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Università degli Studi di Siena Design di Ambienti per la Comunicazione Facoltà di Lettere e Filosofia a.a. 2009-2010

DA COSA NASCE COSA: SOCIALITÀ, CONTESTO E MIND-READING. STUDIO SULL'EVOLUZIONE COGNITIVA NELLA DISCIPLINA DELL'INTERACTION DESIGN.

Chiara Artini Fabiola Nardecchia Stefano Paolessi Alessia Vidili

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ABSTRACT

In questo articolo abbiamo cercato di illustrare le tappe fondamentali dell'evoluzione cognitiva umana. La ricerca che ha portato alla stesura di questo documento si è concentrata -nel tempo- anche sul comportamento dei Cebi (Cappuccini e dai Cornetti), al fine di delineare i tratti cognitivamente essenziali in grado di distinguerle rispettivamente dalle scimmie antropomorfe e dagli umani. I Cebi infatti manifestano comportamenti interessanti e “cross-referenziabili” per quanto riguarda il “decision making” ed il “riconoscimento di se”, oscillando tra comportamenti anche tipici delle antropomorfe (e persino comportamenti umani) seppur rimanendo biologicamente non antropomorfe. Riprendendo le fila delle più recenti sperimentazioni sulle antropomorfe e sulle tesi più e meno affermate riguardo all'evoluzione cognitiva dell'uomo e delle scimmie, abbiamo cercato di mettere a confronto le evidenze in nostro possesso, per meglio delineare i percorsi evolutivi individuali e tracciare i confini del superamento cognitivo da parte dell'uomo. Abbiamo così confrontato i comportamenti dei Cebi con quelli delle Antropomorfe e degli umani evidenziando differenze e affinità, nel tentativo ultimo di trarre conclusioni utili alla disciplina dell' Interaction Design. La “socialità”, il “contesto” ed il “mind reading” si sono rivelati tessere caratterizzanti del mosaico che abbiamo ricostruito e senza presunzione buone basi per la definizione preliminare di piccole linee guida.

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1-INTRODUZIONE

Il percorso dell'evoluzione umana è lungo e tortuoso, non molto per le trasformazioni dei tratti somatici e biologici dell'uomo quanto per la sua evoluzione cognitiva, constatabile solo attraverso lo studio degli artefatti creati e diffusi dall'uomo. Capire cosa si cela dietro ad un artefatto datato migliaia di anni vuol dire capire come la mente dell'uomo si è evoluta in un determinato contesto; è capire la fioritura ed il cambiamento di complesse strutture simboliche, sociali e comportamentali di intere civiltà. La storia del genere umano è -però- in parte comune ad altre specie. Molte pagine sono state scritte sull'evoluzione umana e sulle affinità tra uomo e la scimmia, ma più recenti sono i comportamenti straordinari dimostrati dalle scimmie in situazioni di condizionamento. Risultati che ci portano a riflettere ben oltre la mera concezione dei primati come “semplici” animali, ma che ci permettono di indagare e meglio capire anche la nostra mente. Quale è stato il punto di scissione tra l'uomo e la scimmia e soprattutto perchè la scissione sia avvenuta è uno degli interrogativi secolari chiusi nei tomi rilegati della scienza. Se le teorie evoluzionistiche bastano a giustificare la metamorfosi biologica, non sono -peròsufficienti e spiegare come il cervello umano sia andato oltre la crescita biologica, rimanendo pressoché immutato nella sua forma e grandezza, ma incrementando a ritmo generazionale le proprie capacità. L'uso della carne nella dieta, la postura eretta ed il pollice opponibile, sono alcuni dei punti cardine delle teorie sul condizionamento tra sviluppo biologico e cognitivo (e viceversa). Nelle pagine che seguono non ci concentreremo molto su questi temi di carattere scientifico, ma ci interrogheremo piuttosto sul concetto di “mente” in relazione al genere umano, a scimmie antropomorfe e non antropomorfe.

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2- OVERVIEW: UOMINI, SCIMMIE ANTROPOMORFE E CEBI

Charles Darwin -quando pubblicò le sue rivoluzionarie teorie sull'evoluzione delle specieasserì con forza che l'uomo discendeva dalla scimmia, oggi -con le più ricerche genetiche-sappiamo che abbiamo in comune con alcune scimmie il 99% dei geni. Il nostro cammino evolutivo è coincidente in più punti con quello delle scimmie per quanto riguarda la struttura corporea, celebrale e degli organi di senso. Per collocare temporalmente l'inizio di questo cammino dobbiamo tornare indietro sino a 6.000.000 di anni fa quando in Africa un gruppo di scimmie si divise. Il gruppo che si dimostrò evolutivamente più forte impiegò 4.000.000 di anni per trasformarsi nel genere “Homo” e solo intorno a 250.000 anni fa si vide l'affermazione concreta dell' “Homo Sapiens”, l'unico ad avere quelle straordinarie capacità cognitive che gli hanno permesso di sopravvivere ed insediarsi in ogni parte del mondo. L'evoluzione biologica è ben più complessa di una semplificazione di tipo formale ed è quindi necessario – seppur in maniera superficiale- anteporre delle distinzioni. Ci sono 4 tipi di scimmie che sono cognitivamente e biologicamente prossime all'uomo e sono : Bonobo, Gorilla, Oranghi e Scimpanzé, dette anche scimmie antropomorfe o quattro grandi scimmie. Merlin Donald nel libro “L'Evoluzione della Mente” (2004) ci propone questa descrizione delle antropomorfe:

In generale nelle antropomorfe il cranio è più piccolo, la volta cranica è più piatta e la faccia si protende molto più in avanti rispetto al piano orbitale conferendo loro un marcato prognatismo. [...] Esse sono di statura più bassa e di costituzione più robusta, hanno l'arto anteriore più lungo e possente, un cinto pelvico anch'esso molto robusto che non permette loro una andatura pienamente eretta. Poichè non camminano erette la loro cavità toracica ed i loro polmoni sono diversi dai nostri , come lo sono anche l'apparato vestibolare e quello del controllo motorio. […] [117]

Per il primatologista Richard Wrangham -per esempio- gli Scimpanzé sono la specie migliore per la ricostruzione delle nostre origini in quanto sono anche più vicino a Gorilla e Oranghi di quanto lo siano i Bonobo.

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Adrienn Zihlmann propone i Bonobo come migliore anello di congiunzione citando correferenze anatomiche sull'adattamento bipide, sul fatto cioè che i Bonobo sono in grado di camminare in maniera semi-eretta. Tesi queste riportate nello stesso libro “The hunting apes” (1999) di Craig B. Stanford secondo cui -invece- è stata la comparsa della carne nella dieta dei primati il punto di non ritorno nell'evoluzione umana.

2.1 il CNR ed i Cebi

Durante le nostre ricerche sulle scimmie antropomorfe e non antropomorfe abbiamo incontrato Elisabetta Visalberghi - primatologa italiana- e il suo gruppo di ricerca dell’Unità di Primatologia al Centro Primati del CNR. In questo centro vengono svolti studi comparativi sulle abilità cognitive e comportamentali dei primati, per capire le differenze tra uomo e scimmia riguardo agli sviluppi cognitivi ma anche per comprendere quali siano i maggiori mutamenti nella filogenesi dei primati. Il focus della ricerca è sui processi con i quali le scimmie acquisiscono le informazioni in contesti di stimolazione fisica e sociale. Gli esperimenti hanno lo scopo di: constatare se le scimmie trasmettono comportamenti, quali tipi di informazioni sono trattenute in particolari situazioni e quali fattori facilitano l’acquisizione di nuovi comportamenti. Al Centro Primati -tra gli altri- studiano i Cebi dai Cornetti che, a quanto pare, mostrano delle abilità particolari in grado di rispondere a molti degli interrogativi posti dalla ricerca. I Cebi sono scimmie di piccola taglia, raggiungono all’incirca il metro di lunghezza, sono animali diurni e arboricoli che vivono in gruppi composti da una ventina di individui . Si nutrono principalmente di vegetali e vengono ritenuti molto opportunisti; molto abili nella manipolazione di oggetti hanno una massa cerebrale abbastanza sviluppata rispetto ad altri tipi di scimmie. Gli esperimenti che la Visalberghi e il suo team svolgono si riferiscono: all’uso di strumenti, all’apprendimento sociale, alle dinamiche di condivisione del cibo in contesto sociale e all’attribuzione di valori simbolici a oggetti/strumenti. I Cebi risultano quindi essere molto abili nell’uso di strumenti in una varietà di contesti e per diversi scopi, ma hanno capacità limitate nel comprendere la relazione causa-effetto nell’uso di uno strumento 5


Per quanto riguarda l’apprendimento in un contesto sociale le scimmie cappuccine sono molto curiose e innovative, cercano di trovare varie soluzioni ad un problema ma non riescono a imparare un comportamento mediante l’osservazione. In un contesto di condivisione del cibo i Cebi assumono atteggiamenti individualistici, anche quando potrebbero ottenere dei vantaggi da altri individui. La nostre visite prima al CNR e successivamente al Bio Parco di Roma si sono rivelate utili sotto molti punti di vista. Per prima cosa, gli argomenti trattati con Elisabetta Visalberghi e gli altri ricercatori ci hanno permesso di inquadrare le sperimentazioni sulla cognizione dei “primates” in un ambito multi disciplinare e all’avanguardia. Le sperimentazioni -però- riescono con difficoltà a raccogliere dati continuativamente rilevanti in quanto i comportamenti delle scimmie possono cambiare molto a seconda dell’ambiente in cui si trovano, quindi un gruppo di Scimpanzé in Asia si comporterà in maniera diversa da un gruppo degli stessi Scimpanzé in Africa o in America centrale. Le scimmie -inoltre- prima della sperimentazione vera e propria subiscono una sorta di condizionamento, che le porta ad essere più in sintonia possibile con il ricercatore Altro problema rilevante è quello della temporalità: è difficile studiare l’evoluzione dei primati in linea temporale, visto che il lento ricambio generazionale aggiunge complessità alla compilazione di una ricerca scientifica Ogni gruppo di scimmie poi attua ed instaura strutture sociali diverse dalle altre, strutture che possono riflettersi nell'ordine gerarchico di pratica del “grooming” Le strutture sociali hanno grande importanza non solamente nell’organizzazione delle pratiche quotidiane, ma anche un’influenza biologica : il maschio alfa è più grande e presenta caratteri somatici più accentuati, caratteristiche queste riscontrate anche in individui che sono stati maschi alfa solo per poco tempo, in sostituzione momentanea del vero maschio alfa. I Cebi dai Cornetti sono considerate dalla scienza il genere di scimmie più intelligenti tra le non antropomorfe, non è ancora chiaro da cosa derivi questa intelligenza se da aspetti neurobiologici -il cervello dei cebi è ricco di circonvoluzioni- o da aspetti comportamentali. Sappiamo certamente che sono abilissimi nel decision making e nella scelta di un oggetto in base alle sua capacità funzionali, che in contesti condizionati- come quelli in cui avvengono le sperimentazioni- sanno assegnare significati simbolici a “token” e che hanno una memoria

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sviluppatissima, che gli permette di svolgere operazioni di riconoscimento in pochissimo tempo, ben aldilà di ogni possibilità umana Noi stessi abbiamo assistito a bocca aperta ad alcuni di questi esperimenti notando parecchie similitudini con le scimmie antropomorfe. Ad esempio la capacità di scegliere un oggetto non in base alle sue caratteristiche formali ma a quelle funzionali, identificate successivamente ad una “prova”, come è spiegato nell’articolo “I Cebi ragionano similmente all'uomo” (2009).

"Di fronte ai nostri sassi artificiali -spiega Elsa Addessi, ricercatrice dell'Istc-Cnr che ha collaborato alla ricerca- i cebi hanno co-optato, diciamo riciclato, un comportamento che tipicamente usano per capire se una noce contiene il frutto e che consiste nel colpire delicatamente con la punta delle dita la superficie e ascoltare se 'suona' piena o vuota. Anche un sasso produce suoni diversi a seconda della densita' e quindi del peso. Cosi' facendo, i cebi capivano se il sasso era 'pesante' senza neanche doverlo sollevare"

I cebi quindi come gli Scimpanzé sanno scegliere uno strumento in base alla propria funzionalità . Altra caratteristica comportamentale convergente con quella delle antropomorfe è la mancanza di collaborazione al fine di perseguire uno scopo. Così come due Scimpanzé non collaborano per ottenere del cibo - anche quando la collaborazione diventa essenziale- anche i cebi perseguono un fine individualistico in cui l’altro individuo è inteso solo in termini spaziali di vicinanza e non collaborazione. Più recentemente è stato dimostrato -sempre da Elisabetta Visalberghi- come comportamenti di imitazione da parte dell’uomo verso il cebo, porti quest’ultimo ad avere una naturale “simpatia” per lo sperimentatore che lo ha imitato1 . Caratteristica questa, non solo simile alle antropomorfe ma anche direttamente riconducibile ai comportamenti umani.

1 La fonte di tipo elettronico non ha permesso un adeguato riferimento bibliografico. L'articolo è comunque riportato in bibliografia alla voce Mariachiara Albicocco e Federico Pedrocchi,

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3.IL RICONOSCIMENTO DI SE

Un punto fondamentale, che abbiamo deciso di porre come punto distintivo tra scimmie non antropomorfe ed antropomorfe è il “riconoscimento di se”. Gallup (1970, 1982) ha dimostrato che le antropomorfe hanno la capacità di riconoscersi allo specchio, assenti nei primati appena più semplici come le scimmie inferiori.

I Cebi in questo caso agiscono in maniera non chiara, facendo oscillare le proprie reazioni tra coscienza e non coscienza di sè. Non c’è infatti prova che si riconoscano -mentre ciò è stato dimostrato con le antropomorfe - ma allo stesso tempo intrattengono comportamenti diversi da quelli che normalmente avvengono in presenza di un individuo della stessa specie. Le femmine, che di solito evitano gli sguardi degli individui dello stesso sesso sembrano guardare con familiarità l’immagine riflessa, ed i maschi, solitamente propensi alla sfida, appaiono invece smarriti. Le antropomorfe, più specificatamente gli Oranghi, sono in grado di riconoscersi allo specchio. E’ ormai famoso l’esperimento in cui un orango cerca di togliersi dal muso una traccia di pittura davanti -appunto- ad uno specchio. In altri termini le antropomorfe percepiscono gli oggetti in rapporto al contesto e non incontrano difficoltà a fare distinzione fra un'ampia varietà di complesse disposizioni percettive .Certo è che non possono comunicare con un simile le proprie intenzioni in quanto non esiste un sistema di simboli condiviso. Ecco quindi che le scimmie non antropomorfe non hanno (fino a prova contraria) percezione di se, mentre le scimmie antropomorfe sono in grado di percepire se stesse, ma non sono in grado di comunicare le proprie intenzioni inventando un sistema di simboli condiviso. Le scimmie sembrano essere intrappolate in un comportamento egoistico ed individualistico, dove la percezione dell’altro non è mai intesa in maniera collaborativa e che pone le esperienze sempre e solo fini a se stesse

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3.1.la percezione di se in relazione agli altri.

L’uomo , invece, oltre a sapersi riconoscere allo specchio e ad avere perciò la percezione di se, è in grado anche di percepire le intenzioni altrui, attuando comportamenti coaudiativi o contrastivi sulla base di questo “mind-reading”. Donald (2004) crede che questa caratteristica umana peculiare, sviluppatasi in contesti in cui la collaborazione era necessaria alla sopravvivenza, abbia portato alla creazione prima di un sistema di simboli, riportata in maniera motoria soprattutto con il movimento delle mani, e successivamente all’implementazione di un sistema grafico e fonetico che possiamo identificare come linguaggio. L’uomo al contrario delle antropomorfe e delle altre scimmie riconosce gli attori intorno a lui non solo spazialmente ma come agenti mentali che hanno idee sul mondo, idee che sente il bisogno di comunicare, di condividere e confrontare. L’essere umano fin dai primi mesi di vita- circa dal 9° mese in poi- riesce a percepire se stesso e gli altri come agenti intenzionali, questo implica che esso agendo nel mondo esterno possa capire e influenzare attivamente le sue azioni per raggiungere determinati scopi. Si può supporre che questa capacità umana di comprendere e spiegare il comportamento degli altri, con il tempo si sia astratta fino ad arrivare ad utilizzare l’induzione e la deduzione per comprendere gli eventi esterni in termini di forze mediatrici intenzionali/causali Infatti, come -già- dimostrato i primati non umani comprendono ogni genere di eventi fisici e sociali complessi, posseggono e utilizzano molti tipi di concetti e di rappresentazioni cognitive. Il fatto è che essi -a differenza dell'uomo- non vedono il mondo nei termini delle forze intermedie e spesso nascoste. I bambini di 2 o 3 anni affrontano i problemi in modo più flessibile e adattativo, con una certa comprensione dei principi causali sottostanti. Caratteristica esclusiva dell’uomo è ad esempio “il puntare il dito”: un gesto che tutti noi compiamo che non necessita l’uso di parole e che i bambini utilizzano come uno dei primi strumenti di comunicazione. Gli Scimpanzé mancano di quella componente centrale che è fissare lo sguardo e indicare intenzionalmente, cioè della capacità di rendersi conto dell’intenzione altrui (Donald, 203-204).

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Questo comportamento invece può essere osservato nei bambini a circa 14 mesi di vita e segue a un periodo in cui il bambino ha già imparato a dirigere lo sguardo verso il punto dello spazio su cui è fissato lo sguardo della madre individuando così l’attante e l’oggetto della sua attenzione. I bambini sono soliti riprodurre gli eventi della giornata ed imitare le azioni dei genitori e dei fratelli e lo fanno senza altra ragione apparente che il desiderio di riflettere la propria rappresentazione dell'evento, questo elemento è assente dal comportamento delle antropomorfe. Secondo Donald (2004):

Comprendere le intenzioni degli altri significa allontanarsi dall’egocentrismo cognitivo; analogamente, il desiderio di comunicare le proprie intenzioni rappresenta un allontanamento dall’egocentrsimo della mente episodica. (204)

4.FASE EPISODICA, MIMICA E MITICA

Merlin Donald nel libro “L’evoluzione della mente” (2004) definisce l’evoluzione cognitiva umana in tre fasi caratterizzanti e che possono essere comparate -con una corretta trasposizione concettuale e non strettamente linguistica- a molti dei concetti espressi da Tomasello nel libro “ Le origini culturali dellla cognizione umana” (2005). Esse sono: la fase “episodica”, in cui non vi è ancora una scissione evolutiva tra uomo e scimmia e che tutt’ora è caratterizzante del comportamento di scimmie antropomorfe e non.

la fase “mimica” in cui l’uomo esce dall’egocentrismo cognitivo e attraverso la dimensione rappresentativa dell’imitazione comincia ad interpretare se stesso in relazione agli altri ed il mondo.

E fase “mitica”, in cui la struttura sociale è ormai stabilmente complessa e l’uomo è in grado di associare gli eventi che avvengono intorno a lui anche con l’invenzione di miti e leggende, le rappresentazioni simboliche e pittoriche.

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Il punto di non ritorno nella linea evolutiva umana sembra posarsi proprio alle soglie della fase “episodica” -una fase in cui si vive esclusivamente nel presente in relazione ad un contesto staticoin cui una delle possibili svolte conduce verso la così detta fase “mimica”. La mimica è intenzionale ed il suo obbiettivo è la rappresentazione di un evento. Nell'uomo attuale la comunicazione intenzionale non è limitata al linguaggio, tanto che, nell'ontogenesi, la mimica lo precede (Donald, 203-204) E’ bene chiarire che la chiave di interpretazione sta nella parola “apprendimento”. Da un punto di vista psicologico l’apprendimento è un processo di acquisizione di un comportamento, dovuto a stimoli esterni e interni in funzione dell’adattamento a qualcosa. In poche parole apprendere significa adattarsi, ma anche cambiare/evolversi. Per gli esseri umani l’apprendimento diventa intenzionale quando vengono sviluppate determinate strategie, che potremmo dunque chiamare “adattative”. Ma non solo. Nel caso degli umani, infatti, vedremo come l’intenzionalità sia dovuta alla condivisione dell’attenzione- che si presenta fin dai primi mesi di vita.

4.1. le teorie di Tomasello

Tomasello , nel libro “Le origini culturali della cognizione umana” (2005) ci dice che gli Scimpanzé eccellono nel cogliere le proprietà dinamiche di un oggetto semplicemente guardando gli altri farne uso, ma non sono altrettanto abili nell’apprendere da altri individui una strategia comportamentale (48). Questo perché non hanno sviluppato quella “ultrasocialità” che ci contraddistingue. I primati apprendono emulando, ovvero riproducendo meccanicamente i comportamenti altrui senza però comprendere l’intenzione che sta dietro all’azione. Questo tipo di apprendimento è strettamente legato al contesto e ai fattori esterni che entrano in gioco. Al contrario gli esseri umani riescono- anche aldilà del contesto - non solo a comprendere l’intenzionalità insita in un comportamento ma a riprodurlo in qualsiasi altra situazione. Perché gli umani imitano e quindi apprendono dagli altri ma anche attraverso gli altri. E' opportuno distinguere tra mimetismo, imitazione e mimica. Parafrasando Donald (2005) possiamo dire che il mimetismo è letterale, un tentativo di rendere un duplicato quanto più preciso sia possibile; l'imitazione è frequente tra le scimmie, antropomorfe e non. La mimica aggiunge una dimensione rappresentativa all'imitazione. Per maggiore chiarezza è bene identificare l’imitazione 11


come l’”emulazione” per Tomasello e la mimica come “imitazione”. Nell’imitare noi ci serviamo della mimica, imitare e quindi mimare i comportamenti altrui significa comprendere e saper rappresentare l’intenzione altrui. Il bambino, nella fase non verbale, comprende le intenzioni comunicative dell’adulto e, tramite l’imitazione per inversione dei ruoli, è capace di usare un simbolo allo stesso modo in cui l’adulto lo usa nei suoi confronti. L’acquisizione del linguaggio è la fase successiva, cioè l’espressione adeguata delle competenze simboliche acquisite. Allo stesso modo gli ominidi vissuti nella fase mimica acquisivano le prime competenze “rappresentative” che si sarebbero affinate nella fase successiva dove il linguaggio diventa strumento fondamentale di coesione sociale ma anche portatore di una buona dose di creatività. Saper rappresentare ha significato migliorare le condizioni per la futura evoluzione. La capacità mimica rappresentò quindi un nuovo livello di sviluppo culturale, poiché condusse a una varietà di importanti nuove strutture sociali, compreso un modello comune della società. Essa fornì sia un nuovo mezzo di controllo e di coordinamento sociale, sia la base cognitiva per l’affermarsi delle capacità pedagogica e dell’innovazione culturale. La cultura mimica ebbe un successo pratico con la manifattura di strumenti e con attività socialmente coordinate quali la caccia, la gestione di accampamenti stagionali, l’uso controllato del fuoco. Ma la sua massima importanza risiede nel modellamento collettivo e quindi nella strutturazione della stessa società ominide. L’effetto più fruttuoso della capacità mimica è la condivisione della conoscenza. Ed è stato proprio questo meccanismo a renderci diversi dagli altri primati. Oggi siamo quello che siamo grazie a quella che Tomasello ha definito come doppia evoluzione, ovvero l’evoluzione biologica sommata all’evoluzione culturale (2005,10). In realtà anche le scimmie e altre specie animali possono trasmettere cultura, la differenza sta nel carattere innovativo della trasmissione culturale. La collaborazione tra umani dà vita ad un processo per cui la cultura evolve, si migliora e si accumula nel tempo. Non si tratta solo di un insieme di tradizioni che si trasmettono e rimangono ma di un’evoluzione culturale cumulativa. Infatti non esiste un artefatto che sia stato inventato una volta per tutte in un momento determinato, piuttosto è stata inventata una versione primitiva dell’artefatto e in seguito tale artefatto è stato modificato ( o migliorato) dalle generazioni successive. Siamo arrivati ad un punto di non ritorno, ciò che Tomasello definisce come “effetto dente d’arresto”: una volta migliorato qualcosa diventa impossibile tornare indietro (2005, 23). 12


5. CONCLUSIONI

I nostri geni possono essere in gran parte identici a quelli dello Scimpanzé o del Gorilla, ma la nostra architettura cognitiva non lo è. E dopo aver raggiunto un punto critico della nostra evoluzione cognitiva, siamo diventati creature capaci di utilizzare simboli e di compiere funzioni in rete, al contrario di tutti i nostri predecessori. Indipendentemente dal fatto che la nostra attuale collocazione nell’ambito della cronologia del processo evolutivo venga confermata oppure radicalmente cambiata da future ricerche, resta indubbio che l’uomo è un essere a se stante. La nostra mente funziona su diversi piani rappresentativi filogeneticamente nuovi, nessuno dei quali è alla portata degli animali. Noi agiamo nell’ambito di una collettività cognitiva, in simbiosi con sistemi della memoria esterna. Di conseguenza quello che manca alle scimmie antropomorfe non è tanto la creatività o la capacità di produrre intelligenti innovazioni, ma le forme di apprendimento sociale che permetterebbero l’effetto “dente di arresto” e quindi l’evoluzione culturale. L' attitudine all'invenzione, ovviamente, è una delle questioni centrali; per esempio la prima antropomorfa che avesse usato gesti specifici avrebbe dovuto essere in grado di inventarli ex-novo e di insegnarli agli altri (Donald, 160). In tutto questo il linguaggio, conquista della fase “mitica”, ha giocato un ruolo fondamentale portando a molti vantaggi evolutivi. Come utile strumento sociale e tecnologico è stato utilizzato dagli ominidi per inventare il mito, esempio del bisogno di spiegare il mondo circostante e i suoi fenomeni e capacità di creare una memoria esterna.

5.1 Linee Guida

E’ innegabile che la materia prima dell ‘Interaction Design sia proprio la conoscenza, che sia conscia o inconscia, implicita o esplicita, endogena o acquisita, l’ Interaction Designer è un manipolatore di conoscenza. Gli interaction designers progettano comportamenti, che sono frutto diretto delle esperienze sedimentate e che costruiscono la nostra conoscenza del mondo. Capire come si forma la conoscenza, se essa è stata temporalmente multi-morfica o iso-morfica, e come questa ci ha permesso e tutt’ora ci permette di distinguerci dai primati, aggiunge un plus-valore che potrebbe 13


potenzialmente permettere il miglioramento delle tecniche di apprendimento e fruizione delle tecnologie.

1- le cose che progettiamo devono essere percepite come strumenti facilmente manipolabili, in cui la conoscenza è intrinseca, facilmente trasmissibile e carica di significato.

2-non si può progettare senza considerare la socialità dell'individuo. Lo sviluppo incontrastato dell’”Homo sapiens” è stato dovuto anche alle strutture sociali che è stato in grado di organizzare. La società è ciò che ci rende “animali sociali”, come direbbe Socrate, o come diremmo noi ciò che ci rende animali non individualisti. E’ il palcoscenico in cui mettiamo in atto interazioni, esperienze, relazioni e regole. E’ il mondo in cui viviamo e non possiamo progettare come se ne fossimo esclusi. Attraverso l’User Centred Design, siamo in grado di mantenere il focus sul social setting dell’individuo, ma non solo, con le pratiche di personas, scenario ed envisioning sono gli interaction designers stessi che si calano nuovamente nella fase mitica in cui sono le storie degli stregoni e dei sacerdoti ad illustrare il mondo circostante.

3- Analizzare il contesto è necessario per capire le interazioni. Gli esperimenti che abbiamo mostrato e le abilità dimostrate in esse devo essere ricollegate ad un condizionamento. Gli stessi risultati non possono essere raggiunti in natura, come scrive la stessa Elisabetta Visalberghi nell'articolo “Insight From Capuchin Monkey Studies: Ingredients of, Recipes for, and Flaws in Capuchins’ success”

We can dismiss the possibility that captive animals are somehow "smarter" than their wild counterparts. Rather, it seems that the combination of abundant free time for play and exploration, little space, and few and appropriate objects and surfaces, all make discovery of tool use more likely than in nature (4)

alcuni di essi -però- sono semplicemente sorprendenti e lanciano dubbi e sfide all’orizzonte della cognizione dei primati.

5.2 mind-reading ed empatia Il mind reading di cui abbiamo parlato nel corso del documentario è direttamente 14


riconducibile al finora effimero concetto di “empatia”. La capacità cioè di immedesimarsi nell’altro, capacità come sappiamo unica degli umani e che deriverebbe direttamente dalla fase mimica/imitazione. Quali percorsi è in grado di tracciare questa ritrovata empatia sulle scarne mappe dell’evoluzione cognitiva e quale è il contributo che un interaction designer può dare in questo senso? Si è fatta strada ultimamente tra gli scienziati cognitivi, l’idea che i social network abbiano un impatto rilevante nell’interpretazione degli stati emotivi altrui e che possano in un qualche modo ampliare la percezione empatica. L’interaction designer non può quindi progettare escludendo questa inclinazione umana all’immedesimazione nell’altro, inclinazione che è rilevante a molti fini comportamentali anche etici e globali. In ultimo la creatività è stata necessaria per la sopravvivenza dell’uomo durante la sua evoluzione. Abbiamo visto come dallo studio dei primati emergano numerose differenze che ci rendono così speciali e che rappresentano un vero e proprio potenziale da sfruttare. Una volta compresa la portata di tale potenziale progettare diventa quasi un “dovere etico”. Gli interaction designers possono essere definiti sotto molteplici punti di vista, oltre ad essere manipolatori di conoscenza, sono anche fabbricatori di contesti e come tali stimolano gli utenti per cui progettano a migliorare i contesti in cui vivono. La direzione è la stessa: interaction designers e utenti formano una squadra in grado di accelerare il processo evolutivo dell’uomo

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Da cosa nasce cosa  

a paper about the cognitive evolution of species

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