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Alessandra Mastrodonato

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Gennanio 2008 รท dicembre 2010


Indice 1) 2) 3) 4) 5) 6) 7) 8) 9) 10) 11) 12) 13) 14) 15) 16)

Fuori dal guscio Sete di verità Valori in corso La cura del silenzio Waiting for Tomorrow Un’etica del lavoro a responsabilità limitata AAA educatori cercansi In bilico tra presente ed eternità Nomadi o esploratori ? Scintille di creatività Strada facendo Sono quello che sogno Non avrò altro corpo all’infuori del mio La comunicazione si fa virtuale Sentinelle di speranza Per una nuova politica a misura di giovani

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

FUORI DAL GUSCIO Le indagini condotte qua e là indicano la sostanziale prossimità di noi giovani con la famiglia… È ancora un rifugio sicuro, anzi, fatte le debite eccezioni, il più sicuro.

P

Penso che noi tutti, noi giovani intendo, in un modo o nell’altro, amiamo la nostra casa. Certo, a volte la sentiamo un po’ stretta e angusta e tuttavia sperimentiamo, almeno in alcuni momenti, il bisogno e il desiderio di far ritorno a casa, per poterci rintanare nella nostra camera, lasciando fuori tutti gli impegni e le preoccupazioni che riempiono le nostre giornate e la nostra vita. La casa rappresenta, dunque, un riferimento ambivalente e credo che questo sia vero soprattutto per noi giovani, che spesso ci sentiamo divisi tra un bisogno di radicamento che ci porta a considerare la casa come un nido caldo ed accogliente e l’esigenza, d’altro canto, di spiccare il volo, emancipandoci da una dipendenza che talvolta avvertiamo come un vincolo troppo stretto e da cui comunque prima o poi dobbiamo imparare ad allontanarci. Sì, perché se è vero che molti ragazzi vivono la propria casa in modo residuale e discontinuo, come fosse un albergo in cui si sentono più ospiti che componenti a tutti gli effetti, e se è vero che tanti altri giovani maturano assai presto un desiderio di fuga da un ambiente domestico che sentono opprimente e soffocante rispetto alle loro aspirazioni di libertà e di realizzazione personale, è altrettanto innegabile che per tanti nostri coetanei la casa a volte diventa una sorta di guscio calcareo e impenetrabile in cui, come paguri, tentano di rinchiudersi per sfuggire alla paura del mondo. Per tutti noi giovani, comunque, la casa, oltre che un luogo fisico, rappresenta una dimensione umana e affettiva, in quanto è proprio nell’ambiente domestico che sperimentiamo l’amore e il calore della famiglia e che viviamo le nostre prime esperienze di vita, costruendoci giorno dopo giorno un patrimonio di memorie e di ricordi che nella mente rimarranno per sempre associati agli spazi e agli oggetti della nostra casa. Ma c’è ancora di più: sono convinta che la casa sia anche e soprattutto uno

spazio educativo, nel quale si giocano alcune fondamentali scommesse formative e nel cui ambito ciascuno dovrebbe sentirsi incoraggiato a tirar fuori il meglio di sé; “dovrebbe”, perché purtroppo non sempre, da parte degli adulti, ci si interroga sulla qualità della convivenza domestica e quasi mai si presta attenzione al fatto che l’interiorità di un giovane è specchio dell’ambiente domestico in cui si trova a vivere. Inoltre, non va dimenticato che la casa non può e non deve essere vissuta e percepita come uno spazio chiuso e autosufficiente, ma – al contrario – è essenziale coltivare la dimensione dell’accoglienza e dell’ospitalità, avendo cura di non sprangare porte e finestre e di lasciarle, invece, aperte sul mondo: la permeabilità dell’ambiente domestico, infatti, è fondamentale se si vuole che la casa rappresenti per noi giovani non tanto uno spazio angusto, quanto piuttosto il luogo in cui si possono acquisire gli strumenti per imparare a leggere e interpretare il mondo, guardandolo con simpatia e facendogli posto dentro la propria vita. La casa, dunque, deve essere per tutti i giovani un trampolino di lancio per spiccare il volo verso lo spazio libero del mondo. Ciò significa che il bisogno di radicamento che ci portiamo dentro non deve spingerci a isolarci nell’angusto spazio delle quattro mura domestiche, ma persuaderci a tener sempre presente il verso e il senso della rotta. Del resto, quel che conta veramente per un giovane, e credo anche per chiunque altro, è la dimensione del sentirsi a casa. “Voglio andare a casa! La casa dov’è? La casa dove posso trovar pace” – canta, ad esempio, Jovanotti in una delle sue canzoni più famose e sembra davvero che con queste parole esprima il pensiero di tanti giovani miei coetanei, che nel vivere da nomadi si sentono disorientati e avvertono il bisogno di ritrovare dei punti di riferimento e degli spazi in cui sperimentare un po’ di pace e di serenità. BS FEBBRAIO 2008

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

SETE DI VERITÀ Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Che senso ha la mia vita? Quale posto per me nel mondo? Domande di noi giovani per sapere la verità.

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Non possiamo fare a meno, soprattutto in certi momenti particolari della nostra vita, di porci una serie di domande sul senso del nostro esistere e, quando questi interrogativi affiorano con prepotenza dall’intimo del nostro essere, non ci bastano delle risposte qualunque: vogliamo sapere come le cose stanno in realtà. Vogliamo la verità. Tutta la nostra vita, in effetti, non è altro che una continua e incessante ricerca, un itinerario verso la conoscenza e il senso, attraverso il quale ci sforziamo di fare chiarezza nella nostra esistenza, di trovare il nostro posto nel mondo, di costruirci una rotta e dei punti di riferimento che ci permettano di orientarci di fronte alle sfide etiche del presente e alle domande di senso che la vita ci pone dinanzi. Se questo è vero per tutti, lo è soprattutto per noi giovani che avvertiamo un bisogno insopprimibile di verità, una viscerale e salutare inquietudine che ci porta ad andare oltre noi stessi verso l’Assoluto. Ma quali sono gli strumenti con cui ci è dato di attrezzarci, incamminandoci lungo questo percorso di ricerca? Senza dubbio a guidarci in questo viaggio – che è poi un viaggio fuori e, al tempo stesso, dentro di noi – è la nostra intelligenza (l’intelligenza è, appunto, la facoltà di “leggere dentro”, da intus legere), la nostra capacità di riflessione sistematica sulla realtà circostante, la possibilità di esplorazione costruttiva del reale. Ma la razionalità da sola non basta. Se è vero che si conosce veramente solo ciò che si ama, allora la ricerca della verità ha bisogno anche di passione, di entusiasmo, di coinvolgimento affettivo; in altre parole, è necessario imparare a guardare il mondo con simpatia e con stupore, innamorandosi della realtà che vogliamo conoscere. Del resto, forse più importante del trovare le risposte è il porsi le

domande, facendosi guidare dal desiderio e dalla sete di conoscenza. Chiedere, dubitare, porre e porsi domande non è, infatti, sintomo di curiosità infantile, ma di ricerca e di profondità, dal momento che la ricerca vive di dubbi, di confronti, di luce chiesta ed accolta, ogni giorno. In un certo senso si può dire che la ricerca ambisce a diventare dito che indica il cielo, nella consapevolezza dell’inadeguatezza del dito e dell’immensità del cielo. Noi giovani del terzo millennio siamo quindi particolarmente affamati di verità, costantemente alla ricerca di parole di verità, con tutta la difficoltà di trovarle in una società che, per uno strano paradosso, pur essendo prodiga di parole, è incapace di soddisfare la nostra fame di verità, restituendo alle parole la loro forza creativa e la loro capacità di esprimere il vero. Il bisogno di verità è, dunque, un’esigenza assolutamente fondamentale e inderogabile con la quale ogni giovane, ogni uomo, si trova prima o poi a fare i conti, nel suo desiderio di andare oltre le ovvietà, le apparenze, le ipocrisie. Già, perché – non è mai superfluo ricordarlo – la verità ha anche e prima di tutto un indubbio potere liberante: “la verità vi renderà liberi”, e questo è vero anche quando la verità ci appare scomoda e sgradevole. È allora necessario che noi giovani impariamo per prima cosa a non aver paura di una verità che spesso, per la sua carica dirompente e rivoluzionaria, ci spaventa, al punto che in tante situazioni le preferiamo tutta una serie di rassicuranti falsità e compromessi. Ma è altrettanto indispensabile capire che la fedeltà alla verità la si misura non soltanto sul piano del dire, bensì anche, e direi soprattutto, sul piano del fare, nel senso che non è sufficiente “dire” la verità, ma bisogna prima di tutto “farla”, cioè “viverla”. BS APRILE 2008

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

VALORI IN CORSO Troppe volte i media parlano della parte “malata” dei giovani, dando l’impressione che la gioventù sia malata. Mi ribello. C’è anche la parte sana. È fresca e vitale, crede nella solidarietà, si dà da fare per strappare un sorriso, per seminare una gioia, per sanare un contatto…

S

Sabato pomeriggio, ore 15,30. Nell’atrio del reparto di pediatria dell’ospedale San Paolo di Bari, cominciano ad arrivare in ordine sparso una dozzina di giovani tra i quindici e i venticinque anni. Qualcuno è vestito da clown, qualcuno indossa cappelli e/o frac colorati e stravaganti, qualcun altro arriva carico di giochi da tavola, marionette e caramelle. Volti un po’ assonnati, ma sorridenti. Occhi vispi e curiosi che si guardano intorno. Mani rapide e indaffarate nel modellare palloncini e nell’accordare chitarre. E in un attimo, non solo l’atrio, ma l’intero reparto è invaso da un colorato brusio… Tra questi giovani, che ormai da svariati anni hanno scelto di dedicare i loro pomeriggi del sabato ad un’esperienza di servizio e di volontariato in ospedale, c’è anche Daniela che non si vergogna di percorrere tutto il tragitto fino in ospedale con il viso truccato da clown, a dispetto dell’ilarità delle persone che incontra per strada. C’è Roberto che con la sua vitalità e la sua energia riesce sempre a mettere sottosopra l’intero reparto, coinvolgendo nei suoi scherzi persino le infermiere più irreprensibili. C’è Davide che ogni volta esordisce con l’immancabile frase: “Oggi non contate su di me! Sto dormendo in piedi…”, e poi si dà da fare più di tutti. E poi ci sono anch’io. Ci sono anch’io con la mia innata timidezza, ma con la voglia di mettermi in gioco e di strappare un sorriso ai bambini ricoverati. Qualcuno forse penserà che si tratti di un’eccezione alla regola, di un caso più unico che raro, e invece sono tanti i giovani che si impegnano quotidianamente in esperienze di servizio negli ambiti più disparati. Sono tanti i giovani che attraverso percorsi di questo tipo si sforzano giorno dopo giorno di costruire la propria identità e i propri valori, facendosi portatori di speranza e di solidarietà. A volte mi capita di infuriarmi quando, in autobus o ascoltando i dibattiti in televisione, mi imbatto in luoghi comuni

del tipo: “Questi giovani d’oggi… così superficiali, così disimpegnati, così privi di valori…”, e potrei continuare all’infinito. Sì, perché sembra che “giovinezza” sia quasi esclusivamente sinonimo di deresponsabilizzazione, di intemperanza e di superficialità e troppo spesso si dimentica che accanto a quei giovani che, incapaci di trovare dei valori in cui credere, buttano via la propria vita senza riuscire ad intravedere un senso e delle coordinate di orientamento nella propria esistenza, ce ne sono tanti altri che invece hanno imparato a mettere la propria vitalità ed anche la propria inquietudine al servizio degli altri, seminando impegno e valori che portino frutti duraturi all’esperienza della crescita. Di certo questi ultimi fanno molto meno rumore dei primi, giacché è indubbio che giovani che si perdono nell’incubo della droga, che muoiono sulla strada dopo una serata sfrenata in discoteca o che semplicemente si smarriscono accumulando mille esperienze vuote di significato, fanno più notizia di un piccolo gruppo di ragazzi come tanti che, rimboccandosi le maniche nel volontariato, si sforzano di dare ”valore” alla propria vita e a ogni minimo gesto che fanno. E, tuttavia, tanti di questi giovani continuano silenziosamente a darsi da fare per costruirsi dei valori solidi e autentici a cui conformare i propri percorsi di crescita. Forse, per tutti quegli adulti e quegli educatori che s’interrogano su come risvegliare nei giovani la voglia di impegnarsi con sollecitudine nella costruzione della propria identità, potrà risultare utile la lezione di Antoine de Saint-Exupéry: “Se vuoi costruire una nave non chiamare la gente che procuri il legno, che prepari gli attrezzi necessari, non organizzare il lavoro; prima invece, sveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, gli uomini si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”. BS GIUGNO 2008

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G IOVANI

RIBALTA di Alessandra Mastrodonato

LA CURA DEL SILENZIO Recuperare spazi di silenzio in mezzo alla civiltà del rumore è essenziale alla salute psicofisica del ragazzo, ma anche alla sua salute spirituale.

Q

Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi questo breve passo di Kierkegaard: “L’odierno stato del mondo, la vita intera è malata […]. Se fossi medico e qualcuno mi chiedesse consiglio, risponderei: crea il silenzio, porta l’uomo al silenzio”. Già, perché sembra proprio che nel tempo presente il silenzio sia morto, e la cosa più sconvolgente è che nessuno sembra disperarsene o sentirne la mancanza. In particolare, noi giovani abbiamo quasi paura del silenzio, lo evitiamo e comunque, in genere, abbiamo poca familiarità con esso. Al contrario siamo irresistibilmente attratti dal rumore, al punto che qualcuno ha affermato che l’identità della nostra civiltà è il rumore, che viviamo in una “civiltà del rumore”. Perfino quando camminiamo per strada o prendiamo l’autobus non possiamo fare a meno di infilarci nelle orecchie gli auricolari per ascoltare un po’ di musica, magari con il volume a palla; oppure durante un viaggio in treno ci affrettiamo a prendere il nostro cellulare e a chiamare qualcuno, non importa chi e perché, l’importante è “rompere” il silenzio, colmare il vuoto comunicativo che molto spesso ci circonda ed evitare di rimanere soli con i nostri pensieri. Talvolta siamo così sopraffatti dal rumore da dimenticarci che “è nel silenzio che l’uomo trova se stesso”. Ma se è vero che abbiamo bisogno di riappropriarci del silenzio come mezzo di riscoperta dell’essenziale, è anche vero che occorre un allenamento lungo e graduale per giungere ad acquisire una crescente familiarità con il silenzio e per imparare a proteggerlo dalle tante forme di inquinamento acustico che ne mettono costantemente a rischio l’esistenza. Occorre imparare a tacere e a far tacere il frastuono che ci circonda, abituandoci ad assaporare la bellezza del silenzio, non già come mezzo di fuga dal mondo, ma come ricerca di una strada per approdare a una dimensione contemplativa dell’esistenza. Sì, perché il problema è proprio questo: facciamo fatica a fare

silenzio fuori e dentro di noi, perché abbiamo paura di stare in nostra compagnia e di dare ascolto a ciò che di più autentico c’è in noi. Abbiamo paura di guardarci dentro e di riscoprire noi stessi, sfruttando gli inevitabili silenzi che si affacciano nelle nostre giornate. E così affolliamo di rumori e di parole gridate e vuote di senso la nostra vita quotidiana per cercare di riempire il silenzio esteriore che tanto ci intimorisce e, al tempo stesso, nel disperato tentativo di coprire il silenzio dell’anima, il silenzio interiore che coincide con la capacità di astrarsi dal mondo esterno che penetra fin dentro di noi, per metterci alla ricerca di noi stessi e della nostra interiorità. Del resto, bisogna fare attenzione a non confondere il silenzio con il vuoto, con la mancanza di comunicazione, giacché “il silenzio è anche logos”, nel senso che è colloquio con noi stessi da cui scaturisce l’autentica parola. Ma il silenzio è anche condizione ineludibile per metterci in ascolto di tutto ciò che ci circonda, per riuscire a cogliere tra i tanti rumori del mondo anche le flebili voci di chi non urla per imporsi alla nostra attenzione, restituendo senso e significato ad ogni singola parola. Molto spesso infatti le parole possono rivelarsi “insensate”, semplici combinazioni di suoni che non ci dicono nulla; e allora nel silenzio possiamo trovare molte più risposte che non in mille parole, attingendo a una dimensione interiore di senso inesprimibile ed ineffabile. Ed ecco che anche a noi giovani può capitare di tanto in tanto di sperimentare una certa nostalgia di silenzio, un bisogno intimo e profondo del quale ci stupiamo noi per primi, per quanto poco siamo abituati a cercare il silenzio nella nostra quotidianità. Forse allora è proprio vero quello che mi è capitato di leggere da qualche parte, e cioè che “senza silenzio l’uomo è un folle che vaga per la strada senza sapere dove va e perché mai si muove”. BS SETTEMBRE 2008

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G IOVANI

RIBALTA di Alessandra Mastrodonato

WAITING FOR TOMORROW C’è una domanda che spesso inquieta i giovani di oggi, quella concernente il proprio futuro. Verso dove camminiamo, verso quale meta?

I

In questo periodo della mia vita c’è una domanda che non fa che rimbombarmi in testa in maniera sempre più urgente ed ineludibile: che ne sarà del mio futuro? E, parlando con tanti miei coetanei che come me si affacciano incerti sul proprio domani e sperimentano quotidianamente la difficoltà di compiere scelte significative per il proprio avvenire, sembra proprio che questo interrogativo sia una sorta di sottofondo costante che risuona nelle orecchie di tutti noi giovani (e forse non solo noi), come una specie di tarlo fastidioso e martellante di cui nessuno riesce a liberarsi del tutto. Giovenale diceva che “l’oscurità del futuro è la maledizione del genere umano” e, anche se questo aforisma è vecchio di secoli, ho come l’impressione che non sia mai stato così attuale. Già, perché nel tempo presente il futuro ci appare, molto più che in passato, avvolto da un alone d’incertezza e di precarietà, circondato da uno spesso strato di nebbia che ci impedisce di guardare dall’altra parte e di presagire quel che ci riserva il nostro domani. I sociologi cercano di spiegare questa condizione chiamando in causa la precarietà e la provvisorietà che caratterizzano in maniera sempre più preoccupante il mondo del lavoro, le scelte di vita e persino le relazioni affettive, minando la stabilità delle certezze rassicuranti che erano proprie di quella “modernità solida” cui oggi Bauman contrappone il trionfo della “modernità liquida”, regno dell’instabilità e della flessibilità. Ma di fronte a questa condizione di insicurezza esistenziale, qual è l’atteggiamento di noi giovani? Qualcuno, attanagliato dalla paura di crescere, dall’incertezza del “verso dove si cammina”, e incapace di compiere scelte che sente come definitive, trova nella “sindrome di Peter Pan” un rifugio fittizio che si illude possa metterlo al riparo dall’incertezza del domani. Qualcun altro si limita semplicemente a rimandare il problema, vivendo alla giornata, schiacciato sul

presente e restio verso ogni velleità di progettualità. Oppure, c’è chi al contrario sceglie di vivere solo ed esclusivamente in funzione del proprio avvenire, bruciando le tappe naturali del cammino della crescita e tendendo così decisamente alla meta da dimenticare di godere della bellezza del paesaggio che gli si dispiega davanti lungo la strada. In ogni caso, quel che ci accomuna tutti è la sensazione di essere stati espropriati del senso del futuro, la difficoltà di sentirci autenticamente protagonisti del nostro avvenire e la tentazione di abbandonarci a un comodo determinismo che ci solleva dalla responsabilità di progettare giorno dopo giorno il nostro domani. Sì, perché troppo spesso dimentichiamo che “il futuro non si prevede, si inventa”; e, se è vero che l’avvenire che ci aspetta è meno rassicurante di quello che si prospettava ai nostri genitori o ai nostri nonni, è altrettanto evidente che in questa situazione si aprono per noi nuovi spazi di libertà, di creatività e di autodeterminazione. Abbiamo, dunque, bisogno di “riappropriarci” del nostro futuro, restituendogli senso e significato e al tempo stesso comprendendo che crescere non significa sperimentare in maniera caotica e discontinua un groviglio di esperienze frammentate e contingenti. Significa, piuttosto, imparare passo dopo passo a dare una rotta unitaria alla propria vita, sforzandosi di riscoprire il legame inscindibile che costruttivamente unisce l’oggi al domani, il “già” al “non ancora”. Ma soprattutto è importante capire che l’esperienza della crescita non è semplicemente una fase di transizione verso la condizione adulta, bensì implica un percorso che ci accompagna per tutta la vita. Un percorso in cui è necessario educarsi al valore della progettualità, imparando a coniugare la dimensione del realismo con quella del sogno e dell’utopia, la capacità di restare con i piedi per terra con la lungimiranza della speranza. BS NOVEMBRE 2008

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

UN’ETICA DEL LAVORO A RESPONSABILITÀ LIMITATA? Le difficoltà odierne dei giovani riguardo al lavoro sono note e la situazione non sembra poter migliorare a breve scadenza. La precarietà è regina. Gli atipici si moltiplicano. Eppure…

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Negli ultimi tempi, sfogliando i giornali o leggendo le indagini che cercano di analizzare il complicato rapporto che nella fase storica attuale intercorre tra giovani e mondo del lavoro, è facile imbattersi in dati piuttosto allarmanti che fanno riferimento al dilagare della disoccupazione giovanile e all’emergere di nuove forme di precarietà occupazionale, che sembrano rimettere in discussione i concetti di “posto fisso” e di “carriera lavorativa”. Non c’è dubbio che queste statistiche fotografino una situazione reale e da tutti percepibile, ma è altrettanto vero che, mentre abbondano i tentativi di descrivere le trasformazioni in atto, raramente ci si interroga sul valore e sul significato che il lavoro tende oggi ad assumere per noi giovani. È, infatti, innegabile che negli ultimi due decenni il lavoro sia cambiato radicalmente: nuove tipologie lavorative si sono progressivamente affermate, nuove modalità di contratto hanno preso il sopravvento sulla tradizionale assunzione a tempo pieno e indeterminato, e nuovi personaggi, i cosiddetti “atipici”, sono diventati ormai i protagonisti tipici del panorama occupazionale. Ma non si può fare a meno di riconoscere che anche il modo di rapportarsi al lavoro è radicalmente mutato. E noi giovani rappresentiamo, un termometro particolarmente sensibile, in grado di cogliere in modo più marcato il cambiamento di prospettiva in atto. In particolare, si è recentemente sostenuto che noi giovani abbiamo imboccato la strada di una crescente disaffezione dal mondo del lavoro, che sempre più tendiamo ad abbracciare un’etica del lavoro di tipo meramente strumentale, in cui domina un senso di “responsabilità limitata”. E non c’è da stupirsi che per molti giovani le cose stiano effettivamente così poiché,

spesso stremati dall’interminabile ricerca di un’occupazione, delusi dal dover in molti casi accettare un impiego non congruente con i propri interessi e competenze, preoccupati che una certa professione non offra possibilità di autorealizzazione, né assicuri dignità e sicurezza di vita, è prevedibile che in tanti scelgano infine di ridurre al minimo il proprio investimento affettivo e ideale nei confronti del lavoro, riversando al di fuori di esso le aspettative e le aspirazioni più autentiche. Tuttavia, più che di un vero e proprio “rifiuto del lavoro”, a me sembra che sia piuttosto il caso di parlare di un suo “riposizionamento” nell’universo valoriale di noi giovani, che ci troviamo spesso alle prese con una doppia contingenza. Se è vero, infatti, che diminuisce la possibilità di fare affidamento su percorsi e modelli certi e già sperimentati, con tutto il carico di rischio e di insicurezza che questo comporta, d’altro canto va anche detto che si moltiplicano le opportunità di scegliere e di costruire in modo originale il nostro percorso occupazionale, grazie anche all’allentarsi dei vincoli e dei meccanismi della predestinazione sociale. A ogni modo, una cosa sembra potersi affermare con certezza, e cioè che ci troviamo oggi a sperimentare percorsi lavorativi e professionali immancabilmente segnati da precarietà, incertezze e ri/orientamenti, che contribuiscono a movimentare e a complicare il nostro personale romanzo lavorativo. E tutto ciò ci stimola a imparare, pena una condizione di svantaggio permanente, a divenire “imprenditori di noi stessi”, sforzandoci di autoconcepirci come “ufficio-pianificazione” in merito alla nostra biografia, alle nostre capacità, ai nostri orientamenti e alle nostre relazioni. BS GENNAIO 2009

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

AAA EDUCATORI CERCANSI Oggi si parla, e spesso, di emergenze di ogni tipo, anche di emergenza educativa. Mancanza di educazione per mancanza di educatori? Ecco il parere di un giovane.

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Recentemente mi è capitato di leggere da qualche parte che il 2010 potrebbe essere l’anno dell’educazione e, in verità, credo che non si potesse pensare a una scelta più felice e lungimirante, visto che nella fase storica attuale ci ritroviamo a vivere – come viene sempre più spesso sostenuto da più parti – in una situazione di vera e propria “emergenza educativa”. Già, perché non si può negare che la relazione educativa giovani-adulti attraversa un periodo di crisi profonda, come pure sembrano essere in crisi tutti quei modelli e quegli spazi di identificazione che fino a non molto tempo fa rappresentavano per noi giovani un incrollabile punto di riferimento e un approdo sicuro verso cui orientare la rotta della nostra quotidiana navigazione; al punto che c’è stato chi ha giustamente riconosciuto in noi giovani una delle povertà maggiormente diffuse e incalzanti del terzo millennio quale, appunto, la “povertà in educazione”. In altre parole, facciamo sempre più fatica a trovare delle figure educative autentiche e coerenti che siano disposte a fare un “investimento a fondo perduto” nelle nostre risorse e nella nostra crescita e che abbiano il tempo e la voglia di aiutarci a trovare la nostra strada, ricordandoci a ogni passo che “crescere è la prima vocazione umana e cristiana”. Così come è altrettanto problematico trovare degli spazi e dei contesti in cui ci sia data la possibilità di vivere delle esperienze educative davvero significative, sbalestrati come siamo tra una molteplicità di “non-luoghi” in cui non sperimentiamo altro che anonimato, relazioni impersonali e situazioni di zapping affettivo ed educativo. Tuttavia, se di emergenza educativa si tratta, essa non deve essere intesa solo ed esclusivamente come un problema, ma prima di tutto come una “provocazione” che deve spingerci a

ripensare completamente la questione dell’educazione, ridefinendone in modo inedito i contenuti, i principi metodologici e le finalità. Un primo passo in questa direzione è senza dubbio quello di riscoprire l’importanza e il valore della relazione educativa, che non può mai basarsi su una fredda e neutrale impersonalità, ma deve necessariamente chiamare in causa una dimensione di “affidamento” che non può prescindere da una relazione di “amore” tra chi educa e chi viene educato. E, in quanto relazione di amore tra persone diverse che si scambiano esperienze e frammenti di vita, la relazione educativa non può che essere bidirezionale, nel senso che dovrebbe sempre implicare una sorta di corresponsabilità tra giovani e adulti, che nel percorso educativo si impegnano a camminare, crescere e sognare insieme, cioè a educare e al tempo stesso “educarsi”. Noi giovani abbiamo, infatti, sopra ogni cosa bisogno di educatori che non soltanto ci aiutino a scoprire la nostra vocazione e a viverla con pienezza, ma che soprattutto ci amino e abbiano il coraggio e l’audacia di credere in noi e di scommettere sulle nostre risorse e potenzialità. Abbiamo bisogno di educatori che ci educhino a “pensare”, cioè a compiere le nostre scelte con autonomia e responsabilità, senza adagiarci in un troppo comodo e rassicurante “così fan tutti”. Ancora, abbiamo bisogno di educatori che sappiano restituirci il senso della “prospettiva”, cioè del futuro e della speranza, incoraggiandoci nel difficile compito di alzare lo sguardo e di scrutare senza paura l’orizzonte per scorgere quel che ci riserva il domani. E la nostra è un’invocazione gridata, che scaturisce dal sincero e insopprimibile bisogno di trovare qualcuno che ci aiuti a dare senso alla nostra esistenza, condividendo con noi la difficoltà di crescere e di progettare il futuro... BS MARZO 2009

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

IN BILICO TRA PRESENTE ED ETERNITÀ Il tempo, “ininterrotto scaturire del nuovo”, è un elemento essenziale della vita... La grande questione è come impiegarlo.

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Sto sfogliando una mia vecchia antologia di letteratura latina del liceo e, del tutto casualmente, una massima di Orazio cattura la mia attenzione: “È lieto e arbitro di sé chi può dire al termine del giorno: ho vissuto”. Di fronte a una così profonda verità, pur vecchia di oltre duemila anni, una domanda mi balza subito alla mente: in che modo noi giovani viviamo oggi il nostro tempo? Riusciamo a dare “valore” alle nostre giornate, oppure lasciamo che il tempo scorra veloce, senza essere capaci di apprezzarne e viverne appieno ogni singolo istante? In effetti, pensando alla mia esistenza quotidiana e a quella di tanti miei coetanei, mi rendo conto che spesso, e magari anche volentieri, corriamo il rischio di rimanere invischiati in quella “eccitantissima perversione di vita che è la fretta” (l’espressione è di Hemingway), accelerando al massimo i nostri ritmi di vita, nell’intento di accumulare il maggior numero possibile di esperienze e di emozioni. Quasi che la pienezza del nostro vivere dipendesse unicamente dalla “quantità” di cose che riusciamo a fare nell’arco della giornata. O, al contrario, rischiamo di buttar via il nostro tempo, lasciando che esso proceda lento e insofferente, nell’attesa che accada qualcosa di straordinario che venga a trasformare in modo radicale la nostra esistenza, rompendo finalmente la monotonia e la vacuità della nostra quotidianità. Insomma, in un caso e nell’altro, il rischio è quello di prestare attenzione esclusivamente alla dimensione quantitativa del tempo e alla velocità del suo scorrere, dimenticando che “come” si impiega il tempo vale molto di più di “quanto” se ne ha a disposizione. Ciò che conta veramente è, dunque, la “qualità” del tempo; ragion per cui noi giovani (ma forse non soltanto noi) dovremmo prima di ogni altra cosa imparare a valorizzare ogni singolo istante della nostra esistenza,

considerandolo come unico e irrepetibile, nella consapevolezza che un autentico benessere nel rapporto con noi stessi e con la realtà che ci circonda non può prescindere da un uso sapiente e oculato del tempo. “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi” (e anche qui le parole di Hemingway non potrebbero essere più profetiche!). È, quindi, importante che ci sforziamo di essere protagonisti del nostro tempo, anziché accontentarci di esserne spettatori e di “lasciarci vivere”. E, soprattutto, è fondamentale che coltiviamo la capacità di “sincronizzare” il nostro ritmo interiore con lo scorrere sociale del tempo, onde evitare pericolose sfasature, che rischiano di suscitare in noi disagio e disorientamento. Ma, come cristiani, siamo chiamati a compiere un passo ulteriore. Siamo chiamati a riscoprire la sacralità del tempo, restituendo a esso un altissimo valore etico. Siamo chiamati a far nostra la lezione di Bergson, che ci consegna un’idea del tempo come “incessante creazione” e come “ininterrotto scaturire del nuovo”. Ancora, siamo chiamati a rimanere perennemente in equilibrio tra il tempo presente, in cui ci ritroviamo a vivere con tutte le nostre contraddizioni e potenzialità di realizzazione, e l’eternità, che rappresenta il nostro luminoso orizzonte, l’autentica pienezza del tempo cui instancabilmente aneliamo. Il tempo, dunque, è prima di tutto un “dono”, una ricchezza che spesso diamo talmente per scontata da buttarla via senza rendercene conto. E in questo abbiamo senz’altro molto da imparare dalla saggezza africana, che in un antico proverbio ci provoca, sollevando un interrogativo profondamente incisivo, ma di una semplicità disarmante: “Hai il tempo e ti credi povero?”. BS MAGGIO 2009

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

NOMADI O ESPLORATORI? La mobilità è l’insopprimibile desiderio di “spaziare”, di mettersi in viaggio, di allargare l’orizzonte delle nostre vedute e il nostro universo di senso… non sempre vengono vissuti come una necessità.

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Nella nostra esperienza di giovani la dimensione dello spazio non è meno importante di quella del tempo, anzi il fatto di ritrovarci a vivere nell’era della globalizzazione e della modernità liquida ci stimola a confrontarci quotidianamente con il senso della complessità, dell’interdipendenza e dell’integrazione territoriale che il mondo oggi ci regala. Non è poi così insolito, infatti, per noi giovani sperimentare nella nostra quotidianità la mobilità da studio o da lavoro. Anche nel tempo libero la curiosità verso ciò che è “altro” e “oltre” ci spinge a partire, zaino in spalla e bastone in mano, alla scoperta e all’esplorazione di nuovi territori. La mobilità, dunque, non sempre viene vissuta come una necessità, ma spesso risponde all’insopprimibile desiderio di “spaziare”, di mettersi in viaggio, di allargare l’orizzonte delle nostre vedute e il nostro universo di senso. Certo, se è vero che “sapere chi sei significa sapere dove sei”, si comprende bene come l’esperienza della mobilità molto spesso rischia di fare di noi giovani dei “nomadi” e degli “sradicati” che vagano senza meta tra i tanti non-luoghi della cultura dislocata, incapaci di trovare dei punti di riferimento spaziali ed esistenziali rispetto ai quali orientare il proprio peregrinare. Il rischio dello sradicamento, della perdita delle “radici”, è sempre incombente; ma spesso si dimentica un dato fondamentale, e cioè che siamo nati nella globalizzazione, non abbiamo dovuto adattarci a essa, e forse proprio per questo riusciamo a “collocarci” in essa con maggiore facilità rispetto agli adulti, riuscendo perfino a coglierne i tratti positivi. Se c’è, invece, un pericolo forse ancora più insidioso – perché trascurato o quanto meno sottovalutato – , esso deriva dalla tendenza ad assolutizzare

il particolare contesto spaziale in cui si vive e a innalzare di conseguenza tutta una serie di insormontabili barriere, fisiche e mentali, che separano rigidamente il “dentro” dal “fuori”, impedendoci di guardare al di là del nostro naso e di aprirci alla dimensione della mondialità. Per vivere, infatti, abbiamo bisogno di estensione, di prospettive, di orizzonti. E, soprattutto per noi giovani, l’esperienza della ricerca di nuovi spazi è indispensabile: ci offre la possibilità di superare i limiti angusti del nostro egocentrismo, facendo spazio alla dimensione dell’alterità. Molto spesso, invece, corriamo il rischio di rimanere “rintanati” in noi stessi, in uno spazio limitato e circoscritto che percepiamo come rassicurante perché conosciuto (almeno così crediamo); o, al massimo, ci limitiamo a viaggiare solo attraverso i sentieri dello spazio virtuale, ormai incapaci di metterci concretamente in cammino sulle strade del mondo, assaporando tutti i profumi e i sapori di un viaggio di scoperta. Del resto, persino molte delle azioni educative a noi rivolte, anziché stimolarci a guardare “oltre” per riscoprire il gusto di esplorare nuovi spazi e di muoversi lungo la linea dell’orizzonte, spesso sono confinate in spazi angusti e finiscono con il puzzare di chiuso, spingendoci ancor di più a rimanere intrappolati in una quotidianità asfittica, nella quale sperimentiamo varie forme di claustrofobia. Quello di cui forse noi giovani abbiamo bisogno nel tempo presente è allora di riappropriarci del dinamismo del movimento e della capacità di metterci in viaggio, certo prestando sempre attenzione a non perdere di vista le nostre radici, ma al tempo stesso riscoprendo il gusto della scoperta e soprattutto cercando di riempire di senso lo spazio che ci circonda. BS LUGLIO/AGOSTO 2009

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G IOVANI

RIBALTA di Alessandra Mastrodonato

SCINTILLE DI CREATIVITÀ La Commissione Europea ha proclamato questo 2009 anno della creatività. Naturalmente inclini alla creatività sono soprattutto i giovani…

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La creatività dovrebbe essere una qualità particolarmente vicina alla sensibilità e all’esperienza di noi giovani. Dovrebbe, perché in effetti, a ben guardare, sembra proprio che la fantasia sia sempre più emarginata dall’universo giovanile, dominato dall’omologazione e dal conformismo o, quanto meno, da un forte senso di realismo, che – pur essendo di per sé un aspetto positivo – rischia spesso di soffocare la nostra capacità di desiderare e di sognare, spingendoci a convogliare tutte le energie nella mera gestione dell’esistente. Nessuno sembra accorgersi di quanto grave sia questa perdita. Al contrario, i più (educatori compresi) appaiono quasi compiaciuti della sconfitta della fantasia, convinti come sono che ciò sia sintomo di una maggiore concretezza da parte dei giovani, di una acquisita capacità di restare con i piedi per terra e di meglio adattarsi e integrarsi nella realtà sociale del presente. Troppo spesso, infatti, il razionalismo oggi imperante, sostenendo con forza l’idea che solo il pensiero razionale e scientifico può consentire conoscenze precise e durature, ci porta a dimenticare quale ruolo fondamentale riveste la fantasia – o se si preferisce il pensiero divergente – nella formulazione di idee nuove e originali, nell’allargamento degli orizzonti di comprensione della vita e nella sperimentazione di forme inedite di protagonismo. Ma senza fantasia, senza creatività, la nostra vita rischia di inaridirsi, di rimanere intrappolata in una routine monotona e ripetitiva, di smarrire la capacità di meravigliarsi e di scommettere sul futuro. Difficile, però, accorgersi di tutto questo, quando ci viene insegnato che adattarsi è meglio che manifestare una sana inquietudine di fronte a tutto ciò che tende a riprodursi in modo meccanico, quando gli stessi educatori – in famiglia, a scuola, in parrocchia –, anziché incoraggiare la creatività e la curiosità di noi giovani, tendono a

soffocarla, forse semplicemente perché hanno paura di rimettere in discussione quello che hanno costruito per se stessi e di farsi contagiare dall’eccentricità e dalla dissonanza delle proposte giovanili. Ma questo non significa che la fantasia, la curiosità, la capacità di sognare siano ormai irrimediabilmente bandite dalla nostra esperienza di vita. Nella maggior parte dei casi, la nostra irriducibile e innata creatività è semplicemente un po’ addormentata, ma non del tutto estinta. E chi di noi ha la fortuna di incontrare sul proprio cammino persone disposte a scommettere sui valori spesso scomodi della fantasia e dell’intraprendenza, non ci mette molto a convertire la propria inquietudine in energia creativa e impara in fretta che, provando a vedere sotto una prospettiva inedita e originale anche ciò che è usuale e familiare, è possibile recuperare la capacità di meravigliarsi delle piccole cose: una farfalla multicolore posata sul profumo di un fiore, una goccia splendente di rugiada, una manciata di lucciole nella notte, un parco con ... alberi/elefante, rendendo straordinario anche ciò che è ordinario. Essere creativi significa, infatti, saper “vedere ciò che tutti hanno visto e pensare ciò che nessuno ha pensato”, come amava dire lo scienziato ungherese Albert Szent-Györgyi, premiato nel 1937 con il Nobel per la medicina. E, se ciò è vero, la fantasia, il pensiero divergente, e perfino il disordine, riacquistano tutta la loro dignità come lievito e sale della nostra quotidianità, non meno che come elementi essenziali della scoperta scientifica. Forse aveva ragione Nietzsche quando affermava che “bisogna sperimentare il caos dentro di noi se si vuol far nascere una stella”. E a me sembra che la creatività consista proprio nel non aver paura di questo caos e nel saper dare a esso una configurazione sensata. BS OTTOBRE 2009

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

STRADA FACENDO Trovare la propria strada, mettersi in cammino, uscendo da se stessi: è a questo che anela ogni uomo.

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Il desiderio di metterci per strada e l’urgenza di cercare quella che fa per noi sembrano risuonare più forti nelle orecchie di noi giovani, soprattutto in corrispondenza degli snodi più delicati del nostro percorso di crescita, che ci pongono di fronte a bivi e/o scalate apparentemente fuori dalla nostra portata. Cercare la strada, infatti, non è sempre facile e indolore, e spesso vuol dire sbagliarsi, perdere le tracce, ritrovarsi ormai senza punti di riferimento. Ed è proprio questa paura di perderci, di smarrirci lungo la strada che a volte ci frena, impedendoci di prendere il largo… Del resto, a chi non è mai capitato, nell’imboccare una strada mai percorsa prima, di provare un’istintiva paura, un senso di ansia e di sgomento che ci deriva dalla percezione dell’ignoto? In quei momenti ci sembra di avvertire con maggiore lucidità la nostra piccolezza, il senso del limite, e tutto ci appare difficile e pericoloso. Ma poi, non appena iniziamo a camminare, non appena la strada comincia a snodarsi sotto i nostri passi, ci accorgiamo che, come la nebbia del mattino, la paura adagio adagio si dilegua. Ed è allora che cominciamo a guardarci intorno, a godere del paesaggio che ci circonda, ad aprirci allo stupore e alla contemplazione. Gandhi amava dire che “non già nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare a tentoni la propria strada e seguirla coraggiosamente consiste la vera libertà”, e ancora più audace è Baden-Powell: “Quando la strada non c’è, inventala!”. Certo, inventare la strada comporta dei rischi, impone fatica, richiede che ci mettiamo in gioco completamente e senza riserve, ma non dobbiamo dimenticare che il rischio è la condizione della libertà. E, del resto, anche quando abbiamo scelto il sentiero da percorrere, la strada non è mai priva di ostacoli. Incontreremo salite, fossi e dirupi e la stanchezza diventerà l’immancabile

compagna del nostro andare; ma è proprio quando la strada diventa pesante, quando si mette a piovere, quando lo zaino comincia a pesarci sulle spalle, che impariamo la difficile arte della perseveranza, dell’andare fino in fondo, scoprendo in noi stessi risorse e capacità forse impensate. La strada ci educa alla fatica, all’impegno e alla costanza. C’è poi un altro aspetto della strada che ci affascina e ne fa una metafora del nostro percorso di vita: quando si cammina per strada si incontra sempre qualcuno. Persino in montagna, anche se per ore si resta soli e l’unico dialogo è con se stessi e con la propria ombra, prima o poi c’è sempre un incontro. E il camminare con gli altri rende tutto più difficile. Spesso i compagni di viaggio ti costringono a rallentare, a fermarti per aspettarli oppure, al contrario, ti obbligano ad affrettare il passo per star loro dietro. Sei costretto ad adeguare la tua andatura alla loro e talvolta nascono malintesi o divergenze circa la direzione da prendere o il sentiero da seguire. La strada, insomma, “ci mette allo sbaraglio con il nostro prossimo”. Ma, al tempo stesso, quando camminiamo insieme agli altri, sperimentiamo la gioia di condividere con loro la fatica dell’andare e l’entusiasmo del procedere insieme verso un traguardo comune; abbiamo qualcuno con cui ammirare la bellezza del paesaggio e con cui chiacchierare lungo il cammino per rendere la strada più piacevole. Ed è proprio questo che rende vario e gioioso il percorso (e la nostra vita)! La cosa più importante, allora, è che impariamo a non andare avanti per inerzia, ma ad amare la strada che stiamo percorrendo; potrà essere più o meno tortuosa, più o meno gratificante, ma quel che conta è apprezzarla perché appartiene a ciascuno di noi e copre esattamente la distanza che separa la giovinezza dalla maturità. BS DICEMBRE 2009

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

SONO QUELLO CHE SOGNO Spinoza diceva che “il desiderio è l’essenza dell’uomo”. E, in effetti, come potremmo mai concepire una vita senza desideri, un’esistenza senza sogni?

C

Chi desidera è vivo! Meglio: chi è capace di sognare e crede nella bellezza dei propri sogni è “giovane”, anche se dovesse avere ottant’anni. In effetti, è proprio dei giovani sperimentare in maniera più intensa e pervasiva la forza del desiderio, quale che sia il campo in cui esso si esplicita: un progetto professionale, la realizzazione di sé, l’esigenza di libertà o la costruzione di una relazione affettiva. Ed è la capacità di desiderare che dà sapore al nostro vivere quotidiano, aiutandoci a mettere a fuoco ciò che veramente ci sta a cuore, in un’ottica di progettualità futura. Il sogno ha le ali. La capacità di sognare è essenziale per proiettarci verso orizzonti sempre più lontani e per non rimanere imprigionati in una realtà prosaica e mortificante. Ma, al tempo stesso, se vogliamo dare concretezza ai nostri sogni, dobbiamo cercare di rimanere con i piedi per terra e di mantenere il contatto con il mondo, onde evitare il rischio di rifugiarci in una dimensione onirica slegata dalla realtà quotidiana. Questo non significa, però, che dobbiamo rinunciare a priori a inseguire i nostri sogni. Al contrario, anche un sogno apparentemente irrealizzabile può rivelarsi alla nostra portata, se siamo disposti a rimboccarci le maniche e a lavorare quotidianamente per tradurlo in realtà. Ma, soprattutto, se siamo disposti a credere fermamente che “mai ci è dato un desiderio, senza che ci sia dato anche il potere di realizzarlo”. Sono anzi proprio i desideri più grandi e i sogni più impegnativi che ci sospingono a tendere verso mete più nobili ed elevate, mettendo alla prova la nostra perseveranza, la nostra forza di volontà, la nostra speranza e persino la nostra fede. Per questo dobbiamo sempre

sforzarci di custodire i nostri sogni, di arricchirli di senso, di orientarli verso traguardi esigenti e di impegnarci per realizzarli. Ma, prima ancora, è necessario operare un continuo discernimento per cercare di riconoscere, tra i tanti desideri che ci portiamo dentro, quelli davvero autentici e profondi che danno voce al nostro mondo interiore e ci mettono le ali ai piedi, spronandoci a ricercare la vera felicità, e quelli invece effimeri e deludenti, generati in noi dalle mode del momento o da bisogni superficiali. Nietzsche soleva dire che “niente ci appartiene più dei nostri sogni”. E, in effetti, è proprio vero che i sogni e i desideri rispecchiano il nostro modo di essere, le nostre attese più profonde, il nostro bisogno di sentirci amati e di donare amore a nostra volta. Ma un sogno è ancora più bello quando è condiviso, quando siamo in molti a sognare la stessa cosa, perché è allora che il sogno diventa realtà. Come giovani siamo, quindi, chiamati più che mai ad aver cura dei nostri sogni, a proteggerli da quanti vogliono sminuirli e scoraggiarli, richiamandoci alla necessità di fare i conti con la realtà e di conformarci a tutti i costi alla logica della mera convenienza e di un pragmatismo di corto respiro. Forse qualcuno ci accuserà di essere dei visionari, di inseguire delle utopie irraggiungibili, ma se avremo il coraggio di dar voce alle nostre attese più autentiche, se saremo capaci di credere appassionatamente ai nostri sogni, troveremo dentro di noi anche la capacità e l’ardire di tradurli in realtà. E forse, allora, i nostri sogni non saranno più semplici fantasie o illusori miraggi, ma concorreranno tutti alla realizzazione di quella felicità piena e smisurata che Dio sogna per noi. BS FEBBRAIO 2010

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

NON AVRÒ ALTRO CORPO ALL’INFUORI DEL MIO

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“Ogni giorno ringrazio Dio perché mi ha dato una vita straordinaria, perché mi ha creato e mi ha disegnato nel modo in cui sono. A me non piace dire che Lui mi ha tolto qualcosa … Essere senza braccia è la mia ricchezza. Con le braccia non sarei più io. Siamo speciali per quello che abbiamo, ma anche per quello che non abbiamo”. Simona Atzori è una giovane ballerina e pittrice che attraverso la sua arte ha imparato ad accettare e ad amare il proprio corpo, dando un significato nuovo alla parola “bellezza”. Simona, infatti, è nata senza braccia. Eppure chi assiste ai suoi spettacoli fa fatica a ricordarsene, completamente rapito dalla poesia e dall’armonia dei suoi movimenti, dall’ammaliante espressività della sua danza, che in molti definiscono un “volo senza ali”. Sono rimasta letteralmente senza fiato, alcuni giorni fa, nel guardare su Internet alcune sue coreografie e, ancora di più, nell’ascoltare le sue parole; una lucidissima testimonianza sul valore della “corporeità”, sulla capacità di riconoscere nel corpo un dono meraviglioso e irripetibile che dobbiamo imparare a rispettare e a valorizzare nella sua unicità. Già, perché il corpo è ciò che ci permette di esprimere i sentimenti e le emozioni più autentiche, di entrare in contatto con il mondo che ci circonda, di comunicare e di costruire relazioni con chi ci è accanto. Qualcuno ha detto che non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo. E, in effetti, è proprio così: con le parole possiamo anche mentire, ingannare gli altri, raccontare qualcosa di diverso da quel che realmente pensiamo e sentiamo. Ma quanto è più difficile artefare uno sguardo, un gesto, un moto spontaneo del viso! Se un abbraccio non è sincero, ce ne accorgiamo subito, lo avvertiamo immediatamente dal contatto

stesso con il corpo dell’altro… Se poi poniamo mente al fatto che siamo a immagine e somiglianza di Dio, che il corpo è dimora di Dio – o, come dice San Paolo, “tempio dello Spirito” – , allora comprendiamo anche che il nostro corpo è qualcosa di più di un semplice strumento di comunicazione e di relazione con gli altri. Comprendiamo che il nostro corpo è “sacro”, in quanto strumento dell’amore di Dio. Spesso, però, noi giovani (e forse non solo noi) facciamo fatica a prendere coscienza di una così grande verità. Ci risulta difficile accettare e amare un corpo che non abbiamo scelto, forse perché siamo abituati a scegliere e non ad accogliere. Inseguiamo senza sosta un ideale vuoto e stereotipato di bellezza e di perfezione estetica, ispirato dalle mode del momento. Siamo ossessionati fino all’esasperazione dalla cura del corpo e non disdegniamo di ricorrere a ogni stratagemma pur di apparire belli e attraenti. Passiamo ore e ore davanti allo specchio a rimuginare sulle nostre imperfezioni oppure a pavoneggiarci per la nostra linea impeccabile e per il nostro aspetto accattivante. E, in tutto questo, tra creme di bellezza e tonici dell’eterna giovinezza, dimentichiamo quale grande “dono” sia il nostro corpo, proprio nella sua unicità e diversità. “Io non ho un corpo, io sono un corpo”, diceva Mounier. E allora, se davvero la corporeità rappresenta una dimensione essenziale, e non soltanto accessoria, del nostro essere “persona”, è necessario che ognuno di noi impari ad avere rispetto del proprio corpo, a riconoscerne la particolare bellezza e ad amarlo così come ci è stato donato, facendone sempre più consapevolmente uno strumento di comunione e di comunicazione con gli altri e con Dio. BS APRILE 2010

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

LA COMUNICAZIONE SI FA VIRTUALE Piazze aperte a tutti… Piazze virtuali s’intende. I social network impazzano, quasi senza controllo, affidati unicamente alla responsabilità degli utenti in maggioranza giovani e giovanissimi. Ma ci sono ormai anche gli adulti.

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Msn, facebook, myspace, twitter: se proviamo a interrogare Wikipedia per sapere di che si tratta, scopriremo di avere a che fare con dei “social network”, piattaforme sociali gratuite e aperte a tutti, nate all’alba del terzo millennio, con lo scopo di creare vere e proprie comunità virtuali in cui scambiare messaggi e condividere informazioni, immagini, mp3, video e contenuti di vario genere. Se lo chiediamo a un giovane, ci risponderà che è il modo più efficace, rapido ed economico per organizzare una serata in pizzeria o una partita di calcetto. Insomma per essere costantemente in contatto con i propri amici (e non solo)! La comunicazione è, in effetti, un bisogno ineliminabile e, al tempo stesso, una disponibilità a tessere relazioni, che noi giovani manifestiamo con estrema spontaneità e immediatezza. Ma negli ultimi dieci anni il modo in cui comunichiamo è profondamente cambiato. I social network, ultima e più avanzata mutazione genetica delle chat, hanno stravolto in breve tempo gli stili di vita e i linguaggi giovanili, al punto che anche i radicali cambiamenti prodotti a metà degli anni ’90 dalla rivoluzione degli sms rappresentano ormai un ricordo lontano. La comunicazione virtuale implica, infatti, atteggiamenti e aspettative del tutto nuovi: non ci rimetti la faccia, non sei costretto a parlare con chi non ti va, il comportamento da tenere non è troppo impegnativo e, qualora avverti noia – mai disagio –, basta disconnetterti, senza correre il rischio di essere tacciato di scortesia. È, inoltre, possibile chattare con più persone contemporaneamente, o intavolare vere e proprie conversazioni multiple, o ancora si può chiacchierare del più e del meno con un amico e nel frattempo aggiornare il proprio stato, postare un link sul proprio profilo, commentare le foto o i video pubblicati da un altro amico o persino giocare a carte con persone che in quello stesso momento sono connesse dall’altra parte del mondo.

Aveva ragione McLuhan quando diceva che “il medium è il messaggio”. E, in effetti, i social network modificano completamente anche i linguaggi e i modi della comunicazione, contribuendo all’elaborazione di una nuova grammatica solo apparentemente priva di regole, ma in realtà basata su una serie di convenzioni non scritte. Una sorta di “codice cifrato” comprensibile solo a chi lo usa, fatto di modi di dire, abbreviazioni ed emoticon, che pretendono di sostituirsi alla comunicazione non verbale e alla sua trasparenza, esprimendo emozioni, stati d’animo e sentimenti di chi scrive. E fatto anche, a volte, di silenzi. Già, perché spesso noi giovani non conosciamo le mezze misure: giochiamo con le parole, dando libero sfogo a tutto quello che ci passa per la mente, in una sorta di ridondanza espressiva – e talvolta anche dispersiva – della comunicazione, oppure rinunciamo del tutto ad esse, quando avvertiamo il rischio che diventino prive di senso. Qualcuno ha scritto che “il linguaggio, più di ogni altra cosa, rivela l’uomo”. Ed effettivamente è indubbio che il linguaggio informale e privo di mediazioni che noi giovani usiamo quando chattiamo con i nostri amici riflette il nostro mondo interiore, le nostre categorie interpretative della realtà, il nostro modo di relazionarci con gli altri. Se consideriamo, però, che la comunicazione virtuale ci consente di mettere uno schermo davanti alla nostra identità, di mostrarci diversi da quello che siamo, di nascondere a chi è collegato dall’altra parte della rete i nostri reali sentimenti e le nostre emozioni più autentiche, fornendo una rappresentazione di noi stessi a volte parziale o fittizia, ci sarebbe da chiedersi fino a che punto questa forma di comunicazione, che ci esonera dal guardare negli occhi il nostro interlocutore e non è capace di riprodurre in alcun modo il calore di un abbraccio, consente di “costruire relazioni”, nel senso più pieno del termine. BS GIUGNO 2010

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G IOVANI

RIBALTA di Alessandra Mastrodonato

SENTINELLE DI SPERANZA La speranza sono i giovani. Il futuro sono i giovani. Dare fiducia ai giovani è possibile…

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Con un’espressione forse un po’ abusata sentiamo spesso dire che noi giovani siamo la “speranza del domani”, la “speranza dell’umanità”. Ma noi giovani speranze siamo ancora capaci di sperare? La domanda può sembrare pleonastica, ma – a ben guardare – non lo è affatto. Già, perché in una società così disincantata come quella in cui viviamo oggi, in un mondo che appare sempre più percorso da segni indicibili di morte, di ingiustizia e di distruzione, è davvero difficile conservare la speranza. E lo è tanto di più per noi giovani, che, è vero, siamo forse più degli altri depositari di attese e di slanci ideali, “sentinelle del mattino” – come amava definirci Giovanni Paolo II. Ma spesso siamo anche più vulnerabili di fronte alle delusioni, ai piccoli fallimenti di ogni giorno, alle difficoltà della vita. Talvolta basta un attimo per farci passare da un luminoso stato di grazia, nutrito di mille speranze e di infinite possibilità, alla più buia rassegnazione, al più cinico fatalismo. E quando ci lasciamo risucchiare da questo vortice di sconforto e di sfiducia, in cui vediamo farsi in frantumi i nostri sogni di felicità e abbiamo l’impressione di toccare con mano tutta la nostra fragilità e inadeguatezza, non è facile rialzarsi e ricominciare a sperare in un futuro radioso. Ma la forza della speranza risiede proprio in questo: nella capacità di credere che per ciascuno di noi c’è una seconda occasione, e anche una terza, e una quarta …, che anche quando intorno a noi non vediamo che tenebre e disincanto, c’è sempre una possibilità di costruire qui ed ora “cieli nuovi e terra nuova”. Sì, perché sperare non significa solo volgersi fiduciosi verso il futuro. Sperare è anche vivere il presente con la certezza che tutto quello che la vita ci dona – comprese le sofferenze, le difficoltà e le delusioni – ha un senso, anche se non sempre riusciamo a coglierlo nell’immediato.

La speranza è fiducia, è entusiasmo, è capacità di sorridere e di essere in pace con se stessi anche nei momenti più bui. Nonostante tutto. Mi risuona nella mente (e nel cuore) uno dei passaggi più belli dei tanti messaggi di speranza che ci ha regalato papa Giovanni Paolo II: “Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa!” Sperare implica, quindi, una “scommessa”; è una sfida che, oggi più che mai, esige coraggio e perseveranza, perché in definitiva ci chiede di andare controcorrente. Eppure questo nostro mondo malato di pessimismo e di rassegnazione ha profondamente bisogno della forza esplosiva della speranza. E noi, come cristiani, siamo chiamati ogni giorno a testimoniare la speranza. Quella speranza che trova il suo più pieno compimento in Cristo risorto che vince la morte. Per noi cristiani, infatti, la speranza non è mera evasione, un’illusione senza alcun fondamento. Per noi la speranza è attesa gioiosa unita a un impegno costante, è disponibilità a entrare in una prospettiva innovativa, a guardare le cose da un’altra angolazione, senza tuttavia perdere di vista la fedeltà alla realtà che ci circonda. “Chi spera cammina, non fugge! Costruisce il futuro, non lo attende soltanto! Si incarna nella storia, non la subisce!”. Sono parole di don Tonino Bello, che ci ricorda che sperare non è sognare, è la capacità di trasformare i sogni in realtà. Per questo la speranza è un “dovere” per ogni cristiano. Un cristiano che non avesse la speranza sarebbe una contraddizione, una controtestimonianza di fede. BS SETTEMBRE 2010

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RIBALTA

G IOVANI

di Alessandra Mastrodonato

PER UNA NUOVA POLITICA A MISURA DI GIOVANI Giovani e politica, un binomio che appare incompatibile con i tempi che corrono. Perché? Un approccio fallito? Un matrimonio impossibile? Fatto sta che i giovani sono oggi al di là della staccionata … Eppure la politica non può fare a meno dei giovani e viceversa …

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Si dice spesso, e non a torto, che la politica non si occupa a sufficienza dei giovani. D’altro canto, non si può negare che noi giovani abbiamo in genere un rapporto piuttosto problematico con il mondo della politica e con tutto ciò che lo riguarda. Le istituzioni, i partiti, la “casta intoccabile” dei politici ci sembrano sempre più lontani, completamente avulsi e separati dalla realtà che ci circonda e, di conseguenza, del tutto incapaci di fornire risposte concrete e adeguate alle nostre attese e ai bisogni quotidiani della società in cui viviamo. Senza contare che le promesse non mantenute, i continui scandali, l’opportunismo, i giochi di potere e la totale mancanza di credibilità di molti politici alimentano in noi uno scetticismo, quando non un vero e proprio disgusto, difficili da superare. Non c’è da meravigliarsi, allora, se tutte le più recenti indagini mostrano un universo giovanile sempre più disinteressato e distante dal mondo della politica, con una percentuale altissima di giovani che dichiarano di provare indifferenza, diffidenza, rabbia o addirittura noia nei confronti delle vicende politiche e di tutto ciò che avviene ai vertici delle diverse realtà istituzionali del nostro Paese. A ben guardare, però, le ragioni profonde di questo crescente allontanamento dalla politica non vanno ricercate in un puro e semplice disinteresse per i destini della nostra società e nel totale disimpegno di noi giovani, che – come sostengono in molti – siamo ormai completamente avviluppati in una spessa coltre di individualismo e, dunque, non sentiamo più la responsabilità di collaborare in prima persona alla gestione della cosa pubblica, rimboccandoci le maniche per il benessere della collettività. In realtà, quel che più ci spaventa è l’attuale imbarbarimento della politica, la mancanza di ideali autentici in cui credere e per cui lottare, la

paura di non avere la forza di restituire alla politica la sua originaria funzione di servizio alla comunità umana, rimanendo fatalmente invischiati negli squallidi giochi di potere di chi considera la politica unicamente come un modo per perseguire i propri interessi, per arricchirsi indebitamente e per porsi al di sopra delle leggi; insomma come una ricerca del potere fine a se stessa. Noi giovani, tuttavia, sappiamo bene che la politica può, e deve, essere altro. Una timida voce interiore, forse la nostra coscienza civica non ancora del tutto sopita, ci ricorda che la politica è l’anima di ogni convivenza civile, è tensione all’uguaglianza e alla giustizia sociale, è insieme contestazione e ricerca del consenso, creatività e responsabilità, senso di unità e dialettica delle differenze. Come ha detto qualcuno, la politica è “ll’arte del possibile e la speranza dell’impossibile”. È vero: questi valori vengono oggi continuamente disattesi. Ma ciò non significa che una politica che metta al centro l’uomo e la sua felicità e che sia ispirata e vivificata dai valori etici e dalla cultura della solidarietà sia soltanto un’utopia irrealizzabile. E forse è proprio dalle nuove generazioni che può venire una positiva spinta al cambiamento. Perché ciò avvenga è, però, necessario che noi giovani ricominciamo ad avere fiducia nella possibilità di creare una mentalità diversa nella gente, che ci facciamo portatori di un nuovo concetto di cittadinanza attiva, in cui il protagonismo e la partecipazione diretta ritornino a sostituirsi all’indifferenza e all’apatia delle deleghe. Ma, soprattutto, è indispensabile che riscopriamo il valore della politica come impegno generoso e disinteressato, come amore e responsabilità verso il territorio e la società in cui viviamo. Insomma, devono essere i giovani a cambiare la politica e non la politica a cambiare i giovani. BS NOVEMBRE 2010

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Ribalta giovani