Issuu on Google+

Sulla responsabilità dei giudici si inciampa sempre DA TOMMASO CALDARELLI

– 07/02/2012PUBBLICATO IN: DIRITTI & SOCIETÀ di Tommaso Caldarelli.

Di Manu_H

Andare a toccare o modificare la normativa che disciplina la responsabilità (civile o di altro genere) del giudice è sempre un problema di non poco conto, perché andare a sindacare l’operato di chi mette giustizia nella nostra società è un vero e proprio attentato ai fondamenti della stessa, comunque lo si veda e da qualsiasi parte della questione si inizi ad osservarlo. Un tempo i giudici erano diretta espressione del re; siccome il re non sbagliava mai, e se sbagliava la cosa si risolveva in via informale e politica nella dialettica dei poteri fra baroni e nobili, la questione della responsabilità del giudice proprio non si poneva. Sugli errori giudiziari nasce la nostra società moderna, se è vero che neicahiers des doléances i cittadini francesi lamentano al re di Francia gli errori giudiziari e gli arbitri dei suoi emissari, i giudici, chiedendo di poter limitare il loro potere: anche da quelle richieste, inascoltate, partirà la rivoluzione francese. Dire che “anche il giudice deve pagare se sbaglia” è pronunciare un’affermazione molto più potente di quanto si potrebbe pensare. La giustizia umana è per sua natura imperfetta: risente di approssimazioni, di errori appunto, e anche quando funziona bene si basa su ricostruzioni di eventi passati basati sull’analisi di prove e testimonianze. Non è altro che rigorosa attività scientifica, e, come tale, è soggetta ad errore: il problema è che sbagliare, in questo campo, non è come formulare una teoria che non funziona. Sbagliare la sentenza significa piuttosto privare della propria libertà – a quel punto, ingiustamente – una persona: il danno, ormai, è fatto. Tuttavia, in moltissimi ordinamenti moderni e civili (come l’Inghilterra) il giudice che sbaglia non paga: in parte per antico retaggio, in parte perché il giudice non sbaglia neanche quando sbaglia, nel senso che, quale amministratore della giustizia sulla Terra, valuta il bilanciamento degli interessi secondo la legge e dispone per il caso concreto, andando a creare quel punto di verità irrinunciabile che mette fine alla


lite, dice chi ha ragione e chi ha torto rispondendo ad un fondamentale bisogno dell’uomo, quello di ritrovare sicurezze in una situazione che ha perso il suo equilibrio. Qualsiasi cosa il giudice abbia deciso, mette un punto alla questione, diventando la nuova verità. In questo senso il giudice crea la verità, plasma la storia, dispone per il futuro, e in un certo senso non sbaglia mai. Sappiamo tutti che, invece, esistono dei casi in cui il giudice sbaglia: c’è il caso, estremo, della sentenza emessa con dolo – che però è anche reato – e i casi di colpa grave. La questione è recentemente tornata al centro del dibattito dopo che il Parlamento, in polemica col governo, è riuscito a far passare un emendamento che estende la responsabilità civile del giudice non solo ai casi di dolo e colpa grave, ma anche ai casi di manifesta violazione del diritto. Utilizzando come grimaldello la legge comunitaria, la Lega Nord ha voluto equiparare, solo formalmente come vedremo, la disciplina italiana, sorretta dalla cosiddetta legge Vassalli, alla normativa europea sulla violazione del diritto comunitario, evoluzione della giurisprudenza Francovich sul risarcimento del danno da parte degli stati per infrazione della normativa dell’Unione. Il punto, che chi ha voluto infilare l’emendamento non comprende, è che a subire l’azione di risarcimento per violazione del diritto comunitario da parte del giudice è lo Stato: esattamente come funziona nella legge Vassalli. Quel che c’è di più nel diritto europeo rispetto a quello italiano è la clausola della “violazione del diritto” che il deputato Gianluca Pini, autore del blitz, associa nel suo emendamento alla responsabilità diretta del giudice. Innanzitutto, c’è un motivo per cui in nessun ordinamento in cui sia prevista la responsabilità del giudice è il magistrato stesso a pagare in prima persona, e sta in giudizio in sua vece lo Stato, anzi due. Il primo è di carattere politico-giuridico e sistematico, e si collega all’attività creatrice di diritto che ogni giudice naturalmente porta avanti pronunciando sentenze. Uno stato che permette ad un giudice di pagare per i suoi errori lo rinnega, rinnega quell’attività di risoluzione dei conflitti sulla quale esso stesso si fonda. Nessuno dice che un giudice non possa sbagliare: l’errore è fisiologico. Ma lo Stato si inserisce fra il richiedente e il giudice e fa scudo a quest’ultimo, perché l’attività giuridica, per quanto sbagliata, ha permesso allo Stato di ritrovare pace e sopravvivere. È un compromesso, un compromesso civile che accetta l’errore giudiziario come eventualità e che considera il risarcirlo migliore dell’anarchia: senza voler dire che un giudice sul quale si possa avventare la tagliola del risarcimento non è più libero nel suo agire, diremo che è certo influenzato. Secondo motivo, ben più pratico e a tutela di chi ha subito un’ingiustizia, è che lo stato è certamente sempre molto più solvibile del giudice. Per cui, ecco il compromesso, la valvola di sicurezza della giustizia degli uomini: in caso di errore, le casse dello Stato si aprono, forniscono veloce risarcimento a chi ha subito l’errore e rimettono la società sui giusti binari. È un sistema immunitario, di conservazione, e non c’è di che stupirsi, perché l’organo giudiziario è naturalmente preposto alla conservazione della pace sociale: gli errori devono essere, così, subito tamponati. È nel migliorare questo sistema che bisogna agire, non nel cambiarlo: nove gradi di giudizio (tre per l’accertamento dell’ingiustizia, tre per il risarcimento e tre per la rivalsa interna) sono troppi e sono una vera e propria denegata giustizia, e fomentano la rivolta sociale nei confronti dei giudici, rendendo interventi spot come quello leghista possibili e sostenuti dall’opinione pubblica. Il giudice, se sbaglia, deve pagare, il che è già previsto ma non funziona: è questo che non va, non il sistema del risarcimento per come è configurato a normativa vigente. Anche perché l’emendamento leghista, nel pronunciarsi, si annulla. Primo: “Pini costruisce un percorso nel quale il cittadino che ritiene di aver «subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario vittima» si rivolge per ottenere a sua volta giustizia non solo contro lo Stato, ma anche contro il diretto interessato”, scrive Repubblica, e quindi i due soggetti appaiono essere responsabili in solido. Se così è, e non è chiaro, continua a non cambiare niente, perché nella responsabilità in solido il creditore ha il diritto di andare a scomodare il debitore più solvibile, che è sempre lo Stato; inoltre, ammesso che il testo così formulato superi i dubbi di costituzionalità, bisognerà pur sempre precisare il contenuto della clausola “manifesta violazione del diritto”: e a precisarlo, salvo interpretazioni autentiche con nuova e successiva legge, sarà proprio il lavoro delle corti, della Cassazione, dei giudici. Che difficilmente si daranno la zappa sui piedi imponendosi clausole restrittive. Insomma, da quel che per ora appare, siamo davanti all’ennesimo blitz-spot.


Articolo 18, e dintorni DA LUIGI MARATTIN

– 07/02/2012PUBBLICATO IN: ECONOMIA & LAVORO di Luigi Marattin.

Di lynnmwillis

Ci sono quattro lavoratori. Marco e’ un ingegnere di una grande impresa automobilistica, ed e’ gay. Il suo rendimento sul lavoro e’ sempre stato ottimale, ed e’ una persona discreta e riservata. Recentemente si e’ assentato dal lavoro per un periodo considerevole, per assistere la madre malata. Un giorno, la donna delle pulizie trova per sbaglio nel suo ufficio delle fotografie che ritraggono Marco in atteggiamenti intimi col suo compagno. La donna delle pulizie, una anziana signora molto conservatrice, sottrae queste foto e le consegna al direttore del personale. Il quale, dopo una settimana, invia a Marco una lettera di licenziamento adducendo, come giusta causa, il fatto che non tutti i suoi giorni di assenza dal lavoro sono esattamente stati documentati dall’attività di assistenza alla madre. Francesca lavora come art designer in un piccolo studio professionale. La crisi ha colpito duro particolarmmente duro il settore, e il titolare dello studio non riesce a mantenere il rapporto di lavoro con tutti i suoi collaboratori. Francesca, anche se ha 35 anni, è la più giovane, e non ha famiglia; così, il datore di lavoro si trova costretto a licenziare lei, per non andare a colpire suoi colleghi con una famiglia da mantenere e che avrebbero maggiori difficoltà a ricollocarsi. Il datore di lavoro dimostra, bilanci alla mano, che la riduzione dell’organico è l’unico modo per tenere aperto lo studio: negli ultimi due anni, infatti, hanno avuto solo sei lavori commissionati, che a malapena ripagano l’affitto dei locali e lo stipendio di due dei quattro collaboratori a tempo indeterminato. E non ci sono, sfortunatamente, lavori commissionati entro i prossimi sei mesi. Una fredda mattina di febbraio, Francesca viene chiamata nell’ufficio del titolare il quale, a malincuore, le comunica che è costretto a licenziarla. Giulio e Antonello sono due gemelli. La loro somiglianza è impressionante, sembrano due gocce d’acqua. E sono molto simili anche per gli aspetti caratteriali, la loro attitudine nei confronti del lavoro e le competenze tecniche acquisite durante il loro percorso di formazione professionale. Sono entrambi operaii metalmeccanici, un lavoro che svolgono con passione e diligenza. Lavorano in due aziende diverse, ma che operano sullo stesso mercato e producono la stessa tipologia di prodotto. Differiscono, in pratica, solo per il numero di addetti: l’azienda in cui lavora Giulio ha 16 dipendenti, quella di Antonello, invece, 14 persone. Curiosamente, le due aziende stanno affrontando la stessa situazione contingente: entrambe stanno soffrendo pesantemente delle conseguenze di un investimento sbagliato nell’acquisto di nuovi macchinari. Le imprese si sono infatti fidate di una nota azienda produttrice di macchine da imballo che aveva


diffuso un prodotto all’apparenza rivoluzionario, in grado di abbattere i costi di produzione di oltre il 30%. Sfortunatamente, si trattava di una truffa; il titolare è già stato arrestato, ma si è dichiarato nullatenente e non c’è nessuna possibilità che il tribunale fallimentare risarcisca i clienti del danno subito, perlomeno in tempi congrui. La dinamica dei costi delle aziende di Giulio e Antonello, ora, è impietosa: in entrambe le aziende si impone il licenziamento di un’unità lavorativa. La scelta, curiosamente, cade sui due gemelli. Sia Giulio che Antonello ricevono dai rispettivi datori di lavoro la lettera di licenziamento, in cui vengono evidenziate le difficoltà economiche e organizzative delle due imprese.

COSA ACCADE A QUESTI QUATTRO LAVORATORI OGGI, CON L’ART. 18 Tutti questi casi finiscono davanti al giudice del lavoro, tal Calogero Latino, caratterizzato da un’enciclopedica conoscenza del diritto, ma che non ha mai messo piede in un’azienda nella sua lunga vita (Calogero ha 75 anni, e grossi problemi alla prostata). Dopo sei anni e quattro mesi – e migliaia di euro spesi dalle parti in causa – comunica le sue sentenze: Il licenziamento di Marco non ha nulla a che fare con la mancata documentazione dei suoi giorni di assenza; l’unica cosa che manca, infatti, è la data su uno dei permessi che ha chiesto per assistere la madre malata. Si tratta di un banale errore materiale di forma, che non ha alcuna conseguenza. Appare chiaro, invece, che il licenziamento di Marco è dovuto al fatto che il datore di lavoro ha scoperto la sua omosessualità. Pertanto, il giudice accerta che l’interruzione del rapporto di lavoro ha natura discriminatoria e pertanto – in base non solo all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma soprattutto la legge 604 del 1966 e l’art.2119 del Codice Civile – ne viene disposto l’annullamento, oltre che l’immediato reintegro di Marco in azienda. Il licenziamento di Francesca viene invece giudicato legittimo. Bilanci alla mano, è impossibile per lo studio professionale evitare il licenziamento della giovane art designer. Francesca viene buttata in mezzo ad una strada, senza alcun tipo di sostegno e senza un euro in mano. Il giudice del lavoro pensa che i licenziamenti di Giulio e Antonello siano illegittimi. Il giudice Calogero, infatti, non è familiare con le dinamiche dei costi di produzioni dovuti all’ammortamento di un macchinario che non rende quanto contrattualmente previsto. Egli pensa che i datori di lavoro delle sue aziende avrebbero semplicemente fatto meglio a non comprare quei macchinari, o che comunque potrebbero ridurre i costi in altro modo, senza bisogno di licenziare nessuno. Giulio (che lavorava in un’azienda di 16 dipendenti) ha di fronte a sè una scelta: può essere reintegrato in azienda o ricevere un risarcimento monetario di 8 mila euro. Il suo gemello Antonello invece (che lavorava in un’azienda di 14 dipendenti) non ha scelta: ha diritto a un risarcimento pari a 3 mensilità, per un totale di 4500 euro.

COSA POTREBBE ACCADERE CON UNA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO Il licenziamento di Marco continua ad essere giudicato illegittimo. La riforma Monti non ha toccato nè quella parte dell’art.18, nè le altre disposizioni normative in materia che vietano il licenziamento discriminatorio. Marco quindi viene in ogni caso reintegrato in azienda, e il giudice (un ragazzo di 30 anni, che è appena entrato in magistratura) si sente in dovere di trasmettere gli atti alla Procura ordinaria della Repubblica, per aprire un procedimento contro il datore di lavoro di Marco, per aver violato la legge contro l’omofobia, nel frattempo approvata dal Parlamento. Francesca – che nel caso precedente veniva licenziata senza ottenere un euro – ottiene un indennizzo pari a 24 mensilità, più la frequenza gratuita di sei mesi ad un corso di aggiornamento a Barcellona sulle moderne tecniche di design. Antonello – che nel caso precedente riceveva 4500 euro senza reintegro – ottiene un indenizzo per 36 mensilità e di poter scegliere tra la frequenza di due corsi di formazione professionale: uno per operatore nel settore delle energie


alternative, l’altro per perito elettronico. La nuova formazione professionale – riformata anch’essa dalla riforma Monti – ha infatti ideato un sistema integrato pubblico-privato che, di concerto con le Amministrazioni Locali, identifica in tempo reale le esigenze sul mercato del lavoro locale e organizza corsi di formazione (con l’Università, le scuole superiori e gli enti di formazione professionali non più lottizzati e divisi per appartenenze politiche) mirati a soddisfare le esigenze dell’economia del territorio e consentire una ricollocazione immediata del lavoratore. Antonello sceglie il corso per operatore nel settore di energie alternative, dove incontra il suo gemello Giulio. Il quale nel caso precedente poteva scegliere tra il reintegro in azienda (sei anni e due mesi dopo il suo licenziamento) e un risarcimento di 8 mila euro. Ora invece Giulio ha diritto a un sussidio di 36 mensilità, e le stesse opportunità concesse al fratello.

In fondo, è davvero bello concedere a tutti le stesse opportunità.

Fiscal compact: in nome di chi? DA MICHELE BALLERIN

– 07/02/2012PUBBLICATO IN: EUROPA & MONDO, POLITICA di Michele Ballerin.

"Keyhole" di lud_wing

Quando il Trattato di Lisbona fu finalmente adottato dopo otto anni di tribolazioni qualcuno si illuse che l’UE si fosse garantita una forma di governance soddisfacente, qualcuno finse di illudersi e qualcun altro osservò che l’epoca delle riforme istituzionali in Europa non era affatto chiusa, anzi era apertissima. Nei mesi seguenti il fiume in piena della crisi travolse le residue illusioni e oggi la Germania, seduta al posto di comando, si crede obbligata a promuovere riforme addirittura radicali trascinandosi dietro gli altri membri dell’Unione. Poiché la congiuntura esige senza dubbio un ripensamento profondo delle istituzioni europee dovremmo rallegrarci di questo ritrovato spirito riformatore. Come si spiega, invece, che siamo preoccupatissimi?


Ci preoccupa – o dovrebbe – il fatto che il governo tedesco non sta perseguendo un assetto istituzionale più equilibrato ed efficiente, non si propone di fare dell’Unione Europea un organismo politico più compiuto, più razionale e democratico, ma si sforza in ogni modo di aggirare e piegare i suoi trattati per imporre agli altri paesi membri la propria particolare interpretazione della crisi economica e la propria ricetta: l’interpretazione e la ricetta liberiste. La volontà di riforma che ha portato al patto di bilancio europeo a 25 non è il risultato di una riflessione, approfondita e lungimirante, sulle istituzioni europee, su ciò che in esse manca o andrebbe cambiato per dare vita a un sistema di governo più funzionale: è l’ennesima svolta brusca dell’ultimo minuto in una direzione imprecisata, del genere a cui la navigazione a vista del Consiglio europeo ci sta abituando, il frutto di un pragmatismo che conta le ore e i giorni e misura i propri trionfi su tregue di una settimana, simili ai fazzoletti di terra per cui i generali della Grande guerra immolavano migliaia di fantaccini. Con un’ostinazione che è un misto di ottusità e candore, e come già avvenne un po’ con l’euro, la Germania insiste a voler disegnare il mondo a propria immagine e somiglianza muovendo dall’assunto, così ovvio in fondo per tanti di noi, che non c’è nulla di meglio e più perfetto di se stessi: e perché agli altri riesce così difficile accettarlo? Molti credono si tratti di semplice opportunismo: la Merkel non sarebbe insensibile all’idea di farsi levatrice dell’Europa politica, ma non lo sarebbe neppure al rischio (reale o immaginario) di una batosta alle prossime elezioni in Germania. Questa spiegazione è particolarmente plausibile. Uno statista non è quasi mai interessato a entrare nella storia, se per farlo deve uscire dalla politica. Tuttavia, se c’è una cosa che distingue le costituzioni da altri documenti politici è che la loro redazione non tollera approssimazioni e tanto meno pasticci. È il motivo per cui un organo costituente non dovrebbe agire mai di fretta. Invece i pochi, improvvisati e affannati padri costituenti dell’unione fiscale europea, riunitisi a porte chiuse qualche giorno fa, hanno pasticciato liberamente con le costituzioni di 25 paesi, e in capo a sei ore il pasticcio era completo. Si immagini adesso un governo conservatore che proponesse di introdurre nella costituzione degli Stati Uniti l’esenzione fiscale al 100% per i redditi più alti. Un partito è liberissimo di sposare questa politica fiscale, e una maggioranza in parlamento potrebbe legittimamente tradurla in legge. Pochi però sarebbero disposti ad accettare che un atto di riforma costituzionale la trasformasse in un pilastro dell’ordinamento giuridico. In realtà nessuno si azzarderebbe a proporlo neppure tra le file del partito repubblicano, tranne forse un senatore texano membro del Ku Klux Klan o un’analoga macchietta, di quelle che la politica americana contiene in abbondanza ma che sa relegare, quasi sempre, ai margini di se stessa. Il motivo per cui un’iniziativa del genere appare inammissibile è che su ognuno dei princìpi essenziali che regolano la convivenza civile, e che sono codificati nelle carte costituzionali, dovrebbe esistere un accordo profondo e largamente condiviso, tale da non lasciare dubbi sul fatto che la società stia riposando con tutta se stessa in una determinata certezza. L’articolo di una costituzione potrebbe contenere una simile opzione di politica fiscale se la società fosse pacificamente convinta che i ricchi non devono pagare le tasse, se ciò fosse ritenuto ovvio e scontato come la teoria copernicana. Ma è difficile trovare una società i cui membri siano unanimi nel sostenere tale punto di vista: e questo è il motivo per cui il mio lettore ed io non conosciamo una costituzione che contenga un simile articolo. Ogni politica fiscale è sostanzialmente opinabile, perché lo è la teoria economica, e non si presta quindi a essere scolpita nel marmo. Lo stesso vale per la decisione del governo tedesco di forzare gli altri paesi dell’Unione a iscrivere nelle rispettive costituzioni l’obbligo del pareggio di bilancio. Potremmo forse accettarla se i parlamenti nazionali fossero unanimi o in larga maggioranza d’accordo sulla particolare teoria economica che assume la compatibilità di politiche restrittive con le fasi depressive del ciclo economico, e se i parlamenti fossero l’espressione fedele di società le cui opinioni pubbliche prestassero il proprio consenso di massima a questa teoria. Ma ciò non è quanto sta avvenendo. Le riforme imposte dal governo conservatore della Germania mirano a costituzionalizzare i princìpi del liberismo economico, princìpi su cui non risulta a nessuno che le opinioni pubbliche del continente abbiano trovato un accordo di fondo. L’Europa è diventata definitivamente, compiutamente liberista? Ossia: la grande maggioranza dei cittadini europei e delle élites europee


hanno fatto la loro scelta, seppellendo nel cimitero della storia l’esperienza laburista e quella keynesiana, l’economia sociale di mercato e, in una parola, il modello sociale europeo? Questa è la domanda a cui ora dobbiamo rispondere. Se la risposta fosse affermativa gran parte del problema si sgonfierebbe da sé e la politica del cancelliere tedesco perderebbe buona parte della sua carica provocatoria: si limiterebbe infatti a sancire un fatto già avvenuto. Ma la grande scelta non è mai stata compiuta. I cittadini europei non hanno deciso che è preferibile competere con le economie asiatiche abbattendo sistematicamente il costo del lavoro fino a portare il proprio tenore di vita il più vicino possibile a quello dei coolies cinesi, indiani o coreani, e lasciando al tempo stesso le grandi banche d’affari libere di fare le proprie alchimie e spartirsi i loro dividendi, portatrici sane di una responsabilità sociale gigantesca – troppo grandi per fallire e anche, a quanto sembra, per tollerare qualsiasi imposizione. L’Europa non è diventata di destra, né si è sbarazzata delle proprie contraddizioni sociali e delle proprie disuguaglianze: la pacificazione liberista che la riforma propugnata dal governo tedesco vorrebbe sancire una volta per sempre non ha mai avuto luogo. Esiste ancora un’Europa progressista, che alle prossime elezioni nazionali potrebbe anche avere il sopravvento. Con quale diritto allora, e in nome di chi, i parlamenti nazionali si apprestano a trasformare in legge costituzionale il principio conservatore del pareggio di bilancio, lo stesso che negli Stati Uniti del 1930 rischiò di mandare a fondo l’economia e che molto probabilmente l’avrebbe fatto, se i cittadini statunitensi non avessero scelto il presidente più progressista che la storia americana avesse mai conosciuto? La differenza fra i cittadini americani degli anni Trenta e quelli dell’UE di oggi è che i primi potevano scegliere, mentre ai secondi si sta sfilando dalle mani la possibilità di farlo. I cittadini europei non sono stati ancora interpellati né su questa, né su altre questioni altrettanto importanti che giacciono oggi sul tavolo della politica europea; e ogni democratico troverà qui ampia materia di meditazione. In tutto ciò la posizione più ambigua è forse quella dei partiti progressisti. Sono infatti i parlamenti nazionali a doversi esprimere sulle richieste della Germania, e nei parlamenti agiscono i partiti, che dovrebbero rappresentare i diversi settori della società. Se i partiti riformisti lasceranno passare il diktat tedesco, che tipo di interessi staranno rappresentando, di chi saranno gli effettivi portavoce? E per venire infine al caso italiano: appoggiando il governo Monti nel momento in cui si presta al gioco della Germania, il Partito Democratico sta esprimendo la volontà della sua base e dei suoi elettori? O dobbiamo concludere che il Partito Democratico è un partito liberista? È possibile. È possibile che il PD abbia fallito nel tentativo di elaborare un pensiero politico economico alternativo al liberismo e che abbia, in questo senso, abdicato. Eppure quando il segretario Bersani si rivolge alla sua platea usa toni e parole tutt’altro che liberisti; e la linea dettata dai responsabili della politica economica del partito è tutto fuorché liberista. C’è quindi una contraddizione profonda e stridente fra quanto il PD sta dicendo ai suoi elettori e quanto sta facendo nel parlamento. E la foglia di fico dell’emergenza nazionale non basta più a coprirla: la contraddizione è troppo grossa, e riemerge da ogni lato. Se questa contraddizione comune ai progressisti di tutta Europa non sarà risolta al più presto il rischio è che la società si ribelli alla politica. È ciò che avviene quando le classi dirigenti si abituano a prescindere sistematicamente dagli umori delle maggioranze; e allora il tempo che si apre non è quello della “gente” e della “democrazia diretta”, ma quello dei demagoghi e delle soluzioni autoritarie, politicamente ed economicamente suicide. Non sapremmo dire se il fatto che le regole imposte dalla Germania sono le stesse che piacciono ad alcuni settori dell’economia autorizzi a sospettare complotti finanziari su scala globale. Ma di certo se questi orientamenti si affermeranno diventerà terribilmente difficile ribattere a chi si scaglierà contro l’Europa delle banche e della finanza contrapposta a un’ideale, negletta Europa dei cittadini. L’Europa che sta nascendo dall’egemonia tedesca sarà forse un’Europa più rigorosa (diciamo per qualche mese ancora: quelli che separano i bilanci degli stati a rischio dal loro probabile collasso) ma non sarà certamente un’Europa democratica. Questo è un fatto su cui tutti dovrebbero essere disposti a convenire.


In queste ore convulse non saranno i cittadini europei a scegliere ma, come in fondo sempre avviene, le élites europee. Che scelgano, allora, e lo facciano con tutta la saggezza di cui sono capaci. Perché un errore commesso oggi sarebbe difficilmente rimediabile in futuro, e potrebbe innescare un processo che qualcuno sarebbe forse abile a cavalcare ma che nessuno – nessuno – saprebbe davvero dirigere.


iMille prova