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Aprile   2013

r e t t e l

s w e N Aiga    Salerno


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COMITATO SCIENTIFICO

Hanno collaborato:

AVV. ANNA ALLEGRO Collegio Probi Viri AIGA Salerno AVV. TOMMASO AMATO Suppl. Collegio Probi Viri AIGA Salerno AVV. MARIELLA CEGLIA Consigliere AIGA Salerno AVV. FRANCESCA IANNONE Colnsigliere Supplente AIGA Salerno AVV. GIANFRANCO MANZO Collegio Probi Viri AIGA Salerno

DOTT.SA GIULIA MAIELLO ex Consigliere AIGA Salerno

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A questo numero

AVV. CHIARA ZUCCHETTI Consigliere AIGA Salerno

AVV. BRUNELLA GALLO Collegio Probi Viri AIGA Salerno

APRILE 2013

Avv. Marco Basso Avv. Maria Teresa Buono Avv. Antonio D’Alessio Avv. Raffaella Di Blasi Avv. Maria Giordano Avv. Nicoletta Giorgi Avv. Massimiliano Granozi Avv. Dario Greco Avv. Paola Ianni Avv. Gisella Lauriello Avv. Claudia Pizzurro Avv. Anna Salsano

Avv. Alfonso Troisi Dott.sa Vincenza Esposito Dott.sa Chiara Senatore

CORSO DI ORATORIA III EDIZIONE - L’ORATORIA È ARTE Prossimi appuntamenti AULA PARRILLI - PALAZZO DI GIUSTIZIA SALERNO ORE 15,30

22 Aprile 2013 DOTT. SALVATORE COSENTINO (Sostituto procuratore presso il tribunale di Locri) IL GIURISTA TRA PITTURA E ARTE SCENICA, ATTRAVERSO IL VALORE DELL’ORATORIA

- 18,30 29 Aprile 2013 DOTT. ANTONIO VALITUTTI (Magistrato presso la Corte di Cassazione) PERCORSO ESISTENZIALE DELL’OPERATORE DEL DIRITTO, TRA PENSIERO RAZIONALE E PENSIERO CREATIVO” CLAUDIO TORTORA (Attore e regista teatrale) ARRINGHE D’UNA VOLTA

La partecipazione al corso permette di conseguire crediti formativi per informazioni visitare il sito www.aiga.it


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Una legge da cambiare nello spirito del Congresso di Bari

A poche settimane dall’entrate in vigore della Riforma Forense, è necessario porsi alcune fondamentali domande: La Legge 247/2012 migliorerà nel suo complesso la condizione di grave malessere dell’Avvocatura italiana? La novella agevolerà gli sbocchi professionali delle giovani generazioni di avvocati, di oggi e di domani? Il funzionamento della Giustizia italiana troverà giovamento dalla Riforma? Purtroppo, la risposta a queste domande non può che essere negativa. Di ciò si era accorto anche il Congresso Nazionale Forense di Bari, svoltosi a Novembre scorso, ossia prima ancora del placet definitivo del Senato alla legge, con l’approvazione di una mozione a larghissima maggioranza che ne chiedeva la modifica prima ancora della sua nascita. Infatti, i vizi della Riforma sono diversi e proveremo a sinterizzarne i due principali. Il primo e più vistoso è tecnico: una legge di 66 articoli, ciascuno suddiviso in numerosi commi e lettere, la cui concreta applicazione, efficacia e entrata in vigore è rimessa a fonti secondarie (D.M., Regolamenti CNF, Regolamenti COA), ingenera di per sé

continui dubbi interpretativi e antinomie (vedi la compatibilità dell’iscrizione all’Albo con il ruolo di amministratore di condominio, che ha spiazzato lo stesso Ufficio Studi del CNF), non consentendo una necessaria duttilità applicativa. Sarebbe stato senz’altro più opportuna una regolamentazione snella, di principi generali, con un rinvio a regolamenti interni alla categoria per la concreta applicazione. Un esempio di tale tecnica legislativa l’abbiamo sottocchio con la legge n°4/2013 delle professioni non regolamentate, fatta di soli 11 articoli, di pochi commi ciascuno, è con un rinvio costante a regolamenti interni alle singole associazioni di categoria. Il secondo e più grave vizio è invece sociologico: l’impostazione di fondo della legge è calata su una figura d’avvocato, che non esiste più ormai da diversi anni o, se continua ad esistere, è relegato ad una ristrettissima minoranza della categoria. Quell’avvocato dell’epoca precedente all’irrazionale esplosione degli Albi e che faceva parte di una classe di 70/80mila professionisti. Quell’avvocato, la cui carriera professionale iniziava con la pratica a costo zero per il dominus, che proseguiva – dopo l’abilitazione – con la collaborazione presso lo studio altrui anche


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per più di un decennio, e che consentiva a 40 o a 45 anni di mettersi in proprio, avendo raggiunto uno standard di affermazione economica, ma anche – se non soprattutto – di affermazione sociale. Quell’avvocato che aveva i minimi tariffari inderogabili, che per iniziare un processo pagava ridotti costi d’iscrizione a ruolo, che si confrontava con le marche da bollo di poche migliaia di lire ogni 4 facciate della comparsa. Quell’avvocato che entrando in una cancelleria trovava rispetto, perché era conosciuto per nome dal cancelliere anche dei grandi Fori, la cui carriera forense era più prestigiosa di quella nell’ordine giudiziario. Quell’avvocato il cui habitat naturale era la mattina in Tribunale ed il pomeriggio allo studio. Quell’avvocato la cui pensione era calcolata sul reddito dei migliori ultimi anni di professione, perché tanto veniva pagata da altri. Calare questi schemi ad una categoria di 230mila professionisti (ma anche di 175mila, quanti erano quelli iscritti alla Cassa al 2 febbraio 2013) è stato un errore imperdonabile, perché i Palazzi di Giustizia scoppiano e trovare tutti quanti sfogo nell’attività giudiziaria verrà ad essere sempre più difficoltoso e, soprattutto, sempre più costoso. Per questo la Legge 247/2012 di Riforma dell’Ordinamento Forense va cambiata, migliorata ed adeguata alle esigenze di una categoria professionale che da troppi anni vive una crisi culturale e sociale e, conseguentemente, economica. E i punti di partenza, per modernizzare la figura dell’avvocato e il suo ruolo socioeconomico, nell’alveo dei principi cardine della professione forense, devono essere quelli individuati dall’Avvocatura nella sua massima assise, ossia al Congresso Nazionale Forense di Bari. Essi devono riguardare: La Governance dell’Avvocatura: con l’introduzione di un sistema di democrazia nell’amministrazione della

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professione secondo il principio “un avvocato un voto”, separando a livello nazionale la funzione disciplinare da quella amministrativa, senza sbarramenti anagrafici; La Formazione professionale continua: con innalzamento dell’esonero dell’obbligatorietà della formazione permanente agli avvocati con oltre 40 anni di anzianità d’iscrizione all’albo e con una valorizzazione nell’offerta formativa dei COA, delle Unioni Regionali e delle Associazione maggiormente rappresentative; Le Specializzazioni: con l’affidamento delle specializzazioni forensi all’Avvocatura e con l’adozione di una normativa di dettaglio, che possa consentire di formare effettivamente i professionisti specialisti secondo criteri improntati al merito, all’equità e alla reale competitività, e senza che l’anzianità d’iscrizione costituisca l’unico criterio di attribuzione del titolo di specialista; L’Accesso: con l’introduzione del numero programmato nelle facoltà di Giurisprudenza, per evitare che la professione forense continui ad essere il parcheggio di migliaia di disoccupati intellettuali negli Albi e per riaffermare il principio che l’Avvocatura non è un ripiego per chi non ha superato altri concorsi. E il patto d’onore, siglato a Bari, deve impegnare tutte le componenti dell’Avvocatura italiana e richiedere sin dall’inizio dell’attività parlamentare di questa legislatura le opportune modifiche.

Avv. Dario Greco, Presidente AIGA


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www.aigasalerno.it SEZIONE DI SALERNO  valore e diritto fondamentale del nostro ordinamento che merita di essere tutelato, indipendentemente dal valore del giudizio o dal giudice adito.

SEZIONE 1 GIUSTIZIA CIVILE

NAZIONALE Trib. Brescia, 04.03.2013, dott. Benini

RIMESSIONE ALLA CORTE COSTITUZIONALE G.d.P. Mercato S. Severino, 25.03.2013, dott. Lombardi Il Gdp di Mercato San Severino rimette alla Giudice delle Leggi la valutazione circa la legittimità costituzionale della "limitazione" per legge del valore della condanna a titolo di spese processuali Dopo la già ben nota ordinanza del settembre 2011 - con

L’invio di fax pubblicitari senza consenso dà diritto al risarcimento del danno morale Con recentissima sentenza del 4 marzo 2013, il Tribunale di Brescia segna un importante punto a favore della protezione dei dati personali nell’ambito di un fenomeno che si sta diffondendo sempre di più nella pratica, l’uso di sistemi automatizzati - quali fax o mail - per l’invio di materiale pubblicitario. Nel caso di specie, riguardante l’invio di fax pubblicitari senza consenso, il Giudice Lombardo riconosce il diritto del danneggiato al risarcimento del danno morale eventualmente subito.

cui aveva sospeso un giudizio per rimettere alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea il vaglio di numerose  questioni di possibile illegittimità della cd. "mediaconciliazione" - l’Avv. Nicola Lombardi, coordinatore dell’Ufficio del Giudice di Pace di Mercato San Severino, si segnala, nuovamente, per aver sollevato -    stavolta  dinanzi alla Corte Costituzionale e con ordinanza dello scorso 25 marzo 2013 - una nuova questione di possibile illegittimità, nel caso di specie riguardante l' art. 91 c.p.c. ultimo comma, così come modificato dall’ art. 13 del D.L. 212/2011 , convertito nella legge 10/2012,   ove viene disposto che : “Nelle cause previste dall'articolo 82, primo comma, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda”. In particolare viene palesato un dubbio di legittimità costituzionale della nuova formulazione dell'art 91ultimo comma cpc in riferimento a quanto previsto dall'art 82 primo comma cpc ed in relazione agli artt. 3 e 24 della costituzione. La norma così come formulata rischia, infatti,   di creare una disparità tra le parti del processo sia nell'ipotesi in cui le stesse decidessero di difendersi da sole ed una soltanto avesse conoscenze giuridiche e processuali ignorate dall’altra; sia nell'ipotesi in cui solo una delle parti avesse la possibilità di permettersi quelli che sono i costi necessari per avvalersi di una difesa tecnica, rappresentando quest’ultima pur sempre un

LOCALE Trib. Salerno, 04.07.2012, n. 1500, rel. Fortunato Ammissibilità trasferimenti immobiliari tra coniugi nell’ambito del divorzio e requisiti formali dell’atto necessari per la trascrizione ex art. 2657 c.c. Con la sentenza che si commenta, il Tribunale ha ritenuto meritevole di tutela giuridica una domanda tendente a realizzare compiutamente il regolamento di interessi a conclusione della fase della vita coniugale ammettendo la pattuizione, in base al principio di libertà contrattuale ed in assenza di limitazioni ordinamentali, di trasferimenti (tra i coniugi e/o a favore dei figli) di diritti reali, anche immobiliari, nel quadro delle più generali condizioni che accompagnano le ipotesi di soluzione consensuale della crisi familiare. La facoltà delle parti di dettare le condizioni della separazione e del divorzio, compresa quindi la possibile pattuizione di attribuzioni patrimoniali, non deve, però, essere necessariamente legata alla presenza di uno specifico corrispettivo o di uno specifico riferimento ai tratti propri della donazione, essendo piuttosto sostenuta da una autonoma tipicità ovvero da uno specifico intento di sistemazione "solutorio-compensativa"


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più ampia e complessiva, di tutta quell'ampia serie di possibili

Trib. Salerno, 08.03.2013, n. 645, dott. Fortunato

rapporti aventi significati (o eventualmente solo riflessi) patri-

La notifica effettuata a mezzo servizio postale è validamente compiuta con la sola consegna del plico postale, senza ulteriori adempimenti

moniali maturati nel corso della (spesso anche lunga) quotidiana convivenza matrimoniale. Da un punto di vista meramente formale, poi, tali clausole di trasferimento posso essere inserite nel verbale di udienza, redatto da un ausiliario del Giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, che assume la forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e che, dopo l’omologazione che lo rende efficace o la sentenza di divorzio che lo recepisca, vale quale titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c., rispondendo, di norma, ad un più specifico e più proprio originario spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell'evento di "separazione” il quale, sfuggendo da un lato alle connotazioni classiche dell'atto di "donazione" vero e proprio e dall'altro a quello di un atto di vendita, svela una sua "tipicità" propria la quale poi, di volta in volta, può colorarsi dei tratti dell'obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della "gratuità", in ragione dell'eventuale ricorrenza - o meno - nel concreto, dei connotati di una sistemazione.

Trib. Salerno, 12.03.2013, n. 686, dott.sa Morrone Per l'attore, la prova del danno da vacanza rovinata si esaurisce e coincide con la dimostrazione dell'inadempimento del tour operator In tema di risarcibiltà del danno non patrimoniale da “vacanza rovinata”, inteso quale disagio psicofisico per la mancata realizzazione della vacanza programmata, la prova dell’inadempimento contrattuale esaurisce in sé la prova anche del danno, non potendo formare oggetto di prova diretta gli stati psicofisici degli attori. L’attore dovrà pertanto fornire la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto, incombendo, di contro, sul convenuto la prova dell’ avvenuto adempimento.

Con la sentenza in esame il Tribunale di Salerno ha inteso, perentoriamente, affermare il principio della regolarità della notifica della cartella esattoriale eseguita a mezzo ufficiale postale. Per il perfezionamento della notifica secondo la disciplina degli art 32 e39 d.m. 09/04/2001, è sufficiente che la spedizione postale sia avvenuta con la consegna del plico al domicilio del destinatario, senza ulteriori adempimenti da parte dell’agente postale, se non quello di curare che la persona indicata al ritiro apponga la firma sul registro della consegna e sulla ricevuta da restituire al mittente. La notifica così effettuata, poi, risulta valida a tutti gli effetti, secondo il Giudicante, anche in caso di firma illeggibile, impugnabile solo mediante querela di falso.

Trib. Salerno, 02.04.2013, n. 898, dott. Fortunato Necessità di convocazione, ai fini della validità della delibera assembleare, di tutti i condomini interessati, anche nell’ipotesi di edifici separati con parti in comune Il Tribunale di Salerno, con sentenza nr. 898/13, ha ribadito che in presenza di edifici separati fra loro dalle fondamenta al tetto, non è affatto esclusa una situazione di condominio, qualora questi vengano a fruire, per la loro utilizzazione ed il loro godimento, di opere comuni. Come pure, va rilevato che, nei casi in cui anche solo un singolo bene è destinato al servizio di più edifici costituiti ciascuno in condominio, si determina fra i vari partecipanti, non una comunione, ma una situazione che integra l’ipotesi del supercondominio al quale si applicano estensivamente le norme sul condominio degli edifici - giacché, in considerazione della relazione di accessorietà che si instaura per il collegamento materiale o funzionale fra proprietà individuali e beni comuni questi ultimi non sono suscettibili, come invece nella comunione, di godimento od utilizzazione autonomi rispetto ai primi.


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Pertanto, ove sia necessario adottare decisioni che riguardi-

Tanto perchè, ad avviso del G.d.P., credito di imposta è solo

no la porzione comune, deve essere garantita la partecipazione

una “espressione tecnico-convenzionale” da qualificarsi come

di tutti gli interessati ai sensi dell’art.1136 c.c.. Di conseguenza, la delibera condominiale sarà annullabile

“momentanea posizione di avere da parte del contribuente, suscettibile di possibili rivolgimenti con il decorrere del succes-

in caso di mancata convocazione di tutti i condomini interessati.

sivo”, da distinguersi dal credito “civilistico” surrogabile. Ed infatti - a supporto della “qualificazione” offerta - il

Trib. Salerno, Ord. 11.12.2012, rel. dott.sa Di Stasi

G.d.P. di Amalfi precisa sia che, a differenza di quanto accade

I nuovi parametri ministeriali si applica no alle sole liquidazioni successive alla loro entrata in vigore e per i giudizi non ancora definiti a quella data

per il credito “civilistico”, la posizione tributaria “attiva” può, nel successivo anno “fiscale”, azzerarsi per effetto del soddisfa-

Con il provvedimento in esame il Tribunale di Salerno pre-

pensazione civilistica, ma una specifica disciplina dettata dagli

cisa che i parametri ministeriali di cui al D.M. 20.07.12 si applicano alle sole liquidazioni successive alla loro entrata in vigore (e, quindi, dal 23.08.12) e, comunque, solo nei giudizi in cui l'attività defensionale non si sia in quella data ancora esaurita. Nella diversa ipotesi di giudizi già definiti, invece, continue-

cimento del debito di imposta nel frattempo maturato; sia il fatto che per i crediti tributari non opera l’istituto della comart. 30 e 38 D.P.R. 633/72. Infine, la mancata istanza di rimborso del credito d’imposta non può configuarsi come trascuratezza da parte del creditorecontribuente, potendo essere una sua “strategia” quella di attendere il tempo necessario per imputare la posizione attiva

ranno ad applicarsi le "vecchie"  tariffe forensi e, precisamente, quelle in vigore allorquando l'attività defensionale si è esaurita

maturata a soddisfacimento di imposte relative ad annualità successive.

per la liquidazione degli onorari e quelle vigenti al momento delle singole prestazioni professionali per la liquidazione dei

GdP di Salerno, 11.09.2012, n. 3629, dott. Vingiani

diritti. GdP di Amalfi, 21.03.2013, n. 187, dott. Giovannone Il credito di natura tributaria non rientra tra quelli surrogabili mediante azione ex art. 2900 c.c. Il G.d.P. di Amalfi esclude, dal novero delle posizioni suscettibili di azione di surrogazione ex art. 2900 c.c., quella vantata da una società nei confronti dell’erario a titolo di credito d’imposta. L’attore, infatti, aveva convenuto dinanzi al G.d.P. di Amalfi, una società per chiedere di essere autorizzato, in vece della stessa, all’esercizio dei diritti e delle azioni connesse alla sua posizione di credito di imposta nei confronti dell’Erario, così da poter soddisfare un proprio credito nei confronti della detta società. Ad avviso del Giudicante, peraltro, il credito d’imposta non rappresenta un credito civilisticamente inteso ai sensi degli artt. 1173 c.c. e ss.

Illegittimità della richiesta di pagamento effettuato da Poste Italiane per il ritiro di un CAN di un atto esente e inapplicabilità del novellato art. 91 cpc (a seguito della la riforma ex L. n. 10/12) ai fini della liquidazione di spese di giudizio Con la pronuncia in esame, il GdP di Salerno, dott. Vingiani, ha statuito la illegittimità del pagamento di € 3,30 per il ritiro della Comunicazione di Avvenuta Notifica – alla quale viene assimilata la Comunicazione di Avvenuto deposito - relativa ad un atto esente (materia lavoro), sancendone l’addebitabilità all’Erario. Il GdP, inoltre ha stabilito che, nel caso di specie, è inapplicabile il novellato art 91 cpc, in materia di condanna alle spese, secondo il quale le spese di giudizio non possono superare il valore della domanda.


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GIUSTIZIA PENALE

GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA LAVORO E DEL LAVORO

NAZIONALE

AMMINISTRATIVO TAR Campania - Sez. di Salerno, 17.01.2013, n. 109

Corte di Cassazione, 17.04.2012, n. 14484 È tentativo di estorsione la reiterata richiesta di somme per rendere all’A.G. dichiarazioni favorevoli La Seconda sezione della Suprema Corte ha affermato che integra gli estremi del tentativo di estorsione la condotta di chi rivolge al coindagato reiterate e pressanti richieste di ingenti somme di danaro per rendere all'Autorità Giudiziaria dichiarazioni a lui favorevoli, rivestendo le modalità progressivamente sempre più incalzanti e la ripetitività delle richieste il carattere della minaccia.

LOCALE

Il sottile “discrimen” esistente tra gli interventi di ristrutturazione edilizia e gli interventi di manutenzione straordinaria Il T.A.R. Campania, sez. staccata di Salerno (Pres. Dott. Ferdinando Minichini - cons. Estensore Giovanni Sabbato), con decisione n. 109 del 17.01.2013 ha chiarito il sottile “discrimen” esistente tra gli interventi di manutenzione straordinaria e di ristrutturazione edilizia “pesante”, assoggettati al preventivo rilascio del permesso di costruire ex art.10 lettera c) del D.P.R.380/01 e ss.mm.ii. In particolare il collegio giudicante - aderendo all’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa in materia di interventi minori sulla facciata esterna di un immobile - ha

Trib. Salerno - sez. Eboli, 10.01.12, dott. Berni Canani La scoperta del raggiro interrompe la relazione causale tra utilizzo dei mezzi fraudolenti e induzione in errore ai fini della configurazione del delitto di truffa Per il perfezionamento dell’elemento materiale del delitto di truffa occorre una idoneita' causale concreta e nell’hic et nunc tra i mezzi fraudolenti usati dal soggetto attivo e l'induzione in errore subita dal soggetto passivo del reato, e la scoperta del raggiro da parte del soggetto passivo determina un interruzione del rapporto causale tra raggiro stesso e dazione patrimoniale, allorquando essa derivi da un determinismo differente e nuovo.

statuito che il riferimento dell’art.10 lettera c) del DPR 380/01 a sagoma e prospetto - non può estendersi alla stregua di un criterio di ragionevolezza, proporzionalità e sussidiarità dell’intervento pubblico autoritativo, agli interventi minori esterni all’edificio, coerenti con l’uso normale cui l’immobile è destinato e non incidenti sul complessivo assetto edilizio ed urbanistico d’interesse pubblico generale - quali ad esempio il cambio e la modifica di serramenti, tapparelle e persiane, la collocazione di antenne radioamatoriali e televisive - e persino l’apertura e la modifica di finestre - purché anch’esse non incidenti sugli elementi strutturali dell’edificio e sulla divisione fra unità immobiliari, e purché nel rispetto della disciplina pubblica sull’areazione ed illuminazione degli ambienti e sulle distanze, affacci e vedute. Quindi, entro i predetti limiti gli interventi di minore entità sulla facciata dell’edificio sono da ritenersi inidonei ad introdurre una significativa novità sull’assetto planovolumetrico del fabbricato


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esistente o ad incidere sui parametri anzidetti caratterizzanti l’im-

reintegratoria si limita alle sole ipotesi “in cui il fatto” dal quale è

mobile sotto il profilo della sagoma e del prospetto.

derivato il licenziamento “non sussiste ovvero è espressamente ricpompre-

Pertanto, tali interventi sono riconducibili nell’alveo della manutenzione straordinaria e non possono essere assoggettati al preventivo

so tra le condotte per le quali il ccnl di settore prevede una sanzione conservativa”; residuando una “mera” tutela risarcitoria a quei licenzia-

rilascio del permesso di costruire.

menti in cui “la gravità dell’inadempimento” contestato al lavoratore non “sia tale da integrare gli estremi della giusta causa ovvero del giustifica-

LAVORO Trib. Salerno, Ord. 06.02.2013, dott.sa Lionetti. Integra giustificato motivo di licenziamento il comportamento del dipendente che impedisca il normale svolgimento dell’attività lavorativa e causi interruzione di pubblico servizio

Nell’ordinanza - tra le prime in questo senso per casi al

to motivo soggettivo, per come ormai pacificamente identificati dalla giurisprudenza”. In tal senso, il Giudice del Lavoro di Salerno ha ritenuto configurasse un giustificato motivo di licenziamento il comportamento di un dipendente di una società di trasporti di linea che, pur non avendo creato danni al proprio datore, aveva impedito fisicamente l’uscita dal deposito degli automezzi, così compromettendo il regolare svolgimento del servizio di linea.

vaglio del Tribunale di Salerno - viene affrontata la materia del licenziamento (e dei motivi di licenziamento) alla luce della novellata disciplina giuslavoristica, così come modellata dall’entrata in vigore

GIUSTIZIA COMUNITARIA

delle discusse modifiche legislative apportate alla disciplina previgente dalla cd. Riforma Fornero.

Il Giudice del Lavoro, in particolare, si è trovato ad analiz-

zare due aspetti critici della detta riforma, concernenti, da un lato, il profilo della disciplina processuale e sostanziale applicabile “ratione temporis” al caso sottoposto al suo esame; e dall’altro, la rimodellata casistica dei licenziamenti legittimanti (o meno) la reintegrazione

CEDU, Sent. 29.01.2013, Ricorso n. 25704/11, L. c/ Italia La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sanziona lo Stato Italiano che nega il "diritto ad essere genitore"

nel posto di lavoro del lavoratore destinatario del provvedimento.

Dal primo punto di vista, il Giudicante afferma la applicabilità - al caso sottoposto al suo vaglio - della normativa “novellata”,

2013, è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti del-

atteso che - in ossequio alla lettera della legge - la stessa normativa va applicata, dal punto di vista processuale, “alle controversie istaurate successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge” e, da quello sostanziale, ai provvedimenti di licenziamento comunicati successivamente alla sua entrata in vigore (come il licenziamento oggetto del giudizio, comunicato in data 26.07.2012). Quanto, invece alla applicabilità o meno della tutela reintegratoria, il Giudice del Lavoro - pur avendo poi, nel caso concreto, rigettato il ricorso proposto dal lavoratore avverso il provvedimento di licenaziamento - si sofferma ad analizzare sulla distinzione tra le ipotesi in cui detta tutela vada applicata e quelle in cui, al contrario, vada applicata la tutela indennitaria/risarcitoria.

Difatti, in sostituzione delle categorie classiche (giusta cau-

sa/giustificato motivo soggettivo e oggettivo; piccole aizende/medie e grandi aziende) il legislatore ha preferito un sistema in cui la tutela

Ancora una volta l’Italia, con sentenza del 29 gennaio

l’Uomo per non avere garantito il “diritto ad essere genitore”: “È violazione dei diritti fondamentali di un uomo, non aver consentito ad un padre separato il diritto ad un rapporto genitoriale con sua figlia”.  

La Corte Europea, infatti, esaminando l’ennesimo caso

di una madre che non ha mai consentito ad un padre separato di “essere genitore”, sancisce una precisa accusa all’ordinamento italiano: la lentezza della giustizia italiana non è assolutamente giustificabile quando si ha a che fare con i diritti dei bambini.

Secondo la citata sentenza della Corte di Strasburgo, la

giustizia italiana rimane inerme di fronte al mancato rispetto dei provvedimenti giudiziali che dovrebbero regolare la vita di un figlio e garantirgli un rapporto con entrambi i genitori separati, a differenza di quanto accade negli altri Stati europei in cui la

reazione di fronte al genitore che non rispetta i provvedimenti del giudice è decisa e rigorosa.


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SEZIONE II INTERVENTI

La Giustizia che non funziona crea danni all’economia del Paese La crisi del funzionamento del sistema giudiziario è, per larga parte, riconducibile al fatto che, per decenni, tutte le forze politiche che si sono alternate al governo del Paese hanno vissuto quello della Giustizia

che funziona non offre solo il parametro di civiltà di un Paese ma de-

come un problema da affrontare con provvedimenti legislativi che non comportassero investimenti di risorse economiche. Anzi, spesso, le riforme aventi ad oggetto la riorganizzazione degli uffici si sono caratterizzate per avere

termina anche riflessi positivi sull’economia. Recenti indagini hanno infatti confermato che, in Italia, uno dei fattori che scoraggia maggiormente gli investimenti è, appunto, il cattivo funzionamento

come unico e malcelato obiettivo le riduzioni di spesa. Ne è derivato che il cittadino che chiede giustizia, a fronte di un tendenziale aumento dei costi necessari per adire le autorità giudiziarie, ottiene un servizio-

della Giustizia. In particolare le procedure lunghissime che frustrano le speranze di un recupero del credito in tempi ragionevoli dissuadono gli imprenditori, anche stranieri, dall’idea di impiegare capitali che, se investiti,

giustizia sempre più lacunoso e penalizzante in ordine alle legittime pretese di risposta. Certo, con ogni probabilità, in alcuni casi, anche solo una maggiore razionalizzazione di spazi e risorse favorirebbe l’efficienza e la vivibilità delle sedi giudizia-

offrirebbero un serio contributo al mondo del lavoro. Solo operando una seria riflessione in tal senso si potranno creare le premesse per una riforma che realizzi un miglioramento autentico ed effettivo del

rie, ma è comunque innegabile che senza investimenti adeguati non sarà possibile registrare significativi miglioramenti. Si dovrebbe prendere coscienza che una Giustizia

sistema giudiziario italiano. Avv. Antonio D’Alessio (Past President AIGA Salerno), Presidente del Consiglio Comunale del Comune di Salerno


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Formazione continua tra obbligo deontologico e nuovi spazi professionali. L’obbligo della formazione ha assunto una forza sempre più cogente poiché sorretto dapprima da una norma deontologica, poi da disposizioni regolamentari del CNF ed infine da una norma di legge, introdotta con la riforma professionale da poco approvata. L’art. 13 comma 1 del Codice deontologico ha stabilito che “E’ dovere dell’avvocato curare costantemente la propria preparazione professionale, conservando e accrescendo le conoscenze con particolare riferimento ai settori nei quali svolga l’attività”. Il Regolamento del CNF del 13.07.2007 ha individuato le modalità di adempimento dell’obbligo ma nel contempo ha previsto una serie di esoneri (i docenti universitari di prima e seconda fascia, i ricercatori con incarico di insegnamento) ed il potere dei Consigli dell’Ordine di dispensare dall’obbligo l’iscritto con 40 anni di iscrizione all’albo che ne faceva domanda. L’art. 11 della Riforma professionale, infine, ha esonerato dall’obbligo formativo gli avvocati con venticinque anni di iscrizione all’albo o sessanta anni di età, i componenti di organi con funzioni legislative e i componenti del Parlamento europeo, i docenti e i ricercatori confermati delle università in materie giuridiche Da diversi anni, quindi, una regola deontologica impone l’obbligo della formazione ad avvocati e praticanti. Il CNF, poi, ha individuato le modalità di adempimento dell’obbligo, ma contestualmente ha ristretto il numero dei professionisti chiamati al rispetto concreto della coercizione; il Legislatore, in ultimo, pur assegnando all’obbligo della formazione il rango di disposizione di legge, ne ha ulteriormente ridotto i destinatari. Dall’evoluzione della disciplina emerge che la formazione, progressivamente, da un lato ha acquisito forza cogente, dall’altro ha visto man mano restringere il proprio campo di azione, creando tra l’altro delle evidenti discrasie; oggi, esso grava particolarmente sui più giovani, che tra l’altro da poco hanno lasciato le aule universitarie. Credo da sempre che l’obbligo della formazione sia indispensabile per garantire qualità alla prestazione professionale ed importanti chance di inserimento in nuovi spazi di mercato. “Lo stato dell’arte” impone però qualche critica e il serio tentativo di rilanciare un importante strumento di professionalità. Non tutte le esperienze formative sono esaltanti e produttive ed i metodi di rilevamento delle presenze lasciano talvolta spazio

ai furbetti. Ma gli esempi negativi, che pure non sfuggono a sguardi attenti, non alterano la convinzione della formazione intesa come valore. Ecco perché l’Avvocatura deve imporla al proprio interno senza alcuna eccezione. Lo ha chiesto il Congresso Forense, approvando la mozione dell’AIGA indirizzata alla classe politica e finalizzata all’espunzione degli esoneri nel corso della successiva legislatura (quella attuale). Lo chiede la normativa d’oltralpe, severa in materia di concorrenza anche per gli obblighi formativi imposti dai Regolamenti (v. Corte di Giustizia Europea, 28.02.2013). Urgente è quindi la modifica dell’art. 11 della Legge professionale al fine di eliminare gli esoneri previsti in quanto costituiscono odiose discriminazioni, minano la coerenza dell’Avvocatura e compromettono la leale concorrenza tra professionisti. Nel frattempo, è bene che le istituzioni forensi apportino idonei correttivi al Regolamento sulla formazione continua, espungendo almeno lì gli esoneri, ed assicurino la formazione minima prescritta dalla legge gratuitamente (molti già sono gli esempi virtuosi) per non aggravare la situazione di grave crisi in cui versano i giovani avvocati. Del resto, l’art. 11 comma 4 della Riforma forense vieta agli Ordini l’attività formativa con fine di lucro anche quando svolta in cooperazione o convenzione con altri soggetti. Ma occorre compiere un deciso passo in avanti per favorire effettivamente i giovani che si avviano all’esercizio della professione: l’attività formativa deve essere il frutto di in un progetto ampio e non casuale, caratterizzato da un’alta qualità dell’offerta, capace di rispondere alle esigenze sociali e garantire originali aree anche con riferimento agli sbocchi della attività professionale. Sul tema la Riforma forense è silente, ma ciò non esclude la possibilità di interventi capaci di orientare le offerte formative con lungimiranza e coraggio. In questa direzione l’AIGA e le altre componenti dell’Avvocatura sono chiamate a svolgere un ruolo di primo piano e di certo si attrezzeranno per compierlo al meglio anche attraverso l’interlocuzione con la società civile, la politica e le aziende. Avv. Claudia Pizzurro, Segretario Nazionale AIGA


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Lo Sportello per il Cittadino L’art. 30 della legge di riforma professionale prevede l’istituzione in seno ad ogni Consiglio dell’Ordine dello “Sportello per il cittadino” le cui modalità di accesso sono lasciate alla determinazione mediante regolamento del CNF. Orbene il CNF nella propria bozza di regolamento-quadro cerca di sviluppare le funzioni dello Sportello che consistono nel “fornire un servizio di informazioni e orientamento per l’accesso alla giustizia e la fruizione delle prestazioni professionali degli avvocati” mancando però lo scopo di avvicinare l’Avvocatura alla Società. Viene descritto uno strumento dal quale l’utente possa trarre informazioni sulle azioni esperibili, sui tempi e costi delle stesse, sui requisiti per l’accesso alla difesa d’ufficio e al patrocinio dello stato. Dallo Sportello il cittadino potrà essere edotto dell’esistenza delle camere arbitrali come procedure di risoluzione alternativa e dei vantaggi in tempo e costi di tali procedure. Il cittadino riceverà, sempre in base alla bozza predisposta dal CNF, notizie su come fruire delle prestazioni dell’avvocato (dopo 2000 anni di rapporti cliente-avvocato !!) ossia su come pattuire il compenso, conferire l’incarico, diritti e obblighi conseguenti e la tutela che il COA può fornire in caso di mancato accordo con il difensore. Il CNF prevede poi una serie di divieti di assunzione di incarichi per il beneficiario del servizio da parte di chi ha svolto il servizio allo Sportello (senza precisare il riferimento a chi ha materialmente svolto il colloquio), divieti che si estendono ai soci e ai colleghi che esercitano nello stesso studio. La prestazione del servizio è gratuita. Il servizio può essere svolto da avvocati e da praticanti abilitati purchè in regola con l’iscrizione all’albo, l’assolvimento dell’obbligo formativo, incensurati e non soggetti a procedimenti disciplinari. Dai professionisti dovrà essere specificato il settore di competenza e ogni onere derivante dall’attività dello sportello è a carico degli iscritti al COA e sarà ricompreso nella quota di iscrizione. Orbene ad una’analisi critica di questo (quasi) nuovo soggetto non sfuggono alcune criticità che dovrebbero essere riviste: su quali basi si potrà presentare domanda di iscrizione all’albo dei professionisti che vi prestano servizio, stante l’assenza di specializzazioni rego-

lamentate e visto che il servizio lo possono prestare anche i giovani praticanti? Il problema dell’incompatibilità di ruoli, con la sola esclusione dell’ampio divieto di assunzione di mandato, non è stato affrontata una incompatibilità anche per i Consiglieri dell’Ordine, membri del Comitato pari opportunità, Consiglieri Nazionali, Consiglieri della Cassa di Previdenza e comunque avvocati associati e/o colleghi negli studi dei suddetti. Manca la figura di un Coordinatore (membro del Coa, ad esempio) scelto sempre con meccanismo di rotazione, che avrà il compito di coordinare le attività dei professionisti che operano nell’ambito dello Sportello e mantenere i contatti tra lo Sportello del proprio Ordine e quelli del distretto e della Regione; lo Sportello inoltre potrebbe offrire servizi agli avvocati di approfondimento sull’aggiornamento professionale e la formazione, anche in attività di raccordo con le Commissioni del Coa e con la realtà dell’associazionismo forense. Lo Sportello, quindi, potrebbe diventare come punto di incontro tra la domanda del territorio e l’offerta delle professionalità. La bozza del CNF, priva delle suddette considerazioni, appare fin dalla prima lettura inutile e anacronistico. Il tipo di servizio che viene descritto nella bozza potrebbe tranquillamente essere fornito mediante un vademecum cartaceo. E’ evidente altresì che l’informazione che potrà essere fornita sarà (salvo le ipotesi di recupero credito, sfratto et similia – per i quali anche un semplice libellum sarebbe ampiamente sufficiente per dare un orientamento), generica e subordinata ad una esame ulteriore. Diversamente, come potersi assumere delle responsabilità (aspetto questo, tra l’altro, non affrontato minimamente) per delle indicazioni la cui erroneità e/o imprecisione dipendessero dall’impossibilità di esaminare attentamente i fatti? AIGA ritiene invece che le finalità sottostanti all’istituzione dello sportello per il cittadino devono essere di recuperare la funzione

SEZIONE DI SALERNO L. 31 dicembre 2012, n. 247 ART. 30. (SPORTELLO PER IL CITTADINO) 1. Ciascun consiglio istituisce lo sportello per il cittadino, di seguito denominato «sportello», volto a fornire informazioni e orientamento ai cittadini per la fruizione delle prestazioni professionali degli avvocato e per l'accesso alla giustizia. 2. L'accesso allo sportello è gratuito. 3. Il CNF determina con proprio regolamento le modalità per l'accesso allo sportello. (..)

sociale dell’avvocatura: pertanto perché non pensare a questo strumento come ad un vero punto di incontro dei bisogni della società con le potenzialità professionali dell’avvocatura? Rinvenir e così nuove aeree del diritto di cui l’imprenditoria locale richiede un maggiore approfondimento e che sono ancora poco coltivate dai professionisti o che gli stessi non esplicitano abbastanza impedendo così di mostrarsi come figure utili (tema scottante quella dell’utilità dell’avvocato per la società) alla gestione delle tematiche di interesse. E a chi ritiene che il singolo cittadino con i propri diritti e interessi non crei un flusso di domanda vero e proprio l’AIGA chiede se veramente ritenga lo Sportello, così come descritto nella bozza del CNF, un vero contributo alla cittadinanza o non lo possa invece essere una previsione che consenta una maggiore visibilità degli strumenti che l’Avvocatura può fornire. Oggi è venuto a mancare un canale informativo del servizio che l’Avvocatura può dare alla società lasciando ampi spazi vuoti nei quali sono cresciuti preconcetti e diffidenze, alimentati purtroppo dalla stessa categoria, che oggi vedono soccombere il ruolo sociale dell’avvocato. Lo “Sportello per il cittadino” dovrebbe diventare lo “Sportello DEL cittadino” che raccoglie le nuove esigenze e offre competenze adeguate, abbandonando l’arroganza di sapere aprioristicamente cosa sia utile per la cittadinanza che mai come oggi è lontana, o comunque si ritiene tale, dall’Avvocatura.

Avv. Nicoletta Giorgi, Tesoriere Nazionale AIGA


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SEZIONE III ARTICOLI Gratuito Patrocinio

Il recupero delle spese di giustizia (anticipate e/o prenotate) nei giudizi civili nelle ipotesi di compensazione delle spese del giudizio e di cancellazione della causa ex art. 309 cpc Nell’ipotesi di ammissione al gratuito patrocinio nel giudizio civile di persona non abbiente il Testo Unico delle Spese di Giustizia , adottato con D.P.R. n. 115/2002, prevede che le spese che dovrebbero essere sostenute dalla parte ammessa al beneficio siano in parte prenotate a debito ed in parte anticipate direttamente dallo Stato. Alla descrizione analitica delle spese prenotate a debito ovvero direttamente anticipate è affiancata la disciplina che individua i casi e le modalità di recupero di tali somme da parte dello Stato nei confronti della parte soccombente non ammessa al beneficio ovvero nei confronti dell’ammesso al gratuito patrocinio non soccombente. L’architettura normativa di riferimento, tuttavia, è apparsa, sin dal momento dell’entrata in vigore del TUSG, alquanto farraginosa tanto da rendere necessari molteplici interventi chiarificatori attesa sia la maggiore complessità della disciplina dettata con riferimento ai giudizi civili rispetto alla previsione ad es. di alcune spese anticipate ai difensori in materia penale sia l’impossibilità di esercitare un controllo preventivo sugli ordinativi di spesa, disposti autonomamente dagli uffici giudiziari sia, infine, i dubbi circa la concreta possibilità di recupero da parte dello Stato delle spese processuali a vario titolo sostenute in vece della parte non abbiente ammessa al beneficio attesa la scarsa incisività delle procedure di recupero delle spese medesime. Tutte circostanza queste di non poco rilievo vertendosi in materia di danaro pubblico e di voci di spesa che, pertanto, sono costantemente al centro di polemiche. Vi è, inoltre, da notare che la ricostruzione delle modalità di recupero delle spese di cui alla casistica contemplata negli artt. 133 e 134 TUSG secondo le varie ipotesi di conclusione del giudizio, ha ingenerato non poche perplessità operative e ciò nonostante che

le ipotesi in cui in non abbiente risulti soccombente dovrebbero in linea teorica esser residuali atteso la preventiva valutazione circa la non manifesta infondatezza della pretesa che si intende far valere esercitata dal Consiglio dell’Ordine competente a ricevere l’istanza di ammissione al beneficio. Non risulta disciplinata puntualmente l’ipotesi di recupero della generalità delle somme anticipate e /o prenotate ove il provvedimento che definisce il giudizio disponga la compensazione delle spese processuali tra le parti, limitando la previsione alla sola disciplina dell’imposta di registro . I dubbi interpretativi si son posti con particolare riferimento alla recuperabilità degli onorari e delle spese spettanti al difensore anticipati dallo Stato. Tale problema interpretativo costituisce una novità introdotta con il testo del D.P.R. 115/2002 atteso che le somme in argomento vengono ivi elencate tra spese anticipate dall’erario a differenza della previgente normativa che, in considerazione della natura obbligatoria ed onorifica della prestazione del difensore al quale veniva affidato il non abbiente, ne prevedeva un recupero “diretto” nei confronti della controparte “abbiente” solo allor quando il proprio assistito fosse risultato vittorioso nella lite o la stessa si fosse conclusa con transazione. La diversa scelta legislativa volta all’individuazione per l’avvocato del non abbiente di una “corsia preferenziale” rappresentata dalla certezza di esser retribuito direttamente e subito dallo Stato appare da ricondursi alla ravvisata necessità di garantire al non abbiente la possibilità di trovare avvocati disposti ad accettare l’incarico della difesa del cittadino “povero” nella certezza di guadagnare la sola metà dell’onorario purché “subito” ed indipendentemente dall’esito del giudizio. La sottesa ratio garantistica, segnando il passaggio dal gratuito patrocinio al patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente da ogni valutazione circa l’effettivo conseguimento dell’intento , ha


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www.aigasalerno.it finito, tuttavia, con l’aggiungere non pochi elementi di problematicità nella verifica dei presupposti per il recupero delle somme così anticipate. Al riguardo la dottrina nonché il Consiglio Nazionale Forense sono giunti alla unanime considerazione secondo cui ove la sentenza che definisce il giudizio non disponga la condanna alla rifusione delle spese processuali della parte soccombente diversa da quella ammessa al gratuito patrocinio ovvero disponga la compensazione delle spese tra le parti nell’ipotesi in cui la parte ammessa al gratuito patrocinio sia vittoriosa, lo Stato non ha titolo per recuperare le spese (prenotate o anticipate) non ricorrendo i presupposti di cui all’art. 133 ovvero art. 134 TUSG. e, pertanto, restano definitivamente a carico dello Stato gli onorari e le spese spettanti al difensore, come qualsivoglia spesa anticipata. Ciò perché, per principio di carattere generale, ogni attività di recupero per esser attivata dalla cancelleria dell’ufficio giudiziario competente a curare la riscossione delle spese (anticipate e/o prenotate) deve trovare fondamento in un titolo che condanni la parte soccombente alla refusione delle spese processuali. Lo Stato, pertanto, potrà non avere il diritto di rivalsa nelle ipotesi di soccombenza della parte abbiente a cui non consegua la condanna alla refusione delle spese ed a maggior ragione non avrà titolo alcuno al recupero nelle ipotesi in cui il giudice abbia disposto la compensazione delle spese tra le parti. Ulteriori e più corposi dubbi interpretativi sono sollevabili con riferimento alla possibilità di recupero delle spese anticipate ove la causa è cancellata dal ruolo ex art. 309 c.p.c. per come disciplinata l’art. 134 TUSG, co.V°. In realtà, le ipotesi contemplate dai commi III°, IV° e V° dell’art. 134 TUSG ( transazione della causa, estinzione del giudizio o rinuncia della parte abbiente, cancellazione ex art. 309 cpc ) si distinguono dalle ipotesi di cui ai commi I° e II° dello stesso articolo per l’assenza di una qualsivoglia pronuncia sul merito della controversia nonché per la mancanza di una statuizione giudiziale sulle spese ex artt. 91 e 92 c.p.c. In tali casi, il principio generale vede le spese prenotate a debito costituire un debito solidale tra le parti (inclusa quella beneficiata) e nelle ipotesi di transazione , estinzione o rinuncia le spese anticipate recuperate nei confronti della parte ammessa . Il V° comma dell’articolo in commento contempla e disciplina, tuttavia, il regime delle sole spese prenotate a debito al cui pagamento è previsto siano tenute tutte le parti in regime di solidarietà compresa la parte ammessa al gratuito patrocinio, indipendentemente da quanto conseguito. Trattasi in modo particolare delle ipotesi in cui il giudice ordini la cancellazione della causa dal ruolo per mancata comparizione delle parti in udienza nel corso del giudizio e dell’ipotesi in cui il processo si estingua per

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mancata riassunzione dello stesso nel termine di cui all’art.307, comma 1 c.p.c.. Il V° conterrebbe, pertanto, una disciplina di carattere residuale rispetto a tutto l’impianto dell’art. 134 TUSG. Nelle intenzioni del legislatore tale disciplina andava a rimuovere la discrasia ravvisata nella previgente normativa estendendo il principio della solidarietà nel pagamento delle spese prenotate oltre ai casi di “diserzione bilaterale” dell’udienza anche ai casi di “estinzione diversa” cioè le ipotesi di estinzione o comunque di venir meno del giudizio non direttamente imputabili alla negligenza o deliberata volontà delle parti . In tale ipotesi, tuttavia, la mancata previsione del recupero delle spese anticipate lascerebbe intendere che queste restino esclusivamente a carico dello Stato poiché la fattispecie contemplata non è ricompresa ne riconducibile nel campo di applicazione dell’art. 134, co. I° e II° TUSG . Alla medesima conclusione si perviene osservando che mentre la previgente disciplina prevedeva “la prenotazione a debito” anche per le “spese anticipate” dallo Stato previa iscrizione la registro mod. 20, di contro l’art. 134 TUSG effettua la netta distinzione tra le due tipologie di spesa, riconducendole ad unità solo nel primo comma nella formulazione dell’inciso “spese erogate” in favore della parte ammessa al patrocinio. Pertanto, desterebbe perplessità l’eventuale recupero delle spese anticipate al difensore effettuato dall’Ufficio giudiziario in una causa cancellata dal ruolo ai sensi del 309 c.p.c. trattandosi di spesa anticipata e non prenotata a debito. Parrebbe, per le medesime ragioni, destare, altresì, perplessità il recupero, successivo alla richiesta da parte del difensore della persona ammessa al patrocinio di chiedere la dichiarazione di estinzione del processo , l’ inosservanza del cui obbligo ha rilievo disciplinare, delle spese anticipate nella causa cancellata dal ruolo ex art. 309 cpc poiché i casi di estinzione cui si riferiscono i commi II° e IV° dell’art. 134 TUSG sono quelli, invece, previsti dall’art. 307 , commi 2° e 3° c.p.c. e cioè i casi nei quali l’estinzione viene fatta senz’altro conseguire all’omissione dell’atto nel termine perentorio prescritto dalla legge o dal giudice. Tuttavia, in considerazione della forse troppo sintetica trasfusione della previgente disciplina in quella attuale, della riscontrata scarsa chiarezza delle ipotesi riconducibili al V° comma dell’articolo in commento nonché, da ultimo ma non per ultimo, dei notevoli esborsi di danaro pubblico sotto forma di “spesa anticipata” di cui andrebbe esclusa la possibilità di ogni forma di recupero attesa la attuale inadeguatezza dei rimedi previsti dalla legge per rifondere le cassa dello Stato, non appare peregrino articolare una eventuale diversa ricostruzione interpretativa della disciplina in argomento che conduca, infine, ad una diversa soluzione.


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www.aigasalerno.it Infatti, partendo dall’assunto secondo il quale le ipotesi contemplate nei commi III°, IV° e V° dell’art. 134 TUSG prevedono la definizione della controversia con atto o provvedimento diverso dalla sentenza che pronunci nel merito della controversia con conseguente statuizione delle spese ed individuazione di una parte “soccombente”, potrebbe risultare opportuno verificare caso per caso la possibilità di recupero delle spese anticipate anche nelle ipotesi di cui al V° comma dell’articolo in argomento. Così come, ove il giudizio si estingua per inattività della parte non abbiente ammessa al beneficio, lo Stato potrebbe recuperare nei confronti della stessa anche le spese anticipate, atteso che appare opportuno che il soggetto ancorché non abbiente sopporti tutti i costi di un giudizio che ha preferito non portare a conclusione non è da escludere che nelle rimanenti ipotesi - in cui l’estinzione del giudizio non consegua alla volontà deliberata della parte ammessa al beneficio o a negligenza direttamente imputabile alla stessa - la presenza di una più puntuale statuizione del giudice con riferimento al regime delle spese può consentire, in definitiva, allo Stato di poter recuperare le spese anticipate a favore della parte non abbiente nei confronti di questa medesima. In entrambi i casi senza la preventiva escussione della parte “ricca” atteso trattasi di ipotesi che, non prevedendo alcuna definizione nel merito della controversia, non consentono l’individuazione di alcun “soccombente” . Principio di buon senso vorrebbe, tuttavia e senza scendere qui ad esaminare le problematicità di tale attività dell’ufficio, che anche per tali ipotesi si verificasse con prudente apprezzamento se la parte non abbiente è nella possibilità di “rifondere” allo Stato anche le spese anticipate a suo favore secondo quanto disposto dal secondo comma dell’articolo in esame. Una diversa opinione al riguardo, infatti, pur finirebbe con cozzare con le esigenze garantistiche di tutela di cui all’art. 24 Costituzione scadendosi nel più increscioso assurdo per cui lo Stato nel mentre anticipa gli onorari dell’avvocato della parte che proprio perché non abbiente è ammessa al gratuito patrocinio successivamente persevera in verosimilmente infruttuose azioni di recupero nei confronti dello stesso. In considerazione delle incertezza delle problematiche evidenziate e soprattutto della rilevanza contabile che ne consegue è auspicabile un intervento chiarificatore del Ministero . Dott.sa Vincenza Esposito (Dirigente Amministrativo Ministero della Giustizia) Cliccare qui per scaricare l’articolo integrale

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Il contributo unificato nel processo tributario.

R i c o rs o c u m u l a t i vo o g g e t t i vo : una interpretazione problematica Con la direttiva n. 2/DGT del 14/12/2012, Il Ministero delle Finanze, per il tramite della Direzione della Giustizia Tributaria, ha fornito una serie di risposte a quesiti in tema di “contributo unificato nel processo tributario”. Con tale atto di indirizzo, il Ministero prende posizione ed invita le segreterie delle Commissioni a conformarsi,  conseguentemente  invitando a contrastare ogni difforme interpretazione, anche ai fini della “riscossione bonaria o coattiva”. Una, tra esse, appare particolarmente problematica e rischia di determinare un ampio contenzioso avverso gli atti di recupero. Trattasi, in dettaglio, dell’interpretazione fornita in risposta al quesito n. 18, con il quale la Direzione Generale Tributaria si esprime in ordine alla quantificazione del valore della lite fiscale concernente la fattispecie del ricorso cumulativo oggettivo, ossia quel ricorso mediante il quale “risultino impugnati più atti di accertamento”. Ritiene infatti  il Ministero che “in caso di un unico ricorso contro più atti (…) il calcolo del contributo unificato debba essere effettuato con riferimento ai valori dei singoli atti e non sulla somma di detti valori”. Ciò desunto in forza del comma 5 dell’art 12 del D.Lgs 546/1992, a tenore del quale il valore della lite è determinato in base a “l’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato”. Il Fisco interpreta la norma sul contributo unificato alla stregua del concetto utilizzato ai fini della definizione delle liti fiscali c.d. minori, (DL 98/2011) laddove si è sancito in guisa che, “quando con il medesimo atto introduttivo del giudizio siano stati impugnati, ad esempio, più avvisi di accertamento, si hanno tante liti autonome quanti sono gli avvisi di accertamento impugnati, con riferimento a ciascuno dei quali deve essere calcolato il valore della lite” (CFR : Ag  Entrate Circ. 48/2011). L’autonomia della lite determinerebbe la autonoma valutazione del  contributo dovuto, da ragguagliarsi, singolarmente, al valore di ciascun atto oggetto di impugnazione. Tale interpretazione non appare tuttavia condivisibile. In primo luogo, rileva un argomento di interpretazione letterale. Il comma 5 dell’art.12 parla di valore della lite con riferimento “all’atto impugnato”, non già al “singolo atto impugnato”. Il testo normativo, finalizzato ad individuare il limite di partecipazione al giudizio in assenza di difesa tecnica, si limita a chiarire quali tra le voci ordinariamente oggetto di recupero (imposta,


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www.aigasalerno.it interessi e sanzioni) vanno considerate al fine di valorizzare il detto limite. Un secondo argomento, di ordine sistematico, rimanda alla corretta individuazione della norma regolatrice gli elementi costitutivi del contributo unificato, ossia, presupposto e base imponibile. Necessita quindi ricostruire la disciplina in vigore. L’art.9 del DPR 115/2002 stabilisce che “è dovuto il contributo unificato di iscrizione a ruolo, per ciascun grado di giudizio, nel processo civile, compresa la procedura concorsuale e di volontaria giurisdizione, nel processo amministrativo e nel processo tributario, secondo gli importi previsti dall'art. 13 e salvo quanto previsto dall'art. 10. “ L’art.13 del sui indicato DPR 115 quantifica gli importi dovuti individuati per scaglioni in base al “valore dei processi”; più in generale, l’art. 3 , comma 1 lettera o) definisce processo “qualunque procedimento contenzioso (…) di natura giurisdizionale”. Il comma 6 quater dell’art 13 disciplina il contributo unificato “per i ricorsi principale ed incidentale proposti innanzi alle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali”. Il contributo dovuto va calcolato per scaglioni sul “valore della controversia”. Secondo la  specifica previsione del comma 3 bis dell’art.14, nei processi tributari, il “valore della lite”, è determinato ai sensi del  comma  5  dell'articolo  12  del  D.Lgs. 546/1992. Secondo la propria legge regolatrice, il contributo unificato è quindi dovuto“per il processo”. Può quindi fondatamente assumersi che la apparente diversa locuzione utilizzata per il contenzioso tributario (controversia o lite) non muti lo spirito dell’imposizione. L’interpretazione fornita in seno alla direttiva  n.2/DGT opera una trasposizione dal processo all’atto impugnato. Secondo quanto sopra esposto, si pretenderebbe di commisurare la tassazione in funzione dei singoli atti eventualmente contestualmente impugnati, che quindi rileverebbero singolarmente al fine della individuazione della base imponibile. Tuttavia, tale interpretazione andando oltre il portato della norma regolatrice del contributo, opera una discriminazione qualitativa tra procedimenti giurisdizionali, per  cui quelli in ambito civile, penale ed amministrativo soggiacerebbero alla tassazione del processo mentre quello tributario, diversamente ed immotivatamente, alla tassazione dell’atto. Ciò, non considera il disposto dell’art 10 c.p.c., laddove è espressamente stabilito che “le domande nello stesso processo contro la medesima persona si sommano tra loro”. Né tiene in conto la giurisprudenza della quinta sezione della Suprema Corte, secondo la quale “il principio del cumulo delle domande stabilito dall'art. 10 cod. proc. civ., secondo il quale il valore della causa ai fini dell'individuazione del giudice compe-

tente, si determina sommando le domande proposte nel medesimo processo contro la medesima persona, e' applicabile (…) quando le diverse domande sono formulate con lo stesso atto introduttivo del processo”, mentre invece, laddove le domande siano state proposte con giudizi separati e successivamente riunite, il detto principio non si applica in quanto “in questo secondo caso ciascuno dei singoli procedimenti mantiene la propria individualità nonostante l'intervenuta riunione e la competenza per valore deve essere stabilita verificando il valore di ciascuna domanda” (Cass sez.V^, 1.4.2003 n. 4960). Pur non volendo considerare l’evidente vulnus al principio di eguaglianza nonché al principio di capacità contributiva, appare evidente come al contribuente venga imposto un onere economico maggiore, anche in presenza di un costo processuale perfettamente identico stante che la lite si risolve in un unico processo.   Ove tale paradossale interpretazione si consolidasse, come sembra essersi già consolidata, tra le commissione tributarie provinciali, il contribuente, contro ogni logica di gestione economica del procedimento giurisdizionale, sarebbe indotto a non effettuare risparmio alcuno nel suo diritto all’impugnativa, avviando tante azioni separate quanti sono gli atti che assume lesivi. Con buona pace delle politiche deflattive tanto declamate. Avv. Massimiliano Granozi, AIGA Salerno

Legislazione

“Inizio” della XVII legislatura e diritti di “fine” vita ‹‹Perché  il  Legislatore  non  consumi  inu3l-­‐ mente  un’altra  e  nuova  occasione  per  sta-­‐ bilire  regole,  che  non  facciano  violenza  a  co-­‐ scienza  alcuna,  laica  o  religiosa,  occorre  non   scendere  in  campo  con  oppos3  principi  che   fanno  torto,  agli  uni  e  agli  altri,  in  termini  di   umana  pietà  e  di  re>a  ragione››

I recenti esiti elettorali, che hanno radicalmente ridisegnato le geometrie politiche della II Repubblica sono stati senza dubbio frutto di una crescente tensione da parte della cd. società civile, nei suoi diversi livelli e composizioni, verso un diverso approccio alle questioni politiche. Tale diffuso “sentimento”, tuttavia, deve ora necessariamente tradursi in scelte pratiche su temi fondamentali tra cui, oltre le note questioni economico-finanziarie, emerge quella dei diritti della persona. Difatti, il principio di autodeterminazione, vero e proprio faro per la regolamentazione di predetti diritti, si estende, facendo risaltare le proprie connaturate caratteristiche, anche alle fasi finali della vita in cui la tutela della di-


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www.aigasalerno.it gnità umana rischia di essere gravemente pregiudicata ove non compiutamente tutelata. In detto contesto, assume rilievo fondamentale lo strumento giuridico noto come Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT) o testamento biologico. Invero, quest’ultimo, oggetto di accesi dibattiti parlamentari è stato “definitivamente” consacrato dal D.D.L. n. 2350 (approvato prima al Senato in data 26 marzo 2009 e successivamente, con emendamenti, alla Camera il 12 luglio 2011) il quale, a prescindere dal generale apporto innovativo, non ha, tuttavia, offerto adeguate risposte ai molteplici quesiti posti all’attenzione del Legislatore. Pertanto, sulle questioni risolte e, soprattutto, su quelle ancora insolute il presente contributo intende brevemente esprimersi. Giova, innanzitutto, analizzare le caratteristiche ed i limiti applicativi, per un verso, del principio consensualistico e, per l’altro, del diritto all’autodeterminazione individuale, entrambi costituzionalmente garantiti dagli artt. 2, 13 e 32 Cost.. Ebbene, in termini generali è possibile sostenere che il diritto di autodeterminarsi attraverso la prestazione del consenso, nello specifico ambito dei trattamenti medici si delinea come “positivizzazione” dell’anzidetto principio consensualistico. Si evince, dunque, che finché un soggetto è capace (ad es. caso Welby) e gli elementi sui quali tale convincimento si è venuto a creare, siano chiari, completi e dettagliati, alcun problema sorge sotto il profilo giuridico a meno che non si tratti di suicidio assistito o eutanasia, ritenuti illegali dall’ordinamento italiano. Al contrario, maggiori dubbi affiorano in caso di soggetto incapace di esprimere il proprio consenso (ad es. caso Englaro). La questione focale, a ben vedere, si sviluppa attorno all’opportunità di predisporre degli strumenti giuridici con cui l’individuo possa in anticipo stabilire quali siano i propri orientamenti rispetto all’attività medica qualora venga colpito da gravi malattie degenerative se non letali tali da farne venir meno la necessaria capacità di scegliere se sottoporsi o meno agli interventi medico-sanitari a disposizione. Al fine di dare risposta a dette problematiche il suindicato disegno di legge ha inteso regolare le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”. Non essendo questa la sede per un’indagine analitica del testo normativo, in via di estrema sintesi è possibile tratteggiarne i tre obiettivi principali perseguiti. Il primo di essi è rappresentato dalla regolamentazione della cd. alleanza terapeutica, intesa come rapporto improntato sul reciproco confronto tra medico e paziente. Essa si caratterizza, da un lato, per la sua natura “asimmetrica”, ossia per la prevalenza, alla luce delle competenze scientifiche, del medico che

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indirizza la scelta del paziente senza però imporla e, dall’ altro per la necessaria “simmetria” nella misura in cui rimane nella sfera volitiva del paziente la scelta definitiva di sottoporsi o meno ai trattamenti proposti dal medico. In secondo luogo, in stretta connessione con quest’ ultimo aspetto, rileva il cd. consenso informato, essendo la completa e corretta informazione elemento imprescindibile per la valida formazione del consenso. Di talché la normativa in esame sancisce che “Salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole […] e preceduto […] da corrette informazioni rese dal medico curante al paziente in maniera comprensibile circa diagnosi, prognosi, scopo e natura del trattamento sanitario proposto, benefìci e rischi prospettabili, eventuali effetti collaterali nonché circa le possibili alternative e le conseguenze del rifiuto del trattamento”. In terzo luogo, e nello specifico caso in cui il paziente non sia capace e non possa pertanto esprimere la propria volontà attuale, vengono stabiliti i contenuti, i limiti, la forma e la durata delle Dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT), individuate dal Legislatore quale legale strumento di attualizzazione del consenso. Quanto ai contenuti e limiti delle DAT, dunque, di particolare rilievo appaiono alcune innovazioni contenute nell’art. 3 par.(2) in cui si sottolinea la scelta terminologica di qualificazione dei trattamenti come “terapeutici” anziché “sanitari”, restringendo in tal senso l’ambito applicativo della dichiarazione de qua e nel par.(4), del medesimo articolo, che invece opera l’esclusione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale dal possibile contenuto delle DAT, ribadendo che esse “devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente in fase terminale i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo”. Quanto alla forma ed alla durata delle DAT, esse devono essere rese per iscritto e sottoscritte congiuntamente sia dal paziente che dal medico di medicina generale. Inoltre hanno una validità di cinque anni a partire dalla data della sottoscrizione, decorsi i quali perdono efficacia se non revocate dal soggetto interessato (la revoca è possibile in ogni momento). Alla luce delle brevi riflessioni sinora svolte è ben possibile operare alcune considerazioni di carattere consuntivo e prospettico. In via generale, appare opportuno evidenziare in termini positivi il processo, seppur graduale se non discontinuo, di adeguamento dell’ordinamento italiano ai vincoli derivanti dagli


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www.aigasalerno.it accordi e dalle Convenzioni europee e internazionali e agli orientamenti giurisprudenziali delle Massime Corti europee e internazionali. Inoltre, ugualmente indicativa risulta essere la categorica esclusione che la normativa de qua possa costituire un mezzo, sia pure indiretto, d’inserimento di pratiche eutanasiche (attive o passive) la cui illegalità viene ribadita esplicitamente, anche se per la sua effettiva applicazione è necessaria una normazione più puntuale e comunque supportata da indicazione medico-scientifiche. Tuttavia, residuano alcune ‘zone d’ombra’ che potranno essere compiutamente inquadrate solo al termine del descritto iter legis. Al momento attuale, appare legittimo, richiamando, ad esempio, la distinzione tra trattamenti sanitari e trattamenti terapeutici e i connessi effetti giuridici, porre l’accento sia sulla compatibilità costituzionale con l’art. 32, co. 2, Cost. relativo ai trattamenti sanitari e non terapeutici, sia sulla classificazione giuridica delle molteplici fattispecie ipotizzabili. S’impongono, peraltro, ulteriori sviluppi giuridici sulla qualificazione dello stato vegetativo. Ciò alla luce di recenti studi, i quali hanno considerato inappropriato, sulla base di evidenze scientifiche, il riferimento alla irreversibilità di tale condizione, preferendo la locuzione ‘persistente’. Lungi dall’essere una differenziazione di carattere puramente semantico, ciò incide, ad esempio, sul momento dell’attuazione delle DAT. In via d’ultima analisi, dunque, il dibattito, sviluppatosi attorno alla crescente esigenza di precisare l'inquadramento delle tematiche di fine vita nella loro prospettiva normativa-ordinamentale, è caratterizzato per un verso da una teoria per così dire “garantista”, che promuove la sacralità della vita e la sua inviolabilità sino alla morte naturale e, per l’altro, da quella più aderente ad una visione giuridica elaborata a partire dalla Carta costituzionale, che attribuisce al principio di autodeterminazione valore di rango primario ed inderogabile, in base al quale sarebbe consentito a ciascuno rinunciare a qualsiasi trattamento medico (se non esplicitamente previsto dalla legge, eccezione che riguarda soprattutto le malattie mentali). In conclusione è, pertanto, possibile scorgere un futuro prossimo non ancora “pacificato” residuando numerosi punti di frizione all’interno della società civile e dei suoi rappresentati. Un esempio è costituito dalle iniziative intraprese da alcune Associazioni operanti in tale ambito tra cui si sottolinea quella denominata Luca Coscioni che oltre ad aver giocato un ruolo cruciale nella elaborazione della normativa richiamata, è ora impegnata nella raccolta delle firme necessarie al fine di proporre validamente l’iniziativa legislativa popolare sulla legalizzazione

dell’eutanasia. L’estrema delicatezza e complessità della tematica di fine vita, dal punto di vista legislativo, non possono però giustificare l’inerzia o l’eccessiva lentezza adeguatrice dell’ordinamento statuale, il quale sebbene non debba imporre vincoli all’autodeterminazione personale se non ad eccezione dei classici limiti costituiti dall’ordine pubblico e dal buon costume non può, tuttavia, lasciare spazio ad incertezze specie nella tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, quali la dignità e la libertà personale. Avv. Anna Salsano, AIGA Salerno (Il presente contributo è estratto da A.Salsano, Brevi riflessioni attorno ai recenti sviluppi del contrastato iter legis sui diritti di fine vita, Le Corti Salernitane, ESI, n. 4, 2012)

Tra diritto e storia....

Presupposti giuridici alla persecuzione dei primi cristiani E’ difficile stabilire quando siano cominciate le persecuzioni dei Cristiani perché, nei primi decenni dopo la morte di Gesù, la loro religione monoteistica, anche se non senza difficoltà, è eplicitamente riconosciuta come “religio licita” tanto che viene loro concesso di non partecipare ai riti ufficiali del culto pagano pur se con l’obbligo di evitare qualsiasi eccesso di proselitismo attivo, specialmente presso popoli di altra confessione. La situazione viene a modificarsi radicalmente intorno alla metà del I sec. allorché i Cristiani, moltiplicandosi, si propagano in tutto l’impero, diffondendo la nuova fede con la sua liturgia spiccatamente rigorista e intransigente nei riguardi di qualsiasi atto di omaggio verso altre deità. Il deciso rifiuto di offerte o di sacrifici alle divinità del rito pagano viene interpretato come disprezzo verso il culto ufficiale e, ancor di più, come disistima nei riguardi della società in cui i Cristiani stessi vivono. La loro testardaggine, ritenuta tanto offensiva quanto immotivata, ingenera gradualmente nei cittadini di Roma una crescente antipatia fino all’insofferenza verso tanta pervicacia, percepita come vera e propria insolenza. Tanto risentimento, poi, è rinfocolato da una serie di gravi dicerie, artatamente poste in giro soprattutto dai Giudei i quali non solo prendono le distanze dai seguaci della nuova fede, ma li avversano anche con atti apertamente violenti tanto che l’imperatore Claudio deve cacciarli da Roma, se ben s’intende il senso della frase di Svetonio: “Espulse da Roma i Giudei che


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www.aigasalerno.it tumultuavano contro i Cristiani” (SVET: Claud, 25). Sono calunnie infamanti che, però, appaiono credibili agli occhi dei più a causa dello strano comportamento tenuto dai Cristiani che, evitando accuratamente di intervenire nelle manifestazioni pubbliche, sembrano amare l’isolamento e la preghiera piuttosto che la gioiosa vita comunitaria. Inoltre essi, seguaci dell’unico Dio e dell’unica vera religione, non ritengono ammissibile venerare una deità diversa. Questo contegno, però, è decisamente disapprovato e condannato dal popolo e di tale biasimo i Giudei approfittano per rincarare la dose riferendo loro condotte orripilanti e accusandoli di costituzione di sette segrete, misteriose cerimonie notturne, incesti, infanticidi e magia (TERTULL: Apolog, VII,1; MINUCIO: Octav, IX). La nomea di cui si arricchiscono i primi Cristiani, quindi, non è certo favorevole, anzi, considerati quali i più temibili e irriducibili avversari dell’ordine costituito, essi sono guardati con sempre maggior sospetto, temendosi da parte loro, come d’altronde subdolamente si tenta di far credere, qualche gesto sedizioso o atti ostili contro le istituzioni imperiali e contro la comunità. Tanto, peraltro, trova conferma anche nell’errata interpretazione delle parole di Gesù, che certamente serpeggiano nell’Urbe ed insidiosamente sono ricordate dagli ebrei: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sopra la terra; non sfono venuto a mettere pace, ma la spada. Sono venuto a opporre l’uomo a suo padre, la figlia a sua madre, la nuora alla suocera e si avranno per nemici quelli della propria casa” (MATT: X, 3437). Anche quando Nerone ordinerà la terribile persecuzione che porta il suo nome, sancita in seguito all’incendio distruttivo provocato dallo stesso imperatore nel 64 d.C., questa sarà decretata non in nome di una legge specifica contro i Cristiani ma perché essi sono invisi al popolo per le loro presunte nefandezze e ritenuti, anche per questo atto scellerato, odiatori del genere umano: “quos per flagitia invisos …haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt” (TACITO: Ann. XV,44,4). I Cristiani, quindi, sono ritenuti colpevoli del reato gravissimo di “crimen publicum” per aver attentato con l’incendio alla sicurezza di Roma e dello Stato e per essere nemici dichiarati dello Stato stesso: ideologicamente, per espresso enunciato della loro dottrina; nei fatti, per l’evidente condotta antisociale. La pena irrogabile non può essere che la morte. Che nell’ordinamento giuridico romano non sia previsto un reato specifico contro i Cristiani, risulta chiaro dall’interpel-

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lanza che Plinio, legato imperiale in Bitinia, inoltra a Traiano nell’anno 112, a cui chiede appunto la linea di condotta da tenere contro i seguaci di tale culto. (PLIN. JR: Epist.X,96). Nella stessa lettera è chiara anche la motivazione della pena una volta riconosciuta l’appartenenza alla nuova religione, motivazione riferita soprattutto alla pervicacia e all’inflessibile ostinazione di questi fanatici (Pertinacia et inflexibilis obstinatio) nel dichiararsi cristiani e nel rifiutare i culti pagani. Evidentemente Plinio non sa o non vuole sapere che, mentre per lui le are politeiste sono i simboli e gli strumenti formali della potestà politica, per i cristiani sono emblema e tramite di perdizione morale e spirituale. Nello stesso tempo i Cristiani non sanno o non vogliono sapere che l’omaggio alla divinità è soprattutto espressione di rispetto per l’autorità civile ed ossequio al potere dello Stato. Ma intanto, nonostante non commettano illeciti effettivi, si ritrovano sommersi da una valanga di accuse proprio a causa della loro irremovibile cocciutagine che appare particolarmente spregevole in quanto vi si riconosce una aperta disobbedienza agli ordini dello Stato e un chiaro oltraggio alla maestà dell’imperatore, due inaccettabili insulti che, uniti all’addebito di praticare la magia, si qualificano come trasgressioni intollerabili. La prima reazione ufficiale a tale condotta probabilmente è l’adozione dello “ius coercitionis”, un rapido e sommario intervento di polizia, non seguito da processo criminale, di attuazione frequente in una serie di fattispecie, tra cui, come nel nostro caso, la violazione del culto ufficiale dello Stato. E’ un atto che prevede una serie di sanzioni quali la carcerazione, la flagellazione e non esclusa la pena capitale. Più grave ancora è la trasgressione della “lex Iulia maiestatis”, una legge promulgata nel 46 a.C., dove è ricontemplato il “crimen maiestatis”, un reato già previsto nel diritto processuale romano e che si configura ogni qual volta si creano situazioni di pericolo per lo Stato, quali appunto la costituzione di società segrete, i complotti e le congiure, nonché laddove si realizzino fattispecie di ingiurie o di mancanza di rispetto nella persona del principe o della sua famiglia in vario modo esplicitata. E il Cristianesimo (ad ascoltare il pensiero di Celso, un autore il cui scritto-invettiva : “Contro i Cristiani” rispecchia il sentire comune e la convinzione di gran parte del popolo romano) è considerato una società segreta perché gli adepti si riuniscono in luoghi reconditi, poco accessibili e in ore notturne, per celebrarvi strane cerimonie, seguendo una dottrina barbara e assurda e praticando procedure magiche, ostinati nella loro irragionevolezza. Il “crimen maiestatis”, per la sua particolare rilevanza, prevede l’esilio o la pena di morte (TACITO: Ann., VI, 18) e allo stesso modo la magia, subdola e pericolosa, è punita con l’esilio o


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www.aigasalerno.it con la pena capitale da un senatoconsulto del 16 d.C. (TACITO: Ann., II, 12) approvato da Tiberio (SVET: Tib., 63). Con la proclamazione dell’apoteosi di Cesare ed Augusto, il culto della divinizzazione dell’imperatore viene formalizzato ed istituzionalizzato, identificandosi in Roma stessa e nello Stato. E’ un culto accettato da tutti i popoli dell’impero, tranne cha dai Giudei, peraltro esentati con privilegio eccezionale dallo stesso imperatore. Non succede lo stesso per i Cristiani che sono tenuti per legge all’offerta, concretizzata da un sacrificio di incenso e vino davanti all’effigie del principe e alle statue degli dei. In questo caso il rifiuto, oltre che trasgredire la legge relativa al “crimen maiestatis”, realizza sotto certi aspetti anche il reato altrettanto grave del “sacrilegium”, cioè il delitto di empietà, ravvedendosi nell’oltraggio e nel disprezzo per l’imperatore una vera e propria profanazione del culto: un caso in cui la pena non può essere che particolarmente severa. Le persecuzioni del I secolo, quindi, non sono mosse da norme specificamente approvate contro i Cirstiani o contro il Cristianesimo in genere ma da leggi penali ordinarie, in vigore già prima della comparsa del fenomeno cultuale e previste per variegate fattispecie in cui possono essere ricondotti anche i presunti illeciti comportamenti della nuova setta religiosa che consitono, in definitiva, nei seguenti reati: associazione segreta finalizzata a pregiudicare la sicurezza dello Stato, magia, empietà, lesa maestà. Contro questi reati si preferisce nella maggior parte dei casi l’esercizio dello “ius coercitionis” ovvero l’intervento di una misura di polizia senza processo, immediata ed efficace, utilizzata dai magistrati penali per indurre i recalcitranti a rispettare la religione ufficiale e per obbligarli ad assolvere i propri doveri verso lo Stato fino alla pena capitale per i refrattari. Nei casi più gravi, concretandosene il delitto, è applicata la norma relativa al “crimen maiestatis” con l’eventuale aggravante di quanto previsto per il reato di “sacrilegium”, laddove venga a configurarsi la manifesta profanazione del culto dell’imperatore. Solo nei secoli successivi verranno emanati disposizioni ed editti imperiali ad hoc sì che, configuratosi il cristianesimo quale “religio illicita”, potrà essere apertamente perseguito come reato specificamente previsto dall’ordinamento.

Avv. Gisella Lauriello, Presidente AIGA Salerno

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Eventi Aiga Salerno

Le Controversie di Pubblico Impiego In data 22.02.2013 si è svolto presso l’Aula “PARRILLI” del Tribunale di Salerno il secondo evento formativo organizzato dall’AIGA Salerno per l’anno 2013. Tema del convegno “LE CONTROVERSIE DI IMPIEGO PUBBLICO”, materia cd. “borderline” che tutt’oggi, dopo molti anni dalla privatizzazione del pubblico impiego, pone ancora problematiche in ordine ai criteri di riparto tra giudice ordinario e giudice amministrativo. Alcuni sostengono, infatti, che la “privatizzazione” dell’impiego pubblico ha segnato il passaggio da una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ad un sistema ”dualistico”dove le controversie di rapporto di impiego pubblico non rientrano più nella cognizione del giudice unico ma sono ripartite tra due giurisdizioni- quella ordinaria e quella amministrativa, nonostante a carattere marcatamente “residuale”. Dopo i saluti del Presidente dell’ordine degli Avvocati di Salerno, Avv. Americo Montera, e del Presidente dell’AIGA-Salerno, Avv. Gisella Lauriello, e dopo l’intervento di presentazione iniziale dell’evento curato dell’Avv. Federico Acocella, moderatore del convegno, l’Avvocato dello Stato Rita Santulli ha esaminato la “privatizzazione” del pubblico impiego, ripercorrendo brevemente i punti salienti che hanno determinato il superamento di una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in tale materia e, successivamente, analizzando i diversi aspetti in relazione alla tutela giurisdizionale dei dipendenti “privatizzati” delle pubbliche amministrazioni. In passato, infatti, la giurisdizione esclusiva nel pubblico impiego era giustificata dalla prevalenza dell’interesse pubblico sulla pretesa del singolo ed dalla difficoltà di distinguere - tra posizioni di diritto soggettivo e di interesse legittimo al fine di individuare il giudice competente - in relazione alla particolarità del rapporto, dove da un lato vi è la P.A. che persegue fini pubblici attraverso attività autoritative e dall’altro il dipendente pubblico che non è solo un lavoratore subordinato alle dipendenze dello Stato ma esercita anche funzioni pubbliche attraverso l’incardinamento nell’ufficio. Tuttavia, la distinzione tra le due tipologie di posizioni - posizioni di interesse legittimo e posizioni di diritto soggettivo - continuava a rilevare nell’ambito della giurisdizione esclusiva ai fini del tipo di processo - essendo chiaro che a fronte di atti paritetici il titolare del diritto soggettivo poteva agire in giudizio nel termi-


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www.aigasalerno.it ne di prescrizione e sollecitare una pronuncia non di mera demolizione dell’atto ma di accertamento della pretesa dedotta in giudizio. Per la tutela di tali posizioni soggettive- soprattutto in assenza di un atto impugnabile - il processo amministrativo presentava degli evidenti ostacoli - rispetto al processo del lavoro; ed, infatti, il potere cautelare del G.A. era “molto limitato e fortemente tipizzato” e- in presenza di dinieghi o di ammissioni della P.A. poteva “tutelare interinalmente situazioni di vantaggio già godute di fatto o de iure o neutralizzare esclusioni” - mediante la sospensione medio tempore dell’esecutività dell’atto impugnato-ma non poteva soddisfare pretese sostanziali delle parti. Pertanto, la giurisprudenza si era posta il problema della spendibilità del rimedio ex art.700 c.p.c. anche nel processo amministrativo. La situazione non era, però, mutata nemmeno con l’avvento della Repubblica, posto che dalla Costituzione (artt.97 e 98) è derivata la piena legittimazione della materia all’interno del diritto amministrativo. Fino alla fine degli anni ’70 la Corte Costituzionale - in merito alla questione di una mancata equiparazione tra la tutela delle posizioni soggettive dei dipendenti privati e la tutela delle posizioni soggettive dei dipendenti pubblici - aveva sottolineato quali fossero le differenze presenti tra lavoro pubblico e lavoro privato. L’inclusione nell’ambito amministrativistico - dell’impiego pubblico - era dovuto alla stretta correlazione e dipendenza tra il rapporto di lavoro e la capacità organizzatoria della P.A. Negli anni ’80, però, la Corte costituzionale - investita nuovamente di tali questioni - con la sentenza n. 190/85 - aveva reso più incisiva la tutela cautelare del giudice amministrativo, attribuendole - limitatamente alle pretese soggettive a contenuto patrimoniale - la duplice natura di tutela conservatoria e tutela anticipatoria e, quindi, conferendo alla tutela cautelare in “subiecta materia” la stessa efficacia prevista dall’art.700 c.p.c; e con la sentenza n. 146/87 aveva esteso- nel processo amministrativo l’esperimento dei mezzi istruttori previsti negli artt.421,comma 2 a 4, 422,424, e 425 del c.p.c. - propri del giudice del lavoro - per la tutela dei diritti soggettivi dei dipendenti pubblici - non necessariamente patrimoniali. Solo negli anni ’90, tuttavia, si è dato vita ad una radicale riforma del lavoro pubblico - iniziata con la legge delega 421 del 23.10.1992 e definita con il D. D.lgvo n.80/1998 - mediante un più marcato avvicinamento del rapporto di lavoro pubblico a quello privato e la devoluzione al giudice ordinario - in funzione

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di giudice del lavoro - delle controversie di lavoro alle dipendenze della P.A. Sui criteri di riparto della giurisdizione: L’art.68 del D.lgvo n.29/1993 come modificato dal D. D.lgvo n.80/1998 - oggi art.63 Dlgs 165/2001 - ha devoluto al giudice ordinario - in funzione di giudice del lavoro - “…tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (…) incluse le controversie concernenti l’assunzione al lavoro, il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali e la responsabilità dirigenziale, nonché quelle concernenti le indennità di fine rapporto…” - con la sola eccezione di quelle relative ai rapporti di impiego pubblico non contrattualizzato nominativamente indicate dalla legge (magistratura, professori universitari, diplomatici, dirigenti di prefettura, forze armate ecc…) - e di quelle “in materia di procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni” (comma 4) che restano nell’alveo della giurisdizione del giudice amministrativo. Tale devoluzione opera da un punto di vista temporale per le questioni attinenti al periodo di lavoro successivo al 30.06.1998-ai sensi dell’art.69 comma 4 del Dlgs 165/2001. Tale “discrimen termporale” - come precisato dalla giurisprudenza - non si riferisce all’atto giuridico o al giorno di instaurazione della controversia, bensì al verificarsi del fatto storico posto a base della domanda giudiziale; conseguentemente se il lavoratore lamenta la lesione derivante da un atto ad effetto immediato della P.A. occorre aver riguardo unicamente al momento della sua produzione, mentre se la lesione - deriva da condotta illecita permanente del datore di lavoro - deve aversi riguardo al momento di realizzazione del fatto dannoso e, più precisamente, al momento di cessazione della condotta. Per cui, per un illecito istantaneo anteriore al 30.06.1998 sarà competente il giudice amministrativo, mentre in caso di illecito permanente - che abbia avuto inizio anteriormente al 30.06.1998 e che si sia protratto oltre tale data - sarà competente il giudice ordinario. Nel merito la privatizzazione dell’impiego pubblico si è fermata di fronte ad ambiti di disciplina di natura prettamente pubblicistica, e questo riguarda, soprattutto, le procedure di assunzione - dove il punto di “discrimen” tra giurisdizione amministrativa e quella ordinaria coincide con il passaggio dalla procedura concorsuale all’approvazione della graduatoria finale del concorso. La prima - infatti - è retta da atti amministrativi e collegata a situazioni di interesse legittimo ed inizia con un atto ampiamente discrezionale - il bando di concorso, una promessa al pubblico


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www.aigasalerno.it preordinata alla conclusione di un contratto con determinati requisiti - si svolge mediante attività tutte vincolate - tanto quelle di valutazione di tipo tecnico, che quelle meramente esecutive della lex specialis - e si conclude con l’emersione di un giudizio tecnico - all’esito di una procedura amministrativa; mentre con l’approvazione della graduatoria vi è la preminenza di aspetti privatistici con il consolidamento in capo al vincitore del concorso, di una posizione soggettiva perfetta volta alla stipula del contratto di lavoro. L’amministrazione è, quindi, vincolata alla stipula del contratto - obbligo assunto con l’approvazione della graduatoria - e non può più valutare nuovamente dopo l’approvazione della graduatoria la compatibilità di tale assunzione con l’interesse pubblico della copertura del posto, poiché tale interesse deve essere già stato valutato definitivamente con il bando. Potrà, invece, far valere unicamente situazioni oggettive sopravvenute rilevanti privatisticamente - che impediscano di dar esecuzione all’obbligo della stipula del contratto - come per esempio l’impossibilità sopravvenuta o l’eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione. In caso di mancata stipula del contratto da parte della P.A. il vincitore può agire innanzi all’A.G.O. per ottenere una sentenza costitutiva di condanna - ai sensi dell’art.63,comma 2, del D.lgs n.165/2001. Più complessa sarà invece l’esecuzione forzata di tale sentenza costitutiva di condanna per la permanenza della natura pubblicistica del soggetto datore di lavoro. La giurisprudenza è del parere contrario ad ammettere una tutela reintegratoria quale l’assunzione del lavoratore, mentre è favorevole ad una tutela di tipo risarcitoria Rientrano, anche, nella giurisdizione del giudice ordinario le controversie in ordine al ritardo della stipula del contratto o all’esistenza di una situazione ostativa sopravvenuta di ordine normativo (ad esempio blocco di assunzioni), nonché le liti riguardanti sia la decadenza del vincitore per non essersi presentato nei termini per la stipula del contratto sia per l’assegnazione delle varie sedi. Inoltre, secondo un certo orientamento giurisprudenziale, appartiene alla cognizione del giudice ordinario l’azione promossa dall’idoneo che faccia valere il suo diritto allo ”scorrimento” della graduatoria, in quanto anche tale pretesa presuppone l’esaurimento della procedura concorsuale. Tale istituto consente di stipulare il contratto con i partecipanti risultati idonei e non vincitori in forza o di specifiche previsioni del bando, fino ad esaurimento dei posti messi a concorso; ovvero perché viene conservata l'efficacia della graduatoria in

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relazione a posti resisi vacanti e disponibili entro un determinato periodo di tempo. Peraltro, si è affermato che, nel caso di utilizzazione della graduatoria per la copertura di un posto - che dopo l’assunzione dei vincitori venga a risultare vacante in corso di validità della graduatoria - il diritto allo scorrimento può concretamente sorgere solo qualora l’amministrazione decida di coprire quel posto mediante assunzione di nuovo personale. Nel caso in cui, l’idoneo in graduatoria si dolga del fatto che l’amministrazione abbia indetto un nuovo concorso per la copertura dei posti vacanti , la giurisprudenza ritiene che la controversia abbia ad oggetto la verifica del corretto esercizio del potere e non il diritto dell’idoneo che potrebbe sorgere solo in caso di annullamento del nuovo bando. Di qui la giurisdizione del giudice amministrativo. Secondo una diversa lettura, invece, poiché la posizione dell’idoneo diventa astrattamente un diritto nel momento in cui l’amministrazione decide di ricoprire il posto dovrebbe essere oggetto di cognizione diretta da parte del giudice ordinario che dovrebbe quindi disapplicare l’atto concorsuale contrastante. Spettano, poi, al giudice ordinario tutte le controversie relative alle assunzioni non concorsualizzate: - relative all’avviamento al lavoro dei lavoratori appartenenti alle categorie protette, che vengono avviati al lavoro per chiamata numerica previa verifica di idoneità dei soggetti da assumere, in quanto titolari di riserva o iscritti in apposita lista, ma in assenza di alcuna valutazione comparativa, e senza originare una graduatoria di merito. - assunzione disabili iscritti negli “elenchi del collocamento mirato per i servizi competenti” sussiste per legge-art.3 della L.n.68/1999- un obbligo di assunzione in capo alla P.A. di un determinato numero di persone con un certo grado di invalidità iscritte nelle liste speciali di collocamento.(quota di riserva). In presenza delle condizioni previste dalla legge - la P.A. deve avviare al lavoro i soggetti disabili in assenza di qualsiasi valutazione discrezionale. - avviamento al lavoro dei lavoratori socialmente utili, disciplinato da una legislazione speciale. La P.A. mentre agisce nell’esercizio della propria discrezionalità e con criteri autoritativi in ordine alla scelta del progetto cui possono essere assegnati i lavoratori socialmente utili ed all’individuazione delle professionalità occorrenti, è vincolata ai criteri predeterminati dalla legge nella scelta dei singoli lavoratori, quando, deve procedere all’assunzione o alla stabilizzazione degli stessi, dovendo applicare le speciali graduatorie tratte dalle liste di collocamento; conseguentemente, la posizione del privato


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www.aigasalerno.it che contesti la violazione di tali criteri è di diritto soggettivo e la giurisdizione appartiene al giudice ordinario. - procedure di stabilizzazione, rientrano, pure, nella giurisdizione ordinaria le controversie volte alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro ed anche le controversie instaurate dal dipendente pubblico assunto a contratto determinato in ipotesi di mancato rinnovo del contratto scaduto giacché la discrezionalità della P.A. nella decisione di rinnovare o meno si esplica regime privatistico. Graduatorie permanenti: alquanto controversa è stata, invece, per lungo tempo la questione riguardante le controversie relative al reclutamento mediante le graduatorie permanenti. Tale istituto consiste nell’inserimento di coloro che sono in possesso di determinati requisiti, anche sulla base della pregressa partecipazione a concorsi, in una graduatoria preordinata al conferimento di posti che si rendono via via disponibili; la formazione di tale elenco - che deve essere periodicamente aggiornato- avviene in assenza di ogni margine di discrezionalità in ordine alla valutazione dei titoli e la utilizzazione dei soggetti ai fini dell’assunzione soltanto eventuale. Secondo una parte della giurisprudenza - per l’ingresso nei ruoli affidato allo scorrimento delle graduatorie permanenti - la corretta assegnazione dei punteggi e il corretto riconoscimento dei punteggi costituiscono momenti autoritativi di una procedura selettiva a cui corrispondono interessi “legittimi” e devono essere rimessi alla cognizione del G.A. Altra parte della giurisprudenza riteneva la sussistenza dell’A.G.O. non essendoci alcuna procedura concorsuale. Tale disputa è stata risolta dal Consiglio di Stato in Adunanza Plenaria con sentenza n.11 del 04.12.2011, che ha stabilito la giurisprudenza dell’A. G.O. -in mancanza di una procedura concorsuale. Conferimento e revoca degli incarichi dirigenziali: Il conferimento dell’incarico dirigenziale è un atto costitutivo di un rapporto a tempo determinato - diverso dall’assunzione con la qualifica dirigenziale - che ha come obiettivo l’affidamento della responsabilità dell’ufficio. Il conferimento di tale incarico dirigenziale - non concreta una procedura concorsuale soggetta alla giurisdizione del G.A. in quanto i destinatari sono persone fisiche già in servizio e in possesso della relativa qualifica dirigenziale Tale materia è sottratta al dominio degli atti amministrativi perché non compresa entro la soglia di configurazione strutturale degli uffici pubblici ma riguarda, invece, il funzionamento di tali uffici, e, quindi, l’area di gestione dei rapporti di lavoro.

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Lo stesso vale anche per la revoca degli incarichi dirigenziali, che rientra anch’essa nell’area di gestione dei rapporti di lavoro. Il datore di lavoro pubblico ha ampia potestà discrezionale nella scelta dei soggetti ai quali conferire gli incarichi dirigenziali. Rispetto a tale potestà discrezionale la posizione soggettiva del dirigente aspirante all’incarico dirigenziale non può configurare un diritto soggettivo pieno, bensì un interesse legittimo di diritto privato. I predetti atti di conferimento potranno essere sindacati innanzi all’ A. G.O. - proprio perché espressione di una potestà discrezionale-per verificare se siano conformi ai principi di correttezza e buona fede, in quanto ispirati alla tutela degli interessi generali dell’Ufficio e non diretti a favorire gli interessi di un candidato a scapito degli interessi del candidato pretermesso. Nel caso in cui il G.O. valuti l’illogicità e la violazione della correttezza e della buona fede di tale procedimento, la P.A. dovrà ripeterlo. Potere disapplicazione del G.O.: La devoluzione al giudice ordinario delle materie indicate dall’art.63, comma 1 del D. lvo n.165/2001, rimane ancorché vengano in questione atti amministrativi presupposti. Quando questi ultimi siano rilevanti per la decisione il giudice ordinario “li disapplica”. Presupposto di tale potere di disapplicazione è che sia dedotto in causa un diritto soggettivo su cui incide il provvedimento amministrativo (e non una situazione giuridica suscettibile di assumere la consistenza di diritto soggettivo solo dopo la rimozione del provvedimento amministrativo). Per radicare tale potere di conoscenza da parte del G.O. del provvedimento amministrativo, è necessario, non soltanto il rapporto di presupposizione, ma anche il rapporto di rilevanza, e cioè l’influenza diretta del provvedimento sull’assetto del rapporto di lavoro. Per esempio - impugnazione innanzi al G.O. di un atto di revoca degli incarichi dirigenziali - a seguito della ridefinizione della pianta organica. Tale atto amministrativo - non solo è presupposto al provvedimento impugnato ma determina una lesione immediata e diretta del diritto alla conservazione dell’incarico dirigenziale. Il G.O. potrà,quindi, disapplicarlo. Avv. Raffaella Di Blasi, AIGA Salerno


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PROSSIME SCADENZE Adempimenti Fiscali e Contributivi 16.05.2013 - Contribuenti IVA mensili: liquidazione e versamento IVA mese precedente – cod. tributo 6004 – Versamento IVA mensile aprile - Contribuenti IVA trimestrali: liquidazione e versamento IVA 1° trimestre - cod. tributo 6031 - Versamento delle ritenute irpef su compensi a collaboratori (cod.1040) o a dipendenti (cod. 1001, 1004)

17.06.2013 - Contribuenti IVA mensili: liquidazione e versamento IVA mese precedente – cod.tributo 6005 – Versamento IVA mensile maggio - Versamento delle ritenute irpef su compensi a collaboratori (cod.1040) o a dipendenti (cod. 1001, 1004)

- IMU: Versamento acconto 2013

- Unico 2013: versamento (salvo proroghe successivamente comunicate) saldo 2012 e 1° acconto 2013, imposte dirette, cedolare secca-irpef-ires-irap, oltre all’eventuale saldo Iva 2012, se non versato a marzo. E’ possibile la rateizzazione. Stesso termine, anche per versare l’eventuale adeguamento ai Parametri/St. di Settore, pure rateizzabile

31.05.2013 Consegna al proprio consulente professionista di tutta la documentazione relativa ai redditi 2012. Ricordare, tra le altre cose, le quietanze degli acconti pagati nel 2012, le certificazioni delle ritenute operate (ricevute dai clienti sostituti di imposta) e gli oneri deducibili (es. spese mediche, assicurazioni, interessi su mutui, spese per ristrutturazioni, spese di istruzione, spese funebri, spese per asili nido)

30.06.2013 Cassa Forense: termine ultimo per il pagamento (per chi ha optato per il pagamento rateale) della 3° rata dei contributi minimi obbligatori, soggettivo di base, integrativo e di maternità relativi all’anno 2013 Si ricorda che gli importi dei contributi minimi dovuti per l’anno 2013 sono i seguenti: Contributo minimo soggettivo € 2.700,00 Contributo minimo integrativo € 680,00 Contributo per l’indennità di maternità € 132,00

16.07.2013 - Contribuenti IVA mensili: liquidazione e versamento IVA mese precedente – cod.tributo 6006 – Versamento IVA mensile giugno - Versamento delle ritenute irpef su compensi a collaboratori (cod.1040) o a dipendenti (cod. 1001, 1004) - Unico 2013: versamento (salvo proroghe successivamente comunicate) saldo 2012 e 1° acconto 2013, imposte dirette, cedolare secca-irpef-ires-irap, oltre all’eventuale saldo Iva 2012, se non versato a marzo, con maggiorazione dello 0,40%. E’ possibile la rateizzazione. Stesso termine, anche per versare l’eventuale adeguamento ai Parametri/St. di Settore, pure rateizzabile

31.07.2013 - Termine ultimo per la trasmissione telematica del modello 770/2013, tramite professionista abilitato. - Cassa forense: termine per il pagamento dei contributi (da mod.5) dovuti in autoliquidazione soggettivo di base, modulare volontario e integrativo (in un’unica soluzione o in 2 rate, la seconda in scadenza il 31/12)


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20.08.2013 Contribuenti IVA mensili: liquidazione e versamento IVA mese precedente – cod.tributo 6008 – Versamento IVA mensile aprile - Contribuenti IVA trimestrali: liquidazione e versamento IVA 2° trimestre – cod. tributo 6032 - Versamento delle ritenute irpef su compensi a collaboratori (cod.1040) o a dipendenti (cod. 1001, 1004) - Unico 2013 – Versamento (per chi ha optato per la rateizzazione) rata imposte saldo 2012/1° acconto 2013

30.09.2013 - Termine ultimo per la trasmissione telematica del modello 5/2012 compilato sul sito www.cassaforense.it - Cassa Forense: termine ultimo per il pagamento della 4° rata dei contributi minimi obbligatori, soggettivo di base, integrativo e di maternità relativi all’anno 2013 (per chi ha optato per il pagamento rateale) - Presentazione modello UNICO PF e IRAP, in via telematica, direttamente dal contribuente o tramite professionista abilitato.

17.09.2013 Contribuenti IVA mensili: liquidazione e versamento IVA mese precedente – cod.tributo 6008 – Versamento IVA mensile agosto - Versamento delle ritenute irpef su compensi a collaboratori (cod.1040) o a dipendenti (cod. 1001, 1004) - Unico 2013 – Versamento (per chi ha optato per la rateizzazione) rata imposte saldo 2012/1° acconto 2013


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Resoconto Attività Aiga Sezione di Salerno

14.01.2013

Il nuovo sito A.I.G.A., sezione di Salerno è on line, tutto da ammirare!!! Tra le più rilevanti novità del sito introdotte con il nuovo anno sono state una splendida veste grafica nonché le cd. utilities, ovvero servizi molto utili e pratici, come il calcolo dei diritti di copia e l’orario dei giudici di pace e delle singole sezioni dei Tribunali, oltre ad altre interessanti iniziative, come approfondimenti giurisprudenziali sulle problematiche più attuali. Pertanto, è stata organizzata dall’avv. Chiara Zucchetti una suddivisione capillare dei compiti per ciascuno dei partecipanti al gruppo di lavoro, al fine di tentare di apportare un aggiornamento costante e duraturo al sito.

26.01.2013

l’A.I.G.A. di Salerno è stata invitata a partecipare all’ inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte di Appello di Salerno, quale occasione per tracciare un bilancio dell’anno appena trascorso e per analizzare lo stato della giustizia italiana. Il ns. tesoriere, avv. Leonardo Gallo, in sostituzione del Presidente, avv. Gisella Lauriello, ha letto il comunicato stampa trasmesso dal ns. Presidente nazionale, avv. Dario Greco, il quale, dopo aver augurato alla Giustizia italiana ed al ns. Paese di uscire dalla crisi economica e sociale in cui siamo piombati, ha fatto un cenno all’assoluta indifferenza della politica rispetto al drammatico stato degli istituti di pena, se si considera che, rispetto al più generale senso di umanità e civiltà, si assiste a tutt’oggi alla quotidiana violazione dei diritti fondamentali dell’individuo all’interno delle carceri italiane.   In particolare, è stato fatto espresso richiamo alle novità conclusesi nel 2012, come la dichiarazione di incostituzionalità della mediazione obbligatoria nel processo civile, la rivoluzione giudiziaria nel nostro Paese che ha portato alla soppressione irrazionale ed eccessiva di Tribunali, sezioni distaccate di tribunale, uffici di giudici di pace, con manifesti eccessi di delega rimessi all’attenzione della Consulta; la terza novità è stata la Riforma Forense, approvata poco prima dello scioglimento della camera, attesa dopo 70 anni dall’ Avvocatura, che, tuttavia, non consente la valorizzazione piena della meritocrazia e dove soltanto l’anzianità è un merito.

28.01.2013

si è tenuto presso l’aula Parrilli del Tribunale di Salerno l’interessante ed attuale evento formativo P.O.F. predisposto dall’ A.I.G.A. - sezione di Salerno,– sul tema “Abolizione delle tariffe forensi: profili applicativi nell'ambito del processo esecutivo" su problematiche emergenti come l’assenza di tariffe professionali, l’introduzione dei parametri giudiziali rispetto alla redazione dell’atto di precetto, il compenso per la redazione del precetto, i possibili motivi di opposizione al precetto, la reintroduzione del patto di quota lite, l’introduzione dell’obbligo dell’assicurazione professionale, di una assicurazione infortuni, prevista anche per i collaboratori di studi e per i sostituti occasionali nonchè l’obbligo d’iscrizione alla cassa forense contestualmente all’iscrizione all’albo professionale, oppure ad altro ente previdenziale, i profili applicativi del “nuovo” pignoramento presso terzi, in seguito a quanto introdotto dall’ art. 1, comma 20, della legge 24 dicembre 2012 n. 228, c.d. legge di stabilità, in riferimento agli artt. 543547-548 c.p.c., l’applicazione del principio di non contestazione in caso di mancata dichiarazione del terzo e mancata comparizione del terzo in udienza, il tutto alla presenza di relatori qualificati, come l’avv. Luigi Maiello, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, nonchè il dott. Giovanni Galasso, Magistrato del Tribunale di Salerno. Ha moderato il convegno l’avv. Giovanni Balbi, ns. responsabile formazione, mentre il comitato organizzatore è stato composto dagli avv.ti Chiara Zucchetti, Massimiliano Granozi, Luigi Palmisano, Barbara Penta, Tommaso Amato.

01-02.02.2013

si è riunito a Monza il Consiglio Direttivo Nazionale laddove i vertici della nostra associazione hanno cominciato a lavorare instancabilmente per contribuire, dove fosse possibile, al miglioramento della emanata legge che ha riformato l’ordinamento professionale forense dopo ben settantanove anni dalla prima legge. La nostra sezione è stata degnamente rappresentata dalla delegazione composta dagli avv.ti Gisella Lauriello, Josè Maria Lembo, Giovanni Balbi, Chiara Zucchetti ed Anna Allegro.


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www.aigasalerno.it Il Presidente Dario Greco, dopo i consueti adempimenti statutari ed una breve relazione su alcuni dei temi “scottanti” emersi nella “nuova” legge (in particolare sulla posizione dell’associazione in merito alla previsione della contestuale iscrizione alla cassa), è passato ad illustrare, insieme con i componenti dell’Ufficio di Presidenza, la decisione dell’A.I.G.A. di istituire 4 gruppi di lavoro incaricati di elaborare proposte per “riempire” ed integrare la legge nei punti in cui la stessa rimanda alla normazione regolamentare. Essendo stato previsto, infatti, che l’ordinamento professionale forense, venisse integrato da 17 regolamenti (quasi tutti di fonte ministeriale) da emanarsi entro 24 mesi dalla sua entrata in vigore, l’A.I.G.A., ha deciso di contribuire, offrendo il suo impegno e creando 4 gruppi di lavoro diretti dai Vice Presidenti Nazionali, Stefania Del Gais e Fabio Beconcini, dal Segretario, Claudia Pizzurro e dal Tesoriere, Nicoletta Giorgi. Il primo gruppo si sta occupando dell’esercizio continuativo della professione e dell’ordinamento della cassa, il secondo, invece, dell’accesso alla professione, il terzo della formazione continua e delle specializzazioni ed il quarto del funzionamento dei COA e delle altre istituzioni forensi. Il presidente della nostra sezione, avv. Gisella Lauriello, si è iscritta al secondo gruppo, Giovanni Balbi e Chiara Zucchetti hanno confermato la disponibilità, già precedentemente comunicata, di partecipare al terzo gruppo di lavoro, mentre l’Avv. Josè Maria Lembo si è iscritto al primo gruppo.

22.02.2013

si è svolto presso l’aula Parrilli del Tribunale di Salerno il secondo evento formativo nell’ambito del POF – Piano Offerta formativa – organizzato dall’ A.I.G.A. - sezione di Salerno – sul tema “ Le controversie di impiego pubblico", materia “borderline” che, a tutt’oggi, dopo molti anni dalla privatizzazione del pubblico impiego, involge a tutt’oggi problematiche in ordine ai criteri di riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo. Ha relazionato sul punto l’avvocato dello Stato di Salerno, Rita Santulli, la quale ha fatto un excursus circa i punti essenziali che hanno comportato il superamento della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in tale materia- e, successivamente, analizzato i diversi aspetti in relazione alla tutela giurisdizionale dei dipendenti “privatizzati” delle pubbliche amministrazioni, come i riferimenti alla devoluzione nella sfera del G.O. di tutte le controversie relative alle assunzioni non concorsualizzate, le procedure di stabilizzazione, infine, il potere di disapplicazione del G.O. nelle materie indicate

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dall’art. 63-comma 1 del D.lvo n.165/2001 - ancorché vengano in questione atti amministrativi presupposti, che, laddove siano rilevanti per la decisione, il giudice ordinario “li disapplica”. Moderatore del convegno è stato l’avv. Federico Acocella (A.I.G.A. Salerno) mentre il comitato organizzativo è stato composto dagli avv.ti Raffaella Di Blasi, Maria Teresa buono, Maria Giordano, Alfonso Troisi, Antonio Trezza..

21.03.2013

a conferma della sensibilità della ns. sezione a tutte le novità legislative che riguardano la categoria dell’avvocatura, presso l’aula Parrilli del Tribunale di Salerno, si è celebrato il tanto atteso evento formativo nell’ambito del POF 2013 – Piano Offerta formativa – organizzato dall’ A.I.G.A. - Sezione di Salerno – sul tema “ La riforma della professione e la giovane avvocatura – Formazione, deontologia e Cassa Forense". Sono intervenuti come relatori l’avv. Alfonso Polto (componente Giunta Nazionale A.I.G.A. – Coordinatore Area Sud ), l’avv. Michele Vaira (Componente Giunta Nazionale A.I.G.A.) e l’avv. Marcello Mazzola (Delegato Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense), i quali hanno analizzato gli elementi che rendono sempre più gravosa la carriera dell’Avvocato, alla luce della recente riforma e di altri pesanti interventi effettuati dal Governo Monti, che hanno posto limiti e barriere di fatto all’accesso della professione, a fronte di un numero crescente di giovani aspiranti alla carriera forense, giungendo alla conclusione che alcuni tra i molteplici ostacoli sono di tipo principalmente economico, considerata la profonda incertezza inerente lo stesso futuro previdenziale della professione, stretto tra l’aumento dei contributi minimi e la diminuzione dei ratei pensionistici, ma cercando di fornire risposte e suggerimenti adeguati ed efficaci in merito ai problemi cronici summenzionati. Ha moderato il convegno l’avv. Massimiliano Granozi (Responsabile settore Praticanti Avvocati A.I.G.A. Salerno). L’evento, inoltre, è stato l’occasione per inaugurare l’ “A.I.G.A. Salerno Infopoint Praticanti Avvocato”. Il comitato scientifico è stato rappresentato dagli avv.ti Gisella Lauriello, Massimiliano Granozi, Tommaso Amato, Giovanni Balbi, Mary Buono, Luigi Canova, Barbara La Penta, Josè Lembo, Francesca Lento, Gianfranco Manzo, Michela Pecoraro, Roberto Reale, Chiara Zucchetti, Clarissa Di Caprio, Rosa Esposito e Vincenzo Pepe. Avv. Marco Basso, Segretario AIGA Salerno


Newsletter n. 4 Aiga Salerno - Aprile 2013