Dalle Dolomiti Alle Ande

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DALLE DOLOMITI ALLE ANDE

25 giorni di navigazione da Le Havre a Buenos Aires Finalmente ci siamo! Dopo lunghi mesi spesi in preparativi di ogni genere, il 1° giugno partiamo da Merano e passando per Milano, attraverso il tunnel del Monte Bianco, arriviamo a Parigi e dopo 1350 km giungiamo a Le Havre. Nella stiva del cargo “ Grande Buenos Aires”, il nostro fuoristrada viene fissato con delle cime all’ottavo ponte. Ci vorranno ventisei giorni per arrivare in Argentina. E’ la prima volta che trascorriamo Imbarco cosi tanti giorni su una nave. Per non annoiarci ci siamo organizzati con letture, carte geografiche, guide, casette audio di un corso di lingua spagnola e tutto l’occorrente per montare al computer i film dell’ultimo viaggio in Africa. Il nostro viaggio inizia: la nave alle ore 11 si stacca lentamente La nostra casa dal molo e ci lasciamo alle spalle il vecchio continente.


Navigheremo verso Sud-Ovest, toccheremo Casablanca, Dakar, Coutounuo, attraverseremo l’Atlantico faremo scalo a Salvador, Vitoria, Rio de Janeiro, Santos e in fine a Buenos Aires. Ci viene presentato il “Signor comandante”. Usando il dialetto napoletano, condito da gestualità tutta mediterranea e da pause sapientemente dosate, ci spiega la vita di bordo. Siamo gli unici passeggeri, la nave viaggia a metà carico su un oceano piatto come l’olio. Dopo due giorni, per la prima, volta ho ritrovato la mia Cabina di comando cabina (n. 335 ponte 12) senza l’ausilio di satellitare o aiuti vari. Giovedì 10 giugno, abbiamo studiato il nostro percorso. Con l’indice puntato sulla carta geografica e con la nostra fantasia abbiamo visitato Rio de Janeiro, il delta dell’Orinoco, il bacino del Rio delle Amazzoni, il Mato Grosso, il Pantanal, la Guyana francese, Salar de Uyuni, il lago Titicaca, le isole Galapagos, Machu Picchu, la Terra del Fuoco, l’Antartide, la penisola di Valdes, il Perito Moreno, le Torri del Paine, il Fitz Roy. Sabato 12 giugno, la partenza da Casablanca è stata ritardata a causa di alcuni clandestini che si sono imbarcati usando il braccio di una gru portacontainer. Erano convinti che la nave fosse diretta in Italia. Ci sono volute due ore per perquisire tutta l’imbarcazione per avere, forse, la certezza di averli trovati tutti. Lunedì 13 giugno, che delusione! Ancora una volta mi sono “straperso” nel labirinto di corridoi e cabine tutte eguali. “Titti “, il plurianellato piccione viaggiatore, che ha viaggiato con In navigazione noi due giorni, ha preso il volo. Tutti facevamo la gara nell’accudirlo e sfamarlo. Siamo a Dakar e stiamo assistendo dall’alto del dodicesimo ponte, allo sbarco di 150 vetture nuove. Per scoraggiare i malintenzionati, appena parcheggiate nel piazzale sono state recintate da due file di container sovrapposti. Lunedì 14 giugno attracchiamo a Coutounuo (Benin). Siamo attirati da un mercatino di improvvisate bancarelle e scendiamo sulla banchina. Il materiale esposto è vario: i DVD porno la La Grande Buenos Aires fanno da padrone e questo conferma che il vecchio detto sui marinai “una donna in ogni porto” ormai appartiene al passato. Oggi giorno, a causa dei costi di gestione di una nave, i ritmi sono diventati cosi serrati, che limitano la sosta nei porti a poche ore. Dal nostro personalissimo “Titanic” vengono scaricate anche della auto usate.

Porto di Casablanca


Porto di Vitoria (Brasile) Fumo, puzza, sgassate e sgommate ci fanno rivivere l’atmosfera vissuta qualche anno fa in una tappa della Parigi – Dakar. Il frastuono è assordante e di tanto in tanto l’allarme antincendio della nave ci avverte che i ponti sono saturi di monossido di carbonio. Sono vetture di “quinta mano”, alcune incidentate, altre non funzionanti, vengono trainate a gruppi di tre o quattro alla volta. In questo modo la vecchia Europa si è liberata di 1700 inquinanti e arrugginiti rottami. Nel vedere invece alcune lucenti Mercedes, ci pare di sentire fino qui il pianto dei loro proprietari che le stanno ancora cercando. Quando anche l’ultima cima è stata recuperata, ci stacchiamo lentamente dalla terra ferma tagliando così il cordone ombelicale che ci teneva affettivamente legati al continente africano. Durante l’attraversata atlantica di 4000 km, abbiamo l’opportunità di visitare il cuore della nave, la sala macchine. Il nostro cicerone, Mister Shing, gallonato ufficiale indiano, in un rumore infernale ha tentato di spiegarci, presumo in inglese gridato all’orecchio, tutto ciò che vedevamo. Rio de Janiero Christine si è divorata mezza biblioteca di bordo ed io, con oggi, ho finito di montare i filmati Egitto – Sudan (23 min.), Kenia – Uganda – Tanzania – Mozambico ( 27 min.). Ventiquattresimo giorno: terra in vista! E’ il Brasile. Alle ore 10,30 scendiamo a terra muniti di un vocabolario in portoghese e, mano nella mano ( Cris mi marca stretto), a passo di samba e canticchiando “CACAO … MERAVIGLIAO…... CACAO…CACAO…MERAVIGLIAO” ci accingiamo a scoprire in quattro ore Rio de Janeiro e a conoscere i suoi quattordici milioni di carioca che vivono ammassati sul fondo del più bel panorama urbano del mondo, tra l’oceano e la scarpata dell’altopiano.

Buenos Aires


PERCORSO ARGENTINA DEL NORD

6681 km in 48 giorni – media giornaliera 139,1 Ore 7,30, si fermano i motori della nave. E’ arrivato il nostro momento di sbarcare. I doganieri ci aspettano nella sala ufficiali, ci timbrano il Carnet de Passage e i passaporti. Baci e abbracci a tutto l’equipaggio. Quel freddo mattino, sotto un cielo plumbeo, usciamo dal porto di Buenos Aires senza nessun altro controllo. Abbiamo la sensazione di non essere in regola con gli incartamenti: tutto è stato troppo semplice e troppo veloce. Questa città ci fa subito una buona impressione: grandiose le vie del centro con edifici costruiti nei primi quarant’anni del ‘900, quando l’Argentina era uno dei paesi più prosperi del mondo. Dopo ventisei giorni di navigazione, passati Porto Madero all’ingrasso, ci promettiamo di dare una tregua al nostro colesterolo. Purtroppo i nostri buoni propositi franano miseramente a mezzogiorno davanti a un’asado (carne alla griglia) di oltre un chilo, al costo di una nostra pizza Margherita. Diego (madre italiana- padre spagnolo, un classico!)

Barrilla


Barrios del Norte

vicino a noi sta lottando con una milanesa che il piatto stenta a contenere. Sentendoci parlare, ci omaggia del suo quotidiano: è il “Corriere della Sera” in lingua italiana che viene stampato qui a Buenos Aires. Il cielo si è aperto regalandoci una bella giornata con temperature similari al nostro ottobre meranese. La Capital , chiamata così dai locali, sfoggia una sofisticata eleganza europea: oggetti di antiquariato, macchine d’epoca e palazzi storici sono la testimonianza di una ricchezza passata. Forse, nessun altro posto dice di più sull’Argentina e sulla realtà sociale come il cimitero della Recoleta . Qui nemmeno la morte rende tutti uguali: generazioni di ricchi e potenti argentini riposano nel lusso di fastosi mausolei. Il culto della salma è evidente. Qui si onorano le loro celebrità nazionali nell’anniversario della morte anziché della nascita. Le spoglia di Evita Peròn, (figlia di un nullatenente) riposano in una cripta

Cimitero della Recoleta sotterranea e questa eccezione ha fatto infuriare non poco l’altezzosa aristocrazia. L’Argentina è una terra fiera e coraggiosa, scenario delle speranze di generazioni di emigranti che hanno saputo influenzarne la cultura, la musica e la danza, in un intreccio di esperienze multiculturali. La gente di Buenos Aires, detti i porte os (portuali), sono conosciuti in tutto il Sudamerica perché istruiti, eleganti, ironici, calcolatori e anche un po’ snob. Un proverbio li sintetizza così: sono italiani, che parlano lo spagnolo, che si comportano come gli inglesi e credono di essere francesi. La passione per il tango degli argentini si può paragonare a quella che lega i nordamericani con il blues.

Tango Argentino


Assistiamo a esibizioni di tango ovunque : per strada, tra le bancarelle del mercatino delle pulci di San Telmo, tra i vicoli del quartiere la Boca, nei ristoranti tipici sia di giorno che di notte. L’aristocrazia dell’Argentina, che per anni si era scandalizzata per le umili origini del tango e per la sua aperta sensualità, si arrese quando il grande Carlos Gardel, rese questo ballo famoso in tutto il Quartiere degli artisti mondo. A Plazza de Mayo, da 18 anni ogni giovedì alle ore 15, si incontrano le madri dei desaparisidos. Il gruppo è vario e numeroso: eleganti signore e popolane vestite poveramente portano annodato al collo il fazzoletto bianco, simbolo del loro movimento e, appuntata al petto, la foto del congiunto scomparso. Questo corteo silenzioso gira intorno all’obelisco della piazza per ricordare la vergogna della mancata punizione dei colpevoli dell’assassinio di oltre 30.000 persone.


Dopo cinque giorni lasciamo Buenos Aires e ci dirigiamo verso le terme di Concordia. A causa di un mese di aria condizionata subita sulla nave, ci vorranno tre giorni di bagni a 38° C per riattivare una spalla dolorante.

Le terme Proseguiamo verso nord-ovest. Il traffico è rallentato dai trattori che trasportano su 4-5 rimorchi la canna da zucchero appena tagliata. Siamo al parco di Talampaya, noto per le sue bellezze naturali.

Parco de Talampaya

Nel corso dei millenni la forza erosiva dell’acqua e del vento hanno scolpito nell’argilla, coloratissimi canyon e pinnacoli dalle forme di particolare bellezza. Questa area desertica è caratterizzata da caldo feroce di giorno, notte gelide e improvvisi acquazzoni torrenziali. Alla periferia di Rioja ci ferma la polizia: gentilmente, controlla il Carnet, i passaporti, l’ estintore e il triangolo. Tutto è ok! Bene, ora finalmente siamo tranquilli abbiamo avuto la conferma di essere in regola. Stiamo percorrendo la mitica “ruta 40” El camino real. Ci arrampichiamo su una pista sassosa e dopo avventurose serpentine giungiamo al passo Abra del Acay di 4985 m. s.l.m.


Il nostro Toyota sputa un fumo acre e maleodorante e arranca con fatica. Data la rarefazione dell’ossigeno, anche noi abbiamo il “fiato corto” e stiamo pagando gli stravizzi argentini. Sono giorni e giorni che ci accompagna un cielo blu e straordinariamente terso. Dopo l’ennesimo tornante, un gruppo di Lama e Guanachi ci sbarrano la strada. Foto d’obbligo. Ci liberano il passaggio degli Indios, discendenti degli Indiani Calchaquì. Hanno la carnagione scura, le guance paonazze e i capelli lunghi e corvini. Sono intabarrati in un poncho di lana grezza e indossano il classico berretto andino. Con un sorriso e una stretta di mano, li ringraziamo per l’aiuto; li vediamo ancora con il braccio alzato in cenno di saluto sparire dietro la nostra nube di fumo bianco.


Nei passaggi più esposti, sferzate d’aria improvvise ci fanno ondeggiare paurosamente e le grida di Christine sono soffocate dal sibilo del vento. Quasi mai riusciamo a rispettare un itinerario di viaggio, perché spesso ci fermiamo a impreviste feste paesane: la festa del Santo, la festa del poncho, la festa del Gaucho, la sagra del Empanada (raviolo di carne fritto), la festa della Pachamama in onore della madre Terra. Sempre veniamo accolti con sincera gentilezza e con molta curiosità, quando sentono che veniamo dall’Italia, tutti, con gioia, ci dicono di avere una discendenza italiana: un bisnonno, una nonna o una suoquera (suocera). Gauchos

Salta


Cambio della guardia a Salta Un giorno tra le nuvole. Una delle attrazione di Salta è El Tren a las Nubes. Dopo un’ attesa di quattro giorni riusciamo ad ottenere due posti numerati sul treno delle nuvole. La partenza è alle sette del mattino. Nell’atrio della stazione ci sono i venditori ambulanti che offrono bibite, sandwichs, coca in tutte le versioni: in foglie, the o pastiglie consigliate per il mal d’altura. Sul treno tutto è molto ben organizzato: hostes, capogruppo, spiegazione in più lingue, intervallate da musica andina, carrozza bar, ristorante, vendite souvenir, infermeria e bombola d’ossigeno. Trascorriamo 15 ore da “turisti tutto compreso”. Assieme a noi ci sono 150 persone tutti in gruppi precostituiti che da giorni viaggiano assieme; sono ben equipaggiati con scarponi, completi da trecking, con zaino in tinta, macchina fotografica, binocolo e filmadora. Destiamo curiosità e, appena sentono che siamo in giro con una “casa rodante”, notiamo che ci guardano con un certo non so che. A questo punto, sfoderiamo tutta la nostra italianità e modifichiamo qualche verità sul nostro viaggio. Con l’aiuto del vocabolario tascabile ripetiamo la nostra filastrocca in lingua “forestiera”: ci siamo ritirati dal mondo lavorativo per raggiunto benessere e stiamo girando il mondo per un periodo illimitato.


Mercato andino Dopo 21 gallerie e 44 ponti, saliamo da 1200 m a 4475 m sulla puna vicino al confine cileno. I punti più ripidi vengono superati invertendo il senso di marcia a zig zag, o con i cosiddetti rulos, una specie di scala a chiocciola su rotaie. I venditori di artigianato locale vengono trasportati con dei Pic-up da stazione a stazione e ci offrono con insistenza le loro povere cose. Il panorama è superbo e il cielo straordinariamente limpido. Siamo di ritorno alle ore 22. Recuperiamo la nostra macchina e finalmente ci sentiamo a casa. Stiamo viaggiando in direzione Nord. Visitiamo il parco umido “ Esteros del Iberà”. Penetriamo nella palude con una lancia spinta da una pertica e vediamo: un serpente boa, gatti selvatici, volpi, scimmie, cervi e, su isole galleggianti: alligatori, capibara e uccelli di ogni tipo.


Devozione o paganesimo? Il Gaucho Gil, Robin Hood argentino, viene considerato il santo degli automobilisti. Fu condannato all’impiccagione per diserzione. Il santuario di Corrientes richiama decine di migliaia di pellegrini ogni anno. I numerosi altarini lungo le strade si notano da lontano per le bandiere rosse che sventolano al vento. Questi luoghi di culto spesso sono circondati da copertoni, pezzi di motore e di carrozzeria offerti dai viaggiatori come ex voto per la grazia ricevuta.

La leggenda della Defunta Deolinda Corea narra che, durante le guerre civili del secolo scorso, la Santa morì di fame e di sete nel vano tentativo di raggiungere assieme al suo figlioletto, il marito che era in guerra. Si salva miracolosamente solo il figlio. Le vengono attribuite guarigioni miracolose e guadagni inaspettati. Le strade sono fiancheggiate da piccoli santuari con immagini della Santa, candele, banconote di piccolo taglio e le inconfondibili bottiglie d’acqua lasciate per dissetarla.

San Expedito, Santo delle cause urgenti, è la speranza del nuovo millennio, morto nell’anno del signore 303 viene commemorato ogni 19 del mese. Oh glorioso SAN EXPEDITO de las causas justas y urgentes, ayùdanos en esta hora de afliccion y desesperaciòn, intercede por mi ante nuestro SENOR JESUCRISTO. Tu que eres un Santo guerrero, tu que eres el Santo de los desesperados, tu que eres el Santo de las CAUSAS URGENTES.


Il mondo è veramente piccolo. Stiamo godendoci l’ultimo tiepido sole che si specchia nella palude mentre si avvicina un Land Rover 130 camperizzato. Sono Bernd e Baerbel dalla Germania. Li abbiamo conosciuti in Africa e per puro caso li rivediamo in questa sperduta palude. Baci e abbracci. Alla sera, davanti al fuoco, si parla quasi esclusivamente delle esperienze vissute in Africa e decidiamo di fare un po’ di strada assieme. A Posada cogliamo l’opportunità di far revisionare il nostro mezzo in una grossa concessionaria Toyota. Baerbel e Bernd Rivestono il sedile, il volante e il pomello delle marce con una pellicola trasparente. In tre ore, due meccanici con molta professionalità cambiano l’olio ed il filtro (portati dall’Italia), controllano i livelli dei differenziali, puliscono il filtro aria, ingrassano, rabboccano l’acqua delle batterie e del tergicristallo per la modica spesa di € 14 compresa Iva al 21%. Le cascate Iguazù sono situate circa 20 km a Sud – Est del punto di confluenza dei fiumi Paranà e Iguazù che delimita il triplice confine tra Paraguay, Brasile e Argentina. Questo spettacolo della natura ha un fronte di 3 km: 275 cascate riversano milioni di litri d’acqua in un canyon profondo 72 metri. Dedichiamo tre giorni alla visita delle Catarate, due dalla parte argentina ed uno a quella brasiliana. Nel lato argentino camminiamo per 5 km lungo delle comode e panoramiche passerelle sospese. Dopo venti minuti di trenino elettrico, arriviamo al “salto del diablo”.


La vista del precipizio è impressionante e si è totalmente circondati dall’acqua che cade. Pappagalli e falchi veleggiano al di sopra del fitto manto verde della foresta. Per una veduta più ravvicinata delle cascate decidiamo di risalire, con dei potenti fuoribordo, il fiume fino a Garanta do Diablo. Ci troviamo immersi in una esperienza multisensoriale fatta di cascate ruggenti, giganteschi arcobaleni e nuvole di vapore, che ci inzuppano dalla testa ai piedi e, sotto lo scrosciare dell’acqua, si leva un grido unanime come una sfida alla forza della natura che ci sovrasta. Dalla parte brasiliana usufruiamo di bus ecologici poi, a piedi, ammiriamo il fronte delle cascate in tutta la sua ampiezza. Sono giorni densi di emozioni e decidiamo di ammirare le cascate anche dall’alto con un elicottero. E’ una cosa da sballo. Concludiamo la giornata in una Churrascaria (self – service) megagalattico. Si pagano € 9 all’entrata e ci si può straffogare in questo ”ben di Dio” a volontà. In sala, otto cuochi con una divisa impeccabile con tanto di mascherina, disossano e tranciano con maestria gli asadi, la porchetta, il capretto, i tacchini e diversi grossi doradi (pesce pregiato di acqua dolce). Il buffet si divide in diverse isole: antipasti freddi e caldi, primi piatti (cannelloni, lasagne, ravioli, tortellini, gnocchi, bigoli al torchio, da noi totalmente ignorati), insalate cotte, crude e composte. Dolci caldi e freddi, una cascata di frutta tropicale mista con alcuni tipi a noi sconosciuti. Abbiamo pranzato sorseggiando Caipirinha a tutto pasto ( aperitivo locale ammazza cristiani). Invocando il santo vaccino io mi sono fiondato su un piatto di ostriche. Il resto ve lo risparmio e per finire, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, rutto libero. Dopo le ore venti inizia la musica dal vivo con esibizioni di samba in cui le ballerine ballano indossando il solo “fio dental”.Il cameriere mi bisbiglia in un’ orecchio che è uno spettacolo solo per veri gringos. L’ho ringraziato pur non avendo capito a cosa volesse alludere.


Quella sera ho stentato a prendere sonno, avevo lo stomaco che sembrava una betoniera, continuava imperterrito a mescolare: colesterolo, trigliceridi, zuccheri, grassi saturi e insaturi il tutto abbondantemente innaffiato dalla Caipirinha…gronn…gronn… Per vent’anni, alla scuola alberghiera, mi sono sgolato nel ripetere ai miei allievi l’uso corretto per i tagli della carne. Dalla coscia di manzo: arrosti, brasati, bolliti, stracotti, spezzati; dal controfiletto: Roastbeef all’inglese o Entrecôte alla griglia ecc.. QUI in Sudamerica ho dovuto constatare che questo mio predicare non è applicabile ai manzi argentini. Qui anche le parti bovine meno nobili come spalla, petto, pancia , fracosta, collo, vengono cotte alla griglia (barrilla ed asado) e risultano ugualmente sempre straordinariamente tenere e gustose. Caipirinha: 2 lime, 12 cubetti di ghiaccio, 4 cucchiaini di zucchero, 300 ml di cachaça ( grappa di canna da zucchero). Tagliare i lime a pezzetti e mescolateli con lo zucchero. Tritate il ghiaccio e aggiungetelo insieme alla cachaça. Shakerate il tutto e versate in un bicchiere raffreddato. Servire con cannuccia.

Purtroppo anche quest’anno si è bruciato il circuito elettronico della plafoniera. La sostituiamo con una che avevamo di scorta. Smontandola mi accorgo che i fili non sono codificati: panico generale! Mi ripasso la legge di OHM (non solo non so applicarla ma non so nemmeno come si scrive) e con il mio personalissimo tester scaramantico ( riminiscienze dell’asilo) ho canticchiato “an dam des, vielemale bes, vielemale cuculus……… chiudendo gli occhi ho unito i fili. Da oggi, ringraziando l’ettronica, Christine ed io mangiamo a lume di candela!!!


PERCORSO IN BRASILE

12170 km in 62 giorni – media giornaliera 196,2 Lasciate le cascate di Iguazù entriamo in Brasile dove le pratiche doganali sono quasi inesistenti. I doganieri sono molto pazienti con noi che maldestramente cerchiamo di comunicare in portoghese. Ci augurano buon viaggio e “vada con Dio”. Visitiamo Itaipù, che in lingua guarana significa “roccia cantante”, che è la più grande diga del mondo costruita in società tra Brasile e Paraguay. Siamo nello stato del Mato Grosso dove non ci aspettavamo di trovare tutto così ordinato, organizzato, quasi teutonico. La nostra idea del Brasile è quella che ci viene proposta dai mass media: cacao meravigliao, morositas, samba, caffè Kimbo e carnevale. In questo stato del Brasile, invece, la gente che incontriamo è biondiccia, pallida, perché è di origine tedesca. Ora la nostra meta è il Pantanal. Una vasta pianura alluvionale di 230 000 km quadrati che si estende a Est del Rio Paraguay lungo la frontiera tra Brasile e Bolivia. L’unica pista che la penetra è la Transpantaneira lunga 145 km, piena di buche e in alcuni tratti è invasa dalle acque. E’ un paradiso per uccelli, alligatori, cervi, felini e capibara ( il roditore più grande del mondo). Il simbolo del parco è il Tuiuiu o Jabirù, che è la più grande cicogna esistente. Orde di zanzare danno prova di tutta la loro aggressività e vani sono i nostri tentativi per difenderci. In tre giorni superiamo 116 ponti più o meno malfermi. Spesso per proseguire siamo costretti a spostare le assi del ponte in modo da sostituire quelle mancanti.


I sostegni del centodiciassettesimo ponte hanno ceduto ed è pericolosamente inclinato, nel vederlo invaso dalla vegetazione, constatiamo che è da troppo tempo che nessuno ci passa e cosÏ ci arrendiamo. Torniamo sui nostri passi godendoci ancora una volta questo paradiso della natura.

Fauna del Pantanal


Studiando a lungo le carte geografiche, decidiamo di percorrere i 1830 km della pista che porta nella foresta Amazzonica, da Cuiabà a Santarem percorribili solo nella stagione asciutta. Nei primi 300 km la pista è scorrevole, il paesaggio è collinare, si coltiva grano, canna da zucchero e soia. Man mano che ci avviciniamo alla foresta queste coltivazioni lasciano posto ai pascoli. Sempre più di frequente ci giunge il fumo degli entimadas, la pratica degli incendi sistematici che precede il totale disboscamento traumaticamente irreversibile della foresta Amazzonica. Qua e là si vedono edifici in rovina ed abbandonati, sono le segherie che hanno terminato per sempre il loro lavoro dopo che la foresta pluviale è stata violentata e distrutta.

Foresta che va in fumo Il sole cala rapidamente ed il tramonto ci offre momenti suggestivi che non risolvono ma, se mai, attutiscono la consapevolezza del disastro immane in atto. Questa pista di terra rossa, si snoda in quello che è rimasto della foresta pluviale. Sono ore che mi sto consumando gli occhi nel quasi sempre vano tentativo di scansare le buche di ogni dimensione e ti accorgi di loro solo quando ci sei già dentro. Procediamo lentamente ed a radio spenta, nel tentativo di cogliere qualsiasi piccolo rumore sospetto sintomo di una eventuale rottura. Dopo 2 giorni di polvere, fumo, caldo umido e zanzare, ci sorprende un violento temporale La nostra marcia viene interrotta da un camion sprofondato nel fango che ostruisce completamente la pista. Dopo alcuni tentativi di aggirarlo, desistiamo. Seguiamo le tracce di un mezzo cingolato, ci inoltriamo nella foresta e ci prepariamo per la notte.

Transamazzonica A causa della calura decidiamo di cenare all’aperto. Ci sentiamo molto piccoli nel vedere questa foresta che ci sovrasta, alcuni alberi emergono dal sottobosco e lo superano di almeno 40 / 50 metri. Il sole è tramontato ed è subito buio. La candela accesa attira ogni specie di insetto volante, alcuni, addirittura finiscono bruciati, emanando un puzzo terribile. Allontaniamo la luce, ma è troppo tardi, siamo invasi! Abbandoniamo tavolo e sedie, incuranti dei pericoli che potrebbero nascondersi nel sottobosco, raggiungiamo il camper di corsa. Vediamo che nella nostra pasta ci sono degli strani animaletti che tentavano di riprendere il volo; per questa sera, tonno e fagioli hanno colpito ancora.


Siamo sconcertati nel vedere che piccolissimi animaletti verdi, attirati dalla luce della nostra cellula passano impunemente attraverso le maglie delle zanzariere e si attaccano ovunque. Alle 19,50 interrompiamo la nostra partita a scala quaranta, al buio ci srotoliamo i vestiti appiccicaticci di dosso e andiamo a letto. Oggi è proprio una giornata da dimenticare. Lasciamo tutto spalancato, nel vano tentativo di catturare anche il più piccolo alito di vento. L’aria è immobile e pesante, in rigoroso silenzio ascoltiamo i rumori della foresta.

Prima hanno iniziato con un fischio intermittente alcune cicale e man mano tutte le altre, trasformano il fischio in un sibilo assordante che aumentava sempre più, per poi smettere di botto dopo una mezz’oretta. I richiami degli uccelli si susseguivano in continuazione; uno è vicinissimo e ripete in maniera ossessiva il suo verso. Tentiamo di alleviare la tensione che si era creata, con un CD di Andrea Boccelli. Il rumore di fogliame calpestato era troppo forte e troppo vicino per non costringerci a verificare; nelle sciabolate di luce delle nostre pile vediamo una famiglia di capibara che razzola attorno a noi, hanno già rovesciato tavolo e sedie che abbiamo abbandonato. Urla e versi di animali hanno continuato a lungo. Una generosa luna rischiara la notte e sulle note di “O sole mio” ci siamo addormentati. Adesso posso dire aver raggiunto, attraversato, annusato, assaggiato, respirato, calpestato la foresta Amazzonica. L’indomani, il camion aiutato da una ruspa è riuscito a ripartire. Vediamo i segni tangibili della dura lotta. Hanno messo di tutto sotto le ruote: rami, sassi e parte delle assi di legno pregiato, che trasportava.


Sotto un cielo nero come la pece, con lampi che squarciano l’orizzonte ci rimettiamo in marcia. Durante questa traversata riportiamo i punti satellitari sulla nostra carta geografica, ed abbiamo così l’esatta percezione della vastità del Brasile. Arriviamo a Santarem: ci sentiamo frullati e centrifugati. Quando in campeggio esibiamo con orgogliosa sufficienza i nostri fuoristrada inzaccherati e malconci, su una carta geografica facciamo vedere da dove veniamo, tutti hanno un’esclamazione di stupore e battono le mani. Il porto fluviale, che vive del grande traffico commerciale, è anche punto di partenza di viaggi più o meno avventurosi tra i garabe, infinite isole di cui è costituita in gran parte la foresta Amazzonica. Anche noi con una lancia risaliamo il Rio Tapajòs affluente del Rio delle Amazzoni, che deve il suo color caffelatte all’immensità di limo che si trascina dietro nel suo lento andare verso il mare. Con le nostre macchine creiamo scompiglio in un sobborgo di pescatori, per poco non tranciamo un cavo troppo basso della linea elettrica ed infine, all’ora di pranzo, riusciamo a non prendere l’epatite in una baracca di paglia “tutto pesce”. Foreste, villaggi di case in paglia allineate sui due lati della pista, laghetti popolati di aironi e di ogni specie di uccelli, improvvisi temporali, fiammeggianti tramonti: questa è la Transamazzonica; ci siamo lasciati avvolgere dal suo abbraccio per otto giorni, 1830 km e due fusi orari. Le impressioni che si ricavano sono fortissime, perché la natura è ovunque prorompente, assale con profumi, suoni, fiori e incontri con animali che ci fanno di nuovo riflettere sul fatto che questo grande polmone verde è patrimonio dell’umanità che per essere tutelato richiederebbe grandi strategie internazionali. Giungiamo appena in tempo ad Alter do Chao per assistere all’evento folcloristico più importante del Parà occidentale: la festa do Cairè. Le sue origini risalgono forse ai simboli usati dai primi missionari per convertire gli indigeni.


Questa festa popolare è il risultato di influenze africane, portoghesi e autoctone ed è un miscuglio di musica, balli e teatro uniti da una straordinaria coreografia.

La danza è profondamente africana, con eleganti movimenti delle mani e dondolio delle anche, il bene e il male si rincorrono a passi leggeri. L’atmosfera è carnevalesca.


I gruppi che partecipano passano tutto l’anno a prepararla e per l’occasione sfoggiano costumi fastosi e inventano canzoni e poesie Alle banchine di Santarem sono attraccate le gaiolas ( tipici vaporetti del Rio delle Amazzoni a tre o quattro ponti) e le grandi chiatte per il trasporto dei camion. Siamo a bordo di una gigantesca chiatta, di circa cinquanta metri di lunghezza e venti di larghezza, un vecchio ferro butterato dalla ruggine e spinto da un rimorchiatore. Siamo gli unici a bordo e, sotto un sole cocente, su una rampa improvvisata saliamo e posizionamo i mezzi a nostro piacimento; abbiamo la vista libera sul fiume verso il quale non c’è alcuna spalletta o protezione. Alla partenza un potente scossone, il barcone si libera dalla melma, guadagniamo il centro del Rio delle Amazzoni e iniziamo una lenta e pigra navigazione.


Il fiume è talmente ampio da sembrare mare aperto. Sull’acqua fangosa galleggiano isolette formate da erba e rami intrecciati. Siamo preoccupati per i forti colpi che a volte provengono dalla chiglia, sono i grandi tronchi alla deriva. Un pesce compie un balzo fuori dall’acqua per acchiappare un insetto e ripiomba, forse appagato, con uno splash. La sagoma nera di un chiatta carica di legname, appena tradita dai fanali di poppa se ne va verso il mare mentre in cielo la via lattea dimostra in maniera lampante il concetto di infinito: è una buona notte per essere felici. Il Rio delle Amazzoni si divide in una miriade di canali, la chiatta si addentra in questo labirinto e noi ne seguiamo la rotta con il satellitare. L’ambiente che ci circonda, così nuovo ed inusuale, è motivo di continua meraviglia. Sono tre giorni privi di zanzare, privi di sudore e privi di stress.

Dove la corrente è meno impetuosa, meticcie dai tratti somatici incerti, ci affiancano con le loro imbarcazioni e con straordinaria abilità lanciano una cima prendendo al laccio il nostro pontone e con un balzo felino salgono a bordo. Ci guardano con curiosità, circondano i nostri mezzi: molti di loro non ne hanno mai visto uno. Sorridono, studiano i nostri vestiti, i nostri gesti e scuotono il capo divertite. Abbiamo chiacchierato a lungo, usando le mani, gli occhi e la fantasia: non è difficile tra persone curiose di sapere. Ci offrono strani pesci, tartarughe d’acqua dolce, gamberetti gia cotti, palmito e grossi granchi bluastri con le chele legate con foglie di palma. In cambio chiedono fiammiferi, sale e soprattutto il gasolio che di notte alimenterà le loro lampade. Le indios sono tutte giovanissime, di carnagione scura ed i loro costumi riescono a stento a contenere il loro corpo che è ancora in crescita. Sono poco interessate a barattare i loro prodotti, il loro interesse primario sono i figli del capitano. Dalla cabina dei due ragazzi, troppo piccola per contenerle tutte, esce una musica brasilera a tutto volume. Per alcuni tratti la nostra chiatta aveva al traino un codazzo di una decina di canoe. C’è una terra, in mezzo alla Terra, dove i pescatori Indios vivono liberamente nella foresta, si spostano a seconda del ritmo delle stagioni e della pesca. A volte scorrono lentamente sul nostro fianco lunghi convogli di zattere, tutte inverosimilmente cariche di tronchi secolari che testimoniano l’avidità del più grande nemico della natura, l’uomo.


Arrivati a Belem, dobbiamo aspettare l’alta marea per poter sbarcare. L’atmosfera del porto è soffocata da una calura opprimente e ovunque c’è un lezzo di fogna e di pesce marcio. L’economia impazzita (dovuta al taglio del legname) provoca anche qui sacche di miseria indescrivibile. Grandi poli industriali creano un violento contrasto con le favelas sulle palafitte che sorgono da acque putrescenti. In altre parole, appare evidente come il numero dei nuovi ricchi sia inferiore a quello dei nuovi poveri. Ora puntiamo verso il mare alla ricerca di palme, spiagge deserte, barriere coralline, pesci alla brace e tramonti idilliaci.

E’ primavera inoltrata, scendiamo lungo costa e troviamo la classica spiaggetta da cartolina. Posto riservato, un bel mare e così ci accampiamo all’ombra delle palme. Dividiamo la baia con tre capanne di pescatori e un ristorantino dotato solo di una griglia. Nei giorni festivi il posto si popola un po’ troppo, è così per noi il momento di spostarci per fare la spesa, per fare rifornimento d’acqua e mantenere i contatti con l’Italia per mezzo di internet. Ci disturbano solo due cose per considerarlo un posto idilliaco: l’acqua del mare, ancora troppo fredda e delle scimmiette che stanno in una mano e che sono dispettose da morire. L’alba e il tramonto diventano spettacoli da osservare con piacere, ogni giorno sono sempre diversi e durano pochi istanti, è il momento giusto per scattare qualche buona immagine. Una doccia a base di secchi d’acqua che ci rovesciamo addosso a vicenda ci farà arrivare all’ora di cena. Fransisco nativo del posto: di età indefinibile, ha gli zigomi pronunciati, la carnagione scura sulla quale risalta un’ispida barba bianca e occhi quasi a mandorla, che ci scrutano sotto gli spessi occhiali bisunti. Si presenta come proprietario, cuoco e cameriere. Con fare timido, schivo, pieno di semplicità, ci guida verso il suo modesto ristorante che dista poche palme da noi ed è fatto con mattoni di paglia e fango.


Sono sufficienti pochi minuti per socializzare, siamo spesso gli unici suoi clienti e così decidiamo di mangiare assieme. Fransisco, alla luce tremolante di una candela, cucina il pesce e noi prepariamo la Caipirinha. Salvador, capitale della provincia di Bahia, è la culla della cucina, delle religioni, dei balli e della musica che caratterizzano tutto il Brasile. L’influenza africana la si nota ovunque. La capoeira è una presenza costante ed è ormai diventata un’istituzione, ed è facile assistere per strada a esibizioni spontanee.

La capoeira nacque come arte marziale africana e serviva agli schiavi per combattere i propri padroni. Fu proibita e gli schiavi furono costretti a praticarla clandestinamente nella foresta. Solo più tardi si trasformò in una espressione artistica, sorta di danza acrobatica, i lottatori / danzatori si scambiano i colpi a ritmo del battere delle mani e il pizzicare del berimbau (strumento musicale).

Le vie del centro sono molto animate e sembra di essere su un set di un film degli anni 20. Gruppi di “matrone” in costume, veri e propri ritratti viventi di Mamie di “Via col vento”, insistono per raccoglierci i capelli in treccine, non arrendendosi nemmeno davanti alla mia calvizie incipiente.


Rio de Janeiro, è la “cidade maravilhosa”. Il campeggio dista 40 km dal centro, fortunatamente troviamo parcheggio sotto El Pào de Açucar. Siamo sorvegliati a vista dalla Marina Militare che ci da la sicurezza che cerchiamo. Così possiamo tranquillamente visitare la città: il Cristo Redentor, El Pào de Açucar, la spiaggia di Copacabana, il giardino botanico e qualche museo.

Un terzo degli abitanti di Rio vive nelle favelas (baraccopoli). Non hanno nè scuola, nè medici, nè lavoro. La violenza è endemica, la corruzione e la brutalità della polizia sono all’ordine del giorno, mentre le partite di pallone e la samba sono le uniche evasioni. Decidiamo di visitarle con un tour. Tutto è “troppo” organizzato e scontato. L’unico fuori tema sono i fuochi d’artificio che servono per comunicare ai 600 000 cariocas l’arrivo della volante della polizia. Un fuggi fuggi generale e anche per noi è venuto il momento di dileguarci.


Dopo alcuni giorni di permanenza, una sera sentiamo bussare alla porta della nostra cellula. Nel vedere un decorato ufficiale militare, pensiamo che il nostro “camping strada” stia per finire. Invece, impettito, quasi sugli attenti, si scusa del disturbo e ci chiede se dopo quattro giorni di sosta abbiamo bisogno di qualcosa: acqua, luce….. ecc. Dalla pianificazione del nostro viaggio ci rendiamo conto di dover fare delle scelte: continuare la visita del Brasile, oppure fuggire verso sud fino alla Penisola di Valdes in Argentina per vedere le balene franche, prima della loro emigrazione. Scegliamo le balene, che si trovano a 8000 km. Saranno 20 notti trascorse nei distributori di benzina, prima brasiliani, poi uruguayani ed in fine argentini. E’ sera, siamo fermi per pernottare in uno dei tanti distributori dotati di ristorante, supermarket, docce calde e guardiano notturno. Notiamo un ragazzo con la pelle color cioccolata, girare curioso attorno alla nostra macchina. Con un sorriso di un bianco tipo ”Richard & Ginori”ci chiede: “Argentini?” “No, italiani.” Con molto orgoglio ribatte: “ anca mi ”. Sebastiao, con un dialetto veneto molto stretto misto a portoghese per noi quasi incomprensibile, ci spiega di essere figlio di madre veneta e padre africano. La nostra conversazione prosegue a casa sua, dove ci presenta la moglie e i suoi tre bellissimi bambini. Dopo cena, con qualche cerveza (birra) in più, in coro cantiamo “quel mazzolin di fiori”. Loro erano intonatissimi e vedendoci a volte muti e imbarazzati, ci suggerivano le parole. Lasciamo questo “lembo d’Italia “. Sebastiao ci stringe la mano e se ne và portandosi dietro i suoi 34 anni, un presente incerto ed un sogno: andare in Italia. Davanti a noi São Paulo, 13 000 000 di abitanti che vivono perennemente sotto un cielo marcio di smog. Un muro di grattacieli ci sbarra la strada, la circonvallazione è in costruzione e ci troviamo imbottigliati nel traffico caotico e strombazzante, ed è subito panico. Chi tenta di passare a destra e chi a sinistra, i più prepotenti sono i taxisti che non si sa se sono molto esperti o molto ubriachi. Ci vorrà l’intera giornata per uscire da quell’ ingorgo.

L’ Oktoberfest di Blumenau attira la nostra curiosità. Sembra di essere stati catapultati in Germania. Lo stile delle case, i giardini, i nomi delle vie, dei ristoranti, la cucina, gli addobbi delle strade e la festa della birra ci danno l’impressione di essere a Monaco di Baviera.


Gli abitanti discendono in larga parte dagli immigrati tedeschi e sono orgogliosi delle loro origini. Hanno conservato le tradizioni, la lingua e i costumi dei loro antenati. La festa è affollata e chiassosa; il profumo di wurstel, stinchi e crauti invade i capannoni. Tutti sono rigorosamente in costume e si esibiscono in canti e balli folcloristici. La birra scorre a fiumi, ma a notte inoltrata l’atmosfera cambia: la vecchia danza popolare tedesca (Schuhplattler), insieme ad ottoni e fisarmoniche, viene messa da parte per una sculettante ed euforica samba. Ci allontaniamo dalla festa con un maxi Brezel in mano, contagiati dal ritmo frenetico della musica.

…anche questo è Brasile.. Lasciamo il Brasile, un paese favoloso ed immenso. Ci rendiamo conto che i tre mesi che gli abbiamo potuto dedicare ed i 10 000 km percorsi sono ben poca cosa. L’ago della bussola indica il sud. Il nostro contratto con il bel tempo sembra scaduto e la pioggia ci accompagna per tutta la traversata dell’Uruguay. Le frontiere sono semplici e veloci e non necessitano di visto. Arriviamo a Buenos Aires, finalmente la pioggia ha cessato di cadere, ma all’orizzonte continuano a saettare luminosissimi fulmini in un cielo nero.


PERCORSO ARGENTINA DEL SUD

Verso la fine del mondo Nella “capital” prenotiamo il biglietto aereo: fra 40 giorni saremo a casa per trascorrere le feste natalizie. Ora puntiamo verso la penisola di Valdes e per ore percorriamo la monotona interminabile strada diritta che porta verso sud. Il traffico è pochissimo e per lunghi periodi l’unica cosa che attraversa questa pianura è la nostra macchina. Ci accampiamo ad una sessantina di Km da Viedma alla Loberia sulla costa settentrionale del golfo di San Matìas.


Il paesaggio è caratterizzato da scogliere alte e ripide che si affacciano sulle spiagge sottostanti dove vivono permanentemente quasi 2000 otarie. Numerosi sono gli uccelli che nidificano in queste falesie. Assistiamo ai primi incerti voli dei giovani parrocchetti (pappagalli) seguiti sempre a stretto battito d’ala, da vocianti genitori capaci di sostenerli in volo, per cercare di proteggerli dagli attacchi dei falchi pellegrini e degli avvoltoi dal collo rosso.

La Penisola di Valdes, fa registrare su entrambi i golfi le maree con maggior dislivello del mondo. Il suo territorio si eleva un centinaio di metri sul livello del mare e ciò fa in modo che da qualsiasi punto uno si affacci gli sembra di essere su un meraviglioso balcone, con una prospettiva vasta quanto può esserlo lo sguardo.


Sono centinaia le balene franche, che entrano nel Golfo Nuevo offrendo degli spettacoli straordinari. Arrivano ogni anno, tra giugno e dicembre, richiamati dalla grande concentrazione di plancton e krill presenti in queste acque temperate. A Porto Piramidi, con delle barche attrezzate, è possibile avvicinarsi e toccare quasi con mano questi enormi cetacei.

Per l’occasione ci vengono forniti i giubbotti salvagente e mantelle e noi ci sentiamo molto “omino Michelin”. Saliamo su una barca che è in secca, appoggiata su un enorme carrello che viene trainato fino al mare da un grosso trattore. Quando è in galleggiamento vieni sganciata e lasciata scivolare, come un varo, nel mare.


Durante il nostro girovagare ci attraversano la pista di terra alcuni armadilli, (Tatù in lingua Chaco) che, davanti alla frenata dell’auto, restano paralizzati dalla paura. Quando scendiamo fuggono con il loro passettino nervoso, un po’ ridicolo un po’ grazioso, per poi sparire poco più in là in una tana. Spesso ci imbattiamo in gruppi di guanachi, di pecore e nandu che pascolano tranquillamente assieme. Sulla costa prolificano migliaia di cormorani, aironi e albatros.

Il parco è famoso anche per i suoi pinguini, leoni e elefanti marini che vivono sulle sue spiagge oziosamente sdraiati al sole. Dall’alto vediamo concentrarsi in unico punto uno stormo di gabbiani che, rumorosamente, si contendendo una placenta di un elefantino marino appena nato. A punta Northe due giorni fa, durante l’alta marea, sono state avvistate due orche che nella foga dell’attacco ai leoni marini per poco si “spiaggiavano”.


Il nostro sguardo vaga sulle sfumature dell’acqua, in affannosa ricerca dell’enorme pinna diritta o del mantello bianco e nero delle orche, eleganti predatrici assassine. Il riverbero del controluce e la sabbia portata del vento ci fanno abbandonare a malincuore questo panoramico sperone di roccia. In questo ambiente paradisiaco il tempo è volato. Oggi è il primo di novembre: dobbiamo rifare i 1800 km per tornare a Buenos Aires. Lasciamo la nostra “casa rodante”, che tanto ci ha dato, in un garage semibuio. Stacchiamo i morsetti delle batterie, un ultimo controllo e da lontano ci giriamo per un ulteriore saluto. Il volo 234 della British Airway ci sta portando a casa e già ci pregustiamo l’incontro con i nostri cari e la futura atmosfera natalizia.

Dopo due mesi di “ferie” a Merano, il sette gennaio atterriamo all’aeroporto di Buenos Aires. I 42°C ci tolgono il respiro, mentre solo 14 ore prima eravamo infagottati per difenderci dai 7°C. Per fortuna ci aspetta Silvano che ci offre un passaggio, una doccia, l’aria condizionata e tanta amicizia. Patrizia, come sempre, ci vizia con una cena araba che ci ricorda i bivacchi vissuti assieme nel deserto libico. A porto Madero al punto 34° 35, 877 S 058° 21, 796 W ci incontriamo con Lia e Luciano e, davanti ad un asado e vino tinto, placchiamo il nostro desiderio di carne argentina.


Riviviamo le esperienze vissute con loro nel viaggio in Africa che è durato quasi un anno e decidiamo di fare un po’ di Sudamerica assieme. Oltrepassiamo Bahia Blanca, città di confine tra la pampa umida e le praterie secche della Patagonia Argentina. La Patagonia si mostra poco a poco, si comincia a vedere i primi segni di aridità, ma ci sono ancora manti verdi ricchi di pascoli spazzati dal vento incessante che viene dal mare. Tra giochi di luci, pioggia e i colori dell’arcobaleno, filiamo diritti verso la fine del mondo. Tira un vento fortissimo al quale dovremo abituarci perchè sarà una costante di tutto il viaggio. La strada che porta a Rio Gallegos è come tutte le strade patagoniche un nastro che parte dal nulla e arriva al nulla, Volpe patagonica attraversando il nulla, ma ci regala una sensazione di infinito e libertà che nessuna descrizione o fotografia riesce a trasmettere. Il silenzio è interrotto soltanto dal rumore del vento che pettina le praterie ancora ingiallite. Traghettiamo lo stretto di Magellano e finalmente tocchiamo la mitica “Tierra del Fuego” che deve il suo nome al suo scopritore Il nulla che tre secoli fa vide centinaia di fuochi accesi ed, attorno ad essi, i nativi seminudi. Qui brucia ancora la sconfitta della guerra delle Falkland del ‘82 con gli inglesi. “ Los Malvinos son Argentinas” ostenta un murales. Anche le cartine geografiche continuano ad indicarle come isole argentine. Gauchos a cavallo con i suoi bombachas e alparatas (pantaloni e calzatura tipiche), con l’aiuto dei cani, radunano nella polvere migliaia di pecore gonfie di lana. E’ il momento della tosatura: squadre di abili cottimisti danno prova della loro professionalità togliendogli il manto in solo tre minuti.


Il paesaggio è idilliaco: cavalli allo stato brado e volteggi di aquila mora nel cielo terso. Boschi di faggio australe dai tronchi scuri e contorti coperti di muschi, licheni e da una lanetta grigia “Barba del Viejo”, danno a questo posto un aspetto fiabesco ed incantato: sembra di vivere in un bosco stregato. Questo è anche l’habitat del castoro. In una piccola laguna possiamo ammirare uno sbarramento di rami intrecciati, è l’opera ingegnosa di questi grandi roditori. Ci appostiamo e, solo verso sera, ne avvistiamo una coppia che nuota silenziosamente nel proprio laghetto. Hanno in bocca un ramo di faggio appena reciso. Bosco stregato Purtroppo si accorgono della nostra presenza e, con uno sbattere di coda, s’immergono velocemente.

Uno cielo sterminato si fonde all’orizzonte con la steppa color pastello. L’unica cosa che rompe la linea dell’orizzonte è qualche sporadica Estencia e gli alberi battuti dal vento che assumono posizioni contorte. Finalmente siamo giunti alla fine del mondo. Un grande cartello ci informa “Ushuaia la fin del mundo, principio de todo”. La cittadina è un potpourri di case in cemento e lamiera ondulata, ai piedi di vette innevate, adagiata in una baia che si affaccia sul canale di Beagle. Il sole, come una meravigliosa palla di fuoco entra prepotentemente dalla finestra della nostra cellula e in questa atmosfera decidiamo di regalarci per i nostri 120 anni una crociera nell’Antartide.In agenzia compiliamo il formulario: indirizzo, numero di passaporto, numeri di telefono da utilizzare in caso di incidente. Ci hanno fatto firmare di tutto e di più, liberandosi da ogni responsabilità e giustificandosi dicendo che non si trattava di una crociera ma di una spedizione.


ANTARTIDE

L’Antartide è un tesoro scientifico ed ecologico che attira allo stesso modo ricercatori, esploratori e turisti. Viene visitato per la sua incredibile bellezza e per il gusto di vivere la sensazione di stare in un ambiente primitivo e puro dove l’uomo è ancora solo un visitatore. Siamo sul ponte del “Ushuaia”, stiamo partecipando, con tanto di giubbotto di salvataggio, alle esercitazioni di abbandono della nave. Un lugubre suono di sirena ci avverte che stiamo per salpare. Rompiamo le righe con un urlo di gioia. Il morale è alle stelle, la grande avventura è iniziata. Con l’entusiasmo di due ragazzi che marinano la scuola ci avviamo verso la cabina 015. Al primo briefing il capitano in pompa magna ci comunica che siamo solo in 45 passeggeri e, che per tanto, tutti possiamo trasferirci ai ponti superiori. Tre “hurra” per il signor comandante. Così da una cabina collocata tra l’elica e l’albero motore ci trasferiamo al piano comando. Una “figata” pazzesca!!! Dopo qualche ora di navigazione tranquilla nel canale di Beagle puntiamo verso lo stretto di Drake, dove il vento spinge le onde dell’oceano Pacifico verso l’Atlantico. Questo tratto di mare come sempre è in burrasca, la nave ondeggia paurosamente per due giorni e come d’incanto la I nostri 120 anni sala da pranzo, il bar e i corridoi si svuotano.


Qui inizia il nostro calvario. Christine entra in bagno e invece si trova catapultata e accartocciata nella doccia. Il recupero è veramente arduo. Fortunatamente si risolve tutto con uno spavento e una escoriazione a forma di punto interrogativo rovesciato su una chiappa. Lentamente, a gattoni, guadagniamo la cuccetta. Nel bagno il porta spazzolino e cestino stanno facendo una insolita partita di Squash rimbalzando rumorosamente contro le pareti metalliche. Dormire è impossibile, si può solo riposare con braccia e gambe divaricate. Quando sopraffatti dalla stanchezza si muta posizione con una più comoda inizia il rotolamento da una sponda all’altra del letto. Un cassetto durante la notte è fuoriuscito dal mobile come un proiettile e, assieme al suo contenuto, segue fedelmente ogni movimento della nave. Al mattino inizia il mio dramma. Ben piantato su una sedia, con una mano aggrappata al letto a castello, mi lavo i denti. Il rompighiaccio dopo uno scossone e un sinistro rumore di lamiere si inclina, rovesciandomi lateralmente. Porcaccia…….. a momenti mangiavo lo spazzolino!!! Mi vesto, sempre con una mano sola, inizialmente in ginocchio e poi a rotoloni sul pavimento, schiacciando tutto ciò che è sparso per terra. Ho saltato la piccola colazione. A mezzogiorno, preso per fame, entro in sala da pranzo che è quasi deserta, non riesco nemmeno a terminare il saluto: “Good Morning” che una forza incredibile mi scaraventa verso il lato destro della sala. Un urlo, cerco di frenare la mia caduta aggrappandomi a tutto ciò che trovo e così trascino con me sedie vuote, piatti, posate e bicchieri che, per l’occasione, fortunatamente sono di plastica. Tutti sono attorno a me, preoccupati mi tengono la mano e mi tranquillizzano in lingua forestiera.


Arriva il dottore e, a carponi sotto il tavolo, mi sente il polso e prima di farmi alzare si accerta se sono in grado di muovere gli arti. Per mia fortuna una spessa fascia di “muscoli” foderano le mie ossa e così me la cavo con qualche livido. Mi alzo, vergognosamente mi siedo a tavola e mi…. abbuffo. Questa mio rovinoso atterraggio sotto i tavoli si è risaputo in tutta la nave. Nei giorni a seguire ogni volta che mi vedono traballante, tutti ammutoliscono e cercano di mettere in salvo le loro cose. Finalmente usciamo dal canale di Drake e il mare si placa. La nave si anima di nuovo e la vita di bordo riprende. Stiamo seguendo la rotta con il nostro satellitare e ci rendiamo conto che abbiamo doppiato Capo Horn. Ci comunicano che la temperatura dell’acqua e scesa fino a due gradi. Questo raffreddamento fa capire che abbiamo raggiunto l’Antartide: un mondo dove i confini nazionali non hanno più importanza, dove si depositano le migliori intenzioni dell’umanità, dove ci sono uccelli che non volano e portano il frac e uccelli che volano e sembrano aerei siluranti, dove foche e balene giocano a rincorrersi senza prendersi mai, dove una coltre bianca copre il paesaggio. Con i gommoni facciamo due escursioni al giorno accompagnati da guide esperte. Solo dopo una maniacale sterilizzazione degli stivali possiamo scendere a terra. Visitiamo: King George Island, Hanna Point, Paulet Island e Livingston Island. I ricercatori della stazione scientifica argentina “Jubany Station”, con la quale collabora l’Italia, ci spiegano che le loro ricerche vertono sul buco dell’ozono, il clima e la sismologia mondiale.


I laboratori e le abitazioni sono dei container alti da terra. Gli arredi sono essenziali, le pareti sono impreziosite da splendide foto d’epoca in bianco e nero raffiguranti scene di vita e di caccia alle balene. A Whalers Bay vediamo i resti arrugginiti di uno stabilimento della lavorazione delle carni di balena. Grossi silos per l’olio testimoniano quanto fosse redditizia e seguita la caccia a questi cetacei e i loro scheletri ormai quasi fossilizzati sono seminati ovunque. Sulla spiaggia, in una pozza d’acqua calda di origine vulcanica, i più coraggiosi si possono bagnare con l’obbligo di tuffarsi prima nelle acque gelide dell’Antartico. Come premio veniva servito Whisky con ghiaccio degli Iceberg ultracentenari. Noi, essendo astemi, non ci lasciamo tentare.


Il clima e variabilissimo e si passa con facilità dalla pioggia alla neve ed a un flebile raggio di sole. Da questo rigido clima ci difendiamo indossando tutto il nostro guardaroba, ed in più usiamo anche alcuni capi presi a nolo, uno sopra l’altro a “mò di cipolla”.

Secondo noi il sole si è fatto un po’ troppo desiderare, ma a detta degli esperti eravamo nella giusta media; tre pomeriggi di bel tempo su dieci giorni. Stiamo navigando a vista facendo uno slalom tra gli Iceberg. Il sole fa una fugace apparizione e le isole galleggianti di ghiaccio si illuminano di una luce fantastica. L’aspetto è irreale. Ci sono archi, piscine, templi, palazzi e picchi traforati, sono abbaglianti o trasparenti e traslucidi e vanno dal verde all’azzurro intenso. I tempanos (Iceberg) fluttuano liberamene trasportati dalle correnti e se ne vanno alla deriva lontano migliaia di km dalla zona d’origine. Sono in continuo movimento, difficilmente localizzabili e pericolosissimi per chi naviga. Cerchiamo di assaporare questi momenti più a lungo possibile per poter ancor di più percepire sensazioni incantevoli che questo ambiente immacolato ci trasmette… e le foto si sprecano. L’Antartide si è dimostrato all’altezza di tutte le nostre aspettative. A Paradise Bay nella penisola Antartica 64° 53’ S 62° 52’ W effettuiamo il giro di boa. A causa dell’avvicinarsi di una bufera sul canale di Drake, ci fanno rientrare un’ora prima dall’escursione e con la prua puntata a nord navighiamo verso Ushuaia. Lo spauracchio che ci aspetta è ancora il canale di Drake. Ma questa è un'altra storia e ve la risparmio…


PERCORSO IN CILE

22411 km in 81 giorni – media giornaliera 276,6 Siamo sulla terra, finalmente “ferma”. Dopo l’atmosfera, la luce e il silenzio dell’Antartico, Ushuaia ci appare come una megalopoli un po’ troppo affollata e frenetica. Recuperiamo la nostra casa rodante che sembra più accogliente che mai. Abbiamo la sensazione che il nostro vestiario puzzi di pinguino, per questo ci fiondiamo in una lavanderia, dove incontriamo buona parte dei partecipanti della “spedizione” antartica con i cesti colmi di indumenti. Ora il nostro satellitare segna Nord. Inizia la salita verso l’Alaska, dove prima o poi terminerà il nostro viaggio…Basteranno due anni? In Sallah… Entriamo nella Tierra del Fuego cilena a San Sebastian, dove incappiamo in un severo controllo sanitario. E’ proibito importare carne, frutta, verdura e derivati del latte e così parte della nostra spesa finisce nell’inceneritore. Si scusano, ci ringraziano della collaborazione spiegandoci che è una prevenzione per debellare la Mosca de los Fruttos e il virus della Fiebre Aftosa.


E’ l’imbrunire, stiamo viaggiando su una pista polverosa, in una distesa all’infinito e non abbiamo ancora un posto per dormire. In un Estencia chiediamo un angolo per accamparci, veniamo accolti con grande gioia e a braccia aperte. Mario, di origine siciliana, con tanto di “coppola” e stivali, ci presenta: sua moglie Gabriela, Mario junior e due nipoti. Con orgoglio ci mostrano la loro tenuta e soddisfano tutte le nostre voglie di conoscenza. Una legge provinciale impone di allevare non più di una pecora per ettaro di terra, tutto avviene con naturalezza: senza inseminazione artificiali, senza mangimi. L’unico intervento dei Huasas (Gaucho cileno) è di spostare il gregge dal pascolo invernale a quello estivo per permettere la crescita spontanea dell’erba. E finalmente capiamo il motivo di questi chilometrici recinti che racchiudono il nulla. A causa dell’ attuale cambio sconveniente con il Dollaro, i magazzini sono stracolmi di lana invenduta, in attesa di tempi migliori. Il loro gregge conta 4000 pecore e in un recinto hanno radunato 1500 corderiti (agnelli di 4 mesi) pronti per essere venduti. Il giorno dopo, per il mio compleanno, ne cucinano uno alla moda cilena. Durante le tre ore di cottura lenta alla griglia svelano i segreti di questa specialità patagonica. Impariamo quale legna usare, come distribuire le braci, quando è il momento di insaporire con il Chimichurri. A cottura inoltrata ci cedono i bocconi migliori: i rognoni, i testicoli, la cervella e la lingua. All’inizio ci sentiamo un po’ “cannibali” e siamo titubanti, ma questa sensazione sparisce quasi subito davanti a tanta bontà. Le pareti della loro casa sono tappezzate di gigantografie raffiguranti Mario e Mario junior e la loro Chevrolet 12 cilindri in varie gare automobilistiche e premiazioni.


E’ il momento di proseguire, ringraziamo della generosa ospitalità e dell’atmosfera famigliare che ci hanno fatto assaporare. L’Oceano Pacifico si presenta singolarmente frastagliato, con gruppi di isole separati da grandi canali e con fiordi che si addentrano lunghi e sinuosi verso l’interno del continente. Porto Natales è adagiata sulle rive del suo fiordo, dove cigni dal collo nero nuotano placidamente vicino le rive, mentre cormorani e altri uccelli marini si appollaiano vicino al molo. Il cielo si apre e ci regala una splendida vista su una catena montuosa che spunta improvvisamente dalla pampa: sono le Ande. Partono dal Cile e Argentina e dopo 7500 km finiscono in Venezuela, costituiscono la spina d’orsale del Sudamerica dell’ovest. Les Torres del Paine, circondate da ghiacciai, da laghi di acqua color smeraldo e turchese. Un microclima offre sostentamento a una flora molto ricca ed a numerosa fauna. Dei sentieri ben segnalati danno la possibilità di accedere agli angoli più belli del parco. Purtroppo un incendio sviluppatosi cinque giorni fa, per una distrazione di un turista, ora ha un fronte di 16 km e si propaga, favorito dal vento, incontrastato. Per sicurezza ci fanno uscire di gran fretta da questa Riserva Mondiale della Biosfera. Dietro di noi vediamo colonne di fumo nero frammiste a fiamme che si alzano verso il cielo e centinaia di guanachi che si stanno mettendo in salvo.


CosÏ per colpa di un turista poco previdente e una Protezione Civile male attrezzata, assistiamo impotenti a questo Tesoro Nazionale che sta andando in fumo. Il percorso ci porta a lasciare il Cile per continuare la risalita in Argentina sulla famosa Ruta 40. Uscendo da una delle tante curve ci imbattiamo all’improvviso, in tutto lo splendore del Perito Moreno.


Questa parete di ghiaccio di uno sfolgorante bagliore, che solo i secoli e il silenzio hanno potuto erigere. Ha un fronte di 6 km di larghezza e si innalza fino a 70m sopra le acque e si nasconde per 200m sotto il livello del lago. Il suo movimento sia pure impercettibile è costante, avanza più di 1,5m al giorno. La massa glaciale scricchiola e geme e dal suo fronte si staccano blocchi grandi come palazzi che precipitano fragorosamente nel Lago Argentino. Mentre il sole tramonta c’è una condizione di luce fantastica che illumina questi immensi lastroni di ghiaccio galleggianti, sono azzurri con sfumature che virano al blu. L’intensità di un emozione così grande si può misurare solo col silenzio e ovunque si guardi, si vedono solo quadri di rara bellezza. Siamo attorniati da un mondo magico di spazi giganteschi. I ghiacciai continuano a rompere rocce e scavare vallate, mentre sponde boscose di mirti e migliaia di cipressi screziati fiancheggiano fiumi di gelo. La Patagonia è una reliquia di un’era antica: qui, la natura continua ad essere come era un tempo. In lontananza appaiano con imponenza le vette andine fra cui padroneggiano il Fitz Roy e il Cerro Torre, sono la Mecca per scalatori e alpinisti.

E’ un luogo immaginario e nell’incerta luce del tramonto vedendo questi picchi di roccia, non posso non pensare all’amico Giuliano Giongo ed ai suoi tentativi di una ascesa invernale. Un tempo inclemente, vento, gelo e neve lo hanno sconfitto, ma non demoralizzato.


La sagoma del Fitz Roy sempre presente anche quando non si concede alla vista, mentre il Cerro Torre svetta con la sua corona di gelo antichissimo. Qui viene considerato più violato che scalato da Cesare Maestri per il suo contestato trapano che è ancora appeso in parete. Siamo nei pressi di una località chiamata “Cueva de las manos”. Dove centinaia di mani e figure furono dipinte sulla roccia da coloro che abitarono questa terra migliaia di anni fa. Da questa sommità si può vedere il panorama circostante con le ombre delle nuvole che camminano sulle cime degli alberi battuti dal vento. Abbandoniamo la Ruta 40 e a Cochrane imbocchiamo la Carretera Austral. All’improvviso una macchina ci sorpassa come un proiettile, lasciandosi dietro una nuvola di polvere sputando sassolini da entrambi i lati. Purtroppo quattro di questi colpiscono rovinosamente il nostro parabrezza: che iella! e incazzati….cerchiamo di limitare i danni con uno stucco a due componenti. La pista si presenta accidentata e stretta, ma i suoi panorami ci appagano della fatica. Una composizione di fuchsie in fiore, foglie di Taro, felci giganti, palme Chicca, bambù e svolazzanti colibrì, fanno da guardarail alla pista. Difficile a descrivere la Carretera Austral senza cadere nel banale, bisogna vederla, viverla, per sentirsi in sintonia con questa natura incontaminata. Nei laghi cristallini si specchiano montagne e ghiacciai perenni,


decine di ruscelli e cascatelle scendendo, s’ingrossano e diventano fiumi impetuosi color ghiaccio.

Foreste millenarie, con un sottobosco di bacche, muschi e licheni formano un soffice tappeto simile a una tavolozza di colori, (dove forse anche Missoni si è ispirato per le sue creazioni)


Improvvisamente, una sagoma nera, sempre più vicina, sempre più regale: è lui, il condor de los Andes, il suo volo è leggero, possente e silenzioso ci osserva, ci trova poco interessanti e anelando ampi cerchi sparisce in cielo. Con una barca visitiamo la Capilla de Marmol, un’affascinante formazione geologica erosa dalle

onde del mare. Sembrano tante cupole di marmo venato poggiata su delicati pilastri che spuntano dall’Oceano. Le nuvole provenienti dall’Oceano Pacifico si fermano contro le cime delle Ande. Questa cappa di nubi cariche di pioggia ci angustia da parecchi giorni e spesso rende la pista quasi impraticabile.

Speravamo nel vento che spazzasse via tutto e, quando finalmente viene, il tempo cambia in pioggia e vento. L’umidità è entrata anche in cellula e da giorni Christine insiste che c’è un’infiltrazione d’acqua dal tetto. Per me è un abbondante condensa per lei invece un fiume in piena. Questa fissa, viverla in 2,60m x 2,00m, sta diventando un’ossessione.


Non convinto, ma per quieto vivere, armato di due tubi di silicone mi metto a spotaciare oblò e cerniere del tetto a soffietto. Non sapremo mai chi dei due aveva ragione, però una cosa è certa, alla fine avevo silicone da per tutto: sui gomiti, nelle tasche e sulla pancia. Le nostre gomme sono ai minimi termini, sembrano delle calamite per chiodi e pietre taglienti e per questo continuiamo a forare. Anche oggi concludiamo questa umida giornata nello stesso modo con il quale l’avevamo iniziata e cioè sostituendo una gomma bucata. Spossati da questo tempaccio decidiamo a Futeulafù di andare in Argentina. Valicare le Ande è stato come girare pagina, strade asfaltate e tanto sole. Nel Parco de Los Alceres finalmente il sole inonda la nostra casa, l’umidità è solo un ricordo e finalmente Christine si da pace.

Siamo sdraiati su un prato e ci stiamo godendo questo tiepido autunno, quando l’acuto richiamo di un’aquila a caccia ci costringe ad alzare gli occhi verso un cielo blu cobalto. Il paesaggio di Bariloche assomiglia al nostro Tirolo: gli abeti hanno preso il posto dei cipressi australi, villette e steccati in legno, prati ben curati e laghetti. Qui inizia la nostra affannosa ricerca dei pneumatici da sostituire e si concluderà solo in Cile a Puerto Varas. Ora la strada costeggia l’Oceano. La costa precipita a strapiombo sul mare. Superiamo maestosi faraglioni, scogli traforati, baie deserte, archi naturali, calette invitanti e qualche raro paesino di pescatori


A Punta de Lobos siamo posizionati su uno sperone di roccia dove vengono a infrangersi le onde lunghe dell’Oceano Pacifico.

Sotto di noi una decina di palestrati surfisti cavalcano con maestria i cavalloni oceanici. Il pubblico ( 8 +1), quasi tutte donne, sono in visibilio, Christine compresa. Io mi sono ritirato in casa, per fare un po’ di rendiconto.

In 261 giorni di viaggio, abbiamo percorso 32900 Km con una media di 127 Km al giorno. Elenco rotture e rompitore di p… Il nostro “Toyotone”, soprannominato “imbriagona”, ( appellativo guadagnato nelle sabbie del Murzuk libico 28 lt. di gasolio ogni 100km ). Oltre alla manutenzione ordinaria ha subito: sostituito un filo elettrico che va dal cambio luce del volante ai fusibili, fatto resinare il parabrezza, a causa di un tentato furto a Salta abbiamo sostituito l’autoradio e il vetro laterale destro, cambiato antenna CB e per precauzione 4 morsetti delle batterie, 5 forature e sostituito 2 pneumatici. In cellula: stiamo cercando una batteria per i servizi (gel o solare), sostituzione fusibili e porta fusibili della centralina, cambiato le due cerniere del tetto a soffietto, la plafoniera e la zanzariera della porta.


Dopo il dispiegarsi di migliaia di km di coste incontaminate, fiordi, montagne, vulcani, acque termali e laghi entriamo nel deserto dell’Atacama con le sue pianure salate dai colori pastello, geyser fumanti e geoglifici nca.

Questo deserto è considerato il più arido del mondo. A 2300m San Pedro de Atacama appare come una pennellata di verde su un freddo sfondo di colore marrone. Vivace la sua piazza ombreggiata, dove spicca una chiesetta da cartolina. Sostiamo un giorno per climatizzarci. Seguiamo la pista “del gringo” di 93 km fino ai geyser di El Tatio.


Per questa lunga e sofferta arrampicata fino a 4300 m ci vorranno più di 4 ore. A causa della rarefazione dell’ossigeno il nostro Toyotone ha il singhiozzo, la tosse, sfiata, fuma e puzza vergognosamente. Anche per noi non è una passeggiata. Il respiro è affannoso e dobbiamo di tanto in tanto iperventilare. Di giorno non era un grosso problema ma di notte questa necessità ci ha impedito di dormire. Fa molto freddo, per la notte ci vestiamo a “mo di cipolla”. Le stalattiti di ghiaccio sulla porta sono la testimonianza che la temperatura è scesa di un bel po’ sotto lo zero. Non ci fidiamo di accendere il riscaldamento dato che a queste altitudini difficilmente funziona. Le teorie sul riscaldamento Webasto sono le più disparate, c’è chi sostiene che basta aggiungere un’ antigelo al gasolio e chi ha montato due pompe; (una cosa è certa che, ringraziando l’elettronica, dopo tre tentativi di accensioni andati a vuoto va in blocco e non funziona più). Alle ore 5 ci alziamo per immortalare i geyser alle prime luci dell’alba. L’impatto visivo di queste fumarole di vapore in controluce è indimenticabile… e i clic delle macchine fotografiche si sprecano. Alle ore 8,30 i pochi turisti ripartono, rimaniamo in tre ed assieme a Herman siamo immersi in una pozza termale e ci godiamo questo fenomeno della natura. Herman è di nazionalità tedesca, con un vecchio Land Rover 105 e una ex cella frigorifera sta girando da più di 10 anni il mondo da solo. E’ difficile dargli un’età, un viso cotto dal sole incorniciato da una lunga barba, capelli lunghi raccolti in un codino. Restiamo affascinati dai sui racconti di giramondo. Spesso non si capisce dove termina la realtà e dove inizia la fantasia. E’ un libro parlante che racconta le sue esperienze vissute ed il suo modo di essere. Facciamo nostra una sua massima: la vida es corta, des gustala!! Parole sante.


PERCORSO IN BOLIVIA

4554 km in 40 giorni – media giornaliera 113,8 Dopo il lago Chungana a 4700m s.l.m. varchiamo la frontiera della Bolivia detta anche il Tibet sudamericano. Sia noi che la nostra “asmatica imbriagona”, a causa dell’altitudine, arriviamo molto provati e anche i più semplici movimenti ci risultano faticosi Siamo catapultati nei colori, suoni e odori tipici della Bolivia. Si sale tra tesori coloniali, colorite colture indigene, resti di misteriose civiltà antiche, deserti e la puna, pascolo d’alta quota caratterizzato da stepposi e ispidi ciuffi di paca brava Alla Toyosa ( Toyota) di La Paz in un giorno di lavoro viene risolto il problema della macchina, mentre a noi permane il respiro affaticato, un perenne cerchio alla testa e il cuore in fuorigiri. Il tutto si acquieta solo dopo qualche giorno di acclimatizzazione.


La Paz è arroccata a 4000m di quota al centro di un immenso anfiteatro naturale. A questa altitudine l’aria è rarefatta e per di più appesantita dagli scarichi dei bus urbani che arrancano scarburati sulle ripide strade. Un traffico caotico e strombazzante, giganteschi centri commerciali, scintillanti grattacieli circondati dalle baracche della povera gente dove si può trovare di tutto meno che la serenità, questa è La Paz. Questa città ha la caratteristica di avere i quartieri “alti” nella parte bassa della città dove l’aria è più respirabile e il freddo meno crudo, mentre i più poveri vivono in case abbarbicate sul fianco della montagna.

Nel centro, dietro Piazza San Francisco, in vicoli stretti troviamo il mercato delle streghe dove vengono confezionati i vari intrugli che risolvono problemi d’amore, salute e denaro. Le fattucchiere sono donne in costume con tanto di bombetta, hanno i capelli raccolti in lunghe trecce nere e tengono i loro bimbi in un sacco colorato legato al collo. All’Hotel Oberland ci troviamo con Silvana e Toni e partiamo assieme per il Salar di Uyuni. Percorriamo alcune decine di chilometri nel bianco assoluto.


Siamo affascinati e stupiti dalla linea di frontiera tra due infiniti che si toccano: l’immenso piano bianco abbagliante della terra e il blu del cielo. A volte anche l’orizzonte sembra svanire in onde di tremolante calore riflesso, mentre fugaci miraggi vibrano nell’aria. Scendere dalla nostra macchina e posare i piedi su questo mare di sale non fa che aumentare il senso di irrealtà: la solitudine e il silenzio sono assoluti. Attraversare il Salar è un esperienza indimenticabile e le emozioni si susseguono continuamente.

Dopo qualche ora intravediamo l’isola del pesce. Questo scoglio è completamente ricoperto di cactus e circondato da mattonelle di sale a forma esagonale. Il tramonto ci lascia senza fiato: sta colorando questa distesa bianca di un tenue color rosa. Il sole se ne va per lasciare spazio a una spettacolare notte stellata.

Le strade che portano alle lagune sono piste sterrate che ripercorrono i tracciati delle antiche vie carovaniere. Le seguiamo a passo d’uomo schivando le pietre una dopo l’altra, assorbendo tutto: scrolloni, polvere e buche.


Tutto attorno il paesaggio è composto da radi arbusti, sconfinati silenzi e l’imponenza che già conosciamo. Gli animali caratteristici dell’altipiano sono: il lama, l’alpaca, le vigogne, il guanaco e le viscacce. I primi due sono addomesticati da migliaia di anni, mentre gli altri vivono ancora allo stato selvatico. Piccoli paesi isolati e senza nome ci fanno scoprire antichi ritmi di vita, bloccati nel tempo. Le case di pietra rettangolari hanno i tetti di erba Ichu, sono senza finestre e un panno di lana funge da “porta”. Non hanno nè camino nè focolare, il fumo trova una via d’uscita tra gli interstizi delle pareti rendendole nere. Il pavimento è in terra battuta, non ci sono mobili e per letto hanno un semplice pagliericcio. A causa della nostra presenza tutti i niños sono accorsi, hanno il viso bruciato dal sole e perennemente il moccio al naso. Qui la vita di ogni essere vivente è durissima: uomini, animali e piante devono lottare incessantemente per riuscire a sopravvivere in una natura cosi avara e ostile. Bambini già vecchi dirigono scalzi le greggi verso i pascoli. Pietà mista a rabbia ci attanaglia la gola nel vedere un’infanzia violata cosi “tranquillamente”. Qui non c’è bisogno di “bonbon”, ma di giustizia. Al mattino riprendiamo il cammino su una pista appena accennata, la si indovina per qualche mucchietto di pietre, lasciate qua e là a marcare la via. Solo verso sera arriviamo alla Laguna Colorada dove cerchiamo in tutti i modi di ripararci dai -18°.


Su una delle rive, in mezzo a tanto gelo, sgorga una piccola polla di acqua tiepida, di circa 35° che diffondendosi nella laguna crea un leggero vibrare di vapore. Qui soggiornano colonie di pigri fenicotteri rosa: sui loro lunghi trampoli filtrano le acque salmastre e solo di rado si alzano in volo in un tutt’uno colorato. Più vivaci sono le anatre selvatiche bianche e grigie che svolazzano senza sosta. La presenza di microrganismi nelle acque provoca uno straordinario fenomeno di pigmentazione che, secondo le ore del giorno e l’avvicendarsi delle stagioni, passa dal giallo carico a rosso vivo. Il paesaggio nella luce prepotente di queste altitudine offre a perdita d’occhio trasparenze eccezionali. Nell’aria rarefatta dei 4000 m i colori acquistano un’intensità e una luminosità sconosciuta altrove: persino una piccola pozza d’acqua, qui, diventa un laghetto smaltato di blu. Un vento gelido rompe una grigia cappa di nuvole e, con incredibile rapidità, le sfrangia in un vertiginoso rincorrersi di masse bianche che si stagliano contro il cielo. Per noi è arrivato il momento di ritornare a La Paz e in lontananza vediamo l’Iveco di Silvana e Toni sparire nella polvere verso la Laguna Verde. Strada facendo ci avvisano che ci sono dei disordini nella capitale. Una massiccia presenza di guardie armate denuncia un evidente stato di disagio. Ci rendiamo conto che una cosa è vivere la Storia sulle strade dove passa, altro è leggerla comodamente seduti in poltrona. Minatori e campesinos hanno bloccato l’entrata in città: sono in sciopero ad oltranza. Chiedono la nazionalizzazione degli idrocarburi e vogliono l’abrogazione della nuova legge che ha portato l’Iva dallo 0% al 16%. Tentiamo un’estenuante trattativa con i campesinos, ma i minatori dimostrano la loro contrarietà facendo esplodere qualche candelotto di dinamite. La deflagrazione e il classico odore di aglio mi riportano al periodo militare quando si facevano brillare con la dinamite i colpi inesplosi. Torniamo sui nostri passi e su una stradina di campagna aggiriamo il blocco; a notte fonda finalmente riusciamo ad accamparci al sicuro nel cortile dell’Hotel Oberland.


Per una settimana seguiamo l’evolversi della situazione in Tv e alla radio. Saranno centosessantotto monotone ore d’immobilità forzata nell’attesa di un miglioramento che tarda a venire. La situazione sta degenerando in tutta la Bolivia. Non si trova più carburante e gas, i generi alimentari scarseggiano e il mercato nero sta dilagando. Le poche volte che usciamo a piedi dalla nostra prigione “dorata” in cerca di carne e pane, vediamo le strade bloccate con mucchi di terra, sassi e pneumatici che bruciano. Centinaia di dimostranti si fronteggiano con polizia ed esercito in tenuta antisommossa, con scudi, cani, maschera antigas e lacrimogeni. A questo punto avvisiamo l’Ambasciata Italiana della nostra presenza. Molto gentilmente prendono atto del nostro disagio e l’unica soluzione che ci propongono è di lasciare il nostro mezzo all’Hotel Oberland e di tentare di raggiungere l’aeroporto (anch’esso parzialmente isolato) accompagnati da un loro carabiniere. Al nono giorno di isolamento gli scioperanti fanno saltare parte della rete idrica della città. Facciamo due tentativi per lasciare la città, uno notturno e l’altro diurno, ma ogni volta sconfitti, riguadagniamo a fatica il nostro parcheggio sicuro. Al dodicesimo giorno il Presidente della Repubblica dà le dimissioni. Per 48 ore la situazione è incerta e tutti si aspettano l’intervento dell’esercito. Per fortuna viene eletto il nuovo Presidente e i dimostranti gli danno fiducia concedendogli una tregua: abbandonano le barricate che da 14 giorni hanno bloccato l’intera Bolivia.


Finalmente è giunto il nostro momento: in tutta fretta e con il gasolio misurato facciamo uno slalom fra 176 interruzioni stradali fatte da voragini, mucchi di terra, sassi, copertoni bruciati e in sei ore raggiungiamo il Cile.




RITORNO IN SUDAMERICA

8182 km in 62 giorni – media giornaliera 152 km E’ il 13 dicembre 2005 quando ritorniamo in Sudamerica. Ci lasciamo alle spalle il freddo inverno europeo ed in aeroporto a Buenos Aires ci liberiamo una dopo l’altra di tutte le felpe che indossavamo. Ritroviamo la capitale che avevamo lasciato, le su contraddizioni con quei tratti in parte così europei e che tanto ricordano le nostre capitali vittoriane. Qui tutto è grande, anzi grandissimo, le smisurate avenidas del centro fiancheggiate da moderni palazzi in vetrocemento alternati alle più eleganti ed antiche residenze della ricca borghesia. E’ il Sudamerica ed in particolare l’Argentina con i suoi contrasti, ma con la gioia di vivere espressa dalla passione comune per la musica o meglio da un’unica colonna sonora: quella del Tango. Riassettiamo la nostra casa rodante, prendiamo d’assalto un supermercato e notiamo che rispetto a 5 mesi fa c’è stato un rincaro del 10% a causa del deprezzamento dell’Euro.


Ci vogliano 500 km per arrivare ad Allen, dove troviamo Mirta e la sua famiglia. Mirta Cafarel, è una simpatica professoressa di geografia orgogliosa delle sue origini piemontesi. L’abbiamo conosciuta a Tucuman e, dopo un anno di corrispondenza, ora ci sta aspettando per le feste natalizie. Oltre ad offrirci una piacevole atmosfera ci suggerisce alcuni itinerari di viaggio. La sua dialettica, è infarcita di particolari ed il suo entusiasmo ci fa intuire il grande amore che nutre per la terra argentina.

Superiamo indenni un meticoloso controllo sanitario ed entriamo in Cile. La costa a sud di Puerto Montt è un susseguirsi di fiordi, fiumi e un infinità di isole. L’isola di Chiloè, con le sue chiese antiche in legno, sono la testimonianza dell’opera svolta dai padri Gesuiti.

Nella cittadina di Castro immortaliamo le coloratissime case su palafitte. Quest’isola è la patria dei balli Cuecha e Vals, riti antichi e feste, dove la chicha de manzana (birra locale) scorre a fiumi. I ristoranti del posto offrono mariscos in tutte le maniere. Ci facciamo tentare da un piatto immenso ed invitante servito ad un tavolo a fianco. “Giardino del mare”, piatto di frutti di mare assortiti, sembra un mazzo di fiori primaverili appena colti.


Siamo compiaciuti della nostra scelta, ma ci rendiamo conto che le specie a noi sconosciute sono immangiabili. Vedendo la nostra difficoltà, il cameriere ci incoraggia spiegandoci le proprietà miracolose di questi molluschi. Qui vengono considerati il “Viagra” del mare. Tentiamo e ritentiamo di continuare il nostro immangiabile piatto, ma alla fine ci arrendiamo e smettiamo di violentarci… qui inizia la Panamericana ( Ruta 5) che ci condurrà fino in Alaska.

Lungo la cordigliera troviamo un infinità di terme, sono immerse nel verde della foresta, attorniate dalle Ande ricoperte di neve e così tra un bagno termale e l’altro ci godiamo questa estate cilena. Siamo all’officina Toyota di Santiago per una revisione al circuito frenante della nostra “imbriagona” e inaspettatamente incontriamo Lia e Luciano, i nostri amici italiani che con un mezzo simile al nostro percorrono le medesime strade. Dalle ultime e-mail ricevute li pensavamo a 300 km più a sud. L’urlo di stupore e l’esultanza di tutti noi ha lasciato tutti esterrefatti, e meravigliati, meccanici ed impiegati. A Taltal abbandoniamo per un po’ la Panamericana. Siamo su uno sterrato a strapiombo su una costa selvaggia fatta di splendide calette, il mare è incredibilmente ricco e pulito, di colore azzurro turchese e cambia tonalità a secondo del flusso della marea e dell’ora del giorno. Purtroppo, a causa della corrente fredda di Humbold è solo da contemplare. Le piscine naturali, create dalla pressione dell’Oceano, sono splendidi acquari tra gli scogli, nei quali pullulano sterne, pellicani, gabbiani, rondini di mare ed altri uccelli, soprattutto le sule che, a centinaia, si tuffano una dopo l’altra, come in un giocoso carosello, nelle onde oceaniche. Verso sera il sole abbandona la scena, stormi di uccelli si sollevano in volo formando lunghe file di nastri colorati che svaniscono nel nulla.


Facciamo conoscenza con famiglie che sono accampate alla meglio lungo la costa. Vivono in capanne fatte di stuoie di paglia e rami e, su un pennone improvvisato, sventola una patetica bandiera cilena. I loro volti sono segnati dal sole, dal vento e dalla fatica. Non hanno né acqua né elettricità e sopravvivono raccogliendo le lunghe alghe oceaniche. Sono richieste nei mercati asiatici per la ristorazione e la cosmesi. Ci offrono le poche cose che hanno, in cambio chiedono solo di comunicare, sono informati e giustamente orgogliosi del progresso del Cile, vedono il futuro con grande serenità. Al mercato del pesce di Valdivia, vera anima del paese, un insieme di colori che fanno tutt’uno con l’odore delle reti ad asciugare, con il disfacimento delle alghe che rotolano sul bagnasciuga, con le emanazioni provenienti dai secchi di pece fumante che ancora viene utilizzata per impermeabilizzare le antiche barche in legno sopravissute alla vetroresina. Alcuni leoni marini, stanziali tra le bancarelle, si contendono gli avanzi del pesce con gli uccelli marini. Qui abbondano i frutti di mare e crostacei. Decidiamo che questa sera ci cucineremo un’ impeppata di cozze giganti, ne compriamo sette, sono giuste un chilo! Il carnevale di Iquique non è certo paragonabile a quello di Rio, ma il ritmo e l’atmosfera ci coinvolge fino al punto di unirci ad una folla euforica e sculettante. In questa bolgia le barriere si frantumano, non c’è differenza di classe, età e colore, la parola d’ordine è semplice “divertirsi”. Con la mia faccia tosta esibisco la tessera ( un po’ rivista e corretta) da giornalista e cosi ottengo il permesso di andare oltre le transenne unendomi ai veri accreditati: giornalisti, fotografi e cameraman. Il corteo inizia con esibizioni e gare tra le varie scuole di ballo e termina con la sfilata di carri allegorici. I coreografi si sono ispirati alla politica e la nuova presidente è la più bersagliata. Le Ande attorno a noi sono traforate come un gruviera da miniere di rame ed oro, che nel corso dei decenni hanno assicurato prospettive di sviluppo in questa zona desertica tra le più aride del mondo. I materiali di riporto hanno stravolto il paesaggio, formando immense montagne colorate che vanno dal verde pisello al rosso cupo. Oltre alle multinazionali ci sono diverse piccole miniere d’oro private.


Si riconoscono dai tortuosi e ripidi sentierini d’accesso. Sono minatori che tentano di risolvere il loro magro bilancio famigliare rincorrendo il sogno della magica pepita da un intera vita. Visitare il Cile è estremamente facile, è un paese sicuro, la sua gente è disponibile e gentile, ha un gran senso civico e lo si nota nella guida, sono quasi maniacali nel rispetto degli stop e sempre solerti con le ricevute fiscali. Per questa loro innata precisione e puntualità nonché per la loro sensibilità alla conservazione della natura si sono guadagnati l’appellativo d’onore di essere gli “inglesi del Sudamerica”.

Sono passati 53 giorni ed ora la nostra destinazione è il Perù.


PERCORSO IN PERU’

5146 km in 41 giorni – media giornaliera 145 I doganieri ci martellano sulla pericolosità della delinquenza peruviana e ci consigliano di fermarsi solo all’alt della polizia. Con questo terrore psicologico poco confortante riprendiamo la

Panamericana che sale e scende fra dossi e valli dall’aspetto lunare, davanti a noi solo sassi, dune e qualche raro arbusto contorto. Nuvole basse, che minacciano costantemente pioggia e la garua (nebbiolina) che avvolge tutta la costa del Pacifico riducono la visibilità a pochi metri facendoci tribolare non poco. Il traffico è pesante e lento, i camion arrancano e sbuffano emanando un pestilenziale fumo nero. La nostra entrata ad Arequipa è da dimenticare. Strade strette, balconi sporgenti, grovigli di fili elettrici minacciosamente bassi, traffico caotico e soprattutto odiosi mini-taxi gialli che si infilano ovunque.


Dopo quattro quadre a destra e tre a sinistra, che ancora stiamo cercando, infiliamo vergognosamente una via contromano. C’è ne rendiamo conto solo quando un muro di onnipresenti macchinette gialle ci viene incontro strombazzando all’impazzata. Con fatica e sotto l’ilarità di tutti invertiamo la rotta, ci infiliamo in un parcheggio dove non ci muoveremo più per due giorni.

Questa città, ciudad blanca, situata a 2200m sul livello del mare, ricca di storia è costruita quasi esclusivamente in tufo bianco proveniente dai tre vulcani circostanti. Monumenti, edifici con balconate di chiare origini coloniali si affacciano sulle stradine strette del centro. Alla sera, Plaza de Armas è illuminata da una luce calda ed assume un’atmosfera particolare. Siamo attratti da una musica andina che si diffonde nella piazza, esce da un ristorante tipico, le ragazze sono in costume e ci sembra il posto adatto per dimenticare la nostra disastrosa entrata in Arequipa. Ci facciamo tentare dal piatto nazionale, il cuy (porcellino d’India) accompagnato da una spumeggiante chicha (birra ottenuta dalla fermentazione del mais). Viene servito con unghie, zampette, testa, orecchie e tutta la sua dentatura, sembra un ratto rinsecchito, uno schifo indegno, lo affoghiamo più volte con dell’ottimo Pisco sour. Un quartetto andino ed il superbo panorama di questa piazza romantica ci tengono compagnia fino alle ore piccole. Yura, un paese di campagna: diversi sentieri, venti case, quattro cortili, due strade e l’immancabile chiesetta bianca. Da qui iniziamo a salire la dorsale andina della valle di Colca,


affrontiamo un gomitolo di curve in verticale nel suo profondissimo canyon (3191m.) tra vulcani falsamente assopiti, strapiombi appena impellicciati di verde e coltivazioni a terrazzamenti che risalgono ad epoche preincaiche. A 4800m vediamo dall’alto un tormentato serpentone bianco di nubi che disegna la valle. Qui incontriamo il simbolo delle Ande, il Condor. Sfrutta le correnti ascensionali e volteggia elegantemente sopra di noi mostrandoci tutta la sua bellezza e maestosità.

Fortunatamente appagati riviviamo le sensazioni della giornata vissute a bagno nella piscina termale di Chivay. Le misteriose “linee” di Nazca, enormi ed intriganti disegni geometrici tracciati sul deserto sono visibili solo dall’alto, vediamo sotto di noi un colibrì, una balena, una scimmia e molto più nitidamente alcune figure geometriche . Negli anni passati, sono state elaborate diverse ipotesi sul significato di questi disegni, la più credibile, sembrerebbe quella che le “linee” rappresentino un calendario astronomico. A 30 km troviamo il cimitero di Chauchilla. Grazie al clima secco sono giunte a noi, ancora intatti, teschi, frammenti di tessuti, mummie ed una infinità di ossa umane retaggio di tombe profanate. Intorno è tutto un sfavillio di colori, l’oro del grano maturo fa da contrasto con il verde intenso delle coltivazioni del granoturco, l’indaco intenso del cielo sembra riflettersi nei fiori che qui e là punteggiano il terreno. Siamo quasi a 3000m e nonostante le difficoltà ogni lembo di terra possibile è stato terrazzato e coltivato. I contadini con la solo forza delle braccia e dei pochi animali da soma lavorano ancora oggi, come nei secoli scorsi, per raccogliere il frutto della loro immane fatica.


La Plaza de Armas di Cuzco, considerato l’ombelico del mondo a 3326m è un gioiello coloniale ricco di fascino. Nonostante l’affollamento dei turisti, lucidatori di scarpe e venditori di cartoline e quanti altri, qui si respira la storia , le mura Inca, ancora intatte di pietre massicce, squadrate e sovrapposte a secco, ancora oggi sono le fondamenta dei palazzi più recenti.

Il 24 di giugno è il solstizio d’inverno, assieme a migliaia di persone provenienti da tutta la regione stiamo assistendo alla festa del Inty Raymi. Campesinos in costume, sfilano cantando e

ballando lungo le strade ed infine giungono in questa piazza per adorare il sole. E’ un tripudio di lunghe trecce nere fino al sedere, lance, corazze, portatori, guerrieri e damigelle. Danze, cortei e musiche termineranno solo al calar del sole nello splendido anfiteatro Inca di Sacsahuamànan. Siamo a Ollantaytambo, qui è ancora possibile ammirare l’antico centro edificato dalla civiltà Inca che, come quella Romana, era maestra nella costruzione di canali con cui distribuiva l’acqua nella città; questo bene prezioso scorre a lato delle case in piccoli rivoli per poi confluire nelle antiche canalizzazioni.


Il treno zigzagando risale la valle dell’Urubamba e ci porta fino ad Aguas Calientes, una cittadina costruita solo per ospitare e vendere cianfrusaglia ai turisti, a fatica dribbliamo il solito assalto di procacciatori e ci dirigiamo verso la locanda prescelta. Da qui partono i bus per la città perduta di Machu Picchu, ovviamente con dei prezzi folli Il governo peruviano ha purtroppo optato per uno sfruttamento aberrante dell’attrattiva di questo sito storico, considerandolo esclusivamente una fabbrica di dollari. Una scarpinata sull’erto sentiero ci manda il cuore in fuorigiri ed il fiato non basta mai. Finalmente raggiungiamo il luogo prescelto dagli Inca per costruire la loro dimora, lontana da tutti, dove persino gli spagnoli non arrivarono. E’ l’alba, in doveroso silenzio stiamo aspettando un improbabile vento che spazzi via la coltre di nubi che ci impediscono la vista.


Dopo qualche ora di attesa le nubi si muovono vorticosamente, si sfrangiano si diradano regalandoci per qualche attimo uno spot di luce sulla città. E’ arrivato il momento che tanto aspettavamo, la città si concede poco a poco offrendoci tutte le tipologia di luce. E’ spet-ta-co-lare! Vediamo sorgere il sole e finalmente il Machu Picchu ci appare, immenso nella sua incomparabile bellezza. Ci trasmette un’energia tale da farci vivere questo momento in modo molto particolare. Ha una posizione davvero invidiabile, è incredibile come gli Inca abbiano potuto rubare roccia alla montagna. I terrazzamenti degradano verso il fondovalle, qua e là lama e alpaca formano macchie di colore nel paesaggio monocromatico. Merita tutti i suoi 25 dollari di entrata e da solo vale un viaggio in Perù. Gironzoliamo nel mercato di Pisac, non quello costruito ad arte per i turisti nei giorni di: domenica, martedì e giovedì, non quello invaso dai pullman Gran Turismo che scaricano gringos


che comprano a più non posso, ma in quello del lunedì. E’ un mercato pacifico, tranquillo ed è tutto per noi. Alcuni venditori sonnecchiano mentre altri sorseggiano il rigenerante Mate de Coca. Colori, stoffe, artigianato e spezie, simulano l’abbondanza in un paese in cui la scarsità è la regola. Un mito della nostra infanzia è il lago Titicaca, è lo specchio d’acqua navigabile più alto del mondo: 3820m. Le piccole isole galleggianti degli Uros, fatte di canne di tortora (una pianta lacustre), intrecciate e sovrapposte, sono collegate tra loro con le tipiche barche in tortora. Queste faraoniche imbarcazioni, che tanto assomigliano alle più conosciute egizie, con il tempo si inzuppano, perdono la galleggiabilità e, entro un anno, affondano nel lago.

Purtroppo gli Uros sono estinti da tempo e quelli che noi vediamo e che attirano ogni giorno frotte di turisti assatanati di fotografie e souvenir sono indigeni dei dintorni. Possiedono i pannelli solari e si guadagnano da vivere vendendo la propria immagine, ricami e manufatti di alpaca. Anche qui non si può fare a meno di notare che le vere protagoniste sono le donne, attorno a loro ruota buona parte dell’attività lavorativa delle isole.

La popolazione Indios, di origine Quecha, con molta fatica a questa altitudine, coltiva patate e cereali tipici delle Ande, si dedica all’allevamento di animali soprattutto lama, alpaca e pecore. I peruviani non corrono, ma lavorano alacremente, sanno attendere ed in questo ci coinvolgono. Siamo “costretti” a rallentare i nostri ritmi e dimenticarci per un po’ di essere degli ansiosi gringos di marca europea.


I posti di blocco della polizia sono frequenti, ci fermano quasi sempre solo per curiosità. Purtroppo all’entrata di Barranca un grosso Toyota ci affianca a sirene spiegate e ci intima l’alt! Due poliziotti ci fanno notare sul Radar che abbiamo superato il limite di velocità. L’infrazione è grave e la multa è di 300 soles (75 Euro). Alla fine di una estenuante trattativa, si arriva all’accordo, e veniamo alleggeriti di 100 soles, ovviamente senza ricevuta!!! Mi sento fesso e gabbato! Il traffico è caotico, a passo d’uomo attraversiamo la città, noto sulla sinistra il commissariato di polizia. Che fare? Christine intuisce le mie intenzioni e va in escandescenza. Con un “ribalton de budele”, a passo deciso entro in caserma e chiedo del Capitano. Solo ora mi accorgo che i due ladrones vestiti da poliziotti mi hanno seguito e con loro compare un misterioso verbale compilato con il numero di targa e la cifra pagata. Mi sento perduto e sconfitto, forse Christine non aveva tutti i torti, azzardo: “la miglior difesa è l’attacco”.


Con l’indice puntato sul suo taschino sinistro, dove ho visto sparire il mio denaro, con uno spagnolo tutto mio ed un timbro di voce da “straincazzato” mi faccio restituire il maltolto e con passo sicuro, che dopo l’angolo si affretta sempre più da sembrare quasi una fuga, salgo in macchina e riparto velocemente.

Dopo 50m, allo sbracciare di alcuni passanti, ci fermiamo. La gomma destra è quasi a terra. Questa è proprio sfiga. Siamo in doppia fila e intralciamo il traffico. Con un occhio attento verso la caserma ed un sincronismo da “formula uno”, gonfiamo, togliamo il chiodo, infiliamo lo stoppino e appena raggiunta un atmosfera e mezza ci dileguiamo. Non è la nostra prima esperienza negativa con le forze dell’ordine. Ci è andata peggio in Niger, dove si sono inventati una mancata precedenza per due volte nello stesso incrocio a distanza di un mese.


Mentre in Marocco dopo aver pagato una pseudo infrazione siamo riusciti a recuperarla rocambolescamente. Con questa di oggi siamo due a due e ci consideriamo soddisfatti e rimborsati… Ci tratteniamo nella capitale giusto il tempo per visitare il centro storico, Plaza Martin, Plaza Bolivar; che sono i due grandi dell’identità sudamericana. Buona parte degli 8000000 di abitanti di Lima vivono in periferia in baracche di lamiere e paglia, senza rete fognaria, elettricità ed acqua. Con molta fantasia vengono chiamate pueblos jovenes ( giovane paese). Questa vergogna l’abbiamo vista in tutti i paesi del Sudamerica, sempre con nomi diversi: favelas in Brasile, villas miserias in Argentina, ma hanno un unico comune denominatore, la miseria.

Proseguiamo sempre lunga la costa, attraversiamo lunghi tratti di deserto con dune e barcane. Nei dintorni di Trujillo troviamo interessanti vestigia preincaiche dei Chimu: Chan Chan, palazzo Tschudi, le piramidi del sole e della luna. Perù è esaltazione del colore: deserti, ghiacciai innalzati verso il cielo, foreste pluviali, una moltitudine di paesaggi. Sono ambienti dai colori e dalle sfumature più diverse, con panorami che cambiano ad ogni chilometro con una successione in crescendo. Non solo la natura, ma soprattutto il lascito culturale di antiche civiltà fanno di questo stato andino il paese più visitato del continente sudamericano. Dopo 47 giorni lasciamo il Perù e puntiamo verso l’Ecuador, curiosi di vedere cosa ci riserva questo nuovo paese.


PERCORSO IN ECUADOR

4813 km in 61 giorni - media giornaliera 78,9 Siamo alla dogana ecuadorenia, le pratiche doganali ora sono semplificate, infatti non serve più il Carnet de passage, ma basta compilare un formulario con i dati della macchina e così anche l’Ecuador si è allineato a tutti i paesi del Sudamerica. Un’unica curiosità, la vettura viene fotografata come una star. Il paesaggio è completamente cambiato, le monoculture di banane si estendono all’infinito.

Queste distese di un verde uniforme vengono interrotte solo dai cartelli pubblicitari delle più importanti Multinazionali come la Dole e la Bonito. Il 50% del prodotto viene esportato negli USA ed il rimanente in Europa. La produttività per ettaro è di 2400 cartoni, il raccolto di quest’anno è da record, 230 000 000 cartoni. Questa industria dà lavoro a circa 3 000 000 di persone. Siamo in piena raccolta delle banane e in una facienda assistiamo a tutta la lavorazione .


Costatiamo le dure condizioni di vita dei bananeros, in un’ambiente umido, malsano, obbligati ad usare antiparassitari senza altra protezione che il loro stesso sudore, mentre solo la fuga li salva dagli insetticidi spruzzati da aerei a bassa quota per ben 15 volte all’anno. Intanto il terreno, le falde acquifere e i polmoni dei bananieri ne fanno da sempre le spese. Una monorotaia sospesa trasporta i caschi dal bananeto al posto di confezionamento. Il casco viene privato del sacco che lo avvolge e che ha la duplice funzione: di proteggerlo e di trattenere l’insetticida spruzzato a mano. Viene quindi lavato una prima volta, sezionato ed immerso in grandi vasche d’acqua. Le banane vengono bollate una ad una, confezionate in sacchetti di plastica irrorati di funghicida, chiusi ermeticamente e collocate in cartoni. Eccoci a Guayaquil “la perla del pacifico” città fiorente e capitale commerciale dell’Ecuador. Al parco Bolivar o “Iguanas Parque” centinaia di iguana terrestri si aggirano indisturbati tra la statua del liberatore Simon Bolivar, bambini che giocano ed i turisti.


Lungo la costa, dove una volta c’erano le mangrovie, ora sfilano un susseguirsi di allevamenti abbandonati di gamberi. Nel 1999 un epidemia della terribile “mancha blanca” in pochi giorni ha devastato gli allevamenti e l’economia basata su questa monocultura intensiva è caduta a picco mettendo sul lastrico intere famiglie. Queste zone ora abbandonate sono una testimonianza della presunzione umana.


PERCORSO ISOLE GALAPAGOS

65 miglia in 7 giorni E’ giunto finalmente il momento di avverare un sogno che ci portiamo dentro da una vita, navigare per 65 miglia tra le Isla Encantadas, ovvero le isole isole Galapagos. All’agenzia “Centro Viajero”, esibisco le mie credenziali da giornalista ed in più una serie di articoli pubblicati con la speranza, purtroppo risultata vana, di ottenere un trattamento di favore. Queste isole si trovano in mezzo all’ Oceano Pacifico ad un’ora di volo da Guayaquil e devono il loro nome a una specie di tartaruga gigante la “Galapagos”. Gli Incas conoscevano già la loro esistenza e le raggiungevano a bordo di precarie imbarcazioni in legno di balsa a vela quadra. Erano rifugio di pirati e di cacciatori di balene, leoni marini e tartarughe. Quest’ultime venivano catturate vive garantendo così il nutrimento per lungo tempo a tutto l’equipaggio. Questo arcipelago viene considerato “Patrimonio naturale dell’Umanità” e mantiene inalterate molte peculiarità originarie, purtroppo non è stato così per la tartaruga gigante “Lonesom George” di cui resta solo un ultimo esemplare maschio della specie ormai estinta.


Grazie all’incrocio delle due correnti marine, quella fredda di Humbold proveniente dal Cile e quella calda del Niùo, qui troviamo specie animali tipiche delle zone tropicali che convivono con altre adattate al clima polare.


Accanto ad iguane, tartarughe giganti, serpenti, fenicotteri rosa e albatros troviamo infatti pinguini, otarie e balene. Appena scesi dall’aereo la brezza marina ci accarezza favorevolmente, la nostra guida Mister Wilmer, naturalista dagli occhi a mandorla, ci presenta al resto del gruppo. Dividiamo questa esperienza con otto giovani, Jean Paul, francese Jaqulin e Eva due biondone svedesi, Marlis, Werner ed Olaf tedeschi, Micheal australiano, una spilungona di Hong Kong ed infine con l’arrivo di noi due nonni il “Cormorant” è completo. IL NOSTRO CORMORANT

Questa barca non era certo la più bella della baia, tentava di nascondere sotto un bianco immacolato appena verniciato tutte le sue croste dovute a 40 anni di pennellate. Questa vernice bianca, ora la porto con me come souvenir sui jeans e camice. Vista la cabina e conoscendo i nostri limiti di adattamento ci rendiamo subito conto di avere risparmiato un po’ troppo. Infatti di più economico rimanevano solo le cartoline illustrate di queste isole incantate. La cabina è piccola, buia e malfatta: due letti a castello, quello inferiore largo un metro e quello superiore destinato a me, non certo per scelta, di solo 50 cm. Un'unica finestra, ovviamente senza tende dà sul ponte e ci fa sentire sempre in vetrina. Nel piccolo bagno, un piatto doccia dove un lavandino a 1,50 m d’altezza ruba posto assieme ad un WC di poco più basso. Spesso si naviga tutta la notte: il rumore e le vibrazioni sono infernali. Risolviamo il problema dormendo sul ponte, un cielo stellato ci fa da tetto ed in questo momento ci sentiamo più hippy che nonni. Il cuoco fa miracoli in spazi così angusti, riuscendo sempre a sfamare tutti, mentre acqua, caffè e tè sono disponibili 24 ore su 24.


I programmi giornalieri sono intensi, spesso le escursioni iniziano già alle sei del mattino. Mister Wilmer al grido di ”tora-tora” sollecita i ritardatari e, finalmente, la scialuppa è al completo; raggiungiamo terra a Sullivan Bay, dove le sule dei piedi azzurri, con una livrea bianca e bruna stanno nidificando. E’ il momento dei corteggiamenti ed ancheggiando buffamente, stanno eseguendo la loro danza nunziale. Camminiamo sulla battigia di Playa las Bachas lungo una lingua di sabbia talmente bianca da dover stringere gli occhi a fessura per evitare il sole abbagliante e finire di calpestare i pigri leoni marini sdraiati al sole. Le iguane marine sono immobili su scogli neri di lava ed attorniate da grossi granchi color arancione i “ Sally Lightfoot Crab”. Le fregate di Seymour Norte, hanno un’apertura alare di oltre due metri ed ora stanno covando, il maschio ha un vistoso sacco rosso sotto il becco che gonfia solo durante la stagione dell’amore. Le iguana terrestri dell’isola di Santa Fe’, sono considerate gli ultimi “draghi” vegetariani sopravvissuti, misurano circa un metro e mezzo. Non hanno un bell’aspetto, specialmente in questo periodo dell’anno in cui mutano la pelle.


Siamo colpiti dalla tranquillità con cui gli animali si lasciano avvicinare e fotografare senza alcun problema. Con la nostra imbarcazione “Cormorant” vagabondiamo da un isola all’altra. Facciamo snorkeling e siamo insaziabili, continueremmo a pinneggiare. Attorno a noi i pellicani si tuffano come proiettili nell’Oceano. L’ambiente sottomarino è monocromatico ovvero di nuda roccia lavica. Increduli e disorientati vaghiamo nella baia di Bartolomè, nei bruni meandri di questa fucina infernale si ergono antiche bocche di vulcani ormai spenti, crateri e pinnacoli punteggiano questa natura tormentata. Fra queste lande desolate e martoriate si vedono i sentieri di antica lava, frutto della forza combinata del calore e della pressione. Il magma fuso che tutto travolge, mescola e ricombina, ora si è solidificato caratterizzando questo paesaggio lunare. Sull’isola Floriana, un’antica botte di legno funge da ufficio postale. Pirati, marinai ed ora turisti depositano la loro posta con la speranza, che in un prossimo futuro, qualcuno la consegni a destinazione. Troviamo due cartoline, una indirizzata a Merano e l’altra a Naturno, le portiamo con noi e le consegneremo orgogliosamente ai destinatari. Ci immergiamo in uno dei luoghi più particolare del pianeta, tra mastodontiche tartarughe marine, abbiamo giocato con leoni marini, nuotato con razze giganti, coloratissimi pesci tropicali, iguana e squali, mentre i pinguini sfrecciano da tutte le parti. L’emozione è stata grande, non ci si abitua mai a questo spettacolo meraviglioso della natura, dove il regno animale vive accanto all’uomo senza il timore che quest’ultimo lo possa sopraffare o manipolare a proprio piacimento. Abbiamo vissuto questi otto giorni come in un sogno, calpestando terre da sempre fantasticate, sappendo di fare un’esperienza non comune, respirando una realtà che avevamo solo sognato sui libri d’avventura e, tutto questo ci ha ampiamente ripagato delle carenze strutturali del nostro “Cormorant”.


A 2830 m troviamo Quito, fu fondata dai conquistadores che la chiamarono San Fransisco de Quito. Numerose sono le chiese e conventi di ineguagliabile bellezza architettonica, città pittoresca ed originale viene considerata “Patrimonio dell’Umanità”. A causa della difficoltà di parcheggio siamo costretti a lunghi andirivieni e per questo, purtroppo, le dedichiamo solo quattro giorni. Stoicamente sfidiamo l’umidità, il caldo e le zanzare delle pianure del bacino amazzonico, la regione dell’Oriente. E’ una delle regioni più ricche dal punto di vista della biodiversità, una terra ricca di boschi, paludi, grandi fiumi e lagune di acqua putrida popolata da animali esotici come tapiri, delfini d’acqua dolce, anaconde, caimani, scimmie, bradipi, pecari e giaguari.

Purtroppo negli anni’60 anche qui in nome del dio petrolio parte di queste terre è stata violentata e saccheggiata ed ora gli indigeni le stanno reclamando a viva voce.


A Misahualli abbandoniamo la nostra casa rodante per inoltrarci con una lancia a motore nell’intricata foresta pluviale, dove giganteschi alberi intrecciano i rami alla ricerca della luce. I bordi dell’imbarcazione sfiorano l’acqua e la chiglia la taglia leggera. Il rumore del motore rompe il mormorio della scura foresta, che con difficoltà lascia scorgere il sole. Scendiamo per infinite passeggiate fra foreste di bambù, facciamo impossibili slalom per evitare pericolosi pantani. Strani incontri tra la folta boscaglia: piccole tribù di nativi, qualche colono, uccelli colorati, fiori e piante di frutta esotica. Un cielo bizzoso con frequenti improvvisi acquazzoni rendono la temperatura alta e l’aria morbosamente umida. Ci attrezziamo per la notte, le amache dondolano lente e cantano un ritmico cigolio ad ogni rullio della barca. Mi affaccio dal barcone e ascolto i rumori della foresta, l’acqua si agita a tratti e rompe in mille lumi il riflesso della luna piena, il caldo umido appiccica ai corpi le magliette. L’amaca avvolge il corpo con la dolcezza di una carezza e il ronzare degli insetti è ossessivo. Questa notte la ricorderemo per un pezzo, con le ultime abbondati piogge si sono svegliate miliardi di larve di zanzare e noi ne facciamo le spese. Cerchiamo di difenderci come possiamo, con repellenti diversi, in confezione spray, stick e crema. Uno, ricordo, si fregia con il noto slogan “nè unti nè punti”. Ci hanno aggredito con una voracità incredibile, ora siamo “unti, punti” e massacrati.


Gli indios Colorados vivono oltre la cordigliera tra le foreste nebulari delle Ande, vicino alla cittadina di Santo Domino de los Colorados. Ce li hanno descritti come una comunità autoctona, con usanza che si tramandano da secoli, maschi e femmine indossano una sorta di corta gonna, sfoggiano corpi colorati e incredibili capigliatura impastate con un color rosso ricavato dai semi di una pianta locale. Essi sono ampiamente rappresentati in fotografia su cartoline e sui principali depliant delle più importanti agenzie di viaggio. Al nostro arrivo non ci degnano di uno sguardo, non siamo il solito torpedone di turisti pieni di dollari da dispensare per una squallida rappresentazione ad uso turistico. Siamo solo in due e quindi non rappresentiamo un guadagno e ci rifiutano la loro abituale sceneggiata. Peccato che questo non fosse descritto sulla nostra fedele guida. Abbiamo vagabondato per quasi due mesi tra: foreste misteriose, neve eterna, spiagge infinite, fiumi, laghi e montagne che si innalzano nel cielo, gente ospitale, artigianato e folclore, tutto questo è racchiuso in questo piccolo paese, l’Ecuador. Siamo a 7000 km da Buenos Aires. Che fare? Proseguire per il Nord o ritornare a Sud? Dopo una combattuta discussione tra noi, che non lascia soddisfatto nessuno, pur a malincuore decidiamo di fare il grande salto per il Centroamerica e così a fine settimana imbarcheremo la macchina da Manta a Panamà mentre noi la raggiungeremo in aereo.


Il boeing 737 della Copa Airlines si stacca da terra e sotto di noi vediamo le coste del Sudamerica che si allontanano. Da questo momento in noi iniziano dubbi e pentimenti su questa forse prematura decisione di avere lasciato questo favoloso continente che tanto ci ha dato. Gli abbiamo dedicato 16 mesi e 76000 km ma considerata la vastità e la bellezza dei luoghi sono ben poca cosa.

Mentre siamo in volo è un susseguirsi continuo di ricordi di persone, d’incontri, aneddoti, situazioni diverse e storie vissute. Non si può non ricordare queste perle: Buenos Aires, il Perito Moreno, le Torri del Paine, le cascate di Iguazù, l’Amazzonia, Rio de Janiero, il Machu Picchu, il lago Titicaca, la festa de Caire, il parco di Talampaya, i geyser di El Tatio, sono tutti quadri di rara bellezza. E che dire della natura incontaminata come la Penisola di Valdes, l’Antartide, le isole Galapagos, il Pantanal, l’Oriente in Ecuador, la Laguna Colorada, la loro flora e fauna sono da ricordare per tutta la vita, come reliquie appartenenti al passato.


Forse la cosa piĂš bella ed appagante quando un viaggio volge al termine è il senso di calore che i vari incontri fatti ci lasciano. Un ricordo struggente che fa venire l’immediato desiderio di rimettersi subito in cammino, di calpestare sconosciuti sentieri forse molto diversi, ma che ci porteranno a nuovi incontri, a nuove nostalgie.

Christine e Aldo


PERCORSO IN SUDAMERICA

59949 km in 444 giorni – media giornaliera 196,2

…e il viaggio continua…




Christine, Aldo, Lia e Luciano ringraziano tutti coloro che li hanno aiutati per la realizzazione di questo viaggio. La ditta Crosina & Balbo di Merano (Bz). L’impresa edile SE.COM.M di Serra Domenico di Merano (BZ) La ditta Ultraflex-Group di Busalla Genova per aver messo a disposizione l’unità elettrica portatile M P 740. La ditta 4 Tecnique di Modena per aver messo a disposizione il compressore aria La Meranese Gomme. La ditta di lubrificanti Franz F. di Merano (BZ ) Le ditte: Foto Annibale di Livigno ( SO ) per aver fornito le pellicole Velvia 50 Asa della Fuji La ditta Campertre di Velo d’Astico -Vicenza per aver realizzato su misura la cellula abitativa in vetroresina. . La ditta Bosa Sergio (TO ) per aver messo a punto l’assetto. Per l’assicurazione R C A per l’Italia e per l’estero siamo stati assistiti dalla Sara Assicurazione di Merano (BZ ). Per le prenotazioni dei traghetti e informazioni su questo viaggio ci siamo rivolti come sempre all’agenzia viaggi Nouba Tours di Merano (BZ ). Il secondo fuoristrada è stato messo a punto dalla ditta Autofuoristrada Lissone di Pirola Stefano Lissone (MI). Un grazie particolare a Cristina Lazzaroni per il continuo supporto tecnico-logistico fornito dall’Italia.


E’ questa l’Africa che piano piano entra dentro, si insinua fra le pieghe della mente e forma i tuoi ricordi. Ricordi di colori, di sorrisi e immagini che appena ne sei lontano già ti mancano. Ricordi che ci rimetteranno in viaggio per ritrovarli, riviverli e farli nuovamente nostri.