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maggio - giugno duemiladodici

free press

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maggio | giugno 2012

02 | INTERVISTA A RuggERO SAVINIO di Giulio Catelli

09 | VINCENT PIRRuCCIO di Ornella Fazzina

04 | TIZIANO E IL PAESAggIO MODERNO 10 | gIOVANNI gALIZIA di Silvio Lacasella

di Michele Romano

05 | TINTORETTO A ROMA di Silvio Lacasella

MELAMPuS, MITOLOgIA/ROCk

di Sisco Montalto

SPECIALE A TuTTO VOLuME di Alessandro Di Salvo, Salvatore Schembari

20 | MARTIRIO A TANgERI - CAP. 1

07 | kLIMT AL CORRER DI VENEZIA

15 | TIME IS LOVE

08 | SOROLLA: gIARDINI DI LuCE

16 | DI_STANZE 2012

di Marica Rossi

di Sisco Montalto

18 | CAROLINA kOSTNER

11 |

di Silvio Lacasella

17 | INTERVISTA A COLAPESCE

DONNARTE A PALERMO

di Daniele Mereu

06 | LA NATuRA DEI DIVISIONISTI di Marica Rossi

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di Giuseppe Carrubba

di Ornella Fazzina

di Davide Scandura di Pippo Bella

22 | HELSINkI, FIORE DEL NORD di Rocco Giudice

23 | IL LIBRO DEL MESE 24 | I 3 CD 25 | L’ARTISTA

l’INDICE


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di Giulio Catelli g.C. Questa mostra raccoglie opere dal 1957 al 2011, più di cinquant’anni di pittura. Alla sede che la ospita, la galleria d’Arte Moderna di Roma, hai dedicato il poemetto omonimo, un percorso autoriflessivo nelle sale del museo e nelle memorie legate alla tua formazione. Queste tue frequentazioni sono cominciate quando eri ragazzo, ci puoi raccontare cosa ti attraeva in quelle prime visite alla Galleria? R.S. La nostra casa era ai Parioli, non lontano dalla Galleria d’Arte Moderna. Quindi, come ho raccontato nel mio poemetto, spesso andavo a visitare il museo. Che cosa mi attraeva, che cosa mi affascinava? Probabilmente quello che mi attrae e mi affascina ancora adesso. Alcuni pittori dell’ottocento: Piccio, Fontanesi, che continuano a piacermi. Non solo, ma credo che essi abbiano formato in parte il mio modo di vedere e di concepire la pittura. Parlo di un modo effusivo e libero che tocca zone sensibili e, direi, sensuali. Una materia quasi corporea dove la luce affonda e da cui emana. Solo in seguito avrei saputo che le mie scelte di allora coincidevano con quelle di Longhi che, con Buonanotte signor Fattori! contrastava la predilezione corrente per i macchiaioli e prediligeva la linea “lombarda”. Come dire, da una parte una tradizione che, dai primitivi e dal Rinascimento porta a Fattori, Sarnesi, Lega etc. (la tradizione scelta, per esempio, da Cecchi) e, dalla parte di Longhi, quella che dal Seicento lombardo porta al naturalismo “romantico” di Piccio e di Fontanesi. g.C. Ci puoi parlare del paesaggio che apre la mostra? Tuo padre ti aveva definito il più pittore della famiglia. Quali erano gli artisti cui guardavi negli anni della tua formazione? R.S. Il primo quadro che espongo nella mostra è un paesaggio del ‘57. Evidenti sono i nostri riferimenti alla Scuola Romana. Dico nostri perché il mio tirocinio si svolgeva in compagnia di amici pittori, Lorenzo Tornabuoni e Gianvincenzo Vendittelli. Insieme guardavamo agli stessi pittori, la scuola Romana, appunto, o Bonnard o Vuillard che, per me, continuano ad essere un riferimento. Un altro pittore al quale guardavamo era Mario Marcucci, che si po-

teva considerare un maestro segreto perché, pur godendo di eletti estimatori, era conosciuto da pochi. La Scuola Romana è, forse, presente in questo paesaggio nel tono affocato. Ungaretti, che presentò la nostra prima mostra, a Roma nel 1956,

disse di noi, giovanissimi pittori, che avevamo scoperto il tono del fuoco. g.C. Rispetto al panorama artistico dei tuoi inizi, quali erano le suggestioni che pensi siano confluite nel tuo lavoro? A giudicare dai tuoi primi dipinti, si ha la sensazione

che tu abbia trovato da subito una strada autonoma. R.S. La divisione corrente allora era quella fra astrazione e figurazione. Era una divisione molto netta. La pittura figurativa era difesa dalla critica di sinistra, nelle forme


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vita di pittore, conclusione non è data, ma solo interrompimento. E poi, vado ricordandomi di un insegnamento della dottrina zen chiamata lo zen della mente di principiante. Mi piacerebbe che questa mostra manifestasse la persistenza in me di una mente di principiante.

fHolderlin in viaggio

1972, olio su tela, cm 200 x 135 la PaG 2: Primavera 2006, tecnica mista su carta, cm 68,5 x 48,5

(Torino, 1934)

Trovavo davvero nelle mie visite adolescenti alla Galleria d’Arte Moderna, quello che potremo chiamare una fuoruscita dal tempo. Momenti di sospensione che ci portano lontano dalla cronaca, dal presente, al quale, invece, tanta arte moderna ci consegna irrimediabilmente. g.C. Uno dei tratti più caratteristici della tua opera sono gli spessori della materia, in consonanza con la pittura informale, ma con un diverso interesse forse quasi ossessivo per l’immagine. Ultimamente hai dato più spazio al ritratto, riferendoti a quelli del Piccio, esposti in sale poco distanti da dove ora sono i tuoi, hai scritto: Qui l’arcano/ della pittura appare nella sua/ forma più pura. Enigma della faccia/ Che la pittura non rivela, espone. Cosa ti attrae del ritratto? R.S. Ho già accennato all’uso della materia che, più o meno rilevata, spessa, o invece più fluida e leggera, mi accompagna da sempre. Credo che quello che chiamiamo “materia” sia essenziale alla pittura, fin dai suoi inizi nelle grotte preistoriche e fino alla nostra modernità digitale e spiritualizzata. Vero, però, anche quello che tu chiami “ossessione dell’immagine”. Recentemente l’immagine preme con più forza. Tende, an-

che, a presentarsi come “genere”: paesaggio, ritratto. È di nuovo forte in me l’interesse per il ritratto, che avevo praticato in passato ma che adesso seguo con maggiore continuità. Forse, proprio perché il ritratto ha a che fare solo con se stesso come genere pittorico, oltre, naturalmente, che con la persona ritrattata. Il ritratto impedisce di esulare dalla sua pura presenza verso altre zone linguistiche, narrative o denotative. Inoltre il ritratto, come pure il paesaggio come lo considero adesso, volendo rappresentare solamente se stesso, mi porta a un linguaggio più semplice, più diretto, in una parola, più “naturale”. g.C. Questa mostra ci permette di scorrere più di 50 anni della tua pittura. Cosa provi rivedendo così svolto il tuo lavoro? R.S. Questa mostra che mette insieme un centinaio di opere, offre la storia visibile della mia vita di pittore. È fatta per soddisfarmi, ma anche per preoccuparmi. La preoccupazione dipende dal dubbio sulla coerenza del cammino svolto - se questo cammino abbia proceduto con troppi indugi e giravolte - e anche dall’idea che il punto conclusivo non sia stato, nonché toccato, neanche avvistato. Per confortarmi mi dico che, nella vita, anche in una

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BIOGRAFIA

del realismo. Noi ci ponevamo all’interno della pittura figurativa, anche se non nei termini politici del realismo. Per conto mio, guardavo ai pittori che ho detto, ma anche alla pittura che vedevo intorno a me: l’informale materico, cioè la versione europea del’Informale: Fautrier, Tapies, etc …. Burri non rientrava tra i miei interessi, perché, oltre all’interesse per la materia, c’era in me la tentazione del racconto, cioè in termini pittorici del “motivo”. Le suggestioni visive si incrociavano con quelle letterarie, Ungaretti, Guillèn e, studiata all’Università, la lirica latina. Più tardi, quando le mie immagini tendevano a diventare più dinamiche, cominciai a guardare anche a Licini. Insomma, con questo insieme di suggestioni, cercavo di trovare ed elaborare un mio linguaggio. Non direi che questo linguaggio l’abbia trovato subito. Quello che posso dire è che, da subito, mi sono messo per una strada autonoma, che resta autonoma ancora adesso, anche se nuove suggestioni visive e culturali continuano a farsi presenti e stimolarmi. g.C. Da i quadri bianchi che dipingesti tra il 1958 e il 1961 (in mostra sono esposti gli splendidi: La ninfa Eco, 1959 e Cestino di frutta, 1961), si avverte un’esigenza narrativa che è rimasta presente nel tuo lavoro. In queste immagini, si affaccia forse per la prima volta, una certa aura mitica. Ma si tratta di un mito molto diverso da quello presente nelle opere di tuo padre e di tuo zio. R.S. Per quello che riguarda il mito una certa poeticità, appunto, mitica, mi ha accompagnato da sempre. Voglio dire però, che consideravo e considero mito non tanto un repertorio di storie quanto il sustrato caotico materiale delle immagini, cioè il grembo oscuro da cui le immagini emergono. Potrei dire anche che, rispetto al modo dei miei familiari di avvicinarsi al mito, fortemente ironico, non è presente in me nessuna ironia. g.C. Nel poemetto sopra citato, ricordi le tue visite giovanili alla Galleria come delle fuoriuscite dal tempo. Hai anche contrapposto “l’odore di cera e formalina” proprio della dimensione museale, “all’aspetto lustro e patinato” della nostra contemporaneità cui sottenderebbe “una paura delle immagini “ o di “quanto si mostra affiorando in superficie […]”. R.S. L’attrazione per la pittura antica, per l’arte dei Musei, anche per l’arte della più antica antichità, quella greco-romana, ha a che fare, credo, con l’attrazione per una luce “interna”, che emana dall’opera, non è soprammessa all’opera. La luce della modernità mi sembra, invece, quella di uno spot che tende per troppo chiarore a annichilire l’immagine.

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Tra le mostre principali: Palazzo Sarcinelli, Conegliano Veneto, 1992; Castello Sforzesco, Milano 1999; Sala del Cenacolo, a cura del Parlamento Italiano, Roma, 2001; Fondazione Credito Valtellinese, Sondrio, 2004; Fondazione Credito Siciliano, Acireale, 2005; La famiglia de Chirico, Museo Michetti, Francavilla a Mare, 2006. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Internazionale Guggenheim. Nel 1988 è presente alla Biennale di Venezia con una sala personale; alla Biennale veneziana tornerà poi nel 1995 con una nuova sala personale, su invito di Jean Clair e nel 2011 al Padiglione Italia ordinato da Vittorio Sgarbi. Nel 2000 è stato invitato come “artist in residence” presso la Baillinglen Foundation di Ballycastle (Country Mayo, Irlanda), nel 2002 ha insegnato come “visiting artist” presso il Vermont Studio Center (Johnson, Vermont, Stati Uniti) e nel 2009 è stato invitato al Centro Studi Ligure di Bogliasco per le Arti e Lettere. Nel 2011 è ad Hangzhou (Cina) su invito dell’Hangzhou Cultural Brand, Promotion-Organization. Come scrittore ha pubblicato numerosi libri tra cui La Galleria d’Arte Moderna, Le Lettere, Firenze e Percorsi della figura, Moretti & Vitali, Bergamo, ambedue del 2004. È Accademico Nazionale di San Luca. RuggERO SAVINIO

PERCORSI DELLA FIguRA OPERE 1957 - 2011 g.N.A.M.

23 marzo | 27 maggio 2012 Viale delle Belle Arti, 131 00197 - Roma

Mostra a cura di Mariastella Margozzi Catalogo Il Cigno Editore INFO www.gnam.beniculturali.it s-gnam@beniculturali.it tel +39 06 322981

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di Silvio Lacasella

Quando, agli inizi del Trecento, negli affreschi dipinti da Giotto, il cielo si fece azzurro, la storia dell’arte segnò una delle trasformazioni più rivoluzionarie del suo percorso. Sino ad allora, con l’obiettivo di far convergere lo sguardo non altro che sui protagonisti della fede, un velo d’oro copriva ogni elemento di possibile distrazione terrena. Fu questa, oltretutto, un’occasione formidabile per comprendere quanto il recupero della normalità sia a volte in grado di trasformarsi in evento quasi miracoloso (potrebbe riaccadere oggi, se permettessimo alle emozioni di ritrovare il senso originario dei sentimenti, anziché farle rimanere acquattate all’ombra di una sempre più isterica sperimentazione). Ci vollero però ancora un paio di secoli prima che si determinasse un secondo momento di svolta. Fu quando ai cieli - e alla natura tutta l’artista non chiese più una presenza di circostanza, per dare maggiore credibilità alla trama del racconto. Ad essi, infatti, egli affidò un compito diverso, un ruolo da protagonista, capace di arricchire con ulteriori significati l’intero impianto compositivo. Un’intuizione e un passaggio, questo, germinato in terra veneta nei primi anni del Cinquecento, grazie alla luminosa sensibilità di Bellini prima e di Giorgione poi, ma giunto ad un suo spettacolare grado di maturazione, qualche anno dopo, con Tiziano. E’ questo il filo conduttore, la tesi, il pronunciamento critico della mostra ora in corso a Palazzo Reale a Milano (aperta sino al 20 maggio) e titolata: Tiziano e la nascita del paesaggio moderno (catalogo TIZIANO E LA NASCITA DEL PAESAggIO MODERNO PALAZZO REALE

16 febbraio | 20 maggio 2012 Piazza Duomo, 12 Milano

INFO www.mostratiziano.it tel +39 02 88451 fax +39 02 88450104

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Orario lunedì: 14.30 - 19.30 mar, merc, ven, dom: 9.30 - 19.30 giovedì e sabato: 9.30 - 22.30

Giunti). Non si può pensare ad una coincidenza, ci dice Mauro Lucco, curatore della rassegna, se la parola “Paesaggio” assume un suo preciso significato lessicale in una lettera scritta proprio da Tiziano nel 1552 e indirizzata all’Imperatore Filippo II. Un paesaggio spesso idealizzato, composto da una serie di itinerari interiori e segnato da stati d’animo talvolta contrastanti: fatto di aurore, di algide albe, di tramonti infuocati, cieli minacciosi o colmi di luce, avvolgenti atmosfere notturne. E poi scorci, lontani profili montuosi, l’annodarsi fitto della vegetazione, il nastro lucente di un fiume che segna la campagna, città murate più o meno riconoscibili e molto altro ancora. Lo sfondo ci viene incontro e in esso noi assai volentieri ci perdiamo. Tutto questo la mostra milanese prova a raccontarcelo, attraverso una cinquantina di opere, non tutte della qualità che una rassegna così concepita avrebbe richiesto. Apre il percorso espositivo un’opera di grande rilevanza, Crocifisso con cimitero ebraico di Giovanni Bellini, proveniente dalla collezione della cassa di Risparmio di Prato, del gruppo Banca Popolare di Vicenza. E proprio a Palazzo Thiene a Vicenza la tavola belliniana fece una sosta durata oltre un mese, tra dicembre 2003 e gennaio 2004, per volontà di Fernando Rigon, il quale, nell’indagarne l’iconografia, sottolineò il particolare rapporto che Bellini ebbe con Vicenza, testimoniato nella tavola dalla presenza riconoscibile, alle spalle della Crocifissione, del suo “cuore urbano”. A Palazzo Reale l’assenza della Tempesta di Giorgione segna un vuoto dentro al quale il pensiero s’interroga ed è difficile far finta di niente. Tuttavia l’artista è presente con La prova del fuoco di Mosé, proveniente dagli Uffizi. Dipinto nel quale il rapporto tra le figure in primo piano e una natura che s’allontana sino a sfiorare orizzonti irraggiungibili (così come quello tra la smussante luce veneta e una diversa puntigliosità nordica) si fonde armonicamente restituendo intatta la poetica dell’autore. I quattro Tiziano presenti fatica-

no a far da zoccolo alla mostra, anche se la Sacra conversazione della Fondazione Magnani di Traversetolo rimane un passaggio tra i più emozionanti nella produzione dell’artista cadorino. Tiziano è comunque qui ben puntellato da Cima da Conegliano e da Lorenzo Lotto, da Palma il Vecchio (la cui Ninfa alla fonte è fusa in un paesaggio che pare farsi complice della sua dolce e provocante bellezza) e da un Narciso realizzato da Tintoretto con passo, se possibile, ancor più veloce di quello suo abituale. E poi molte presenze che denotano quanto esteso fosse questo nuovo modo di intendere il rapporto con la natura: da Bonifacio Veronese ad Andrea Previtali, da Giovanni Cariani a Domenico Campagnola, da Lamberto Sustris a Paolo Fiammingo. Un capitolo come sempre a parte spetta a Jacopo Bassano, presente tra le sale con due dipinti. Una Pastorale proveniente da Budapest, nella quale la stoffa rossa in groppa al cavallo pare lacerare cromaticamente uno dei ripetuti momenti di bucolica quotidianità tanto cari a questo “misterioso re contadino della pittura veneta cinquecentesca”, come ebbe a definirlo Roberto Longhi. E una bellissima pala della Trinità, solitamente custodita tra le mura della chiesa di Angarano di Bassano del Grappa. Qui, l’atmosfera serena del paesaggio, tra sfumature e velature sapienti, che paiono guardare ai pittori lombardi, fa da contrasto con la drammaticità dell’evento. Solo attorno alla Croce le nubi si addensano, facendosi scure e allarmando l’aria. Lo si capisce da come si sollevano e svolazzano i panni, ma ciò accade senza mai mettere in pericolo la solidità strutturale della composizione. La natura per Jacopo Bassano, nato circa quando morì Giorgione (1510), è un luogo privilegiato, forse l’unico dove egli riesce ad ambientare sia i sogni che la realtà. Tra realtà e sogno, dunque, come quando nel 1541 il Consiglio comunale di Bassano del Grappa, considerate le sue qualità pittoriche e la buona fama che il suo nome dava alla città, lo esonerò dal pagare le tasse.

h Tiziano Vecellio | Tobiolo e l’angelo , 1512-14, Gallerie dell’Accademia, Venezia


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Roma | Scuderie del Quirinale di Silvio Lacasella

Farebbe un certo effetto persino a Jacopo Robusti - divenuto già in vita celebre come Tintoretto (15191594), così da congiungere in un solo nome il lavoro del padre (“tintore” di stoffe) con la sua altezza che pare non superasse i “cinque pie” - vederla oggi allestita a Roma e non a Venezia, la lungamente attesa mostra dedicata alle sue opere. Per trovare una data precedente, senza varcare i confini, occorre risalire al lontano 1937 e l’esile catalogo stampato per l’occasione, con la copertina cartonata in azzurro, oltre a darne testimonianza, ci dice alcune cose interessanti. Intanto, che eravamo in laguna, e poi che essa comprendeva settantaquattro dipinti. Lo scrive, quasi scusandosene, l’allora direttore di Ca’ Pesaro, Nino Barbantini: Raccoglierne un centinaio come si era fatto due anni prima per Tiziano sarebbe stato facile, ma sono di prim’ordine. A Roma ne sono stati raggruppati quaranta ed è una mostra emozionante. Però Venezia avrebbe aggiunto quanto la capitale riuscì a dare con Caravaggio nel 2010: un’immersione nel vortice tintorettiano, tra tele e teleri intrasportabili, fissati alle pareti di Palazzo Ducale, della Scuola Grande di San Rocco, incastonati sugli altari delle chiese. Un’immersione stordente e completa, fascinosa, indimenticabile in un luogo che, oltre a farsi insostituibile cornice, sarebbe divenuto tavolozza, mappa ideale, se non, addirittura, attraente ragnatela. Una ragnatela fatta di rii e canali, all’interno della quale l’artista sin da giovane imparò a muoversi con impressionante velocità, attento a catturare la luce e ogni possibile committente. Spinto non tanto dall’ansia del primeggiare, quanto da quella del fare, nutrendo una condizione essenziale ed esistenziale che non verrà mai meno. Una concitata frenesia che Tintoretto automaticamente trasferì all’interno dell’opera, riempiendola di successivi e non sempre compresi significati. La sua è una sorta di corsa contro il tempo, una sfida vinta, un viaggio entusiasmante e spericolato, un incedere interiore e ventoso, capace di conservare del vento persino la memoria. Certo, successivamente, questo lo si ritroverà in altri artisti (pensiamo a Pollock o al nostro De Pisis), ma Tintoretto toccò vertici mai più raggiunti.

Così era Tintoretto, mosso da un fuoco interiore e incurante delle perplessità di molti suoi contemporanei. Persino i più attenti e illuminati ebbero per lui parole di inequivocabile rimprovero. Pietro Aretino, ad esempio, una delle voci tra le più ascoltate e influenti del tempo, tra le righe di una lettera (1548), si sentì in dovere di unire alle lodi, alcuni ammonimenti: E beato il nome vostro, se reduceste la prestezza del fatto in pazienza del fare dando per sicuro che a poco a poco provvederanno gli anni (…) a raffrenare il corso della trascuratezza, di che tanto si prevale la gioventù volonterosa e veloce. Aretino morì otto anni dopo e non fece in tempo a vedere quanto lontane dal vero furono le sue previsioni. Infatti, fu proprio nella sua età più matura che Tintoretto sentirà l’esigenza di accelerare spasmodicamente il ritmo della pennellata, duellando contro se stesso. Per non dire di giorgio Vasari che nel 1568, nelle celebri “Vite” dei pittori, affermò: Stravagante, capriccioso, presto e risoluto, e il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura (…) ha costui lasciato le bozze per finite, tanto a fatica sgrossate , che si veggiono i colpi de’ pennelli fatti dal caso e dalla fierezza, piuttosto che dal disegno e dal giudizio. Anche lui pare rammaricarsi nel riconoscerne il talento, quando successivamente dice: …non avesse, come ha fatto, tirato via di pratica, sarebbe stato uno de’ maggiori pittori che avesse avuto mai Venezia”. Ma morsi assai velenosi non mancarono neppure in seguito. Per tutti basti quello di Roberto Longhi che lo definì genio soffocato dalla facilità oppure Greco senz’anima sino ad augurargli una discesa di molti gradini nella scala dei valori. Ma, si sa, il grande Roberto Longhi, oltre che basso di statura, fu umorale almeno quanto Tintoretto. Roma si è dunque impegnata a testimoniarne la grandezza presentando un nucleo formidabile di dipinti - alcuni dei quali di notevoli dimensioni - alle Scuderie del Quirinale sino al 10 giugno (a cura di Vittorio Sgarbi, commissario giovanni Morello; catalogo Skira, coordinato da G.C.F. Villa. Testi in mostra di Melania Mazzucco), quasi per rafforzare l’ipotesi che proprio per recarsi nella capitale, Tintoretto si sia eccezionalmente allontanato dall’amata Venezia (documentata, infatti, vi è solo la trasferta a Mantova, nel 1580). E’ una deduzione induttiva. Pare quasi impossibile, infatti, che l’artista non abbia sentito la necessità di osservare da vicino il grande Michelangelo, presente nella sua pittura e di sicuro metabolizzato attraverso le opere di Daniele da Volterra e Francesco Salviati. Era già accaduto all’inizio del 2007, quando Tintoretto venne celebrato in Spagna con una spettacolare esposizione nelle sale del museo del Prado di Madrid, e si ripete ora: la tela Sant’Agostino risana gli sciancati, dal 1826 custodita nel museo Civico di Palazzo Chiericati a Vicenza, entra nel percorso espositivo come una tra le prove più convincenti dell’artista, dipinta alla fine del quarto decennio del Cinquecento, a ridosso di due capolavori assoluti, quali: La lavanda dei piedi, presente a Madrid e l’impressionante Miracolo di San Marco che liberò lo schiavo, delle gallerie dell’Accademia e ora a Roma. Tela, questa vicentina, proveniente dalla cappella Porto Godi, nella chiesa di San Michele, distrutta nel 1812. La pala, subì un delicato restauro in occasione della mostra madrilena. Un intervento coraggioso e a “cuore aperto” eseguito a Conegliano nel laboratorio di Renza Clolchiatti. Ma su Tintoretto e il restauro si potrebbe scrivere un capitolo densissimo, ricco di letteratura e di episodi non sempre positivi, purtroppo. Scrive Barbantini, sempre nel ’37: I Tintoretto delle Chiese basterebbero, dunque, a formare la ragione della Mostra (…) non sembra credibile che (alcune) tele, che sono tra le più belle di Tintoretto, siano state deturpate da larghe aggiunte. Nel caso del Sant’Agostino risana gli sciancati durante il restauro poco però si è tolto (a parte qualche velatura giallognola e alcuni ritocchi) e molto si è aggiunto. Operazione assai rischiosa, ma da tutti ritenuta necessaria per restituire alla composizione importanti contrasti cromatici andati perduti in un precedente restauro (1975), quasi fossero macchie sulle dita da togliere con la pietra pomice, trasformando il dipinto in un canto rauco e monocorde. In sostanza, quanto allora era stato deciso di rimuovere (cioè ampie zone di colore relative ai panneggi posti a contatto con le figure ed erroneamente considerati aggiunte successive) si è reinserito, sulla scorta di una precisa documentazione fotografica. Sant’Agostino si presenta ai sofferenti in pellegrinaggio a Roma, apparendo improvvisamente, in cielo, avvolto da un bagliore divino: alto, sospeso sopra a corpi avvitati in torsioni michelangiolesche, in una prospettiva scenica più e più volte ripresa da Tintoretto nei suoi dipinti, quasi a creare stupore attraverso un’efficace teatralità compositiva. Tec-

SCuDERIE DEL quIRINALE

25 febbraio | 10 giugno 2012 via XXIV maggio, 16 Roma Catalogo a cura di Vittorio Sgarbi editore Skira Orario da domenica a giovedì: 10 - 20 venerdì e sabato: 10 - 22,30 INFO tel +39 06 39967500 +39 06 39967200

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TINTORETTO

TINTORETTO

nico delle luci, costumista, scenografo e regista, talvolta attore, oltre che primo spettatore, questo fu l’artista veneziano. In studio aveva costruito delle vere e proprie sale di posa, con piccoli modelli di creta o in gesso, rivestiti di “cenci”. Li sospendeva co’ fili alle travature per osservare gli effetti che facevano veduti all’insù o li inseriva in quinte prospettiche illuminate a lume di lucerna, in modo da studiarne le diverse angolature, il calare delle ombre e, per contro, una luce dorata e ustionante. Con atmosfere preturneriane, predivisioniste forse, comunque di sicuro in anticipo rispetto al proprio tempo. Non a caso, in lui non riconosciamo solo la sua epoca, ma anche la nostra.

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto

hRitratto di vecchio con la barba bianca 1562-1564 ca., olio su tela, cm 127 x 99 Kunsthistorisches Museum, Vienna

hL’ultima cena 1561-1562, olio su tela, cm 241 x 413 Chiesa S. Gervasio e Protasio, Venezia IN aLTO


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di Marica Rossi

h gaetano Previati Pace o Mattino nel prato IN aLTO a SINISTRa

IN aLTO a DESTRa

k Benvenuti

Nascita di Venere

g Llewelyn Lloyd La vendemmia (particolare) a FIaNCO

IL DIVISIONISMO LA LuCE DEL MODERNO PALAZZO ROVERELLA

25 febbraio | 24 giugno 2012 Via Laurenti, 8/10 Rovigo Catalogo a cura di Francesca Cagianelli e Dario Matteoni Silvana Editoriale Orario da martedì a venerdì: 9 - 19 sabato, domenica e festivi 9 - 20 chiuso lunedì non festivo INFO tel +39 0425 460093 info@palazzoroverella.com www.mostradivisionismo.it

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La natura per i Divisionisti è soprattutto il regno della luce, delle sue mirabolanti magie e della vitalità che manifestamente genera e rappresenta. Ad attirarli erano le meraviglie cromatiche di quegli effetti di cui il Divisionismo volle essere comprimario nel ricrearne fragranza e cangiante luminosità. Un esito da loro raggiunto avendo avuto tra gli antecedenti illustri gli impressionisti che erano partiti dalle stesse istanze arrivando con un principe della tavolozza come Monet, a creare una pittura ineguagliabile, capace di trasporre le visioni e le percezioni retiniche che possiamo avere di giardini, marine, o paesaggi di bellezza estrema colorandone sontuosamente persino le ombre. Vedremo che sotto tale aspetto anche nei confronti del pointillisme, pur allettante ed efficace quanto a solarità, i divisionisti furono insuperabili. Lo si vede bene nel corso della puntuale ricognizione storica evidenziata fino al 24 giugno a Palazzo Roverella in quel di Rovigo che dedica a questa che è una delle più emozionanti stagioni dell’arte italiana negli ultimi secoli, un’ampia mostra riproponendone le espressioni con un taglio nuovo e una scelta di opere volte ad illuminare il periodo intercorso tra il 1890 e l’indomani della prima guerra mondiale. Anzitutto la preoccupazione dei curatori Francesca Cagianelli e Dario Metteoni è stata di sottolineare l’originalità degli artisti italiani per spirito, tecniche e ideologia. Artisti che, pur condividendo con i neoimpressionisti Seurat e Signac il principio del francese pointillisme nella scomposizione del colore al fine di ottenere accensioni cromatiche e brillantezze prima inarrivabili, scelgono procedimenti diversi. Un approdo cui i Nostri sono pervenuti moltiplicando gli effetti di luce mediante la separazione metodicamente minuta delle tinte complementari. Ed è così che nel divisionismo italiano i puntini e le barrette colorate dei francesi diventano filamenti frastagliati che si accostano o si sovrappongono. Il tutto in sintonia con la spiccata componente sentimentale associata nelle loro creazioni all’immagine naturalistica di paesaggi o interni, traducendosi in una struttura della pennellata più filamentosa in Previati, materica in Segantini, chiaroscurale in Morbelli. In questi che sono i maggiori rappresentanti del movimento la tecnica divisionista è impiegata sia come strumento per approfondire l’indagine sulla realtà (con espliciti risvolti di interesse sociale in Pellizza da Volpedo, Morbelli e Longoni), sia per elaborare tematiche letterarie e allegoriche in rapporto con gli sviluppi del simbolismo europeo. Chi applica con più rigore il metodo divisionista è Pellizza impegnato a diffondere principi teorici

diventati importanti, come evidenziato dalla mostra, per futuristi quali Balla, Boccioni e Carrà. Altra presenza fondamentale è grubicy de Dragon convinto assertore della portata innovativa del movimento (movimento impostosi all’attenzione del pubblico con la prima triennale milanese nel 1891), mentre Nomellini, proveniente dalla scuola di Fattori, è più vicino ai liguri Cominetti e Merello, molto differenziandosi dall’aretino Severini prima intento a dipingere la campagna e la periferia romana, poi a concludere l’avventura divisionista a Parigi trovando in Signac un ottimo interlocutore. In generale si può ben affermare che dalla rassegna, realizzata con il contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, emerge un articolato percorso tematico che riserva sorprese per le cospicue zoomate sui momenti cruciali del movimento e per la messa a fuoco di autori meno conosciuti ma validissimi come Liewelyn Lloyd del gruppo livornese il cui tessuto divisionista è di altissimo impatto materico. Inoltre quale appendice alla mostra sul Divisionismo si può visitare nella vicina Fratta Polesine la palladiana Villa Badoer dove sono esposte le ceramiche di Galileo Chini (1873-1956), pittore, scenografo, protagonista del rinnovamento dell’arte ceramica tra Ottocento e Novecento.


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di Silvio Lacasella

Nel dipinto di Vienna, in questi giorni a Venezia, l’oro del fondo stringe al centro la figura, ne fascia il collo e i fianchi, ne decora la veste trasparente. La cornice in metallo nel farsi custodia, anche in questo caso, diviene parte integrante della composizione. Avesse potuto disporre della tecnologia di oggi, Klimt avrebbe di sicuro trovato il modo di far uscire dai lati o dalla parete anche le note di Wagner o di Mahler o dell’amatissimo Beethoven, a cui, come sappiamo, dedicherà il celebre fregio. La seconda Giuditta l’artista la dipinse nel 1909 e arriva da Ca’ Pesaro. Fu acquistata alla Biennale del 1910, quando a Klimt venne dedicata una piccola esposizione che ebbe grandissimo successo. Molte cose nel frattempo sono cambiate: la sua ricerca sente l’avvicinarsi di Schiele, ma anche di Kokoschka. L’oro rimane solo nella larga rotaia esterna che incornicia il dipinto. La figura è scandita da tacche cromatiche precise, lo spazio è segnato da linee e geometrie, non vi sono mezzi toni, né passaggi graduali. I seni sono ora entrambi scoperti, ma la carne pare non essere più carne. In Giuditta il desiderio si è trasformato in compito e noi, nel guardarla, ci sentiamo meno complici del suo peccato. Gli occhi guardano, ma già hanno dimenticato. Le mani, trasformatesi in orribili artigli, non sanno più accarezzare. Non ci aiuta Klimt a leggere i suoi quadri. Quasi tutto quello che sappiamo di lui ci arriva attraverso testimonianze, tracce o documenti. Già se devo scrivere una semplice lettera mi vengono sudori freddi. Bisognerà rinunciare ad un mio autoritratto artistico o letterario. Il che non è poi da rimpiangere. Chi vuol sapere qualcosa di me, deve osservare attentamente i miei quadri e cercare di dedurne chi sono e cosa voglio. Eppure, nell’estate del 1917, egli scrive una poesia. Una breve poesia. Un haiku leggermente allungato, ma che molto ci fa capire: La ninfea che cresce sul lago/ è in fiore/ in un uomo bello/ vi è pena nel cuore. Anche in una pittura “bella”, talvolta vi è una pena nel cuore. Bussando di casa in casa, la terribile febbre spagnola del 1918 arriva ad esibire il suo passaporto di morte ad un’Austria già pesantemente toccata dalla guerra e anche nella capitale asburgica si affretta a seminare nuovi lutti e nuovo dolore. Di studio in studio, essa non pensa certo di riguSTAV kLIMT sparmiare le numerose personalità NEL SEgNO DI OFFMAN E artistiche che lì avevano avuto moDELLA SECESSIONE do di sviluppare il loro talento. MuoMuSEO CORRER iono Otto Wagner, Kolo Moser. fino all’8 luglio 2012 Muoiono nel mese di ottobre i coPiazza S. Marco, 52 30124 Venezia niugi Schiele. All’inizio di quello stesso anno, anche in questo caso in anMostra a cura di ticipo sugli altri, rientrato da un viagAlfred Weidinger gio in Romania, si spegnerà Klimt, Orario a causa di un colpo apoplettico. tutti i giorni: 10 - 19 La mostra ha una sua propaggine a INFO Ca’ Pesaro, dove sono esposti due tel +39 041 2405211 tra i pittori che nel nostro paese fax +39 041 5200935 www.mostraklimt.it hanno maggiormente condiviso la lezione klimtiana, Vittorio Zecchin e galileo Chini, presenti il SPIRITO kLIMTIANO primo con Le mille e una notte e il segALLERIA D’ARTE MODERNA condo con La primavera, due fregi di 31 marzo | 8 luglio 2012 sicuro fascino evocativo. A dire il Santa Croce, 2076 vero, avremmo visto volentieri anche Ca’ Pesaro (VE) qualche quadro di Casorati o del priOrario mo Ubaldo Oppi. tutti i giorni: 10 - 18 SOPRa

h gustav klimt

Il girasole, 1897| Volto di fanciulla, 1910

INFO www.capesaro.visitmuve.it

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Palazzi e ponti si frantumano in infinite scaglie di colore sull’acqua della laguna, formando arabeschi e decori raffinati, spirali luminose, percorsi labirintici o fluttuanti intarsi, privi di sfumature, dentro ai quali lo sguardo volutamente si perde. Ciò accade grazie alla confinante realtà, e non potrebbe essere diversamente, come avviene nei quadri di Klimt. Avrà sicuramente pensato anche ad altro l’artista viennese: al cloisonnisme e alle antiche vetrate, ai mosaici visti a Ravenna, alle stampe giapponesi arrivate a lui già filtrate nei quadri di Van Gogh o all’arte bizantina; ma Venezia, come nessun altro luogo al mondo, dà modo di avvicinare in continuazione l’immagine al suo indefinibile riflesso, inteso come proiezione segreta dell’inconscio. Non vi sono confini prestabiliti. Ecco perché la linea in Klimt dall’esterno pare avanzare ondeggiante verso il nucleo della composizione, trasformandosi in sensuale tentacolo. Ed ecco perché l’ornamento dell’art nouveau forma nella sua opera una sorta di gabbia protettiva, dentro alla quale la mente si sente libera di coltivare le più segrete fantasie. E’ un sentire interiore, amplificatosi in una Vienna tenacemente asburgica, ma col passo oramai malinconico e stanco. Incapace di aprirsi ad un’arte che, in tutta Europa, al sorgere del Novecento, andava da tempo mostrando inequivocabili segnali di rinnovamento. Basti pensare che Manet dipinse le Déjeuner sur l’herbe addirittura nel 1863, quando Klimt aveva appena un anno, oppure che quando nel 1897 egli si mise alla testa del gruppo di artisti, di architetti e di letterati che diedero vita alla Secessione, Picasso di anni ne aveva già quasi diciassette, e la sua corsa da quel momento sarà vertiginosa. Per quanto, fu lo stesso Klimt ad alimentare un rapporto di sospettosa diffidenza. Tanto che, nel 1909, al rientro da un viaggio a Parigi, agli amici, che gli chiedevano di commentare quanto succedeva nella capitale dell’arte, pare abbia risposto non mi è piaciuto niente, lassù dipingono troppo. Ciò non toglie che la cultura a Vienna vivesse in una condizione di particolare immobilità, al punto da spingere uno scrittore e saggista sensibile come Hermann Bahr (mente critica del gruppo) a dichiarare: Questo è un cimitero (…) no, anzi, un cimitero è un luogo che incute rispetto. I primi a mostrare insofferenza verso ogni forma di cambiamento furono proprio i pittori legati alla tradizione, una maggioranza arroccata sulle proprie sicurezze, alla quale, peraltro, il gruppo di Klimt non chiedeva di farsi da parte, ma solo di aprirsi al dialogo, concedendo possibilità espositive: Voi siete fabbricanti, noi vogliamo essere pittori! Questo è il nodo del contendere. Negozio o arte, questa è la domanda della nostra Secessione. L’occasione per riflettere su quel periodo, e su Klimt in particolare, nel 150° della nascita, ce la offre oggi la mostra Gustav Klimt nel segno di Offmann e della Secessione, visitabile sino all’8 luglio nelle sale del Museo Correr a Venezia, a cura di Alfred Weidinger, tra i massimi esperti dell’artista (catalogo 24Ore Cultura). La rassegna, nata in stretta collaborazione con il Museo Belvedere di Vienna, presenta, accanto ad una serie di formidabili dipinti, provenienti da collezioni sia pubbliche che private, tra cui Lady davanti al camino (1897/98), Gli amanti (1901/1902), Hermine Gallia (1904) e Il Girasole (1907), anche disegni, arredi, mobili e gioielli. Completano il percorso, dando al visitatore la possibilità di riattraversarne il periodo storico, oltre che artistico, alcuni documenti testimonianti il proficuo dialogo che Klimt e gli artisti della Secessione seppero mantenere con l’architettura (specie con l’amato amico Offmann) ma, non di meno, con la letteratura, con la musica, con le arti applicate: anche l’oggetto più umile, quando sia perfettamente realizzato, aiuta a migliorare la bellezza di questo mondo. Un insieme emotivamente organico e coinvolgente, verso una tanto invocata arte “totale”. Momento tra i più spettacolari ed emozionanti della mostra, divisa per sezioni (dagli esordi accanto al fratello Ernst alle opere della maturità, tra fondi e “trionfi” dell’oro e liricità matissiane, quando Klimt istintivamente allunga il testimone in direzione di Schiele), la possibilità di vedere a pochi metri di distanza le due versioni della Giuditta. La prima, dipinta nel 1901 e proveniente da Vienna, celebre per la sua ambigua e coinvolgente carica erotica, al punto da essere identificata in passato non per l’eroica figura biblica che prima sedusse e poi uccise il generale Oloferne; ma come Salomé, la figura femminile nel cui volto una smorfia lussuriosa e crudele condensa l’estasi col desiderio di annientamento. Chissà se Klimt può aver visto l’immagine, colta proprio nel momento in cui il pensiero si fa ansimante, con accanto la testa decapitata di Giovanni Battista, dipinta nel Seicento da Fracensco Cairo: in entrambi i quadri gli occhi socchiusi guardano senza guardare, è però più facile che abbia avuto presente come trattò la scena un pittore assai noto a Klimt, Gustave Moreau. Vale la pena di ricordare che due anni prima, nel 1899, Freud pubblicò “L’interpretazione dei sogni”.


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l’ARTE

di Marica Rossi Non solo i “Giardini di luce” come il titolo recita, ma tutto l’universo evocato dai dipinti esposti a Palazzo dei Diamanti a Ferrara induce ad una rinnovata attenzione per il pittore spagnolo Joaquin Sorolla (Valencia 1863 - Cercedilla, Madrid 1923) protagonista dell’attuale mostra fino al 17 giugno. In primi piano stanno certamente i fiori che con tanta maestria e sagacia egli dipinse. Corolle e virgulti così vivi e fragranti da farcene assaporare il profumo per quel suo inconfondibile modo di rappresentare le magie della prediletta flora come una parte di mondo in grado di rappresentare il mondo intero. Una sapienza che si è caricata progressivamente di senso grazie ad una non comune conoscenza dei segreti del colore accentuatasi paralSOROLLA gIARDINI DI LuCE PALAZZO DEI DIAMANTI

17 marzo | 17 giugno 2012 Corso Ercole I d’Este, 21 44121 Ferrara Mostra a cura di Tomàs Llorens, Blanca PonsSorolla, M. Lòpez Fernández, Boye Llorens

INFO tel +39 049 663499 fax +39 049 655098 diamanti@comune.fe.it

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Orario tutti i giorni e i festivi: 9 - 19

lelamente a doti affinate nel tempo, con virtuosismi di gusto Belle Epoque fra i cui splendori si trovò a vivere nell’età matura. Ed è sulla produzione di questi anni che i curatori Tomàs Liorens, Bianca Pons-Sorolla, Maria Lòpez Fernàndez e Boye Liorens si sono concentrati prospettando dell’arte sua una visione in grado di affascinarci e anche di stupirci per il fatto che il pittore, osannato in patria ma a noi quasi sconosciuto, è per la prima volta in Italia con una mostra, a sì grande distanza dalla presenza sua a Venezia nelle Biennali d’Arte quando era in vita. Indubitabile è quindi l’appeal di tale rassegna promossa e organizzata da Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con il Patronato de l’Alhambra y Generalife di Granada, la Fundaciòn Museo Sorolla e il Museo Sorolla di Madrid prevedendo dopo l’esordio ferrarese, tappe a Granada e a Madrid.

maggio | giugno 2012

La mostra si fa molto apprezzare fin dalle prime sale per il tripudio di volti della natura che sono fonte d’ogni meraviglia possibile all’uomo sulla terra. Non solo per lo sguardo o l’odorato, ma per la mente, e per l’accensione di un forte sentire. Emblemi di questo paradiso dovevano essere per forza i manti arborei e i patii ispano-musulamni (d’estate pieni di gelsomini che emanano profumi forti e gradevoli) di cui Sorolla riesce a dare una lettura impressionistica creando visioni di molta grazia e attrattiva, con punte d’eccellenza dove spiccano i gialli e i bianchi splendenti ispirati dal giardino della sua casa a Madrid. Cromie abbaglianti da cui emergono piante andaluse, alberi da frutta, statue, fontane e azulejos (le tipiche piastrelle). Un giardino davvero ideale per la sua ricerca poetica essendo che la luce in questo luogo di delizie pare permettesse il passaggio dei colori direttamente dalla tavolozza alla tela! Altri soggetti notevoli sono i ritratti, sia di famigliari che di gitane; e poi le cerimonie sacre come le processioni e le schiere di penitenti. E’ certo trattarsi di un artista eclettico che seppe guardare ai grandi che l’hanno preceduto come Velasquez, a contemporanei come Monet (nato ventitré anni prima), a Sargent e a Boldini. La rassegna in definitiva appare facile perché immediato è il filo rosso da individuare, ma nello stesso tempo è intrigante poiché di primo acchito non ci si spiega di tale dimenticanza specie qui persino negli anni recenti di rivisitazione degli artisti della Belle Epoque. La risposta è che nella storia dell’arte spagnola nell’ultimo secolo la fama di Sorolla fu oscurata da pittori quali Picasso, Mirò e Dalì. Adesso invece suona unanime il ”Bentornato Sorolla!” IN aLTO

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La siesta, 1912, olio su tela, cm 200x200 IIN aLTO a SINISTRa

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Patio de Comares, Alhambra, 1917, olio su tela, cm 85x107 SOPRa aL CENTRO

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Il bacino dell’Alcázar di Siviglia, 1918, olio su tela, cm 72x52 (tutti presso il Museo Sorolla di Madrid)


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l’ARTE

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ATTRAVERSAMENTI di Vincent Pirruccio di Ornella Fazzina

pea. Le opere, realizzate in ferro, acciaio, pietra, ricalcano schemi rigorosi che nella costruzione geometrica trovano la loro massima manifestazione. Pulizia tecnica e composizione matematica rientrano nello studio razionale della forma messa, però, a dura prova con principi di stabilità, in un continuo rapporto di

vuoto/ pieno e di incastri sempre al limite della precarietà e della sospensione. Sono, queste, sculture in bilico che nel contrasto creano una forte tensione che stupisce per la forza insita nelle forme e nella materia nonché per un plasticismo geometrico o sinuoso che le rende oggetto di dialogo con lo spazio ospitante.

Strutture primarie sono i titoli delle opere di Pirruccio, basate su un’apparente semplicità linguistica che però sottintende una profondità di analisi. La sua ricerca plastica punta sul rapporto tra la scultura, l’ambiente e l’osservatore, generando molteplici possibilità percettive e nuove esperienze estetiche. Il concepire grandi sculture geometriche di ferro in relazione a luoghi specifici, sulle quali l’agire delle intemperie fa delle sinopie del passaggio del tempo, diventa un modo per comunicare la potenza della natura su di noi. Inoltre, nelle sue opere si ravvisa tra forma e contenuto uno stretto rapporto che permette di leggere l’opera a diversi livelli, non ultimo quello di un percorso autobiografico che vede nella interruzione della linearità, della simmetria, della perfezione formale un racconto di vita. La precarietà diventa, quindi, il leit motiv di gran parte della sua produzione, una poetica di sospensione, di tensione interna e di torsione dei volumi che giocano con equilibri sempre in bilico. Un racconto fatto di soste e di riprese, di arrivi e di partenze, di attraversamenti: metafora di un continuo viaggio del quale spesso non si conosce la meta. IN aLTO

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Anello, 2012, ferro e acciaio IIN aLTO a SINISTRa

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Struttura primaria nello spazio

2010-2011, ferro e pietra (collezione privata) a FIaNCO

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Struttura primaria nello spazio 2011, ferro e pietra ATTRAVERSAMENTI VINCENT PIRRuCCIO

ITINERARI D’ARTE: SCuLTuRE NEL TERRITORIO PALAZZOLO ACREIDE

9 maggio | 30 giugno 2012 (luoghi vari) SIRACuSA

11 maggio | 30 giugno 2012 (luoghi vari) NOTO

1 luglio | 30 giugno 2012 (luoghi vari) Mostra a cura di Ornella Fazzina

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La mostra Attraversamenti di Vincent Pirruccio, organizzata dal collezionista Diego uccello e curata da chi scrive, con catalogo Emanuele Romeo editore, ha lo scopo di valorizzare alcuni spazi del centro storico e della zona archeologica di Siracusa (11 maggio - 30giugno 2012), Palazzolo Acreide (9 maggio - 30giugno 2012) e Noto (1 luglio -30 settembre 2012) con grandi sculture che, modificando la percezione dello spazio, restituiscono una nuova visione urbana. Le opere sono disposte lungo un percorso prestabilito e dialogano con i luoghi e con il pubblico che interagiscono con le stesse. L’esperienza artistica di Pirruccio affonda le proprie radici nel Costruttivismo per arrivare ad inserirsi nei movimenti degli anni ‘60/’70 in cui l’artista, dopo un periodo impegnato in operazioni percettive e concettuali con l’utilizzo di superfici specchianti, si è concentrato su strutture bidimensionali che progressivamente si espandono generando movimento, in contrapposizione alla staticità connaturata al genere scultoreo. La sua attività si avvale di un’esperienza maturata prima fuori dall’Italia e successivamente a Milano, che negli anni ‘70 ha rappresentato uno dei centri della creatività e della sperimentazione nel campo delle arti visive, supportata da firme qualificate della critica italiana quali Gillo Dorfles, Flaminio Gualdoni, Daniela Palazzoli e con esposizioni insieme ad importanti artisti della scena euro-


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maggio | giugno 2012

di Michele Romano

Il giardino immaginato a Firenze, Ichthys nel Val di Noto e il Futuro zoomorfo a Berlino… sono i segni della forza sperimentale nella scultura di Giovanni Galizia. Gesso, marmo, ferro e bronzo, materie ataviche della scultura rinascimentale rivisitate in una nuova e riflessiva contestualizzazione del genius loci. Bestiari del contemporaneo, giardini popolati da esseri naturali, frammenti di impronte che tracciano cammini silenti, zampe che narrano un percorso della Memoria, dalla forza generatrice di un ameno spazio cinquecentesco, alla lotta e alla difesa di quel Mediterraneo dove Ichtys o tonni della cultura ellenica si annullano nel passaggio del canale isolano, preda di economie orientali. Le sue poliedriche animalie scolpite, si mostrano assenti al dialogo con

l’umano, annullano la loro comunicazione per una autonoma denuncia, si isolano in gruppi, si mostrano naturali nella innaturalità dell’area performativa. Alla gAN del Val di Noto, l’artista inventa e interpreta sinestesie visive e sonore…un’idea del mediterraneo…installa negli spazi di un collegio gesuitico settecentesco una flotta di ichitys/tonni mozzati, segmentati, tatuati e sicuri di un attraversamento non più acqueo/marino ma soave e etereo come la luce che li attraversa e li rende potenti e unici, quasi ancestrali. La new generation della scultura europea, tra Firenze e Berlino, si interroga sulle metamorfosi dell’umano, e osserva, trasmuta e reinventa la morfologia animale. Quasi un viaggio, non solo visivo ma culturale, dove si riscontra quella fucina dell’orror vacui, quella tendenza alla ri/modellazione della Natura, mostruoso e immaginario, quell’idea che Jurgis Baltrusaitis definiva bizzarrie, grilli e arabeschi lunari…e che Galizia rilegge come naturale visione di una decontestualizzazione contemporanea. Una nuova frontiera della scultura/ambiente, tra tracce di natura zoomorfa (pecore, tonni e zampe di gallina)…e contesti urbani. Una linea di indagine che può condurre ad una intima e chiarificatoria visione della modellazione plastica come fucina di una filosofia generazionale, artisti che lottano nella ricerca di una DIFESA della NATURA. Quello che il genetista Guido Barbujani definisce Mutata forma: dall’animale all’uomo, quell’incommensurabile dialogo che la trasfusione ottica del contemporaneo trasferisce come nodo centrale della coscienza umana, al di là della nostra quotidiana esistenza... grazie.

j g. galizia | Intervallo 05, resina e video; installazione, Firenze, 2005

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di Daniele Mereu Una mostra sulle artiste donne in Sicilia ha un sapore un po’ romantico e passatista, anche se curata con così tanta attenzione e dedizione. Oggi le artiste non hanno più ruolo secondario, si sa. Nessuno si sognerebbe, ad esempio, di considerare una Maria Lai inferiore a un qualsiasi suo collega di sesso maschile, per non parlare dell’attuale panorama globale dove i nomi femminili celebri non si contano (Celmins, Abramovic, Dumas, Saville, Sherman…). Non la pensa così Dacia Maraini, che firma la bella introduzione al libro-catalogo (edizioni di pasaggio, Palermo). “Quando mi hanno proposto questo progetto coordinato dalla studiosa Anna Maria Ruta l’ho trovato subito giusto e calzante - ha dichiarato la Maraini - le donne già devono subire discriminazioni in tanti campi, ma nelle arti visive la penalizzazione è ancora più forte, perché nell’arte è innegabile, domina ancora una supremazia maschile. Dacia Maraini ricorda le figure intense ed espressive di Lia Pasqualino, pensa “al nitore del tratto di Ida Nasini, ai soffusi paesaggi di Teresa Tripoli, alle rapide pennellate impressioniste di Maria Giarrizzo, all’esistenzialismo ante litteram di Maria Grazia Di Giorgio, ai fosforescenti colori utrilliani di Emma Giarrizzo, alle invenzioni futuriste di Benedetta e di Adele Gloria, ai tratti morbidi e lucidi di Elena Pirrone. Pensa alla mamma, Topazia Alliata, tra le indiscutibili protagoniste di questa mostra. Ci sono poi le donne venute in Sicilia per amore: la giapponese O’Tama Kiyohara, Herta Schaeffer Amorelli e Adelaide Atramblè. Il dovuto spazio è stato poi dato a Carla Accardi, artista nota internazionalmente - celebrata in Sicilia con una mostra ancora oggi in corso alla Fondazione Puglisi Cosentino di Catania. Fare una mostra di artiste solo donne rischiava comunque di essere una scommessa capricciosa. Ma qui si parla della Sicilia degli anni tra il 1850 e il 1950, e questa mostra (chiusa lo scorso 25 aprile), bene allestita nelle grandi sale dell’Albergo Reale delle Povere, uno degli spazi espositivi più prestigiosi di Palermo, la scommessa l’ha poi chiaramente vinta (produzione della “Publinews” di Francesco Rovella, ndr). I comunicati stampa e i numerosi articoli pubblicati parlano chiaro: più di tredicimila gli spettatori per le centosettantaquattro opere delle 32 artiste presenti in mostra. Nel libro-

catalogo vari sono i contributi Il libro - ha detto Joselita Ciaravino delle “Edizioni di Passaggio” - è composto da monografie che ne fanno un prezioso lavoro corale che contribuisce a far luce su un brano importante della nostra storia, non solo siciliana, non solo femminile, ma italiana e per la società della cultura intera. Oltre a Anna Maria Ruta e Dacia Maraini sono Manuela Conciauro, Valentina Di Miceli, Angela Fodale, Marina giordano, giulia gueci, giulia Ingarao, Marina Sajeva, Maria Antonietta Spadaro, giulia Sommariva, Sandra Tucci le studiose che hanno dato il loro contributo alla realizzazione del volume. Tutte donne, per una ricognizione che ha meritato il suo successo, e che non è detto sia al suo primo e unico round. h Ida Nasini Campanella Raffaella al mare, 1934, olio su compensato, cm 80x82


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maggio | giugno 2012

di Giuseppe Carrubba

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Time is love: lo afferma un’esposizione internazionale di video arte, alla quinta edizione, che si svolge in diverse città del mondo. Il tema dell’amore, denominatore comune della rassegna, viene affrontato da artisti di diverse nazionalità e diviene un mezzo per affermare poetiche, visioni e culture differenti e un momento di indagine per valutare le nuove tendenze nell’arte del video. Mente e anima della rassegna è il giovane artista e curatore kisito Assangni, che dal 2008 presenta il tema dell’amore in tempi difficili. Originario del Togo (Africa), vive tra Londra e Parigi dove ha studiato all’école Nationale Supérieure des Beaux-Arts. La sua opera ed i suoi progetti internazionali affrontano i temi della post-globalizzazione e della psico-geografia. Time is Love ha presentato il lavoro di numerosi artisti internazionali in diverse sedi e luoghi. Nel 2008 in Francia Time is Love.1 alla Galerie Octobre di Parigi, nel 2009 in gran Bretana Time is Love.2 allo Studio 1.1 Gallery a Londra, nel 2010 in germania Time is Love.3 alla Werk-Raum Gallery a Berlino e nel 2011 in Svizzera Time is Love.4 al CACT Centro d’Arte Contemporanea Ticino a Bellinzona. Time is love.5 viene ospitata per tutto il 2012 in diversi spazi espositivi coinvolgendo nazioni come l’Italia, la Germania, il Regno Unito, gli Stati Uniti, Cipro, la Francia, l’Olanda, l’Ucraina e la Romania.

TIME IS LOVE.5

Esposizione internazionale di Arte Video Fondatore e curatore: kisito Assangni Coordinatrice: Annabelle Boko ARTISTI COINVOLTI

Adamo Macri (Canada), Alicja Rogalska (Polonia/Regno Unito), Alysse Stepanian (Iran/USA), Charlotte Merino (Francia), ELASTIC group (Italia), Fernando Velasquez (Brasile), glenn Church (Regno Unito), grace kim (USA), Hermelinde Hergenhahn (Olanda), Hervé Penhoat (Francia), Irina gabiani (Lussemburgo), Isidora Ficovic (Serbia), kokou Ekouagou (Togo/Cina), Larry Caveney (USA), Laurent Fiévet (Francia), Masha Yozefpolsky (Israele), Michael Chang (Danimarca), Michael Douglas Hawk (Germania), Nadiah Shazana (Malesia/USA), Neven Allanic (Francia), Nina Backman (Finlandia), Pier giorgio De Pinto (Svizzera), Saliou Traoré (Burkina Faso/Olanda), Samba Fall (Senegal), Simone Stoll (Germania), Tristan Mory (Francia), ulf kristiansen (Norvegia), Wai kit Lam (Hong Kong), William Esdale (Gran Bretagna), Xavier gautier (Francia) LuOgHI E SEDI ESPOSITIVE

10-30 Gennaio 2012 | [.Box] Space, Milano, Italia 14 Gennaio 2012 | SAVVY Contemporary, Berlino, Germania 3 Febbraio 2012 | Expressive Arts Institute, San Diego, USA 18 Febbraio 2012 | Rich Mix Foundation, Londra, Regno Unito 8 Marzo 2012 | The Cornaro Institute, Larnaca, Cipro 24 Marzo 2012 | Galerie Octobre, Parigi, Francia 1 Aprile 2012 | Zet Foundation, Amsterdam, Olanda 9 Aprile 2012 | KULTER. Amsterdam, Olanda 25 Aprile 2012 | City Art Gallery, Kharkov, Ucraina 8-9 Novembre 2012 | PAVILION UNICREDIT - Center for Contemporary Art & Culture, Bucharest, Romania. INFO: timeislove@mail.com | http://timeisloveshow.blogspot.it/

Il tempo è amore è una scelta e una provocazione - spiega Assangni - perché viviamo in un’epoca dove tutti parlano di denaro, per cui pensare all’amore diventa necessario, salutare e salvifico. Nel presente l’arte del video è il medium più contemporaneo e rispetto alla pittura, alla scultura e alla fotografia, è la forma d’arte più accessibile a tutti noi, abituati alla TV e all’immagine in movimento; nello spirito della rassegna il video viene usato in maniera conviviale e ludica. L’esposizione vuole mettere in evidenza il percorso di trenta artisti all’interno del panorama globale dell’arte contemporanea e creare i presupposti di riflessione sui modi e i linguaggi che hanno determinato le opere proposte. SOPRah Pier giorgio De Pinto | It’s all about love, Frame da video Courtesy dell’artista IN aLTO J kokou Ekouagou | Taller man, Frame da video Courtesy dell’artista a SINISTRa j Saliou Traoré | Traffic mum, Frame da video Courtesy dell’artista


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l’ARTE

Il progetto promuove e sostiene così tutti quegli artisti che attraverso il loro lavoro producono meccanismi di interiorizzazione e trasformazione del pensiero e della società, proponendo di oltrepassare i confini culturali mediante idee e altre visioni. Si affermano, così, in Time is love.5 opere legate all’ingegno ed all’innovazione e la tecnologia diviene un mezzo per definire un contenuto e un’estetica; opere dove le visioni possono stabilire un rapporto dialettico tra la performance e la sperimentazione, con immagini sgranate o sovrapposte, oppure immagini dal va-

lore di documentazione sociale, tra installazione, animazione e fotografia, narrazione e non narrazione, segno e suono. La rassegna ci mostra la difficoltà dell’uomo contemporaneo a relazionarsi in maniera naturale e serena con l’amore, dimostrando come sia difficile parlare di solidarietà e di compassione quando ad affermarsi sono i valori dell’individualismo e dell’indifferenza. Il sentimento dell’amore viene affrontato e analizzato attraverso i temi del rifiuto, della solitudine, del male, della vendetta, della minaccia, della delusione e della vergogna e

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le opere presentate ci rivelano la complessità, la gioia e la tristezza, tra piacere e tormento, delle passioni umane. La difficoltà delle relazioni interpersonali, le molte sofferenze e lacerazioni, manifestate nelle opere dagli artisti della rassegna, determinano un humus di visioni individuali e collettive che transitano nella condivisione lentamente, per liberare con effetto catartico il dolore dall’animo umano e restituire al tempo e allo sguardo un sentimento nuovo.

i Nadiah Shazana Distant love, Frame da video SOTTO

Courtesy dell’artista

L’autore ringrazia kisito Assangni e il CACT - Centro Arte Contemporanea Ticino (Bellinzona /Svizzera) per la collaborazione.

k Nina Backman Aino-Metronatural a DESTRa, IN aLTO

Frame da video Courtesy dell’artista

a DESTRa aL CENTRO

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Hermelinde Hergenhahn The Others Frame da video Courtesy dell’artista

g Isidora Ficovic Sex, lies and videotapes a FIaNCO

Frame da video Courtesy dell’artista

di Ornella Fazzina

Il Centro Interdisciplinare Musica d’Arte (CIMA) mira alla musica come totale centro di progettazione per l’arte. L’Associazione si prefigge l’obiettivo di far conoscere la musica elettroacustica e le sue varie implicazioni con le arti ad un pubblico di giovani, per avere una consapevolezza musicale sempre più diversificata e critica. La necessità di fondare il CIMA è legata a DI_stanze, festival comunitario delle arti sonore, diretto da Massimo Carlentini, la cui seconda edizione è in collaborazione con la Federa-

zione CEMAT – Ente di Promozione Musicale con sede a Roma e varie istituzioni dell’Ateneo catanese: il Dipartimento di Matematica e Informatica, il Dipartimento di Fisica e Astronomia, la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania e l’Accademia di Belle Arti di Catania. Si avvale anche del prestigioso patrocinio del Conservatorio di Musica “S. Cecilia” e dell’Associazioni di Informatica Musicale Italiana. Il festival prevede incontri, concerti e installazioni. In collegamento skype, ci saranno vari autorevoli esponenti dall’Italia, Regno Unito,

Germania, Giappone, Argentina, Brasile.Tratteranno vari argomenti: aspetti stilistici sulla composizione tecnologica, rapporto tra suono e immagine, nuovi modi di vedere l’opera d’arte, rapporto tra strumenti acustici e strumenti informatici per il live elettronics, analisi di opere di storia della musica elettroacustica, aspetti fisico/acustici delle oscillazioni solari, i suoni degli abissi. Durante il festival, saranno presenti in permanenza installazioni sonore realizzate dall’Accademia di Belle Arti di Catania. Lo scopo è utilizzare la comunica-

zione a distanza come modo di operare a basso costo, così come il collegamento streaming. Gli incontri si terranno dalle 9,30 alle 13,30 presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, via S. Sofia, Catania. I concerti si terranno dalle ore 20,00 alle ore 23,00 presso Zo Centro culture contemporanee, Piazzale Asia 6, Catania.


maggio | giigno 2012

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l’INTERVISTA

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di Sisco Montalto Colapesce, apprezzatissimo cantautore dei nostri tempi, è da poco uscito con il suo album d’esordio, un Meraviglioso Declino, album che è già un successo di critica ma soprattutto, cosa più importante, di pubblico. Si perché quando si scrive con sincerità e ci si lascia andare alle sensazioni più intime che sono in ognuno di noi, è facile creare qualcosa di universale nel quale chiunque, anche i meno sensibili, possono ritrovarsi e forse riscoprirsi. E poi al di là di queste considerazioni, è un album ben fatto e ben suonato, che parla di quotidianità senza essere banale... in un’epoca di poca originalità, di grande uniformità, Colapesce sembra aver trovato una giusta chiave tra passato e presente. S.M. Mi parli del nuovo disco? Un disco intimista che riflette la vera anima della musica di Colapesce? Colapesce E’ sicuramente intimo, ma parla di sentimenti e situazioni universali: dall’amore, alla politica, alla famiglia. Non so se riflette “la vera anima” di Colapesce, non voglio ingabbiarmi prematuramente in definizioni, magari il prossimo disco sarà punk o per cori e organo. S.M. Cosa c’è di “meraviglioso” nel declino?

C. Mi sembrava divertente e provocante “giocare” con quest’ossimoro. ultimamente nello stivale, di meraviglioso c’è ben poco. S.M. Quanto questo album è autobiografico e quanto influenzato dai tempi che stiamo vivendo? C. Le cose vanno di pari passo: è autobiografico perché descrivo il tempo che sto vivendo. S.M. So che Vincent Migliorisi parteciperà al tuo tour, come è nata questa collaborazione? C. E’ nata tramite Giuseppe Sindona (bassista di Colapesce e Albanopower, ndr). Con Vincent suonano insieme nel progetto “Still Smiths” (tribute band degli Smiths di Morrissey). Vincent è un polistrumentista di grande talento e sono felice

di averlo tirato in mezzo al “declino”. S.M. ...e con Roy Paci? C. Con Roy siamo amici da una vita, è stata una collaborazione “naturale” e non pianificata preventivamente. C’è un grande rispetto personale prima di ogni cosa. Sono sicuro che continueremo a collaborare anche per il prossimo disco. S.M. Quanta internazionalità e quanta italianità c’è nella tua musica? C. In Colapesce c’è molta internazionalità per quanto riguarda le scelte sonore e di produzione. L’italianità è data principalmente dalla lingua e da alcune influenze che ho assorbito col tempo dal cantautorato italico degli anni ’70. S.M. Molti si sono ritrovati nelle atmosfere nostalgiche di questo lavoro: tu quando scrivi pensi e ti preoccupi di essere in qualche modo capito? C. Non penso mai al fruitore finale, se poi la gente si rispecchia in quello che scrivo chiaramente mi fa piacere. Ti assicuro che non adopero piani marketing per far crescere le amicizie su facebook tramite canzoni ammiccanti!!! S.M. Ho sempre un certo rammarico quando vedo cantautori come

te che in questo paese rimangono eterni emergenti, poi penso anche che magari certi album in altri contesti non esisterebbero. Tu che idea hai a riguardo? C. Ho 28 anni e ancora sono pieno di speranze. Non ho il complesso da eterno emergente. La meritocrazia, si sa, non esiste nel nostro paese. Però non voglio frantumarmi “le palle” a casa pensando “se fosse diverso in Italia forse sarei una rockstar”. Scrivo e compongo per necessità. Anche se dovessi fare un altro lavoro nella vita, non rinuncerei mai alle note. La musica per me è una vocazione, non un modo per emergere. S.M. Come pensi che un cantautore ma più in generale un artista debba porsi nei confronti di quello che lo circonda? Tu non sembri avere l’approccio polemico che in questi anni va anche un po’ di moda a volte... C. Porsi con sincerità e onestà intellettuale, sono le uniche speranze che abbiamo per uscire dalla “crisi” musicale. Alle polemiche preferisco, ancora una volta, suonare. http://www.myspace.com/colapesce https://www.facebook.com/pages/colapesce/101101469934798

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di Sisco Montalto

Come spesso mi accade, le cose inaspettate si rivelano poi decisamente positive, così ho conosciuto Francesca Pizzo e il suo progetto Melampus, nome mitologico di uno dei lavori più interessanti che ho ascoltato ultimamente. Melampus nasce nel 2011 a Bologna dall’idea di Francesca, musicista e artista visiva (già all’attivo con la band Nel Dubbio) e Angelo Casarrubia, Buzz Aldrin, musicista e fotografo: Entrambi abbiamo precedentemente suonato in vari progetti di matrici musicali molto differenti tra loro come bassista principalmente e come batterista Angelo in gruppi pop-rock-ga-

rage-punk”. Un ep quello dei Melampus, cupo e minimale, con distorsioni improvvise che lasciano il segno, svariate le influenze e le sfumature new wave. Il duo sembra essere la dimensione ideale, come se non bastasse e non servisse altro: L’idea di suonare assieme è stata voluta dopo esserci resi conto che viviamo e vediamo la musica in un modo molto simile, per questo abbiamo scelto di restare in due, di modo che non ci fossero influenze e compromessi con altre persone, facendo sì che la nostra idea rimanesse la più pura possibile, avere il controllo totale a livello musicale, logistico e di intenti.

Le tracce scorrono lente e riflessive a creare un’atmosfera sospesa tra la psichedelia, il rock più grezzo e la melodia; una manciata di minuti che creano visioni e lasciano fotografie nella mente, accarezzati dalla voce sempre sensuale e profonda di Francesca, che ricorda quella dell’affascinante Alison Mosshart (The kills) e a tratti Anja Franziska Plaschg (Soap&Skin), solo per citare due nomi che ultimamente seguo molto. L’ep, nato quasi dal nulla, è interamente autoprodotto e sin dalla copertina rappresenta il manifesto dell’anima dei Melampus:Appena composto i primi pezzi volevamo entrambi registrarli per confezionare un EP totalmente autoprodotto, come nella migliore tradizione del rock indipendente, insegnamento appreso dai Fugazi e dalla loro Dischord, anche se oggi un discorso del genere è quasi impossibile. Abbiamo optato per un packaging cartonato interamente assemblato a mano, con illustrazioni a china di Francesca. I Melampus sono solo all’inzio ma già sulla strada giusta e con idee limpide: Il nostro obiettivo al momento è di far sentire la nostra musica il più possibile, sia attraverso i live (tra Febbraio

e Marzo faremo una serie di date in Inghilterra e Germania), sia tramite le produzioni, infatti stiamo già programmando la prossima registrazione su lunga durata per il nostro primo full length, da fare uscire con una label di modo che abbia più possibilità di arrivare dove un prodotto handmade non può. Una musica che esce così, senza filtri e infrastrutture come sostengono anche loro stessi: Non abbiamo deciso a tavolino che musica fare con i Melampus, ma ci rendiamo conto che tutti i nostri ascolti ci influenzano, non siamo “fissati” su un genere, sarebbe riduttivo, abbiamo bisogno di varie cose, atmosfere e sonorità, preferiamo non citare gruppi, abbiamo imparato con gli anni che è una lama a doppio taglio... e alla fine quando vengo a sapere che tra le innumerevoli ispirazioni e influenze musicali che sono alla base del background musicale dei ragazzi: al momento un nome su tutti, è quello dei Doors... capisco che si, le cose che mi accadono inaspettate, forse non accadono per caso, e sono decisamente le più positive! https://www.facebook.com/melampusmelampus?sk=app_182222305144028

INFO


maggio | giugno 2012

Dedicato a chi siede ancora molto in alto nello sport italiano e due anni fa l’aveva definita “non una campionessa”, dedicato a chi non aveva compreso che i problemi erano solo nella testa e una volta sbloccata Carolina kostner sarebbe diventata una vincente. Ai Campionati Mondiali di Pattinaggio Artistico la pattinatrice di Ortisei (Bolzano) ha scritto una splendida pagina della storia dello sport italiano, conquistando una medaglia d’oro che nessuno aveva mai saputo vincere prima. Tutto è successo il 31 marzo scorso, a Nizza, dove la Kostner è riuscita ad eseguire un Programma Lungo praticamente perfetto. Solido il suo contenuto tecnico (cinque tripli di cui due in combinazione), e altissimo il punteggio artistico. Il titolo mondiale è giunto a coronamento di una stagione d’incredibili successi in cui l’altoatesina ha trionfato in tutte le competizioni maggiori completando un Grand Slam che è passato dalla vittoria dei campionati Europei, la quarta, a quella nel Gran Prix, fino a questa del titolo mondiale. Nizza 2012 è una consacrazione, la quarta medaglia iridata dopo un argento e due bronzi mondiali alle quali si aggiungono sette medaglie europee consecutive (quattro ori, due argenti e un bronzo). Solo lei, nel lotto, vantava già nove esperienze mondiali. Carolina, terza dopo il Programma Corto (i Programmi Corti, detti anche Obbligatori, durano 2 minuti e 50 secondi. I pattinatori devono eseguire degli elementi richiesti come parte del programma), ha risalito la classifica grazie ad un Programma Libero (quest’ultimo consiste in un programma bilanciato di circa 4 minuti fatto di elementi di pattinaggio, quali i salti, le trottole, i passi e altre elementi di transizione eseguiti in armonia con una musica a scelta dell’atleta) splendidamente interpretato sulle ammalianti note di Wolfang Amadeus Mozart. Carolina è fredda, razionale, aggressiva, audace. Gli elementi tecnici sono da sballo, quelli artistici da urlo, i migliori in entrambi i casi. Un’esecuzione perfetta, mirabile. Il “Palais des Expositions”, gremito, anche di tifosi italiani, è tutto con lei. Silenzio e boati, il pathos regna fra le migliaia che si lasciano trascinare dalle emozioni e a 25 anni Carolina vede finalmente la sua tenacia premiata concludendo al primo posto con 189.94 punti che le permettono di scavalcare la russa Alena Leonova (184.28) e la giapponese Akiko Suzuki (180.68). Poteva essere oggi o forse mai più: è stato oggi. La stella che reclamava il firmamento del pattinaggio su ghiaccio italiano ha finalmente trovato la sua luce. La vittoria nel Grand Prix di Quebec City e l’oro degli Europei di Sheffield l’hanno messa sul piedistallo, questa vittoria la con-

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l’AZIONE

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di Davide Scandura

sacra definitivamente, senza discussioni. Le delusioni che l’hanno fatta piangere sono solo un ricordo, anche questa sera scendono le lacrime, ma sono solo lacrime di gioia. Quello che colpisce nella storia sportiva di Carolina Kostner però, non sono solo i risultati, è piuttosto lo straordinario esempio di passione, tenacia ed umiltà che ha saputo incarnare nel corso degli anni. Ha iniziato a pattinare all’età di 4 anni Carolina; sua madre era una pattinatrice, suo padre un ex-giocatore di hockey su ghiaccio, i suoi due fratelli giocano ad hockey in Germania. Una famiglia nata sul ghiaccio dunque. Ma la vera carriera della Kostner ha avuto inizio con il bronzo conquistato ai Campionati del Mondo Junior del 2003, poi tre titoli italiani ed un bronzo mondiale; nel 2006 viene così presentata alla ribalta mediatica come la giovane promessa dello sport italiano alle Olimpiadi di Torino, dove arriva nona. Poi alti e bassi, sempre a un passo dal vero successo senza riuscire mai ad agguantarlo. Fino ad arrivare alle due prestazioni catastrofiche dei Mondiali di Los Angeleles 2009 (dodicesima) e delle Olimpiadi Invernali di Vancouver 2010 (sedicesima). Dopo il sesto posto ai Mondiali di Torino 2010 poi, la carriera della Kostner sembrava finita: la giovane promessa era infatti stata

etichettata come un’atleta già sul viale del tramonto, da tutti criticata con ferocia tanto quanto in passato era stata esaltata con forse troppo, prematuro, entusiasmo. Ed è proprio qui, dal fondo, come spesso accade, che la rinascita ha avuto inizio. Contro ogni previsione Carolina continua a pattinare. Dopo una breve parentesi in America, torna nel luogo dove tutto è cominciato, dal suo allenatore di sempre. Si rifugia nel calore della sua terra e dei suoi affetti. Si dimentica di giornali, federazioni, aspettative mediatiche e comincia a ritrovare la serenità andando avanti per l’unica strada che conosce, fare quello che ha sempre amato. Lo spirito però è diverso, ora lei pattina per se stessa: il suo obiettivo non è vincere ma esibirsi al meglio; lasciare ogni volta, in ogni gara, il cuore sul ghiaccio. È un cambiamento radicale e l’affetto del pubblico, sempre immutato, si moltiplica su scala internazionale. Le giurie la riscoprono come una delle atlete più dotate non solo tecnicamente ma anche a livello interpretativo, ed i risultati si susseguono, medaglia dopo medaglia. Dalla luce alle tenebre e di nuovo alla luce: un arco drammatico perfetto, quasi teatrale, che fa di questa atleta ancora giovane (venticinque anni) ma al tempo stesso vete-

rana (dieci anni di carriera nella categoria senior) una delle più grandi donne che lo sport italiano abbia mai avuto. Per la prima volta in oltre un secolo di storia del pattinaggio sul ghiaccio, l’Italia vince l’oro ai campionati del mondo. L’unico oro precedente sul ghiaccio, risaliva infatti a Vancouver 2001, quando Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio trionfarono nella danza. é un risultato storico quello di Carolina, da consegnare alla leggenda dello sport tricolore. Ci insegna molto Carolina Kostner, con il suo immancabile sorriso e la sua signorile compostezza: ci insegna a non mollare mai, a credere nel duro lavoro e che volere tutto e subito spesso non premia; ci insegna che, come è giusto che sia, il prezzo del successo sia composto da due monete molto rare nella nostra Italia contemporanea: la dedizione e il sacrificio. Adesso per Caro rimane solo un titolo da conquistare, il ghiaccio di Londra aspetta la sua Regina, e questa di certo non si chiama Elisabetta…

h Carolina kostner Campionati Europei 2012 (immagine dal web)

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a pagina 18

Giacomo Rizzo Passione, 2012, cera, paraffina, cm 31,5 x 22


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l’IDEA

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maggio | giugno 2012

di Pippo Bella

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ndai a fumare alla finestra. Giù in strada le sporadiche automobili passavano lente, come stordite, a fari accesi e il loro movimento mi appariva dovuto a una malinconica inerzia. Capii che mio fratello era stato preso in quel flusso insonne che portava via lontano da ogni centro. Fu così che Giorgio smise con la scultura. Da allora non l’avevo più rivisto. Si era limitato, per anni, a chiedermi periodicamente soldi, senza nulla dirmi della sua vita; pochi o molti che fossero quei soldi, lo accontentavo ogni volta, magari rinunciando a certe spese; né gli facevo domande, ben sapendo che altrimenti anche quell’esile filo si sarebbe interrotto. Un mese fa invece della solita richiesta di denaro ho ricevuto un suo messaggio. Era una cartolina turistica di Tangeri, fitta di sgorbiature sul retro. Riuscii a decifrarne alcune frasi, con cui manifestava il desiderio di rivedermi. Su in alto spunta la guglia di un minareto a infiggersi nel cielo limpido senza sforzo, il sole spicca uno sfavillio dalla maiolica degli embrici, riflessi che dardeggiano penetranti. Il souk è una piazza orbicolare gremita di gente. Su un lato c’è una porta che immette nella kasba: verso lì ci incamminiamo. La strada che percorriamo è diventata sempre più angusta, fino a tramutarsi in un bronco asmatico. A un tratto, dal fondo, sbuca un mulo, un uomo in groppa. Si dovrebbe retrocedere, o noi o loro. La

bestia non si arresta ma avanza, strusciando quasi i fianchi contro l’asperità dei muri. Né il suo padrone fa il gesto di trattenerla; se ne resta fieramente eretto, la sinistra alle redini e sulle reni la destra, braccio ripiegato. Ci rintuzziamo quanto più è possibile contro il muro, risucchiando la pancia ed è così che il mulo passa oltre, non altrimenti che sfiorandoci. La cosa si è svolta nel più completo silenzio e nell’indifferenza da parte del mulattiere. Giorgio si è limitato a rivolgermi un sorriso sfottente. Le case all’improvviso si ritirano da quella pressione che esercitavano l’una sull’altra e sbuchiamo in uno slargo. Ci sono persone che siedono attorno a dei tavoli e altre che invece vanno e vengono, reggendo dei vassoi, da una specie di piccolo recinto a palizzata posto in un margine dello spiazzo. E’ una sorta di trattoria. Giorgio ha fame: propone di sederci. Si trova posto in un tavolo con molti commensali. Si mangia soltanto carne di capretto bollita, ancora calda; ne scruto i tocchi esangui in mezzo a una specie di gelatina dentro certi vassoi in cui attingono i miei vicini. Un ragazzo marocchino di circa vent’anni, notando il mio disgusto, mi rivolge una risatina di scherno; Giorgio scrolla la testa. Mi rassegno dunque a ingollare quello schifo quando sarà giunto anche per noi. Prego intanto Giorgio, lui che parla l’arabo, di ordinare da be-

re. Nel momento che il cameriere posa davanti a me una lattina di Coca Cola, noto il suo grembiule: è interamente imbrattato di sangue; ci sono macchie di un rosso ancora vivo frammiste a croste più cupe, che hanno trasformato l’originario candore della stoffa nella campitura di un atroce disegno, come se fosse stata la morte in persona a schizzarvi quel distillato di agonia e dolore. Giorgio mi osserva, nel suo sorriso colgo un’intenzione beffarda, un lampo negli occhi, dura un attimo, poi il suo volto si atteggia a un’espressione di opaca indifferenza: la solita indifferenza di questi giorni. All’improvviso uno stridore, altissimo. Nessuno sembra curarsene, neanche Giorgio; anzi qualcuno, sull’onda di un fervore incomprensibile, fa gesti incomposti, qualcun altro batte le mani entusiasta. E poi di nuovo quel suono, raccapricciante, come un urlo sottile che si affievolisce di attimo in attimo e si inarca in un lamento, fino a trascinarsi a lungo con note tremule. E’ un belato e viene dal recinto posto in un angolo della piazza, attorno al quale adesso si è fatta ressa. Il lamento si spegne e dopo qualche minuto un argano attaccato a una trave sovrastante il recinto arrotola una corda con cigolii di ruggine, e appare un gancio che regge una massa stirata e gocciolante. Incuriosito fendo il sipario di gente che mi si para davanti. Il gancio trafigge le zampe di un capretto sostenendone il corpo scuoiato - la morte non è ancora entrata per intero in quella carne, velata da chiare membrane trasparenti, e le masse dei muscoli vibrano con soprassalti di rapido vigore, ma il sangue cola inesorabile da uno squarcio in gola, un sangue denso come il catrame. Gli occhi dell’ucciso sono globi nudi, ancora accesi di uno sguardo sempre più opaco; nelle pupille nere e dilatate si riflette la scena che si compie, nella quiete subentrata al dramma, nell’area del recinto. In un calderone issato da un trespolo sopra un fuoco di ceppi teneri vedo rivoltarsi nei vortici del

bollore le membra di un altro capretto, quasi pronte da servire, almeno a giudicare dai cenni di approvazione che il cuoco rivolge ai servitori mentre conficca un forchettone in un tocco di carne. Su uno sgabello in posizione emarginata siede lo scannatore: è quel medesimo cameriere dal grembiule insanguinato; nelle pieghe del grembiule forbisce un coltello dalla lama così affilata che pare tagliarti lo sguardo se soltanto la fissi. Altri animali aspettano in una gabbia; l’incoscienza della morte li mantiene in una quiete svagata e innaturale. Sulla loro sorte odierna non scommetterei un centesimo. E infatti ecco il macellaio afferrare un innocente per le zampe e trascinarlo nel punto in cui si uccide, si sventra, si scuoia: tutto dentro una vasca di rame dai bordi bassi in cui galleggiano nel sangue frattaglie non commestibili; da canto si ammucchiano le pelli. Non reggo alla vista dell’imminente sgozzatura, anche perché il capretto mi guarda fiducioso, senza avvedersi così della lama che già il boia gli appoggia sulla gola. Torno al mio tavolo. Il belato di sgomento mi trafigge nello stesso istante che uno sguardo di Giorgio scivola sul mio volto. Dovrei andarmene, forse fuggire. Gli occhi di Giorgio continuano a scrutarmi fissi e brillano. Mi prende come un sonno, un torpore in cui tutto si rallenta. I gesti dei miei commensali, da concitati che erano, ora si svolgono in un’atmosfera rarefatta e cupa; perfino l’urlo dell’innocente perde l’urgenza scabra del dolore. Questa allucinata pantomima di calma è investita a un tratto da uno sbuffo di fumo rossastro. Una folata avvolge Giorgio; nelle sue volute se ne vede apparire e sparire il viso, deformato da una smorfia malvagia. Il fumo si disperde, rimane in aria un odore di tizzi sfrigolanti. (SEGUE)

g Nuccio Squillaci 002 - una strana piazza 2012, tecnica mista su cartone cm 31,5 x 22 a DESTRa


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l’IDEA

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l’ALTROVE

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di Rocco Giudice Helsinki. Finlandia. Sibelius e Carelia suite. Alvar Aalto e a parte altre meraviglie dovute al suo genio, il design che rivoluzionò sedie, sgabelli e vasi Savoy. Poi: il cinema di Kaurismaki, il rock dei Leningrad Cowboys, la falcata bis-olimpionica, 1972 e 1976, su 5.000 e 10.000 m. di Lasse Viren, fino a arrivare alla Nokia, che sta per passare ai sud-coreani, per chi crede che un affare non è un vero affare se non è un buon affare per tutti e quindi, largo alla globalizzazione!, una (pari) opportunità per tutti - per chi è più opportunista degli altri, magari. La catena associativa finisce male, si spezza in tronco se finisce la finnicità di brand a tecnologia avanzata e paesaggi con marchio depositato nella memoria e nei sogni, nati sulle pagine di un’antologia scolastica con brani scelti del magico Kalèvala. Non c’è da stupirsi, non me ne stupisco io, se per i finlandesi e altri nordici in vacanza la Sicilia è (era, sempre più: era) nello struggente Si maritau Rosa, Saridda e Pippinedda e iù, che sugnu bedda, “-mmi pozzu marita”… (Si piangeva per canzoni così, una volta, si cantava per pene come questa, ai tempi, quando si cantava ciò su cui c’era poco da dire, ciò che si taceva a se stessi e agli altri, pensiamo - passando dal canto alla letteratura senza uscire dalla stessa maledizione - al “dialogo” fra Mena e Alfio Mosca, fra Diodata e Mastro-don Gesualdo: mentre, oggi, essere single è uno status, fare canzoni su uno status o è sciocco o è propaganda o è sciocca propaganda. Perciò, si va avanti da una stagione all’altra con canzoni di una stagione e amori di una stagione, a tirarla molto per le lunghe.) Da Helsinki a Taormina all’emisfero sud, il filo conduttore del turismo di massa spiana la strada a movimenti migratori che smentiscono la genetica politicamente corretta, razzista chi si chiede che significherà mai la recessività dei caratteri del bianco della pelle, dell’azzurro dell’iride, dei capelli biondi e via declinando i caratteri alfabetici di una verità elementare trasmessa con regolarità, le variazioni sono eccezioni alla costanza che li ricalca da una generazione all’altra, gli interdetti ex cathedra universitaria non possono confutare ciò che non occorre, almeno a me, dimostrare, un principio di identità demografica scritto nel codice genetico. E come tutto ciò che è scritto, è, più di

tutto il resto, cancellabile in nome della legge dei caratteri genetici più forti, che smentiscono chi spaccia il sogno bugiardo di un mondo multietnico più bello perché più vario e cioè, più colorato: dal melting pot non scaturirà un mondo in technicolor, dall’united colors non verrà fuori, come da pubblicità ingannevole, un girotondo arcobaleno, ma un’umanità, giustappunto, a tinta unita, rimodellata su fattezze a larga predominanza camitica, che si stenderanno uniformemente omologando il paesaggio umano, secondo proiezioni statistiche attendibili, fra un paio di secoli o poco più. E dove resisterà l’ultima bionda o biondo? In Finlandia, sembra. Se sarà bionda, mi piace pensare che somiglierà a Maarija Pija, che l’ultima creatura “caucasica” (la campagna di rettificazione dei nomi imposta dalla dittatura del pensiero unico relativista merita pienamente l’ipocrisia lessicale che si è scelta come lingua ufficiale: ci sono Paesi in cui è vietato l’uso anagrafico dei termini “padre” e “madre”) di questo pianeta avrà la stessa bellezza eroica di lei, ora che neppure Taormina è quella di una volta, quando la Divina veniva in incognito al Lido di Taormina e Tennessee Williams cercava la Louisiana sulle rive del mito ellenico-ellenistico risorto su lastra fotografica da Von Gloeden e Alma Tadema. La città cambia più in fretta di un cuore umano. Per non dire di un volto che ricordo ancora. Come ricordo tutto o abbastanza per non dimenticare tutto o tutto in una volta. Tutto in funzione di particolari, anche i più distanti o sfuggenti, assemblati per un’immagine unica. La morbidezza dei capelli, che le ricadevano sul collo gonfiandosi in una soffice onda dai riflessi dorati. Emanava un profumo delicato e invadente che era come un’eco di tutta la sua persona. Un profilo d’una qualità squisitamente musicale - allegro vivace, soavemente giocoso, esicastico. Le mani - dalle dita lunghe, inflessibilmente distese in un’anticipazione sull’analoga struttura degli altri arti o un prolungamento dei medesimi anche quando le teneva ripiegate come eleganti accessori e che terminavano con unghie curate, convesse e sottili, simili a confetti - sembra vano reggere qualunque cosa, un bicchiere di gin-fizz o una sigaretta, solo toccandola o sfiorandola. Il polso, dal dorso perentoriamente arcuato, la

fragile, peculiare alterigia del metacarpo, l’umbratile reticenza che traspariva dal tatuaggio sottile di certi capillari che cifravano la pelle, di grana ultrafina e grammatura lievissima, ne facevano l’estensione di una precisione già raggiunta, più che il semplice sostegno, per quanto nobile, di una mano delicata. E il resto - stiamo parlando di Taormina -, il contorno, cioè? Il mare c’è, ma non si nota molto. L’Etna si è fatto umilmente da parte con un mezzo inchino. Si vede il cielo, ma come se fosse di passaggio e non ci tenesse a farsi vedere né a vederci di sfuggita e come di nascosto. Anche le nuvole stanno a riposo. Nulla trattiene lo spazio e lo sguardo: e nulla, il tempo e i pensieri. Mi sarebbe andato bene, se tutto fosse rimasto così. (Dall’Eldorado musicale ‘60-’70, emerge come un luogo incantato uno dei brani che mi riportano a lei, Carelia suite, di Jean Sibelius, nella versione progressive dei Nice, col grande Keith Emerson alle tastiere.) Helsinki, dunque. Proviamo a vedere se il sogno resiste meglio della memoria. Nella raggiera di laghi e boschi, fiume (un nome femminile: Vanda) e un mare che sembra una steppa acquea meno succube delle mitologie solari, una distesa iperborea pronta a gelare, da azzurro cupo a bianco fosforescente, la città sembra un intermezzo urbano abitato da gente che non si è mai mossa da queste sponde, evoluta come se l’immortalità delle anime ivi residenti - una tribù di un milione di persone circa - fosse il presupposto naturale e morale o lo stadio finale della civiltà. La Mannerheimintie affollata - in un giorno fresco, nemmeno troppo ventoso e appena soleggiato - non offre molte chance a illusioni inconfessate. Infatti, dovevo scoprire quali, ma senza ammettere che era così, se non volevo guastarmi l’effetto-sorpresa, senza dire a me stesso (ma sapendo che una canzone lo avrebbe fatto) quello che speravo, perché l’incanto non andasse a vuoto. Nell’aria, le foglie degli alberi tremavano, più per i tram di passaggio che per la lieve brezza, come tutto si muoveva in una souplesse che aveva l’ovattata apatia del primo pomeriggio di un sabato della primavera inoltrata dalle nostre parti. Poi, da non so dove, musica di un concerto open air: ma non era Sibelius. E più avanti, cinque o sei in djiellaba, fi-

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liformi figli degli altipiani dell’Africa orientale, fluttuanti figure alla Giacometti e meno esili figli del deserto, che avevano appena finito di arrotolare i tappetini su cui si erano prostrati in direzione de La Mecca, le lunghe barbe nere mosse dal vento del Nord. Uno aveva un panciuto tamburo di terracotta attorno a cui erano intrecciate cordicelle rosse, verdi, gialle e nere e lo reggeva appoggiandoselo a un fianco; un altro teneva sotto l’ascella, premendolo col braccio destro sulle costole, un tamburo a forma di cilindro, in cima al quale correva una catenina con appesi piccoli sonagli, conchiglie, ciottoli, biglie e monetine. Tutti e cinque o sei avevano in testa ciascuno un copricapo tipico. Così, senza pensarci troppo perché loro sì e io no? -, mi misi a cantare, a voce non troppo alta, in modo che mi si sentisse nel raggio di un paio di metri: Si maritau Rosa… E subito, una signora che incrociavo in quel momento, continuò, sorridendo: … Saridd’e Pippinedda... Rimasi di stucco. Mi fermai e mi voltai. Poteva essere chiunque: una mia conterranea trapiantata da quelle parti, coniugata o meno a un finlandese; ovvero una finlandese che aveva sposato uno delle mie parti; una che in Sicilia ci era andata in vacanza: e ne era tornata con una canzone indimenticata. E dunque, oltre a Rosa, Saridda e Pippinedda, chissà, anche Maarija Pija aveva convolato? Forse, aveva fatto in tempo a divorziare. Tutto era possibile. Possibile anche che la cantante che aveva afferrato a volo dalla mia voce e più dal profondo, un ricordo fosse lei? Di spalle, bionda, una silhouette appesantita, non c’era da sfidare sogni e realtà, memoria o illusioni chiunque fosse venuta a riscuotere quella canzone come fosse la taglia di un sogno finito per sempre, ma che sopravviveva in una melodia che non è prudente ridestare. Si può osare tutto, ma non si sfidano impunemente gli dèi del canto (che, come è noto, unici fra i superni, ignorano cosa sia la misericordia). C’è un limite agli errori che si possono commettere scambiando per una specie di tenerezza verso i propri sentimenti migliori o più cari quello che è solo orgoglio. Era quello il caso? A quegli dèi esigenti potevo offrire in oblazione memoria, sogno, illusione - se lo erano già preso, qualunque cosa fosse; e senza sapere di doverglielo, avevo pagato un riscatto. Era giusto fosse un riflesso canoro a fissare un’immagine che non poteva ridursi a far da eco allo sguardo: che, ora, dovevo difendere - e non importava che io nemmeno sapessi a vantaggio di chi. Lo sanno gli dèi del canto. Fosse per questo, solo per questo, la canzone aveva avuto un lieto fine. Poteva bastare.

IN aLTO E SOPRa

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Helsinki Capitale Mondiale del Design 2012


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LA STORIA DELL’ARTE e il tiro con l’arco di giuseppina Radice Ed. Prova D’Autore | 2012 | pp. 86 L’originale viaggio-saggio La storia dell’arte e il tiro con l’arco di Giuseppina Radice è la testimonianza coraggiosa di un viaggio interiore che approda a un profondo cambiamento nel concepire la vita. Un saggio autobiografico in cui l’autrice intraprende un cammino lento e difficile ma necessario per affrancarsi da luoghi comuni, da dogmi e giu-

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dizi, riuscendo a far fluire liberamente il pensiero non mortificato da scorie e inutili prese di posizione. Senz’altro i maestri le fanno da guida, persone dalle quali si è fatta condurre su sentieri fertili di alte argomentazioni, per svuotarsi e tornare ricca delle esperienze altrui e in sintonia di nuovo con il mondo. Questo saggio parla di una contemporaneità che come tutte le epoche mostra i suoi aspetti positivi e negativi, sottolineando l’importanza della formazione e della educazione nei giovani per una vera crescita. E crescere significa anche comprendere l’Altro, aprirsi all’Altro ed uscire da se stessi per non rimanere fossilizzati in rigidità mentali che conducono verso forme di povertà morale. Si riscontrano parole come non luogo, alienazione, fraintendimento, ri-conoscere nella accezione di apertura e di andare verso l’Altro, rompendo schemi e confini e seguendo le leggi di Schiller abbi riguardo per la libertà dell’altro; mostra tu stesso libertà. E in questo intensissimo viaggio che diventa erranza, anche un Dio vagabondo sembra essere più vicino agli uomini e

ridare un senso alle cose. Erranti che si incontrano perdonandosi il piacere delle belle relazioni e delle piccole cose quotidiane. Un grande monito emerge da questo libro: affrontare la complessità del vivere ponendosi sempre al livello dello sguardo dell’Altro, innescando così un rapporto di dialogo e complicità. Un libro, questo, che parla di arte

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intesa come viaggio, come mondo, come Altro e il tiro con l’arco è la lotta dell’arciere con se stesso, una lotta che riguarda anche la cultura che solo se scevra da teorica erudizione, impregna di sé la vita pratica e può innalzarsi all’universalità. Ornella Fazzina h Parmiggianino Saletta di Diana e Atteone (affreschi) Rocca Sanvitale di Fontanellato


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l’ASCOLTO

CALIBRO 35

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale ...La macchina col motore acceso, sono qui a fumare nervosamente, col passamontagna in testa, i ragazzi sono entrati in banca, ho il cuore in gola, speriamo vada tutto bene; mi tremano le gambe e non riesco quasi a tenere il piede appiccicato all’acceleratore, è come se gli arti fossero completamente indipendenti dalla mia volontà, questa fottuta adrenalina quasi mi paralizza... Un nuovo disco dei CALIBRO 35, il quarto per la precisione, arriva benefico e necessario a deliziare il nostro esigente palato. Dopo aver invaso in lungo e in largo tutta l’Italia con i loro infuocati e imperdibili live, volano a New York e registrano in soli 5 giorni Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, album sin dal titolo evocatore di nitide immagini cinematografiche, come del resto ci hanno ormai abituato nel corso di questi ultimi anni. Una delle band più importanti della scena italica, meritevoli di aver riportato a galla un immenso e prezioso patrimonio musicale che fa riferimento alle colonne sonore dei polizziotteschi degli anni ‘70, un coacervo di funk, psichedelia, blaxploitation, romanticherie orchestrali, hard rock e tanto tanto groove; ingiustamente obliato e riposto nel dimenticatoio insieme alle immagini delle auto verdi della polizia, dei baffi di Maurizio Merli, e della cattiveria del gobbo. L’album ricalca le atmosfere e le intenzioni dei precedenti, rafforzando la già imponente reputazione di questo supergruppo, affiancando agli inevitabili omaggi (Passaggi nel tempo “Morricone” e New York New York “Piccioni”), ben 10 pezzi autografi, tutti di altissimo livello, che risentono in modo evidente della loro esperienza americana, del profumo della grande mela, dei vecchi vinili funky, consumati fino all’ultimo solco. Così ci ritroviamo in questa giostra che comprende il singolo UH AH BRRR, irresistibile nel groove e nei suoni onomatopeici della voce di Enrico Gabrielli, alle tentazioni hard di Arrivderci e grazie (che si presenta con un ritmo singhiozzante e un organo solenne), e Massacro all’alba, ai profumi di india e incenso di New Dehli Delhi. Ancora un altro giro con l’appiccicosa Il pacco, forse uno dei pezzi migliori, oppure con Buone notizie che va a sfidare sullo stesso ring le atmosfere di 5 bambole per la luna d’agosto; sembra di essere entrati in un erotic show a suon di jazz fu-

moso e a questo punto non rimane che ordinare un altro whisky. La Banda del B.B.Q. si lascia ricordare per il tripudio di fiati, mentre le romanticherie di Pioggia e cemento ci accompagnano lentamente verso la fine del disco. Grande conferma per quelli del CALIBRO che ormai volano alto, e non hanno certo bisogno di ulteriori commenti o analisi; un disco che si poteva tranquillamente comprare a scatola chiusa, perchè difficilmente i nostri eroi sbagliano un colpo, anche per quanto riguarda le loro collaborazioni con molti artisti della scena contemporanea come Dente e Roberto Dell’Era. A questo punto devo proprio andare, partirò sgommando, nella speranza di non beccarmi qualche pallottola, e di avere la possibilita di spendere il nostro bottino, ho grandi progetti per il futuro... Salvatore La Cognata http://www.calibro35.com/ http://calibro35.bandcamp.com/ http://www.myspace.com/calibro35 https://www.facebook.com/calibro35

AETNEA “Aetnea” 2012 Scrivere per un gruppo che per questioni geografiche appartiene alla tua stessa città di origine, potrebbe riservare conseguenze inaspettate e di parte, ma non è il mio intento, lo affermo, o almeno proverò a limitare le lodi superflue. Nel caso degli Aetnea, quasi sicuramente, la mia reazione estetica è di pieno appoggio al loro lavoro, fatto con precisione, eleganza e con intento di chi sa quel che vuole. Il loro progetto prende il via nel 2009 da parte di Luca “Bj” Bajardi, Boris Giuffrida ed Enrico Strano, con la volontà artistica di superare certi cliché e stereotipi insiti in alcuni ambienti musicali e come scrivono loro stessi sul proprio manifesto in rete: superato un approccio classico al rock metal e all’elettronica, il collettivo aetnea prende il suo abbrivo con soluzioni nuove ai problemi di line-up, percorrendo strade convergenti tra generi diversi […]. Infatti, partiti come terzetto, il gruppo si è avvalso di vari collaboratori per la registrazione dell’album omonimo, uscito di recente, registrato agli Overflow Studio di Catania. All’interno del lavoro si susseguono e si miscelano attenti vari suoni e generi: dal post-metal al jazz e dall’elettronica al dub. L’album si presenta tra pezzi che suonano come veri e propri affreschi cinematici electro-ambient (We Love..., Bile Gialla, EyE) e pezzi programmatici che mettono in risalto, in maniera ben più evidente, le idee del collettivo. Si inizia

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con Vartan Dub, contraddistinta per pulsioni dub rock e ritmi math che ci suggerisono come i ragazzi la sappiano lunga su Meshuggah e affini. Odessus, invece, ci porta nei territori post-metal degli Isis e i muri di suono alla Pelican, una calma rabbia si prende gioco di noi, vuole rilassarci ma è magma puro che cola dalle frange degli strumenti, pieni di pathos, con un clarinetto che si giostra come onirico alle spalle dei giochi di suoni del pezzo, ameno da ogni autoreferenzialità. Béla Bartók è uno tra i due pezzi manifesto, insieme alla cover 4’33’ di John Cage, per quanto riguarda influenze d’avanguardia (difatti il nome del pezzo è tutto un programma). Si notano l’ottimo uso della voce e sopratutto l’uso orientaleggiante del sitar.mContrappunto è o sembra pura computer music, pezzo contorto, ma di ampio gettito che sposta il mood dell’album su riflessioni altre, rispetto alle sezioni più analogiche del lavoro. Per Atrabile, mi sembra quasi scontato, il mio primo pensiero è volato verso Emidio Clementi (Massimo Volume, El Muniria), ovviamente, per l’uso narrativo ed emozionale della voce. Per quanto riguarda l’aspetto strumentale, rimaniamo su territori già visitati, chitarre post-rock, field recordings e consona esplosione apertura strumentale ad accomiatare il pezzo. Se John Coltrane potesse almeno per un attimo capire da là su che l’ultimo pezzo del comparto (Giant Things) ha per titolo una citazione-combinazione di due dei suoi tanti capolavori: Giant Steps e My Favorite Things, di certo ne sarebbe entusiasta o almeno porgerebbe la mano agli Aetnea per l’uso superbo delle citazioni. Comunque, il pezzo(ne) scorre coraggiosamente alternato tra jazz, elettronica d’atmosfera e rock malato ponendo un “full stop”, deciso e nobile, all’album. Una fine che sa di auspicabile continuità futura, per progetti a venire, per nuovi sviluppi sonori, per tutto. Se per ovvietà oggettiva, questo è un lavoro da band emergente, “figlia”di un humus territoriale che ha già in passato dimostrato prove eccelse, farà parlare di se per ragioni che solo l’ascolto ci potrà chiarire ed evidenziare. Semplice e letterale, una parola: meritano. Paolo Finocchiaro http://www.facebook.com/pages/AETNEA/195832597130536 http://aetnea.altervista.org/ http://www.myspace.com/aetnea http://soundcloud.com/aetnea http://www.reverbnation.com/aetnea

CHARME Modern Times È un percorso lungo e tortuoso quello che ha portato la band ragusana degli CHARME alla realizzazione del loro secondo album, dopo l’ultima fatica del 2009, preceduta a sua volta da alcuni e.p., che si sono rivelati fondamentali per co-

minciare ad edificare il loro percorso e la loro identità. Dopo un periodo di stop e qualche piccolo rimaneggiamento nell’organico, esce Modern Times, un disco che, sin dal titolo, suona come una riflessione ed un resoconto su questi nostri tempi amari e difficili. Durante l’ascolto di questi undici brani la band attraversa, digerisce e rielabora le sue influenze e passioni musicali in questa affascinante giostra che comprende tentazioni acid rock ed una attitudine alla jam da una parte, e la devozione per le atmosfere dark-wave indie rock e shoegazing, riuscendo a sfornare un lavoro convincente, originale e mai calligrafico. Il nostro percorso d’ascolto si apre con l’anthem Come and get alive, una dichiarazione d’intenti in chiave elettrica, spigliata e guascona. La title track è una ballad dai toni dark, molto english, che nel ritornello elettrico si apre ad una solennità tipicamente new wave, riportandomi alla mente Ian McCulllock ed altri eroi del periodo, probabilmente uno dei punti più alti del disco. La malinconica e riflessiva Where the loves gone, sembra quasi una confessione, una ballata electro pop carica di pathos e personalità, che sembra forse tracciare un eventuale percorso futuro dei nostri. L’indie pop rock di Kassandra alza un po’ il tiro, la chitarra elettrica colora questo pezzo adrenalinico con sensazioni velatamente funk, mentre l’introspettiva Storms of change è il preludio al carisma di Freedom sound, forse tra le mie preferite; contagioso bignami di intenzioni indie wave, con la bandiera inglese a campeggiare in bella evidenza, e una notevole attitudine pop (nel senso migliore del termine). I toni si rilassano con la successiva Bring my love home; una pagina strappata da un diario, e la forza rigeneratrice di un ritorno a casa, col paesaggio a scorrere fuori dal finestrino, ed una ritrovata pacificazione coi propri incubi e tormenti, con la figura un po’ inquietante di Richard Aschcroft a far da testimone. Le rimanenti tracce affrontano con spigliatezza la materia indie wave rock; Cobra witch che si fa ricordare anche per l’omaggio in coda ai Simple minds, e Let the drama begin. Falling star è il pezzo più coraggioso della collezione; psichedelico e claustrofobico, dalla struttura noise, alterna momenti cupi ed acidi a sfuriate elettriche, staccandosi leggermente dal mood dell’album, omaggiando contemporaneamente la California lisergica e subendo evidenti fascinazioni kraut. Il congedo è affidato al psych-folk spettrale ma rilassato di Babylon, le percussioni da rito tribale e il basso legnoso ci accompagnano verso la fine del viaggio, il pezzo sembra quasi un mantra e una cerimonia per scacciare il panico di questi “tempi moderni”. Un lavoro coinvolgente e stratificato, con delle interessanti sfumature che mostrano in modo evidente la crescita della band, e la spiccata personalità, riuscendo a non cadere mai nella fredda rielaborazione delle influenze musicali, ma trovando una via personale alla rappresentazione della materia pop. Salvatore La Cognata http://www.wix.com/charmerockbandcharme https://www.facebook.com/pages/CHA RME-ROCK-BAND/82123538885

l’ASCOLTO

Rubrica a cura di Clap Bands Magazine


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l’ARTISTA

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LETTURA Nuccio Squillaci Nasce a Catania nel 1961. Dopo aver conseguito la maturità artistica, ha frequentato l’Istituto Europeo di design a Roma e si è laureato all’ Accademia di Belle Arti di Catania. Il suo percorso professionale si divide in tre diversi filoni di ricerca: la grafica pubblicitaria, della quale è docente all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “V.E. Orlando” sezione Arte di Militello in Val di Catania; l’illustrazione, è stato per diversi anni socio dell’ Associazione Illustratori di Milano che lo ha inserito in diverse pubblicazioni e ha partecipato a vari concorsi e mostre, in Italia e all’estero; infine, la Pittura, che nell’attuale periodo di ricerca si divide in due ordini conseguenti: il primo di sapore intimistico ed il secondo caratterizzato dalla realizzazione di un personale tessuto informale. Ha esposto in diverse mostre collettive e tra le Personali ricordiamo: Studio Nuccio Squillaci, 1985 , Catania; Con Arte, La Porta Rossa, 1993, Catania e MOS Multimediali Officine Sperimentali, Milano; Carte, Bottega delle Arti, Bagheria (PA); Irripetibili ambiguità, Chimù Design, 2007, Casteldaccia (PA); Cosmogonie, 2007, Palazzo Aragona Cutò, Bagheria (PA), a cura di A. Pes. Hanno scritto di lui: G. Brancato, G. Giordano, G. Iovane, F. Gallo, A. Lombardi, P. Montana, I. Palmeri, A. Greco Di Bianca Titone, M. Corsaro, M. Andronico, G. Labbrosciano, M. Palminteri, A. Pes, S. Mangiameli, N. D’Alessandro..

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maggio - fgiugno 2012

Progetto editoriale, Concept, Direzione creativa Luca Scandura Hanno scritto e collaborato in questo numero

G. Calderone, P.Bella, G. Carrubba, G. Catelli, A. Di, Salvo, O.Fazzina, R. Giudice, M. Guarrera, S. Lacasella, D. Mereu, M. Romano, M. Rossi, D. Scandura, S. Schembari

Tiratura 7.000 copie Registrazione

in attesa di registrazione

Direttore Responsabile Gianni Montalto Editore di Luca Scandura via Giuseppe Vitale, 29 95024 - Acireale (CT) Redazione redazione@new-link.it via Giuseppe Vitale, 29 95024 - Acireale (CT) Progetto grafico LucascanduraDesigner Stampa Eurografica Srl S.S. 114 Orientale - Cont.da Rovettazzo 95018 - Riposto (CT) È VIETATA LA RIPRODuZIONE ANCHE PARZIALE ALL RIGHT RESERVED

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SPORT

COVER

Giacomo Rizzo

La copertina di questo quarto numero di Newl’ink continua il ciclo di Cover realizzate dalla nostra redazione attraverso la diretta collaborazione e sinergia con l’operato dell’artista invitato a realizzare l’opera grafica che interpreterà il tema sportivo del bimestre. Il nostro Direttore Creativo interverrà così, manipolandola di volta in volta, sull’immagine di un’opera dello stesso artista per darle un significato nuovo, per renderla immagine di una libertà che è arte e contenuto.

giacomo Rizzo nasce a Palermo il 29 settembre 1977, città in cui vive e opera. Nel 1996 ha conseguito il Diploma di maturità presso il primo Liceo Artistico Eustachio Catalano di Palermo ed in seguito ha frequentato l’Accademia di Belle Arti della stessa città. Dal 2006 è Docente di scultura, presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Nei primi anni di attività ha lavorato, come scultore e scenografo, in diversi teatri d’Italia ed Europa: l’Ente autonomo Piccolo Teatro di Milano; l’I.N.D.A (Istituto Nazionale del Dramma Antico) di Siracusa; il Teatro Massimo di Palermo e il Teatro dell’Operà di Marsiglia (FR). Svolge la sua attività espositiva di carattere nazionale e internazionale da diversi anni, ha partecipato a varie manifestazioni culturali ed artistiche, tra cui: Museo Fondazione Luciana Matalon, 2001, Milano; 49° edizione Biennale di Venezia, mostra collaterale Arte Fiera Padova; Dal Racconto al disegno dello spazio, 2006, Galleria Agorà, Palermo; Ripartenze, “XXXVII Mostra Nazionale vita e paesaggio”, 2008, Capo d’Or-

lando (ME); La Terra ha bisogno di Uomini, 2010, Reggia di Caserta (NA); RISO’S, asta di beneficienza (II° edizione), 2011, Palazzo Riso Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia; Human, 2012, Spazio neu (Spazio al lavoro) Palermo; Biennale di Mulhouse, 2012, Francia/Svizzera, evento arte Basel. Ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti, tra i più importanti ricordiamo: 2004, I° premio internazionale del simposio di sculture di neve Art in Ice tenuto a Livigno, SO; 2006, fondazione Ignazio Buttitta il premio Antonino Maggio per l’arte; 2009, gli viene conferita la cittadinanza onoraria di Palazzo Adriano (PA), per il forte impegno civile ed artistico. Nel 2011 entra a far parte presso l’archivio SACS del Museo regionale d’arte contemporanea della Sicilia, Palazzo Riso. Molte delle sue opere si trovano in diverse fondazioni e collezioni: collezione Ardizzone; il Center Of Contemporany Art di Modica (RG); Museo d’Arte Contemporanea di Grotte (Agrigento); Museo Fondazione Peano, Cuneo.

j Nuccio Squillaci una strana piazza, 2012, t. mista su cartone, cm 31,5 x 22 (part.) SOPRa aL CENTRO h giacomo Rizzo Affittasi, 2012, assemblaggio, cm 225 x 135 x 30 IN aLTO

(OPERA FORNITA PER COVER)

J giacomo Rizzo Passione, 2012, cera d’api neutra, paraffina, cm 53 x 40 SOPRa a DETRa, DaLL’aLTO

(OPERA REALIZZATA PER LA PAGINA SPORTIVA)

Sono sportivo, 2011,terracotta policroma, cm 76 x 50 x 64

Pubblicità, marketing, grafica pubblicitaria, ideazione e organizzazione eventi, editoria +39 340 5919260

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