Libia-Egitto

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Tunisia Libia Egitto (disordinato racconto di un viaggio)

di Silvana - Tiziano - Christine - Aldo



Tunisia Libia Egitto (disordinato racconto di un viaggio)



Dedicato ad Angelika il cui ricordo vivrĂ sempre con noi.



A volte la memoria gioca brutti scherzi, quando meno te lo aspetti ti sorprende facendo riaffiorare all’improvviso un ricordo che credevi svanito, un volto o un luogo che pensavi dimenticato, ti assale una struggente nostalgia e un senso di inquietudine che non sai bene come definire. Sono trascorsi solo pochi mesi dal rientro dall’ultimo viaggio, le Americhe sono ormai lontane migliaia di chilometri, ma il rimpianto dei grandi spazi aperti, di quei cieli inconfondibili è spesso presente, condiziona, fa apparire la vita quotidiana come un libro senza trama. Il continuo susseguirsi di notizie sempre peggiori da ogni parte del mondo certo non aiuta a ritrovare equilibrio e serenità, neppure la casa è luogo sicuro ove rifugiarsi, tutto annoia e sembra scontato. Non vi sono alternative, non resta che riprendere il cammino interrotto, così concordiamo con alcuni amici un nuovo itinerario di viaggio, il tempo si riempie come per magia, fervono i preparativi, acquisti, manutenzioni, documenti, tutto dovrà essere pronto al più presto. Come sempre sarà solo un lento procedere senza fretta, senza tempi certi, concedendoci il lusso di riflettere, di assimilare, per gustare un’altra volta spazi incontaminati, culture diverse e infine incontrare l’altra parte di noi.



VERSO LA LIBIA Un freddo cielo grigio illumina un mare dai riflessi perlacei, il moderno traghetto viaggia veloce verso la nostra destinazione, Tunisi: da qui inizieremo il percorso che ci porterà in Libia ed Egitto. Affacciati al parapetto guardiamo questo mare che ribolle sferzato dal vento, tentiamo invano di immaginare la quiete che ci attenderà nel deserto. Alcuni di noi già ben lo conoscono, per altri è la prima esperienza, ma tutti pensano a queste terre lontane, alle sue sabbie, a quei popoli geograficamente così vicini a noi e nello stesso tempo tanto lontani per cultura, usi e religione. Siamo impazienti di arrivare, il tempo scorre sul filo dei nostri pensieri, l’inverno lasciato alle spalle, gli amici ormai lontani, quel bisogno di ritrovarsi con se stessi. Tunisi è già in vista, l’altoparlante invita a raggiungere le auto nel garage, pochi minuti e siamo alla dogana. Veloci le formalità burocratiche, senza troppi controlli passiamo il cancello ed entriamo in Tunisia, è notte, un parcheggio nelle vicinanze ci accoglie. Dobbiamo attendere alcuni giorni prima di ottenere i visti per la Libia e ne approfittiamo per conoscere un poco questa terra che ora ci ospita. Lasciata Tunisi viaggiamo lungo una stretta fascia costiera dove coltivazioni di olivi si alternano a filari di fichi d’India, terreni sassosi e desolatamente aridi. A lato della strada mandorli e peschi in fiore. Solo ora realizziamo che abbiamo veramente lasciato il freddo inverno di casa nostra, comprendiamo che abbiamo nuovamente tagliato il cordone ombelicale che ci lega alla vecchia Europa e siamo effettivamente in viaggio. Scordate le fatiche della preparazione dei mezzi, le tante ore trascorse al freddo imprecando contro le avverse condizioni atmosferiche, qui è già primavera e ne siamo felici. Piccoli paesi sparsi in questa terra assetata, donne come sempre nei paesi musulmani avvolte in informi e variopinti vestiti, capo rigidamente coperto, uomini intabarrati in caftani dai bizzarri cappucci, i più pregiati in pelo di cammello. Ogni villaggio con la propria moschea, il proprio slanciato minareto da cui cinque volte al giorno i fedeli vengono chiamati alla preghiera. Arriviamo a Ksar Ghilane, antica piccola oasi di acqua calda sulfurea, un tempo tappa obbligata di carovane di cammelli, oggi desolatamente solo piscina per turisti. Tunisia - minareto

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Da qui iniziano le propaggini del deserto dell’Erg, dune alte poco più di un metro e mezzo che sembrano perdersi all’infinito, piccole creste dorate come onde di un mare di sabbia, una immensità difficile da attraversare. Dromedari dalle zampe impastoiate in attesa dei soliti gitanti: finiti per sempre i tempi delle grandi carovane, delle sete preziose, del sale e delle spezie, di tutto questo rimangono solo le pagine ingiallite di vecchi racconti di viaggio. Dalla sommità delle piccole alture scorrono innumerevoli ruscelli di arena sospinti da una lieve brezza, un rivolo che come sabbia di antica clessidra misura un tempo senza fine. Il vento modella strane concrezioni di sabTunisia - Ksar Ghilane bia più dura dalle forme bizzarre, noi camminiamo a fatica guardando l’orizzonte lontano, neri e lucidi scarabei incuranti di tutto tracciano disegni geometrici con le loro esili zampette. E’ ora di rimettersi in movimento, il confine della Libia non è molto distante, contiamo di raggiungerlo già domani mattina.

Tunisia - Matmata casa sotterranea

Tunisia - Matmata casa sotterranea

In prossimità di Matmata ci fermiamo per visitare un’antica casa sotterranea, in cui un sistema di gallerie conduce alle varie camere scavate nella terra. Un grande pozzo circolare assicura aria fresca ai vari ambienti anche nelle più torride estati; come sempre, sin dall’antichità, l’uomo è riuscito a inventare valide soluzioni per svilupparsi in territori altrimenti ostili. Ripreso il percorso è già ora di una sosta per il pranzo: ne approfittiamo per telefonare ai nostri amici libici e concordare il nostro ingresso nel loro paese. Ci attende una cocente delusione. Veniamo informati che l’agenzia incaricata di curare il rilascio dei visti, senza un ordine ministeriale, si rifiuta di farci passare e la legge impone l’ausilio di una guida dai costi proibitivi. 10


Nuovo appuntamento telefonico il pomeriggio successivo, gli amici libici ci assicurano che si attiveranno per farci ottenere i permessi necessari. Rinfrancati ripartiamo. Siamo ormai vicini a Jerba, la famosa isola delle vacanze di tanti ospiti europei, un traghetto ci imbarca e in quindici minuti, su un mare calmo come olio, approdiamo su di essa. Qui la maggior parte delle strutture sono alberghi, club vacanze, campi di equitazione o da golf. Il mercato ha ormai perso il suo stile tradizionale, ovunque abiti, magliette, telefonini, gioielli e spezie a solo uso dei tanti vacanzieri di passaggio, la globalizzazione come sempre ha snaturato le differenze in nome del profitto. Un comodo parcheggio ci offre ospitalità per la notte, lunghe ore di attesa per conoscere la sorte del nostro viaggio, infine arriva l’ora concordata e squilla il telefono. Attimi di smarrimento: ci viene comunicato che il tanto agognato permesso non ci verrà concesso, il giorno dopo è venerdì (festa per i musulmani) tutto è chiuso, quindi solo sabato pomeriggio sapremo se almeno potremo entrare come tutti gli altri visitatori con tempo limitato, scortati e a costi non proprio popolari. Febbrile ricerca di carte geografiche, consultazione di guide turistiche nel tentativo di trovare altre destinazioni possibili, non è facile, tutti i paesi confinanti necessitano di visti che devono essere richiesti con molto anticipo. C’è chi suggerisce di prendere un traghetto per Marsiglia, destinazione Africa occidentale, chi opta per Ia Turchia e quindi verso oriente, chi più sconsolato di altri suggerisce un soggiorno di quattro mesi tra Rosolina Mare, Gatteo Mare e Gabicce Mare. Dopo frenetiche consultazioni decidiamo che non ci resta altra alternativa che lasciarci taglieggiare: entreremo in Libia anche se solo per pochi giorni, altro che i tre mesi preventivati alla partenza. Per ora resteremo fermi in questo parcheggio sino a quando il cellulare non squillerà per darci la notizia della nostra parziale sconfitta. I giorni trascorrono mestamente nell’attesa dei documenti necessari, alla fine concordiamo per un itinerario ridotto al minimo e purtroppo sempre accompagnati, ci dobbiamo accontentare, ma ci sembra già una vittoria, domani varcheremo il confine, Inshallah.

Tunisia - mercato per turisti di Jerba

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LIBIA Sotto una tettoia, lentamente, molto lentamente, sfilano tre colonne di auto, è la frontiera tunisina, arriva il nostro turno, il solito rituale di timbri e siamo nella terra di nessuno. Il nostro accompagnatore è in ritardo, la polizia libica ci invita a parcheggiare e non ci resta altro che attendere. Dopo due ore arrivano gli incaricati dell’agenzia turistica, solo allora ci vistano i passaporti, ci consegnano le targhe libiche che, con fascette e filo di ferro, sistemiamo alla meglio sopra le originali. Siamo pronti, Tripoli dista 170 chilometri. Traffico caotico, le auto ci superano da ogni parte, le ore trascorrono cercando di non perdere di vista la macchina che ci fa da battistrada, lavori in corso, asfalto in precarie condizioni, siamo un po’ perplessi, ma non abbiamo troppo tempo per pensare, tutta l’attenzione concentrata nella guida dell’auto. Arriviamo a casa di Abdul, un amico libico, ricca residenza che denuncia un benessere non riservato a tutti. Ci vengono presentate le figlie e la moglie, cosa non proprio usuale nei paesi musulmani, poi servito un delizioso tè alla menta con pasticcini, infine concordato il programma per i prossimi giorni. La medina di Tripoli ha un fascino antico con i suoi colori e odori, le sue viuzze, i tanti negozi di oreficeria, i vicoli riservati agli artigiani che ancora battono a mano rami e ottoni, il mercato del pesce, i banchi di spezie colorate e profumate tutte allineate in bell’ordine, attrattiva di ogni bazar arabo. Donne a capo coperto, alcune con il viso velato, altre più sbarazzine guidano grosse automobili giapponesi o americane, qualche giovane stuLibia - medina di Tripoli dentessa a testa scoperta forse simbolo di un lento processo di modernizzazione. Sui tetti le molte antenne satellitari portano nelle case mondi e culture differenti. Concordiamo con l’agenzia incaricata il nostro percorso che per i prossimi 20 giorni ci 12


condurrà tra deserti e dune. Il tempo per rifornirci di carburante, acqua e viveri, poi un’ottima cena a base di un prelibato piatto locale, il bourdim, agnello cotto su braci dentro un bidone interrato, senza sale o condimenti, una vera leccornia. Lasciamo Tripoli, una giornata di viaggio e siamo alle porte del deserto, un poco di sabbia ai bordi della strada, qualche piccola duna all’orizzonte, quasi un auspicio di quello che ci attende. Nel campeggio dove trascorreremo la notte facciamo la conoscenza con Sherif la nostra guida Tuareg che, con il poliziotto che ci accompagna, ci guiderà per tutto il tempo che resteremo in Libia. La mattina ripartiamo, il pick-up della guida apre la fila, deviamo dall’asfaltata ed è già ora di fermarci, sgonfiamo i pneumatici e inizia la pista per il lago Gebraoun, una sconfinata distesa di sabbia ci attenLibia - inizio pista nel deserto de, nemmeno il tempo di capire dove siamo che già i motori urlano, c’è da superare la prima asperità. Immediatamente uno dei mezzi è in difficoltà, avanti e… nulla da fare, retromarcia, riprendere velocità e su nuovamente, a fatica uno alla volta alla fine riusciamo a passare, il primo ostacolo è superato. I nostri mezzi procedono con difficoltà su questo terreno morbido, troppo morbido, a volte dobbiamo fermarci, spalare e quindi con apprensione ripartire. Un’erta più ripida e siamo nuovamente fermi; dopo svariati tentativi interviene l’accompagnatore con un ordine perentorio, diminuire ancora di più la pressione ai pneumatici. Sembra impossibile, ma l’ostacolo che sembrava insormontabile è già alle nostre spalle. Iniziamo a prendere confidenza con la guida su questo tracciato e allora abLibia - deserto biamo anche il tempo di apprezzare il paesaggio che ci circonda. Al nostro fianco alte dune come muraglie difensive splendono nel sole, la sabbia tratteggia delicati merletti ed è forse da questi disegni che gli abili artigiani arabi hanno trovato ispirazione per le loro opere. Siamo quasi arrivati alla nostra destinazione odierna, resta un solo difficile passaggio da effettuare, la nostra guida spinge il fuoristrada a tutto gas per risalire una duna, una bru13


sca sterzata per effettuare una esse sulla cresta e poi giù a capofitto. La seconda vettura la segue, è un attimo, di lato la sabbia cede e la Toyota si trova immobilizzata in precario equilibrio su un fianco, la posizione peggiore per le nostre auto. Tutti accorrono, l’autista pallido in volto, attaccato al volante, un sola chiappa sul sedile tanta è l’inclinazione, tenta una tiLibia - un difficile passaggio

mida retromarcia, l’auto si inclina ancora più pericolosamente a valle. Subito uno di noi si arrampica sul predellino per cercare di bilanciarne il peso; Sherif, con tutta la sua esperienza e pacati gesti delle mani indica dove spalare. Tutto inutile: la ruota anteriore a monte rischiosamente tenta di sollevarsi sempre più, giungono i soccorsi, quattro uomini scendono da un’auto della polizia sopraggiunta nel frattempo. I più pesanti a grappolo all’esterno a fare

Libia - un difficile passaggio

da contrappeso togliendo all’autista anche quel poco di visibilità che gli specchietti gli permettevano, altri scavano, danno ordini nervosi, spesso contrastanti. Solo Sherif è calmo, controlla con attenzione la diagonale e sentenzia: «Tranquilli, non si rovescia». Noi saremo anche calmi, ma certo non lo è l’autista nella sua scomoda posizione, frastornato da ordini incomprensibili, il collo allungato come giraffa nel vano tentativo di vedere oltre la china, pensa alla sua liquidazione che miseramente rischia di rotolare Libia - oasi salmastra sul lato scosceso della duna. Con timore affronta un’ultima retromarcia e infine, miracolosamente come ci era stato predetto, la Toyota fa il suo dovere e docile scende il declivio togliendosi dall’incomoda posizione. Attimi di vera felicità, non sappiamo chi ringraziare: la guida, i contrappesi o la nostra 14


buona stella. Rade palme all’orizzonte, raggiungiamo Gebraoun laghetto salmastro, lungo le sue rive un piccolo mercatino di souvenir per turisti gestito da Tuareg che hanno abbandonato il nomadismo tradizionale. A sera in posizione sopraelevata poniamo il campo per la notte, anche Sherif si prepara, srotola un tappeto che sarà la sua casa, a fianco un piccolo fuoco, una teiera fumante, un pane cotto su braci sotto la sabbia, una vita semplice scandita da gesti misurati. Ha abbandonato il cammello e le carovane per una Toyota, ma conserva tutta l’esperienza di un sapere antico, l’arte di economizzare ogni cosa, di vivere di nulla, di arrangiarsi in ogni situazione, di conoscere il terreno, ogni ombra o anfratto. La mattina ripartiamo, tracce di altri fuoriLibia - campo notturno strada sulla pista, disegni di cielo e sabbie sempre diversi, è quasi sera quando, in prossimità del lago Umm al-Maa, poniamo il campo per la notte.

Libia - distese dorate

Banchetti di oggettini per stranieri, un venditore si avvicina, vestito tradizionale, turbante, stiamo per utilizzare la solita scusa per il nostro non interesse al suo commercio quando, in un francese perfetto chiede: «Potreste scattarmi una fotografia? Poi me la inviate tramite mail?». Restiamo stupefatti, questo popolo è passato dal cammello a internet in un giorno. Acconsentiamo alla richiesta, terminati gli scatti ci obbliga a passare dal suo banchetto, 15


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non vuole venderci nulla, solo regalarci un oggettino in ricordo dell’incontro, cortesie che nella nostra civile Europa sono scordate. Raggi radenti di un sole al tramonto, una luce calda che tutto avvolge in questa quiete infinita, si ode solo il mormorio del vento, noi ci sentiamo piccoli di fronte alla vastità di questo oceano di sabbie. Sherif sta già arrotolando il suo tappeto, il sole ancora basso sull’orizzonte illumina un’altra alba rosata senza nuvole. Ripartiamo, una breve salita e dinanzi a noi si schiude una distesa di sabbia luccicante racchiusa da una ininterrotta catena di dune. I pneumatici imprimono tracce chiare e definite su questa superficie intatta, viaggiamo veloci, a volte si sbanda sul morbido terreno lasciando sinuosi disegni. Siamo ammirati da questa meraviglia del creato e forse intuiamo perché nonostante le tante difficoltà i Tuareg, tenacemente, vivano questa immensità come la loro casa. Abbiamo raggiunto il limite di questa piana e dobbiamo misurarci con pendenze che ci appaiono proibitive. Il primo pick-up rallenta e l’autista ci fa segno di attendere, rapido riparte alla ricerca della miglior via. E’ già di ritorno, con istinto sicuro frutto di tutta una vita spesa in queste terre, l’ha individuata. Lo seguiamo in fila indiana, i motori rombano per lo sforzo e si ode forte lo sfrigolio della sabbia sotto le ruote. Al di là di una salita, un’altra distesa ambrata, una pianura lucente, ci sentiamo soli con noi stessi e finalmente in pace.

Libia - carovana dromedari

Libia - carovana dromedari

Sono già trascorse due ore, in lontananza intravediamo il nero, moderno nastro di asfalto, ci sembra di essere stati derubati di qualche cosa che era nostro, solo nostro. Puntiamo verso la strada, ma prima di raggiungerla si materializza come per incanto una piccola carovana di dromedari, quasi un ultimo saluto di questa vastità che si è impadronita di noi. Vana ricerca di un distributore di gasolio, tutti sono esauriti, siamo costretti a raggiungere Ghat 120 chilometri più a sud. 20


Una delle auto è in riserva da tempo e nel buio incombente della sera si ferma sul ciglio della strada, anche l’ultima goccia è terminata. Il gruppetto rimanente procede e infine si arresta al distributore accodandosi ad altri, mentre Sherif ritorna dal malcapitato con una tanica frettolosamente riempita. Quando ci si mette la sfortuna... E’ appena iniziato il nostro rifornimento che già si ferma, il gasolio è terminato, dovremo rimanere qui a dormire in attesa del carburante. Nel primo pomeriggio tutto è risolto e siamo nuovamente in marcia su un terreno accidentato sino alle soglie di un altro deserto, il Wadi Maggedet. Libia - rifornimento carburante a Ghat Pinnacoli di rocce brune e nere si elevano da sabbie ocra e rossastre, antichi massi erosi dal vento, forme particolari accentuate dall’ultimo sole che li modella con le sue lunghe ombre.

Libia - deserto Wadi Meggedet

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Libia - deserto Wadi Meggedet

A essi la nostra immaginazione attribuisce significati conosciuti, il cammello, il vecchio, la sfinge, il cane. Potremmo continuare a lungo, ma questi nomi di fantasia non hanno significato, l’unica cosa che conta è la bellezza austera e selvaggia che ci circonda. Ci concediamo il lusso di due notti in questo luogo fiabesco, ammiriamo il fuggevole mutare della luce nelle varie ore del giorno che mostra particolari diversi, poi come sempre nella vita bisogna andare avanti. Una differente via il ritorno, a margine piccole montagne di sabbia, rada vegetazione, giungiamo all’asfaltata ed è il momento di rigonfiare le gomme. Sopraggiunge inaspettata un’altra Toyota, l’autista parla brevemente con Sherif il quale ci comunica che da questo momento dobbiamo cambiare l’accompagnatore, lui deve immediatamente rientrare a casa per gravi motivi familiari. Ne siamo contrariati, si era creata una certa simpatia e rispetto reciproco, il nuovo venuto già a prima vista non piace, non ha il comportamento carismatico di chi l’ha preceduto, ma sarà lui a guidarci nelle distese sabbiose del Jebel Acacus che ci accingiamo a visitare. Acacus, nome mitico di un deserto di sabbia e rocce, un tempo percorso solo da pochi esploratori, vi sono racchiusi veri capolavori di arte rupestre risalenti sino a diecimila anni a.C. Oggi è diventata una meta di moda del turismo Libia - Acacus di massa, la pista più interessante, quella che si addentra partendo da Ghat, è stata vietata dalle autorità, ne resta una più scialba e meno pregnante, ma anche noi, nostro malgrado, ci dobbiamo adeguare. Appena imboccato il percorso comprendiamo che i nostri timori erano fondati, al primo rallentamento colui che doveva farci da apripista non se ne cura e così dobbiamo faticare non poco per scoprire la direzione che ha preso. Arriviamo al primo sito archeologico, sui massi artisti ignoti hanno disegnato scene di 23


caccia a gazzelle, elefanti, bufali. Mentre le ammiriamo confrontiamo l’aridità attuale con l’abbondanza di quei tempi, la vegetazione doveva essere lussureggiante per permettere la vita di una fauna tipica australe dell’Africa attuale. Pochi chilometri e un maestoso arco di roccia sorretto da tre colonne si erge davanti a noi, a lato è schierata una fila di dieci fuoristrada, tutti identici e con il proprio numerino rosso in bella evidenza, Libia - Acacus graffiti rupestri uno, due, tre, quattro… sembrano auto da corsa pronte per una gara. Tutto intorno una turba di turisti all’arrembaggio, purtroppo ci duole dirlo nostri connazionali, rumorosi come sempre. Ogni visitatore curioso passa sotto l’arco per l’immancabile fotografia ricordo, è tutto un vociare e uno schiamazzare continuo. Restiamo un po’ interdetti e attendiamo. Come ogni tour ben organizzato i tempi sono rigidi e vengono rispettati, così poco dopo tutto il gruppo si accalca per salire sul proprio bolide sponsorizzato, colorato e numerato. Un ultimo strombazzare di clacson a sollecitare i ritardatari, uno stridio di gomme e se ne vanLibia - Acacus auto turisti no in una nuvola di polvere. Il ritorno della quiete ci permette di ammirare questa piccola meraviglia naturale con la tranquillità che si merita. La roccia friabile di questo deserto, corrosa per secoli da forti venti, si presta a essere modellata in mille forme diverse, così a poca distanza dal primo un altro grande arco, forse anche più maestoso, fa bella mostra di sé. Proseguiamo, un’arida pianura di sassi, paesaggio monotono e deludente, ore di guida prima di una sosta per la notte. Gli ultimi chilometri sono penosi: dure, appuntite pietre mettono in difficoltà gli autisti e le sospensioni dei mezzi. Quando ci arrestiamo nel parcheggio di Methkandoush siamo soddisfatti di poterci fermare, da qui si Libia - arco naturale 24


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snoda un percorso a piedi che conduce a grandi massi incisi in epoca preistorica. Questo luogo è considerato, a ragione, uno dei più importanti al mondo per l’arte rupestre. Grandi graffiti di animali, giraffe dal lungo collo, coccodrilli, elefanti, sono incisi sulle rocce circostanti, il più artistico ed importante è senza dubbio quello raffigurante due gatti rampanti, notevole per gusto e proporzioni. La notte è sferzata da un freddo vento che fa risaltare le costellazioni come infinite briciole luccicanti. La mattina riprendiamo il nostro itinerario, usciamo dal deserto e ritroviamo il nastro di asfalto, tutto torna a essere uniforme e ordinario. Abbiamo il tempo per riflettere su questo paese che ha bellezze paesaggistiche notevoli, antiche vestigia, ma tutto intorno il nulla. Grandi e costosissime macchine per movimento terra sono spesso parcheggiate a lato Libia - Methkandoush graffiti strada, quasi sempre tristemente senza guidatori, importanti opere iniziate e stranamente ferme, strade necessariamente costruite su sabbia instabile, ma mediamente in cattive o pessime condizioni, lavori in corso, grandi attrezzature senza vita. All’entrata dei paesi lunghi tratti di lampioni sempre accesi che illuminano il vuoto, case anche nuove o grandi quartieri ancora in costruzione di grigi mattoni di cemento. Ci rendiamo conto che quello che più manca è il colore, quello degli intonaci, dei vestiti, delle cose che ci circondano. Anche il sorriso della popolazione è quasi assente, poi come in quasi tutti i paesi musulmani manca la grazia e il fascino della componente femminile che anima le vie, fatta doverosa eccezione per la gioia dei bambini, il loro timido saluto dal ciglio della strada resterà un ricordo indimenticabile. A margine di questi nastri di asfalto a onde e buche, vuote carcasse di auto, solo la carrozzeria è rimasta, contorte lamiere dimenticate. Molto spesso incontriamo posti di blocco della polizia, allora è passaggio di autorizzazioni tra la nostra guida e le autorità, parvenza di efficace controllo, in realtà solo burocrazia, documenti che mai verranno utilizzati per inserire dati in un computer, solo tristemente destinati a diventare polverosi su scafali di archivi dimenticati. L’insieme ci appare come il tipico mondo di tutte le nazioni autoritarie, grandi progetti 26


spesso inutili e dire che la Libia è ricchissima, praticamente adagiata su un grande barile di petrolio e gas naturale, una ricchezza spesa spesso in faraonici progetti che non sempre portano benessere e vera felicità alla popolazione. Avevamo letto che i primi 50 chilometri della pista per il vulcano Waw al-Namus erano un inferno di sabbia. Quando ci arriviamo chi ci accompagna imbocca deciso una pista e subito siamo in difficoltà: già alla prima duna dobbiamo sgonfiare le gomme a uno dei mezzi, gli altri se pur a fatica riescono a passare. Due, tre chilometri e il fondo si indurisce, procediamo spediti e ci chiediamo chi sia l’autore del libro che illustra le piste della Libia. A volte qualche distesa di sabbia rallenta l’andatura e allora si solleva una nube impalpabile, ma ostinata che impedisce la visibilità e temiamo di poter tamponare chi ci precede. In lontananza appaiono, per poi subito dissolversi, laghi tremolanti, è la fata morgana che cerca d’ingannarci, miraggi così reali da apparire autentici. Libia - pista per vulcano Waw al-Namus L’auto di testa si ferma, l’autista chiede: «Per favore in quale direzione devo andare?». Non ci resta che prestargli uno dei ricevitori GPS, ripartiamo, intanto le ombre della sera iniziano ad allungarsi e noi distiamo ancora molti chilometri dal nostro luogo di arrivo. Procediamo tra sobbalzi e salti, la via scelta diventa sempre più impraticabile. Sconsolati, un occhio all’orologio, l’altro fisso davanti a noi iniziamo a chiederci se il nostro accompagnatore sappia dove andare. Rimpiangiamo il nostro Sherif, sempre attento a individuare il miglior percorso, chi l’ha sostituito non ha le stesse capacità e inoltre accusa malesseri da almeno due giorni. A mattina ci rendiamo conto che è impossibile procedere, davanti a noi un passaggio impraticabile, non ci resta che andare in esplorazione a piedi faticando e sudando. Individuiamo un percorso possibile, accendiamo i motori e attendiamo il via del battistrada, ma la sua auto non ne vuole sapere di avviarsi. Senza scomporsi il conduttore ci fa intendere che deve riparare il motorino di avviamento, in meno che non si dica è smontato, pezzi sparsi su un sasso piatto in mezzo alla sabbia, un poco di benzina per ripulirlo, poi è lotta aperta con i carboncini che non vogliono saperne di Libia - problemi di manutenzione rientrare nei loro alloggiamenti. Quando un 27


pezzo cade nella sabbia, con calma imperturbabile lo soffia con la bocca, lo strofina con il solito straccio imbevuto di benzina, lo ricolloca al suo posto. Incredibile, ma vero, la riparazione riesce e riprendiamo il nostro calvario.

Libia - riparazione di emergenza

Libia - riparazione di emergenza

Sassi, pietre e massi, poi una lieve traccia nella polvere, la seguiamo e lentamente raggiungiamo una tenue pista che alla fine ci conduce a incrociare quella ben segnata che avremmo dovuto imboccare fin dall’inizio. Un sospiro di contentezza da parte di tutti, siamo incerti se essere più sollevati per il pericolo scampato o infuriati con il nostro accompagnatore che ci ha fatto perdere quasi un giorno e rischiare l’integrità dei mezzi. Procediamo veloci, una nuvola di polvere segna il nostro passaggio, a lato della pista, come fari in mare, vecchi copertoni e mucchietti di sassi per indicare la giusta direzione. Le sabbie bianche, ocra e rosse lasciano il posto a quelle nere, indice certo che il vulcano non è molto distante. Un’ultima salita, il terreno è molle e tutti si arenano, mancano pochi metri, li superiamo di slancio a piedi e restiamo senza parole. Siamo sul bordo di un grande e nero cratere, sotto di noi, adagiati al suo interno tre piccoli laghetti scintillanti come gemme e circondati da qualche palma, dune plasmate dal vento, grigie o nere punteggiate da piccole onde di sabbia rilucente, un incanto. Ci fermiamo travolti da tanta bellezza, le macchine fotografiche tentano inutilmente di riprodurre quanto solo Libia - vulcano Waw al-Namus gli occhi sono in grado di vedere. 28


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Più che a un cratere assomiglia a una grande depressione, dolci crinali scendono sino al suo centro, le antiche eruzioni espulsero solo ceneri e lapilli, manca completamente la ruvida, dura lava rappresa, il terreno è soffice, diverso da ogni altro vulcano precedentemente visitato.

Libia - vulcano Waw al-Namus

Il periplo della grande bocca è di circa sette chilometri interamente percorribili con le nostre auto, così ci riavviamo, non si contano le fermate per ammirarlo. La notte la trascorriamo sull’orlo del cratere costantemente sferzato da un forte vento, ma che importa, domani mattina saremo ancora qui e la calda luce dell’alba illuminerà questa meraviglia. I più volenterosi ai primi chiarori sono già in movimento, scendono a piedi il declivio, si aggirano tra queste sabbie dalle colorazioni variegate mentre il vento fa scorrere la sabbia disegnando continuamente nuovi scenari. Quando ripartiamo abbiamo dimenticato le fatiche, le ansie dell’arrivare: lo spettacolo che abbiamo vissuto ci ha compensato di tutto. E’ tempo di rifornirci di carburante, ci inoltriamo nuovamente nel deserto per raggiungere la più vicina stazione di sevizio, corriamo veloci su una pista compatta, è già quasi sera quando gli ultimi raggi illuminano la distesa, ci fermiamo, un’altra opportunità di ammirare un cielo splendente di mille tremolanti bagliori. Al risveglio comprendiamo che qualche cosa è cambiata, siamo avvolti da una luce giallognola che confonde tutto. Nella notte è iniziata la stagione del ghibli, il vento solleva nuvole di polvere, tutto diventa opaco, il sole perde brillantezza, scompaiono le ombre, i particolari. Quando raggiungiamo il paesino di Tmissah, da cui eravamo partiti, è ora di rifornire i nostri serbatoi, l’accompagnatore può ora recarsi da un medico. Due ore dopo non è ancora 30


ritornato, alla fine lo rintracciamo all’ospedale locale in attesa di terminare la fleboclisi che gli è stata praticata. L’edificio è squallido, muri sberciati, suppellettili vetuste, ma il personale attento e il dottore, per quel poco che ci pare di capire, competente. Poco dopo siamo nuovamente pronti a partire, raggiungeremo il camping di Sebha da dove avevamo iniziato il nostro avventurarci sulle sabbie, una buona doccia e una energica pulizia ci rimetteranno a nuovo. Ora ci attendono oltre 1.200 chilometri di asfalto per arrivare al confine con l’Egitto, la strada è spesso noiosa, il paesaggio monotono. Una nota diversa nei pressi di Zellah, alcune concrezioni rocciose, erose dai venti in forme inusuali, funghi, archi, colonne si ergono in mezzo al deserto. Ci concediamo il lusso di una ultima digressione fuori asfalto, ne visitiamo alcune. Aggiriamo rottami di ferro, tubi arrugginiti e dimenticati dopo scavi ormai terminati di ricerche petrolifere. Purtroppo come sempre avviene in ogni paese, quando il costo delle attrezzature logorate è inferiore al prezzo del trasporto, tutto viene abbandonato, cimiteri a cielo aperto di una civiltà non attenta alla bellezza e alla natura.

Libia - Zellah

Libia - Zellah

Il forte vento continua a soffiare imperterrito, le fredde folate che ci avvolgono a volte ci fanno rabbrividire. E’ anche troppo breve il tempo a disposizione, dobbiamo ripartire, i nostri permessi scadranno tra poche ore e dobbiamo affrettarci. L’ultima notte che trascorriamo in Libia ci vede parcheggiati in una bella baia in riva al Mediterraneo, un posto dove si vorrebbe restare per più tempo, ma anche qui macchine da scavo, via vai continuo di camion carichi di terra. Veniamo informati che una compagnia turca ha vinto la gara di appalto, stanno costruendo un grande albergo, cinque stelle, precisano. Gentilissimo il capo ingegnere ci presenta i suoi collaboratori, ci offre caffé, tè, corrente 31


elettrica, acqua e collegamento web satellitare. Accettiamo riconoscenti la comunicazione internet, dopo tanto tempo possiamo leggere e spedire mail, ma dobbiamo fare in fretta perchÊ i nostri ospiti stanno lavorando. La mattina raggiungiamo la dogana, l’accompagnatore si occupa delle incombenze burocratiche, noi attendiamo e abbiamo il tempo per ricordare le sabbie color oro, il ruggito dei motori nell’affrontare una ripida salita, le tante persone incontrate. Ripensiamo a Sherif ritornato alla sua vita semplice, la piccola teiera che bolle su una brace appena sufficiente, il pane cotto sotto la sabbia, uomo moderno che guida una potente Toyota, che conosce e usa internet e cellulari, ma anche uomo antico, ancora capace di leggere il mutevole aspetto del terreno, di conoscere la giusta direzione con un solo sguardo al sole. I nostri documenti sono vidimati, dopo gli ultimi saluti ci avviamo. Siamo ancora nella terra di nessuno, ma già ci manca questo grande paese dai tratti spesso contraddittori, ma che ci ha insegnato ad apprezzare il deserto e le rocce come se fossero viventi.

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EGITTO Welcome, welcome, è il saluto ripetuto decine di volte che ci viene rivolto appena oltrepassata la barriera che delimita l’inizio territoriale dell’Egitto. A prima vista tutto sembra efficiente, ma la procedura di importazione delle auto e del rilascio dei visti è lunga e caotica. Dopo più di un’ora di passaggi di carte siamo pronti, le nuove targhe egiziane sovrapposte alle nostre, i documenti regolarizzati. Percorriamo pochi chilometri e al primo villaggio una sosta in un piccolo ristorante per il pranzo, è l’ora giusta e anche lo stomaco ha le sue esigenze. Quando riprendiamo la strada notiamo che un’auto della polizia ci segue, lasciamo il paesino e la situazione non cambia. I militi sono gentili e si prestano ad aiutarci quando chiediamo dove acquistare gas per una bombola esaurita o dove fermarci per la notte, ci trovano un parcheggio e ci fissano un appuntamento per il mattino dopo, dovremo viaggiare ancora accompagnati. Siamo interdetti, se da una parte è comodo, dall’altra scocciante, ci pare di essere osservati a ogni mossa, non comprendiamo se lo fanno per la nostra sicurezza o per quella dello stato che ci ospita. Puntali la mattina arrivano i poliziotti, ci guidano sino a raggiungere il posto di polizia che segna il limite della regione, qui i nostri accompagnatori ci salutano e finalmente fanno inversione di marcia, attimi di vera contentezza, ci sentiamo nuovamente liberi, dinnanzi a noi una lunga e diritta strada che si snoda nel deserto. Ci aspettavamo una nazione più vivace di quella appena lasciata e la prima sensazione conferma le nostre aspettative, case variopinte, traffico più caotico, guida spericolata, abbondante uso del clacson. Quello che più ci sorprende sono le donne, la maggioranza vestita di nero, spesso a viso velato, persino le mani celate da guanti. Pensavamo di trovarci in uno stato essenzialmente laico, ma l’impressione che ne ricaviamo è che gran parte della popolazione segua una rigida ortodossia musulmana. Egitto - donne velate Spesso incontriamo posti di blocco, ci chiedono quante persone siamo, quante auto, da dove proveniamo, diligentemente trascrivono la nostra targa su un foglietto, su una mano, più raramente in un libro. Welcome! Con il benvenuto come saluto possiamo proseguire, spostano un bidone che ostruisce il centro della carreggiata e passiamo oltre. 33


Ci adeguiamo, così ogni 40 o 50 chilometri si ricomincia… Welcome e avanti. Quando arriviamo a Siwa decidiamo di trascorrervi la notte, è già quasi sera e nel paesino sono molti i turisti di passaggio. Le antiche rovine di una cittadina preesistente dominano l’insediamento attuale, carretti tirati da asini utilizzati come taxi, potenti e rombanti Toyota dei tour operator. In questa oasi l’acqua è abbondante, le palme circondano il villaggio. La mattina veniamo a sapere che Egitto - Siwa antiche rovine

per proseguire verso Bawiti, nostra prossima tappa, bisogna avere un permesso speciale. Ci informano che dobbiamo presentarci al posto di polizia alle 7,30 e che dovremo aggregarci a un gruppetto già costituito. Puntuali arriviamo all’appuntamento, solo per veder partire i nostri presunti accompagnatori che trasportano un gruppo di escursionisti. Egitto - Siwa

Per ottenere il permesso si deve pagare in banca una piccola somma, compilare dei moduli, presentare le fotocopie dei documenti personali, peccato che ieri si siano dimenticati di specificarci la prassi, così oggi non abbiamo altra alternativa che adempiere alle formalità richieste, sarà forse per domani. Quando ci ripresentiamo alla caserma tutto è in regola e possiamo aggregarci Egitto - pista per Bawiti ad altre auto già in attesa. La pista è lunga, parte in asfalto, parte sterrata, lavori di rifacimento in alcuni tratti, in uno di essi troviamo un fondo di catrame ancora liquido che, causa la velocità, schizza ovunque, all’arrivo lunghe ore di lavoro solo per rimuoverne una piccola parte. 34


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Siamo stanchi quando alla fine riusciamo a parcheggiare in un camping, dopo il lavoro di pulizia, una doccia, una cena frugale e il meritato riposo. Siamo ormai vicini a uno dei luoghi paesaggistici più importanti dell’Egitto, il Deserto Bianco. Quando imbocchiamo il sentiero di accesso grandi cartelli informano che siamo all’interno di un parco nazionale protetto, ovunque inviti a non uscire dalle piste delimitate. Veniamo a sapere da un autista locale che il parco è attualmente in costruzione e che si può ancora percorrerlo liberamente. Siamo fortunati, ancora pochi mesi e questo senso di libertà ci sarebbe stato negato: se da una parte è doveroso salvaguardare questi luoghi, Egitto - Deserto Bianco dall’altra le limitazioni tolgono inevitabilmente molto a chi voglia visitarlo, per altro tutto ci è sembrato ancora oggi in perfetto ordine, nessun segno di degrado o di vandalismo, sporcizia totalmente assente. Intorno a noi formazioni di roccia bianca modellata dal vento, forme strane e sempre diverse che mutano colore con il trascorrere delle ore. E’ quasi il tramonto e il rosso prende len-

Egitto - volpe del deserto

tamente il sopravvento sul bianco, la luce si affievolisce, noi ci sentiamo dei privilegiati potendo assistere a questo spettacolo che si rinnova giorno dopo giorno, ma con sfuEgitto - Deserto Bianco mature sempre diverse. E’ quasi notte quando accendiamo il fuoco del bivacco, le fiamme si riflettono sulle rocce circostanti disegnando immaginarie coreografie, scopriamo anche un ospite imprevisto. Una piccola, ma per nulla timida volpe del deserto si è avvicinata, non ha nessuna paura 37


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e si accosta persino al fuoco, furba, ma del resto tutte le volpi lo sono, individua avanzi di pollo in un piatto e rapidamente consuma un sostanzioso pasto gratis. A mattina il sole fa brillare tutto di un accecante bianco cangiante, onde di roccia, tavolini per giganti, funghi si elevano in ogni dove mescolandosi con la sabbia dorata, un paesaggio che non si può dimenticare. Ci aggiriamo tra questi cumuli di gesso, a volte le ruote scivolano nella sabbia concedendoci sensazioni inebrianti. La maggior parte delle persone ritiene che tutti i deserti siano simili, ma ciò è veramente sbagliato. Noi ora ci troviamo in un deserto di un bianco abbagliante, solo pochi chilometri prima di arrivarvi, sabbie scure sulla cui superficie galleggia un’infinità di neri sassolini che ne determinano il nome: Deserto Nero. Altri ancora di sabbie luccicanti, alcune color ocra, altre giallognole o nere, dune frastagliate dai crinali scoscesi, a volte con creste flessuose come movenze femminili, alcune leggiadre altre grevi, poi pietraie inframmezzate da alti pinnacoli, sassi dalle forme più diverse, rade sterpaglie bruciate dal sole, insetti, rettili e mammiferi perfettamente adattati a queste condizioni estreme, in altre parole un intero universo racchiuso in un mondo arido e assetato. L’Egitto non è solo terra di panorami e mare, racchiude in sé una storia antica e importante, è stata la terra dei faraoni, culla di una delle civiltà più progredite del mondo antico. Chi, per sentito dire, non conosce almeno le piramidi? Lasciamo questo bianco abbagliante, i silenzi e la quiete di questo parco per raggiungere la città di Luxor. Il Nilo brilla nel sole, il leggendario fiume che da sempre è la maggiore ricchezza di questo paese. Lungo le sue rive una quantità di grandi imbarcazioni da crociera, lussuosi barconi a più piani dondolano ormeggiati gli uni accanto agli altri. Una ininterrotta fila di bus accoglie i vacanzieri che, in file ordinate, sbarcano per la gita giornaliera, una cacofonia di lingue, di valigie, abili venditori offrono le loro solite merci contrattando in tutti gli idiomi. La Valle dei Re era luogo sacro in Egitto - Luxor porto fluviale cui molti faraoni avevano posto la loro ultima e definitiva dimora, ma vana la speranza di sfuggire ai saccheggiatori di tombe nonostante i tanti stratagemmi escogitati. Racchiusa da colline sassose, non un filo d’erba, la valle è bruciata ogni giorno da un sole cocente che scarica la forza dei suoi raggi su queste antiche pietre. Una moltitudine di pullman è già in sosta nell’ampio piazzale, file di visitatori impazienti si allineano in ordine sparso in attesa del proprio turno per visitare le varie tombe. 39


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All’interno la bellezza dei bassorilievi, dei geroglifici, che ancor oggi testimoniano la grandezza passata, è disturbata da questi vocianti visitatori, molti di loro camminano più intenti al loro telefonino che a quanto li circonda. Non è facile, disturbati come siamo, cercare di immaginare quale sforzo debba essere stato quello della costruzione per raggiungere la bellezza severa che queste tombe racchiudono, per non parlare della ricchezza dei manufatti giunti sino a noi. Non si può che restare ammirati dalla capacità degli architetti e degli artigiani che, in epoche così remote, sono stati capaci di creare opere d’arte di questa levatura. Dopo qualche ora lasciamo la valle, ancora si scava alla ricerca di reperti, operai sono intenti a comporre un puzzle gigantesco, da una montagna di cocci rotti si ricompongo vasi, suppellettili, ornamenti. Non molto distante la Valle delle Regine, vi si trova la tomba di Nefertari, moglie di Ramesse II, la bella tra le belle, come raccontano gli antichi geroglifici. La sua tomba, forse quella con i colori più vivaci e meglio conservati è chiusa, viene aperta solo due giorni a settimana, problemi di conservazione, noi dobbiamo accontentarci di ammirare fotografie del suo interno, oggi non è giorno di visite. Nell’attesa di entrare in un sepolcro aperto al pubblico abbiamo modo di ascoltare un cicerone che spiega perché la principessa è raffigurata con la pelle verde, colore della primavera, risveglio della vegetazione dopo l’inverno, auspicio di rinascita dopo la morte. Una delle ascoltatrici interviene: «Verde! Come il terribile Hulk - l’accompagnatore sconsolato la guarda pensoso e la turista per nulla turbata sa sono una maestra elementare, ascolto i bambini tutti i giorni, io me ne intendo». Per fortuna il gruppo si allontana, il cicerone tace, testa bassa ultimo in fondo alla fila, probabilmente si sta chiedendo per quale motivo tanti visitatori vengano in questi luoghi Rimaniamo soli, abbiamo la possibilità di ammirare a nostro piacimento questi antichi muri, di Egitto - Luxor colosso di Memnone apprezzare le linee pure che tratteggiano antichi profili, il gusto del colore, la precisione del disegno. Prima di abbandonare definitivamente le sepolture reali una sosta per ammirare i due colossi di Memnone che, come guardiani, sono posti all’ingresso delle valli. Possenti statue dai visi mai scolpiti, 18 metri di altezza, quasi un segno di immortalità. Karnak è famosa per il tempio di Amon ancora oggi ben conservato, tutte le sere uno spettacolo di luci e suoni tra le antiche colonne. Decidiamo di visitarlo durante la rappresentazione. Dopo pochi minuti dall’inizio si alza un forte vento, quasi una tromba d’aria, meno dirompente, ma più insistente, un polverone aggredisce gli occhi e la bocca, quasi 41


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impossibile seguire lo spettacolo. Alla fine ci arrendiamo, tutti i partecipanti si alzano e a fatica si avviano all’uscita, peccato avrebbe potuto essere un ricordo indimenticabile, invece ci resterà solo quello lugubre delle sirene delle ambulanze che portano soccorso ai feriti in una città sconvolta dalla forza delle raffiche. E’ il momento di proseguire, oggi la nostra meta è Assuan, cittadina sulle sponde del Nilo, celebre per la sua controversa diga. E’ una delle più grandi al mondo, regolatrice delle piene del fiume e da sola fornisce quasi tutto il fabbisogno di energia elettrica del paese. Purtroppo è anche colpevole di avere in parte contribuito a mutare il clima in Europa: un serbatoio di acqua delle dimensioni del lago Nasser (il più esteso bacino artificiale al mondo), in una regione tanto calda, subisce una evaporazione enorme. La strada che stiamo percorrendo si snoda all’interno di una stretta fascia fertile e coltivata, poco lontano aride colline delimitano l’inizio del deserto, il grande fiume è di un verde brillante e la sua acqua, Egitto - villaggio nubiano sin dall’antichità, ha reso questa regione il granaio dell’Egitto. Oggi i mezzi sono cambiati, trattori, aratri meccanici, ma resta la fatica dei tanti contadini, il loro trasportare i frutti del lavoro con carretti trainati da asini, forse la vera icona di questo paese. Una gran quantità di navi da crociera Egitto - Assuan ragazza è ormeggiata lungo le sponde di Assuan, noi preferiamo effettuare una breve gita con una feluca (antica barca a vela tradizionale) ancora oggi in uso sul fiume. Il barcaiolo è simpatico e capace, ormeggiamo all’isola Elefantina, visitiamo un villaggio nubiano con le sue case colorate, poi nel silenzio più totale la circumnavighiamo. Ci sembra di essere tornati indietro di millenni, la feluca rimonta il vento di bolina, bordo dopo bordo, quando infine viriamo il vento arriva di poppa, la vela si gonfia e allora naviga agile e veloce mentre il Egitto - Assuan navigazione in feluca grande fiume scorre sotto di noi con la sua corrente 43


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calma e possente. E’ fin troppo breve il percorso, a malincuore scendiamo all’approdo, lasciamo il lieve rumore della vela e del vento che ci ha accompagnato in queste ore. Per le strade le ragazze hanno un aspetto meno austero, veli variamente colorati, jeans e l’immancabile telefonino. Nei bazar, come sempre ormai, solo cianfrusaglie per stranieri, insistenti venditori cercano di adescare i passanti in tutte le lingue possibili, è l’arte del commercio, alla lunga è faticoso visitarlo continuando a respingere le continue offerte. Per raggiungere Abu Simbel ci vuole un permesso delle autorità, si deve viaggiare in un convoglio di bus e auto, non si è liberi, si deve partire a orari prefissati e fare ritorno con lo stesso gruppo. Otteniamo i permessi, partenza alle 3,30 del mattino, una vera levataccia. Dopo il controllo dei documenti ci avviamo, nel buio si sviluppa una corsa, quasi una gara tra i vari autisti, i pullman ci sorpassano a 120 chilometri ora, i pulmini e le auto ancora più veloci, il convoglio si allunga, si spezza, ognuno ormai procede per proprio conto. Quando alle 6,30 arriviamo, la biglietteria è ancora chiusa, ne approfittiamo per ammirare qualche scorcio del lago Nasser, immensa riserva di acqua dolce. Con tutti gli altri turisti varchiamo i cancelli alla loro apertura, ci inoltriamo per un sentiero sassoso verso i due antichi templi. Originariamente erano posti più in basso su un’isola ora sommersa dal lago creato dallo sbarramento, l’Unesco con uno sforzo enorme ha finanziato lo spostamento nella sede Egitto - lago Nasser attuale; l’opera durata anni è semplicemente mastodontica. La ricostruzione è perfetta, come l’arte sopraffina dei loro creatori, bassorilievi colorati di grandi dimensioni celebrano la grandezza di Ramesse II e della moglie Nefertari, le statue all’esterno immortalano la famiglia reale. Nonostante la grande quantità di persone, all’interno regna un silenzio quasi totale, tutti i visitatori sono affascinati, le dimensioni e le innumerevoli camere, tutte adorne di dipinti e geroglifici, lasciano stupiti e ammirati. Egitto - Abu Simbel tempio del sole Quando ripartiamo abbiamo la cer45


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tezza che questa antica civiltà ha saputo esprimere veramente qualche cosa di unico e d’irripetibile. E’ il momento di lasciare l’antico Egitto, lo ritroveremo nuovamente quando giungeremo al Cairo, ma ora vogliamo un po’ di relax e ci dirigiamo verso il mar Rosso. Poche ore e già in lontananza si intravede l’azzurro dell’acqua e il biancheggiare delle onde. Alcuni di noi avevano trascorso diversi periodi di vacanza lungo questo litorale, lo conoscono bene, hanno ricordi precisi e bellissimi di quei tempi. Sono quasi timorosi di ritornarvi dopo tanti anni di assenza, teEgitto - una spiaggia del mar Rosso mono quanto possa essere mutato ora che le coste di questo mare sono meta di una grande quantità di villeggianti. Purtroppo hanno ragione, ogni pochi chilometri si susseguono alberghi, club vacanze, camping e diving center. Milioni di metri cubi di cemento deturpano le spiagge, spesso le costruzioni sono di pessimo gusto, ovunque grandi cantieri aperti e non si contano le costruzioni che stanno ancora sorgendo. Un forte vento si è alzato, nonostante il sole sentiamo quasi freddo, ma forse è solo il nostro cuore che è triste di fronte all’affronto fatto a questa meravigliosa costa. Egitto - altri alberghi in costruzione Anche il mare pare risentirne, il reef ha un colore bruno, sporco, manca il solito vorticoso movimento dei piccoli colorati abitanti della barriera corallina. Sappiamo bene che il progresso non si può arrestare, che il turismo è ricchezza dello stato e lavoro per i suoi abitanti, ma bisognerebbe essere un po’ più lungimiranti e conservare un patrimonio che, una volta distrutto, non sarà più possibile ricostituire. Quando arriviamo alla baia ove molti anni fa alcuni di noi campeggiavano, i volti si fanno scuri, tutti rimangono attoniti, è perfino fatica riconoEgitto - hotel dappertutto scerla dato che tutto è cambiato, 47


anche la morfologia del suolo è diversa, sconvolta dall’opera dell’uomo. L’orologio subacqueo perduto da uno di noi a quell’epoca, ormai inglobato nel corallo, segna un tempo senza fine, inutile anche per i pesci che ormai hanno abbandonato definitivamente la costa. Siamo tristi ripensando alla bellezza di cui siamo stati testimoni e lo squallore attuale. Riciclo di denaro sporco, grandi interessi finanziari di gruppi internazionali e nazionali considerano questi luoghi come un nuovo Eldorado, quindi avanti, cemento, alberghi e residence, intanto il mare come immensa cloaca riceve tutti i liquami e muore. Il turismo di massa ha le sue regole ferree, profitto, profitto a ogni costo e nel minor tempo possibile. Quseir, il piccolo villaggio di un tempo è irriconoscibile, la piscina naturale situata sulla sua costa, che era di un verde smeraldo e sempre riparata dai venti, è scomparsa. Al suo posto un alto intrico di tubi che ne reggono altri di plastica dai colori sgargianti, un Acqua Park ovviamente, affollato di villeggianti ignari della bellezza perduta. Volevamo prorogare per un altro mese il visto turistico dell’Egitto, ma ora siamo incerti e non sappiamo bene cosa fare, troviamo un parcheggio dove accamparci, come si sa la notte porta consiglio. La mattina decidiamo, nonostante il nostro sconforto, di restare nel paese per visitare il Sinai, così accendiamo i motori e ci avviamo verso la capitale. Una selva di slanciate ciminiere da cui esce un fumo nero che ammorba l’aria, dalla parte opposta della carreggiata un fumo bianco e un’impalpabile sospensione, sono i simboli dell’Egitto moderno, fabbriche di mattoni e cementifici per sostenere l’industria delle costruzioni. Siamo arrivati alle porte del Cairo, una delle più grandi città del mondo e anche una delle più inquinate. Veniamo aggrediti da uno strombazzare impazzito di clacson, un traffico intenso e caotico, non è facile districarci, siamo costantemente a rischio di collisione. Sembra che non vigano le regole del codice della strada, tutti suonano e sorpassano, non importa se a destra o sinistra, spesso se necessario viaggiano anche contromano, in questo marasma i pedoni azzardano piccole corsette per attraversare con abili mosse, come provetti toreri, schivano auto a rischio della vita. Due ore di grande tensione, nervose consultazioni radio tra di noi, continuo controllo degli specchietti retrovisori, poi infiEgitto - Cairo cupola di una moschea ne il camping, siamo giunti alla meta odierna senza incidenti, bravura o solo sfacciata fortuna? Lungo il Nilo una serie di grandi alberghi, tutte le più prestigiose catene del mondo hanno 48


almeno un lussuoso hotel in città, grandi pullman parcheggiati all’esterno, ininterrotte schiere di visitatori che salgono e scendono. Uno dei luoghi che tutti gli ospiti del Cairo non tralasciano di visitare è il Museo Egizio e anche noi non facciamo eccezione. E’ ospitato in un antico edificio di notevoli dimensioni, al suo interno una splendida, straripante collezione di statue, oggetti, gioielli provenienti da questa antica civiltà. Egitto - alberghi lungo il Nilo Purtroppo l’ambientazione complessiva non esalta il valore di quanto esposto, vecchie vetrine polverose, luci non proprio adatte a mettere in risalto questi reperti carichi di storia. Le sale più visitate sono quelle che contengono gli arredi funerari del giovane faraone Tutankhamon. In vita non è stato certo un re dei più importanti, ma attualmente è forse il più conosciuto dal grande pubblico. La sua tomba scoperta nel 1922 racchiudeva, ancora intatto, tutto il corredo funerario oggi esposto nel museo. Tra gli oggetti più ammirati e di maggior pregio la maschera funeraria in oro intarsiato con lapislazzuli, quarzo e ossidiana, una meraviglia per espressività e finezza della lavorazione, un trono dorato e intarsiato di splendida fattura e tanti altri reperti uno più bello dell’altro. E’ quasi sera quando alla fine usciamo dal museo, il sole illumina il Nilo e lo fa scintillare come un diamante, intorno a noi la solita cacofonia di clacson e di convulso traffico. L’antica medina con le sue moschee, una volta bazar vivo e colorato è ancora animata, ma solo da negozietti di souvenir per stranieri, tutti espongono gli stessi oggetti, le stesse colorate statuette, le stesse stoffe made in Cina o Vietnam. Alla fine, dopo molte esitazioni decidiamo di rimanere ancora qualche tempo in questo paese, così rinnoviamo i nostri permessi e siamo liberi di viaggiare per un altro mese.

Egitto - ingresso museo egizio

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PENISOLA DEL SINAI, 30 ANNI DOPO Tutti noi eravamo stati in questi luoghi molti anni fa, così ora che stiamo per ritornarci più che una visita ci sembra un pellegrinaggio. A suo tempo questo mare ci aveva regalato forti emozioni che portiamo ancor oggi dentro di noi, cari ricordi di una gioventù ormai inevitabilmente trascorsa, resi ancor più dolci dallo scorrere del tempo che, come sempre, fa dimenticare le cose peggiori a favore delle migliori. Percorriamo il tunnel che passa sotto il canale di Suez e siamo nel Sinai: qua e là pozzi petroliferi e quando infine arriviamo al mare giganteggiano a pochi metri dalla costa grandi piattaforme di trivellazione. Proseguiamo, ma i nostri più tristi presagi stanno concretizzandosi in una realtà che forse sarebbe stato meglio non conoscere. In lontananza, su un alto promontorio, biancheggiano le tante case e gli alberghi di Sharm el-Sheikh, meta low cost di tante agenzie di viaggi di tutto il mondo. La cittadina è stata costruita per soddisfare solo esigenze turistiche, viali contornati di palme, fiori colorati negli spartitraffico, ristoranti, club, hotel dai più lussuosi ai più economici, bazar dove sono esposti oggettini ricordo, addirittura una cascata di acqua fa bella mostra di sé in uno dei deserti più aridi del pianeta. Egitto - Sharm el-Sheikh Passiamo davanti al centro di ricarica bombole per i subacquei, all’esterno grandi carrelli metallici stracolmi di bombole che attendono il loro turno per essere ricaricate, una quantità impensabile, tutto il personale al lavoro, domani mattina dovranno essere pronte. E’ quasi sera, sotto il faro passano grandi barche che fanno rientro in porto, una vera se pur pagana processione, mentre dai pullman sbarcano ondate di forestieri per ammirare il tramonto, solo il tempo per un paio di fotografie e poi via a raggiungere i vari alberghi in cui alloggiano. La mattina ci riavviamo, dinnanzi a noi un cartello indica svolta a sinistra per il parco nazionale di Ras Mohammed, il punto più pregnante Egitto - parco nazionale di Ras Mohammed

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della barriera corallina lungo questa costa che a suo tempo ci aveva donato sensazioni impagabili mai dimenticate. Ora la strada è tutta asfaltata, innumerevoli piccoli bus la percorrono portando il loro carico di ospiti, tutte le spiagge gremite, non si contano le pinne, maschere e boccagli. Anche noi ci immergiamo nello stesso Egitto - Ras Mohammed reef punto che un tempo aveva suscitato la nostra più grande meraviglia. Un reef affiora sino quasi alla superficie, rende difficile il procedere, ma quando infine si arriva dove sprofonda si resta senza fiato, una caduta verticale scende quasi a perpendicolo nel blu più profondo, 90 metri più sotto. Il corallo forma grandi ventagli, alcuni fortemente colorati, altri bianchi o leggermente rosati, la trasparenza dell’acqua crea magici giochi di luci, sporadici pesci tropicali dai colori sgargianti si aggirano come sperduti in questa foresta pietrificata. Da un lato siamo felici che buona parte della barriera sia ancora in buono stato, dall’altro sbigottiti di come la vita abbia abbandonato questo regno silenzioso e misterioso. L’attività di un tempo è scomparsa, una volta grandi branchi di pesci pelagici stazionavano indifferenti nel blu profondo, tartarughe giocavano a rimpiattino con cernie e murene, i piccoli coloratissimi pesci di barriera formavano sciami tanto compatti da riempire di colore interi canyon, ogni anfratto, ogni tana pullulava di vita. Una fila ininterrotta di grandi barche, cinque, dieci, quindici... stazionano a pochi metri dal reef, motori accesi manovrano avanti e indietro (è vietato l’ancoraggio), sono in attesa di recuperare il proprio carico di subacquei, il mare ribolle per l’aria compressa che ritorna in superficie. Egitto - Ras Mohammed reef Lasciamo il regno silenzioso e ci arrampichiamo su un grande scoglio detto “osservatorio degli squali”: da qui una volta si potevano contare innumerevoli pinne affioranti, ancora ben ricordiamo la diffidenza con cui affrontammo la prima discesa in acqua dopo averli osservati. Oggi è miseramente solo un nome su una carta geografica, l’antico splendore spento, le pinne scomparse, anche i grandi predatori hanno abbandonato per sempre questi luoghi. Riprendiamo il pellegrinaggio, ogni baia, ogni spiaggia è stata deturpata, ovunque alberghi, campeggi, scheletri di costruzioni iniziate e non terminate. Nei pressi di Dahab troviamo un parcheggio possibile sulla spiaggia, a poca distanza un promontorio con un grande canyon sottomarino e una nota caverna, la Blue Hole. 51


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Sulla roccia prospiciente l’ingresso della grotta, alcune lapidi ricordano i subacquei che hanno perso la vita durante le immersioni in questi luoghi. Il parcheggio sembra un’esposizione di un grande concessionario Toyota, una quantità incredibile di veicoli fuoristrada sono fermi nell’attesa che i turisti terminino le loro attività marine, erogatori, mute, pinne e bombole sono ammonticchiate ovunque. Il tratto di costa che da qui risale sino a Taba, quando ci venimmo la prima volta, era uno dei più belli e suggestivi di questo mare, oggi è un susseguirsi di attività turistiche, la maggior parte dismesse, spesso ruderi scomposti, sbarramenti, filo spinato a delimitare le proprietà quasi prive di valore. Troviamo alloggio in un piccolo campeggio, un’acqua bassa che costringe a camminare verso il largo a fatica, qua e là piccole formazione madreporiche. Appena più fuori, sarà un metro o poco più di acqua, un ormai solitario Pterois Volitans (detto comunemente pesce scorpione) dispiega le sue meravigliose lunghe pinne come ali di farfalla, i suoi sgargianti colori brillano nel sole del tramonto. Ci vede, esce dalla sua tana e ci affronta, difende strenuamente questo piccolo Egitto - un solitario Pterois Volitans pezzetto di mare che è la sua casa, lo difende a dispetto di tutto e contro tutti, anche lui tristemente destinato alla sconfitta. E’ mattina quando ci rimettiamo in viaggio, ovunque lo stesso squallore, grandi alberghi dai nomi altisonanti troneggiano su spiagge private rigorosamente cintate.

Egitto - Sinai grandi alberghi in costruzione

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Ci fermiamo in una stazione di servizio per rifornirci, un grande pellicano è richiamo per i visitatori, anche lui ha perso la libertà di un tempo, terminati per sempre i grandi voli, i tuffi nel mare, oggi legato per una zampa sotto il cocente sole ci guarda con occhio smarrito, prigioniero senza speranza. Dopo una svolta improvvisamente ci appare il fiordo, una insenatura caratteristica che ben ricordiamo, incredibilmente ci appare come quando la vedemmo la prima volta, nessuna costruzione la deturpa, un piccolo posto di polizia la presidia. Ottenuto il permesso, ci fermiamo per un bagno, poi una passeggiata lungo il litorale. Tutto ci era sembrato uguale, ma così non è. Rocce frantumate giacciono sparse a pochi metri dal mare, residuo di lavori di consolidamento della strada che scorre più alta sulla costa, una quantità di rifiuti e sporcizia è ammonticchiata negli angoli più impensati. Lungo la battigia uno strato compatto di sacchetti di plastica, gettati o portati dal mare alla rinfusa, sbiadite scritte in arabo si confondo con altre israeliane, senza distinzione si scoloriscono lentamente al sole. Siamo arrivati al termine della strada costiera, imbocchiamo una gola tra alte rocce, risaliamo lentamente la dorsale dei monti del Sinai. Grandi cave di materiale butterano le montagne, nuvole di polvere si alzano dove i sassi vengono frantumati a formare sabbia e cemento. Poche ore e siamo nuovamente a Suez, imbocchiamo il tunnel, ripensiamo alla penisola del Sinai, a quanto abbiamo visto e ci sale spontanea alle labbra un preghiera, un requiem per questo mare e questa costa oltraggiata.

Egitto - Sinai Coral Island

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GIRO DI BOA Ci restano ancora alcuni giorni prima di lasciare l’Egitto e di comune accordo riprendiamo la via già percorsa lungo la costa del mar Rosso. Avevamo notato un piccolo e spartano campeggio a pochi chilometri da El-Quseir, nessuna costruzione nelle vicinanze, l’illusione di un luogo rimasto intatto. Lungo il percorso ci fermiamo al monastero copto di San Paolo, un cancello blocca la strada, il frate custode ci informa che in questo periodo dell’anno è chiuso ai visitatori, ma ci invita a entrare consentendoci di conoscerlo perlomeno dall’esterno.

Egitto - monastero di San Paolo

Gentilissimo ci offre ospitalità per la notte, si informa se siamo cristiani, è felice quando rispondiamo affermativamente, ma subito precisa che l’ospitalità è offerta a tutti indipendentemente dal credo professato. Varchiamo il cancello e davanti a noi si schiude una gola intagliata tra le montagne, Il vero monastero si erge alto su un picco. Sostiamo dove indicato e risaliamo a piedi l’erto cammino, l’ultima luce fa brillare i tetti dell’eremo, più sotto chiese, scuole, quasi una piccola città cristiana in terra musulmana. Siamo incuriositi e ammirati, tutto è ordinato e in perfetto stato, i ragazzi che escono dalle lezioni e si avviano alla chiesa, tutti hanno tra le mani un libro di preghiere. Alle prime luci torniamo nuovamente verso il monastero: dalla chiesa provengono canti, la liturgia viene celebrata già alle 6 di mattina e l’edificio è colmo di fedeli. All’esterno tutto è silenzio e luce, il sole illumina la valle, le montagne hanno un colore rosato che le fa 57


assomigliare a quelle del Sinai. Ci rendiamo conto che è veramente un luogo speciale, adatto alla preghiera e alla meditazione, la bellezza selvaggia della natura aiuta a sentirsi un tutt’uno con il creato. A malincuore dobbiamo ripartire, ci permettono di rifornirci di acqua e ci invitano a ripassare appena possibile per una visita completa. Ritroviamo il camping che cercavamo, qualche giorno di ozio e riposo. Di fronte al nostro parcheggio una spiaggia con un piccolo reef, alcuni di noi noleggiano le attrezzature per una immersione, l’accompagnatore subacqueo è un simpatico svizzero, un grande sognatore che ama il mare. La barriera corallina è bella e rigogliosa, la profondità non elevata, manca la vita di un tempo, ma ancora oggi qualche bel Egitto - camping sul Mar Rosso pesce colorato si aggira tra i coralli. Ripartiamo, dopo qualche giorno di vera vacanza oziosa e spensierata, per ritornare al Cairo risalendo la valle del Nilo. Il percorso si arrampica tra colline rocciose, una piccola pozza di acqua, alcune rare cicogne nere tentano di abbeverarsi, disturbate da un’aquila che atterra minacciosa proprio al loro fianco, l’acqua è scarsa nel deserto e tutti gli animali devono arrangiarsi per sopravvivere in questo ambiente ostile. Incrociamo innumerevoli pullman di turisti diretti verso Hurgada, un nuovo carico di vacanzieri per le tante strutture alberghiere lungo la costa. Arriviamo al grande fiume, attraversiamo un ponte e subito ci dobbiamo fermare al primo posto di blocco. Richiesta di documenti, febbrili consultazioni tra i militi, telefonate, concitate discussioni con radio portatili, infine dopo un’attesa che ci è parsa interminabile, una camionetta si mette davanti a noi e ripartiamo scortati. Ovunque ordinate coltivazioni, qui a metà aprile il grano è già maturo e si stanno Egitto - campagna in riva al Nilo raccogliendo le patate, a lato della strada piccoli paesi con povere case di contadini, animali che pascolano spesso tra i rifiuti. Superiamo altri posti di blocco, siamo nuovamente prigionieri della nostra sicurezza, la velocità decisa dai militi, impossibile fermarci dove desideriamo, a volte viaggiamo lentissimi, a volte al limite delle possibilità, tutto dipende dall’autista che ci scorta. 58


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Abbiamo solo fugaci visioni della realtà che ci circonda, alla fine, dopo consultazioni radio tra noi, decidiamo di fermarci in un mercatino per qualche acquisto. I militi scendono nervosi, tengono tra le mani i fucili, ci avvisano che qui è pericoloso, li ignoriamo e compriamo quello che ci serve, la folla del mercato è solo incuriosita, non contiamo i welcome in Egypt che ci vengono rivolti. E’ quasi sera, all’ennesimo posto di blocco decisamente chiediamo di fermarci in un parcheggio per la notte, i poliziotti iniziano a discutere, a telefonare. Mentre attendiamo le loro decisioni si avvicina alle auto un giovane ufficiale, belloccio, pantaloni stretti alla Elvis Presley, capelli pettinati all’indietro e impomatati di brillantina stile Rodolfo Valentino, stivali da cavallerizzo perfettamente lucidi. Le nostre signore, non proprio diciottenni, via radio si scambiano salaci commenti e impressioni non proprio da educande sull’avvenenza della scorta e degli ufficiali. Il bello, ignaro di ciò che si va dicendo alle sue spalle, in inglese ci informa che stanno contattando il comando, alla fine Egitto - parcheggio obbligato ci autorizza a sostare nel piazzale antistante la caserma e così siamo sempre sotto controllo. Durante la passeggiata che facciamo in attesa dell’ora della cena una famiglia egiziana ci invita a un matrimonio che si svolge nel più elegante albergo di Akhmim. Dopo cena ci avviamo verso l’hotel, subito una guardia in borghese ci affianca, la scorta armata è sempre pronta e all’erta, i fanatici possono essere ovunque. Gli invitati saranno almeno cinquecento, è un matrimonio cristiano, quasi nessuna donna porta il velo, la musica ad altissimo volume impedisce quasi ogni conversazione. Per qualche attimo siamo la novità e inevitabilmente il centro dell’attenzione generale. Gli sposi seduti su un piccolo palco, hanno in mano flûte di cristallo miseramente colmi di aranciata con cui effettuano ripetuti brindisi, siamo pur sempre in un paese musulmano. Su un grande schermo panoramico, un’accorta regia rimanda le immagini riprese da tre telecamere con angolazioni diverse. Dopo pochi minuti porgiamo alla giovane coppia gli auguri di rito e ben volentieri lasciamo la rumorosa compagnia. Quando la mattina ripartiamo una camionetta di poliziotti inizia a seguirci. Due ore e arriviamo a un affollato mercato lungo la via, chiediamo ai solerti accompagnatori di permetterci di fare qualche fotografia e, se pur a malincuore, ce lo concedono. Tutto è colore, se non fosse per le auto parcheggiate lungo la strada si potrebbe avere l’illusione di essere tornati indietro nel tempo di centinaia di anni. Camminiamo tra la folla circondati da poliziotti armati, nervosi si guardano intorno, impediscono ogni contatto diretto con gli abitanti. 60


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Uno di loro pensando di non essere visto si volta e inserisce un colpo in canna nella propria arma di ordinanza, dal nulla si materializzano i rinforzi, poliziotti in borghese con la pistola in bella mostra nella fondina, si mescolano alla calca e ci seguono da vicino. A noi il tutto appare come una gigantesca farsa, non ravvisiamo alcun segnale di tensione o pericolo, anzi è un continuo tentativo di stringerci la mano, di mettersi Egitto - mercato lungo la strada in posa per una foto ricordo, un’anziana donna riesce alla fine ad accostarsi e bacia una delle nostre signore su una guancia. «Welcome, what’s your name? - queste le parole ripetute centinaia di volte - and what’s your country, hello! Welcome in Egypt». Troppo breve il periodo concessoci, come carcerati che hanno ormai terminato la loro ora giornaliera di aria dobbiamo affrettarci, siamo seguiti dai sorrisi e dai saluti delle persone che ci attorniano, forse che siano tutti pericolosi terroristi? A sera chiediamo di sostare, siamo stanchi e abbiamo sonno, dopo molte esitazioni i poliziotti ci fanno parcheggiare in un largo della via principale. Appena il tempo di preparare le auto per la notte che arriva un capitano, sorriso smagliante ci informa che non possiamo Egitto - mercato lungo la strada restare poiché troppo pericoloso. Categorico rifiuto di muoverci, in tutte le lingue conosciute ripetiamo che siamo turisti e ospiti del suo paese, siamo stanchi, il parcheggio ci è stato indicato da loro e quindi da qui non ci spostiamo. Alla fine con il solito sorriso, forse un po’ più forzato, acconsente, ma una scorta armata rimane di guardia. Sarà una notte agitata, arriva una camionetta, cambio della guardia, è buio, ma i soldati si fanno compagnia con una radio e avremo una musica araba a tenerci desti. Alle prime luci siamo tutti in piedi, solo allora realizziamo che attorno alle nostre auto ci sono ben otto soldati in tuta mimetica, fucile, giberne, elmetto, se non fosse patetico sarebbe comico. Raggiungiamo l’autostrada, la nostra scorta ci saluta e fa ritorno, davanti a noi a pochi chilometri, nuovamente il Cairo. Concordiamo un giro turistico della città con un taxista, così nessun problema di traffico e 62


possiamo muoverci veloci. Iniziamo dall’antica città copta e dalla sua chiesa di San Giorgio, poi un giro nelle viuzze che la circondano, dove sorgono innumerevoli altre chiese, all’interno delle antiche mure fortificate anche una sinagoga ancora oggi aperta al culto dei fedeli. La Cittadella è un antico complesso fortificato, qui la grande moschea Muhammad Alì, domina da una altura la città. La visita è deludente, le decorazioni e gli arredi denunciano la tarda età della costruzione, sono prive di quel gusto semplice e rigoroso che contraddistingue i luoghi sacri dell’Islam. Dalla collina abbiamo modo di osservare la vita caotica delle strade del Cairo, una parte dei suoi Egitto - moschea Muhammad Alì monumenti, i tetti delle troppe povere abitazioni in stridente contrasto con i tanti grattacieli adibiti ad alberghi.

Egitto - Cairo antico e moderno

La moschea di Ibn Tulun con il suo minareto è una delle più antiche della città e conserva ancora intatto l’antico fascino delle sue arcate simmetriche. Il bazar di Khan el-Khalili è oggi in gran parte occupato da negozi di souvenir, i turisti giungono numerosi e gli affari prosperano. Poco discosta vi è una zona frequentata unicamente da egiziani, piccole strade sempre animate, negozi di abiti, di suppellettili, tutto è colore e movimento mentre il continuo vociare di un’umanità indaffarata mette allegria. Solo un paio di giorni di sosta ed è già ora di riprendere la 63

Egitto - Cairo Ibn Tulun


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strada verso casa. Abbandoniamo il tumultuoso traffico e in poche ore giungiamo sul mare a El-Alamein, nuovi grandi complessi edilizi hanno fatto diventare questa località un luogo ricercato per le vacanze degli egiziani. Poco oltre sono situati i cimiteri di guerra, quello italiano, tedesco e degli alleati, oggi luoghi di quiete quasi dimenticati, a suo tempo scenario di una delle più feroci battaglie della seconda guerra mondiale.

Egitto - El-Alamein sacrario italiano

Solo qui nel corso di tre successivi scontri persero la vita oltre undicimila soldati, in tutta la campagna d’Africa le vittime furono più di centomila. Entriamo nel mausoleo italiano, osserviamo le tante tombe disposte, almeno qui, senza distinzione di grado o ricchezza, le une accanto alle altre e pensiamo all’enorme tributo pagato a quella follia che ci ostiniamo a chiamare evoluta civiltà. Lasciamo questo luogo di dolore e raggiungiamo la frontiera della Libia, rimuoviamo le targhe egiziane e dopo qualche discussione con i doganieri attraversiamo il confine. Ci attende l’accompagnatore libico che ci condurrà sino alle porte della Tunisia. Di fronte a noi il golfo della Sirte incalcolabile ricchezza di petrolio nel sottosuolo, tutto è cintato e solo si intuisce che il mare è veramente vicino. Viaggiamo veloci e dopo pochi giorni raggiungiamo Leptis Magna, antica città Libia - Leptis Magna 65


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romana, la più grande e meglio conservata sulle coste africane. La posizione è magnifica, il mare di un azzurro speciale in cui si riflettono le antiche colonne di marmo o granito, una bellezza sottolineata dalle perfette proporzioni delle costruzioni e dalla ricchezza delle decorazioni.

Libia - Leptis Magna

Non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare la vita di allora, le comodità che i ricchi romani si concedevano sono ora patrimonio di tutti, ma per quei tempi erano veramente uniche, acque-

Libia - Leptis Magna

Libia - Leptis Magna

dotti, terme calde, latrine, piscine, teatri, materiali pregiati provenienti da ogni parte del mondo conosciuto. Terminata la visita ripartiamo, Tripoli è a pochi chilometri di distanza, ritroviamo la squisita ospitalità dei nostri amici con cui condividiamo una gustosa cena tipica. 67


Prima di lasciare definitivamente il paese una sosta è d’obbligo, rimane ancora una antica città romana da visitare, Sabratha.

Libia - Sabratha

La posizione sul mare, se possibile, ancora più bella della precedente, un grande teatro ben conservato, ma tutto il rimanente ormai in rovina o quasi. Il confine è vicino, velocemente il nostro accompagnare provvede alle formalità necessarie e in pochi minuti varchiamo la frontiera.

Libia - Sabratha

Libia - Sabratha

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NUOVAMENTE TUNISIA Inevitabilmente giunge per tutte le società il tempo della divisione, così anche per il nostro gruppo è arrivato il momento in cui le strade si separano. Due di noi resteranno ancora nel paese qualche tempo per conoscerlo meglio, gli altri si avvieranno velocemente a Tunisi, è ormai il momento di imbarcarsi sul traghetto per fare ritorno a casa. Dopo gli immancabili saluti ci avviamo, seguiamo il consiglio di un conoscente incontrato per caso, arriviamo a Ong Jemal, strane costruzioni all’orizzonte.

Tunisia - Ong Jemal

Tunisia - Ong Jemal

Una spianata circondata da piccole dune di sabbia, vago ricordo di un ben più importante Sahara, vecchio set della saga di Guerre Stellari, una landa desolata bruciata dal sole, oggi meta turistica di successo. Qui arrivano frotte di turisti, appena un momento per una fotografia che già gli autisti di potenti fuoristrada richiamano con il clacson, l’escursione è lunga e bisogna correre per rispettare i rigidi tempi previsti. Noi non abbiamo fretta, passeggiamo sulle dune, ci immaginiamo il convulso febbrile lavoro al tempo delle riprese cinematografiche, gli attori avvolti in bizzarri costumi. Pochi chilometri e raggiungiamo le oasi di montagna, piccoli villaggi sorti in prossimità delle fonti di acqua, unica ricchezza la coltivazione di palme da dattero. Oggi le vecchie case sono abbandonate dopo che alcuni anni fa una pioggia ininterrotta di quasi un mese ha sgretolato gli antichi paesini fatti di fango e legno di Tunisia - oasi di Chebika

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palma, che sono stati ricostruiti in muratura e in posizione più riparata. Anguste valli in cui sgorga un’acqua cristallina che permette la vita, il tradizionale lavoro della coltivazione è stato in gran parte sostituito dal commercio di souvenir, dopo che il turismo ha raggiunto questi luoghi.

Tunisia - oasi di Midès

A Tamerza effettuiamo una passeggiata con una guida locale, ci addentriamo in canyon scavati da torrenti oggi secchi, ma in stagione possono avere sino a sei metri di acqua proveniente dalla vicina Algeria, passiamo a un solo chilometro di distanza dal confine, osservati con attenzione dai militari che presidiano la frontiera. Lisce pareti di roccia che si snodano come flessuosi serpenti, naturali bastioni difensivi già utilizzati dai romani come avamposti ubicati in posizione strategica. Prima di dirigerci verso il mare, ci fermiamo a Metlaoui, dalla stazione parte un vecchio treno restaurato per i turisti, percorre parzialmente la linea ferrata per il trasporto dei fosfati, ricchezza mineraria della regione. La gita è breve e deludente, il convoglio risale due belle valli, poi si ferma e prima che ce ne rendiamo conto ha già iniziato la via del ritorno. Verremo poi a sapere che in effetti il percorso è molto più lungo, ma la compagnia che lo gestisce, in considerazione dell’alto numero dei passeggeri, ha ridotto il traTunisia - treno Lezard Rouge gitto, il business è comunque redditizio e 70


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quindi che importa se i viaggiatori non sono soddisfatti. Sfax è la seconda città della Tunisia, il suo porto la collega con un regolare servizio di traghetti alle isole Kerkennah, piccolo arcipelago a 12 miglia dalla costa, il costo della traversata un’inezia. Come arriviamo un ferry-boat è in partenza, giusto il tempo di fare i biglietti e stiamo già navigando mentre grigie nuvole si addensano in un cielo plumbeo. Quando sbarchiamo cerchiamo un luogo in cui fermarci, percorriamo l’unica strada che collega le due isole maggiori e quasi senza accorgerci arriviamo all’estremità opposta, qui incontriamo un pescatore che a tutti i costi ci invita nella sua casa. Finiremo di rimanere suoi ospiti per due giorni. Vuole farci apprezzare la sua isola, quindi con un suo amico, il capo della polizia locale, si prodiga come guida, visitiamo i luoghi più caratteristici e ci sembra di vivere fuori dal tempo moderno. Tunisia - porto pescatori su Isole Kerkennah Sulle isole si svolge ancora oggi una vita calma e tranquilla, pochi gli abitanti, un mare pescoso assicura sostentamento per tutti, in stagione solo un poco di turismo locale, quindi solo visi noti, abituali storie di convivenza tra persone che si conoscono tutte. A notte un violento temporale, tuoni e saette scandiscono il tempo a una pioggia forte e insistente, è mattina quando un timido sole illumina quella che era la spiaggia del nostro parcheggio trasformata in una palude. E’ già il tempo dei saluti, dello scambio degli indirizzi, arriviamo al porto e in meno di cinque minuti siamo imbarcati. Il mare è calmo e brilla mentre un caldo sole lo illumina, ci spiace abbandonare questa località di pace, ma ci ripromettiaTunisia - isole Kerkennah casa per vacanze mo di ritornarci, siamo rimasti sedotti dalla bellezza del luogo, dalla tranquillità che emana e dall’ospitalità dei suoi abitanti. Ci rimettiamo in viaggio, una fermata è di obbligo a El-Jem per la visita del grande Colosseo romano, il terzo del mondo antico per dimensione. Oggi rimane solo l’esterno e una parte della grande struttura interna, sedersi sulle gradinate e guardare l’arena crea emozioni, con un piccolo sforzo di fantasia si riesce a immaginare la folla urlante, il balenare degli scudi e delle spade dei gladiatori, il sangue, il sudore di coloro che venivano sacrificati in questi cruenti spettacoli. 72


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Tunisia - El-Jem Colosseo romano

Il grande monumento oggi è tristemente soffocato dal centro abitato che lentamente lo ha completamente circondato, una piacevole sorpresa è il museo sorto poco lontano. Vi sono racchiusi magnifici mosaici romani lì trasportati per la loro conservazione, incanta la perfezione del disegno, l’abilità nell’assortimento dei colori, preziosi pavimenti che abbellivano le case dei ricchi patrizi. Il tempo del nostro viaggio volge ormai al termine, prima di lasciare questo ospitale paese vogliamo ancora visitare Cap Bon, la penisola che a nord di Tunisi si protrae nel mare Mediterraneo verso la Sicilia. Scartati i luoghi più turistici arriviamo sino al Tunisia - El-Jem museo dei mosaici romani capo, un inseguirsi di spiagge bianche che muoiono in un mare dagli innumerevoli colori, il verde smeraldo vira lentamente sfumando in tutte le tonalità dell’azzurro sino al blu più profondo. Poche case bianche dagli infissi azzurri delimitano un paesaggio dove la mano dell’uomo non ha ancora rovinato la natura, sono luoghi ancora dall’aspetto selvaggio che ci ricordano come dovevano essere le nostre coste prima che la speculazione edilizia le rovinasse per sempre.

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CONCLUSIONE La sirena che suona improvvisamente ci avverte che il traghetto è ancorato alla banchina, scendiamo al secondo piano del garage e avviamo il motore, ancora poco più di 130 chilometri e saremo nuovamente a casa. Mentre viaggiamo non abbiamo alcuna voglia di parlare, ripensiamo ai paesi visitati, alle tante persone conosciute e già ci assale una nostalgia difficile da definire. Ricordiamo i sentimenti contrastanti che ci ha suscitato l’Egitto, la bellezza dei suoi antichi monumenti, lo squallore delle tante, troppe costruzioni che rovinano inevitabilmente una costa che altrimenti sarebbe splendida. La simpatia, i tanti sorrisi e formule di saluto con cui siamo stati accolti, ma anche l’insistenza molesta dei venditori e dei questuanti che cercano di sbarcare il lunario. La grandiosità degli hotel della capitale contrapposta allo squallore delle strade di periferia invase da una sporcizia senza limiti. La Tunisia, il suo cielo di un azzurro incontaminato, la nazione più vicina alla nostra mentalità, nonostante le ovvie grandi differenze. Viabilità alla francese con indicazioni quasi perfette, piccoli paesi che ancora mantengono un fascino antico. Paese musulmano, ma più laico degli altri stati arabi, le donne tunisine godono di maggiori diritti e se ancora non è proprio la completa parità, le premesse esistono, è una modernità che anche molti uomini iniziano a condividere. Ricordiamo le emozioni che la Libia ha saputo donarci, i suoi silenzi, la bellezza del suo deserto, la luce impagabile che fa rilucere le sue sabbie. Ci avevano descritto queste sensazioni, pensavamo che fossero esagerazioni, ma così non è stato, inoltre l’acquisita sicurezza nella guida accresciutasi dopo l’esperienza fatta nel Sahara e i preziosi consigli di Sherif ci ha reso agevole il resto del viaggio. Un ultimo pensiero riconoscente è per i nostri amici che hanno condiviso con noi questa esperienza. Sia pur nella diversità delle singole personalità non vi è mai stato un momento di vera tensione nel gruppo, le scelte sempre condivise con entusiasmo, un aiuto reciproco senza invidie o stupide ripicche, uno sforzo comune per risolvere al meglio i piccoli disguidi o problemi che inevitabilmente si presentano in quattro mesi di viaggio quasi continuo, forse auspicio di nuovi itinerari insieme.

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Pag. 16 Libia Lago Umm al-Maa mercatino per turisti

Pag. 16 Libia Lago Umm al-Maa venditore

Pag. 17 Libia Lago Umm al-Maa venditore

Pag. 17 Libia Lago Umm al-Maa regalo gradito

Pag. 18 Libia Lago Umm al-Maa cacciatore di immagini

Pag. 18 Libia dintorni lago Umm al-Maa

Pag. 19 Libia Lago Umm al-Maa venditore

Pag. 19 Libia Lago Umm al-Maa

Pag. 22 Libia Deserto Wadi Maggedet

Pag. 25 Libia Deserto Acacus arco naturale

Pag. 29 Libia Vulcano Waw al Namus

Pag. 35 Egitto Siwa moschea


Pag. 35 Egitto Siwa pipe ad acqua

Pag. 38 Egitto Deserto Bianco fungo di gesso

Pag. 40 Egitto Valle dei Re operai restauratori

Pag. 36 Egitto Siwa Bambine che si dissetano

Pag. 40 Egitto Valle dei Re portatori al lavoro

Pag. 42 Egitto Karnak Tempio di Amon

Pag. 44 Egitto Nilo ad Assuan Navigazione in feluca

Pag. 44 Egitto Isola Elefantina villaggio nubiano

Pag. 46 Egitto Abu Simbel tempio di Hathor

Pag. 46 Egitto Abu Simbel tempio del sole

Pag. 46 Egitto Abu Simbel tempio di Hathor

Pag. 52 Egitto Ras Mohammed reef


Pag. 52 Egitto Ras Mohammed reef

Pag. 53 Egitto Ras Mohammed reef

Pag. 53 Egitto Ras Mohammed reef

Pag. 56 Egitto Sinai Il fiordo

Pag. 56 Egitto Sinai un pellicano prigioniero

Pag. 59 Egitto costa Mar Rosso immersione

Pag. 59 Egitto costa Mar Rosso reff

Pag. 61 Egitto mercato lungo il Nilo

Pag. 61 Egitto militari di scorta nel mercato lungo il Nilo

Pag. 64 Egitto Cairo - Giza Piramide di Cheope

Pag. 64 Egitto Cairo bazar Khan el-Khalili

Pag. 64 Egitto Cairo bazar Khan el-Khalili


Pag. 66 Libia Leptis Magna arco di Settimio Severo

Pag. 71 Tunisia oasi di Midès mura fortificate di epoca romana

Pag. 71 Tunisia oasi di Midès canyon scavato da torrente

Pag. 71 Tunisia dintorni oasi di Midès diga artificiale

Pag. 73 Tunisia El-Jem Colosseo romano

Pag. 73 Tunisia El-Jem Colosseo romano



CAMPERTRE – VELO D’ASTICO (VI)


Quattro mesi di viaggio, tre paesi visitati, sei persone, tre auto. Sempre abbiamo incontrato cordialità e gentilezza, un sorriso, un saluto o un aiuto quando era necessario. Abbiamo visitato luoghi solitari e deserti di una bellezza stupefacente, apprezzato il silenzio totale che la notte ci regalava. Questo è il racconto di quanto abbiamo vissuto, unicamente per non dimenticare.

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