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n°10 - settembre 2010 - no copyright - esce quando può Scritto, stampato, fotocopiato, diretto e distribuito da “alcuni inquietanti individui” Genitori avvertiti: il contenuto di questo foglio può essere dannoso per la salute dei vostri figli

L’editoriale!

certo ma dopotutto, c'è scritto lì sopra, “ e s c e quando può”. I primi tre numeri, di alcuni inquietanti individui.. appunto, portavano la firma di Domenico mentre a Luglio 1996, al bancone del partire dalla quarta uscita bar, in poche e rustiche copie sono comparsi gli attuali compariva per la prima volta “alcuni inquietanti individui” agli occhi dei curiosi avventodi cui Domenico ovviamente ri Bassa Fedeltà, la stessa è il leader, mentore, ispiratofanzine che state leggendo re. Tempo fa, tra noi inquieproprio in questo momento. tanti individui si parlava di Sono passati la bellezza di quale linea seguire per l'usciquattordici anni e due mesi ta del numero 10, si parlava da quella prima storica uscidi eventuali allegati tipo ta, e se prima a scrivere era il compilation su playlist per un solo soletto Domenico Canumero limitato di copie; di bras, al cui va riconosciuto un eventuale produzione del tutto il merito di aver generanumero a colori; di un eventuto una creatura che resiste al ale allegato per aumentare il tempo, oggi a scrivervi siamo numero di pagine. Niente di in diversi, diversi lo siamo stati tutto questo, solo un cambio e, si spera, lo saremo. Quatdi stile nell'impaginare e una tordici anni e con questa nuova veste grafica. Nel fratfanno dieci uscite (la reale tempo però i cambiamenti ci esistenza del numero 3 resta sono stati, tanti, e stanno al di un mistero come il Necronofuori della fanzine, nel senso micon, ma Domenico giura di che adesso esiste un blog di averlo scritto dentro un garaBassa Fedeltà, la pagina ge mentre ascoltava Purple di facebook, una pagina Haze di Hendrix), un po avidi

su myspace (alcuni inquietanti individui), un canale su youtube e una webradio

È nato così, come i funghi all’alba

grazie alla piattaforma Spreaker.com facilmente raggiungibile anche attraverso il nostro blog. Il primo numero di Bassa Fedeltà portava in prima pagina una grande scritta: Punk,

per celebrare il ventennio della nascita e noi, ne riportiamo l'insolita postilla: “30marzo

1976 i SEX PISTOLS esordiscono al 100 club di Londra. Al 100 club si suonava generalmente jazz, da quel giorno diventerà il locale punk per eccellenza. Vi esordiranno tutti dai DAMNED ai CLASH ai SOUXIE & THE BANSHEES ecc., il 20 settembre 1976 si terrà il 100 PUNK FESTIVAL. Sid Vicious inventerà il pogo saltellando come un ossesso e lanciando un bicchiere accecherà una ragazzina. Da quel giorno il mondo non sarà più lo stesso.” Queste parole invece, non cambiarono il mondo, ma ebbero il merito di cambiare il modo di pensare ad “alcuni inquietanti individui”. Buona lettura.

http://bassafedeltafanz.blogspot.com


IL PASSATO… / stefano meloni

METALLO D’EPOCA

Qualche tempo fa, mentre ascoltavo un album degli Iron Maiden seduto davanti al pc e per sbaglio ho aperto una pagina di Wikipedia che parlava di proto-heavy metal mi è venuta al cranio una domanda: da dove proviene la musica metal che ascoltiamo oggi? Da dove è iniziato tutto? Difficile dare una risposta precisa. Ma visto che c'ero mi

sono preso la briga (ed il piacere) di fare qualche ricerca con l'ausilio di internet. Dunque mi imbatto in alcune pagine riguardanti la musica heavy metal sul finire dei '60 ed in particolare sui nomi di alcune band, che ne hanno forgiato il sound gradualmente, probabilmente senza rendersene conto, inconsapevoli della rivoluzione che stavano mettendo in atto. Grazie a Youtube ho potuto ascoltare liberamente molti brani, di altrettante band, da elenchi trovati in rete durante la mia ricerca. Alcune band e brani mi hanno convinto, nel senso che vi ho trovato sonorità e attitudine spiccatamente metal. Tra tutti, con mia grande sorpresa, la band che mi ha colpito immediatamente

porta il nome di Blue Cheer, a me sconosciuti. I Blue Cheer si formarono a San Francisco nel 1967 e giusto nel gennaio dell'anno successivo diedero alla luce l'album “Vincebus Eruptum”. Un album sorprendente per certi versi nella sua interezza (leggi la recensione all’ultima pagina), ma la mia attenzione si è focalizzata mentre guardavo e ascoltavo il video del primo singolo “Summertime blues”, una cover di Eddie Cochran. Il leader dei Blue Cheer, Dick Peterson, tempo dopo dichiarò: “Noi avevamo un ruolo

nello sviluppo del sound heavy metal. Non sto dicendo che eravamo consapevoli di quello che stavamo facendo, perché non lo sapevamo. Tutto ciò che sapevamo era che volevamo più potenza. E se questa non è un'attitudine heavy metal, non so cosa può esserlo”. Guardando il

video di Summertime blues è evidente l'attitudine al suono potente ricercato dalla band. Batteria martellante (il batterista è stato probabilmente il primo a fare Headbanging) chitarra distorta e fulminante come mai prima, basso pesantissimo, suono ruvido e grande voce. La presenza scenica fa il suo, in Peterson ho visto l'antenato di Dave Mustaine. Altri gruppi, tra i quali, Iron Butterfly, Dust, solo per citarne un paio, hanno anticipato il sound metal in quegli anni. I pareri in merito sono discordanti e altri brani precedenti al gennaio del '68 vengono considerati come prima traccia metal o almeno un abbozzo, ma credo di poter affermare senza troppi dubbi che Summertime blues eseguita dai Blue Cheer sia da considerare la vera, prima assoluta registrazione heavy metal.

IL PRESENTE… / tupacamauro

STONED REVOLUTION O meglio...il passato recente… Se è vero che il XX secolo era breve, soprattutto negli ultimi dieci anni, e se è altrettanto vero che gli anni 2000 iniziano nella più grande delle incertezze, possiamo definire gli anni ‘90, un qualcosa non troppo lontano da noi. Ebbene in quegli anni ci fu un tuffo nei mitici ‘70 grazie ad un filone rock forse un po’ troppo oscurato dal grunge: lo stoner rock, a metà strada fra doom, psichedelia e cosmic rock. Tale etichetta è un po’ fuorviante, e per due motivi. Il primo è dovuto al fatto che ben prima che la stampa (ammalata delle categorie) affibbiasse tale terminologia, molti gruppi della scena avevano già dato prova di se: Kyuss e Monster Magnet ne sono una prova. Il secondo è che, un po’ come per il reggae (che però ci mette del suo) si fa facile associazione

tra musica e droghe (stoned sta per sballato). E ce lo dicono anche i Fu Manchu, altra colonna portante del filone:

“noi non cantiamo mai di spinelli e roba simile! L’errore più grave che possono fare i giornalisti è definirci hippy! Non vogliamo avere nulla a che fare con quell’accozzaglia di rincoglioniti nullafacenti”. Detto questo possiamo prendere il filone e provare a dividerlo in due parti (o cazzo, ci sto cascando anche io…). Kyuss e Monster Magnet, citati poche righe fa, provenienti dagli states, rappresentano certamente il versante più lisergico e “colorato”. I loro capolavori sono rispettivamente “Blues

f o r t h e r e d sun” (nell’immagine l’interno del

libretto

del

cd)

e

“Wecolme to Sky Valley” per i primi e “Super-judge” e “Dopes to infinity” per i secon-

di. I Cathedral, invece, provenienti dall’antica terra d’Albione (Inghilterra) hanno dovuto maturare un percorso artistico che doveva assimilare la lezione del doom metal più lento, oscuro e s u l f u r e o (Candlemass, Pentagram e Black Sabbath più infernali) prima ancora che quella dei nostri stoner rockers americani (fatta a colpi di Blue Cheer, Mc5, Stooges e i Black Sabbath più sballoni). Proviamo un po’ la differenza tra il loro debut “Forest of equilibrium” e i lavori successivi. Tuttavia è oltreoceano che vediamo gli svilup-

pi che danno un po’ più di conc r e t e z z a all’abusato termine stoner. Ad iniziare da ciò che è venuto dopo l’esplosione della supernova Kyuss: gli Slo Burn e gli Unida (con alla voce John Garcia), i già citati Fu Manchu (con Brant Bjork alla batteria), i

Queens of the Stone Age (con Josh Homme alla voce e alla chitarra e Nick Oliveri al basso), i Mondo Generator (con Bjork e Oliveri). Senza dimenticare le Desert Sessions, jam sessions molto calde e acide incise al Rancho de la Luna nel parco desertico di Joshua Tree. Ma di questo ne riparleremo!


IL LIBRO / tupacamauro

IL POPOLO DEL BLUES

Vale la pena leggere questo libro. Era il 1963 quando il poeta e scrittore afroamericano Everett LeRoi Jones (cambiò nome in Amiri Baraka dopo l’assassinio di Malcolm X, nel 1965) decise di dare alle stampe “The blues people”. Tradotto in Italia da Einaudi quarant’anni fa, la copia in mio possesso, più

recente, è quella edita dai tipi della Shake. A varie tappe il nostro ci presenta il cammino intrapreso dallo schiavo africano, deportato in massa dai primi anni del ’600, per diventare col tempo “cittadino americano” con tutto ciò che ne è conseguito. Per Baraka infatti, una cosa è lo schiavo nero (“Il nero come non americano”), altra cosa è il nero americano, pur continuando ad essere schiavo. I primi arrivati non cantavano, tecnicamente e metricamente parlando, blues (“indebitamente nessun

prigioniero africano proruppe mai in St. James Infirmary un minuto dopo essere stato spinto fuori dalla nave”), né lo facevano in inglese: si esprimevano in dialetti africani, come ad esempio il bantù. Contavano, una volta finita la prigionia, di ritornare in Africa. Hanno iniziato a non ritenersi

più prigionieri di passaggio, una volta presa coscienza che non avrebbero più abbandonato l’America. Da questo momento, dove la loro vita veniva irrimediabilmente cambiata, nasce il nero americano, anche se ancora schiavo. E nasce il blues come coscienza e come etica ed estetica durevole di reazione alle nuove condizioni. Anzi, come dice Baraka, il blues è l’atto di nascita dei neri americani. Ma un’ulteriore deportazione attende il nero americano dopo la fine della guerra civile, l’abolizione della schiavitù e l’industrializzazione nel nord. Così, il blues, svulippatosi nella schiavitù, incontra ora i ritmi frenetici della città e della fabbrica attraverso un

“riallineamento psicologico” teso a “riconsiderare il peso del nero nella società”. La musica non cambiò di

molto. Al lavoro c’era selettività, per i neri c’era sempre posto nelle fonderie, raramente altrove, e durante la crisi del 29 i più colpiti non erano certo i bianchi. Ma la musica suonata cambiò eccome con la produzione dei race records. Ora i neri non avevano a che fare solamente con l’improvvisazione: l’esecuzione e la registrazione richiedevano dei tempi da rispettare per finire su disco. La commercializzazione del genere mise così il primo limite alla creazione di questo popolo perennemente in lotta. Una lotta senza la quale, per Baraka, c’è solo un’estetica di sottomissione. Basta così. Leggetelo! Amiri Baraka (LeRoi Jones) Il popolo del blues - Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz. 1994, Shake

L’INTERVISTA…/ gigius

BISTECCHE e DEATH METAL Ecco a voi i "vicini di casa" Deathcrush, tre ragazzi bessudesi che sicuramente faranno strada nel mondo del metal più estremo e blasfemo. Ce ne parla il cantate e bassista Luigi Cara

- Sta per uscire il primo full lenght album, cosa dobbiamo aspettarci? Salve a tutti, allora il nostro mini-cd "Extreme claustrophobic terror"(2007) è stato apprezzato molto, il genere rimane invariato, le nuove songs sono sempre dirette per quanto riguarda la struttura delle ritmiche, diciamo che siamo sempre influenzati dalla scena death metal anni ‘90, con un tocco più moderno ma sempre brutale nello stile dei Nile.

- Avete firmato per la Casket, come ci si sente ad aver firmato per una label così organizzata? Si certo, siamo molto felici di

aver scelto la Casket music/ Copro records per l'uscita del nostro primo full, sopratutto per la distribuzione massiccia che avrà "Collective brain infektion"

- Come sono avvenute le registrazione all'album? Ancora stiamo registrando,le cose vanno un po' a rilento per motivi di lavoro, la drum è stata registrata completamente, manca il resto, per fine settembre dovremmo entrare in studio per finire, stiamo registrando con Enzo Desini, è la sua prima registrazione e promette davvero bene, vogliamo ottenere un suono potente, tagliente e old-school

- I testi dei nuovi brani di che parlano? Parlano della decadenza mentale, dell'umanità che peggiora col passare del tempo, della religione malsana, della chiesa che corrom-

pe il prossimo. i temi principali sono il nichilismo e la lobotomizzazione di massa, alcuni scritti attraverso metafore e alcuni più diretti.

- Deve ancora uscire l'album ma vi siete già prefissati nuovi traguardi circa il vostro sound? Siamo cresciuti per quanto riguarda i suoni, crescendo si imparano molte cose, anche dagli sbagli passati che servono solo per migliorarsi e crescere professionalmente

- Quali sono i dischi death metal che ascoltate più spesso? “Gateways to annihilation” dei Morbid Angel, “Legion” dei Deicide, “Butchered at birth” dei Cannibal Corpse,

“Black seeds of vengeance” dei Nile, “Effigy of the forgotten” dei Suffocation, poi in questo periodo molto gli Aeon, Fleshgod Apocalypse, Hour of Penance e Ghjttatura.

- 5 nomi delle più grandi band che vi hanno ispirato Cannibal corpse, Nile, Deicide, Morbid Angel, Behemoth

- Se le vostre canzoni fossero un piatto culinario, che cosa sarebbero? Sarebbero bistecche al sangue!!!


ULTRASUONATI suonati-e-strasuonati!

BLACK LABEL SOCIETY Order of the black (Roadrunner—2010)

FUKKED UP These guys are (Jamendo.com – 2010)

IRON MAIDEN The final frontier (Emi– 2010)

THE GRAVIATORS s/t (Trabsustant—2010)

Ascoltando "Order Of The Black" si nota che la salute del chitarrista Zakk Wilde non ha danneggiato il suond e il songwriting dei BLS. Il nuovo album parte bene, “Crazy Horse” ci presenta un Wylde ispirato come sempre sia in fase solista che di composizione, regalandoci addirittura degli acuti cari alla tradizione heavy a là Judas Priest e simili. E' proprio la voce l'arma in più dei nuovi BLS: Zakk Wylde si sarà convinto che oltre ad essere uno dei più grandi chitarristi può rendere altrettanto anche dietro al microfono. “Overlord” è impazzita, isterica e sempre dannatamente heavy! Con “Parade Of The Dead” continua la distruzione di tutto quello che si mette davanti. Non manca la ballad, la spettacolare “Darkest Day”. Io mi fermo qui, ora tocca a voi.

Power band tedesca di Emden con chiare, chiarissime influenze grunge. A vederli sembrano i nipotini dei Nirvana, ma dimostrano di saperci fare. EP con quattro brani tutti orecchiabili, ben suonati, cantati eccellentemente (la voce ricorda quella di Kobain). Poderoso e velenoso l'inizio con “Egality”, più melodica e malinconica la seconda traccia “She Killed Me Long Time Ago”. Brevissima la terza traccia “Damn” (solo 1:25) per chiudere con la ruvida “I rule”, che esprime sonorità stoner-metal stile Incesticide. Questi ragazzi hanno Seattle nelle vene. Risvegliano gli istinti grunge sopiti, ricordando il sound dei Nirvana ma non copiandolo (cosa dovremmo dire allora dei Puddle of Mudd per esempio?). Da scaricare.

I nostri sono ormai una band stanca, e dall’album si sente: canzoni estremamente lunghe con parti dilatate oltremodo, arpeggi iniziali che sanno dirti con precisione dove si andrà a parare di li a poco, canzoni che per il loro andare complessivo riportano ad album del recente passato. Non mancano cavalcate ipermelodiche di buona fattura, con ottimi tappeti tastieristici realizzati da Steve Harris, linee vocali decisamente alte e coinvolgenti, ma nulla di nuovo sotto il sole: siamo a metà strada tra “Dance of death” e il precedente “Brave new world”. In tutto questo spiccano "Coming Home", che pesca a piene mani dall'approccio stilistico del Dickinson solista di "Chemical Wedding", e la bella e insolita (almeno nell’intro) cavalcata "The Talisman”.

Svedesi di Karlshamn, cittadina sul Mar Baltico. Solo l'esordio e già si fanno notare, anzi, direi che surclassano la maggior parte delle band di primo pelo nell'ultimo periodo. Giovani è incazzati, i quattro scandinavi suonano uno stoner-metal pruzzato di doom con sonorità oscure e un approccio moderno verso uno stile trito e ritrito. Ci sarebbero troppi accostamenti stilistici da fare perciò glisso, e vediamo brevemente il disco. Copertina da libro stile Necronomicon contenente dieci tracce tutte tirate e con assoli fantastici. Tre canzoni su tutte: “Storm of creation”, “Back to the sabbath” e “She's a witch”, da cui è facile capire quali sono i temi trattati dalla band: occulto, storie di streghe e di festini con dame a bordo di scope.

(Gigius)

(s.m.)

(TupacaMauro)

IL CLASSIC ALBUM

Blue Cheer - Vincebus Eruptum - 1968, Philips records

(s.m.)

(TupacaMauro)

Quest’album e questo gruppo, ai più sconosciuti, hanno molte colpe. La prima è quella di aver tolto al rock i fronzoli delle chitarre pulite e dei tappeti tastieristici dando vita ad uno dei più folgoranti power trio che la storia ricordi, come se i Cream o la Jimi Hendrix Experience band sterzassero sull’hard rock. La seconda è quella di aver contribuito a forgiare l’heavy metal seppur inconsapevolmente, a detta loro (leggi il pezzo a pag.2). La terza è quella di essere i padri di chiunque voglia raccoglierne l’eredità e quindi tutta una serie di gruppi grunge e stoner degli anni ‘90 grazie ad un suono potente, psichedelico e monolitico allo stesso tempo. I brani di quest’album sono solo sei, ma bastano e avanzano per comporre il capolavoro. Tre le cover, da paura: “Summertime Blues” di Eddie Cochran, “Rock me Baby” di B.B. King e “Parchment Farm”, un vecchio jazz-blues del pianista Mose Allison, appesantite magistralmente e in modo da non far rimpiangere le originali. Il combo sfodera inoltre l’ipnotica “Doctor Please”, la più “hippie” del lotto “Out of Focus” e l’hard blues di “Second Time Around”. Dickie Peterson e Paul Whaley fanno di basso e batteria una sezione ritmica degna di una mandria di elefanti in pieno trip, mentre la chitarra di Leigh Stephens raggiunge una potenza ineguagliabile per quegli anni. Degna di nota anche la voce di Peterson, a metà strada tra Janis Joplin e Rob Tyner degli Mc5. Poco altro da aggiungere, da avere!


Bassa Fedeltà n°10