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PERCORSO B - PRIMA PARTE Scendiamo la scalinata che ci porta da Corso dell’Imperatrice a Piazza Stazione. A destra una bella fontana di marmo, stile Dèco, sovrastata da palma e leoni, simboli di Sanremo. Abbiamo di fronte l’ottocentesca stazione ferroviaria senza più ferrovia. E’in discussione il suo valore storico e la futura destinazione. Ci avviamo ad oriente, cerchiamo un poco di Liberty e lo troviamo nella piccola facciata color ocra di quello che un tempo si chiamava HOTEL LIBERTY, appunto, ed in quella, adiacente, dell’HOTEL BONONIA, del 1902. Nel corso degli anni ebbe vari nomi: Hotel de la Gare, Grand' Hotel Sanremo, Hotel Molinari. Ha belle decorazioni e preziosi medaglioni, uno per stagione, ma è chiuso e versa purtroppo in stato d’abbandono.

Facciate di quelli che furono Hotel Liberty e Hotel Bononia.

Medaglioni (le “Stagioni”) e decorazioni sulla facciata dell’Hotel Bononia

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Proseguiamo, riconoscendo, a sinistra, il retro del grande, ottocentesco, PALAZZO CAPODURO. Nota storica Gli stucchi furono realizzati da Luca Casella, che vediamo, immagine del 1898, assieme ai committenti, agli ingegneri ed agli operai che lavorarono alla costruzione. Una freccia indica il figlioletto Achille Casella il quale, com’ è scritto sul retro della foto, “essendosi fatto castigare dalla professoressa di francese Villany, era stato condotto dal padre sul cantiere a portare il “bojolo”. Alla sera aveva le piaghe sulle spalle e s’era deciso a continuare con determinazione gli studi”. Da notare, di là dall’aneddoto, il gran numero di ragazzi in giovanissima età impegnati nel duro lavoro reso anche pericoloso dalla completa mancanza di protezioni. Lo sviluppo edilizio, con il grande impiego d’uomini che comportava, fu uno dei motori della crescita demografica ed economica sanremese nella seconda metà del 1800.

Maestranze ed operai partecipanti alla costruzione di Palazzo Capoduro

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Da Piazza Cesare Battisti, verso oriente, si dipartono Via Roma, tracciata come “Corso”, alberato, da Giovenale Gastaldi senior, assessore ai lavori pubblici, nel 1880, e Via Nino Bixio, creata durante il periodo fascista, grazie al parziale abbattimeno di un gruppo di abitazioni che si trovavano all'atezza di Piazza Bresca e l'eliminazione dei caratteristici portici antistanti “l'usteria du Baci Belu”. A dividerle è l’edificio che, nato come Hotel Metropole Terminus, godeva della vicinanza con la stazione ferroviaria.

Nota storica Pochi anni dopo la sua apertura fu diviso in due alberghi: Hotel Terminus, ancora esistente, con il nome di Bell’èpoque ed Hotel Cosmopolitan prima, e Plaza poi, oggi ristrutturato in appartamenti. L’avancorpo più basso, nato come ristorante dell’albergo, ospitò a lungo l’Ufficio Imposte Consumo di Sanremo, ed ebbe a lato, verso Via Roma, la gran piattaforma di ferro di una bilancia che pesava interi autocarri carichi. Imbocchiamo Via Roma e, a sinistra, all’ombra di un grande ficus vediamo è l’ALBERGO ELETTO, che si affaccia anche su Via Matteotti. Già sede della Sottoprefettura di Sanremo, divenne Hotel Select, italianizzato in Albergo Eletto, che non vuol dire la stessa cosa, durante il Regime Fascista. Di seguito al giardino, la parte posteriore del complesso commerciale, era quella dell’ex Cinema Astra (1950). Le poche pietre a vista sono quel che resta della Chiesa Inglese di Saint John Baptist, sita di fronte alla Chiesa Russa, demolita dopo essere stata danneggiata dai bombardamenti dell’ultima guerra. Di fronte si osserva l’armonioso complesso della CHIESA VALDESE, con annessa CASA, opera di Carlo Gastaldi (1862-1934), secondo di una stirpe d’architetti (Giovenale, Carlo, Giovenale Junior), che arricchì la città di molte opere nell’arco di oltre un secolo d’attività, frequentando abilmente tutti gli stili architettonici. Qui Carlo usa modi neoclassici, con alleggerimenti dati dalla merlettatura delle

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balconate che corrono ai lati del frontone. Tra il 1905 ed il 1907 i lavori furono portati a termine. La Comunità Valdese, guidata dal pastore Ugo Janni, svizzera d’origine anche se composta di molti italiani, ebbe difficili rapporti con le altre Chiese Cristiane e poi con il Fascismo. L’intenzione di aggiungere al complesso anche una “Scuola Evangelica”, già progettata da Carlo Gastaldi, non ebbe attuazione.

Carlo Gastaldi: progetto per Scuole Evangeliche. Non Furono realizzate.

Attraversata Via Carli, passiamo davanti alle CASE PARODI UNO E DUE. Bei fregi con testine femminili. La prima fu a lungo sede alberghiera (Hotel Centrale). Proseguendo incontriamo una bassa costruzione, sormontata dallo STEMMA DI SANREMO. Fu un tempo sede della Posta Centrale.

Stemma di Sanremo Nota storica La palma, sullo stemma di Sanremo, è già rappresenta nella lapide del 1321 sovrapposta alla Porta di Santo Stefano. Fu presumibilmente portata in Riviera durante le Crociate e vi prosperò. Il leone nella descrizione dello stemma sanremasco, compare invece nello Statuto Cittadino del 1435. È in campo rosso, segno di valore, è rampante e posto di profilo, come deve, ma è chiaramente

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definito essere un leopardo, che in araldica è rappresentato “passante e con testa di fronte”. Aspre, accanite, interminabili, furono le dispute sulla questione, per giungere infine ad un compromesso. Quello raffigurato era un “leopardo illeonito”, ossia un leopardo raffigurato nella posizione del leone. Sordo a tali finezze e complicazioni, un Regio Decreto del 25-10-1928, stabilì che, rampante sulla palma, doveva essere un leone coronato e tale è rappresentato sull’edificio che fu la Posta Centrale. Si tratta dello stesso decreto che indica la grafia esatta, Sanremo nel testo, e riporta poi San Remo nell’allegata autorizzazione esplicativa.

A) Il “leopardo illeonito”raffigurato su di un lasciapassare attestante che il latore, “per Dio gratia”, è esente da ogni sospetto di peste, Fu rilasciato durante l’epidemia del 1577. B) Il “leopardo illeonito “ in un’antica raffigurazione, C) lo stemma presente sull’edificio in Via Roma.

Aggiriamo CASA CASSINI, opera anch’essa di Carlo Gastaldi, con gli stucchi e le decorazioni di Luca Casella e, giunti in Corso Mombello, ci troviamo di fronte al BASAMENTO DEL MONUMENTO AI CADUTI, di Vincenzo Pasquali. Le cerimonie commemorative continuano a svolgersi davanti al cippo squadrato che ormai, dai più giovani, è ritenuto essere il “Monumento ai Caduti”, mentre n’è solo il basamento.

Il basamento di quello che fu il Monumento ai caduti. L’epigrafe è di Francesco Pastonchi.

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Scendiamo lungo Corso Mombello, già Corso Umberto I Nota storica Augusto Mombello, garibaldino, fu il primo Sindaco socialista d’Italia, eletto nel 1896. Durante la sua amministrazione, tra l’altro, si fece l’illuminazione pubblica, s’istituì la prima refezione scolastica d’Italia, gratuita per i non abbienti. Si studiò la municipalizzazione del servizio di pompe funebri, si approvò il nuovo piano regolatore, si realizzarono i giardini poi divenuti Regina Elena. “Non si potrà mai dire che l’amministrazione Mombello non abbia provato bene; ma essendo i membri dell’amministrazione socialisti, urtarono il sentimento religioso di molta parte della popolazione, e la fede politica delle superiori autorità, le quali acciuffarono, subito che loro si presentò, l’occasione propizia per isciogliere il consiglio comunale e mandarono a governare il timone delle nostre cose municipali un regio commissario, prima ancora che il Sindaco avesse sentore del decreto governativo.” da M.C. Astraldi in “Sanremo rinnovellata” del 1903. Arriviamo di fronte alla CASA NUMERO 72, Liberty, sulla cui vivace facciata riconosciamo i fiori d’ippocastano stilizzati tipici di tante opere di Francesco Sappia, che già abbiamo ammirato nel Riviera Palace. Nell’aiuola di fronte al Palazzo di Francesco Sappia è stato posto, nel secondo dopoguerra, un “Monumento al Partigiano”, opera dello scultore Renzo Orvieto. In questa inquadratura la figura bronzea sembra preoccuparsi assai della stabilità dell’edificio.In basso particolari della facciata.

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Risalendo il Corso dal lato opposto, notiamo l’eclettismo più assoluto nella facciata del cosiddetto PALAZZO DELLE CARIATIDI.

Facciata del cosiddetto Palazzo delle Cariatidi.

Nota storica Fu commissionata dal sanremasco Picconi. Rientrato a Sanremo dopo aver fatto fortuna a Marsiglia, era ormai chiamato “Monsieur Picconì”. Sposò la figlia del Barone di Bazancourt, le cui insegne nobiliari sovrastano il portone d’entrata, ma la lasciò presto vedova. Susanne de Bazancourt sposò in seconde nozze il di lei più giovane Vittorio Blanc. Si trasferirono in una bella villa di Corso Imperatrice nella quale condussero vita brillante e dispendiosa. Vittorio Blanc, sino a tarda età, nelle ricorrenze ufficiali, indossò la Camicia Rossa Garibaldina. L’unico loro figlio, incaramellato ed ostinato giocatore d’azzardo, disperse ogni

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fortuna di famiglia, fedele al motto: “Un Blanc de Bazancourt non può lavorare, ne andrebbe di mezzo la dignità del nome!”. Attraversata Via Roma, incontriamo un locale rifatto recentemente in modi Bell’èpoque. Fu sede del Restaurant Parisièn, che aveva parte dei tavolini, all’aperto, coperti da una tettoia, sull’aiuola dall’altro lato della strada che i camerieri attraversavano per servire. Era l’unico locale che non chiudeva mai, né di giorno né di notte, quando accoglieva gli ultimi clienti del Casino. Nell’aiuola, oggi rimpicciolita e senza più la fontana che era al centro di essa, è la STATUA DELL’ONDINA, sorella della celeberrima “Primavera”, anche lei opera di Vincenzo Pasquali. Fu a lungo nei giardinetti che sono davanti alla spiaggia del Morgana.

“Ondina”

Di fronte a noi è il CINEMA TEATRO CENTRALE che descriveremo tra poche pagine assieme al Cinema.Teatro Ariston. Ci troviamo in quello che, di Sanremo, fu il “centro”, oggi spostato, a nostro avviso, verso Piazza Colombo.

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Nota storica l’incrocio tra Via Matteotti, via Feraldi e Corso Mombello origina lo slargo detto del “Rigolè”.

Il “ Rigolè”.

E’il punto centrale della Via Matteotti, nata in epoca napoleonica, nel 1812, quale alternativa all’antica Strada Romana che passava per le attuali Via Palazzo e Via Corradi. La “Nuova traversa”, oltre che polverosa, stretta e tortuosa (ben sette curve, per rispettare le singole proprietà), era anche ondulata causa avvallamenti vari. Dal 1840 iniziarono gli interventi che, grazie ad espropri e regalie, portarono ad allargare, appianare, raddrizzare e lastricare la via, sino alle dimensioni ed all’andamento attuali. Fu dedicata a Vittorio Emanuele II, da poco divenuto Re d’Italia, ed il nome rimase sino all’ultima guerra. Una brevissima parentesi quale Via Ettore Muti non ha lasciato ricordi per questo, dai meno giovani, essa è ancora familiarmente chiamata “Via Vittorio”. Il “Rigolé” è situato sopra di quello che una volta era un ponte sul torrente San Romolo. Nel 1866 il torrente fu coperto per”iniziativa e spese del signor Francesco Faraldi” il quale, ricordiamo, abitava nella villa che divenne Villa Angerer. Proprietario di terreni sulle rive, costruì subito i due palazzi, tuttora esistenti, che fanno angolo, arrotondato, con la “Nuova traversa”. Al piano terra di quello che vediamo a sinistra nella foto, si trovava il “Café Européen”, gestito da Monsieur G. Rigollet. Era il più frequentato della città, ritrovo delle personalità politiche e mondane, a cavallo tra Otto e Novecento. Da una semplificazione del nome del proprietario derivò la denominazione del luogo.

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Pubblicità del Cafè Restaurant Europèen

Sul proseguimento di Via Feraldi e per tutto Corso Mombello, sino al mare, sono da poco terminati i decennali lavori per un canale “scolmatore”, atto ad impedire esondazioni del Torrente San Romolo. Via Matteotti è stata da alcuni anni chiusa al traffico. L'illuminazione, con nuovi lampioni, e la pavimentazione sono stati rifatti. Al centro della via su di un frgio metallico sono riportati i nomi delle canzoni vincitrici del Festival di Santemo. Tutto l’isolato ad ovest di Via Faraldi divenne proprietà dei banchieri Asquasciati, dei quali abbiamo già accennato. Il PALAZZO AL CIVICO N° 144 fu costruito da Pietro Agosti nell’”ANNO” “MCMII”, come si legge sui medaglioni che, con le decorazioni delle metope sottotetto, impreziosiscono l’edificio.

L’incrocio successivo è, a sinistra, con Via Escoffier, che prende il nome da un Sindaco di Sanremo. E’ chiusa sul fondo dal PALAZZO DEI CONTI ROVERIZIO, originari di Ceriana. Fu costruito nel 1720. L’entrata principale è da Via Palazzo, sormontata dallo stemma gentilizio. Quella che vediamo è la facciata posteriore, che si affacciava su giardini che si allargavano sino al torrente San Romolo. Chiudilettera della Banca Asquasciati.

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Via Escoffier, retro del Palazzo Roverizio e “u pòrtegu sgarbu”.

Nota storica Realizzata che fu l’attuale Via Matteotti, i Conti, nel 1842, donarono i giardini al Comune perché fosse fatta una piazza, utilizzabile “anche per il mercato”. Concessero pure il diritto di passaggio attraverso il porticato che, nel palazzo, consentiva loro di giungere sin davanti allo scalone d’ingresso in carrozza od a cavallo e smontare stando al coperto. Oggi i giardini e la piazza sono scomparsi, ma il passaggio esiste ancora e viene dai sanremesi definito “U PÒRTEGU SGARBU”, ossia “il portone forato, aperto”. I Conti Roverizio di Roccasterone, avevano parentela con i Della Rovere di Savona, che diedero alla Cristianità i Papi Sisto IV, il quale nel 1477 fece ristrutturare la Cappella (Sistina) a Roma, affidandone i lavori a Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Pinturicchio, e Giulio II, suo nipote, che commissionò gli affreschi a Michelangelo. Forse per questa parentela, oppure per il passaggio di Pio VII a Sanremo nel 1814, esiste ancora un altare privilegiato nel Palazzo che, a cavallo tra Otto e Novecento, fu venduto e diviso in complesso scolastico ed appartamenti. Visibile sono lo scalone nel “pòrtegu”ed il primo piano che ospita il Centro Anziani del Comune. Il Conte Stefano, come abbiamo detto, sposò Adele Bianchi, promotrice dello sviluppo di

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Sanremo come città turistica. Ebbero sei figlie femmine, tre delle quali andarono spose a fratelli Marsaglia, e, con loro, il Casato si estinse. Proseguendo per Via Matteotti, dal numero 170 al 186, è PALAZZO PALLAVICINO, costruito come dimora del Marchese, nel 1877, con austera e sobria facciata, dall’architetto genovese Nicolò Bruno. Al piano terreno si trovava un fornitissimo “gabinetto di lettura”con giornali d’ogni nazione, oltre ad una sala per la conversazione ed il gioco. Non si può passare indifferenti dinanzi a: PALAZZO BOREA D’OLMO.

Nota storica Appartiene alla nobile famiglia Borea, d’antica origine bretone. Fu a Venezia dal XII secolo (Borea da “Bora”), poi ad Imola, indi a Lugo di Romagna ed a Sanremo dalla seconda metà del 1440. I Borea ebbero il titolo di Marchesi sotto i Savoia, furono poi Baroni dell’Impero francese con Napoleone I e Duchi sotto Vittorio Emanuele III (1914). L’edificio, segnalato come “la sola cosa che meritasse l’attenzione del forestiero quando i sanremesi si attendevano dal porto e dall’olivo ogni loro prosperità”, fu definito dallo storico Girolamo Rossi: ”Degno di decorare una città capitale”. Nei secoli è stato più volte ingrandito e ristrutturato, sino ad assumere l’attuale aspetto, prevalentemente barocco. Il cinquecentesco Portale di San Giovanni si apre sulla facciata occidentale del palazzo che dà su via Cavour. In marmo, con portone originale in ferro a lamine borchiate, fu, come il portale principale, disegnato da Fra Giovanni da Montorsoli, (1507-1563), in gioventù allievo prediletto ed aiutante di Michelangelo. Realizzò anche le sovrastanti statue. E’autore di capolavori quali alcune statue per la tomba di Giulio II a Roma e la fontana d’Orione e Nettuno a Messina. Il portone principale, sormontato da una Madonna con Bambino, si apre su di un sontuoso atrio “alla Genovese”, che, unico nel Ponente può reggere il confronto con i migliori esempi dei palazzi di Genova. Prima della costruzione della “Strada nuova”, si affacciava sui giardini. Nell’atrio è stata collocata la statua di Vincenzo Pasquali che era nel giardino della sua villa in Corso degli Inglesi.

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Portale di San GiovannĂŹ

Portone principale del Palazzo Borea d'Olmo.

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L'atrio alla “genovese”. A destra “Flora”, scultura di Vincenzo Pasquali. Sullo sfondo lo stemma di famiglia rappresenta il vento (“Bora” - “Borea”)

Lo scalone conduce ai piani superiori ove, oltre alle abitazioni dei proprietari, con due cappelle private, hanno sede: la “Famija Sanremasca - Arti e tradizioni”, nata per “conservare e valorizzare il patrimonio artistico, storico, linguistico e folcloristico di Sanremo e dintorni”, il Museo Civico, che ospita una sezione archeologica, una pinacoteca, una mostra didattica permanente su “L’uomo e l’origine della civiltà”, la pregevole camera nella quale dormì Pio VII, nel 1814, di ritorno a Roma reduce dalla prigionia francese, un plastico di Sanremo nel 1753, una raccolta di carte geografiche antiche della Liguria, cimeli garibaldini e l’epistolario tra Garibaldi e Caroline Phillipson, lascito Laurano, oltre a mostre temporanee. Il Palazzo ha ospitato una lunga serie di Sovrani, Principi e persone illustri, tra loro: la Regina di Spagna Elisabetta Farnese (1714), il Re di Sardegna Carlo Emanuele III con suo figlio Vittorio Amedeo (1746), il già citato Papa Pio VII, sino ad arrivare a Filippo d’Edimburgo (1948). Il cornicione del palazzo ha un perimetro di 125 metri ed un’altezza di 24 dal suolo.

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Di fronte, all’angolo con Via Volturno, all’interno di due negozi, possiamo scorgere le volte di quello che fu l’ingresso della prima, storica, sala cinematografica cittadina: il Cinema Sanremese. Nota storica Tutto iniziò con un caffè-concerto Eden Concert, inaugurato nel maggio 1906. Con l’avvento del cinema divenne The American Cinematograph e fu rilevato, dopo un anno, dal genovese Carlo Vacchino che lo trasformò nel Cinematografo Sanremese, con 270 posti a sedere. Carlo Vacchino collaborava con Stefano Pittaluga, pioniere del cinema ligure.

Davanti al Cinema Sanremese, si riconoscono, da destra: l’operatore cinematografico che era un nobile polacco decaduto, il portalettere, il proprietario Carlo Vacchino accanto alla moglie Emilia Accatino, di Campagna di Monferrato, la piccola Margherita, sorella d’Aristide che non è presente nella foto. Il personaggio con bombetta e bastone è, forse, il Procuratore del Re.

Spinto dalla vocazione per lo spettacolo, Carlo Vacchino assunse anche la gestione del Teatro Principe Amedeo che sorgeva in Piazza Borea d’Olmo. Alla fine della Prima Guerra mondiale, il miglior cinematografo era il “Sanremese”. Aveva posti di I, II e III classe e programmava i film più belli e più recenti. Esistevano in città altri due locali, che oggi definiremmo di “serie B”: uno era il Cinema Marconi, di proprietà Moraglia, ancora in legno, con entrata, vicino al Caffè Europèen, aperta sul Rigolè, l’altro il 15


cinema Regina di Via Escoffier. In tutti, ovviamente, si rappresentavano film muti, con didascalie ed immagini sottolineate dalla musica di un pianista piazzato in sala, ai piedi dello schermo. Un intraprendente gestore di sala cinematografica in Salsomaggiore, Aurelio Berardinelli, attratto dalla fama della città, decise di partire alla conquista dello spettacolo in Sanremo. I tempi sembravano favorevoli ad un fruttuoso investimento. Causa la profonda crisi dovuta alla scomparsa della ricca clientela straniera residente o villeggiante, si potevano acquistare immobili o rilevare attività a prezzo vantaggioso rispetto a Salsomaggiore che, con le sue Terme e con clientela soprattutto italiana, aveva invece già iniziato una ripresa postbellica tanto ambiziosa da intraprendere la costruzione di un nuovo, grande stabilimento le Terme di Berzieri. Al confronto di tale opera, una sala cinematografica, sia pure d’avanguardia, sembrava cosa da poco. Sulla sede del vecchio Cinema Marconi sorse un locale di sconvolgente grandiosità e modernità; il Cinema-teatro Centrale. Berardinelli affidò quindi il progetto a Guido Tirelli, Capo Ufficio Tecnico di Salsomaggiore e chiamò ad operarvi Francesco Mazzuccotelli e Galileo Chini. Del primo abbiamo già parlato: dalla sua bottega uscivano da qualche tempo i migliori ferri battuti d’Italia. Galileo Chini, 1873-1956, fu uno dei più valenti rappresentanti del Liberty italiano. Già autore, a Sanremo, del programma per l’inaugurazione del monumento a Garibaldi del suo amico Bistolfi, stava realizzando, a Salsomaggiore, le pitture delle terme di Berzieri. Il poliedrico artista toscano era, infatti, pittore (decorò i saloni della Biennale di Venezia e quelli della Reggia del Re del Siam, a Bangkok), ceramista (fondò una manifattura: l’”Arte della ceramica”, attiva a Firenze e Borgo San Lorenzo, dal 1886 al 1949), scenografo (realizzò scenografie per le opere di Sem Benelli), illustratore di libri e grafico. Le sue esperienze variavano dallo stile dei preraffaelliti ai prodotti floreali sul genere di quelli di William Morris, ad opere secessioniste, ispirate a Gustav Klimt. Non trascurava neppure le realizzazioni di tipo neorinascimentale, ed aveva tratto ispirazioni orientali dalla sua attività nel Siam. Lo stile composito ed il suo gusto per le pitture simboliche e celebrative, sono evidenti nel grande affresco circolare sulla cupola del Cinema Teatro Centrale.

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Affresco della cupola del Cinema Teatro Centrale. Putti alati introducono ci portano in un mondo fantastico, nel quale una figura femminile, allegoria di Sanremo, è portata in trionfo. Il paesaggio è popolato di ninfe, satiri, centauri, volatili policromi e bianche colombe, tra alberi mossi e piegati da venti antropomorfi che si affacciano a soffiare da una corona di nuvole. Oltre un’apologia della Settima Arte - CANTO DI LUCE, L’INESPRIMIBIL SOGNO IN VERITA’ TRADUCE -, un cielo stellato è dipinto sulla cupola che, (meraviglia!), si apre silenziosamente e meccanicamente a mostrare, negli intervalli e se non piove, il cielo vero. La spettacolare apertura forniva un salutare e benefico ricambio d’aria al pur vasto ambiente che il fumo degli spettatori ben presto saturava, salendo in fitte volute a disegnare interminabili arabeschi nel fascio di luce del proiettore.

Al Cinema-Teatro Centrale si accedeva attraversando un vasto atrio che occupava il piano terra dell’edificio, a sinistra del cortile nel quale si apre l’attuale ingresso. Scesi pochi gradini, ci si trovava di fronte l’entrata della platea, a sinistra la scala

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per raggiungere i palchi ed i due ordini di gallerie. La parte destra, affacciata sul cortile, ospitava solo le uscite di sicurezza

L’edificio che ospita il Cinema- Teatro Centrale. Ingresso, atrio e cassa furono spostati nella sede attuale, assai ridotta, nel 1928. Pietro Agosti rifece la facciata di tale lato nello stile dell’epoca; il Dèco.

Facciata con decorazioni Dèco sulla nuova entrata.

A fianco del locale cinematografico, con esso comunicante, ma con entrata e foyer separati (ed ancora ben conservati e visibili, anche se incorporati nel negozio al numero 47 di Via Matteotti), fu poi costruito il Tabarin piccolo locale ove si assisteva a spettacoli di varietà. Il nome deriva da quello di un attore comico francese, del 1600, denominato Tabar dal mantello che indossava. Dopo essere stato a lungo fuori uso e quasi dimenticato, il Tabarin è stato mirabilmente restaurato. Oggi ci mostra sinuose fanciulle in cartapesta dipinta, opera di Paolo

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Rusconi, che circondano il boccascena. Sulla parete di fronte il dipinto murale: ”Allegoria della Primavera”e, sul soffitto, ”Trionfo di Cupido”. La geometrica scansione e la simmetria delle decorazioni, mostrano un riuscito esempio del passaggio dallo stile Liberty al trionfante Déco.

Decorazioni “a piuma di pavone”.

Palco del Tabarin

“Allegoria della Primavera” e particolare.

Decorazioni in ferro battuto.

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L’insieme era grandioso. Il cinema Centrale, inaugurato nel 1924, premiato con Diploma Gran Premio, Medaglia d’Oro e Croce d’Onore al Merito Industriale alla Prima Esposizione Internazionale di Roma nel 1926, rimase, a lungo il miglior cinema-teatro di Sanremo. La fortuna imprenditoriale di Aurelio Berardinelli durò poco. Un’ispezione, rivelando gravi irregolarità contabili, procurò una fortissima multa che, unita ai non ancora ammortizzati costi di costruzione, determinò una seria difficoltà economica. Berardinelli non fu in grado di acquistare i diritti e gli impianti del cinema sonoro, che proprio allora nasceva. Gli spettatori tornarono a gremire la sala del “Sanremese” ove si proiettavano i primi film musicali, lasciando desolatamente vuoto il grande cinema Centrale, con i suoi ormai tristi spettacoli muti. Berardinelli evitò la bancarotta solo vendendo la sua creatura al trionfante rivale, il grande Aristide Vacchino, il quale, nel secondo dopoguerra, fece sorgere poco distante, ove un tempo era un gran gioco delle bocce, il Complesso Ariston, recentemente arricchito di nuove sale polivalenti. Dal 1974 ospita la Rassegna Tenco della Canzone d’Autore e, dal 1977, il Festival di Sanremo. I figli di Aristide Vacchino, Carla e Walter possiedono, conservano e gestiscono splendidamente il “Centrale” che, unito al grandioso complesso “Ariston”, contribuisce a formare le regioni di un impero al servizio dello spettacolo.

L’entrata del complesso “Ariston”

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Percorsa la stradina di fianco al Palazzo Borea, ne ammiriamo le ali ed il retro che resistettero, pur con gravi sofferenze, al bombardamento che, nel 1944, danneggiò irrimediabilmente il teatro che sorgeva nella Piazza Borea d’Olmo, la quale, a lungo usata come un parcheggio, dopo la chiusura al traffico di Via Matteotti, attende una definitiva destinazione. Nota storica Nell’attuale Piazza, dal 1875 al 1944, era il Teatro Principe Amedeo.

Facciata del Teatro Principe Amedeo.Ai lati il Principe e la consorte, Maria Vittoria.

Interno del Teatro Principe Amedeo addobbato per una festa danzante.

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Costruito dal genovese Giacomo Grasso su di un’area che era orto di limoni e ulivi dei Marchesi Borea, fu inaugurato il 9 dicembre 1875 con “Un ballo in maschera”. La facciata corrispondeva all’attuale ingresso della piazza. Sede della vita artistica e culturale cittadina, fu demolito causa danni riportati per l’esplosione di siluri nascosti nell’ex Mercato dei fiori e non più ricostruito. Essendo però evidente destino della zona ospitare grandi locali di spettacolo, a breve distanza nascerà il Complesso Ariston. Il Principe Amedeo, Duca d’Aosta, cui era dedicato il teatro era il terzogenito di Vittorio Emanuele II. Chiamato dalle Cortes sul trono di Spagna, regnò assai nobilmente, ma per breve periodo, e, dopo aver abdicato, soggiornò per alcuni inverni a Sanremo, per curare la malferma salute della consorte, Maria Vittoria del Pozzo della Cisterna, che morirà a Villa Dufour, nel 1876. Il fratello primogenito Umberto, succeduto al padre come Re Umberto I, sposò la cugina Margherita di Savoia. Detto “il Re buono”, protagonista, forse suo malgrado della drammatica repressione dei moti popolari in Milano del 1898, fu ucciso, a Monza, nel 1900, dall’anarchico Bresci. I due Principi, Umberto ed Amedeo, in giovane età, nel 1857, erano stati per due giorni a Sanremo, ospiti, neanche a dirlo, dell’Hotel de la Palme, l’unico che ci fosse. L’avvenimento, di per sé insignificante, originò, quasi cinquant’anni dopo, nel 1902, una curiosa diatriba. La Federazione Operaia Sanremese, benemerita associazione, della quale Garibaldi era stato Presidente Onorario, decise di festeggiare il cinquantesimo anniversario della fondazione con una targa che ricordasse quel lontano e non certo memorabile soggiorno. Fu, dal professor Angelo Nota, redatta un’epigrafe dai toni così smaccatamente elogiativi, che il Sindaco socialista Augusto Mombello ne vietò l’apposizione. La Federazione ricorse al Sottoprefetto il quale, dopo paziente opera di mediazione, ottenne il permesso per la lapide, ma non la riappacificazione dei contendenti che continuarono il duello, per altri motivi e con diversi mezzi, giungendo sino alle aule dei tribunali. La lapide è visibile sulla facciata di fronte al numero 189 di Via Matteotti, poco prima di Piazza Colombo. La lapide di fronte al civico 189 di Via Matteotti.

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Giunti in Piazza Colombo, percorriamo il loggiato del Palazzo Minoia, che doveva essere il primo e rimase l’unico dell’epoca ad avere i portici, ovunque segno caratteristico della dominazione Sabauda, sino a raggiungere la curva facciata di una banca. Ricordiamone la genesi. L’ingegner Sghirla, sanremese, appassionato di spettacoli che aveva costruito in Via Gioberti un teatro per gran parte di legno, quasi subito distrutto da un incendio, iniziò allora a costruirne uno tutto in muratura, dedicato a Giuseppe Verdi. Non fu mai inaugurato, per l’improvvisa dipartita proprietario. E’ l’edificio che vediamo affacciarsi su Piazza Colombo a dividere Via San Francesco da Via Vanessa. Ospito a lungo la centrale del latte.

Doveva divenire il Teatro Verdi.

Percorrendo Via Canessa, a sinistra vediamo le gradevoli facciate delle case che il geometra Giovanni Malgarini, edificò nel 1906, per conto di Giovanni Canessa. A noi interessa giungere alla CASA CANESSA NUMERO QUATTRO, posta all’estremità, per ammirarne la decorazione Liberty.

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Casa Canessa al numero quattro.

Girando a sinistra all’incrocio successivo, vediamo di scorcio e poi andiamo ad ammirare per intero, la CASA PARIGINA.

La “Casa Parigina”particolare della facciata.

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Siamo nel Rondò Volta, in dialetto “Rondurin”. Guardandoci intorno vediamo: -Palazzo ottocentesco in stile eclettico -Casa Parigina in Stile Liberty -Palazzo in Stile Razionalista di epoca fascista -Palazzo in vetro e metallo degli Anni Settanta -Palazzi, brutti e senza stile, degli Anni Cinquanta -Case Medievali della Pigna in alto. Nel Rondò Volta sbocca Via Giovanni Marsaglia la quale, a monte, oltre l’incrocio, continua come Via Zeffiro Massa; noi proseguiamo verso levante, per Via Volta, a metà della quale svetta il PALAZZO DELLE SCUOLE ELEMENTARI, ultima opera di Pietro Agosti, progettata nel 1928 e lasciata incompiuta. Terminò il Palazzo, nel 1935, Giovenale Gastaldi junior. Sul frontone il bassorilievo “Libro e Moschetto”, opera di Vincenzo Pasquali. Stemmi più piccoli, ripetuti in maniera seriale lungo la facciata sono quasi tutti gravemente danneggiati.

Bassorilievo, “Libro e Moschetto”, sul frontone del palazzo delle Scuole Elementari

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Prima di giungere al Rondò Garibaldi, vediamo, a sinistra, eseguite nel 1907 dall’architetto Riccardo Winter, le CASE FORMAGGINI. Vi si trovavano abitazioni e laboratori degli scultori Formaggini. Il più noto fu Enrico, autore, tra l’altro, di numerose opere nel Cimitero Monumentale della Foce e dell’altare della Chiesa degli Angeli. I balconi hanno parapetti traforati, fregi bianchi e blu, Le villette più basse che si affacciano sul Rondò, CASE KHANEMANN hanno decorazioni floreali e nei giardinetti si trovano piante tropicali, compresi banani con frutti che giungono a maturazione. L’edificio policromo di là dalla strada, con finestre “à trompe l’oeil”, era un tempo l’Hotel d’Angleterre, elogiato da Giovanni Ruffini. Si riuscisse ad astrarsi dal traffico incessante e dall’incombere dei palazzi circostanti, si potrebbe, per un momento, rivedere un tranquillo angolo borghese della periferia di Sanremo ai tempi del Liberty. Non a caso, forse, è stato battezzato Hotel Liberty l’adiacente, piccolo Hotel.

Case Formaggini e Case Khanemann

Hotel Liberty

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Percorso B  
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