamente a quarantasette anni. Quest’ultima considerazione fu un vero colpo di grazia. In lontananza, con un susseguirsi lievemente sfasato di rintocchi, gli orologi delle chiese battevano le due e un quarto e lui si trovava sul quel terrazzo senza risposte, avvilito e cupo, ormai senza sonno, con un cerchio alla testa, la fronte e le mani sudate nonostante che la brezza diffondesse un rinfrescante sollievo. Spossato da questi pensieri abbandonò le mani in grembo e avvertì lo sgradevole contatto con la massa umidiccia dell’addome, ripiegato in tre squallidi rotoli di tessuto adiposo. Quasi gridò dalla disperazione. Poi, superato il momento di acuto sconforto, si rimproverò di comportarsi da imbecille e di essersi lasciato irretire in quello scherzo maligno che la notte e la stanchezza giocavano contro i suoi nervi. Imprecò, cercando di darsi coraggio e scolpendosi nella mente questa asciutta riflessione: “Ma chi se ne frega dell’animo nobile… Sono il Sindaco, io. Non c’è niente che m’interessi e non riesca ad ottenere. Io qui sono il potere. Comando io”. Mentre così definiva le sue recuperate certezze, digrignando e sottolineandole con un pugno sul muretto, si rammentò di quella nota e volgare battuta che soprattutto i politici amano ripetersi reciprocamente e che riguarda, appunto, la loro spiccata predilezione per il comando piuttosto che per la copula. Diresse uno sguardo mortificato verso l’organo deputato alle esigenze di

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quest’ultima. Ma, sebbene fosse all’impiedi, il più spesso dei tre rotoli che gli foderavano la pancia gliene impedì la vista. Allora, quasi a voler verificarne l’esistenza, vi portò istintivamente la mano, per ritrarla però subito, indispettito e prostrato da tutte le stupidaggini che continuava a fare una dietro l’altra. Avrebbe voluto piangere di rabbia. E sarebbe stato opportuno: si sarebbe dissolta finalmente quella tensione che non riusciva a governare e che lo travagliava ormai da un’ora e mezza, sospingendolo con logorante alternanza al sommo di tonificanti euforie per sprofondarlo poi in abissi di tetra disperazione. Un pianto, sì. Un pianto liberatore. Un pianto voluto, che sentiva gorgogliare nel cuore ma che restava dentro, non riusciva a salire fino agli occhi. Un pianto desiderato e funzionale, da opporre al pianto di prima, inatteso e immotivato. Un pianto, soprattutto, abbondante e potente, capace come un fiume impetuoso di travolgere e trascinare lontano, sbriciolandoli e disperdendoli, quei pensieri che stavano avvelenandogli il cervello; di spazzare via quegli assurdi fantasmi che emergevano chissà da dove: brandelli di una sua rinnegata interiorità che stavano creando un insopportabile disordine negli schemi collaudati della sua gratificante esistenza. La metafora dei fantasmi annientò di colpo la ritrovata baldanza e si offrì quale nuova e plausibile chiave interpretativa del pianto per il quale sembrava non ci fossero spiegazioni. Ma sì, certo, quelle erano state lacrime di rimpianto, causate dai maledetti fantasmi che lo avevano sorpreso nella notte solo e impreparato. E che altro non erano se non i suoi stessi rimorsi: i rimorsi di politico cinico e disonesto, di cittadino incivile, di uomo sciatto e pusillanime, di marito egoista e disamorato, di genitore vuoto e disattento. Certo, certo, erano quegli schifosi rimorsi, per cui un povero cristo che si affanna tutto il giorno poi non può godersi i frutti del suo affannarsi. Anzi, come se non bastasse, non può nemmeno sentirsi in pace con se stesso.

g Giuseppe Calderone I dialoghi della ragione perduta, confronto alla luna 2013, pastello su carta, cm 31,5 x 22 A DESTRA


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l’IDEA

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l’INTERVISTA

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di Sisco Montalto Carmelo Amenta, carismatico bluesman siculo, è tornato qualche mese fa con un nuovo album, il secondo, dal titolo significativo, attuale e in linea con il personaggio, I gatti se ne fanno un cazzo della trippa. Uno spaccato di vita tremendamente reale ma anche e soprattutto una fuga dalla realtà sempre più marcia e una ribellione intimista. Un album dal sapore di vino e di fumo, elegante e graffiante allo stesso tempo. Dopo (e prima) un suo ultimo live, abbiamo scambiato quattro chiacchiere, sempre piacevoli quando si ha davanti un artista di sostanza oltre che una bella persona. Chiacchiere che sono finite in questa intervista. S.M. Carmelo parlami del tuo nuovissimo album: I Gatti se ne fanno un cazzo della trippa, secondo album dopo L’erba cattiva. C.A. È un album onesto, con suoni sinceri, ho utilizzato un linguaggio vicino a quello che uso normalmente. Sono davvero contento di aver inciso questo disco. Mi piace pensarlo come ad un disco di blues. Lo abbiamo suonato quasi tutto in presa diretta e abbiamo aggiunto pochissime cose in post-poduzione. Un modo di lavorare atipico di questi tempi in Italia. S.M. Come nasce il titolo e che significato ha per te? C.A. I gatti se ne fanno un cazzo della trippa perché hanno bisogno di amore, protezione e cibo per sfamarsi prima che di scatolette di marca. Insomma tutti noi ce ne facciamo niente del superfluo quando non abbiamo il necessario. S.M. I gatti se ne fanno un cazzo della trippa è un album con un sottofondo oscuro e sarcastico… Naturale ispi-

razione dei tempi difficili che viviamo? C.A. Quando ho finito di scrivere questo disco mi sono reso conto di aver composto una sorta di concept che tratta temi legati al triste momento storico che stiamo purtroppo vivendo. Ci ho messo in mezzo il mio strambo senso dell’umorismo. Non posso farne a meno. S.M. Quanto è difficile oggi realizzare la propria musica in Italia? C.A. È facile se fai musica e la proponi come se fosse un prodotto da su-

permarket e difficile se provi a scrivere canzoni buone senza porti il problema dell’eventuale riscontro. Insomma, la tendenza è quella di far musica solo per piacere alla stampa e ad un certo tipo di pubblico. Si trattano le persone come se fossero utenza e basta. Suonano tutti la stessa robaccia. Tanti miei colleghi dovrebbero trovare un lavoretto e mettere in discussione la propria presunta arte. Devo farlo anche io visto che non ho più soldi e devo pagar le bollette. Sento tanto parlare di rock, di pop di classe, di indie e sento solo musica leggera italiana per adolescenti problematici. Troppi vili tronfi di arrivismo a tutti i costi, ci sono in giro, e pochissime persone interessate a far musica per l’amore di farla . S.M. Che idea ti sei fatto della situazione musicale in Sicilia? Perché è così difficile suonare nella nostra regione? C.A. Troppe parrocchiette che fanno suonare solo i propri adepti; troppi organizzatori che monopolizzano i locali con i musicanti che sostengo-

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no; questi tizi interpretano il ruolo dei salvatori della patria ma in verità fanno solo i loro interessi a discapito di tutto il resto e tutti gli altri. S.M. Assistendo al tuo ultimo live ho notato che le canzoni suonano davvero bene in acustico. Quanto ti manca (se ti manca) però poterti esibire in elettrico, con tutta la band al completo? C.A. Mi è mancata la dimensione elettrica durante i live di supporto all’ERBA CATTIVA. I gatti in acustico rendono bene. Mi piace il live che proponiamo con due chitarre e voce. È intimista e rende al meglio l’idea di base del disco. S.M. È uscito da poco il video del secondo singoloVermi. Perchè hai scelto questi due pezzi (l’altro è Tutto è fuori posto sempre) come singoli? E come è nata l’idea del secondo video? C.A. Non si tratta di singoli veri e propri. Sono canzoni che meglio di altre, all’interno dell’album, si sposano con le immagini. Il merito del secondo video è tutto di Giuppi Uccello e Marli Uccello, le registe che hanno anche scritto la sceneggiatura. S.M. Riallacciandomi alla domanda precedente: come ti vedi nelle vesti di “attore”? E’ un ruolo nel quale sembri a tuo agio! C.A. Ahahahahahahah, non mi trovo affatto in quelle vesti... S.M. Stai lavorando già al nuovo album? C.A. Si. Ho già composto un bel po’ di brani. Sembrano belli. Non ti dico di più perchè al momento non ho le idee chiare neanche io. Beh, vado a farmi un paio di birre: grazie per la gradevole chiacchierata e a presto. Vi slinguazzo!! http://www.carmeloamenta.it/ http://www.facebook.com/pages/ Carmelo-Amenta/287319347995392


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Il realIsmo è l’ImpossIbIle di Walter Siti Nottetempo editore | 2013 | pp. 81 Walter Siti, innanzitutto. Per chi non lo conoscesse è utile dire che è stato un accademico, storico della letteratura, ha insegnato a Pisa ed ha curato la pubblicazione delle opere di Pasolini. E’ anche un romanziere, tra i suoi titoli ricordiamo Scuola di nudo, L’ossessione e il suo ultimo Resistere non serve a niente, che ha avuto anche un discreto successo di vendite. Fatta questa veloce premessa sull’autore, andiamo al piccolo saggio qui recensito. Il tema è il realismo, in letteratura e nell’arte in generale. Argomento impegnativo ammette lo stesso Siti in una nota finale, affrontato però con piglio non filologico, fuori dalle preoccupazioni accademiche e quindi in modo personale e fluido. Il libro infatti è dotato di una certa immediatezza e freschezza di stile, frutto com’è di testi elaborati in occasione di interventi pubblici nonché macerati nel laboratorio della sua personale poetica, quale distillato del suo esercizio di scrittura. Questo ne garantisce una leggibilità più diretta ma anche una più credibile efficacia di proposta. Rivolgiamoci subito alla sua tesi di fondo. Dice Siti proprio all’inizio: Il realismo, per come lo vedo io, è l’antiabitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato - che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale - mette in dubbio quel che Nabokov (nelle lezioni di letteratura) chiama il “rozzo compromesso dei sensi” e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita informe e impredicabile. Già da questa dichiarazione entriamo dentro le “ragioni” di una poetica dell’impossibile. Non a caso Siti cita il famoso quadro di Courbet l’origine del mondo, che raffigura un primo piano, scandaloso per quei tempi, del sesso femminile. Jacques Lacan, suo ultimo proprietario, lo teneva nella sua casa di campagna, nascosto sotto una tela di Masson. Racconta Siti che picasso, alla vista di quella scena dipinta nella crudezza inusitata dei particolari anatomici, abbia esclamato, do-

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po un lungo silenzio, soltanto queste parole: “la realtà, è l’impossibile”. Concentriamoci su questa impossibilità, a dire il vero più consona al sentire di Lacan che a quello di Picasso. Essa è centrale, non solo perché è presente nel titolo del saggio (Il realismo è l’impossibile, ricordiamolo) a guisa di suo emblema riassuntivo, ma anche perché risuona in questa stessa impossibilità tutta un’eco culturale tipica del novecento, che va da Bataille a Didi-Huberman, e quindi ai nostri giorni (si pensi alla immagine-strappo di quest’ultimo) passando per Lacan. Il realismo di Siti non è tanto l’adeguazione dell’arte alla realtà, non è arte mimetica, ma piuttosto esso consiste in quella smagliatura della realtà in grado di cogliere “il reale”, cioè quella “cosa” conturbante che ci mette in contatto con la scabrosa indicibilità della vita nuda. Del godimento osceno e senza legge, direbbe Lacan. Potremmo parlare di antirealismo anziché di realismo. Da questo punto di vista, lo strappo è una sorta di “vuoto d’aria” della percezione. E’ un’esperienza pulsionale perché, non essendo preparati a viverla, ci prende di soprassalto spalancandoci un inconscio selvaggio. In esso, nello strappo, si manifesta l’abnorme, l’esorbitante ed assoluto, rispetto all’addomesticato universo simbolico delle immagini giornaliere e rassicuranti. Il realismo porta dunque con sé qualcosa di mostruoso, anarchico, senza legge e senza canoni predefiniti. Esso anzi è effrazione di tutti i codici e canoni. E’ una sporgenza sul bordo di un pozzo nel cui fondo ribolle stupore estatico ed elettroschock dei sensi. E basti pensare alle foto di uomini nudi ingioiellati, le cui pose sono costruite con maniacale perfezionismo dal decadente desiderio omo-erotico del protagonista del romanzo intitolato L’ossessione, per capire come lo stesso Walter Siti utilizzi il potere destabilizzante del realismo nel dispositivo narrativo dei suoi romanzi, per il resto imbastiti secondo un linguaggio crudo e scontornato di inutili orpelli retorici. L’autore ci mostra molti esempi di realismo soprattutto estrapolati dal romanzo moderno e contemporaneo, con qualche veloce incursione nella pittura. Ci racconta che il realismo dà prova di sé soprattutto nella contemplazione narrativa dei dettagli, che tanto più sono inutili, cioè non funzionali al racconto, quanto più sortiscono un maggiore “effetto di reale”, come Barthes definisce il barometro che nella novella di Flaubert Un cuore semplice è appeso alla parete del salotto di madame Aubain. La presenza muta, realistica del dettaglio inquieta nella sua perentorietà insignificante. Eppure proprio per ciò, per questa ottusa persistenza, assurge feticisticamente a simbolo di verità superiore e spiazzante. La prospettiva qui si intride di significati psicanalitici e filosofici. L’impossibile, come dicevamo, è uno dei modi in cui il pensiero contemporaneo ha misurato i suoi limiti conoscitivi quando i valori culturali appartenuti ai sistemi idealistici del passato erano divenuti ormai inservibili. Affermando e negando nello stesso momento questi valori un tempo ritenuti universali, una certa corrente di pensiero ha giocato sul filo del paradosso, cioè della loro decostruzione problematica. In altri termini, gli ideali della tradizione sono stati riproposti per essere però depotenziati e desublimati sotto il fuoco di una critica demolitrice che avvolge questi stessi ideali nel velo ironico dell’aporia, della contraddizione irrisolvibile, del controsenso inaggirabile. In tale contesto, l’armonia delle forme viene sì affermata, per essere tuttavia negata in quanto superficie da lacerare per disvelare l’informe della “realtà” . Ma qui subentra allora l’impossibilità dell’esperienza, poiché, ci suggerisce Massimo Recalcati, approssimarsi troppo al centro incandescente della “cosa” del reale, precipitare nel suo abisso, vuol dire azzerare ogni distanza, bruciando qualsiasi sentimento estetico. Siti in fondo ce lo conferma tale recupero impossibile delle certezze estetiche del passato, su cui si posa la diffidenza ironica del suo sguardo, quando ci dice che l’effetto di straniamento del realismo è passeggero, la sua portata è storica. E qui, si badi bene, non stiamo parlando più di valori assoluti dell’arte, ma di strategie, di tecniche di scuotimento dalla passività del già visto. Ogni epoca si è assuefatta al realismo che l’ha preceduta. E dunque, afferma sempre Siti, il registro degli effetti di realismo va continuamente aggiornato, pena il suo scadere nella stereotipia, nella maniera, nel genere. Dopo il successo di Gomorra fu tutto un fiorire di libri pseudo realistici su mafia e camorra. Va da sé che anche il più potente detonatore di squarci di realismo si presta a trapassare in banale mortaretto, innocuo e collaudato, se replicato in un format. D’altronde non si può tirare un sasso due volte alla stessa finestra. E’ evidente allora, affermiamo noi, che questo relativismo, questa rapida usura del tempo, sottomette il concetto di realismo così inteso all’immanenza capricciosa delle “oscillazioni del gusto”, esponendolo così ad un indebolimento nella sua generale potenza di valore, nella sua tenuta ideale. In poche parole, il realismo, in quanto poetica della realtà infinita informe e impredicabile, si dibatte in una sua costitutiva impossibilità. Per ciò la sua portata conoscitiva ne risulta diminuita. Inevitabilmente anche la sua pretesa di rivelazione dell’assoluto ineffabile ne esce ridimensionata. Il realismo è impossibile, dunque, anche per delle ragioni che Siti adombra senza però affrontarle apertamente, ma che alla prova dei fatti sono decisive. Ossia, è impossibile perché esso in fondo è un ideale mancato, un’aspirazione sempre rinnovata, un’intenzione soggetta al cambiamento degli stili e della sensibilità delle epoche. Se si vuole ribaltare tale assunto, se si vuole

l’APOSTROFO

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disconoscere l’instabilità dell’ideale, la sua precaria sussistenza, bisogna allora essere all’altezza di un compito titanico, divinatorio, in linea con una visione dell’artista veggente, dotato di poteri oracolari, capace di sostenere lo sguardo della medusa senza esserne pietrificato. Una concezione romantica, questa, oppure se si vuole sciamanica e atemporale, per molti versi superata e dunque anche per questo motivo impossibile. Insomma, a riproporla, il rischio è di precipitare in una mistica dell’arte. Ma Siti, appunto, non rincorre il nocciolo della sua poetica su vette così vertiginose, parla piuttosto, molto più sommessamente, di effetti di reale. Anche se occorre dire che con Siti siamo ancora dentro una paradossalità tutta novecentesca a fronte della quale alcuni indirizzi dell’arte contemporanea si rivelano come uno scompaginamento di questo quadro tutto sommato ancora riferito a categorie legate al culto idealistico dei valori assoluti, sia pur ormai svuotati di forza universale e testati sulla contingenza dell’impatto. In fondo la tendenza al discorso sociologico, alla teorizzazione esibita, sfrontata e in prima persona portata avanti, senza mediazioni, dagli artisti contemporanei, si pone come rottura e negazione delle ultime propaggini di questa genealogia ancora metafisica, rabdomantica dell’arte. Nella disinibita pratica artistica di oggi, l’apparato interpretativo che accompagna le opere si presenta sempre più personalizzato e indipendente (poiché indifferente) rispetto alla storia dell’arte. O forse è meglio dire che al centro del lavoro dell’artista si impone lo squadernamento del potenziale offerto da tutti gli stili della storia dell’arte. La simultaneità è da intendere come discontinuità con l’arte intesa nella sua direttrice evolutiva, anche nella versione di utopia liberatrice. Siamo così dentro la prospettiva nella quale il bello è ciò che crea comunità, al di là della sua definizione, per dirla con Vattimo. E dunque siccome la comunità si fonda sull’immanenza dell’agire comunicativo, al lampo creativo del genio si sostituisce la discorsività persuasiva dell’artista contemporaneo. A valere è il suo saper dire, nel senso corrente del termine, che va oltre il suo saper fare. E’ il trionfo di un’arte “prosaica”, intesa come sua attitudine ad essere prioritariamente descritta in prosa, in concetti, in argomenti filosofici ed esperimenti psicologici, dismettendo la sua aura più propriamente metafisica ed arcana. E dunque abbassandosi alla contingenza del linguaggio sociale, all’occasionalità dell’effetto, alla perdita di consistenza d’essere. Ma qui siamo già oltre Siti, o meglio, in un diverso “realismo”. Mario Guarrera


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l’ASCOLTO

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Permettetemi il gioco di parole, ma Incerto è caratterizzato da un sound assai deciso; Il volo invece scorre un po’ troppo lentamente e non lascia nulla all’ascoltatore. Se Modugno si dipingeva le mani e la faccia di blu, gli Abulico invece, decidono di andare a capo, e colorare i pensieri, ultimamente, spesso, in bianco e nero. È il giusto approccio per affrontare questo bianco inverno. Annalisa Pruiti Ciarello

abUlICo

Il colore dei pensieri Se nell’album di debutto ci avevano deliziato con brani in lingua inglese, questa volta gli Abulico pubblicano un album in lingua italiana: Il colore dei pensieri è come fare marcia indietro fino alle proprie origini, e come ricolorarsi la faccia dopo aver spazzato le malinconie del precedente album (Behind). Le emozioni che hanno accompagnato la band campana sin dall’infanzia, oggi si fanno concrete, infatti le nove tracce profumano di cose semplici, sogni mai svaniti e ricordi oramai lontani. Ma a dispetto del singolo che anticipa l’album (Fragile) nulla sta in bilico, anzi Il colore dei pensieri è la presa di coscienza di quattro giovani che ancora sperano in un cambiamento. Sin dalla prima traccia Colorare i miei pensieri, una pseudo titletrack, è chiara la direzione degli Abulico, cresciuti all’ombra di band quali i Ministri, Amor Fou, Moltheni, con i quali hanno condiviso numerosi palchi, durante la presentazione del Behind tour. Più freddo di così si muore, in contrapposizione con il titolo, Colpa del ghiaccio, le atmosfere strumentali sono assolutamente calde e cariche di pathos. Autunno 72 (un architetto) per varie ragioni la sento vicino, il brano è imperniato sulle incertezze, ma il mood ipnotico e i contenuti dal sapore vintage la rendono un brano innegabilmente attuale, senza dubbio il più riuscito dell’intero album. Si cresce, si cambia pelle e pure etichetta discografica, e ritornare a tre anni di distanza dal primo album è la dimostrazioni dell’impellenza comunicativa e la conseguenziale voglia di raccontarsi. Cambiano pure le tematiche, questa volta gli Abulico assumono toni seriosi accompagnati da un tappeto melodico delicato e forse poco incisivo (Il tempo e le scelte).

http://www.facebook.com/abulico?fref=ts http://www.abulico.com http://bit.ly/itunes-abulico

mICHelaNGelo maraGlINo I mediocri Cantautore attivo dal 2005, scrittore e fondatore dell’interessante progetto dell’etichetta LA FAME DISCHI, Michele Maraglino; tarantino di nascita e perugino d’adozione, giunge al suo primo vero esordio sulla lunga distanza. I mediocri, dopo l’interessante e.p. del 2010 intitolato Voglio solo che ti diverti, e il riuscito esperimento lowfinon pop punk di LoveyourSelFirst. Accompagnato in studio da amici fidati nella classica formazione chitarra-basso-batteria e poco altro, questo esordio si snoda attraverso le nove tracce che seguono un discorso quasi concept, affrontando il tema della mediocrità dei nostri giorni, delle nostre vite,del tentativo quasi sempre fallito di uscire dalla routine,di affrontare un presente balordo e ingiusto che schiaccia i sogni e le ambizioni, donandoci solo fugaci, fuggevoli e apparenti momenti di sollievo, in una società contemporanea che mostra sempre più crepe e ribalta la scala dei valori. Un lavoro diretto, essenziale, senza tanti orpelli o ridondanze, un amico che ci parla dritti al cuore, senza girarci tanto intorno, un’amara e disillusa fotografia del nostro presente . Si tratta di cantautorato

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pop-rock che sa essere leggero e frizzante (Umida e Vienimi a cercare) oppure polemico e deluso (la contagiosa Verranno a dirti che c’è un muro sopra e la quasi punk Lavorare gratis). La toccante e intensa Taranto affronta con parole dolorose l’attuale situazione della città pugliese, salita alla ribalta delle cronache nazionali in questi ultimi tempi, mentre L’aperitivo descrive il rituale alla quale nessuno o quasi riesce a sottrarsi. Vita mediocre e’ una dichiarazione d’intenti, quasi un manifesto, che omaggia velatamente Dario Brunori. C’e’ anche spazio per le tentazioni surf-tarantiniane di Pensavo di morire,probabilmente uno degli episodi migliori insieme alla già citata Taranto. L’album si chiude con la ballata acustica Tutto come prima che tira un po’ le somme e racconta l’incapacità o la mancanza di stimoli per cambiare il nostro presente. I MEDIOCRI e’ un esordio che fa della semplicità il suo punto di forza, che dà la precedenza all’urgenza comunicativa e alla voglia di esternare un dilagante disappunto per la nostra attuale situazione. Se volete che faccia qualche nome per tracciare delle eventuali coordinate vi accontento subito. Direi un pino Marino più ruspante, un Dario Brunori meno sgraziato... con la foto di Rino Gaetano dentro al cassetto del comodino. Salvatore La Cognata

easT roDeo Morning Cluster Quando anni fa una mia cara amica, che non vedo e sento da tempo, mi fece ascoltare per la prima volta gli East Rodeo (credo fosse il duemilasei o duemilasette), per il fatto che li conosceva di persona e me ne raccontava alcuni retroscena, rimasi piacevolmente colpito dalla loro personalità e commistione di suoni. Essi andavano dal burlesco, ai ritmi slavi, al rock di matrice zappiana, crimsoniana e da influenze alte come Cage e Stockhausen. Oggi, per puro caso e perché ho in mano il “nuovo” lp (per la verità già uscito nel mercato croato nel duemila undici) della band, mi ritrovo a pensare a quei giorni e a scrivere una recensione che va al di là, diciamo, di quelle scritte fino a oggi; la no-

stalgia, sigh! Il gruppo nasce nel duemiladue dalle forze creatrici dei fratelli croati Sinkauz (Nenad e Alen), e insieme ad altri musicisti nel duemilaquattro portano al compimento Kolo, loro prima uscita discografica. Poi nel duemilasette con un significativo cambio di line-up (entrano Alfonso Santimone alle tastiere, all’elettronica e al programming e Federico Scettri alla batteria), al tutt’oggi stabile, fanno uscire Dear Violence. Per Morning Cluster il discorso riprende da lì, e cioè stiamo parlando di un album ricco d’influenze e ricerca, dove da un lato possiamo scorgere dalle fibre delle composizioni delle solide basi math-rock, noise, post-rock e se vogliamo anche del jazz (indubbia conseguenza degli studi di alcuni dei componenti) parliamo per esempio di pezzi come Trom, Mrs. Cluster o Re: Trom. Dall’altra parte, invece, ci sta la personalità più sperimentale del quartetto, ovvero le tessiture elettroniche e programmatiche (939 Hz, Ballad Of LC, Brod) che con le loro fitte ragnatele di suoni delineano un ascolto più avvincente ma sicuramente non facile, ma man mano che gli ascolti si fanno più numerosi rendono l’insieme più vicino e chiaro alle nostre meningi. Un altro aspetto decisamente da non sottovalutare sono le composizioni dove vi è una leggera ma decisa estrinsecazione della voce. Per l’appunto la band in questo album si è avvalsa di significative e importanti collaborazioni dal panorama indipendente internazionale e italiano. Difatti, sono proprio i pezzi dove i nostri musicisti si avvalgono di “featuring” in cui la voce esce la testa dal turbinio squadrato degli strumenti. Per intenderci, stiamo parlando di nomi come Marc Ribot (Tom Waits, John Zorn, Lou Reed, ecc.) in Crin Gad, Straws In Glass e American Dream, Warren Ellis (Nick Cave and the Bad Seeds, Dirty Three) in Step Away From The Car e Last but not the least, Giulio Ragno Favero (Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man) alla produzione e coltelli in Straws In Glass. Che dire più? Ah, grazie amica cara. Paolo Finocchiaro http://www.myspace.com/eastrodeo https://www.facebook.com/pages/EastRodeo/267172961276

East Rodeo l

l’ASCOLTO

Rubrica a cura di Clap Bands Magazine


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maggio - ottobre 2013 free press

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l’AREASPECIALE

Vittoria spazio Gallenti

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di Lorena Rapisarda Stilisticamente diversi. Così titolava la mostra conclusasi lo scorso agosto allo Spazio Gallenti di Vittoria (RG). L’esposizione, inaugurata l’8 giugno dell’anno corrente, era inserita in un più ampio progetto culturale predisposto attorno al Vittoria Jazz Festival, manifestazione musicale di prestigio giunta quest’anno, sotto la direzione di Francesco Cafiso, alla sua sesta edizione, motore e traino di occasioni d’arte collaterali che per tutta la sua durata e più animano, annualmente, la cittadina ragusana. Si tratta di mostre distinte, progettate e coordinate da Edonè - Arte Viva Club in colaborazione con Narciso Arte Contemporanea, che presentano al pubblico eterogeneo opere e di artisti del 900 già storicizzati e di artisti più strettamente contemporanei, ma ben radicati nel territorio, accomunati dalla provenienza sicula pressoché esclusiva e dalla unanime matrice figurativa. Un circuito quindi che mira a valorizzare il patrimonio espressivo riconosciuto e consolidato, svincolandosi dalle briglie dell’evento locale e circoscritto per aprirsi al confronto. Tre sono dunque gli spazi allestiti. 4 pittori per dire Sicilia, inaugurata presso la Galleria Edonè, espone lavori di Caruso, Fiume, Guttuso, Migneco. Lo Spazio Scriveres propone, invece, una retrospettiva di Jean Calogero, maestro surrealista siciliano vissuto a lungo a Parigi, non ancora sufficientemente valorizzato. Stilisticamente diversi, una mostra d’arte in tutte le sue forme è l’esposizione d’arte di fattura siciliana più propriamente contemporanea, allestita presso lo Spazio Gallenti. Come anticipa l’intestazione promozionale, si tratta di una collettiva che coinvolge artisti diversi per medium e stile appunto, i quali non appartengono a nessun movimento, a nessuna corrente etichettata che ne fa gruppo compatto e rintracciabile. Si tratta di pittori, scultori e fotografi, forme d’arte tradizionali, più facilmente comprese da un pubblico non specialista: Calusca, Cugnata, D’Andrea, Di Modica, Iacono, Napolitano, Sorbello, Virgadaula, Vadalà. Il titolo pone l’accento sulla diversità dacché non si tratta di opere realizzate specificatamente per la mostra

in oggetto, edificate quindi a partire da un soggetto dato a priori che canalizzasse l’ispirazione lungo i propri binari, sebbene accordando una certa libertà interpretativa, ma di una collezione che, com’è noto, segue piuttosto il sentire e l’intuizione del mecenate, che qui coincide con il curatore, Giovanni Bosco. Senza voler a tutti i costi trovare un minimo comun denominatore, osservando le opere esposte, colpisce il modo in cui ciascun artista definisce e commenta lo spazio artistico. Spazi colmi di vuoto. Di assenze. Indistinte, impersonali, fredde queste scenografie stordiscono seminando nello spettatore una sottile apprensione. Diversi i modi, diversi i protagonisti della scena, medesime le percezioni suscitate. Non potendo qui, però, per esigenze editoriali, analizzarle tutte e descrivere le peculiarità di ciascuna, dedicherò la mia requisitoria ai tre artisti che più emblematicamente compendiano quanto precedentemente detto. Gli spazi metropolitani ritratti da Alfio Sorbello si configurano come non-luoghi, dispersivi e inospitali. Porzioni senza storia, senza memoria, alienanti spazi di transito che logorano fiacchi pedoni come case sul mare. Gamme cineree, ora più ora meno cupe, abbozzano ponti, strade, automobili in coda, navi che attraccano, aeroplani, gru, impalcature. Interrompono la tavolozza d’asfalto i toni accesi di un semaforo, congegno meccanico che pàusa la vita moderna. L’artificio predomina, s’impone per estensione, occupando gran parte della superficie della tela. La veduta dal basso schiaccia, comprime, seppellisce lo spettatore il cui sguardo cerca ossigeno fra quei rari frammenti di cielo, plumbeo e sanguinante, che si fanno spazio tra grattacieli svettanti. La presenza dell’uomo non è contemplata. Perlopiù assente, lì dove si affaccia, quest’ultimo appare ridotto a modellino, sottodimensionato e sottomesso alla presenza incombente del cemento che, come magma, tutto distrugge. La sua figura non è che unità di misura funzionale all’esibizione dei massicci volumi che lo accerchiano. Il suo declino è chiaramente espresso dalla rimozione dei tratti, dei caratteri; si tratta di sagome, automi, ombre indistinte che muovono nella stessa direzione: verso il nulla. Il suo sopravvento sulla natura ne ha decretato la condanna, l’estinzione. Senza voler fare del catastrofismo, i paesaggi urbani di Sorbello non hanno niente di visionario o di profetico, mostrano piuttosto la realtà quale già è per effetto di una speculazione edilizia galoppante che giorno dopo giorno ingurgita a morsi profondi il sistema terra. Una critica quella dell’artista santaverinese simile a quella di Luigi Rabbito, artista ragusano precocemente scomparso e celebrato appena un anno fa al Palazzo della Cultura presso la Corte Mariella Lo Giudice di Catania, (mostra a cura di Mercedes Auteri; n.e.), la cui critica al consumismo porta “i segni” degli oggetti consumati, con un retrogusto tristemente pop. Nei paesaggi di Sorbello è del tutto assente la fascinazione rispetto ai brulicanti spettacoli notturni of-

ferti dalla metropoli, con le sue insegne, le vetrate accese, i fanali delle automobili, come avviene, di contro, nelle magnifiche sequenze di Collateral, lungometraggio di Micheal Mann, per citare un esempio cinematografico, o nelle tiepide e concilianti vedute di una NY anni ’50 del pittore milanese paolo paradiso. In Sorbello c’è mortificazione e nient’altro. Agli scenari esterni, pubblici e impersonali di Sorbello si contrappone l’intimo ed il privato di Calusca, in un’accezione, come vedremo, singolare. Lo spazio è interpretato dall’artista acese in maniera solo apparentemente realistica. Quel che ci viene mostrato è un interno borghese: le pareti bianche di una stanza, il rivestimento in parquet. Ma non è che un’impressione. Incerti e disadorni, angusti e, al contempo, spropositatamente dispersivi, questi vani soffocano l’osservatore, lo comprimono in una morsa, quasi che le pareti, approssimandosi fatalmente le une alle altre, tendano a congiungersi. Sono spazi claustrofobici, accentuati talvolta da formati oblunghi, dove la luce non penetra. Non ci sono porte, finestre che affaccino sull’esterno guidando così lo sguardo in direzione dei fasci luminosi. L’interesse è SOPRA h Calusca V45 - la stanza dei giochi | 2001/06 olio su tela, cm 60 x 60 A SINISTRA f Calusca V83 - seduta vanitosa | 2008 olio su tela, cm 200 x 150 (particolare)


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tutto per l’interno. Una luce diffusa rischiara la scena; potente come un neon non crea quasi ombre. L’aria non sposta le tende, non gira le pagine di un libro. Qui non si respira, qui si vive in apnea. Non ci troviamo con Calusca sul piano della realtà quale noi la intendiamo. è lo spazio dell’inconscio. La prospettiva corre rapida sulle scricchiolanti assi di legno che aprono varchi. Ripido il pavimento esige la fatica della scalata. Un percorso arduo e imponderabile quello che attende chi si affaccia dentro di sé. Queste stanze sono gabbie in cui l’individuo vive in cattività, come un uccello variopinto rassegnato a voli

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confinati. Aperte su di un lato, il nostro di osservatori, quei luoghi un tempo intimi e segreti sono adesso invasi, spiati, diventando quindi ostili. Protagonista una seduta, soggetto caro all’artista, che occupa egocentricamente il centro della scena. La sua corporeità ingombrante e silenziosa prefigura, di rimando, il grande assente che qui dovrebbe sedere, l’artista, in maniera più incisiva forse che non in sua stessa presenza. La poltrona - simbolo del potere, della brama di riuscire, di emergere e per questo traguardo metaforico della scalata in società - si configura co-

me un autoritratto a pieno titolo: l’artista innesca un meccanismo di proiezione con la seduta broccata, confortevole nelle sue imbottiture ricurve che, causa l’ininterrotto stazionamento, sprofonda tra le pieghe di legno, traducendo alla lettera un celebre verso di Baudelaire: des divans profonds comme des tombeaux. Spazi astratti sebbene occupati da forme riconoscibili e riconducibili a specifiche funzioni. Inverosimili e paradossali, a questi luoghi dell’inconscio l’artista accede attraverso libere associazioni. Una dimensione onirica, ironica a volte, inquietante tal’altre, che spiega la combinazione

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di accessori ed elementi appartenenti a sfere di significato diverse e inconciliabili, contaminazioni che ricordano esplicitamente la nota frase del poeta Comte de Lautréamont, sintesi del movimento surrealista: bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio. Ecco che, sotto questa nuova e diversa luce, in V83 -seduta vanitosa, una poltrona si doccia inabissandosi oltre il piano orizzontale. Legittimamente. Arturo di Modica gioca, invece, con lo spazio reale in maniera raffinata e inconsueta. Di Modica, nato a Vittoria, si trasferisce negli anni ’70 a So-


ho, partecipando a quello straordinario fermento che a partire dal decennio precedente vedeva artisti, oggi leggende, trasferire in fabbriche dismesse e vecchi capannoni abbandonati i propri atelier, facendone, da degradato quartiere nella periferia di Manhattan, uno dei più alla moda e costosi di NY. Gli anni, per intenderci, di Leo Castelli, l’italiano che inventò l’arte in America (Allan, 2007), il quale promosse e sovvenzionò squattrinati artisti che, grazie ad un’abile strategia di mercato, vantano oggi le più alte quotazioni. I tori sono soggetti peculiari dell’artista ibleo, a cui egli deve la sua fama

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internazionale. Galeotta fu la caduta della borsa di Wall Street del 1987 che gli offrì lo spunto per la sua opera più nota, Charging Bull,un toro colto nel momento di massima tensione che precede la carica, ben due volte e mezzo le dimensioni di un toro in carne ed ossa, oltre tre tonnellate il peso, autofinanziato interamente dall’artista (350.000 dollari ca.) che nel 1989 lo collocò abusivamente nottetempo nei pressi della NY Stock Exchange. Andando contro la tragica evidenza, quello di Di Modica voleva essere un gesto di ottimismo, un augurio di prosperità dacché, spiega l’artista durante un’intervista, il

toro è simbolo di un mercato solido, in rialzo, diversamente dall’orso. Ecco come nasce la celeberrima scultura icona della borsa stessa, oggi conosciuta e imitata in tutto il mondo. L’artista ha istallato di recente (2010) un altro dei suoi tori a Shangai, officiando così il dinamismo dell’economia cinese. I protagonisti delle sculture esposte nello Spazio Gallenti sono ancora una volta tori identici tra loro, in scala assai ridotta e decrescente, l’uno posto a fianco all’altro. Quel che è interessante di quest’ennesima variazione sul tema, è l’uso dei materiali traslucidi e riflettenti impiegati per rea-

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lizzare le sculture che perciò imprimono sulle loro superfici lo spazio che le stesse occupano. I tori che si affiancano riducendo progressivamente le grandezze creano l’effetto di specchi posti l’uno di fronte all’altro: ogni cosa pare che, replicandosi all’infinito, si allontani via via. Ma il gioco di Di Modica non si arresta e l’artista vittoriese adagia le sue sculture su piedistalli rivestiti sulle sommità di specchi, i quali moltiplicano ulteriormente le presenze, così da mescolare i contorni dei singoli manufatti, ciò che materialmente è e l’effimero riflesso. L’esito è - anche in questo caso, sebbene in un’accezione differente - uno spazio che nega se stesso, frantumandosi e disperdendosi. La perdita delle coordinate spaziali, determinata dai piani lucidi e guardanti, crea nell’osservatore uno scompiglio che gli impone un’attenzione maggiore. E proprio quei riflessi inaspettati che lo inglobano nell’arte potrebbero avere su di lui un effet. to perturbante. lorenarl@libero.it

IN QUESTE PAGINE ALCUNE VEDUTE DELL’ALLESTIMENTO CON OPERE DI:

h Arturo Di Modica l Luciano Vadalà A PAGINA 28 IN ALTO j Alfio Sorbello Organizzazione arteviva@live.it

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Acireale Galleria art’è

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di Rocco Giudice

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29 settembre | 30 novembre 2013

È in corso di svolgimento ad Acireale, presso la galleria Art’è, una mostra di opere di Giulio Catelli e di Alessandro Finocchiaro, a cura di Calusca e di Gianni Longo, al quale si deve anche la presentazione in catalogo. Inaugurata il 29 settembre, la mostra, che si protrarrà fino al 2 novembre, è posta sotto il titolo Le verità taciute. Al di là di quelle perspicuamente colte da Longo - di un figurativo, cioè, che si muove lungo la mobile frontiera fra non visto e visibile -, una verità non detta o su cui si vorrebbe ritornare è quella per cui la pittura figurativa, pur senza mai smettere di costituire una presenza imprescindibile, sembra relegata a un ruolo minoritario rispetto a altre espressioni dell’arte contemporanea, fra performance e impiego più o meno oculato e massiccio di tecnologie vecchie e nuove. Né le cose sono così pacifiche anche all’interno dello stesso ambito di riferimento: che non è rimasto inerte, del resto, alle sollecitazioni più varie. Già Sironi deplorava la pittura di paesaggio perché, sosteneva, ostacolava la pittura di figura e costituiva una riserva nella disponibilità di un lirismo a portata di pennello1: una sorta di sentimento ‘naturale’ da scovare nelle cose che lo hanno custodito per noi con una dedizione che (necessariamente) non si aspetta gratitudine e perciò (e tuttavia), riesce a turbare e a commuoverci. Diffidenza infondata, nel caso di Giulio Catelli e di Alessandro Finocchiaro, che solo raramente, nei loro dipinti, trovano un posto alla presenza umana2. Ribaltando l’ammonimento di Sironi, si potrebbe dire che essa ostacoli, una espressione svincolata da ogni imperativo, in ultima analisi, extra-artistico, anziché risolvere autarchicamente le tensioni più proprie e quelle reperite nei dintorni senza cercare vie di uscita da difficoltà, come dire, oggettive. Al di là dell’autonomia che ritroviamo nelle soluzioni di stile, nei rimandi fatti di affinità e dissonanze, di eteronomie e analogie, tematiche, ma non solo (niente gialli, abbasso l’arancione e bando al rosso3!), in Finocchiaro e Catelli sembra trattarsi di qualcosa di

più che una scelta di testa o di una delega a pulsioni che saltino o impongano mediazioni o al contrario, clausure autoreferenziali di poetica e di pratica utilità di una scelta di campo concretamente verificata. Identica è la tecnica, olio su tela; lo stesso vale per l’apertura d’obiettivo, focalizzata su misure che decantano ogni pretesa, in prima istanza, ‘sentimentale’. Soprattutto, contano, queste prospezioni, proprio perché non è detto rientrino nelle genealogie in cui iscriverle - da Morlotti a De Staël a Varlin: e da qui, nel caso di Finocchiaro, a vele spiegate verso Rotkho (come è più evidente in Sentiero all’Irminio, che risale al 2000; più recente, Mattino, del 2013). Entrambi sono artisti per i quali la pittura è un organo di senso in più o una seconda pelle che “sente” il mondo prima di vederlo: peso, ruvidezza, temperatura; la consistenza tutt’altro che cedevole di un’ombra come la piena assertività del timbro in estensione e spessore; la forza con cui si incide un contorno o il vuoto che lascia, concedendo o negando spazio e profondità, dando e togliendo continuità a profili e superfici, compressi o dismessi fino a giungere o a sfiorare, per altra e (forse) meno agevole via, gli esiti dell’Astratto e dell’Informale. La pittura, insomma, che non è semplicemente cosa da vedere - per giunta, cose mille altre volte viste -, ma un modo di vedere la realtà: e fatto non meno importante, di essere una realtà come nessun’altra. Un autoritratto della viva voce con cui ogni cosa ci parla - meno di sé che del mondo in cui si trova una realtà che ci è posta di fronte, come può esserlo un interrogativo venuto da lontano a cercarci fin nelle cose in limine alla nostra soglia di attenzione. Mentre Catelli si immerge nel paesaggio con l’intensità di Giorgio Morandi: nessun fantasma di interiorità sovrimpressa, i contrasti cromatici possono essere tutto, meno che oscillazioni chiaroscurali atmosferiche, perché la luce è nelle cose,

una risonanza tradotta in un ritmo di linee, di livelli di profondità e di spessori o variazioni più impalpabili, di respiro. Le distanze addensano le forme e aggregano i dettagli di una visione analitica: tutto vi sussiste in una prossimità subito satura di luoghi impercorribili, in cui prende a sfrangiarsi l’uniformità dello spazio. Anche la luce potrebbe frapporsi in un corpo a corpo in cui l’oggetto e lo sguardo si compenetrano in prima persona, con tutto il senso che questo termine assume in una stesura così densa e stratificata, laddove la forma è stata riassorbita in blocchi omogenei che trattengono a forza lo sguardo che vorrebbe scavalcarli. La fisionomia delle cose, nella luce che vi è decantata così che i corpi assumono solidità geologica, qualità tellurica, si dà nel vario, alterno ‘paesaggio” che non consiste o non dipende, innanzi tutto, dal raggio di osservazione, ma è fatto di proporzioni e di accostamenti, in cui il ritmo prevale sull’immagine e più ancora, sulla figura. Da questo punto di vista, fra i lavori proposti da Catelli sembra più significativo, anche per la sua (pur relativa) atipicità, Al parco, 2013: una scena di massa, laddove all’artista non interessa caratterizzare i figuranti sotto il profilo drammatico, cioè, di un’azione in corso o sospesa, per dirci ciò che fanno o possiamo aspettarci facciano, in modo da giustificarne la presenza. A Catelli i soggetti interessano in quanto coinvolti in un contesto dinamico. Non intende individuarli singolarmente, quanto determinarne la funzione nel configurarsi della scena: e in tal senso, la figura e la forma non sono


importanti per il contenuto iconico, ma per il loro valore plastico; non per il potenziale eidetico, ma per la densità interamente e invincibilmente fisica. Perché? Perché Catelli vuole determinare, più che l’anatomia dei corpi che vi sono collocati, la morfologia dello spazio che essi mutuamente definiscono: egli è indotto a privilegiare l’articolazione di spazi che nessuna prospettiva può dominare, dove persone e particolari vanno colti uno per uno, ma dopo che l’artista ci mostra in unica soluzione l’immagine vista nelle sue strutture essenziali, nei suoi riferimenti di massima (e di massa) e coordinate visive. Proprio questa consapevolezza impone a Finocchiaro la sua circospezione riguardo la presenza umana. C’è un gusto quasi cinematografico, in Finocchiaro, che lo porta a prediligere le “riprese” che meno concedono all’occhio. Non sappiamo se vediamo le cose di fronte, di spalle, di lato, di sfuggita; nella realtà o nel ricordo, in piena luce o di nascosto. Ma il modo di ve-

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dere le cose interessa meno del loro esistere come cose nello spazio e con esso. E quando non è così, ecco che la figura ci mostra il “lato di lettura” del mondo come una infrazione che lo rivolta verso/contro di noi che non sappiamo interpretarlo correttamente o contro cui, altrimenti, reagire con tutta la forza. Come in Linea 2, 2013: una figura di ragazza, vista secondo un ‘piano americano’, che, con una torsione quasi ostile del capo, sembra dirottare il nostro sguardo intercettandolo fuori dell’ambito cui Finocchiaro consente agli ospiti del suo lavoro. Nello svolgersi unidirezionale, per linee verticali, è chiaro che la linea 2, ovvero seconda è quella “secondarietà” della figura umana che ha l’onere, con un movimento che ha la rigidità meccanica di un gesto minaccioso risolto in una prova di forza, di dare alla scena una profondità e anzi, di ribaltarne la piattezza per volgerla a proprio favore. La linea, allora, sarà quella di una tensione verso l’alto la cui energia sembra distolta o pren-

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dere forma nel vuoto della soglia che si apre davanti alla ragazza. Tensione affidata da Finocchiaro. al colore, uniforme e di una opacità scostante come si conviene a ogni ‘non luogo’. Quel non luogo che è, innanzi tutto, la pittura stessa di Alessandro F., che è di cose e di luoghi: soglia di cose e di luoghi, ma tesi, dove - altissimi, inarrivabili, incombenti - li sospende la stesura, la tenuta prosodica del colore. SOPRA

h Alessandro Finocchiaro

A DESTRA

k Alessandro Finocchiaro

Dal terrazzo | 2010 olio su tela, cm 50 x 40,5 Linea 2 | 2013 olio su tela, cm 80 x 84

A PAGINA 30

: Giulio Catelli

Al parco | 2013 olio su tela, cm 148 x 148 A PAGINA 31:

IN BASSO A SINISTRA

: Giulio Catelli

Martina e il gatto | 2012 olio su tela, cm 30 x 40

: A. Finocchiaro Il giardino di cemento | 2011 olio su tela, cm 126 x 130

IN BASSO A DESTRA

1

Allo stesso titolo o a maggior ragione, il divieto doveva valere per quel teatro di posa o miniaturizzata metafisica che sono le nature morte.

2

In una pittura così paradigmaticamente orientata alla rappresentazione degli spazi naturali quale è quella di Catelli, il ritratto assume il senso di una versione umana del paesaggio.

3

Per un confronto, si prendano, rispettivamente, Martina e il gatto, 2013, di G.C. e Il giardino di cemento, 2011, di A.F. Nel primo caso, il rosso segna la distanza fra la bambina e l’animale - il gatto, cieco ai colori; il bambino, cieco al mondo, filtrato dal sogno a occhi aperti o chiusi. (Per un momento, estendiamo il confronto a I gatti di Zoltan, di A.F.: più che sognare, sono sognati o fanno sognare, le membra, arcuate e agili anche nella pigrizia, come materiali coibentati per fare da ‘serbatoi e conduttori termici’ del tepore corporeo). Ne Il giardino di cemento, invece, A.F. ‘marchia’, connota di una sfumatura ‘morale’ la donna, per un calore che le manca o che l’ha ferita. Nella pittura di A.F., insomma, il rosso rientra con una funzione di sovra-determinazione che non lo fa esistere altrimenti. Quello di G.C. ha più un carattere ipnagogico, mentale, di inframmettenza o stacco, ‘sospensione del giudizio’ e sottofondo onirico.

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LE VERITà TACIUTE CATELLI | FINOCCHIARO GALLERIA ART’è

29 settembre | 30novembre 2013 Piazza Porta Gusmana, 10/11 Acireale (CT) Mostra a cura di Gianni Longo e Calusca Catalogo Galatea Editrice Orario lunedì - sabato 9.30 - 13.00 | 16.30 - 20.30

(domenica su prenotazione)

INFO tel. +39 095 604917 mobile +39 347 5179605 info@arteingalleria.com www.arteingalleria.com

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di Michele Romano Il Giardino della Bellezza 3, un evento di Arte/Musica/Poesia e Teatro che si è svolto a Maggio nell’aulico scenario barocco di Noto (SR) a cura di Luisa Mazza e Marco Nereo Rotelli. Artisti, poeti, musicisti, intellettuali sono intervenuti per sviluppare un’interazione fra linguaggi espressivi differenti e donare il loro personale contributo in dialogo con la città, permettendone una singolare fruizione attraverso la profondità della cultura. Il Giardino della Bellezza, è un punto di incontro e confronto, momento di produzione culturale, coinvolgimento attivo del pubblico con interventi e laboratori. Particolare attenzione è stata sempre rivolta ai giovani studenti, con attività dedicate che hanno coinvolto le scuole, per contribuire a renderle vivaio culturale, luogo di vita e sensibilizzare alla bellezza. E molti sono i giovani fra gli autori invitati alla manifestazione, per sottolineare e confermare quest’indole e attenzione della rassegna. per dire Bellezza, un progetto di Luisa Mazza in collaborazione con Tiziano Broggiato, ha previsto il coinvolgimento dei bambini e degli adolescenti delle scuole primarie e medie, per consolidare la consapevolezza del concetto del “Bello”, questo grande valore da preservare e coltivare per il futuro. I piccoli allievi hanno poi suggerito ai grandi poeti invitati (Silvia Bre, Tiziano Broggiato, Nicola Bultrini, Claudio Damiani, Giancarlo pontiggia, Loretto Rafanelli, Davide Rondoni, Luigia Sorrentino, parole e tematiche sulla bellezza, da selezionare e sviluppare, per realizzare componimenti poetici, letti il giorno conclusivo di questo percorso. La Bellezza sospesa tra visione e realtà, a cura di Viana Conti, con opere di pina Inferrera, LuisaMazza, Virginia Monteverde e Marilena Vita, ha preso spunto da un’idea del Sublime espressa dalle opere di Caspar David Friedrich (Greifswald, 1774 - Dresda, 1840): ecco, credo che nel corso dei secoli l’esperienza del Bello sia sempre stata quella che si prova stando così, come di spalle, di fronte a qualcosa di cui non facciamo e non vogliamo ad ogni costo far parte. In questa distanza sta l’esile filo che separa l’esperienza della Bellezza da altre forme di Passione. (Umberto Eco). La Bellezza sospesa tra visione e realtà a cura di Chiara Massini, collettiva di artisti italiani e stranieri under 35. La curatrice ha concepito questa mostra come un momento di approfonfimento e di con-

fronto tra l’arte “mediatica” e dialettiche diverse. Ciascuno dei lavori in mostra costituiva un’importante testimonianza di un sé ma tutti, in modo corale, condividendo il medesimo spazio (che ne diventa contenitore), trasmettevano un’idea unitaria, coerente e fortemente associativa. Nessuna opera sottraeva visibilità all’altra, piuttosto invitava il pubblico a partecipare sia come fruitore che come parte integrante di quella dialettica che vede l’opera accendersi nella relazione. Uno scenario, quindi, variegato e ricco di suggestioni dalle quali emerge un’analisi sui vari concetti di luogo e sulle difficili condizioni di chi vive lo sradicamento dalla propria terra, di chi sa adattarsi a nuove realtà e di chi attraverso la memoria storica trova un rifugio. L’opera diventa per l’artista una “ricerca”, il frutto di un’analisi attenta di un fenomeno sociale e temporale e sulle possibilità di interazione con esso. Gli artisti: Elisa Barrera, Valentina De Mhatà, Debora Fede, Enrico Gobbo, Daniella Isamit, Kensuke Koike, Viviana Milan, Giorgia Severi, Roger

Weiss. Wunderkammer del contemporaneo nel Val di Noto, a cura di Michele Romano, è un evento nato dalla sinergia tra gli allievi del Polo Didattico Accademico Val di Noto e i loro docenti artisti, intendendo reinventare, nella sperimentazione contemporanea, l’idea di “naturalia” e “mirabilia” rileggendo Le promesse della bellezza di Stefano Zecchi. Quel principio di wunderkammer o stanza della meraviglia che si riviveva nell’aulica Noto del Settecento, in particolare nel genius loci di Palazzo Nicolaci, oggi sede, non solo dell’Accademia di Belle Arti, ma scrigno di una ermetica narrazione figurata, dove simboli alchemici, filosofici e massonici si addensano all’idea del Mito della Bellezza. La stanza come labirinto di luce e buio, come dedalo di un percorso di sensi e leggerezza, un’idea emozionante e emozionata di un’installazione eterea e gravitazionale. SOPRA E IN ALTO A SINISTRA

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Alcune visuali dell’allestimento della mostra La Bellezza sospesa tra visione e realtà a cura di Chiara Masini (Fotografie fornite dalla curatrice)


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Loretta Alberghina (Catania), Tiziana Alberghina (Catania), Rosalba Amorelli (Vittoria), Francesca Bizzini (Caltagirone), Dora Bottaro (Palermo), Cettina Callari (Niscemi), Mariagrazia Cassiba (Vittoria), Stefania Di Filippo (Catania), Salvina Favara (Scordia), Evelina Giaquinta (Caltagirone), Hela Hamroumi (Tunisi), Alessandra Lanzafame (Scordia), Irene Lo Monaco (Madrid), Marilena Marchica (Agrigento), Concetta Marino (Caltagirone), Giulia Micalizio (Siracusa), Martina Montemagno (Pescara), Maria Rita Orlando (Palermo), Miriam Pace (Caltagirone), Antonella Panarello (Caltagirone), Fedra Parisi (Caltagirone), Palmira Pepi (Cesena), Chiara Polizzi (Palermo), Gilda Pumo (Palermo), Luana Reale (Caltagirone), Lidia Samperi (Niscemi), Daniela Sellini (Vittoria), Elide Triolo (Palermo).

a cura della Redazione Il 22 giugno si è inaugurata la prima edizione della rassegna pink art&design, tenutasi presso le Sale delle Esposizioni Temporanee del MACC - Museo d’Arte Contemporanea di Caltagirone, all’interno della rassegna prova d’Autore. Nella sequenza di eventi, incontri, suggestioni che ormai da quindici anni marcano le scelte tematiche di Prova d’Autore, non poteva mancare l’attenzione verso il mondo femminile e la produzione contemporanea dell’arte. Per questo, in collaborazione con l’Associazione culturale Mansourcing, il brand Improntabarre e Newl’ink (bimestrale d’arte e cultura), il Museo d’Arte Contemporanea di Caltagirone ha voluto dedicare alle Donne la XV edizione di Prova d’Autore, nella consapevolezza che, così come la donna da oggetto è divenuta soggetto della storia, anche nel campo dell’arte ne rappresenta oggi l’indispensabile pro-

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tagonista. 28 le artiste che hanno aderito e partecipato a questa collettiva tutta al femminile. è stato interessante - afferma Andrea Branciforti, ideaotore e curatore della mostra - riunire tutte queste artiste che si sono presentate attraverso varie discipline dell’arte: dalla pittura, scultura, fotografia e anche design. Per la prima volta si sono raccolte attorno ad un progetto artiste provenienti da tutta l’isola e non solo. Abbiamo avuto, per esempio, la partecipazione di una design spagnola che lavora la ceramica ed una tunisina che dialoga con le trasparenze del vetro. Un design auto prodotto e attento al mondo dell’artigianato. Questo, comunque, è solo l’inizio poichè stiamo già lavorando per migliorare la rassegna ed intensificare la presenza delle design attraverso il coinvolgimento e la collaborazione dell’ADI delegazione Sicilia, di cui faccio parte. Demetrio Di Grado, anch’egli ideatore e curatore della mostra, dichiara: Il progetto “PinkArt&Design” ha lo scopo di valorizzare la realtà artistica femminile presente sul nostro territorio e non solo. La storia e la storia dell’arte infatti tendono frequentemente a trascurare la creazione artistica prodotta dalle donne, che non ha nulla da invidiare ai grandi protagonisti maschili dell’arte inter-

nazionale. La manifestazione vuole, pertanto, porre l’attenzione sull’arte al femminile contemporanea, capace di affascinare e meravigliare tanto quanto quella maschile che ha l’unico merito di essere, semplicemente, meglio divulgata e conosciuta. La mostra ha chiuso lo scorso 22 settembre 2013. INFO: www.facebook.com/Pinkartdesignhttp://pinkart2013.wix.com/pinkart

a cura della Redazione

VINCENT pIRRUCCIO GEOMETRIE NELLO SpAZIO TAORMINA | CENTRO STORICO

1 settembre | 30 novembre 2013 Corso Umberto Piazza Duomo Piazza IX Aprile

Catalogo Newl’ink INFO tel. +39 0942 610206 +39 0942 23810

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Mostra a cura di Ornella Fazzina

ufficio.cultura@comune.taormina.me.it www.vincentpirruccio.it

Da settembre a novembre è possibile immergersi in una dimensione ludico-artistica nel corso principale di Taormina, interagendo con le grandi sculture dell’artista Vincent pirruccio. Le sue sculture si prestano ad un dialogo molto stretto con il territorio che le ospita grazie ad una elementare struttura primaria in ferro che permette l’attraversamento della stessa, in un gioco continuo di vuoti e di pieni, di simmetrie e asimmetrie che definiscono la presenza nello spazio caricandolo di altri significati e percezioni. Difatti, i luoghi già forte-

mente caratterizzati della città acquistano, attraverso l’intervento artistico, un valore aggiunto. L’armonioso incontro tra l’antico e il contemporaneo diviene il tratto peculiare di un’operazione che nel rapportarsi con la storia innesca un processo di atemporalità, unendo tempi e culture. Le sculture, disposte lungo il suggestivo scenario urbano e paesaggistico che Taormina offre, ricalcano nella poetica dell’artista uno schema formale molto rigoroso e una costruzione geometrica che determina una com-

posizione di impronta costruttivista che Pirruccio si porta dietro come prezioso bagaglio di conoscenza che lo ha visto protagonista nell’ambiente milanese degli anni settanta, in un clima dove stava maturando l’esperienza minimale. Il suo esordio è stato contrassegnato da nomi della levatura di Gillo Dorfles, Daniela palazzoli, Flaminio Gualdoni, con esposizioni insieme a importanti artisti della scena europea, da poter affermare oggi che il suo linguaggio è entrato a pieno titolo nella storia. INFO: www.new-link.it


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l’ALTROVE

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di Claudio Patanè

ge individuale una storia da raccontare e ricordare e da ogni racconto un documento, testimonianza da archiviare e conservare per le generazioni future. Il fine sarà quello di realizzare una sorta di “banca della memoria” (Saverio Tutino), che custodisca all’interno di un diario: impressioni temporanee, rivelazioni, racconti, riflessioni di un viaggio intimo e lento nel tempo e in un dato luogo. La passeggiata di disegno vuol essere una forma di promozione per una città, un comune ed un territorio, infatti attraverso la condivisione sui social network dei lavori prodotti le comunità, più nascoste e silenziose,

entrano a far parte di una rete globale di conoscenza e rivelazione della loro bellezza. Tra i borghi e le città coinvolte ricordiamo: Castelmola, Taormina, Alì Superiore, Belpasso, Catania, Reggio Calabria ed Acireale che è stata una delle ultime città attraversata dai fiumi d’inchiostro e dai passi tardi e lenti dei MediterraneanSketchers. In quest’ultima occasione la passeggiata si è evoluta mediante la collaborazione di semi()atelier, un gruppo informale costituito dagli architetti Maria Coppolino, Sebastian Carlo Greco e Sabrina Tosto. http://claudiopatane.blogspot.it/

IN QUESTA PAGINA

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Immagini della 4a passeggiata svoltasi ad Acireale il 2 agosto 2013

(Fotografie di Sebastian Carlo Greco e Claudio Patanè)

(Architetto)

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BIOGRAFIA

MediterraneanSketchbook è un collettivo di disegnatori della quotidianità, sparsi per il mediterraneo. Nasce nel 2012 da un’idea di Claudio Patanè, architetto e disegnatore, che vuole condividere con altri appassionati, la pratica dello sketching, o del disegno rapido in plein air, utilizzando come supporto il taccuino da viaggio. I momenti più alti di questa condivisione sono le passeggiate di disegno in cui gli appassionati si cimentano sul “disegno in situ” dei “variegati paesaggi” che li circondano. Con la volontà di “rigenerare i luoghi” in maniera attiva. Ogni passeggiata è un reportage disegnato, da ogni reporta-

Architetto e sketcher, ha vissuto e lavorato a Lisbona dal 2009 al 2012. È stato invitato a partecipare a diversi workshops ed esposizioni sul tedel disegno dell’architettura, della città e del paesaggio contemporaneo: Venezia, Lisbona, Santo Domingo, Siracusa, Catania, Reggio Calabria e Acireale. Attraverso il suo blog, landsketch condivide il proprio lavoro con i social network. Attualmente collabora con semi()atelier, occupandosi di architettura, design, arti grafiche e illustrazione. Pubblica: Siracusa_Siciliandrifting”, ed. Lettera22 (2012).


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l’APPUNTO

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DOPPIO | maggio | ottobre 2013

di Jessica Leti Questo articolo è scritto con la preziosissima collaborazione di Arianna Lamberti, Erjon Uka, Irene Novello e Sara Leti ed è dedicato a Bruno, che sta dietro il tetto. Che cos’è la poesia? Cosa significa veramente una poesia, e perché a volte chiamiamo poesia un gesto, una canzone, uno sguardo? Qualche settimana fa ho inviato a dei cari amici una poesia, che io avevo letto frettolosamente e facendo attenzione a non memorizzarne nulla. Si tratta di “Solo compenso a questa perdita non ti sia dato conoscere i limiti precisi di ciò che hai perso” di Milo De Angelis. Ho proposto loro di leggerla e di commentarla come volevano, con ogni mezzo che ritenessero adatto. Naturalmente hanno accettato di farlo, perché sono persone care e dal cuore intelligente. Dopo circa due settimane, quando avevo ormai dimenticato quasi completamente la poesia di De Angelis, ho letto i contributi dei miei cari amici e ho ricostruito il senso della poesia in base alle loro impressioni, con la volontà di spogliare la scrittura di ogni forma riconoscibile, di ogni velleità, di ogni pregiudizio, per lasciare che emergesse solo la poesia cioè, solo quello che gli esseri umani percepiscono con la loro parte più autentica e ricettiva, con la parte che spesso non trova le parole per parlare. Con quella parte che chiamiamo umanità. Tutto sperando che la poesia fosse riconoscibile in questo: un’espressione spoglia dell’umano. Vi do di seguito la ricostruzione fatta: è finito un amore, ed è finito perché qualcuno ha dimenticato

di amare, non necessariamente perche non amasse più. Racconta di una persona stanca, che decide di lasciar andare chi è stato distratto e che riflette su quello che ha perso e che insieme alla perdita medita sulla sua intera esistenza. Mentre sta pensando ad un tratto, piano, quasi insinuandosi come fa il raggio di luce sotto la porta di una stanza buia, nasce qualcosa, come una via nuova, come una possibilità che non si cura del dolore, che non si cura dell’incertezza, che non si cura della nebbia fredda che ha invaso tutto, tutto il dentro e tutto il fuori della vita, non si cura della desolazione di una urbanizzazione priva di poesia, ma avanza forte e invincibile. E allora parla e parla e continua a parlare fino a che le parole non diventano pietra, fino al punto di poterle toccare e riconoscere una ad una le nostre parole, che dalla bocca diventano aria rigonfia e poi mattoni e calce. è un pensiero velocissimo, che scompare prima che la persona lo abbia potuto ordinare e tradurre in una parola, in una frase. Lo dimentica. Però qualcosa rimane, un senso di speranza e di possibilità. Arianna, Erjon, Irene e Sara, hanno raccontato la storia della poesia in modi diversi, ma in ognuno di loro, e così ugualmente in me che ho collegato i loro racconti lasciandomi suggestionare, c’è stata una costante, la disponibilità a lasciarsi attraversare da qualcosa, per poterlo capire là dove siamo più bravi a capire. Forse la poesia è proprio questo, è il momento preciso in cui ti attraversa una consapevolezza, una storia, ma non rimane in te, la poesia dura quanto è lungo l’attraversamento, e poi se ne va, si spegne. Si può ritrovare forse, si, ma solo accettando di fare di nuovo tutto il viaggio.

Solo compenso a questa perdita non ti sia dato conoscere i limiti precisi di ciò che hai perso

“Sta zitto. Tu parli solo per dimenticare.” Ma non c’erano muri e le frasi scomparivano insieme al vento. “Lo sai, il mio nome significa: io sono cambiata” e poi non c’è silenzio, dice, se uno si accorge, non c’è amore alla fine di un ricordo. è scomparsa l’ombra delle case in questo esterno di autocarri e di calce e lo spazio è troppo perché le parole siano lì. “Non l’hai inventata tu, la gioia, non sei abbastanza intelligente… tu che ti disperi perché ciò che fai diventa...” E questi alberi, sempre più radi le grandi strade a nord della città la nebbia che sta coprendo tutto, i passi “ma così non potrai a lungo…” e le mani sono umide, come l’erba, oltre la strada e ferme, non si toccano, non saranno mai sentimentali. “Non hai fatto che perdere tempo. Fuggi, una volta tanto, da quello che ti resta. Di Milo De Angelis

da Millimetri, Einaudi, Torino 1983


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l’ARTISTA

­leTTUra Giuseppe Calderone

Nato nel 1975, ha intrapreso gli studi artistici ed ha concluso il suo percorso formativo con il Diploma Accademico in decorazione nel 1999 e conseguendo il diploma di secondo livello nel 2007 specializzandosi in Grafica. Non disdegna l’osservazione del mondo circostante, in particolare il design d’interni e lo studio degli spazi. Attualmente è Docente di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Tra le esposizioni collettive e i concorsi, si ricordano: I colori dello sport, Catania, a cura di Paolo Giansiracusa, Giuseppina Radice e Giuseppe Frazzetto; Premio Giovani Biella per l’Incisione; partecipa a tre edizioni della Biennale Internazionale per l’Incisione Premio Acqui, Acqui Terme; Cento artisti intorno al giardino, Galleria degli Archi, Comiso, a cura di Salvatore Schembari; Premio Nazionale delle Arti, Galleria d’Arte Moderna “Le Ciminiere”, Catania; Tramartenna, Istituto d’Arte, Enna; Contemporaneamente viola e Contemporaneamente nero, Galleria Art’è, Acireale, a cura di Calusca; Xilo-Xilo, Palagonia, a cura di Liborio Curione; Blu-splash, Galleria Art’è, Acireale e Green-splash, Villa Di Bella, Viagrande e Galleria degli Archi, Comiso, a cura di Calusca; 12 movimenti, Acireale, Comiso, a cura di Marco di Capua; Eros 69; Premio Fibrenus, Quadreria dei poeti passanti, Ora sei costanti, Signum Signa Narrat, 6A Giornata del Contemporaneo, Percorsi Paralleli, Nuovi Confini e La Febbre dal 3 al 6.

09 10 anno III

maggio-ottobre 2013

Progetto editoriale, Concept, Direzione creativa Luca Scandura Hanno scritto e collaborato in questo numero

G. Carrubba, V. Crapio, P. Finocchiaro, Di Giacomo, O. Fazzina, R. Giudice, M Guarrera, S. Lacasella, S. La Cognata, J. Leti, S. Montalto, R. Papale, C. Patanè, A. Pruiti Ciarello, L. Rapisarda, M. Romano, D. Scandura.

Tiratura 7.000 copie Registrazione

in attesa di registrazione

Direttore Responsabile Gianni Montalto Editore di Luca Scandura via Giuseppe Vitale, 29 95024 - Acireale (CT) Redazione redazione@new-link.it via Giuseppe Vitale, 29 95024 - Acireale (CT) Progetto grafico LucascanduraDesigner Stampa Eurografica Srl S.S. 114 Orientale - Cont.da Rovettazzo 95018 - Riposto (CT) è VIETATA LA RIpRODUZIONE ANCHE pARZIALE ALL RIGHT RESERVED

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SPORT

CoVer

l.s.+ Sonia Ceccotti le CoperTINe di questo numero DoppIo di Newl’ink proseguono il ciclo di Cover realizzate dalla nostra redazione attraverso la diretta collaborazione e sinergia con l’operato dell’artista invitato a realizzare l’opera che interpreterà il tema sportivo del bimestre. Il nostro Direttore Creativo è inetrvenuto, manipolandole, sulle immagine di altre due opere fornite dallo stesso artista per dare a quest’ultime un’ulteriore significato, rendendole immagini di una nuova libertà che è arte e contenuto oltre che espressione della Nostra attualità.

Sonia Ceccotti nasce a Cascina (Pi) nel 1974. Frequenta l’Istituto d’Arte e poi si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze.Tra le principali mostre collettive: La nuova figurazione italiana, To be continued, a cura di Chiara Canali, Fabbrica Borroni, Milano; Art Spotting, a cura di Alessandro Romanini, Gallerianumero38, Lucca; S.O.S “ Save Ours Skiers”, Galleria de Faveri, Feltre (BL); aderisce al progetto SEVEN, i sette vizi capitali, articolato in sette mostre, una per ogni vizio, a cura di Roberto Ronca,Villa Vannucchi, San Giorgio a Cremano e al Museo ARCOS (BN); Discorsi visivi, a cura di Augusto Ozzella, Rocca dei Rettori, Benevento . Nel 2004 partecipa al Premio Arte Mondadori, al Premio Celeste; nel 2007 al Premio Michetti, a cura di Maurizio Sciaccaluga e nel 2009 espone tra i finalisti del Premio Arte Laguna alle tese dell’Arsenale, Venezia. Tra le sue mostre personali ricordiamo: nel 2005, Intimità, a cura di Roberto Borghi, all’ex palazzo della Filanda di Cornaredo (MI); So, a cura di Luca Beatrice, Galleria Angel Art Gallery, Milano; nel 2006, Facce Riciclate, a cura di Barbara Meneghel, Galleria GiaMaArt Studio., Vitulano (BN); nel 2011, “Side A- Side

(l’artista di Newl’ink) B, a cura di Viviana Siviero, Spazio Anna Breda, Padova . Riguardo alle sue pubblicazioni: ”Espoarte”, n. 69, intervista sezione giovani a cura di Elena Baldelli; sul n. 58, recensione a cura di Viviana Siviero; “Arte” Mondadori, n.390/490; “JULIET”, n.127; articolo sulla rivista internazionale di moda “ELLE”, aprile 2007, con la pubblicazione di alcune sue opere più significative; Non di solo arte, libro edito dalla Fondazione Agnelli, pubblicata una sua opera. Ha inoltre partecipato a varie fiere d’arte: Verona, Vicenza, Padova, Milano, Catania e Bolzano, alla mostra Nuovi Pittori della Realtà, al PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, curata dal critico Maurizio Sciaccaluga e con la presentazione di Vittorio Sgarbi, ad artBrescia, Biennale Internazionale dell’Arte Contemporanea, Musei Mazzucchelli, Brescia. Alcune sue opere fanno parte di collezioni private come Fabbrica Borroni di Bollate (Mi) e Seat Pagine Bianche d’Autore. SOPRA, DA SINISTRA, IN SENSO ORARIO

Idem, 2013, tecnica mista su cartone ondulato, cm 78,5 x 55 (opera realIZZaTa per la paGINa sporTIVa)

Bocca di rosa, 2013, tecnica mista su cartone ondulato La primavera, 2012, tecnica mista su cartone ondulato (part.) Valentine, 2012, tecnica mista su cartone ondulato (particolare) (opera sCelTa per la CoVer N.10)

Do-Do, 2012, tecnica mista su cartone ondulato (opera sCelTa per la CoVer N.9)

j Giuseppe Calderone I dialoghi della ragione perduta, confronto alla luna 2013, pastello su carta, cm 31,5 x 22 (particolare) NELL’ANGOLO A SINISTRA IN ALTO

Pubblicità, marketing, grafica pubblicitaria, ideazione e organizzazione eventi, editoria +39 340 5919260

jhk Sonia Ceccotti

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NEWL’INK si rivolge a tutti coloro che hanno voglia di approfondire, attraverso la lettura e la visione di ottime immagini, l’Arte, la Lette...

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