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Giuseppe Verdi


VERDI, GIUSEPPE Lo scolaro bocciato Nella chiesetta di Roncole di Bussetto vicino a Parma, il sacerdote sta celebrando la Messa cantata e Peppino, il chierichetto, è in ginocchio vicino all’altare, con le mani giunte e gli occhi al cielo. A guardarlo, sembra proprio che penda dalle labbra del parroco… ma la sua mente è altrove, trascinata dalle dolci e gravi dell’organo. << Le ampolline >> gli bisbiglia il sacerdote; una, due, volte, ma e come parlare al vento. << Le ampolline! >>. Questa volta l’hanno sentito fin dai primi banchi; nella chiesa si avverte un mormorio di disapprovazione << Oggi me l’ha fatta proprio grossa >> pensa il sacerdote << farmi perdere la pazienza davanti al tabernacolo! >> Appena finita la Messa, nella sacrestia odorosa di cera e di incenso, prende Peppino per le orecchie e gli fa una bella ramanzina: << Vergogna! Con quella faccia di santarellino, chissà a che cosa pensi, invece di fare il tuo dovere! >> Lì per lì il bimbo, mortificato, non riesce ad aprire bocca. Solo a casa, alla mamma, che vedendolo in lacrime gli chiede il perché del suo sconforto, osa confessare la verità: si è distratto davanti alla funzione perché la musica dell’organo ha lo strano potere di fargli dimenticare ogni cosa. << Voglio studiare musica! >> implora. I genitori di Giuseppe Verdi (è lui, il Peppino dell’aneddoto) collegano questo fatto con le lunghe ore trascorse dal figlio a pestare i tasti di una vecchia pianola che si trova in soffitta o ad ascoltare i suonatori ambulanti capitati nei pressi dell’alberghetto che gestiscono… e improvvisamente capiscono che non sarà mai un buon


albergatore: << potrebbe frequentare il conservatorio decidono << e forse sostituire in chiesa l’organista. Così, grazie a un momento di distrazione e a una gran lavata di capo, Giuseppe Verdi poté finalmente dedicarsi allo studio della musica che tanto lo appassionava; ma – ci credereste? – colui che è stato universalmente riconosciuto come il più versatile genio musicale italiano del secolo diciannovesimo, arrivato all’esame conclusivo venne bocciato dai professori del Conservatorio di Milano (che oggi porta il suo nome) perché << inetto alla musica >>. Ma Verdi non si scoraggiò: continuò ad amare la musica con lo stesso fervore di quand’era bambino e compose molte bellissime opere che narravano gli oppressi e di tiranni, di eroi e di codardi. Gli Italiani, che a quell’epoca non erano uniti sotto un solo governo, ma divisi in tanti staterelli sotto il dominio di sovrani stranieri, si riconoscevano nei primi e identificavano nei secondi gli invasori della patria. Le arie di Verdi dilagarono oltre le pareti dei teatri e delle sale da concerto, per le strade, nelle officine e nelle botteghe; il coro del Nabucco << Va, pensiero, sull’ali dorate >> o quello dei Lombardi alla prima crociata << O Signor che dal tetto natio >> sembravano esprimere l’insofferenza e le speranze di tutti gli Italiani che, con gli occhi lucidi, si ripetevano l’un l’altro la frase << Oh mia patria, sì bella e perduta! >> IL nome di Verdi, acclamato per le strade dalla folla, divenne un grido di battaglia, perché composto proprio dalle lettere iniziali del nome del sovrano piemontese avrebbe dovuto reggere le sorti dell’Italia unita: Vittorio Emanuele, Re d’Italia. Gridando << Viva Verdi! >> sotto il naso degli Austriaci,


si rischiava molto: ma ormai la scintilla della libertĂ era accesa e, sulle << ali dorate >> della musica verdiana, fece divampare in tutti i cuori quellâ&#x20AC;&#x2122;amore di patria che è il motivo conduttore del nostro Risorgimento.

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