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BIOMASSA VOL. 2 anno X numero 5 • dicembre 2011 • distribuzione gratuita

periodico di politica cultura società • www.alambicco.com

Ci sono mostri che uno spera di essersi lasciato alle spalle. Ma, proprio quando ci si sente al sicuro, ritornano più pericolosi di prima. Un esempio? La centrale a biomassa di Cavallino con cui qualcuno vorrebbe avvelenarci.


A VOLTE RITORNANO La vicenda della Centrale a Biomasse di Cavallino torna a far paura. La politica si deve interrogare sulla capacità di creare sviluppo ed economia senza ricorrere a progetti rischiosi per la salute della gente.

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partire dagli anni novanta, grazie a delle ricerche dell’ecologo William Rees della Columbia University è possibile calcolare la nostra “impronta ecologica”. L’impronta ecologica misura la “porzione di territorio” (terra o acqua) di cui una popolazione necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti. Siamo in grado di valutare quanto si impatta sul territorio e le sue conseguenze e nonostante tutto ancora oggi i talebani della politica e dell’economia immaginano vie, appunto, radicali e primordiali per produrre denari. Questa considerazione circa l’efficacia di fonti rinnovabili, quali le biomasse e nello specifico quella immaginata sul territorio di Cavallino, si potrebbe chiudere leggendo il parere negativo della ASL “…i dati epide-

miologici disponibili (Atlante cause di morte anni 2000-2005 OER, dati ISTAT Provincia di Lecce) evidenziano che nella Provincia di Lecce, con particolare riferimento ai Comuni a sud del capoluogo, sussiste una mortalità per tumori maligni più elevata rispetto alle altre provincie pugliesi, con specifica prevalenza di tumori polmonari … la messa in esercizio dell’impianto in oggetto eserciterà una pressione negativa sulla qualità dell’ambiente circostante in relazione alle immissioni in atmosfera che, ancorché conformi ai limiti di legge, non risultano bilanciate da altri interventi ambientali di tipo sussidiario; inoltre si evidenzia l’effetto sommatorio generato dall’incremento del traffico veicolare dedicato alla gestione dell’impianto”. Però il modello aggressivo dello sviluppo economico ha la sua forza e così dopo inquietanti silenzi regionali, spunta un commissario del Ministero dello sviluppo economico e la questione si complica. L’attivismo politico dei comuni limitrofi commissaria la politica di Cavallino e trascina, malgrado loro, numerosi personaggi e partiti ad una opposizione civile prima che politica, vista la tra-

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PARRUCCHIERI PER DONNA DAL 1981

73016 SAN CESARIO DI LECCE (LE) Via Leone 2 0832.200627 • 3491302488

sversalità del fronte antibiomasse. Che dire! Una delle peggiori pensate sembra stia per esplodere come una bolla di sapone. La Regione ha subito forti pressioni da parte della cittadinanza attiva e dei partiti e rompe l’assordante silenzio a sfavore della realizzazione di un ecomostro quale le biomasse, dopo la rinuncia della commissaria nominata dal TAR. Spero che questa esperienza aiuti il mondo della politica a riflettere su due aspetti: il primo riguarda la capacità di creare sviluppo ed economia senza ricorrere a progetti rischiosi per la salute della gente; il secondo è che la natura si riprende sempre ciò che le viene tolto e ripaga con la stessa moneta: dalle centrali nucleari costruite in zone sismiche, alle piogge torrentizie che trascinano via paesi che non avrebbero dovuto ostruire o modificare il decorso naturale dei fiumi, l’aria inquinata che uccide. Abbiamo Cerano a pochi chilometri, le grandi industrie di Taranto e… Cavallino, nello specifico, paga oggi, l’amaro conto che consegna quella che fu la SASPI. Morte! Posti di lavoro? Soldi che sarebbero ricaduti con le biomasse? Qualcuno ha il vigore di quantificare quanto vale la sua vita e volerla scambiare con un gruzzoletto di soldi? Prendiamo la discarica... È un

punto interrogativo. È necessaria una seria indagine per capire come funziona e cosa fare per tutelare la salute di chi lavora e dei cittadini. Cavallino non è mai stato un paese da rivoluzione francese, la stessa attività politicocivile di opposizione alle biomasse, proveniente dagli altri comuni, ha commissariato il paese che, però, ha beneficiato del loro attivismo; questo fatto potrebbe aiutarci a riflettere che è necessario pensare come comunità. Con questa vicenda possiamo dare un’accelerata al dormiente mondo della politica cavallinese (chi scrive non è esente da tale considerazioni). Le forze politiche e sociali non si accomodino sugli allori di quella che sembra presentarsi come una vittoria, forse è il momento di continuare a discutere sulle tante questioni aperte che riguardano l’ambiente o meglio la cultura dell’ambiente, inteso come risorsa da tutelare e non come spazio da aggredire. “L’essenziale è invisibile agli occhi” (Antoine De Saint Exupéry) Giancarlo Nicolaci

Periodico di politica cultura società Anno X n. 5 - Dicembre 2011 ISCRITTO AL N. 792/2002 DEL REG. STAMPA DEL TRIBUNALE DI LECCE

Direttore responsabile: Giancarlo Greco.

Hanno collaborato: Antonella Perrone, Antonio Colla, Aristodemo De Blasi, Cristian Nobile, Emanuele Faggiano, Gianni Nobile, Giuliana Scardino, Giuseppe Nobile, Luca Laudisa, Lucia Luperto, Giancarlo Nicolaci, Luigi Patarnello, Luigi Pascali, Marco Pezzuto, Paolo De Blasi, Paolo Verardo, Pierpaolo Lala. Redazione: via Umberto I, 65 - San Cesario di Lecce e-mail: redazione@alambicco.com internet: www.alambicco.com facebook: www.facebook.com/redazione.alambicco

Distibuito gratuitamente a San Cesario, Cavallino, Lequile, San Donato Stampato presso: S.& G. Grafiche - Galugnano (LE)


S.O.S. PIAZZA BOLOGNA Il senso civico assente, la scarsa manutenzione e, da ultimo, il punteruolo rosso, stanno riducendo uno dei principali luoghi di aggregazione di San Cesario in un completo stato di abbandono.

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ome dappertutto, la storia dei luoghi pubblici di una piccola cittadina come può essere San Cesario è legata alla storia delle persone che hanno reso vivo quel luogo, che lo hanno trasformato, arricchito e a volte maltrattato. Per san Cesario, uno di questi luoghi è sicuramente Piazza Bologna. Questo spazio ha rappresentato e rappresenta tutt'ora un punto fisso nella vita e nella crescita di almeno due generazioni di sancesariani, compreso chi vi scrive, e che proprio per questo riveste un'importanza particolare e richiede un interessamento speciale, da parte di tutti i cittadini. Purtroppo, per ragioni imputabili sia alla natura, sia a disattenzioni dell'amministrazione, ma soprattutto al comportamento delle persone che la frequentano, si avvertono in Piazza Bologna segnali preoccupanti, che se

non ascoltati corrono il rischio di danneggiare uno dei luoghi d'aggregazione più rappresentativi per il nostro paese. Infatti, se da un lato il punteruolo rosso è riuscito lì dove aveva fallito la stupidità armata di pit-bull, ovvero distruggere le palme decennali, dall'altro lato si continuano a vedere delle stupide scritte, che senza avere nulla di artistico, inneggiano solo sentimenti di odio contro un'intera città e mi ricordano come per alcune persone lo sport sia solo violenza. Ancora, se da un lato non è bello vedere l'erba così alta tra le fughe del rivestimento della piazza, frutto di una decisione non felicissima nei materiali, ma anche di una manutenzione non sempre all'altezza, dall'altro lato si continuano a vedere le aiuole degli alberi costellate da lattine, bottiglie e quant'altro, farcite da escrementi dei

nostri belli e coccolati amici a quattro zampe. In ultimo, una questione recente che riguarda la viabilità. Senza entrare nel merito e sulla bontà della decisione di cambiare il senso di marcia della traversa entrante da Vittorio Emanuele III, è assurdo, che a ormai due settimane dell'attuazione del piano traffico, si vedano molti automobilisti imboccare la strada, anche a gran velocità, in direzione contraria, non curanti sia delle norme ma soprattutto del pericolo e del danno che possono causare ad altri cittadini, considerando i moltissimi pedoni che percorrono la strada per entrare in Piazza Bologna. Concludo con un richiamo alla

partecipazione attiva di tutti alla salvaguardia di questo luogo cosi speciale, che continui a rappresentare luogo di crescita e aggregazione, che continui a 3 vedere adolescenti, giovani, famiglie e bambini insieme e a spronare l'amministrazione al contributo per la conservazione e lo sviluppo della piazza. È necessario a questo proposito trovare quanto prima le risorse per una soluzione al post-palme, pensando per esempio ad uno spazio per le famiglie con bambini, considerandone la cospicua presenza. Ma è necessario soprattutto che ognuno di noi consideri la piazza come propria e come tale la curi e la rispetti. Paolo Verardo


LECCE - STAZIONE DI LECCE I collegamenti con la città di Lecce fra mancanze istituzionali e le cattive abitudini dei sancesariani.

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ochi kilometri costellati da supermercati e grandi magazzini, utilizzati tutti i giorni da lavoratori e clienti, aziende di vario tipo, una scuola, una struttura medica privata ma soprattutto il principale polo ospedaliero della provincia “Vito Fazzi”. Su tutta questa grande arteria lunga pochi kilometri non si ferma nessun autobus e non è predisposta una vera pista ciclabile. Le trattative con le aziende di trasporto locali intraprese anni fa per collegare San Cesario al capoluogo di provincia non hanno portato a nessun risultato tangibile. Nessun risultato per potenziare il servizio autobus oltre l’orario scolastico. Nessun risultato per prolungare una linea di autobus dell’azienda trasporti Sgm di Lecce sino a San Cesario, considerando che ormai siamo periferia leccese e che nel quartiere aria sana è presente il servizio. E infine nessuna idea per convincere i cittadini a non mettere il piede sull’acceleratore. L’auto è comoda, trovare un parcheggio più vicino possibile alla nostra meta e inveire contro il traffico da’ soddisfazione, fa parte dello stile di vita moderno. E per quanto si ami il passato, questo è un dato di fatto. Tuttavia esistono delle alternative percorribili. La stazione ferroviaria, piccola e modesta, offre un treno quasi ogni ora durante l’intera giornata e una macchinetta automatica per i biglietti. Gli orari si possono visionare sul sito delle Ferrovie Sud-Est o all’interno della stazione. Aspettare il treno e vederlo affollato è una piacevole sorpresa, considerando

il fatto che a San Cesario nell’orario di punta oltre me aspettano altre due persone. In pochi minuti si arriva a Lecce: dalla stazione partono le linee Sgm e, a detta degli utenti, il servizio è soddisfacente. Andando a piedi non potete perdere una passeggiata mattutina dalla stazione a Piazza Sant’Oronzo, minuti straordinari che renderanno la vostra giornata un successo qualsiasi cosa farete nelle ore successive. Lasciare le auto a casa vi risparmierà dalla lotta infernale al parcheggio e vi

farà risparmiare denaro in termini di carburante e ticket sosta, oltre ovviamente ad aiutare l’ambiente. I sancesariani prendono l’auto per ogni commissione, è una questione di cattive abitudini. Si obietterà che se ci fossero delle valide alternative però ne usufruirebbero. Un cane che si morde la coda. Per avere servizi efficienti e migliorarli nel tempo occorre che la gente utilizzi i mezzi pubblici, maggiore richiesta di servizi porta le aziende locali ad investire di più ed avere

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maggiori guadagni. Dimostriamo la nostra buona volontà, godetevi le passeggiate nel nostro paese e nel centro storico leccese, guardate il panorama al di là del finestrino e spendete quello che avete risparmiato come volete e magari avremo un sistema di trasporti locali che risponde alle esigenze dei cittadini.

IL FILOBUS

Lucia Luperto lucia@alambicco.com

Il Sindaco Perrone annuncia l’inaugurazione della linea 3 il 27 dicembre

ochi giorni fa (il 3 dicembre), il sindaco di Lecce, Paolo Perrone, ha convocato una conferenza stampa surreale per annunciare che la prima linea (la numero 3) del filobus partirà il prossimo 27 dicembre. Perché ho definito quella conferenza surreale? Perché mentre annunciava la partenza della linea si affrettava anche a dire che il filobus “ha stravolto la città” e che se fosse stato per lui non l’avrebbe mai realizzato. Ma come? Un’opera pubblica costata complessivamente circa 23 milioni di euro, progettata quando lui, il sindaco di oggi, era vicesindaco della Poli ora viene “scaricata”? Perché il giudizio espresso dal buonsenso dei cittadini (che il filobus non andava fatto) non è mai stato ascoltato? E perché invece ora anche Perrone si esprime in

maniera così sfavorevole su questo “mostro”? Il pensiero non può che andare alle inchieste che ruotano attorno all’ipotesi di truffa per cui i magistrati stanno indagando proprio in queste settimane. Perrone, con tutta probabilità, vuol prenderne le distanze anche perché siamo a pochi mesi dalle elezioni amministrative leccesi. Così, si spinge addirittura a dichiarare che il Comune, il suo Comune, è pronto a chiedere la nullità del contratto con le aziende costruttrici qualora la magistratura dovesse accertare delle irregolarità. Tuttavia, non può convincere il suo maldestro tentativo di divincolarsi da un progetto nato, cresciuto e avviato da un’amministrazione di cui Perrone era uno dei pilastri. Pali e cavi stanno lì a ricordare ai leccesi un modello di cattiva politica.


IL PIATTO DI LENTICCHIE Mario Monti “curatore fallimentare” di un Paese che difetta di senso di responsabilità, con una classe politica che ha preferito esternalizzare la fatica delle scelte difficili, in cambio di una evidente cessione di sovranità

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Napoli, 4 dicembre 2011

on era mai accaduto prima. Un governo di professori semi-sconosciuti, sostenuti da quasi tutte le forze parlamentari, dal PdL al PD, al Terzo Polo, passando per la recalcitrante IdV. Con l’unica eccezione leghista, tornata - per calcolo opportunistico o per spirito di sopravvivenza – ad

una politica antisistema ed ai miti celti del dio Po. Un governo del Presidente, o del Preside come titolava un giornale anarchicamente berlusconiano, in cui la figura di Mario Monti si dispone sulla scena politica nelle vesti di “curatore fallimentare” di un Paese che difetta di senso di responsabilità; con una classe politica che ha preferito appaltare all’esterno, esternalizzare si potrebbe dire, la fatica delle scelte difficili, in cambio di una evidente cessione di sovranità. Un governo con la tutela istituzionale del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, diventato nel breve tempo trascorso dalle ultime elezioni il principale riferimento per la comunità internazionale, durante il cabaret volgare portato in scena dalla senilità berlusconiana. C’erano alternative all’arrivo del supplente? Sì, diverse. Ma non le abbiamo sapute o volute cogliere. E ora teniamoci questa “amministrazione straordinaria” dell’Unione Europea con le sue raccomandazioni ed i suoi questionari, della BCE con le sue lettere (in vero, scritte e pensate da Draghi e dalla Banca d’Italia, non senza cognizione di causa), di quel direttorio franco-tedesco che sarebbe sembrato ridicolo, con Merkel e Sarkozy nei panni di Balanzone e Brighella, se non

ci fosse stata la figura farsesca di Berlusconi-pulcinella. Teniamoci il grigiore accademico di Monti, che pure è l’uomo che ha messo sotto scacco Bill Gates e la Microsoft quando era commissario europeo; teniamoci i sacrifici (si spera) trasversali dell’imposta patrimoniale e dell’ennesima riforma pensionistica, del taglio ai trasferimenti ai Comuni e del malaffare delle aziende di Stato; teniamoci questo paese e cerchiamo di farne qualcosa di più dignitoso, senza facili moralismi, con pochi cori «di vibrante protesta», perché in fondo non è affatto vero che il Paese è migliore della sua classe politica. Facciamo schifo un po’ tutti noi, non solo l’Italia. Ma mentre cerchiamo dignità tra le ceneri del nostro debito, morale prima che finanziario, guardiamoci intorno, teniamo gli occhi spalancati perché nessuno – politico, banchiere, euroburocrate o Masaniello per professione – pensi che l’Italia possa rinunciare alla propria democrazia, alla propria agorà di discussione e decisione per un piatto di lenticchie. Per risollevarci, anche a San Cesario, dobbiamo prenderci cura della nostra Piazza e dubitare di chi dice: “non ti preoccupare, ci penso io”.

P.S. questo pezzo è stato scritto prima della presentazione dei provvedimenti del Governo: se questi dovessero rivelarsi seri e rivolti al futuro, impegnativi per i partiti in Parlamento, allora vi do appuntamento al numero di febbraio, per l’articolo sulle imminenti elezioni. Spero di sbagliare ma non credo che questo parlamento di nominati sia all’altezza del compito. Giuseppe Nobile giuseppe@alambicco.com

MARI O MONTI?

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erlusconi non è più capo del governo. Mica roba da poco! In tanti hanno scritto, commentato, analizzato l’importanza di questa sorta di “liberazione”. Eppure, mi è rimasta una sensazione forte di amaro in bocca. Anzi peggio. Direi che mi sono sentito stupido l’istante dopo aver gioito per le sue dimissioni. Così, ho provato a riflettere oltre le apparenze e sotto il livello superficiale di analisi: è vero, Silvio non è più a capo del governo ma conserva la maggioranza nel Parlamento; a se stesso ha fatto succedere un banchiere (Mario Monti) che ha subito dichiarato la volontà di rispettare le misure contenute nella lettera di intenti che Berlusconi ha presentato alla Banca centrale europea poco prima di abbandonare Palazzo Chigi; sempre Monti si è premurato di riconoscere immediatamente, dalla colonne del Corriere della Sera, “due importanti riforme dovute a Mariastella

La gioia per la sconfitta (apparente) di Berlusconi non deve fare abbassare la guardia

Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione – ha dichiarato il nostro - verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.” Proprio queste due riforme rappresentato probabilmente gli atti più devastanti del precedente governo. Com’è possibile che si arrivi addirittura a complimentarsi con i loro autori? Quale discontinuità c’è tra Berlusconi e Monti? I tagli alla cultura e alla formazione (con la privatizzazione della ricerca e la cancellazione dei diritti dei lavoratori, con i tagli ai salari e il blocco delle pensioni) possono essere misure alle quali dare sostegno (come hanno fatto anche alcuni partiti di opposizione)? Se è questo il futuro del nostro Paese, allora Berlusconi non è stato affatto sconfitto! La gioia con cui abbiamo accolto le sue dimissio-

ni probabilmente è frutto di frustrazione. Certo, Monti e i suoi ministri (lobbisti del Vaticano e delle banche) non vanno a puttane (o, almeno, non in pubblico), non fanno battute scurrili, non paventano il ritorno dei cattivi comunisti che mangiano i bambini, ma la sostanza dell’agire politico sembra essere immutata, in alcuni casi potenziata. Occorre stare attenti al grande rischio che corriamo: Berlusconi & C., liberati temporaneamente dal peso del governo, hanno il tempo, la tranquillità e i mezzi per montare un’ondata populista di proporzioni colossali che preparerà le prossime elezioni. Siamo pronti a fronteggiare l’esercito di Minzolini e Scilipoti con qualcosa di più di una pizza Mari o Monti? Giancarlo Greco giancarlo@alambicco.com

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LU

RUSCIU

DI LUIGI PASCALI

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incredibile come il tempo riesca a diluire tutto: ricordi, convinzioni, certezze… per fortuna lo scorrere degli anni trasforma non solo il nostro corpo, ma anche le nostre idee, ricordandoci in qualche modo ciò che sovente dimentichiamo: di essere umani, perciò fallibili, fragili, inermi! Ciò che più mi affascina è la considerazione delle distanze! Col passare degli anni, alcuni luoghi che da bambino sembravano lontanissimi, si sono “avvicinati” sempre di più. Posti che da adolescente sembravano “avventurosi” oggi sono dietro l’angolo… l’estrema periferia, un tempo “a campagna” oggi si direbbe quasi al centro del paese. Ciò non solo a causa dell’espansione edilizia (a dire il vero San Cesario nu’ s’ha “espasa” pe’ nienti!), ma proprio perché era insita nei bambini la concezione dell’ignoto e dello sconfinatamene grande per tutto ciò che non era alla propria portata! Tant’è che gli adulti li chiamavamo li rànni, anche nei casi in cui costoro erano alti ’nu metru e chìca! (dove chìca sta per “piega”, cioè una piccola piega che i commercianti di stoffe a metraggiu solevano fare, in aggiunta, prima di tagliare la stoffa acquistata, in segno te bbona mesùra, e non mi dilungo sulle feroci diatribe tra sarte e ’ccattabbìnni sulla lunghezza della “chìca”!

L’Inferno verde... Laddove la richiesta di questa superava abbondantemente li centimetri te pezza ‘ccattata!). Di questi luoghi il tempo ne ha mutato il ricordo, fortunatamente migliorandolo, rendendolo anno dopo anno sempre più bello, più vivido, più “importante”, di quella importanza che si conferisce alle cose di cui si acquisisce sempre più la consapevolezza che sono destinate a rimanere uniche, irripetibili, perdute, se non nella memoria, nella reminiscenza e nella spregiudicata speranza che, descrivendole, ne possa rimanere traccia, sperando in un incontro ideale tra chi, temerario, continua a scriverne e chi audace, visto i tempi, continua a leggere… magari abbozzando un sorriso, nel condividere tali ricordi! Se poi riesce ad interessare qualcuno delle nuove generazioni… la soddisfazione è immensa! Uno dei tanti “luoghi magici” era l’Inferno Verde, in estrema periferia, dopu li passaggi a livellu (bisognava attraversarne due). Già il nome, inventato da noi stessi, preludeva a qualcosa appunto di “infernale”. Altro non era che una vecchia cava (Le tajate) di pietra leccese (Le Mate) che il tempo e la natura si erano ripreso, colonizzando ciò che l’uomo aveva sventrato per cavarne chiànche e piezzi te leccìsu, con centinaia di metri cubi te erva, chiante… ma soprattuttu scràsce! A

dire il vero sembrava proprio un “inferno” di rovi, sterpi e spine, di un verde ora intenso ora tenue… dalle mille sfumature, attraverso il quale ci si apriva un varco a botte te stanghe te arveru e ci si avventurava, nonostante li causi curti. Durante la traversata di questa “savana” casereccia, ci si produceva in fantastici racconti su quel luogo magico, popolato sicuramente te secàre e scursùni ma anche da improbabili centenari secarùni, una sorta di grossa vipera, dalle dimensioni gigantesche, dotata addirittura di corna, detta anche mungivacca poiché nell’immaginario li secarùni si attaccavano alle mammelle delle vacche al pascolo e ne sucàanu lu latte! Ci sentivamo una sorta di cavalieri, avventurati nell’antro di questi fantastici “draghi salentini”, le nostre armature erano magliette e canottiere strazzate, le armi l’immancabile fionda appesa al collo, la frèccia, costituita da ’na stanga te fica o te mendula a forma te ipsilon, li cordoni te camera t’aria te bicicletta, la ricchièddhra te cuoiu (un pezzo di tomaia di qualche vecchia scarpa ); in tasca ’na buttiglia te gazzosa china te pallini te chiùmmu estorti a qualche cacciatore che conoscevamo. Giunti a destinazione, in fondo alla tajata, si apriva uno scenario incredibile: un piccolo boschetto di pini

medi3terranei, alti, maestosi, imponenti, ma soprattutto rifugio di migliaia di uccelli, all’imbrunire, allu ’mmasùnu. Muovendoci silenziosi, col naso all’insù, ci si riempiva la bocca di pallini, per poterli inumidire con la saliva e tenerli compatti, per poi “sparare” fra le stanghe te pignu, dove la “rosa” dei pallini si “apriva” a cercare di colpire qualche passaru casaluru o qualche frangiddhru, quasi sempre, per fortuna, invano! La battuta di caccia durava poco, poiché nonostante la nostra temerarietà, il percorso a ritroso, in caso di buio, ci faceva venire i brividi! I discorsi del ritorno erano densi di avvistamenti di uccelli incredibili: falchi, turture, faggiani, papùscie (upupa)… una volta persino un’aquila! Che avremmo certamente abbattuto la prossima volta, cu li cordoni nei, quiddhri quatrati, ca ìnnenu a Lecce! Oggi l’Inferno Verde, le Mate, un tempo lontanissimo, è ad appena 500 metri, in linea d’aria, dal centro abitato ed è divenuto una discarica. Il colore non lo saprei definire, ma la definizione di “Inferno”, adesso, mi sembra più appropriata!


NATALE IN CRISI Un giorno speciale per molti, un giorno difficile per altri: alla ricerca del senso del Natale fra consumismo, licenziamenti e rivolte nei paesi arabi.I buoni propositi ci aiuteranno?

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ià si sente l’aria natalizia profumare di gioia tutte le vie. Le strade, i negozi e le abitazioni brillano di mille colori diversi, regalando agli occhi immagini che allietano il cuore riportando alla mente ricordi ed emozioni dimenticati per tutto l’anno. La gente marcia frenetica verso ogni negozio, cercando il regalo più adatto al prezzo più giusto con l’unica speranza di non deludere nessuno in un Natale povero come questo. In ogni casa le famiglie si riuniscono, i genitori riscoprono la bellezza di esser tali mentre fra canti e risate preparano insieme ai figli il Presepe e l’Albero sotto il quale Babbo Natale lascerà loro i doni, come premio dell’anno passato. Che bello osservare i propri figli scartare contenti e felici i regali e poi ritrovarsi a pranzo con tutti i parenti più lontani rincasati per l’occasione. Ridere, scherzare e festeggiare e soprattutto lasciare fuori dalle nostre case le immagini e i dolori che aflligono tutto il mondo e che pure ogni giorno vediamo scorrere sulla nostra amata tv, come se il natale e la felicità che l’accompagna fossero una prerogativa della nostra famiglia o peggio un diritto di ogni buon paese industrializzato. Se infatti in tempi non lontani il problema relativo al Natale era quello del suo stretto legame con il consumismo, che lo ha ridotto ad un giorno come tanti in cui ci si scambiano i doni e nulla più, oggi più che mai l’aspetto più tragico è quello dell’indifferenza che affligge ogni buon italiano. Ci lasciamo scivolare addosso ogni ingiustizia subita da altri, restando però sempre pronti a combattere se la stessa

ingiustizia venisse rivolta verso di noi. Pensate che bel regalo hanno ricevuto i lavoratori dello stabilimento Fiat di Termini Imerese: dopo quarantuno anni di attività lo stabilimento potrebbe chiudere i battenti e i lavoratori, con le famiglie a seguito, troveranno un grande punto interrogativo sotto i loro albe-

ri natalizi. Pensate a quanti in questo momento stanno perdendo il lavoro, a quanti lo cercano e non riescono a trovarlo, a quanti cervelli fuggono da questo paese così ingrato. In questi anni i meccanismi finanziari, le lobby, le politiche e i politicanti hanno continuato ad andare avanti con le loro convinzioni, considerando le persone come numeri facenti parte di ordine sociale prestabilito e lasciando da parte quel sentimen-

to di umanità che invece dovrebbe legarci tutti. Abbiamo creato l’economia e le sue logiche ed ora sembra che siano queste a determinare il futuro delle persone, come se fosse un meccanismo indipendente a cui nessuno può opporsi. E se allungate lo sguardo verso i paesi Arabi, dove il Natale neanche

quest’anno farà sconti, pensate a tutta la violenza e a tutto l’odio che la nostra ventata di democrazia ha portato. Eppure il Natale li è arrivato prima ed ha portato a tutti la primavera e delle armi con le quali ci si uccide fra fratelli e si lotta per la democrazia. Nonostante ciò Il Natale resta sempre un giorno unico e non soltanto perchè capita una sola volta in tutto l’anno ma anche e soprattutto perchè è l’unico

giorno in cui i buoni propositi e lo spirito gioviale ed amichevole che ci pervadono vengono manifestati in tutte le loro forme ed accessioni. Ma oltre ai regali, ai pranzi e alle cene, agli auguri e agli abiti nuovi che ognuno sfoggia, alle Messe a cui tutti presenziano, cos’è diventato il Natale? Qual è il senso che attribuiamo al Natale a parte tutto ciò? Da queste poche righe potrebbe trasparire una velata forma di banale retorica o di diffusa demagogia ma l’intento di chi scrive è ben lontano dal far pesare la possibilità che abbiamo, come popolo di un paese sviluppato, di festeggiare ed essere felici a Natale. Credo che proprio in questo giorno così gioioso sia doveroso dedicare almeno per un momento un piccolo pensiero a tutte quelle persone di ogni parte del mondo che non hanno avuto la nostra stessa fortuna. E se a Natale riusciamo ad essere più buoni, a mettere da parte l’invidia, a guardare l’altro come guardiamo noi stessi, a capire che oltre al denaro e al lavoro c’è un mondo che ci aspetta, possiamo sicuramente provare a farlo per tutto l’anno, come se fosse sempre Natale! I più cinici potrebbero obiettare dicendo che con il solo pensiero o con le sole parole non si risolve niente, io invece sono convinto che le idee e i buoni propositi, seppur spiccioli rispetto a tutto, possono veramente cambiare il mondo in cui viviamo. Con l’auspicio che questo Natale più povero di tanti altri renda più ricchi tutti, buon Natale! Luigi Patarnello

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CALENDARIO 2012 I COLORI DAL PASSATO Dal 12 Dicembre il nuovo calendario de “l’alambicco” vi aspetta con una grande novità: le foto a colori dei mitici anni ’70

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i siamo! Puntuale come sempre, più accattivante che mai, torna il più atteso, ricercato, fotocopiato lunario di tutti i tempi. Torna il must delle nostre case: sua maestà il Calendario de “l’alambicco”, edizione 2012. Torna e lancia subito la sfida al 29 febbraio ed al 21 dicembre: perché, alla faccia di ogni superstizione, sarà un anno fantastico. Con una nuova veste grafica, qualche simpatica novità interna ma, dopotutto, sempre con le tue foto a raccontarci il film della nostra vita: le cene tra amici, il quinto di vino, due salti al Piper, i matrimoni senza abito bianco, i compagni di scuola, i primi gruppi musicali.

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“L’ALAMBICCO” AI Domenica 18 Dicembre la nostra associazione incontra amici vicini e lontani con un appuntamento gastronomico con la cucina a km zero. Noi saremo ai fornelli, vi aspettiamo per far festa insieme

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nche ques’anno “l’alambicco” è lieto di invitarvi al consueto appuntamento natalizio per trascorrere una serata in compagnia e condividere il bilancio di un anno assieme. Domenica 18 dicembre alle 20 vi aspettiamo presso la nostra sede in una veste un po’ diversa: gli “alambicchi” prapareranno dal vivo dei manicaretti per voi fra musica e addobbi natalizi. Sceglieremo prodotti di stagione a chilometri zero e proveremo a inscenare un piccolo teatro culinario del quale i protagonisti potreste essere voi. Per informazioni e prenotazioni (dobbiamofare la spesa!) potete contattarci tramite e-mail (redazione@alambicco.com) o telefonando al numero 392.7104152. Vi spettiamo!

Al prezzo dello scorso anno, puoi trovare il Calendario presso la nostra sede in via Umberto I n. 65 durante le iniziative (vedi sotto e a destra), nelle edicole di San Cesario, o nei tuoi esercizi commerciali preferiti: Grema di Nunzio Mariano (via Circonvallazione) - Dainami di Claudia Montinaro (Via Cerundolo) In Onda (via Umberto I) - Giuswa Parrucchieri (via Immacolata) Salsamenteria (Via Roma) - Anna Parrucchieri (via Leone) Ricevitoria Patarnelo (via Dante). Non rischiare di rimanere senza!

FORNELLI

E allora, che aspetti? Sai che lo vuoi!


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FELICITÀ DEL TESTIMONE Venerdì 16 dicembre alle 19.30, “l’alambicco” ospiterà la presentazione dell’ultimo romanzo di Elisabetta Liguori

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n misterioso assassinio scuote la routine di una piccola cittadina del Salento: Gaetano Scalise, consigliere comunale del paese, viene ucciso una sera d’estate. Le esistenze dei suoi abitanti si ritrovano improvvisamente coinvolte in impreviste ipotesi criminose. Due donne, Flavia (una bambina di sei anni che s’è trovata per caso ad assistere all’assassinio) e Concetta (un’assisente sociale dalla vita noiosa e piatta, in evidente sovrappeso) intrecciano, in un legame delicato e forte, i loro destini, i dolori, i desideri. Su tutti, quello di scoprire la verità.

In molti vorrebbero che Flavia non parlasse di ciò che ha visto perché dalle sue parole dipende la felicità di un intero paese. Col passare del tempo, le indagini si complicano facendo emergere un caleidoscopio di personaggi singolari, dalle tinte forti in un noir saturo di colori sullo sfondo di un Salento inedito, sporco di sangue sotto il sole d’agosto. Da qui parte l’ultimo romanzo di Elisabetta Liguori, appena pubblicato da Manni nella collana Punto G e che l’autrice stessa presenterà presso “l’alambicco” venerdì 16 dicembre, alle ore 19,30. A dialogare con lei, Dario Goffredo e Teresa Romano.

Elisabetta Liguori La felicità del testimone Manni 2011 . pp. 276 • euro 17

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968. È cancelliere presso il Tribunale dei Minori di Lecce, e scrive sulle pagine culturali del “Nuovo Quotidiano di Puglia”. Ha esordito con il romanzo Il credito dell’imbianchino e nel 2007 ha pubblicato con Pequod Il correttore. Ha partecipato a varie antologie: con Manni, Mordi&Fuggi (2007) e Sangu (2011).

9 “La macchina fotografica fissa un’immagine nel tempo permettendoci di conservare il ricordo di un’esperienza visiva che non vogliamo dimenticare”

La foto vincitrice di questo numero Tutte le foto del concorso 2011 sono visibili sul nostro sito www.alambicco.com e sul profilo facebook

www.facebook.com/redazione.alambicco Visto il successo riscosso il prossimo anno continueremo con il Concorso Fotografico. Continuate a seguirci!

“Cristalli”

di Annalisa De Blasi


L’EMOZIONE DELLA PITTURA Incontro con Giuliana Margiotta, novella pittrice, nostra concittadina 34 anni, lavoratrice, moglie, mamma di due bambini con la passione della pittura. Raccontaci come e quando hai iniziato ad interessarti di questa forma d’arte. È una passione nata poco più di un anno fa. Per caso, sfogliando una rivista di arredamento, restai colpita dal soggetto di un quadro ed ebbi un improvvi-

REUME DI

so desiderio di comprare una tela; provai così a lasciare andare la mano, cercando di esprimere quello che in quel momento sentivo. Così, ogni volta che ho l’ispirazione, compatibilmente con gli impegni familiari, mi chiudo nella mia stanza e lascio andare le mie emozioni. Come definiresti il tuo stile? Ne hai uno di riferimento? Non ho fatto studi d’arte, non ho un mio stile definito, né uno di riferimento anche se ammiro molto l’arte di Ezechiele Leandro. Mi lascio guidare dall’istinto, mi sperimento tirando fuori quello che di volta in volta sento, traducendolo in tratti, colori, parole. C’è un filo conduttore nelle tue tele , un denominatore comune?

Se c’è io non lo ravvedo, forse inconsciamente; ci sono però dei colori che prevalgono, che mi viene naturale utilizzare come il rosso e il dorato. In molte delle tue tele i colori sembrano inseguire le parole: il quadro nasce prima dalla parola o dal disegno? Spesso nasce prima da un pensiero, da una frase letta o ascoltata. Qualche giorno fa , per esempio sono stata colpita da una frase riportata da mio figlio; l’ho appuntata, magari ne verrà fuori un quadro. Come riesci a conciliare gli impegni lavorativi e familiari con la passione per la pittura? Sicuramente non è facile gestire tutto. Ci sono volte in cui vorrei dipingere ma devo rinunciare, altri momenti di caos generale in casa in cui mi allontano, in silenzio, e ritrovo la quiete davanti alle tele. Ho comunque il soste-

gno dei miei familiari, felici di questa mia passione. Hai già avuto modo di far conoscere i tuoi quadri? Mi piacerebbe ma non ho avuto ancora l’opportunità di farlo. Mi piace l’idea che le mie tele possano in qualche modo trasmettere in chi le osserva una sensazione di benessere. Quale viaggio artistico vorresti intraprendere? Per ora continuo a lasciarmi guidare dall’ispirazione del momento. Spero di avere tanto da esprimere, ma potrebbe anche accadere domani di non voler più dipingere o avere un’ispirazione così forte e tante tele davanti a me, per dipingere ora sull’una ora sull’altra. Noi ti auguriamo la seconda e di vedere presto una tua mostra. Giuliana Scardino giuliana@alambicco.com

E DINTORNI

LUCA LAUDISA

Il secondo appuntamento della nostra rubrica ci porterà alla scoperta di uno dei disturbi più diffusi legati alla colonna vertebrale. Sintomi, consigli e buone pratiche per conoscere e prevenire.

A volte capita di incontrare un amico o parente che con un foulard al collo e la voce sofferente dice:” Oggi lasciami stare, ho la cervicale!”. In quel momento tutti siamo pronti a immedesimarci nel nostro interlocutore, avendone sofferto anche noi in passato. A me spesso viene da dire: “Meno male (per fortuna)!”. Vi immaginate una persona senza rachide cervicale?!! Sicuramente non sarebbe molto alto. Per “cervicale” o meglio per rachide cervicale si intende quella parte della colonna vertebrale che sostiene il cranio. La colonna vertebrale è composta da 7 vertebre cervicali ( C1,C2… C7), 12 vertebre dorsali o toraciche (T1,T2… T12), 5 vertebre lombari (L1-L5), 5 v. sacrali (S1-S5) e 3-5 v. coccigee (saldate tra loro). Un quadro clinico molto frequente è la cervicoartrosi la cui caratteristica principale è la degenerazione della cartilagine articolare tra le vertebre; per cervicalgia si intende un dolore cervicale generico, mentre la cervicobrachialgia è caratterizzata da un dolore che parte dal collo per poi diffondersi alle spalle, agli arti superiori e alle mani causando un senso di formicolio e addormentamento. Infine la distorsione cervicale, detta anche “colpo di frusta”, è un evento traumatico che insorge a fronte di un brusco movimento del capo che supera i limiti fisiologici di escursione articolare.

Sicuramente i ritmi estremamente veloci della vita di ogni giorno ci portano spesso ad assumere posture non corrette sia perché trascorriamo molte ore in piedi sia perché quando siamo seduti davanti ad una scrivania spesso assumiamo posizioni di “comodo” sbagliate. Generalmente la posizione più corretta (quella che presuppone la schiena totalmente dritta) sembra essere la più disagevole e rimanendo a volte per ore ed ore in una posizione non corretta anche i muscoli si adattano e accorciandosi provocano dolore. Oltre ad attenuare il dolore, il trattamento riabilitativo dovrà concentrarsi nell’eliminare i fattori di rischio; per questa ragione occorre prevenire mettendo in pratica semplici regole: - cercare di evitare situazioni che possono portare a traumatismi cervicali (sport violenti ecc.); - cambiare posizione ogni tanto, specialmente se si trascorrono molte ore da seduti; - svolgere attività fisica. Un ulteriore aiuto per prevenire i tantissimi “acciacchi” del rachide cervicale può essere quello di svolgere in maniera sistematica alcuni semplici esercizi al mattino in modo tale da sbloccarsi dal irri-

gidimento notturno: rotazione del collo con busto fermo, cercando di avvicinare il mento verso la spalla destra e successivamente sinistra; estensione e flessione del capo: portare il mento verso il basso e successivamente verso l’alto; inclinazione del capo: cercare di avvicinare l’orecchio alla spalla, facendo attenzione a non muovere le spalle.

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LUCIA E NINFA Un esordio e una sorpresa per due donne della musica salentina

S

e l’estate è dedicata ai festival, l’autunno è perfetto per le nuove uscite discografiche da regalare a Natale. Non a caso dedichiamo questo piccolo spazio sul “l’alambicco” di dicembre a due cantanti salentine dal percorso molto diverso. La prima è Lucia Manca (della quale abbiamo già parlato alcuni mesi fa), un’esordiente di Guagnano appassionata di cantautori italiani, jazz e neofolk (soprattutto del Nord Europa). L’altra invece è Ninfa Giannuzzi, quarantenne di Calimera, uno dei volti noti della musica a queste latitudini, rocker di nascita che nel suo lungo percorso musicale ha abbracciato sonorità mediterranee e dei sud del mondo, diventando negli ultimi dieci anni uno dei perni dell’Ensemble della Notte della Taranta, con il quale ha calcato palchi in giro per il mondo al

fianco di artisti nazionali e internazionali. Lucia Manca ha appena pubblicato per l’etichetta Novunque il suo omonimo esordio discografico. Un disco intenso e “onirico”, prodotto, arrangiato e suonato dal cantautore e chitarrista degli Amor Fou, Giuliano Dottori che arriva dopo circa due anni di lavoro e di concerti. Lucia è molto giovane e ha un immaginario che riporta alle favole e ai sogni. “Io e Giuliano ci siamo trovati d’accordo sulla direzione da dare alle mie canzoni, inoltre nel disco c’è un pezzo scritto interamente da lui e un altro che abbiamo scritto insieme”, precisa Lucia. “Questo è un disco sospeso tra atmosfere trasognate e malinconiche, ma era mia intenzione aggiungerci momenti più leggeri, più vicini alla

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Lucia Manca

realtà”. Il 17 dicembre Lucia presenterà i brani del disco all’Istanbul Cafè di Squinzano accompagnata da Matilde Davoli (chitarre) e Mauro Ingrosso (basso/batteria) che insieme ad Andrea Rizzo (batteria) formano la band con la quale la cantautrice girerà per l’Italia da gennaio per presentare il disco. Nel frattempo un suo brano è finito nella compilation “Puglia Sounds Now”, pubblicato dal mensile XL di Repubblica che include il meglio della nuova e giovane scena musicale pugliese. “Funzione preparatrice di un regno” è, invece, il complesso titolo del cd di Ninfa Giannuzzi, che sarà presentato ufficialmente il 22 dicembre ai Cantieri Koreja di Lecce con uno spettacolo ricco di ospiti. Ninfa “abbandona” la musica tradizionale e torna al rock proponendo “un insieme di ambienti personali, di stanze emozionali che conservano e raccontano le inquietudini profonde e quotidiane di un'esistenza spesa sempre sull'orlo del baratro, in equilibrio

sui sogni, sempre in bilico tra il bisogno di comunicare e la voglia di silenzio. Ogni ambiente-canzone disegna quindi uno spettro di visioni, sovraccariche, emotivamente tese”. Nei nove brani scritti, insieme al compagno Edigio Marullo (che è anche arrangiatore, musicista e autore della copertina e delle immagini del cd) si sentono Pj Harvey e i Pink Floyd, Lindo Ferretti e Nada, il mediterraneo di De Andrè di “Creuza De Ma” e tutta la ruvidezza che è il collante tra musica e testi, senza dimenticare il Portogallo di Lasha e i riferimenti letterari di Verharen e Sepulveda. Ottima anche la line up di musicisti (quasi tutti compagni di avventura di Ninfa in precedenti progetti) come Valerio Daniele, Emanuele Licci, Giorgio Distante, Giuseppe Spedicato, Admir Shkurtaj, Marco Della Gatta, Emanuele Coluccia, solo per fare qualche nome. Pierpaolo Lala

DOLCERUBRICA DI ANTONIO

COLLA

DELIZIE DELLA FESTA

Ingredienti Latte fresco intero gr. 100, Zucchero gr. 125, n.4 Tuorli d'uovo, Bacca di vaniglia Q.B., Cioccolato fondente 72% di cacao gr. 150, Panna fresca vaccina gr. 300, Confettura di lampone Q.B., Panettone classico Q.B., Colla di pesce 1 foglio (gr. 4)

Ninfa Giannuzzi

Procedimento Unire lo zucchero con i tuorli e il latte e portare a 85° C (possibilmente utilizzando un forno a microonde). Una volta cotto aggiungere la colla di pesce preventivamente ammorbidita in acqua fredda. Unire il cioccolato fondente al

composto ancora caldo. Raggiunta la temperatura di 40° C aggiungere la panna leggermente montata.

Composizione Adagiare sul fondo di 10 bicchieri, tipo flute, un cucchiaino di confettura. Riempire tre-quarti del bicchiere con il composto preparato. Riporre in frigorifero per almeno 10 ore ad una temperatura di 2° C. Finitura Spuntone di panna montata decorato con un cubo di panettone classico.


Lettere al Direttore

redazione@alambicco.com

Comitive moderne

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Non so se in tutti questi anni avete già trattato l’argomento, volevo però suggerirvi una possibile vostra futura inchiesta: ovvero perché sempre più giovani di San Cesario abbandonano il paese? Non mi riferisco alla fuga di cervelli o a una migrazione verso il Nord, ma più semplicemente al naturale scorrere della vita paesana, tutto ciò è realtà o semplice leggenda metropolitana? Però sempre più spesso mi capita, quando entro in un qualsiasi esercizio commerciale, di ascoltare un genitore lamentarsi con l’amico di aver dovuto accompagnare il figlio di 12 o 14 anni a Lecce per una passeggiata. Mi chiedo: dove sono quelle numerose, non solo per numero di persone, comitive di ragazzi che affollavano in tutti gli angoli il paese? Come fare per trattenerli qui? Anche perché così ne gioverebbero pure i vari piccoli locali. Da qui colgo l’occasione per proporre un altro articolo da trattare: che fine ha fatto e cosa si potrebbe fare per salvare il glorioso teatro, cinema Gigante? Quanti film ho potuto vedere, accompagnato da mio padre, in quel luogo per me magico… Le luci si spegnevano e lo spettacolo cominciava. Ricordo quando, ancora bambino (avrò avuto circa 10 anni), mio padre mi accompagnava la domenica mattina a vedere

i fantastici cartoni della Disney. Mi lasciava in quel luogo sicuro e poi, una volta terminato lo spettacolo, da solo me ne tornavo a casa. Certo, ora ci sono queste fantastiche multisala munite di ogni comfort e bisognerebbe fare un investimento davvero notevole per rimettere in sesto il nostro cinema ma non potreste voi come giornale lanciare una campagna propagandistica per far tornare il cinema Gigante agli antichi splendori? Quante cose si potrebbero fare: concerti di giovani cantanti, spettacoli teatrali e magari programmare, anche in seconda visione, dei bellissimi film senza che i nostri giovani debbano per forza migrare nelle multisala per assistervi. Lo so il nostro problema è la metropoli cosi vicina, ma perché ne dobbiamo per forza di cose dipendere e subire il suo fascino e non diventare una volta per tutta indipendenti? Anche perché nella metropoli si trovano tante cose belle ma ci sono anche tanti pericoli nascosti negli angoli. Grazie da un vostro affezionato lettore.

A un grande...

Antonio Greco

Seduto nel mio studio a fissare il poster di un ragazzone che corre con la sua moto, mi tornano in mente quegli istanti fugaci ma intensi di quando lo incontrai di persona. Per riuscire a strappare la sua

attenzione lo chiamai: Super Pippooooo! Lui si girò di scatto e mi fece un sorriso... Era il grande Marco Simoncelli, uno speciale. Dico era perchè ora, pensando a lui, ho in mente solo il ricordo sbalordito di quella grigia e torrida mattinata malese, quando la sua vita si è spezzata alle prime curve del gran premio, lasciandoci così, lì davanti al televisore, ammutoliti e increduli. Marco, non ti dimenticheremo mai, perché oltre alla tua spiccata bravura in quello che facevi, dietro c’era ancora di più: una persona fantastica, stimata e apprezzata da tutto il circus della motogp e da tutti quelli che ti seguivano. Sempre molto solare e disponibile, persino quando le cose non andavano nel verso giusto... già, perché tu volevi essere competitivo, sempre con il gas “a martello”, sempre a duellare anche con i tuoi amici-nemici di sempre. L’unico rammarico che ho è che quella volta avrei voluto abbracciarti come un vero amico, farti sentire tutta l’approvazione che la gente prova per te, perché eri un buono di natura e tanto, tanto umile. Proprio per questo, a quasi due mesi dalla tua scomparsa, non passa mai un giorno in cui io non dedichi qualche istante al tuo ricordo, chiedendomi il perché sono sempre i migliori quelli che ci lasciano. Ciao SuperSic, ora vola più veloce che puoi! Massimo Taurino

A Giuseppe Colella il Premio Teknè per la Grecìa Salentina Con vivo compiacimento riportiamo la notizia appresa dalla stampa (Gazzetta del Mezzogiorno, 13 settembre 2011) del conferimento del Premio Teknè al nostro concittadino prof. Giuseppe Colella. Poiché nella motivazione si fa riferimento a “pregiati versi in lingua grika”, gli abbiamo chiesto di offrirci un piccolo saggio che volentieri sottoponiamo alla curiosità dei nostri lettori, con l’augurio della Redazione per sempre nuovi successi in campo artistico-letterario.

E cozza palea ce e kalì glossa-mma

Estike peiammeni mè sto xoma – den ixe milìa na mu pi’ ena lo’- Milise jà mena ma to xroma – aspro, mavro ce kokinò.

M’ùpe: “esù teli na su po’ – na su miliso tse mena appu jennisi – appu irta ettù – posso stompijo ime domèna – rissopu è m’ivvrike esù. (…)Ida Messapi, Greci-Bizantini – Normanni, Aragonesi ce Angioini – Diakane pu ttu puru e Turki – mes frecce tse lumèra ce t’amparria.- Kamane us kristianù sa’ sebburki – mes palle tus kannunu tse lisarria. Ste piane sto Terentò – na parune Allah

puru ecì – ma on anemo grikò ce us biundu atsilà atton a’ Foca – us empose t’urtea sti Roka – ce us pejase me s sti stra – ‘S kampossu pu se mà piakane i tsixì – ce puru ti zzoì. Tispo fidetti però – na mas klisi to llemò – na mas dhatsi in glossa sto milìsi – Puru ka diaike tosso cerò – panta glicea meni e glossamma – ce su aresi ni traudisi.-

Quaissattu i pernune sti mesi – ce kannune rrebatto mi musikà – evò telo ni kuso resi resi – mo llemò klimmeno ce ma maddia nittà.

Glicea ene e glossamma – Ce a teli ni noisi ma ttia lettà – is previ ni kusi ce ni kantalisi – ligo ligo, sigà sigà.

La conchiglia fossile e la nostra bella lingua Stavi gettata tra la terra – né eri capace di dirmi una parola – hai parlato per me con i colori del tuo manto – bianco, nero e rosso-amaranto. Mi hai detto: “Tu vuoi ch’io ti parli di me quando son nata – come e quando son qui venuta – quanto calpestio di gente passata – fino a quando mi hai trovata tu.(…)Son passati di qua Messapi, Greci-Bizantini – Normanni, Aragonesi e Angioini – son passati di qua anche i Turchi – con le frecce infuocate ed i cavalli – hanno trasformato i cristiani in cadaveri senza sepoltura – con le palle dei cannoni fatte di pietra dura.

Stavano andando ad Otranto – per portare Allah anche là – Ma il vento grecanico e le onde alte di San Foca – li ha spinti verso Roca – e li ha gettati sulla strada.-A parecchi di noi hanno tolto l’anima ed anche il corpo.Nessuno è stato capace, però – a farci chiudere la bocca – a farci cambiare la nostra lingua con la loro - Anche se è passato tanto tempo – sempre dolce rimane la nostra lingua - ed è piacevole ascoltarla anche in versi. Certuni la portano in piazza – e fanno con la musica un gran frastuono – A me piace ascoltarla a basso tono – a bocca chiusa e gli occhi aperti.Dolce è la nostra lingua – e se vuoi tu ascoltarla da vero intenditore – è necessario sia cantata piano piano(con il cuore).


UNA VITA PER IL PARTITO Testimone di un tempo che non c’è più, abbiamo incontrato Carlo Dell’Anna, storico militante del Partito Comunista di San Cesario. Ci ha raccontato la sua storia, gli scontri e le battaglie politiche che hanno animato la sua vita.

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on è stato facile trovarlo, ma alla fine siamo riusciti a incontrarlo. In un pomeriggio di novembre ha accolto la delegazione sancesariana (il sottoscritto, Italo De Giorgi e Enzo Marenaci) nella sua casa nel centro storico di Corigliano. Appena entrati è stato come fare un salto nel tempo. Alle pareti le testimonianze della sua militanza: foto di Gramsci, del primo comizio di Togliatti a Lecce, targhe e medaglie premio. Ed è stato subito un fiume in piena…

Il primo racconto che vorrei fare risale a quando avevo 12 anni (siamo nel 1935, oggi Carlo ha 88 anni, ndr). Non potevo vedere il professore della scuola mia perché faceva sempre apologia fascista (sorride…). Però mi voleva bene. Un giorno, per dispetto, sulla casa di un membro del partito fascista, vicino alla chiesa dell’Immacolata, col dito annerito dal grasso delle ruote scrissi “Si divide il Duce”. Dopo mezz’ora carabinieri, polizia e fascisti andavano a domandare di qua e di là chi era stato. Andarono a casa mia e mio padre gli disse che stavo studiando, che stavo facendo i compiti, e così la passai liscia. Insomma, sin da piccolo avevi le idee chiare… Si, da subito. Il 17 giugno 1940, quando Mussolini dichiarava guerra io avevo 17 anni e stavo vicino al bar di Patarnello. Da quel momento mi nominai “comunista”. Andai a casa e lo dissi a mio padre. Certamente non una scelta comoda. Ma chi c’era allora a San Cesario che si dichiarava comunista? C’era una squadra di cavamonti, che

teneva delle riunioni segrete nella cava sulla via San Cesario-Lecce (le cave di Marco Vito, ndr). Si riunivano la sera e io facevo la guardia. Controllavo e se arrivava qualcuno io fischiavo e loro sparivano. C’era mesciu Cesarinu Pecoraro, i Faggiano, i Graziani. Ce n’erano tanti. Erano una squadrona, e quando dovevano dare botte ai fascisti erano sempre pronti. Anche i fascisti non stavano certo ad aspettare… Si però a San Cesario era difficile. Un periodo commissariarono la sezione del Movimento Sociale e il commissario sparlava contro i comunisti, alla grande! Un giorno, seduto vicino al bar Centrale, stava parlando male e io mi avvicinai: “Ma che c’è, che ti hanno fatto i comunisti? Pecora!”. Lui si incazzò, poi si avvicinarono altri compagni e lo rimisero a sedere. La sera, prima di andare a casa, vennero due fascisti e chiesero “chi è Dell’Anna? gli dobbiamo parlare”. E mi dissero di stare attento perché avrebbero vendicato il loro capo. Io lo dissi al nostro segretario, Laudisa, e poi lo dicemmo ai Graziani, Raffaele e Cesarino, che erano compagni che menavano (ride). C’è stato pure un periodo che mi nascondevo, perché mi minacciavano che mi avrebbero fatto del male. E i carabinieri? Il brigadiere dei Carabinieri ci spiava e io e il segretario stavamo attenti per non farci scoprire. Vi racconto un altro episodio importante: una volta feci trasferire il maresciallo del carabinieri. Questo maresciallo mi dava un mondo di fastidio, e una volta ne parlai male davanti ad un gruppo di

Una piccola parte del patrimonio di Carlo Dell’Anna: le tessere di una vita

persone. Qualcuno fece la spia e glielo andò a dire. Un mattina fui chiamato in caserma e trovai il maresciallo infuriato contro di me che sbatteva il berretto sulla scrivania. Tornai in sezione e scrissi un articolo al L’Unità. Quando arrivarono, i giornali sparirono subito, perché ne avevamo parlato in paese e la gente li stava aspettando. Dopo qualche giorno dall’uscita del giornale, a San Cesario venne il maggiore dei Carabinieri e mi convocò in caserma. Io gli dissi che il maresciallo mi aveva minacciato e io ho fatto solo il mio dovere: scrivere una lettera al L’Unità. La mattina dopo vidi il maresciallo girare in borghese. Mi guardava male perché lo avevano trasferito ad Avellino (ride di gusto…). Negli anni ’50 sei partito al nord a lavorare. Feci la domanda per andare a lavorare a Cogne, alla miniera di ferro. Era un lavoro molto pericoloso, c’era la possibilità di annegare. Dopo un anno dissi all’ingegnere che volevo andare via perché non volevo farci la croce in miniera. Presi la liquidazione e i documenti a andai dritto dritto a Torino. Ma io volevo andare a Bologna, perché, ne ero sicuro, lì avrei trovato il lavoro subito. Ne ero convinto. Arrivato a Bologna, più di sessanta anni fa, andai subito alla Camera del Lavoro e parlai con il responsabile Edile, Dall’Oglio. Lui alzò il telefono: “sig. Dino, qui c’è un ragazzo che è stato in miniera e cerca lavoro”. “Mandamelo subito”. L’indomani mattina iniziai a lavorare. Ho fatto il muratore per tre anni, addetto al montacarichi. Faceva un freddo terribile, ma non potevo cambiare. Mi tenevano sempre lì, al montacarichi, forse perché ero meridionale… Poi andai a lavorare per un anno in una fabbrica di cioccolatini, in via Adda a Bologna. Ho fatto parecchi altri lavori. Poi lessi sul giornale che c’era una tipografia, che cercava dei giovani principianti. Io mi presentai e il principale mi disse che sarei dovuto andare prima, perché avevo la terza media. Quando sei tornato da Bologna? Sono tornato da Bologna a 60 anni,

dopo aver fatto domanda di pensione. Per fortuna feci domanda a Bologna, perché mi diedero la pensione dopo soli due mesi. Presi i risparmi e tornai a San Cesario. Alla sezione del partito avevo fatto un servizio ricreativo che non si era mai visto. Nel giardino della sezione (in via A. Russo, oggi sede di una pizzeria, ndr) coltivavo i pomodori, le fave, la verdura, e la sera si preparavano friselle, c’era la birra. Venivano i compagni e prendevano le cicorie per l’insalata. Praticamente face tutto: cassiere, coltivatore, segretario. E poi in quel periodo (primi anni ‘80, ndr) avevamo un bel gruppo di giovani e studenti che si impegnava tanto, faceva tanta attività politica. E ora invece sei a Corigliano. Ma continui ancora a fare attività? Quando sono arrivato a Corigliano, nel 1996, il mio obiettivo era conquistare l’amministrazione. Era l’epoca dei socialisti, i fratelli Marzo, allora molto potenti a Corigliano. Organizzammo una campagna elettorale “alla bolognese” e vincemmo. Ma ora vi devo mostrare una cosa… Si alza e da un mobiletto prende una vecchia custodia per videocassette. La apre e ne viene fuori una collezione di oltre 70 anni di tessere del Partito Comunista, del PDS e del PD, della CGIL e della Associazione Partigiani. E i cimeli non finiscono: copie originali de l’Unità degli ultimi 60 anni, le targhe premio per la distribuzione del giornale, autografi dei figli di Gramsci. Mentre ce le mostra si vede chiaro il suo orgoglio ancora intatto di militante comunista. Una militanza che oggi, in tempi di antipolitica e di sfiducia nei partiti, sembra appartenere ad un mondo lontanissimo. Chissà cosa ne pensa Carlo della politica italiana del terzo millennio… Gianni Nobile gianni@alambicco.com

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Biomassa vol.2  

l'alambicco - anno X - n.50 - dicembre 2011