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Afghanistan

Com’è lontana Parigi Claire Billet, Geo France, Francia Foto di Olivier Jobard

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Due reporter hanno seguito cinque migranti afgani in viaggio da Kabul all’Europa. Un’odissea di quattro mesi attraverso sette paesi. Con un inale incerto

Rohani e Jawid a Kabul, 30 marzo 2013


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La casa dove i ragazzi hanno trascorso la notte prima di varcare il conine, passo Khyber, Afghanistan, 19 aprile 2013

arigi, 27 ottobre 2013 Come tutte le sere studenti, artisti e intellettuali radical chic riempiono i cafè del quai de Jemmapes, nel decimo arrondissement, vicino alla Gare de l’Est. Ma sulle rive del canale comincia a muoversi anche gente di un altro tipo. Un ragazzo con un bel viso, un fisico prestante e un look alla moda, spicca tra la cinquantina di persone che si apprestano a salire a bordo di un autobus diretto verso un’ex caserma in periferia trasformata in centro d’accoglienza per i senzatetto. Luqman Shirzad, afgano, 21 anni, potrebbe essere scambiato per un liceale. Ma non è solo un senzatetto, ha anche presentato una domanda di asilo politico. Nel frattempo, per pensare ad altro, prende lezioni di francese. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel mondo un profugo su quattro, cioè quasi 2,6 milioni di persone, è di origine afgana. La maggior parte vive in Pakistan. Da più di trent’anni l’Afghanistan ha questo primato a causa dell’esodo di massa provocato dai conlitti che si sono susseguiti: prima contro i sovietici, poi la guerra civile, quindi, dopo il 2001 e la caduta del regime dei taliban, la guerriglia

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contro i soldati della Nato. Con il ritiro delle truppe statunitensi previsto entro la ine del 2014, la popolazione ha paura che scoppi una nuova guerra civile. “A Kabul tutti cercano un modo per partire”, osserva Heather Barr, la rappresentante di Human rights watch in Afghanistan. “Per la classe dirigente questo signiica trovare un visto, una borsa di studio, un lavoro. I più poveri invece mettono da parte i soldi per i traicanti”. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’anno scorso 36.600 afgani hanno chiesto asilo politico nei paesi occidentali. Il numero più alto dell’ultimo decennio. Luqman è un musafarin, un viaggiatore, come dicono gli afgani. Ci ha messo quattro mesi per percorrere 12mila chilometri. Una via della seta in senso inverso e senza alcun romanticismo. Tre altri musafarin, Jawid, Rohani e Khyber, di 26 e 28 anni, con i quali Luqman era partito in primavera, sono stati fermati lungo la strada e rimandati in Afghanistan prima di entrare nell’area Schengen, la zona europea all’interno della quale non ci sono controlli di frontiera. Solo Fawad, un ragazzo di 27 anni, oggi in un centro di accoglienza a Sarrebruck, in Germania, è riuscito a en-

trare con Luqman. Li avevamo accompagnati nella loro incredibile odissea. Afghanistan, 8 aprile 2013 Luqman, Fawad e i loro tre compagni di viaggio sono riuniti in una casa nella regione del Nangarhar, nel nordovest del paese, tra piccoli campi di grano verde. L’abitazione non è una di quelle in terra battuta, argilla secca mescolata alla paglia. È decorata con marmi verdi e rosa, e circondata da un alto muro. Qui vive il traicante con la sua famiglia. L’incontro si svolge a casa sua per una sorta di garanzia: se dovesse esserci un incidente, le famiglie dei viaggiatori avranno la possibilità di vendicarsi come prevede il pashtunwali, il codice della tradizione pashtun. La sua rete funziona come un’agenzia di viaggio, con delle stafette chiamate “guide” a cui vengono appaltate le diverse tappe del percorso. Una trentina in totale. Anche il traicante ha fatto lo stesso viaggio per vivere sei anni a Londra. Di quel soggiorno conserva qualche parola d’inglese e un atteggiamento da gangster britannico: “Non sono come gli altri traicanti: arriverete a destinazione, è sicuro. Lungo tutto il percorso ho dei contatti che lavorano per me”. “Non ci picchieranno?”, chiede Jawid, un ragazzo grosso ed energico.


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Rohani, Fawad, Luqman e Jawid a Lahore, Pakistan, 23 aprile 2013

“No, se pagherete nei tempi previsti”. Jawid “viaggia” con il cugino Rohani. Entrambi sono ex taliban. Jawid ha lasciato l’insurrezione armata dopo che alcune donne della sua famiglia sono state uccise durante una sparatoria, e Rohani perché voleva proteggere un amico che lavorava per gli statunitensi. Considerandoli dei traditori, i taliban hanno ordinato di ucciderli, così sono diventati musafarin. Luqman, il più giovane del gruppo, è vittima di una dushmani (letteralmente “inimicizia”), una situazione purtroppo molto comune in Afghanistan. Quando Luqman aveva tre anni, suo padre è stato ucciso per un litigio a proposito di un terreno. Così, per sfuggire al sanguinoso ciclo della vendetta, l’intera famiglia si è rifugiata in Pakistan, a Peshawar. Ma due giorni prima della partenza per l’Europa Luqman aveva ricevuto una chiamata anonima sul suo cellulare. “Una voce mi ha detto: ‘Sei Luqman? Indovina cosa farò di te’”, racconta il ragazzo. “Ho paura, se hanno trovato il mio numero possono scoprire anche dove abito”. Per questo deve fuggire più lontano. Molto lontano. Come i suoi compagni di viaggio, in mente ha la Francia e il Regno Unito. Pagheranno 6.500 dollari a testa ino in Grecia. Qualcu-

no dà un terzo in contanti, gli altri, come Luqman, s’indebitano. Il viaggio può cominciare. Il posto di frontiera di Torkham, vicino al passo Khyber, è il punto di passaggio più battuto tra l’Afghanistan e il Pakistan. Anche senza passaporto, ma con qualche banconota, è facile attraversarlo, lo fanno ogni giorno migliaia di persone. La giovane guida di questa tappa porta il gruppo in una chaikana, una sala da tè. Accasciati in una stanza con la luce tremolante e l’odore di calzini usati, i cinque afgani sognano la Francia. “Pare che tutte le mattine all’alba gli elicotteri sorvolino Parigi per spargere

profumo”, aferma Jawid. “Una pioggia di profumo”. “Mi hanno detto che ci sono un sacco di parchi, che tutto è molto pulito. Parigi è la città più bella di tutte!”, aggiunge Fawad. “Io spero che molte ragazze si innamoreranno di me!”, dice Rohani, l’ex taliban, facendo ridere i suoi compagni. Pakistan, 20 aprile 2013 In autobus e poi in treno, i cinque attraversano il Pakistan ino a Karachi, il centro economico del paese, dove li prende in consegna un altro traficante. Li lasciamo alla stazione dei pull– man. Il pezzo di strada che li aspetta è ormai troppo rischioso per due occidentali,

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ma rimaniamo in contatto telefonico. Il pullman che li carica costeggia il mare Ara­ bico per poi risalire per quasi 700 chilome­ tri e arrivare alla frontiera con l’Iran, che oltrepasseranno clandestinamente a piedi. Il conine taglia in due la regione del Belu­ cistan, una vasta zona desertica, montuosa e ricca di risorse minerali e gas. Nella parte pachistana della regione vivono i beluci, le cui velleità indipendentiste sono state re­ presse nel sangue dal potere centrale nel 1948. Dal nord, dove il Belucistan tocca l’Afghanistan, convergono anche traican­ ti, profughi e capi taliban afgani. La polvere si alza e il pullman pieno di migranti si al­ lontana verso l’ignoto. Kurdistan iraniano, 14 maggio 2013 Ogni volta che la porta della piccola rimes­ sa si chiude, la lampada a olio oscilla. Luq­ man non ce la fa più ad aspettare. Il volto è smagrito, l’umore sempre più nero. Aspet­ tano in venti da due settimane in questo nascondiglio in un villaggio curdo nel nor­ dovest dell’Iran, a una ventina di chilome­ tri dalla frontiera turca che abbiamo passa­ to clandestinamente per raggiungere il gruppo. I cinque ragazzi ci raccontano i 21 giorni trascorsi da quando li abbiamo la­ sciati a Karachi, prima del loro arrivo nel Belucistan iraniano. “Il contrabbandiere ci aveva detto che c’erano sei ore di strada, ma abbiamo camminato per due giorni e due notti per le montagne bevendo l’acqua delle pozzanghere”, sintetizza Rohani, l’ex taliban. Poi li hanno trasferiti in camion e in auto ino a Teheran. “Il traicante ci ha picchiato e insultato”, aggiunge Luqman facendogli il verso: “Afgano, iglio di put­ tana”. È ora di partire. Un assistente della “gui­ da” iraniana ci ha dato delle vecchie giac­ che per proteggerci dal freddo. Luqman si mette indosso tutto quello che ha: “Come in guerra!”, esclama Fawad. La notte è cala­ ta. Due giovani curdi guidano la colonna di migranti in silenzio. Il fango è appiccicoso, le scarpe da ginnastica diventano pesanti. Si fa un passo e si scivola indietro di due, è terribilmente stancante. “Su, non fermate­ vi. Più in fretta!”. Nella notte s’inciampa. Le caviglie si storcono. I traicanti si arram­ picano come capre. Sono nati in montagna e camminano veloci, quasi senza fatica. All’improvviso uno di loro dice: “È troppo tardi, non possiamo andare oltre, altrimen­ ti i poliziotti ci vedono e ci sparano”. I cin­ que passano la notte e il giorno successivo nascosti in una valle stretta e selvaggia. “È una follia ma non mi tiro indietro”, cerca di farsi coraggio Luqman. “È la vita,

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Rohani e Khyber sull’autobus tra Peshawar e Lahore, Pakistan, 23 aprile 2013

Tra l’Iran e la Turchia, 16 maggio 2013

Nascosti nel cantiere di una casa a Van, Turchia, 18 maggio 2013


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bisogna cercare di godersi ogni istante”. “Vedrai come ne approitterai se ti acchiappano!”, lo interrompe un pachistano. Dopo un pasto a base di pane e formaggio, la salita riprende attraverso ruscelli, ghiaioni e pendii innevati. “Non fate rumore, gli iraniani sono qui vicino!”, mormora il traficante alzando il pugno. Alla ine, dopo due giorni di cammino, l’ultima cresta. Ed ecco la Turchia.

Rohani e Luqman a Istanbul, Turchia, 20 maggio 2013

Due pasti al giorno a base di fagioli, yogurt e pane, Istanbul, 25 maggio 2013

Prima di arrivare a Istanbul Rohani non aveva mai visto il mare, 23 maggio 2013

Turchia, 17 maggio 2013 “Siamo passati”, sospira Fawad. “Sono così felice!”. Nel grande pullman che li porta a Istanbul i migranti afgani hanno gli occhi che luccicano. “Il mio sogno è vivere e studiare in Francia”, dice Luqman. Con in tasca dei falsi documenti di transito delle Nazioni Unite, gioca con il suo cellulare. L’arrivo a Istanbul è scioccante, il primo segnale che l’occidente è vicino. Luqman fa smorie come un ragazzino: “Guarda come sono rosse le labbra di quella ragazza. Com’è bella!”. Attraverso Ankara ogni anno in Turchia entrano in media circa 150mila migranti irregolari. Non sembrano particolarmente preoccupati per la presenza della polizia e vivono per lo più nel quartiere di Kumkapi. Tra africani, arabi e ovviamente afgani, il posto è un brulicare di attività e nascondigli. Quello di Luqman e dei suoi compagni è una grande stanza con una cucina e un bagno sporco che dividono con una ventina di altri migranti. Il traicante locale è gentile; va spesso a trovare i suoi clienti, gli porta fagioli e si scusa: “Bisogna aspettare che il mare sia calmo”. Mar Egeo, 28 maggio 2013 Nel silenzio della notte, sulla spiaggia di un villaggio turistico vicino a Smirne, i cinque afgani guardano i nuovi traicanti mentre goniano un gommone. Poi si lanciano sulla sabbia in una corsa folle, circondati da una ventina di connazionali e di iraniani. Luqman e i suoi amici si gettano nelle onde ino al petto vestiti, tenendo saldi in mano i sacchi di plastica con dentro i loro effetti personali. “Presto, salite!”, urlano i traicanti che in meno di un minuto scompaiono, lasciandoli soli. Il gommone sovraccarico lascia la Turchia in direzione di Samos, un’isola greca a una quindicina di chilometri dalla costa turca. Via terra e via mare la frontiera tra Grecia e Turchia è una delle più porose dell’Unione europea. Con il sostegno dell’agenzia europea Frontex, la Grecia ha raforzato i controlli ma i migranti continuano a cercare di passare. Nel frattempo il nostro gommone continua ad avanzare da ore senza altro rumore che quello irritante Internazionale 1037 | 7 febbraio 2014

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Com'è lontana Parigi  

Internazionale n. 1037 (7/13 febbraio 2014) "Com’è lontana Parigi" Claire Billet, Geo France, Francia Foto di Olivier Jobard Due reporter...