Africa

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ANDIAMO VERSO IL CAPO Foto e testo di: Christine Burkia – Aldo Pellati Lia Mulè - Luciano Lazzaroni

Tunisi

G E N O V A

Tunisia Libia Egitto Sudan Etiopia Kenia Uganda Tanzania Malawi Mozambico Swaziland Sudafrica Lesotho Namibia Botswana Zimbabwe

Durban Capo di Buona Speranza

50.000 km attraverso l’Africa

Novembre 2002 - Ottobre 2003


Dedicato all’Africa e alla sua gente per il sorriso, l’amicizia e la calda ospitalità con cui ci hanno accolto.


1 - LIBIA

Zilla

9.700 Km in 54 giorni Come diceva un grande scrittore le cose belle della vita capitano a volte per caso. Ed e’ quasi per caso che Christine, Aldo, Lia e Luciano si incontrano e, davanti ad un tavolo pieno di carte geografiche, decidono di raggiungere Cape Town attraversando l’Africa. Due Toyota Land Cruiser dotati di cellula abitativa saranno la nostra casa per circa un anno. Si affiancheranno a noi, ma solo per il primo tratto, Silvana e Tony con il loro Iveco 4x4, anch’esso attrezzato dalla Campertre. Grazie all’intervento di Abdul Azis e Paolo, i nostri amici di Tripoli, otteniamo il visto della Libia, aggirando così le costosissime Ombre sulla sabbia


pratiche di Agenzia ed evitando lo spauracchio della guida obbligatoria. Contiamo di richiedere al Cairo il visto per il Sudan ; ottenerlo in Italia e’ un miraggio che solo pochi fortunati riescono a concretizzare. E così in una tiepida serata di novembre, pieni di entusiasmo e di ottimismo, ci imbarchiamo da Trapani. Attraversiamo frettolosamente la Tunisia e in 2 giorni arriviamo al confine libico. Già in dogana, e così per circa 2 mesi nei vari posti di blocco, ci viene sempre richiesto quale sia la nostra “agensia”. E noi, in un inglese molto maccheronico e in un arabo improvvisato continuiamo a negare di averne una, oppure ad affermare che non ne ricordiamo il nome. Solo uscendo dalla Libia scopriremo che la richiesta di “agensia” altro non era che la Nalut-quasar richiesta della nostra “nazionalità”! Di buon’ora partiamo alla volta di Ghadames. Ha piovuto durante la notte e un vento freddo ci obbliga a mettere un maglione. Sulla strada pochissime macchine e la sabbia laterale cerca di sopraffare l’asfalto. Man mano che procediamo verso sud la temperatura si fa più mite e poi: finalmente deserto! Tanto atteso, sospirato, immaginato. Non ancora il deserto delle grandi dune e della sabbia dell’Erg, ma solo quello di una spianata di ciottoli e 1° Campo nell’Akakus sabbia sconfinata dell’Hammadah. Ci dirigiamo verso Ghat dove incontriamo Moussa, la nostra guida di sempre. Negli ultimi chilometri il paesaggio e’ cambiato rapidamente: dune sabbiose prendono il posto della polvere e sassi dell’Hammadah e si affiancano ai contrafforti del Jabal Akakus. (24° 46. 970 N – 010° 12. 940 E) Akakus, nome mitico tra i viaggiatori del Sahara: wadi, canyon, dune e panorami da ricordare per una vita. Con le nostre potenti Toyota possiamo percorrere distanze che solo qualche decennio fa erano impensabili. Radio e satellitari permettono anche a “ turisti “ come noi di addentrarsi in tranquillità in questo mare di sabbia, anche senza l’atavica esperienza dei Tuareg. Anche Moussa ha abbandonato il cammello per il moderno Toyota, ma rimane in lui l’anima del nomade e l’arte di arrangiarsi: e così l’astina dell’olio e l’antenna radio si trasformano in spiedini improvvisati di carne, un capretto acquistato da un pastore nomade e 24° 35.370 N 010° 46.790 E scelto con cura nel gregge diventa un’ottima grigliata, il pane viene impastato al momento e cotto direttamente nella


sabbia. Spesso il deserto e’ sinonimo di nulla , vivendolo ci rendiamo invece conto che non e’ solo sabbia dune e panorami mozzafiato, ma anche pozzi e oasi, gente , animali e legna per l’immancabile fuoco serale. Ci raggiungono Joana e Paolo. Saranno i nostri apripista nell’ Idhan Murzuk. (26° 22. 230 N – 013° 06. 750 E) Perdersi in un mare di sabbia. E’ questa la sensazione che si prova

Vette nell’ Akakus In bilico sulle dune

addentrandosi in questo smisurato deserto grande 2 volte la Sicilia. Unico riferimento la freccia che si sposta sul GPS e quei “ numeretti” quasi incomprensibili che continuano a variare sul display. All’inizio sfiliamo un po’ timorosi dietro le tracce del Nissan di Paolo. Tutto ci sembra molto arduo e impegnativo, forse troppo. Ma poi, piano piano, il timore si trasforma in fiducia e allora su e giù dalle dune per addentrarci in paesaggi sempre più grandi ed emozionanti. L’attraversamento delle dune non e’ sempre facile. In mezzo a queste sabbie semoventi , sempre più alte e apparentemente invalicabili noi ci sentiamo impotenti e infinitamente piccoli. Spesso dobbiamo salire a piedi sulle creste, Dune incontaminate spianarle e cercare il passaggio successivo. Anche noi siamo colpiti dalla “saharite” e solo alla sera sotto un cielo stellato e davanti al crepitio del fuoco, con i nostri racconti scarichiamo tutta la tensione

Reperti archeologici

rivivendo i momenti salienti della giornata. Fech-fech nel Murzuq


A volte si procede lentamente o si ritorna sulle proprie tracce, a volte si corre a 60 Km all’ora sul fondo di laghi fossilizzati. Tutt’intorno i resti di antichi focolari un tempo ricchi di reperti preistorici (amigdale, freccette, frammenti di vasi). Solo le grosse macine grazie al loro peso hanno evitato lo Massiccio dell’Akakus sciacallaggio. Spesso all’improvviso affondiamo in tratti di fech- fech bianco o nero sollevando un enorme polverone che ci avvolge completamente e penetra ovunque. Purtroppo in alcune zone le recenti ricerche petrolifere hanno deturpato il paesaggio: rottami, rifiuti e scatolame sono sparsi ovunque. Dobbiamo constatare che anche la bellezza del Murzuk e’ stata sfregiata in nome del “dio petrolio”. Sono troppe e confuse le tracce che portano ai laghi di Mandahara. Dobbiamo quindi fin dall’inizio affidarci ai dati dei nostri satellitari avanzando così per oltre 120 Km nell’ Idhan Awbari. Man mano che procediamo ci sembra di volteggiare su queste dune di sabbia sempre diversa: Nei pressi di wadi Maridet sinuosa, crespata, liscia, dura come pietra o soffice come talco. Il sole penetra tra i granelli di sabbia, li colora e disegna con le ombre maestosi festoni. Nelle salite più impegnative il nostro Wadi Falserouth generosissimo sei cilindri si affievolisce sempre più,

Dune al Tramonto

Oasi di Um-el-Ma

Infinitamente piccoli


Capanna Tuareg

Franando a valle

Fuori pista!

Arte rupestre

di fronte a noi solo cielo; sulla cresta un attimo di” panico” quando il muso del Toyota punta deciso verso il basso e poi …..finalmente si “frana” a valle in una discesa da urlo. Raggiungiamo i laghi. Alcuni sono completamente asciutti , in altri invece le palme tutt’intorno si rispecchiano nelle immote acque salmastre. I datteri, assieme ai piccoli crostacei che vivono numerosissimi in queste acque, rappresentavano l’unico alimento per le popolazioni che un tempo abitavano in queste zone: i Duada’ neri. La sensazione di libertà e’ forte, puoi spaziare ovunque con lo sguardo e solo le tue tracce sono il filo di Arianna che ti riporta al campo. E’ Natale e decidiamo di trascorrerlo al lago di Um –el – Ma (26° 42. 700 N – 013° 20. 210 E). Le nostre donne ci sorprendono con la loro fantasia. Ed ecco che un thermos metallico diventa matterello e subito dopo le piastre da sabbia saranno ricoperte da invitanti tagliatelle; con le candele al piretro improvvisano sul declivio di una duna un luminoso albero di Natale e con le poche cose a disposizione impreziosiscono una tavolata per un sontuoso menu. Davanti al fuoco ci scambiamo piccoli regali mentre un CD diffonde le note di canti natalizi. In questa atmosfera il pensiero va alle nostre figlie, ai nipoti e a tutti i nostri cari a casa. (25° 39. 320 N – 09° 56. 170 E): Wadi Maridet nel Tassili libico. E’ uno dei luoghi meno conosciuto e a detta di tutti noi il “più migliorissimo!!!” Merita sicuramente di essere visto: torrioni di arenaria plasmate dalle erosioni eoliche si ergono ovunque dalle sabbie dorate. Zigzaghiamo in uno slalom tra pinnacoli e canyon fino a raggiungere una sommità e


da qui lo sguardo spazia a perdita d’occhio sulle migliaia di guglie e archi dalle forme impossibili. Decidiamo di fare qui il campo e già pregustiamo la giornata che ci aspetta. Riceviamo la visita di Omar, un ragazzo Tuareg di un vicino campo nomade. Barattiamo con lui un uromantice (lucertolone nero) che doveva essere la sua cena, con un pezzo di carne di cammello. Il lucertolone e’ salvo ed andrà ad

Wadi Maridet

arricchire, assieme ad un piccolo muflone che viaggia con noi da due giorni, l’improvvisato zoo del Camping di Moussa (24° 58. 180 N – 10° 12. 430 E). Sono solo tre i colori che ci circondano: il blu intenso del cielo, l’ocra della sabbia con tutte le sue Lago di Um-el- Ma

sfumature e il marrone degli “scogli” affioranti da questo mare. Il vento insinuandosi fra queste rocce traforate come un pizzo crea il suono di un’insolito organo. Si odono gli incessanti clik delle nostre macchine fotografiche che hanno tregua solo

Acque nel deserto

Ritorniamo a Tripoli in tempo per festeggiare a casa di Paolo e Joana l’ultimo dell’anno. Abdul, Paolo e il loro “innominabile amico” (collocato appena due gradini sotto il loro iddio) fanno a gara nel viziarci con i piatti libici. E così gustiamo : bordin – chorba –

al calar della sera quando le ombre inghiottono ogni cosa. Dopo cinque giorni ci congediamo con una ennesima spaghettata dall’amico Moussa che ha saputo trasmetterci anche questa volta un grande entusiasmo per la sua terra.

Zilla - formazioni rocciose


rhisda – macaruna ‘mbacmbucca’. Senza quasi accorgerci sono passati 54 giorni ed e’ ora di lasciare la Libia. Zilla ci regala le ultime emozioni con la “Monument Valley “, da noi così denominata per le sue imponenti formazioni di arenaria, i suoi canyons e i suoi archi (29° 10. 180 N – 18° 10. 920 E). Le pratiche doganali non presentano eccessive difficoltà e “solo” dopo 4 ore siamo a Soloum in Egitto. La cordialità del popolo libico ci è rimasta nel cuore, si sentono molto vicini agli italiani, ovunque saluti e mafish muskilà (nessun problema) ci hanno accompagnato. In ognuno di noi c’e’ l’intimo desiderio di tornare quanto prima in Libia per rivivere questa grande esperienza.


2 EGITTO - SUDAN

DESERTO BIANCO

Wadi Halfa PIRANIDI DI NURI

5.400 Km in 40 giorni Salutiamo Silvana e Tony, gli amici che ci hanno accompagnato fino qui e che ora si dirigono verso casa. Noi invece puntiamo verso sud. Siamo stati più volte nella terra dei Faraoni e quest’anno l’Egitto sarà per noi solo di attesa. Non tralasciamo però una visita ai sacrari di Tobruk (Libia) e di El Alamein, nome che rievoca in noi tristi ricordi di morte e di guerra. Pensieri contrastanti ma la consapevolezza comune che le guerre non risolvono i problemi. Al Magici Toyota Cairo arriviamo di giovedì ma, trattandosi di paese islamico, dobbiamo aspettare fino alla domenica per andare ai Consolati. Siamo gentilmente ospitati nel cortile di una scuola missionaria francescana, a pochi passi dal Museo Egizio. Ne approfittiamo per una visita culturale, e poi un tè al Fishawi’s del souk di Khan Al-Khalili ci fa rivivere il fascino del Cairo del passato.


Ci rechiamo all’ Ambasciata italiana per le lettere di presentazione, necessarie all’ ottenimento dei visti. Con amarezza constatiamo che unico referente nella nostra ambasciata e’ il portiere: egiziano. I nostri connazionali sono tutti ”molto impegnati”!….Riusciamo a vederli di sfuggita durante le tre ore di attesa, in portineria (!), Onde in un mare di sabbia solo quando un venditore ambulante viene a offrire cuori di carciofi già puliti. Non c’e’ che dire, anche all’estero per gli italiani la cucina e’ di primaria importanza!!! Il visto del Sudan, quasi inottenibile in Italia, ci viene rilasciato in soli 2 giorni e, cosa ancora più sorprendente, quello dell’Etiopia in sole 4 ore durante le quali, in un comodo salotto (!), visioniamo materiale illustrativo sul paese. Per andare ad Aswan scegliamo la via delle oasi. A Farafra ci inoltriamo nel Deserto Bianco (27°21.600 N–28°09.900 E). Sgonfiamo un po’ le gomme e ci buttiamo nella “caccia al tesoro” seguendo i punti satellitari che abbiamo a disposizione. Per tre giorni “ci perdiamo” in un susseguirsi di forme bizzarre che ci riportano alla mente le similitudini più strane: cammelli, elefanti, ballerine, guglie, funghi, scogli e onde di un mare in tempesta. Il bianco regna sovrano sul blu del cielo e l’ocra della sabbia. Con un tè servito con la raffinatezza di un salotto inglese, rigorosamente alle 17, sopra un improvvisato tavolino di calcare bianco, festeggiamo semplicemente di essere qui. Dopo un bagno ristoratore nelle acque termali del Pozzo N. 6 ci dirigiamo verso l’oasi di Dakkla, la cui porta di accesso El Qasr e’, a ragione, sotto il patrocinio dell’Unesco. La vecchia città è costruita quasi interamente in mattoncini di fango. Ci addentriamo nelle viuzze coperte, visitiamo i resti della vecchia madrasa (scuola coranica), della moschea e le antiche porte sormontate da architravi in legno scolpito con i nomi del proprietario, del carpentiere e di una sura del Corano. Acquistiamo un pollo ruspante per la cena. Qui li vendono ancora vivi e dopo averlo accuratamente scelto e pesato, in pochi minuti, con l’aiuto di una “infernale” macchina centrifuga, ci viene consegnato perfettamente pronto per la brace. Raggiungiamo Luxor e da qui con un convoglio “di facciata”, che serve solo alla tranquillità psicologica del turista, proseguiamo per Aswan a velocità sostenuta.


Man mano che ci allontaniamo dal caos di Luxor ecco la vita semplice della gente dei villaggi. Tutto intorno andirivieni di carretti trainati da asini; a destra e a sinistra della strada scorre la striscia verde di terra coltivata e innumerevoli palme da dattero. Con disappunto constatiamo che il campeggio, da noi utilizzato nei precedenti viaggi, è chiuso. Non ci rimane altro che 15 giorni di “Camping strada” (Piazza stazione), tanti sono i giorni di attesa per la chiatta che ci porterà in Sudan. Infatti sono solo due alla settimana i posti macchina disponibili!! Dopo qualche giorno siamo già di casa ad Aswan: nel mercato alcuni ci salutano per nome, altri dimostrano di essere bene informati, mettendoci in difficoltà, sul nuovo corso della politica estera italiana. Conoscono per nome il nostro primo ministro e ci apostrofano con frasi tipo “viva l’Italia senza Padania” .Noi dribbliamo l’argomento sui soliti temi calcistici!! Dalla posizione privilegiata del nostro “Camping strada” riusciamo a fare il pieno dell’acqua, la ricarica del gas e…una telefonata, grazie alla gentilezza del tecnico che riparava la vicina centralina. Sul Nilo contiamo 58 delle 130 navi crociera che ormai lo navigano costantemente. Non a caso la voce del Turismo è la seconda entrata del Paese, dopo il canale di Suez. Otteniamo il permesso di unirci al convoglio obbligatorio con i nostri fuoristrada per raggiungere i templi di Abu Simbel. Belli, maestosi, imponenti. La raffinatezza dei bassorilievi interni è addirittura stupefacente. Il lavoro di sezionamento e ricostruzione, 60 metri più in alto, per evitare che le acque del lago Nasser li ricoprissero è colossale. Riusciamo a cogliere in pieno la magica atmosfera che qui si può ancora respirare solo quando le “orde dei turisti” del tutto Decorazioni con l’hennè compreso lasciano il posto per il pranzo, da consumare


rigorosamente in hotel. Sulla riva sinistra del Nilo visitiamo alcuni villaggi nubiani. La zona è fuori dai percorsi turistici tradizionali ed il nostro passaggio desta ancora molto interesse. Ci invitano per un chai senza chiedere alcun bakshish: anche questo è Egitto. Dopo un ennesimo rinvio di 3 giorni, per una festività religiosa musulmana, ecco il

Magie del suq

giorno tanto atteso. Raggiungiamo Sadilari- il porto di Aswan. E’ alquanto pittoresco: merci, sacchi, scatoloni, ceste con ogni genere di cose e mercanzie vengono stipate sulla chiatta che affiancherà la nave passeggeri e sulla quale saranno caricati anche i nostri 2 Toyota. Crociere sul Nilo L’imbarco non è tra i più agevoli. Dopo uno slalom tra cocci di vetro, pezzi di ferro e rifiuti vari, che attentano pericolosamente all’integrità dei nostri pneumatici, ci mettiamo in posizione per la salita. La rampa è improvvisata con pezzi di lamiera trovati a terra ed il bloccaggio è assicurato da mattoni, sassi, travi di legno e quant’altro sia disponibile allo scopo. Tutti solerti e attenti ti danno indicazioni per le manovre: peccato che siano in contraddizione una con l’altra! E così dopo non poca Navigazione sul lago Nasser apprensione riusciamo a parcheggiare tra il cassero di poppa e la buca della stiva: non più di 10 centimetri per parte! Il servizio di bordo è carente. Convinciamo il capitano a farci rimanere sulle nostre macchine per la notte. Dopo qualche dubbio, con una piccola mancia, acconsente alla nostra richiesta: è la prima volta che ci capita di dover pagare per “non” utilizzare le nostre cabine di prima classe! Attendiamo che la chiatta venga saldamente ancorata alla nave passeggeri e finalmente il suono della sirena ci indica che ce l’abbiamo fatta: stiamo navigando verso il Sudan. Durante la notte delle urla concitate ci svegliano e dal beccheggio intuiamo che ci sono dei problemi. Il tempo è cambiato e c’è un forte Replay


vento. Chiudiamo saldamente oblò e finestre per evitare gli spruzzi delle alte onde di prua. Usciamo dalle cellule per verificare gli ancoraggi delle macchine; le sciabolate di luce delle nostre pile illuminano gellabie bianche bagnate che fasciano i corpi dei marinai sudanesi. Ci tranquillizzano e torniamo a dormire. Udiamo più volte le loro voci fare l’appello per assicurarsi che siano ancora tutti a bordo. E così MohammedAlì- Ibrahim …fanno da sfondo al nostro lento riaddormentarci. Lo sbarco a Wadi Halfa è meno difficoltoso. Ci viene subito incontro un premuroso mister Osman che con una “tassa” di 35 dollari (ovviamente senza ricevuta!) in 4 ore sbriga per noi le complesse pratiche doganali. Si fa perdonare invitandoci a casa sua Mr. Osman e ad un party per un matrimonio sudanese, che si terrà alla sera nel villaggio. Non sapendo della differenza di orario con l’Egitto arriviamo alla festa con un’ora di ritardo. Centinaia di persone sono già raccolte in uno spiazzo polveroso illuminato solo da due semplici fari e da una generosa luna. L’ospitalità si rivela subito eccellente e dopo innumerevoli strette di mano ci fanno accomodare a fianco degli sposi. Ci appare subito evidente il contrasto tra la felicità esuberante dello sposo e la profonda tristezza sul volto della giovanissima sposa, quasi piangente: qualcuno di noi (malalingua!) lo Pane arabo attribuisce alla grande differenza di età. La festa si svolge davanti alla sposa che sta seduta, immobile, nel suo bell’abito bianco, con le mani adornate di pizzo traforato e perfettamente decorate con l’hennè.

Sembra un manichino impreziosito da gioielli di filigrana d’oro. Belle ragazze nubiane, avvolte nei loro abiti migliori, sono schierate di fronte agli uomini in gellabia bianca. Tutti si tengono per mano e danzano con movimenti semplici e


ripetitivi al ritmo incalzante dei tamburi. Di tanto in tanto, in segno augurale, si sente il tipico urlo gutturale delle donne anziane mentre al centro un uomo scoraggia, simulando poderose frustate, ogni timido tentativo di avvicinamento fra ragazzi e ragazze. Ci coinvolgono nella festa e partecipiamo anche noi alle loro danze: unica assente è la sposa che deve rimanere seduta, confortata dalle amiche più care. Solo a tarda sera, pochi istanti prima della fine, maschi e femmine si mischiano e dai loro sguardi ci sembra già di intravedere le prossime coppie. Parcheggiamo per la notte davanti alla casa di Osman. Al mattino ci portano un piccolo braciere di incenso fumante e ci esortano a passarlo intorno alle macchine per “scacciare gli spiriti maligni”. E’ tutto diverso qui in Sudan: non ci sono strade, pali della luce o Reperti dimenticati cartelli pubblicitari. Non c’è demarcazione nei villaggi, sembra che tutto non abbia confini. Unica recinzione i muri delle case, dello stesso colore della sabbia, che nascondono rigogliosi giardini di piante, fiori e frutta. Tutto viene coltivato a scopo personale e in giro non si vedono negozi. Solo nei villaggi più grandi riusciremo a fare provviste: i mercati sembrano pieni di tutto ma alla fine sono solo pomodori spezie e tante cipolle. Tutto appare desertico, fuori dalle case non c’è nulla: animali, alberi, panni stesi, e tutto quello che in genere eravamo abituati a vedere. Anche i mucchi di immondizia, che tanto ci hanno angustiato nei paesi visti prima, qui sono inesistenti. Usciamo dal Traghetto sul Nilo villaggio e imbocchiamo la pista per Dongola. Incontriamo lo sposo che ci riconosce e in segno di amicizia ci offre pane e carne per il viaggio. La pista si presenta subito dura; tratti di toule ondulè si alternano a sabbia soffice e ogni tanto sprofondiamo in zone di fech-fech. Fortunatamente l’esperienza fatta sulle sabbie libiche, su queste strade si sta rivelando veramente utile. A volte sembra che la macchina si sconquassi tante sono le vibrazioni. Nei villaggi tutti ci salutano e ci regalano ampi sorrisi, incuranti dell’enorme polverone che solleviamo al nostro passaggio. La pista verso Kartum Ci fermiamo spesso. La gente è cordiale e disponibile, scambiamo qualche parola e ci invitano ad entrare nelle loro case


permettendoci così di conoscere più a fondo le loro abitudini. Proseguiamo costeggiando il Nilo: è un dedalo di ruotate tra cui non sempre è facile scegliere. Solo in prossimità dei villaggi ci rendiamo conto che tutte le tracce si riuniscono in un’unica pista. Ad Argo con una chiatta ci portiamo sull’altra sponda del Nilo. Ancora deserto e sabbia interrotto solo da vivacissimi souk. Uomini nubiani, nei loro immacolati gellaba bianchi, seduti in cerchio Cipolle e…ancora cipolle stanno contrattando la compravendita dei cammelli. Ci mostrano con orgoglio i loro capi migliori: un cammello maschio, particolarmente dotato, riesce a liberarsi dal tronco a cui era stato legato e si avventa sulle femmine della mandria. Con difficoltà e la collaborazione di tutti viene riportato al centro e legato più saldamente. Anche il nostro arrivo, con la presenza delle uniche due donne, crea un po’ di scompiglio e per un po’ diventiamo il centro della loro attenzione. Visitiamo la necropoli di Nuri con le sue 54 piramidi. Sembrano in stato di abbandono se non fosse per il guardiamo che ci richiede un non ben specificato permesso per fotografare, La prima rottura forse rilasciato solo nella capitale! A Kartum ci fermiamo per l’obbligatoria registrazione del nostro passaggio presso le autorità di polizia. Mitighiamo il caldo torrido di questi giorni (43°!) bevendo dai baracchini lungo la strada enormi spremute di pompelmo rosa e chiudendo un occhio, per una volta, sul ghiaccio di “dubbia” provenienza. Stiamo per lasciare il Sudan, l’Etiopia ci aspetta. L’ultima notte la trascorriamo a Gadaref, prima della pista che ci condurrà al confine. Si avvicinano due giovani uomini. A gesti ci chiedono qualcosa…si tratta del sacchetto della spazzatura appeso alle nostre macchine. Diamo loro pane, pomodori, tonno e biscotti: sono felici! Ci ringraziano calorosamente e contenti si allontanano voltandosi di tanto in tanto. Rimane in noi un senso di vuoto e di smarrimento. Purtroppo anche questo è Africa. Piramidi di Nuri


3 - ETIOPIA S U D A N

ERITREA

Lalibela

GIBUTI

Omo River

Moyale SOMALIA

KENIA

3.300 Km in 27 giorni Dopo tanto deserto ecco l’Etiopia: terra rossa e colline verdeggianti hanno preso il posto delle dune e della sabbia. Le formalità di uscita dal Sudan sono pressoché inesistenti. Subito ci colpisce l’aria dimessa di questa nazione: la dogana e’ in una capanna circolare di fango e Moschetti e kalashnickov paglia. Mosche e caldo. Abbiamo subito una brutta sorpresa, una balestra ha ceduto. Ragazzini solerti ci accompagnano in un’altra capanna: è l’officina. Qui tentano a fatica la riparazione saldando il foglio rotto e uno scoppiettante generatore ci regala la corrente di cui il villaggio è sprovvisto. E’ già buio e la dogana è ormai chiusa. Ci dicono che al mattino gli uffici apriranno “all’una”. Ci guardiamo Povertà


increduli ma poi scopriremo che la loro “una” altro non è che le nostre sette, un’ora dopo l’alba. La tassa di importazione della macchina è di 1 US $, pagabile solo in moneta americana! Siamo di nuovo in pista. I 180 chilometri che ci separano da Gondar li percorriamo lentamente, tante sono le cose da vedere e fotografare. Frotte di bambini sorridenti ci salutano dai bordi delle strade e ci apostrofano con ripetuti yuh – yuh e farangi che ci accompagneranno per tutta l’Etiopia. La povertà di questa nazione è impressionante: i vestiti sono solo stracci pieni di buchi. Visitiamo Gondar: ovunque mendicanti, storpi e ciechi. I marciapiedi sono spesso dormitori di povera gente dello stesso colore della polvere che li ricopre al passaggio di ogni veicolo. Tutti chiedono qualcosa e anche una semplice bottiglia di plastica vuota diventa un bene prezioso. Ci rendiamo conto che il singolo poco può fare se non c’è un programma istituzionale a risolvere questi enormi problemi. Andiamo verso il lago Tana. Sole alto, natura maestosa, piste sconnesse e polverose Bambino etiope e ovunque gente, gente che cammina. Un fiume interminabile di persone che vanno e vengono incessantemente. Sembra non sappiano dove andare ma tutti portano qualcosa sulla testa: un fascio di canne, una calabascia, un contenitore per la injera, alimento base nella semplice cucina etiope. Tutto sparisce nella nuvola di polvere che rimane a mezz’aria al nostro passaggio e lasciamo dietro a noi questo “mondo” che va a piedi. Un “mondo” a piedi Da Bahir Dar con una barca raggiungiamo i monasteri copti che sorgono sulle isole del lago. Sono tutti in legno, di forma circolare sormontati da un tetto di paglia. All’interno una costruzione quadrata interamente ricoperta da teli dipinti a colori vivaci e raffiguranti scene della Bibbia. Qua e là monaci e monache in preghiera o intenti ai lavori della vita quotidiana creano ancora un’atmosfera mistica e suggestiva, nonostante la grande affluenza turistica e la mercificazione del luogo ne abbiano sminuito il Monastero Copto - interno fascino di un tempo. E’ venerdì e come ogni venerdì da sempre si tiene il mercato della legna sulle rive del lago. Vigorose pagaiate sospingono sulle acque decine di piroghe, completamente realizzate in papiro, stracolme di legna. Ci vogliono oltre 5 ore per arrivare fin qui ed altrettante per ritornare ai propri villaggi. E’ una vita dura questa, immutata nel corso del tempo e che non lascia intravedere nessuna possibilità di cambiamento. Dopo una pista di 32 chilometri e una camminata di 45 minuti, davanti a noi le cascate del Nilo Azzurro. Purtroppo Imbarcazioni di papiro


Cascate del Nilo Blu

anche qui l’opera dell’uomo ha tolto bellezza all’opera della natura. Un’imponente sbarramento di una centrale elettrica ne ha ridotto la portata di oltre il 75% svilendole e riducendone drasticamente il fronte di caduta. La strada, anzi la pista che da Bahir Dar conduce a Lalibela la ricorderemo per sempre. E non per la sua altitudine (tocchiamo i 3.260 m.) e neanche per il suo fondo dissestato né per i suoi superbi panorami. La ricorderemo per la sua gente. La moltitudine in cammino è quasi da esodo biblico. Tutti a piedi, Sulle piste tutti con il loro pesante fardello. Ovunque bambini con i loro smaglianti sorrisi. Ti fermi e subito sei attorniato da questi occhioni che ti chiedono qualcosa, qualsiasi cosa. Tutti vorrebbero ottenere qualche briciola per alleviare la fame, tutti vorrebbero una maglietta per sostituire quella che portano da una Villaggio nei pressi di Lalibela vita. Come fare? Come fare a distribuire la ricchezza in modo più equo? Questa è la grande domanda del nostro secolo. E’ tutto un susseguirsi di curve e saliscendi. Boschi di eucalipti, campi lavorati ancora con buoi e aratri in legno, piccoli villaggi di capanne in fango e paglia ci regalano immagini d’altri tempi. Abbarbicata sulle montagne ecco Lalibela, nome mitico nella storia d’Etiopia. Le sue chiese rupestri, ancora oggi meta di culto, sono Scarnificazioni l’attrazione di questo luogo considerato la “Petra africana”. Ingaggiamo quattro “piccole” guide che ci accompagneranno per tutto il


Lalibela – chiesa rupestre

Monaci in preghiera

giorno: una semplice t-shirt e 10 birr li rendono felici. Contrariamente alle altre architetture rupestri le innumerevoli chiese di Lalibela sembrano letteralmente estratte dalla roccia che è stata BUNNA’ scavata tutt’intorno formando La cerimonia del caffè così un unico monolito. Alcune colpiscono per la raffinatezza del In Etiopia il caffè è una cosa seria. Non si può dire loro interno, altre per la loro facilmente “ti offro un caffè” se non si ha molto tempo maestosità. Tra le gallerie e i a disposizione. Su di un vassoio di legno appoggiato a terra sono in corridoi che le collegano si bella mostra le tazzine. Tutt’attorno viene steso un incontrano ancora sacerdoti con i letto di foglie di eucalipto. Di fronte un braciere emana loro preziosi paramenti, e ci fumi d’incenso ed aromatizza l’aria. Su di un altro giungono i canti dei monaci in braciere l’addetto al caffè tosta sapientemente i preghiera nelle cripte. Si ha chicchi color caffellatte, rimestandoli continuamente veramente l’impressione di essere con un cucchiaio di ferro. Il segreto è tutto qui. L’arte secolare della tostatura al momento. La macinatura poi in un regno del medioevo. nel mortaio a mano dà giusta consistenza alla polvere. Andando verso Addis Abeba il Bolle intanto l’acqua nel bricco in ceramica. La polvere paesaggio si fa ancora più bello. viene aggiunta all’acqua, dolcificata e lasciata Tocchiamo i 3.660 metri. Le decantare. Il caffè è finalmente pronto a regalarci, con nostre Toyota “sputacchiano” ed il suo aroma intenso ed il suo sapore forte e rotondo, un emettono un fumo denso e momento di piacere. maleodorante ma ci portano fino in vetta. E poi giù nei tornanti della discesa. Ad ogni curva un nuovo spettacolo: una famiglia di gelada (grosse scimmie dal pelo fulvo), un mercato di cammelli, enormi euforbie con i loro fiori rossi e gialli. Gli incontri sulle strade d’Etiopia sono sempre interessanti. Spesso ci capita di vedere uomini che al posto dell’immancabile bastone portano con disinvoltura un fucile, un vecchio moschetto o un più recente

Volti etiopi


kalashnickov. Non se ne capisce bene la funzione ma sicuramente viene ostentato come segno di potere o di benessere. Addis Abeba, terza città d’Africa, ci appare più come un “paesone” che una vera metropoli. Costruita su verdi colline ci sorprende per il traffico poco caotico, dovuto alla quasi mancanza di auto private. Ne approfittiamo per cambiare i filtri del gasolio, fumo e puzza ci hanno fatto capire che ne è giunto il momento. Per un’intera giornata visitiamo il Centro Romagna, istituzione missionaria dei Frati Cappuccini (vedi riquadro). Il mercato di Addis Abeba, definito il più grande d’Africa, ha perso molto del fascino del tradizionale mercato africano. Moderne costruzioni in cemento hanno sostituito le bancarelle di un tempo. Nonostante gli avvertimenti e le nostre attenzioni subiamo un furto di pochi birr che ci fa capire quanto siamo indifesi davanti alla destrezza di questi ladruncoli. Una strada finalmente asfaltata e liscia come un tavolo da biliardo ci porta a sud, nel territorio delle etnie Dorze’ e Conso. Una moltitudine di persone, accalcate sotto un sole cocente, attira la nostra curiosità: si tratta della distribuzione razionata della preziosa acqua. A fatica raggiungiamo un recinto al centro del quale una fila di taniche aspetta di essere riempita con l’unica pompa a mano. Il nostro arrivo crea confusione e interesse e per un attimo li distogliamo dal loro quotidiano problema. Raggiungiamo Arba Minch, punto di partenza per il “Cocodrile Market”. In realtà si tratta di una spiaggia sul lago Chamo sulla quale sembra si trovino i più grandi coccodrilli d’Africa…e così è! Con un’instabile canoa ricavata da un tronco scivoliamo sulle limacciose acque del lago, dal colore indefinito tra il caffelatte e la sciacquatura dei piatti. Davanti a noi bestie immense che sembrano usciti da un film di Spielberg; decine e decine di coccodrilli posano al sole con le possenti mascelle spalancate e pigramente entrano in acqua. E’ l’8 Marzo e alla sera ci regaliamo una deliziosa cenetta a base di pesce per ricordare la festa della donna. mercato africano. Moderne costruzioni in cemento hanno sostituito le precarie bancarelle di un tempo. Nonostante gli avvertimenti e le nostre attenzioni subiamo un furto di pochi birr che ci fa capire quanto siamo indifesi davanti alla destrezza di questi ladruncoli. Una strada finalmente asfaltata e liscia come un tavolo da biliardo ci porta a sud, nel territorio delle etnie Dorze’ e Conso. Una moltitudine di persone, accalcate sotto un sole cocente, attira la nostra curiosità: si tratta della distribuzione razionata della preziosa acqua. A fatica raggiungiamo un recinto al centro del quale una fila di taniche aspetta di essere riempita con l’unica pompa a mano. Il nostro arrivo crea confusione e interesse e per un attimo li distogliamo dal loro quotidiano problema. Raggiungiamo Arba Minch, punto di partenza per il “Crocodile Market”. In realtà si tratta di una spiaggia sul lago Chamo sulla quale sembra si trovino i più grandi coccodrilli d’Africa…e così è! Con un’instabile canoa ricavata da un tronco scivoliamo sulle limacciose Crocodile Market sul lago Chamo acque dal colore


indefinito tra il caffelatte e la sciacquatura dei piatti. Davanti a noi bestie immense che sembrano uscite da un film di Spielberg; decine e decine di coccodrilli posano al sole con le possenti mascelle spalancate e pigramente entrano in acqua. E’ l’8 Marzo e alla sera ci regaliamo una deliziosa cenetta a base di pesce per ricordare la festa della donna. Essere donna in Africa, e in Etiopia in particolare, non è certo cosa facile. Qui i diritti sono lontani anni luce. Le ragazze ai primi cenni della pubertà vengono già promesse in sposa: criterio di scelta primario è la forza fisica. Tante e tali sono infatti le fatiche disumane che La fatica delle donne Portatrice d’acqua dovranno sopportare. Le portatrici d’acqua che incontriamo sulle colline ci ricordano gli sherpa dell’Himalaja: graziose ragazze con le gonne a volant tutti i giorni trasportano per chilometri enormi carichi d’acqua. Le schiene ricurve, le gambe tese per lo sforzo della salita e il volto madido di sudore, però al nostro passaggio ci regalano sempre un cenno di saluto e un sorriso. Ma lo sfruttamento della donna va oltre le fatiche fisiche: qui la prostituzione, soprattutto minorile, è un’altra amara realtà. Lungo le piste si vedono solo cartelli relativi al programma di contenimento demografico e lotta all’AIDS. Si stima che circa il 50% della popolazione La piaga della prostituzione ne sia sieropositiva. La quasi totale mancanza di strutture sanitarie rende il problema drammatico: impossibile curare, difficilissimo prevenire. Entriamo nella regione dell’Omo River. Qui le piste, trasformate in pericolosi pantani, ci ricordano che la stagione delle piogge è vicina. La mancanza di un ponte ci costringe a guadare un fiume ingrossato dalle recenti acque. Sulle rive, numerosissimi, donne e bambini: chi fa il bagno, chi lava i vestiti, chi Pista nell’Omo River raccoglie acqua. Al nostro passaggio tutto si ferma e ci guardano

Etnie del Sud


Incontri sulla pista

Al mercato di Key Afar

Donna Hamer

Acconciatura maschile

incuriositi. Ci ritroviamo spesso a scrutare il cielo con le sue nere nubi minacciose. Nostro spauracchio sono i famigerati 500 km della pista di Marsabit, in Kenia, inagibile durante la stagione delle piogge. La zona dell’Omo River è un concentrato di etnie: Karo, Dorzè, Mursi, Conso, Hamer e Tzanè sono solo alcune di esse. Vivono nei villaggi sparsi sulle colline, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie usanze. In giorni prestabiliti si ritrovano per scambiarsi le poche cose che hanno: una manciata di tabacco, un po’ di latte, una tazza di miele e l’immancabile farina di miglio. Fra i vari mercati che visitiamo quelli di Key Afar e Dimeka ci colpiscono maggiormente: la piazza è in pieno fermento, protagonisti sono uomini e donne nei loro pittoreschi costumi. Tutto diventa ornamento anche le cose più strane: un contenitore vuoto di una pellicola, perline, conchiglie, piume, placche e pendagli. Le donne sul dorso e sotto il seno portano i segni delle scarnificazioni “ornamentali”, inflitte loro da ragazze. I gonnellini di pelle, ornati da piccoli anelli di metallo, emettono un gradevole tintinnio ad ogni loro movimento. Alcune con disinvoltura portano una mezza calabasha come copricapo. Siamo attratti dalle estrose acconciature maschili: sui capelli ricoperti di argilla color ocra spicca un vistoso pon-pon nero sormontato da una piuma bianca. In mano l’immancabile barkota , piccolo sgabellino in legno dalla duplice funzione di sedile o poggiatesta, ora diventato ambito souvenir per turisti. La discesa al Mago National Park si presenta subito come un fuoripista difficile e pericoloso. I primi 10 chilometri sono un susseguirsi di voragini, buche e solchi; il fango formatosi dopo le recenti piogge è un’insidia continua. Ci rendiamo conto che è impossibile guadare le impetuose acque del fiume. Purtroppo dobbiamo tornare sui nostri passi e rinunciare così a raggiungere il villaggio dei Mursi, famosi per il loro piattello labiale. Il paesaggio che si incontra percorrendo le piste dell’Omo River è emozionante. Foreste di acacie si


alternano a montagne e vallate; qua e là spicca il rosa dei fiori dei Foot Elephant (baobab nani la cui linfa tossica un tempo veniva usata per avvelenare le punte delle frecce). L’aria è densa di coleotteri e farfalle che ci investono letteralmente. Incontriamo piccoli villaggi senza nome, la gente dimostra disponibilità e gentilezza inusuale e così gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche si riempiono di visi e corpi color ebano. Siamo attratti dal ritmo dei tamburi Scene da un matrimonio proveniente dalla vicina foresta. Uomini e donne agghindati a festa sfilano separatamente in fila indiana cantando e ballando. Alcuni imbracciano fucili con le canne adornate di fiori. Si tratta di un matrimonio locale: lo sposo ci acconsente di partecipare e noi ricambiamo con un piccolo regalo. Non ci è permesso però di vedere la sposa, le amiche la proteggono gelosamente con ombrelli e foulard colorati. Ne intravediamo solo le mani La sposa nascosta cariche di anelli e le caviglie adorne di sonagli tintinnanti. Con una barchetta a remi, in realtà sono solo due bastoni senza pala, raggiungiamo Kelem, aldilà del fiume Omo. La visita al villaggio è deludente: tutti si accalcano a chiedere birr S ( possibilmente nuovi!) in cambio di una foto. Le ragazze più o giovani e carine ostentano i loro seni acerbi sapendo di fare cosa n gradita ai turisti. Le capanne sono fatte di pelle e rami ag intrecciati, a forma di igloo. Sono alte poco più di un metro e per l i entrare bisogna quasi strisciare. Al centro del villaggio piccoli granai su palafitte. Qui vivono i Galeb, gli stessi che ritroveremo sul Lago Turkana. Lasciamo la valle del Basso Omo e le sue etnie sotto un’acqua battente. Ormai siamo in piena stagione delle piogge e dobbiamo affrettarci verso sud. Il panorama, specialmente dopo la pioggia, è di grande impatto visivo: terra rossa, alberi verdi e acacie in fiore, macchie di colore sparse qua e là dalla mano Fierezza Hamer

Kelem – donne al lavoro


sapiente della Natura, ci fanno da scenario. A perdita d’occhio i pinnacoli dei termitai, alti anche 3 metri, si ergono come candeline su una torta . A Yabelo visitiamo i “pozzi cantanti”- Ela. I ragazzi che si offrono di accompagnarci sono numerosissimi: è una calca fastidiosa che a stento riusciamo a contenere e che ci procura anche un po’ di apprensione. Dalla profondità del pozzo l’acqua viene portata agli abbeveratoi in superficie da una catena umana, a volte anche 15 persone, che si passano di mano in mano i secchi al ritmo di una cantilena ela-ela-ela…da cui i pozzi hanno preso il nome. Nelle vicinanze si trova El Sod, un cratere spento da cui ancora oggi si estrae a mano il sale. Con una guida, dopo una lunga trattativa, su una ripida mulattiera di 5 ”Pozzi cantanti” chilometri, in un’ora e mezza discendiamo i 350 metri di dislivello. Sul fondo del cratere la scena che si presenta ai nostri occhi è da “girone dell’Inferno dantesco”: uomini completamente nudi sono immersi in un’acqua nera e satura di sale. Aiutandosi con un bastone scavano il fondo con i piedi mentre con le mani estraggono una scura fanghiglia che viene messa ad Dimeka – donne al mercato asciugare al sole.

El Sod – estrazione del sale


Anche i loro corpi neri, una volta fuori dall’acqua, ci appaiono come statue di sale cristallizzato. Più volte al giorno, a piedi e sotto un sole cocente, alcuni di loro risalgono faticosamente al bordo del cratere per accompagnare gli asini carichi delle bisacce con la preziosa merce. Rimaniamo increduli davanti all’immane e assurda fatica che ancora oggi questa gente è costretta a sopportare per poter sopravvivere. A Moyale, dove facciamo dogana, siamo ancora una volta attorniati da uno stuolo di vocianti ragazzini. Al suono di yuh..yuh e farangi ci assillano con le loro continue e insistenti richieste di regali: dopo un mese siamo veramente stanchi ed esausti. Ciao Etiopia, nonostante tutto ci sei entrata nel cuore. Tanto ci hai dato con i tuoi panorami da Africa nera, con la tua gente e le tue etnie che sembrano uscite da un’antologia d’altri tempi. Ci rivedremo!


CENTRO ROMAGNA: UN PUNTO PER LA VITA 09° 00. 680 N 038° 47. 021 E Il Centro Romagna è un’istituzione voluta soprattutto da Padre Bernardo, un padre cappuccino romagnolo di Misano Monte. Egli crede fermamente che la scolarizzazione sia il primo passo per portare un contributo allo sviluppo dell’Etiopia, paese in fondo alla lista della povertà mondiale. E così in poco più di 10 anni con un buon progetto di “Adozione a Distanza”, sostenuto da molti benefattori, è riuscito nel suo intento, quello di facilitare l’istruzione dei bambini perché essi sono il futuro di ogni paese. Dal container iniziale a un edificio di 3 piani, quasi completamente operativo. Due piani della struttura ospitano le aule dell’asilo e della scuola elementare. Grazie anche al generoso contributo della Provincia di Bolzano sono stati acquistati i banchi e l’arredamento delle aule. Sono circa 5.000 i bambini che vengono aiutati col programma di Adozione a Distanza, di cui 400 usufruiscono della struttura. I bambini che hanno diritto di accesso sono i più bisognosi. Quasi tutti sono orfani di uno o entrambi i genitori o appartenenti a famiglia considerata povera. Qui la soglia di povertà è di soli 13 Euro al mese!! Il Centro è composto inoltre da una Biblioteca, una sala Audio-Video, un’aula Computer, un Laboratorio di scienze, un Laboratorio di falegnameria, dove i bambini imparano a costruirsi i giocattoli utilizzando materiali semplici e di recupero, e un’aula Giochi. Quello del Gioco è un’ aspetto particolarmente curato da Padre Bernardo. Facendo nostre le sue parole possiamo dire che “Il Gioco deve essere il primo libro che i bambini imparano a leggere”. Entriamo in alcune classi dell’asilo e delle elementari. In ognuna ci sono dai 60 ai 70 bambini e tutti con la voglia di imparare, seguiti da solo 2 insegnati. Ci accolgono con calore e sorrisi, ci cantano canzoncine anche in italiano e ci fanno un po’ commuovere. All’ora di pranzo li seguiamo in mensa e tutti ci prendono per mano quasi a cercare un contatto fisico. E’ evidente la gioia che traspare dai loro piccoli visi. L’Adozione a Distanza fa sì che i bambini e le loro famiglie ne abbiano un vantaggio nel costruire il loro futuro senza che debbano emigrare, rinunciando alla loro cultura, e senza essere sradicati dal loro ambiente e dalla loro religione. Per Informazioni sul Centro e le sue attività: in Italia

tel. 0541/ 606819 (mamma di Padre Bernardo) “ 0541/ 605095 (Anna Biagini- Centro Missionario Riccione) A Bolzano “Centro aiuti per l’Africa” via Alto Adige, 28 Tel 0471/970470 – 0471/502304 (347/9012505 Presidente Antonio Di Pasquale) WWW.centroaiutiafrica.it

in Etiopia

Fax 00251 1 610377 tel 00251 1 625741 (casa Padre Bernardo ore pasti) “ 00251 1 625742 (Ufficio) e-mail: ced@telecom.net.et Indirizzo

C.E.D. P.O. Box 8850 Addis Abeba - Etiopia


4 KENIA - UGANDA - TANZANIA MOYALE

UGANDA

KENYA MARSABIT

MALINDI MASAI MARA

SERENGETI

7.400 Km in 55 giorni

La pista che da Moyale - sul confine etiope - porta a Isiolo è terribile: 500 km di toule-ondulè, buchi e pietre. Tronchi, rami e sassi affiorano dai profondi solchi: sono la testimonianza delle dure lotte sostenute da chi ci ha preceduto ed è rimasto imprigionato nel fango. Noi siamo fortunati. Nonostante sia piena stagione delle piogge il Kenia ci regala un bel sole, risparmiandoci almeno queste fatiche. A Moyale si era unita a noi una simpatica coppia di francesi, che vive in Zimbabwe, per percorrere insieme la difficile pista e condividere la scorta armata obbligatoria che ci viene assegnata da Marsabit a Isiolo.

Verso Isiolo


Vivere oggi nello Zimbabwe per i bianchi non è cosa facile. Pierre e Antoinette ci confidano amareggiati che non sanno se al ritorno ritroveranno ancora la loro Farm (grande quanto Parigi!) o se è già stata espropriata. Non sarebbe comunque la prima volta. Ma ci dicono che, nonostante tutto, per niente al mondo lascerebbero l’Africa e la sua gente. Tramonto a Marsabit I panorami sono subito spettacolari. La pista di terra rossa si snoda tra praterie di erba bruciata dal sole e distese desertiche di lava. Rade acacie si stagliano contro il blu intenso del cielo, appena screziato da nubi bianche. Incontriamo mandrie di bovini e carovane di cammelli, forse si stanno spostando in cerca di acqua. In prossimità della meta un rosso tramonto ci accoglie ai margini del cratere. E’ quasi buio quando arriviamo a Marsabit: la dogana etiope lenta e faragginosa e una foratura ci hanno fatto ritardare. Quando finalmente arriviamo a Isiolo siamo scossi, frullati e “shakerati”. Masai Mara – la savana Anche le macchine sono state messe a dura prova e l’hanno superata egregiamente. Siamo stanchi e affamati. Dopo una doccia calda, sfidando le più elementari norme igieniche e affidandoci alla protezione del “santo vaccino”, ci avventiamo su un piatto fumante di Goat Meat con una birra gelata. Ci sentiamo riconciliati col mondo. Il Kenia è sinonimo di Parchi e di grandi animali. Dalla Tanzania arrivano fino qui le sconfinate pianure del Serengeti e del Masai D

Mara. Questa è da sempre terra dei Masai. Belli, alti, o slanciati si adornano di perline, lance, pennacchi e n n l’immancabile rungu (bastone di difesa). Dediti alla e pastorizia vivono ancora oggi nelle manyatte, capanne circolari di sterco e fango. Avvolti nel loro M a tradizionale abbigliamento, una semplice coperta s rossa a quadri, sono macchie di colore nella a i uniformità della savana. L’ingresso ai Parchi è caro per gli stranieri, ma grazie alle poche frasi di swahili, imparate da Lia in un precedente viaggio a Zanzibar, ci fanno ottenere la tariffa da resident, di gran lunga inferiore.


Davanti a noi alti colli di giraffe reticolate ci guardano da sopra le acacie. Ovunque maschi di gazzelle attorniati dal numeroso harem. Buffi facoceri inginocchiati in cerca di radici ci ricordano i nostri cinghiali. Facciamo slalom tra scalpitanti zebre e barbuti gnu. Dall’acqua affiorano enormi teste dalle orecchiette tremolanti: sono gli ippopotami. Improvvisi movimenti e grugniti ci fanno capire che uno dei coccodrilli, che sonnecchiava

pigramente a riva, si è avvicinato un po’ troppo. Rischiamo una multa, tanta è la voglia di ammirare da vicino una cheetah (ghepardo) distesa al sole con la sua eleganza felina.

Donne italiane in Kenia A Diani Beach, a sud di Mombasa, vive e lavora una signora di Bolzano, proprietaria dell’ agenzia

Gibran Safaris specializzata nella visita ai Parchi. Nel lavoro si inspira alla filosofia che vede la

felicità della vita nella completa armonia del proprio io con l’ambiente circostante. Per questo, prima di pensare al profitto, si preoccupa che ogni safari sia per i suoi clienti una esperienza unica e indimenticabile. Riassume così, in due parole, la sua positiva esperienza di vita in Africa: “dalle mele alle banane”. Marzia viene da Milano. Con grande talento e capacità ha saputo dare un tocco di eleganza e raffinatezza al Che-shale Resort, a nord di Malindi. La cucina del ristorante è completamente a legna e ogni giorno, da un’insolito “scrigno metallico” a forma di valigia, interamente ricoperto di braci, vengono sfornati pane e dolci fragranti. Ma la sua creatività si esprime soprattutto nella creazione di originali gioielli, ora apprezzati anche in Italia. Realizzati con pietre semipreziose e materiali poveri riciclati, sono confezionati dalle abili mani delle donne masai.


I Big Five

Ma l’incontro con i Big Five (Elefanti, Bufali, Rinoceronti, Leopardi, Leoni) è sempre molto emozionante. Chi non ha sognato di incontrarli, almeno una volta nella vita, nel loro habitat naturale? Un polverone in lontananza ed ecco una numerosa famiglia di elefanti che vanno ad abbeverarsi; tra le zampe proteggono amorevolmente i cuccioli indifesi. Il capo branco con un barrito e uno sventolio delle grandi orecchie ci dissuade dall’avvicinarci oltre. Una macchia nera: centinaia di irascibili e pericolosi bufali ci attraversano la pista e dobbiamo cedere loro il passo. Non è facile incontrare i rinoceronti: sono pochi, timidi e si nascondono tra i cespugli. Però le rare volte che li vediamo fuori dal bush la gioia è grande. Dai rami di un grosso albero penzolano le quattro zampe maculate di un leopardo che, incurante della nostra presenza continua imperterrito la sua siesta, degnandoci ogni tanto di una languida occhiata. Se non fosse per la sua mole ( può raggiungere i 90 kg!) verrebbe voglia di accarezzarlo come il gattone di casa. Il Re Leone invece si fa desiderare. Spendiamo tutta una giornata alla sua ricerca e, quando ormai stiamo per desistere…eccoli! Sono quattro, immobili e perfettamente mimetizzati con il giallo della La “Cheetah” savana. Li credevamo aggressivi invece


sbadigliano e, per nulla intimoriti, si lasciano avvicinare e ci permettono di fotografare in tutta tranquillità. I rumori della notte nella savana per noi sono inconsueti. Spegniamo il fuoco e con l’aiuto delle torce elettriche scrutiamo il buio dall’interno delle nostre cellule. Vediamo occhietti verdi fosforescenti, appartengono agli sciacalli. Poco distante un Serval (gattopardo A tu per tu con lo struzzo africano) punta una coppia di maschi di gazzelle che lottano per il possesso delle femmine. Non vediamo invece gli elefanti, ma ne intuiamo la presenza dai rumori dei rami spezzati. Sulle Higth Hills un susseguirsi di coltivazioni di ananas e vaste piantagioni di tè, che hanno fatto la fortuna dei colonizzatori bianchi del secolo scorso. Tra le nuvole intravediamo per qualche istante i ghiacciai del monte Kenia con la sua cima di oltre 5.000 mt illuminata dal sole. Elefanti...in pista Attraversiamo l’Equatore, per la prima volta con le nostre macchine e raggiungiamo Nairobi. Città caotica e disordinata, il traffico è convulso anche se “disciplinato”. Senza troppa fatica troviamo l’Upper Hill Campsite, una piacevole oasi fuori dal caos cittadino. Risolviamo definitivamente il problema delle balestre, che ci trascinavamo dal lontano Sudan. Visto il costo contenuto optiamo per la sostituzione integrale dei 2 pacchi balestra, aumentandone inoltre il numero di fogli da 7 a 10. E poi la carica del gas, l’Assicurazione, Internet, il bucato, la spesa e Impala

un po’ di organizzazione sul proseguo del viaggio. Insomma, pur non spostando mai le macchine, non siamo fermi un momento. Andando in giro è facile incontrare tipi particolari. Conosciamo uno studente universitario di Roma.

Hippo-pool


Ci racconta che è in Kenia per preparare la tesi in Scienze Naturali e che ha vissuto per tre mesi in una capanna, all’interno di un Parco Nazionale. Alla nostra richiesta di quale sia l’argomento della tesi, ci sorride un po’ imbarazzato e ci dice: “I Micromammiferi del Parco” insomma, in parole povere, “ I Sorci del Kakamega”! Il confine con l’Uganda è vicino e, anche se non era in programma, decidiamo di visitarlo. Percorriamo la Rift Valley in una Incontro sulla strada bella giornata di sole che ci permette di godere appieno delle splendide vedute che si snodano davanti ai nostri occhi. Dall’alto ammiriamo la macchia rosa dei fenicotteri sulle acque salmastre del lago Elmenteita. Sulla strada per Webuye, sul confine ugandese, ci viene offerto di tutto: galline ancora vive, manghi e ananas giganteschi in bella mostra su bancarelle improvvisate, carote e piselli già sgusciati e pronti per un’ottima pasta serale. Parcheggiamo le macchine per la notte nel giardino dell’accogliente Metropolitan Hotel. Facciamo la conoscenza di Jhon, un dentista scozzese quasi ottantenne che qui ha trovato la sua nuova ragione di vita. Vive in Kenia da qualche anno, ha sposato una donna del posto e ne ha adottato i due figli, mantenendoli agli studi universitari. Trasporto di banane Mentre ci parla con orgoglio delle attenzioni che i ragazzi hanno per lui, gli brillano gli occhi e si commuove. Ci confida che in patria sarebbe un vecchio solo e inutile, forse già morto. Qui invece ha ancora molto da ricevere e dare. La dogana è il solito assalto: venditori ambulanti, cambiavalute improvvisati, guardamacchine abusivi attorniano i nostri mezzi cercando di attirare la nostra attenzione per offrirci i loro servigi. Non sappiamo molto dell’Uganda se non per i soliti stereotipi negativi sui paesi africani. Dobbiamo subito ricrederci. Foresta Bird-watching lussureggiante, strade asfaltate e perfettamente tenute, capanne pulite e ordinate, è la prima immagine che ci appare. Da Jinja, sul


Rafting sul Nilo

lago Vittoria, attraverso una pista di terra resa ancor più rossa dalle piogge battenti di questi giorni, raggiungiamo le splendide cascate di Bujagali. Dalla terrazza panoramica del ristorante, davanti ad una gustosa Talapia (pesce tipico del Lago) assistiamo alla discesa degli spericolati gommoni sulle rapide del Nilo. Fanno da cornice aquile pescatrici, cormorani e uccelli di ogni genere: è un posto idilliaco! Ma alla sera, improvvisamente, siamo invasi da milioni di strani insetti volanti. Verdi, quasi trasparenti e con la coda a rondine. Sono ovunque, entrano dappertutto. Cerchiamo di difenderci con ogni mezzo, spruzziamo di tutto ma senza risultato. Le cellule, irriconoscibili, ne sono completamente tappezzate. Insetti…il nuovo look delle cellule Se dovessimo definire con un colore l’Uganda questo è senz’altro il verde. Foreste, coltivazioni di canna da zucchero, piantagioni di tè e poi banane… banane verdi ovunque. Sulle piante, nei mercati, ammonticchiate ai bordi delle strade, vengono trasportate con ogni mezzo. Sulla testa delle donne, con i camion, spinte sulle biciclette traboccanti; su una ne contiamo ben 10 caschi!

Mercato delle banane


Bovini ugandesi

Sulla strada verso la capitale vediamo uscire dall’acqua di un fiume, dopo l’abbeverata, una numerosa mandria di bovini. Si differenziano dalle mucche nostrane per le enormi corna bianche a forma di lira che li sovrastano. Superata Kampala ci dirigiamo verso il confine con il Ruanda, con l’intima speranza di vedere i famosi Gorilla di Montagna. Purtroppo la nostra rimarrà solo una speranza. I tempi di attesa sono di mesi e il costo è elevatissimo (US $ 250 a persona). La strada per il lago Bunyonyi è molto

suggestiva, intercalata da un susseguirsi di bancarelle di artigianato. A Kobale vediamo pelli di capra stese ad essiccare al sole. Saranno usate per i famosi Tamburi il cui suono e ritmo farà da motivo dominante di tutta la musicalità africana. Siamo in prossimità della Pasqua e rientriamo a Nairobi in tempo per incontrarci con Cristina, una delle nostre A sud di Mombasa figlie, che arriva dall’Italia per passare con noi un po’ di giorni. Durante l’attesa in aeroporto improvvisiamo la costruzione di un terzo letto che troverà posto nella nostra “magica” cellula. Trascorriamo qualche giorno di completo relax sulle coste dell’oceano Indiano. Sabbia bianca, palme e sole ci fanno compagnia. Finalmente il pesce entra nella nostra dieta; è freschissimo, appena pescato e venduto sulla spiaggia direttamente dai pescatori. Malindi è piena di italiani: i locali di Pizza, Pasta, Caffè e Cappuccino si sprecano. Ci fermiamo 20 chilometri al nord, al Che-Shale Club dove Venditori d’assalto alla fermata dell’autobus possiamo assaporare una


deliziosa zuppa di granchio e ostriche della vicina barriera. Il tempo passa velocemente e Cristina deve già rientrare a Milano. All’aeroporto di Mombasa assistiamo a scene di addio “strappalacrime”: panzuti nonni bianchi sono accompagnati al check-in da graziose fanciulle nere. Abbiamo qualche dubbio sul rapporto di parentela e ci vengono alla mente scene analoghe già viste in Che-Shale – il ristorante alcuni aeroporti d’Oriente, frutto di un Turismo non proprio culturale. Stiamo leggendo La Masai Bianca di Corinne Hofmann, una storia vera ambientata in Kenia. E’ strano essere negli stessi luoghi e vivere le stesse situazioni descritte nel libro. Sul traghetto Likoni, che unisce Mombasa alla costa meridionale, anche noi, come Corinne, per gioco ci guardiamo attorno per vedere se incontriamo Lketinga, il masai protagonista del libro! Percorriamo gli ultimi chilometri di strada asfaltata fino a Uomo Masai Horohoro al confine con la Tanzania. Le pratiche doganali quasi inesistenti ci fanno subito apprezzare questo nuovo Paese. Una pista di terra rossa attraversa la foresta di palme da cocco. Maestosi alberi di mango, quasi sempre in coppia, creano vaste zone d’ombra, luogo di incontro comune per la gente del villaggio. Superata Tanga ci fermiamo al Peponi Lodge, bagnato dalle acque del tiepido oceano. Sono quasi sei mesi che siamo in viaggio e ci accorgiamo di quanto siamo cambiati. Spiagge della Tanzania

Cose che fino a poco tempo fa davamo per scontate oggi ci sembrano delle conquiste: un parcheggio sicuro e una doccia calda è tutto quello che chiediamo.

Tramonto africano


Cipriee Tigris

Le giornate trascorrono tranquillamente: una visita al vicino villaggio di pescatori, una nuotata sul reef e una cernia ancora viva che diventa subito un ottimo sashimi. Nelle pozze di acqua trasparente che si formano con la bassa marea, è facile intravedere polpi, grosse cipree Tigris e qualche rara aragosta.

Il tratto che da Tanga porta alla capitale è una delle più belle strade percorse fin qui. Perfettamente liscia, senza buchi e deviazioni: 350 km di puro piacere per la schiena, per i mezzi e per gli occhi. Numerosi villaggetti senza nome attorniati da palme, baobab, vegetazione e foresta. E poi coltivazioni di sisal, perfettamente simmetriche nella loro geometria ….ancora relax di filari e sentieri. Dar as Salam è una graziosa città, vivace e piena di vita. Lasciamo al sicuro le macchine e con un dalla-dalla (tipico trasporto locale) andiamo in centro. Quando il pulmino arriva è già stracolmo di gente. Alcuni, a grappolo, sporgono pericolosamente all’esterno. Siamo titubanti se salire, ma dalla calca interna con un sorriso ci invitano ad entrare stringendosi per farci posto. Siamo gli unici mzungu (bianchi) e subito diventiamo l’attrazione di tutti. Preso il visto per il Mozambico, prima di rientrare in campeggio visitiamo al porto L’isola che non c’è il Mercato del Pesce. Dai banchi puliti e ordinati ci offrono con orgoglio tutte le prelibatezze di questo ricco mare: gamberoni, aragoste, granchi, tonni e cernie freschissime e il tutto a prezzi irrisori. Non c’è dubbio: stasera cena a base di pesce! Dall’altro lato ci giunge un fumo denso e acre: è la “fucina” della frittura. Decine di padelloni neri sono appoggiati su altrettanti fuochi, alimentati da grossi tronchi. Le fiamme si alzano alte e scaldano l’olio color melassa. Sono ben organizzati, è quasi Fucina del pesce


Hornbill dal becco giallo

una catena di montaggio: chi pulisce il pesce, chi lo infarina, chi lo frigge e chi lo scola mettendolo a mucchietti a raffreddare sul banco. E’ tutto destinato al mercato locale. Andiamo sulle spiagge del nord alla ricerca dell’ “isola che non c’è”. Noi l’abbiamo definita così. Si tratta di banchi di sabbia

affioranti con la bassa marea, attorno ai quali abbonda una ricca fauna marina: alcionarie, madrepore e coralli di ogni specie e colore. La pericolosità di Dar as Salam, come di tutte le grandi città, è risaputa. Ne abbiamo una riprova quando siamo al Silver Sand Camp. Altissime recinzioni di filo spinato e ovunque cartelli che avvertono che la security è strettamente legata ai confini del Resort. Sconsigliano di allontanarsi se non con una scorta armata. Ci sembra eccessivo! In due nel pomeriggio andiamo sulla spiaggia per una passeggiata. Ma è qui che subiamo la prima aggressione della nostra vita. Un ragazzo giovane e Vendita ambulante di roditori tarchiato, armato di coltello, ci intima di consegnargli l’orologio. E’ spaventato più lui di noi ma decidiamo lo stesso di non reagire. Si tratta di un vecchio orologio di plastica da poche lire, ma sono troppi gli episodi di violenza in questi luoghi dove spesso la vita umana non ha alcun valore. Lasciamo la prigione a pagamento del Silver Sand diretti al sud. L’Africa non è solo violenza e restrizioni ma anche libertà e spazi immensi. Ad un tratto dal bush ecco spuntare con il loro lento incedere uno, due, tre…sei elefanti. Sono le emozioni che questa generosa terra ti sa regalare e ti Emozioni d’Africa ricorda come doveva essere un tempo tutto il continente. Emozioni uguali a quelle che ti da la vista di quegli enormi baobab che si ergono possenti ai bordi della strada. Immobili, tarchiati, con i “capelli” canuti sono lì come Baobab sulla pista


vecchi saggi a sfidare il tempo. Migliaia, decine di migliaia, sono sparsi ovunque: sulle colline, in riva al fiume, lungo la pista che serpeggia tra loro quasi a scansarli. I tronchi grigi e lucidi ci sovrastano e incutono rispetto mentre ai loro piedi scorre lenta e tranquilla la vita del villaggio. Mbeya è la tipica città di confine. Tutti in movimento e decine e decine di piccoli negozi che vendono di tutto all’ingrosso. Percorriamo la pista di fango che da Ipinda conduce a Tukuyu, dopo aver tentato invano di raggiungere Matema sul lago Malawi. Grosse foglie di banano e taro usate dai bambini come ombrello, il verde tenue dei germogli delle piante di tè, il verde brillante e fresco delle foglie di banano. E poi i colori sgargianti dei kanga, indossati Foglie di taro per ombrello dalle donne con naturale eleganza; con il loro portamento fiero sembrano regine accanto alle dignitose dimore, nascoste tra le piante di caffè e cacao. Sembra che tutto d’un tratto sia arrivata la stagione delle piogge. Dense nubi nere cariche d’acqua ci fanno desistere dall’andare avanti. In alcuni punti la macchina scivola nel fango, ma la trazione integrale ci facilita non poco nel proseguire. Fiumi di acqua rendono viscida la strada. Decine di biciclette, in precario equilibrio, avanzano disegnando nel fango continue serpentine per non cadere. Ma il fascino di questa strada ci ripaga ampiamente dalle fatiche fatte per arrivare fin qui. Abbiamo visto tanto in questi paesi, vissuto momenti di grande emozione che difficilmente dimenticheremo. Ci piacerebbe fermarci più a lungo ma nuove avventure e nuovi orizzonti ci aspettano.


5 MALAWI – MOZAMBICO - SWAZILAND

LIVINSTONIA

MALAWI

I. BARZARUTO

SWAZILAND

5.000 Km in 34 giorni La dogana del Malawi è come tutte le dogane dovrebbero essere: semplice, veloce e a costo zero. In questo primo tratto notiamo la grande differenza con la Tanzania appena lasciata. Poche coltivazioni, pochi banani e poche mercanzie in vendita lungo la strada. Ci scontriamo subito con la difficoltà del Farfalle del Mozambico chichewa, lingua per noi incomprensibile. Ma non ci perdiamo d’animo e prendiamo “lezioni” da un gruppo di ragazzi appena usciti da scuola. Ripetiamo a pappagallo mazukabuangi- mazukabuino e loro ridono divertiti per la nostra pronuncia.


Ad un tratto ecco il “mare” dal blu intenso con onde che si frangono sulla spiaggia di sabbia bianca. Ma non è mare bensì lago, un lago immenso di cui non si vedono i confini e che costeggeremo fin quasi al Mozambico. La strada che sale fino a Livingstonia, a 1.200 mt di altitudine, è una pietraia unica con stretti tornanti che ci obbligano a pericolose manovre. Impieghiamo più di un’ora e mezza a percorrere i 15 km di sterrato per arrivare all’antica missione, ancora in funzione. Sull’altopiano è tutto un fiorire di case in mattoncini rossi, scuole e convitti. Il luogo era stato scelto dall’esploratore inglese Livingston (da cui poi il villaggio ha preso il nome) per il suo clima salubre e perché indenne da malaria. Qui sorgono i più prestigiosi Istituti Tecnici, frequentati da ragazzi provenienti da tutto il Malawi. Uno di loro si offre da cicerone e ci porta Nyika National Park a visitare le aule. Sono spoglie, disadorne e completamente prive di qualsiasi attrezzatura didattica. Ciononostante gli studenti ci appaiono pieni di entusiasmo e con una grande voglia di apprendere. Il panorama è superbo. Sotto di noi il lago, in lontananza le montagne della Tanzania e le verdi vallate che degradano fino all’acqua. “Cuore verde dell’Africa”. E’ così che il Malawi – ex Nyasaland- viene definito dai suoi abitanti. Ne abbiamo conferma al famoso Nyika National Park, grandioso nella sua bellezza scenica. Ci inerpichiamo fino a quota 2.600 metri su di una bella pista. Ai lati morbidi ciuffi di pampas, appena mossi dal vento, con sfumature dal viola tenue al grigio, fanno da bordura. Il sole filtra attraverso le nubi creando giochi di luci ed ombre sui verdi pianori. Una fitta foresta di larici ci avvolge completamente. I suoi tronchi alti e dritti sembrano colonne di una cattedrale. Sul sentiero funghi e pigne, si stenta a credere che siamo nel centro dell’Africa.

”Cattedrale” di larici


Solo la presenza delle zebre, ai bordi della foresta, ci risveglia da questo sogno alpino. Dopo il violento temporale del pomeriggio, una volta al campo accendiamo il fuoco per scaldarci, con la vana illusione di tenere lontane le iene. Al mattino, aperta la porta della cellula, davanti a noi zebre, antilopi e gazzelle pascolano tranquillamente. Ci accorgiamo che durante la notte Vicini di casa abbiamo avuto “visite”. Le nostre patate, lasciate a cuocere sotto la cenere, sono scomparse e il bidone dell’acqua è sventrato: la iena ha compiuto il suo misfatto! La strada verso Nkata Bay è un trionfo di verde. Coltivazioni di tabacco, canna da zucchero e arachidi. Piante e manghi enormi in alcuni tratti fanno letteralmente da volta al nastro d’asfalto. Modeste capanne sono ricoperte di paglia sfilacciata, quasi a formare una “parrucca”. Per chilometri attraversiamo una piantagione di caucciù, in piena produzione. Dai profondi solchi incisi sulla corteccia stilla il prezioso lattice, raccolto in piccoli contenitori di terracotta Piantagione di caucciù legati alla base del tronco. “Ingegnosi” bambini realizzano simpatiche palle in filamenti di caucciù, da vendere sulla strada ai pochi e sprovveduti turisti. Noi ne acquistiamo quattro da regalare ai nipotini, ma dopo pochi giorni le troviamo già afflosciate e completamente sgonfie. Una delle cose che più colpisce in Malawi è l’allegria e la cordialità della gente. E’ bello vederli salutarci al nostro passaggio con gesti ben auguranti e il pollice alzato. Due parole in chichewa, e sono subito grandi risate. Ci fanno sentire a casa. Se fosse possibile dirlo, qui la gente ha il colore della pelle ancora più nero. Si può dire che l’ebano ha preso il posto del mogano. Ritornati sul lago constatiamo gli ingenti danni che le enormi piogge della stagione appena passata hanno provocato. Il livello dell’acqua è cresciuto di oltre 2 metri cancellando e spazzando via molte delle strutture turistiche, faticosamente costruite. I campeggi sono quasi Malawi – dopo le grandi piogge tutti belli e di alto livello.


Ci fermiamo allo Steps Campsite di Senga Bay. Il prato arriva fino alla spiaggia, enormi macigni di granito dalle forme tondeggianti sono disseminati lungo il bagnasciuga. Le palme sono inclinate fino a sfiorare l’acqua: sembra proprio di essere alle Seychelles …mai viste! Verrebbe voglia di fare il bagno, Le Seychelles…. mai viste! ma non cediamo alla tentazione a causa della bilharzia, degli ippopotami e dei coccodrilli presenti in queste acque. Non riusciamo invece a resistere all’artigianato del Malawi. Sculture, cornici e sedie in legno, in stile africano, vengono abilmente intagliate con motivi di animali. Sono espertissimi nell’arte di lavorare la paglia. Macchinine, barche, elicotteri, valigie e cesti sono solo un piccolo esempio di quello che questi artisti della rafia riescono a realizzare. Sulla strada uomini a torso nudo Artigianato del Malawi

con in mano i kuangia (tipo di falce africana) liberano i bordi dalla invadente vegetazione. Snelle figure femminili, fasciate nei loro coloratissimi abiti, sfilano come modelle con in testa l’immancabile cesto. A pochi chilometri dalla strada principale, all’ombra di alte e fitte canne di bambù, sorge Mua, una missione fondata dai Padri Bianchi. In cento anni di attività hanno

Mua- foresta di bambù


saputo trasformare questo angolo di Africa da una intricata foresta ad un luogo di studio, lavoro ed arte. Sì, di arte, perché le sculture in legno che qui si producono sono veramente degne di nota. Incoraggiata dai missionari è stata creata una scuola di intaglio che riceve commesse di arte sacra anche da altri paesi africani. A Mua, sorge anche una scuola per sordomuti ed è sede di un importante Museo Etnografico, gioiello unico nel suo genere in Africa. Oggetti, riproduzioni, foto e didascalie danno un’ampia spiegazione degli usi e costumi locali. Nyika – giochi di luci e ombre

Simbolo del museo è il camaleonte perché come questo, che guarda con un occhio avanti e uno indietro, anche l’uomo deve saper guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici. E come il camaleonte che cambia colore deve sapersi adattare alle nuove esigenze. Sono già le 15 quando lasciamo la missione, ma dobbiamo percorrere solo 70 chilometri. Inaspettatamente però la strada per Monkey Bay si trasforma subito in una brutta pista. Dopo le grandi piogge sono crollati i ponti e siamo obbligati a tortuose deviazioni. Il buio ci sorprende, non conosciamo la strada e non Banane ovunque abbiamo ancora trovato dove dormire. Sono le 19.30 e qui in Africa a quest’ora è già notte fonda.. Finalmente, illuminato dai fari, il cartello del Fat Monkey Camp. Pensiamo di aver risolto i nostri problemi ma improvvisamente ci troviamo dentro un villaggio, accerchiati da un numeroso gruppo di persone gesticolanti. Vediamo solo occhi e denti. Tutti gridano, si aggrappano alle s m a l l

f i v e

portiere e ci danno indicazioni discordanti. Sono momenti di grande tensione e non è


piacevole trovarsi in queste situazioni. Siamo quasi presi dal panico ma in qualche modo riusciamo a raggiungere il sospirato campeggio. Solo quando i cancelli si chiudono dietro di noi ci sentiamo sicuri e tiriamo un respiro di sollievo. Al mattino però ci rendiamo però conto che la gente del villaggio voleva effettivamente solo aiutarci! Comunque tutti noi ci SAPORI D’ AFRICA ripromettiamo di non partire più così tardi se non La conoscenza di un Paese non può prescindere dalla conoscenza si conosce la strada. E che della sua cucina, che ne è parte integrante e ne esprime questo ci serva da lezione! abitudini e tradizioni. Per questo accantoniamo parte delle nostre riserve “in scatola” L’ultima sera la passiamo a e ci addentriamo spesso nei mercati locali. Girare nei mercati in Blantyre, prima del Africa è sempre molto piacevole. E’ un tripudio di colori, di confine. Una coppia di profumi e gente e permette di conoscere meglio il loro stile di canadesi, con un vita. fuoristrada acquistato in Gironzoliamo curiosi fra i banchi spesso attratti da prodotti a Sudafrica, sta viaggiando in noi sconosciuti. Chiediamo spiegazioni, assaggiamo un po’ senso contrario al nostro. titubanti ma quasi sempre rimaniamo soddisfatti dai nuovi sapori. E’ d’obbligo la contrattazione, arte nella quale dopo un Ci scambiamo preziose po’ ci affiniamo I prodotti sono sempre stagionali, freschissimi informazioni e ci mettono e di produzione locale. E così: in Libia ottimi spezzatini di in guardia sulla polizia del cammello e bordin , falafen e kofta di montone in Egitto, ‘njera Mozambico. in Etiopia, saporitissimi ananas papaie e manghi in Kenia e E’ molto assillante, ferma Tanzania, game meat in Africa australe diventano il nostro per un nonnulla e inventa abituale menù. Per non parlare poi dei prezzi: un intero casco di banane in infrazioni… forse per Uganda a solo mezzo euro; vongole grandiose, per dimensioni e arrotondare il magro gusto (introvabili da noi), e aragostine a un euro al chilo in stipendio. Mozambico; gamberoni e filetto di manzo a meno di tre euro al Con molta solerzia chilo! acquistiamo subito i 2 La cucina come tutta la vita in Africa è un momento comunitario triangoli rossi obbligatori e di aggregazione. All’aperto, su un fuoco di legna o sulle braci, i “omologati per il cibi vengono cotti alla griglia o fatti bollire lentamente nel tradizionale potjie (pentola di ghisa). Anche noi, adeguandoci Mozambico” (!). alle usanze locali, ne acquistiamo uno e trascorriamo le nostre Appena varcata la dogana serate davanti a questo pentolone nero che sobbolle. diventiamo degli autisti molto disciplinati, guidiamo in modo esemplare e rispettiamo tutta la segnaletica. Superiamo il ponte

Gioielli d’Africa

Il nostro potjie

Piroga sullo Zambesi


sospeso sullo Zambesi ed entriamo a Tete. Due camion sono fermi ai lati della strada per qualche guasto. Vedendoli ci sorge qualche dubbio se abbiamo comprato i triangoli giusti. Quelli usati da loro sono verdi e non proprio Meraviglie della natura geometrici: frasche, sassi e tronchi…i soliti triangoli africani! Incontriamo spesso la polizia ma solo in una occasione ci intimano l’ALT. Noi fingiamo di scambiare il loro gesto per un saluto e, dopo esserci assicurati con una veloce occhiata che sono a piedi, ci allontaniamo ricambiando con ampi sorrisi e gesti della mano, guardando nello specchietto che non ci corrano dietro. La prima impressione che si ricava una volta entrati in Mozambico, ex colonia portoghese, è di grandezza e vastità. E’ meno abitata delle nazioni limitrofe, grandi distese verdi senza insediamenti umani. Le abitazioni sono poche e modeste; Diritto di precedenza! capanne circolari, tutte in paglia, hanno preso il posto delle case in muratura. Anche i vestiti sono logori e dimessi, in generale si denota subito un tenore di vita inferiore. Ci imbattiamo in due campi di artificieri sminatori. Bisogna ricordare che fino a pochi anni fa qui in Mozambico si è combattuta una delle guerre civili che più hanno insanguinato l’Africa, paragonabile per atrocità e crimini a quella combattuta in Cambogia. Lavoro encomiabile e pericoloso quello degli sminatori. Purtroppo gran parte del loro operato è stato vanificato, e l’economia ha subito un duro colpo, quando la terribile inondazione del 2000 ha riportato mine inesplose su terreni già bonificati sottraendoli così nuovamente all’agricoltura. Facciamo sosta a Casa Msika, un gradevole campeggio in riva a una Dam, frequentato da pescatori sudafricani in cerca di grosse prede. La strada che porta al mare è bella, anche se spesso interrotta da lavori per il rifacimento del precario Pane fresco manto stradale.


I primi 150 km di asfalto sono “a gruviera”: tante e tali sono le buche che ci fanno rimpiangere le piste di sabbia! Sfoggiamo tutto il nostro portoghese per contrattare un dow a motore che ci porterà sull’arcipelago di Barzaruto, nel canale di Mozambico. Con qualche obrigado e me desculpa riusciamo ad ottenere il prezzo desiderato. Il blu del mare è intervallato da strisce dorate delle sabbie emergenti. Dobbiamo navigare a zig-zag tra le secche Pista per Morrungulo perché solo con l’alta marea si può effettuare un percorso rettilineo. Poco più di un’ora e mezza di barca e siamo su una spiaggia bianca di origine corallina. Nella baia davanti a noi un branco di carangidi salta più volte fuori dall’acqua inseguiti da un delfino e da altri predatori che intravediamo appena. Finalmente un po’ di snorkelling nella pass della barriera. Non sono certo i fondali del Mar Rosso ma è comunque sempre piacevole nuotare in un mare tropicale. Nel pomeriggio l’orizzonte si riempie di vele colorate, sono i dhow dei pescatori che La fame dello sciacallo tornano. Anche noi rientriamo a vela fendendo le onde senza sforzo e il nostro skipper ingaggia una piccola gara con una delle barche. Ad un tratto un craack: si è rotto il timone! Ammainata velocemente la vela ci guardiamo con apprensione, mentre la barca oscilla pericolosamente. Per fortuna nel serbatoio è rimasta un po’ di benzina (era stata calcolata solo per l’andata), e così raggiungiamo la costa con l’ausilio del motore. Pomene, lembo di terra tra mare e fiume, è lontana e particolare. Si raggiunge con una pista di 54 chilometri attraverso una fitta foresta tropicale dove la ricca vegetazione forma veri e propri tunnel. Al nostro passaggio miriadi di farfalle prendono il volo. Sono tante e bellissime le farfalle in Mozambico e meritano attenzione. Ce ne sono di piccole e grandi e tutte molto colorate. Gli ultimi chilometri della pista sono di sabbia percorribili, come avverte un grande cartello, solo in fuoristrada e con la pressione delle gomme a 1,4 bar. Ma noi, Bird watching dopo l’apprendistato sulle sabbie libiche del


Murzuk, non ci facciamo impressionare e “senza sgonfiare” raggiungiamo con facilità il campeggio. Il bosco di larici è stato fortemente violentato dall’uragano del 2000. Enormi tronchi sono caduti in mare e ora giacciono sradicati sulla spiaggia dando alla costa un fascino “spettrale”. A piedi costeggiamo il fiume fino alla confluenza col mare. Qui si apre un’ampia distesa di sabbia, ricoperta di conchiglie spiaggiate, dove vengono a infrangersi le alte onde oceaniche. Rimaniamo sorpresi quando ci viene richiesto il pagamento del soggiorno in Rand (moneta del Sud Africa). Ma poi guardandoci in giro ci rendiamo conto che il posto è frequentato solo da una clientela sudafricana. Lunghissime canne da pesca svettano su enormi imbarcazioni, trainate da potenti fuoristrada superaccessoriati. I pescatori, tutti di taglia extra Fascino spettrale di Pomene large e di carnagione bianca, si aggirano strafottenti a piedi nudi, con il cappello alla texana, il telefonino e l’immancabile lattina di birra. Proseguiamo lungo la costa e sostiamo a Morrungulo, sogno tropicale di ogni viaggiatore: mare, spiagge e palme da “cartolina”. Al pomeriggio i pescatori locali tornano a riva e, come d’abitudine, improvvisano l’asta del pescato direttamente sulla sabbia. La gente, con le bacinelle in mano, si chiude a Sudafricani in vacanza cerchio attorno ai mucchietti di pesce e inizia la contrattazione. Timidamente ci intrufoliamo anche noi e, con nostra sorpresa, tutto si interrompe e ci aiutano a scegliere per primi il pesce migliore. Raggiungiamo Inhambane percorrendo la bella strada litoranea fiancheggiata da estese piantagioni di palme. Ovunque mucchi di noci di cocco da cui viene estratta la copra. Tutto varia mentre andiamo al sud, gli standard qualitativi calano mentre i prezzi crescono. Anche i giovani sono diversi, più aggressivi e meno dolci dei loro coetanei del nord, frutto dell’influsso del benessere del vicino Sudafrica.


A Maputo, la capitale, siamo ospiti per alcuni giorni a casa di Stefania e Sandro, nostri amici italiani, in Africa da sempre. Alla sera attorno al tavolo ci fanno rivivere un po’ di calore familiare che ci manca ormai da parecchi mesi. La prima impressione della città è triste, appare sporca e degradata. Ma visitando il centro la troviamo piacevole e graziosa: viali grandi e alberati, giardini e resti dell’architettura dell’antica colonia. In vendita sui marciapiedi splendide Capanne Zulu sculture in legno dalle forme insolite e originali. Il visto era di sole due settimane, che sono passate velocemente, e dobbiamo lasciare il Mozambico. Lo Swaziland ha ben poco di Africa, se non per il colore della pelle dei suoi abitanti. E’ tutto un susseguirsi di colline e vallate, strade perfettamente asfaltate in mezzo a foreste di eucalipti e larici. Nella Ezulwini Valley, la valle dei re, andiamo alla Riserva Naturale Mlilwane: un eden. Non ci sono animali pericolosi all’interno della riserva e questo ci permette di fare belle passeggiate tra giraffe, gazzelle e zebre. Nello Swaziland, contrariamente che nelle altre nazioni, è più conveniente fermarsi nei campeggi all’interno delle riserve. Questo grazie al programma governativo sui Parchi che cerca di scoraggiare, con la presenza dei turisti, il bracconaggio. La Signora in grigio, così viene battezzata ”Viandante” da Aldo la “struzza” dalle ciglia accattivanti che, ormai abituata alla presenza umana, trovi ovunque. Sculettando altezzosa con la sua buffa andatura è interessata a qualsiasi cosa di commestibile possa trovare. Un rumore alla finestra ed il suo becco, privo di denti, te lo ritrovi se non stai attento anche in cellula. Quando è in cerca di cibo inscena una specie di danza, muovendo collo e becco, quasi a dire: “ Allora, mi dai qualcosa o no?” Anche il Hlane National Park ci riserva una grande sorpresa. La presenza La Signora in grigio rassicurante di un ranger armato, che ci accompagna, ci permette di scendere dalle macchine ed avere un incontro davvero “ravvicinato” con una cheetah. Sembra in posa, ci avviciniamo guardinghi e


scattiamo tranquillamente innumerevoli foto ricordo. Ma la nostra presenza la infastidisce e appena il felino si muove, mostrandoci i denti e gli artigli, è un fuggi-fuggi generale. Riguadagniamo velocemente le macchine, dimenticando il nostro ranger, che ritroviamo… già seduto in cabina! L’artigianato è bello e vario: sculture in soap stone, batik, vetri soffiati e candele…e che candele!. Realizzate completamente a mano, a forme di animali o geometriche con motivi e colori africani sono uniche e delle vere opere d’arte. Le swazi candles per noi donne sono una vera droga. Ne compriamo a decine che troveranno a fatica posto nelle nostre cellule, già straripanti di souvenirs. E’ quasi ora di pensare al rientro. Scartiamo l’ipotesi di tornare via terra (sarebbe troppo lungo e faticoso) e optiamo per imbarcare i mezzi sulla nave. Puntiamo verso il Sudafrica con destinazione il porto di Durban.


6 SUDAFRICA - LESOTHO

NAMIBIA BOTSWANA KRUGER PARK

SWAZILAND

LESOTHO

SUDAFRICA

34° 49. 980 S 19° 59. 990E

11.000 Km in 85 giorni

Il Sudafrica è terra di grandi contrasti e di grandi uomini che con il loro operato hanno influenzato non poco il corso della storia. Sudafricano era Christian Barnard, autore del primo trapianto di cuore. M. Ghandi, dopo essersi laureato in Legge a Londra, ha esercitato la professione di avvocato a Durban e qui, vittima dei pregiudizi razziali, è nata la sua vocazione politica. Nelson Mandela è una pietra miliare nella storia dell’apartheid.

Protea


L’impatto con questa vasta nazione è soft. E’ un Paese comodo e facile, non sembra neppure di essere in Africa: tutto pulito, tutto curato, tutto abbondante. Lasciati i mandarini del Mozambico (tajarinas) venduti a terra lungo la strada, qui sembra di essere nel paese del bengodi. Nei supermercati si trova di tutto; gli scaffali sono stracolmi di ogni Succulente in fiore ben di dio e con “avidità” riempiamo i Succulente in fiore nostri carrelli di prodotti che per mesi ono stati solo un sogno. Anche il modo di fare la spesa è cambiato. La contrattazione, quasi d’obbligo negli altri paesi africani, qui non esiste; i prezzi sono fissi e si paga con la carta di credito. Solo nei campeggi riusciamo a ottenere qualche sconto, ci applicano….la tariffa da pensionati. Forse siamo davvero invecchiati! Iena la Mamma Il Kruger National Park è uno dei più importanti ed estesi Parchi dell’Africa. E’ bello e ricco di fauna, anche se le strade asfaltate e la segnaletica quasi autostradale anche sui sentieri, ne fanno perdere un po’ lo spirito wild. La vegetazione è fitta e si fa fatica a vedere gli animali di cui il Parco è ricco. Noi siamo fortunati e vediamo in abbondanza “comuni” gnu, gazzelle e facoceri. Una iena mentre amorevolmente allatta i suoi piccoli ai bordi della tana, ci fa dimenticare la sua triste fama. Girando per tre giorni all’ interno del Kruger incontriamo anche i grandi animali. Giraffe, ippopotami, elefanti e ben sei leoni al pasto: avevano appena catturato un bufalo. E poi rinoceronti che si aggirano tranquillamente fuori dal bush.

Lesotho – Liphofung Nature Reserve – pitture rupestri


Lasciamo quest’oasi della natura e costeggiamo per lunghi tratti ampie distese di piante grasse dai vistosi fiori rossi a candelabro. Sono le Aloe Ferox, piante indigene e protette usate anche in campo medicinale e cosmetico. “Piccolo regno del cielo” così è definito il Lesotho, grande quanto il Belgio, incastonato come un gioiello tra alte montagne e completamente circondato dal Sudafrica. Da Maseru, la capitale, le strade, per la maggior parte piste, si snodano tutte tra i 1.200 e i 3.000 metri. E’ un continuo saliscendi con curve strette e tornanti. Dobbiamo superare numerosi passi in cima ai quali cumuli di neve ancora ghiacciata ci Montagne del Lesotho obbligano a inserire le ridotte. Dall’alto del Blue Mountain Pass si apre la vista spettacolare sulle Maluti mountains. Nelle ampie vallate sottostanti, ancora in veste quasi invernale, domina il rosa intenso dei peschi in fiore. Qua e là spuntano i tetti di paglia delle capanne, in pietra e di forma circolare. Nonostante le difficoltà ogni lembo di terra possibile viene terrazzato e coltivato con grande fatica. A queste altitudini le temperature sono Peschi e capanne molto rigide. Le poche persone che incontriamo sono tutte avvolte in coperte di lana e dai passamontagna si intravedono solo gli occhi. Si muovono prevalentemente a cavallo, unico mezzo di locomozione possibile in questo territorio impervio. La povertà è tangibile, tutti chiedono qualcosa ma con una dignità e gentilezza a volte sconosciuta in altre nazioni. L’industria del turismo è ancora agli esordi. Lesotho – popolazione locale Solo negli ultimi anni, il miglioramento delle strade per la realizzazione del grande Progetto Idrico (di notevole importanza nell’economia del Lesotho), ha dato un nuovo sviluppo al nord del paese. Anche l’artigianato è semplice e modesto. Direttamente da una cooperativa di donne acquistiamo un tipico cappello basotho, dalla forma particolare e bizzarra, che farebbe la gioia di qualsiasi collezionista. Cappelli basotho La diga che forma la Dam di Katse, con i suoi 180


metri di altezza, è una grande opera di ingegneria, nella cui costruzione gli Italiani hanno avuto un ruolo molto importante. Qui il ricordo lasciato dai nostri connazionali è ottimo, e forse anche per questo ci riservano una calorosa accoglienza. Ci invitano a visitare la diga (per noi fino ad oggi solo un muro di cemento) e invece al suo interno scopriamo chilometri di cunicoli e gallerie, disseminate di sensori e strumenti elettronici per il monitoraggio continuo della sua "salute”. Dormiamo a 3.000 metri nel parcheggio della Bokong Nature Reserve, affacciato a strapiombo su una profonda falesia. Il cielo sembra più vicino qui e la luminosità delle stelle, per la totale assenza di inquinamento, è altissima. Su queste montagne cresce un raro tipo di Aloe, pianta grassa endemica dalla forma insolita e particolare: le foglie dal centro verso l’esterno si aprono a formare una perfetta spirale. Ci inerpichiamo a fatica, rimanendo a lungo in quota, su di un tratto che ha fama di essere il luogo più freddo , arido e sperduto del Lesotho. Sembra di rivedere le immagini degli altipiani del Nepal e del Pakistan. Costeggiando il fiume Senqu dalle acque limpide e trasparenti, attraverso uno scenario aspro e spettacolare, arriviamo al Sani Pass (2.874 mt). Passiamo la notte in cima al passo mentre forti raffiche di vento scuotono violentemente le nostre cellule.

Topi del ghiaccio

Katse Dam – la diga

Aloe a spirale

Discesa dal Sani Pass

Al mattino è tutto avvolto da una fitta nebbia. Facciamo dogana per rientrare in Sudafrica e iniziamo la ripidissima discesa sulla pista, permessa solo ai 4x4. Come d’incanto le nubi si dissolvono e lasciano intravedere un panorama selvaggio ed emozionante. Contro il cielo blu, illuminate dal sole, si stagliano le catene montuose del Drakensberg, interamente ricoperte da un tappeto verde. Sotto di noi la pista si snoda tortuosa fino a fondovalle.


Sawubona. E’ con questo saluto che ci accoglie il “Popolo del Paradiso” nello Zululand, terra di folklore, di costumi e tradizioni. Siamo a Nongoma per assistere alla tradizionale Reed Dance, che ha luogo alla residenza reale.

Royal Reed Dance Una delle più animate e festose ricorrenze nel calendario della cultura Zulu è la Royal Reed Dance che si svolge annualmente a Nongoma alla residenza del re Goodwill Zwelithini. Più di 5.000 ragazze, tutte di età fra i 13 e i 18 anni, sono invitate da ogni angolo della regione ad unirsi alla cerimonia che celebra il loro ingresso nell’età adulta. Vestite solo di un succinto perizoma di perline colorate e con la principessa in prima fila, avanzano cantando e ballando. Reggono in mano lunghe canne, tagliate per l’occasione, che ondeggiano al ritmo della danza . Gli uomini, vestiti di pelli di leopardo, addobbati con penne, piume e collane di artigli di leone, alla presenza del re mimano con lance e scudi rituali di guerra. Una volta giunte al cortile reale, la principessa si inginocchia davanti al re e gli consegna il suo bambù che andrà a sostituire quello ormai secco dell’anno precedente. Intanto anche tutte le ragazze depongono i loro bastoni, che saranno poi utilizzati nella costruzione di una nuova dimora. Sono due giornate di grande festa, alla presenza di tutte le autorità: banchetti, musiche e danze a cui tutti sono invitati.


Nonostante la giornata sia fredda e piovosa la cerimonia si svolge regolarmente. Rimaniamo stupiti e sconcertati nel vedere migliaia di ragazze vestite di sole perline – praticamente nude - che, intirizzite e tremanti di freddo durante l’attesa, si

esibiscono poi radiose e sorridenti in onore del loro re, addobbato solo con pelli di leopardo. Siamo gli unici turisti e, accordandoci i favori riservati ai VIP, ci introducono a corte come “inviati speciali” (…non ce ne voglia la categoria!) e ci presentano a ben due re contemporaneamente. Per l’occasione infatti è presente anche il re dell’Uganda. Le ragazze si avvicinano alle macchine e ci chiedono di essere fotografate. Al nostro consenso, con disinvoltura ed estrema naturalezza si spogliano davanti a noi per indossare il costume “di perline”: il senso del pudore qui è molto diverso che da noi! L’artigianato nello Zululand merita un discorso a parte. Le perline nella cultura Zulu sono sempre state oltre che motivo di ornamento anche forma artistica. Con disegni e colori esprimono un linguaggio completo spesso legato all’amore. Il talento degli artisti Zulu si esprime appieno anche nella realizzazione dei tradizionali cesti. Sono diversi per forme e Copricapo zulu dimensioni e destinati a molteplici usi. La geometria dei disegni, l’accostamento dei colori e la raffinatezza dell’esecuzione danno significato all’oggetto rendendolo unico. In ogni cesto è possibile leggere la storia di chi lo ha realizzato. Durban con le sue strade, le sue banche e i suoi grattacieli non dà più l’idea dell’Africa vista fin qui, sembra piuttosto il simbolo di una nazione avanzata che tende allo sviluppo sui modelli dei Artigianato zulu - cesti paesi occidentali.


Gli struzzi di Oudtshoorn

Struzzi femmina

Gli struzzi di Oudtshoorn

Oudtshoorn , nel Little Karoo, è stata a lungo la capitale mondiale degli struzzi. Dopo la I guerra mondiale qui ne venivano allevati più di 700.000. Grazie agli ingenti profitti gli allevatori erano definiti “baroni delle piume”. Ancora oggi nella zona gli allevamenti sono fiorenti e l’attività è redditizia. Dello struzzo viene utilizzato tutto: uova, carne, pelli e piume. Un solo uovo equivale a 24 uova di gallina ma il suo contenuto in colesterolo è il 70% in più, mentre le sue carni ne sono quasi completamente prive. Sono velocissimi nella corsa, possono raggiungere anche i 70 km/h e per questo vengono organizzate vere e proprie gare.

Parcheggiamo in centro davanti all’ex stazione ferroviaria, ora sede dell’Ufficio Turistico: marmi, documentazione e gentilezza da fare invidia a qualsiasi ufficio similare europeo. Una delle nuove occupazioni qui in Sudafrica è il “parcheggiatore abusivo”. Robert per pochi spiccioli ci guarda la macchina e ci assicura che, se dovesse arrivare la polizia, inserirà la monetina nel parchimetro. Saputo da dove veniamo con estrema ingenuità domanda quante ore ci abbiamo impiegato e, alla nostra risposta che siamo turisti in giro da mesi, ci chiede interessato come si fa a “diventare turisti”! La pesca è uno degli hobby più diffusi in tutto il Paese. Pescatori di tutte le età, armati di canne, lenze e mulinelli già dal primo mattino riempiono le spiagge. Tutti, sardine all’amo, si danno un gran da fare a…”dar da mangiare ai pesci”: infatti ci sembra che siano più i chili di pesce usati come esca, che non quelli realmente pescati! Ci dicono che qui al sud ogni anno, tra i mesi di giugno e luglio, ha luogo la sardine run. La corrente calda di Agulhas che va verso il Mozambico porta con sé milioni di sardine che dalle profondità oceaniche, a banchi risalgono in superficie. Al loro seguito, attratti da questa “manna del mare”, arrivano numerosi anche delfini, balene, squali e predatori di ogni genere mentre dall’alto, oscurando completamente il cielo, interi stormi di uccelli si tuffano nell’acqua per unirsi alla mattanza. E’ un vero spettacolo che ogni anno attira sulla costa gente da tutto il paese. Le sardine, per sfuggire ai predatori, si buttano a riva dove vengono raccolte con ogni mezzo: reti, cassette, secchi, mestoli e persino con le Evuluzioni


mani. Nella frenesia generale anche grossi pesci e squali, per inseguire le sardine, finiscono arenati sulla spiaggia. E’ una febbre che contagia tutti; con chiunque si parli l’unico argomento sono le sardine. Anche noi ci fermiamo ad aspettarle per una settimana. Purtroppo quest’anno, per la prima volta, a causa Immersione nell’acquario della temperatura troppo elevata dell’acqua, il fenomeno non si è verificato. Andiamo verso l’interno per salire allo Swartberg Pass. La giornata è radiosa e bianche nubi ristagnano sulle cime più alte. Forme bizzarre di sedimentazioni geologiche hanno disegnato gli strapiombi e le vallate circostanti. Una ricca varietà di fynbos è radicata alle pareti rocciose. La strada panoramica T1 che va verso Alexandria è un susseguirsi di fiumi, baie, e splendide insenature, a Malgas attraversiamo un corso d’acqua sull’ultimo traghetto a trazione umana ancora esistente. Intorno colline verdi, tutte a pascolo, degradanti verso il mare. Qui sono concentrate numerose Farm che allevano Resti di orice bovini. Sembra un paesaggio irlandese o della Nuova Zelanda. (34° 49. 980 S 19° 59. 990 E) Cape Agulhas, denominato anche Diaz Point, punto di incontro dei due oceani: Atlantico e Indiano. E’ qui che, nel 1488, il navigatore portoghese Bartolomeo Diaz coronò il sogno di raggiungere e scoprire il punto più meridionale dell’Africa. Ed è qui che anche noi coroniamo il sogno di aver attraversato con i nostri mezzi tutto il Cape Agulhas Diaz Point continente africano Attraverso verdi praterie e campi in fiore, eccoci ad Hermanus. Il Sudafrica è uno dei pochi paesi al mondo dove è ancora possibile ammirare le balene da riva (ogni giorno uno strillone, girando per il paese, ne indica i punti di avvistamento). L’emozione è forte quando, passeggiando sulla spiaggia, una Foto: Uff. Turistico Hermanus grossa sagoma nera attira la nostra Lo strillone di Hermanus attenzione: è il dorso di una balena venuta in queste acque ad allevare il suo piccolo.


Ammiriamo a lungo le evoluzioni dei due cetacei. Ne seguiamo l’affioramento, gli spruzzi, i salti e ne vediamo le enormi dimensioni. Un’alta colonna d’acqua ed ecco che la possente coda si arcua, si innalza, rimane a lungo sospesa per poi inabissarsi con una perfetta armonia. La litoranea che costeggia False Bay è spettacolare: fiori e pareti a picco sul mare. Dall’altra parte della baia si intravede la penisola del Capo. L’ingresso a Cape Town è moderno e avveniristico: un intreccio di autostrade a più livelli, alti palazzi e centri commerciali. L’ingresso a Cape Town è anche un pugno nello stomaco: una palizzata di cemento, lunga chilometri, fiancheggia la nazionale n° 2. Racchiude la township (bidonville): un agglomerato di povere baracche di Cape Town - bidonville lamiera e cartone, ammassate una all’altra. Non vi sono strade tracciate ma solo stretti sentieri fangosi che attraversano questo mondo di povertà, di violenza e di miseria. E’ deprimente vedere come oggi, nel 2003, possano esistere ancora queste condizioni di vita. Nonostante la parità dei diritti, e nonostante la differenza razziale sia stata definitivamente abolita (almeno dalle leggi), permane ancora l’enorme differenza di potere economico. E’ una nazione a due velocità e a Capo di Buona Speranza due colori: i bianchi detengono denaro e ricchezza, i neri solo braccia per lavorare. Ma non si può parlare di apartheid senza ricordare Nelson Mandela, premio Nobel per la pace nel 1993. Nella tristemente nota Robben Island (al largo di Città del Capo), ha trascorso i suoi 26 anni di prigionia. L’isola è stata per molti uomini luogo di segregazione e di umiliazioni, ma anche fucina di pensieri, voglia di vivere e di libertà. E’ qui che è continuato il movimento per l’uguaglianza tra le razze che ha portato Mandela, all’età di 76 anni, Penisola del Capo dalla prigione alla presidenza della


nazione. Il “vino”è una voce importante nell’economia del Paese, di qualità e concorrenziale anche sul mercato mondiale. Stellenbosch, sulla strada del vino, è molto graziosa con le sue case antiche in stile olandese. Attorno prolificano vigneti e cantine, gestite da una attenta conduzione manageriale, probabilmente facilitata anche da una manodopera nera, numerosa e a basso Boscimani costo. La Penisola del Capo, con i suoi panorami e la sua rigogliosa vegetazione, ci lascia d’incanto e merita forse da sola un viaggio in Sudafrica. Il fynbos del Capo è il più ricco e vario del mondo: fiori, cespugli, piante e su tutto spicca la Protea , fiore emblema del Sudafrica. A Boulder’s Beach in una baia prospiciente il mare cristallino, delimitata da enormi massi di granito rosa, vive la numerosa colonia dei pinguini del Capo. Come tanti piccoli ”camerieri in frak” si muovono con la loro buffa andatura ciondolante, richiamandosi con un verso che ricorda il raglio dell’asino. (34° 21’ 25” S 18° 28’ 26” E) Good Hope Cape -Capo di Buona Speranza-: pareti a picco sul mare, uccelli di ogni specie e onde gigantesche che si frangono. Finalmente dopo 8 mesi ecco davanti a noi il Capo: cin cin… 4 bicchieri si innalzano!!

…..cin cin !

Otto mesi difficili da descrivere e anche, a tratti, da ricordare. Tante sono state le emozioni, tanti gli incontri e le domande che ci siamo poste. Impossibile fare un’ analisi di tutto il “visto e il vissuto” di questo viaggio, ma sicuramente è un’ esperienza che rimarrà in modo indelebile dentro di noi. Cape Town ha fama , e a ragione, di essere una delle città più belle del mondo. Ampie spiagge, niente smog, poco traffico e tante zone verdi: in centro c’è persino un campo da golf! Città vivibile e tranquilla dove,


come del resto in tutto il Sudafrica da noi visitato, non si percepisce quella tensione che pensavamo di trovare. In una calda e tersa giornata di sole, degna di un inverno sudafricano, saliamo sulla Table Mountain. Da questa altezza di oltre 1.000 metri la vista spazia da Robben Island a False Bay e giù fino al faro del Capo. La funivia è piena di turisti e di gente locale. A fatica e con “furbizia latina”, con le nostre macchine fotografiche guadagniamo la postazione migliore davanti all’unica finestra aperta. Appena la funivia parte inquadriamo e nel mirino il panorama si trasforma in una maniglia…in un palo! Ci guardiamo increduli, la finestra scorre lateralmente; macché, siamo noi che giriamo! Table Mountain Con una risata generale scopriamo che la cabina ha il “pavimento rotante” per permettere una visuale a 360° . Eh sì, il “diritto alla finestra” qui è proprio uguale per tutti. Una volta doppiato il Capo il paesaggio muta radicalmente. Per l’influenza della corrente fredda del Benguela Mossel Bay - cozze la costa ovest è più arida, desertica e meno abitata. Anche la fauna marina è cambiata e a queste temperature sopravvivono solo pesci e molluschi di grossa taglia: Mossel Bay (il nome è proprio azzeccato) è interamente ricoperta da cozze lunghe anche una spanna! Ogni anno nel Namaqualand , o “giardino degli dei” come viene chiamato, in

Fioritura nel Namaqualand


primavera si rinnova il miracolo della fioritura.Un tappeto di milioni di piccoli fiori variopinti ricopre per 200 km da nord a sud, il paesaggio altrimenti desertico. E’ un’esplosione di profumi e colori che non ha eguali al mondo. Quest’anno le precipitazioni sono state scarse, e purtroppo questo grandioso evento si è verificato solo in parte. In compenso abbiamo potuto ammirare in tutta la loro bellezza la varietà delle succulente (piante grasse), che qui hanno una grande concentrazione durante i periodi di siccità. Il deserto del Kalahari si estende tra Sudafrica, Namibia e Botswana. La pista di sabbia che conduce al Parco, grande due volte il Kruger, é scorrevole, veloce ma insidiosa e ti induce a correre per poi tradirti alla prima curva. Avevamo grandi aspettative sul mitico Kalahari, sia per i documentari visti che per le letture fatte. Le sabbie rosse sono cosparse di bassi arbusti e grandi acacie sono un po’ Donne Ndebele ovunque. Ci aspettavamo un deserto invece troviamo la savana. Costeggiamo il lungo wadi asciutto, disseminato di pozze artificiali, alla ricerca di animali. Vediamo prevalentemente l’onnipresente orice, qualche gnu e poche gazzelle. Il famoso leone nero, presente solo qui, per noi rimane un miraggio. L’insieme è sicuramente suggestivo ma, da “viaggiatori viziati” quali siamo, ci saremmo aspettati qualcosa di più spettacolare. Abbiamo viaggiato per mesi e raggiunto la meta, ma è ancora tanta in noi la voglia di andare avanti e di scoprire cosa c’è “dietro la curva”. Decidiamo di proseguire. La Namibia ci attende.


7 NAMIBIA – ZIMBABWE - BOTSWANA VICTORIA FALLS EPUPA FALLS

CHOBE e RSERVA MOREMI T. HIMBA

DELTA DELL’OKAVANGO

SKELETON COAST

Cascate Vittoria

G E N O V A

FISH RIVER CANYON

KALAHARI

8.250 Km in 37 giorni

La pista che dal confine sudafricano conduce a Keetmanshoop la percorriamo tutta d’un fiato. Sono 200 km quasi privi di toule che ci permettono velocità sostenute. In tutto il tragitto incontriamo solo 3 macchine! Il paesaggio è desertico con enormi cumuli di massi. Questo è il regno della Aloe dicotoma, detta anche “albero faretra”. I popoli San di un tempo usavano infatti i suoi rami, robusti e leggeri, come contenitori per le frecce.

Aloe dicotoma


Col nome di Giant’s playground è indicata una delle bizzarrie della Namibia. Migliaia di macigni sono in bilico uno sull’altro, esempio degli sconvolgimenti geologici che ha subito questa terra. Con una pista tra montagne da una parte e il Fish River Canyon Giardino dei Giganti dall’altra raggiungiamo Ai – Ais, in lingua nama “caldo che scotta”. L’oasi è incastonata sotto le vette del canyon, contornata da palme e tamerici. Piscina calda all’aperto e terme, luogo ideale per due giorni di relax. Non ci sembra vero, nella cucina comune ci sono ben tre forni. Fish River Canyon Non ci lasciamo sfuggire l’occasione e, utilizzandoli tutti e tre, alla sera sforniamo pizzette, pasta gratinata e agnello con patate: un menù da leccarsi i baffi! Il panorama è davvero superbo: cielo blu brillante, strada bianca e montagne rosse. Un altro quadro da incasellare nella memoria. Lüderitz, cittadina in stile bavarese, si affaccia sulle gelide acque dell’oceano. Nelle vicinanze la città fantasma di Kolmanskop che ha visto il suo splendore agli inizi della corsa ai diamanti. Da qui si estende lo Sperrgebiet, zona rigorosamente inaccessibile perché diamantifera. E’ domenica ed entriamo in una chiesa cattolica per una breve preghiera. Sull’altare il sacerdote, vestito con paramenti verdi, sta Namibia – formazioni rocciose “recitando” l’omelia, con una gestualità e una mimica che ci rapiscono. Come un attore consumato usa toni di voce alti e bassi o addirittura in falsetto, fa pause ben dosate e si muove avanti e indietro come su un palco. Un vero istrione. Non capiamo neanche una parola ma restiamo a lungo incantati a guardarlo, mentre i fedeli non riescono a trattenersi dalle risate. Qui anche la funzione religiosa è vissuta con grande allegria in Chiesa Cattolica stile africano.


Kaiser Wilhelmstrasse – Gasthof – Würstel e Brezel....sembra di essere nella “grande” Germania! Ancora oggi in Namibia c’è l’impronta dell’ex colonia tedesca. Christine con Deserto del Namib disinvoltura ci dà subito prova del suo fluente tedesco. Ma la lingua degli ex colonizzatori qui è stata quasi completamente dimenticata, la sentiamo parlare solo a Windhoek -la capitale- e in poche occasioni. Riceviamo “visita parenti”. Silvana e Tiziano, arrivati dall’Italia, con un Toyota pickup camperizzato preso a nolo viaggeranno con noi per un mese. Affidandoci alla indubbia capacità organizzativa di Luciano e alla sua insaziabile sete d’avventura (il look di questi giorni gli dà l’aspetto di un grande esploratore dell’800!) prepariamo il giro di Namibia – Botswana – Zimbabwe. Con i tre Toyota in fila, distanziati per l’enorme polverone che si solleva dalla pista, attraverso un panorama spettacolare raggiungiamo il Deserto del Namib, uno dei più antichi e aridi del mondo.

Al mattino presto attraversiamo il gate del Parco e su una strada asfaltata ci inoltriamo verso l’interno. A seconda dell’inclinazione del sole, nelle varie ore del giorno, le dune assumono colorazioni diverse con sfumature che vanno dal rosa al giallo all’albicocca fino al rosso intenso del tramonto. Sono dune mobili che si spostano e si modellano a seconda del capriccio del vento. Non sono però le smisurate dune della Libia sulle quali si può spaziare e correre a piacimento. Queste sono dune inavvicinabili in macchina, raggiungibili solo dopo una lunga marcia a piedi. Ad eccezione di Dune 45, a 45 km appunto (…che fantasia!) da Sesriem, ai piedi della quale si può almeno parcheggiare!


Camminiamo per oltre due chilometri su piccole dune fino ad arrivare alla depressione asciutta di Hidden Vlei. Il fondo è di un bianco abbagliante circondato da dune di sabbia arancione. Pezzi di tronchi contorti emergono come fantasmi dando al luogo un aspetto surreale. Sono i resti di una foresta ultracentenaria. Qui finisce l’asfalto e i 5 km di pista che vanno a Sossusvlei mettono a dura prova chi ha poca dimestichezza con la sabbia. Noi la percorriamo in velocità e siamo obbligati a fare slalom per evitare le macchine insabbiate. Dopo una breve sosta a Dune 7 (a “7 km” da Swakopmund…ma allora è un vizio!) ci dirigiamo verso la Welwitschia drive. Costeggia la valle della luna ed è affascinante con le sue distese di campi di licheni. Quasi invisibili ad occhio nudo, sembrano concrezioni o residui legnosi e invece basta bagnarli con poche gocce d’acqua e, nel giro di pochi secondi quasi per miracolo, si rivitalizzano e cambiano colore, trasformandosi da neri stecchi a morbide foglie verdi. Qui cresce anche la welwitschia mirabilis, una rarità botanica, ritenuta la pianta più antica della terra. Ne vediamo un esemplare Welwitschia Mirabilis, di oltre 2.000 anni. Spitzkoppe: un nome, un luogo, una montagna. Tra dedali di pietre e cunicoli, intercalati da baobab nani e acacie, enormi massi dalle forme bizzarre stanno in bilico, quasi sospesi nel vuoto.

Magie dello Spitzkoppe

Calciti – quarzi - ametiste - tormaline, trasparenti e puri, perfetti nella loro cristallizzazione. La montagna è famosa anche per i suoi minerali. Magia delle forme, dei colori e delle ombre. Una grotta, usata un tempo come riparo dalle popolazioni San, con i resti di pitture rupestri ci richiama alla mente gli antichi Boscimani. Ai piedi della rupe due notti, due fuochi sotto una grande volta stellata: questo è lo Spitzkoppe. Spitzkoppe – pitture rupestri


A Cape Cross, intabarrati nei nostri piumini e sotto un cielo plumbeo, ci avviciniamo alla colonia di oltre 80.000 otarie. Le sentiamo prima ancora di vederle, sia per il loro “puzzo” che per i loro versi. Buffe, simpatiche con i loro musi baffuti, stanno pigramente sdraiate sulla spiaggia o giocano tra le onde. Qui dal 1° aprile al 15 novembre tutte le mattine gli uomini vanno sulla spiaggia e, armati di coltello da macellaio, uccidono quasi 200 otarie. Le pelli vanno a rifornire il mercato europeo, le carni vengono spedite a Taiwan mentre i genitali, dal dubbio potere afrodisiaco, vengono esportati verso i mercati asiatici. Cape Cross

Vento e desolazione: è il Miglio 108, porta di accesso alla Skeleton coast. Dopo il parabrezza scheggiato da un sasso, oggi ben due forature. Le gomme sono ormai “alla frutta!”. D’altra parte dopo 82.000 km non potremmo pretendere di più. Con un pallido sole offuscato dalla nebbia questo tratto di costa è affascinante, c’è un’aria da fine del mondo che fa apparire “unica” anche una semplice spianata di sabbia e sassi. Non ci è consentito andare oltre Torra Bay, nella parte più remota della costa, dove è ancora possibile vedere i relitti degli antichi naufragi. La macchia verde di Twyfelfontein è un’oasi nel deserto. Facciamo una piacevole passeggiata nel bush a caccia di immagini, quando avvistiamo una numerosa famiglia di elefanti. Ottima occasione per fotografarli da vicino. Inquadriamo per un primo piano ma … ci sembrano “troppo vicini”! Il capo branco non ha gradito e ci sta caricando. Incuranti della preziosa attrezzatura, che Suricati sbatacchia da tutte le parti, scappiamo a gambe levate. Meta di oggi è Opuwo, nel Kaokoland, la zona più remota e primitiva della Namibia. Gli incontri con le etnie sono sempre interessanti. Nonostante siano popolazioni con usi e costumi diversi condividono lo stesso territorio e a volte persino lo stesso villaggio. Sembrano dimenticate dal tempo e dal progresso.


Incontriamo prima un gruppo di Okaukeyo e poi gli Himba. Si distinguono subito per il colore della pelle. Pur essendo entrambi seminudi i primi sono neri mentre gli Himba, con il loro corpo color ocra (per l’impasto di terra e grasso animale con cui si

ricoprono) ci ricordano tanto gli Hamer dell’Etiopia. Diamo loro fiammiferi, tabacco, riso e zucchero, ne riceviamo in cambio un braccialetto, smaglianti sorrisi e tanta gratitudine. Possiamo fotografarli senza l’assillo dell’“obolo” obbligatorio. E’ difficile comunicare ma un sorriso e lo sforzo di capirsi valgono più di mille parole. Questa è anche terra degli Herero. Le donne nei loro ampi costumi colorati e con gli esagerati copricapo a due punte ci appaiono come tante dame del ‘700. Dopo 200 chilometri di terra e polvere si arriva a Epupa Falls in mezzo a un fitto palmeto di makalane. Dai loro semi, detti anche avorio vegetale, vengono realizzati simpatici ciondoli. In questo punto il fiume Kunene, che segna il confine con l’Angola, si getta in un profondo crepaccio sulle cui pareti crescono enormi baobab, formando una cascata bella e suggestiva alta 60 mt. Donna Herero La strada che da Opuwo va a Oshakati si può riassumere con le prime tre lettere dell’alfabeto: A B C A per la smisurata quantità di Asini che incontriamo. B per il grande numero di Bar e Bottle store, dai nomi fantasiosi, che fiancheggiano la strada. C per l’enorme dimensione dei Cesti che qui vengono intrecciati. Ci vogliono 3 persone per cingerne uno. L’ Etosha (letteralmente “grande luogo bianco dell’acqua asciutta”) è un grande Parco ricco di animali. A fine giornata contiamo più di 100 giraffe, 45 elefanti e innumerevoli orici e gazzelle. Alla sera punto di attrazione sono le pozze illuminate. Etosha National Park Nella penombra vediamo arrivare all’abbeverata


prima 7 elefanti e poi 4 rinoceronti. Due di loro si appartano e si scambiano effusioni muso contro muso, anzi corno contro corno, nel tentativo di compiere l’atto più antico del mondo… “l’amore”. Purtroppo per loro il tutto si conclude con un nulla di fatto. Sul più bello vengono disturbati: quattro iene sbucando dal buio si avvicinano a bere e i rinoceronti Etosha – Pozza illuminata rimangono a bocca asciutta e…scornati! Lasciamo la Namibia con le sue sconfinate distese che dovrebbero dare un senso di infinito e di libertà. Invece tutto è “obbligato” “costretto” “delimitato”. Migliaia di chilometri di recinzioni di filo spinato, che racchiudono apparentemente il nulla, percorrono tutto il paese e ti fanno sentire come avviluppato in una grande ragnatela. Entriamo solo per due giorni nello Zimbabwe. La situazione critica del paese e la difficoltà ”Infinito” … limitato di reperire il carburante ci sconsigliano dal fermarci più a lungo (…chissà se i francesi incontrati in Etiopia hanno ancora la loro Farm?) Visitiamo le Victoria Falls sul fiume Zambesi, che divide lo Zambia dallo Zimbabwe. Imponenti e grandiose: le cascate Vittoria non potrebbero essere definite diversamente. Con un fronte di caduta di 1.700 metri e un’altezza di 110 sono sicuramente le cascate più spettacolari di tutta l’Africa, e forse del Zimbabwe – Cascate Vittoria mondo. L’enorme massa d’acqua che precipita nello strapiombo solleva una nube di goccioline vaporizzate attraverso cui filtrano i raggi del sole che, scomponendosi in tutti i colori dell’iride, formano luminosi arcobaleni. Qui nelle notti di luna piena si verifica il raro fenomeno “dell’arcobaleno di luna”, che solo pochi fortunati riescono però ad ammirare. Vittoria Falls


Una visita nel Botswana non può certo definirsi a buon mercato. E’ privilegiato il turismo d’elite e tutto è a prezzi proibitivi. Ma i Parchi che visitiamo sono unici e sanno offrirci sensazioni da vera Africa. Il Chobe è l’autentico regno degli elefanti. Se ne incontrano a centinaia, nella savana, all’abbeverata al fiume, a rotolarsi nel fango. Qui sono loro i veri padroni; li trovi dappertutto e non hanno paura di niente. Le aree di campeggio non sono recintate e spesso bisogna dividere la piazzola con…gli abitanti della savana! Agguerriti babbuini sono capaci di aprire e distruggere qualsiasi contenitore se ”Attila”

sentono odore di cibo. “Attila” si presenta da solo. Il fulvo facocero incurante di urla, pedate e bastonate si aggira arrogante nel campeggio facendo razzia di ogni genere commestibile. E gli elefanti… hanno diritto di precedenza al rubinetto dell’acqua! Botswana - Elefanti del Chobe I profondi solchi nella sabbia che attraversano il Savuti come due binari ci guidano per 400 km fino a Riserva Moremi e a Maun. La guida è impegnativa anche per gli esperti. Nonostante gli avvallamenti e le profonde buche, sulla sabbia molle è necessario tenere velocità sostenute e questo ti porta a frequenti derapate. E’ facile rimanere insabbiati quando per cedere il Il Re Leone passo devi buttarti lateralmente e sei costretto a uscire dai “binari”. Dormire nella Riserva Moremi è stata per tutti noi un’esperienza wild e indimenticabile, ma per il nostro vicino di tenda è stata qualcosa di più. Stefano uscendo dalla toilette con la torcia illumina strane sagome …. una famiglia di ben 7 leoni ha preso letteralmente possesso del Savuti – la pista campeggio e si aggira tra macchine e tende.


Che fare?!…torna indietro precipitosamente e con un urlo dà l’allarme generale. Tutti si rinchiudono nelle proprie macchine tranne il malcapitato che dovrà attendere due ore, col fiato sospeso, prima di poter tornare a dormire. Siamo all’Audi Camp di Maun. Da qui si possono organizzare, a un prezzo ragionevole, le visite al Delta. Il Delta dell’Okavango non è una semplice foce di un fiume ma molto di più. La vista dall’alto è un colpo d’occhio che non ha eguali.

Delta dell’Okavango

Con un piccolo Cessna a 6 posti sorvoliamo la lunga serpentina blu in mezzo a un’ampia distesa verde. L’Okavango, che non ha sbocco in mare ma si perde nelle sabbie del Kalahari, forma con i suoi mille rivoli un dedalo di canali e anse. Al suo interno si creano una miriade di isolotti popolati da animali di ogni specie. Ma è dal mokoro che si può godere appieno la maestosità e il silenzio di questo luogo. La stretta canoa, sospinta dal pooler con una lunga pertica, attraverso un muro di canne scivola lentamente sul fiume. All’improvviso uno slargo e si è circondati da migliaia di ninfee multicolori che ricoprono completamente l’acqua. Andando verso il confine sulla strada asfaltata Mokoro famiglie di decine di elefanti ci costringono ancora a indietreggiare e a cedere loro il passo. Per la via più breve rientriamo in Sudafrica e raggiungiamo Durban. Alla Messina Line siamo assistiti con grande professionalità e gentilezza dalla Sig.ra Merle che, trattandoci più da amici che da clienti, ci fa “digerire” i 15 giorni di ritardo della nave. Il direttore Sig. Del Vecchio ci saluta cordialmente; dal suo ufficio si vede in rada la Jolly Argento su cui sono già state caricate le nostre macchine con destinazione Okavango – veduta aerea Genova.


18 ottobre 2003. Il volo SA 244 della Suoth African Airways ci sta riportando a casa. Sotto di noi scorrono savane, deserti, villaggi e in sole 10 ore rifaremo a ritroso la strada che abbiamo percorso in quasi un anno. Fra di noi quella che era una semplice conoscenza si è trasformata in una salda amicizia che ci ha permesso di condividere appieno questa esperienza e ci fa già sognare nuove mete comuni. Siamo combattuti tra il desiderio di riabbracciare Angelica, Irene e Cristina, le nostre figlie che non vediamo da troppo tempo, e la voglia di restare ancora tra questa gente che abbiamo imparato a conoscere, ad apprezzare e ad amare. E’ questa l’Africa che piano piano entra dentro, si insinua fra le pieghe della mente e forma i tuoi ricordi. Ricordi di colori, di sorrisi e immagini che appena ne sei lontano già ti mancano. Ricordi che ci rimetteranno in viaggio per ritrovarli, riviverli e farli nuovamente nostri.


Christine, Aldo, Lia e Luciano ringraziano tutti coloro che li hanno aiutati per la realizzazione di questo viaggio. La ditta Crosina & Balbo di Merano (Bz). L’impresa edile SE.COM.M di Serra Domenico di Merano (BZ) La ditta Ultraflex-Group di Busalla Genova per aver messo a disposizione l’unità elettrica portatile M P 740. La ditta 4 Tecnique di Modena per aver messo a disposizione il compressore aria La Meranese Gomme. La ditta di lubrificanti Franz F. di Merano (BZ ) Le ditte: Foto Annibale di Livigno ( SO ) per aver fornito le pellicole Velvia 50 Asa della Fuji La ditta Campertre di Velo d’Astico -Vicenza per aver realizzato su misura la cellula abitativa in vetroresina. . La ditta Bosa Sergio (TO ) per aver messo a punto l’assetto. Per l’assicurazione R C A per l’Italia e per l’estero siamo stati assistiti dalla Sara Assicurazione di Merano (BZ ). Per le prenotazioni dei traghetti e informazioni su questo viaggio ci siamo rivolti come sempre all’agenzia viaggi Nouba Tours di Merano (BZ ). Il secondo fuoristrada è stato messo a punto dalla ditta Autofuoristrada Lissone di Pirola Stefano Lissone (MI). Un grazie particolare a Cristina Lazzaroni per il continuo supporto tecnico-logistico fornito dall’Italia.


IL VIAGGIO IN CIFRE gg TUNISIA LIBIA EGITTO SUDAN ETIOPIA KENIA UGANDA TANZANIA MALAWI MOZAMBICO SWAZILAND SUDAFRICA LESOTHO NAMIBIA ZIMBABWE BOTSWANA TOTALI

2 54 30 10 27 31 9 15 12 15 7 80 5 30 2 5 334

Km. di cui Km. Litri giorni Visto Pratiche Doganali Totali Pista e gasolio campeg. € e/o assicururazione fuoripista (p.p.) € 620 // 85 // // // 9.700 2.400 1.800 // 38 25 3.600 330 570 3 21 241 1.800 1.750 220 2 56 73 3.300 2.600 485 26 63 1 3.770 1.100 494 27 50 // 1.950 250 251 7 30 20 1.710 630 216 15 20 25 1.550 520 200 11 // 22,5 2.350 450 315 11 35 25,0 1.100 130 140 6 // // 10.400 200 1.340 80 // // 630 240 98 3 // // 7.200 6.000 900 28 // // 200 // 27 2 30 30 850 460 110 5 // 2,5 50.730

17.060

7.251

226

343,0

Valuta 1€ = Din. 1,35 Din. 0,714 Pound 0,217 Din. 0,00384 Birr 0,1166 ShK. 0,0133 ShU. 0,0005 ShT. 0,000913 Chw. 0,00934 Met. 0,0000357 Ema. 0,13 Rand 0,13 Maloto 0,13 $N 0,13 usati US$ Pula 0,5

Prezzo gasolio 1 lt =€ 0.307 0,0863 0,082 0,277 0,330 0,660 0,750 0,60 0,58 0,445 0,45 0,47 0,47 0,50 -----------

465,0

24.00

Costi aggiuntivi Traghetto Trapani – Tunisi (2 pax + Auto) Traghetto Aswan – Wadi Halfa (2 pax + Auto) Assicurazione Comesa (valida in Etiopia-Kenia-Uganda-Tanzania-Swaziland-Zimbabwe) Spedizione Auto da Durban a Genova con Messina Line Biglietto Aereo Durban- Milano con SouthAfican Airline (2 pax)

Costo medio/gg 2 persone + auto € 19.0 12.6 + visto 18,6 + visto 18,1 + visto 15,9 + visto 28,9 + visto 18,0 + visto 15,2 + visto 26,6 23,3 + visto 21.5 26,9 17,4 27,4 25,0+ visto+assic. 40,0

€ € € € €

193,5 494,0 124,6 1.133,0 1.208,0


E’ questa l’Africa che piano piano entra dentro, si insinua fra le pieghe della mente e forma i tuoi ricordi. Ricordi di colori, di sorrisi e immagini che appena ne sei lontano già ti mancano. Ricordi che ci rimetteranno in viaggio per ritrovarli, riviverli e farli nuovamente nostri.