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periodico di politica cultura società • www.alambicco.com

anno XIII numero 61 • febbraio 2014 • distribuzione gratuita

Gli “affari” attorno alle biomasse in Puglia ripropongono ciclicamente la questione di nuovi impianti privati su un territorio già martoriato da Ilva, Cerano, discariche e fotovoltaico selvaggio. In una regione che produce già circa quattro volte il suo fabbisogno energetico, che senso ha tutto questo? Perché queste decisioni delicate per la salute dei cittadini devono passare sempre sulla testa delle popolazioni locali? Contro la Centrale a biomasse di Lequile è nato un Comitato intercomunale per impedire tutto ciò.

Biomasse o masse critiche?


Dalla discarica di Cavallino alle ecomafie Discariche abusive, eternit, radioattività, uranio impoverito, raccolta differenziata: il complesso universo dei rifiuti tra tutela ambientale e interessi economici. “l’alambicco” intervista in esclusiva uno dei “paladini” in prima linea nella difesa del territorio: il Procuratore della Repubblica Ennio Cillo.

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L’anno scorso è comparsa su tutti i giornali locali la notizia che la Procura di Lecce avesse aperto un fascicolo contro ignoti dove l’ipotesi di reato era quella di Disastro Ambientale a seguito di diversi esposti presentati sulle puzze provenienti dagli impianti di Cavallino. Cosa ci può dire in merito allo stato delle indagini. Intanto posso dire che un principio di carattere generale della disciplina dei rifiuti è che questi non devono emettere odori molesti tali da essere di disturbo alla popolazione. Per quanto riguarda gli impianti di Cavallino abbiamo ovviamente ricevuto una serie di segnalazioni, anche da parte dei cittadini di San Cesario, che lamentano questi odori in particolari condizioni meteorologiche. Quello che possiamo dirvi è che è stata avviata un’indagine attenta, dettagliata e precisa. Comprendo che le popolazioni interessate vorrebbero degli aggiornamenti frequenti sull’andamento di questi problemi, purtroppo bisogna avere fiducia nell’intervento che si sta portando avanti che accerterà correttamente la situazione. Parlando in termini più ampi, non sono solo i cittadini di San Cesario ad essere preoccupati per la questione dei rifiuti. Negli ultimi mesi è balzata all’attenzione delle cronache la notizia di una possibile presenza nel sottosuolo salentino di rifiuti tossici. Tutti vorrebbero subito delle risposte per le quali è necessario fare degli approfondimenti. Però la risposta più seria che si può dare in merito all’ipotesi di rifiuti sotterrati è che abbiamo messo insieme tutte le forze di polizia che hanno esperienza in questi interventi sul territorio e quindi guardia di finanza, guardia forestale e carabinieri del NOE e stiamo cercando di utilizzare i sistemi più moderni della tecnologia per rilevare l’eventuale presenza di rifiuti che possano essere stati sotterrati. Però bisogna dire che noi non abbiamo nessun riscontro della possibilità che dalla Campania o da altre regioni in anni passati siano arrivati rifiuti. Questa è un’ipotesi che noi escludiamo perché non abbiamo mai avuto il minimo riscontro. Si riferisce alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Schiavone, in merito allo smaltimento illegale di rifiuti?

Quelli erano dei discorsi estremamente generici e che in maniera molto indiretta riguardavano la nostra regione non erano delle indicazioni specifiche. Non solo, ma non erano neanche delle indicazioni verosimili almeno per quanto riguarda l’ipotesi di traffici che da altre regioni abbiano potuto portare qui rifiuti particolarmente pericolosi. Però questo per dire come molte volte si sia innestata una sorta di psicosi. Da una parte è ragionevole che le persone chiedano delle risposte sull’incremento di alcuni tipi di malattie e quindi leggano in maniera anche un po’ allarmata qualunque messaggio. Noi abbiamo la percezione che, ammesso che vi siano stati in alcune aree particolari, dei sotterramenti di rifiuti, saranno stati quelli provenienti dalle attività artigianali di quelle zone. Quindi per carità non delle cose lecite, ma tutt’altro. Però questo avviene su aree dove noi un controllo l’abbiamo sempre esercitato e quindi non immaginiamo che si tratti di enormi discariche abusive. Non viviamo in una terra dove se aprono una discarica a cielo aperto di molti ettari nessuno dice niente per paura. Siamo grazie al cielo in una situazione civile diversa dove per il problema dei rifiuti ci può essere una

situazione un po’ di degrado superficiale, ma molto meno un pericolo diffuso grave di inquinamento. Però proprio per dare una risposta approfondita corretta, abbiamo messo in campo un coordinamento tra le varie forze di polizia e a breve utilizzeremo anche dei mezzi aerei che hanno una capacità di lettura del territo-

rio non solo con delle banali fotografie, ma anche proprio con un sistema di analisi di ciò che c’è nella fascia superficiale del suolo. Poi incroceremo questi risultati con i dati che, conoscendo la zona ed eliminando quindi possibili falsi allarmi, ci dicano se ci sono aree sulle quali effettivamente ci siano da approfondire le indagini. Queste situazioni puntuali di occultamento di rifiuti provenienti da attività artigianali vanno indagate perché, se possono creare anche potenzialmente dei pericoli, vanno adottate delle iniziative e, se il caso, anche la bonifica delle aree per evitare che il progredire dell’inquinamento raggiunga la falda. Ma possiamo parlare di fenomeno ecomafia qui in Salento? Torniamo a ribadire che non abbiamo elementi che riscontrino un rapporto con organizzazioni mafiose che siano esterne al nostro territorio, mentre quelle del nostro territorio sono già fortemente contrastate e ridimensionate. In genere quando si parla di ecomafia si parla di

cicli, come il ciclo del cemento, che sono propri di altre realtà e di altre regioni. In alcune regioni si scava abusivamente una cava, il materiale ricavato dalla cava lo si usa per edilizia abusiva, la cava viene colmata da rifiuti e così viene tombata. Il collegamento diretto di associazioni mafiose che investano e speculino speci-

ficatamente sui rifiuti se da una parte come problema certamente esiste, è un problema per il quale noi qui riscontri precisi non ne abbiamo. Bisogna comunque sempre essere vigili sulle ipotesi che ci possano essere infiltrazioni della criminalità o della criminalità organizzata nella gestione ad esempio di appalti e servizi. Al momento però non solo non abbiamo elementi che ce lo fanno pensare, ma anzi abbiamo una serie di dati che ci tranquillizzano quantomeno sulle ipotesi di traffico che tradizionalmente si collegano al termine ecomafia. Inoltre è molto importante censire e recuperare rapidamente tutte le situazioni di degrado perché un territorio che appare solo oggetto di continui abbandoni di rifiuti di vario genere diventa un territorio che manda il messaggio di non essere controllato da nessuno. E qui penso ad alcune cave dove la situazione di grave abbandono può sollecitare l’idea che anche lì si può smaltire qualche cosa che va oltre il rifiuto domestico. I controlli che gradatamente stiamo cercando di fare sono anche su queste realtà. Però in passato abbiamo avuto casi di discariche abusive di rifiuti pericolosi. L’unico importante caso di traffico di rifiuti pericolosi è stato molti anni fa quello relativo allo scarico e al tentativo di chiudere in discarica i fusti contenenti PCB che sono sostanze particolarmente pericolose (inquinanti dalla tossicità paragonabile alla diossina) . Questo era un fenomeno che interessava una fascia di località nella zona di Ugento, Acquarica e Presicce. Però oltre ad essere stati conclusi a suo tempo i processi con l’accertamento delle responsabilità, la Regione ha finanziato e sono state eseguite le bonifiche totali di quelle zone. A


distanza di tempo, quando è venuto fuori un allarme che poi è risultato ingiustificato di chi diceva che nonostante le bonifiche vi era ancora del materiale sotterrato, quelle discariche sono state nuovamente scavate quasi completamente senza ritrovare assolutamente nulla di quello che ancora si diceva poteva essere rimasto anzi con la prova che la discarica era stata bonificata perfettamente. Sono convinto che alcune delle foto di bidoni rotti che abbiamo visto sulla stampa in questo periodo erano probabilmente bidoni che risalivano al tempo delle prime indagini che erano stati rimossi in aree che erano state completamente bonificate. Quindi il problema dei rifiuti nel Salento sembra più legato all’incuria. Un discorso che io sottolineo è proprio quello che almeno l’abbandono dei rifiuti può essere evitato. Bisogna dire che oggi finalmente stiamo raggiungendo la percezione che questo non è un fenomeno banale ed è stato appena introdotto un delitto molto grave, nato per reprimere il fenomeno della “terra dei fuochi”, punito fino a 6 anni e in alcuni casi con pene maggiori, per chi dà fuoco ai rifiuti abbandonati. Questo perché a volte non ci si rende conto che bruciare della plastica e della carta a basse temperature è una procedura che può produrre delle diossine. Adesso io non voglio dire che anche a proposito di questi inquinanti così pericolosi non si debba fare innanzi tutto un controllo su tutte le industrie che potenzialmente potrebbero produrli, anzi è esattamente quello che noi come procura stiamo facendo, però accanto al controllo che l’autorità giudiziaria deve fare rispetto ai singoli impianti alle singole situazioni ci deve essere un controllo diffuso del territorio. L’allarmismo esagerato se non è costruttivo non aiuta, però non è da sottovalutare la richiesta che ci viene dai cittadini di assicurare per parte nostra che non ci siano rischi per l’aria per l’acqua e per la salute da uno scorretto esercizio di attività imprenditoriali e industriali. Proprio in merito all’abbandono dei rifiuti, sembra che spesso in discarica vengano conferiti rifiuti con un certo contenuto di radioattività, da dove provengono?

Questi rifiuti che hanno una bassa percentuale di radioattività derivano dai trattamenti sanitari che vengono fatti a base di isotopi radioattivi, come le scintigrafie oppure delle somministrazioni di farmaci con un basso contenuto di radioattività e di recente abbiamo concluso un indagine in merito. Sono stati attivati una serie di portali d’ingresso nelle discariche sensibili alle radiazioni. Frequentemente ci sono state delle segnalazioni di questi rifiuti a bassa radioattività che derivavano appunto dai rifiuti domestici nei quali veniva smaltito qualche oggetto connesso all’utilizzo della terapia che viene fatta in ospedale, ma che poi viene proseguita in casa. La soluzione è stata proprio quella di sollecitare le ASL e i laboratori privati a fornire indicazioni precise su cosa fare di eventuali rifiuti che potessero essere contaminati. Ma anche qui stiamo parlando di situazioni di radioattività di basso livello e che decadono nel giro di 2-3 giorni. Tanto che quando i camion che contenevano materiale di questo genere o i contenitori venivano messi in quarantena dopo 2-3 gg venivano ricontrollati e risultavano privi di radiazioni. Parlando di rifiuti radioattivi, abbiamo avuto notizia anche della probabile presenza di Uranio Impoverito nella zona militare di Torre Veneri a San Cataldo. Ci può dare notizie in merito alle indagini che si sono concluse? Qui possiamo dare una notizia fortemente tranquillizzante, poiché sono stati effettuati accertamenti ed analisi di alto livello per verificare le ipotesi che potessero mai essere stati usati o proiettili con uranio impoverito o materiali simili e le nostre indagini hanno escluso assolutamente sia l’utilizzo di questo genere di materiali sia la presenza nella zona militare di Torre Veneri di qualunque livello di radioattività diverso da quello delle altre zone litorali del Salento. Quel poco di tracce di radioattività che ci sono, sono risalenti alle ricadute di Cernobyl. Per quanto invece riguarda l’abbandono di bossoli dei proiettili delle esercitazioni in mare è in atto un impegno anche da parte del ministero della difesa al recupero di quelle aree. Ilaria Parata ilaria@alambicco.com

Periodico di politica cultura società Anno XIII n. 61 - Febbraio 2014 IscrItto al n. 792/2002 del reg. stampa del trIbunale dI lecce

Direttore responsabile: giancarlo greco. Hanno collaborato: antonella perrone, aristodemo de blasi, cristian nobile, emanuele Faggiano, enrico tortelli, gianni nobile, giuliana scardino, giuseppe nobile, Ilaria parata, lucia luperto, luigi patarnello, luigi pascali, paolo de blasi, paolo Verardo, pierluigi tondo, pierpaolo lala. Redazione: via umberto I, 65 - san cesario di lecce e-mail: redazione@alambicco.com internet: www.alambicco.com facebook: www.facebook.com/redazione.alambicco twitter: @lalambicco Distibuito gratuitamente a San Cesario, Cavallino, Lequile, San Donato stampato presso: dea - galugnano (le) Chiuso in tipografia il 24 febbraio 2014 alle ore 23

La stanza di Ezechiele Inaugura il 28 febbraio la mostra di opere dell’artista sancesariano messe a disposizione dai compaesani

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eandro ha avuto la sfortuna di operare in un luogo geograficamente dimenticato da ogni volontà politica e lasciato al di fuori per secoli, lontano dagli scambi culturali e restìo, sempre per incapacità e presunzione politica a raccogliere e recepire qualsiasi forma di cultura artistica e non, che non fosse quella ufficiale: ecco perché è stato quasi da tutti schernito, denigrato e ignorato». Sono parole dello scultore salentino Nino Rollo, trascritte nel febbraio 1981 sul registro delle visite di Ezechiele Leandro, una mostra allestita nel Palazzo Ducale di San Cesario di Lecce, che per la morte di Leandro, avvenuta a pochi giorni dall’inaugurazione, si è trasformata in un momento di riflessione retrospettiva sul suo percorso. È una frase che ho riportato nell’introduzione di un mio contributo sull’artista pubblicato un paio d’anni fa sulla rivista dell’Osservatorio di Outsider Art dell’Università di Palermo e che oggi mi pare il caso di riproporre. Oggi Leandro (finalmente!) è un artista considerato dalle istituzioni e dal sistema dell’arte tout court, anche se naturalmente la strada da compiere è ancora lunga, in particolar modo sul fronte della tutela e catalogazione della sua Opera. Il progetto La stanza di Ezechiele, la mostra “sentimentale” che sono stato invitato a curare, con la collaborazione di Luigi Negro, al Palazzo Ducale di San Cesario, intende sottolineare proprio una rinnovata attenzione da parte delle giovani generazioni rispetto all’intricato e sorprendente percorso outsider di Leandro. Quando sono nato, Leandro era scomparso già da cinque anni. Ricordo ancora la prima volta che ho messo piede nel Santuario della pazienza, circa

undici anni fa. Le condizioni conservative dei gruppi statuari erano ovviamente abbastanza gravi, ma non si parlava ancora di emergenza, com’è stato negli ultimi anni. Nei mesi scorsi, grazie all’autentica passione del Sindaco Andrea Romano, di Daniela Litti, Assessore alla cultura, e dell'onorevole Salvatore Capone, spronati anche da collettivo “Lu Cafausu”, di cui Negro è tra i promotori, si è tornati a parlare con una certa consapevolezza del “caso Leandro”, da cui poi è emerso un concreto intervento da parte della Soprintendenza, che dovrebbe garantire in via eccezionale il vincolo all’intero parco sculture. La mostra - che gode di prestigiose collaborazioni, tra cui vanno annoverata quella dell’Osservatorio di Outsider Art dell’Università di Palermo e quella dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, che possiede un’importante scultura dell’artista nel suo chiostro - sarà uno spazio vivo, un ambiente vissuto da una miriade di disegni, dipinti, sculture, fotografie, video e altra documentazione. Lo scopo mio e di Negro è infatti quello di far rivivere Leandro, di non confezionare una mostra rigida e fredda, da fan della filologia estrema, ma garantire un avvicinamento reale tra il pubblico e le opere e quindi l’artista. Perciò abbiamo prediletto opere e materiali provenienti dalle case dei cittadini di San Cesario, per auspicare altresì una sorta di riconciliazione, di dialogo, tra Leandro e i suoi compaesani. L’arte è anzitutto relazione, confronto, comunicazione. E questo è lo spirito con cui abbiamo concepito la Stanza. Che è la stanza di Leandro e la nostra stanza. Lorenzo Madaro

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Biomasse o masse critiche? Si è costituito lo scorso 23 febbraio il Comitato intercomunale contro la nascente Centrale a biomasse di Lequile: cittadini, associazioni, movimenti, forze politiche uniti per il diritto alla salute

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omenica 23 febbraio, nella sede de “l’alambicco” si è tenuta una assemblea pubblica, finalizzata alla costituzione di un “comitato intercomunale” tra tutti coloro che si oppongono alla costruzione di una centrale a biomasse sul territorio del Comune di Lequile. La notizia era trapelata nei giorni precedenti e, da un accertamento effettuato presso gli uffici comunali, si è appurato che, a maggio del 2013, il Consorzio C.O.SAL. - una cooperativa agricola che gestisce vari oleifici in provincia di Lecce - aveva presentato il progetto per la costruzione di un impianto di cogenerazione a biomasse, in località “Curmuni” (SP 362 LecceGalatina), ossia al confine tra i Comuni di Lequile, San Cesario, San Donato e Galatina. Da subito, la notizia ha destato interesse e preoccupazione, tanto che, dopo una prima verifica, si è pensato di chiamare a raccolta i cittadini, i partiti e le associazioni che operano sul territorio, per dare vita ad un comitato intercomunale di opposizione alla costruzione dell’impianto. Nell’assemblea sono stati chiariti i termini della questione, così come emersi dalle informazioni raccolte fino ad ora e che dovranno essere confermate una volta che il Comune di Lequile avrà messo a disposizione la documentazione completa, come richiesto il 3 febbraio scorso, al momento di andare in stampa, non ha avuto ancora riscontro. E i dati a nostra disposizione hanno confermato le preoccupazioni iniziali: l’impianto in questione è potenzialmente pericoloso per la salute, impattante sul territorio a livello ambientale e sostanzialmente inutile in termini di ricadute positive di tipo economico, poiché non porterà alcun beneficio sulle bollette elettriche delle popolazioni interessate, né su quelle del Comune “ospitante”. Da queste considerazioni nasce non solo la sostanziale contrarietà del costituendo comitato alla costruzione dell’impianto ma soprattutto la ponderata e ragionata opposizione, prima ancora che all’opera in sé, ad un modello di sviluppo energetico sbagliato, quando non totalmente assente, con cui la P.A. abdica totalmente in favore dei privati. Che negli ultimi anni il Salento abbia dato un contributo determinante all’incremento della produzione di energia rinnovabile è un dato di fatto. Tuttavia la politica con la quale questo sviluppo è avvenuto non ha tenuto conto delle peculiarità del territorio, tanto meno delle potenziali ricadute che si sarebbero potute avere, sotto molteplici aspetti, se tale materia fosse stata trattata con altri criteri, che tenessero conto dell’interesse pubblico connesso alla produzione ed all’utilizzo di energie rinnovabili, anziché lasciare “carta bianca” ai privati, che traggono profitto dallo sfruttamento delle risorse comuni senza preoccuparsi delle eventuali ricadute sulla salute. Dalle informazioni in nostro possesso, sappiamo che quello di Lequile sarà un impianto cogenerazione, che utilizzerà come combustibile sansa essiccata e residui di

Un momento dell’assemblea di domenica 23 febbraio

Il sito dove dovrebbe essere ubicata la Centrale

potature, con potenza elettrica pari a 999 kW elettrici e 3000 kW termici. Per raggiungere tali potenze l’impianto dovrà processare circa 17mila tonnellate di sansa secca e qualche migliaio di ramaglie all’anno. Ciò rappresenterà inevitabilmente un ulteriore fattore di pressione per l’ambiente. Semmai fosse possibile immaginare che un simile impianto possa essere accettato dalle popolazioni, occorrerebbe quanto meno che vi fossero delle ricadute positive per i cittadini. Ma sicuramente non è questo il caso che ci occupa, poiché, come si è detto, nessun beneficio può venire ai cittadini dei comuni interessati dalla centrale a biomasse proposta dalla C.O.SAL., che viceversa avrà solo e soltanto ricadute economiche positive per la società, che immetterà nella rete l’energia elettrica ottenuta con la combustione della sansa, ottenendone in cambio dei guadagni che non sarà tenuta in alcun modo socializzare. Anche se ci fossero le condizioni per definire il combustibile dell’impianto proveniente da un sistema di approvvigionamento a filiera corta (cosa per nulla scontata), l’ubicazione dello stesso appare abbastanza decentrata rispetto ai principali fornitori. Infatti, da quanto abbiamo potuto appurare, risulta che circa il 72% della biomassa da bruciare nell’impianto arriverà da frantoi distanti più di 50 km dal sito! Non solo: queste quantità potrebbero non essere sufficienti e richiedere un approviggionamento superiore da altre zone d’Italia. Ciò comporterà un ulteriore danno al territorio a causa delle emissioni dei mezzi di trasporto che dovranno fare la spola, giornalmente, dai frantoi alla centrale. Vista l’inutilità dell’opera da un punto di vista sociale, la mancanza di efficaci ricadute economiche sulla collettività e la penuria di strategie volte ad uno sviluppo energetico sul territorio, che tenga conto delle necessità dei cittadini, appare totalmente priva di logica una scelta che costringa, le popolazioni dei nostri comuni ad ospitare l’ennesimo impianto.. Questo tipo di opere non possono essere soggette alle sole trafile burocratiche, non è sufficiente che esse rispettino la legislazione vigente e accanto all’iter burocratico-amministrativo occorre prevedere anche una fase di dialogo e confronto con i cittadini. Come già detto prima, la gestione dei beni comuni non può diventare esclusivo appannaggio dei privati: è la politica, attraverso gli enti pubblici territoriali, che

deve assumersi la responsabilità di gestire e coordinare i piani di intervento energetici, cercando di dare il via ad una pianificazione che eviti il ripetersi degli errori fatti con il fotovoltaico. Ed una delle conclusioni a cui giungere può essere anche la volontà di non creare nuove centrali elettriche. L’Italia ha il dovere di ridurre il consumo energetico, prima ancora che di diversificare le fonti, rinunciando al modello economico liberista che si regge su risorse che non abbiamo: questa non è sostenibiltà. Il Salento vive sotto la morsa dei fumi provenienti dalla più grande centrale termoelettrica di Europa, la Federico II di Cerano, e del più grosso polo siderurgico, l’ILVA di Taranto. Ha già dato il suo contributo, pagando conti salati in termini di sfruttamento del territorio e di vittime. Le coste e l’entroterra sono sempre più prese di mira dall’edilizia speculativa e da progetti per la realizzazione di cosiddetti gasdotti strategici, che nulla hanno a che fare con la vocazione del territorio e con le politiche energetiche funzionali agli interessi della collettività. Viviamo in un contesto pericolosissimo per la salute, circondati da discariche abusive, con tonnellate di amianto da smaltire e siti da bonificare e dove una gestione efficiente dei rifiuti stenta a decollare. Tutto questo contrasta fortemente con l’immagine che si vorrebbe dare del Salento: una terra affascinante, baciata dal sole e accarezzata dal vento e che nasconde, senza risolverle, ferite aperte e difficili da cicatrizzare, se si persevera con gli attuali modelli. Occorre prendere atto che non possiamo più permetterci di vivere di rendita nascondendoci dietro una vetrina scintillante, fatta di Notti delle Taranta e immagini di cartolina, dietro a cui si nasconde una realtà drammatica. Per superare il gap tra ciò che appare e ciò che è, occorre avviare un percorso di programmazione partecipata, così come c’è bisogno di presidiare democraticamente gli spazi in cui viviamo. Lo dobbiamo a chi merita un futuro degno di essere vissuto, ancor prima che alla nostra coscienza. Il Comitato intercomunale ha in programma una serie di attività e iniziative che verranno pubblicizzate sul web e a tutta la cittadinanza. Ne deremo notizia anche sul sito de “l’alambicco” (www.alambicco.com). Comitato intercomunale contro la centrale a biomasse di Lequile


Il giardino del comitato Se negli ultimi mesi abbiamo notato con piacere la pulizia e la bellezza dell’aiuola di via Don Oronzo Margiotta, dobbiamo ringraziare un gruppo di concittadini che ha messo in pratica, con le proprie mani, il concetto di bene comune

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e nell’ultimo anno siete passati da via Don Oronzo Margiotta (ex via Roma) sicuramente avrete notato che un bel giardino curato e rigoglioso faceva bella mostra di sé nelle aiuole a ridosso del Palazzo Ducale. Dapprima mi aveva colpito la cura e la pulizia delle aiuole (non riscontrabile in nessuna altra aiuola pubblica); negli ultimi mesi mi ha sorpreso la varietà di sempre nuove piante presenti. Ma la vera sorpresa l’ho avuta quando ho scoperto che tutta quella bellezza era frutto del lavoro, gratuito e disinte-

ta e merita di essere raccontata. Un sabato pomeriggio dopo pranzo li ho incontrati. E, anche se la giornata era una di quelle che solo il salento ti regala a Febbraio (fatte apposta per una capatina al mare per un caffè), loro erano lì a lavorare alla “nostra” aiuola. Ho dovuto faticare non poco per vincere la loro ritrosìa, tipica di chi lavora per il piacere di fare e non di mostrarsi. “Tutto è nato quasi un anno fa” ci dice Giuseppe Zuccaro, il promotore di questa iniziativa. “Stavo prendendo un caffè con Giovanni Lezzi, e, per gioco,

Il “Giardino” visto da via Angelo Russo

ressato, di un gruppo di cittadini sancesariani. Capirete bene che, in questo tempo dominato dalla rabbia e dall’egoismo, trovare persone che dedicano il loro tempo e la loro fatica per curare un bene di tutti non è una cosa tanto sconta-

abbiamo piantato una pianta grassa nell’aiuola. E da allora non ci siamo più fermati. Già nel 2002, insieme al compianto Gianni De Giorgi, avevamo avuto l’idea di curare un’aiuola del cimitero, e ne avevamo parlato anche col Sindaco

Alcuni dei componenti del “Comitato”. Da sinistra: Stefano Greco, Antonio Colla, Andrea Greco, Simone Morelli, Cosimo Conte, Giuseppe Zuccaro

che ci aveva dato il suo assenso. Poi la tragica fine di Gianni ha bloccato quel progetto, e solo dopo dieci anni abbiamo iniziato questa nuova avventura”. Ad affiancare Giuseppe Zuccaro in questo sabato pomeriggio primaverile ci sono, armati di zappe e rastrelli, i suoi compagni di avventura: Cosimo Conte, Simone Morelli, Andrea Greco, Antonio Colla e Stefano Greco. Ma a far parte del “Comitato” sono molti di più. “Dopo quella prima piantina, ho iniziato a coinvolgere un po’ di gente” ci dice ancora Giuseppe. “La parlantina non mi manca, e ho iniziato a chiedere alle persone che passavano nelle vicinanze di portarci una pianta e regalarla al giardino. Così abbiamo iniziato ad avere diverse nuove piante, e ci serviva ripulire uno spazio sempre più grande. Alla fine abbiamo deciso di potare per bene gli alberi esistenti e di curare l’intera aiuola. Lo scorso Natale abbiamo fatto anche un piccolo presepe, benedetto dal Parroco Don Gino con una cerimonia”. In molti a San Cesario hanno seguito lo sviluppo e la crescita del giardino di “Giuseppe e del Comitato” attraverso le foto pubblicare in questi mesi da Fabrizio Patarnello (un altro componente storico del gruppo) sul proprio facebook: una fotostoria apprezzata da tanti concittadini.

Il bello di questo Comitato è che non ha aspettato che a muoversi siano prima gli altri, prima le istituzioni. Hanno agito per primi, e hanno raccolto via via le adesioni di altre “braccia”: Francesco Liaci, Egidio Scardino, Paolo Carlà, Maurizio De Iaco e Antonio Rizzo. Oltre a prestare il loro lavoro gratuitamente, in questi mesi hanno raccolto dei contributi volontari tra gli amici, per sostenere le piccole spese necessarie al mantenimento e miglioramento del giardino. Dalle foto in questa pagina si vede quanto sia rigoglioso e bello da vedere oggi il “Giardino”. Una nota stonata (di cui il Comitato non ha responsabilità, ma che l’Amministrazione potrebbe correggere) è rappresentata dalla muraglia di cassonetti all’angolo tra via Russo e Via Don Oronzo Margiotta. Parlando con Giuseppe, Cosimo, Andrea, Fabrizio, si percepisce chiaramente l’orgoglio che questi nostri concittadini provano per la loro iniziativa. E la speranza è che la passione genuina del “Comitato” sia altamente contagiosa: sarebbe bello infatti che si formassero dei gruppi spontanei che adottassero le aiuole, magari quella del proprio vicinato, e che rendessero più piacevole e bello il nostro San Cesario. Gianni Nobile gianni@alambicco.com

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Le avventure di Nonna Papera

Tra il dire e il fare Che dire di Enrico Letta? Il Primo Ministro Zen scivolato in casa sull’arte della manutenzione del Governo? Ma soprattutto scivolato sulla neve di Sochi, proprio lui, nipote di cotanto zio, che dopo aver scelto di essere l’unico capo di governo occidentale a rendere omaggio a Putin per l’inaugurazione delle più costose olimpiadi invernali mai svoltesi (oltre 50 miliardi di dollari, secondo le stime più prudenti, ma si sa che i regimi autoritari, dalla Russia all’Azerbaigian, soprattutto se esportatori di idrocarburi, non soffrono di spending review e possono permettersi questo ed altro….), si è poi ritrovato, pochi giorni dopo, medaglia d’oro nella discesa libera… da Palazzo Chigi!!! (Sembra proprio che i rapporti amichevoli coi dittatori, da Putin a Mubarak passando per Gheddafi, non portino fortuna ai nostri governanti) E che dire di Matteo Schwarzenegger Renzi, l’uomo che non deve chiedere mai, l’enfant prodige cui

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tutto è dovuto (“ad un bambino cosa vuoi negare”, cantava tanti anni fa Ornella Vanoni)? Lui da giovane (sembra impossibile ma mi hanno assicurata che è stato persino più giovane di adesso!!!) ha trovato anche il tempo di fare il boy scout. E nel Vangelo aveva trovato scritto “Sia il vostro sì, sì; il vostro no, no.” Ma son cose passate. Lui è oltre, come Superman, più veloce della luce! Ed allora non è passato un mese tra il 17 gennaio quando ha lanciato personalmente l’hashtag #EnricoStaiSereno, spiegando all’amico che non doveva preoccuparsi, perché non era sua intenzione prendere (anzi fregarsi, nel suo lessico giovanilistico) il suo posto, ed il 14 febbraio quando con un discorsetto di venti minuti alla direzione nazionale del PD ha fatto proprio quello che aveva detto non avrebbe mai fatto!!! Ma al solito siamo noi grulli a non aver capito: #EnricoStaiSereno significava semplicemente: sei stanco, ti vedo affaticato, adesso ci penso io a prendermi in carico i tuoi problemi ed il tuo ruolo e tu puoi serenamente accomodarti nello spogliatoio… Aveva anche detto, due mesi fa “mai al governo senza elezioni”, ma poi purtroppo. Ed aveva detto pure, appena un mese fa: “Enrico Letta non si fida di me, ma sbaglia. Avanti per tutto il 2014 - Io le cose le dico in faccia”. Appunto. Non possiamo meravigliarci se ora impazza l’hashtag #CoeRenzie… E poi che dire di Emma Bonino, per una vita paladina dei diritti umani, tanto brava a parlare contro i regimi autoritari quanto abile a fare affari con essi, fino a volare nel dicembre scorso a Baku per stringere vigorosamente la mano del presidente azero Ilham Aliyev (figlio dell’ex presidente Heidar Aliyev), padrone del vapore, pardon del gas!

Ed ancora che dire di Nichi Vendola? L’uomo che ha fondato un partito con l’ecologia e la libertà nel nome, ma che di fronte ad una multinazionale svizzera che vuole devastare il Salento con un mega-gasdotto, trasformandolo da meta turistica più ambita e desiderata in Italia ed all’estero in hub europeo dell’energia fossile (diffidate sempre di chi vi dice le cose in inglese, spesso serve a nascondere una fregatura!), un po’ come Taranto è hub dell’acciaio, non si sente libero, nonostante il parere del comitato VIA regionale, di impugnare davanti alla Corte Costituzionale, come prevede l’articolo 127 della Costituzione, la legge di ratifica del trattato italo-greco-albanese che, violando manifestamente la competenza regionale sugli insediamenti produttivi, fissa “nelle vicinanze di Lecce” il terminale di arrivo del mega-gasdotto TAP. Cioè un grande insediamento produttivo che con le vocazioni e le scelte di questo territorio: turismo, ambiente, agricoltura e capitale della cultura… non c’entra un tubo!!! Ancora una volta tra il dire e il fare ci va purtroppo di mezzo il mare. Il nostro meraviglioso mare del Salento, quello che “Non si può scavare il fondo / del più bel mare del mondo” (ve lo ricordate? O era solo pro forma?) e che, dovremmo sempre ricordarlo, non abbiamo avuto in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli!

I dubbi sul Tito Schipa Center Da convento a caserma, da parcheggio a centro direzionale e commerciale: il nuovo progetto di sviluppo del sito che i leccesi chiamano “Mercato dei Fiori” è davvero sostenibile per la città?

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a storia del sito attualmente nominato piazza Tito Schipa, ribattezzato dai leccesi come il “mercato dei fiori”, è antica ed affascinante. In quel luogo, appena fuori le antiche mura urbiche e a due passi dal bastione sud-est del Castello di Carlo V sorgeva il convento di Santa Maria del Tempio, una delle principali dimore francescane del Salento. Costruito nel 1432 per volontà del barone di Corigliano d’Otranto Nuzzo Drimi, fu tenuto dai francescani per ben quattro secoli fino a quando, al tempo del governo napoleonico, ai primi dell’Ottocento, venne adibito ad ospedale per i malati di tifo. Il convento aveva una pregevole chiesa, le cui fondamenta sono ancora oggi leggibili. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1872 l’area venne utilizzata per la costruzione di una caserma dapprima denominata “Tempio” recuperando il vecchio toponimo, poi

intitolata ad Oronzo Massa. Nel 1971 la caserma viene abbattuta e comincia la lunga storia dei progetti di riuso dell’area che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto ospitare il mercato coperto sfrattato dalle mura del castello. E siamo quasi all’oggi. Sin dal 1985 le amministrazioni avviano le lunghe procedure per il riuso dell’area, ma solo nel 2007 viene individuato un progetto.

Vediamo il progetto che, dopo infiniti ripensamenti, contenziosi, lungaggini, si vorrebbe realizzare: grazie alla ricollocazione di una parte dell’antica tettoia liberty, nascerebbe un centro commerciale e direzionale con 51 negozi e 95 uffici, un’ampia piazza pedonale e un parcheggio interrato di tre piani con ben 500 posti auto; nella parte posteriore (via N. Sauro), un piccolo mercato coperto comunale (anch’esso interrato) con relativi magazzini. Ebbene, il progetto si presenta insostenibile per una serie di ragioni: in primis, esso sconvolgerebbe l’area archeologica, sventrandola per la costruzione del parcheggio interrato; poi diverrebbe

un enorme attrattore di traffico, impedendo per sempre qualsiasi idea di pedonalizzazione del centro cittadino. Inoltre non si comprende a quale domanda di maggiori spazi commerciali esso risponda, visto che nella centralissima Piazza Mazzini ci sono centinaia di locali commerciali sfitti o in vendita. Il centro commerciale contribuirebbe infatti alla desertificazione commerciale della zona. Poi vi è la questione del verde pubblico. In una città che è all’ultimo posto in Italia (sì, avete letto bene: ultimo!) per il verde pubblico fruibile (0,58 mq/ab, Rapporto Ecosistema Urbano Legambiente 2013), quello del cosiddetto Tito Schipa Center appare l’ennesima colata di cemento sulle speranze di una città più verde, sostenibile e rispettosa della sua storia. Alessandro Presicce


Acqua azzurra, acqua chiara Piccola rassegna di falsi miti e danni dell’acqua minerale imbottigliata

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l’alimento più diffuso, costantemente sotto gli occhi di tutti, essenziale alla nostra vita, ci viene direttamente portato in casa, eppure anche l'acqua deve sottostare alle dure leggi del mercato e delle false credenze. La madre di queste ultime è certamente che “l'acqua minerale è migliore di quella del rubinetto”. Sicuramente è migliore per chi la produce, visto che in media costa 330% in più di quella “del sindaco”. Ognuno è libero di utilizzare l'acqua che più gradisce ma deve esser consapevole che la differenza è solo di gusto (il retrogusto di cloro che talvolta sentiamo nei rubinetti serve solo per evitare proliferazione batterica), nulla a che vedere con qualità o purezza. La differenza di prezzo serve solo a pagare le bottiglie che la contengono, il trasporto e soprattutto il mondo pubblicitario che vi è dietro. Fatto sta che, dati alla mano, non ci son differenze tra l'acqua che scorre dai nostri rubinetti (a meno di impianti vecchi) e quella che acquistiamo al supermercato. La stretta indicazione a consumare particolari acque minerali, dovrebbe esserci solo in caso di particolari problemi di salute per i quali sarebbe il caso di seguire i consigli del proprio medico e non quelli della pubblicità. Ma passiamo in rassegna qualche altra credenza: “mai bere acqua durante i pasti”. Sapete a cosa andreste incontro facendolo? A nulla. Bevendo quantitativi “da esseri umani”, circa 6-700ml, ammorbidirete il cibo e lo digerirete prima, ma anche doveste eccedere, rallentereste solo lievemente la digestione per diluizione dei succhi gastrici. “Il calcio contenuto nell'acqua favorisce la formazione di calcoli”. Le persone che presentano una certa predisposizione alla formazione di calcoli dovrebbero

bere in abbondanza, senza paura del calcio contenuto. È stato dimostrato che anche le acque ricche di calcio possono costituire al riguardo un fattore protettivo. “L'acqua fa ingrassare”. Allora anche l'aria, respirate meno. L'acqua ha zero calorie e se aumentate di peso per averne bevuta in eccesso, è solo un aumento fittizio che così come compare scompare rapidissimamente. “Bere molta acqua favorisce la ritenzione idrica”. Spiacente, se volete ridurre la ritenzione dovete stringere sul sale non sull'acqua. “Se volete mantenere la linea o combattere la cellulite bevete acque oligominerali (con pochi minerali) rispetto a quelle più mineralizzate”. Sono proprio i sali contenuti nell’acqua a favorire l’eliminazione di quelli contenuti in eccesso nell’organismo. Ancor più sbagliato costringere i bambini ad usare in modo esclusivo acque oligominerali, ma bisognerebbe alternarle con quelle più ricche di minerali importantissimi per un organismo in crescita. False credenze a parte, l'unica vera certezza è che l'acqua è vita, noi siamo fatti di acqua (circa il 75% del peso corporeo di un neonato e il 60% di un adulto è dato dall'acqua) e ne abbiamo assoluto bisogno. In condizioni normali perdiamo ogni giorno, tra sudorazione, respirazione ed escrezione, dai 2 ai 3 litri d'acqua che dobbiamo reintegrare sia bevendola che attraverso il cibo (specie frutta e verdure). Non aspettate di aver sete per bere, perché la sete è già un campanello di allarme del nostro organismo. Con una disidratazione del 10% vi è concreto rischio

di insorgenza del colpo di calore, e comincia a essere messa in pericolo la stessa sopravvivenza. Particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili: bambini e anziani. I primi si disidratano con estrema facilità, specie durante stati febbrili o con diarrea e vomito. I secondi, per naturale invecchiamento del sistema d'allarme, sono meno sensibili al senso di “sete” per cui dovrebbero abituarsi a bere a prescindere da quest'ultimo. Ma ora che aspettate? Forza, tutti a bere un bel bicchiere d'acqua. Aristodemo De Blasi aristodemo@alambicco.com

Al via Scatto Differenziato Cambia veste, regolamento e giuria il concorso fotografico de “l’alambicco” che dal prossimo numero sarà organizzato da “Tempo di scatto”

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ormai tradizionale concorso fotografico de “l’alambicco” cambia. E lo fa grazie alla collaborazione dell’Associazione fotografica “Tempo di scatto” che dal prossimo numero, oltre a condividere la stessa sede sociale, condividerà anche questa bella iniziativa. Come di consueto, accanto ai ragazzi di “Tempo di scatto”, ci sarà la partnership dello Studio Laudisa di San Cesario - il quale rimarrà parte fondamentale anche della giuria che selezionerà di volta in volta il vincitore. Il regolamento è già disponibile sul nostro sito web e sulla pagine delle due associazioni. Oltre a questo

aspetto più tecnico, la novità è anche e soprattutto legata al tema: l’ambiente. Ne parliamo spesso in queste pagine: l’attenzione al mondo che ci circonda, alla sua e alla nostra salute è diventato un argomento fondamentale oltre che avere anche degli importanti risvolti economici. Così, a fare da filo rosso del concorso per tutto il 2014 saranno le varie declinazioni che la raccolta differenziata possono avere nella vita di tutti i giorni, a scuola, al lavoro, a casa. Da qui anche il nome del concorso: SCATTo DIffereNzIATo Per il numero di maggio protagonista sarà la plastica: amica utilissima e assieme anche pericolo mortale per la salute di tutto il nostro pianeta. Lo scopo è anche quello di sensibilizzare la cittadinanza sul tema dei rifiuti. L’iniziativa, infatti, invita a raccontare, attraverso le immagini, il degrado e l’impatto sull’ambiente causati dalla pratica dell’abbandono nell’ambiente di rifiuti e qualsiasi altro tipo di scarto, contravvenendo alle norme di legge, nonché alle regole del buon senso e del rispetto per gli altri e per l’ambiente. Le foto dovranno riguardare il territorio dei comuni

di San Cesario, Cavallino, San Donato, Lequile, San Pietro in Lama e Lizzanello. Ovviamente, la partecipazione al concorso è gratuita e aperta a tutti. Ogni partecipante potrà inviare per ogni numero un massimo di tre fotografie (formato jpg 300dpi, cm base 20) unitamente ai propri dati anagrafici e all’indicazione del luogo e della data dello scatto a redazione@alambicco.com La foto vincitrice sarà pubblicata sul numero successivo del nostro giornale mentre tutte le foto pervenute saranno proiettate nel corso della mostra fotografica sul tema “rifiutiamoli. Differenziamoci!” che sarà organizzata al termine del concorso. Quindi, largo alla fantasia! La redazione

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Cuiunara & dintorni “l’alambicco” è lieto di presentare un nuovo progetto letterario: una raccolta di ricette per conservare tutti i segreti culinari del nostro paese e avere nelle nostre librerie un pezzo della nostra cultura.

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lle due di una qualsiasi domenica una passeggiata tra le vie del paese è l’attività più rigenerante per lo spirito che un sancesariano possa fare. Decine di profumi e odori che ci riportano in qualche luogo familiare accanto alle persone che amiamo: la suppina dove la nonna friggeva, lu sottuscala dove lo zio grigliava chili di carne, lu cucininu dove la mamma riscaldava la pasta fatta a casa della domenica prima. Ognuno di noi ha un ricordo culinario nel cuore, e non vogliamo altro che quell’istante magico si ripeta, quel momento in cui riconosciamo la cucchiara a noi cara. “l’alambicco” mette in piedi un progetto ambizioso: raccogliere in un unico libro odori, sapori e ricordi culinari del nostro paese e raccogliere le ricette di tutti i sancesariani che vorranno condividerle. Pietanze antiche, ricette di famiglia, tradizioni dolciarie saranno racchiuse in Cujunara & dintorni, mettendo magari a

saprete che a retu all’angulu te la Giurdana c’è sempre quel profumo irresistibile delle polpette per la sagna, su via Dante quell’inconfondibile aroma della salsiccia e del capocollo alla griglia e su Via Mazzini quel sugo inebriante che avresti voglia di entrare a casa te la cristiana. E poi in estate non potrete pedalare senza inciampare sulli pummitori e li peperussi scattarisciati e su quel soffio di menta intra le marangiane. Siamo un paese di sapori, di ricette e di tavole imbandite. Se ne possono dire tante sui sancesariani ma mangiare e cucinare è una delle nostre specialità. confronto scuole e modalità differenti di preparazione. E forse alcuni tra i più giovani potranno finalmente imparare cosa fare con la famosa indicazione “a recula”. Nell’era del fast food, della nouvelle cuisine e del finger food vogliamo riscoprire i piatti tradizionali della tavola imbandita, quei piatti che raccontano la

storia delle nostre famiglie e degli affetti più cari. Ogni ricetta ha qualcosa da raccontare, una giornata in campagna, una semplice domenica di sole, una brace condivisa, il cibo può raccontare molto di più di quello che pensiamo. Non siete ancora convinti? Basta fare un giro per il paese all’ora di pranzo, e fare una sorta di mappatura virtuale e

La redazione Inviate le vostre ricette raccontando brevemente le storie ad esse collegate a: redazione@alambicco.com telefonate al 329.7104152 o contattateci su facebook

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La mia scuola, i miei ragazzi I ricordi di una maestra elementare e dei suoi bambini nell’ultimo libro di Lucia Libetta, che sarà presentato domenica 2 marzo nel Palazzo Ducale di San Cesario

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na maestra elementare e i suoi novant’anni. I ricordi di una vita tra i banchi di una scuola che non c’è più, con quelli alunni che non ha mai dimenticato. Tra lavagne solcate da gesso bianco e lacrime di bambini, tra canti balli e tempere a olio, tra pezzi di carta come copioni di originali e genuine pieces teatrali. A far da sfondo momenti di una vita difficile vissuta a pieno ma intrisa di un dolore che sconquassa e annienta. La mia scuola, i miei ragazzi, l’ultimo libro di Lucia Libetta è tutto questo. Ma è soprattutto un dono a quei ragazzi, oggi uomini e donne, che con il loro essere bambini hanno fatto innamorare una maestra del suo lavoro. In questo libro, edito dalla nostra associazione per la collana L’alambicco Libri, l’autrice ripercorre la sua vita di maestra elementare intrecciando i suoi ricordi di donna, mamma e maestra a quelli dei bambini dei quali,

con sentimento materno e commuovente tenerezza, racconta i sorrisi, la spensieratezza, la gioia di quegli anni. La mia scuola, i miei ragazzi traccia attraverso pensieri semplici e attimi di vita vissuta, la storia di tante generazioni di ragazzi e che poi è anche la storia di una intera comunità. Parole semplici ma intrise di grande riconoscenza nei confronti dei veri protagonisti della storia umana e lavorativa di una “atipica” maestra elementare. Pensieri nati nel silenzio di notti passate a rimembrare, scandite dai versi di una natura viva mentre tutto ciò che è vivo riposa. La mia scuola, i miei ragazzi è il desiderio di una donna di abbracciare grazie alla sua penna tutti quei bambini che l’hanno amata e seguita, cercata o forse solo per un attimo pensata. Cristian Nobile cristian@alambicco.com

“La mia scuola, i miei ragazzi” sarà presentato domenica 2 marzo alle ore 18.00 presso l’aula consiliare del palazzo ducale di piazza garibaldi. oltre all’autrice interverranno Cristiano Nobile e il prof. Lucio Totaro


Mistero al Caffè letterario Paolo La Peruta, fondatore e proprietario del Caffè letterario “Quante storie per un caffè” di Lecce, esordisce in letteratura con un giallo ambientato in una Lecce misteriosa e affascinante. Un libro divertente e misterioso da leggere d’un fiato.

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a prima volta che ho messo piede nel Caffè Letterario di Lecce era la fine del 2000. Ci andai per la presentazione del libro di racconti di un mio docente universitario. La mia carriera era agli sgoccioli e dopo un brutto periodo tra servizio civile e qualche problema fisico il mio percorso era ripartito. Quel Caffè letterario, che non era un semplice pub ma proponeva anche corsi, laboratori, concerti, spettacoli, improvvisazioni, divenne la mia seconda casa per alcuni anni. Quando Paolo La Peruta, uno dei due fondatori insieme alla sorella Marika, mi ha annunciato che avrebbe pubblicato un romanzo mi sono sorpreso. Non frequento più il caffè da tanti anni (la mia pigrizia è riconosciuta) ma non sospettavo che Paolo avesse il "germe" dello scrittore. Per Giove!, edito da Lupo Editore, è un romanzo noir ambientato a Lecce, proprio nel Caffè letterario. Il protagonista è, infatti, proprietario di un locale nel centro storico di Lecce e di una caffetteria adiacente ad una libreria (anche questa è stata realtà per alcuni anni). Una sera mentre è di turno incontra Ilenia, una ragazza affascinante e misteriosa. Il giorno dopo verrà trovata morta nei pressi di Lecce con in dosso una maglietta del locale acquistata la sera prima. Da qui parte una lunga inchiesta fatta di errori e luoghi comuni, di fraintendimenti e di colpi di scena, dell'amore impossibile con Elisa, la sua ex

fidanzata, del rapporto simbiotico con il socio Sandro, gli screzi con l'ispettore Pace, il suo essere zio attento. Un esordio ben scritto, secondo me, che denota la grande passione dell'autore per il genere. Nella prima presentazione l'ho definito quasi un noir per sbaglio. Nel senso che la vena ironica, a tratti comica, dell'autore potrebbe condurlo verso altre vie letterarie. Certo, la prospettiva di Paolo è vantaggiosa. Da quasi quindici anni scruta, ascolta, parla con un pubblico molto vario. Non tutti i proprietari di locali poi scrivono libri. Questo è chiaro. Paolo ha però metabolizzato tic e discorsi, vezzi e dialoghi, abitudini e modi di fare e dire. E nel libro entrano alcuni personaggi "reali" che animano da sempre il caffè letterario. Come il professore che per alcuni è un "componente d'arredo" che ogni sera (quando non è in viaggio) si accomoda nel salottino e legge, sbirciando quello che gli accade intorno. E proprio da un'intuizione del professore che l'indagine per l'omicidio prende una piega diversa. Ma nel racconto entrano anche alcuni luoghi della città barocca e del Salento riconoscibili per gli "indigeni" ma assolutamente ben delineati per chi da queste parti non vive. Insomma un noir ben costruito, ironico, calato in una realtà leccese lontana dal turismo a tutti i costi. Per Giove! è un buon inizio... Pierpaolo Lala

PoETIx

guardare indietro per poter andare avanti

di Luigi Patarnello

La passeggiata del risuscitato

Wislawa Szimborska

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islawa Szimborska nacque nel 1923 a Kornik, in Polonia, nel 1931 si trasferì con tutta la famiglia a Cracovia, dove intraprese studi di letteratura e sociologia, collaborando inoltre con numerose riviste letterarie, grazie alle quali entrò a stretto contatto con il mondo della poesia. Nel 1952 si iscrisse al Partito comunista, dal quale si dimise nel 1966, avvicinandosi agli ambienti dell’opposizione democratica e prendendo posizioni di aperto dissenso nei confronti del regime. Nel 1996 viene insignita del premio Nobel per la letteratura. Nella motivazione che accompagna il premio si legge: «per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti di umana realtà». Morì a Cracovia il giorno 1 Febbraio 2012 dopo una lunga e dolorosa malattia. Affrontando più volte nelle sue poesie la tematica della morte, ci lasciò con questo eterno pensiero: «non c’è vita che almeno per un attimo non sia stata immortale».

Paolo La Peruta Per Giove! Mistero al Caffè letterario Lupo Editore (Lecce, 2014)

Il professore è già morto tre volte. Dopo la prima gli hanno fatto muovere la testa. Dopo la seconda lo hanno fatto sedere. Dopo la terza l’hanno perfino rimesso in piedi, sorretto da una robusta sana tana: e ora andiamo a farci una bella passeggiata. Il cervello gravemente leso dopo l’incidente Ed ecco, da non crederci, quante difficoltà ha superato: sinistra destra, luce buio, erba fiore, male mangiare. Professore, due più due? Due – dice il professore. È una risposta migliore delle precedenti. Male, fiore, panchina, seduto. E in fondo al viale rieccola, vecchia come il mondo, dal viso non giovale, non rubicondo, tre volte da qui scacciata, quella tata vera, a quanto pare. Ci sfugge un’altra volta il professore. È da lei che vuole andare.

Questa poesia, tratta dalla raccolta “In ogni caso”, esprime in modo evidente le capacità e le tematiche grazie alle quali la Szimborska venne insignita del Premio Nobel. L’opera fa riferimento ad un caso molto frequente ai nostri giorni: un anziano colpito da una lesione celebrale che deve apprendere ed imparare da capo le cose più elementari: muovere la testa, camminare, pronunciare qualche parola o fare ragionamenti logici, il tutto condito da una spiccata e vivace ironia. Tutta la poesia affronta dei temi socialmente rilevanti, utilizzando un lessico vicino al parlato e di immediata comprensione, quasi volesse, attraverso l’uso del linguaggio, sminuire l’importanza dei temi affrontati. Questa nuova forma poetica rappresenta una vera rivoluzione nella letteratura polacca e nel modo di intendere e di fare poesia: l’arte abbraccia le cose umili, si avvicina al mondo degli ultimi, ma, allo stesso tempo, l’accurata scelta dei termini conferisce un peso e un significato preciso ad ogni verso come a dire che nonostante la poesia può parlare di ogni cosa non perde mai la sua valenza universale, utile a renderla valida per tutti gli uomini e per tutti i tempi.


Dallo Zanchi a San Siro Partito da San Cesario per diventare una grande firma della Gazzetta dello Sport, Carlo Laudisa ripercorre per l’alambicco il suo percorso nel mondo del calcio, tra tanti ricordi di gioventù e riflessioni (amare) sul presente e il futuro giallorosso

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na finestra sul Salento io la tengo aperta da quell’1 marzo 1987 in cui scelsi di lasciarlo. Niente fughe o tradimenti bensì semplici opportunità professionali. Ora l’alambicco mi dà questa ghiotta occasione di sfidare la memoria e agganciare i ricordi all’oggi. San Cesario per me è l’oasi di un bel gruppo di cugini felici a giocare in via Terragno e con le impertinenti visite a Ezechiele Leandro, quel tipo troppo strano per passare inosservato anche ai nostri occhi di ragazzi. Poi le occasioni si diradano, ma restano alcune piacevoli consuetudini. I tornei di calcio al campo Zanchi, i primi articoli su Robi Rizzo e Gigi Garzya. E soprattutto quell’ItaliaGermania visto al bar in piazza l’11 luglio ’82. Una festa unica, flash indimenticabili. Erano gli anni della nascita di “Quotidiano”, dell’ascesa del Lecce di Franco Jurlano e Mimmo Cataldo e di quell’onda verde targata Eugenio Fascetti. Io a masticare calcio e giornalismo in un ambiente unico e irripetibile. La passione coinvolge tutti, ad ogni angolo. Quel che mi succede ha dell’incredibile. Metto piede in redazione e come primo compito seguo le giovanili giallorosse. Poi, il debutto di Pasquale Bruno in serie B coincide con il mio primo pezzo sulla prima squadra. Ne seguiranno tanti altri. In breve il tifoso deve far strada al cronista e immaginate l’entusiasmo di un ventenne chiamato a vivere dal di dentro la nascita di un giornale che diventa in breve la voce di una comunità, all'improvviso uscita da un oblìo secolare.

Finalmente Lecce si sente protagonista e quel progetto editoriale sposa le esigenze di un territorio troppo a lungo rimasto a guardare la storia che avanza. C’è bisogno di una scossa, di una modernizzazione complessiva. A cominciare da una presa di coscienza della propria identità. E il calcio è uno dei principali emblemi di questo rinnovamento ormai irrefrenabile. Nel ’76 la squadra di Mimino Renna è tornata in B dopo ben 27 anni di anonimato nella vecchia C. Troppi gli arretrati, troppe le attese per perdere il pur minimo appuntamento con la storia. Altri tempi... Un esempio su tutti le emozioni di quell’incredibile pomeriggio dei primi di settembre del ’76 che resteranno indelebili. A Lecce sbarcano i campio-

Graziani e Pulici. Il momentaneo pareggio di Pecci non riesce ad arginare i padroni di casa e la comprensibile euforia di una folla in visibilio. I trentamila del Via del Mare mi fanno ancora venire i brividi, con la gente felice della propria ingenuità. La serie B ha i suoi alti e bassi, ma tutti remano verso il grande sogno. Quando il 2 dicembre del 1983 la vita di Michele Lorusso e Ciro Pezzella si schianta in un curvone all'ingresso di Mola di Bari tutta la città si stringe nel dolore ma trova la forza per ripartire.

Michele Lorusso e Ciro Pezzella

ni d’Italia del Torino di Gigi Radice per la Coppa Italia. I debuttanti la fanno grossa: Loddi e Montenegro (i cannonieri della C) firmano la sorprendente vittoria giallorossa, oscurando per un giorno i goleador granata

Mario Balotelli e Carlo Laudisa

Cataldo ottiene i prestiti di Ezio Rossi e Alberto Di Chiara, due giovanotti che saranno tra i protagonisti della storica cavalcata della stagione successiva. Tante vittorie prese per i capelli, molte nei minuti finali, sulla spinta di un gruppo che fa del “casino organizzato” il suo marchio di fabbrica e manda in delirio un pubblico che non crede ai propri occhi. Quella prima serie A divorata a morsi era il tesoro di una terra vergine e incantata. Pochi mezzi, un entusiasmo enorme per un’avventura che ormai non ha eguali. Ora che la crisi irreversibile del calcio italiano mette in ginocchio anche i grandi club, piegati dalla concorrenza internazionale, appare difficile comprendere come la minuscola Lecce possa vantare ben quindici campionati nella massima serie.

Carlo Laudisa

Sorvolo sulle imprese degli anni successivi con i Semeraro e la preziosa gestione Corvino. Stagioni con generosi investimenti della proprietà e intelligenti politiche di sviluppo del vivaio ad opera del manager di Vernole. Si affermano i Ledesma, i Vucinic e i Boijnov, ma soprattutto la ruota va. Tutto appare facile, quasi scontato. E con il senno di poi è facile dedurre che certe impuntature, alcuni personalismi, alla lunga hanno determinato danni incommensurabili, a cominciare dal doloroso disimpegno della famiglia Semeraro. Purtroppo quegli anni da sogno sono alle spalle. Forse anche perché molti hanno dato per scontato quel bene che era in realtà il frutto di un privilegio collettivo. La Taranta, il turismo da amare sono venuti dopo. Il Salento s’è fatto conoscere con il calcio e con orgoglio ricordo gli sforzi per convincere i capi in “Gazzetta” che la squadra giallorossa non era pugliese ma salentina. Ora tutti lo sanno e lo apprezzano. Guai, però, a dare le cose per scontate. Prendiamo il calcio, ora sprofondato in Lega Pro, in balía di un futuro senza un’anima. Non è colpa de li furestieri se Lecce ormai fa da comparsa. Dov’è finita la genuina molla di un tempo? Come mai i Conte e i Moriero non trovano eredi? Anche senza i mecenati Lecce merita di ritrovare un'identità e quella spensieratezza ormai smarrita. Non è una questione di categoria. Semmai di orgoglio. Carlo Laudisa


Un anno a Tempo di Scatto Ad un anno dalla nascita, l’associazione fotografica del nostro paese si guarda indietro per riscoprire i passi sin ora compiuti e prepararsi al meglio ai tanti ancora da fare.

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d eccoci qua a spegner la prima candelina della nostra Associazione. Parlo di Tempo di Scatto: un gruppo di pazzi appassionati di fotografia che, il 27 febbraio del 2013, sull’onda emotiva di un corso gratuito di istantanee digitali organizzato dal comune di San Cesario, e grazie alla carica coinvolgente di Massimiliano Manno (mentore e presidente della compagnia), ha dato il via a questo nuovo progetto culturale. Un gruppo affiatato di persone con la spasmodica voglia di guardare il mondo da dietro un obiettivo. Sempre alla ricerca della luce giusta, della composizione perfetta, del particolare sfuggente. Tutto per catturare quell’immagine che trasmetta emozioni. Tante foto le pubblichiamo sulla nostra pagina facebook (Tempo di Scatto – Associazione fotografica - ndr). Le condividiamo; gettiamo nella mischia per testarne la qualità, sottoporle a critiche, eventualmente correggerle, crescendo insieme. Ovviamente, non siamo solo un gruppo on line. Una volta a settimana, solitamente il mercoledì, ci ritroviamo nella nostra sede in via Umberto I, qui a San Cesario, e, tra una chiacchiera e l’altra, parliamo di foto cercando di diventare grandi, di far qualcosa di buono.

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rUSCIU

DI LUIgI PASCALI In tempi di crisi, si sa, si tagliano le spese; in altri termini: se sparagna! Si va meno al cinema, non si rinnovano gli abbonamenti alle riviste, diminuiscono le uscite al ristorante. Già, diminuiscono, ma difficilmente si eliminano: ad una buona pizza, in compagnia di amici, quelli veri, non si rinuncia. Così, sere fa, ho passato una bella serata in compagnia di amici, e gustato una pizza (per la verità non eccezionale), ma questo è un dettaglio trascurabile, che non ha intaccato il piacere della compagnia. Mi ha sorpreso, piuttosto, la presenza nel locale di un numero impressionante di ragazze e ragazzi, giovanissimi e non, che, sebbene seduti intorno a un tavolo, sembrava avessero poco o niente da dirsi; tutti con lo sguardo fisso su un telefono, intenti a ticchettare sullo schermo, interagivano di rado, solo per condividere la videata del proprio dispositivo.

Foto di gruppo per l’Associazione “Tempo di Scatto”

Qualche volta ci riusciamo anche. Nel corso del 2013, ad esempio, abbiamo realizzato varie manifestazioni che hanno incontrato il gusto del pubblico. Il 1 Maggio, in collaborazione con “l’alambicco” e la Pro Loco “I tre casali”, siamo usciti con la biciclettata Pedala San Cesario: una calda giornata di primavera in cui, con amici e curiosi, abbiamo trascorso qualche ora spensierata scorazzando in bicicletta per la campagna del paese. In una sorta di visita guidata,

abbiamo riscoperto un vecchio Palmiento, visitato un centro ippico dove i bambini, approfittando dell’occasione, si sono lasciati immortalare in sella ai cavalli per ricordare momenti felici. Poi, all’ora di pranzo, via tutti alla masseria dell’amico Carlo Panzera. Ad attenderci, orecchiette fatte a mano con ricotta forte e pane cotto al forno di pietra dalla signora Mimina. Il 5 Maggio, armati di macchina fotografica, visita al Museo Ferroviario di Lecce per immortalare i cimeli storici.

In giugno il corso teorico-pratico di Storia della fotografia e tecniche antiche di stampa, con la mostra Tecniche antiche di fotografia del fotografo Andrea Mosso, allestita nella Cappella palatina del palazzo comunale. In ottobre l’escursione a Presicce e Specchia per visitare e immortalare chiese e palazzi. Il mese scorso, le visite a Rutigliano prima, in occasione della Fiera del Fischietto in terracotta, e a Salice Salentino poi, alla cantina Cooperativa, per fotografare la lavorazione del vino e l’imbottigliamento. Da qualche giorno è partito un nuovo progetto: il Corso di calligrafia a cui partecipano ragazzi che vogliono conoscere e imparare l’antica scrittura. Per non farci scordare, in un’epoca esageratamente tecnologica, come era bello scrivere una lettera d’amore armati di carta e penna. Abbiamo ancora tanto da imparare. L’entusiasmo è galoppante e contagioso e i molti nuovi soci non fanno altro che accrescere la volontà ad andare avanti. Chi, come noi, condivide l’interesse e l’amore per la fotografia ce lo faccia sapere. Abbiamo ancora molte idee da sviluppare. Il cantiere è aperto per “Lavori in corso”. Angela Martina

Caddhru pedone Ci ho pensato un poco, e ho constatato che la stessa scena si ripete costantemente alla fermata dell’autobus, alla fila alle poste, persino al cinema, durante la proiezione del film! Ma se t’ha uardare lu telefunu cce si’ b’enutu a fare allu cinema! Dopo un breve istante di malinconia, ho sorriso, estraniato, suscitando la curiosità degli amici ma, sorvolando, abbiamo ripreso i nostri discorsi e concluso la serata con un sorso di grappa e la promessa di non aspettare così tanto tempo per rivederci. Rimasto solo, ho ripensato a quel sorriso: pochi istanti che hanno ripercorso decine di anni, quando da ragazzo pizza e gazzosa si prendevano da Olindo, a Lequile, “in trasferta” rigorosamente a piedi, la domenica pomeriggio, e lungo la strada di campagna si fumavano di nascosto le prime esportazioni con filtro, non esistevano telefonini e ci si divertiva giocando in strada,

a nascondino (scunnilucertule), a prendi-prendi… una la luna… ma il gioco che più ci coinvolgeva era lu caddhru pedone! Non saprei dire perché, ma quel gioco un po’ rozzo ci entusiasmava. Forse perché come giovani puledri ci consentiva di misurare una certa prestanza fisica, agilità, resistenza… distinguerci e talvolta canzonare (ingenuamente e stupidamente) il compagno più cicciottello, meno agile, perciò “meno prestante”. Per giocare a caddhru pedone si formavano due squadre, cercando di accaparrarsi equamente compagni forzuti, in grado di sopportare il peso della squadra avversaria, ma anche agili saltatori, quando sarebbe stato il turno della squadra di “sopra”. La compagine sorteggiata creava una fila: il primo si appoggiava ad un muretto, poi gli altri si aggrappavano alla vita, proteggendosi la testa con il

fianco del compagno. Gli avversari, a turno, saltavano in groppa alla prima squadra; quando saltava l’ultimo concorrente, iniziava la conta; se la squatra te sutta sculummàva (non reggeva il peso) era costretta ad un altro turno “sotto” ‘ncuzzàva ‘ntorna! Se resisteva, a conteggio ultimato, passava al turno dei saltatori. Un gioco semplice, forse anche un po’ stupido, ma che ci divertiva, ci impegnava in strategie, scelte, tecniche di salto… ma soprattutto ci faceva stare insieme, parlare, discutere… Sempre meglio che essere in tanti, ma soli, a fissare il display di un telefono!

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Accorrete tutti a muertu lu Paulinu Domenica 9 marzo l’Associazione Follemente di San Cesario va in scena con la terza edizione della tradizionale festa in occasione della morte te lu Paulinu. Ecco come preservare un pezzo della nostra cultura popolare con ironia e allegria.

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u Paulinu è sicuramente nei vostri ricordi: un pezzo di cultura popolare per anni messo da parte ma in grado di rendere felici intere generazioni di ragazzini. Domenica 9 marzo avrete l’occasione di riassaporare l’atmosfera di quei momenti con la terza edizione de Lu

Paulinu organizzata dall’Associazione Follemente di San Cesario che con la loro passione e il loro impegno hanno voluto rispolverare uno dei più antichi riti carnevaleschi del nostro territorio. Lu Paulinu ha radici antiche e incerte; si narra di lui come un giova-

ne contadino gioviale e allegro appassionato alla bottiglia che però trovò la morte proprio in seguito ad una grossa indigestione durante il periodo di carnevale. La celebrazione di questa figura simboleggia, appunto, la fine del periodo carnevalesco e quindi la fine dei festeggiamenti.

In partenza il Taxi Solidale Dopo la prima iniziativa di dicembre, il progetto di mobilità sociale promosso da tante associazioni di San Cesario è pronto per l’avvio 12

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na bellissima iniziativa che ha visto protagoniste tante realtà associative del nostro paese, quella che ha dato avvio al Progetto Taxi Solidale. Così, dopo lo spettacolo del 23 Dicembre 2013 del Centro Danza e Teatro, in collaborazione con gli Scemifreddi e Marco Rollo ed alle associazioni che hanno preso parte attiva, Avis, Circolo degli amici, Geo Protezione Civile, l’Alambicco, Parrocchia S. Antonio da Padova, Sveglia Cittadina, Società di Mutuo Soccorso fra lavoratori e Tempo di Scatto, coordinati dal Forum delle Associazioni, il progetto sta per partire. Una serata, quella del 23 dicembre, il cui ricavato di 670,00 euro permetterà al Taxi Solidale di vedere la luce, mediante anche la fondamentale collaborazione del Comune di San Cesario, partner dell’iniziativa che, oltre a mettere a disposizione il mezzo di trasporto, farà da centrale operativa per il coordinamento del progetto. E sempre a proposito di collaborazioni, anche l’Istituto Comprensivo di San Cesario di Lecce ha voluto partecipare mediante una raccolta fondi tra il corpo docente. Nei prossimi giorni è prevista una presentazione pubblica dell’iniziativa e la massima diffusione delle modalità di

realizzazione dello stesso. Ma il Taxi ha bisogno del continuo sostegno di tutti, di risorse umane ed economiche. Sono in fase di ideazione altre iniziative finalizzate alla raccolta fondi e grazie alle quali si terranno informati i cittadini sullo stato di avanzamento del progetto. Da qui a pochi mesi vedremo, per le strade del nostro comune, un logo giallo che diventerà molto familiare, quello del Taxi Solidale. Una bella riprova della collaborazione vera ed autentica tra associazioni di varia natura per un obiettivo comune e di grande utilità sociale emiliana Mariano

I ragazzi di Follemente daranno vita ad una tragicomica commedia improvvisata per le vie del paese alla quale siete tutti invitati a prender parte vestiti da “maci” o semplicemente con la vostra presenza. Il programma della giornata prevede l’allestimento della camera ardente dalle 11 del mattino presso Piazza XX Settembre nel centro storico del paese, e lu consulu di amici e parenti. Li chiangimuerti, il dolore della povera vedova e anche forse di qualche amante condirà il tutto di risate e allegria; dallo stesso luogo, alle 15, partirà il colorato corteo funebre tra musica e maschere per concludersi nella piazza principale del paese (Piazza Garibaldi) e il tradizionale rito del rogo del fantoccio; e quest’anno come novità il corteo sarà accompagnato dalla sfilata di alcuni carri allegorici che verranno premiati dall’AVIS di San Cesario. Non abbiate paura quando sentirete musica, risate e grida per le strade ma uscite dalle vostre case e provate a ritornare bambini per qualche ora in una giornata grottesca e divertente. Prendere parte a manifestazioni di questo tipo nel proprio paese significa essere partecipi di un pezzo condiviso di città ma soprattutto preservare la tradizione e proteggerla per i vostri figli. Per informazioni: Associazione Follemente 340 8400128


Maestra di danza

L’oro in cantina

Luana Conte, da Lequile a New York, dalle passerelle di moda alle gare internazionali di ballo: una passione diventata ragione di vita

Alla scoperta di uno dei protagonisti della degustazione di vini Agricole Vallone, organizzata da l’alambicco il prossimo 14 marzo

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ra le Muse, figlie di Zeus e Memoria, guidate da Apollo, c’era Tersicore per la danza. Il ballo, nelle diverse discipline (danza classica, latino, standard, caraibico, moderno, ecc.) è arte, costume, civiltà, professione. Luana Conte, lequilese verace che oggi, a quarantanni, si può definire a tutti gli effetti “cittadina del mondo”, nel suo percorso artisticoprofesisonale ha sempre dimostrato grande volontà unita a costante applicazione, concretezza, finalizzazione. Poliglotta, è passata dagli uffici del CNR di Lecce alle passerelle di moda (la sua prima sfilata a 16 anni e la sua ultima nel 2004 a New York per madame Chizuto in un tradizionale kimoco lavorato a mano) fino alla danza professionale. Il suo curriculum vanta programmi televisivi e teatrali, poi l’attività di coreografa e di organizzatrice della trasmissione “Campioni di ballo” con Lorella Cuccarini su Canale 5 nel 1999. Dal 2000 si è trasferita a New York con Stefano, suo marito e compagno di danza. Lì ha promosso, tra

l’altro, una serie di competizioni di balli standard e latino americani, insegnando i passi anche a Richard Gere e Jennifer Lopez nel film “Shall We Dance”. Dal 2011 è anche mamma di una splendida bambina, Isabelle. In tutto questo tempo, è stata finalista ai Campionati italiani Assoluti Amatori di ballo, ai Campionati Americani Assoluti Professionisti, al Rising Star of London British Open. Ha rappresentato gli Stati Uniti al Campionato del Mondo Danze Standard. In progetto l’avviamento e la promozione delle danze Standard e Latinoamericane in Asia, Hong Kong ma soprattutto il sogno di scrivere un libro ispirandosi alla storia vera di una madre salentina per trarne un film. Famosissima in tutto il Mondo, è un orgoglio per tutta Lequile e il Salento. Proviamo magari a invitarla da noi per conoscerla meglio e per smentire il famoso proverbio “nemo profeta in patria” Vito Carignani

gricole Vallone è una delle realtà più importanti del panorama enologico pugliese: fondata nel 1934 è condotta mirabilmente dalle sorelle Vittoria e Maria Teresa Vallone. I vigneti sono divisi in tre tenute: Flaminio, dove le vigne danno vita soprattutto alle varie versioni di Vigna Flaminio; Iore, nell’agro di San Pancrazio dove spiccano gli 8 ettari negramaro allevati ad alberello di circa 70-80 anni; e infine Castelserranova che si affaccia sull’Oasi di Torre Guaceto e dove si coltivano i vigneti autoctoni quali Susumaniello, Fiano, Ottavianello. L’ampia varietà e la notevole qualità dei suoi vini è sempre stato un elemento caratterizzante di questa azienda, il che mi ha reso un po’ difficile la scelta del vino da proporre. Risultato? Il Brindisi rosso Vigna flaminio ris. 2008 (negroamaro 80%, montepulciano 20%). Nel bicchiere si presenta con un bel

colore rosso rubino intenso con una piccola venatura granata. L’olfatto è intenso, complesso e piacevole, dove spiccano le note speziate, dovute al passaggio di circa 6-8 mesi in botti di rovere, vaniglia e pepe. Fruttato confettura di ciliegie, macchia mediterranea e per finire leggermente floreale. Una bocca asciutta, calda e persistente, morbidezza sostenuta da una bella freschezza, anche se siamo di fronte ad una annata non proprio recente. Inizialmente il palato è invaso da sensazioni fruttate e dolci per finire con un piacevolissimo retrogusto velatamente amarognolo tipico del negroamaro. Consigli: lasciatelo respirare un poco nel bicchiere, 15 minuti, prima di gustarvelo, accompagnatelo con delle braciolette o polpette al sugo. E scolatevi la bottiglia in compagnia del sax di Francesco Bearzatti. Michele Marangio

Degustazione Vini Agricole VALLONE e cena presso il ristorante “Small” di via Dante a San Cesario. Per info e prenotazioni: 392.7104152

Parola d’ordine? opportunità Opportunità, opportunità e ancora opportunità: è questa la parola d’ordine per l’ass. VulcanicaMente

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pportunità per noi stessi, perché è vero, c’è la crisi e non c’è lavoro per i giovani, ma noi abbiamo deciso che se il lavoro non ce lo danno ce lo inventiamo. Con un pizzico di spirito di iniziativa, tanta voglia di fare, profonda passione e una buona dose di pazienza è possibile realizzare i nostri sogni, fare quello che ci piace mettendo in pratica le nostre competenze. Noi ci stiamo credendo e ci stiamo provando. Opportunità per la nostra gente, perché è vero, l‘Europa potrebbe sembrarci distante, ma vorremmo far vedere un lato dell‘Unione Europea che ci facilita la vita, che permette a tutti di muoversi senza dover fare code alle dogane, senza dover passare in banca per cambiare valuta.Esiste un‘Europa che accorcia le distanze geografiche e culturali per i suoi cittadini offrendo opportunità. Basta informarsi, saperle creare e saperle cogliere: tra queste le Opportunità di mobilità per giovani e adulti di fare esperienze all‘estero finanziate dai programmi europei. Ed è così che già 60 giovani sono partiti in Europa per scambi intercultura-

le vulcaniche e i senior selezionati per il progetto a lisbona

li, seminari, corsi di formazione con il programma Gioventù in Azione. Al momento abbiamo posti liberi per progetti in Spagna, Romania, Cipro, Polonia, Ungheria, Serbia e tanto di più (70% viaggio rimborsato, 100% vitto e alloggio coperto). Ma non solo giovani,

quattro senior salentini over 50 sono in partenza per un mese di volontariato a Lisbona con il progetto “Together for the Community”, tutto finanziato, e quattro portoghesi verranno da noi a settembre. Ma non finisce qui, in anteprima per i lettori de “l’alambicco” sveliamo la

prossima opportunità: 18 borse di Mobilità per stage in Spagna, Portogallo e Grecia nel settore del turismo sportivo per giovani disoccupati grazie al progetto Leonardo da Vinci SPOTME, “Sport Tourism Mobility in Europe”. A marzo verrà lanciato il bando. Opportunità per la nostra terra, perché è vero, siamo messi male e ci sarebbe da scappare, ma tanti giovani come noi hanno deciso di tornare, rimanere e lottare. Dare una chance alla nostra terra, ricca di talenti e risorse naturali e culturali, credere nel suo potenziale, nel suo sviluppo e contribuire attivamente è un dovere per noi, ma per tutti, tutta la comunità, nessuno escluso. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, diceva Gandhi, quindi diamoci e creiamoci le opportunità. Proviamoci, tutti. Stay volcanic! Ci trovate sul nostro sito www.vulcanicamente.it rinnovato nell‘immagine dal nostro concittadino Antonio De Lorenzi. Per tutte le info scrivere a: vulcanicamente.project@gmail.com Sara Marzo Associazione VulcanicaMente

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oltre il canestro Un piccolo viaggio alla scoperta del basket brindisino. I tifosi del Brindisi Basket accumulano vittorie, ma forse quella più importante l’hanno già ottenuta.

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l basket per i brindisini e per la città di Brindisi è un po’ come la nutella per i bambini, non riescono proprio a farne a meno. Il basket vince il duello con il calcio e diventa una vera e propria passione per tutti. Dopo tanti anni trascorsi a vedere rincorrere un pallone da calcio in stadi anche prestigiosi, osservare dagli spalti uno sport diverso che entusiasma e trascina così tanto la gente mi fa riflettere. Apparentemente un’esperienza nuova da spettatore senza molte pretese, e invece mi ritrovo a essere trascinato dai tifosi e da una squadra impetuosa che lotta in vetta alla classifica del campionato italiano di serie A1, l’Enel Basket Brindisi. Una squadra da sempre piccola tra le grandi, capace di meravigliose acrobazie e di esasperanti cadute e uno sport che da trent’anni accompagna, sprona e illude i brindisini. Non importa se a volte la realtà ha deluso gli spalti, i tifosi del Brindisi ci hanno creduto ed oggi raccolgono i frutti di anni di costante lavoro sul parquet. La città di Brindisi può, infatti, vantare una storia importante nel mondo del basket, risale al 1981 lo straordinario risultato che portò il Brindisi Basket ai playoff scudetto con la storica Virtus-Bologna. Tuttavia solo negli ultimi anni e con la fondazione della New Basket Brindisi nel 2005 si riesce a risvegliare l’entusiasmo da anni sopito. La stagione decisiva del rilancio è quella del

L’Enel Basket Brindisi visto... dagli spalti

2007/08 con la vittoria del campionato B1 e l'ammissione in Lega Due. Il Pala Pentassuglia si riempie di tifosi e il basket brindisino torna a segnare punti nei campionati professionistici e, tra promozioni e retrocessioni, torna a primeggiare in vetta al campionato di Lega A dopo più di trent’anni. La società continua a essere sempre più forte e dopo la Final Eight di Coppia Italia oggi la Enel Basket Brindisi lotta per la vetta con le big del basket nazionale. Arrivare al palazzetto presto per ritirare i biglietti dal botteghino immaginando le solite code kilometriche della domenica allo stadio, e ritrovarsi invece dopo

pochi minuti con i biglietti tra le mani ti insospettisce. E la tessera del tifoso? I biglietti nominali? La gente inizia ad arrivare, il parcheggio si riempie all'improvviso, il tutto con una tranquillità ed un’atmosfera che hanno dell’incredibile. Alla porta d’ingresso esibire il biglietto è l’unica azione necessaria, nessun tornello, nessuna calca e nessuno che ti chieda il documento d’identità. Il personale è cordiale, vedo intorno a me famiglie, bambini, anziani: un gruppo di tifosi eterogeneo. È tutto molto strano, mi sento disorientato, sembra una festa dello sport, con i tifosi avversari sugli stessi seggiolini dei brindisini senza barriere. Inizia la partita, il tifo si scalda, i classici epiteti verso gli arbitri e tra un canestro e l’altro finisce il primo tempo. Vado al bar a prendere una bottiglietta d'acqua, tolgo il tappo e lo consegno al "distributore" che mi guarda stranito. La partita volge alla conclusione, il Brindisi vince, entusiasmo, cori e tanta partecipazione. La gente va via, il traffico defluisce velocemente. Il basket brindisino è questo, una serata spensierata a tifare per la propria squadra. Forse senza quest’atmosfera e la voglia di crederci oggi il basket brindisino non sarebbe così in alto. Luca Laudisa

Una partenza... di corsa Quattro vittorie nelle prime quattro gare di questo 2014: numeri da record per l’Associazione Sportiva Tre Casali di San Cesario.

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i è disputato domenica 16 febbraio 2014 la prima edizione di corsa campestre nel Comune di Cavallino denominata “1° cross dei Messapi”. La gara patrocinata dal Comune ospitante, dalla Fidal Provinciale, dal Coni e in collaborazione con l’Università del Salento è stata organizzata dall’Associazione Sportiva “Tre Casali” San Cesario e svolta all’interno dell’area archeologica di Cavallino “Museo Diffuso”. Il circuito scelto dagli organizzatori è stata la carta vincente dell’evento dimostrando ancora una volta che le gare organizzate dalla Tre Casali sposano sempre l’aspetto sportivo con quello culturale confermando il running come vettore di promozione del territorio. Il presidente Luigi Renis e il suo staff ringraziano il Direttore del museo Dott. Corrado Notario, il Sindaco di Cavallino Avv. Michele Lombardi, l’Assessore alla Cultura On. Avv. Gaetano Gorgoni e l’Assessore allo sport Tonio Palermo per

la totale disponibilità a realizzare la gara di corsa campestre e per aver dato la possibilità non solo di godere delle gesta atletiche degli atleti ma soprattutto per aver fatto conoscere l’insediamento messapico (ai più sconosciuto) presente sul nostro territorio. Si ringrazia L’Oratorio SS Assunta di Cavallino per la collaborazione, la Pasticceria Giampaolo di Merine e la casa del Fornaio di Damiano Longo di Lizzanello sponsor dell’evento. Stimate circa 600 persone presenti tra familiare e atleti che unite alla splendida giornata di sole hanno creato uno scenario da set cinematografico. La gara era valida come campionato provinciale per le categorie Assolute (età compresa tra i 17 e i 34 anni), e come seconda prova del circuito per l’assegnazione del titolo provinciale per le categorie giovanili (età compresa tra i 6 e i 16 anni) inoltre era aperta alla partecipazione di tutte le altre categorie dei senior (35/90 anni). I cinquanta premiati hanno ricevuto

un pacco gara offerto dalla Named Sport in collaborazione con la farmacia De Pascalis di Lecce, contenente degli integratori alimentari per sportivi e prodotti alimentari locali; e premiati inoltre con delle opere artigianali in terra cotta, La premiazione della società Tre Casali San Cesario offerte dell’artista salentino Tiberio Belligiano di San Pietro in Lama. I vincitori della manifestazione sono Francesco Miglietta cat. Cadetti della Tre stati per le donne, Elisabetta Curridori, Casali. La società vincitrice del settore atleta della Tre Casali laureatasi campionessa provinciale di cross 2014 e per gli Senior è stata la Tre Casali che si è aggiuuomini Giuseppe Piccirillo anch’esso dicata la quarta vittoria sulle quattro disputate dall’inizio dell’anno; per il setdella Tre Casali. I campioni provinciali delle altre tore giovanile la società vincitrice è stata categorie sono stati: Cosimo Rucco cate- l’atletica Montefusco di Lecce. L’entusiasmo dei partecipanti per la goria senior della GPDM, e poi Gigante Elena cat. Allieve della Tre Casali, Dario bellezza del percorso, l’interesse del Marchetti cat. Allievi della Atletica Direttore del Museo e dell’AmministraTricase, Stefano De Lorenzis cat. zione Comunale di Cavallino fanno ben Juniores Club Correre Galatina, Roberto sperare per la candidatura al prossimo Epifani cat, promesse della Abacus Villa anno alla realizzazione di un evento di Baldassarre, e per concludere il giovane carattere nazionale.


Mani di fata L’antica, preziosa, arte del tombolo, che rischia ormai di andare perduta, raccontata dalla signora Lidia Cuna

A che età ha imparato il tombolo? Da bambina, avevo 10 anni. Ai miei tempi c’era l’abitudine nei paesi, di scambiarsi le conoscenze dell’arte del ricamo e del cucito. Mia zia era sarta e la signora che veniva a imparare a cucire da lei, la signora Maria Scardino, di Lequile, ha insegnato a sua volta, a me, il tombolo. Ho poi frequentato il convento della suore di Lequile, nel ’60, seguita da una suora molto brava, che mi ha insegnato molti trucchi di quest’arte. E dopo anni di esperienza ho lavorato per loro insegnando ad altre ragazze ad apprendere il tombolo. Quando poi mi sono sposata e trasferita a San Cesario ho continuato in questa mia passione. Per me è sempre stato un modo per distendermi dopo gli impegni quotidiani della famiglia.

Il tombolo

Tanti anni fa era consuetudine, per le ragazze, andare “alle mesce”. Si, era quasi un obbligo; c’era chi imparava il ricamo, chi a cucire, chi il tombolo. Anch’io ho iniziato per scelta di mia madre, solo dopo mi sono appassionata. Spesso queste creazioni erano destinate ad arricchire il corredo delle “figlie da maritare” (tovaglie, lenzuola, asciugamani, tovagliette, persino i fazzoletti). Quando mi fidanzai, realizzai per il mio futuro marito un‘applicazione in seta di pizzo per il fazzolettino da taschino. Nel passato quando i bambini nascevano in casa si

metteva sul letto la coperta più bella, e le ragazze presentavano prima del matrimonio il corredo, a parenti e vicine. Poi la tradizione del corredo si è andata man mano perdendo e in molti casi queste lenzuola, impreziosite da pizzi e merletti, hanno finito per essere tirate fuori solo in occasione di funerali! Ci spiega meglio quali sono i materiali e le tecniche del tombolo? Il tombolo è un cilindro di stoffa, che in passato era riempito di paglia, (oggi si usa la crine), sul quale viene spillato un disegno, spesso ripreso dalle riviste, e appoggiato su una sedia o un supporto di legno. Io utilizzo ancora lo sgabello di appoggio in legno, vecchio di sessant‘anni, realizzato all’epoca su richiesta delle suore, da un’artigiano, mesciu chiappinu, in sostituzione delle sedie su cui si appoggiava il cilindro, decisamente più scomode per le nostre spalle e che ci costringevano in posizione ricurva. La tecnica consiste nell’intrecciare, inserendo tra i tantissimi spilli, filati di lino, cotone, seta, arrotolati su asticciole di legno, i fuselli. Ci racconta qualche aneddoto di quando andava “alla mescia” per imparare il tombolo? A quei tempi i genitori erano molto severi. Ricordo che quando ero in quarta elementare, non volevo più andare alla mescia, per non togliere tempo allo studio, ma mia madre ci teneva che imparassi il tombolo e non voleva fare brutta figura con la mescia, perciò stanca dei miei continui rifiuti mi fece un occhio nero e…continuai ad andare dalla mescia. Devo però ammettere che quel ceffone servì perché col tempo mi appassionai ed ora sono orgogliosa delle mie realizzazioni. Quando si è ragazze non è facile stare ore ed ore sedute, il tombolo richiede molto impegno e pazienza.

lidia cuna al lavoro

C’è la volontà, secondo lei, di tramandare le proprie conoscenze alle nuove generazioni? Personalmente sono sempre stata disponibile a questo, sono arti che si stanno perdendo nel tempo, ma è difficile trovare oggi ragazze interessate. Il tombolo è un’arte non facile che richiede molto tempo di applicazione per ottenere dei risultati, ed il tempo e la pazienza spesso mancano alle nuove generazioni, così prese da tanti impegni e abituate a voler raggiungere obiettivi con poco sacrificio. Ci sono creazioni a cui è particolarmente legata? Il tombolo richiede ore ed ore di lavoro paziente e attento. Tutto ciò che ho realizzato negli anni mi piace, perché è una soddisfazione poter ammirare il frutto di tanta fatica.

Ci sono state mostre o iniziative promosse dal Comune o da associazioni a cui lei ha partecipato, per far conoscere le sue produzioni e queste antiche arti? Una mostra di questo tipo è stata organizzata qualche anno fa dalla Società del Mutuo Soccorso, ma niente di relativo al tombolo. Sicuramente qualcosa in più si potrebbe fare per la sua riscoperta e valorizzazione.

A N N A PA R R U C C H I E R I D O N N A DAL 1981 73016 SAN CESARIO DI LECCE (LE) • Via Leone 2 • 0832.200627

Giuliana Scardino giuliana@alambicco.com

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Biomasse o masse critiche?  

l'alambicco - anno XIII - n.61 - febbraio 2014