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Alessandro Berselli

COSA C’E’ NEL CASSETTO


COSA C’E’ NEL CASSETTO di Alessandro Berselli

Ho discusso con tua madre. Per le solite cose, oramai non so neanch’io più il perché. E’ come se cercassimo un pretesto per farlo, forse è un modo come un altro per scaricare la tensione. Per smettere di fare la cosa giusta e dare il peggio di noi stessi. Buttare fuori tossine, scaricare adrenalina. Ricostruzione dei fatti, o perlomeno ci provo. Tu stavi ancora dormendo, grazie a Dio. Avremmo litigato lo stesso, oramai abbiamo smesso di preoccuparci. Non ci interessa più di tanto che ci siano testimoni o meno. E’ come entrare in un microcosmo dove siamo solo io e lei. Quello che succede fuori non ha più importanza. “Non ci vengo da tua madre.” Così mi ha detto. Senza proporre un dibattito o provare a intavolare una discussione. Non ci vengo a basta. “ Va bene. Non c’è problema.” Non avevo voglia di stare a aprire una questione. E poi stavo leggendo il giornale. Mi ha guardato e per un po’ non ha detto nulla. Stava decidendo se la cosa le dava fastidio, questo mio disinteresse intendo. “Non mi chiedi il motivo? Va bene e basta?” Ho chiuso la GAZZETTA e mi sono tolto gli occhiali. Non avrei chiuso la pratica in poco tempo. “Immagino che tu non possa.” Era una mattina calda, forse avremmo dovuto accendere l’aria condizionata. La temperatura non fa mai bene agli stati d’animo. “Immagini male. Non è che non possa. Non voglio, è diverso.” Capisco, devo averle risposto, o qualcosa del genere. Sapevo che non darle corda la stava facendo montare, e a quel punto la cosa cominciava a farmi piacere. “Rovista tra la mia roba.” Scusa come? “Quando viene qua a pulire, a stirare. Apre i cassetti, guarda negli armadi. Si fa i fatti nostri.” “Non dire cazzate.” Mi ha strappato il giornale di mano.


“Senti, se ti dico che guarda nei cassetti è perché ne sono sicura. Va bene?” Ho cercato un tono di finta accondiscendenza. “E come fai ad esserne sicura?” Si è accesa una sigaretta. “Stamattina, prima di uscire, ho messo un filo sottile, di quelli che si usano per cucire, tra il cassetto e il comodino, fissandolo con due pezzi di nastro adesivo. Se qualcuno l’avesse aperto il filo si sarebbe staccato. Secondo te come l’ho trovato quando sono rientrata?” “Staccato?” Buttando la cenere per terra. “Sì. Staccato. Quindi il cassetto è stato aperto.” Ho ripreso a leggere il giornale, la questione era assolutamente assurda. “Non mi sembra poi così grave.” Ha alzato la voce di qualche ottava. “Ah, davvero? Non ti sembra poi così grave? Tua madre viene qua, fruga nei miei cassetti, alla ricerca di cosa poi non lo so, e a te questo va bene?” “Forse il filo si è staccato da solo.” “No caro. Il filo non si è staccato da solo. Tua madre ha aperto il cassetto, ci ha guardato dentro, e poi l’ha richiuso. Per questo il filo si è staccato.” Mi sono alzato. Dovevi vedere tua madre. Sapeva che il fatto di avermi strappato dal divano chiudeva la fase pre-bellica. Ora si sarebbe cominciato a fare sul serio. “Sai cosa penso che sia grave? Il fatto che tu abbia di queste paranoie. Che tu metta dei fili attaccati a cassetti e comodini per controllare se qualcuno ci fruga dentro. E se fossi stato io ad aprire il comodino? E se fosse stata tua figlia?” “Non eravate in casa quel giorno. E’ stata lei.” Dev’essere stato in quel momento che è suonato il telefono. Ho risposto ed era uno di quelli che ti chiedono tre volte al giorno se vuoi cambiare operatore. L’ho mandato a quel paese. “Ok, Fabiana. D’accordo. E’ stata lei. E quindi? Cosa facciamo? La mettiamo in galera? La fuciliamo? Qual è la sentenza?” “La sentenza è che io non vengo. E che tu le parli.” Ho aperto il frigo e mi sono versato un bicchiere di vino “No, scordatelo. Io non le dirò proprio nulla. Sei tu che hai il problema. Quindi, se ti va di affrontarlo, sei tu che le parli.” Ha riso. “Come sempre.” “Cosa intendi dire?” “Intendo dire che quando c’è un problema, quando c’è da parlare, sono sempre io che devo farlo. Come con Erica.” “Che c’entra Erica?”


“C’entra, c’entra. Ma lasciamo perdere. Non ha importanza.” “Eh, no. Adesso ce l’ha.” In quel momento sei entrata. Ci hai guardato e ho avuto come l’impressione che tu avessi ascoltato tutta la conversazione, astenendoti dal giudicare. Tua madre ti ha sorriso e ti ha accarezzato. “Erica, tesoro. E’ da molto che sei sveglia?” “Un po’”, hai risposto. Si è diretta verso la cucina e ti ha chiesto cosa volevi per colazione. Tu hai risposto NIENTE NON HO FAME, come fai di solito. Mangi troppo poco, e questo mi preoccupa. “Preparati allora. Dovete andare dai nonni, te lo ricordi?” “Dovete? Tu non vieni?” Ha fatto partire la lavastoviglie poi è tornata in sala. “No tesoro. Non sto molto bene stamattina. Sarà per un’altra volta.” Hai annuito e sei tornata in camera tua, siamo abituata ai tuoi silenzi. Ci piacerebbe sapere cosa pensi delle cose, ma oramai ci siamo rassegnati. Probabilmente è giusto così. Arriva sempre il momento in cui si smette di parlare con i propri genitori. E’ un passaggio naturale, nulla su cui interrogarsi o su cui farsi domande strane. I figli a un certo punto non raccontano più. Diventano entità sconosciute. “Tu cosa fai?” “Resto qua. Vi aspetto.” Ho preso un altro bicchiere di vino. “Va bene. Le parlo.” “Fai come vuoi. Se non credi che sia importante non ha senso che tu lo faccia.” In effetti era così. Mi sembrava una questione senza senso. Magari quel cassetto era stato aperto soltanto per essere spolverato. E l’idea che il nastro adesivo si fosse staccato da solo non era poi così ridicola. Non mi risultava che il legno fosse tra i tipi di superficie indicati sulla confezione per attaccarci delle cose. “Lo farò. Stai tranquilla.” Non ha nemmeno alzato la testa. Tu dalla camera hai chiesto cosa metterti. Tua mamma ha risposto di vestirti leggera. In televisione avevano detto che già dal giorno dopo il tempo sarebbe cambiato.

Pubblicato sul blog di Barbara Garlaschelli


Cosa c'è nel cassetto