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Alessandra Mastrodonato Marianna Pacucci

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Gennanio 2011 รท dicembre 2013


Indice 1) 2) 3) 4) 5) 6) 7) 8) 9) 10) 11) 12) 13) 14) 15) 16) 17) 18) 19) 20) 21) 22) 23) 24) 25) 26) 27) 28) 29) 30)

Sotto lo stesso tetto Ma quanto tempo è passato Simpatici … … e antipatici Generazione reality L’effimero come mestiere Per un pugno di euro Perché non bastano mai ? Il corpo delle donne Bellezza consapevole Il tempo vuoto degli adolescenti Il tempo delle paure Si, viaggiare ! Partire è un po’ come morire AAA Motivazione cercasi ! Imparare stanca, ma non logora Adolescenti in fuga La gabbia dorata L’ospite inatteso L’ospite inquietante Il letargo degli adolescenti Il faticoso inverno Smascherati dall’amore Non può essere sempre carnevale Il fratello mancante Non avrai altro figlio all’infuori di me Perché non mi capisci ? Scusa cosa hai detto ? Tutta la vita davanti Voglio farti un regalo

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Giusto il tempo di un’estate Il cuore caldo E il naufragar m’è dolce in questo mar Molto più di una distesa d’acqua Educatori per un giorno Chi educa chi ? Di che musica sei ? Se bastasse una sola canzone … Quando il bilancio non quadra … Il bi-lancio di fine anno La bestia nel cuore Condannati a essere primi a tutti i costi Custodire la bellezza Educati alla bellezza Sorprendimi … Viva le sorprese Sulle tracce della memoria Riportare al cuore Chi non cambia è perduto Generare il nuovo Diverso da chi ? La differenza L a ricerca della felicità FIL (Felicità Interna Lorda) C’è un tempo per tornare La “gioia” del ritorno Ubriachi di emozioni Una vita da bere Il pranzo di Natale A tavola !

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NOI & LORO DI MARIANNA PACUCCI E ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Sotto lo stesso tetto

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i guardo allo specchio e mi accorgo di essere cresciuta, di essere diventata una giovane donna, che con i suoi 26 anni sente in maniera sempre più forte il desiderio e l’impazienza di “spiccare il volo”, la voglia e insieme l’esigenza di sperimentare una maggiore autonomia di vita al di fuori del nido caldo e accogliente della propria famiglia di origine. Eppure anch’io faccio parte di quel 58,6% di giovani italiani con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni che, secondo il Rapporto Istat del 2009, vive ancora sotto lo stesso tetto con i propri genitori, di quell’esercito di “bamboccioni” – come molti si sono abituati a chiamarci – che sempre più spesso e per i motivi più diversi decidono, o più spesso sono costretti, a restare a casa con mamma e papà. È vero, per alcuni di noi questa può essere una soluzione di comodo, dettata dalla paura di crescere e dal timore di compiere scelte sentite come definitive. Ma per i più la decisione di rimandare il distacco dalla famiglia di origine è l’unica opzione

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Gennaio 2011

possibile di fronte alla precarietà e all’incertezza in cui si dibatte la nostra esistenza di giovani del terzo millennio, non solo in campo lavorativo, ma anche nell’ambito delle relazioni affettive e della stabilità di vita in senso lato. Ciò non significa che il prolungamento della vita in famiglia debba necessariamente essere vissuto da noi giovani come un’esperienza frustrante. È del tutto normale che un giovane, crescendo e costruendo nuovi legami all’esterno della propria famiglia, maturi un sano desiderio di distacco e di autonomia, la volontà di imparare a badare autonomamente a se stesso e di fare da solo le proprie scelte, con tutte le incomprensioni e le difficoltà che questo può generare all’interno del rapporto genitori-figli. Al punto che molti giovani finiscono irrimediabilmente con il sentirsi “fuori posto” persino a casa propria, non riuscendo più a condividere le proprie attese e le proprie paure con dei genitori che spesso non accettano l’idea che i figli stanno crescendo e faticano a impostare su basi nuove il loro ruolo genitoriale. Con la crescita dei figli, insomma, è inevitabile che le relazioni familiari cambino e si rimodellino. Ma non per questo necessariamente si indeboliscono. Anzi. La maggiore maturità acquisita dai figli può rendere possibile un salto di qualità nel rapporto con i genitori, consentendo il superamento di molte delle tensioni e dei conflitti propri dell’adolescenza, in direzione di una relazione più adulta ed equilibrata, in cui la dimensione della corresponsabilità acquisti un significato nuovo. E allora un giovane può riscoprire l’importanza, e insieme la bellezza del dialogo e della convivialità all’interno della famiglia, può sperimentare il gusto di confrontarsi con i propri genitori nell’ambito di un rapporto più paritario e comprendere che il clima che si respira in famiglia dipende dall’attenzione e dalla cura di tutti, figli • compresi.


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ossibile che sia passato già tanto tempo? Scorrono velocemente gli anni della crescita di Ale e Claudio: le prime parole e i primi passi; il primo giorno di scuola e la prima comunione, il diploma e poi la laurea… Quanta fatica, ma anche quanta gioia; quanti piccoli e grandi problemi sono passati dentro casa e quante difficoltà sono state risolte o semplicemente sopportate. In questo cammino, tre cose hanno richiesto una grande consapevolezza: la prima è che questo percorso impegnativo e caratterizzato da continui cambiamenti, prima o poi approda a un punto di non ritorno. Che i figli non ci appartengono e se ne andranno un giorno per la loro strada, è una verità che bisogna accettare da subito, abituandosi giorno per giorno a restare sempre un po’ più indietro, perché i giovani possano maturare e diventare adulti a loro volta. Lo chiamano processo di desatellizzazione: un distacco che qualche volta fa sentire dolore, ai genitori come ai ragazzi; altre volte fa tirare a tutti un respiro di sollievo, anche se non è facile ammetterlo. La seconda è che comunque non finiremo mai di essere famiglia. Ci sono legami che durano per sempre senza logorarsi mai in modo irreversibile; ci sono responsabilità che l’affetto tiene in piedi e trasforma gradualmente in esperienze diverse di sollecitudine e di cura reciproca. Mutano le forme della genitorialità e le manifestazioni con cui giovani e adulti entrano quotidianamente in relazione fra loro, ma nessuno deve mai pensare che potrà dimettersi a suo piacere dal ruolo di padre, di madre, di figlio o di figlia. La terza è che essere una famiglia con figli giovani o giovani-adulti non è affatto più facile; l’esperienza dell’approssimazione fra le generazioni e della reciprocità educativa chiede anzi un surplus di saggezza e di equilibrio, di lungimiranza e di amore. Anche perché si tratta di si-

LA MADRE

Ma qquanto tempo è passato? tuazioni forse un po’ inedite rispetto al passato. Bisogna fare i conti, inoltre, con alcuni elementi che, almeno per noi genitori, risultano ambivalenti e forse anche un po’ ambigui: dove si pone il confine fra la necessità, la possibilità e la volontà, quando la permanenza dei figli nella famiglia di origine si fa prolungata? E ancora: se è scontato mantenere un’incondizionata disponibilità e accoglienza dei propri ragazzi in una fase di crescita che è laboriosa e controversa, come allargare il cuore e la casa non soltanto alla loro presenza, ma a tutto un mondo di interessi, impegni, attese, relazioni, contraddizioni che i giovani si tirano dietro nella vita quotidiana? E infine: se è vero che con tutta la nostra onestà in tutti questi anni ci siamo sforzati di educare i nostri figli a una vera maturità, possiamo essere sicuri che questa possa includere anche il traguardo esigente dell’adultità? Una cosa è certa: per il loro bene desideriamo che i figli possano avere una vita del tutto autonoma dalla nostra; in fondo, però, ci piace ancora poter godere della loro presenza. Speriamo che questo non sia un condizionamento che rallenti ulteriormente il loro cam• mino. Gennaio 2011

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NOI & LORO DI MARIANNA PACUCCI E ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Simpatici... Spesso per gli adolescenti conta molto di più risultare simpatici agli occhi degli altri che provare “simpatia” nei confronti di chi li circonda.

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robabilmente ciò deriva dal desiderio profondo di sentirsi al centro del mondo, da un continuo bisogno di conferme che spinge i ragazzi a fare tutto ciò che è in loro potere per guadagnarsi il rispetto, la stima e l’affetto degli altri, soprattutto dei coetanei, anche a costo di mostrarsi diversi da quel che sono in realtà, accettando un’immagine stereotipata che il più delle volte fa torto alle loro qualità più intime ed autentiche.

Molto più difficile, invece, per gli adolescenti, è vivere appieno la simpatia nei confronti del prossimo, coltivando valori come la disponibilità, la condivisione e l’apertura verso tutto ciò che è diverso e al-

Fotografia Shutterstock

tro da loro, in un’ottica di sano protagonismo affettivo, che solo può far sì che l’incontro con gli altri diventi davvero fecondo. Non bisogna poi dimenticare che nella simpatia c’è sempre una componente di sofferenza, quella capacità di “soffrire insieme all’altro” che rappresenta spesso un

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Febbraio 2011

elemento problematico in ogni tipo di relazione, suscitando non di rado perplessità e resistenze, ma che è indispensabile per costruire legami sinceri e profondi, in cui la solidarietà e la “com-passione” siano vissute in modo pieno e smisurato. Eppure proprio gli adolescenti si dimostrano a volte capaci di grandi slanci di affetto, ad esempio nell’ambito delle relazioni amicali: per gli amici sono disposti a fare qualsiasi sacrificio, condividono con loro sogni e paure, sofferenze e passioni, sperimentando in molti casi un’empatia di cui difficilmente gli adulti sono capaci. Ma faticano poi a trasferire questa stessa empatia in altri ambiti della loro vita. Quant’è complicato, ad esempio, per un adolescente mettersi nei panni dei propri genitori, vivendo forme analoghe di simpatia e di compassione all’interno della propria famiglia! E quant’è ancora più difficile “guardare con simpatia” alla realtà che lo circonda, sentirsi toccato in modo profondo da quel che accade nel mondo, tanto da maturare una scelta consapevole e convinta di impegno sociale, politico, ambientale, ecc.!

Sembra quasi che gli adolescenti di oggi siano incapaci di sperimentare sentimenti autentici di empatia al di fuori del recinto esclusivo e un po’ angusto della propria ristretta cerchia di amici, di vivere la simpatia come esperienza contagiosa che permette di uscire da se stessi e di trascendere ogni confine e diversità e che, dunque, trova la sua realizzazione più piena quando è capace di aprirsi ad una pluralità di relazioni differenti. Forse, però, questo deficit di simpatia, questo sguardo disincantato sul mondo, gli adolescenti lo mutuano proprio dagli adulti; lo respirano all’interno delle loro stesse case, ogni volta che in famiglia li si mette in guardia dal non lasciarsi coinvolgere troppo, dal non affezionarsi eccessivamente agli altri per evitare sofferenze e delusioni; ogni volta che li si invita ad essere diffidenti verso il prossimo, dimenticando che l’amore per essere tale deve essere • incondizionato e “senza misura”.


Per la famiglia le responsabilità della mancanza di passione dei ragazzi riguardano i docenti che non innovano le strategie di insegnamento; i preti che non sanno accogliere i giovani nelle parrocchie; la società che non fa spazio all’intraprendenza giovanile e preferisce l’anonimato e la mediocrità; la politica, che non ha più utopie da perseguire.

Si ammette che la colpa è degli adulti: non sanno costruire relazioni educative efficaci. Ma si tratta, anche in questo caso, degli altri. Si tace che molte case non sono più gli ambienti nei quali avviene una mescolanza fra le generazioni che favorisca la condivisione di interessi e di esperienze generose nei confronti della vita.

...e antipatici

LA MADRE

Pesa appiccicare agli adolescenti un termine così problematico, ma è utile provare a ragionare su questa caratteristica delle nuove generazioni. Si dimentica che spesso mancano in famiglia esempi credibili di un impegno gratuito per una causa capace di promuovere le energie migliori della persona, rendendola perseverante nel costruire il bene; ci si accontenta di relazioni in cui sono evidenti l’anoressia di sentimenti e la difficoltà di assumere la responsabilità del proprio compito esistenziale.

È possibile generare un’inversione di tendenza? In primo luogo occorre chiedersi se le cose stanno veramente così. Quel che tutti vedono potrebbe essere un mucchio di cenere sotto il quale brucia l’ardore di una passione. È una speranza a cui gli educatori non possono rinunciare. Il cambiamento dipende anche da una rinnovata autorevolezza delle famiglie, chiamate a dare risposte profetiche a questo mondo inaridito. I figli antipatici hanno bisogno di testimoni coraggiosi che gridino con forza e senza paura che ogni passione autentica nei confronti della vita e dei propri simili vale più del suo prezzo di sudore e • dolore.

Fotografia Shutterstock

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vviamente, in questo contesto, il termine ha un senso, se riportato al suo originale significato. Antipatico è chi si tiene lontano da qualsiasi forma di pathos, cioè sentimenti capaci di suscitare passione, un mix di amore e di sofferenza derivanti dalla capacità e volontà di essere fedeli fino in fondo a quel che si crede fondamentale per la propria vita. Agli occhi degli adulti i ragazzi appaiono proprio così: incapaci di entusiasmo e curiosità; indifferenti nei confronti di valori che per i grandi sono fondativi dell’identità personale; superficiali fino all’insensibilità nel rapporto con il bello, il buono e il vero. Sono protagonisti di passioni momentanee ed effimere, ma mancando di passione si condannano ad una quotidianità piatta e ad un deficit di senso che renderà più povero il futuro. Molti genitori evitano di misurarsi con questa crisi, limitandosi ad esprimere disappunto di fronte a questioni più minute: la demotivazione nello studio; un uso ludico del tempo libero; il rifiuto di investimenti più esigenti (l’adesione ad un’associazione, la disponibilità a fare volontariato); il vivere alla giornata rinunciando a progetti impegnativi.

Febbraio 2011

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NOI & LORO MARIANNA PACUCCI E ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Generazione reality

“Mamma, voglio andare al Grande Fratello!”. A dieci anni compiuti dallo sbarco in Italia del genere reality cresce ogni giorno di più il numero dei giovani e dei giovanissimi il cui unico sogno nel cassetto è quello di partecipare al Grande Fratello, ad Amici, a Uomini e donne o a qualunque altro programma televisivo che possa garantire loro successo e notorietà.

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li psicologi la chiamano “sindrome dei non-famosi”, un misto di ammirazione incondizionata per i concorrenti di turno dei reality show, per chi ce l’ha fatta a ritagliarsi uno spazio anche minimo di visibilità sul piccolo schermo, e di profonda insicurezza e frustrazione derivanti dal fatto di sentirsi estromessi, esclusi – almeno per il momento – da quel mondo dorato e scintillante, dove tutto sembra semplice e ogni traguardo a portata di mano, quasi che da un capo all’altro dell’etere risuoni imperioso il monito: “se non sei famoso, non sei nessuno!”. Sempre più spesso, infatti, gli adolescenti italiani,

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Marzo 2011

cresciuti a pane e reality, elevano a modelli di vita e ad esempi da seguire i “famosi” o presunti tali del momento, assolutizzano i valori veicolati dalla TV e ne riproducono le logiche e le dinamiche nella propria quotidianità: dal trionfo dell’apparire e dell’ostentare che prevale sull’essere, ad una competizione sempre più esasperata e senza scrupoli che trova il suo paradigma e, insieme, il suo corrispettivo mediatico nel meccanismo delle nominations; dall’esibizione portata agli eccessi delle emozioni, dei sentimenti, perfino dei particolari più intimi e privati della propria vita, alla convinzione che la faccia tosta, la furbizia, la capacità di mettere in campo strategie di gioco vincenti paghino più delle capacità personali, della lealtà verso gli altri e dell’impegno. Non sono pochi i giovani che si illudono che basti superare un provino o partecipare anche solo ad una puntata di un qualunque reality show per sfondare nel mondo luccicante della televisione, per fare i soldi facili, per essere riconosciuti per strada: come se tutto ciò fosse sufficiente per sentirsi realizzati, per poter dire di aver fatto qualcosa di significativo e di importante nella propria vita, per poter essere felici. Una celebrità a buon mercato che, anche quando viene finalmente raggiunta e conquistata a forza di sgomitare tra le migliaia di giovani che ogni anno affollano i casting televisivi, si rivela poi, nella maggior parte dei casi, effimera e passeggera, capace di rigettarti nell’anonimato con la stessa velocità con cui ti ha portato alle stelle. Eppure tantissimi ragazzi e ragazze continuano a sognare ad occhi aperti di poter essere loro, in un futuro non troppo lontano, a varcare la porta rossa del Grande Fratello o a sedere sul trono di Maria De Filippi. Una vita vissuta aspettando la prossima puntata del proprio programma preferito e magari anche rinunciando ad uscire con i propri amici in carne ed ossa per seguire in TV i successi e le lacrime di altri Amici. Quando il falso diventa • più vero del vero…


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a due cose non possono non apparire sconcertanti: la prima è che molti genitori sono veri e propri fiancheggiatori di questi desideri e sono pronti a trasformarsi in talent scout e press agent per favorire l’accesso dei figli a questo mondo patinato; la seconda è che il mercato dei media moltiplica all’infinito queste opportunità, come se il futuro delle persone e della società fosse davvero garantito e qualificato da questa esplosione di lavori legati all’effimero. Quando l’ambiente educativo in cui i ragazzi vivono quotidianamente crea tali e tante occasioni di contatto e di protagonismo con le logiche dell’apparire e, soprattutto, rende lo stare in vetrina più appetibile di tante altre carriere professionali che richiedono impegno, applicazione, rigore, è facile e quasi inevitabile che determinati lavori vengano privilegiati e ricercati a tutti i costi. Peraltro, quando si ragiona così e si opera in modo da lasciare libero spazio a forme di realizzazione superficialmente legate al mondo mediatico, si esaspera e si falsifica la competizione già oggi fin troppo dominante nel mondo giovanile, legandola ad atteggiamenti e comportamenti sempre più lontani da una dimensione etica o anche soltanto umanizzante della persona. L’effimero come mestiere è la grande illusione della postmodernità, che porta con sé tante distorsioni della realtà e dell’esperienza della crescita: che si possa diventare adulti senza necessariamente approdare alla maturità personale; che ci si possa affermare nel mondo del lavoro senza percorrere la strada dell’acquisizione di conoscenze e competenze adeguate; che si possa raggiungere la notorietà senza aver compiuto qualcosa di grande; che i soldi siano a portata di mano. Vi è, in tutto questo, un approccio distorto alla vita, che non fa bene agli adolescenti, ma neppure alle loro famiglie e alla stessa convivenza sociale: tutto appare confuso, indeterminato, approssimativo; l’unico modo per uscire dalla nebbia della

LA MADRE

L’effimero come mestiere

Un popolo di partecipanti ai reality show: questo abita i sogni di molti bambini e adolescenti italiani. E fin qui non ci sarebbe molto di male: si sa che ai ragazzi piace sognare ad occhi aperti un mondo dorato a portata di mano, un successo e guadagni strepitosi e poco faticosi. normalità, dell’anonimato è quello di poter stare in TV o sui giornali di gossip; il successo si trasforma il più delle volte in una trappola in cui la persona è ridotta a personaggio. Non è un caso che tanti protagonisti dei programmi spazzatura spesso si ritrovino con un pugno di mosche in mano, senza identità e senza futuro, derubati di desideri e progetti che potrebbero dare una svolta positiva alla loro esistenza. Ed è una gran fatica risalire la scala che porta a dare il giusto valore ai sentimenti e alle relazioni interpersonali, alla disponibilità a stare nel mondo con un compito che autentica la vita, allo stesso bisogno di attribuire dignità alla propria attività professionale. • Marzo 2011

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NOI & LORO MARIANNA ALESSANDRA PACUCCI MASTRODONATO E ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Per un pugno di euro

ricevuta dai genitori, salvo poi rimanere in bolletta per tutto il resto del mese. Altri ancora hanno un rapporto meno disinvolto e spregiudicato con i soldi, ma la consapevolezza di avere comunque le spalle coperte dai genitori, li porta a non pianificare più di tanto il proprio percorso economico e non porsi minimamente il problema di risparmiare qualcosa per il futuro, tanto in caso di necessità «ci sono sempre mamma e papà».

Il dato forse più preoccupante è che nella stragrande maggioranza delle famiglie parlare di soldi è divenuto un vero e proprio tabù

In alcuni casi, poi, sono i genitori stessi a fare del denaro uno strumento di ricatto e di controllo nei confronti dei figli, per ne-

ell’immaginario comune – e in particolare in quello dei più giovani – il denaro continua ad essere sinonimo di lusso e di agiatezza, simbolo di una vita facile e spensierata, di desideri esauditi e ricchezze ostentate. Ma che rapporto hanno oggi gli adolescenti con il denaro? Una domanda tutt’altro che semplice e scontata, se si considera che l’atteggiamento dei ragazzi nei confronti dei soldi dipende da una grande varietà di fattori che hanno a che fare con l’educazione familiare, con i modelli più o meno distorti veicolati dai mass media, con le dinamiche di socializzazione economica che si definiscono nel gruppo dei pari, con il modo stesso di pianificare la propria vita e di immaginare il proprio futuro. Molti ragazzi, infatti, sono abituati sin da piccoli a disporre di consistenti quantità di denaro, elargite a larghe mani da genitori spendaccioni ed insicuri, che si illudono di compensare con i soldi le loro assenze e la loro aridità affettiva. Altri vivono il rapporto con il denaro come una continua tentazione, spendendo impulsivamente tutti i soldi che hanno in tasca, la classica paghetta

goziare con loro obbedienza, aiuto nelle faccende di casa e impegno nello studio: «se non fai come dico io, se non aiuti la mamma a sparecchiare, se non prendi buoni voti a scuola… la paghetta te la scordi!». Anche nelle famiglie meno abbienti, in cui da subito si insegna ai figli a stringere la cinghia e a fare economia, spesso si producono atteggiamenti distorti nei confronti del denaro: i soldi, proprio perché mancano, diventano una specie di ossessione per i ragazzi, desiderosi di riscatto sociale per sé e per la propria famiglia, tanto da essere disposti a scendere a qualsiasi compromesso pur di potersi permettere un capo firmato o una serata in discoteca e non essere, così, da meno dei propri amici più ricchi: un consumo a tutti i costi, favorito e incoraggiato da una pubblicità sempre più pervasiva e martellante. Ma il dato forse più preoccupante è che nella stragrande maggioranza delle famiglie parlare di soldi è divenuto un vero e proprio tabù: probabilmente i genitori pensano che sia meglio tenere i figli il più a lungo possibile lontani dalle brutture del mondo, evitando di coinvolgerli nella difficile gestione del bilancio familiare, ma troppo spesso dimenticano quanto sia importante educarli sin da piccoli al giusto valore dei soldi e ad un uso responsabile, attento e, perché no, anche solidale • del denaro.

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Aprile 2011


MARIANNA PACUCCI aledetta crisi: le famiglie hanno quotidianamente la sensazione che i bisogni e i desideri dei propri membri, e particolarmente dei figli, siano largamente sovrabbondanti rispetto alle risorse disponibili. I soldi sono (o sembrano?) sempre pochi; diventano quasi una sciagura, perché logorano i rapporti fra le persone, dissolvono i sogni, minacciano in modo inquietante la stessa dignità delle persone. È vero che fra l’essere e l’avere corre una grande differenza; ma è altrettanto certo che l’identità individuale si costruisce anche avendo a disposizione i mezzi economici necessari per realizzarsi nella propria umanità. Per questo ai genitori pesa dire no alle richieste dei propri ragazzi: la posta in gioco non è soltanto quella di ottenere oggi una porzione abbondante di affetto e di riconoscenza in cambio di una paghetta generosa; ma poter condividere, anche attraverso il denaro, le scommesse sul futuro. Peraltro non è più scontato, sul piano culturale, che sia dovere degli adulti risparmiare per investire sul domani dei figli (l’università, l’affinamento delle competenze professionali, la possibilità che essi possano mettere su famiglia al momento giusto). L’ansia del presente, la mentalità consumistica, le tentazioni dell’edonismo dominante spesso erodono il potere d’acquisto dei salari e creano una frattura incolmabile fra le generazioni. La verità è che la crisi della società contemporanea non è soltanto economica, ma etica. Moltiplica gli egoismi e cancella la responsabilità verso chi deve ancora prendere posto al banchetto dei beni della terra. Annebbia le menti e confonde le capacità di guardare lontano, accettando la sfida di rinunciare a qualcosa oggi per poter costruire meglio il domani. Le famiglie hanno bisogno di rianimare atteggiamenti e valori caduti irrimediabilmente in disuso e di proporli con chiarezza ai giovani attraverso azioni educative efficaci e coerenti. La parsimonia, la sobrietà, lo spirito di sacrificio non sono affatto andati fuori moda.

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Perché non bastano mai?

LA MADRE

La parsimonia, la sobrietà, lo spirito di sacrificio non sono affatto andati fuori moda. C’è bisogno di parlare all’intelligenza e al cuore dei ragazzi, perché possano diventare competenti nel valutare la differenza fra il superfluo, il necessario e il fondamentale C’è bisogno di parlare all’intelligenza e al cuore dei ragazzi, perché possano diventare competenti nel valutare la differenza fra il superfluo, il necessario e il fondamentale. Ed è importante che si abituino a pensare al denaro non in termini quantitativi, ma qualitativi. Questo apre le famiglie ad un’altra verità importante: i soldi bastano se non sono misurati sulle proprie esigenze, ma sul sudore del mondo. Tante, troppe persone non sono rispettate nei loro diritti fondamentali e non hanno la possibilità di accedere neppure al minimo delle risorse necessarie alla sicurezza e alla dignità della vita. Non ci può essere vera educazione all’uso equilibrato del denaro se mancano comportamenti concreti, quali il rispetto, la compassione, la generosità, la solidarietà. La prossimità non è un costo, ma un valore. Benedetta la crisi, se riuscirà a restituire alle famiglie questa • consapevolezza. Aprile 2011

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NOI & LORO ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Il corpo delle donne

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a bellezza è la miglior lettera di raccomandazione per una donna: fu Aristotele a notarlo per la prima volta più di 2300 anni fa; ma certo il grande

filosofo greco non poteva immaginare fino a che punto le sue parole si sarebbero rivelate profetiche a distanza di tanti secoli. La bellezza, in effetti, è sempre stata un efficace strumento nelle mani delle donne per ottenere favori, potere, privilegi sociali. Ma mai come oggi le donne, a partire da quelle più giovani, sono state così abili e spregiudicate nell’utilizzare il proprio corpo come merce di scambio per fare carriera sul lavoro, per ottenere facili guadagni, per avere successo all’interno della società, arrivando magari a ricoprire posizioni di rilievo, o anche solamente per poter godere di un’effimera popolarità fatta di calendari patinati, mute comparsate in tv e, ogni tanto, qualche intervista o qualche scatto sulle riviste di gossip e di costume. Persino

e realizzare le proprie aspirazioni. E, soprattutto – e questo è forse l’aspetto più preoccupante dell’intera questione – non sembra che simili scelte e comportamenti siano deplorati dalla morale comune, quasi che ormai una complice indifferenza o, peggio ancora, un tacito consenso avvallino come del tutto «normale» e legittimo un uso irresponsabile e spregiudicato del corpo e della sessualità come mezzo di affermazione sociale e di autorealizzazione del sé. In molti casi, sono le stesse donne e ragazze a rivendicare per sé la libertà di disporre come meglio credono del proprio corpo e della propria avvenenza, quale strumento di emancipazione e riscatto dall’atavica supremazia di un genere maschile che le ha sempre ridotte a mero oggetto sessuale o a inutile figura ornamentale, relegandole ai margini della società ed escludendole a priori da tutti i più importanti ruoli di successo e di potere. Ma spesso, al di là di questa sacrosanta affermazione dei propri diritti e della propria capacità di autodeterminarsi, le donne dimenticano che ciascuno di noi non soltanto ha un corpo, ma prima di tutto è un corpo; o, meglio ancora, è una meravigliosa unità di corpo, anima, intelligenza, sentimenti ed emozioni, ed è solo rispettando appieno l’unicità e la bellezza di questa unità che possiamo aver cura di noi stessi, valorizzando e tutelando fino in fondo • la nostra «dignità» di persone.

o di una promozione assicurata molto più di mesi di impegno e di duro lavoro sui libri. Certo, e per fortuna, non sempre le cose vanno in questo modo, ma ciò non toglie che le ragazze e le donne di oggi sappiano bene come sfruttare i mezzi a propria disposizione e spesso non si facciano alcuno scrupolo di strumentalizzare il proprio corpo e la propria bellezza, facendone una facile scorciatoia per raggiungere i propri obiettivi

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Maggio 2011

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durante un’interrogazione a scuola o un esame all’università, un abbigliamento volutamente succinto e provocante può talvolta divenire garanzia di un voto alto


MARIANNA PACUCCI

vita migliore, per assicurarsi un posto di rilievo nella società, per costruire una carriera prestigiosa. Se nel passato avveniva che una donna potesse considerare se stessa come merce di scambio, scegliendo liberamente o assecondando pressioni per un uso disinvolto della propria femminilità, non era invece abituale nella famiglia tradizionale una sorta di tacito o esplicito consenso verso questi comportamenti, diffusamente considerati discutibili. Oggi è sotto gli occhi di tutti un uso irresponsabile del corpo delle donne e, più in generale, dei giovani: dalle dinamiche della coppia al mondo del lavoro, dalla comunicazione multimediale alle rappresentazioni culturali della società si indulge all’esibizionismo del corpo e della sessualità, si mostra un rapporto ambiguo con tutto quanto riguarda la vita affettiva. Pertanto è necessario guardare con attenzione agli elementi sommersi che impediscono alla bellezza femminile e maschile di coniugarsi con un chiaro senso di responsabilità. Dove sono finiti, nel dialogo educativo fra genitori e figli, temi come il pudore o l’intimità? Cosa ne è oggi dell’educazione sessuale, ridotta ad un’asettica informazione del tutto avulsa dall’orizzonte di una più impegnativa educazione sentimentale? Perché il corpo, ridotto ad immagine o a prodotto da manipolare a piacimento, sempre meno viene proposto e testimoniato come un bene prezioso e irrinunciabile?

Il silenzio che spesso connotava le famiglie ed era foriero di incertezze e confusione nelle nuove generazioni, lasciate sole di fronte alla possibilità di un uso trasgressivo della corporeità e della sessualità, oggi si è trasformato in disinteresse e apatia, indifferenza e disincanto.

LA MADRE

Bellezza consapevole

Foto Shutterstock

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ccade da sempre, ma sicuramente negli ultimi anni si è accentuata l’idea che si possa giocare con la bellezza delle donne pensando che possa rappresentare il trampolino di lancio per realizzare una

Dal disorientamento si sta passando all’accettazione acritica, da parte degli adulti, della supremazia del mercato, che decide il prezzo di ciascuno non partendo da quel che vale una persona, ma da quanto serve all’interno dello scambio sociale. A mascherare questo cedimento, il malinteso senso della libertà individuale: quando si pensa che ognuno dispone totalmente di se stesso e non deve preoccuparsi della ricaduta dei propri comportamenti sulla vita degli altri, si perde inevitabilmente qualsiasi possibilità di discernimento etico. Vi è, infine, una diffusa distrazione rispetto al nodo fondamentale nell’educazione delle nuove generazioni: la necessaria integrazione fra le diverse dimensioni della persona (corpo, affettività, intelligenza) alla base della costruzione di una identità culturale che sappia coniugare l’autenticità con la dignità umana. A questo non si può rinunciare, nella costruzione della biografia individuale e nella storia di una civiltà, soprattutto quando non è più scontata • nel volto delle persone l’immagine di Dio. Maggio 2011

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NOI & LORO ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Il tempo “vuoto” degli adolescenti l tempo libero, per molti ragazzi è un tempo vissuto all’insegna della frenesia in cui dar libero sfogo a passioni e impulsi momentanei, influenzati dalle mode del momento, oppure, al contrario, è un tempo “vuoto” e solitario.

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Erich Fromm diceva che «spesso noi uomini pensiamo di perdere qualcosa del tempo quando non facciamo le cose in fretta, però poi non sappiamo cosa fare del tempo che guadagniamo». Un’analisi che sembra essere tanto più vera se la si applica all’universo giovanile e, in modo particolare, agli adolescenti. Nella cosmologia dei ragazzi del terzo millennio il rapporto con il tempo sembra, infatti, caricarsi di forti ambivalenze: da un lato, viene vissuto come una corsa a ostacoli, in cui vince chi riesce a correre più velocemente, bruciando le tappe e accumulando il maggior numero possibile di esperienze e di emozioni; dall’altro lato, si ha spesso la sensazione che il tempo proceda lento e insofferente, nell’attesa che accada qualcosa di nuovo e di straordinario che venga a dare un senso all’esistenza e al monotono susseguirsi delle giornate. Questa dimensione ambivalente si rivela

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Giugno 2011

in tutta la sua pienezza soprattutto nel rapporto con il tempo libero, un tempo slegato da ogni

costrizione e da ogni schema, in cui gli adolescenti hanno la possibilità di esprimere liberamente i propri desideri e interessi e di dar voce al proprio modo di essere e alla propria identità, sviluppando capacità, sfogando tensioni, canalizzando energie e dando senso alla propria quotidianità. Anche il tempo libero diviene, così, per molti ragazzi un tempo vissuto all’insegna della frenesia e del consumismo delle esperienze, in cui dar libero sfogo a passioni e impulsi momentanei, magari influenzati dalle mode del momento, iniziando e poi lasciando a metà questa o quella esperienza, senza mai portarne a termine nessuna e senza riuscire a dare un senso e una coerenza di fondo alle mille cose che si fanno. Oppure, al contrario, il tempo libero finisce per essere un tempo “vuoto”: in molti casi, un tempo solitario trascorso apaticamente davanti alla tv o al computer, o anche un tempo vissuto con gli amici, ma ugualmente passato a non far niente di che, a ciondolare in giro per il quartiere senza trovare nulla che susciti interesse o entusiasmo, senza alcun programma o obiettivo, senza condividere alcuna esperienza significativa che rappresenti un momento forte di crescita e di maturazione personale. In entrambi i casi sembra che gli adolescenti dimentichino che il valore del tempo aumenta proporzionalmente alla consapevolezza con cui lo si utilizza, che il tempo che li vede protagonisti della propria vita è molto più interessante e pieno di senso di quello vissuto come spettatori o come fruitori passivi di un’esperienza. Ma soprattutto dimenticano che anche il tempo libero, se vissuto con intelligenza, può diventare un’occasione privilegiata di crescita e di autonomizzazione, di espressione di sé e di costruzione dell’identità; o magari può persino essere messo al servizio degli altri, facendo qualcosa di buono e di costruttivo non soltanto per se stessi, ma anche • per il prossimo.


MARIANNA PACUCCI

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chi stanno? Dove vanno? Quesiti a cui non sempre gli adolescenti danno risposta, vuoi perché intendono puntualmente difendere la loro libertà dal controllo dei genitori, vuoi perché essi stessi talvolta non sanno come andranno le cose. Uscire di casa non vuol dire avere già in mente un chiaro programma di impegni ed anche quando si resta nel proprio recinto domestico spesso le tentazioni sono tante ed è difficile dire di no ad avventure nuove. In tutto questo, la famiglia rischia di essere o di sentirsi tagliata fuori, anche perché sono nettamente cambiate da una generazione all’altra le attese, le relazioni, le realizzazioni. Prima il tempo dello svago era il tempo dell’elaborazione di desideri e di sogni anche importanti; ora accade che sia la noia a decidere a quale esperienza fare spazio. Prima i ragazzi preferivano condividere con i coetanei il loro tempo libero per fare crescere la loro socialità; oggi si tende a privilegiare la fruizione individuale e privata di occasioni di svago o si creano forme ambigue di complicità nella trasgressione o di competizione spinta che possono mortificare e tradire le persone e il loro rapporto con il prossimo.

Nello stesso tempo gli adulti comprendono che il tempo libero dei figli è una cartina di tornasole dell’efficacia del loro lavoro educativo: ciò che è stato proposto e testimoniato in termini di valori e di verità sarà davvero tenuto in debito conto e rispettato quando i genitori non possono vedere, sapere, intervenire a modificare le scelte e le situazioni? Cosa davvero è stato interiorizzato e cosa invece rischia di essere travolto dai confronti con il mondo esterno? Che conseguenze avrà un certo uso del tempo libero sugli affetti, sui progetti per il futu-

Il tempo delle paure ro, sul rapporto con il denaro? L’intrappolamento nel presente e il consumismo delle esperienze contribuiscono a una perdita di senso che spesso spiega i comportamenti sbagliati, stupidi o cattivi di cui sono piene le cronache; a ciò bisogna anche aggiungere il progressivo ribaltamento delle opportunità legate al tempo libero e al tempo occupato. Bambini, adolescenti e giovani appaiono sempre meno impegnati nello studio e in attività finalizzate alla loro formazione umana e sempre più abbandonati a se stessi nella disponibilità di spazi, tempi e opportunità che eccedono le loro possibilità di progettazione e di investimento. Ma la cosa peggiore è che gli adulti si ostinano a pensare che il tempo vuoto sia una colpa giovanile e non una responsabilità che riguarda tutti. Ovviamente il problema non si risolve tenendo i ragazzi più occupati o aumentando la vigilanza sul loro tempo libero, ma avendo cura dei loro desideri e dei loro impegni. La condivisione e la solidarietà attraversano anche la desertificazione del tempo libero giovanile, che oggi può e deve essere restituito alla spe• ranza. Giugno 2011

LA MADRE

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l tempo libero dei figli? Un cumulo di domande senza risposte, di ansie motivate e immotivate, di paure non sempre fondate ma non per questo meno drammatiche. Cosa fanno? Con

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LA FIGLIA

Sì, viaggiare! empo di vacanze; per molti, tempo di viaggi. Giunta l’estate, tanti ragazzi e ragazze si apprestano ad affrontare, magari per la prima volta, l’esperienza esaltante e, in qualche caso, avventurosa del viaggio. Per tanti di loro è la prima esperienza

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lontani da casa, con tutte le ansie e le preoccupazioni che una simile novità genera inevitabilmente nei loro genitori; per altri si tratta di un’abitudine ormai consolidata, ma che anno dopo anno si colora di nuove sfumature e di inedite aspettative, rinnovando ogni volta l’emozione della partenza, la curiosità della scoperta, il desiderio di lanciarsi all’esplorazione di orizzonti sempre nuovi e diversi. Che si tratti di una vacanza al mare, di un weekend in montagna, di un campo estivo con gli amici, di un’esperienza all’estero o, magari, di un ben più movimentato interrail, ciò che spinge gli adolescenti a partire – e ad agognare per tutto l’anno il momento magico della partenza – è, certo, il desiderio di evasione, la voglia di lanciarsi alla scoperta del mondo esterno lontano dall’ala protettiva della famiglia, l’ansia di sfuggire, almeno per qualche giorno o settimana, dal controllo dei genitori o anche, più semplicemente, da una quotidianità asfittica e monotona che spesso i ragazzi percepiscono come troppo stretta e incapace di dar voce ai loro desideri più autentici e profondi.

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Per gli adolescenti viaggiare non significa solamente fuggire da qualcosa; viaggiare è prima di tutto un cercare qualcosa. L’esperienza del viaggio, Ma non è solo questo.

in effetti, implica sempre una ricerca: di nuovi spazi (fisici e simbolici) da esplorare, di emozioni inedite da sperimentare, di relazioni da intrecciare, di un diverso e più consapevole significato da dare alla propria esistenza. È come se, attraverso l’esperienza del viaggio, ogni ragazzo desse voce all’insopprimibile desiderio di spaziare, di prendere il largo, di allargare l’orizzonte delle proprie vedute ed il proprio universo di senso. Ma c’è ancora un altro aspetto da considerare: da sempre il viaggio rappresenta per ogni uomo, e per gli adolescenti in particolare, un’occasione per uscire da sé, per confrontarsi con ciò che è “altro” e “oltre” rispetto alla propria interiorità, alla propria cultura, alla realtà in cui si è abituati a vivere. Ciascuno di noi, infatti, ha bisogno di estensione, di prospettive, di orizzonti. E, soprattutto per i più giovani, l’esperienza del viaggio acquista un valore esistenziale e pedagogico irrinunciabile, in quanto offre loro la possibilità di superare i limiti angusti del proprio egocentrismo, facendo spazio alla dimensione dell’alterità.

Non bisogna, però, dimenticare che «il vero viaggio di scoperta è sempre circolare: la gioia della partenza, la gioia del ritorno». E, dunque, è importante che anche, e forse soprattutto, gli adolescenti, per i quali più forte è il rischio di vivere il viaggio come pura evasione e fuga dalla realtà quotidiana, imparino ad aver sempre chiaro il senso del percorso e a non smarrire la strada (e la gioia) del ritorno, pur nella consapevolezza che mai si torna a casa esattamente uguali a quando si è partiti, bensì con un bagaglio di esperienze, di emozioni e di incontri che inevitabilmente lasciano un segno profondo e incancellabile in chi li ha vissuti. E allora, zaino in spalla e bussola in mano, tutti pronti a partire (e a tornare) alla ricerca di se stessi e alla scoperta di nuovi territori. •


MARIANNA PACUCCI

terribile ammetterlo, ma è una verità incontrastata. Per molti adulti l’esperienza del viaggio si identifica con l’andare via, mettere una distanza dai luoghi e dai legami della famigliarità, allontanarsi da una quotidianità che appare poco significativa. Va da sé che queste defini-

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zioni non riguardano soltanto l’esperienza personale del viaggiare, quanto il dover subire i viaggi dei propri figli, che appaiono ai genitori molto più che un salutare passatempo e non raramente sconfinano in paventate forme di evasione dal controllo familiare e trasgressione delle regole abituali. L’estate assume, per questo, tinte diverse e non sempre gradevoli. L’attesa delle vacanze spesso

Partire è un po’ come morire

LA MADRE

accanto al corpo, non si va mai davvero lontano o comunque si resta in fuga da qualcosa o qualcuno, quando sarebbe giusto invece poter sperimentare nuove forme di prossimità, di accoglienza, di confronto, di contemplazione del mondo.

produce l’attesa di un viaggio che possa essere una sorta di premio o di risarcimento Sarebbe bello poter imparare dai giovani, di un anno di vicende faticose e poco grati- che sono figli della globalizzazione, che ficanti; si fanno progetti e programmi che mesco- il viaggio non è solo un andare ma anlano festosamente curiosità e voglia di avventura, bi- cor più un arrivare; che la ricerca di una sogno di nuove conoscenze e incontri, la necessità di meta non annulla la possibilità di godere evadere dal già dato e dal già visto. Poi, al momento del percorso; che la strada percorsa ha il di realizzare questa vacanza del corpo e della men- misterioso potere di trasformare in prote, ci si accorge quasi puntualmente che i conti non fondità la persona, consentendo l’accestornano: le esigenze di ogni membro della famiglia so ad una rinnovata cosmologia. sono sempre differenti dalle altre, non si riesce a stare nei limiti del tempo e dei soldi disponibili, il desiderio di ritrovare se stessi attraverso l’esperienza del viaggio rischia di sconfinare in una problematica uscita dal proprio mondo esteriore e interiore. E comunque vada il rapporto fra aspettative e realizzazioni, il viaggiare viene affrontato con percezioni ambigue: quel che si vive è spesso diverso e inferiore a quel che si sperava di raggiungere. La rappresentazione mentale del viaggio, inevitabilmente, va ben al di là di quel che si sperimenta e per questo molti adulti tornano dalle vacanze talvolta più delusi e stressati che prima della partenza e resta in bocca un sentimento amaro di rimpianto e di nostalgia verso un’occasione persa. La verità è che se non si mettono in moto il cuore e la mente,

Ma forse anche gli adulti hanno qualcosa da insegnare alle nuove generazioni: ad esempio, la capacità di assaporare tanto la gioia della partenza, quanto quella del ritorno, che è il grande antidoto alla tentazione dello sradicamento giovanile dalla propria realtà quotidiana. Ma ancor più, la consapevolezza che viaggiare non vuol dire soltanto cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi. • Luglio/Agosto 2011

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NOI & LORO ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

A.A.A. Motivazione cercasi! e vacanze volgono al termine, un nuovo anno scolastico sta per iniziare e già tanti ragazzi e ragazze di tutte le età si fanno prendere dall’ansia e dal più nero sconforto alla sola idea di dover presto tornare sui banchi di scuola e ricominciare con quella monotona tiritera di interrogazioni, compiti in classe, verifiche e studio domestico che ogni anno stancamente si ripete, sempre uguale a se stessa, anzi per i più sempre più noiosa e frustrante.

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Per la stragrande maggioranza degli adolescenti di oggi il rapporto con lo studio e con l’impegno scolastico è alquanto conflittuale. In molti casi, soprattutto per i ragazzi un po’ più grandi che frequentano le scuole superiori, questa profonda demotivazione nei confronti dello studio è dovuta ad una scelta sbagliata, non di rado effettuata con superficialità e scarsa consapevolezza, sulla scia di propensioni momentanee e senza un orientamento adeguato. Oppure imposta dai genitori che, pur animati dalle migliori intenzioni, finiscono molto spesso con il sovrapporre i propri desideri e le proprie aspettative a quelli dei figli, anziché aiutarli a decidere da soli e responsabilmente

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e a riconoscere, soppesare e gerarchizzare tutti gli elementi che concorrono ad una scelta matura e consapevole. Ma anche quando la scelta del percorso scolastico da intraprendere è vissuta con piena convinzione e senza ripensamenti, sono tanti i ragazzi che partono in quarta e poi alla prima difficoltà si arenano o, comunque, pur riuscendo tutto sommato a cavarsela e ad andare avanti con risultati più o meno accettabili o persino soddisfacenti, vedono progressivamente calare la propria curiosità e la propria motivazione. Certo, in tutto ciò, un peso non secondario va attribuito alla difficoltà stessa di essere adolescenti, con tutti i cambiamenti, le nuove scoperte e le piccole e grandi preoccupazioni che questo comporta: tutti fattori, questi, che fanno sì che, in un periodo così complicato e impegnativo della propria vita, la scuola passi decisamente in secondo piano rispetto ad altre esperienze e realtà avvertite come prioritarie e su cui vengono, di conseguenza, concentrate tutte le energie psicologiche e l’investimento affettivo di cui ciascun ragazzo è capace. Ma non è solo questo. Una responsabilità forse ancora maggiore va, infatti, imputata alla scuola stessa, alla demotivazione e alla mancanza di lungimiranza di tanti insegnanti, che limitandosi ad indottrinare i ragazzi con un tipo di insegnamento nozionistico e poco coinvolgente e pretendendo da loro niente più che un apprendimento meccanico e mnemonico, certo non incoraggiano in loro la curiosità di imparare, l’espressività e lo spirito critico, né tanto meno li aiutano a rinnovare l’investimento personale nei confronti dello studio e a riscoprire il valore educativo della scuola, al di là della logica quantitativa del voto e dei crediti formativi. L’esperienza scolastica risulterebbe, forse, meno noiosa e frustrante se i ragazzi trovassero nei propri insegnati prima di tutto degli educatori, capaci di motivarli nello studio, di valorizzare le loro capacità e di spronarli a dare sempre e comunque • il meglio di sé.


MARIANNA PACUCCI

utto quello che comporta fatica, oggi più che mai, viene guardato con sospetto, tanto più se il risultato positivo non è scontato. Questa regola non scritta, ma largamente praticata, vale anche per lo studio e, più in genere, per qualsiasi esperienza di apprendimento.

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I vecchi un tempo dicevano ai ragazzi: “impara l’arte e mettila da parte”, sicuri che prima o poi la conoscenza torna utile nei diversi campi della vita. Intuivano che il sapere, qualsiasi sapere, serve a vivere ed è fra le poche cose davvero in grado di dare dignità e qualità all’esistenza umana. Peraltro, essi appartenevano ad un mondo dove l’ignoranza era condanna alla marginalità e lo studio la più importante opportunità che un giovane aveva per poter migliorare la propria condizione sociale. E se la scuola era quasi sempre la strada preferenziale per un apprendimento che desse sapore alla vita, gli anziani erano comunque coscienti che questa esperienza poteva realizzarsi attraverso molteplici strade. Gli attuali adulti spesso sono stati invece “condannati” alla coincidenza fra l’istruzione scolastica e il sapere; costretti a percorsi formali sempre più lontani dalla vita e, forse, dalle loro più autentiche esigenze di crescita; abituati a diplomi e lauree conquistati senza grandi motivazioni e sempre più difficilmente spendibili nel mercato del lavoro. L’obbligo scolastico, garanzia di un diritto che produce una parità di cittadinanza, è stato sempre più percepito – dal ’68 in poi – come un percorso inevitabile ma non convincente, scarsamente utile e poco fruttuoso a livello sociale. I titoli di studio sembrano oggi a molti un pegno da pagare alla società; di fatto, quasi una perdita di tempo nel cammino che va dall’infanzia alla giovinezza, una sorta di rallentamento del cammino tortuoso verso l’adultità. Se questa è stata la storia recente delle generazioni, come si può attendere dalla famiglia un con-

Imparare stanca, ma non logora

LA MADRE

tributo positivo all’esperienza di studio dei bambini e dei ragazzi? E se certamente non mancano famiglie che promuovono presso i figli il senso del dovere verso la scuola, quante davvero sono anche pronte a trasmettere loro il piacere di imparare? E soprattutto: come realizzare oggi l’idea che la formazione di un giovane non si esaurisce soltanto nello spazio e nel tempo istituzionale dell’istruzione scolastica, ma è un impegno che dura tutta la vita e che deve essere tenuto attivo e possibilmente condiviso in tutti i contesti della quotidianità? Non c’è dubbio che imparare stanca: chiede un investimento di cuore, mente, sensi che ha bisogno di continuo esercizio e vigilanza, consapevolezza e resistenza. Ma se si vuole evitare che la stanchezza diventi logoramento, occorre che l’apprendimento nasca da una passione e produca a sua volta passioni. Le famiglie dovrebbero aiutare fattivamente le nuove generazioni a scoprire questa verità e a partecipare, insieme alla scuola, alla realizzazione di una comunità educante attenta e capace di offrire a tutti il grande • bene della cultura. Settembre 2011

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LA FIGLIA

Adolescenti in fuga Ogni adolescente, prima o poi, sperimenta l’insopprimibile desiderio di andar via da casa è chi l’interpreta come una fuga, chi come un modo per sentirsi grandi e per conquistare finalmente la tanto agognata indipendenza, chi come un’occasione di crescita e di maturazione personale: ma praticamente ogni adolescente, prima o poi, sperimenta l’insopprimibile desiderio di andar via da casa, di tagliare il cordone ombelicale che lo lega strettamente alla famiglia di origine e di spiccare il volo verso nuovi orizzonti e nuove terre da scoprire.

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Per molti ragazzi questo desiderio nasce dal bisogno di evadere da un ambiente domestico avvertito come angusto e soffocante rispetto alle proprie aspirazioni di libertà e di realizzazione personale, dalla voglia di prendere le distanze da una famiglia troppo oppressiva o, al contrario, indifferente ai loro problemi e alle loro esigenze. È quello che accade quando in famiglia difettano la comunicazione e l’ascolto, quando la convivenza con i genitori è continuamente fonte di litigi e incomprensioni, quando i ragazzi non si sentono accolti, amati ed

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apprezzati e la stessa casa, anziché essere per loro un porto sicuro in cui trovare ristoro e protezione, è vissuta come una sorta di prigione claustrofobica dalla quale non vedono l’ora di scappare. In altri casi, anche quando il rapporto con i genitori non è particolarmente conflittuale, l’esigenza di andar via da casa scaturisce comunque da motivazioni non meno forti e pressanti: ad esempio, dalla voglia di sperimentare una nuova autonomia, senza più dipendere in tutto e per tutto da mamma e papà; dal bisogno di mettersi alla prova, di superare i propri limiti, di provare a badare a se stessi contando soltanto sulle proprie forze; o, ancora, dal desiderio di ritagliarsi un proprio spazio, in cui poter decidere in piena libertà della propria vita e del proprio futuro. In una parola, dalla voglia di crescere e di diventare adulti. La ricerca di una propria autonomia di vita attraverso l’allontanamento dalla propria casa e dalla propria famiglia d’origine rappresenta, in effetti, per ogni giovane, e prima ancora per ogni adolescente, una sorta di passaggio obbligato da cui non si può prescindere, se non si vuole correre il rischio di rimanere eternamente bambini, incapaci di vincere la paura del nuovo e del mondo esterno e di percorrere da soli il sentiero della vita.

Non c’è altra strada che questa per chi voglia raggiungere la maturità della condizione adulta, con tutte le responsabilità che questo comporta. Ma c’è il rischio di tentare mille scorciatoie, nell’illusoria convinzione che la meta possa essere completamente separata dalla qualità del percorso che si compie. Per essere veramente autonomi non bisogna necessariamente fuggire da qualcuno o essere “contro” qualcosa. La persona veramente autonoma è, al contrario, quella che ha imparato ad essere “a favore” di progetti, idee, valori e a ricercare con pazienza e passione la possibilità di condividere la propria vita con gli altri; quella che ha capito che non basta essere “liberi da…”, ma che è molto più importante essere “liberi per…”. •


MARIANNA PACUCCI la richiesta più temuta per i genitori: nella parte più intima del cuore si pensa che il figlio o la figlia che chiedono di poter andare a vivere da soli stanno dichiarando in qualche modo che il rapporto con la famiglia sta naufragando, non è più sostenibile. Ed anche quando questa richiesta viene mascherata da esigenze oggettive – andare a studiare in un’altra città, cercare un lavoro in un contesto più disponibile ai giovani – resta un po’ d’amaro in bocca: perché non qui? E si passano in rassegna, mentalmente, le tante occasioni in cui ci si è lasciati andare a frasi di questo genere: “Ma quand’è che ve ne andate a vivere per conto vostro?”: momenti di stanchezza, delusione, desiderio di riprendersi un po’ di libertà nella vita di coppia, necessità di allentare tensioni e fatiche quotidiane che si vorrebbero improvvisamente rimangiare per restituirsi e restituire ai figli il piacere di stare tutti insieme in casa. La famiglia vede sempre l’allontanamento dei ragazzi da casa come una fuga; dovrebbe invece imparare a considerare questa scelta – quando è realisticamente possibile soprattutto sotto il profilo educativo – come un importante riscontro. I figli che vanno via stanno comunicando, malgrado tutto, che possono farcela da soli, che hanno voglia di imparare a badare a se stessi, azzerando forme di dipendenza che non aiutano a crescere.

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La gabbia dorata

LA MADRE

La famiglia dovrebbe imparare a considerare questa scelta come un importante riscontro ce la farai mai a vivere da solo”. Questa dichiarazione di malcelata disistima verso gli adolescenti è, di fatto, la vera confessione di un percorso formativo inadeguato. Perché quando un genitore non volge lo sguardo al futuro e non lavora per l’effettiva autonomia del figlio, di fatto è un educatore con il fiato corto: guarda alla gestione del presente, quando dovrebbe invece preoccuparsi del futuro. Guarda caso, è ciò che spesso la società rimprovera oggi ai giovani, senza preoccuparsi della responsabilità degli adulti nel determinare questa situazione. Dunque, non serve e non vale a nulla cercare di tenere i figli stretti a sé il più possibile.

Certamente un adulto sa quanta fatica costa vivere per conto proprio; a quante cose occorrerà badare e quali qualità e atteggiamenti bisognerà conquistare: senso d’in- È molto importante fare periodicamentraprendenza e spirito di organizzazione, capacità te delle “prove di volo”: sarà una vacanza dei di adattamento e di sacrificio, attitudine all’ordine e all’impegno quotidiano… tutte cose che, nella casa dei genitori, il più delle volte vengono invocate, ma non seriamente richieste e messe al centro della relazione formativa quotidiana. Non serve, peraltro, rispondere alla richiesta di autonomia di un’adolescente con la frase: “Non

ragazzi in un contesto autogestito o un allontanamento dei genitori che porta ad affidare agli adolescenti la casa per un periodo più o meno breve, l’essenziale è che essi possano mettersi alla prova nel fare da sé, sperimentando le gioie e le difficoltà di una libertà che è sempre e comunque impegnativa. • Ottobre 2011

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L’ospite inatteso

LA FIGLIA

adolescenza è per definizione l’età dell’attesa. Attesa del futuro, attesa della maturità, attesa di orizzonti più ampi. Si aspetta di trovare la propria strada, di capire che cosa riserva il domani, di raggiungere finalmente la tanto agognata autonomia: in una parola di diventare adulti. Eppure sembra che i ragazzi abbiano smarrito il senso dell’attesa. La pazienza, come «arte di attendere e sperare», è ormai una virtù obsoleta, sostituita dalla ricerca spasmodica di risultati immediati e facilmente raggiungibili. Ciò che conta è ottenere tutto e subito, senza compromessi o dilazioni.

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Da questa rimozione del senso dell’attesa non si salva neppure il Natale, per antonomasia tempo di attesa gioiosa e trepidante. Per molti ragazzi e ragazze, il Natale non rappresenta

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niente più che un segno rosso sul calendario, un giorno come un altro in cui far festa a scuola e, nel migliore dei casi, esser trascinati dai propri genitori all’ennesima riunione di famiglia, chiassosa e ripetitiva esattamente come ogni anno; nel peggiore dei casi, in cui sperimentare, ancor più dolorosamente che nell’ordinarietà del tempo feriale, il vuoto e il disagio profondo di una famiglia sfasciata, in cui nemmeno il Natale è occasione di festa e di autentica comunione. I ragazzi, insomma, in molti casi non si aspettano più nulla dal Natale, neppure la gioia e la meraviglia di scartare qualche regalo che vada ad aggiungersi alla loro infinita quanto inutile collezione di oggetti superflui e insignificanti, magari fonte di soddisfazione e di appagamento per una settimana o due, ma subito rimpiazzati da nuovi desideri. Il tempo preparatorio al Natale finisce, così, coll’essere vissuto stancamente, trascinato, consumato, obliato dietro la pesante cortina della corsa ai regali, dei preparativi esteriori, di gesti vuoti e ripetitivi in cui si smarrisce il senso più autentico dell’attesa come avvento, come occasione preziosa per restituire valore al tempo e a ciò che si attende. Già, perché a farne le spese è proprio l’Atteso, il Cristo che nasce e viene ad abitare nei nostri cuori e nelle nostre famiglie; quel Cristo che sempre più spesso diviene “ospite in-atteso”, non più atteso, o peggio ancora “indesiderato”! Del resto, non sono solo i più giovani a perdere spesso di vista il senso più vero del Natale come Avvento. Forse, se gli adolescenti fanno fatica, non solo rispetto al Natale, ma in ogni ambito della propria vita, a rendere fruttuoso il tempo dell’attesa e a maturare aspettative più esigenti rispetto a se stessi, al futuro e al mondo che li circonda, è anche perché gli stessi adulti non sono capaci di trasmettere loro una corretta metodologia dell’attesa, che non si nutra soltanto di desideri vaghi e indistinti, ma di pazienza e di speranza attiva, di un impegno concreto ed operoso perché il possibile • trovi accoglienza nella quotidianità.


MARIANNA PACUCCI all’euforia al disagio: il Natale, da troppo tempo ormai incompreso e vilipeso nel suo significato autentico, sta diventando sempre più una festa imbarazzante, tanto per gli adulti quanto per i giovani. Per molte famiglie, costituisce il momento di un doloroso riscontro: una religiosità residuale si somma alla consapevolezza di relazioni troppo fragili e contraddittorie, che non permettono di ritrovarsi insieme di fronte al presepe e, forse, neppure intorno a una tavola imbandita con i valori della tradizione e il sapore vero della vita. La crisi economica sta aggiungendo ulteriori motivi di difficoltà: dove non si è capaci di sobrietà, si determinano problematici confronti fra quel che si vorrebbe fare e ciò che concretamente ci si può permettere di fronte alle pressioni e alle seduzioni del consumismo.

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Fra i ragazzi, invece, sembra regnare un sentimento di scetticismo e disincanto. L’analfabetismo di ritorno che caratterizza quanti sono ormai lontani dagli anni del catechismo impedisce di fare memoria di un mistero grande per la vita di ciascuno e per la storia umana. Una religiosità vaga e indistinta porta i giovani ad avvertire talvolta la nostalgia di Dio, ma quanto è difficile e faticoso riconoscere Gesù, il figlio di Dio che si fa uomo e inquieta la coscienza umana su tutto ciò che è lontano dal rispetto e dall’amore per il prossimo. La religione, per chi ancora è disponibile a lasciarsi coinvolgere in questa esperienza, si esprime in modo emotivo e fuori dalle linee fondamentali della storia della salvezza: l’incarnazione e la resurrezione di Cristo sono eventi lontani e incomprensibili, dimenticati o resi insignificanti da ciò che quotidianamente è oggetto di attenzione e di cura. La verità è che, abituate a vivere di eventi piuttosto che di avventi, sono sempre più numerose le famiglie disabilitate nella capacità di accogliere il dono del Natale.

La comunità cristiana non può non chiedersi a che cosa sono serviti anni di catechesi e liturgie sacramentali; i genitori devo-

L’ospite inquietante

LA MADRE

no farsi un esame di coscienza: qual è il contributo effettivo che hanno offerto ai loro figli in termini di istruzione e di testimonianza religiosa? Non si tratta di attribuire delle colpe, ma di cercare insieme, all’interno di un comune impegno educativo, come rianimare la custodia e la trasmissione del patrimonio della fede cattolica in un mondo secolarizzato. Certamente non serve festeggiare il Natale in corrispondenza del segno rosso sul calendario, né bastano piccole ritualità domestiche per colmare un vuoto che ha bisogno di ben altre epifanie. Per celebrare e accogliere degnamente il Dio che ogni giorno accetta il rischio di farsi uomo ed essere solidale con tutti gli uomini, ci vuole una grande simpatia per il tempo feriale, un consapevole ritorno al senso e al ritmo cristiano del tempo, soprattutto la disponibilità a lasciarsi inquietare da un Dio che provoca la persona a una meta ben più esigente: restituire al cammino verso la maturità la consapevolezza di essere immagine di Dio e partner nella • storia umana. Dicembre 2011

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LA FIGLIA

Il letargo degli adolescenti Sembra proprio che la condizione esistenziale di molti ragazzi e ragazze trovi uno specchio fedele nell’opacità e nell’abulia di un inverno perenne. a sempre la vivacità e l’irrequietezza dell’adolescenza è stata paragonata al frizzante fiorire della primavera. Il risveglio festoso della natura, il suo acerbo palpitare sotto i raggi del sole di marzo, il fermento e la sfrontatezza dei primi germogli che sbocciano in tutto il loro splendore sfidando gli ultimi strascichi della passata stagione, parevano alludere vividamente alla salutare inquietudine degli adolescenti, metafora del loro primo affacciarsi alla vita con tutto l’entusiasmo e la curiosità propri della loro età. Negli ultimi anni, tuttavia, sembra proprio che la condizione esistenziale di molti ragazzi e ragazze trovi uno specchio più fedele nell’opacità e nell’abulia di un inverno perenne. Adolescenti

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addormentati, annoiati, apatici, indolenti, con le emozioni e i sensi ovattati, come se una spessa coltre di neve ricoprisse impietosamente le loro giovani vite, isolandoli dal resto del mondo e rendendoli indifferenti a tutto e a tutti. Adolescenti che, chiusi nel loro guscio coriaceo e impenetrabile, sembrano già stanchi di vivere. Qualcuno si chiede se i ragazzi di oggi non siano già morti dentro. Ad uno sguardo più attento ci si accorge che sono solo “in letargo”. E, proprio come piccoli animali in letargo, scelgono – più o meno consapevolmente o guidati da una sorta di istinto di sopravvivenza – di vivere “a risparmio energetico”. Obiettivo primario: conseguire il massimo risultato possibile con il minimo spreco di energie e, magari, anche con il minimo coinvolgimento emotivo e psicologico. Eppure, dietro questa apparenza fredda e inerte, sotto il languido torpore che spesso li pervade, si cela, talvolta molto ben nascosta da sguardi indiscreti, una viscerale sete di vita; un intimo desiderio di felicità che aspetta solo di essere liberato e risvegliato dal sonno per potersi esprimere in tutta la sua forza vitale. Non bisogna, infatti, dimenticare che anche dietro l’ingannevole volto di morte dell’inverno, la vita continua silenziosamente a pulsare: sotto terra, nelle tane degli animali in letargo, sotto la corteccia degli alberi addormentati. Ed esattamente la stessa cosa avviene anche nel cuore degli adolescenti. Sta allora agli adulti aiutare i ragazzi di oggi a ridestarsi dal loro letargo, a sciogliere quel blocco di ghiaccio che spesso li attanaglia, impedendogli di esprimere liberamente le loro emozioni e di dar voce ai loro desideri più autentici. Spetta agli adulti il difficile, ma bellissimo compito di spronare gli adolescenti a non essere semplici spettatori, ma protagonisti attivi e consapevoli della loro quotidianità, ricordando loro ogni giorno le immense potenzialità insite nel loro essere seme e • germoglio di vita nuova.


MARIANNA PACUCCI om’è difficile per i giovani vivere l’inverno! Tutto, in questa stagione, appare contrario alla loro sensibilità e agli abituali stili di vita; tanti sono gli elementi che sfuggono ai desideri e alle esigenze dei ragazzi di oggi. Il freddo si oppone alla ricerca di calore utile a scaldare il cuore di una generazione che soffre ormai endemicamente una condizione di solitudine. Il grigiore del cielo e l’apparente sterilità della terra accentuano la difficoltà di un contatto con la vita che sia generativo di ulteriore vita. Il silenzio della natura rende quasi insopportabile il bisogno di rumori e di suoni che possano far compagnia a chi ha continuamente bisogno di presenze e di stimoli per crescere. L’inverno è, per gli studenti, il periodo di maggiore fatica scolastica: ormai lontani dall’entusiasmo dell’inizio e ancora troppo distanti dal confronto con i risultati finali, sembrano quasi intrappolati in una quotidianità noiosa e ripetitiva che non sempre assume il giusto ritmo. Anche per i giovani lavoratori (fortunati agli occhi di tutti, ma talvolta frustrati da attività precarie e inadeguate rispetto alle loro aspettative e competenze) i mesi invernali sono quelli peggiori: alzarsi la mattina quando è ancora buio, affrontare temperature glaciali e antipatiche piogge, tornare di corsa a casa dopo il tramonto e spesso senza prospettive di uscite serali: come è possibile vivere la maggior parte della giornata chiusi in un guscio? Può bastare il desiderio che al più presto giunga la primavera? Nonostante tutte queste difficoltà e condizionamenti, l’inverno non può essere liquidato come una stagione inutile. Occorre però darsi da fare, soprattutto in famiglia, perché questo tempo possa divenire congeniale alle nuove generazioni. Il ritrovarsi insieme in casa può diventare l’occasione per rianimare le relazioni fra le generazioni, che non possono restare confinate nella sfera di un’affettività dovuta, ma meritano di divenire storie d’amore volute intensamente.

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Il faticoso inverno

LA MADRE

L’inverno offre ai giovani e agli adulti istruttive prove di laboriosità, efficaci esercizi di pazienza, possibilità feconde di tolleranza all’interno di una rinnovata voglia di compagnia. Troppo spesso, dopo le feste natalizie che rischiano di coincidere con una ritualità forzata, c’è bisogno di tornare ad una ferialità familiare, in cui i tempi e gli spazi della casa diventano l’occasione preziosa di condividere fatiche e speranze, dolori e inquietudini, sogni e bisogni. L’inverno offre ai giovani e agli adulti istruttive prove di laboriosità, efficaci esercizi di pazienza, possibilità feconde di tolleranza all’interno di una rinnovata voglia di compagnia; ciascuno può imparare a riconoscere quanto è importante accogliersi reciprocamente nella comune esigenza di sperare nel futuro. Stare un po’ di più insieme, essere più pronti nella disponibilità, sostenersi l’un l’altro nella faticosa esperien• za del seme che sta morendo per rinascere.

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LA FIGLIA

Smascherati dall’amore

li psicologi ripetono spesso che tutti, nella società in cui viviamo, tendiamo, più o meno consapevolmente, ad indossare delle maschere ed aggiungono che questa tendenza appare più marcata durante l’adolescenza, quando l’inquieta ricerca

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di un’identità non ancora matura e definita, spinge ad esplorare diverse versioni del “sé”, a sperimentare stili, linguaggi e atteggiamenti differenti, nel tentativo di individuare quelli più aderenti al proprio “io”. La maschera esprime, infatti, il desiderio di essere diversi, di nascondere quel che si è, di celare quella parte di se stessi che si fa più fatica ad accettare. Ma può anche essere un modo di svelare aspetti inediti della propria personalità, di dar voce alla parte più autentica e vera dell’io, che spesso, per paura, imbarazzo o timidezza, gli adolescenti non riescono a manifestare, se non protetti dietro lo schermo rassicurante di una maschera. Ed ecco, dunque, che tanti ragazzi e ragazze diventano esperti nel fabbricarsi la maschera più adatta ad

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ogni situazione: una per quando sono a casa, una per la scuola, una per risultare simpatici e divertenti quando sono con gli amici. E ancora, una per quando sono imbarazzati, una per nascondere con cura i momenti di tristezza e di fragilità, una per sentirsi uguali agli altri quando sono in gruppo e tante e tante altre da indossare persino quando sono da soli con se stessi, nella speranza di trovarne almeno una che li faccia sentire davvero a proprio agio. In alcune culture, una delle funzioni della maschera è quella di rendere irriconoscibile chi la indossa per proteggerlo dagli spiriti maligni e per infondergli forza e coraggio nelle prove della vita. Ma non è, forse, la medesima funzione che gli adolescenti attribuiscono alle tante maschere che portano quotidianamente e che sembrano cambiare con estrema disinvoltura, a seconda del contesto in cui si trovano e delle persone con cui si relazionano? Certo, per gli adolescenti di oggi, gli spiriti maligni sono altri rispetto a quelli delle culture tradizionali. Essi incarnano ciò che più fa loro paura: il timore di essere giudicati, di essere feriti, di non essere accettati, e amati, semplicemente per quello che sono. Da cui il bisogno, per vincere l’insicurezza e sentirsi meno indifesi e vulnerabili, di nascondersi dietro una corazza di falsa arroganza e indifferenza, oppure di mostrarsi esattamente come gli altri vorrebbero che fossero, di comportarsi come tutti si comportano, di omologarsi, di indossare una maschera che li faccia somigliare agli altri, anche a costo di soffocare la loro identità e i loro desideri più autentici. Fino a correre il rischio di non riuscire più a “riconoscersi”, di perdere di vista ciò che sono realmente e di non riuscire più a scrollarsi di dosso quelle maschere così ingannevoli e ingombranti. Forse per riuscire a liberarsi da tutte queste maschere, per pervenire alla costruzione di un’identità più matura e imparare ad essere se stessi, gli adolescenti hanno semplicemente bisogno di sentirsi amati, accolti ed accettati esattamente per • quello che sono.


MARIANNA PACUCCI

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Genitori, insegnanti, catechisti spesso entrano in conflitto fra loro, quando devono educare i giovanissimi, poiché dispongono di elementi differenti di percezione e valutazione del loro modo di pensare e di fare, spesso incoerente e labile. La maggior parte degli adolescenti indossa più personalità a seconda che si trovi a giocare il ruolo di figlio, alunno, membro di un gruppo parrocchiale… Perfino fra mamma e papà spesso capita di dover discutere animatamente perché in casa i figli mostrano profili instabili o vere e proprie maschere. A squinternare del tutto la necessaria armonizzazione del percorso della crescita ci si è messo, poi, il social network, che moltiplica all’infinito, nel tempo e nello spazio, l’immagine di un individuo, confondendo realtà e virtualità. La sensazione che gli adulti hanno nei confronti dei giovani è che vivano in un carnevale quotidiano: metafora dell’uno, nessuno e centomila, ciascuno di essi sembra talora divertirsi a mettere a soqquadro le aspettative dei grandi, altre volte sconvolto dal proprio essere irrisolto e incompiuto. D’altronde, come potrebbero le cose andare diversamente? Quante volte, in famiglia o a scuola o perfino in parrocchia gli adulti suggeriscono ai ragazzi di adattarsi al mondo circostante rinunciando alla propria autonomia di pensiero, di giudizio e di comportamento; quante volte si pretende da loro che siano la fotocopia di un altro piuttosto che sforzarsi di pensare con la propria testa; quante volte li si respinge perché esprimono con troppa sincerità i propri sentimenti e stati d’animo;

Non può essere sempre carnevale

LA MADRE

La maggior parte degli adolescenti indossa più personalità a seconda che si trovi a giocare il ruolo di figlio, alunno, membro di un gruppo parrocchiale. quante volte si dimostra loro con le parole e con i fatti che la vita quotidiana può essere affrontata con successo soltanto indossando una pluralità di maschere per sembrare quello che non si è…. Per amore di questi ragazzi che troppo spesso vengono frettolosamente convinti che non c’è altra scelta che abitare in un mondo fatto di maschere e che sono spinti da molti adulti ad una rottura irreparabile fra l’essere e l’apparire, vale la pena che tutti gli educatori tornino a ricordare a se stessi che il carnevale è solo un periodo ben delimitato dell’anno, che non merita di essere replicato all’infinito. Soprattutto, che esso è solo una parentesi forse piacevole, ma non sempre significativa, nel flusso di senso che va dall’esperienza di un Dio che si è fatto uomo perché l’uomo possa diventare veramente persona, all’umile accoglienza di una salvezza che nasce dalla croce di Cristo, che ha scelto di morire per non immiserirsi nelle menzogne e nelle finzioni di un mondo che ha paura • dell’autenticità. Febbraio 2012

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li adulti spesso lamentano la difficoltà di comprendere i giovanissimi, perché hanno di fronte a sé persone acerbe e fluttuanti, che appaiono diverse a seconda dei loro stati d’animo, delle esperienze che vivono, delle situazioni che affrontano, degli interlocutori che hanno come compagni di viaggio.

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LA FIGLIA

Il fratello mancante ono sempre di più le coppie che, per i motivi più vari, scelgono di avere un unico figlio su cui riversare tutto il proprio affetto, le proprie attenzioni e le proprie aspettative per il futuro. Ma come si cresce senza fratelli?

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Un figlio per due genitori più quattro nonni. Uno per sei. Solo in una folla di adulti. È il dilagare dei figli unici, delle “famiglie verticali”, quelle del formato a tre: mamma, papà e un solo figlio, la maggioranza ormai, come confermano tutte le statistiche degli ultimi anni. Già, perché anche in Italia, come nella maggior parte degli altri Paesi occidentali, sono sempre di più le coppie che, per i motivi più vari, scelgono di avere un unico figlio su cui riversare tutto il proprio affetto, le proprie attenzioni e le proprie aspettative per il futuro. Ma come si cresce senza fratelli? Che adolescenti diventano questi bambini che non dividono la loro stanzetta

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con nessuno, cuore, centro e anima di genitori, nonni e zii, tutti protesi unicamente verso di loro? Essere figli unici significa, infatti, sperimentare solo la “dimensione verticale” dei rapporti familiari, quella che regola le relazioni con il mondo degli adulti. Il rischio più alto? Indubbiamente quello della solitudine, ma anche quello di crescere in un ambiente familiare iperprotettivo ed eccessivamente carico di aspettative e di investimenti affettivi da parte di troppi adulti, da cui diventa difficile emanciparsi per conquistare una maggiore autonomia e un proprio spazio di libertà. La presenza di fratelli e sorelle consente, al contrario, di fare esperienza fin da piccoli anche della “dimensione orizzontale” delle relazioni; di avere a fianco qualcuno con cui giocare, confrontarsi, competere, interagire e, perché no, anche litigare; di imparare sin da subito a relazionarsi con la diversità e a saper gestire i conflitti; di comprendere che il mondo non ruota intorno a sé e che talvolta è necessario ridimensionare le proprie esigenze e le proprie pretese per andare incontro a quelle degli altri. Un fratello o una sorella sono la prima palestra di vita per un bambino e possono rivelarsi un dono tanto più prezioso per un adolescente. È vero che tra fratelli e sorelle, soprattutto negli anni difficili dell’adolescenza, i rapporti sono spesso tutt’altro che idilliaci e che le liti per affermare la propria personalità e i propri diritti o, magari, per conquistarsi una fetta più grande dell’attenzione dei genitori sono all’ordine del giorno. Per non parlare delle beghe infinite che scoppiano quando uno dei figli è convinto di subire un’ingiustizia da parte dei genitori, di ricevere un trattamento diverso rispetto ai propri fratelli o sorelle, di essere il “capro espiatorio” cui vengono immancabilmente addossate tutte le colpe e le responsabilità dei propri fratelli. Ma spesso avere un fratello o una sorella può significare, per un adolescente, avere qualcuno con cui condividere sogni, paure e aspirazioni, un complice fidato con cui stringere alleanze • per contrattare permessi e spazi di libertà.


MARIANNA PACUCCI

are figli è sempre più difficile: è vero. Intervengono condizionamenti pesanti, quali la precarietà del lavoro, la crisi economica, i funambolismi per conciliare nella stessa giornata impegni diversi, ma anche le fragilità affettive della coppia, la solitudine con cui spesso si affronta una maternità, la crescente incompetenza educativa dei genitori.

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L’elenco delle cause oggettive che scoraggiano la generazione della prole si allunga se a tutto questo si aggiungono anche motivazioni meno serie, ma forse altrettanto corrosive: il non voler rinunciare a interessi e ritmi di vita poco compatibili con le esigenze di un bambino; l’inserimento acritico in una cultura edonistica e consumistica che considera una perdita secca i sacrifici necessari per crescere un figlio; l’insidiosa quanto diffusa sfiducia nel futuro, che allontana gli adulti da un investimento affettivo di lungo periodo. Per tutte queste motivazioni, le famiglie riducono al minimo la procreazione, ma non sembrano voler rinunciare del tutto a questa esperienza: di qui la “tentazione” del figlio unico. Desiderato, vezzeggiato, viziato all’interno di una volontà di autorealizzazione che supera di gran lunga la consapevolezza del farsi dono nell’amore coniugale per fare dono della vita ad una nuova creatura. E quando arriva il secondo figlio, spesso lo si definisce con superficiale disinvoltura “un incidente di percorso”. Alle coppie più sfortunate, che arrivano a concepire il terzo figlio, amici e parenti quasi fanno le condoglianze, invece di condividere la gioia grande di una nuova maternità e paternità. Così va il mondo: ma a fare le spese di questo orientamento problematico sono proprio loro, i figli unici, per lo più condannati ad una solitudine che nessuna amicizia potrà davvero colmare; chiusi in un egocentrismo che condizionerà forse irrimediabilmente il loro percorso di crescita; pri-

Non avrai altro figlio all’infuori di me

LA MADRE

vati della possibilità di condividere giochi e litigi, confronti e solidarietà paritarie con un fratello; in qualche caso perfino limitati nella costruzione della loro identità dalla mancanza di un rapporto ravvicinato con l’altro sesso. Non è un caso che tanti bambini, forse più maturi degli adulti, quasi invochino dai loro genitori il regalo di un fratellino o di una sorellina, pur sapendo che questa gioia molto spesso verrà loro negata o arriverà magari troppo tardi, quando ormai questa presenza nuova viene percepita come un intruso che rompe equilibri affettivi e stili di vita cristallizzati nel loro egoismo. Ed è altrettanto significativo che, nelle famiglie spezzate e ricostruite, tanti ragazzi e ragazze in fondo accettino più facilmente la figura di fratellastri e sorellastre rispetto a quella di un padre o una madre surrogati, che tentano di affiancare o sostituire i legami di sangue ed educativi consolidati. Qualcuno dice, lavorando su dati statistici e proiezioni sociologiche, che questa tendenza sta gradualmente modificandosi. Sarà vero? Si attendono segnali di speranza, insieme a motivazioni autentiche e non solo autocentrate, nella disponibilità a generare figli con gioia. • Marzo 2012

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LA FIGLIA

Perché non mi capisci? Il linguaggio degli adolescenti è una sorta di “codice cifrato” comprensibile soltanto a chi condivide il loro mondo interiore e il loro universo di senso urgenza di comunicare è per gli adolescenti (e non solo per loro) un bisogno fondamentale. Un bisogno, ma anche una disponibilità, che i ragazzi manifestano, in genere, con immediatezza e semplicità. Il problema è che non sempre il loro linguaggio risulta intelligibile agli occhi degli adulti, che spesso faticano a dare un senso alle loro parole, ai loro gesti, ai loro mugugni, ai loro silenzi. Il linguaggio degli adolescenti è, infatti, molto più complesso e polisemico di quel che possa sembrare, una sorta di “codice cifrato” comprensibile soltanto a chi condivide il loro mondo interiore e il loro universo di senso, una grammatica solo apparentemente priva di regole, ma in realtà basata su una serie di convenzioni non scritte, in cui ogni dettaglio – dalla scelta delle parole all’inflessione della voce, dagli atteggia-

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menti del corpo al colore dei vestiti – ha un significato ben preciso e spesso tutt’altro che casuale. I ragazzi, poi, anche in fatto di comunicazione spesso non conoscono le mezze misure: giocano con le parole, danno libero sfogo a tutto quello che gli passa per la mente, esprimono senza mediazioni sentimenti e stati d’animo, oppure rinunciano del tutto alla comunicazione verbale, quando avvertono il rischio che le parole diventino prive di senso o non trovino ascolto. Persino i loro silenzi, però, non sono mai del tutto muti e inespressivi: per chi sappia farsi prossimo agli adolescenti e interpretare i loro segnali, essi si rivelano, talvolta, molto più eloquenti di tante parole. La difficoltà maggiore, per gli adulti, non è, dunque, tanto quella di comprendere e decifrare correttamente le parole che gli adolescenti utilizzano quanto quella di riuscire a penetrare nel loro mondo espressivo ed entrare in sintonia con la loro grammatica. Perché ciò sia possibile è, però, innanzitutto necessario che i ragazzi si sentano davvero ascoltati, e amati, dai propri interlocutori, che la comunicazione abbia luogo nell’ambito di una relazione autentica, dal momento che, a dispetto della spontaneità e dell’immediatezza del loro linguaggio, i più giovani sono, in genere, molto selettivi nello scegliere le persone cui consegnare il proprio cuore, i propri sogni e le proprie paure. Soltanto quando la comunicazione si fa dialogo, quando entrambi gli interlocutori sono disposti a mettere da parte resistenze e pregiudizi e a mettersi sinceramente l’uno in ascolto dell’altro, i diversi linguaggi utilizzati da giovani e adulti appaiono chiari e comprensibili e le parole diventano uno strumento efficace per costruire ponti e legami tra le generazioni. Ma, soprattutto, gli adolescenti acquistano la capacità di tradurre il loro bisogno di comunicazione, da impulso naturale, a valore fondamentale per raggiungere la piena maturità espressiva e costruire relazioni au• tentiche e durature.


MARIANNA PACUCCI el difficile mestiere del genitore, la competenza più difficile da acquisire ed esercitare è senz’altro quella comunicativa. Non a caso succede, quasi sempre, che si parli ai figli piuttosto che parlare con i figli. Allo stesso tempo, si esce sconfitti dal constatare che spesso per l’adulto le parole sono l’unico modo di esprimersi con i ragazzi, mentre loro preferiscono utilizzare un linguaggio non verbale, che rischia di cadere nel vuoto all’interno di famiglie che, giorno dopo giorno, sono divorate dalla fretta e rinunciatarie nello sforzo di mettere in comune i mondi vitali degli individui e delle diverse generazioni. Urge riaprire, da una parte e dall’altra, la negoziazione di un lessico e una grammatica condivisi, che facciano spazio ad una comunicazione familiare originale e consapevole, corresponsabile ed efficace. Certamente non si può produrre un immediato e radicale cambiamento di rotta, ma realisticamente si possono fare alcuni passi avanti. Il più essenziale è abituarsi all’idea che comunicare vuol dire sforzarsi di dialogare. E questo è possibile se i genitori e i figli, ciascuno con buona volontà e piena disponibilità, si impegnano a capire il linguaggio dell’altro, piuttosto che insistere esclusivamente sulle proprie capacità espressive. Dietro suoni disarticolati, mugugni e labirinti in cui i giovanissimi spesso smarriscono il senso di quel che vorrebbero mettere in gioco, ci sono sempre un significato e, spesso, un bisogno di relazione e di affetto. Tocca agli adulti decodificare questi segnali e aiutare gli stessi figli a dare intelligibilità a quel che balbettano in modo incomprensibile. I giovanissimi, da parte loro, possono a poco a poco imparare quanta ricchezza emerge dalla maturazione di una effettiva capacità comunicativa: maneggiare con cura e con amore le parole e i gesti che tengono insieme una famiglia è un investimento fondamentale per il futuro.

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Scusa, cosa hai detto?

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Urge riaprire, da una parte e dall’altra, la negoziazione di un lessico e una grammatica condivisi, che facciano spazio ad una comunicazione familiare originale e consapevole, corresponsabile ed efficace Intorno a questo elemento cruciale ruotano una serie di atteggiamenti importanti: la pazienza nell’attendere il momento giusto per regalarsi l’uno l’altro un pensiero o un’esperienza; la voglia di ascoltare, che deve precedere il desiderio di parlare; la curiosità e il gusto di sperimentare insieme una lunga serie di opportunità nascoste e rivelatrici dell’identità di una persona. Nella molteplicità dei linguaggi contemporanei, s’impara a conoscersi e riconoscersi reciprocamente attraverso il modo di gesticolare e di vestirsi, l’organizzazione della giornata e il ritmo degli impegni ordinari, la scelta di un film o di una canzone e perfino la voglia di fare silenzio. Ogni cosa, nello spazio della casa e nell’intreccio delle relazioni familiari, rappresenta un universo di segni, ora nascosti ora palesi. L’indecifrabile diventa a poco a poco chiaro, quando davvero ci si • vuole bene. Aprile 2012

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LA FIGLIA

Tutta la vita davanti

Spesso, però, questa percezione resta vaga e inespressa o si fa addirittura problematica, soprattutto quando la crescita rende faticosa e poco gratificante l’esistenza quotidiana. Forse è per questa ragione che tanti adolescenti manifestano più o meno esplicitamente il rifiuto di vivere o danno alla propria esistenza un valore così relativo da metterla seriamente a rischio con esperienze estreme o autodistruttive. Per non parlare di tutti quei ragazzi che, nel tentativo di mettersi al riparo da possibili fallimenti e delusioni, si mostrano a priori rinunciatari di fronte alla fatica, e insieme alla bellezza, di vivere e preferiscono rifugiarsi nel cinismo e in una quotidianità piatta e schiacciata sul presente, piuttosto che coltivare il valore della speranza e della progettualità.

Che valore dare alla propria vita? Come viverla intensamente, senza sprecarne e buttarne via nemmeno un istante? Meglio bruciare le tappe o cercare di gustarne ogni singolo frammento, anteponendo la qualità dell’esistenza alla quantità delle esperienze vissute? Diventa allora essenziale che gli adoleer gli adolescenti la vita è spesso un scenti possano incontrare sulla propria grandissimo mistero, che li affascina, li strada adulti capaci di testimoniare loro spinge a porsi mille domande, ma che, – con la propria vita, più che con le parole al tempo stesso, può anche divenire fonte – l’unicità e l’irripetibilità dell’esistenza,

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di inquietudine e di malessere; una forza che li attrae, ma che, a volte, può anche suscitare in loro apatia o persino repulsione, nella misura in cui vivono in bilico tra la tentazione di considerarla come semplice bene di consumo e la consapevolezza che si tratta della risorsa più autentica di cui dispongono. Già, perché, al di là della pretesa di affermare il proprio possesso della vita, anche nel cuore dei più giovani si affaccia, di tanto in tanto, il sospetto che in realtà si tratti di un regalo che hanno ricevuto senza meriti, frutto di un atto di amore e di assoluta gratuità.

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che li aiutino a comprendere che la vita è un dono prezioso e non negoziabile e, come tale, non va sprecata o “stiracchiata”, ma deve essere vissuta intensamente, accolta ed amata per quello che è, con le sue gioie e le sue difficoltà, i suoi traguardi e le sue delusioni. È, inoltre, importante che i ragazzi capiscano che l’unico modo per dare valore e qualità alla propria vita è viverla con pienezza e dignità e, soprattutto, condividerla con gli altri, in un’ottica di comunione e di servizio. Un’esistenza stretta gelosamente nelle proprie mani, vissuta in maniera egoistica e autoreferenziale, centrata unicamente su se stessi e sui propri bisogni rischia, infatti, di rivelarsi insignificante, oltre che insoddisfacente. Al contrario, se diventa occasione di incontro e di solidarietà, se viene vissuta alla luce dell’opzione etica dell’amore, si arricchisce di un significato e di un valore inediti ed è in grado di offrire speranza e un nuovo orizzonte di senso anche a chi fatica ad apprezzare e ad • amare la propria vita.


MARIANNA PACUCCI o scorrere del tempo sicuramente rivelerà a quel padre e a quella madre che il regalo più grande che essi possono giorno per giorno mettere a disposizione dei propri figli è la vita stessa e il suo incommensurabile valore, che resiste all’usura dell’impazienza e della delusione, al dolore della malattia e degli amori traditi. Si tratta di confermare un modo di essere, di pensare e di fare che oggi sta sfuggendo di mano alla cultura sociale e che, spesso, disorienta soprattutto i più giovani: non è più scontato accettare e condividere l’idea che la vita è un bene prezioso, che non può essere ridotto alla dimensione dell’individualità e del privato, trascurato o addirittura rifiutato a partire da una malintesa fame di felicità.

Voglio farti un regalo

risulta molto carente la testimonianza della famiglia nell’accogliere una vita nascente non programmata (è ancora così difficile misurarsi con l’esperienza di ragazza-madre della propria figlia!); nel portare avanti con senso di solidarietà parentale una gravidanza che rischia di far nascere un disabile grave; nell’affrontare il declino doloroso degli anziani del proprio nucleo domestico. Sono proprio queste, invece, le occasioni più importanti in cui il valore della vita può essere, attraverso le storie familiari, proposto, riconosciuto e valorizzato dall’intera comunità sociale e trasmesso responsabilmente di generazione in generazione. E si dimentica anche che, senza questa consapevolezza, tutto diventa più complicato nella relazione educativa che lega genitori e figli: la partecipazione degli adulti alla costruzione dell’identità giovanile rischia di dimostrarsi inefficace; ogni esperienza diventa effimera e finalizzata alla mera affermazione dell’indivi-

duo; la quotidianità si fa povera di senso e viene inquinata dalla smania del successo; il futuro viene condizionato da paure e pretese che non aiutano ad affrontare con gioia, coraggio e amore la fatica di vivere. L’accoglienza della vita, in tutte le sue manifestazioni, ha bisogno di uomini e donne disponibili a mettersi in gioco nello sperimentarsi sul crinale della gratuità e della generosità e pronte a rifiutare l’indifferenza. L’amore per la vita è il raggio di sole posto al confine fra la fine dell’inverno e i primi germogli della primavera; l’impronta di Dio nel tempo umano; il gusto dell’eternità nella trama impalpabile che tiene insieme persone che si sforzano giorno per giorno di diventare famiglia. •

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LA MADRE

Quando nasce un bambino, ogni coppia si chiede qual è il regalo più bello che potrà offrirgli, perché la sua esistenza si svolga felicemente. E per tutti gli anni in cui quel frugoletto crescerà e lotterà per diventare uomo o donna, i suoi genitori continueranno a interrogarsi sulla consistenza del Peraltro anche molti adulti fanno fatica patrimonio ideale che gli consegneranno ad assumere fino in fondo la responsa- come eredità durevole e resistente ad ogni bilità di custodire, promuovere e amare tentativo di sottrazione o dissipazione. la vita, senza se e senza ma. E così talvolta

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LA FIGLIA

Giusto il tempo di un’estate

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C’è chi approfitta della maggiore libertà di cui gode in vacanza per sperimentare piccole trasgressioni, magari lontano dal controllo vigile dei genitori, non di rado avvertito come opprimente e soffocante

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è chi, all’insegna di un certo consumismo dei sentimenti e delle relazioni, vive gli amori estivi con leggerezza e con scarso investimento affettivo, ben consapevole che si tratta di avventure destinate ad esaurirsi nel giro di poche settimane, o talvolta anche meno. C’è chi nei piccoli flirt estivi mette il desiderio

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di sentirsi diverso, magari più intraprendente e disinibito di quel che è abitualmente nella vita di tutti i giorni, oppure una voglia insopprimibile di evasione da una quotidianità percepita come monotona e poco gratificante. O, ancora, c’è chi è convinto di aver trovato l’amore vero, salvo poi rimanere deluso e frustrato nel constatare che la relazione, una volta tornati ognuno nella propria città e ai propri impegni, fatica a superare le difficoltà connesse con la distanza e, non di rado, si mostra molto più fragile ed inconsistente di quel che si era creduto. Per non parlare di tutti i malintesi e le incomprensioni che sorgono quando la storia viene affrontata e vissuta, da una parte e dall’altra, con intenzioni e aspettative diverse. Quel che è certo è che, quasi sempre, lo spirito con il quale si intraprendono gli amori estivi è molto più superficiale e disimpegnato rispetto al solito. Ma vacanza dallo studio equivale forse a vacanza dalla serietà e dai propri valori? Vacanza dal rispetto per se stessi e per gli altri? È relativamente facile lanciarsi a capofitto e in modo puramente emozionale in un’avventura estiva, senza porsi troppi problemi per il futuro e senza forti investimenti affettivi, nella consapevolezza che si tratta di amori “con la data di scadenza”, destinati a durare giusto il tempo di un’estate. Ciò che rende difficile, e bella, una relazione d’amore è la fatica di costruire il rapporto giorno per giorno, nella quotidianità, approfondendo sempre più la conoscenza reciproca e sforzandosi di rendere speciale e straordinario anche il banale e l’ordinario. Per questo è importante, per ogni adolescente, imparare a non confondere un’infatuazione momentanea, magari amplificata dal contesto romantico e spensierato di una vacanza, con l’amore vero e duraturo ed educarsi quotidianamente a un’affettività matura, responsabile ed esigente, che si sforzi di superare i limiti un po’ angusti di una cottarella estiva, per misurarsi con aspettati• ve e sentimenti più autentici e profondi.


MARIANNA PACUCCI

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Il cuore caldo

LA MADRE

La bella stagione è la cartina di tornasole dell’educazione affettiva di un adolescente

distato sentimentale, che consiste nell’educarsi a scegliere le strade più efficaci per maturare autentiche competenze sentimentali. Imboccando questa strada, è possibile scoprire come, accanto e forse prima di un’esperienza di coppia improvvisata, è fondamentale sviluppare altre forme di scambio con i coetanei: l’amicizia, soprattutto quando apre alla progressiva scoperta della complementarietà fra i due sessi; l’appartenenza a un gruppo capace di vivere forme valide di confronto e coeducazione; progetti condivisi di solidarietà e volontariato, che aiutano a percepirsi come soggetti capaci di farsi dono per gli altri e che offrono a tutti, gli adolescenti per primi, importanti occasioni di • crescita. Giugno 2012

Fotografia Shutterstock

estate esplode con la voglia di vacanza e di evasione dalla routine, il desiderio di esperienze nuove e di relazioni gratificanti. Per i giovanissimi è il tempo del divertimento e dell’avventura; ma anche la tentazione di vivere nel segno del consumismo i propri sentimenti. Il cuore ha caldo e le occasioni non mancano: si sta un po’ più fuori di casa, lontano dal controllo degli adulti; ci si intrattiene a lungo con i coetanei e si assapora un tempo libero che può trasformarsi in spazio di piccole e grandi trasgressioni. La bella stagione è la cartina di tornasole dell’educazione affettiva di un adolescente: è il periodo in cui i genitori verificano se sono riusciti a insegnare ai propri figli che l’amore è una cosa seria e impegnativa e che gli affetti non possono essere gestiti soltanto in modo emozionale. Amare qualcuno non può essere ridotto a un passatempo giocoso; è una responsabilità da affrontare in modo non superficiale. Per i ragazzi tutto questo appare, oggi, quanto mai fuori luogo: una cotta estiva – dicono – non ha mai fatto male a nessuno. E sarebbe anche vero, se non fosse che può lasciare strascichi di vario tipo e, soprattutto, creare una sorta di assuefazione a vivere la relazione affettiva come un alimento a scadenza ravvicinata. A livello educativo, non importa se l’innamoramento estivo si trasformerà a poco a poco in un amore duraturo: quel che conta, è desiderare che ciò avvenga e impegnarsi lealmente per questo obiettivo. Con se stessi, perché i sentimenti non vengano sprecati e buttati al macero; con l’altro/l’altra, perché possa percepire e convincersi che è una persona speciale, degna di attenzione e di rispetto, e non soltanto il riempitivo di un periodo della vita meno oberato dagli impegni e che si vuole soltanto trascorrere piacevolmente. Se tutto questo è giusto e condivisibile, l’estate può allora diventare, per le famiglie, la palestra nella quale allenare i ragazzi a vivere l’appren-

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LA FIGLIA

E il naufragar m’è dolce in questo mare Quale metafora migliore per raccontare l’esperienza dell’adolescenza! li elementi ci sono tutti. La leggerezza e il brio della spuma che si polverizza nell’aria frantumandosi contro gli scogli. La giocosità delle onde che si rincorrono instancabili e mai uguali a se stesse. L’inquietudine delle increspature che rompono la calma della superficie acquosa. Il salmastro delle delusioni e delle prime scottature che bruciano come sale sulle ferite ancora aperte. L’irruenza e la distruttività delle tempeste che si alternano imprevedibili alla noia e alla monotonia della bonaccia. L’imperscrutabilità degli abissi che, proprio come il cuore di un adolescente, nascondono gelosamente tesori preziosi e dimenticati. E, ancora, la nostalgia di un’eternità e di un orizzonte senza limiti, che spaventano,

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Luglio/Agosto 2012

ma al tempo stesso affascinano e inducono alla contemplazione. Certo, per gli adolescenti non è sempre facile imparare ad orientarsi e a veleggiare in questo mare sterminato. Innanzitutto bisogna superare la paura dell’acqua. Quando si è ancora inesperti e nessuno ci ha ancora insegnato a nuotare, ci vuole coraggio e un pizzico di incoscienza (o forse di fiducia) per prendere il largo. E anche quando si sceglie di correre il rischio della navigazione, ci sono molti modi per solcare le onde. C’è chi si limita a galleggiare sull’acqua, lasciandosi trascinare alla deriva dai venti mutevoli dell’incertezza e della contingenza. C’è chi preferisce navigare sottocosta, per non allontanarsi troppo dal profilo rassicurante della riva. C’è chi sfrutta la scia delle altre navi per arrivare a destinazione con il minor dispendio di energia possibile. C’è chi si lancia incautamente in mare aperto, senza fermarsi prima un momento a studiare la rotta e a fare rifornimenti per il viaggio. E, poi, c’è chi, da provetto marinaio, accetta la sfida della navigazione in alto mare, ma prima di salpare per acque sconosciute si premunisce di bussola e cannocchiale, per non perdere mai di vista quei punti di riferimento che possono guidarlo durante la traversata. In ogni caso, nonostante le paure iniziali e gli esiti incerti della navigazione, il mare, con il suo lucente scintillio e le sue profondità inviolate, non smette mai di esercitare sugli adolescenti un fascino insopprimibile. Il suo richiamo irresistibile, come quello della vita stessa, li sprona a vincere ogni timore, a spiegare le vele verso lidi inesplorati, ad avventurarsi alla ricerca di tesori nascosti, a lasciarsi cullare dal dolce dondolio delle onde, a spingersi sempre più al largo facendo rotta verso l’orizzonte infinito. Proprio come il pescatore, ogni adolescente sa che il mare è periglioso e le tempeste terribili, ma non considera quei pericoli ragioni sufficienti per • rimanere a terra.


MARIANNA PACUCCI cominciare dall’esperienza di una mamma e un papà che invitano i loro piccoli a spingersi un po’ in avanti, senza aver paura della sensazione di freddo e di umido che i piedini incontrano all’improvviso, come contrasto evidente rispetto al calore della sabbia e alla sicurezza di stare attaccati alla terra. E poi la lunga familiarizzazione dei bambini con l’acqua: le vacanze al mare sono spesso l’occasione per imparare a stare sospesi nel vuoto fidandosi dell’abbraccio premuroso dei genitori e per scoprire a poco a poco che non è poi così difficile galleggiare, perché è la stessa forza della vita che consente di non andare a fondo negli eventi e nelle difficoltà quotidiane. E a furia di allenarsi e barcamenarsi con tentativi ed errori, quasi senza accorgersene, constatare che si è diventati capaci di nuotare e che si può gioire del contatto con il mare. Anche per gli adolescenti andare al mare con la famiglia è una bella avventura: si possono riconoscere e sincronizzare i gesti essenziali che consentono di andare insieme avanti, verso quella linea d’orizzonte che unisce la terra e il cielo, ricordando a tutti, ma soprattutto ai più giovani, che non è possibile vivere la vita senza spingere lo sguardo a ciò che è oltre, ma allo stesso tempo sapendo decidere quando è opportuno riguadagnare la riva, perché le forze cominciano a venir meno o le acque nascondono vortici profondi e insidiosi. Al mare, come nella vita, non conta andare lontano da soli per cercare di arrivare primi ad una stupida boa colorata, ma riuscire ad affrontare coraggiosamente e prudentemente (non sono atteggiamenti opposti) eventi e tempeste, senza perdere mai la speranza che da qualche parte c’è un approdo. È bello, infine, poter trasferire dall’esperienza degli adulti alla trepidazione dei giovani, la certezza che la fatica di affrontare il mare non impedisce di giocare con l’acqua e di stupirsi per il meraviglioso mondo che sta sui fondali della vita, dove il silenzio non è immobile e perfino le ferree leggi della

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Molto più di una distesa d’acqua

LA MADRE

È fra i desideri ricorrenti in estate: andare al mare tutti insieme, come se si potesse assaporare meglio il gusto di essere famiglia. Non è solo acqua, sabbia e ciottoli, sole e divertimento: il mare è l’immagine infinita dell’amore pedagogico che lega genitori e figli. sopravvivenza (pesce grosso mangia pesce piccolo) si colorano di bellezza e di armoniosi equilibri. Il mare è luogo privilegiato della contemplazione della natura e specchio fedele dell’anima umana e degli intimi contrasti che a poco a poco conducono alla maturità; ma è pure – per chi voglia osare questo tipo di navigazione – icona di una religiosità autentica. Una vacanza al mare, infatti, può diventare per una famiglia cristiana una forte esperienza spirituale, nella memoria di un Dio che cammina sulle acque o ordina loro di ritirarsi per regalare la salvezza agli uomini che ama. • Luglio/Agosto 2012

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LA FIGLIA

Educatori per un giorno Che cosa succederebbe se per un giorno i ruoli si invertissero e i figli si ritrovassero ad indossare i panni dei genitori e viceversa? uali nuove prospettive si aprirebbero agli occhi dei ragazzi nel rivestire anche solo per qualche ora il ruolo faticoso di educatori? E in che senso una simile inversione dei ruoli potrebbe giovare anche ai genitori, costretti a riprendere gli abiti da tempo dismessi di figli adolescenti? Non c’è dubbio che una simile operazione potrebbe generare un po’ di confusione. All’interno della famiglia non è mai opportuno che i ruoli si sovrappongano: i genitori non dovrebbero mai abdicare dai loro compiti educativi e, soprattutto, non dovrebbero mai rinunciare all’autorevolezza del loro ruolo genitoriale, così come non è bene che i figli si accollino responsabilità troppo gra-

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Settembre 2012

vose e siano costretti a crescere troppo in fretta, magari per supplire alle mancanze di genitori assenti o poco maturi. Quando ciò avviene è segno che qualcosa nello scambio costruttivo tra le generazioni si è incrinato e che nella prassi fisiologica dell’azione educativa si è verificato un corto circuito difficile da risanare.

Talvolta, però, rimescolare un po’ le carte e provare a giocare con i ruoli, accettando la sfida di mettersi nei panni dell’altro, può rivelarsi davvero salutare. Per i figli può essere un’occasione per comprendere quant’è difficile il mestiere di genitore, per sperimentare sulla propria pelle la fatica e, al tempo stesso, la ricchezza dell’esperienza educativa, per imparare a condividere con i genitori la responsabilità di far crescere e custodire le relazioni domestiche, superando la tentazione di disinteressarsi in tutto e per tutto delle questioni familiari, «tanto ci pensano mamma e papà». Per questi ultimi, invece, può diventare un modo per farsi prossimi alle esigenze dei figli, per comprendere i loro sogni di adolescenti, le loro difficoltà, la loro fatica di crescere, ma anche per capire quanto, nel loro piccolo, i figli hanno da dire e da offrire e, dunque, quanto sia importante ascoltarli, renderli protagonisti della vita domestica, valorizzare il loro apporto positivo per la crescita della famiglia. La relazione educativa tra genitori e figli non procede, infatti, secondo una direzione univoca. Essa può e deve nutrirsi di reciprocità, di uno scambio fecondo di esperienze e di valori, di scelte condivise in cui ognuno ha il diritto di dire la sua e di dare il proprio contributo. Ma una simile consapevolezza è tutt’altro che scontata e, anzi, talvolta può essere difficile da accettare, soprattutto da parte degli adulti che spesso fanno fatica a mettersi in discussione come educatori e ad ammettere che anche i figli, con la spontaneità e la schiettezza che li contraddistingue, possono • insegnare loro qualcosa.


MARIANNA PACUCCI utunno, tempo di nuovi propositi e di rinnovati impegni. Ammesso che sia davvero possibile una pausa in cose di questo tipo, torna dopo l’estate la sollecitudine delle famiglie per l’educazione dei propri figli. Non che la genitorialità possa mai andare in vacanza: è vero però che il ritorno alla ferialità chiede di ravvivare le motivazioni utili per un investimento che chiede attenzione, responsabilità, intelligenza, disponibilità costante. Settembre è mese di buoni propositi, spesso poi disattesi a causa della fretta giornaliera, di frustrazioni di vario tipo, di stanchezze che si accumulano appannando il desiderio di essere educatori seri ed efficaci. È importante però preoccuparsi di partire con il piede giusto, facendo il pieno di energie e di lungimiranza: servirà per percorrere una strada molto lunga e talvolta molto dura. Nella ripresa del proprio compito educativo, vale la pena tornare a riflettere su una questione fondamentale, che richiede in qualche caso una decisa inversione di rotta: è sempre vero

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che l’adulto educa il giovane? Che la trasmissione di verità e valori, esperienze e comportamenti positivi avviene esclusivamente secondo un’unica direzione di marcia?

Chi educa chi?

LA MADRE

re veramente tale. Sembra quasi di dover ammettere un’inadempienza, una latitanza, un cedimento irreversibile del proprio senso della genitorialità. Forse, invece, è vero esattamente il contrario: un padre o una madre che riconoscono ai loro figli di poter e saper offrire un contributo fattivo per la crescita della famiglia, del suo modo di essere e di agire, di fatto li aiutano a stare nel mondo con la consapevolezza gioiosa di contare qualcosa e di essere in grado di partecipare da protagonisti al banchetto comune dell’educazione. Imboccare questa strada non è facile, né scontato, soprattutto nelle famiglie dove i figli sono tenuti in una eterna condizione di minorità e falsamente protetti dalle responsabilità della vita con il confinamento nel ruolo di fruitore piuttosto che creatore di senso. Quando i genitori si comportano così, purtroppo si sottraggono ad una testimonianza di onestà e umiltà pedagogica e soprattutto mostrano di non avere fiducia che i loro ragazzi sono davvero capaci di una maturità generosa • che consente di costruire il futuro insieme.

Almeno in qualche occasione i genitori si accorgono che l’educazione si svolge all’interno di relazioni fondate su una feconda reciprocità; è difficile però che questa percezione si trasformi in chiara consapevolezza e abitualmente animi il vissuto quotidiano della famiglia. È più facile scommettere sulle energie autoformative dei ragazzi o percorrere la strada della loro responsabilizzazione in ordine agli impegni ordinari della casa; magari si chiede al figlio maggiore di farsi compagno dei fratelli più piccoli aiutandoli ad indirizzare nel modo giusto il loro cammino di crescita. È duro invece chiedere apertamente ad un bambino o ad un adolescente di aiutare un adulto ad esseSettembre 2012

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LA FIGLIA

Di che musica sei? on la musica sparata a tutto volume nelle orecchie è facile estraniarsi dal mondo esterno, coprire la voce degli altri, mettere a tacere le proprie paure o, al contrario, colmare il vuoto comunicativo circostante.

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Dal vinile all’iPod, passando per mangiacassette e lettori cd, la musica, in qualsiasi forma la si ascolti, ha avuto ed ha un ruolo fondamentale nella vita dei giovani di qualsiasi generazione e da sempre ne influenza i comportamenti. Oggi, poi, con l’affermarsi delle nuove tecnologie digitali, la musica è diventata una costante nell’esistenza di ogni adolescente, una sorta di “colonna sonora” che accompagna immancabile le loro giornate. Persino quando camminano per strada o prendono l’autobus per andare a scuola, gli adolescenti del Terzo Millennio non resistono alla tentazione di infilarsi nelle orecchie gli auricolari per ascoltare i propri brani preferiti. La musica, insomma, è compagna fedele della loro quotidianità: la si ascolta in macchina, nei bar, nei centri commerciali, la si “posta” su facebook, la si scambia con gli amici in formato digitale. Ma spesso è anche qualcosa di più. Innanzitutto, essa cela in sé una fondamentale valenza comunicativa

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che interpella la dimensione più nascosta dell’interiorità, aiutando i più giovani ad esprimere, attraverso le suggestioni dei suoni e l’eloquenza dei testi, sentimenti, emozioni e stati d’animo che faticano a raccontare con le parole. In molti casi, poi, la preferenza accordata ad un certo genere musicale (il metal, il rap, il rock) si rivela essenziale ai fini della costruzione di un’identità di gruppo. I nuovi apparecchi digitali, pensati espressamente per l’ascolto personale in cuffia, non di rado contribuiscono a favorire un certo isolamento degli adolescenti che, auricolari nelle orecchie, si rifugiano nel loro mondo interiore e nei loro pensieri più intimi, lasciando fuori tutto il resto: le relazioni più o meno problematiche con gli altri, le piccole e grandi preoccupazioni che assillano la loro quotidianità, le brutture della realtà che li circonda. Con la musica sparata a tutto volume nelle orecchie è facile estraniarsi dal mondo esterno, coprire la voce degli altri, mettere a tacere le proprie paure o, al contrario, colmare il vuoto comunicativo circostante. Ma, forse, più che demonizzare la dipendenza degli adolescenti da iPod e lettori mp3, gli adulti dovrebbero interrogarsi sulle ragioni profonde di un simile comportamento. Assai spesso, infatti, nel mondo virtuale della musica, i ragazzi trovano quella libertà d’espressione, quella spontaneità di sentimenti, quell’armonia interiore e quella nostalgia di orizzonti più ampi che faticano a sperimentare nella loro quotidianità. Inoltre, le nuove tecnologie digitali consentono loro di archiviare, in un supporto piccolissimo, non soltanto le proprie canzoni preferite, ma anche fotografie, video, documenti e file di ogni tipo, costituendo una sorta di “archivio virtuale”, in cui i ragazzi condensano la propria storia, la propria memoria, una parte di sé e della propria vita. Memoria e libertà. Ecco perché iPod e lettori mp3 diventano per molti adolescenti qualcosa di irrinunciabile, di personalissimo, molto più che un semplice strumento per fuggire dalla realtà e • rintanarsi nel proprio mondo interiore.


MARIANNA PACUCCI

gli angoli delle strade o alla fermata dell’autobus; in palestra o in casa; da soli o in presenza di un gruppo. Sembra che questa generazione di adolescenti conosca solo la compagnia dell’mp3 e dell’iPod e la consideri così fondamentale da non staccarsene mai, neppure per pochi minuti. I genitori possono strepitare finché vogliono; gli insegnanti riconoscono l’inutilità delle note disciplinari previste a livello ministeriale. Ma, al di là delle abituali lamentele, forse manca agli adulti un criterio di valutazione non pregiudiziale di questo fenomeno.

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Si insiste troppo, infatti, nella constatazione che i ragazzi si rifugiano nella musica per isolarsi da un mondo che non piace loro e che a sua volta non li riconosce e accetta come meriterebbero; si pensa che essi vogliano intenzionalmente o inconsapevolmente sottrarsi a confronti che considerano scomodi e inefficaci; si sottolinea in modo quasi ridondante che la famigliarità con la tecnologia sia la cifra distintiva di una condizione giovanile in cui conta la fruizione individuale piuttosto che la partecipazione alla creazione corale di un senso della vita. Ma è sempre e solo negativo il comportamento degli adolescenti? Forse occorrerebbe osare, accanto a queste pessimistiche, interpretazioni propositive, che non soltanto pacifichino gli educatori, ma li aiutino concretamente a condividere sentimenti ed esperienze, bisogni e risposte proprie delle nuove generazioni. Non si può dimenticare, infatti, che la musica è un modo di entrare in contatto con la bellezza e l’armonia, valori che la società contemporanea spesso disattende, ma a cui non è affatto insensibile chi vive le contraddizioni della crescita. Allo stesso tempo, la musica è paziente ricerca e laboriosa costruzione di un ritmo, quel ritmo che consente di mettere un passo avanti all’altro e di compiere ge-

Se bastasse una sola canzone...

LA MADRE

sti che non siano solo ripetitivi o stereotipati. Una vita ritmata non è mai né troppo lenta né pericolosamente accelerata; sa tener conto delle esigenze del fare, ma salvaguarda pure le pause del pensare; rispetta l’interiorità della persona e nello stesso tempo non la sottrae al flusso molteplice di una comunità umana piena di impegni. Se gli adolescenti cercano di sperimentare tutto questo in modo quasi criptico, è perché percepiscono l’unicità e l’autenticità del loro divenire a poco a poco persone all’interno di quel misterioso laboratorio in cui ciascuno impara ad essere se stesso. Ovviamente non ci si può illudere: se bastasse una sola canzone (come diceva qualche anno fa il cantautore di periferia), sarebbe troppo facile diventare grandi e, probabilmente, l’adultità verrebbe confusa con la capacità di funzionare come un jukebox. Ma resta vero che il linguaggio della musica ha grandi meriti: sa parlare contemporaneamente alla mente e al cuore; non ignora il corpo e il suo desiderio di essere il più possibile in sintonia con l’anima; è, in definitiva, la forma più universale e immediata di comunicazione, quella che tiene insieme storie e appartenenze differenti, • trasformandole in una sinfonia. Ottobre 2012

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LA FIGLIA

Quando il bilancio non quadra... ine anno. Tempo di bilanci, tempo per tutti di tirare le somme, di fare il punto con se stessi e con la propria condizione esistenziale. Non soltanto per ricapitolare momenti ed esperienze significative vissute nel corso dell’anno, ma anche per cercare di scorgere un senso unitario nel cammino finora percorso ed interrogarsi sulle scelte fatte e sugli esiti da esse prodotti.

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Perché se è vero che nella vita non si può tornare indietro, che non esiste il tasto “rewind” per riavvolgere il nastro e, magari, dare un taglio diverso alla storia, modificando il montaggio ed eliminando le scene venute male, non guasta ogni tanto soffermarsi per qualche momento a riflettere sui passi compiuti, sugli obiettivi raggiunti e portati a buon fine e su quelli, invece, disattesi o smarriti lungo il tragitto. Certo, l’esigenza di stilare un bilancio al termine di un anno intenso e ricco di eventi è un bisogno che accomuna un po’ tutti, ma sembra essere una tappa obbligata soprattutto per chi, come gli adolescenti, sta vivendo una fase della propria vita segnata da cambiamen-

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ti profondi, dalla confusa e travagliata ricerca di una propria identità, dalla difficoltà di trovare la propria strada e di orientarsi in una realtà circostante spesso avvertita come ostile o, comunque, complessa da decifrare. Ed ecco che diventa ancor più ineludibile, per i più giovani, domandarsi non solo che cos’è cambiato nella propria vita, ma anche che cos’è cambiato dentro di loro, nel passare attraverso successi e delusioni, lasciandosi trasformare in profondità dalle esperienze vissute, dalle relazioni intrecciate, dagli ostacoli incontrati ed, eventualmente, superati. Fare un bilancio dell’anno appena trascorso non significa, infatti, soltanto soppesare perdite e guadagni (in termini di amicizie smarrite o conservate, di investimenti affettivi rivelatisi più o meno vincenti, di traguardi raggiunti o falliti, di occasioni colte al volo o mancate). Significa anche, come ogni azienda che si rispetti, fare il punto del proprio “stato patrimoniale”, di quel che si è messo a frutto e tesaurizzato per accrescere e consolidare il proprio capitale fisso. Anche se il bilancio è in perdita, anche se gli investimenti arrischiati nel corso dell’anno non sono andati tutti a buon fine e i risultati conseguiti non sono stati all’altezza delle aspettative iniziali, questo non significa che il capitale di partenza non abbia registrato un incremento netto, che non si sia cresciuti e maturati, che non si siano ampliate le proprie competenze affettive ed esistenziali e che anche gli errori e le delusioni non abbiano contribuito a far compiere ulteriori passi avanti nella ricerca e nella costruzione della propria identità. E, a differenza di quello delle aziende, che è sempre a rischio di deprezzamento e può essere perso in un baleno, questo è un capitale che nessuno potrà mai alienare, un patrimonio di esperienze e competenze umane che si sedimenta una volta per tutte nel cuore degli adolescenti e che, anche se non spendibile nell’immediato, andrà a costituire la solida base su cui edificare il proprio futuro e far germo• gliare le proprie speranze.


MARIANNA PACUCCI

l bi-lancio concretizza la consapevolezza che ogni azione di orientamento consiste oggi in aiuto concreto ai figli e a tutti i ragazzi che hanno diritto alla cura della genitorialità diffusa della società perché possano compiere scelte sensate.

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Com’è diverso il clima del Natale e quello del Capodanno! Passando dalla gioia della natività all’inevitabile bilancio di fine d’anno, sembra che le famiglie siano costrette a smentire quel che hanno creduto e celebrato, nella fiduciosa connessione fra la fede e la vita. La consapevolezza degli affanni quotidiani che non trovano ricomposizione e, soprattutto, ragioni di speranza, sembra schiacciare qualsiasi entusiasmo verso il futuro che si fa presente: soprattutto nelle case dove bisogna fare i conti con il problema nebuloso dell’avvenire dei figli. È il dolore quotidiano di tanti genitori: toccare con mano ogni giorno come le aspettative dei giovani sono deluse da una scuola che istruisce ma non prepara al futuro, le relazioni sono segnate dalla logica del consumo piuttosto che da quella di un progetto affettivo durevole, il mondo del lavoro nega ogni possibilità di inserimento duraturo e consente soltanto precarietà e sfruttamento. Tutto questo avviene non soltanto perché incombe su tutti una grave crisi economica e sociale, ma perché molte famiglie credono di fare bene se ragionano come se fossero un’azienda, abituata a calcolare in modo asettico costi e benefici delle proprie attività. Ma per fortuna, le famiglie non sono aziende: gli affetti, le speranze, le difficoltà, le esperienze che prendono forma e si sviluppano nel corso di un anno non sono riconducibili soltanto ai loro risultati immediati. Tanti genitori stanno imparando ad affrontare con saggezza e intelligenza la transizione dal bilancio di fine d’anno alla redazione di un bi-lancio per quello nuovo. Si fa a poco a poco strada

Il bi-lancio di fine d’anno

LA MADRE

della famiglia, oggi, è quello di riaccendere la fiducia verso il domani: con i figli, per i figli, attraverso i loro smarrimenti e la solidarietà con tutti i giovani. In questo sta l’autorevolezza educativa degli adulti: nell’incentivare, investire, valorizzare, bilanciare tutte le passioni dei giovani che rivelano la loro attitudine a stare nel mondo e a impegnarsi per un servizio che possa contribuire alla sua crescita. Se nell’immediato questo significa una vicinanza perché non perdano la bussola, non accettino un adattamento passivo alla realtà sociale, non cedano alla disperazione, sul lungo periodo implica la comunicazione di una verità fondamentale: per ogni traguardo ci sono molteplici strade, che possono essere scoperte attraverso quotidiane relazioni di fiducia, condivisione, solidarietà fra le • generazioni.

la convinzione che il compito primario Dicembre 2012

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La bestia nel cuore

LA FIGLIA

a da che cosa deriva tutta questa aggressività? Che cosa vogliono comunicare gli adolescenti con le loro manifestazioni di rabbia, con la violenza (verbale, ma talvolta anche fisica) che con tanta facilità tirano fuori a casa, a scuola, nel gruppo dei pari, verso il mondo degli adulti ma anche nei confronti dei coetanei?

M Foto Eugenio Marongiu / Shutterstock.com

«Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno». «Nella vita vince chi urla più forte». «Il mondo intero ce l’ha con me e io ce l’ho con il mondo intero». Frasi che gli adolescenti ripetono spesso e che, non di rado, sono accompagnate da atteggiamenti aggressivi e pieni di rabbia, carichi di una distruttività e di un risentimento verso tutto e tutti, ma prima di tutto verso se stessi, che gli adulti faticano a comprendere e giustificare. L'aggressività è il sottoprodotto di una società sempre più individualista e competitiva, in cui,

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sin da piccolissimi, i ragazzi imparano a battere i pugni e ad alzare la voce per ottenere ciò che vogliono e vengono educati all’idea che l’unica cosa che conta sia raggiungere i propri obiettivi, anche se questo significa pestare i piedi a chi sta loro intorno e calpestare i diritti e la dignità altrui. O forse, con la loro aggressività e le loro esplosioni di rabbia, gli adolescenti vogliono solo dimostrare a se stessi e agli altri di “esserci”, di contare qualcosa, mettendo a tacere quell’insoddisfazione e quel “male di vivere” che li porta a non sentirsi mai completamente all’altezza delle proprie aspettative e di quelle degli altri. Il più delle volte, il risentimento e la rabbia degli adolescenti derivano dal fatto di non aver incontrato sulla propria strada adulti capaci di scommettere su di loro, che sappiano ascoltarli, gratificarli e farli sentire amati, che credano in loro e nelle loro capacità, che non abbiano paura di porsi come punti di riferimento autorevoli e credibili con cui i ragazzi possano confrontarsi, e magari anche scontrarsi, per costruire il senso della propria identità. Di fronte alla prepotenza e alla distruttività di adolescenti aggressivi e capricciosi, la via più facile è, infatti, quella di bollarli come “ragazzi difficili” e “problematici”, di considerarli dei “casi disperati”, una “battaglia persa in partenza”, e questo diventa una giustificazione per genitori, insegnanti ed educatori per rimuovere il problema, per non tentare nemmeno di comprendere le ragioni profonde del loro comportamento. Soltanto avendo il coraggio di dar loro fiducia e di credere in loro, gli adulti possono davvero aiutare gli adolescenti a ridare dignità alla propria vita e a quella degli altri, a scoprirsi amati ed apprezzati per quello che sono, a vincere la propria “bestia nel cuore” e a trasformare l’aggressività in energia positiva da mettere a frutto per tirar fuori il meglio di sé e perseguire i propri sogni, nel rispetto della libertà altrui e delle regole del vivere • civile.


MARIANNA PACUCCI

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In famiglia, poi, molti adolescenti si rivelano veri e propri tiranni: talvolta per reazione ad esperienze di trascuratezza affettiva, talaltra per una forma di ribellione nei confronti di genitori insicuri e iperprotettivi. E a poco servono rimproveri e punizioni, come pure il tentativo di dialogare per comprendere le ragioni di questo modo di fare. Nel primo caso, l’autoritarismo dei grandi crea una più spiccata reattività e capacità di conflitto; nel secondo lo sforzo di comprensione sembra confondersi con una certa debolezza educativa. Come sempre, tentare di afferrare il problema per la coda è operazione inefficace: l’aggressività dei ragazzi è la conseguenza diretta di uno spirito esasperato di competizione che non conosce regole se non quella del successo a tutti i costi. Peraltro, come potrebbe essere altrimenti? Crescendo, questi ragazzi imparano che ogni traguardo va raggiunto il prima possibile e magari a scapito degli altri; che il successo è il fine dell’esistenza e non una possibilità in più per mettersi al servizio del prossimo o di una buona causa; che essere invidiati – e talvolta temuti – è meglio che essere amati. Diventando adulti, probabilmente non si accorgeranno che essere per forza i primi è una vera e propria condanna: alla solitudine nell’immediato, ad una mancanza di senso della vita sul lungo periodo.

Condannati a essere primi a tutti i costi

LA MADRE

Foto Vladimir Wrangel / Shutterstock.com

arà colpa di un’eccessiva attenzione al mercato e alle sue ferree logiche, sarà che in questa società del terzo millennio conta soltanto vincere: quel che è certo è che i bambini e i ragazzi manifestano quotidianamente atteggiamenti aggressivi. Con i coetanei e con gli adulti, soprattutto con persone che a loro giudizio sono fragili, credono che alzare la voce, mostrare i muscoli, cercare a tutti i costi di prevalere sia la strada migliore per realizzarsi e affermarsi.

Vale la pena destinare i giovanissimi ad una rispettabile infelicità? O non è meglio, invece, aiutarli a canalizzare l’aggressività, trasformandola in energia “pulita”, quella che parte dall’interiorità e si traduce come capacità di autocontrollo delle pulsioni violente, forza e coraggio nelle situazioni in cui bisogna avere pazienza, attitudine a mettersi nei panni degli altri prima di rivendicare qualcosa da loro? La responsabilità educativa della famiglia è, su questo piano, molto delicata; la testimonianza quotidiana dei genitori, decisiva: dove la fragilità e la debolezza vengono accolte con amore, la tenerezza e la condivisione con chi è ultimo sono moneta corrente, è possibile sconfiggere le pretese di chi crede che vincere valga più di tutto. • Gennaio 2013

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LA FIGLIA

Custodire la bellezza Nella frenesia spasmodica delle nostre giornate non troviamo più il tempo di guardarci intorno e di fermarci per un momento a contemplare ttesa, trepidazione, capacità di meravigliarsi e di provare stupore anche per le piccole cose: quale formula più semplice per riconoscere la bellezza che ci circonda e imparare a goderne in maniera autentica? Eppure sembra che, soprattutto per i più giovani, sia tutt’altro che scontato. Sarà che nella frenesia spasmodica delle nostre giornate non troviamo più il tempo di guardarci intorno e di fermarci per un momento a contemplare un nuovo fiore che sboccia, il cielo stellato, il sorriso luminoso delle persone che ci sono ac-

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canto. Sarà che siamo continuamente sottoposti ad una sovra-esposizione di immagini e di rappresentazioni più o meno mirabolanti ed artificiali, che occupano interamente i nostri sensi e ci privano della capacità di provare meraviglia per la bellezza semplice ed austera del creato. Sarà che le brutture del mondo spesso offuscano “il bello” che ci circonda, spingendoci ad andare avanti per la nostra strada ad occhi bassi, per non permettere a quelle immagini di morte e di sfacelo di turbare i nostri sonni. Fatto sta che facciamo sempre più fatica a riconoscere la bellezza intorno a noi, l’intima armonia del creato, che è specchio e riflesso della perfezione del Creatore e del suo amore per noi. Eppure i ragazzi non sono affatto insensibili a tutto questo. Spesso, anzi, più degli adulti, conservano quella capacità di provare stupore e curiosità per ciò che li circonda che è propria dei bambini, allorché si avventurano per la prima volta alla scoperta del mondo. Semplicemente non sono preparati ad assecondare quel desiderio di contemplazione che si portano dentro, ad esercitare uno sguardo profondo sulla realtà circostante, a ricercare dietro ogni apparenza effimera e passeggera quel senso nascosto che sottrae ogni oggetto al rischio dell’anonimato, all’usura del tempo, alla condanna dell’insignificanza. Per questo hanno solo bisogno di qualcuno che risvegli in loro la nostalgia del bello, che gli offra un paio di lenti utili a riconoscere nel mondo quella bellezza che spesso essi guardano in modo superficiale e distratto, che ricordi loro quel che il Piccolo Principe impara a sue spese: che la vera bellezza richiede cura e attenzione e che tocca a noi proteggerla e custodirla. Ma ancor più devono essere guidati a scoprire la bellezza che è dentro di loro, anche se appena abbozzata, perché solo chi sa vedere la propria luce interiore è capace di riconoscerne il riflesso nell’opacità della realtà • esterna.


MARIANNA PACUCCI

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Educati alla bellezza

LA MADRE

La bellezza è un valore da coltivare sempre, a cui educarsi incessantemente decisione l’amore per il bello e viverlo con un senso autentico di solidarietà con il prossimo: privatizzare la bellezza è stato uno dei peccati più gravi della contemporaneità, il modo più brutto di infangarla. Devono anche dimostrare concretamente la speranza che il brutto non sia eterno quanto ciò che è bello. I ragazzi non sono affatto insensibili a tutto questo; ma hanno bisogno che qualcuno li ami tanto da essere pronto anche ad aiutarli a riscoprire e valorizzare la bellezza dovunque essa si esprime (a partire da quel che è dentro di loro) e che abbia la saggezza e la pazienza necessarie perché tutti insieme si abbia la forza di transitare dalla sfigu• razione alla trasfigurazione della realtà.

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on si deve aspettare il momento in cui i ragazzi arrivano all’età in cui pensano di sé che sono brutti, sporchi e cattivi, per proporre la bellezza come un valore portante della vita e, soprattutto, come un elemento propulsivo nella ricerca di equilibrio e armonia che caratterizza il cammino verso la maturità. La bellezza è un valore da coltivare sempre, a cui educarsi incessantemente. Occorre innanzitutto imparare a camminare piano e guardare intorno a sé ogni cosa con curiosità e stupore; ma serve ancor più comprendere che il bello da solo non sarebbe niente se non si avesse la capacità di risalire dalla sua manifestazione al suo artefice. Quando un bambino esclama “che bello!”, sta invocando gli adulti a spiegargli da dove nasce quel che sta ammirando, perché la meraviglia verso ciò che è straordinario possa trasformarsi in contemplazione, cioè in un atteggiamento spirituale che sta a monte di ogni possibile esperienza autenticamente umana. Vi è poi, oggi, un’altra esigenza importante: che i ragazzi possano uscire da un luogo comune tanto diffuso quanto fuorviante che suona all’incirca così: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Questo è un momento storico terribile, non soltanto perché la bellezza rischia di restare sepolta sotto cumuli di immondizia sociale, ma anche per la sua frammentazione nei mille rivoli della soggettività e dell’individualismo. I genitori hanno allora il dovere di continuare a credere – in controtendenza rispetto alla cultura corrente ma anche nonostante il disincanto e scetticismo dei loro stessi figli – che la bellezza è un dono universale, che viene dall’alto e può essere accolto da chiunque sia disponibile a costruire la bellezza esteriore perché ha cura di quella interiore: il bene e il bello sono di fatto inseparabili. Le famiglie sono chiamate ad essere vigilanti e profetiche: se davvero vogliono che la bellezza possa contagiare i giovani e orientarli a mettersi al servizio del bene, devono promuovere con

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Sorprendimi...

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LA FIGLIA

“Sorprendimi ”, cantavano gli Stadio in una famosa canzone di qualche anno fa. Ma siamo davvero disposti a lasciarci sorprendere dagli eventi? In un momento storico come quello presente, caratterizzato più che mai dalla precarietà e dall’incertezza, c’è ancora spazio per l’inedito, l’imprevedibile, l’inaspettato, insomma per la sorpresa? d un primo sguardo, potrebbe forse sembrare un interrogativo banale. A chi non fa piacere ricevere una sorpresa? Eppure non sempre siamo disponibili a lasciarci cogliere di sorpresa dagli eventi della vita. Gli imprevisti ci fanno paura,

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i cambiamenti di programma improvvisi e non pianificati a tavolino ci mandano in tilt, le deviazioni inaspettate nel percorso abituale della nostra quotidianità ci disorientano e generano in noi un’angustiante sensazione di smarrimento. Non vogliamo rischiare di incappare in qualche “brutta sorpresa”; ed ecco, allora, che alla dimensione inedita dell’imprevisto, dell’inatteso, della novità assoluta, che inevitabilmente comportano qualche rischio, preferiamo la prevedibilità di un’esistenza programmata fin nei minimi dettagli, la sicurezza delle strade già tracciate, la ripetitività di una routine forse un po’ monotona, ma di certo più rassicurante. Pianifichiamo tutto con cura ossessiva e la cosa forse più singolare è che questa strana paura dell’imprevisto che ci induce a provare una certa diffidenza anche nei confronti delle sorprese non è una malattia soltanto degli adulti, psicologicamente più predisposti a ricercare stabilità e sicurezza nella propria esistenza, ma sembra dilagare anche tra gli adolescenti, in questo molto più simili ai loro genitori di quel che si potrebbe credere. Probabilmente ciò deriva dal fatto di essere cresciuti in un’epoca già di per sé fortemente dominata dalla precarietà, dall’incertezza, dalla paura del futuro, che, per reazione, li spinge a rifuggire tutto ciò che rischia di compromettere anche solo in minima parte quel fragile universo di certezze che faticosamente hanno costruito intorno a sé. Fatto sta che la novità li spaventa e persino le sorprese hanno smesso di esercitare su di loro un fascino autentico e genuino. L’unica cura possibile? Forse quella di tornare un po’ bambini e ricominciare a sorprendersi non solo per la bellezza e l’ineffabilità del mondo che ci circonda, ma anche – e anzi prima di tutto – per la nostra innata capacità di metterci costantemente in gioco e di inventare soluzioni sempre nuove ed originali per affrontare e superare i tanti imprevisti • che la vita continuamente ci pone.


MARIANNA PACUCCI n tempo ci piacevano tanto, perché erano il segno tangibile della possibilità di sottrarre l’esistenza al peso monotono della routine. Oggi le sorprese mettono ansia, perché sempre più spesso, nelle maglie della vita quotidiana di una famiglia, sorpresa fa rima con parole problematiche: spesa (a chi non è mai capitato di dover rimpiazzare – magari con difficoltà – un oggetto importante che è stato smarrito o distrutto o rubato?); pretesa (in molte case c’è una lotta continua ed estenuante per la contrattazione fra esigenze divergenti e talvolta apertamente egoistiche); contesa (tutte le volte in cui le relazioni domestiche si rivelano improvvisamente e ingiustamente conflittuali). E poi ci sono tante situazioni in cui sorpresa non fa più rima con attesa. Intrappolati nel presente o nel passato, molti adulti e vecchi – ma talora anche troppi giovani – non riescono ad elaborare desideri e aspettative; i sogni stanno diventando un lusso che ormai pochi possono permettersi, mentre divampa una crisi antropologica di grave portata. Urge una risposta concreta delle famiglie, se davvero vogliono riappropriarsi e rinnovare il proprio compito affettivo ed educativo: non c’è sorpresa se manca chi sa sorprendere. Essere sorprendenti è, dunque, una delle più interessanti qualità pedagogiche dei genitori. Il genitore sorprendente non è un improvvisatore, uno cui fanno difetto la stabilità e la coerenza, né cerca un consenso attraverso la capacità di stupire in qualsiasi modo i suoi figli. È invece un adulto consapevole che bisogna condividere con i ragazzi la disponibilità allo stupore e alla meraviglia di fronte ad un mondo che – al di là di ogni irragionevole apparenza – è sempre sfidato dal senso dell’inedito. È il testimone di una maturità e di una sapienza di vita che non cede ad alcun determinismo, ma è sempre pronto ad accogliere il nuovo come esperienza di libertà e avvento della grazia di Dio. È il generatore di una speranza vera che rifiuta il conformismo sociale.

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LA MADRE

Viva le sorprese Oggi le sorprese mettono ansia, perché sempre più spesso, nelle maglie della vita quotidiana di una famiglia, sorpresa fa rima con parole problematiche

Nella vita familiare, i genitori sorprendenti sono quelli che non si lamentano di ogni cosa e non ripetono sempre la stessa predica, non vogliono figli-fotocopia, non vanno in panne di fronte agli imprevisti piccoli e grandi. Al contrario, creano in casa un ambiente stimolante che consenta ai ragazzi di sviluppare energie di creatività e fantasia; propongono esperienze in cui la scoperta del nuovo sia vissuta con gioia; sostengono il dinamismo giovanile come risorsa e valore; rinnovano con le energie della comprensione e del perdono il loro ruolo educativo. • Marzo 2013

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LA FIGLIA

Sulle tracce della memoria In nessun altro momento della vita come nella fase dell’adolescenza la memoria riveste un ruolo così decisivo per la costruzione dell’identità personale e familiare. durante l’adolescenza che ogni individuo, nella difficile transizione tra il “già” di un’infanzia che va sgretolandosi e il “non ancora” di una giovinezza che appena si intravede, si accorge di avere una memoria. La memoria, infatti, non è solo ricordo di eventi ed esperienze vissute; prima di ogni altra cosa, è scoperta di un passato che esiste, è coscienza di esistere. È tra passato e avvenire che si gioca il presente e l’adolescenza stessa prende forma nel momento in cui si comincia ad avere consapevo-

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lezza del passato e, soprattutto, matura la capacità di estendere al presente un pezzo di quel passato – con tutti i sentimenti, le emozioni e i valori che ad esso sono legati – con la speranza che esso possa anche alimentare il senso del futuro, il desiderio dell’avvenire come risposta ai propri progetti. Ma c’è di più. La memoria non è una facoltà passiva. Come ha detto qualcuno, «ricordarsi non significa soltanto accogliere, ricevere un’immagine dal passato, ma anche cercarla, “fare” qualche cosa». Fare memoria è molto più che ricordare. È capacità di richiamare alla mente, e al cuore, il percorso di vita finora compiuto; di mettere insieme, come in un mosaico, i pezzi apparentemente sconnessi e discordanti di un passato in cui a volte si fatica ad individuare un senso unitario; di recuperare esperienze positive e legami affettivi, per rinnovarne nel presente gli aspetti più gratificanti; di istituire nessi significativi tra presente e passato, in funzione della costruzione di un’identità armoniosa; di riconciliarsi con eventuali ricordi sgradevoli, per evitare che le cicatrici del passato vadano ad inceppare il cammino verso la maturità. Certo, non si tratta di un’impresa di poco conto, soprattutto quando i ragazzi portano il peso di un’infanzia problematica, segnata da situazioni dolorose e magari da gravi inadempienze da parte degli adulti, che rischiano di rivelarsi pregiudiziali per la loro crescita. Ma anche in quest’eventualità, anzi a maggior ragione quando il rapporto con il proprio passato si rivela difficile e profondamente conflittuale, è essenziale che gli adolescenti maturino una consapevole capacità di fare memoria, sfuggendo al rischio di una rimozione indiscriminata e imparando, piuttosto, ad isolare i corto-circuiti da bypassare e a recuperare, invece, al di là di ogni rimpianto o nostalgia, quei ricordi positivi che contribuiscono a fare della memoria un serbatoio di energie e di riferimenti significativi, per andare avanti nel proprio percorso di vita senza replica• re le povertà e gli errori del passato.


MARIANNA PACUCCI

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LA MADRE

Riportare al cuore Come è difficile per le famiglie proporre ai giovanissimi il ricordo come una parte fondamentale della propria identità e non semplicemente come un’occhiata superficiale e distratta alla soffitta o alla cantina della casa!

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ragazzi hanno sempre più fretta di vivere il presente e passano le giornate ad allenarsi a stare a galla nella modernità liquida o in bilico fra un privato angusto e la paura di dover stare nel mondo, in quel mondo che li condanna alla solitudine e alla marginalità. I genitori spesso sono proiettati nell’ansia del domani (che è cosa diversa dal senso del futuro), con la preoccupazione di non riuscire ad assicurare ai propri figli uno standard di vita adeguato alle loro esigenze e magari migliore di quel che hanno potuto godere finora. I nonni sono ormai confinati in una memoria silenziosa, resa insignificante dalla fuga in avanti del tempo, dalle illusioni dell’innovazione, dalla mobilità che cancella i sentimenti dell’appartenenza e promuove il nomadismo come stile di vita vincente. Nel mercato delle azioni educative, ricordare non è più moneta corrente; è un’azione destinata all’incuria collettiva o confinata a momenti particolari di nostalgia. E invece è un verbo che varrebbe la pena recuperare, perché rende visibile quel che la famiglia davvero è e la sua forza autentica, insita nella capacità e nella volontà di raccontarsi per esprimere la propria verità più profonda, quella che sfida la contingenza dell’attimo fuggente e costruisce la speranza dell’eternità. Il problema non è che cosa ricordare, ma perché e come fare memoria della storia condivisa che tiene insieme le generazioni all’interno del nucleo familiare. Si ha bisogno di ricordare perché si è convinti dell’assoluta necessità di custodire con cura i gesti quotidiani dell’amore parentale; perché le gioie e i dolori, i pensieri e i sentimenti, le sconfitte e le vittorie di ciascun membro della famiglia riguardano tutti per la loro potenziale capacità di insegnare a vivere; perché i legami fra le persone contano più delle singole esperienze realizzate giorno per giorno. La memoria è il segno che la mente e il cuore funzionano all’unisono nel mettere ordine nel passato e nel salvaguardare tutto ciò che può dare slancio alle scelte

future; è il luogo della riconciliazione e della purificazione di intenzioni e di gesti segnati, anche involontariamente, dall’egoismo e dalle fragilità individuali. Nella vita della famiglia è altrettanto importante comprendere e verificare come si formano e si trasmettono i ricordi. Essi non sono un semplice accumulo di fatti, ma eventi che formano, rinnovano e irrobustiscono le relazioni interpersonali; territorio comune in cui incontrarsi e volersi bene in un dialogo che può ormai fare a meno delle parole; consapevolezza dell’impegno condiviso di fare manutenzione del passato per rendere sensato il presente. Ricordare insieme piccoli e grandi cose significa accogliersi l’un l’altro con rispetto e tenerezza reciproca, sperimentando la gioia della gratitudine verso chi ha partecipato cordialmente alla storia della propria famiglia e ha lasciato un’impronta • indelebile nel cuore. Aprile 2013

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LA FIGLIA

Chi non cambia è perduto L’adolescenza è, per definizione, l’età del cambiamento. Si modifica il corpo, si delinea l’identità, si sperimentano per la prima volta sentimenti e stati d’animo inediti. resce il desiderio di sperimentare, di mettersi alla prova, di testare le proprie competenze esistenziali, di reinventarsi e precisare la propria identità in relazione alle diverse situazioni che ci si trova ad affrontare. Anche sul piano della riflessione, dell’azione, delle relazioni interpersonali, gli adolescenti esprimono, in genere, un’attitudine naturale all’intraprendenza, alla rapidità, alla flessibilità che è specchio fedele del loro dinamismo interiore, della loro capacità di adattamento, di quella

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vivacità cognitiva, psicologica e relazionale che è propria della loro età. Eppure, nell’era della modernità liquida, in cui le trasformazioni si rincorrono con una velocità sorprendente, modificando continuamente la realtà in configurazioni mutevoli e provvisorie e rendendo sempre più complessa l’interpretazione dell’esistente, anche i più giovani fanno fatica a tener dietro al cambiamento e spesso sperimentano un senso di smarrimento e di precarietà che li spinge a rigettare il nuovo, a temere tutto ciò che incrina e rimette in discussione quel microcosmo di certezze che tanto faticosamente sono riusciti a costruirsi. Di fronte al rischio sempre incombente del disorientamento e della perdita di un “centro di gravità permanente” – come cantava Battiato – attorno a cui far ruotare il proprio instabile universo di senso, persino gli adolescenti preferiscono rifugiarsi in una routine certamente monotona e ripetitiva, ma senz’altro più rassicurante, mortificando quella vitalità e quella salutare inquietudine che costituiscono il motore del cambiamento e, dunque, anche della crescita. Molti adolescenti finiscono così con il diventare più conservatori e tradizionalisti dei loro genitori, hanno paura di rischiare, di osare, di intraprendere strade nuove e non ancora battute. Vivono con ansia e preoccupazione l’idea di un futuro che ai loro occhi appare come dimensione segnata dall’incertezza e dalla provvisorietà. Ma l’esistenza, per quanta resistenza si cerchi di opporvi, è cambiamento costante, evoluzione ininterrotta, crescita continua. Compito degli adulti è, dunque, quello di aiutare i ragazzi a non temere il mutamento, a non guardare con sospetto tutto ciò che va a stravolgere la loro quotidianità e i loro riferimenti abituali, bensì a riconciliarsi con il loro dinamismo interiore, con la loro innata tensione verso il nuovo, nonché a valorizzare la loro illimitata creatività per poter orientare in modo costruttivo il cambiamento ed immaginare scenari inediti e gratificanti per il • proprio futuro.


MARIANNA PACUCCI

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LA MADRE

Generare il nuovo Agli adulti i cambiamenti piacciono poco, mentre ai giovani piacciono fin troppo. sia cifra distintiva di una nuova solidarietà verso tutti: in particolar modo verso quelle famiglie che per mancanza di strumenti culturali idonei si arrendono quasi inconsapevolmente ai cambiamenti incombenti: subiti piuttosto che generati e rigenerati, questi accrescono il disorientamento degli adulti e consegnano i giovanissimi alle mode del momento, alla tirannia dei mercati in cui si commerciano i valori, al conformismo più becero. Il cambiamento è, che piaccia o no, una regola fondamentale e ineludibile dell’esistenza, una componente importante del processo di umanizzazione delle persone. Per il bene di tutti, princi• palmente dei figli.

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grandi percepiscono spesso il nuovo come qualcosa di estraneo alla loro identità, una minaccia che inizialmente può anche affascinare ma che alla resa dei conti risulta deludente. I ragazzi, invece, vivono la mitologia del nuovo e del diverso come rottura provvidenziale della ruotine e, spesso, con l’illusione che l’inedito sia anche, automaticamente, migliore del già dato. Alle famiglie tocca oggi il compito di assumere responsabilmente le tante trasformazioni che incombono nel mondo contemporaneo sfidato da una globalizzazione intricata e insondabile, nonché nel microcosmo sociale in cui le generazioni con differente sensibilità sperimentano sentimenti, vivono relazioni ed esperienze, accumulano difficoltà e disperdono sogni. I consequenziali mutamenti del nucleo domestico, che non sempre si realizzano in modo positivo, spesso provocano gli adulti ad una ulteriore prudenza; i genitori ritengono inevitabile procedere con il freno a mano tirato al massimo, ma dolorosamente si ritrovano a sperimentare che questa resistenza ad oltranza nei confronti del cambiamento è pregiudiziale per la crescita dei figli. La verità è che le famiglie oggi devono un po’ ridimensionare la loro tradizionale funzione di argine al mutamento culturale e sociale, così come non possono accontentarsi di procedere a vista, con brusche accelerazioni e pensosi rallentamenti, peraltro non disponendo sempre della saggezza necessaria a capire quando serve una cosa e quando l’altra. È ora di riscoprire che la vocazione della famiglia è la generatività: solo utilizzando al meglio la creatività della vita e la vita come creatività è possibile tenere dritta la barra delle trasformazioni in atto e, soprattutto, educare le nuove generazioni ad un confronto positivo con esse. Peraltro, non si tratta di assecondare evoluzioni momentanee e misurate strettamente sulle esigenze e i desideri dei singoli; piuttosto ci vuole una generosità autentica, l’energia di un dinamismo che

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LA FIGLIA

Diverso da chi?

Un anonimo adagio recita più o meno così: «ricorda sempre che sei unico… esattamente come tutti gli altri». utta la nostra esistenza è costantemente attraversata dalla continua, e spesso ingombrante, presenza dell’“altro”. Le relazioni interpersonali ci pongono di fronte ad una galleria di volti, che irrompono nel nostro spazio vitale, ci scrutano dentro, ci costringono a metterci in discussione e a convivere con il loro sguardo, talvolta affettuoso e pieno di comprensione, talaltra irritante, invadente, impertinente. Entrare in relazione con l’altro significa entrare in contatto con un’altra identità, con qualcuno che è “diverso” da me. E attraverso quest’incontro, oltre ad acquisire maggior coscienza della mia identità, posso diventare più ricco, facendo tesoro dell’alterità riconosciuta. Eppure spesso la diversità ci appare come un ostacolo, una barriera alla relazione autentica con l’altro, persino come una minaccia da contenere o scongiurare. È quanto avviene ogni volta che la “diversità” non viene riconosciuta come una qualità propria di

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ogni essere umano, in quanto meravigliosamente unico e irripetibile, ma diventa un’etichetta da affibbiare a chi si avverte come totalmente “altro” da sé: all’immigrato, al disabile, all’omosessuale, ma anche a chi non si omologa agli standard imposti dal gruppo, a chi non veste alla moda, a chi non frequenta il giro giusto. Fino al paradosso di considerare “diverso”, in quanto “sfigato”, chi non imbroglia, chi non si sballa, chi si attiene alle regole. Ciò è tanto più vero per gli adolescenti, spesso portatori di un rapporto ambivalente con la diversità: da un lato, infatti, l’affrontano con fastidio, soprattutto quando si rendono conto che pesa negativamente nella costruzione della relazione con l’altro, nel perseguimento di un’omogeneità di fondo all’interno del gruppo; dall’altro, la rivendicano con forza, quando vogliono sottolineare la propria originalità, il rifiuto di ogni tentativo omologante della società. L’esperienza della differenza coincide, per i più giovani, con la ricerca di un equilibrio tra sé e il mondo, nella graduale conquista di un senso gioioso dell’alterità. Ma proprio perché la si vive in bilico, può produrre vertigine e stanchezza; da qui la tentazione di azzerarla con forme più o meno mascherate di manipolazione e di intolleranza, di omologazione coatta e di gregarismo all’interno del gruppo. La diversità è, per le nuove generazioni, il doloroso segnale di un’autenticità che può portare ad accentuare le distanze e i conflitti. Ma, al tempo stesso, è anche ciò che garantisce la tensione verso un protagonismo che resiste al conformismo della massa. È, allora, necessario che gli adolescenti siano aiutati a percepire le differenze non come un limite o un dato da “tollerare”, ma come una risorsa, un valore da “tutelare”, un’occasione per sviluppare appieno la propria identità nel confronto con l’altro; come un dono che apre al senso della complementarietà e all’amore per l’altro, nella sua unicità e irripetibilità e non solo come immagine • riflessa del proprio io.


MARIANNA PACUCCI

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La differenza

LA MADRE

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a differenza è inevitabilmente dentro ogni storia d’amore: forse non è un problema in partenza, ma quasi sempre lo diventa strada facendo. Suscita più di un problema nella quotidianità e, sulla distanza, può creare divisione anche dove c’è desiderio profondo di comunione. La cosa più disgraziata è che la diversità si moltiplica all’infinito a mano a mano che il nucleo familiare si estende: genitori e figli, fratelli e sorelle, cognati e suoceri… Le parentele diventano spesso una sfida interminabile fra la propria e l’altrui identità, fra i diritti dell’uno e i doveri dell’altro. E tante volte si deve riconoscere che la disponibilità di accoglienza reciproca e il senso di solidarietà che inevitabilmente si stabiliscono all’interno di ogni casa non bastano a ridurre e appianare le divergenze, a ricomporre e azzerare le tensioni. Eppure è proprio questo il bello della famiglia, cioè che la rende unica come esperienza e valore. Infatti è proprio in questo intreccio di persone e vissuti, di affetti e progetti, che si vive la più delicata scommessa della vita: riuscire a stare insieme non nonostante le diversità, ma proprio perché ci sono le differenze. Certo, ci vuole un grande allenamento per resistere a questa situazione; per tenere a bada la tentazione di mollare tutto e rintanarsi nel microcosmo omogeneo e rassicurante della propria solitaria individualità; per non prendere le distanze e rigettare una comunità in cui talvolta si sta insieme faticosamente e in modo poco gratificante. Ma ne vale la pena: senza questo percorso, affascinante e accidentato allo stesso tempo, non si può divenire persone dotate di una forte interiorità, né imparare a stare nella complessità del mondo attuale con simpatia e tanto meno si possono costruire relazioni che esprimano compiutamente il rifiuto etico verso la cultura della in-differenza. È proprio perché oggi manca in molte famiglie questa esperienza che i figli vengono su egocentrici, capricciosi e arroganti. Mancano a questi

Croce e delizia del matrimonio: scegliersi proprio perché si è diversi; somigliarsi ma non poter mai diventare identici; condividere la vita, continuando ad avere rispetto del mistero che rende la persona amata interessante ma allo stesso tempo molto impegnativa nella gestione delle relazioni ordinarie. ragazzi testimoni qualificati della virtù della pazienza e della tolleranza. Senza esercitazioni continue della differenza non è neppure pensabile – ed è la cosa fondamentale per una vita sensata – costruire e vivere un’esperienza religiosa autentica: la pretesa che Dio assomigli all’uomo è fonte di idolatria e di manipolazione del sacro. Quando invece Dio è riconosciuto come oltre e altro dalla persona, il cielo e la terra entrano in comunione profonda e consentono esperienze concrete di santità. Educarsi a tutto questo è possibile, doveroso, improrogabile. • Giugno 2013

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LA FIGLIA

La ricerca della felicità Sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità uid animo satis?». Che cosa basta all’animo umano? In altre parole, che cosa occorre per essere felici? Se lo chiedeva 1600 anni fa sant’Agostino, inquieto e appassionato cercatore della verità, che sola può dare ristoro all’insopprimibile aspirazione alla felicità dell’uomo. Se lo sono chiesto – con esiti diversi, ma animati dal medesimo desiderio – filosofi e pensatori di ogni epoca e scuola, accomunati dalla convinzione che una simile questione non può mai essere elusa, poiché ad essa è indissolubilmente legata quella del senso e del fine dell’esistenza umana. Continuiamo a chiedercelo noi oggi, agli albori di questo terzo millennio che tante nuove possibilità dischiude alla nostra vita quotidiana, ma ancora non riesce ad offrire una risposta soddisfacente alle nostre attese più profonde e, anzi, sembra depistarci e confonderci sempre più, distogliendoci dal-

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la ricerca di una felicità autentica e duratura. E se lo chiedono, forse con ancor più vigore e insistenza, le nuove generazioni, oggi più che mai in bilico tra le tante attese, aspirazioni e speranze proprie della loro età, che istintivamente le proiettano verso la ricerca di un senso più alto per il loro agire, e la tentazione di rinunciare in partenza ad inseguire i propri sogni, accontentandosi di vivere alla giornata, immerse in un benessere effimero e meno gratificante, ma più sicuro e meno evanescente di una felicità sempre più spesso avvertita come utopica e irraggiungibile. Eppure sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità: vuoi perché oggi quest’attesa è stata quasi del tutto rimossa dall’orizzonte delle speranze umane, vuoi perché spesso perdono di vista che fine ultimo del loro servizio è quello di aiutare i più giovani ad orientarsi in una realtà sempre più “liquida” e “complessa”, a costruire un progetto di vita che funga da guida per le loro scelte presenti e future. Ma che cosa significa essere felici? Dare una risposta univoca a questo interrogativo è pressoché impossibile, ma almeno su una cosa si può forse concordare senza troppa difficoltà: la felicità è un qualcosa che coinvolge tutta la persona, permettendole di attingere ad un’armonia più alta e di sperimentare un senso di pienezza e di serenità interiore. È insieme “dono” e “conquista”; inizialmente, incontro tra la libertà e la responsabilità personale e, nel tempo, progressiva apertura verso la consapevolezza di poter contribuire anche alla felicità degli altri, mentre si ricerca la propria. Poter contare su educatori che abbiano il coraggio di condividere tutto questo con i ragazzi non dà la garanzia che essi riusciranno a vivere intensamente la propria vita, orientandola verso la ricerca della vera felicità; può, però, quantomeno incoraggiarli a non essere rinunciatari, a guarda• re con fiducia e speranza al futuro.


MARIANNA PACUCCI

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FIL (Felicità Interna Lorda)

LA MADRE

Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio. in cui tutto è diventato monetizzabile e vale se consente un successo immediato, anche se effimero. Occorre che le famiglie si riapproprino della loro capacità profetica, contestando con forza una società che confonde la felicità con lo sballo e con l’egoismo. La scommessa è quella di divenire esemplari nella testimonianza di un’esistenza giocata sulla generosità, sulla gratuità, sulla condivisione, sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla bellezza, sulla pace, che sono gli ingredienti principali di quel mix di sentimenti, speranze, idee, esperienze che rendono • appetibile la ricerca della felicità. Luglio/Agosto 2013

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rimasta purtroppo confinata agli addetti ai lavori la riflessione sulla felicità, che sollecitava a considerarla una indicazione importante dello stato di salute di una società, di uno Stato. Peccato: sarebbe stato proprio utile, di questi tempi, tornare a ragionare su questo valore sottraendolo alla collocazione esclusiva nella vita individuale, nella sfera del privato. Recuperando la dimensione sociale della felicità, è possibile rilanciare un bisogno, un’attesa che oggi è completamente travolta dalla cultura del disincanto: essere felici non è impossibile, né tanto meno un fatto occasionale, né certamente qualcosa di cui vergognarsi, a meno che la felicità del singolo si costruisca a scapito del prossimo. Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio. È una vera e propria vocazione: regalarsi e regalare la possibilità di diventare gioiosamente figli di Dio, santi capaci di letizia anche in mezzo a fatiche, difficoltà, problemi di ogni tipo. Le famiglie sono impastate di questa consapevolezza e decise ad orientare su questo traguardo il loro lavoro educativo? Sono testimoni credibili di una ricerca di senso della vita in cui quel che conta è riuscire a stare in pace con se stessi e con gli altri, essere generosi nei confronti delle invocazioni della storia, pronti a condividere la costruzione di una civiltà dell’amore in cui a tutti siano date la possibilità e la certezza di un effettivo ben-essere? Se ci si guarda intorno nei vari ambienti della quotidianità non si può proprio stare tranquilli: la gente è triste, delusa, stanca. Non ha più voglia di mettersi in gioco e cerca di defilarsi da tutto ciò che appare impegnativo. Si accontenta di un piatto di lenticchie piuttosto che rivendicare il diritto alla primogenitura, all’interno di una società

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LA FIGLIA

C’è un tempo per tornare Si fa fatica a considerare il ritorno come un “nuovo inizio” di studio e di lavoro è un tempo per partire e un tempo per tornare. Al termine delle vacanze estive, vissute, soprattutto dai più giovani, all’insegna dello svago e dell’evasione, il dover tornare alla routine e all’ordinarietà dei propri impegni quotidiani è spesso associato ad una sensazione di noia e di malinconia. È vissuto come un dovere, appunto, che si contrappone al piacere del riposo, del gioco, del tempo libero, tanto agognato per tutto il corso dell’anno e subito consumato in un vorticoso turbinio di emozioni, viag-

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gi, scoperte e conoscenze, destinati a smarrire rapidamente la propria carica di entusiasmo e di energia una volta tornati alla consueta tiritera di faccende e di incombenze che ogni anno si ripete, sempre uguale a se stessa, monotona e ripetitiva. In particolare per gli adolescenti (ma non solo per loro), il ritorno sui banchi di scuola rappresenta la “conclusione” delle vacanze, il “chiudersi” di una parentesi colorata di divertimento e spensieratezza, l’“esaurirsi” di quella dolce euforia che rappresenta la cifra caratteristica della stagione estiva, la “fine” di ogni promessa di svago e libertà: insomma l’“abbandono” di tutti quei progetti vacanzieri che il mese di settembre, inesorabile e crudele, porta via con sé. Si fa fatica, invece, a considerare il ritorno come un “nuovo inizio”: inizio di un nuovo anno di studio e di lavoro, segnato, certo, da molteplici impegni e responsabilità, ma anche dalla laboriosità del tempo feriale che, se vissuta con entusiasmo e dedizione, può rivelarsi estremamente gratificante; inizio di esperienze inedite sul piano culturale, premessa per la costruzione di un’identità umana e professionale più “adulta”; inizio di nuove possibili amicizie e relazioni, intessute all’insegna del desiderio di mettersi in gioco e di una rinnovata disponibilità al dono di sé e all’accoglienza dell’altro. Un ri-tornare, che non è solo un passivo tornare alle vecchie abitudini e a un orizzonte di vita consueto e rassicurante, ma un ri-significare l’intero percorso sinora compiuto, rinnovandolo con quel bagaglio di esperienze, scoperte, avventure e relazioni accumulato durante l’estate. Perché se nulla può eguagliare l’eccitazione della partenza, è altrettanto vero che non si comprende veramente la bellezza del viaggiare fino a quando non si sperimenta la dolcezza del ritorno a casa, la possibilità di ri-appropriarsi del proprio spazio e del proprio tempo, facendo nuove tutte le cose e ri-assaporando la straordinarietà • dell’ordinario.


MARIANNA PACUCCI

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La “gioia” del ritorno

LA MADRE

È giusto connotare il ritorno con alcuni “ri” intriganti: ad esempio, il ri-trovare e il ri-trovarsi. Perché non è vero che le cose e le persone vengono riprese esattamente nel punto in cui sono state lasciate Perché non è poi così vero che le cose e – ancor più – le persone vengono riprese esattamente nel punto in cui sono state lasciate: nessuno torna a casa senza aver visto cose diverse, fatto incontri inediti e imparato qualcosa di buono. E anche chi da casa non si è mai mosso, comunque ha vissuto un’attesa che è preziosa per la vita affettiva: una casa svuotata è il miglior trampolino per ri-appropriarsi del desiderio di confidenza, condivisione, cura all’interno della propria realtà domestica. Ascoltando la voce del cuore, il ritorno è per tutti i membri di una famiglia occasione di gioia e di reciproco arricchimento. •

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usi lunghi, silenzi prolungati: la fine delle vacanze estive è sempre segnata da sentimenti negativi. Il ritorno alla quotidianità è un mix di malinconia e malumore, con una sensazione crescente di stanchezza: ri-cominciare pesa tanto, troppo, perché non è mai percepito come un nuovo inizio, ma come lo sforzo di riprendere faticosamente quel che si era lasciato andare o, peggio, era rimasto in sospeso, come un nodo ingarbugliato che più passa il tempo, più è arduo sciogliere. Nella famiglia tutto questo sembra destinato a moltiplicarsi in modo esponenziale e i “ri” diventano una vera e propria litania: ri-motivare e ri-significare gli impegni di ciascuno: ri-prendere e rispolverare abitudini e ritmi che si erano accantonati con un moto liberatorio; ri-allacciare e ri-lanciare i legami e le forme della collaborazione domestica; ri-ordinare e ri-pristinare la funzionalità della casa perché possa tornare ad essere un ambiente accogliente per le mille esigenze di genitori e figli... “Uffa, che noia!” dicono i più piccoli che si vedono ri-presentare le regole di cui farebbero volentieri a meno; ma anche i giovani e gli adulti hanno mille ragioni per sbuffare, mentre sono ancora in bilico fra l’estate e l’autunno. E tutti tentano di rallentare il ritorno alla “normalità”, magari dribblando su qualche responsabilità particolarmente pesante o negandosi alle aspettative e ai compiti che la vita sociale impone come fatto scontato. Lo stesso valore della genitorialità ha bisogno talvolta, dopo le ferie, di essere ri-pristinato: se è vero che non ci si può dimettere da questo ruolo neppure temporaneamente, è però probabile che nei mesi estivi madri e padri si concedano qualche “distrazione”, giustificandola con l’idea che le vacanze separate dai figli possono aiutarli a crescere nella capacità di autonomia. Mettendo in conto anche questi elementi positivi, è giusto allora connotare il ritorno con alcuni “ri” intriganti: ad esempio, il ri-trovare e il ri-trovarsi.

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LA FIGLIA

Ubriachi di emozioni Con paradosso solo apparente, l’altra faccia dell’inquietudine adolescenziale è nientemeno che la noia a sempre l’adolescenza è sinonimo di inquietudine, di irrequietezza, di insofferenza, di smania di crescere, anche a costo di bruciare le tappe. L’aspirazione a diventare in fretta (o meglio, ad essere riconosciuti come) adulti, la voglia di sperimentare emozioni forti ed avventure sempre nuove, il desiderio di trasgressione sollecitano i più giovani a vivere ad alta velocità, ad ubriacarsi di esperienze e sensazioni, spesso senza darsi nemmeno il tempo di digerirle e metabolizzarle, quasi come se fossero incapaci di assaporarle e distinguerne il gusto – talvolta dolce e zuccherino, talaltra deciso e stuzzicante – e preferissero, piuttosto, centrifugare tutto in un grande frullatore e ingurgitare la vita in un sol sorso. Perennemente inebriati dalla ricerca di un divertimento a tutti i costi, ubriachi di emozioni intense ma fragili e passeggere, gli adolescenti del terzo millennio, spesso

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imitando i loro amici più grandi, passano senza soluzione di continuità dall’aperitivo pre-serata consumato stancamente in qualche bar alla moda, alla serata in discoteca vissuta all’insegna dell’ipnosi di gruppo e dello sballo, all’irriducibile cicchetto post-serata, estremo tentativo di prolungare ancora per qualche momento la messa in scena dell’effimero, destinata a ripetersi sempre uguale a se stessa, secondo un copione già scritto e rivissuto decine e decine di volte. Nessuno stupore, dunque, se l’altra faccia dell’inquietudine adolescenziale è nientemeno che la noia. Più che irrequiete e trasgressive, le giovani generazioni appaiono spesso annoiate, apatiche, intorpidite, prive di spirito di iniziativa, incapaci persino di divertirsi veramente, di godere di una convivialità genuinamente appagante, di gustare appieno la vita, con i suoi tanti differenti sapori. Eppure, sotto questa maschera di indifferenza e di abulia, spesso si nasconde un’indicibile sete di senso e di autenticità, il desiderio ineffabile di qualcosa di più, che vada oltre la consueta ed indolente tarantella delle serate in discoteca, della ricerca di un piacere tenacemente rincorso ed agognato, ma mai assaporato fino in fondo. E allora tocca agli adulti, facendo tesoro della loro stessa esperienza, incoraggiare i più giovani a coltivare una disponibilità al pieno godimento della vita; insegnare loro, con l’esempio prima ancora che con gli ammonimenti, a gustarne ogni singolo sorso, a centellinarne il nettare, anziché trangugiarlo con foga e assuefazione. Solo allora gli adolescenti e le adolescenti riusciranno ad approdare ad una genuina accettazione degli alti e bassi della vita, inevitabili ma talvolta utili e formativi, affinché – come cantava Caparezza in uno dei suoi brani più famosi – possano trovare una via di uscita dal «tunnel» angusto ed avvilente di un divertimento a oltranza e imparare a far tesoro di tutti i momenti della vita, «tristi e divertenti», anziché rassegnarsi a vivere «di mo• menti tristemente divertenti».


MARIANNA PACUCCI li adulti si chiedono perché i ragazzi di oggi sono spesso così ingrugniti. I casi sono due: o sono incapaci di intendere e volere o, peggio, ipocriti incalliti. Come può, di questi tempi, un giovane italiano manifestare sentimenti di gioia, entusiasmo, speranza? Non ha molta scelta fra il mugugno e il silenzio disperato. Ci sarebbe, in verità, anche la possibilità di indignarsi, ma è praticamente proibito dagli stessi adulti, almeno quelli che contano nelle stanze del potere politico ed economico. Una generazione rischia di morire nell’indifferenza generale o, peggio, nella retorica generale di chi dice di avere a cuore i giovani, ma poi non intende cambiare molto dell’attuale assetto della vita sociale. E non basta assistere impotenti alla dissipazione dell’etica. Con il principio del bene e del vero sta venendo meno anche il senso del bello. Rispetto al mondo passato, questa società non riesce neppure a praticare il senso dell’utile (che almeno serve ad andare avanti, sia pure navigando a vista e in solitaria), né tanto meno quello del piacere, ridotto ormai ad un miserabile sballo occasionale o al degrado totale di qualsiasi forma di rispetto e di amore per la vita. Ai genitori che hanno ancora a cuore la felicità dei figli e la loro realizzazione umana, vale però la pena suggerire una possibilità educativa importante: insegnare loro la prospettiva di una vita da bere. L’esistenza, anche quella grama del presente che sta accomunando giovani e vecchi nell’unico destino di essere una generazione di scarto, può essere ancora gustata, non nonostante tutto, ma proprio perché implica un serio discernimento su quel che vale davvero in mezzo a tanta paccottiglia che si svende quotidianamente nel mercato delle illusioni collettive. E proprio in famiglia, si può imparare e reimparare – genitori e figli insieme – a gustare la vita. Talvolta si potrà riscoprire negli affetti domestici la freschezza dell’acqua che toglie l’arsura alla fatica e all’inquietudine delle frustrazioni giorna-

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Una vita da bere

LA MADRE

Proprio in famiglia, si può imparare o reimparare, genitori e figli insieme, a gustare la vita liere; talaltra la vita avrà il sapore del latte, nutrimento dolce, che fornisce gli elementi necessari perché si possa, a qualsiasi età, continuare a crescere e godere della tenerezza e della cura proprie di una madre che allatta i propri piccoli. Ci saranno anche in famiglia i giorni rari, ma straordinari, in cui la vita avrà il gusto del vino: la gioia delle piccole conquiste e delle grandi speranze tenute insieme dalla solidarietà reciproca; l’allegria del ritrovarsi insieme nella convivialità della tavola; l’intimità che unisce e dà senso alla narrazione della storia domestica, in cui si intrecciano vittorie e sconfitte, nascite e morti, amori e dolori. La vita da bere chiede ai giovani, come agli adulti, di affrontare il tempo che passa con lo sguardo fisso al giorno della vendemmia, mentre si condivide la fatica del piantare, innestare, potare i vitigni, per proteggerli dal rischio della tristezza, che è la più grave fra le malattie dell’oggi. • Ottobre 2013

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LA FIGLIA

Il pranzo di Natale Sarebbe bello se ogni pasto consumato in famiglia fosse vissuto con la stessa attesa e spensieratezza del pranzo di Natale l Natale è alle porte e già fervono i preparativi per le grandi abbuffate in famiglia. La tavola imbandita, l’arrosto speziato a dovere, il profumo del torrone fatto in casa: ogni dettaglio contribuisce a rendere magica e accogliente l’atmosfera della casa in attesa del pranzo di Natale, occasione ormai più unica che rara di riaggregazione della famiglia intorno al focolare domestico, momento per eccellenza di condivisione e di allegra convivialità, in cui trovano ristoro tutte p familiari, tutte le smagliature g le diaspore e le lace-

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razioni di una famiglia sempre più spesso segnata dalla dispersione, dall’isolamento, dalla logica frettolosa del “mordi e fuggi”, da una distanza esistenziale prima ancora che geografica. Quanta differenza rispetto ai pasti consumati abitualmente nelle nostre famiglie, nella quotidianità di giornate fatte di solitudine, di anonimato, di corse contro il tempo, di mille impegni da incastrare! Spesso non si riesce nemmeno ad incontrarsi tutti quanti intorno a un tavolo e il pranzo in famiglia si trasforma in una sorta di “mensa a ciclo continuo”, in cui ognuno ad un orario diverso consuma frettolosamente il proprio pasto frugale e subito scappa via, risucchiato dalle tante incombenze che scandiscono la sua giornata. Persino nelle rare occasioni in cui ancora si riesce a condividere il momento del pranzo con il resto della famiglia, persino la domenica o nei giorni di festa, la bellezza dello stare insieme lascia il posto alla distrazione, all’assenza di dialogo, ad un silenzio assordante, vanamente mascherato dalla televisione sempre accesa, triste surrogato delle chiacchiere scambiate in armonia, dei racconti di vita condivisi, del confronto genuino e costruttivo. Ma la responsabilità è solo dei ragazzi, che mal sopportano il tempo trascorso in famiglia e preferiscono vivere rintanati nella propria stanza, o forse sarebbe il caso che anche i genitori riflettessero sul loro modo di “fare famiglia”, sulla qualità del tempo dedicato ai pasti. Sarebbe bello se, invece, ogni pasto consumato in famiglia fosse vissuto con la stessa attesa e spensieratezza del pranzo di Natale, se si riuscisse a dedicare alla sua preparazione almeno un decimo della cura e dell’attenzione che generalmente si riservano al giorno della festa, seppure nella frugalità e nella sobrietà di un giorno qualunque. Solo così il momento del pranzo potrà forse tornare ad essere un’occasione per restituire senso e valore alla bellezza dello stare insieme, per riscoprire, nella ferialità di un pasto condiviso, il gusto • autentico della condivisione e del dialogo.


MARIANNA PACUCCI

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LA MADRE

A tavola! Proprio ripartire dalla tavola può significare un’opportunità importante, che dichiara la voglia e la disponibilità di rimettere in piedi le relazioni familiari cose molto importanti proprio lì, a tavola: ha manifestato per la prima volta la sua identità e la sua vocazione ad un pranzo di matrimonio; ha tante volte condiviso il cibo con i suoi discepoli, perché la loro amicizia potesse divenire più forte ed intima; ha celebrato la festa di Pasqua con una cena rimasta memorabile per l’eternità e capace di rinnovare ogni giorno la capacità di amare e servire il prossimo; ha dato conferma della sua resurrezione a chi era incredulo e sfiduciato gustando insieme un buon piatto di pesce. La tavola come profezia e annuncio di tempi migliori: si può provare, a partire da que• sto Natale.

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stato, da sempre, il grido delle mamme a mezzogiorno e alla sera, segnale di una quotidianità forse misera dal punto di vista alimentare, ma ricca di affetto nel ritrovarsi puntuale della famiglia per condividere i pasti e la vita; è ancora l’annuncio ora gioioso, ora quasi rassegnato, del pranzo della festa, momento sempre più raro di incontro e di dialogo fra i parenti, per confermare e rinnovare legami forse un po’ usurati o dimenticati. Se gli adulti portano ancora nella memoria il ricordo del pranzo della domenica, di Natale e di Pasqua vissuto insieme a nonni, zii, cugini e amici, dove parole e risate esprimevano una ricchezza di gioia semplice e genuina, cosa potranno tenere a mente le nuove generazioni? Qualcuno dirà che restituire importanza e centralità al momento dei pasti rappresenta un dettaglio marginale per le famiglie che hanno una valanga infinita di problemi da risolvere, alcuni dei quali molto gravi; che non serve rimettere in moto un’esperienza resa insignificante dalla crisi strisciante o conclamata dei rapporti affettivi fra i generi e le generazioni; che il pranzo di famiglia è sempre più rischioso, perché rischia di esplicitare situazioni di estraniazione o di conflitto. Ma in tempi difficili, che impongono sobrietà e cambiamenti sostenibili che restituiscano la speranza di un’esistenza degna di essere vissuta, proprio ripartire dalla tavola può significare un’opportunità importante, che dichiara la voglia e la disponibilità di rimettere in piedi le relazioni familiari; che impegna tutti – mariti e mogli, genitori e figli, nonni e nipoti – a piccoli ma eloquenti gesti di cortesia reciproca e di condivisione; che contribuisce a restituire un ritmo armonioso alle giornate, facilitando la possibilità di incontri da desiderare ardentemente, costruire pazientemente, vivere responsabilmente. Sarà un caso, ma lo stesso Gesù ha realizzato

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Articoli pubblicati sul Bollettino Salesiano

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