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Linguaggi del fumetto Andrea Bruno

L’uomo sotto al Cappello.

Giulio Campanella

Alessandro Micheli

straordinaria


INTRODUZIONE - INTRODUZIONE - Pag. 3

Il fulcro di Superdandy è il confronto.

- LA NASCITA - Pag 6 - I PERSONAGGI - Pag 16 - LA SCRITTURA - Pag 20 - IL LAVORO - Pag. 28 - CONCLUSIONI - Pag 38 - RINGRAZIAMENTI - Pag 39

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Nel corso della narrazione vediamo sempre dei personaggi combattere in un modo o nell’altro: Giocando a carte, facendo a pugni o facendo a gara a chi ha il cappello più bello. Anche la realizzazione del fumetto stesso è stata una dura lotta. Tempo, materiali e burocrazia non sempre sono stati dalla mia parte nella creazione del lavoro, ma tutto sommato sono riuscito ad arrivare al capolinea. La parola capolinea non è casuale in quanto la fine di questo lavoro segna anche la fine di un’importante parte della mia vita: la mia carriera universitaria. In questi cinque anni ho accumulato un bagaglio di conoscenze tecniche e culturali che ho cercato di utilizzare al meglio per realizzare questi due volumi senza però dimenticare i miei gusti e le mie inclinazioni. La frase che mi ha accompagnato durante la lavorazione è stata “voglio fare qualcosa che mi piaccia”. Se ho raggiunto il mio obiettivo? In parte si, ma non del tutto. Mi sono divertito a realizzare tutto questo, ma sono conscio delle lacune tecniche presenti nell’elaborato e queste lacune mi impediscono di guardare il mio lavoro col necessario distacco per godermelo appieno. Non so se Superdandy sarà apprezzato dai lettori futuri, sia che lo leggeranno sugli scaffali di una libreria o da un pc per la semplice curiosità di leggere “il fumetto fatto da un amico”, ma spero solo che la lettura riesca a strappargli qualche risata e che alla fine del viaggio si siano divertiti, senza necessariamente essere convinti di aver letto qualcosa di bello o importante, in quanto lo scopo principale del mio lavoro vuole essere l’intrattenimento, sebbene con un minimo di morale, ma di certo non vuole essere una grande opera. 3


Non ho idea se questo approcio concettuale sia empiricamente corretto o quanto di più sbagliato possa esserci, però è quello che ha generato questa storia, e che onestamente ho trovato tremendamente divertente seguire. In questa storia ci sono un sacco di elementi che personalmente trovo interessanti e che quindi tendo a prendere in giro. Solitamente non scherzo su ciò che non mi affascina, e in questa storia ho parlato di molte cose che mi affascinano ( come il gioco d’azzardo, la lotta, la religione, la pseudoarcheologia e l’archeologia, l’alta borghesia inglese stile Monty Python e gli sceneggiati giapponesi con orribili tizi in tutina che si picchiano con dei mostri in mezzo a set di polistirolo) e che sono conscio non essere visti come argomenti degni di essere trattati in un qualsivoglia lavoro serio o impegnato. Sono convinto che il tema trattato non pregiudichi la quantità di serietà che una persona mette in un progetto e nella sua realizzazione. Potenzialmente si potrebbe scrivere un libro su un qualsivoglia argomento basso e stupido senza che necessariamente lo sia anche il libro. Penso che la differenza tra un prodotto stupido e uno che fa lo stupido sia la consapevolezza di ciò che si sta facendo. Io ero perfettamente conscio di cosa stavo facendo, come detto prima stavo prendendo in giro, stavo facendo confusione.

rispondere a tutti I miei pensieri c’è il rischio di perdermi in qualche strano passaggio (il)logico generando quindi parecchia confusione. Citando una nota canzone “ La confusione sarà il mio epitaffio”. Quindi è questo che si propone di essere il mio lavoro, una grande presa in giro, ma fatta con criterio, con la quale dare voce ai miei pensieri, alle mie idee, ai miei gusti. Se vi è piaciuto “Superdandy: Il cappello più forte del mondo” spero che vi piacerà anche questo retroscena e che non vi pentirete di aver speso tempo a leggerlo. Giulio.

Personalmente è questo che ricerco nei miei lavori: divertire attraverso la perplessità e la confusione. È per questa ragione che adoro I deus ex machina assurdi e fuori dal nulla, gli anticlimax, e tutti quegli aspetti che nelle narrazioni convenzionali sono visti come “errori”. Non so il motivo per cui questi aspetti delle storie mi piacciano così tanto forse perché la perplessità e la confusione sono dei fattori sempre presenti nel mio quotidiano. Non che io sia un confusionario o qualcosa del genere, è solo che tendo a pormi molte domande, forse troppe, e a cercare di 4

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LA NASCITA Com’è nato Superdandy? Il processo creativo dietro all’albo è forse causa della sua natura confusionaria. Di fatto non avevo alcuna intenzione di fare questa storia, nel senso, non l’avevo mai concepita fino al momento in cui non mi è stato detto “Devi fare un fumetto, se no non ti laurei.” Inventarsi una storia da zero non è propriamente facile, certe cose hanno bisogno di tempo per svilupparsi, ma di tempo, ahimè, non ce n’era molto. Sotto consiglio ho iniziato a fare schizzi a caso con lo scopo di suggestionarmi da solo. Il finale di questa storia lo conoscete già, però voglio comunque raccontare com’è andata. In un primo momento ciò che mi è stato istintivo disegnare sono stati dei personaggi. Per ideare i vari personaggi ho inziato a pensare alle mie passioni e ai fumetti che più mi hanno influenzato, facendo così le idee cominciarono ad affiorare facilmente. Della prima tranche di personaggi emersero Irina nella sua forma definitiva e un primo prototipo di Superdandy. In principio Superdandy era un tizio con una maschera antigas e un paio di bermuda a bordo di una zattera che doveva vagare in un vivace mondo postapocalittico. Non avevo idea della storia completa di quel personaggio, sapevo solo che le sue avventure dovevano essere slegate tra loro e che quel personaggio doveva essere praticamente muto e apatico. Come ha fatto questo rigurgito di Arzach a (de)evolversi in Superdandy?

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È stata solo una questione grafica, nel primo schizzo il personaggio era ritratto in piedi, la sua corporatura era flaccida ma minuta, il petto leggermente villoso e la sua maschera antigas aveva due filtri per l’aria e per l’angolazione del volto era visibile solo uno dei due occhi. Una persona guardandolo trovò perticolarmente affascinante il suo buco sulla testa. Rimasi confuso. Dopo pochi minuti riuscì a farmi capire come aveva visto il buco in fronte su quel personaggio. I due filtri sembravano occhi, la poca peluria sul petto sembrava una bocca, e i pettorali cadenti ricordavano un mento, mentre l’occhio della maschera antigas sembrava il famigerato buco. Superdandy è nato così: in mutande e da una svista. Una volta definita l’anatomia del personaggio era necessario dargli una personalità e un utilizzo per quel bizzarro buco sulla sua spropositata fronte. La prima ipotesi era quella che il buco fosse una finestra sulla mente del personaggio, attraverso la quale era possibile vedere I suoi pensieri e vivere le storie alle quali lui pensava.

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La prima storia ipotizzata è quella che nel volume finale vive il Professor Tones. La storia era pressapoco identica nello suo svolgimento, ma in principio voleva essere il sogno di un pisolino di Superdandy che continuava dopo il suo risveglio, infastidendo il personaggio a causa dei suoni e dei rumori che uscivano dalla sua fronte. Ovviamente il professor Tones non era contemplato in questa prima stesura. Assieme a lui mancano anche il pugile di Santorini e soprattutto gli arcani maggiori, anche se in questa versione figura un anonimo filosofo illuminista. Per scrivere queste poche tavole avevo pensato a diverse cose che nella vita personale trovo estremamente interessanti.

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Mi è sempre piaciuto creare delle situazioni grottesche e surreali ma giustificate da un loro senso. Ad ogni modo in quella storia compaiono diversi personaggi presi tutti da diversi reperti archeologici e artistici. Ecco quindi comparire dei lottatori di sumo in stile Ukiyo-e, dei personaggi presi da piture murarie inca ed egizie e le miniature medievali del Flos Duellatorum. Non hanno nessun legame particolare se non il fatto di aggradare il mio gusto, però tra Egizi inca e alieni emerge un tema a me molto caro: la pseudoarcheologia. Mi piace, mi diverte perché è fuori dall’ordinario e permette di porsi delle domande e far viaggiare la fantasia in un mondo dove la ragione e la scienza dovrebbero avere, giustamente, l’ultima parola. Sono a favore del pensiero logico e scientifico, ma indubbiamente toglie il piacere dell’immaginarsi una risposta, dell’investigare, del dubbio. Dopo questa prima storia capii cosa volevo fare del mio lavoro: volevo creare un qualcosa di comico che confondesse il lettore. Da li iniziai a pensare ai motivi che potevano legare le storie nella mente di superdandy tra di loro e trovare un motivo percui il personaggio fosse teatro di quelle vicende. In un primo momento pensavo di non unirle e creare una specie di moderno guardiano del sepolcro o Zio Tibia, la cui particolarità era raccontare una storia in base alle sostanze che si iniettava. L’idea venne scartata, non mi convinceva troppo. Così ho pensato a tre storie che potessero ambientarsi nella sua testa e che fossero accomunate tra di loro da un fil rouge. Nacque un canovaccio del libro come lo conosciamo: tre storie brevi che narrano la ricerca di un qualcosa. In comune aveva l’aspetto della vendetta di Superdandy su Basaltus e l’intenzione di essere un fumetto grottesco-comicosurreale.

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In teoria Superdandy doveva reclutare queste persone perché cercassero qualcosa dentro di lui, non so bene cosa, l’avessi saputo avrei continuato con la prima stesura, che l’aiutasse a consumare la sua vendetta. Avevo pensato che dovessero cercare le sue virtù in modo da poterle espellerle dal suo corpo per poter non avere rimorsi durante la sua vendetta. Il problema diquesta versione era il personaggio stesso che non sembrava molto propenso ad essere vittima di sensi di colpa già con le virtù al suo interno, figuriamoci senza! Così pensai ad altro e nacque la storia così com’è.

Nello specifico un gioco chiamato “Team Fortress 2”, la cui particolarità è quella di potersi personalizzare indossando dei copricapi spesso bizzarri.

L’idea dei cappelli nacque dal mio passatempo nei giorni della stesura del racconto, ovvero I videogiochi.

In quel periodo ero affetto da collezionismo feroce di cappelli in quel gioco, a tal punto da reputare una buona idea incentrare una storia su di loro. Una volta ricevuta l’autorizzazione a procedere per la strada più imbecille è stato tutto in discesa. Le idee iniziarono ad arrivare e con loro I personaggi. In quel momento mi trovavo con un’idea, due personaggi (Superdandy e Irina) e una situazione (la storia archeologica). Unii tutto nella storia che poi ho realizzato, dove lo scopo di Superdandy è collezionare gli elementi del cappello più forte del mondo sotto rischiesta di Basaltus, per poi cercare di vendicarsi di lui usandoglielo contro. In questa storia ho intravisto la possibilità di un racconto allegorico del potere che corrompe il popolo. I tre personaggi (Irina, Tones e Carlo) vogliono rappresentare 3 aspetti del popolo stereotipato. La prima sarebbe il popolo in quanto tale ed esprime I suoi desideri “divertimento, sesso e soldi facili”, il secondo rappresenta la cultura e il mondo accademico in generale che spesso sa ciò che deve fare, ma non può farlo per mancanza di mezzi o per intromissioni di carattere sia politico che sociale, il terzo rappresenta la religiosità, sempre presente nel comportamento etico del cittadino di un paese dalle forti origini religiose.

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Che c’entrano i cappelli quindi? Si passa da una storia ambientata nella psiche di un personaggio in grado di inglobare altri a una storia su persone ricche e narcisiste che fanno a gara a chi ha il cappello migliore, nella quale inserire delle tavole che che sfottono la pseudoarcheologia. Dove si trova la connessione? Non ce n’è alcuna, l’unica cosa in comune è la struttura del racconto (tre storie brevi con una di cornice) e il protagonista stesso.


La lotta tra Superdandy e Basaltus rappresenta lo scontro tra opposizioni politiche, dove spesso la discussione è futile e di mezzo ci va sempre a finire il popolo. Nella mia (in)esperienza ho potuto percepire la politica come una serie di giochi di potere tra partiti. Un potere al quale tutti I cittadini sono sottoposti, siamo continuamente bombardati da quest’ultimo. E ognuno odia il potere a cui è sottoposto, nella fattispecie quello a cui siamo sottoposti in questi anni. È un potere che manipola in maniera orribile e che non ha niente da invidiare alle manipolazioni della seconda guerra mondiale. E riesce a fare tutto ciò modificando la coscienza del cittadino, nel peggiore modo possibile, istituendo dei nuovi valori falsi ed alienanti, facendo leva su ciò che il popolo desidera intimamente. Superdandy si comporta esattamente alla stessa maniera: manipola I tre personaggi, gli da anche ciò che desiderano, esaudisce I loro desideri senza esaudirli, rifilandogli dei grandi imbrogli. Fa umiliare Irina promettendogli una grande partita, esaudisce il desiderio del professor Tones solo per sfruttare la sua manodopera visto che di fatto non è interessato alla sua ricerca, e illude padre Carlo di fargli fare una vita da ecclesiasta importante mentre lascia nella sua testa l’amarezza di aver perso un padre e la consapevolezza di aver vissuto una vita fasulla, lasciandolo più depresso di prima. Questa storia vuole avere anche questo aspetto, ovvio, non è il suo scopo fare del moralismo o dare modo di riflettere, ma la scelta dei personaggi è stata parzialmente dovuta a questo aspetto. Dopo questo pensiero sapevo che oltre a una giocatrice d’azzardo doveva esserci un professore e un religioso. Ma partiamo dal primo personaggio concepito.

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I PERSONAGGI Il modo in cui ho creato Irina è stato pensando al fatto che volessi descrivere una giocatrice d’azzardo. Ho pensato che trasmettere la sua passione attraverso I suoi abiti potesse essere un modo interessante per rappresentare il personaggio similmente alla rappresentazione dei supereroi classici, dove nel loro costume, oltre a una rappresentazione del nome, è spesso rappresentato anche il loro potere speciale. Altre fonti di ispirazione per quest’idea di design sono state “Le bizzarre avventure di Jojo”, un manga di Hirohiko Araki iniziato nel 1987 e ancora in corso, dove spesso le attitudini dei personaggi erano rappresenate nei loro abiti. Ad esempio un personaggio con la particolarità di usare una canna da pesca aveva gli abiti decorati da disegni di ami e motivi ittici. Riguardo al suo carattere sapevo che doveva essere altezzosa e sicura di se nonostante non avessi pensato ad alcun contesto dove inserirla, ma nel momento in cui la disegnai capii subito il carattere che doveva avere. Dopo di lei è stato il turno del Professor Tones.

L’immaginario è quello degli anni 30-40, gli anni della seconda guerra mondiale e dei Gangsters, dell’america del noir. Non ho idea del perché ma pensando a quel periodo penso a Clark Gable, infatti il volto del professor Tones vogliono ricordarle. In più il suo aspetto vuole essere quello dell’avventuriero, giubbotto da aviatore e sciarpa.

Non troppo discostato dal racconto dalle avventure del Professor Tones ci sono quelle di Padre Carlo.

Come è facile intuire il Professor Tones è un nome decisamente poco fantasioso: pensando alla pseudoarcheologia la mia mente, come quella di molti, vola verso Indiana Jones e verso l’immaginario legato a quel personaggio.

Pensando all’archeologia non si può non pensare anche alla mitologia e di conseguenza alla religione, non a caso parecchi personaggi della seconda storia di Superdandy sono figure di culti ormai morti.

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Le religioni del mondo, presenti e passate, mi affascinano allo stesso modo delle pseudoscienze di cui sopra, e ovviamente le reputo allo stesso livello di attendibilità. Sono cose divertenti e interessanti ma senza nessuna utilità e spesso dannose. Le religioni, e nella fattispecie la possessione demoniaca, sono sempre stati dei temi che mi sono divertito a trattare nei miei lavori. E superdandy non fa eccezione. Nella terza parte del libro vediamo l’umile Padre Carlo affrontare un gigantesco demone in un contesto palesemente di parodia di genere. Il motivo di questa associazione è tanto semplice quanto poco intuitivo: La religione, nel mio caso cattolica, è spesso alla testa di movimenti pseudo etici ed educativi, che sembrano non voler educare ma solo censusare ciò che ritengono diseducativo. Questi movimenti si dichiarano aconfessionali, ma i contenuti ideologici promossi spesso coincidono per lo più con quelli del cattolicesimo. Se ne trova conferma negli atteggiamenti relativi ad argomenti come la sessualità o la famiglia, atteggiamenti che rispecchiano con notevole fedeltà la dottrina della Chiesa cattolica. La vittima preferita di queste operazioni di censura sono state soprattutto serie animate provenienti dal Sol Levante. Per prendere in giro questo meccanismo l’associazione chiesaserie stereotipata giapponese mi è sembrata la più divertente. Mi piaceva l’idea di rendere graficamente la demonizzazione delle serie giapponesi da parte della chiesa ed enti affini. Per questa storia ho deciso di scimmiottare il design di alcune di queste serie nate tra gli anni 70 e 80. Su tutte spicca Megaloman, alla quale Sfronder X deve le sue sembianze, altri riferimenti sono presenti nella figura dello scienziato collega del padre di Carlo e nel pedante robottino nello sfondo, entrambi ispirati ai lavori della “trilogia romantica” di Saburo Yatsude. 18

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SCRITTURA

Nelle ultime due tavole introduttive vediamo Carlo. Carlo volevo che fosse un personaggio il più anonimo possibile dal punto di vista estetico ma dal carattere forte. Ho pensato di renderlo così apatico e annoiato proprio per creare una rottura nel momento in cui entra nel vivo della sua storia affrontando il demone. Un carattere come quello di Carlo è esattamente il contrario di quello che spesso hanno I protagonisti dei manga per ragazzi: dove loro sono entusiasti e scavezzacollo, Carlo è annoiato e prudente. L’unico aspetto che ho voluto tenere in comune con il carattere di un personaggio Shonen stereotipato è la parte sul dramma familiare, non a caso Carlo è stato abbandonato da piccolo e chiuso in collegio, proprio come Duke Fleed è da solo sulla terra e Naruto è orfano.

Dopo aver definito questi aspetti ho iniziato a creare gli storyboard. Questa fase è stata la più divertente in assoluto. Limitato solo dal fatto di dover utilizzare I personaggi che avevo delineato ho goduto della più assoluta libertà nel concepire il tutto. La prima parte che ho scritto sono state le varie introduzioni. Nelle 4 introduzioni ho cercato di far vedere al meglio tutte le caratteristiche comportamentali dei personaggi. Nella prima introduzione il focus è sul carattere di Basaltus. In quelle due tavole volevo far vedere la sua sicurezza. Il suo carattere non vuole essere arrogante, vuole solo essere quello di una persona che sa come finiranno le cose ma solo grazie ai calcoli precedentemente compiuti e a dati raccolti, sapeva già di vincere, grazie alla scelta dei lingotti, che ho reso di metallo prezioso solo per rendere il tutto più snob. Nella parte seguente la protagonista è Irina. Contrariamente a Basaltus, Irina è arrogante e schifosamente fortunata. Nella sua introduzione volevo che si notasse il suo carattere superbo e la sua arroganza, per questo ho voluto farle umiliare il suo avversario facendole regalare la sua vincita al croupier come se niente fosse. In queste due tavole intanto si inizia a intravedere il carattere di Superdandy. Forse più che il suo carattere si vede il suo modo di fare subdolo e manipolatore. Il carattere vero del personaggio è destinato a emergere solo nel finale, una volta realizzato il cappello più forte del mondo. Nelle due tavole successive il protagonista è il Prof Tones. Volevo dare alle tavole e al personaggio un’aria retrò e volevo che queste tavole facessero vedere bene il carattere del Professore, spesso sorridente, sicuro di se e che adora il suo lavoro e la sua ricerca, però alterna sovente degli scatti d’ira se contraddetto.

Dopo aver scritto le introduzioni è stato il momento di scrivere le storie vere e proprie. La prima che ho scritto è stata quella di Irina. Inizialmente non avevo idea di come dovesse essere lo svolgimento, percui iniziai a disegnare completamente a caso, sapevo solo che dovevano giocare e che lei doveva prendere qualcosa del suo avversario. Non so precisamente come sia nata l’idea di fare il mondo come se fosse quello delle carte, con le piante a forma del seme di fiori, I personaggi piatti con due teste e il castello a forma di castello delle carte, è nata da se, spontaneamente. Inizialmente la storia doveva essere veramente giocata solo sui giochi di carte, dove Irina riusciva a vincere grazie a un Bluff ben orchestrato.

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L’idea però la scartai perché in contraddizione con due aspetti del personaggio. Il primo è che quell’esito non manteneva le caratteristiche del personaggio, intendo dire che lei è arrogante ma senza una vera ragione di esserlo, facendola vincere attraverso un’abilità vera gli davo anche un motivo per mantenere quel carattere, e francamente non mi andava. Il secondo è che non ero ancora riuscito a far vedere la parte di sotto del re. Non so perché ci tenevo particolarmente a far vedere la seconda testa, così ho optato per il finale attuale. Per quanto riguarda il re volevo che fosse un personaggio viscido e per rendere quest’idea ho optato per farlo ancora più arrogante di Irina e un po’ approfittatore, oltre che maniaco sessuale insicuro di se. Per rendere l’idea ho pensato di farlo comportare come un adolescente in pieno desiderio sessuale, desideroso ma timido. Inoltre pensavo che fosse interessante differenziare le personalità delle due teste nel finale: Una innamorata persa della moglie e della sua famiglia, l’altra arrabbiata nei confronti di Irina.

Come seconda storia ho scritto quella di Carlo. Ho deciso di agire così perché quella del Professor Tones era già parzialmente scritta in quanto avevo deciso di riadattare a lui le poche tavole di prova mosrate in precedenza. Riguardo a Carlo, come già detto, volevo che fosse un personaggio anti shonen manga che si ritrova in una situazione tipica del genere. Secondo me il modo migliore per dare risalto al contrasto tra il carattere del personaggio e il carattere richiesto da quel genere di fumetto era quello di buttarlo direttamente in mezzo alla situazione ostile in cui si trova seguendo gli ordini di Superdandy. Sappiamo che Carlo aveva degli ordini da seguire in una busta, nella mia testa non è interessante il fatto che lui accetti l’invito di Superdandy, quanto il risultato. Riguardo al demone avrei voluto creare qualcosa di più simile ai mostri dei telefilm, spesso sauriformi, però ho optato per una forma che, a modo suo potesse, essere ricondotta al folklore giapponese.

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Riguardo allo svolgimento della storia il focus è stato esagerare solo alcuni elementi del genere, dedicandomi più che all’esagerazione delle scene di lotta alle scene di contorno al conflitto, che leggendo quel genere di manga spesso trovo più divertenti che le collutazioni vere e proprie in quanto esagerate ed eccessivamente emotive. Nel finale ho voluto prendere degli altri clichè tipici del genere, ovvero la morte dell’avversario redento e l’esplosione di rabbia del protagonista dopo un apparente momento di calma.

trovo estremamente divertenti: la mancanza di senso, il gore esagerato e la pseudoarcheologia. Durante questa pantomima ho voluto far arrabbiare il Professor Tones nel momento in cui sente ciò che farebbe bollire di rabbia qualsiasi egittologo degno del prorpio titolo: ovvero unire da un legame antichi egizi e alieni. Anche per questa storia non mi interessava raccontare il ritrovamento della Cousa d’orata quanto quello che c’era prima del ritrovamento.

Il professor Tones è paradossalmente stato uno dei passaggi creativi più ardui. Il problema è che la storia mi piaceva così com’era e il dover fare I conti tra l’aggiunta di un personaggio in più ed un numero di tavole prefissato non è stato propriamente facile. Alla fine ho trovato divertente l’escamotage di renderlo la scintilla per l’avvio di una pantomima ricca di elementi che

Come ultima parte ho scritto la conclusione della storia cornice, questa è stata veramente la parte più dura, dovevo fare I conti con un numero di tavole limitato e la necessità di dare un finale che non fosse troppo tirato o superficiale. Inizialmente il fumetto doveva concludersi con l’arrivo di Basaltus sull’isola di Superdandy nel quale annunciava di averlo fregato, mentre i due contendenti si insultavano Irina, Basaltus e Tones si allontanavano dissociandosi dall’accaduto.

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Francamente ho trovato quel finale decisamente troppo all’anticlimax anche per I miei gusti, considerando che tutto un crescendo fino a quel punto ho pensato che fosse di proseguire su quella strada. Il duello tra I cappelli m’è sembrata una buona idea, tutto è divertente e forse abbastanza improvvisa.

incline è stato il caso

Per suggerire tutto questo l’ultima tavola riprende la stessa struttura della seconda tavola. Le idee c’erano, la voglia pure, mancava solo la mano d’opera.

soprat-

Questa sfida riporta il fumetto alla situazione iniziale, dove Basaltus e Superdandy gareggiano in qualcosa con tre personaggi che li osservano. Anche l’esito è uguale alla situazione iniziale del fumetto, come se fosse una situazione che si ripropone, ma al contrario. Mi piace pensare che la gara di Shuffleboard iniziale fosse stata organizzata da Superdandy al quale Basaltus doveva un favore ed è ricorso ai tre personaggi presenti sulla sua barca per riuscire ad eseguire le condizioni poste da Superdandy, come se a turno vincessero e perdessero scommesse continuando a punzecchiarsi di continuo e soprattutto continuando a scommettere tra di loro. 26

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IL LAVORO Una volta svolto tutto il lavoro preliminare e di ideazione della storia c’è stato tutto il lasso di tempo della realizzazione. La parte di disegno e inchiostrazione è durata circa 4 mesi, l’impaginazione e il lettering un mese. Durante queste fasi di lavoro non ci sono state particolari difficoltà a parte 2: Il tipo di inchiostrazione e il formato. Riguardo al formato la scelta è stata un po’ ostica, ma una volta compreso cosa volevo realizzare è venuta da se. Di fatto, oltre a contenere la storia di Superdandy, volevo che il libro fosse fisicamente un bell’oggetto che rispecchiasse tutto l’immaginario suscitato dal titolo. Un libro a cui mi sono ispirato è stato “Gatto Mondadory” del Dr Pira. In quel libro ho percepito lo stesso spirito che volevo permeasse Superdandy, ovvero quello di storia la cui finalità è prendere in giro, e vedendolo così ben presentato con copertina rigida, cornici attorno alle pagine, talmente curato da essere stucchevole ho deciso che volevo seguire quella falsariga. Da questa nuova idea è nata la ricerca di un formato che mi permettesse di adattare le tavole già realizzate e decorarle con diverse cornici in una sottospecie di stile tra l’art and craft e l’art nouveau. Volevo che l’interno del libro fosse il più snob possibile senza dimenticare che si tratta di un fumetto comico.

Nel periodo in cui realizzai “Lambrusco western” le mie maggiori fonti di ispirazione grafica erano “Blankets” di Craig Thompson e “Scott Pilgrim” di Bryan Lee O’Malley. Ispirato dallo stile grafico di Scott Pilgrim realizzai la storia cercando di imitarlo. Il risultato è stato il seguente.

Riguardo al tipo di inchiostrazione è stata una scelta ardua. Pennino o pennello? Grigi o non grigi? Neri pieni o tratteggio? Che fare? Nel corso dell’anno avevo realizzato diverse tavole esterne al progetto con uno stile che a mio avviso trovavo adatto alla storia che stavo realizzando. La prima a dare dei buoni spunti è stata la storia pseudo autobiografica “Lambrusco Western”. 28

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In questa breve storia si possono vedere dei temi ricorrenti in superdandy, tra cui il gioco d’azzardo, il dandysmo e l’assurdo.

Il risultato lo trovai soddisfacente, anzi, una volta rilegato in volumetto ne fui veramente entusiasta. Solo che mancava qualcosa a mio avviso, una retinatura o qualcosa di simile. Così, battezzato il pennello come strumento base, pensai a qualcosa da aggiungere per rendere il tutto più di mio gradimento. Pensai al pennello secco. Per pennello secco intendo una specie di retinatura ottenuta pulendo un pennello dall’inchiostro passandolo solamente su un foglio di carta. Questa tecnica la uso molto spesso nel modellismo. Un giorno mi sono domandato: potrà funzionare su un fumetto? Il risultato lo avete visto, non sono qua a giudicare se è positivo o negativo, ma personalmente lo trovo soddisfacente e adatto al contesto della storia. Il primo tentativo di questo tipo di inchiostrazione è stato fatto in queste 4 tavole, posteriori a Superdandy di qualche mese.

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Una volta trovata l’idea il lavoro su carta è stato relativamente rapido, mi sono trovato subito a mio agio, sebbene con le mie indecisioni, anche se si trattava di un primo e timido approcio alla tecnica. Il problema vero è stato in fase di acquisizione e ritocco in digitale delle immagini. Il lavoro al computer è stato duro per due ragioni fondamentalmente: I fogli di lavoro erano e sono in formato A3, e fisicamente non possedevo uno scanner di quelle dimensioni e la pulizia delle immagini è stato un processo lungo e laborioso proprio a causa della tecnica scelta, visto che genere una quantità di sporco sulla tavola inimmaginabile. È valso lo stesso per Superdandy. Dagli errori precendenti qualcosa avevo imparato, ma certi problemi sono inevitabili. Su tutti il fatto che a essere secco è il pennello, non l’inchiostro, che rimane fresco per un breve lasso di tempo. 31


Il flusso di lavoro delle tavole è stato il seguente. Ho iniziato disegnando le matite delle prime 24 tavole, dall’inizio del libro alla fine della secondastoria, quella del professorTones. Una volta finite le matite ho inchiostrato tutti I contorni, sia vignette che personaggi, che sfondi.

Alcuni sfondi sono stati disegnati a posteriori in quanto spesso notavo la mancanza di nero nella tavola e gli sfondi erano il territorio ideale per colmare la lacuna. Come terza fase ho applicato il pennello secco a tutte le tavole. Dopo di che è stato il momento del digitale. Il digitale è stata la parte più laboriosa in quanto è per forza di cose legata a questioni hardware. Come già accennato il problema è stato lo scanner. Mi sono ritrovato a dover commissionare le scansioni a terzi proprio per questa ragione pensando di velocizzare il lavoro. Ovviamente sbagliavo. Le scansioni fatte dagli altri non vanno mai bene per qualche ragione, nel mio caso la ragione era il salvataggio come file tiff multipagina. Un tiff multipagina è un file tiff che se aperto con determinati lettori è in grado di contenere diversi file di immagine permettendo all’utente di scorrerli. Il problema è che non avevo idea di come separare queste immagini. Una volta capito il da farsi il problema è stato il computer stesso, un po’ troppo datato per la lavorazione a rallentare il ritmo di lavoro. Per isolare le immagini ho dovuto utilizzare un metodo molto poco intuitivo, più che altro perché concepito per file di dimensione molto minore rispetto a dei tiff A3. Finita l’epopea delle scansioni è iniziata la parte meno impegnativa a livello hardware ma più dispendiosa a livello di tempo: la pulizia delle tavole. Spesso antipatici segni di matita troppo calcata o segni d’inchiostro indesiderati rovinano le tavole, il modo più rapido per correggere questi errori è sicuramente photoshop. Il Lavoro di per se inizia con la regolazione dei neri sull’immagine. Nelle tavole con il pennello secco la regolazione assume un ruolo particolarmente importante e impegnativo.

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Per quanto breve è comunque fastidioso in quanto passarci la mano sopra è niente, e correggere le sbavature e le eventuali macchie di bianchetto, non sempre è semplice come potrebbe sembrare. L’imbroglio più grande sotto questo punto di vista è che il fatto che l’inchiostro sia poco porta a pensare che si asciughi in fretta, cosa non vera. Se si aggiunge che questa tecnica sono abituato a usarla con I colori acrilici, che asciugano quasi istantaneamente, cadere in errore è più facile che bere un bicchiere d’acqua. Fortunatamente I bicchieri d’acqua non hanno mai creato problemi nella realizzazione di Superdandy rovescindosi in maniera inopportuna sulle tavole. Una nota di ringraziamento va anche ai calamai, per la stessa ragione.


Spesso nelle scansioni il nero non è come lo si desidera e l’aggiunta dei mezzi toni complica il tutto. A differenza di un lavoro dove si utilizza un metodo standard, sempre uguale a se stesso in tutte le tavole, tipo una retinatura, la regolazione basta esegurila una volta ed applicarla a tutto il lavoro. Con il pennello secco, almeno, per come l’ho utilizzato io nella mia inesperienza, questo ragionamento non è più valido in quanto sono molteplici I particolari che cambiano da una tavola all’altra. Ad esempio il pennello più o meno scarico, se il pennello aveva una setola sporgente quel giorno specifico, percui tutte le sporcature fatte in quel giorno in particolare saranno diverse rispetto a quelle dei giorni precedenti. Questa particolarità della tecnica rende necessario una regolazione tavola per tavola. Questo modus operandi non è particolarmente veloce e soprattutto va confrontato di volta in volta con la tavola precedente per vedere se la differenza non è eccessiva. In caso contrario il rischio è di trovare due tavole che stonano tra di loro nonostante siano palesemente disegnate dalla stessa persona nello stesso periodo storico. Un fattore da tenere particolarmente a mente è lo stare attenti a non cancellare dei segni desiderati (La diminuzione o l’aumento delle quantità di bianco e di nero spesso provocano questo effetto) durante la regolazione e che il risultato a schermo è probabilmente differente da quello di stampa e in quanto lo scopo di questa operazione è, oltre rimuovere la maggior parte dei segni indesiderati, migliorare la qualità di stampa delle tavole. Quindi sono necessarie delle continue prove di stampa. Una volta regolate le tavole il passo successivo è pulirle dai segni indesiderati che non si è riusciti ad eliminare nella fase precedente. Questo lavoro è molto più minuzioso in quanto prevede un intervento manuale sulle tavole e non solo di regolazione da un menu apposito.

Il difficile di questa parte è, a parte la pazienza, la regolazione dello schermo; spesso guardando lo schermo del computer la luminosità è troppo intensa per percepire dei sottili segni che una volta stampati rovinano il lavoro. Di fatto questo processo consiste nel cancellare fisicamente dall’immagine le linee e I segni indesiderati, quali tracce di matita, sbavature di inchiostro, irregolarità date dal bianchetto o dal pennello secco. Dopo aver pulito le tavole il passo successivo è la creazione e disposizione dei balloon.

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I balloon che ho utilizzato per Superdandy, oltre che per le tavole di prova, sono creati completamente in digitale. Nella realizzazione I balloon sono stati solo disegnati e non inchiostrati giusto per calcolare l’ingombro che avrebbero avuto all’interno delle singole vignette. Per realizzare I balloon sono ricorso al software Adobe Illu-

strator.

Utilizzando illustrator ho creato diversi balloon creando una piccola libreria dalla quale attingere. Nel fumetto infatti sono sempre riutilizzati gli stessi con delle piccole modifiche alla forma. La particolarità di Illustrator è la sua capacità di utilizzo della grafica vettoriale, ovvero quel ramo della grafica dove le immagini non sono una serie di punti accostati uno all’altro, ma sono I risultati di diverse equazioni matematiche.


Il fatto che la grafica dei balloon sia vettoriale permetteva una maggiore elasticità nel loro utilizzo, in quanto mi permetteva di modificarli adattandoli alla forma delle vignette e dei disegni. Inoltre questo tipo di realizzazione permette di modificare il tratto stesso del disegno permettendo una simulazione del tratto del pennello, anche di quello secco. In questo modo si può ottenere un effetto gradevole che non fa sembrare il balloon freddo, troppo artificiale. Una volta applicati I balloon è venuto il momento di letterarli. Il lettering è stato applicato con Adobe Indesign. Il procedimento sarebbe stato molto più rapido se I dialoghi li avessi precedentemente scritti su un file di testo invece che direttamente sugli storyboard. Riguardo alla scelta del font non ci sono state particolari difficoltà in quanto ogni scelta del caso è stata fatta durante la realizzazione delle tavole di prova precedenti alla realizzazione di Superdandy. Una nota riguardo alle cornici e alle decorazioni presenti in “Superdandy il cappello più forte del mondo”: tutte le decorazioni presenti sia nel fumetto che in questo volume sono tratte dai lavori di Aubrey Beardsley. Per ottenerle è stao necessario un lavoro in tandem di Photoshop e Illustrator. Compito del primo software era quello di isolarle dal resto dell’immagine, trattandosi di motivi floreali il più delle volte ho rischiato di perdere sia la vista che la pazienza, ma a conti fatti sono soddisfatto del lavoro. Il compito di Illustrator invece era quello di vettorializzare le immagini ottenute da Photoshop in modo da poterle ingrandire o rimpicciolire senza fargli perdere di definizione.

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CONCLUSIONI Superdandy è mio figlio. Un figlio maturato in più di nove mesi e partorito in quattro. Non ho idea se questa mia creatura avrà un futuro o se sarà destinato a diventare una stravaganza da mostrare ai nipoti quando incuriositi mi chiedereanno “cos’ho studiato da giovane”. So che il viaggio di questo lavoro è appena iniziato e so che non sarà facile, che le cadute sulla strada saranno molte e probabilmente dolorose, ma lo considero un primo passo più che dignitoso e soprattutto nel quale ho investito parecchie risorse. Vi ringrazio per aver dedicato il vostro tempo alla lettura di “Superdandy: il cappello più forte del mondo” e “L’uomo sotto al cappello” e spero che non ne stiate rimpiangendo neanche un minuto, il vostro parere è importante in quanto il vostro giudizio è quello che decreta il successo o il fallimento.

RINGRAZIAMENTI Contrariamente a quanto ho fatto in “Superdandy il cappello più forte del mondo” vorrei ringraziare sinceramente diverse persone, alcune già ringraziate nel volume vero e proprio altre mai citate. Innanzitutto Andrea Bruno e Sandro Micheli per avermi seguito durante la realizzazione di questi volumi e Galileo Disperati per aver realizzato l’animazione degli ingranaggi senza chiedere nulla e in tempi record. Ovviamente ringrazio la mia famiglia per avermi dato la possibilità di studiare e la mia ragazza in quanto tale. Un ringraziamento speciale va ad Alessandro Belleno Loi, senza di lui il volume si sarebbe fatto comunque ma in tempi molto più elevati, gentilmente mi ha fornito uno scanner A3 e il centro stampa dove far stampare entrambi gli elaborati.

Grazie a tutti. Giulio Campanella.

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Making Of