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AFRICA n. 2 marzo-aprile 2015 - anno 94

rivista bimestrale

www.africarivista.it

Missione • cultura

vivere il continente vero

Kenya

Mondi di lamiera nigeria

Il villaggio delle rondini religioni

Poste Italiane Spa - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1 , DCB Milano.

Spiriti e feticci

SAHARAWI LA LUNGA NOTTE


In omaggio ai nuovi abbonati di

AFRICA FRICA

Missione • cultura

e a chi regala un abbonamento AFRICA N.1 GENNAIO-FEBBRAIO 2015 - ANNO 93

RIVISTA BIMESTRALE

WWW.AFRICARIVISTA.IT

MISSIONE • CULTURA

VIVERE IL CONTINENTE VERO

ESPLORAZIONI

Viaggio sul fiume Congo COSTA D’AVORIO

La rinascita del cacao

NAMIBIA

NEL REGNO DEGLI HIMBA

AFRICA + LIBRO A sOLI 36 EURO

Edizioni Piemme 2015 200 pagine

(comprese le spese di spedizione)

Sergio Ramazzotti. L'unico reporter italiano ad aver raggiunto l'epicentro dell'epidemia racconta tutto ciò che accade e ciò che è destinato ad accadere Promozione valida in Italia e Svizzera, fino a esaurimento scorte, riservata a chi attiva un abbonamento alla rivista Africa, per sé o per un amico, tra il 1° marzo e il 30 aprile 2015. segreteria@africarivista.it

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sommario copertina 40

Sahara Occidentale. La notte saharawi

attUalità

AFRICA FRICA

Missione • cultura

Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo

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Panorama

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Liberia. Io combatto ebola col gessetto 12

Nigeria in bilico

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lo scatt o

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Kenya. Vivere in un mondo di lamiere

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Mister 25 miliardi

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Carne pericolosa

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Plinio il Vecchio (I secolo d.C.)

società

Direttore reSPonSABile

Pier Maria Mazzola

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Nigeria. Nel villaggio delle rondini

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Talento femminile

Matteo Merletto

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Etiopia. Benvenuti ad Addywood

AMMiniStrAZione e ABBonAti

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Formidabile alga

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La guerra delle parrucche

Direttore eDitoriAle

Marco Trovato ProMoZione e WeB

Paolo Costantini ProGetto GrAFico e iMPAGinAZione

Claudia Brambilla

Sorrisi senza frontiere

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Provincia Italiana della Società dei Missionari d’Africa detti Padri Bianchi

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Le tribù in posa

BloG

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Tutti i Charlie d’Africa

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Sudafrica. Bare contro i ladri

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Ghana. L’università africana del look

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Egitto spericolato

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RD Congo. Che musica, maestro!

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SPORT Uganda. Pugni nel buio

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CULTURA Ho scritto un libro per dispetto

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RELIGIONI Animista a chi?

eDitore

www.buongiornoafrica.it di Raffaele Masto PUBBlicitÀ

segreteria@africarivista.it Foto

Si ringrazia Parallelozero In copertina: Andrew McConnell (Panos/Luz) StAMPA Jona - Paderno Dugnano

Periodico bimestrale - Anno 93 marzo-aprile 2015, n° 2 Aut. Trib. di Milano del 23/10/1948 n.713/48

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seDe

Africa Rivista

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L’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dai lettori e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione. Le informazioni custodite verranno utilizzate al solo scopo di inviare ai lettori la testata e gli allegati, anche pubblicitari, di interesse pubblico (legge 196 del 30/06/2003 - tutela dei dati personali).

INvetrina

Viale Merisio, 17 C.P. 61 - 24047 Treviglio BG 0363 44726 0363 48198

UN’AFRICA DIVERSA La rivista è stata fondata nel 1922 dai Missionari d’Africa, meglio conosciuti come Padri Bianchi. Fedele ai principi che l’hanno ispirata, è ancora oggi impegnata a raccontare il continente africano al di là di stereotipi e luoghi comuni.

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Eventi

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Web

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Viaggi

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Libri

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Musica e Film

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Porta l'Africa nella tua cittĂ . Richiedi le nostre mostre con le foto dei grandi reporter mostra

mostra

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spezziamo le catene

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Disponibili per esposizioni in tutta Italia, le mostre fotografiche possono essere allestite in scuole, biblioteche, parrocchie, centri culturali... chiedi informazioni per il noleggio info@africarivista.it

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noi, indifferenti «Non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti» Martin Luther King

Cinquant’anni fa, i portuali di Genova si rifiutarono di caricare le navi dirette in Sudafrica: contestavano il regime dell’apartheid. Negli anni Settanta, gli studenti universitari di Milano e Roma si mobilitarono a sostegno dei loro coetanei in Angola e Mozambico che combattevano contro l’occupazione coloniale. Vent’anni più tardi, migliaia di attivisti – da Torino a Palermo – boicottarono i distributori di benzina della Shell, accusata di inquinare il Delta del Niger con l’appoggio di dittatori compiacenti. Un tempo ritenevamo doveroso batterci affinché gli ideali di giustizia sociale e i diritti civili trovassero pieno riconoscimento: non solo a casa nostra ma ovunque nel mondo. Eravamo spinti da motivazioni ideologiche, filantropiche, politiche o religiose. Ma c’era dell’altro: sentivamo di non essere capaci di gioire pienamente dei nostri successi, sapendo che altre persone stavano soffrendo. Oggi abbiamo imparato a fregarcene. Perlomeno così pare. Fa impressione il disinteresse con cui abbiamo accolto, poche settimane fa, la notizia della condanna all’ergastolo comminata a duecentotrenta giovani egiziani, protagonisti della Primavera araba che nel 2011 fece crollare il regime di Hosni Mubarak: è il colpo di grazia a una rivoluzione che aveva suscitato grandi speranze. La repressione della democrazia e della libertà in Egitto non ci ha turbato. Né ci scuotono più le quotidiane stragi di civili in Nigeria, Rd Congo, Ucraina, Siria. O dei migranti nel Mediterraneo. Sembriamo anestetizzati dalla sofferenza altrui. Non è colpa della tivù o dei nostri

politici: tutti siamo in qualche modo responsabili dell’indifferenza dilagante. Non siamo più capaci di indignarci e di mobilitarci per gli altri? Siamo diventati così miopi ed egoisti da non accorgerci che l’umanità calpestata, in qualsiasi parte del mondo, è un affare che ci riguarda da vicino? Non illudiamoci che basti condividere un tweet o un post con il nostro smartphone per ripulirci la coscienza. Né mi illudo di potermi assolvere scrivendo queste poche righe. Ammoniva Albert Einstein: «Il mondo non è minacciato dalle persone che fanno il male, ma da quelle che lo tollerano». Marco Trovato

ricevi AFRICA a casa La rivista (6 numeri annuali) si riceve con un contributo minimo suggerito di: · formato digitale (pdf) 20 € · rivista cartacea (Italia) 30 € · rivista cartacea (Estero) 45 € · rivista cartacea Svizzera: 40 Chf

Si può pagare tramite: · Bonifico bancario su BCC di Treviglio e Gera d’Adda IBAN: IT93 T 08899 53640 000000 001315 · Versamento postale su C.C.P. n.67865782

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Isabel dos Santos Imprenditrice e figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos, è, secondo i lettori del settimanale Jeune Afrique, la donna più potente d’Africa.

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rità di Maputo, impegnate a bonificare 5 milioni e mezzo di metri quadrati di territorio disseminato di ordigni. Le migliaia di mine, che vennero interrate nel corso della guerra di indipendenza (1964-1975) e nel successivo conflitto civile (1976-1992), hanno continuato a uccidere e ferire migliaia di persone anche dopo il trattato di pace. bUrKinabè al voto in aUtUnno Michel Kafando, il Presidente di transizione del Burkina Faso, ha annunciato che le elezioni presidenziali e quelle legi-

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slative si terranno l’11 ottobre. La notizia conferma che il processo di democratizzazione del Paese sta procedendo positivamente dopo la cacciata, lo scorso ottobre, dell’ex «uomo forte» Blaise Compaoré. eGitto, Una storica conDanna

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a cura di Enrico Casale newsnews

Joseph Kabila Con una riforma elettorale (poi rientrata) ha provato a prolungarsi il mandato presidenziale, ma è riuscito solo a infiammare la piazza.

mozambico senza mine in Dieci anni Entro il 2025 il Mozambico non avrà più mine. Lo hanno riferito le auto-

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spagnola Repsol ha annunciato di rinunciare alla ricerca di petrolio al largo dell’arcipelago. Contro le prospezioni, le autorità locali aveva convocato un referendum, che era stato sospeso dalla Corte Costituzionale. il marocco pUnta sUi motori

Il dottor Raslan Fadl è stato condannato a due anni di prigione e ai lavori forzati per una ragazzina di Mansoura, in Egitto, morta dopo essere stata sottoposta a un intervento di mutilazione genitale. È la prima condanna emessa da un tribunale egiziano a carico di un medico che ha praticato l’infibulazione e segna una svolta importante in questo settore. Le mutilazioni genitali, ufficialmente proibite nel 2008, sono ancora molto diffuse: più del 90% delle donne è infibulata; la pratica viene eseguita sulle bambine dai sette anni in su. canarie, niente petrolio Dopo mesi di polemiche e proteste delle associazioni ambientaliste e del governo delle Canarie, la compagnia petrolifera

Nel 2014 le autovetture sono diventate il primo prodotto d’esportazione del Marocco (davanti a prodotti agricoli e fosfati), la nazione africana leader nel settore automobilistico. Il risultato è stato ottenuto grazie alla forte crescita (+52,7%) della produzione nello stabilimento del gruppo Renault a Tangeri. Entrata in funzione nel 2012, la fabbrica è in grado di produrre 400mila auto in un anno. pUbblicità razzista? L’azienda di tabacco coreana KT&G è finita nell’oc-


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chio del ciclone per la campagna pubblicitaria delle nuove sigarette This Africa che mostra uno scimpanzé nei panni di un giornalista: un’immagine ambigua che ha attirato le accuse di razzismo. allUvione in malawi

Almeno 50 persone sono morte e 25mila sono state costrette a lasciare le proprie case a causa di un’alluvione in Malawi, nell’Africa orientale. L’esondazione di torrenti e fiumi, che ha

83 È la percentuale di africani che si dichiarano “felici” secondo un sondaggio Gallup. All’estremo opposto, gli europei contenti sono solo il 26%.

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LA FRASE

È inconcepibile che il pensiero da noi considerato più sacro [l'islam] debba portare l’intero mondo musulmano a essere considerato fonte di pericolo. Serve una rivoluzione religiosa. Abdel Fattah al-Sissi, presidente dell’Egitto interessato anche il vicino Mozambico, è stata provocata da un mese di piogge abbondanti.

nulla mi spaventa!», ha dichiarato Wivine prima di arbitrare il suo primo incontro.

rD conGo, Una Donna sUl rinG

Kenya, Una nonna a scUola

È la prima e unica donna arbitro di boxe professionistica nella Repubblica democratica del Congo. Wivine Tshidibi, 40 anni, madre di quattro figli e moglie di un ex pugile, lo scorso gennaio ha conseguito l’abilitazione a dirigere i match della federazione congolese dove combattono circa 130 boxeur (di cui una ventina sono donne). «Sono equilibrata e rigorosa:

Priscilla Sitienei, nonna keniana di 90 anni, ha deciso di andare a scuola per imparare a leggere e scrivere. «Quando ero bambina non ho avuto la possibilità di studiare, ma prima di morire vorrei essere in grado di leggere la Bibbia», ha spiegato l’anziana donna, precisando di «voler anche es-

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sere fonte di ispirazione per i bambini affinché si battano per ricevere un’istruzione». Gogo, che significa “nonna” nella lingua locale, è l’affettuoso soprannome che le hanno dato i suoi compagni di classe, che hanno tutti tra gli 11 e i 14 anni. tUnisia, armi contro i miGranti Gli Sati Uniti hanno venduto alla Tunisia dodici elicotteri «Black Hawk», per una spesa di 700 milioni di dollari, per potenziare il pattugliamento dei confini. Mentre l’Italia ha consegnato dodici pattugliatori marittimi. Le unità saranno impiegate per contrastare i flussi migratori e la penetrazione del terrorismo nel Mediterraneo.

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attUalità testo e foto di Sergio Ramazzotti/Parallelozero

io combatto ebola con un gessetto in liberia il Giornalista alfreD sirleaf aGGiorna sU Una lavaGna il bollettino qUotiDiano Dell’epiDemia

Alfred J. Sirleaf davanti al suo "giornale di strada". I passanti trovano il tempo di soffermarsi davanti alla lavagna per leggere le notizie del giorno. Anche gli analfabeti possono informarsi grazie alle fotografie e ai simboli grafici. Da vedere, su YouTube, il documentario di David Lalé Alfred’s Free Press trasmesso da Al Jazeera


Sergio Ramazzotti

GROUND ZERO EBOLA

L’UNICO REPORTER ITALIANO AD AVER RAGGIUNTO L’EPICENTRO DELL’EPIDEMIA RACCONTA TUTTO CIÒ CHE ACCADE

IN LIBRERIA

«Manca Ellen (s’intenda Ellen Johnson-Sirleaf, la presidente) ma uccide un membro del suo staff. Prossimamente tutti i dettagli»; «L’ambasciatrice americana Deborah Malac nega che il virus sia stato creato negli Stati Uniti e trasportato in Guinea per distruggere l’Africa»; «Dopo aver dichiarato guerra a ebola, il governo non può più combattere. Risultato: Governo 2 - Ebola 10»; «Ebola rifiuta di prendersi Samaguwan (ritratto di Samaguwan, un giovane sorridente, si direbbe la riproduzione ingrandita di una fototessera): il suo sangue potrebbe salvare delle vite»; «Vittime messe molto male (a fianco, foto con dettagli di tre corpi umani orribilmente devastati da pustole e vesciche; veramente sembrano ustio8 africa · numero 2 · 2015

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In un anno ebola ha contagiato 23.500 persone e provocato oltre 9.000 decessi

ni gravi o i sintomi della sifilide acuta, ebola non provoca nulla di simile: però, mi dico, ecco un caso in cui vale la pena di sacrificare il rigore giornalistico sull’altare della propaganda): contribuite dunque a fermare l’epidemia se non volete finire conciati così anche voi!».

Cercasi gessetti Sirleaf fa tutto da sé, ma si avvale anche di una rete di collaboratori volontari che gli passano gratuitamente le notizie. Il suo numero di cellulare è scritto in basso, sulla cornice della lavagna, e spesso riceve telefonate da sconosciuti che voglio-

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no segnalargli un tema che vorrebbero vedere affrontato sul Daily Talk. Il giornale non genera profitti: Sirleaf sostiene di vivere delle donazioni che di quando in quando gli arrivano da non meglio precisati «filantropi» (sempre stranieri), ma che gli bastano a malapena per mandare avanti la famiglia. «Faccio un’informazione davvero indipendente – sostiene – perché non dipendo proprio da nessuno, se non dalla generosità delle persone». A questo proposito, dice di aver finito i gessetti: in realtà sono pastelli a cera, di marca italiana, che gli erano stati regalati per l’appunto da un italiano che risiedeva a Monrovia. «Se ci fosse qualcuno disposto a spedirmene un altro scaspedirmene tolone…».


▲ Il chiosco del Daily Talk. Una decina di anni fa la sede del giornale fu data alle fiamme, dopo la pubblicazione di un articolo contro l’ex presidente liberiano Charles Taylor, che il direttore del giornale aveva scritto col gessetto sulla sua lavagna. Il giornalista fu arrestato ed espulso. Ma nel 2005 è ritornato a Monrovia per continuare la sua missione

▲ Il giornalista Alfred J. Sirleaf. «In Liberia in pochi possono permettersi di acquistare un giornale – spiega –. Ma l’informazione deve essere accessibile a tutti, perché solo un popolo informato può costruirsi una coscienza civile e sviluppare la nazione»

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testo di Edward Onyejekwe - foto di Pius Utomi Ekpei/Afp

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NIGerIA IN BILICo Un manifestante-equilibrista a un raduno elettorale dell’opposizione a Lagos. Le elezioni presidenziali e legislative in Nigeria, inizialmente programmate a febbraio, sono state rimandate al 28 di marzo, a causa dei disordini provocati nel Nord del Paese dal gruppo terrorista Boko Haram (responsabile del massacro di oltre 10mila persone negli ultimi 6 mesi), che hanno impedito a circa 19 milioni di cittadini di ritirare la propria scheda elettorale. Il rinvio del voto è stato contestato dal leader dell’opposizione, il generale Muhammadu Buhari, 72 anni, musulmano del Nord, a capo della coalizione All Progressive Congress, principale rivale del capo di Stato uscente Goodluck Jonathan, 57 anni, cristiano del Sud, candidato del Partito democratico popolare. L’incertezza dell’esito elettorale e le violenze dei miliziani jihadisti minano la stabilità della più popolosa nazione d’Africa (circa 180 milioni di abitanti), già alle prese con forti tensioni sociali acuite dal crollo del prezzo del petrolio che penalizza l’economia.


TIToLo STATo. Ludees et? Viverfinatum nost L. Verri publicae pulinte quam, es achum tem crevit, vidie am manume fatiam ve, C. Irtem, consimus fue mus fur que inte vessultiam lia ressolium oc, quem senterit, quem. Um iaec rempl. Habusqu idiensu ltortertere intem morumulturi publis, nit dem suam acibuniamdic ora viver proxime rravoc imus? enditam ma, morei ina, Ti. Scis viderfina vigit gratam aria tius; ex nonsuliamque teri caucies avo, quam senater iptenique apesus omnerfes ande ocularei publiur atrendi ponvolis senteris res horuntrium. etrae tatus vivirte remoreis rem eferem comnonemqui perestrimpri prei essentifecus iam nis ex nique movit. Duciem furei perei con inequem ari pracio mus, con tus noca condac tus ius pridest opterus ultorunim moristr ividie omnihilnes villartu quid denem esteri sent or unum inclatr averioctu eti, nos octabus auctartam ni intiora voltuus aper ad potiam. Vero entili senst? Patast iu me a Sente quid diciem intrio vignonlocci tessenterfes auctuus, nostiorum ina, inatus ina iam nondi proximus mandit; hui cum actam popost niumuss ensus? Ilicam face teludetiqua serdiem occio, ut viriocupios hoccienis. con vidit.

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attUalitĂ di Antonella Palmieri

vivere in un mondo di lamiere


reportaGe Dalle malfamate (e sorprenDenti) baraccopoli

Due terzi della popolazione della capitale del Kenya vive nei famigerati slum che cingono come una corona di spine gli avveniristici grattacieli del centro cittadino. Li abbiamo visitati

Di nairobi, fabbricHe Di creatività

Il mercato dei vestiti nel quartiere di Adams, ai margini della baraccopoli di Kibera, a Nairobi il sabato si trasforma in un alveare dove centinaia di persone, keniani e stranieri, vengono qui a caccia dell’occasione. Si può trovare qualsiasi cosa, dall’abito gessato da uomo ai costumi da bagno, alle bluse da donna. Tutto rigorosamente usato, tutto in arrivo dall’Europa, da quei bidoni gialli che nelle nostre città vengono riempiti ad ogni cambio di stagione. «Questo è il posto più grande di Nairobi per comprare vestiti – ci dice sorridendo Mark, 28 anni, mentre piega una serie di t-shirt H&M –, i prezzi sono bassissimi e la merce è di qualità. Poi, se vuoi puoi modificarli, le sarte sono dietro quelle baracche». Intrappolati nelle lamiere Kibera è una delle 11 baraccopoli di Nairobi. Una città che conta 3 milioni di abitanti, di cui almeno due vivono negli slum. Qualcuno le ha battezzate ◀ I tetti arrugginiti celano la brulicante vita di Kibera, un labirinto di baracche e fogne a cielo aperto. L’Africa ospita la più grande popolazione al mondo di baraccopoli: 300 milioni di persone

Alessandro Gandolfi/Parallelozero

tristemente “città del futuro” perché è in posti come questi che secondo l’Onu vivranno nel 2030 tre degli otto miliardi di abitanti sulla terra. Già oggi lo sviluppo del commercio, la creazione di piccole industrie, l’aumento dei servizi nel centro delle città portano milioni di persone a spostarsi dalle campagne, attratte dal luccichio delle luci cittadine, che promettono tanto ma spesso finiscono per offrire solo un degrado alternativo. Case che se va bene sono costruite con mattoni, ma che comunque non hanno luce, acqua, servizi. Tuttavia, slum non sempre è sinonimo di miseria e emarginazione. Alcune strade sono asfaltate e larghe abbastanza per crearvi dei negozi ai lati. Così c’è la macellaia che taglia la carne sul marciapiede e che ha come dirimpettaio un ragazzino che impaglia sedie. Ma anche venditori di pane, vettovaglie o ricambi per auto. Un bazar dove si può trovare qualsiasi cosa. Come nei piccoli paesi, la vita degli abitanti scorre ordinaria, ormai abituati a far fronte alla mancanza di acqua e servizi, alle strade di terra che diventano cascate di fango quando piove. africa · numero 2 · 2015 13


Campioni di basket Arriviamo a Mathare una domenica pomeriggio. Da questo groviglio di baracche improvvisate si sentono voci di bambini che giocano. Seguendole ci ritroviamo in un campo da basket costruito su un fazzoletto di terra rossa in mezzo ai canali di scolo. Due squadre che giocano, ragazzi a bordo campo che fanno il tifo. Allenatori che incitano. Poi, due campioni di basket italiano che osservano. Si tratta di Bruno Cerella della Olimpia Milano e Tommaso Marino della Blu Treviglio. I due da qualche anno hanno avviato un progetto, portato avanti con l’associazione Karibu Kenya, per la formazione di allenatori e arbitri di basket in questa baraccopoli. La costruzione di questo campo, così come la scuola di basket, ha permesso a centinaia di bambini di avvicinarsi a questo sport. «Siamo qui da tre anni e ogni volta che torniamo vediamo il progetto crescere – rac-

ALLARmE bARACCOpOLI

Oggi nei quartieri poveri del mondo vive più di un miliardo di persone. Entro i prossimi trent’anni il numero raddoppierà. La situazione è così grave da far dire all’Onu che «rappresenta la minaccia più grande alla stabilità mondiale». Dalle bidonville indiane agli slum africani, dalle periferie delle grandi città asiatiche fino alle favelas brasiliane: un terzo dei tre miliardi di abitanti urbani del mondo ha già riempito i quartieri poveri, una tendenza che sembra destinata a svilupparsi velocemente. «È una bomba a orologeria», avvertono gli studiosi.

conta Cerella –. Il basket e lo sport sono un’attività sana e pensiamo possano essere un modo per migliorare la vita di queste persone. Creiamo qualcosa di duraturo, in modo che poi vadano avanti da soli, senza di noi». Speranza di bambù Chi ha creato dal nulla un’attività tutta sua è Pollycurp Mboya, 50 anni, un artigiano proprietario di una bottega in cui produce e vende oggetti di bambù a Kibera. Per tutta la vita ha lavorato al ministero dell’Informazione, poi, con l’ultimo cambio di governo, è stato licen-

ziato. «Mi sono ritrovato per strada – racconta –; un’organizzazione americana mi ha insegnato a lavorare il bambù e così ho iniziato a produrre. Adoro questo materiale, è così versatile e puoi farci qualsiasi cosa, da sedie e scaffali fino a piccoli soprammobili». Adesso ha il suo negozio che rende fino a mille dollari al mese. Non pochi per una realtà, come quella di Kibera, dove uno stipendio medio si aggira attorno ai 250 dollari al mese. Anche suo figlio Alfred, 25 anni, lavora nel negozio e quest’anno è stato sei mesi in Cina per imparare a

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Operazione pulizia Fino a qualche anno fa l’obiettivo di chi vive a Kibera era quello di fuggire il prima possibile verso un posto “normale”. Oggi non è più così. Passeggiando nel dedalo dei vicoli il profumo del mais arrostito si mischia al lezzo dell’immondizia ammassata in alcuni angoli. Ma da qualche anno il governo ha avviato la raccolta della spazzatura direttamente nello slum, con grossi camion che si fermano in mezzo al fango mentre gli stessi abitanti, che hanno lì accanto il loro banchetto di sardine o carne secca, aiutano a caricare i rifiuti. «Adesso quantomeno non siamo invasi dall’immondizia – ci racconta Andrew mentre con grossi colpi di vanga carica sul cassone una massa nera e posticcia di rifiuti da cui Tony Karumba/Afp

La bellezza contro la violenza. ogni anno nel cuore di Korogocho, una delle più malfamate baraccopoli di Nairobi, si tiene una sfilata di giovani indossatrici nate e cresciute tra le lamiere. L'evento, denominato "Miss Koch", vede la partecipazione di decine di aspiranti modelle, ma anche di truccatrici, parrucchiere e sarte. organizza un'associazione femminile locale con l'obiettivo di sensibilizzare la popolazione sul problema dell'insicurezza che regna nello slum e per raccogliere fondi da destinare alle vittime di violenze sessuali. www.misskoch.org

lavorare meglio questo materiale. «Stiamo pensando di ingrandire l’attività – prosegue Pollycurp – allargando il negozio e coinvolgendo così anche le persone dello slum».


attUalità di Kally Patterson

ritratto Del

mister 25 miliardi Ha cominciato a fare affari quando era un bambino, vendendo le merende ai compagni di scuola. oggi gestisce un impero economico colossale. I suoi business? Cemento, farina, zucchero. e tanti spaghetti

maGnate niGeriano

Che avesse spiccate capacità imprenditoriali lo si è capito presto, quando all’età di soli undici anni ha cominciato a raggranellare monete giorno dopo giorno, smerciando biscotti e dolciumi dentro la sua scuola. «Compravo i prodotti al mercato prima di iniziare le lezioni e all’ora dell’intervallo li rivendevo ai compagni, a prezzo maggiorato»,

aliKo DanGote, l’Uomo più ricco D’africa

ha svelato in un’intervista. Aliko Dangote, nome pressoché sconosciuto in Europa, 58 anni, nigeriano, oggi è l’uomo più ricco d’Africa. Ha un patrimonio personale stimato in 25 miliardi di dollari. Possiede jet privati, una flotta di yacht, residenze extralusso in ogni continente. Secondo la rivista Forbes è uno dei manager più potenti e influenti al mondo.

Il miliardario Aliko Dangote è anche un filantropo. L’omonima fondazione da lui fondata ha finora distribuito oltre 100 milioni di dollari per cause benefiche (l’ultima, a favore della campagna anti-ebola) in Nigeria e in tutta l’Africa

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attUalità di Andrew Ellis

carne pericolosa

la crescente DomanDa Di selvaGGina svUota le foreste e riscHia Di propaGare Dei virUs letali

Un bimbo della Guinea-Bissau offre una scimmia arrostita. Sulle isole Bijagos le abitudini culinarie ruotano attorno a una inossidabile credenza popolare: “Se una cosa si muove è commestibile” 20 africa · numero 2 · 2015 Marco Trovato


Il consumo di carne di animali selvatici in Africa è spesso una necessità. Ma c’è anche chi lo considera uno status symbol… Senza considerare gli enormi rischi per la salute e per l’ambiente

Ogni anno in Africa centrale si consumano cinque milioni di tonnellate di carne di animali selvatici. Solo nella Repubblica democratica del Congo vengono catturate e uccise un milione di prede, mentre in Ghana vengono cucinati oltre centomila pipistrelli. In vaste regioni del continente, la popolazione considera la foresta il luogo più conveniente per procurarsi il cibo. Per chi vive in villaggi poveri e isolati, la selvaggina è l’unica fonte di proteine; per taluni, cacciare e vendere la carne serve a integrare i magri guadagni. menù selvaggi Nelle metropoli africane la abitudini alimentari non sono granché cambiate e la richiesta di bushmeat, di carne selvatica, sta crescendo, parallelamente al boom demografico. Alle periferie di Nairobi, Kampala o Abidjan le strade pullulano di venditori ambulanti che vendono cosciotti di antilope o scimmie abbrustolite. Per la nuova borghesia, acquistare carne di coccodrillo o di ippopotamo è uno status symbol. A Kinshasa e Lagos non mancano mercati specializzati nello smercio della cacciagione. Anche in città occidentali

come Londra e New York la richiesta di selvaggina africana è in aumento. Ci sono persino ristoranti che hanno fatto del “menù selvaggio” la chiave del loro successo: in location raffinate si servono serpenti al vapore, stufati di formichieri, arrosti di scimpanzé, spiedini di bruchi e uccelli. Il grande saccheggio Il commercio di selvaggina è diventato un affare multimilionario che preoccupa scienziati e ambientalisti. I motivi sono ben noti: i ricercatori hanno ormai accertato che la selvaggina africana è un potente veicolo di trasmissione verso l’uomo di virus micidiali (ebola, per esempio). Non a caso i cacciatori e i loro famigliari sono le prime vittime delle epidemie che periodicamente scoppiano in piena foresta. C’è poi un’emergenza ambientale: l’uomo sta letteralmente svuotando le foreste. Secondo la statunitense Bushmeat Crisis Task Force, caccia e bracconaggio starebbero minacciando di estinzione i gorilla delle pianure e i bonobo (una rara scimmia africana), nonché alcune specie di cinghiali e antilopi. «In alcune re-

gioni il numero di animali selvatici si è ridotto a tal punto – riferisce l’organizzazione – che, tra i cibi più comunemente mangiati, la carne di roditore ha rimpiazzato quella di antilope e di scimmia». Senza scelta Il problema è che la maggior parte dei consumatori di cacciagione non si rende conto di contribuire allo sterminio della fauna selvatica delle foreste. «L’Africa non è una terra di assassini fuorilegge», fa presente il biologo Justin Brashares. «Nella stragrande maggioranza dei casi, la gente soffre la fame e non ha alternative se non nutrirsi con la selvaggina». Del resto, un recente rapporto dell’Onu ricorda che tutt’oggi in Africa «decine di migliaia di persone sono costrette a nutrirsi di ratti e di erba per sopravvivere». La guerra al consumo della bushmeat in Africa passa non solo da campagne di sensibilizzazione e di informazione. Ma anche e soprattutto dalla promozione della sicurezza alimentare. Prendiamo il caso del Ghana: qui il consumo di selvaggina si impenna in periodi in cui il pesce è poco disponibile o troppo caro.

▲ Venditrice nigeriana di selvaggina essiccata. A Lagos i commercianti comprano spesso la carne dai bracconieri; garantire il rispetto della legge è difficile

Il pesce di allevamento o fonti economiche di proteine, come i fagioli, potrebbero attenuare la caccia alla selvaggina. Vermi anti-fame? A questo proposito, gli esperti della Fao hanno le idee chiare: per sradicare la fame e tutelare gli animali a rischio bisognerebbe diffondere ricette a base di bruchi e grossi vermi. «Gli insetti commestibili delle foreste dell’Africa centrale sono un’importante risorsa di proteine», spiegano in un recente studio. I bruchi sono già parte integrante del regime alimentare di numerosi abitanti. Secondo gli studiosi, bisognerebbe valorizzare questa forma di sostentamento per affrontare le gravi emergenze umanitarie che colpiscono ciclicamente la regione. Le ricerche dimostrano che con 100 grammi di insetti ingurgitati ogni giorno, un uomo riesce a coprire la totalità dei suoi bisogni quotidiani di minerali e viquotidiani tamine. africa · numero 2 · 2015 21


società testo di Raffaele Masto - foto di Marco Trovato

nel villaggio delle rondini

L’ingresso di ebbaken, la “città delle rondini”. In questo santuario naturale ai margini della foresta pluviale, l’enorme colonia di uccelli può riposarsi fino ad aprile godendo di cibo abbondante (termiti, ragni, falene, moscerini e altri insetti volatili) e di temperature ideali (20-35 gradi centigradi): un luogo di delizia che non ha eguali nel continente


abbiamo inseGUito le ronDini italiane in fUGa Dall’inverno...

Un ricercatore italiano ha scoperto nel sud-est della Nigeria il più grande sito di svernamento delle rondini europee. Ha convinto la popolazione locale a non mangiarsele. e ha insegnato ai giovani a studiare gli uccelli

fino a raGGiUnGere

seGreto in africa

La storia che state per leggere è una fiaba vera. Una fiaba africana, ma anche un po’ italiana. Risale ai tempi della scuola elementare, quando le nostre maestre (quelle di tutte le generazioni di scolari), in aule che a noi piccolissimi sembravano grandissime, in autunno, quando la scuola era appena iniziata e dagli alberi cadevano le foglie, ci facevano notare nel cielo le rondini che volteggiavano alte. Un lungo viaggio Ci dicevano che si stavano preparando a partire, emigravano per fuggire il freddo dell’inverno e inseguire il caldo dell’estate. Ma dove andavano? «In

Africa», ci dicevano genericamente le maestre, e nelle menti di noi bambini si formavano immagini di mondi esotici. Ma il viaggio? «Il viaggio è lungo», ci spiegavano. «Le rondini devono attraversare il mare Mediterraneo, poi tutto il Nord Africa e dopo la parte più difficile: l’immenso deserto del Sahara». Già, il deserto… Sul mare, ci dicevano le maestre, le rondini seguono le navi, hanno un luogo sul quale posarsi, riposare, nutrirsi degli scarti lasciati dai marinai. Ma sul deserto? Chilometri e chilometri di sabbia senza insediamenti umani, senza nulla di cui nutrirsi. Agli occhi di noi bambini

Ogoja

NIGERIA

Afi Mountain

EBBAKEN Cro

il loro rifUGio

ss

Ikom Parco nazionale Cross River

CAMERUN Calabar

Kumba 2 · 2015 23 africa · numero


▲ Le reti usate per catturare gli uccelli a ebbaken. L’osservazione delle rondini inanellate consente di tracciare il percorso da loro svolto e ottenere informazioni su alcuni aspetti importanti della biologia

le rondini diventavano degli uccelli eroici, così piccoli, così apparentemente indifesi eppure così resistenti, così determinati a vivere con il bel tempo, in panorami ridenti, illuminati dal sole. Rotte invisibili Ma in tutta questa storia rimaneva un buco, una lacuna. L’Africa è grande, dove andavano le rondini? In quale luogo preciso? Qui le maestre annaspavano. Non lo sapevano. Non solo loro, non lo sapeva nessuno. Oggi tutto questo non è più un mistero. Noi della rivista Africa siamo andati là dove vanno le rondini che 24 africa · numero 2 · 2015

migrano dall’Italia. Siamo partiti all’inizio dell’inverno in Europa e siamo andati ad aspettarle in Africa. Abbiamo potuto farlo grazie a uno studioso, uno scienziato che ama la natura e gli uccelli. Si chiama Francesco Micheloni e il suo lavoro consiste proprio nell’individuare, attraverso la cattura temporanea e l’inanellamento della zampa, le rotte migratorie di alcune specie di uccelli. «Gli anelli che applichiamo sulle rondini – innocui per gli animali e fondamentali per il loro studio –contengono un codice alfanumerico che permette di identificarle individualmente a distanza, nonché l’indirizzo del centro incaricato di raccogliere i dati; nel mio caso, l’Ispra di Ozzano dell’Emilia, in provincia di Bologna», chiarisce Micheloni.

buone da mangiare? Ci racconta lui stesso la storia della sua scoperta. A metà degli anni Novanta ricevette una lettera dalla Nigeria: qualcuno gli comunicava che una delle “sue” rondini, inanellata in Piemonte durante l’estate, era stata catturata nel sud della Nigeria. Poteva forse essere quello il luogo nel quale le rondini del Nord Italia andavano a svernare? Francesco partì e raggiunse il villaggio di Ebbaken, nel Cross River

SEmpRE mENO

State, quasi al confine con il Camerun, dove trovò una situazione drammatica. «Il territorio era letteralmente coperto di piume», ricorda. «La gente del posto catturava le rondini e le mangiava. Non per crudeltà, ma per necessità. La deforestazione, l’inquinamento e la crescita demografica avevano privato queste popolazioni di cacciatoriraccoglitori delle loro fonti di proteine naturali: selvaggina e pesci di fiume. Restavano solo le rondini:

In Europa, negli ultimi quarant’anni la popolazione delle rondini si è ridotta del 40%. Colpa dell’uomo, che ha devastato l’habitat di questi straordinari sterminatori di insetti nocivi (un solo esemplare è capace di ingoiare 700 parassiti in un giorno). Il cemento e il traffico hanno deturpato le campagne coltivate, soffocando i terreni di caccia preferiti dagli uccelli (siepi e laghetti, fossi e prati). La situazione si è aggravata con l’uso indiscriminato dei pesticidi.


società di Sylvie Sauvageon

talento femminile Sono imprenditrici, attiviste, modelle, regine, attrici, giudici, giornaliste... e tutte stanno contribuendo a cambiare il volto dell’Africa

28 africa · numero 2 · 2015

Di Dieci Donne africane cHe primeGGiano per bravUra, impeGno e coraGGio

GIUDICE ANTI-GENOCIDI Fatou Bensouda (Gambia) Giurista gambiana, 52 anni, madre di tre figli, nel 2012 è stata eletta Procuratore capo della Corte penale internazionale. Dal Tribunale dell’Aja (accusato in passato di essere “al servizio dell’uomo bianco occidentale”) persegue con determinazione genocidi e crimini di guerra, colpendo il legame tra potere e impunità.

REGINA DEI TALK SHOW Musunmola “Mo” Abudu (Nigeria) È il volto televisivo più famoso d’Africa. Cinquantadue anni, nigeriana, primatista dell’audience, ha una straordinaria capacità comunicativa. Il suo programma di maggior successo, Moments with Mo, è seguito ogni giorno da milioni di fedeli spettatori.

INTREPIDA GIORNALISTA Solange Lusiku Nsimire (Rd Congo) Ha 42 anni, sei figli e combatte ogni giorno per la libertà di stampa. È fondatrice, editrice e direttrice di Le Souverain, l’unico giornale del Sud Kivu. Per la sua attività di denuncia ha ricevuto svariate minacce e intimidazioni. Ma lei non si è fatta intimorire.

i ritratti

IMPRENDITRICE GENIALE Bethlehem Tilahun Alemu (Etiopia) Dieci anni fa – era poco più che ventenne – creò una piccola fabbrica calzaturiera in un villaggio sull’altopiano etiope. Oggi la sua azienda SoleRebels vende in tutto il mondo, scarpe, stivali e sandali confezionati a mano con materiali naturali e riciclati. Ai suoi dipendenti garantisce uno stipendio equo e l’assistenza medica.


attUalità di Mario Trave

formidabile alga

in etiopia Una missione salesiana proDUce Un sUperalimento cHe contrasta la malnUtrizione

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La spirulina è un eccezionale integratore alimentare naturale. Può essere facilmente coltivato. e nelle zone soggette a cronica denutrizione può salvare migliaia di vite umane. ecco come viene prodotto dalle suore salesiane di Adua Mentre l’Occidente si affanna nella corsa agli integratori alimentari (con 8,5 miliardi di euro di valore complessivo nel 2014 in Europa occidentale, e l’Italia in testa a questo consumo), in Africa si combatte la malnutrizione con un’alga dagli eccellenti valori nutritivi: la spirulina (Arthrospira platensis). Cresce nelle acque salmastre, alcaline e calde delle aree tropicali e subtropicali, e da secoli è utilizzata per integrare la dieta delle diverse comunità che vivono in queste zone, come la regione del Lago Ciad. I motivi sono ben noti agli scienziati: la spirulina ha un contenuto proteico più elevato di carne e pesce,

◀ A sinistra, la vasca per la produzione di spirulina nella missione salesiana di Kidane Mehret. La raccolta avviene mediante l'utilizzo di reti-setaccio che separano le impurità dall'alga. In alto a destra, la fase della spremitura manuale che permette di ottenere una sostanza simile per consistenza ad una crema, che sarà poi essiccata e ridotta in polvere. Tante proteine, vitamine e sali minerali: la spirulina è una risposta al problema delle carestie periodiche

calcio in buona quantità, oltre a aminoacidi e carboidrati. È ricchissima di ferro (almeno il 50 per cento dei bambini africani sotto gli otto anni presenta deficit più o meno gravi di ferro), contiene tutte le vitamine che servono al corpo umano (tranne la C), grassi essenziali omega 6, ed è considerata dall’Organizzazione mondiale della sanità una risposta efficace, efficiente ed effettiva al dramma della fame. dieta salvavita Un progetto pilota molto interessante di produzione di spirulina è quello sviluppato dalla missione salesiana di Kidane Mehret ad Adua, in Etiopia,

nella regione del Tigrai. L’idea nasce dall’incontro tra suor Laura Girotto e un ingegnere italiano, Matteo Villa, responsabile di Microlife (www.microlife. it), un’azienda padovana che si occupa di prodotti e tecnologie di derivazione microalgale e cianobatterica. Il progetto, iniziato nel luglio del 2012, aveva l’obiettivo di coltivare, raccogliere e lavorare l’alga direttamente ad Adua. Oggi nella missione delle suore salesiane in Etiopia è attivo un impianto, esteso su duecento metri quadri, capace di produrre, a pieno regime, una quantità di spirulina necessaria a sfamare un migliaio di bambini al giorno.

«I risultati sono straordinari», afferma Carmen Talavera, responsabile del Progetto Spirulina. «Un solo grammo al giorno di questa eccezionale alga, assunta sotto forma di polvere o pastiglie, permette di uscire nell’arco di un mese dallo stato di malnutrizione grave».

OASI dI SOLIdARIETà

Nella missione di Kidane Mehret, in Etiopia, le suore salesiane non si occupano solo di spirulina. Le loro attività a favore della popolazione locale spaziano dall’educazione scolastica all’assistenza sanitaria, grazie ad un nuovissimo ospedale da duecento posti letto specializzato in maternità e chirurgia ortopedica. www.amicidiadwa.org

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società di Sabine Bouchard

nei tribUnali

la guerra...

per indossare uno stupido copricapo di nessuna utilità?». Sono solo alcuni dei commenti pescati in internet. In Africa cresce la protesta contro l’ultimo retaggio coloniale, uno dei simboli più tenaci della tradizione britannica: la parrucca bianca di cri-

l’insofferenza per il simbolo

La parrucca bianca indossata da giudici e avvocati è uno dei più tenaci retaggi della colonizzazione britannica. C’è chi chiede di abolirlo e chi lo difende considerandolo un prestigioso status symbol «Non voglio vestirmi da pagliaccio per andare a lavorare». «Siamo uomini di legge, mica parrucconi!». «Non possiamo accettare l’imposizione di costumi occidentali che nulla hanno a che vedere con la nostra cultura». «Perché devo spendere cifre folli

africani cresce

Della GiUstizia anGlosassone

ne di cavallo che giudici e avvocati tengono in testa, come una corona, durante i processi. battaglia culturale Un vezzo aristocratico risalente all’Europa di fine Seicento che è sopravvissuto fino ai giorni nostri

nella gran parte delle ex colonie africane di Sua Maestà: Uganda, Zambia, Zimbabwe, Malawi, Sudan, Ghana, Nigeria, Gambia, Seychelles e Sierra Leone. Ma oggi nelle aule dei tribunali di Kampala, Lusaka e Lagos monta la ribellione di le-

Avvocati durante la pausa di un’udienza al Palazzo di Giustizia di Victoria, capitale dell’ex colonia britannica delle Seychelles 36 africa · numero 2 · 2015 Jean-pierre degas/afp


copertina testo e foto di Andrew McConnell (Panos/LUZ)

la notte saharawi Un grande fotografo ha immortalato sotto le stelle i rifugiati saharawi costretti a vivere da decenni nelle tendopoli del deserto algerino, uno dei posti più inospitali della Terra, dove sognano di poter tornare un giorno nella loro patria: l’ultima colonia d’Africa

Brahim Mohamed Fadin, 17enne rifugiato saharawi, sulle dune di sabbia vicino al campo profughi di Smara, in Algeria. «Non mi piace vivere qui, vorrei essere libero nel mio Paese, il Sahara occidentale. Studio ingegneria, all’università ho ottimi voti, vorrei poter aiutare a costruire il futuro della nostra nazione»

saHara occiDentale. i soGni Di riscatto Di Un popolo Di profUGHi Dimenticati in pieno Deserto


Dada Mohammed Kehel, 54 anni, nella sua abitazione di Tifariti, nel Sahara Occidentale controllato dal Fronte Polisario. «Mi ricordo la mia città natale, Smara, da cui sono dovuta fuggire a causa dell’occupazione marocchina. Amavo quelle valli in cui mi sentivo libera. In guerra ho perso due mariti. E se dovesse scoppiare nuovamente il conflitto, rischierei di perdere anche i miei figli: è un incubo che non mi dà pace».

Ali Salem Salma, 41 anni, funzionario del governo saharawi, guarda la tivù a casa con la moglie Nabba e il figlio di quattro anni Khadda, nel campo profughi di Smara. «Sono stato cacciato dalla mia città natale quando ero ancora un bambino. Da profugo ho studiato in Algeria, laureandomi in statistica. Ma qui non c’è lavoro. Per i miei figli sogno un futuro migliore».

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ImpRIgIONATI

ex colonia spagnola, il Sahara occidentale viene occupato nel 1975 da Marocco e Mauritania, che iniziano la guerra contro il Fronte Polisario, il movimento di liberazione di questa terra desertica ma ricca di fosfati, gas, petrolio, e affacciata su un mare tra i più pescosi. Nel 1979 la Mauritania si ritira dai territori occupati. Tre anni dopo, la repubblica araba saharawi democratica, proclamata dal Fronte Polisario, viene riconosciuta dall'organizzazione dell'unità africana e il Marocco, per protesta, se ne dissocia. Nel 1991, dopo 15 anni di combattimenti, l'onu ottiene il cessate il fuoco tra Marocco e Polisario ed elabora un piano di pace che prevede l'indizione di un referendum di autodeterminazione. Il voto viene continuamente rimandato. Ancora oggi l'occupazione marocchina continua e gran parte dei Saharawi sono costretti a vivere da esuli nel deserto algerino.. Un muro lungo 2.700 chilometri taglia il Sahara occidentale da nord a sud, lasciando a ovest - sotto occupazione marocchina - 250mila Saharawi. La barriera, costruita negli anni ottanta dal Marocco per difendere la conquista territoriale, è disseminata di migliaia di mine antiuomo e sorvegliata da oltre 100mila militari. A est del muro si trovano altri 130mila rifugiati, che si sono insediati in territorio algerino o nella piccola striscia di terra controllata dai combattenti del movimento indipendentista, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria.

Isole Canarie

MAROCCO Frontiera fino al 1975

OCEANO AT L A N T I C O

El Ayoun

SAHARA O C C I D E N TA L E Dakhla

Tindouf

Muro

Campi profughi Saharawi

M A U R I TA N I A

Zona controllata dal Fronte Polisario

Minatu Lanabas Suidat, 25 anni, giornalista. «Sono nata nel campo profughi di el Aaiun, sono cresciuta nella tendopoli. Adoro il mio mestiere che mi permette di informare e formare le coscienze. Penso che la comunità internazionale abbia tradito il popolo saharawi. Le persone sono pronte a sacrificarsi per l’indipendenza. Ma mi auguro che si trovi una soluzione pacifica».

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societĂ Testo di Marisa Paolucci

tutti i charlie d’africa

la straGe Di pariGi non Ha intimiDito i viGnettisti africani


Dopo il 7 gennaio la libertà d’espressione e la satira sono diventate ancora più potenti. L’assalto terroristico al giornale satirico Charlie Hebdo, non ha permesso alle matite di Cabu, Charb, Wolinski, Tignous di continuare a disegnare, ma la punta di migliaia di matite affilate, solidali e irriducibili ha reagito da tutto il mondo. Il simbolo della libertà di espressione ha vinto sulla violenza. Anche l’Africa con le sue voci rischiosamente fuori dal coro ha risposto senza esitazioni. Numerosi i disegni apparsi sul web da tutto il continente, unanime la condanna senza alcuna barriera religiosa. Sono stati proprio i disegnatori musulmani a condannare l’attacco a Charlie Hebdo; Ali Dilem, vignettista algerino, conosce bene i rischi del suo mestiere eppure reagisce con forza come molti altri suoi colleghi. Il sudanese Khalid Albaih con la sua vignetta mostra come anche i musulmani sono vittime del terrorismo islamico. Scuola congolese La satira politica in Africa ha una storia lunga quanto pericolosa, in un continente dove, in gran parte degli Stati, il livello di analfabetismo è altissimo. La potenza della denuncia di un’ingiustizia con un “semplice” disegno rende la vita di un vignettista legata ad una sottile linea tracciata su un foglio bianco che può delimitare il confine tra la vita e la morte. Il loro coraggio li

L’assalto terroristico al giornale satirico francese ha spinto i disegnatori del continente − costretti a convivere con censure e intimidazioni − a moltiplicare gli sforzi per denunciare i soprusi, combattere il fanatismo e raccontare quella verità che rende liberi di osare ha resi eroi nei Paesi dove la libertà di stampa ha un valore accessorio. Proprio da uno di questi Paesi dove il concetto di libertà di stampa è ancora nebuloso appare in rete un invito. Si tratta del Centro Africano della Caricatura della Repubblica democratica del Congo: il suo direttore, Alain Mushabah, creatore del Festival internazionale della caricatura e dell’humour disegnato (KariKaFête), invita i fumettisti di tutto il mondo a inviare le loro vignette in Congo per creare una mostra itinerante in solidarietà con Charlie Hebdo e combattere l’oscurantismo fanatico. Il Centro africano della Caricatura è un’organizzazione indipendente di disegnatori e caricaturisti fondato nel 1991 con sede a Kinshasa ed ha collegamenti in tutte le province del Congo. Oggi collaborano con il Centro oltre 475 professionisti congolesi e africani. Si tratta di un centro riconosciuto a livello internazionale e il suo direttore è un raffinato equilibrista sulla sottile linea che divide le minacce dal rischio concreto della prigione, per i disegni pubblicati che superano il confine del “politicamente corretto”. Le minacce

in realtà sono state continue, dai tempi del regime di Mobutu ad oggi, con l’inossidabile Joseph Kabila al potere da 14 anni. «La censura qui non ha mai smesso di esistere», afferma Mushabah. «La satira politica, quella che denuncia la corruzione nelle istituzioni, è condannata dai governanti e dai potenti uomini d’affari. Recentemente alcuni nostri disegnatori di Kisangani

Gennaio 2015

hanno subito rappresaglie per le loro caricature di politici locali. Molti giornalisti sono in prigione oppure sono costretti a partire. Disegnatori e giornalisti devono indossare la museruola dell’autocensura se non vogliono correre rischi. Il Centro forma ogni anno una decina di vignettisti. Non è necessario saper leggere per comprendere un’ingiustizia. Anche per questo i disegnatori sati-

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importante, i disegnatori di Gbich! lavorano secondo la loro coscienza; se ritengono che un disegno possa gettare benzina sul fuoco e creare violenza, cercano di tenerne conto. Durante la guerra civile abbiamo scelto di usare le matite per stimolare la riconciliazione piuttosto che combattere i rappresentanti dei partiti. Nella redazione di Gbich! proviamo a svegliare le coscienze con il disegno e l’umorismo. Il vignettista ha il ruolo del giullare del re, critica ridendo e così contribuisce al cambiamento della società… ma proprio questo lo rende pericoloso». Vignette senza confini «Nonostante i fatti di Parigi non credo che l’Europa diventerà mai un pericolo per i disegnatori di satira politica», afferma Tayo Fatunla, nigeriano rifugiato politico in Gran Bretagna. «Io continuo a fare affermazioni audaci con i miei disegni. Coloro che non amano le vignette sono una minoranza e normalmente sono quelli che sono sta-

ti ridicolizzati. I fumettisti di Charlie Hebdo non sono morti invano. Hanno contribuito a rendere i fumettisti e i loro disegni più popolari che mai... Dobbiamo sapere come disegnare la linea. Un vignettista è anche un giornalista e, nell’etica del giornalismo, la libertà viene con la responsabilità. Sono andato via dalla Nigeria perché non potevo lavorare come avrei voluto. Tutti i contenuti “sensibili” sono sottoposti a

censura. Ci sono bravi disegnatori in Nigeria, ma si autocensurano per evitare la reazione del governo o di individui potenti e influenti. Per non avere problemi molti disegnano fumetti, poi via internet inviano disegni di satira politica in Europa per essere pubblicati là dove c’è libertà di espressione. Fanno vignette su Boko Haram e sulla politica inefficiente del governo e la rete permette loro di essere visti e letti».

▲ Sopra, una vignetta pubblicata dal giornale satirico Gbich! della Costa d’Avorio. Una quantità industriale di incoscienza e di coraggio ha permesso a molte pubblicazioni clandestine di continuare a pubblicare anche sotto i regimi più feroci A sinistra, una vignetta contro il potere militare divulgata da “L’Afrique Dessinée”, un’associazione internazionale di disegnatori africani che si batte per la libertà di espressione. Nella pagina precedente, il disegnatore congolese Serge Diantantu circondato da alcuni personaggi nati dalla sua matita.

CENTRAFRICA, TRAgEdIA A FUmETTI

Nella Repubblica Centrafricana da circa due anni si consuma una tragedia umanitaria ignorata dai grandi media. Le violenze tra cristiani e musulmani seguite alla crisi politico-militare cominciata nel marzo 2013 hanno provocato centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. Permangono tensioni e instabilità, malgrado la presenza di un contingente militare straniero (di cui fanno parte i paracadutisti italiani). A rompere il silenzio su questo dramma ci ha pensato Didier Kassaï (in arte D’Dikass), vignettista e caricaturista autodidatta,  40 anni, cristiano sposato con una musulmana, che sul suo profilo Facebook tiene una cronaca della vita quotidiana a Bangui, capitale del Centrafrica. Il suo racconto a puntate viene pubblicato anche su la Revue dessinée, un trimestrale che propone reportage sotto forma di fumetti. africa · numero 2 · 2015 53


societĂ testo di Susan Njanji - foto di Gianluigi Guercia/Afp

bare contro i ladri

in sUDafrica, le casse Da morto sono Usate come antifUrti


società testo e foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero

l’università africana del look


GHana, lezioni Di fascino femminile al beaUty colleGe Di accra

L’imprenditrice Grace Amey-obeng ha fondato un’accademia per aspiranti estetiste, truccatrici e parrucchiere. «È giunta l’ora − spiega − che le donne africane imparino a valorizzare la loro speciale bellezza» Grace Amey-Obeng è una signora di 55 anni che ne dimostra, a dir poco, dieci di meno. E non solo per merito dei trucchi del suo mestiere. La regina della cosmesi africana, gentilissima e dal sorriso smagliante, ci riceve accompagnata dalla figlia nel suo ufficio all’interno dell’FC Beauty College di Accra, la scuola da lei fondata per aspiranti estetiste, truccatrici, parrucchiere. Attiva da quindici anni, ha già formato oltre cinquemila professioniste del make-up e dell’hairstyle. Colori e fantasia «Le ragazze sono ormai un po’ la mia famiglia», racconta Grace con malcelato orgoglio mentre si avvia verso un’aula dove

terrà una lezione sull’uso dei cosmetici e il loro effetto sulla pelle. In altri saloni, decine di giovani apprendiste sono impegnate nella realizzazione di acconciature e trucchi sotto lo sguardo vigile delle loro insegnanti. Le ragazze sono elettrizzate all’idea di un fotografo che immortali le loro opere e si sbizzarriscono a creare forme e colori tra i più fantasiosi possibili. Nessun eccesso è bandito. Ciuffi di capelli finti biondo platino si ◀ ▼ Prove di trucco e lezioni

di cosmesi nella scuola di Accra fondata da Grace Amey-obeng, imprenditrice ghanese, che con la sua azienda "Forever Clair" fattura fino a 10 milioni di dollari l’anno vendendo prodotti studiati per le donne nere

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sovrappongono ad altri bordeaux, trecce viola si incrociano con altre color rame impreziosite da rose e collane di conchiglie. Sui volti, rossetti violenti e ombretti dai mille colori. In un’altra sala, le allieve dei corsi più avanzati sono impegnate nella realizzazione di trucchi teatrali con sangue gocciolante dal viso e piedi trasformati in sorta di zampe da lupo mannaro. Orgoglio ritrovato Ma Grace Amey-Obeng non è solo proprietaria, direttrice e insegnante del college. In compagnia del marito ha creato una linea di prodotti realizzati per le donne africane, che

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▼ ▶ Alcune allieve del Beauty College posano nell’atrio della scuola attorno alla direttrice in un elegante abito turchese. Nella pagina seguente, Grace Amey-obieng mentre tiene una lezione nella sua accademia

del proprio aspetto. Ho così iniziato a lavorare con loro. Andavo casa per casa proponendo la mia linea di prodotti studiata per le donne africane, che tenevano conto della pelle nera e del clima particolarmente umido dell’Africa occidentale».

e proprio problema sociale. Bisognava iniziare a educare la gente ad essere orgogliosa del colore della propria pelle. A non farsi condizionare dalle pubblicità che esaltano la bellezza di una pelle sempre più chiara», racconta Grace. «Sapevo che in Ghana non tutte le donne erano vittima di questi falsi miti, ma c’era anche chi si sentiva orgogliosa

esaltano la bellezza della pelle nera in contrasto con la moda che impone prodotti per sbiancare la pelle, tanto pericolosi per la salute. «I prodotti sbiancanti in vendita nei mercati hanno distrutto la pelle di migliaia di donne africane, e così ho visto la necessità di aiutarle a invertire il processo, che si stava trasformando in un vero

Affari e filantropia A chi le obietta che il nome dei suoi cosmeti-

SpeSa media iN dOLLari per i prOdOtti di beLLezza

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JOhANNESbURg, CORSI dI FAShION STyLIST

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A Johannesburg, capitale economica e culturale del Sudafrica, ha aperto da un paio di anni una scuola di alta specializzazione per estetisti, parrucchieri e truccatori africani. Si chiama Motions Academy ed è stata creata (non certo per scopi filantropici) dalla multinazionale Univeler, il colosso anglo-olandese proprietario di cinque grandi marchi della cosmesi. Ogni anno Motions Academy realizza corsi di formazione e aggiornamento per cinquemila professionisti della bellezza, provenienti da tutta l’Africa australe, che qui possono assistere a lezioni tenute da alcuni tra i migliori stylist del panorama mondiale, come Ursula Stephen, l’artefice del look della celebre pop star Rihanna. 58 africa · numero 2 · 2015


società testo di Karim Mansour - foto di Gianmarco Maraviglia/Echo

egitto spericolato

all’ombra Delle piramiDi i Giovani acrobati eGiziani sfiDano le leGGi Della fisica

A testo in giù, sfidando le leggi della fisica. Ahmed Gado, studente d’ingegneria di 23 anni, si esercita sul molo di Alessandria. Il parkour è una disciplina sportiva, ma anche uno stile di vita che punta a superare paure e difficoltà

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Al Cairo e ad Alessandria sta guadagnando popolarità il parkour, la disciplina sportiva che mira a superare qualsiasi ostacolo urbano. Così i figli della primavera araba inneggiano alla libertà con acrobazie e volteggi e salti spettacolari Gli ostacoli esistono per essere superati: è la filosofia del parkour, disciplina sportiva che punta a superare qualsiasi barriera architettonica, coniugando capacità fisiche e un pizzico di follia. Nato in Francia agli inizi degli anni Novanta, il parkour si è ben presto diffuso nelle aree metropolitane di tutto il mondo. È approdato

anche in Egitto, dove, in particolare al Cairo e ad Alessandria, città tra le più densamente popolate al mondo, ha trovato terreno fertile per svilupparsi. All’ombra delle piramidi sono fioriti in questi anni decine di gruppi giovanili che amano esibirsi in acrobazie e volteggi, corse e salti spettacolari. Ragazzi dal fisico atleti-

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società/SPORT testo di Valentina Milani - foto di Damiano Rossi

pugni nel buio

in UGanDa c’è Un pUGile non veDente cHe lotta per conqUistare le paralimpiaDi


ramadhan Bashir è diventato cieco quando era ragazzo a causa di una malattia. Ma non si è arreso e ha deciso di prendere a pugni il suo destino

L’East Coast Boxing Club è una delle palestre più popolate di Kampala. Alle sette del mattino è già in piena attività. Pugili di ogni età danno pugni ai due sacchi che penzolano flaccidi in mezzo alla sala, saltano corde sfilacciate e simulano combattimenti. Ramadhan Bashir è uno dei primi ad iniziare l’allenamento. Ha quarantaquattro anni, capelli corti, fisico prestante. Ed è completamente cieco. Sesto senso L’oscurità lo ha avvolto all’età di 26 anni, quando in pochi giorni una grave malattia ha spento i suoi occhi. Ma la cecità non gli ha impedito di praticare il suo sport preferito. «Ho sempre avuto una grande passione per il pugilato, non mi è risultato difficile fare a pugni contro la cecità», dice con un sorri-

so. «Da quando sono stato costretto a vivere nel buio, ho sviluppato gli altri sensi, in particolar modo l’udito: ascolto con attenzione i passi e il respiro dell’avversario. Ho imparato a captare ogni piccolo gesto. Sento muoversi l’aria, il sibilo che mi avverte del colpo in arrivo. Con gli anni sono diventato molto ricettivo: è come se avessi una sorta di “sesto senso”». Forza e sudore Oggi le sue imprese pugilistiche catturano l’attenzione dei media. Ma non è stato sempre così. Per poter indossare i guantoni, ha dovuto combattere contro i pregiudizi. Persino i suoi genitori volevano impedirgli di praticare la boxe: «La mamma e il papà consideravano il pugilato uno sport pericoloso, preferivano che facessi calcio. Ma io non ho mollato e ho

iniziato a fare il boxeur di nascosto», spiega Bashir. «Dopo essere diventato cieco, sono venuto all’East Boxing Club e ho chiesto a coach Hassan Khalil se potevo allenarmi lo stesso. Il mister ha acconsentito con entusiasmo e mi ha fatto iniziare subito il training». «Per tenermi in forma mi alleno ogni giorno. Inizio presto, dopo aver pregato alla moschea», racconta. «Corro un’ora assieme a un amico, che mi guida con la sua voce. Poi mi cimento con corde, sacco e addominali». Il training prevede spesso la simulazione di un combattimento. «Il mio coach benda a turno gli occhi di un altro pugile per imbastire dei match ad armi pari». A osservarlo mentre fa i suoi esercizi, c’è Muhammad Ali: la gigantografia del campione è appesa al muro. Ramadhan è benvoluto dai compagni ▲ ramadhan Bashir con il suo coach nella palestra di Naguru, quartiere povero di Kampala. I lettori di Africa interessati a sostenere i suoi sforzi possono prendere contatti con il fotografo rossi: damymivo@gmail.com ◀ Il pugile intervistato dalle nostre inviate. ramadhan, musulmano, è uomo rigoroso e pacifico, ma quando indossa i guantoni si trasforma in un’eccezionale macchina di combattimento

della palestra. «Mi hanno sempre incoraggiato», dice. «In particolare, i miei fratelli musulmani mi hanno fornito un preziosissimo aiuto economico». Nel nome dei figli Ramadhan Bashir ha sei figli e intende prendersi cura della sua famiglia. «Voglio promuovere il pugilato per ciechi e guadagnare abbastanza per assicurare ai miei figli una buona istruzione. Il mio motto è disability is not inability». L’obiettivo è arrivare alle Paralimpiadi: «Mi piacerebbe riunire tutti i pugili non vedenti ai Giochi paralimpici, anche i non professionisti. Sarebbe una grande occasione per farci conoscere». L’ostacolo più grande è la mancanza di sponsor. La federazione ugandese del pugilato finora non gli ha procurato nemmeno i duecento dollari necessari per iscriverlo ai Giochi di Pechino e Londra. Ora spera di approdare a Rio de Janeiro, nel 2016. Per il momento nessuno del governo si è fatto vivo per finanziare l’impresa. Ma Ramadhan Bashir è determinato a lottare. E per milioni di ciechi africani è già un eroe. (ha collaborato Irene Fornasiero) africa · numero 2 · 2015 69


società/CULTURA testo di Raffaele Panizza - foto di Marco Garofalo

«Ho scritto un libro per dispetto» intervista al Giovane scrittorerivelazione antonio DiKele Distefano

Lo scrittore ventiduenne fotografato a Milano. Ha ideato il marchio Amen (Africa Must unite Now), una serie di magliette di beneficenza che vuole realizzare per finanziare progetti in Kenya


società/RELIGIONI di Alberto Salza

animista a chi?

Un antropoloGo analizza il potere Della reliGione e il cUlto Dell’immateriale nell’africa nera

Mangiatore di fuoco della Costa d'Avorio. Il fuoco è un elemento presente di frequente nelle cerimonie religiose tradizionali Daniel Lainé/Luz


Come diceva il Mahatma Gandhi: «Dio non ha religione». Gli africani lo sanno da sempre e si dedicano pragmaticamente all’immateriale (musica, parola, poesia, socialità, danza), un concetto ignoto alla filosofia della contrapposizione tra materialismo (consumista e occidentale) e spiritualismo (religioso e orientale). Se l’immateriale avesse un mercato, gli africani sarebbero ricchi. Un dio distaccato Uno dei dogmi più diffusi e meno dimostrati è che gli africani (generalizzazione senza valore) siano animisti (parola senza significato). Dio è, lì come qui, creatore. La differenza è che gli africani la sanno più lunga: il loro Dio è atarassico – ovvero imperturbabile, impassibile. Dopo aver creato l’universo, Lui pensa ad altro e di noi non gliene importa nulla. «D’altra parte è Dio, mica un parente», mi disse un pastore nomade. Sono stati loro, gli uomini dei deserti, a inventare il monoteismo, ascetico come l’ambiente, esclusivista come il clan e, una volta sedentarizzato, pieno di rituali. «Sarà meglio che ce la caviamo da soli, tu e io. Altrimenti non ne usciamo da questa sabbia. Cammina», concluse. I nomadi non credono negli spiriti, ma in sé stessi; al massimo si concedono profeti e sognatori di futuro. D’altra parte, il grande Dio dei !Kung (boscimani del Kalahari), dall’impronunciabile

Che cosa sono i feticci? Che differenza c’è tra uno stregone e uno sciamano? Perché gli spiriti hanno tanto potere in Africa? Uno studioso cerca di fare chiarezza, smontando vecchi cliché e luoghi comuni

▼ Il suono forsennato dei tamburi anima in Benin una cerimonia vodù: la più antica religione al mondo

Bruno Zanzottera/Parallelozero

nome di #gao!na, si creò da sé dicendo: «Io sono uno sconosciuto, uno straniero. Nessuno può comandarmi. Io seguo la mia strada». Il potere degli spiriti In un suo modo tortuoso, però, il Dio d’Africa ha provveduto agli uomini, per lo meno a chi pratica l’agricoltura in lotta contro foreste pluviali e siccità devastanti: un mondo di paura ambientale. Si è inventato gli spiriti, quelli che ci spaventano con

il nome di vodun, ma che sono i gestori del cosmo. In sostanza, Dio crea. Poi lascia emanare da sé un cono di potenza (energia nel tempo) che discende verso l’Africa (noi la pensiamo diversamente e siamo pertanto esclusi). Questo livello spiritato si sofferma a una certa altezza dal mondo degli uomini. È popolato da entità che tendono a precipitare sulla Terra e sugli uomini come coni rovesci di energia: chi va nelle acque, chi sui monti o nelle nubi, chi

negli alberi e chi direttamente nei “Cavalli degli Dei”, le persone in trance delle cerimonie vodù. Ecco perché esistono i cosiddetti “feticci” (meglio: accumulatori di potenza). Per mezzo di oggetti “acchiappaspiriti”, quali ferri, corna, fori, punte (tutte in cima alla testa dei simulacri) e sostanze magiche di varia natura, riescono a catturare i vertici bassi dei coni degli dei minori e a portarli alle proprie dimensioni famigliari, di modo che possano ridiafrica · numero 2 · 2015 73


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a cura della redazione

oCCHIo ALL’ISLAM Vi ostinate a parlare di dialogo con l’islam, invitate ad accogliere i migranti musulmani che varcano le nostre frontiere, invocate una società multietnica e multiculturale. Ma più osservo il mondo islamico e più mi convinco che qualcosa in quel mondo non va per il verso giusto: cronica instabilità, regimi illiberali, guerre fratricide, mancato sviluppo, fanatismo religioso, odio viscerale contro l’Occidente. La vecchia Europa ha molti acciacchi e innegabili problemi. Ma i suoi valori e la sua identità andrebbero preservati. Gabriele Isoloni Lecco

MI SoNo PerSA QUALCoSA? Per Natale il mio fidanzato mi ha regalato l’abbonamento alla vostra rivista: è stato il pensiero più azzeccato che potesse fare. Domanda: come posso recuperare i vecchi numeri della rivista? Federica Ciapelli Bologna Gentile lettrice, può richiedere i vecchi numeri di Africa, ordinando ciò che desidera nella sezione “archivio” del sito di www.africarivista.it. Se ha pazienza, poi, da aprile potrà acquistare la nuova chiavetta usb con tutti i numeri di Africa, in formato pdf, dal 2008 fino ad oggi.

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BASTA PACIFISTI Sono stufa di un certo pacifismo asfittico. Da anni sento ripetere come un mantra che bisogna disarmare i nostri Paesi, rinunciare agli eserciti e all’uso della forza. Ma tutti questi benpensanti, che vivono in case sicure e ben protette, dovrebbero spiegare come facciamo a difendere le migliaia di donne, uomini e bambini vittime dei jihadisti in Nigeria, in Somalia, in Iraq, in Siria, in Centrafrica... Non possiamo celebrare i nostri partigiani (che impugnarono le armi contro l’occupazione nazifascista per regalarci la democrazia) e poi pretendere di fermare il terrorismo con le bandiere arcobaleno. Michela Tartaglia Macerata IL ProSSIMo WorKSHoP? Sono un vostro fedele abbonato. Purtroppo mi sono perso la scorsa edizione del workshop “Dialoghi sull’Africa” che organizzate ogni anno a Milano: mi trovavo all’estero per lavoro. Ma quest’anno non voglio mancare. Sapete già quando si svolgerà? Attilio Besana, Milano La quinta edizione di “Dialoghi sull’Africa” si svolgerà a Milano il weekend del 21 e 22 novembre 2015. Presto pubblicheremo – sulla rivista e sul sito internet – il programma e l’elenco dei relatori. Le iscrizioni saranno aperte dal mese di aprile.

FIGLI DI UN DIo MINore? Duemila persone trucidate in Nigeria dai terroristi di Boko Haram. Centinaia di persone rimaste vittime di alluvioni in Malawi e Mozambico. Decine di civili ammazzati in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Leggo ogni giorno le notizie sul vostro sito. Ma perché la tv non ne parla? Gli africani sono forse figli di un dio minore? Bruno Antelao, Trento VoLoNTArIATo IN AFrICA Sono una studentessa universitaria e la prossima estate mi piacerebbe fare un’esperienza di volontario o un viaggio di conoscenza in Africa. Potete segnalarmi delle opportunità? Grazie. Cristina Antonacci, Cremona L’associazione Africa Oggi propone dei campi di volontariato nel mese di agosto a sostegno dei missionari che operano in Kenya. www. africaoggi.it. L’ong Amani organizza campi di incontro estivi presso le case di accoglienza per bambini di strada a Nairobi in Kenya e a Lusaka in Zambia: www. amaniforafrica.it. La onlus Overseas prepara viaggi di conoscenza in Senegal, Uganda e Burundi. www.overseas-onlus. org. Infine, per chi ama la natura, c’è la possibilità di vivere un’esperienza di volontariato ambientalista in Sudafrica, nella Selati Game Reserve, una magnifica riserva che ospita leoni, rinoceronti ed elefanti. www. leoafrica.org


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