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Profili il meccanismo dei sensi è un progetto AeBbook Realizzazione Anna Airoldi, Nicoletta Bontempi e Mary Pinzini Progetto e direzione grafica Wellcomm Communication - Giulio Castellazzo Ritratti Bob Krieger © Assistente fotografo Angelo Martella Coordinamento editoriale Tam Tam studio associato Hanno collaborato Barbara Frailis Fabrizio d’Azzeo Rosemary Ferrari Makeup & hair stylist

Camilla Accarrino Giuseppe Giarratana

Si ringrazia Elidia Arrigoni Roberto Covre

Anna Airoldi

Nicoletta Bontempi

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Corso Zanardelli, 52 - 25100 Brescia - Tel. 030.49300 www.tarantola.it email: editore@tarantola.it ISBN 978-88-95839-61-5 © Tutti i diritti riservati Il committente esonera espressamente l'editore da ogni e qualsiasi responsabilità discendente dagli scritti contenuti nel libro garantendo di tenerlo indenne da qualsiasi azione e danno che potrebbe a lui derivare per la pubblicazione del libro


Profili Il meccanismo dei sensi


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Il meccanismo dei sensi

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Ritratti di Bob Krieger Marco Serra Tarantola Editore


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Ho sempre guardato alla fotografia come a un’arte maggiore: essa, infatti, ci restituisce le immagini della realtà a partire da un punto di vista personalissimo qual è l’occhio del fotografo. Tutto ciò vale, in modo particolare, per i ritratti che portano la firma di Bob Krieger. In tanti anni di attività il maestro ha raccolto migliaia di scatti, immortalando i volti dei protagonisti della nostra epoca. È davvero una galleria di grande valore storico e artistico quella presentata in questo volume. Pagina dopo pagina, infatti, riconosciamo i personaggi celebri che hanno fatto grande la Lombardia e il nostro Paese. Per questa ragione questa raccolta è una testimonianza preziosa della voglia di fare bene così profondamente radicata tra la nostra gente. Con questi sentimenti rinnovo l’apprezzamento per le opere di Krieger esprimendo l’augurio che la conoscenza del suo lavoro possa avvicinare tante persone all’arte immortale della fotografia.

Roberto Formigoni Presidente Regione Lombardia


L’Impresa con l’Anima

Le imprese familiari hanno un ruolo essenziale in Italia e all’estero e non sono solo realtà che presidiano nicchie di mercato. A conferma di questa affermazione riporto dei dati rilevanti la cui fonte è l’autorevole Banca d’Italia. Nel giugno del 2005 le percentuali erano le seguenti: Germania e Regno Unito contavano rispettivamente il 60% e il 63,7% di imprese familiari, per non parlare della Spagna che arrivava al 75%; gli stessi Stati Uniti, per i quali la definizione di impresa familiare è più ampia, proprio come avviene da noi, raggiungono l’89%. Di fronte a queste cifre credo che possa essere definitivamente sfatato il mito dell’impresa familiare come una tipologia a se stante che fa da contorno al grande apparato dell’industria canonica. Le imprese familiari sono presenti e protagoniste del mercato, ma ciò che le rende uniche è il fatto che esse si fondano sulla volontà di un imprenditore che vuol costruire qualcosa che vada al di là del lavoro, un progetto di vita che racchiude al suo interno una storia vera e personale, quella di una famiglia. Proprio per questo mi sento di dire che a differenza delle altre aziende le imprese familiari sono dotate di una qualità e di una linfa vitale che le altre non possiedono: l’anima. Avere un’anima però non sempre basta. Per essere leader su un mercato internazionale ed imporsi a livello globale le imprese familiari italiane hanno bisogno di crescere, perché sono ancora troppo piccole dal punto di vista strutturale ed organizzativo, deboli dal punto di vista economico e la maggior parte non tecnologizzate come dovrebbero. Per la crescita è indispensabile una fitta rete collaborativa fra azioni del governo, che dovrebbero sostenere economicamente le industrie più piccole, e le banche, che troppo spesso si limitano ad un rapporto di fornitura e non di partnership. Sostenere l’imprenditoria made in Italy, in particolar modo quella a carattere familiare, vuol dire avere una sicura risposta nei periodi di crisi. Le imprese familiari infatti costituiscono la fonte di maggior risorsa negli anni di recessione, perché, abituate come sono ai cambi generazionali, possiedono capacità di adattamento e di prontezza di risposta sicuramente più rapide e puntuali rispetto ad altre industrie. Ancora una volta sono i fatti a parlare. La crisi ha reso chiaro che le imprese familiari hanno reagito senza ripiegamenti e si sono rimboccate le maniche per affrontare le difficoltà e continuare le proprie attività; soprattutto grazie alla loro solidità e al loro essere radicate nel territorio. Vorrei ora sottolineare i punti cardine che un’impresa familiare dovrebbe tenere ben presente e perseguire per emergere e

diventare competitiva su scala internazionale. Governance è il primo. Vuol dire consapevolezza, ovvero capacità di aprirsi, rendersi leggibile e farsi apprezzare. Soltanto così si troverà il giusto equilibrio fra esigenze di crescita e di controllo, ma soprattutto sarà più semplice trovare finanziamenti per crescere. Il secondo punto è il management, che consiste nella capacità di saper organizzare la propria attività. È la sfida della delega. Bisogna essere in grado di designare manager che sappiano conciliare le logiche di funzionamento dell’azienda con il rispetto del ruolo della famiglia. Troppo spesso infatti i manager guardano solo ad una componente, l’azienda, perdendo di vista quello che ne è il contenuto e il contorno. Di seguito sottolineo l’importanza vitale dell’internazionalizzazione. Se si è piccoli e soli non si va da nessuna parte. L’internazionalizzazione è un processo indispensabile e quanto più si radica tanto più richiede una gestione di squadra. Se si volge lo sguardo aziendale non più alla nazione ma al mercato globale allora sarà subito comprensibile l’esigenza di partnership o alleanze, ma soprattutto di innovazione. Capire le dinamiche e le necessità di un mercato allargato e sempre più veloce richiede costante ricerca e miglioramenti tecnologici. In questo caso non si tratta di costi, ma di investimenti e ci tengo a ribadirlo. Negli ultimi anni, fortunatamente, con il crescere della concorrenza molte imprese hanno deciso di investire nella ricerca che direi essere la risorsa più preziosa di un’azienda e addirittura di una nazione. A fianco della ricerca sta un’altra risorsa fondamentale, che spesso le aziende vedono invece come un vincolo: l’ambiente. Lo sviluppo industriale non può prescindere dalla compatibilità con l’ambiente, aspetto che si fonda sul rispetto e sull’attenzione. Conoscere il proprio territorio permette di muoversi con agilità e prontezza, oltre a permettere la raccolta di finanziamenti provinciali o ragionali e la fornitura di risorse che dal territorio stesso provengono. Ovviamente questi studi ecocompatibili e le relative innovazioni sono costose e difficili, ma nei risultati a lungo termine ripagano appieno gli sforzi e gli investimenti. Ho lasciato volutamente per ultimo il passaggio generazionale non perché abbia meno importanza degli altri, ma al contrario, proprio perché è la chiave di lettura di tutte le imprese familiari di successo. A chi guida l’impresa chiedo di abbandonare quel timore che risiede nella possibilità di perdere un sogno e di concentrarsi sul trasmettere i valori, l’identità e soprattutto la storia della famiglia a chi dovrà succedergli. Proprio per questo è fondamentale valutare i giovani sepa-


randoci dal coinvolgimento affettivo e indirizzarli senza però sostituirci a loro. Noi siamo il mezzo, l’impresa è il fine: non viceversa. Tra passato e futuro esiste una continuità, che sta nei valori, nella gestione, nel modo di essere e fare impresa, e questa è l’arma vincente per contrastare la discontinuità dettata dal mercato. Spesso, ed è innegabile, i successi di un’impresa familiare avvengono proprio nel passaggio generazionale. Questo accade perché i veterani hanno avuto la lungimiranza di preparare il campo ai successori che, formati adeguatamente, riescono ad assumere il comando delle imprese con facilità e prontezza, rispondendo così con anticipo ai cambiamenti del mercato. Si può quindi intuire in che modo e con che profondità l’impresa familiare sia un gioco di squadra. Una squadra che non si esaurisce all’interno delle mura di casa, ma che si allarga ai collaboratori con i quali i rapporti devono essere di reciproca stima e fiducia. L’azienda, per quanto scontata e banale possa sembrare la frase, deve essere una grande famiglia, all’interno della quale ognuno deve avere consapevolezza del proprio ruolo e di questo deve sentirsi investito. Soltanto così l’intero team perseguirà la strada migliore e lavorerà con forza e sacrificio alla mission.

Concludo soffermandomi sull’importanza della responsabilità sociale delle imprese familiari. Esse infatti contribuiscono alla diffusione e alla crescita di una cultura nazionale che deve farsi promotrice di valori sani e di nuove leve specializzate che in Italia certo non mancano, ma che non vengono rese partecipi delle attività industriali quanto all’estero. La responsabilità sociale di un’impresa familiare è un ulteriore valore aggiunto perché esprime un rapporto trasparente e di collaborazione con i diversi stakeholders e offre un reale contributo alla crescita di una società civile. La convinzione che il ruolo di imprenditore non si esaurisca all’interno dell’impresa è e deve essere un punto di forza per l’impresa stessa e non bisogna mai dimenticarlo. Mi prendo la libertà infine di dare un ultimo consiglio che potrebbe suonare come un paradosso. Per sfatare tutti i luoghi comuni e i pregiudizi che ancora, purtroppo, vivono attorno alle imprese familiari bisognerebbe “sfamiliarizzarsi”. È un atto di modernità necessario per guardare con ottimismo e con realismo al futuro. Diana Bracco

Diana Bracco si è laureata in chimica all’Università di Pavia, dove nel 2001 ha ricevuto anche la Laurea Honoris Causa in Farmacia. Nel 2004 l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma le ha conferito la Laurea Honoris Causa in medicina. Diana Bracco è Presidente e Amministratore delegato di Bracco, Gruppo multinazionale che opera nel settore della salute con un fatturato di circa 960 milioni di euro, di cui oltre il 65% sui mercati esteri e circa 2800 dipendenti. Seguendo le tradizioni familiari, Diana Bracco ha ricoperto numerosi incarichi nel sistema associativo: è stata nominata nel 2003 Presidente di Federchimica e nel giugno 2005 Presidente di Assolombarda. Da maggio 2008 ha assunto l’incarico di Presidente Progetto Speciale “Ricerca&Innovazione e Expo 2015” di Confindustria, dove è anche componente del Comitato di Presidenza e del Consiglio Direttivo. È Vice Presidente della Camera di Commercio di Milano, Presidente di Expo 2015 SpA, membro del Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi di Milano, e del Cda del Sole 24 Ore. Dal luglio 2007 è Presidente della Fondazione Sodalitas per lo sviluppo dell’imprenditoria nel sociale, dopo esserne stata alla guida dal 1995 al 2001. Inoltre è Presidente della Fondazione Mai di Confindustria per la ricerca e, dal 2008, è membro del Consiglio di Amministrazione della Filarmonica della Scala di Milano. Cavaliere del Lavoro dal 2002, ha ricevuto l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e nel 2004 è stata insignita dell’onorificenza “al merito della Repubblica” di Cavaliere di Gran Croce.


Impresa Famiglia: Gratuità e Vitalità Uno dei compiti della buona politica consiste nel farsi carico della famiglia in quanto nucleo fondante e risorsa attiva della società. Un compito, questo, che naturalmente non va inteso come intromissione dei poteri pubblici in ambito privato. Si tratta, semmai, di rispondere, con un approccio sussidiario, alle attese delle famiglie, valorizzando, in tal modo, anche il loro specifico apporto alla costruzione del bene comune. La famiglia, infatti, non è soltanto un microcosmo di relazioni e interessi avulsi dal contesto che la precede e nel quale si trova. Non è una monade privata inserita in un più vasto e totalizzante “organismo pubblico” statuale, ma è essa stessa un attore sociale originario dotato di un insostituibile e costitutivo carattere pubblico. La nostra Costituzione riconosce e sottolinea nitidamente questo aspetto basilare già nel suo secondo articolo. Le grandi trasformazioni che investono il nostro tempo non rendono meno attuale questo aspetto dell’impegno politico, ma confermano e rafforzano la necessità di adempiervi senza lesinare sforzi. L’accresciuta mobilità delle persone, i cambiamenti demografici in corso, la mutazione in senso multiculturale e multietnico delle nostre comunità, infatti, richiedono realtà familiari forti e quindi sufficientemente aperte per costruire quella “convivialità delle differenze” senza la quale non vi potrà essere autentica e libera coesione sociale. È innanzitutto nelle famiglie che nascono e crescono le nuove generazioni ed è primariamente al loro interno che generi e generazioni si connettono e interagiscono tra loro. In questo senso, non è retorico affermare che il presente delle famiglie è già, in qualche modo, un “futuro in atto”. Proprio nella compresenza della dimensione affettiva privata e di quella pro-sociale pubblica; nella loro feconda interazione sta la forza di questa istituzione naturale. Una prossimità a quanto di più intimo e profondo si trova nelle persone che, come testimonia la storia delle civiltà, le ha consentito di attraversare epoche anche molto difficili senza cessare di rappresentare un riferimento essenziale per gli esseri umani. Da questo punto di vista, è fonte di stupore e soprattutto di speranza constatare come, dopo decenni di denigrazioni e di attacchi spesso feroci, nei tanti sondaggi effettuati a vario titolo, la famiglia si ritrovi sempre al vertice dei valori riconosciuti come fondamentali dalla grande maggioranza degli intervistati. In particolare, nel nostro Paese, si registra una relativa tenuta della famiglia rispetto a quanto accade in altri contesti e

tutto ciò ha un significativo riscontro anche nel fondamentale contributo garantito dalle famiglie, e in particolare dalle donne, alla efficacia del nostro sistema di welfare. Penso, in primo luogo, al ruolo svolto quotidianamente dalle tante caregiver nella cura dei soggetti deboli (malati, disabili, anziani), ma anche al ruolo educativo esercitato nei confronti dei figli e, fatto tutt’altro che trascurabile specialmente in tempi di crisi, alla capacità dimostrata da tante donne di sapere sovrintendere con equilibrio del benessere economico delle famiglie. La storia di molte donne dimostra che tutto ciò non è inconciliabile con l’ottenimento di risultati importanti anche in ambito professionale. Ma proprio queste esperienze positive ci spronano a lavorare affinché questa stessa possibilità divenga sempre più accessibile per tutte le donne. E se questo obiettivo passa attraverso un ulteriore e progressivo cambiamento della cultura maschile nel modo di rapportarsi con le loro compagne, madri, sorelle, colleghe…è evidente che un ruolo strategico e importantissimo spetta proprio alle istituzioni politiche. Esse sono infatti chiamate, malgrado le molte difficoltà pratiche ed economiche a cui devono fare fronte, a elaborare a attuare politiche attive per conciliare esigenze familiari e lavorative. Tutto ciò, ne sono consapevole, significa un lavoro di miglioramento continuo sulla efficienza ed efficacia dei servizi. Un lavoro che non può essere svolto, questa è la mia positiva esperienza di tutti i giorni, senza una stretta collaborazione con le organizzazioni della società civile e senza un continuo dialogo con le famiglie. Occorre perciò superare la visione di una famiglia relegata sempre più nel privato per riscoprire il suo essere snodo cruciale tra persona e società. Solo così, tra l’altro, si può comprendere l’incidenza che ogni mutamento dell’idea di famiglia può assumere in ordine alla concezione che la società ha di se stessa. Come è stato notato da autorevoli costituzionalisti, infatti, nella famiglia v’è un sovrappiù di stabilità e di dichiarato impegno nei confronti della società che merita di essere valorizzato. Se il futuro non è una cosa staccata dall’oggi, così come la famiglia è parte integrante del tempo in cui viviamo, discutere di politiche per la famiglia significa innanzitutto interrogarsi su quale visione strategica abbiamo della società e del suo avvenire. Per questa ragione ritengo che la politica, e l’apparato amministrativo che la sostiene, non debbano porsi in modo eccessivamente rigido e burocratico. Nella costruzione del


quotidiano si deve tenere conto della vitalità della società e del suo non essere uguali a se stessa. Esiste, poi, il concetto di “famiglia impresa”: è il progetto economico, il progetto complessivo, cui compartecipano genitori e figli. Se consideriamo la famiglia come un’impresa, infatti, esiste una sua collocazione nel contesto economico, rispetto alle attività che si svolgono. Perché la famiglia è, senza dubbio, anche l’insieme di quanto ciascuno dei componenti dona. La famiglia è gratuità. Nel costruire un progetto di vita insieme, in una famiglia è necessario partire dal concetto di gratuità: si rinuncia a qualcosa in funzione di un’altra persona e ci si trova ad

affrontare situazioni che non possono essere programmate. Gratuità, quindi, ma anche vitalità. In questo senso le politiche per la famiglia devono essere fatte insieme alle famiglie e all’associazionismo familiare. Deve esserci relazione e collaborazione tra queste realtà e le istituzioni, perché le istanze che provengono dalla società possano essere tradotte in progettualità, in attività e in norme dalla politica. Posso ritenermi particolarmente privilegiata del fatto di poter vivere la mia duplice veste di amministratore di una grande città e di madre e moglie e farlo da un osservatorio privilegiato. Mariolina Moioli

Mariolina Moioli nasce a Civitade al Piano nel 1947. Si laurea in lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e subito inizia la sua professione di docente di Scuola Media. Contemporaneamente, a partire dal 1970, ricopre molteplici incarichi nella pubblica amministrazione: è Assessore al bilancio, servizi sociali e cultura del Comune di Civitade al Piano; Membro del Comitato di gestione dell’USSL di Romano di Lombardia; Assessore provinciale ai Servizi Socio-Sanitari e per le problematiche femminili nella Provincia di Bergamo. Nella XI Legislatura è Deputato al parlamento italiano, nonché Membro della V Commissione della camera dei Deputati. Dal 1994 al 1996 è Deputato al Parlamento Italiano - XII Legislatura - e Membro della V Commissione della Camera dei Deputati, nonché Vice Presidente del Gruppo CCD-CDU sempre alla Camera dei Deputati. Nel 2002 diventa Direttore Generale per lo studente al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca guidato da Letizia Moratti ricoprendo l’incarico fino alla fine della legislatura. Dal giugno 2006 è Assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali del Comune di Milano.


Il Meccanismo dei Sensi prefazione

C’era una famiglia di contadini che non poteva permettersi di pagare gli studi al figlio. I genitori decisero così di fargli imparare un mestiere mandandolo a bottega da un maestro intagliatore di giada che utilizzava un metodo singolare, la consegna quotidiana nelle mani dell’alunno di un pezzo di giada. Trascorse molto tempo e i due contadini chiesero al maestro quanto ancora ce ne volesse prima che il figlio fosse in grado di scolpire e dunque di guadagnare, poiché i loro soldi erano sempre meno. Il maestro rispose “siete liberi di ritirare il bambino, se volete, ma non è pronto ed io insegno solo così”. I due contadini si convinsero e lasciarono lì il figlio. Il fatto si ripeté una volta, due volte, tre volte, finché un giorno l’alunno, ricevuta nelle mani la solita pietra disse: questa non è giada. Da quel momento incominciò a scolpire con il consenso del maestro. Ringraziamo la persona che nel corso di un’intervista realizzata per il libro, ci ha raccontato questa storia evocatrice di un mondo, quello orientale, dove i sensi e le sensibilità sono alimentati ed educati, a testimonianza di un concetto di crescita e di fatica del tutto originale, legato al saper cogliere l’essenza delle cose attraverso l’applicazione dei soli sensi, messi a disposizione, inconsciamente e senza pregiudizi, di un progetto finale. I cinque sensi sono le finestre che utilizziamo per raccogliere informazioni dal mondo esterno, interagiscono tra loro e con tutto l’organismo, producendo un sofisticato meccanismo per la raccolta di dati da inviare al cervello. Quanto e come possono aver contributo alla creazione del Dna d’impresa? Quanto è filtrato attraverso queste finestre dei rumori, dei profumi, dei sapori respirati tra le mura dell’azienda di famiglia, radicandosi nel profondo e guidando, più o meno involontariamente, la scelta di restare nell’impresa di famiglia, dove, come scrive Mariolina Moioli, il presente è già, in qualche modo, un “futuro in atto” o di crearne altre ad essa ispirate? Le donne e gli uomini che fanno parte di quelle che Diana Bracco definisce le imprese con l’anima, mirabilmente colta dagli scatti di Bob Krieger, hanno risposto testimoniando con i loro ricordi familiari e aziendali la voglia di fare bene così profondamente radicata tra la nostra gente, come ha scritto nell’introduzione il Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. AeBbook


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Sesto

Ildi passi sestoone,sensosensoL’unidelonela tilradidomanizione: eun curiidealosietà puntpero d’present incontreo efrafutpassat o , u ro per un sentguidia,mentsempre. o che ti fa da

Fare proprie le cose Illeggeresesto lsenso è e persone, ianche nterpretquelareli i segnali, desiderare nonimpercetverbaltibiili. e siotnteoneread


senso Ilchemièo sestriuscio tasensoa traèsmetla teforza Credere rmi isognin concretissimi miricochezza padre,delgenerat a dal l ’ e nor m e l a sua l u nga esperienza!

Senso di responsabilità

Senso della natura

Lala curicuriosiositàtà, ecuriancora l a osità.


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Ritratti di Bob Krieger


Profili Airoldi

Francesco, Anna, Francesca, Alessandra Airoldi - Brescia Airoldi è un marchio sinonimo di stile e del Made in Italy in tutto il mondo, ricercato, sofisticato ed inconfondibile. Un posizionamento maturato in trent’anni di accurate strategie, ma anche scelte coraggiose che hanno portato l’azienda a degli ottimi livelli nel contesto del fashion in Italia. La griffe non firma solo linee esclusive di gioielli in argento - must dell’azienda - ma anche tutto ciò che fa moda e tendenza per il mondo femminile.

Vista

Francesco il bracciale a piastra. Uno dei primi oggetti che realizzai. Anna mia madre che si agghindava. Collane, orologi, orecchini, anelli, bracciali…quanto avrei voluto indossarli anch’io.

Udito

Francesco ma cosa vuoi fare? Dove pensi di andare? Era il ritornello quotidiano dei miei. Io però ce l’ho fatta. Anna dove c’è una piazza c’è una chiesa dove c’è una chiesa c’è una gioielleria. Mio marito me lo ripeteva sempre, io lo ascoltavo e il gioco era fatto. Trovato il cliente!

Tatto

Francesco il contatto con l’argento. Anna giocare con le pietre preziose. Mi divertivo a metterle insieme a caso, a seconda del mio gusto.

Olfatto

Francesco il vino. È come se respirassi i miei valori, la terra, gli odori di campagna. Mi riporta alle origini. Anna il fiuto per gli affari, per le tendenze.

Gusto

Francesco il gusto di fare. Circondarsi di persone, amici, collaboratori e fare qualcosa di concreto ogni giorno. Anna il gusto di riuscire. Riuscire a convincere gli altri trasmettendo quello che sono io, la mia personalità, la storia della nostra azienda e del nostro lavoro.

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Il Mondo con gli Orecchini

Il mondo con l’orecchino, o meglio tutte le donne del mondo con addosso un gioiello Airoldi. Neanche la grande mademoiselle, che con la sua sbalorditiva audacia ha sdoganato i bijoux, aveva osato tanto. Invece la famiglia Airoldi, Anna più di tutti, lo immagina, lo sogna e chissà… ANNA Moglie, mamma, socia. Qual è il senso che più la rappresenta? La vista. Vedere Francesco maneggiare questi gioielli mi ha letteralmente fatto innamorare di lui. Scherzo, ma non troppo perché anche da piccola ho sempre amato i bijoux. Orecchini, bracciali, collane, spille tutto ciò che luccicava mi affascinava. Si ricorda il primo oggetto che le regalò Francesco? Una fedina d’argento lucida completamente liscia. A lui piacciono molto le geometrie semplici e le superfici piatte. Allora andava molto di moda. Quindi è nata con i bijoux. Direi proprio di sì. Quando vedevo mia madre prepararsi, pettinarsi, agghindarsi con gioielli, orologi, orecchini… sognavo ad occhi aperti. Cercavo di imitarla ogni giorno. Giocava a fare la signora. Questo era più un passatempo, il gioco che preferivo era vendere. Vendevo frutta finta, verdura, gioielli, di tutto. L’importante era vendere. Ai bijoux è molto connesso anche il tatto. Senz’altro. Diciamo però che l’ho sviluppato sul posto. In che modo? Io accompagnavo ogni sabato mio marito a Vicenza per seguire le produzioni e gli acquisti. Mentre lui trattava con i commercianti io mi perdevo a giocare

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con l’argento. Immergevo le mani e le sentivo come catturate da questi grani preziosi. E coi gioielli? Ah mi divertivo moltissimo. Prendevo diversi tipi di pietre e li mettevo insieme. Senza rendermene conto creavo dei piccoli gioielli e alla fine dicevo “ma guarda che carino questo bracciale.” È da lì che ha capito la sua vocazione all’impresa? Sì, ho stressato Francesco fino a quando si è convinto a farmi lavorare ed essendo la mia vera indole quella della commerciante mi sono incamminata su quella strada… e quanta ne ho fatta guardando indietro, non solo in senso metaforico. Una venditrice deve rapportarsi molto con la gente, saper ascoltare, anche i buoni consigli. Il mio mentore è stato mio marito. Agli inizi, quando ancora i clienti erano pochi, bisognava andare di città in città e capire la tipologia degli abitanti, le loro esigenze, i loro gusti, quali fossero i punti vendita migliori. Prima di partire mio marito mi ripeteva sempre “dove c’è una piazza c’è una chiesa, dove c’è una chiesa c’è un negozio importante, un potenziale punto vendita. Trova la chiesa e il gioco è fatto”. Nelle sue risposte si assapora il gusto del fare. Amo il mio lavoro. Il gusto per me è riu-

scire a trasmettere le mie emozioni e la mia personalità, se con i clienti riesco in questo intento allora il successo è garantito. Il suo sesto senso? Vorrei vedere i miei orecchini su tutte le donne del mondo. Ma questo è un desiderio non il sesto senso. Davvero le piacerebbe? Non immagina quanto! Più seriamente scelgo il senso della continuità familiare ancora prima che aziendale. FRANCESCA Francesca, lei è cresciuta in un’azienda votata alla creazione del bello. Difficile


non sentirsi coinvolte. Io non impazzisco per la bigiotteria, ma da sempre adoro gli accessori. Anche da piccola quando vedevo i nostri prodotti mi sentivo attratta dalle borse, dalle sciarpe, dai cappelli perchè mi sembra rappresentino la personalità degli individui. Se chiude gli occhi qual è l’oggetto che per antonomasia la rappresenta? I foulard. Li ho sempre amati e li ricordo come un punto di inizio per la mia storia da creativa. Poi arriva tutto ciò che completa la mia visione della moda, l’accessorio appunto, e ultimamente anche l’abbigliamento. Lei è la creativa di famiglia. Ho fantasia e una passione innata per la creazione. Quando ho sentito di essere pronta ho chiesto ai miei genitori di lasciarmi provare ad inventare accessori con il nostro marchio, a dare corpo ad un’idea, l’Idea Airoldi appunto. Come nasce un accessorio, cosa guida il suo processo creativo? Cerco di mettere bene a fuoco l’idea che ho in testa, i tessuti, i colori, i materiali. Mi piace molto partire dalla materia prima e mano a mano lavorarla, plasmarla secondo il mio progetto. Mi da grande soddisfazione ed è anche un notevole impegno perché fare impresa creando dal nulla è una grande responsabilità. Che però ripaga. FRANCESCO Se le dico tatto qual è la prima sensazione che riaffiora alla mente? Per me il tatto è l’argento, il metallo argento, che è stato l’inizio del mio lavoro, ancora prima che Anna ed io facessimo “casa e bottega assieme” e di

conseguenza l’inizio dell’azienda. Tutto ruota attorno a questo metallo e al ricordo dei primi oggetti che commerciavo, bracciali, portachiavi, gli zodiaci… È un metallo che mi piace toccare e che ancora mi incanta per la sua duttilità davvero incredibile. Il primo oggetto? I bracciali con la piastra venduti in oreficeria. Siamo alla fine degli anni ‘60, inizio anni ‘70 quando l’acquisto di certi oggetti veniva prima di altri e il bracciale a piastra per fortuna rientrava tra questi. Me li ricordo sistemati sul rotolo nero con una precisione impeccabile, perfettamente lucidati. Ne andavo molto orgoglioso. Soprattutto di un bracciale tutto liscio con la maglia a grumèt, una sorta di continuazione aperta della piastra applicata al bracciale sulla quale ognuno poteva incidere il nome. A questi inizi associa anche un ricordo legato all’udito, una frase, un motto che la riporta al passato? Più che una frase ho un ricordo legato ai miei genitori, una sensazione di diffidenza prima e di stupore poi. Quasi un desiderio di distogliermi dal progetto perché, figlio di operai, non avrei potuto portarlo a termine o non sarei riuscito. Un desiderio di disincentivarmi legato forse più al non capire la strada intrapresa che alla mia persona. Veniamo all’olfatto, magari in senso lato. Se parliamo delle persone che mi sono state vicine, devo rendere omaggio ad Anna, mia moglie, perché penso di aver avuto fiuto nello sceglierla come mia compagna e che, in quanto a questo senso, lei ne sia fortemente provvista L’olfatto è anche protagonista di una delle sue passioni, il vino. Quello che mi affascina del vino è il profumo che evoca, quello della nostra terra. Mi sembra in qualche modo di tornare alle origini. A quella famiglia che non aveva nient’altro che valori e sapori. Vedere quel nettare buonissimo racchiuso in una bottiglia mi fa pensare a cosa fosse inizialmente: uva. Del vino, come di molte altre cose, amo valutare il percorso, il processo di preparazione, la storia che lo accompagna e la cura strepitosa che ne caratterizza la genesi. E poi il vino per me è sinonimo di compagnia, di amicizia, della condivisione. Da qui la strada verso il gusto è quasi già tracciata. Per rispondere prendo spunto da una domanda che spesso mi sento fare dagli amici, da chi mi vede dall’esterno e cioè

“chi te lo fa fare?” Rispondo che per me il gusto è il gusto del fare, del costruire con altre persone, del passare con esse più tempo possibile per portare a termine un progetto, che sia di lavoro o di relax e che addirittura vorrei poter riuscire a fare molto di più, amo vedere le mie giornate totalmente piene, al limite del complicato. Sesto senso? Forse il sesto senso non si addice ad un pragmatico come me. Credo che la riuscita che mi viene attribuita come imprenditore sia dovuta alle riflessioni che faccio prima di agire. Quando prendo una decisione penso…se faccio questa cosa quali saranno le conseguenze? Pensare al dopo senza lasciarmi sopraffare dagli entusiasmi iniziali o dall’impulsività. ALESSANDRA La linea giovane di casa Airoldi porta il suo nome, Alessandra Airoldi, e per crearla ha rivisitato il mondo classico del gioiello creando oggetti che rispecchiassero il suo modo di essere. Quando era piccola la casa era l’ufficio, cosa ricorda. Una grande stanza con una cassaforte verde che allora mi sembrava immensa, con le maniglie, le manopole, le combinazioni. Un posto segreto diventato un oggetto di arredo. Poi ricordo le valige e i miei genitori spesso fuori casa. Una frase? Dove sta scritto che bisogna fare le ferie e poi tu devi, tu devi, tu devi…..che fosse studiare, lavorare o dare l’esempio alle persone che ci sono vicine. Siamo cresciute con un forte senso del dovere, di rispetto del lavoro dei nostri genitori, sempre impegnate al massimo per non deludere le loro aspettative. Non semplice ma stimolante. Come si trasforma il senso del dovere nel piacere di fare? Accettando la sfida che ti viene lanciata. Ogni giorno una cosa nuova, il raggiungimento dello scopo e poi si volta pagina alla ricerca di altro. Stimolante e impegnativo. Tatto e olfatto. Non c’è un oggetto, anche se uso molto le mani, soprattutto per toccare le persone, cercando il contatto umano. Di quando ero piccola ricordo che volevo la mamma vicina, toccarla e sentire il suo profumo che ancora adesso mi spruzzo quando ne sento la mancanza. Il sesto senso? La lungimiranza, guardare in là, nel bene e

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Anzani Nino

Vista

la natura in cui è immersa l’azienda. Un legame strettissimo col territorio, un’ispirazione costante.

Udito

il ritmo della fabbrica, la sua voce. Un suono che ti accompagna, che diventa parte di te.

Tatto

la sensazione del legno. Sfiorare le superfici dei mobili con un gesto che sa riconoscerne la qualità.

Olfatto

gli aromi dei materiali grezzi, l’aria del laboratorio, le diverse essenze: fra ricordi e sensazioni, la passione per il lavoro.

Gusto

più che il senso, la sensibilità: il gusto per la bellezza. Un’attitudine particolare, tutta italiana, frutto della nostra cultura e del nostro passato.

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Poliform e Varenna - Inverigo Il gruppo Poliform e Varenna è oggi una realtà industriale tra le più significative del settore dell’arredamento internazionale. Protagonista di un’avventura imprenditoriale di grande successo, l’azienda ha fatto della continua ricerca della qualità la propria missione, rinnovando le proprie proposte per interpretare sempre al meglio gli stili di vita e i trend più contemporanei.

IlL’unisestoneo disensopassione, senso del l a t r adi z i o ne edomanicuri:osiuntà idperealeil puntpassato od’,incontpresentro frae esentfutimenturoo perche unti fa da guida, sempre.

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Il Progetto della Passione

Un’azienda familiare che è nata due generazioni fa e oggi è leader mondiale. Quali sono stati i cambiamenti che più ricorda? Ci sono stati molti cambiamenti dovuti all’evoluzione dei sistemi produttivi e della tecnologia. Paradossalmente però, mi viene più naturale pensare a ciò che non è cambiato in tutti questi anni, cioè la nostra concezione del lavoro come valore in sé, del fare una cosa – non importa che cosa – al meglio delle possibilità perchè quello è l’unico modo in cui può essere fatta. È il retaggio culturale che ci arriva dai nostri genitori, da questa terra. È con questi valori che all’inizio degli anni Settanta io, Alberto e Aldo Spinelli abbiamo iniziato a trasformare il laboratorio di famiglia, fondato nel 1942, in un’industria. Passammo dalla dimensione artigianale alla produzione su larga scala, ma sempre mantenendo questo “metodo della massima qualità”. Oggi siamo internazionali ed abbiamo un totale di 650 addetti, ma cerchiamo di stringere un rapporto personale con ognuno di loro. È necessario continuare a mantenere viva quella concezione del lavoro con cui noi siamo cresciuti, perchè quell’aria che si respirava nella vecchia bottega era un’esperienza formativa unica e noi cerchiamo di tramandarla, pur adattandoci ai ritmi dei nostri tempi. Ecco, una cosa che è cambiata molto sono i ritmi di lavoro. Le posso assicurare che oggi sono molto più veloci! Pensando alla sua formazione imprenditoriale quale senso le viene in mente? Sono fra quelli che pensano che l’olfatto sia il vero senso della memoria. È stupefacente come basti un profumo, a volte, per spalancare un ricordo. Per

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chi fa il nostro mestiere, l’aroma non può essere altro che quello del legno, forte, intenso, come lo respiravi appena entrato in bottega. Ho ancora dei ricordi molti vividi, i mobili più alti di me, i diversi tipi di legno ognuno con un proprio aroma particolare. Se ci pensa, non per niente usiamo la parola “essenza” come sinonimo di legno... E poi l’odore della verniciatura... Oggi le fabbriche sono diventati luoghi molto più razionali, ci sono regole ferree di pulizia. Niente più polveri, niente più segatura, quindi niente più dimensione olfattiva... Forse una componente romantica del nostro lavoro si è persa, o è semplicemente cambiata con i tempi. In ogni caso, questi ricordi sono ancora con me, me ne accorgo quando mi capita di trovarmi di nuovo immerso nell’aroma del legno e loro sono sempre lì, ad un passo dal riaffiorare. Anche il tatto non deve avere poca importanza in un’azienda come la vostra. Senza dubbio, la dimensione tattile è una componente fondamentale. Il gesto

che caratterizza tutti gli addetti ai lavori del nostro settore è la mano che sfiora una superficie, un’anta, un top. Lo trovo affascinante perchè è un gesto spontaneo, naturale, ma nello stesso tempo


rivela un’esperienza, una pratica che si acquisisce e si affina col tempo. Un altro “classico” del nostro settore sono i cassetti: da sempre, la perfezione dei movimenti di un cassetto è ritenuta indice della qualità globale del mobile. Certo, i tempi e le tecnologie sono cambiati, ma mi piace che continui ad esistere questo modo di “sentire” il mobile, nella sua dimensione più fisica. C’è un oggetto che rappresenta l’identità della famiglia e racconta un po’ la vostra storia? Penso che la nostra identità risieda

duti progetti estremamente importanti, che con il loro successo hanno contribuito alla nostra crescita. Dal nostro esordio, si sono succedute diverse concezioni dell’arredamento: noi le abbiamo sempre interpretate a modo nostro, cambiando, reinventandoci. La nostra forza sta proprio nella varietà, nell’eccezionale libertà stilistica che riusciamo a garantire al nostro pubblico. Se devo pensare ad una tipologia di prodotto, direi il sistema armadi. Un tipico esempio di progetto Poliform, che si evolve costantemente nel tempo,

fermi. Mi accorgo perfino se ci sono problemi di produzione o se va tutto bene. È una sensibilità che unisce tutti noi “abitanti delle fabbriche”. Ho lasciato volutamente per ultimo il gusto, perché credo non sia semplice coniugarlo ad un’impresa. In che cosa lo identifica? Mi permetta di giocare col doppio significato della parola e di risponderle: il gusto estetico, il senso della bellezza. Penso sia una sensibilità che, in quanto italiani, possediamo in misura particolare. È la nostra arma vincente: il successo

proprio nel continuo divenire, mutare, adattarci ai tempi e ai trend. Per questo non identifico Poliform con nessuna proposta in particolare anche se, ovviamente, negli anni si sono succe-

conservando la propria solidità ed affidabilità e acquisendo sempre nuove possibilità estetiche. Oggi è in grado di offrire una versatilità straordinaria. Un aneddoto legato alla vista che ricorda? Nel campo del design la dimensione visiva è preponderante, tuttavia vorrei risponderle pensando ai panorami della Brianza. È qui che si trovano tutte le nostre unità produttive. Abbiamo la fortuna di lavorare in una terra ancora ricca di verde, di terreni coltivati. Una vista che io trovo sempre stimolante e che, a quanto mi risulta, molti ci invidiano. Ricorda un rumore o una frase che viene tramandata di generazione in generazione e che ormai ha dentro di sé? È curioso che lei parli di rumori o frasi, perchè per me ha la valenza di entrambi: è il suono della fabbrica, la sua voce. Il ritmo dei macchinari. Ormai è entrato in simbiosi col mio corpo. Appena entro in azienda mi rendo conto di quali impianti sono in funzione e quali sono

del design italiano nel mondo lo dimostra. Ed è un patrimonio soggettivo, una qualità che non può essere riprodotta. Se dovesse trasmettere l’idea di azienda ai suoi figli attraverso un senso, quale sceglierebbe? Credo che l’unica strada sia rivolgersi alla pienezza di tutti i sensi, che io identifico con il cuore, la passione. È la motivazione più forte che conosca, l’unica che stimola ogni giorno ad andare avanti, a pormi nuovi obiettivi. Ai miei figli ho insegnato questo. Amate ciò che fate. Il suo sesto senso invece? Quello che le appartiene e da sempre la caratterizza? Ripensando a tutto quello di cui abbiamo parlato, direi che è un perfetto mix di passione, senso della tradizione, curiosità per il futuro. È con questi sentimenti che con i miei due soci continuiamo ad aggiungere, ogni giorno, un nuovo tassello alla storia della nostra azienda. È in questo modo che vorremmo proseguisse, anche quan-

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Belfiore Martina

RED&WHITE - Milano RED&WHITE s.r.l. è una società realizzata dai soci della cantina Tola con il compito di commercializzare e distribuire in forma esclusiva i propri prodotti. Il principale obbiettivo è la produzione di vini di qualità alla quale si dedica la massima cura all’intero processo produttivo. I vini provengono da uve altamente selezionate da vitigni autoctoni ed alloctoni. I processi innovativi di vinificazione, l’affinamento e la conservazione in “barriques” caratterizzano il processo di qualità generando “vini tipici” di spiccata personalità.

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Vista

il colore del rubino. Così forte, intenso, vivo… mi emoziona.

Olfatto

la vendemmia. Un’esplosione di profumi inebrianti.

Tatto

la sensibilità di saper trattare con i clienti.

Udito

il rumore dei macchinari. Un vero e proprio orologio che scandisce ogni passaggio della produzione.

Gusto

l’assaggio dei vini. Quanta fatica per imparare a distinguere un Merlòt da un Nero d’Avola!

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Io Ballo da Sola

Da ballerina dell’opera ad imprenditrice vinicola, come mai questa svolta? Ho cominciato quando ero ancora piccola e ho dedicato alla danza anima e corpo. Troppo per sostenere quei ritmi tutta la vita, almeno per me. Una vita troppo frenetica? Più che frenetica la vita del ballerino è sacrificata. A undici anni vivevo da sola in collegio e ho frequentato l’accademia per otto anni, fino al conseguimento del Diploma e poi della Laurea. Cresci in fretta, sei obbligata a farlo. Ti alleni sei ore al giorno come una vera professionista e fai spettacoli ogni mese. Non vedi i parenti per lunghi periodi e l’unica vita sociale che puoi permetterti è all’interno della scuola. A lungo andare è difficile rimanere in carreggiata, soprattutto quando ti fermi e pensi ai ragazzini della tua età che si divertono, che stanno crescendo, e tu invece a quattordici anni sei già matura. La Danza è stata al centro della mia vita fintantoché ho compiuto i miei venticinque anni. Così ha smesso? Sì. Mi ero prefissata un traguardo, diventare etoile. Dopo tanti anni di danza arriva il momento in cui pensi “o divento prima ballerina o faccio altro”. Non volevo sacrificare la mia vita per rimanere una ballerina di fila. Allora ho cambiato. Mio padre, che ha frequentato il conservatorio ed è molto legato al mondo dell’arte ha sofferto parecchio per questa mia decisione. Alla fine si è rassegnato e sono entrata nell’azienda di famiglia. Suo padre quindi l’ha sempre seguita da molto vicino. È stata ed è una figura molto importante della mia vita. Mi ha sostenuta e ha creduto in me, lasciandomi però i miei spazi e le mie libertà, sia in campo lavo-

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rativo che in campo affettivo, anche a costo di farmi commettere errori. Quelli però sono necessari per imparare. Un’ottima scuola a quanto pare. Dopo anni e anni di esperienza si acquisiscono capacità e professionalità che ti permettono di emergere. Mio padre non mi ha mai obbligata ad intraprendere questo tipo di attività, è stata una mia scelta. Nella strada che ha percorso per diventare l’imprenditrice che è, credo che i sensi l’abbiano aiutata in maniera sostanziale. Qual è il primo che le viene in mente? L’olfatto. Essendo la nostra un’azienda vitivinicola non potrebbe essere altrimenti. Una prassi fondamentale quando si degusta il vino infatti è proprio quella di sentirne il profumo, percepirne l’aroma, è una pratica importante e ci vogliono anni per diventare veri intenditori. Una sensazione olfattiva che le è rimasta particolarmente impressa da quando è entrata nell’azienda di suo padre? Il periodo della vendemmia, un’autentica esplosione di profumazioni. Nella produzione di vino oltre all’olfatto è importante anche l’aspetto visivo? Per me è determinante. Un vino deve raccontare una storia, parlare di una tradizione, ricordare una terra (Sici-

lia). Quindi all’atto di produrre una bottiglia bisogna avere queste immagini nitide nella mente per creare un vino eccellente che soltanto guardandolo evochi sensazioni e immaginari ben precisi. Vista e olfatto sono un connubio indissolubile. C’è un colore che suscita in lei particolari emozioni? Il colore del rubino. Intenso, forte, elegante. Altro senso determinante sarà senz’altro il gusto. Imprescindibile direi. Il ricordo più forte risale agli inizi del mio lavoro. Quando cercavo di imparare la differenza fra un Nero d’Avola, un Sirah ed un Merlòt. Il gusto ti permette di distinguere i diversi vini, cogliere le fragranze, godere della poesia del vino. E il tatto? Potrei interpretare il tatto come la giusta sensibilità per condurre in maniera proficua i rapporti sociali e professionali. Frasi o rumori del passato. Un ricordo? Se penso all’udito mi viene in mente il rumore dei macchinari dell’azienda. Ad ogni ora scandiscono determinati ritmi e producono un numero preciso di bottiglie. È come sentire il prodotto in costruzione, per poi assaporare l’effetto finale. Ha avuto il coraggio di abbandonare la danza e cimentarsi nel mondo dell’imprenditoria, è una donna sicuramente coraggiosa, qual è il suo sesto senso? La forza di volontà e di dimostrare che so camminare da sola. Nient’altro. Anche per questo ho creato la Red & White s.r.l. della quale sono totalmente responsabile. È un’impresa che nasce affiancando l’azienda di famiglia, ma totalmente distaccata. Voglio trasmettere in quest’azienda quello che ero e che sono:


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Bertoli Federico

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Finanza & Impresa - Roncadelle Finanza & Impresa S.r.l. nasce in seno ad un gruppo di società che si occupano di consulenza societaria in diversi ambiti, dalla valutazione di aziende e complessi aziendali alla gestione delle crisi d’impresa. Attualmente la società si occupa in via quasi esclusiva di Project origination - Fund raising - Project finance - Acquisition Finance Structured leasing Vista

osservare. È un altro modo di imparare, di capire le persone e il mondo. Osservare i linguaggi del corpo e le reazioni istintive della gente.

Udito

solo chi non fa niente non sbaglia mai… io ho fatto tanto ma non ho mai sbagliato!

Tatto

le penne. Scarabocchio, scrivo, disegno… solo così mi concentro.

Olfatto

il profumo della saldatura. Un’operazione difficile e non esente da rischi. Sapeva di fatica, sudore. Mi ricorda la passione per il lavoro.

Gusto

il gusto di scoprire cose nuove e porsi nuovi obiettivi e di raggiungerli quando nessuno prima di te ce l’aveva fatta.

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Verso Nuove Sfide I cinque sensi, inevitabilmente e spesso indirettamente, influenzano le nostre scelte. Mi trova pienamente d’accordo con lei. E le dico che il senso più stimolato e del quale non potrei mai fare a meno è l’udito. Come mai? Nel mio lavoro è assolutamente indispensabile. Noi non vendiamo un prodotto, vendiamo servizi. Capisce quindi quanto sia importante conoscere i clienti, saperli ascoltare, saper cogliere ogni desiderio o aspettativa. Le cose puoi toccarle, ma tocchi esteriorità; puoi vederle, ma ne vedi l’involucro, puoi annusarle, ma da questo ricavi poco o nulla… mentre se ascolti conosci. Perché ascoltare, anzi, saper ascoltare, è sinonimo di imparare, e imparare è basilare se si vuol crescere ogni giorno. Pensi che quando all’inizio lavoricchiavo per mia madre prestavo moltissima attenzione al suo relazionarsi con la clientela. Rimanevo di stucco per come riusciva a far aprire non il portafoglio, ma il cuore delle persone che aveva di fronte. Mia madre ha sempre cercato di conoscere e approfondire i rapporti con le persone senza puntare al guadagno, ma mossa da un’umanità e da una sensibilità grandiose. Negli anni ’80 la crisi non c’era, anzi, si respirava l’aria del boom economico. Quindi chi vendeva servizi non doveva far caso ai problemi economici, bensì ai problemi che abbiamo tutti, ricchi o poveri che siamo: i genitori malati, un amore che fa soffrire, l’incomprensione coi figli, la solitudine. Sono tutti problemi ben più gravi del denaro, perché determinano la tua vita, la tua esistenza. Lei ha ereditato questa sensibilità? Decisamente. Mi piace andare a fondo, curiosare. Uso questo termine che oggi

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ha un’accezione frivola proprio perché voglio sottolineare l’importanza dell’essere curiosi. Chiedere e chiedersi il perché dei fatti, degli accadimenti; voler conoscere tutte le realtà che ci circondano per aprirsi agli altri e comprenderli. Quindi io non posso prescindere dal prestare ascolto ad un mio cliente, dal volerlo spogliare dell’impalcatura per vederne la natura intima. Ascoltando ti rendi conto davvero di chi hai di fronte, lo smascheri se sei intelligente…chi impone la propria voce e basta è soltanto un ottuso. Restando sempre legati all’udito c’è una massima che ha fatto sua? Solo chi non fa niente non sbaglia mai… un motto che non ha bisogno di essere spiegato. Lei di cose ne ha fatte tante… Sì, ma non ho mai sbagliato. So che può sembrare un paradosso rispetto alla massima che ho appena citato, ma è così. E il mio non è un peccato di presunzione è la realtà. Nel momento in cui io propongo un’iniziativa o presento un progetto risolutivo mi baso sui dati precisi e sicuri che ho in quel preciso momento. Decidendo le azioni finanziarie su queste basi può

capire come le mie scelte siano sempre oculate e corrette, le migliori possibili con i dati a disposizione. Certo col senno di poi, facendo un po’ di dietrologia potrei pensare che avrei potuto fare diversamente alcune cose o prendere altre strade, ma non con le informazioni di cui disponevo nel momento in cui ho scelto. Ma la dietrologia serve a ben poco ed io credo di non aver mai sbagliato, anzi, ne sono sicuro. Che posto occupa la vista nella sua filosofia dell’imparare? Vedere è un altro modo di percepire le persone. Vedere vuol dire anche osservare, che richiede un grado di sensibilità e attenzione maggiore del semplice gesto del vedere. Non a caso si dice guardarsi intorno e in questa frase ci sono molte verità. La prima è che osservare è indispensabile. La seconda è che non basta osservare quello che ci sta davanti, ma dobbiamo osservare il mondo e le persone a 360°. Ultima verità ma non meno importante, saper mettere in relazione ciò che si vede con quel che già si conosce. Soltanto così si arriva a fondo delle cose. Considerando il termine in senso lato,


per un imprenditore giovane come lei, il gusto cosa rappresenta? Come dicono certe persone io potrei essere un grande imprenditore ma sarei un pessimo manager. Questo perché il manager si occupa verosimilmente delle stesse dinamiche di lavoro, delle stesse procedure, di portare avanti un prodotto o servizio e di sostenerlo nel mercato. Quando faccio mia una cosa, quando la assimilo e riesco a replicarla con estrema semplicità allora mi pervade un senso di noia distruttivo. Ho bisogno di confrontarmi spesso con nuovi impegni, nuove fatiche, nuovi progetti per avere sempre fonti di energia e stimoli diversi. Soprattutto mi entusiasmano le nuove sfide. Ecco il mio gusto, il gusto di andare alla ricerca di qualcosa di nuovo, di mai visto o mai fatto. Quando tutti attorno a te dicono non puoi farcela è una pazzia…o quando ti chiedi… finora nessuno ce l’ha fatta, io come farò? Così lavori duro, sudi e combatti fino raggiungere il tanto ambito traguardo... E allora pensi Sì, io ce l’ho fatta. Sono stato il primo. Ho superato perfino me stesso, le mie stesse aspettative. Potremmo definirlo sapore del successo? Sì, ammesso che non si parli di successo economico. Non sono particolarmente legato al denaro, tutt’altro. Quando parlo di successo è sempre qualcosa di personale, che appartiene a me, alle energie spese, alla fatica fatta. È una sensazione che nasce dentro, qualcosa che assapori col cuore e con la gioia. Il mio più grande successo è stato mettermi in proprio con il mio socio e buttarci a capofitto in un mercato nel quale nessuno ci dava speranze di sopravvivenza. Questa per me è la descrizione del gusto! Veniamo al tatto. Le svelo che sono affetto da un piccolo disturbo ossessivo compulsivo della scrittura. Quindi scrivo sempre. O meglio, mi trova sempre con una penna in mano: scarabocchio, disegno, pasticcio su foglietti di carta. Tutto questo aumenta la mia concentrazione. Conserva ancora la sua prima penna? No. Mi è stata rubata già alle elementari. C’è un profumo o un odore che la lega alla sua formazione professionale oppure anche qui possiamo parlare di olfatto in altri termini? Direi entrambe le cose. Mi dica l’odore prima. È il profumo della saldatura. Pessimo per alcuni, inebriante per me. L’ho annusato per anni, da quando mio nonno è

andato in pensione. Per passare il tempo si dilettava a fare quei cosiddetti lavori da uomo che lo tenevano occupato. La saldatura però non è una cosa semplice né tanto meno esente da rischi. Quindi ho sempre associato questo profumo al lavoro vero. Quel lavoro che ti stanca, ti fa sudare, ma che allo stesso tempo ti regala la soddisfazione immensa di aver costruito qualcosa con le tue mani. E invece, in astratto, come spiega l’olfatto? Un’arma: deve servire per tenersi lontani da ciò che non è auspicabile o per fiutare qualcosa di interessante. Non le rimane che svelarci il suo sesto senso. Ovvero la sintesi dei cinque suddetti. Si spieghi. Quello che chiamiamo sesto senso per me è l’intuizione. Ma l’intuizione intellettiva che si allena con tutti e cinque i sensi. Non basta annusare o osservare con attenzione per scoprire se c’è del marcio o arrivare alla soluzione vincente. Sarebbe troppo semplice e ce la farebbero tutti. Per arrivare ad essere intuitivi c’è bisogno invece di una mente preparata e pronta. Di una mente che è frutto di tutte queste sensazioni, della loro somma. Attenzione però: non è una somma algebrica, ma il prodotto di quello che ogni senso di per sé riesce a raccogliere e che poi va a sommarsi a tutti gli altri imput. Allora si che diventi intuitivo, perché dentro di te scatta qualcosa che razionalmente non sai spiegarti, ma che ti fa fare la cosa giusta senza nemmeno che tu ti accorga di averla fatta, perché non è frutto di un ragionamento meditato ma dell’istintività, di quell’intuizione che è intelligenza, esperienza e senso. In un lavoro come il suo può essere di grande aiuto. È fondamentale. Non potrei farne a meno. Mi aiuta moltissimo anche perché io devo rimediare a situazioni disastrose o proporre progetti vincenti. Un lavoro difficile. Ma che da moltissima soddisfazione. Mi appaga al 100%. Vedere che un’azienda dopo una crisi non ha decimato il personale grazie al nostro aiuto e che pian piano si risana che dire, è il massimo. Non le lascia mai amarezza il suo lavoro? A volte sì, anche qualche timore. Quale? Quello che tutto il tuo lavoro possa essere vanificato. Dal momento in cui noi usciamo di scena perdiamo il controllo della situazione. Il rischio del fallimento è

sempre dietro l’angolo ed è quello che ci lascia l’amaro in bocca. Un progetto del quale andate particolarmente orgogliosi? Posso citarne uno recente che ci ha regalato molta soddisfazione e ci ha permesso di entrare in un mondo fino ad oggi sconosciuto, il settore delle energie rinnovabili. Siamo partiti da zero, ci siamo dati da fare per conoscere e capire questo mondo, ci siamo infilati dal basso ed ora siamo diventati dei big player anche in questa fetta di mercato. Abbiamo creato possibilità di sfruttare energie da fonti rinnovabili con dei ritorni economici favolosi inventando un business

model che ancora non esiste, o meglio, che il mercato ancora non ha recepito. Acquisire i principi del genitore e lavorarci insieme: com’è coniugare mentalità e approcci diversi? L’aspetto più difficile non è tanto la convivenza lavorativa, piuttosto il rientro a casa. È inutile nasconderlo o fingere: i problemi non stanno mai fuori dalla porta. Nonostante i buoni propositi è impossibile, perché spesso le discussioni di lavoro nascono da divergenze concettuali che spesso confinano con i principi della vita e con il proprio modo di vedere le cose. Così non restano semplici problemi di lavoro, ma diventato veri e propri confronti sull’esistenza. È importante il confronto, soprattutto con i genitori? Senza dubbio. La conflittualità è lecita e giustificabile ammesso che sia costruttiva. La nostra lo è stata e infatti ho imparato molto. Ho imparato finché un giorno non mi sono sentito in grado di poter ambire a qualcosa di più. Mi sentivo finalmente ricco di quelle competenze che mi sarebbero servite per potermi confrontare ad armi pari con i miei. Una volta impugnate queste armi potevo par-

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Besenzoni Giovanni

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Besenzoni - Sarnico Leader mondiale nella progettazione e produzione di accessori per la nautica, l’azienda bergamasca fondata da Giovanni Besenzoni, ha fatto dell’indagine tecnologica il motore per la propria costante evoluzione. Tradizione e innovazione sono da quarant’anni la linfa vitale dell’azienda, che ben ha saputo unire alla cura particolare per il design e l’estetica un gran lavoro di ricerca e sviluppo

Vista

i cantierini. Per ore fissavo il loro lavoro. Sognavo anch’io di costruire barche un giorno.

Udito

il rumore della sega circolare. Era il tratto distintivo della mia azienda, se così possiamo definirla. Mi serviva per intagliare i parabrezza, il mio pezzo forte.

Tatto

la manualità dell’essere artigiani. Le mani erano strumenti con cui creavo di tutto. Non si fermavano mai.

Olfatto

il fiuto per gli affari. Sono un vero segugio.

Gusto

il gusto della sfida. Cercare di realizzare pezzi sempre più complessi e all’avanguardia. Mettermi alla prova, rischiare e poi dire “Ce l’ho fatta”!

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Una Ricerca Continua Proviamo a rileggere il suo percorso imprenditoriale attraverso la memoria. Un primo flash? Sarnico, il paese sul lago dove sono nato e dove ho avuto l’immensa fortuna di crescere. Il mio primo ricordo è proprio il paese affacciato sul quello specchio d’acqua, con la sua vista stupenda. Quindi nel nostro percorso sensoriale partiamo dalla vista. C’è un’immagine particolare che la lega alla sua professione? I piccoli cantierini. Così si chiamavano una volta i costruttori delle barche più grandi. A Sarnico c’era una azienda che fabbricava barche di compensato marino. Io passavo davanti a loro e mi incantavo ad osservare la realizzazione di ogni singolo pezzo, l’assemblaggio dell’intera imbarcazione. E c’è anche un odore che la lega a quel periodo? Sì. È un odore specifico. L’odore della tecnica del bucciato, che si utilizzava per verniciare il compensato marino. Era molto forte? Fortissimo. Lo sentivi già in lontananza, ed è caratteristico di questo lavoro. Non mi riporta solo all’adolescenza, alle prime ambizioni, ma mi ricollega ad una persona che per me è stata importantissima, Giuseppe Rolli. Era un mio vicino di casa, un chimico di una ditta navale che aveva intuito il mio interesse per quel lavoro. Così, non appena possibile mi portava con sé. Non smetterò mai di ringraziarlo. Diciamo che le ha permesso di vedere quello che sarebbe stato il suo futuro. Esattamente. È come se avesse dato vita a quella che fino a quel momento era stata solo una passione. Quindi è stato grazie a quel periodo di iniziazione che ha capito cosa avrebbe voluto fare da grande?

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Diciamo che già da quando ero piccolo sapevo cosa avrei voluto fare. Il merito di Rolli è stato proprio quello di introdurmi fisicamente in questo mondo, che esercitava su di me un’attrazione incredibile. Durante quel periodo nei cantieri mi è capitato di incontrare un’altra figura del settore navale, che fu importantissima per me e per la mia carriera, il signor Arcangeli, un ex dipendente di Riva che aveva deciso di mettersi in proprio aprendo un piccolo cantiere a Paratico. Sapendo che ero fresco di diploma e navigato nel disegno e nell’applicazione meccanica mi offrì un posto di lavoro. Uno di quegli incontri che ti cambiano la vita. Non avrei potuto sperare di meglio. Sono stato da Arcangeli dieci anni. Dieci anni di gavetta e duro lavoro che mi hanno insegnato davvero cosa vuol dire saper fare questo mestiere. Allora erano

tempi diversi: ogni pezzo veniva prodotto all’interno del cantiere, dal serbatoio ai tubi di scarico, tutto…mi sentivo un vero artigiano. Gli artigiani necessitano di grande manualità. Infatti in quegli anni i miei sensi sono stati sollecitati come non mai. Il tatto sopra tutti. Era indispensabile conoscere i gesti, gli attrezzi, i materiali. Ricordo proprio le mani sporche a fine giornata perché passavo tutte le ore a costruire pezzi su pezzi. Il tatto quindi si è sviluppato moltissimo. In maniera incredibile. Oggi con tutte queste nuove tecnologie si è perso il gusto del lavoro e se penso alle nuove generazioni di imprenditori che non passeranno attraverso l’esperienza dell’artigianato un po’ mi dispiace. La gavetta dovranno comunque farla. Quella non gliela toglie nessuno. È ne-


cessaria se si vuole imparare il lavoro. e soprattutto è importante saper superare gli ostacoli . Per lei quali sono stati? Diciamo che gli ostacoli che la vita mi ha messo di fronte non li ho mai visti come tali, ma come occasioni di crescita. Negli anni ’60 comunque mi trovai di fronte ad un bivio. Cosa accadde? Il cantiere per il quale lavoravo non superò la grande crisi nautica che piegò numerose aziende in quegli anni, e fu costretto a chiudere. Cosa fece lei? Mi ritrovai senza lavoro, ma con un sacco di idee per la testa. Sapevo produrre ottimi parabrezza così cominciai a domandare ai cantieri intorno al lago d’Iseo e di Como se erano interessati. Puntai molto sul fatto che allora i cantieri erano molto abili nella lavorazione del legno, ma avevano gravissimi disagi nella meccanica. Finalmente trovai un cliente, il mio primo cliente: Cranchi. Poi entrai in affari anche con i cantieri di Solcio, e, nella soffitta di mio zio iniziai l’attività imprenditoriale da solo. Tutta l’attrezzatura che mi serviva la creai artigianalmente. Mi ricordo ancora di una scatola che avevo costruito per riporre le lastre che il mio povero padre mi comprava una alla volta. Non aveva grandi possibilità economiche, ma appena poteva mi dava una mano. Io allora le tagliavo, le mettevo nella scatola e le scaldavo fino a poterle modellare a mio piacimento. Un piccolo inventore. Vede, le dicevo proprio questo prima. L’essere artigiani, il saper creare dal nulla pezzi reali. Avere la manualità e le conoscenze tecniche. Sono tutte cose che ultimamente non si insegnano più, senza le quali però non sarei mai arrivato dove sono arrivato. Insomma dalla soffitta a Besenzoni Nautica. Ne ha fatta di strada. Eccome. E quanta fatica. Ricorda un rumore in particolare legato alla costruzione dei parabrezza? La sega circolare! Non propriamente piacevole. Per niente. Ma le mie orecchie si abituarono ben presto. Del resto la sega circolare era necessaria per tagliare le lastre. Il rumore era assordante. Chissà i vicini di casa. Bravissima gente. Con pazienza e comprensione non hanno mai protestato. Anche perché più passava il tempo più il lavoro aumentava. Il padrone dei can-

tieri di Solcio mi commissionava quasi quattrocento parabrezza all’anno. Nel frattempo mi ero perfino allargato (sorride)… avevo occupato anche il garage e potevo contare addirittura su cinque aiutanti. Stavate stretti. Decisamente. Infatti acquistai un terreno da un altro zio e lì nacque il mio primo capannone. Insomma per il figlio di uno scalpellino direi che è stata una grande soddisfazione. Grandissima. E lo è ancor di più se penso che ho fatto tutto con le mie forze, senza raccomandazioni, aiuti, spinte. Piegando la schiena e lavorando sodo, anche durante periodi molto difficili. Cioè? Il 25 ottobre del 1972 a causa di un incendio persi il capannone e con esso tutti i macchinari, i modelli, i materiali. L’assicurazione mi rimborsò solamente una parte del danno subito. Ricominciare è stato durissimo, in condizioni davvero precarie anche perchè stavamo uscendo solo da poco dalla crisi. Fortunatamente ero circondato da persone che mi amavano. Mio zio infatti mi mise a disposizione un altro capannone per poter ricominciare a fare i modelli e servire i clienti che avevano più fretta. Non avrei mai potuto farcela senza la solidarietà dei parenti, degli amici e perfino delle banche. È come se i sensi l’avessero presa per mano in tutti questi anni. Sicuramente. Però credo che abbiano preso per mano una persona che si è fatta in quattro e che per due volte è uscita dalla crisi reinventandosi, ripartendo da zero sempre e comunque a testa alta. Ci vuole anche fiuto per queste cose. Infatti nell’olfatto oltre all’odore di cui ho parlato potrei tranquillamente far rientrare il fiuto per gli affari. Sono un vero segugio in questo. Quando ampliai la mia produzione oltre ai parabrezza realizzai le capottine, le scalette e i pulpiti. Tutti pezzi che in pochi producevano e che furono largamente richiesti incrementando i miei affari. Qual è il pezzo che ha progettato e al quale è maggiormente legato? Dovrei risponderle tutti. Per ognuno di essi ho studiato, pensato, ricercato, progettato ogni minimo dettaglio. Mi sono dedicato ad essi con impegno e passione come se fossero i miei figli.

Uno che ama più degli altri ci sarà. Se devo scegliere allora non posso che dire la plancetta. Sono stato il primo a proporla e le ho realizzate anche per le barche a vela. È diventato un must per ogni imbarcazione. Ma l’articolo di cui sono più orgoglioso è la passerella idraulica, montata sulla barca piccola o media. Si tratta di un prodotto che ho brevettato e che ha avuto un successo mondiale. Insomma, sempre aperto a nuove sfide. Il gusto della sfida, di sperimentare, di ricercare e progettare nuove cose che possano essere utili e riscuotere grande successo. Essere avanti nei tempi, precederli, essere il primo. Non in quanto a fatturato, ma in quanto a realizzazioni e creazioni. Questo è il vero gusto per chi ama il mondo dei cantieri navali. Non fermarsi mai, continuare a crescere, a rinnovarsi, a trasformarsi. Qual è l’aspetto che maggiormente le piace del suo lavoro? La sfida tecnologica. Preferisco cimen-

tarmi nella realizzazione di articoli che richiedono una certa difficoltà di esecuzione, uno studio, una soluzione creativa. Non mi rimane che chiederle il suo sesto senso. Il senso dell’adattamento. Inteso come la capacità di adattarsi a situazioni nuove ma soprattutto impreviste e improvvise. La tempestività nel reagire e adattarsi alle circostanze senza rimanere legati al passato, ma comprendendo e inserendosi nelle nuove dinamiche. Mi concede però di specificare che ho anche un secondo sesto senso? Quale? Il senso della vita. Ho dato vita ad un’azienda che è diventata una solida realtà e ai miei figli la cosa più bella che con mia moglie potessi fare. Loro si occuperanno di mandare avanti questa realtà tanto amata.

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Profili

Vista


La vista è vedere solo ciò che mi piace


Bracco Diana

Gruppo Bracco - Milano Bracco è un Gruppo integrato multinazionale che opera nel settore della salute attraverso le divisioni Bracco Imaging, Farma, Acist e il CDI- Centro Diagnostico Italiano di Milano. Il Gruppo è presente in 80 Paesi, vanta collaborazioni con prestigiose Università e Istituti di Ricerca nazionali e internazionali che costituiscono un network di altissimo livello e testimoniano il costante impegno in ricerca e innovazione.

Vista

viaggiare. Vedere con gli occhi nuovi posti, nuovi usi, nuovi modi di lavorare, nuovi modi di pensare.

Udito

una frase di mia madre “non posso aiutarti, sei da sola”. Da quel momento ho capito cosa voleva dire dover prendere decisioni.

Tatto

il contatto con le cose vitali. Da una foglia in autunno, ad un frutto ad una stretta di mano con una persona dinamica.

Olfatto

il profumo del calicantus. Risveglia in me la primavera.

Gusto

il gusto della qualità e della correttezza. La qualità è tutto. Rappresenta un modo di essere e noi vogliamo essere i primi.

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La Qualità è tutto

Una donna imprenditrice a tutti gli effetti. Un’azienda di levatura internazionale e rapporti professionali con le persone più autorevoli del nostro Paese e non. Dicono che la donna sia istinto, si affidi alle sensazioni e quindi ai sensi più che alla ragione. Quanto dell’uno e quanto dell’altro nelle sue scelte? Ho saputo affidarmi ai sensi, lasciarmi trasportare soprattutto dal sesto senso, così come ho saputo mettere in pratica l’educazione e il rigore trasmessomi dai genitori. Quindi questo è il mix per diventare grandi imprenditrici? Ci sono altri fattori molto importanti, ma sicuramente questi aspetti sono determinanti. Se dovessimo rintracciare i cinque sensi nel suo dna di imprenditrice, da quale partirebbe? La prima cosa che mi viene in mente è un rumore. Quel rumore rustico delle catene di confezionamento che una volta erano manuali e quindi necessitavano di un numero rilevante di persone che apportassero il proprio lavoro in maniera intelligente, interagissero con la macchina e correggessero gli errori. Oggi invece è tutto più automatizzato, le macchine fanno tutto da sé e sono silenziosissime. Parliamo di udito: nel suo percorso formativo si ricorda una frase che l’ha segnata particolarmente? Ricorderò sempre il giorno in cui mia madre mi disse “Non posso aiutarti, devi fare da sola.” Cosa le ha fatto capire questa frase? Che ero da sola. Che le decisioni importanti spettavano a me e solo a me e che quando sei ai vertici non puoi fermarti a pensare troppo. Devi essere sempre pronta a prendere decisioni anche improvvise, ma soprattutto devi sempre

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tener presente che quelle decisioni avranno delle conseguenze sull’intera struttura aziendale, dipendenti compresi. Da una parte senti di essere la responsabile di una grande famiglia, quindi questo ti invoglia a fare il meglio per tutti, dall’altra parte però senti la solitudine di essere là in alto, da sola e devi saperci convivere. Lei lo ha imparato ben presto. In età giovanissima. Questa frase mia madre me la disse quando ancora ero agli inizi della mia attività. Mi è servita ad aprirmi gli occhi, a prendere coscienza della mia posizione, a capire che a volte bisogna anche rischiare. Nel mondo dell’imprenditoria la parola rischiare è all’ordine del giorno. Non potrebbe essere altrimenti. Dobbiamo quotidianamente competere sui mercati con concorrenti da ogni parte del mondo sempre più agguerriti. La mia più grande sfida, la volta in cui forse ho osato di più, è stata quando ho preso la decisione di partire alla conquista dell’America. Sentivo che era il momento giusto, che potevamo farcela, che bisognava lasciarsi andare e buttarsi. Oggi quando mi fermo e penso a quanta strada ho fatto in 14 anni posso

dire di aver ottenuto un gran successo. Il merito ovviamente non è solo mio, ma di tutto il team. Il dna d’impresa dell’italiano e dell’americano sono differenti? La prima volta che sono andata in America, negli anni ‘70, sono rimasta impressionata. Avevano tutti dei ritmi lavorativi frenetici. Su tutte le scrivanie c’erano enormi caraffe di caffè. Ricordo di aver pensato “Ma non si sgranchiscono le gambe nemmeno per bersi un caffè e fare due chiacchiere?” Non si alzavano mai. Sono degli uomini liberi ma con uno spirito di sacrificio fuori dal comune. C’è da dire però che forse questa è la grande forza dell’America, perché ogni volta si rialza, si rinnova e guida il mondo. Un’altra differenza poi sta nel merito: individuale e assolutamente spietato. Ma ciò che contraddistingue più l’America dall’Italia sono, ahimé, le quote rosa. Ho spedito una scheda in Canada non troppo tempo fa, perché il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni partiva oltreoceano per un incontro di lavoro. Siccome noi siamo presenti in Canada in maniera massiccia, con una sede produttiva ed una commerciale che conta 300 perso-


ne, mi sembrava l’occasione giusta per ribadire che il made in Italy non è solo moda e design, ma anche tecnologia. Rileggendo la scheda mi sono resa conto che in Bracco le donne sono il 40% dei dipendenti e ben il 20% dei dirigenti. Pensi che mio nipote a Minneapolis alla dirigenza del settore Ricerca e Sviluppo e Produzione ha messo due donne. Di questo sono molto orgogliosa. In Italia invece non è così. Decisamente no. In Italia, soprattutto nel mondo della politica, le donne devono fare ancora molta strada. I ruoli di vertice spettano troppo spesso agli uomini. Colpa del Paese? L’Italia lo permette a livello normativo, ma nella pratica poi nessuno o almeno, pochi, mettono donne a capo di un’azienda o di settori fondamentali. Questa è la differenza, noi lo permettiamo, in America lo impongono. Così di figure femminili che si riuniscono intorno ai tavoli delle decisioni ce ne sono moltissime. E che donne! Si sacrificano, si fanno in quattro, lavorano instancabilmente, e in più, continuano ad essere mogli e madri. Da noi se una donna annuncia di essere in dolce attesa è come se rassegnasse le dimissioni. Torniamo ai sensi. La vista innanzitutto. Sì. Ho avuto la fortuna di viaggiare tanto e spesso, di stare a contatto con diverse persone e quindi di diversi modi di pensare e mostrarsi. Questo mi ha dato la possibilità di guardare oltre la mura di casa o della mia città, ha allargato i miei orizzonti. Del tatto invece cosa mi dice? Adoro le cose vive. Adoro toccare con mano tutto ciò trasmette vita. Dal bambino che gioca, agli oggetti della casa che infondono calore familiare, fino ad arrivare ad una foglia. Allo stesso modo mi piace stare a contatto con persone che sono attive, dinamiche, che vogliono fare e non hanno paura a lasciarsi andare a nuovi progetti. Il senso al quale forse sarà più difficile attribuire un ricordo è l’olfatto. Nel mio lavoro mi occupo anche dell’interazione con il territorio e con l’ambiente, perciò sono molto sensibile nei confronti della natura, cerco sempre di far conciliare le innovazioni tecnologiche con le necessità del territorio senza mai dimenticare le problematiche ambientali che sono sempre più all’ordine del giorno. Proprio perché amo la natura potrei risponderle che se penso

ad un profumo, mi viene in mente quella pianta che fiorisce in primavera con l’odore di miele, il calicantus, mi piace moltissimo. E il gusto come lo interpreta un’imprenditrice come lei? Per me è il gusto di saper lavorare, quindi il gusto della correttezza e della qualità. A volte sento discorsi assurdi del tipo “Quelli lì sperperano denaro, lo buttano in costi sulla qualità di cui potrebbero fare a meno”. Fare a meno della qualità? La qualità del prodotto e dei servizi che vengono offerti deve essere sempre ineccepibile, soltanto così si può primeggiare, essere i migliori. Puntare sulla qualità vuol dire indirizzare l’azienda e tutto il personale verso un modo di essere e verso una partecipazione ad un progetto comune che guardi al meglio, così l’intero team è spronato a dare il massimo. Non le resta che svelare il suo sesto senso. Il senso del dovere, quella responsabilità che ti pesa sulle spalle ogni giorno, la responsabilità verso gli altri. Quando devi tirare le somme non sono tanto i numeri e le cifre a parlare quanto i giudizi delle persone con cui hai lavorato. Il fatto che si siano sentite motivate, spinte, che grazie a te abbiano nutrito speranze e abbiano creduto in te. Il senso del dovere si è sviluppato da quando ha cominciato a lavorare o le appartiene da sempre? Fa parte di me da quando sono piccola. Ero la maggiore di sei bambini fra sorelle e cugini e ogni volta toccava a me prendermi cura di loro, prestare attenzione, assicurarmi che stessero bene. Così ho

coltivato questo senso di responsabilità verso chi mi sta vicino e quindi anche verso i miei collaboratori. Tutte le persone dovrebbero avere senso del dovere, che vuol dire lavorare al meglio. Con l’educazione che viene impartita oggi forse il senso del dovere viene sostituito da altri valori meno importanti. Credo che in parte sia così. Mio padre era severo, ma davvero severo. Quando arrivava a casa la sera non si poteva disturbare il suo rientro tant’è che mangiavamo prima per lasciarlo tranquillo. Il sabato e la domenica si portava a casa le carte dell’ufficio da leggere e non si poteva fiatare. Ci ha fatto crescere con un spirito doverista, che vuol dire fatica, sacrificio, applicazione, formazione. Oggi invece non senti spesso parlare di giovani che si prendono cura dei fratelli o che aiutano in casa, l’unico vero interesse delle nuove generazioni sembra essere il divertimento più che lo studio. Se dovesse invece descrivere l’attività imprenditoriale attraverso un senso quale userebbe? La sensitività, o meglio l’intuizione, tipica delle donne e fondamentale per chi guida un’azienda. Le donne storicamente sono più attente a quelle che succede attorno a loro. Devono occuparsi della casa, dei figli, del marito, del lavoro, sono più svelte nell’avvertire i problemi, le mancanze, sono abituate ad osservare a scrutare i particolari. Gli uomini invece restano più sul superficiale, forse perché sono più semplici, noi donne siamo molto più complicate e in un certo senso a questa complicazione corrisponde una maggiore capacità di prevedere e anticipare e quindi di tempestività nel reagire. Come definirebbe la sua azienda? Un’azienda che ha una storia, che si basa su una cultura e su valori che non mutano. Un’etica del lavoro che non lascia spazio a sbavature o imprecisioni ma che ricerca la perfezione. Quindi è molto rigida sul posto di lavoro? Mia madre mi ha trasmesso un senso del rigore assoluto. Più che rigida mi definirei esigente. Ecco, sono esigente e pretendo il massimo perché so che determinate persone possono darmi il massimo, altrimenti non lavorerebbero per me. Le voci di corridoio cosa dicono sul suo conto? Mah, si dice che i miei collaboratori

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Corioni

Gino, Anna, Antonella, Silvia, Sara, Fabio, Ilaria

Vista

Gino la lungimiranza. Vedere al di là, capire cosa sta cambiando e agire di conseguenza. Anna tutto ciò che è armonia e bellezza. Antonella sono un’esteta di natura, mi piace ammirare. Fabio vedere al di là degli orizzonti. Silvia qualcuno che soffre. Non avrei mai potuto continuare a fare la mia vita lontana mentre uno dei miei cari stava soffrendo.

Udito

Gino alla lunga, i fondamenti morali ti soddisfano, il resto è nulla. Anna sentire quello che gli altri hanno da dire è un momento di scambio, di apprendimento e di condivisione. Antonella ascoltare per comprendere gli altri. Fabio non riesco proprio ad ascoltare! Non è per cattiveria, sono uno distratto. Silvia la vita è sofferenza e fatica. Ma grazie alla mia forte fede tutto si trasforma in allegria, serenità e amore verso la gente.

Tatto

Gino la sensibilità di cogliere il gusto della gente e riuscire a soddisfarlo. Ilaria creare e toccare prodotti, idee che diventano progetti e progetti che diventano realtà. Sara le polveri della plastica. Praticamente mi ci immergevo.

Olfatto

Gino il fiuto per gli affari e per la gente. Percepire a naso se c’è una buona occasione o com’è fatta una determinata persona. Anna il fiuto. Soprattutto per gli affari. Ma non mi danno mai retta. Sara l’odore della plastica bruciata. Sapevo che da lì a poco una manciata di plastica avrebbe dato vita ad un oggetto d’arredo. Mi affascinava.

Gusto

Gino il gusto della sfida, il vero sapore della vita. Anna il gusto per il bello. Sono un’esteta, vado sempre alla ricerca della perfezione. Antonella l’innovazione: migliorarsi, evolversi, integrarsi, andare alla ricerca di nuovi mercati e nuovi clienti. Sara i fornelli. Sono una tuttofare. Adoro stare in cucina e preparare piatti e piattini.

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Saniplast - Ospitaletto Saniplast S.p.A. è dal 1962 un’azienda specializzata nella progettazione e produzione di sedili wc e di accessori e complementi per l’arredo bagno. L’esperienza, la qualità, il servizio ed il continuo impegno nel rinnovare ed ampliare la gamma dei prodotti hanno consentito col tempo di raggiungere e di consolidare un’importante posizione di leadership nel settore, testimonianza dell’attenzione da sempre dedicata al mercato e alla sua evoluzione.

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Le Sfide non finiscono Mai Sarà banale parlare di squadra qui, a casa del Presidente del Brescia calcio, ma l’immagine che la famiglia trasmette è proprio questa: un gruppo eterogeneo nel quale ognuno ha il suo ruolo. L’impresa sembra costruita a misura di figlio, cinque, per tutti uno spazio che sembra calzare a pennello. Gino Quando ero bambino vivevo in una condizione difficile. Capitava di non avere i soldi per l’abbonamento al servizio pullman e se mi si rompevano le scarpe a maggio dovevo riuscire a farle resiste almeno fino a settembre prima che i miei potessero compramene un altro paio. Non sarà stato facile. Per niente. Ma non mi pesava non avere soldi, perché vedevo quanti sacrifici facevano ogni giorno i miei. Il fatto di vivere sulla pelle quella condizione mi ha spronato molto e da quando sono piccolo mi sono messo in testa due obiettivi: uscire da questa situazione e non farla rivivere ai miei figli. Come ha cominciato? Sono stato molto fortunato. Grazie al diploma di perito tecnico e alla mia esperienza sono entrato a far parte di un’azienda come disegnatore tecnico a soli 19 anni. Il mio compito era quello di progettare i macchinari per la pressofusione della plastica. La vera svolta avvenne quando arrivammo ad introdurre sul mercato le chiusure a ginocchiera per questo tipo di macchine. Fu una vera rivoluzione e siccome c’erano pochissimi specializzati nel settore mi ritrovai a guadagnare, a soli 22 anni, cifre esorbitanti. Il passo successivo? Ho lavorato per questa ditta ancora un paio d’anni, per capire ben presto

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che fare il dipendente non era la mia aspirazione, così aprii la mia attività da solo. È stata dura? All’inizio ero completamente solo. Decisi di farmi affiancare da un operaio che stesse alla pressa dalle otto di mattina alle otto di sera. Dopodiché era il mio turno. Lavoravo tutta notte. Molta gente diceva “guarda quello lì. Si è messo in proprio e lavora come un disperato tutto il giorno. Ma chi gliel’ha fatto fare!” Il tempo però le ha dato ragione. Infatti. Dopo solo 6 mesi potei assumere un secondo operaio che prese il mio posto alla pressa. Così io potevo occuparmi della vendita dei nostri prodotti. Dopo un anno eravamo in 20, dopo 5 in 100. Poi è arrivato anche il calcio. Amo lo sport in generale. A dire il vero amo tutto ciò che la vita può offrirmi e spesso mi ritrovo a voler fare mille cose insieme. Un bel problema. Ma come mai proprio l’industria del calcio? L’affascinava l’impresa o il gioco in sé? Non esiste un impresa nel calcio. Il bello del calcio è la sfida. Certo se una società ha una disponibilità liquida elevata e riceve dagli sponsor un sacco di soldi allora è facile la vita. Più difficile e divertente è stata la mia avventura.

Quindi potremmo dire che per lei il gusto è la sfida. Certo. È il sapore della vita. Io ho prelevato una piccola società di paese con la quale negli anni e con tanti sacrifici siamo arrivati a conquistare la C1. Per l’accesso ai piani superiori ho scoperto che ci volevano almeno due miliardi all’anno. Bella scoperta! Però non mi sono lasciato intimorire e ho pensato di collegare una realtà di paese come la mia, che comunque era pur sempre ad un livello professionistico, con una grande realtà. E il gioco era fatto. Soltanto in seguito ho comprato il Bologna. Vede il lavoro come ambizione? Non come ambizione. Piuttosto come vivere, rinnovarsi, non fermarsi. E quando sei in proprio è necessario, bisogna stare in piedi da soli. L’aspetto più importante però è fare un lavoro che ti appassiona e ti piace, soltanto così la ruota girerà a tuo favore. Quale senso è importante avere per essere Presidente di una squadra di calcio? Bisogna essere forti e preparati alle difficoltà. Bisogna convivere con preoccupazioni che ti si presentano ogni giorno. Ma soprattutto bisogna sapere che quando la squadra perde una partita buona parte dei bresciani è insoddisfatta e triste. Senti la responsabilità non


solo dell’azienda, ma anche di un’intera comunità. Nella sua attività qual è invece il senso che più utilizza? È un po’ difficile rispondere con senso. È un mix. Ci vuole fiuto, sensibilità, lungimiranza. Noi creiamo prodotti da bagno e quindi bisogna sempre essere attenti alle tendenze e alle esigenze del mercato, essere pronti al cambiamento e, ancora meglio, anticiparlo. L’obiettivo è piacere alla gente, in ogni era e in ogni paese. Devi pensarla in questi termini altrimenti non vai da nessuna parte. Olfatto, tatto, vista e naturalmente udito. C’è una frase che i suoi genitori le ripetevano spesso, diventata un insegnamento da seguire alla lettera? Che alla lunga, i fondamenti morali sono quelli che ti danno veramente soddisfazione. Non bisogna inseguire le cose facili perché si vede un imminente profitto. Bisogna scarificarsi, faticare, e inseguire progetti impegnativi e seri che ti appaghino completamente. Accontentarsi va bene, quando non hai niente però. I suoi figli hanno parlato di valori che sicuramente lei gli ha trasmesso. Qual è quello a cui dà più importanza? Porsi degli obiettivi e perseguirli a tutti i costi con costanza ed impegno. Saper affrontare i problemi della vita che ci saranno sempre. Insomma imparare a vivere. Qual è invece il suo sesto senso? Sentire, prevedere, giudicare, capire… guardare le cose e intuire come andrà a finire. ANNA Se non sbaglio lei doveva diventare una

ballerina classica di levatura internazionale, con indirizzo a New York e non sposarsi. Qualcosa è andato storto. (sorride) Le rispondo come rispondevo sempre a mia madre quando veniva a trovarmi ad Ospitaletto e mi vedeva sommersa fra pannolini e biberon La vita a volte riserva strane sorprese. Anche belle. Eccezionali. Come mai non voleva sposarsi? Guardavo il mondo maschile attorno a me. Osservavo e soprattutto ascoltavo i miei amici e i miei pretendenti, che spesso si fermavano volentieri all’involucro sottostimando il contenuto. Con questo panorama può capire che la scelta di non sposarsi non è difficile. Però non volevo diventare come quelle zitelle che incontravo sull’autobus scorbutiche e bruttissime. Io sarei stata una single new-yorchese! Uno spirito libero! Finché non è arrivato suo marito. Che mi ha regalato una tavoletta del water. Dopo mesi e mesi che continuava a criticare quella che avevo, a Natale si presentò con un pacchetto regalo. Io pensavo fossero dei cioccolatini, il che sarebbe stato già tanto per mio marito, e invece finalmente potevo cambiare la tavoletta. Era ora, gli dissi. Dopodiché mi mise a faticare. Perché? Io lavoravo già presso uno studio privato e svolgevo il mio lavoro molto bene. Un giorno Gino, del tutto democraticamente disse “licenziati e vieni da me”. L’idea di potere essere d’aiuto al mio fidanzato mi gratificò e la scelta fu automatica. Mi ritrovai nel suo ufficio ricoperta dalle scartoffie, documenti e non so che altro con Gino che continuava “questo lo fai così, quello lo fai cosà.

Imprenditrice per forza. In un certo senso sì. Dopo il periodo di assestamento il lavoro in azienda iniziò ad appassionarmi veramente. Specialmente il fatto di poter condividere un progetto con mio marito, un progetto dal quale dipendevano le nostre vite e la sua storia. Una squadra perfetta. Quali sensi tiene più allerta? Sicuramente l’intuito. Figlio dell’olfatto. Esatto ho molto fiuto per le persone. Senza peccare di presunzione potrei dire di non aver mai sbagliato. Invece a volte vorrei sbagliare per vivere meglio. Anche per ciò che riguarda gli affari? Non parliamone. Perché? Perché se solo mi ascoltassero una buona volta avrei molti meno rimpianti. Non c’è neanche la soddisfazione di dire a mio marito “avevo ragione” perché un suo fallimento è un fallimento di tutta l’azienda. Questo per gli affari potremmo definirlo un sesto senso. Un senso che invece le è proprio? L’udito. Ascolto moltissimo la gente, ma soprattutto riesco a comunicare con estrema semplicità e chiarezza. Anche con persone che conosco da pochi minuti riesco ad entrare subito in sintonia, a creare intesa. Poi utilizzo molto la vista oltre all’udito e all’olfatto. In che modo? La vista va a braccetto col gusto. Mi piace osservare tutto ciò che è bello, sono un’esteta e aspiro alla perfezione, all’armonia delle forme e dei volumi. Se dovesse identificare l’azienda con un senso? Il senso di famiglia, ci siamo tutti lì den-

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Franceschetti

Giovanna, Andrea, Maria Chiara

Gefran - Provaglio d’Iseo Quarant’anni di esperienza e un know how approfondito, una struttura fortemente orientata ai bisogni del cliente e una costante innovazione tecnologica, fanno di Gefran un leader nel settore dei componenti per l’automazione e sistemi per il controllo dei processi industriali.

Vista

Giovanna le lucine verdi, rosse e bianche che illuminavano le stanze dell’azienda quando era chiusa. Sembravano enormi, invece non lo sono, mi ha sempre affascinato quel gioco di luci intermittenti. Andrea mio padre. Mio padre che passeggia in produzione, che sorride ma anche che si arrabbia e che scherza con i collaboratori. Maria Chiara il capannone, fabbrica in sé e per sé come edificio. L’ho spesso guardato da fuori credendo di esserne parte estranea, ma più lo guardavo e più vi appartenevo.

Udito

Giovanna, Andrea, Maria Chiara il rumore della produzione. Il rumore che senti entrando in azienda è un rumore tipico, non ritmato né monocorde. È l’insieme dei passi delle persone, del loro vociferare, dei loro respiri, dei bracci meccanici che si muovono, perché il nostro è un sistema di produzione, quasi silenzioso, quindi i rumori che senti sono belli perché provocati dall’attività delle persone.

Tatto

Giovanna sentire fra le proprie mani i prodotti plastica e alluminio che uniti alle schede elettroniche prendono vita. Quel gesto da piccola mi ha sempre trasmesso emozione. Andrea le mura dell’azienda. Quando da piccolo le toccavo da fuori e l’unica cosa che desideravo era entrarvi. Maria Chiara le scrivanie e gli strumenti di lavoro, i fogli degli schemi elettrici ed i video dei pc sui quali il prodotto nasce e si crea.

Olfatto

Giovanna e Andrea l’odore dell’azienda. è un odore particolare quasi di officina che ti trasmette la voglia di fare. Maria Chiara l’odore della moquette stesa sui pavimenti per assorbire il rumore dei passi.

Gusto

Giovanna Andrea, Maria Chiara il gusto di amare ed essere amati. È un sapore intangibile che è nell’aria che respiriamo tutti giorni, che ci da forza e grinta, ma sopra ogni cosa ci da la piena facoltà di agire. Maria Chiara il gusto del caffè della macchinetta nei corridoi della fabbrica.

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Il Controllo dei Sensi

Un padre, un’azienda e tre figli le cui strade si incrociano ogni giorno nell’azienda di famiglia. Per ognuno un percorso differente. Giovanna Fin da piccola ho sempre coltivato una grande passione per la comunicazione ed il marketing, così prima mi sono laureata in Relazioni Pubbliche e subito dopo mi sono iscritta ad un master di secondo livello in Economia presso l’Università Bocconi. Dopo la formazione scolastica decisi di seguire le mie inclinazioni e quindi non entrai nella ditta di famiglia. Per tre anni e mezzo lavorai alla Unilever, una multinazionale di beni di largo consumo, all’interno del settore marketing. Dopodiché ci fu la possibilità di ricoprire lo stesso ruolo alla Gefran, l’azienda di famiglia: mio padre mi chiese se mi sarebbe piaciuto intraprendere quel percorso perché si trattava dello stesso tipo di lavoro. Realizzai che la Gefran rappresentava un porto certo al quale prima o poi avrei dovuto attraccare, non sarei riuscita a sfuggire, avrei potuto soltanto posticipare, così accettai. Un tentativo di fuga, forse, che si concretizzò in una grande esperienza lavorativa. Non solo molto importante, anche molto utile: ebbi la possibilità di conoscere una realtà diversa di portata internazionale e imparai il mestiere, a muovermi nell’ambito comunicativo, fiere, pubblicità e

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immagine aziendale. Alla Gefran infatti sono responsabile sia dell’ufficio Comunicazione che dell’ufficio Immagine, in seguito essendo l’azienda quotata in borsa ho iniziato anche a svolgere il ruolo di Investor Relator, una spinta in più. Andrea? Andrea Sono dieci anni che lavoro alla Gefran. Appena finii l’università cominciai immediatamente la mia gavetta all’interno dell’azienda: mi cimentai in tutti i reparti produttivi. Da lì in poi iniziò per me una crescita all’interno della ditta; dal marketing all’ufficio ordini, poi all’ assemblaggio strumenti, responsabile assicurazione qualità centrale, soltanto da un anno ho raggiunto il mio primo grande obiettivo: il settore commerciale. Considero questi anni “di gavetta” una vera e propria scuola di formazione sul campo. Maria Chiara invece? Maria Chiara La scelta dei miei studi è dipesa molto dal fatto che esistesse Gefran. Mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria Meccanica a Brescia e terminati gli studi mi sono trasferita a Varese per gestire un’attività il cui business era affine ad uno dei business di Gefran. La vita privata (nel 1997 mi sono sposata con Fabio) mi ha riportato a Provaglio d’Iseo, dove ho cominciato a lavorare all’interno dell’ufficio Controllo di Gestione. Posso considerare questo periodo come una sorta di “scuola” che mi ha permesso di avvicinarmi agli aspetti economici e finanziari dell’azienda. Nel contempo frequentavo in Bocconi un corso specifico sulle materie legate alla valutazione delle imprese in termini macroeconomici e di contabilità industriale. Gefran negli anni a seguire è cresciuta ed è divenuta un’organizzazione più complessa: da qui la necessità di una struttura organizzativa più specifica, da

qui anche la proposta di occuparmi di Risorse Umane, attività allora semplicemente chiamata “ufficio del personale”. Non mi sono mai pentita di aver accettato quell’incarico: è stata l’occasione di entrare nel cuore dell’azienda. I vostri percorsi sono molto diversi, così come diverse sono le ambizioni settoriali di ciascuno di voi. Tutti e tre avete sentito ad un certo punto il bisogno di far parte della realtà di famiglia: soltanto per il nome che portavate o perché la sentivate vostra? Giovanna Non è stata una scelta dettata solo dalla responsabilità di portare avanti un cognome: Gefran per me non è soltanto un Logo, non rappresenta solo il nome di una società, rappresenta piuttosto una storia, la nostra storia, sta come a dire “Noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo”. L’idea di poter essere il futuro è stata per me determinante, a prescindere dal cognome. Io potrò essere il futuro di una storia che quindi continuerà, potrò continuare a vivere in un ambiente nel quale sono nata è che è stato per me un punto di riferimento nel passato. Sono le emozioni legate alla Gefran che mi hanno convinto a restare qui; emozioni che ora si evolvono e diventano voglia di andare avanti e di espandersi, emozioni in cui vivono i progetti di approdare anche ai mercati più lontani come quelli asiatici. Sente quindi di appartenere a questa realtà? Giovanna Esatto. Non è un appartenenza che si limita al lavoro della mia famiglia, va oltre, sento di appartenere alle mura dell’azienda, fa parte inevitabilmente di tutta la mia giornata. Ha parlato di emozioni legate alla sua


impresa: quali ricorda? Giovanna Vede, ora che mi fa questa domanda mi sembra ancora più scontata la mia scelta. Mi emozionavo da piccola quando entravo in azienda dopo la chiusura. Ricordo lucine bianche, verdi e rosse che si illuminavano: mi sembravano enormi e mi piacevano moltissimo. Mi emozionava anche l’odore di officina che si respirava in ditta. L’ho definita volutamente officina, nonostante sia un capannone enorme, proprio per trasmettere l’idea dell’odore che si respira solamente lì dentro. Un’appartenenza che quindi lei ha coltivato fin da piccola. È così anche per lei Andrea? Andrea Più che senso di appartenenza, il mio lo definirei un vero amore per la Gefran. Com’è nato quest’amore indissolubile? Andrea Fin da quando ero piccolo non capivo ancora come funzionasse un’azienda e cosa effettivamente fosse, ma già sentivo un forte attaccamento. Non ho esitato, come le mie sorelle, ad entrare a far parte di questo mondo, perché in questa attività ho sempre visto la più completa soddisfazione delle mie aspettative. Il periodo di gavetta a cui accennavo ha contribuito a rafforzare questo amore. All’inizio è stata dura, ma i risultati ottenuti sin qui sono stati per me di grande valore. Cosa è stato più difficile? Andrea Io non so darmi pace: vivo correndo, perché c’è sempre da fare, perché il tempo è sempre troppo poco. Così fin dagli inizi, avevo voglia di realizzare tutte le mie idee. Ovviamente non tutto si può fare, e spesso venivo stoppato con il risultato di una grande frustrazione. Ancora oggi, nei momenti di pausa soffro, perché non riesco a starmene con le

mani in mano, vorrei sempre far qualcosa di più per la Gefran. Sembra un amore incondizionato il suo. Andrea Non sembra, lo è. È l’amore che mi ha trasmesso mio padre, l’amore che percepisco nelle persone che per la Gefran lavorano, quello stesso amore che io cerco di portare avanti nei rapporti con tutti, dalla famiglia ai dipendenti. Gefran è una persona più che un’azienda per me, una persona da amare. Ammirevole! Per Lei Maria Chiara invece qual è stato l’elemento decisivo che l’ha portata a rimanere qui? Maria Chiara L’inevitabilità. Cercare di fare altro e perseguire sogni adolescenziali. Devo ammettere che non ho avuto mai progetti di tipo diverso (al di là della mia famiglia dato che con Fabio ho avuto tre figli, Lorenzo Carlotta e Marta): e invece ritrovarmi in Gefran mi ha dato tanto, mi ha fatto assaporare e vivere la realtà di una attività, quella aziendale, che ti “prende da dentro”. Fino intorno ai 30 anni ho creduto che quel capannone fosse lì e che avrei potuto tranquillamente girarci attorno senza mai entrarvi. Quando però mi è stata rivolta la fatidica domanda ho capito che io intorno non c’ero mai stata, anzi, senza rendermene conto sono sempre stata nel mezzo di quella realtà. In che modo è sempre stata nel mezzo? Maria Chiara Sono stata circondata dalla Gefran fin da piccola: perché essere circondati dalla Gefran vuol dire essere circondati dalle persone che vi lavorano, dai ricordi che ad essa sono legati, dai valori che essa incarna e trasmette, ed io con queste persone e con questi valori sono cresciuta. Questo è importante: nella Gefran vedete il riflesso di vostro padre?

Maria Chiara Associare la Gefran all’immagine di mio padre è inevitabile. La Gefran prima di appartenere a noi è di mio padre, è parte di lui e lui appartiene a Gefran: non è solo il suo lavoro, è il suo primo figlio. Giovanna Mio padre è la Gefran. Ora lo siamo anche noi, ma in principio, chi ne conservava l’anima era lui. Noi siamo stati avvolti da un senso di responsabilità se vuoi, che però mi sembra giusto chiamare valore della responsabilità, con il quale siamo stati cresciuti ed educati e che ci tiene qui Andrea Prima di entrare in azienda non avevo ancora conosciuto mio padre a 360 gradi. Soltanto dopo ho imparato a conoscerlo e ammirarlo per la sua professionalità, per il suo impegno. Oggi che lavoro con molti suoi collaboratori capita che mi senta dire “sembri tuo padre da giovane” e questo mi terrorizza. Io non voglio essere come lui. Di lui porterò avanti i valori che mi ha trasmesso, ma voglio mettere del mio nel nome Gefran, voglio riporre le mie diversità, la mia forza.

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Profili Frati Gucci Laura

Pirene - Firenze Pirene Srl da più di un decennio si occupa di organizzare eventi istituzionali, congressuali, incentives, conventions e meeting aziendali. Leader sul territorio nazionale interpreta con sapienza ed originalità le esigenze dei clienti, lavorando con estrema professionalità e dinamismo. Vista

le balle di lana. Immense e indimenticabili. Da piccola per me erano il simbolo dell’azienda di famiglia.

Udito

se uno è ciuco non sarà mai cavallo da corsa. Lo ripetevo all’infinito a mio padre. Credeva di poter far di tutti dei campioni.

Tatto

il tocco dei tessuti. Intrigante, affascinante. Ti regala quelle sensazioni che vanno oltre il visivo.

Gusto

Il gusto di lavorare. Se lavori con passione e dedizioni arrivi più lontano degli altri.

Laura Frati Gucci è Presidente nazionale di Aidda, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda e Vicepresidente mondiale di FCEM, Femmes Chefs d’Enterprises Mondiales.

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Profili

Immaginazione al Potere

La fantasia corre veloce quando la professione ci impone di metterci al servizio dell’immagine di altri ma il fiume di ricordi scorre più lento, piacevolmente, se il film da vedere è il nostro. Primo flashback: fermoimmagine su di lei, bambina, in azienda. Il primo flash che si accende in me è l’immagine delle balle di lana. La materia prima veniva pressata per essere trasformata appunto in queste balle immense sulle quali avrei voluto buttarmi. Indimenticabili. Sono il segno rappresentativo della azienda di famiglia? In un certo senso sì. Sono nata in una famiglia manifatturiera tessile, quindi è molto facile associare ad essa l’immagine della materia prima “regina” dei tessuti, la lana. Immagino che per lavorare in una simile azienda sia indispensabile anche il tatto.

Il tatto è essenziale, fondamentale. Non avremmo potuto lavorare in questo settore senza utilizzare i polpastrelli. Ogni volta ad esempio che vediamo un vestito, la seconda cosa che facciamo dopo averlo guardato è toccarlo, innanzitutto per capire che tessuti sono stati impiegati e in che modo sono stati lavorati, ma più che altro perché toccare un tessuto lavorato, quindi diventato prodotto finito ti svela tutto ciò che sta all’interno di quella stoffa o di quell’abito. È come se parlasse di quello che gli occhi non possono vedere.

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Quindi per lei il tocco è ormai un automatismo? È una gesto meccanico, ma anche spontaneo. Non potrei privarmi di questa sensazione, anche perché è un vero parametro per un controllo di qualità. A che età è entrata nell’azienda di famiglia? Piccolissima. A cinque anni già parlavo tedesco con i rappresentanti che venivano da noi per lavoro. Vede allora c’era proprio la tradizione, quasi l’obbligo di partecipare alla vita imprenditoriale. Si andava tutti insieme in fabbrica. Mio


padre portava moglie e figli e lo stesso facevano i nostri clienti. Non era solamente un contratto commerciale, ma anche un rapporto umano di condivisione. Pensi che quando uscivamo per cenare o prendere un aperitivo a Firenze mio padre mi metteva i soldi in mano e faceva pagare il conto a me. Mi educava sì ad essere donna, ma allo stesso tempo anche imprenditrice. Andava volentieri in fabbrica o lo viveva come un sacrificio? Per me era divertente. Lo stabilimento, tutti i signori che lavoravano, ma soprattutto lo stare assieme al mio papà, un uomo straordinario. Aveva deciso fin dalla mia nascita quale sarebbe stato il mio futuro, ma non me l’ha mai fatto pesare come un obbligo, anzi. Mi ha resa partecipe dell’attività familiare, mi ha appassionata al nostro lavoro, mi ha portata in giro con lui. Insomma mi ha letteralmente insegnato il mestiere, ma anche a vivere. L’ha fatta sudare? Sono cresciuta con la cultura della “meritocrazia”. Mio padre mi ha costretta ad una gavetta che per anni ho fatto ma anche odiato. Cioè? Ho iniziato a lavorare nell’archivio. Ero sommersa da scartoffie di ogni tipo e documenti che non solo dovevano essere sistemati, ma che mio padre voleva conoscessi per capire tutti i passaggi produttivi, ovvero la storia della nostra azienda. Direi che il ragionamento non fa una piega. A livello lavorativo no, ma quanto era noioso star lì dentro. Insomma io adoravo l’azienda di famiglia, ma quell’archivio riusciva a farmi passare la voglia di lavorare. Lo odierò per sempre. Dopo essere stata archivista che mansioni ha svolto? Sono stata spostata agli uffici interni. Li ho passati tutti fino all’ufficio commerciale. Crede che le sia mancato qualcosa in questo apprendistato? Sicuramente l’esperienza di lavorare per un’azienda dove non potessi avere collegamenti familiari. Insomma, mettersi alla prova fuori di casa. È una mancanza della quale la mia generazione ha fortemente risentito. Allora a 14 anni si andava a lavorare per il padre nella fabbrica del padre. La famiglia lavora per la famiglia, non per altri. Ed era un grosso limite. L’azienda di famiglia può essere anche scuola di impresa? L’educazione e la formazione sono assolutamente imprescindibili e universali. Nel

senso che ho potuto poi mettere al servizio di un’impresa diversa, che si occupa di pubbliche relazioni e di comunicazione, l’esperienza fatta in casa. Poi certo è come un film: ogni individuo acquisisce ciò che ritiene essenziale per sé e per il proprio futuro. Qual è l’insegnamento più importante che suo padre le ha dato? Mi ha sempre detto di non esagerare mai nel “tirare la corda” con i clienti o con chi ho di fronte. Prima di chiedere qualcosa mi ha sempre insegnato a pensare che effetto avrebbe fatto a me “quella proposta” mettendomi, ideologicamente, nella testa dell’interlocutore, per valutare il suo pensiero. Soltanto facendo così potrai capire e prevedere le reazioni del tuo interlocutore, mi diceva, e potrai comportarti nella giusta maniera. C’è una frase che suo padre le ripeteva spesso e che le è rimasta in mente? C’è ma è stata detta da me. Se questo la lega all’udito me la dica pure. Mio padre è una persona buonissima e disposta più di chiunque altro ad aiutare chi aveva bisogno. Ma io gli ripetevo sempre “se uno è un ciuco, non diventerà mai un cavallo da corsa, anche se gli dai gli anabolizzanti”. Insomma se la stoffa non c’è non c’è, è inutile impuntarsi. Sempre restando legati al percorso professionale l’olfatto che cosa le ricorda? Uh… disgustoso! La nostra azienda lavorava molto con la Germania e in seguito alla caduta del muro di Berlino attuammo una delle prime dieci privatizzazioni. Il paese di fatto era libero, ma le condizioni erano pessime. Bisognava risanare il territorio e la società, ricostruire tutto. E così facemmo anche noi con la nostra ditta. Durante

quei mesi alloggiavamo in una piccola pensione di fronte al fabbricato, vicino a Dresda. Oltre a noi però c’erano contadini, muratori, carpentieri… insomma una schiera di uomini con i quali dovevo condividere il bagno e il tanfo micidiale delle loro scarpe abbandonate fuori dalle stanze. Per cui si passava dal rappresentare il governo italiano in un’operazione industriale ad un puzzo ributtante di piedi. Per fortuna dopo 10 minuti ci facevi l’abitudine. E invece l’olfatto inteso come fiuto serve o no? Le appartiene? Credo che mi appartenga e per dimostrarglielo le racconto questo piccolo aneddoto: avevo pensato ad un progetto rivoluzionario che vedeva la conversione di un opificio storico in residenza per anziani. Il tessile era un settore che non andava più, poco remunerativo e costoso. Le residenze per la terza età invece sembravano destinate ad essere un ottimo investimento. Così è stato. Peccato aver continuato a tessere fili. Ero stata lungimirante, avevo avuto fiuto per l’affare, per la trasformazione, ma non mi hanno ascoltata. Del resto per sopravvivere nella società d’oggi devi essere pronto ad adattarti ai tempi snaturandoti, a volte, anche in maniera totale e drammatica. Il gusto per lei cos’è? Il gusto di lavorare. È così saporito. Se lavori bene non senti la fatica, ti senti appagato, vedi laddove gli altri non vedono, trasformi i momenti di crisi in momenti di rivoluzione e guadagno. Insomma lavori appunto con gusto. Con il gusto di rischiare e impegnarsi. Chi lavora così va più lontano degli altri. Quindi il lavoro è la parte gustosa della vita? Beh, in parte sì. Basti pensare che passiamo un terzo della nostra giornata al lavoro, se non di più. Se lo facessimo senza sapore, senza sale, allora sarebbe davvero triste. Un mio amico spagnolo l’altro giorno mi chiese se per me fosse più importante la famiglia o il lavoro. Ho risposto 50 e 50. Non le resta che rivelare il suo sesto senso. L’immaginazione. O meglio, la capacità di abbandonarsi, a volte, al dolce frutto della fantasia. Il senso dell’abbandono che ti porta lontano o ti permette di pensare a nuovi progetti, nuove idee, ti portano dove vorresti essere e ti regalano ciò che vorresti avere. E lei cosa vorrebbe essere? Madre a tempo pieno.

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Gandini Piera e Piero

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Flos - Brescia Flos è l’azienda internazionale leader indiscussa nel settore di produzione ed edizione di lampade di alto design. Senza perdere mai di vista la propria identità Flos, dagli anni ’60 ad oggi, è diventata un sicuro valore di riferimento grazie al suo costante istinto di ricerca e d’avanguardia.

Vista

Piera l’attenzione. Catturare ogni dettaglio, ogni particolarità che mi sveli le cose essenziali della vita. Piero tutto e niente. La vista cattura e seleziona tutto in modo così naturale che è come se guardassi un film. Non ricordi tutto quello che hai visto, ma sai che ti ha fatto effetto.

Udito

Piera condividere idee e pensieri con chi ti sta attorno. È indispensabile per me l’ascolto degli altri. Piero crea quanto vuoi, ma impara a gestire i soldi.

Tatto

Piera il tocco che mi dice tutto. Se un prodotto è lavorato bene e se una persona è come si mostra. Piero sapersi muovere con tatto. Che vuol dire ricercare l’equilibrio necessario in azienda e nella vita.

Fare proprie le cose

Gusto

Piero il gusto della naturalezza, del sentirsi a proprio agio.

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A luci Accese

PIERO Le frasi che scorrono sul computer distraggono l’attenzione ma fanno parte del gioco: veloci, accatastate, opposte, tutto e niente, ma soprattutto tanto. Un grande contenitore. Scopriremo che è così anche per i sensi. Tutti e cinque e tutti insieme. La mia è stata una formazione a tutto tondo. Non riesco a ricollegare solamente un senso alla professione. C’è qualcosa che ricorda in modo particolare? Gli… “stimolanti rimproveri” (ride) Di mamma o di papà? Di mamma e papà. Nessuno dei due me li risparmiava. Oltre ai rimproveri ricorda una frase che ripetevano spesso e che ora ha assunto un valore importante? No. I miei genitori, dico io per fortuna, non hanno mai ripetuto con ossessività una frase come se fosse una lezione di vita da dover assolutamente apprendere. Mi mostravano fatti concreti, lasciavano spazio alla mia intelligenza per capire cosa fosse giusto o sbagliato… mi davano delle dritte. Poi stava a me coglierle. Perché ha detto per fortuna? Perché credo che un genitore non debba agire come un professore severo. Finirebbe con il diventare una caricatura di se stesso e perdere la credibilità agli occhi del figlio. Credo che valgano di più degli sguardi, una pacca sulla spalla, una massima lanciata lì fra le righe. La dritta che professionalmente è servita di più? È di mio padre. Diceva: la creatività è un valore assoluto, ma impara a gestire il denaro, sennò rischi di perdere il controllo dei processi e la leadership. Credo che di norma sia ovunque così. Sì, infatti. E siccome il pensiero di dover

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chiedere “si può? non si può?” è piuttosto limitante e per me inconcepibile, ho deciso di imparare anche questo aspetto del lavoro. Insomma ha avuto un buon maestro. Mio padre ha saputo guidarmi in maniera astuta e intelligente, trasferendomi non solo il senso del “lavoro duro” ma l’energia delle idee, la passione del nuovo. Lavorava molto intensamente però. Senza dubbio. Mio padre lavorava con un’intensità appassionante. Quando lavori con ritmi così alti e continui a verificare e gestire mille input ed idee rischi di andare fuori giri. La cosa giusta è l’equilibrio. Oggi alla domanda “Ma tu in una giornata fai tutto quello che dovresti fare?” rispondo tranquillamente NO. Cosa è tutto? È impossibile. Si tenta di orientarsi per non perdere il senso del quotidiano. Bisogna saper avere una capacità di distacco. Dagli insegnamenti passiamo alla vista. C’è un’immagine legata alla sua professione che ricorda con nitidezza? No. Un’immagine o un ricordo visivo soltanto non ci sono. Più di uno? Potrei dirle che sono tanti quanto le immagini dei film e allo stesso tempo sostenere che non ne ho uno. Come mai? Perché se sono arrivato qui sicuramente vuol dire che li ho visti e mi sono serviti per capire la mia strada, ma nella vista rientra tutto ciò che ci passa davanti agli occhi. Recepiamo episodi in maniera tanto naturale da non farci caso, ma formano la nostra personalità. Però questo mondo la affascinava? Ah, senza dubbio. Sono nato circondato dalla bellezza delle idee. Che fossero i mobili che vendeva la mamma o le lampade Flos respiravi

comunque un’aria intensa, dietro la quale scoprivi l’impegno e la passione di decine di persone. Quindi ha deciso fin da subito di entrare in azienda o pensava di fare altro? A dire il vero non pensavo a molto. Non ero un ragazzo modello, le ragazze, gli amici… E come l’hanno convinta i suoi? Un giorno i miei mi mandarono in Germania a lavorare per una piccola azienda che avevamo lì. Era il 1996 e avevo 25 anni. Non conoscevo quel paese ma accettai la proposta, convinto che poi mi avrebbero destinato a New York! Una volta là mi occupai solamente di verificare se le tedesche fossero effettivamente alte e bionde, e se davvero per gli italiani fossero più disponibili. Dopo qualche tempo però mi resi conto che su di me cadevano responsabilità e aspettative. Non svolgevo ancora mansioni direttive, ma la mattina dovevo comunque svegliarmi alle 7, andare in ufficio senza mai mancare, lavorare, confrontarmi con persone preparate e volenterose. Insomma sapevi di andare in un ufficio nel quale si puntava quotidianamente al meglio. Iniziai allora a capire che se i miei amici dopo la nottata da leoni potevano poltrire tutto il giorno io dovevo alzarmi e svolgere il mio lavoro. Così, vede, in maniera naturale, sono rimasto in Germania ben due anni, mi sono assunto le mie responsabilità, certo il senso del rispetto per il lavoro degli altri ha avuto un ruolo. Vede, forse a lei piace a tal punto il suo lavoro che le sembra un gioco, non un lavoro. A me piace fare, non lavorare. Insomma è nato creativo. Sono attratto molto dalle idee. Quanto spazio date alla creatività in azienda? La Flos è creatività. Senza creatività sa-


remmo un’azienda come tutte le altre. Con noi lavorano molti designer internazionali, siamo un’azienda contemporanea, non una ditta che fa lampade moderne e la differenza è abissale. Essere un’azienda contemporanea vuol dire vivere un’avventura culturale ponendo nei tuoi prodotti quelli che sono i concetti, gli ideali, le visioni, i tuoi valori. Una volta che si pensano queste cose poi bisogna avere il coraggio di metterle in pratica distogliendosi dalla logica rigida del profitto. È naturale, la nostra avventura è imprenditoriale, e le nostre idee generano guadagno, ma quello che ci caratterizza, che ci ha permesso di distinguerci da anni, è il fatto di continuare a sperimentare senza mai fermarci. Non seguiamo le tendenze, le creiamo, seguiamo i ritmi della società, viviamo in simbiosi con essa affiancando la nostra spinta creativa. All’ultima fiera abbiamo portato un prodotto di un giovanissimo talento che aveva fatto piccole cose in passato, ma che ha un’energia vitale e una creativa sulle quali siamo disposti ad investire. Vede, molti si basano sulla reputazione dei risultati passati e sul “brand” solo storicizzato. Noi invece, puntiamo sul livello creativo ed energetico. Per giorni stiamo a contatto con questi creativi parlando di tutto fuorché di lampade. Impariamo a conoscere la loro storia, osserviamo la loro realtà, la casa, la famiglia, gli amici, e se le “vibrazioni” sono positive allora vuol dire che da lì può uscire qualcosa di buono. Alla creatività si abbina la sensibilità, in un certo senso il tatto. Anche nel suo caso? Il tatto è indispensabile più che altro se lo intendiamo come la capacità di sapersi muovere. O meglio, muoversi con tatto. Il tatto è la capacità di equilibrio, l’abilità di far sentire tutti appagati, di saper capire i desideri delle nostre super star (i designer) senza mai dimenticare la necessità di un balance all’interno dell’azienda fra tutti i settori. Il gusto può andare al di là del gusto? Per quanto riguarda il gusto sono davvero categorico. La bellezza è stata a tal punto standardizzata in uno stereotipo pur di renderla accessibile a tutti, che è incredibile il livello di inestetismo a cui siamo arrivati. La bellezza secondo me è soprattutto un cocktail di valori, armonia e naturalezza. In giro se ne vede poca, è per quello che trovo che vi sia tanto cattivo gusto. Le persone pensano di essere eleganti e ben vestite e magari sono solo imbalsamate in qualcosa che hanno digerito

attraverso una pubblicità, qualcosa che non gli si addice. Il primo passo per essere belli è essere naturali, sentirsi a proprio agio. Ma devi farlo capendo e rispettando ciò che ti circonda. Se si ragiona in questi termini puoi essere elegante perfino a piedi nudi. Sembra un messaggio per le nuove generazioni. Io non do messaggi. Credo solo che vivere di conserva non serva a nulla, anzi. Se si è giovani, dinamici, se si ha una personalità allora preferisco vedere qualcuno che sbaglia ma ci mette del suo, che non si nasconde nella fila infinita delle soluzioni standardizzate. La giovinezza è bella proprio per questo. Non hai niente da perdere e nel caso perdessi hai ancora una vita per rifarti. Bisogna rispondere anche al mercato però. Non voglio sembrare un asceta, ma credo che non si possa solamente occuparsi dei movimenti del mercato e delle mode del momento. Bisogna sovvertire, essere all’avanguardia. Mantenere prodotti che assicurano un cospicuo guadagno e un settore che si occupi di rispondere alla esigenze di mercato comuni a tutti è indispensabili per campare. Ma l’aspetto più bello, quando si può è esplorare nuove vie, anche se incerte. Non le resta che illuminarci sul suo sesto senso. Non ho nessun sesto senso. Non ho capito se non ne ho nessuno o mille. Me ne basta uno. Un po’ buffo, mi sveglio spesso di notte in preda a quelle che mi sembrano mille idee o dettagli per cose che devo immediatamente segnarmi, sennò me le dimentico. Un sesto senso legato alla creatività. No, all’insonnia. (ride)

sono importanti. Ma il tatto lo intendo anche come gesto proprio degli addetti ai lavori. Un ricordo legato alla vista. Diciamo che alla vista dedico molta attenzione. L’attenzione accurata verso i dettagli, verso i comportamenti delle persone, i loro gesti e verso tutto ciò che mi passa davanti agli occhi. Del resto come per il tatto, anche la vista a forza di allenarla ti permette di cogliere dettagli che altri non vedono e quindi avere quella lungimiranza necessaria per rimanere leader. I sensi si allenano e abituano? Non potrebbe essere diversamente. Cioè? Fare proprie le cose. Soltanto così le conosci, le senti, le vedi. Ed è un risultato di tutti e cinque i sensi messi insieme. A questa intervista abbiamo rubato una parte, il racconto di un aneddoto cinese con il quale la signora Piera Gandini ci ha spiegato il sesto senso. La ringraziamo e vi rimandiamo alla prefazione per leggerlo.

PIERA Se Lei dovesse raccontare Flos e il suo lavoro con un senso, quale utilizzerebbe? Il senso di comunità, la condivisione. In 40 anni di lavoro, mai e poi mai ho mandato in produzione un progetto che non avesse ricevuto l’approvazione di tutto lo staff. Forse è questo il segreto che ci ha portati ad essere leader del settore. Un senso che porta all’udito. Si, esatto. Ascoltare gli altri, le loro opinioni, le loro idee, i loro giudizi. È un sentire anche a pelle? Certamente. L’udito ti permette di ascoltare le parole, il tatto invece ti permette di capire le sensazioni, le emozioni che in un gruppo affiatato come il nostro

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Gavezotti Graziella

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ACCOR Services - Milano Con attività in 40 paesi, Accor Services è leader mondiale nella emissione di buoni e carte di servizio, destinati ai benefit per le risorse umane, incentivazione e motivazione, gestione delle spese professionali e sviluppo di programmi sociali pubblici per i cittadini. Vista

l’immagine di mio figlio appena nato, indimenticabile. Per il resto tendo a guardare avanti e a superare il passato.

Udito

ascoltare le persone. Spesso le idee migliori nascono dalla condivisione con gli altri. A volte è più facile essere catalizzatori che creativi.

Tatto

non ne ho! Dico le cose in faccia e non faccio tanto caso ai modi. Risultato: qualche gaffe.

Olfatto

l’intuito, quella sensibilità che ti permette di cogliere le opportunità con anticipo.

Gusto

il gusto della sfida. Mettersi in discussione di continuo e lanciarsi in nuove avventure.

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La ragione per Decidere L’emozione per Scegliere

Prima di parlare dell’influenza che hanno avuto i sensi sul suo percorso vorrei conoscere il suo iter professionale. Abbiamo molto tempo vero? Tutto il tempo necessario. Ho sempre voluto cogliere tutte le opportunità possibili, mettendo anche in discussione alcune scelte iniziali. Non sapevo assolutamente che cosa avrei voluto fare “da grande”, mi sentivo irrequieta, disponibile ad affrontare qualsiasi situazione, ma incapace di darmi un orientamento. Di certo il mio mondo quotidiano era troppo piccolo per contenermi.

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Non riusciva a stare ferma o non stava bene a casa? Da giovane, ma ancora oggi vengo considerata una macchina, nel senso positivo del termine. Inarrestabile. Al tempo stesso però sono nata in una famiglia tradizionale, educata in modo rigido, senza molte concessioni. Così visto che la mia famiglia non aveva grandi mezzi per alimentare le mie ambizioni, decisi che mi sarei mantenuta agli studi universitari, lavorando e scegliendo un impiego consono al mio desiderio di libertà: hostess di nave.

Un modo per evadere. In definitiva mi sono sempre considerata una studentessa-lavoratrice o forse una lavoratrice con l’hobby dello studio… Che altri lavori ha svolto durante gli anni di università? Ho lavorato per il consolato americano, come corrispondente di una società americana, in una redazione giornalistica e poi in una società siderurgica. Negli anni ‘70 si trovava impiego con facilità e riuscivo ad alternare studio e lavoro in modo persino divertente. Comunque ho avuto una vita assolutamente normale; forse la mia abilità è stata quella di non sottrarmi mai alle difficoltà e di volermi mettere in gioco costantemente. Mi sembrava di essere in grado di padroneggiare qualsiasi situazione, senza limiti, e di avere di fronte grandi orizzonti. Poi è arrivata la grande occasione? Proprio così. A venticinque anni, per caso ho incontrato l’azienda di cui sono entrata a far parte. Era un gruppo internazionale che intendeva lanciare un prodotto nuovo per l’Italia, il Ticket Restaurant. Ho subito accettato di aderire ad un progetto che mi appariva convincente e di portata sociale. È stato fondamentale creare le premesse giuridiche del servizio, sondare le opportunità di un mercato in divenire e costituire la struttura organizzativa che potesse realizzare il progetto atteso. Ad oggi 1.200.000 utenti al giorno e 240 milioni di titoli emessi all’anno dimostrano che avevo ragione. Avete attraversato diverse fasi? Pensi che dai miei venticinque anni ho consolidato la mia crescita sempre all’interno di uno stesso gruppo, non male in termini di fedeltà. Eppure non mi sento per nulla mono-cultura. Al con-


trario mi sembra di aver vissuto diverse realtà professionali: da una fase classica di start up alla densità e complessità competitiva odierna, in un’azienda che si è trasformata per dimensioni e diversificazione di attività. È stato necessario acquisire competenze relazionali, organizzative, gestionali e anche tecnologiche, oltre che accompagnare l’organizzazione nella sua evoluzione, potenziandone la struttura con persone e strumenti adatti alle differenti fasi di sviluppo. Da un solo prodotto a un’ampia gamma di servizi, che oggi vede il nostro portfolio differenziarsi in ben 12 prodotti, dal semplice supporto cartaceo alle carte prepagate e alle piattaforme virtuali di gestione delle transazioni. Insomma credo che si senta che sono particolarmente affezionata al Gruppo, avendo concorso allo sviluppo di un’azienda che un po’ mi assomiglia. Forse potrei definirmi un “manager imprenditore”. Un’avventura continua. Stimolante e soddisfacente. Siamo partiti in tre, oggi lavorano per noi 290 persone e abbiamo una quota di mercato quasi del 50%. Ha definito questa come la sua prima parte di vita, una vita indubbiamente dedita al lavoro, cos’ è cambiato poi? Non mi bastava il lavoro e non avendo impegni familiari, decisi di iscrivermi ad un altro corso di studi, acquisendo a 39 anni la seconda laurea in Psicologia. Un’esperienza quanto mai interessante che mi ha sicuramente migliorato, visto che poco dopo incontro un uomo di grande personalità e molto convincente, che ho sposato. In rapida sequenza è arrivato mio figlio, Jacopo, che ora ha 15 anni e riempie la mia vita di soddisfazioni diverse e di qualche sfida in più. Come mai ha deciso di iscriversi ad un’altra facoltà? Fosse per me ne inizierei una terza, se solo avessi il tempo. È stata una decisione dettata dalla curiosità, dalla voglia di continuare a crescere. In particolare volevo approfondire i miei limiti e le mie potenzialità e da umanista indagare appieno la natura umana. Ho acquisito innanzitutto una maggiore consapevolezza del perimetro delle mie capacità, ma ho sviluppato anche un’intelligenza emotiva che va a coniugarsi perfettamente con la parte più razionale, fino ad allora predominante. Oggi sono più che mai convinta che la realizzazione di un’esistenza soddisfacente passa dal-

la “via dei sentimenti” e dalla capacità di creare, oltre che mantenere, buone relazioni. Anche a livello professionale consiglio sempre di ricordarsi che decidiamo in modo razionale, ma scegliamo in modo emotivo. Una vita movimentata ma appassionante ed appassionata. I sensi certamente avranno avuto la loro importanza. Se penso ad un’azienda grande come la vostra credo che sia fondamentale l’ascolto. Mi ha lanciato l’assist e la ringrazio. Ora sto parlando, ma solitamente faccio molte domande, prendo appunti, mi annoto tutto quello che viene detto. È basilare infatti ascoltare i pareri e le idee che provengono da tutti i colleghi, soprattutto in un’azienda che produce servizi. Pensi che fra qualche mese apriremo un blog interno, Radio Accor Services, nell’intento di scambiare in continuità commenti, considerazioni ed eventuali critiche con tutto il personale. È dimostrato che l’attenzione che il management rivolge ai propri collaboratori viene ampiamente ripagata con motivazione e maggiore efficacia da parte degli stessi. Tuttavia all’ascolto interno deve corrispondere altrettanta attenzione verso l’esterno. Difatti i segnali deboli del mercato e le tendenze emergenti sono fonte preziosa per nuovi orientamenti, nonché decisioni che possono permettere ad un’azienda di precorrere i tempi o proteggersi da eventuali errori di percorso. Il compito dell’Amministratore Delegato deve essere quello di far da tramite, da ponte fra il mondo interno aziendale e gli input provenienti dal mondo esterno. Bisogna aver ben chiaro questo ruolo di connessione altrimenti si rischia di farsi trascinare dall’entropia dell’azienda stessa, perdendosi tra emergenze e burocrazia. L’olfatto potremmo invece declinarlo come fiuto nel suo caso? Direi che è la giusta interpretazione. Noi donne siamo viste come intuitive e sensibili per natura. Nel mio caso c’è anche una buona dose di reattività verso il mercato dei servizi dopo oltre 30 anni di esperienza. Non sempre sono consapevole dove finisce il raziocinio e inizia l’intuito; tant’è, di grandi errori per ora non ne ho fatti. Le sarà necessaria anche una certa dose di tatto o sbaglio? Diciamo che sarebbe necessaria, ma che non mi appartiene. Sono piuttosto prag-

matica e quindi tendo ad esprimermi in modo diretto. Sono più assertiva che politica. A volte mi piace provocare, è un gioco produttivo e stimolante per certi versi. Ecco posso dire di non avere tatto e che non mi ha certo aiutato... anzi. Prima diceva che bisogna osservare, quindi la vista quanto conta? Da un punto di vista imprenditoriale moltissimo. Ricordiamo maggiormente ciò che vediamo rispetto a ciò che ascoltiamo. Spesso quando parlo disegno schemi e scrivo parole chiave, essendo una visiva mi riesce agevole. La questione fondamentale, tuttavia, non è ciò che si guarda, bensì ciò che si comprende. Da un punto di vista personale invece ha un ricordo legato alla vista? L’immagine indimenticabile di mio figlio appena nato e molti dei momenti significativi della sua crescita. Per il resto ricordo poco il passato. Credo perfino di soffrire di una forma di oblio. A volte incontro ex compagni di scuola che mi raccontano degli aneddoti che non ho minimamente presenti nella memoria. Tendo a rimuovere tutto ciò che è stato, tutto ciò che ho vissuto finisce nel dimenticatoio. Procedere e andare avanti è il mio motto e difficilmente guardo nello specchietto retrovisore. Dopo tutto quello che mi ha raccontato ho idea di come potrebbe interpretare il gusto. Vediamo se ho ragione, mi dica. Il gusto della sfida e il gusto della provocazione, ovviamente. Non come fine a se stesso, piuttosto come meccanismo mentale per cercare di superare dei limiti che ci vengono posti, per avere coraggio e audacia anche nelle situazioni più sfidanti. Non le rimane che svelarmi il suo sesto senso. Il senso del progredire, del procedere. Consiste nel saper incrementare le proprie capacità, le proprie valenze; accrescere il bagaglio di conoscenze e di esperienze per migliorare ed evolversi di continuo. Non bisogna fermarsi mai, altrimenti ci si scopre superati e obsoleti. Non fermarsi mai vuol dire anche viaggiare per lei? Assolutamente sì e nel mio caso è indispensabile. Accor Services è presente in 40 nazioni, il Board Internazionale si riunisce ogni mese, i membri sono 12 e sono l’unica donna, non è il caso che faccia mancare la mia presenza! Ho la pretesa di ritenere che abbiano bisogno di tutti i miei sei sensi.

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Profili

Udito


L’udito è saper sentire nelle parole, ma anche nell’animo


Giangrossi Patrizia

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Pierre Mantoux - Milano Pierre Mantoux non vede nel collant solo una necessità, ma una accessorio della propria bellezza e seduzione, creando così una serie di prodotti che decretano un successo che è ormai sinonimo della celebre azienda. Pierre Mantoux si distingue da sempre per l’alta qualità e per il sapiente artigianato italiano.

Vista

il boom clamoroso degli anni ‘80. Quando le calze si vendevano come il pane. Che bei momenti.

Udito

“i fornitori...trattali bene perché sono loro che ti fanno andare avanti”. Niente di più giusto.

Tatto

l’organzino di seta. Toccarlo a fine lavorazione è una sensazione incredibile.

Olfatto

l’odore della sala macchine, ci sono nata e ci convivo tutt’oggi.

Gusto

il gusto di fare le cose con cura e attenzione. Il gusto di vendere un prodotto pensato e fatto a mano in Italia.

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Pensato e Fatto a Mano... in Italia

Iniziamo da un ricordo legato ad una sensazione. Cosa si affaccia alla memoria? Una sensazione materica. Il primo contatto con i materiali per la calza. Abbiamo iniziato negli anni ‘30, mio nonno allora produceva calze in seta. Oggi siamo arrivati a produrle anche in cashmere, lino, ramié, bambu… Quindi come primo senso potremmo parlare del tatto. C’è un ricordo in particolare? L’organzino di seta. Ancora oggi in un certo senso ci sono affezionata. Si prendeva l’organzino di seta e si lavorava su una macchina che aveva quattrocento aghi. La seta rilasciava la cheratina che impastava tutti gli aghi. Alla fine di questa lavorazione il mio tecnico doveva ogni volta togliere tutti e quattrocento gli aghi e buttarli via, così ci spremevamo le meningi per capire come si potesse evitare questo costoso spreco. Da questo procedimento però veniva fuori una calza in seta che al tatto dava una sensazione materica straordinaria. Ha presente quella seta che fa crac crac ? Ecco...era meravigliosa. Quell’organzino di seta, toccarlo, sentirne la morbidezza. Ci ha fatti impazzire, ma quante soddisfazioni ci ha regalato. Dagli anni ‘30 ne sono passate di generazioni e la vostra attività continua ad esistere. Quale segreto le ha trasmesso il nonno? Quando parlo di mio nonno, parlo di un uomo intellettualmente onesto, uno di quegli imprenditori vecchio stampo che sapeva fare il suo lavoro e diceva spesso “tieni in conto i tuoi clienti senz’altro, ma i tuoi fornitori... i fornitori trattali bene, pagali bene, non lasciarli senza lavoro in tempi di crisi e non spremerli in tempi d’oro, perché sono loro che ti permettono di andare avanti.” E così ho sempre fatto.

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Il tempo ha dato ragione a suo nonno. Direi di sì. Mia madre invece mi diceva sempre “non vendere le calze perché la gente si copra le gambe, vendi le calze perché sono un accessorio di moda importante.” Quando crei la tua collezione pensa alla comodità, all’uso quotidiano di questo capo d’abbigliamento, ma rendilo unico. Quindi entrano in gioco in maniera rilevante anche la vista e il gusto? Decisamente. Prima della vista parlerei del gusto, perché la prima è la conseguenza del secondo. Un’industria, se lasciata agli uomini, diventa soltanto una questione di volumi, di quantità, diven-

to made in Italy. Il mio motto infatti è pensato e fatto a mano in Italia. Dal prodotto finito alle vetrine, ora possiamo parlare della vista. Esatto. Le calze poi finiscono nelle vetrine dei negozi e devono ammaliare i possibili clienti. Non devono passare inosservate o sembrare uguali alle altre. Un’immagine ancora viva nella sua mente legata alla vista. Il boom degli anni ‘80. L’autista di Mariella Burani che aspettava qui fuori, Versace con le sue minigonne che pretendeva una calza di pizzo. La calza era l’oggetto cult e tutti la volevano in tutte le salse. Se ne vedevano in giro di lun-

soprattutto se persone come Miuccia Prada gridano ai sette venti “Andiamo in giro a gambe nude.” “Bene,” penso, “e noi che facciamo???” Sopravvivete. Esatto. Il nostro è diventato un prodotto di nicchia. Per essere ai vertici devi sempre stare al passo coi tempi, reinventarti, seguire il flusso e adattarti. L’olfatto nella sua attività le è servito o è stato marginale? Piuttosto marginale. Diciamo che mi lega all’olfatto il ricordo della sala macchine, dove venivano prodotte le calze, e l’odore dei macchinari. Allora parliamo di qualcosa che sicura-

ta un processo automatizzato che sforna tot paia di calze al giorno. Fosse per loro le calze entrerebbero nei tubi per non essere più né viste né toccate. Io invece pretendo che il mio prodotto sia un prodotto di gusto, che abbia un sapore e quindi che sia artigianale. Il gusto per me è la cura del particolare, l’attenzione a creare prodotti non massificati o industrializzati, ma prodotti di nicchia che seguano la tradizione dell’artigiana-

ghe di corte, coi buchi o bon ton. L’importante era averla. Ora invece? Ora è dal ‘90 che viviamo periodi di crisi. Prima la crisi del petrolio, poi il crollo delle torri gemelle, ora la crisi del 2009. Le cifre parlano chiaro, sul mercato il consumo di calze è sceso del 53%. Le calze ormai non si rompono, durano anni, la gente pensa solo alla comodità e non pensa più al particolare della calza...

mente l’avrà aiutata. Il sesto senso. Il coraggio. La determinazione. La voglia di crederci e non arrendersi. Perché? Con la morte di mio padre, avvenuta negli anni ’90, sono entrata a pieno titolo in azienda, proprio quando sono iniziati i vari periodi di crisi. Avevo tre figlie, ero una donna, gli investimenti erano grossi, la richiesta in calo. Avevo tutte le giustificazioni per dire chiudiamo baracca e burattini. Invece ho pensato a tutto il lavoro di mio nonno, dei miei genitori, di mia zia. Tutti quei soldi, tutta la passione che mi hanno trasmesso, la fatica e gli sforzi. Non avrei mai potuto gettare all’aria tutto questo, tutta la nostra storia. Così mi sono fatta forza, ho creduto in me e nell’azienda e sono andata avanti. A distanza di quindici anni, seppur a fatica, sono ancora qui a parlare della mia attività.

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Profili

Giovanelli Mammana Mariella Giuseppe Patrizia Renata

Girzi Line - Boario Terme Da più di 25 anni nel settore dell’estetica investe nella qualità, sicurezza, efficacia e gradevolezza dei prodotti che realizza a marchio proprio e per conto terzi. È l’unica realtà di produzione cosmetica nel territorio della Valle Camonica conosciuta a livello nazionale.

Vista

Renata le nostre confezioni : la trasformazione dal cartone grezzo ai sofisticati involucri. Mariella e Giuseppe i colori: i rosati i verde chiaro e la gamma dei colori naturali. La scelta del colore giusto per un cosmetico, significa successo.

Udito

“non vi lamentate mai!” Ce lo ripeteva sempre papà…voleva spronarci, perché credeva in noi.

Tatto

la texture, le miscele, le essenze mescolate…e il prodotto finale che è frutto di esprimenti e ricerca.

Olfatto

la canfora. Ogni giorno per i primi anni avevamo per tutta casa un profumo forte di canfora. Prima lo odiavamo poi l’abbiamo amato.

Gusto

Mariella il gusto della sfida. Non sentirsi mai arrivati e voler sempre sperimentare accettando nuove sfide, rischiando e progredendo. Renata il gusto di soddisfare gli altri. Vedere negli occhi la gioia della gente che ripone in te la fiducia e la speranza di ottenere un prodotto unico e personalizzato. Giuseppe il gusto della bellezza.

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Pura Sensorialità

Cosmetica e sensi, un percorso facile... Mariella La nostra azienda è pura sensorialità, quindi i sensi non potevano che portarci qui, da lei. Tutti i sensi in un’attività come questa sono esaltati e stimolati… Come avremmo potuto andare altrove?! Fra tutti qual è il senso che lei ritiene più importante nel suo lavoro? Mariella Il tatto. Ancora prima di scoprire i suoi benefici una crema deve at-

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tirare il cliente grazie alla sua texture, alla sua leggerezza vellutata. Deve conquistare i polpastrelli. Credo che anche l’olfatto sia fondamentale per gli addetti al settore. Mariella Per l’olfatto lascio spazio a mia figlia…è lei il naso della famiglia. Se sua figlia è il naso lei cos’è? Mariella Io sono la ricerca. Costante, continua e incessante. Una crema non deve soltanto dare piacere, deve dare

un vero e proprio beneficio alla pelle e al corpo altrimenti non serve a nulla. La mia ricerca consiste in questo: oltrepassare il semplice benessere e arrivare a creare cosmetici sempre più efficaci, quasi curativi. Ho cominciato queste ricerche lavorando a stretto contatto con le Terme di Boario. Lì erano indispensabili prodotti di questo tipo per alleviare i dolori e i piccoli problemi dermatologici delle persone o degli anziani.


A lei sta l’esperienza della ricerca a sua figlia il fiuto. L’olfatto contribuisce in maniera così significativa nella creazione e poi nella scelta di acquisto dei vostri prodotti? Renata Basti pensare al fatto che i clienti oggi guardano e annusano. In base a queste due sensazioni decidono se fare l’acquisto o meno. Quindi, non potendo prescindere da questa constatazione, abbiamo deciso di dedicarci completamente all’aspetto olfattivo dei nostri prodotti in modo che con il loro profumo riportasse direttamente al principio attivo che li caratterizza. Come se aprendo un barattolo di crema si fosse avvolti da un profumo che già rievochi la sua essenza e che quindi trasmetta l’idea di che cosa porta con sé. Per Boario abbiamo racchiuso in un’unica fragranza tutta l’essenza e lo splendore del parco ricco di magnolie e violette… aprire quel flacone è come entrare nel parco stesso. Fra tutti c’è un odore in particolare che la lega alla sua professione? Renata La canfora. È stato il primo. In che senso? Renata La crema canforata è stato il primo prodotto di nostra realizzazione. Avevamo ancora i laboratori in casa così ogni giorno ad ogni ora per tutto il primo periodo di attività la casa era invasa da questo profumo intenso di canfora. Non ne potevo più. Oggi invece mi riporta alla mente tutti i primi anni di lavoro in azienda. E ogni volta che ci penso credo sempre con più certezza di aver preso la strada giusta. Nella vostra azienda si parla solo di olfatto o anche di fiuto? Renata In un primo momento potevamo parlare solamente di olfatto, ma da qualche anno a questa parte il fiuto è diventato indispensabile. La velocità con cui cambiano mode e tendenze, la frequenza di nuove scoperte di principi attivi e soprattutto la richiesta del cliente sempre più dettagliata e specifica hanno fatto si che iniziassimo a creare prodotti personalizzati in base alle esigenze del cliente. Così diventava necessario capire ed intuire appieno i desideri, le aspettative, i gusti e il tipo di persona che ti stava di fronte per poter realizzare un prodotto ad hoc per lei. In un’azienda familiare, solitamente si ricordano i saggi consigli o le frasi storiche di nonni e genitori. Voi cosa sentivate fra le mura di casa? Renata Non vi lamentate, non vi lamen-

tate, non vi lamentate… consigliato, sussurrato, o semplicemente detto. Mio padre ci ripeteva sempre questo, all’infinito: l’azienda, tutto quello che siamo e vede è frutto dell’idea di mio padre. Non ha mai partecipato fisicamente al lavoro con noi però ci seguiva, ci spronava, ci invitava a non aver paura delle nuove sfide ma anzi di accoglierle e affrontarle con coraggio. Infondeva ottimismo…ci aiutava, perché credeva in noi. Mariella Un’altra persona che crede ciecamente in questo lavoro è mio figlio. Sapere che tutta la famiglia vuole investire nell’impresa di famiglia deve essere appagante per chi quest’azienda l’ha fatta nascere. Mariella Assolutamente. Allora chiedo subito a suo figlio qual è il senso che sente appartenergli, che lo lega a questa professione. Giuseppe Le braccia (e ride…). La forza e la fatica di mescolare nei serbatoi le essenze e i principi attivi. Detto così sembra che lei sia uno stregone. Giuseppe Più o meno… spetta a me il compito di creare nuove formulazioni e di compiere manualmente passaggi indispensabili nel nostro lavoro. Parliamo della vista ora. Il prodotto si usa, si annusa, ma anzitutto si guarda. Renata La vista è legata al packaging esterno. Dal cartone grezzo che viene lavorato si ricavano tutti questi contenitori che poi diventano l’immagine dei nostri prodotti. Dai più semplici con un orlino dorato ai più sofisticati. Giuseppe Sicuramente i colori dei cosmetici. Rosati, verde chiaro, colori degli estratti che sfumano dal giallo al marrone. Li trovo piacevoli e rilassanti. Conta molto il colore? Giuseppe Conta eccome. Anche se negli ultimi anni il prodotto tende ad essere il più naturale possibile. Oggi si tende alla neutralità del bianco o al rigore dell’avorio, ma i colori esercitano sempre una grande attrazione nella clientela. Mariella Ci sono dei principi attivi che hanno un loro colore, come il violetto del mosto d’uva. Ecco questo è un esempio di quanto spesso un prodotto venga venduto anche sulla base del colore. Quando è entrato in commercio ha riscosso un successo incredibile grazie al suo color violetto e alla sua fragranza. Fino a qualche anno fa parlare di mosto d’uva o cioccolato nel campo della cosmetica sarebbe stato impossibile.

Vuol dire che anche in questo settore c’è il gusto della sfida, di qualcosa di nuovo. Mariella Il massimo del gusto che si possa avere è il gusto della sfida. Non sentirsi mai soddisfatta, sapere che si può fare sempre meglio e sempre qualcosa di nuovo. È uno stimolo costante a metterci anima e corpo in quello che fai. Renata Per me il gusto consiste nel soddisfare le esigenze dei clienti. Non solo creiamo prodotti che hanno effetti benefici, ma addirittura li personalizziamo o produciamo su richiesta. Al termine di questo lavoro ti senti davvero appagata di aver soddisfatto e reso contente delle persone che credevano in te. Col lavoro prendo due piccioni con una fava… soddisfo me e gli altri. Giuseppe All’associazione del concetto beauty and food negli ultimi anni hanno lavorato davvero tutte le maison di bellezza più importanti. La nascita di concept store, la ricerca di appagare appieno tutti e cinque i sensi dei clienti e perseguire l’idea che un massaggio o una crema possano corrispondere ad un prodotto da tavola, ad un aroma o ad una spezia, ha permesso di abbattere molte frontiere anche nel campo della ricerca. Renata Esfolianti all’ananas abbinati spesso con il frutto da mangiare… così come trattamenti al cioccolato vengono spesso accompagnati da vero cioccolato fondente da assaporare. Sono due mondi, uno esteriore ed uno interiore che si incontrano e sposano perfettamente. Abbiamo parlato dei cinque sensi e di come soddisfarli. Ora però svelatemi qual è il senso che appartiene a voi e solo a voi. Il vostro sesto senso. Mariella La lungimiranza. Vedere lontano e capire che il mondo è grande. Uscire dai confini ed esplorare tutto ciò che ci circonda. Senza ambire a delle grandiosità, ma volendo solamente ampliare le proprie conoscenze per trasferire un po’ di mondo nelle proprie creazioni. Renata La volontà, quasi il desiderio di poter aiutare concretamente le persone con il mio lavoro. Giuseppe Non l’ho… non sento nessun sesto senso. Il cosmetico per me è già un sesto sento, come una specie di quintessenza che mi trasmette sensazioni piacevoli, che rievoca alla mia mente ricordi e pensieri, come se fosse una canzone o un film. Per me ha lo stesso potere. Forse il senso di responsabilità con tutte queste donne…(ride).

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Guarda

Umberto e Laura

Mgm Marmi -Brescia Mgm Marmi nasce dall’esperienza industriale dell’azienda di marmi della famiglia Guarda, tramandata di generazione in generazione, a partire dagli anni ’60. Nel corso degli anni alla passione sono andate sommandosi la ricerca e la più moderna tecnologia disponibile portando così l’azienda ad essere riconosciuta a livello internazionale come una delle migliori del settore.

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Vista

l’applicazione lavorata del marmo. Il lusso che sprigiona.

Udito

i telai delle segherie. Il rumore che ha scalfito ogni ora, di ogni giorno dei primi anni di lavoro.

Tatto

la capacitĂ  di leggere dentro le persone.

Olfatto

il profumo del marmo.

Gusto

il gusto per il bello. Quello naturale, armonico.

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La forza che Risplende

Ogni giorno a contatto con un materiale forte e splendido, il marmo. Quali sensi fa scendere in campo? La vista. E il gusto. Come mai? Perché il lavoro realizzato in marmo fa risplendere la bellezza, l’eleganza, il lusso e mi riempie gli occhi. Il gusto per i dettagli e le lavorazioni artigianali che vengono eseguite su questa pietra. Quindi è l’aspetto visivo che si rifà all’estetica. Sì, vedere qualcosa di bello e quindi

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voler realizzare sempre qualcosa di più bello. Del resto il marmo è una pietra stupenda, che parla da sola. Applicarla nella maniera giusta vuol dire solo farla splendere più di quanto già non faccia da sola. C’è un oggetto o un progetto che le fa pensare: lì dentro ci sono io, la mia anima? In ognuno c’è qualcosa di me…ma ricordo con particolare piacere un ovetto “fabergé” ideato per un ingresso e realizzato con pietre semipreziose

Quando ha capito e deciso di voler intraprendere questa carriera? L’ho capito, ma non deciso, a sedici anni, quando ho incontrato il ragazzo che sarebbe diventato l’uomo della mia vita. Cioè? In verità lo ha deciso mio suocero, grande imprenditore che, quando conobbi suo figlio, cioè mio marito, mi obbligò ad andare a lavorare ogni estate presso la sua azienda. Cosa accadde? Al termine del liceo mi obbligarono ad


iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza e scegliere l’indirizzo d’impresa. E poi? Inizialmente sono entrata in azienda occupandomi di contrattualistica internazionale e poi sono stata spedita nella nostra sede di Londra per 3-4 anni. Successivamente ho contribuito a far nascere e mi sono occupata delle nostre joint-venture di Buenos Aires, Shanghai, Pechino, Hong Kong, Montevideo, fino a quando la mia carriera imprenditoriale nel suo momento più radioso venne interrotta da una gravidanza trigemina. Cosa è successo a quel punto? Ho trasformato questo maternità, in una risorsa, elaborando nuovi progetti e strategie all’interno di una nuova tipologia di mercato di nicchia, e fu così che iniziò l’ascesa della MGM. Tenga conto che oggi la stampa si riferisce a noi col termine “i Cartier del marmo”. Qual è la chiave del suo successo? Mio marito. Senza di lui non sarei arrivata dove sono. Siamo complementari. Insieme siamo la formula vincente. Da ormai trent’anni uno accanto all’altra, tre splendidi figli e un’azienda ai vertici mondiali. Possiamo considerarci fortunati. Ancora appassionati, innamorati, curiosi, abbiamo saputo trasformare la passione in lavoro e il lavoro in passione. Si considera una pragmatica? Ero un’operativa perché dovevo imparare il mestiere. Ho dovuto fare anni di sana gavetta prima di arrivare in alto. Ma il mio grande pregio è quello di essere progettuale. Sono capace di sbrigarmela nelle cose pratiche, ma l’ideazione e la creazione di un progetto sono

la mia specificità. Davanti a me ho un’imprenditrice riuscita che lavora moltissimo. Avrebbe mai pensato che quest’attività l’avrebbe assorbita in maniera così totalizzante? Non si possono ottenere risultati soddisfacenti e di alto livello se non si lavora in maniera intensa. Sempre. È vero che il tempo che mi rimane al di fuori del lavoro è poco, ma cerco di investirlo al meglio. Del resto sono cresciuta in una famiglia dove madre e padre sgobbavano da mattina a sera. Quando cresci con due esempi del genere in casa, non puoi che imparare il senso del dovere, la passionalità, la professionalità e l’etica del lavoro. Due esempi da seguire. Sicuramente. E sono loro grata per tutto quello che hanno fatto per me. Mio pa-

dre appena poteva mi portava a teatro, a qualche concerto o a qualche mostra d’arte. E così facendo mi ha trasmesso questa passione. Ce l’ha fatta e non smetterò mai di ringraziarlo non solo per i sacrifici, ma anche per avermi dato la possibilità di imparare moltissimo, di studiare e di conoscere nuovi mondi. Assomiglia più al papà o alla mamma? Credo di essere il perfetto mix di entrambi. Creativa, determinata, sensibile, ironica, autoironica, strategica. Penso sempre ci sia una strategia vincente Mi muovo per strategie. E ambiziosa. Il gusto quindi è il gusto per il bello? Il gusto per me sono i dolci, ah ah! Scherzo… se dobbiamo parlare dell’ambito professionale allora si. Il gusto per l’eleganza naturale e non costruita, per il bello, per la raffinatezza. Siamo arrivati al senso personale ed intimo, mi parli del suo sesto senso. L’intuizione. Non soltanto in ambito professionale, ma anche in ambito familiare e sociale. Capisco le situazioni, intuisco i momenti opportuni e giusti per agire. Qual è la cosa che la fa star bene? Sto bene quando gli altri attorno a me stanno bene. Ora che ho raggiunto un equilibrio, nulla avrebbe senso se io non mi attivassi per far star bene gli altri. Ora che a me non manca nulla, che scopo avrebbe la mia vita se non cercassi di aiutare chi ne ha bisogno? Ad esempio? Non è importante chi aiuto, e cosa o come lo faccio, è importante che io lo faccia. Certo non posso dedicarci giornate intere, ma quello che posso fare lo faccio. E a fondo perduto.

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Gulino Lucio

Ina Assitalia - Milano Dalla tradizione storica e prestigiosa di due compagnie di assicurazione, INA e Assitalia, da un comune patrimonio di conoscenze e professionalità, nasce, nel 2007, un’unica compagnia, INA Assitalia. Una grande tradizione per un grande futuro. La rete di INA Assitalia è costituita da circa 250 Agenzie Generali alle quali fa riferimento una capillare rete distributiva con circa 2300 punti vendita e 8000 venditori.

Vista

la lungimiranza di mio padre nel vedere il futuro. Sapeva esattamente i cambiamenti che sarebbero avvenuti.

Udito

essere professionista e trattare i clienti con umanità, non si stancava mai di ripetere mio padre.

Tatto

toccare le guance di mio padre. Gli ho voluto bene e non c’è giorno che mi manchi.

Olfatto

il profumo della mia Sicilia, l’odore di casa.

Gusto

il gusto di convincere le persone a fare un atto di previdenza. Non è così facile come si pensa.

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Un destino Assicurato

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Cosa vuol dire se nella vita ho incontrato un professionista come lei ? Che è stata fortunata e che si è assicurata per ogni evenienza. È necessario non crede? O per le generazioni precedenti non era così scontato? In parte era più ostico riuscire a vendere dei prodotti assicurativi, delle polizze, perché la gente non voleva spendere soldi inutilmente. L’Italia è da sempre una nazione di grandi risparmiatori, le banche sono piene di depositi di denaro risparmiato e non investito, quindi convincere la gente al cambiamento è stato un procedimento graduale e tortuoso. Bisognava innanzitutto trasmettere una sensazione di fiducia verso il cliente, perché ti sta consegnando dei soldi, ma far capire che quei soldi sono un investimento per il futuro o per qualsiasi cosa possa accadere. Si può dire che lei sia cresciuto nell’ambito assicurativo. Direi proprio di sì. Mio padre infatti era un imprenditore assicurativo ed è sempre stata la mia figura di riferimento. Mi ha cresciuto in mezzo alle polizze, giorno dopo giorno mi ha trasmesso l’entusiasmo e la professionalità di questo mestiere. Quindi ha cominciato da subito? A vent’anni ero già entrato nell’attività di mio padre, ovviamente, ho cominciato dai gradini più bassi. Prima ispettore di produzione, dopo mi sono trasferito a lavorare per un’agenzia di medio livello sempre come dipendente, poi come dirigente all’agenzia generale di Perugia, ed infine come Direttore Commerciale presso l’agenzia generale di Milano. Soltanto dopo tutta questa gavetta sono stato nominato dalla mia direzione agente generale di Benevento. Era il ‘70. Nel ‘79 invece sono stato nominato agente generale di Treviglio e sono rimasto lì fino al 2007, anno in cui ho venduto la mia attività, un’azienda con cinquanta dipendenti, per intraprendere la carriera di consulente commerciale del mio gruppo assicurativo. Cosa le diceva suo padre a proposito di questo mondo quand’era giovane? Mi ripeteva spesso che per essere un buon imprenditore assicurativo era indispensabile la professionalità. In un settore come il nostro dove si parla spesso di materialismo e di soldi non bisognava mai dimenticare l’umanità nel rapportarsi con le persone. Quindi i suoi insegnamenti oltre che per il lavoro sono serviti anche per cre-

scere come persona. Certamente. Hanno accresciuto la mia persona, la mia dignità, i valori che conservo e custodisco preziosamente in una società nella quale sembrano essere spariti. Nell’udito risiedono le parole di suo padre. Pensando alla vista cosa le viene in mente? Sempre mio padre, del resto è stato lui a tracciare il mio cammino. Da piccolo ho avuto la fortuna di osservare la sua caparbietà e la sua lungimiranza nel descrivere il futuro del campo assicurativo. Mi ha regalato in anticipo uno scorcio di futuro e questo mi è servito. È venuto a mancarle più che un padre. È venuto a mancarmi un padre, un sostegno, una guida, un motivatore. Oggi mi manca sempre allo stesso modo. Usciva spesso con suo padre? Certamente. Per lavoro mi portava con sé appena possibile. Mi ha insegnato a colloquiare con i clienti, a mostrare la massima serietà, ad utilizzare sempre carte differenti a seconda della persona. Ad avere una vera motivazione nel lavoro. Ancora oggi riesce a trovare spinte diverse o si è abbandonato alla prassi acquisita? Oggi sono consulente per l’Ina- Assitalia all’agenzia generale di Mi-Rho. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, ogni giorno devo dimostrare di sapere svolgere al meglio anche questo lavoro. Anche dopo quarant’anni, come vede, ho gli stimoli adatti per continuare. Possiamo definirla una sua caratteristica questa o la si impara col tempo? È una mia caratteristica. Dipende da quanta passione ci metti in quello che fai. I professionisti dovrebbero, dico dovrebbero, averne tanta. Nel suo caso io parlerei di tatto come discrezione. Concorda? In pieno. La discrezione e la riservatezza sono imprescindibili. L’assicuratore è come il confessore, non può svelare determinati segreti che gli vengono riferiti dal cliente e deve sempre infondere la massima fiducia. Però se penso al tatto, ripenso a mio padre. C’è un ricordo in particolare che lo lega a lui riferito al tatto? Non è un ricordo, è qualcosa che faccio oggi che non c’è più. Gli accarezzo la guancia su una foto che ho sulla scrivania, perché gli voglio bene, perché è sempre davanti a me e mi ha insegnato a vivere. Gli avrà insegnato anche il gusto di fare

questo lavoro. Il gusto per lei cos’è? Il gusto di convincere le persone a compiere un atto preventivo. Riuscire e mettere nella loro testa l’idea che con le polizze non si buttano i soldi ma ci si assicura, appunto, il futuro. È pura previdenza e nella vita ci vuole. Quindi in un certo senso, ogni cliente rappresenta una sfida. Esatto. Bisogna saper catturare il cliente con la giusta umanità, dimostrando però di possedere soluzioni impeccabili affinché investano i loro soldi. Ogni persona però è diversa dall’altra e ogni volta quindi si riparte da zero. È stimolante. L’olfatto invece dove la porta?

A casa. Mi ricorda la mia Sicilia, quella degli anni ‘60. Il profumo del mare e l’odore intenso della campagna. Ai siciliani però avrei un po’ di cose da rimproverare. Dovrebbero rimboccarsi le maniche e darsi da fare, anziché lamentarsi. Nella sua crescita imprenditoriale che abbiamo ripercorso attraverso i sensi, qual è il sesto senso che ha fatto di lei un vincente? La schiettezza. Quello che devo dire lo dico in faccia senza giri di parole. Un atteggiamento simile mi ha portato a raggiungere grandi traguardi, perché vuol dire essere crudi ma leali. Si ricorda il suo primo pacchetto assicurativo? Come potrei dimenticarlo. Era il ‘63 ed eravamo a Marsala, dove oggi lavora mio fratello più piccolo. Era una polizza che si chiamava “lavoro e famiglia” e costava 2.000 £ al mese. Corsi in ufficio da mio padre e gli dissi che avevo chiuso il mio primo affare. Lei era orgogliosissimo di quello che aveva fatto. Suo padre? Lo era di più.

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Lazzari Anna

Illeggeresesto lsenso è e persone, ianche nterpretquelareli i segnali, nonimpercetverbaltibiili. e

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Leitwind - Vipiteno Leitwind è una società del gruppo Leitner Technologies, un nome che dal 1888 è sinonimo di elevate prestazioni in campo tecnologico nella realizzazione di impianti a fune e mezzi battipista. Attualmente il gruppo Leitner Technologies conta più di 2000 collaboratori, dispone di centri produttivi a Vipiteno (Italia), in Francia, in India e nel Nord America e di una rete con oltre 70 punti vendita e centri di assistenza in tutto il mondo. La grande competenza tecnica e i costanti investimenti in ricerca e sviluppo hanno permesso, a partire dall’anno 2000, di sfruttare le sinergie derivanti dalla costruzione di funivie per lo sviluppo degli impianti eolici Leitwind, basati sul principio del generatore a presa diretta, tecnologia che il gruppo utilizza da più di 10 anni. Per gli ingegneri del gruppo, l’obiettivo prioritario è la ricerca della sicurezza e della semplicità, perché semplicità vuol dire maggiore efficienza e redditività. Ieri come oggi i principi guida di Leitner Technologies sono rimasti gli stessi: qualità e tecnologia d’avanguardia. Vista

mia madre e la sua vita. Un’impeccabile imprenditrice al lavoro e a casa.

Udito

i fatti contano più di tante promesse. Concretezza è diventata la mia parola d’ordine.

Olfatto

l’odore di pulito. Come il mio lavoro. Sincero, affascinante, energico, proprio come il vento.

Gusto

il gusto di costruire la storia con le proprie mani. Perché nel mondo c’è sempre qualcosa da fare.

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Il Vento sulla Pelle

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Una storia professionale ricchissima e varia che ci fa intuire una forte volontà, plasmata anche dai sensi. Certamente. I sensi selezionano tutto ciò che si addice alla nostra persona prelevandolo da quel bagaglio di esperienze che definiscono la nostra vita e ci permettono di capire come vogliamo crescere e cosa vogliamo diventare. Mi faccia un esempio. Mia madre. Una grande donna ed una grande imprenditrice. Imprenditrice due volte, come si usa dire: di un’azienda e della casa. Sono cresciuta osservandola lavorare tutti i giorni senza sosta. L’ho ascoltata, e ho interpretato i suoi gesti e i suoi consigli. Così la vista e l’udito mi hanno permesso di apprendere da lei i valori essenziali della vita. Quali sono? L’etica del lavoro, il sapersi assumere le proprie responsabilità senza scorciatoie, la forza di affrontare i problemi dentro e fuori casa, essere un’ottima imprenditrice senza mai dimenticare di essere donna e madre. Queste cose non si insegnano a parole, ma coi fatti. Ed è per questo che i sensi giocano un ruolo fondamentale. Perché ti permettono di cogliere questi aspetti e maturare nella giusta maniera. Quindi la vista è il primo senso che ricollega alla sua crescita. Assolutamente. Osservare è il miglior modo di imparare. Ha imparato qualcosa anche grazie alle frasi che sua madre le ripeteva? Mi madre non si sprecava molto in parole, preferiva i fatti com’è giusto che sia. Spesso mi ripeteva “ i fatti contano più di mille promesse o mille parole”. Sul lavoro è una massima fondamentale. Esattamente. Non mi leverò mai dalla testa queste parole. Mi hanno resa più concreta nelle cose che faccio, e pretendo lo stesso dalle persone che incontro. Ascoltare le gente, alla luce di questa massima, ti permette di non farti incantare dagli adulatori o da false promesse. Ti permette di verificare se alle parole corrisponde la realtà: purtroppo non sempre è così. È una sensibilità legata all’udito o anche al tatto? Prettamente legata all’udito. Non do molta importanza alla gestualità o al contatto fisico, perché il mio è un lavoro nel quale fanno da colonne portanti il dialogo e il confronto, quindi mi baso su questi. Qual è stato il suo percorso imprenditoriale? Lavoro da quando ero all’Università.

Ambivo ad una mia indipendenza economica, ma i miei genitori mi tenevano i soldi sotto controllo, diciamo così, dunque la strada era una sola: lavorare. Ebbi la fortuna immensa di iniziare con uno studio che faceva operazioni di carattere straordinario: quotazioni in borsa, fusioni e acquisizioni. Così al mio corso di Ingegneria Gestionale affiancai questo impiego che mi fu offerto da un professore universitario, una grande gavetta. Studiai tutti i casi che incontravamo, imparai a stare in azienda e a muovermi con facilità da un settore all’altro (anche con la testa). Questo fu l’aspetto che più mi intrigò. Mi resi conto che ero affascinata dall’attività aziendale, anzi dall’azienda stessa, più che dai clienti. Così divenni responsabile amministrativo e finanziario per un gruppo bresciano produttore di posate che era prossimo ad una ristrutturazione societaria importante. Seguii da vicino lo spostamento delle sedi, le fusioni, conobbi i dipendenti e imparai a lavorare in un gruppo. Dopodiché, in seguito al Decreto Bersani che nel 1999 “liberalizzava” l’energia e sosteneva finanziariamente le aziende del settore divenni socia di una ditta che svolgeva funzioni di trading nel campo dell’energia elettrica. Partimmo alla volta di quest’avventura e da zero riuscimmo a costruire una solida realtà imprenditoriale con 40 dipendenti. Quest’esperienza mi catturò e mi fece capire che il mondo dell’energia era ciò che più mi appassionava. Così quando l’azienda fu ceduta ho colto l’opportunità che mi si è presentata di affiancare la LEITWIND, l’unico produttore italiano di impianti eolici, che aveva bisogno di meglio conoscere e sviluppare il mercato italiano dell’energia e degli impianti eolici. L’immagine dell’energia eolica, ci riporta ad un senso: l’olfatto. L’odore di pulito che associo al mio lavoro. È un lavoro onesto e sincero, così come la materia di cui ci serviamo in azienda: il vento. Cioè? Cioè il fatto di farsi sentire, di essere decisi a farsi spazio per portare avanti degli ideali delicati come l’energia eolica, che è limpida, sana, integra. È un argomento molto delicato. E profondamente serio. Bisognerebbe sensibilizzare tutti allo sfruttamento di impianti del tutto innocui per l’ambiente come gli impianti idroelettrici o appunto eolici. Il petrolio è una risorsa destinata ad esaurirsi e soprattutto è causa di disastri ambientali che se ignorati saranno irrever-

sibili. Dovremmo pensare al futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Per il loro bene e per il bene del nostro pianeta dobbiamo attivarci e studiare nuove soluzioni energetiche. Anche perché non c’è pianeta che viva senza energia, quindi se vogliamo che sopravviva dobbiamo crearla. Quanta strada ancora per sensibilizzare l’opinione pubblica. La gente dovrebbe semplicemente ascoltarsi quando dice “oggi mi sento scarico”. Ecco, la Terra si sta scaricando. Mi sembra molto impegnata e convinta in questo nuovo progetto. È questo il gusto per lei? Certo, sono toro! Il toro è perseverante, insegue i progetti, ma sempre e solo perché si sente parte di esso. Non accetterei mai un lavoro che non mi appaga o soddisfa, sarebbe immorale verso me stessa. Vado sempre alla ricerca di nuove avventure, perché mi piace pormi nuovi obiettivi e soprattutto fare qualcosa di diverso. Magari di importante, che lasci il segno, che scriva pagine di storia. Questo è il gusto del lavoro, poter scrivere attivamente la storia. Credo sia anche fonte di nuovi stimoli. Stimoli, impulsi, idee. È un convivere quotidianamente con moltissime persone concrete, che provengono da tutta Italia e quindi portano con sé bagagli culturali e tradizioni diverse dalle mie. Come fa il vento. Affascinante. Con tutto questo entusiasmo non le resta che svelarmi il suo sesto senso. Leggere le persone. Decodificarle, interpretarle, capire cosa pensano e come ragionano. Professionalmente parlando però, e basta. E in amore no? Ah no. In amore mi incarto sempre!

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Locatelli Ivonne

Heroflon-Brescia Heroflon Srl è una azienda che ha raggiunto una solida posizione come fornitore di tecnopolimeri fluorurati grazie ad un continuo e costante sviluppo dei suoi prodotti e delle sue attrezzature, nonché ad una grande attenzione alle esigenze della clientela.

Vista

il ricordo di mia madre che consegnava i resoconti a mio padre, o che stava china sul suo quadernino fino a notte tarda.

Udito

l’ultima sacrosanta parola di mio padre, che si tratti di lavoro o meno.

Tatto

da piccola i tessuti. Mio padre mi portava con sé a Prato, dove si riforniva dei materiali per l’azienda d’abbigliamento, e lì mi insegnava a riconoscerli, a percepirne le diverse caratteristiche attraverso i polpastrelli. Da grande la polvere: quando vado in produzione per sentire se la materia è fine immergo la mano nel bidone e subito scompare in una duna di polvere.

Olfatto

mi basta chiudere gli occhi ed eccolo lì. Il profumo di mio padre che pervade tutta l’aria che sta attornio a me. Ancora oggi capisco se i miei figli hanno visto il nonno perché gli rimane addosso il suo profumo.

Gusto

il gusto della sfida. “Provaci, credici, puoi farcela” cadere, rialzarsi, non fermarsi e ricominciare. Come donna, come madre, come lavoratrice. Sempre.

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Tutto su mio Padre

Sono nata circondata dall’ambiente imprenditoriale, dal momento del risveglio a quando mi mettevo sotto le coperte per dormire. Da piccoli, infatti, mio fratello ed io, saltavamo in sella alle nostre biciclette e giù nel capannone del papà. Tutte le ragazze che lavoravano lì ormai ci conoscevano e sopportavano. Correvamo in bicicletta in mezzo ai macchinari e, quando ci stufavamo di pedalare, facevamo il nostro gioco preferito: nascondino fra le pezze di tessuto. Tutto è dentro di me, che sia un rumore o un odore, che sia lo sfondo dei mille colori delle stoffe, ogni singolo particolare lo sento mio. In questa nostra chiaccherata l’ondata dei sensi ci investe velocemente. Lei ha respirato l’aria di azienda da subito quindi?! Assolutamente. Mio padre ci ha sempre parlato con entusiasmo del suo lavoro, a volte quasi ci costringeva a scendere in ditta per mostrarci il trattamento dei tessuti, per spiegarci le diverse mansioni di ogni dipendente; anche se eravamo piccoli lui ci teneva moltissimo a renderci partecipi della vita aziendale, sembrava volesse far crescere in noi un senso di appartenenza all’impresa e direi che ci è riuscito. Per non parlare di mia madre. Una lavoratrice inarrestabile, per me era la classica grande donna dietro il grande uomo. Sempre a far conti, a scrivere per ore tutte le cifre, le entrate e le uscite della ditta, rigorosamente a mano e rigorosamente sul suo quadernino. Spesso era l’ultima a coricarsi e non lo faceva mai prima delle due di notte. Quando studiavo fino a tardi, a tratti mi perdevo a guardarla china sui suoi foglietti, la fissavo mentre faceva andare la testa per fare calcoli e prevedere le spese future: un po’ mi divertiva, un po’ mi preoccupava (quanto bisogna

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lavorare da grandi, pensavo), un po’ vedevo in lei una donna realizzata e questo mi piaceva. Piccole imprenditrici crescono insomma. In un certo senso sì. Il futuro che però sognavo da ragazzina non era esattamente questo. Quale allora? Frequentavo il Liceo Linguistico, sognavo di potermi iscrivere poi a Psicologia e quindi lavorare a contatto con i bambini e con le loro problematiche. Come mai non ha inseguito quel sogno? Quando avevo 15 anni è venuto a mancare mio fratello. A quel punto ho dovuto mettere da parte l’adolescente sognatrice; mi sono ritrovata faccia a faccia, non solo con il dolore di un vuoto immenso, ma soprattutto con il senso di responsabilità. Ho cambiato radicalmente il mio modo di essere. Mi sono arresa all’idea di seguire il sogno non mio, ma di mio padre. Certo, se solo ci fosse stato mio fratello avrei potuto fare altro o per lo meno avrei potuto alternarmi a lui nell’attività di famiglia, scegliendo il settore a me più consono, ma così ero la sola che poteva portare avanti il progetto. Mio padre non mi ha aiutata ad alleggerire quel senso di oppressione/ responsabilità che sentivo pesare sul-

le mie spalle: “Ivonne, cosa vuoi fare? Ti metti a fare psicologia e dopo? Vai ad insegnare psicologia? E tutto quello che ho fatto io? Cosa facciamo chiudiamo?”. Inizialmente pensavo fosse stato brutale, non riuscivo a sopportare l’idea di abbandonare tutti i miei progetti; poi ho capito che era limpidamente realista con una ragazzina che così giovane, non aveva ancora voglia di guardare in faccia la realtà. All’inizio mi sentivo costretta, obbligata ma col tempo maturi, ragioni, capisci… in fondo è stata la scelta migliore. Non potrebbe essere una scelta che avrebbe comunque fatto? Probabilmente l’avrei fatta lo stesso sì, ma ci sarei arrivata per una strada diversa. Insomma mi sentivo legata al mondo della letteratura e della pedagogia e quando, per ovvie ragioni, mi sono iscritta alla facoltà di Economia e Commercio, è stato un disastro. Allora il mio chiodo fisso era anche l’autonomia: volevo essere indipendente, dal punto di vista economico soprattutto e l’università non faceva altro che bloccare e ritardare la mia autonomia. Così annunciai ai miei genitori la decisione di abbandonare gli studi e di andare a lavorare. Mia madre convinse mio padre a non prendermi con sé in azienda e allora mi trovai per conto mio un im-


piego: vendevo enciclopedie. Ha avuto il coraggio di fare il primo passo, cosa le ha riservato tale decisione? Il muso lungo di mia madre per avere abbandonato gli studi universitari e le solite fatiche di una ventunenne alle prese col suo primo lavoro. Poi però mio padre ha ceduto e ha detto: “al posto di vendere enciclopedie vieni a far qualcosa da me”. Così ha cominciato. Esattamente. Quando ho cominciato mio padre era ancora nel settore dell’abbigliamento: il nostro era un prodotto medio/fine, un articolo da mercato. Eravamo una realtà piuttosto consolidata, ma ad un certo punto ci siamo trovati a far fronte alla concorrenza della merce proveniente da Napoli prima e, in seguito, con l’apertura dei mercati, dalla Cina. Mio padre allora annunciò la decisione di chiudere per investire in un altro settore dove la concorrenza non era così impietosa. Quella società, cresciuta con l’arrivo di due copresidenti, uno olandese e uno tedesco, divenne il luogo dove mio padre investì tutte le sue risorse. Ed ebbe ragione. In questa situazione di cambiamento quale fu il suo ruolo e in che modo cominciò a lavorare per l’azienda? Sono entrata ufficialmente in azienda nel ’93: mi occupavo della contabilità, ma naturalmente ero a digiuno di tutte le conoscenze specifiche del settore, così mi affiancarono un commercialista con il quale imparai il mestiere. Nel ’95 mio padre mi propose di diventare Amministratore Delegato. La proposta mi piacque tanto quanto mi fece paura.

“Un conto è occuparsi della contabilità, un conto è essere Amministratore”, continuavo a ripetermi. Ciò nonostante accettai la sfida. Si trovò carica di responsabilità: ancora una volta dover dimostrare a suo padre di potercela fare. I primi due anni furono difficili: non dovevo soltanto imparare il mestiere, dovevo anche capire come funziona un’azienda e soprattutto capire cosa significa esattamente essere un amministratore. Dopo un paio d’anni di totale dedizione credevo fosse finalmente arrivato il momento di andare avanti da sola, ma mio padre insisteva nel farmi affiancare da un professionista. Come riuscì a guadagnarsi il suo spazio? Ad un riunione con i sindacati, chiesta per discutere di problematiche amministrative, mio padre entrò, prese la parola mettendomi a tacere e si occupò di tutte le trattative tagliandomi fuori dalla discussione. Io stetti zitta, immobile. Appena usciti però, lo affrontai “o le cose cambiano o io torno a fare la contabile. Io una vita all’ombra di mio padre non accetto di farla. Non posso sopportare di vederti prendere decisioni che spettano a me, di vederti entrare in ufficio o in riunione e mettermi a tacere come se io fossi la figlia di papà che lo aspetta perché da sola non può nulla. Se vuoi che io svolga la funzione

di Amministratore tu per primo devi lasciarmi lo spazio di farlo, altrimenti non crescerò mai né avrò mai il rispetto di qualcuno”. Da quel giorno cambiò. Imprenditore e genitore: suo padre le ha insegnato l’amore per i figli, un aiuto costante non solo per la sua carriera ma anche nella vita. Sì, è stato indispensabile dai 20 ai 25 anni. Ancora oggi credo che i suoi insegnamenti siano fondamentali per il successo dell’azienda e soprattutto per me stessa. Il suo commento preferito è “Te l’avevo detto” ma io sorrido, perché capisco che prima di essere un imprenditore è il padre di una figlia che ama più di qualsiasi altra persona al mondo e nella quale vede il futuro che gli auguro possa essere il più sereno possibile. Un padre che è riuscito ad accompagnarmi quanto basta per riuscire a farmi camminare oggi sicura dei miei passi. Un uomo lungimirante direi che ha capito le nuove inclinazioni e reagisce alle situazioni e alle evoluzioni di mercato e della società. Pur restando fermo nella sua autorevolezza ha capito che oggi per far funzionare una azienda non basta essere un buon imprenditore factotum, ma c’è l’esigenza di figure specializzate e di un organigramma aziendale più articolato della semplice figura del presidente. Mio padre è stato moderno, se così si può dire, ma al tempo stesso ha conservato e trasmesso anche a me il senso della fa-

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Profili

Tatto


Il tatto è toccare e carpire le reazioni più sincere


Magri Annamaria

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Ori Martin - Brescia Fondata nel 1933 si è sviluppata diventando un’acciaieria a forno elettrico per la produzione di billette in colata continua e laminazione di vergella, bordione e barre in acciai legati per applicazioni speciali nel settore automotive: bulloneria, molle per sospensioni, barre di torsione, componenti dello sterzo e meccanica in generale.

Vista

le scintille, l’incandescenza. Sembrava di entrare nella fucina di Vulcano.

Udito

il fragore del forno. Un rumore pesante, cupo, che sovrastava ogni voce.

Tatto

il cuore caldo del ferro quando esce dal laminatoio, il freddo dell’acciaio.

Olfatto

l’odore caldo e intenso della fabbrica.

Gusto

il sapore pungente della concretezza.

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la Fucina di Vulcano

Donne e siderurgia, un binomio quantomeno inconsueto. La vostra storia è per certo verso singolare. È vero, in parte, perché nel nostro settore sono poche le aziende nelle quali la linea ereditaria è al femminile; tre sorelle, Camille, Leontine, mia madre, e Yvonne, sono infatti le figlie di Oger Martin, mio nonno che fondo la Ori Martin. Un’azienda che esiste e resiste da più di 70 anni. Sente la responsabilità di tutto questo? Siedo da venticinque anni in Consiglio d’Amministrazione, quindi rispondendo alla sua domanda, sì, sento la responsabilità del ruolo che occupo, e non dimentico la storia della nostra famiglia. Oger Martin fu il primo e da allora si sono succedute diverse generazioni, ma il marchio ha mantenuto sempre gli stessi valori. Quali sono? Sono quei valori che appartengono alla nostra famiglia da decenni e che mio padre Walter Magri mi ha trasmesso come fossero oro. Il senso della famiglia l’unità negli obiettivi e l’attenzione per i dettagli. Principi di cui ha bisogno chi fa impresa. Può dirlo. Avere davanti agli occhi il suo esempio ogni giorno è stata la scuola migliore che potessi avere. Mi ha insegnato a gestire con lucidità una responsabilità così grande. In che senso? Avere un’azienda di queste dimensioni vuol dire riuscire ad accordare all’unisono tutte le voci di chi la gestisce, quindi della nostra famiglia e di quella dei nostri soci De Miranda. Collaboratori, dipendenti operai tutti devono sentirsi parte di un progetto unico, di una famiglia allargata che li fa sentire protetti e fiduciosi. Per portare avanti un’attività

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c’è bisogno del massimo impegno da parte di tutti. Anche delle nuove leve? Soprattutto delle nuove leve. Noi puntiamo molto sulle nuove generazioni. I giovani sono dinamici, pieni di idee, al passo coi tempi. C’è bisogno soprattutto di loro per affrontare il futuro. Quale? Il futuro è il mio pensiero costante. Il mercato è sempre più veloce, le esigenze sempre diverse, i lavori sempre più dettagliati. Soltanto preparando al meglio i giovani e ascoltando la loro voce si può ottenere un valore aggiunto alla propria attività.

Di fatto anche lei ha avuto un apprendistato. Senz’altro. Occuparsi del controllo e della strategia aziendale richiede preparazione, attenzione e spirito critico

nei confronti di situazioni a volte molto complesse. Quindi le sono stati utili gli insegnamenti di suo padre. Sono stati fondamentali. Soprattutto se penso che mio padre da medico dentista è riuscito a trasformarsi in un imprenditore di grande levatura. Un percorso analogo il suo, scelta di studi differente dall’approdo. Si. Io mi sono laureata in filosofia dell’arte. Da sempre sono appassionata di arte antica, moderna e di teatro. Sono in contatto con gallerie italiane e straniere, frequento le mostre e seguo con interesse l’arte contemporanea. E

queste passioni hanno accompagnato il mio impegno aziendale. Ce l’ha nel dna insomma. Si, è un senso di intensa appartenenza. Quando era piccola andava in ditta col

papà? Da bambina visitavo l’azienda, prima con il nonno, poi con il papà e guardavo meravigliata quei grandi mucchi di rottame che avrei voluto toccare, che invece sparivano misteriosamente nel forno. Che rottami? Allora c’era di tutto. Dai camion venivano scaricate automobili pressate in blocchi simili per intenderci alle opere d’arte di Cesar, così come gli oggetti più disparati: letti di ferro, elmetti da guerra, pentolame, vecchie casseforti e altro ancora. Ognuna di queste cose evocava una storia, un ricordo o un pensiero e mi chiedevo a chi erano appartenuti. Poteva succedere che chiedessi di avere un particolare oggetto curioso che salvavo dalla colata per portarmelo a casa prima che scomparisse nel crogiuolo. Ricordo una strana gabbia a forma di padiglione che restò nella mia libreria per anni. Erano visite affascinanti allora. Mi meravigliavano ogni volta e al tempo stesso esercitavano su di me un grande fascino. Mi sembrava di entrare nella fucina di Vulcano tra fiamme e rotoli incandescenti di tondino e vergella. Ma le cose che mi colpivano di più erano il colore, il calore, l’incandescenza delle scintille che si accendevano di rosso giallo intenso e la velocità delle barre durante la laminazione. E quali suoni sentiva? Il fragore del forno quando venivano immessi gli elettrodi. Era così pesante e frastornante. A me bambina sembrava l’urlo cupo di un orco. Tutto assumeva un’aria così misteriosa, rude... vera. Il sapore che aleggiava era quello della

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Majocchi Angelo

Nessi&Maiocchi - Como L’impresa di costruzioni nasce nel 1926. È il primo passo di un’avventura imprenditoriale destinata a svilupparsi nei decenni ed è il primo passo di una storia di lavoro che si intreccia strettamente con quella della città di Como, ne affianca lo sviluppo e traduce largamente in opere il disegno del suo futuro.

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Vista

i cantieri autostradali di Bordighera. Quelle costruzioni me le ricordo enormi, forse perché io ero piccolo.

Udito

Non fare il passo più lungo della gamba, e non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Prudenza e correttezza. Basta questo!

Tatto

la sabbia. Vi immergevo le mani fino a farle sparire, adoravo quel pizzicorio.

Olfatto

il fiuto. Sono un segugio per gli affari, a volte azzecco quelli vincenti!

Gusto

il gusto della concretezza. Portare a termine un progetto che stava solo su carta e che da quel momento in poi diventerà la casa di chissà quante storie.

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Le Fondamenta del Presente

Ogni momento della nostra vita professionale è legato inevitabilmente ad un senso. Pensando alla sua crescita professionale qual è il senso che l’ha condizionata? Senza dubbio la vista! È il ricordo del nonno che mi portava con sé in vacanza, a Bordighera, e lì, spesso mi accompagnava ad ispezionare i cantieri autostradali oppure i vagoni-merci colmi di materiale edile. Ero piccolino e guardavo tutto ciò che mi circondava dal basso verso l’alto, perché mi sembrava quasi tutto enorme, ma riuscivo già a capire quanto quelle costruzioni fossero importanti. Durante queste passeggiate esplorative, il nonno le parlava, le dava consigli o le impartiva lezioni di vita che ancora oggi riecheggiano nelle sue orecchie?

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Sono pieno di ricordi del nonno, soprattutto ora che è venuto a mancare. Si fanno strada nel mio cuore le sue parole, il suo viso, i suoi gesti. Mi emozionano e allora cerco di conservarli come fossero ciò che di più prezioso possiedo. Quelle parole, quella saggezza

sono state un regalo che il nonno giorno dopo giorno ha voluto trasmettermi e nonostante fossi ancora bimbo carpivo i suoi segreti e ne facevo tesoro. Delle sue parole, però, più di ogni altra cosa ricordo la fierezza che trasaliva. Il nonno amava nella maniera più sincera il suo lavoro e per lui era ragione di orgoglio e slancio vitale. Ecco quell’entusiasmo è sempre stato il mio sottofondo, la mia carica, la mia energia e ora anch’io sono un entusiasta come il nonno. Una frase indimenticabile di quest’uomo così importante . Non fare il passo più lungo della gamba. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Prudenza e correttezza. Niente di speciale, forse banale, ma queste banalità molte persone le hanno abbandonate e invece sono fondamentali.


Un odore che la inebriava o che la tormentava e ancora oggi ritrova? C’è un odore che da quando ero piccolo mi perseguita e che trovo particolarmente cattivo. L’ odore dell’evaporazione del cemento dopo che questo è stato impastato e sta riposando. Pessimo, ma fa parte del mestiere. Devo dire che l’olfatto però non è solo sentire col naso, annusare, ma anche fiutare. Io sono fiero di possedere un discreto fiuto per gli affari, di saper rischiare quando è il momento giusto e di possedere un intuito a volte vincente. Siamo arrivati al senso più intimo e personale: qual è il suo sesto senso? Sarà banale forse, ma direi il senso del dovere . Quel senso del dovere che spesso si sposa col senso di responsabilità che i genitori cercano di infonderti da quando sei piccolo. Il senso del dovere

Traspare una certa sensibilità dalle sue parole, è sensibile anche al tatto? Nessuno pensa che in questo lavoro possa servire molta sensibilità, ma posso garantirle il contrario. Giorno dopo giorno puoi assistere allo sviluppo e alla crescita costante di un progetto importante fino a vederlo diventare realtà fatta e finita. L’aspetto più significativo ed emozionante è vedere gli occhi dei clienti riempirsi di gioia, vedere realizzato un sogno: il sogno di essere finalmente proprietari di una casa, una casa che da tempo progettavano e per la quale risparmiavano. Io lavoro pensando a questo, ci metto passione, impegno, perché sarebbe triste spezzare i sogni degli altri. Entrando più nello specifico del settore invece, ha il ricordo di qualcosa in

particolare che toccava o maneggiava? La sabbia: bagnata, umida, asciutta! Adoravo immergere le mani in quei granellini finissimi. Era la sabbia che sarebbe stata impastata poi col cemento per arrivare al calcestruzzo. Ho ancora quella sensazione di piacevole pizzicorio sulle mani. Oltre al tatto ci vuole anche gusto? I nostri lavori sono spesso ordinari e anche quando collaboriamo con architetti importanti sono loro che progettano e disegnano l’edificio piuttosto che un complesso, ma rimane comunque la soddisfazione, il gusto di aver portato a termine qualcosa di grande, di aver reso concreto qualcosa che fino a qualche mese prima era stampato solo su carta. Il gusto di partecipare in qualità di realizzatori a progetti fondamentali.

verso una famiglia dalla quale hai ereditato non solo il lavoro, ma intere vite. Il dovere e soprattutto la responsabilità verso i tuoi collaboratori e dipendenti. Quando lavori pensando, “devo impegnarmi e dare il massimo, perché chi lavora per me ha una famiglia da mantenere…” allora vedi le cose da un’altra prospettiva e capisci che non lavori solo per te stesso ma per tutti coloro che fanno parte di questa grande famiglia. Questo senso del dovere le è stato trasmesso e quindi è trasmettibile? Sicuramente nel mio caso mi è stato trasmesso. Dapprima dal nonno che ha posto le fondamenta e in seguito da mio padre, che su questo non transigeva: dovere e rispetto forse, anzi, senza dubbio, sono stati i suoi più grandi insegnamenti. Trasmissibile spero.

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Mingardi Alessandro Daniela Riccardo

Oleomec - Provaglio d’Iseo Fondata nel 1974 da Gianfranco Mingardi, è una dinamica azienda che opera nel settore delle lavorazioni meccaniche ad alta tecnologia. Effettua lavorazioni meccaniche di precisione con macchine a controllo numerico, assemblaggio e collaudo funzionale di gruppi oleodinamici in genere. Precisione, affidabilità, flessibilità e puntualità di consegna sono le caratteristiche vincenti che la contraddistinguono.

Vista

una cascata di scintille. Olio, acciaio e bronzo spacciati per latte, argento e oro.

Udito

il rumore incessante delle frese.

Tatto

l’olio emulsionato. Ti si appiccica alle mani, le unge, le sporca.

Olfatto

l’odore di officina. Ti si impregna dopo solo dieci minuti e non ti lascia per tutta la giornata.

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Il Senso della Famiglia

Tre fratelli, tutti e tre impegnati nell’azienda di famiglia, tutti e tre legati dall’amore per la famiglia e da quello per il lavoro. Com’è avere un rapporto così intenso? Alessandro Bello e assolutamente naturale. Siamo cresciuti con un senso per la famiglia molto forte per cui per noi è spontaneo trovarci, condividere momenti insieme anche al di là dal lavoro. Ne è un esempio la domenica, giorno nel quale tradizionalmente ognuno decide più liberamente, noi ci troviamo tutti a casa dei genitori per pranzare insieme. E a questa tradizione non rinunciamo ancora. Ma la scelta di entrare in azienda è stata libera o costretta? Alessandro Nessuna delle due. Diciamo condizionata. In che senso? Alessandro Abbiamo visto molti amici rinunciare volutamente alle attività di famiglia per inseguire i propri sogni. Anche noi sognavamo, ma abbiamo sempre ritenuto che i sogni non dovessero rimanere tali ma essere integrati nella realtà. Già da piccoli sentivamo

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che il nostro posto sarebbe stato questo. Un momento di particolare bisogno dell’azienda ci ha chiamato a raccolta e siamo arrivati qui da soli, spontaneamente, come se fosse l’unica strada. A che età siete arrivati nel “vostro posto”? Alessandro Io e mia sorella mentre frequentavamo l’università, mentre mio fratello frequentava ancora il liceo. Anche se già da ragazzini l’azienda, per volere di papà, era la nostra seconda casa. Cioè? Alessandro Quante estati trascorse in azienda a lavorare. Il mare noi lo vedevamo per ultimi. Prima dovevi passare un mese, un mese e mezzo a faticare e ad imparare il mestiere. Facevamo praticamente di tutto. Una bella gavetta. Alessandro Bella? Un conto è avvicinare i figli al mondo del lavoro, un altro è trascinarli in azienda da piccoli. Penso che non riserverò lo stesso ai miei figli. Se vorranno guadagnare qualcosa e farsi un po’ di esperienza non avrò nulla in contrario. Ma non nella nostra azienda. Perché? Alessandro Perché prima di entrare in una realtà per tutta la vita trovo giusto

che una persona possa confrontarsi anche con il mondo esterno. Riccardo Anch’io ritengo importante guardare cosa ci sia al di là della azienda di famiglia e vivere sulla propria pelle il lavoro fuori da casa che, per esperienza personale, è più duro. È un rimprovero per suo padre? Alessandro Si, ma già lo sa. Sono cose che comunque ti condizionano un po’ alla volta. Mattoncino dopo mattoncino avvicini tuo figlio all’attività senza che nemmeno se ne accorga. Dice? Alessandro Il solo fatto di accompagnare i genitori al lavoro. Spesso succedeva che la domenica pur di stare con mio padre andassi con lui in ditta ed è inevitabile che così facendo assapori e fai tua la vita aziendale. A questo si aggiunga il fatto che mio padre non era capace di scindere casa e lavoro. Quindi praticamente ogni giorno situazioni, problemi e successi dell’azienda entravano in famiglia e ci coinvolgevano. In qualche modo si stava tracciando la strada. Lei invece riesce a scindere le due cose? Alessandro Credo mi venga un po’ più facile soprattutto perché l’azienda è co-


munque già avviata, vivere gli inizi come fondatore, parlo di nostro padre, è stato sicuramente tutt’altro che semplice. Quando torno a casa cerco di dedicarmi solo alla famiglia. È lo stesso anche per voi Daniela Io quando si parlava di lavoro me ne andavo proprio. Evitavo di sentire ogni discorso. Riccardo Per me è stata più dura. Sono stato l’ultimo ad andare via di casa, quindi fino a qualche tempo fa i resoconti lavorativi erano pane quotidiano. In un certo modo siete cresciuti programmati. Alessandro Credo che non ci sia nulla di male dopotutto. Molte persone si laureano in medicina, architettura e poi non trovano il lavoro che vorrebbero e si accontentano. Noi portiamo avanti la storia della nostra famiglia. La responsabilità e il senso del dovere quindi sono cresciuti con voi. Si sono fatti sentire. Alessandro Senz’altro. Ricordo ancora il giorno in cui è stato formalizzato il mio ingresso in azienda dal notaio. Prelevavo una quota della società e dentro di me pensavo… ti stai infilando in qualcosa di cui non sei all’altezza. Qualcosa di davvero grosso.

Aveva timore? Alessandro Direi. Finché lavoricchi o comunque non sei responsabile o dirigente di qualche settore non capisci cosa vuol dire guidare un’azienda. Sarà stato anche fiero di questo traguardo. Alessandro Certamente. Orgoglioso e spaventato. Insomma ti senti responsabile verso l’intera azienda, verso la famiglia, i fratelli, i dipendenti. Vivi sapendo che non puoi fallire e vorresti fare sempre di più per il tuo team perché c’è gente che davvero si merita tanto. E poi il senso del dovere nei confronti dei genitori. Il sentirsi sotto esame, perché sai di non poter deludere le aspettative. Il fatto di essere sicuro che abbandonare gli studi per correre a dare una mano in azienda fosse la scelta giusta e non troppo altruista. Insomma hai tante paure all’inizio. Ora che siete entrati in azienda c’è qualche particolare che vi riporta all’infanzia o vi lega a vostro padre? Daniela L’odore dell’officina. Ogni volta che entro in ditta lo sento. Mi ricorda moltissimo mio padre. Alessandro Anche per me vale lo stesso. L’olfatto è il senso che maggiormente mi lega alla mia attività. Ed è inevitabile. Insomma la nostra è un officina meccanica,

bastano pochi minuti per essere impregnati dell’odore dell’olio emulsionato. È micidiale. Quando torno a casa i miei figli capiscono subito se sono stato in officina o no. E con mio padre era lo stesso. Sarà particolarmente coinvolto anche l’udito. Riccardo Assolutamente. Sentire le macchine in funzione ogni santo giorno ti rende sensibile ad ogni minimo rumore. Subito ti metti in allarme e capisci all’istante se c’è qualche problema o se la macchina sta sforzando eccessivamente. Un rumore che ricorda più degli altri? Alessandro Le frese in azione. Un’immagine di quando era piccolo che la riporta alla sua attività? Riccardo Quando ero all’asilo con la classe siamo andati in visita all’azienda. Avevo cinque anni. I metalli che trattiamo vengono lavorati con l’olio emulsionato che ha un colore biancastro. Così, giocosamente, durante le spiegazioni spacciarono l’olio emulsionato per latte utile al funzionamento delle macchine ed i trucioli d’acciaio asportati durante le lavorazioni dissero che era argento mentre il bronzo oro. Ci sembrò bellissimo… E invece scoprì la realtà! Riccardo La cruda realtà. Altro che oro, argento e latte; solo acciaio bronzo ed

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Moioli

Vista

Mariolina la maestra delle elementari. Avrei voluto essere bella come lei. Viviana e Valeria saper osservare tutto. Il mondo, le persone, gli oggetti.

Mariolina

Udito

Mariolina ascolta, ascolta, ascolta… peccato che sia sempre io a dirlo. Perché ascoltare gli altri… che fatica!!! Viviana e Valeria il silenzio con cui nostra madre ci mostrava come si facevano le cose e la semplicità con cui ci insegnava a vivere. Nessuna parola, molti fatti.

Tatto Mariolina Moioli Mariolina toccare le persone, sentirle, metterle fisicamente al centro della Assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche Sociali mia vita. Viviana e Valeria un abbraccio ed un bacio. Nella nostra famiglia abbiamo del Comune di Milano sviluppato moltissimo il contatto fisico. Vale più di molte parole. Olfatto Mariolina il profumo di Saugella. Mi ricorda mia madre nei suoi ultimi Anche la politica si fa carico della famiglia in anni di vita. Quando finalmente abbiamo avuto un rapporto. quanto risorsa: dentro essa vede crescere le Viviana e Valeria il profumo di arrosto la domenica mattina. Sa di casa, sa di mamma. nuove generazioni, sempre più consapevole del presente, per poter partecipare alla costruzione Gusto Mariolina il gusto di stare a tavola con la famiglia. Raduno anche 20 del futuro. persone fra nipoti, zii e fratelli. Viviana e Valeria la tavola apparecchiata. Il gusto di stare in famiglia.

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La Banca del Mutuo Soccorso

Da insegnante di storia dell’arte all’impegno politico. Un senso che avvicina queste due esperienze? La vista. Come mai? Con gli occhi incontri il mondo, incontri le persone, incontri gli occhi della gente. Da quando nasci ti guardi attorno e scopri giorno per giorno un’infinità di cose nuove. Ecco per me la vista ha ancora l’importanza di quando ero bambina. Quindi è curiosa. Non si tratta solo di curiosità si tratta proprio di stare sempre con gli occhi spalancati per non farsi sfuggire nulla. Sul lavoro io sono quella che vuol sempre vedere di persona. Vedere di persona vuol dire anche garantire una certa responsabilità e concretezza, perché vuol dire metterci la faccia. La vista era legata anche al suo lavoro di insegnate di storia dell’arte. Senza dubbio. Fra le mie passioni c’è il mondo dell’arte, le opere, i quadri, i dipinti, le esplosioni di colori e la malinconia dei paesaggi. Tutto mi riporta ad una ricerca costante dell’armonia, della perfezione che non deve essere assoluta

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ed universale, ma che per me è bellezza assoluta e pace. Io non dico mai mi piace quel quadro, mi piace quella persona. Io dico che amo quel quadro e che voglio bene a quella persona. Proprio perché hanno un’anima e io la sento, degli uni e degli altri. Molto propositiva. Certamente. Pensi che io, come le bambine, sono ancora convinta che tutti mi vogliano bene. So che non è così, ma che male c’è a pensarlo?! La vista è anche un mezzo per riconoscere i sentimenti oltre che per osservare. Certamente. I sentimenti trasudano dagli occhi, dalla pelle, dal rossore sulle guance. Ed io lo percepisco subito. Quando avevo sei anni, frequentavo le

elementari, si è presentata a noi la maestra: giovane, bella, intelligente. Tre giorni dopo già le dicevo “maestra, maestra, io diventerò come lei”. Ho sempre sperato di diventare così bella. E la mamma no? Veramente con mia madre non avevo un rapporto idilliaco. Sono riuscita a recuperarlo soltanto quando ha smesso di essere madre ed è diventata figlia. Io avevo un’intesa straordinaria con mio padre e per me non c’era che lui in casa. Quando tornavo a casa e sentivo i miei discutere a priori dicevo alla mamma, “Mochela che el gà risù el papà, semper!!”! Con gli anni poi ho capito che qualche volta, anche lei aveva ragione. Cosa facevano i suoi genitori? Mia madre era casalinga, mentre mio padre è stato fattore, operaio e contadino. Che persone erano? Mio padre era la diplomazia fatta persona. Ci sapeva proprio fare con la gente. Mia madre invece era volitiva, usava codici che spesso ritrovi nella figura paterna come l’imposizione, il rimprovero, l’autorità. Lei non era dolce, lo era mio padre. Forse serviva una buona dose di entrambi. Lei che madre è? Agisco come un’insegnante, ma mi rendo conto che poi è un modo sbagliato. Un po’ fa parte del mio background, in parte credevo fosse l’approccio giusto.


Con i ragazzi invece non ci sono approcci giusti o sbagliati, ci vuole soltanto semplicità e trasparenza. Spesso però ti lasci prendere dalla foga di dover ancora insegnare questo e questo e questo e allora cerchi di impartire lezioni ogni giorno. In realtà non è necessario, i giovani capiscono da soli. Bisogna solo saperli indirizzare, ecco la vera sfida. Riesce a sentire la persone attraverso lo sguardo o anche attraverso un tocco? Il tatto per me è importantissimo, direi quasi vitale. Io metto al centro della mia vita le persone. Non a caso ho deciso di mettermi al servizio dei cittadini, ed in particolare di chi davvero ha bisogno. È proprio un’attitudine fisica la mia ad immaginare la gente in mezzo ad un grande cerchio. Toccare, abbracciare, stringere una mano. Sono tutti gesti che ti trasmettono forti emozioni. Grazie a queste sensazioni che mi vengono trasmesse riesco a capire la persona con un tocco. A parole invece sono un po’ un disastro. Quindi l’udito non è molto affinato nel suo caso. Per niente direi. Mi sto impegnando molto in questi ultimi anni. Ho capito che ascoltare e soprattutto saper ascoltare è fondamentale, in particolar modo per chi fa un lavoro come il mio. Molte volte sovrasto il mio interlocutore ancor prima che abbia finito la frase, perché tanto ho già intuito dove vuole arrivare. Oppure mi perdo su alcuni particolari del corpo smettendo di prestare ascolto. Poi se non mi interessa quello che la persona dice allora mi assento completamente, non so nemmeno fingere di ascoltare. C’è una farse di sua madre o di qualcuno che le è rimasta impressa? Ehm..no, non ne ho idea, davvero. Però ricordo la mia di frase. Qual era? Mi prendono in giro ancora oggi. Ripeto sempre Ascolta… Ascolta… Ascolta! Sarà che da piccola non prestavano attenzione alle mie parole e quindi pur di farmi ascoltare cercavo di fare di tutto, mi è rimasta quest’abitudine. E invece il senso olfattivo crede di averlo sviluppato negli anni? Assolutamente. Sono legatissima al profumo vero e proprio di pulito. Essendo contadina poi mi rendo subito conto se gli odori sono genuini, sani, se i luoghi sono freschi, accoglienti. Detesto l’odore di sporco, non riesco proprio a sopportarlo. C’è un profumo che la lega a qualcu-

no? C’è un profumo che mi lega molto a mia madre. Quando era anziana e malata usava sempre il sapone di Saugella. Così questo odore intenso mi riporta a lei. Ora tocca al gusto. Il gusto per me è il mio lavoro quotidiano. Il contatto diretto con la gente, svegliarsi la mattina sapendo di poter far del bene alla gente, poterla aiutare concretamente. Poi però, da ottima cuoca e amante della cucina posso dirle che il gusto è anche la buona cucina, svegliarmi presto la domenica mattina e preparare un buon pranzo alla mia famiglia che non mi vede mai. Arrivo a radunare attorno a me fratelli, nipoti, zii, parenti…cucino anche per 20 persone. Amo essere circondata dalla famiglia, forse perché sono solare, perché ho paura della solitudine. Quindi anche il gusto nel vero senso del termine. Eh sì. È uno dei piaceri della vita. Pensi che sono famosa per le mie chiamate nazionali. Ovvero? Chiamo amiche in tutta Italia e chiedo Scusa ma come si cucina questo? (sorride) Sembra davvero soddisfatta del lavoro e della vita. Mi dica qual è il suo sesto senso. Mettersi nei panni degli altri, anzi forse addirittura riuscire ad immedesimarmi a tal punto da sentirne anche le emozioni. L’empatia. Allora direi che ora potremmo chiedere anche alle sue figlie in che modo sono state influenzate nelle scelte professionali da una mamma così. Valeria Ho scelto la facoltà di odontoiatria perché mi piaceva l’idea di poter aiutare la gente nel campo medico-sanitario. Aiutare, almeno nel mio piccolo, a risolvere alcuni problemi, a fare del bene. Viviana Lo stesso vale per la mia professione, quella di farmacista. Certo io magari non agisco attivamente, ma comunque mi occupo dei problemi della gente e il mio lavoro mi fa star bene. Consegno le medicine a domicilio alle persone che non riescono a venire in farmacia. Sono piccoli gesti certo, però sento di fare del bene. Meglio fare qualcosa di piccolo che non fare niente. In forme diverse, ma il pensiero che vi ha portato qui è lo stesso di vostra madre. Vi ha influenzato? Valeria Sì, sì, si.

Viviana In maniera radicale. Sinceramente non mi sono mai chiesta come mai mi sono interessata del sociale. Forse avendo un esempio come quello di mia madre è stata un’evoluzione talmente naturale che nemmeno me ne sono resa conto. C’è un senso che vi lega o riporta in qualche modo alla mamma? Viviana Il gusto in assoluto. Lei stava via tutta la settimana e tornava solo la domenica. Così con gli anni la domenica voleva dire mamma, cioè tavola, unione familiare, buona cucina. Valeria Anche per me. La tavola per noi è un momento di condivisione. La mamma spesso porta a casa i piatti che ha assaggiato un po’ qua e un po’ là. È un modo per insegnarci a mangiare tutto, per conoscere diverse culture, ma soprattutto per stare insieme. Parlando di gusto e cucina allora sarete molto legate anche ai profumi. Valeria Il profumo di arrosto..mmmh… quando mi sveglio la domenica mattina e per tutta casa senti quel buonissimo odore di… mamma! Viviana Si infatti, è la mamma! Una frase della mamma? Valeria Nessuna. Mia madre a differenza di tanti altri genitori non ripeteva Devi..devi..devi…ti prendeva per mano e ti mostrava quello che bisognava fare e come bisognava farlo. I fatti contano più delle parole. I gesti di nostra madre, il suo esempio, il suo insegnamento pratico ci hanno insegnato più di tanti discorsi e tanti devi. Pensi che io sto facendo il tirocinio in ospedale al Policlinico e pulisco sempre la mia poltrona pur di dare il buon esempio ai ragazzi che seguo. Le cose che contano sono le più semplici. Viviana Valeria ha ragione. Noi abbiamo imparato a far tutto vedendo nostra madre che dopo una giornata di lavoro tornava a casa e con umiltà e semplicità si metteva a sbrigare tutte le faccende che spettano ad una madre e ad una moglie. Ci ha insegnato ad essere umili. Su tutto vince la semplicità, l’informalità e questo lo abbiamo imparato. Quindi anche per voi la vista è stata fondamentale. Valeria Esattamente. La vista è il miglior mezzo per apprendere. L’acuto osservatore scruta, presta attenzione, sta attento ai particolari e impara in silenzio. Viviana E in silenzio anche noi abbiamo imparato tutto quello che c’era da imparare. Nostra madre è stata un’ottima insegnante.

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Moretti

Carmen, Francesca, Valentina

Terra Moretti - Erbusco La holding Terra Moretti è alla guida di 11 società, attive in 4 rami di impresa: costruzioni, barche, vini ed alberghi.

Senso di responsabilitĂ  108


Credere in concretissimi sogni Senso della natura

Vista

Carmen il senso di ospitalità dei miei genitori, la casa giocattolo dove ospitavo le sorelle piccole. Francesca la sabbiera dove piantavo semi perché la natura è il mio mondo. Valentina osservare le persone.

Tatto

Carmen tutti i materiali dell’arredo e delle costruzioni. Francesca le stoffe del corredo che la mamma ci faceva riconoscere. Valentina il legno dei mobili Rivadossi.

Gusto

Carmen il cibo raffi nato ma anche il salame del nostro territorio. Francesca il gusto primario, saporito, sapido. Valentina il gusto di volare alto quando si pensa ad un progetto.

Olfatto

Carmen troppi ricordi legati agli odori, uno non basta: il lago e le barche, l’autunno e la vendemmia, la primavera e la fioritura. Francesca la sensazione di chiudere gli occhi, annusare e dire: sento. Valentina l’odore dei luoghi e degli oggetti che mi circondano.

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Ragione e Sentimento

Qui è come aprire le scatole cinesi, una matrioska di sensazioni e ricordi che si inseguono e si accavallano perché Carmen, Francesca e Valentina Moretti si rincorrono con le parole. Carmen il sentimento, non uno ma tutti i sensi al servizio della sua formazione di comunicatrice e p.r., Francesca il pragmatismo della ragione al servizio di una professione, quella di enologa, che vive invece di sensi e Valentina, il volo alto della fantasia dell’architetto. Ragione o sentimento? Carmen Prima di tutto la vista perché sono, professionalmente parlando, il frutto di ciò che ho visto e assorbito e cioè la capacità dei miei genitori di accogliere le persone, che fossimo a casa, in cantiere, in albergo, ovunque. I miei genitori, in particolare papà che ho seguito spesso, sapevano e sanno mettere le persone a loro agio, le sanno accudire e sanno trasformare ogni luogo in una casa. È stata una buona osservatrice. Carmen Osservatrice di uno stile di vita, di un modo di fare ma anche di dire le cose. Però se devo associare un senso alla mia crescita nell’azienda di famiglia forse scelgo l’olfatto che ho molto sviluppato. Mi piacciono i profumi, mi piace annusare e mi piace che le situazioni siano legate ad un odore. Anche adesso che sono grande ci sono degli odori che mi riportano alla Moretti Costruzioni dove ho cominciato il mio apprendistato e dove adoravo stare (volevo fare l’architetto) ed è l’odore dei lucidi, della carta tecnica che veniva utilizzata per fare i progetti. Me li facevano piegare a dozzine e poi l’odore della stampante, mi piaceva tantissimo. Collego determinati profumi a luoghi e fatti: primavera e autunno alla Franciacorta, cioè fioritura e vendemmia, i relais chateaux della Provenza ai viaggi con i miei prima

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di iniziare l’avventura degli alberghi e gli odori del lago quando siamo partiti con la realizzazione delle barche. Noi abbiamo sempre condiviso tutte queste cose perché in un azienda di famiglia la strada percorribile è solo quella… Valentina Sicuramente sono anch’io un’olfattiva, sono affezionata al mio naso e riconosco i luoghi dal loro profumo: come spesso ricordano le mie sorelle quando arrivavamo in Sardegna per le vacanze io riconoscevo di esserci a prescindere dal posto, mi bastava il profumo. Poi gli odori della Franciacorta che nei miei viaggi legati allo studio mi sono mancati e che proprio per questo vorrei che diventassero un patrimonio della famiglia che mi farò un domani. Francesca Per me olfatto ma anche gusto perché ho una laurea in Tecnica, Viticoltura, Enologia ma anche perché i nostri genitori ci hanno insegnato l’emozione del guardare una bella cosa, del godere di una buona cosa, del cibo e del vino. Quando mi portavano al ristorante da ragazza erano proprio queste le cose che mi facevano notare: il bel quadro, i bei colori, il bell’albergo. Il bello non fine a se stesso ma come

strumento di formazione. Ha inciso? Valentina Sulle mie scelte sicuramente, sono una creativa che ha accarezzato prima l’idea di diventare attrice, poi pittrice e che è approdata, inizialmente con timidezza, poi con passione vera, all’architettura, scelta che ha coinvolto tutti i miei sensi e che ha fatto riaffiorare il ricordo dei cantieri dove andavo con papà. Sui ricordi di quel mondo più grezzo si va ad aggiungere oggi lo studio che mi permette di riguardare a questo mondo in maniera più sensibile. I sensi all’erta sin da piccole. Passiamo al tatto Francesca Io ricordo la mamma che da piccole ci portava a Forte dei Marmi dove faceva fare le lenzuola, il nostro corredo e lì ci faceva toccare dicendo: “questo cos’è? Toccalo che così impari. Quando tocchi il tessuto lo capisci”. In tutte le cose di famiglia c’è sempre stato questo ricorrere ai sensi. Carmen Il tatto non lo riconduco tanto a un oggetto ma al decorare, all’arredare, al seguire gli allestimenti. Mi piace toccare i tessuti e la carta così come mi piace il legno, tutti materiali del presente e del passato, della Carmen comunicatrice e della Carmen architetto nel


cuore. Francesca Nella casa dove abitavamo c’era una sabbiera e io avevo perennemente in mano una paletta che davo in testa 300 volte al giorno al nostro cane: piantavo i nocciolini delle ciliegie, il nocciolo della pesca, e mi faceva impazzire stare lì in giardino. Andavo nell’orto, nel pollaio, mi è sempre piaciuta molto la natura, gli animali. Giocavo e piantavo i semini. Carmen Adesso questo fatto è ritornato in mente anche a me. Io effettivamente avevo questa casetta di legno tutta verniciata di bianco con il tetto rosso dove stavo sempre, avevo la mania di preparare l’insalata… obbligavo le mie sorelle, Francesca e Valentina, a far finta di assaggiarla, e mi ricordo, adesso che lei racconta, il condimento che preparavo, tutte le acque, i miscugli e gli inviti perché mi piaceva questo senso di preparare la tavola di accogliere. Valentina Il mio ricordo sta a cavallo tra il tatto e l’olfatto ed è sicuramente il legno dei mobili di Rivadossi, manodopera di altissimo livello, quasi scultura non fine a se stessa e il loro odore, l’odore di legno quasi sempre ulivo, un materiale che ancora oggi amo così come un altro materiale, il calcestruzzo. Nei vostri sensi declinati al passato c’è anche l’esordio professionale, è così anche per Francesca, l’enologa? Francesca La prima volta che sono andata a Bordeaux con mio padre, avevo dodici anni. E lì ho detto: “Io da grande voglio fare il vino”, nonostante il viaggio allucinante, 10-12 ore di macchina, lo stomaco sottosopra, l’assaggio dei vini in fiera. Il ricordo memorabile è legato alla visita alla Napoleon cognac: a tutti avevano regalato una bottiglia e a me che ero piccola una bottiglia minuscola fatta a portachiavi con dentro questo

distillato. In macchina l’ho aperto e bevuto. Questa cosa mi è piaciuta moltissimo. Poi loro hanno questi vigneti stupendi, una vegetazione pazzesca, tutto curato. Non è come da noi che vedi il pezzettino e i capannoni. Là vedi distese e distese, chilometri e chilometri di vigna. È stato l’esatto momento in cui ho deciso. Con voi parlare di gusto sembra quasi scontato. Carmen Beh, ristoranti, gusto, mangiare… ci hanno sempre portato in ristoranti e alberghi bellissimi, quindi siamo

abituate a mangiare bene. Anche se dicevamo, “no, non mi piace” ci obbligavano ad assaggiare tutto, sempre per quella visione del conoscere e del riconoscere le cose. Al gusto associo il salame. Lo chiedevo anche a Santa Lucia e papà nel periodo invernale, quando si produce quello nostrano, mi portava a Coccaglio a vedere come lo si faceva. Ma del gusto e del vino non me ne parlate? Francesca No, assolutamente perché per me il gusto non è nel vino ma negli elementi primari che combinati lo compongono: il pepe, lo zucchero, il caffè. Quindi la fragola ha un gusto, il pomodoro ha un gusto, il basilico ne ha un altro, tutti molto spezzettati. Il Gusto è una serie di gusti e il mio è saporito, sapido. Quanto contribuisce invece l’olfatto? Francesca La sensazione di chiudere gli occhi, annusare e dire: sento. Poi collocarlo nei ricordi, cercare nel cassettino legato a questo profumo e ricordare il momento in cui l’hai memorizzato ma meglio ancora che profumo è. E quindi tutto si collega. Per me c’è prima il naso e poi il gusto sempre, soprattutto se si tratta del vino..

Carmen Nel mio caso è diverso, perché mentre lei è molto più concreta io sono più sulle sensazioni, sulle emozioni; quindi il gusto di una certa cosa mi piace perché mi ricorda un’altra cosa. I miei sensi faccio sempre un po’ fatica a distinguerli, sono tutti collegati unoall’altro. Il passaggio attraverso i sensi nel racconto della vostra crescita anche professionale non può non passare anche attraverso l’udito. Valentina Penso di poter rispondere anche per le mie sorelle con una frase del papà o meglio con un suo suggerimento: essere umili ed imparare ad ascoltare sempre, in particolare in un’azienda dove siamo tante personalità, tutte differenti. E poi saper rischiare, credere anche nella fortuna, avere il coraggio del fare e seguire le passioni anche nel lavoro. Sesto senso? Carmen Forse il senso del dovere, ma neanche …perché a volte sono anche un po’ lazzarona, più il senso di responsabilità. La responsabilità per quello che stai comunicando, verso quello che hanno fatto gli altri, verso quello che ha fatto nostro padre e quindi l’essere sempre, non dico all’altezza della situazione, ma efficace. Francesca Il sesto senso è l’unione degli altri sensi, è il piacere creato dal loro fondersi, come per i gusti primari che insieme formano il Gusto. Poi il senso della natura perché fare quello che faccio nasce dall’amore per lei. Valentina Vedere una fine non definita, costruire quello che hai in testa dimostrandolo agli altri, lo scrittore lo fa scrivendo, l’imprenditore creando realtà aziendali, l’architetto costruendo. Credere in concretissimi sogni.

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Palazzani Emanuela

Vista

c’è qualcosa di ancora più unico, di gran lunga più bello e raro della capacità. È l’abilità di vederla e riconoscerla.

Udito

capacità di ascolto e soprattutto senso dell’umorismo che comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona.

Tatto

in senso lato il privilegio di sperimentare una delle cose più belle; il mistero.

Olfatto

adoro il profumo dell’intelligenza.

Gusto

ho imparato ad utilizzare la parola impossibile con grande cautela.

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Rubinetterie Teorema - Flero Rubinetterie Teorema nasce nel 1905 a Lumezzane (Bs) con la denominazione di Metallurgica Bonomi, specializzandosi nella lavorazione dei metalli. Nel 1970 assume la denominazione attuale, diviene una S.p.A. e si dedica alla produzione di rubinetterie per il bagno e per la cucina. Nel 1989 viene costruita a Flero (Bs), la nuova sede produttiva, all’avanguardia per tecnologie e sistemi di produzione e controllo qualità. Dal 2006 lancia per prima quattro nuove linee di rubinetti a risparmio acqua del 40% secondo le nuove esigenze di eco-sostenibilità.

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Il Cuore oltre l’Ostacolo

Come imprenditore di azienda di famiglia si riconosce nell’assioma casa/ azienda? Si, nei principi valoriali primo tra tutti l’Entusiasmo, guida di ogni attività svolta; la Passione per il proprio e l’altrui lavoro; Professionalità; Etica nel rispetto delle attività in cui si interviene e Innovazione nei processi e nelle tecnologie per seguito del futuro. Quindi ha vissuto l’azienda da fuori? Si. Attraverso i successi, il progresso e la diffusione del brand Teorema in Italia e all’estero. Non andava in azienda con suo padre? Raramente, l’azienda era situata a Lumezzane, io ho vissuto e studiato tra Brescia e Milano. Allora com’è finita a lavorare proprio per questa realtà dalla quale era così distante? Perché non amo l’autocompiacimento e di come può pregiudicare le possibilità di crescita e sviluppo della personalità. Sfidare una tradizione centenaria mi avrebbe insegnato attraverso addestramento e disciplina a pensare velocemente, assumere responsabilità a prendere e comunicare le decisioni al momento opportuno L’inizio era previsto automaticamente in azienda? Iniziai a lavorare nell’azienda senza il consenso di mio padre ma con la mediazione di mia madre per un anno di prova: evidentemente ho superato la prova. Quindi ora è il legame con l’azienda di famiglia è forte. Certamente. È parte fondamentale della mia vita. Qual è l’aspetto che più la appassiona? Ogni conquista è un vincolo che ti obbliga ad una conquista ulteriore, mi affascina cercare gli strumenti mentali,

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conoscitivi e strutturali alla gestione del cambiamento. Lavorare per la creazione di valore, sia interno, in relazione a persone, processi e prodotti, sia esterno, verso i clienti ed il mercato. La vista insomma nel senso più ampio del termine? Si, ma intesa come la capacità di non perdere mai di vista il quadro complessivo. È il lavoro più impegnativo perché oggi la realtà è in continuo mutamento e bisogna coniugare ogni giorno l’emergenza con ciò che è importante e progettuale. Stando a contatto con molte persone avrà ben sviluppato anche l’udito. Per udito intendo la capacità di ascolto. L’esperienza è una cosa che non si può ottenere gratuitamente e per superare le sfide bisogna anche ascoltare pareri e opinioni con umiltà. I problemi vanno risolti in modo diretto assumendosi ogni volta la responsabilità necessaria e impegnandosi per essere all’altezza di quella precisa responsabilità. C’è una frase di suo padre o che ha sentito che l’ha segnata profondamente? Ho ascoltato sempre moltissimo mio padre e seguito i suoi insegnamenti ma è una frase di Seneca che mi ha segnato profondamente “Noi non osiamo perché le cose sono difficili. In realtà le cose sono difficili perché non osiamo.” Coerente con il concetto di sfida. Allora potremmo dire che per lei il gusto è il gusto della sfida? Diceva Thoreau “Non conosco fatto più incoraggiante della indiscussa capacità di un uomo di migliorare la propria vita attraverso uno sforzo consapevole.” Non è solo un pensiero stimolante, ma anche appagante quando si realizza. Il tatto nel lavoro credo sia fondamen-

tale. Sia nel vero senso della parola, sia in senso lato. Certamente. Mi piace il contatto fisico con i miei prodotti. Toccare i prototipi, valutare tutti i dettagli per migliorarli ogni volta. In senso lato saper agire con forza e immediatezza, trasmettendo motivazione con educazione ed il sorriso. Anche l’olfatto? Abbino l’olfatto ai reparti di produzione; l’odore della fonderia e della cromatura mi fanno sentire a casa, perché sono odori conosciuti e sono l’essenza della azienda manifatturiera. Adesso mi dica qual è il suo sesto senso. Istinto, intuito e percezioni. Sono cose che tutti abbiamo, l’importante è saperli usare; si possono avere credenziali accademiche eccezionali, ma se non si attiva quella parte inconscia della nostra personalità i risultati sono solo ordinari e non straordinari. Anche in ambito lavorativo? Anche in ambito lavorativo, certamente; abbiamo definito e poi realizzato in azienda una nuova strategia water saving philosofhy. Nuove linee di rubinetti a risparmio d’acqua del 40% senza modificare le abitudini del consumatore. Abbiamo compreso che era necessario coniugare due categorie importanti: ecologia ed economia, prodotti all’avanguardia con design a prezzo accessibile. Risultato? Abbiamo avuto l’onore di effettuare la fornitura alla caserma Coppito a


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Profili

Olfatto


to L’olfatto è il profumo dei fiori d’arancio


Papetti Acunzo Gianluca e Rosanna

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In Cartel Group - Milano Nel 1983 l’azienda ha iniziato con la produzione di segnaletica antinfortunistica e di sicurezza. Nel corso degli anni ha incrementato le tipologie dei prodotti proposti sviluppandone funzionalità ed estetica sino ad arrivare ad essere considerata tra le Aziende leader in Italia nella realizzazione di Comunicazione Visiva&Ambientale. Alcuni dei suoi prodotti sono stati esposti al Science Museum di Londra e al Moma di New York.

Vista

Rosanna osservare il mondo a 360°, cercare i particolari che fanno la differenza. Gianluca vedere quello che volevo essere, e perseguire questo sogno fino a diventare ciò che sono.

Udito

Rosanna chi ha tempo non aspetti tempo. Darsi da fare, buttarsi, rischiare, non fermarsi mai. Gianluca la calma è la virtù dei forti. Bisogna saper aspettare, l’occasione prima o poi arriva.

Tatto

Rosanna ne farei volentieri a meno! Gianluca non ne ho!

Olfatto

Rosanna annusare i cibi. So se qualcosa mi piacerà oppure no. Gianluca l’odore di vernice. Mi faceva compagnia quando da piccolo mangiavo in azienda.

Gusto

Rosanna il gusto della sfida. Mettersi in gioco sempre e di continuo, non accontentarsi. Gianluca il gusto del bello. Il bello apparente e il bello delle persone. Rosanna Acunzo è Presidente della delegazione Lombardia di Aidda, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

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Genio e Regolatezza

I sensi. Dalla vista al tatto, in che modo i cinque sensi hanno influito sulla sua crescita imprenditoriale? Rosanna Ad essere l’imprenditrice e la donna che oggi sono mi hanno aiutato più di ogni altra cosa la vista e l’udito. Fin da quando ero ragazza guardavo, osservavo, scrutavo tutto ciò che mi stava attorno. Cercavo di cogliere i particolari i dettagli importanti che si nascondevano sotto la superficie. E poi ascoltavo: tutti e tutto! Ho sempre pensato che nella vita bisogna, sopratutto da giovani, essere umili e avere tanta curiosità, tanta voglia di imparare. Osservando ed ascoltando gli altri impari moltissimo. Quale frase le è più rimasta impressa dall’adolescenza? Rosanna Chi ha tempo non aspetti tempo. Chi gliela diceva? Rosanna Il mio mentore. La mia guida e il mio insegnante. Colui al quale devo molto e che oggi ricordo con estremo rimpianto. Fino a qualche anno fa non c’era così tanta presunzione, le persone camminavano a testa bassa e guardavano ai maestri come a delle fonti di scienza da cui attingere. Lui mi ha insegnato ad ascoltare, a guardare il mondo a 360°. Allora di tutto ciò che ha visto cosa l’ha influenzata maggiormente? Rosanna Senza dubbio l’estetica degli oggetti, il design sopraffino di certi artisti. Mi servono a ricordare che nonostante io lavori con materiali prettamente maschili, quel tocco di femminilità, di eleganza, insomma quel tocco in più non bisogna mai tralasciarlo. Quindi è attenta anche alla moda, all’arte? Rosanna Certamente. Come dicevo prima bisogna sempre guardarsi in giro. Ora che il nostro brand è molto forte

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mi piacerebbe per esempio avvicinarmi al mondo della moda, ma i tempi sono difficili e il momento non è forse quello giusto. Sarebbe disposta a ricominciare? Rosanna Non me lo chieda due volte. Quindi il gusto lei lo interpreta come il gusto della sfida? Rosanna Direi di sì. Significherebbe ci-

mentarsi in un’altra sfida, mettersi alla prova, rischiarla di nuovo. All’interno della sua azienda ha apportato spesso modifiche magari rischiando qualcosa? Rosanna Nell’arco dei trent’anni ci sono state diverse evoluzioni. Prima abbiamo cominciato con la segnaletica anti-infortunistica; poi siamo passati alla pro-


duzione di segnaletica per interni, e alla comunicazione visiva; in seguito, visto che stavamo crescendo, ci siamo rivolti alla produzione di segnaletica per la grande distribuzione; ora è il momento dell’arredo urbano intelligente, ma stiamo già guardando al prossimo biennio quando sarà la volta del fotovoltaico e della segnaletica digitale. Come vede bisogna adattarsi, capire e vedere cosa chiede il mercato ed essere pronti a reagire. Il tatto quindi è importante nella sua attività? Rosanna Per l’attività in generale non particolarmente. Questo tipo di prodotti, il ferro, l’alluminio, non richiedono di essere toccati. Se parliamo di tatto umano invece credo di essere la saggia di famiglia, la mediatrice. Per quanto riguarda l’olfatto invece? Rosanna Non ho nessun ricordo legato a qualche odore in particolare e oggi uso l’olfatto solo per annusare i cibi. Da lì capisco se possono piacermi o meno, ma spesso è la prima, sono una buona forchetta. Dall’olfatto al fiuto. Il fiuto quanto conta? Gianluca Lei non possiede molto fiuto. Questa è una caratteristica tutta mia. Rosanna Io mi butto. Vado alla cieca. Quando qualcosa mi entusiasma mi do subito da fare senza soffermarmi più di tanto. Sono una sognatrice, lui è più bravo di me. Gianluca Sono solo diverso. Sono molto più schematico. Non cerco di fare mille cose in un giorno solo. Preferisco farne una ma fatta bene. In cosa si butterebbe a capofitto? Gianluca Nell’immobiliare. È una passione nata quando ho ultimato gli studi di giurisprudenza. Dopo la laurea sono partito per gli Stati Uniti per conseguire un master. Lì ho conosciuto un ragazzo italiano, uno dei più grandi sviluppatori d’America e mi si è aperto un mondo. Le cose sono totalmente diverse al di là dell’oceano. Demoliscono un edificio e nel giro di poco tempo costruiscono un grattacielo di ottanta piani. Da noi, per sistemare una facciata ci vogliono degli anni. Possiamo dire quindi che il suo senso è la vista: ha visto ciò che voleva essere. Gianluca Proprio così. Ho visto quello che volevo essere e sono riuscito a diventarlo, quasi. Fin da quando ero bambino sono sempre stato molto ostinato in ciò che facevo e sono sempre riuscito ad adeguarmi alle circostanze e a

plasmarmi a seconda delle persone che avevo accanto. Questo mi ha aiutato parecchio ad acquisire capacità e tecnica. Una frase che sua madre le ripeteva spesso? Gianluca La calma è la virtù dei forti. Rosanna Da quando è piccolo, più o meno dall’età di tre anni, sulla sua scrivania c’è una delle mie targhe con incisa questa frase. Non deve dimenticarselo mai. Gianluca Del resto ha ragione. Bisogna saper aspettare, quando fatichi e vali prima o poi la fortuna gira dalla tua parte e arriva l’occasione anche per te. Non sa quante persone valide conosco che non fanno nulla. Sono dei veri e propri talenti...sprecati. Io non voglio essere sprecato. Voglio farcela e sono sicuro che prima o poi ce la farò. Bisogna aspettare. Non potrei fare altrimenti, sono in piena fase di attesa. Mi sono laureato, sono stato negli USA per un master e ora, a trent’anni, sto decidendo di avviare una mia società immobiliare con un altro socio. Al momento infatti sono inglobato in una società di famiglia, ma sento l’esigenza di camminare da solo. Abbiamo modi di pensare troppo diversi e poi credo che nella vita uno debba seguire le proprie passioni, perché non si possono sempre soddisfare i desideri degli altri senza ascoltare i propri. Mia madre sotto questo punto di vista mi lascia abbastanza libero, ma altre persone della famiglia non mi fanno volare. E per me è arrivato il momento. Il gusto della sfida anche per lei quindi? Gianluca Non tanto. Non sono uno che si getta così a capofitto. Con questa nuova avventura rischio qualcosa, ma è stata comunque una scelta ponderata. Sono un esteta fatto e finito, quindi per me il gusto è il gusto del bello. Amo circondarmi di belle persone, osservare gente ben educata con buone maniere, avere a che fare con persone leali, oneste, belle. Da immobiliarista non mi accontento di comprare un edificio e ristrutturarlo così come viene. Deve essere fatto un lavoro preciso ma anche sofisticato, deve essere appagato anche il mio gusto e ne ho molto, proprio come mio padre. Il tatto nel suo lavoro come lo utilizza? Gianluca Diciamo che non ne ho molto. La maggior parte delle volte scoppio. Invece un odore che la lega all’imprenditoria e che si porta dietro da quando

era bambino? Gianluca L’odore della vernice. Lo amavo. Da piccolo andavo sempre in azienda e mi fermavo lì anche a mangiare...a farmi compagnia c’era sempre lui, l’odore di vernice. Un ricordo dell’azienda di quel periodo? Gianluca L’aria distesa in cui si lavorava. Quando si dice, un bell’ambiente lavorativo. Ora invece è tutto diverso, tutto così frenetico, asettico. Il sesto senso? Gianluca Anche se a noi giovani hanno tolto la voglia di sognare il mio sesto senso è quel motto che dice “Believe in yourself, always,” credi in te stesso, sempre. Penso che prima o poi ce la farò ne sono sicuro. Rosanna Ci hanno tolto la voglia di sognare, ma noi dobbiamo continuare a farlo lo stesso. Nessuno può entrare nella tua testa, prenderti i sogni e portarteli via, nemmeno con la forza. Quindi non bisogna rinunciare. Io ho sognato e sogno tutt’ora, ma il mio sesto senso sta nell’intuizione. Già dal 1980, anno nel quale uscì una legge che obbligava ad avere un nuovo tipo di segnaletica, io ero pronta al cambiamento: anni prima infatti avevo intuito cosa sarebbe accaduto e avevo fatto costruire degli impianti per questa nuova segnaletica. L’imprenditore deve rischiare, deve anticipare i tempi, intuire le evoluzioni di mercato prima che accadano per anticiparle e non subirle o farsi trovare impreparato. Un altro sesto senso però, che prescinde dall’attività imprenditoriale ma che tengo ugualmente a sottolineare, è il senso della famiglia. Per me la famiglia è tutto, quando non c’è serenità in famiglia non riesci ad essere sereno da nessun’altra parte. Credo di aver dato molto alla mia famiglia, giusto o sbagliato che sia, mi sono fatta in quattro e ho cercato di dare tanto amore a mio figlio. Bisognerebbe spiegarlo anche ai ragazzini delle nuove generazioni, che tendono spesso e volentieri a snobbare i genitori e a mostrarsi irrispettosi, bisognerebbe dire loro che il valore che più conta è la famiglia, tutto il resto viene dopo. Amo molto i giovani, quelli positivi, pieni di voglia di fare e cerco quotidianamente di far passare loro questo messaggio. Anche perché loro sono il nostro futuro e desidero che crescano bene. Vede, da imprenditrice non guardo mai al passato, guardo sempre al futuro e mi circondo del nostro futuro, e se qual-

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Peroni

Vista

protagonista del mio essere.

Udito

Giannino

sentire per capire. Ero, e sono, un piccolo ficcanaso. Ascolto volentieri i discorsi di tutti per analizzare e confrontare interessi ed esigenze in divenire.

Tatto

le sensibilità epidermica che ho sviluppato in tanti anni di “immersioni” fra chiffon, seta, cashmere e tessuti nobili.

Olfatto

Il profumo della collezione. Per me è fondamentale abbinare ad ogni stagione un profumo, creare una sensazione, cercare il connubio tra l’indumento e l’odore naturale della pelle.

Gusto

Un culo per ogni paio di braghe. Scindere, fondere e plasmare il proprio gusto con ogni realtà. Riuscire a modellare il proprio stile ed il proprio punto di vista riadattandolo per il cliente. È la sfida più difficile, ma senza dubbio la più divertente. Il gusto, inteso nell’accezione dello stile, è una cosa molto personale. Il mio lavoro consiste nel trasmettere al cliente fiducia nelle proprie scelte, proponendogli in prima battuta solo capi che sicuramente vestirà con gusto. A questo punto il suo gusto è uguale al mio.

G&B - Flero G&B, NEGOZIO non è un negozio. È una casa accogliente, un teatro creativo, un museo d’arte moderna, un aeroporto metropolitano. Frutto di un intervento di restauro che ha coinvolto architetti e designer coordinati da “mastro Gianni” in persona, è presto diventato il punto di riferimento in termini di materiali, logica degli spazi e variabilità del display. “Finalmente qualcosa da copiare” era stato al tempo dell’inaugurazione, il commento dei più. Negozio bresciano con orizzonti internazionali, oltre ad affermati brands del fashion system blasonato, propone nicchie di ricerca che da qui spiccano il volo verso il mercato globale.

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Il Colore del Talento

Sarà banale ma qui, in mezzo alla preziosità di alcuni tessuti trasformati in sogno e aspettativa, parlare di sensi e di fili conduttori di una scelta professionale, sembra più facile. Partiamo dal senso che più la lega al lavoro. L’udito. Attraverso questo senso ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Fin da piccolo infatti pretendevo di captare ogni parola che uscisse dalla bocca dei grandi e carpirne il significato. Mi incuriosivano le persone che bisbigliavano: per me erano magnetiche, come se volessero tenere nascosti segreti importanti ed io dovevo far di tutto per conoscerli. Così ho imparato

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ad ascoltare, a capire alcuni piccoli segreti, a conoscere i gusti più intimi delle persone: praticamente è il lavoro che oggi svolgo. Un lavoro nel quale ha molta importanza la fantasia. È stato fondamentale anche in questo l’udito? Direi di sì. Quando ancora ero proprio piccino e non riuscivo a decifrare i bisbiglii, le occhiatine o il sussurrare, allora iniziavo a fantasticare su arcani segreti e strane avventure. Oltre ad uno stimolo per la fantasia ha trovato altri stimoli all’interno della famiglia? Mia madre. L’unica donna? Ho sempre creduto che

per avvicinarsi ad un’attività come la sua lei avesse trascorso la sua gioventù in un ambiente maggiormente femminile, di zie, cugine, sorelle. Assolutamente. L’unica donna in casa era la mamma. Era una sarta e quindi credo che mi abbia trasmesso nei geni una certa predisposizione per il mondo artigianale dell’abbigliamento. Gli altri stimoli però sono arrivati dall’esterno dell’ambiente familiare e quasi per casualità. Mio padre infatti mentre studiavo per conseguire il diploma di ragioneria mi esortò ad andare a guadagnarmi qualche soldino. Sono entrato così a far parte di un’azienda consolidata e seria che vendeva abbigliamento. Avevo solo 15 anni ma avevo già capito che era quello che volevo fare per il resto della vita. Ha visto un mondo del quale ha capito di fare parte. Che importanza dà al senso della vista? Moltissima. Quando ancora sei alle prima armi, la vista rimane legata solamente ad un colore acceso piuttosto che ad uno freddo; o ad un insieme di colori rispetto al candore del bianco. Quando acquisisci dimestichezza però la vista diventa uno strumento fondamentale: ti permette di capire come sposare un accostamento, di proporre cromaticità perfette e di scegliere le nounces più affascinanti. Da quando poi creo in prima persona le collezioni la vista è in assoluto la protagonista, perché sei tu a dettar legge nel campo della moda con il tuo punto di vista, circa i colori che domineranno la stagione, gli accostamenti, i tessuti.... Parlando di tessuti mi viene in mente un altro senso… Il tatto. Esatto. Quanto conta nel suo mestiere? Non si può prescindere in alcun modo


dal tatto. Per acquisire dimestichezza e professionalità bisogna arrivare a saper riconoscere le diverse tipologie di tessuti. Raggiungere una certa sensibilità epidermica, che permette di capire la consistenza di una stoffa, cosa sia e quanto sia pregiata. La mamma sarta: conserva un momento o un ricordo legato alle stoffe e quindi al tatto? No. Non ho un ricordo in particolare. Posso dirle senza dubbi però che l’essere immerso quotidianamente in mezzo ad una marea di stoffe maschili, sicuramente ha iniziato a suscitare la mia curiosità e la voglia di sapere, di conoscere e riconoscere. Mia madre trattava però solo capi maschili, così ho dovuto affinare la mia sensibilità tattile verso tessuti a me estranei come la seta o il cashmere e lo chiffon, fino ad interpretare quei tessuti nobili, che sono l’espressione massima della gamma a nostra disposizione. Forse per lei sarà più difficile da trovare nel suo passato, ma un ricordo legato all’olfatto può raccontarmelo? L’olfatto è un senso che tengo allerta ogni giorno. Non posso concepire una collezione senza abbinarla ad uno specifico profumo. Pensi che in negozio e nei camerini vengono cambiate le essenze. a seconda delle collezioni che proponiamo, proprio perché ad ogni stagione appartiene una fragranza differente. Il profumo però non è solo da associare ad una collezione, ma anche ad ogni singola persona. Col tempo, affinando il naso, il profumo è diventato per me una sorta di presentazione del cliente, dei suoi gusti e delle sue esigenze. Il cliente deve entrare in un luogo in cui non solo i vestiti riportino a certi valori, a certe terre e alle loro atmosfere, ma anche il profumo. Deve sentirsi avvolto dalla sensazione della stagione e sentirsi a suo agio. Mi sembra di capire che all’interno della sua realtà l’attenzione sia focalizzata sulla persona più che sull’oggetto. È e deve essere così. Dobbiamo cercare di conoscere sempre meglio la persona che entra da noi e che quindi può diventare un affezionato cliente. A noi non importa vendere e basta. Vogliamo soddisfare il cliente. Vedere qualcosa che vesta perfettamente su quella persona; che si armonizzi con il suo corpo, con i colori della sua pelle e dei suoi capelli. Ciò che a noi importa, e che consideriamo il vero successo, è il momento dopo la vendita. Il momento in cui il cliente

indossa il suo abito ed è felice, lo mostra orgoglioso in pubblico e riceve i complimenti. Soltanto a quel punto abbiamo raggiunto il successo. Veniamo al gusto. Il mio chiaramente non è un gusto culinario, ma estetico, legato al mondo dell’abbigliamento. Bisogna avere gusto per saper proporre un ideal look per la stagione sia ad una donna che ad un uomo. Il gusto riassume tutti gli altri sensi, è la sintesi perfetta e quindi l’aspetto più importante del mio lavoro. C’è una netta distinzione fra gusto oggettivo e gusto soggettivo? Decisamente. Il gusto soggettivo è il mio più intimo punto di vista. Ciò che a me

personalmente piace e che mi permetto di far conoscere soltanto ai clienti più affezionati in determinate circostanze. Il gusto che io devo seguire è quello oggettivo, perché devo soddisfare le esigenze e le necessità del cliente indipendentemente da ciò che io preferisco. Devo oggettivamente entrare nella persona che ho di fronte per capirla e vestirla ad hoc. Se rimanessi legato ai miei pensieri, ai miei gusti non sarei un professionista. Può essere trasmesso per DNA ? Credo proprio di sì. Il gusto è qualcosa di innato, che hai fin dalla nascita e che scopri per caso. Quando magari ti cimenti per gioco o consigli agli amici un vestito, o un mobile, o il colore delle pareti o come pettinarsi. Soltanto così scopri di avere gusto, e sottolineo di avere, perché uno o l’ha o non l’ha. Ora vorrei mi svelasse un senso che ognuno ha dentro di sé, ma che cambia da persona a persona in base alla propria storia e alle proprie esperienze. Il sesto senso. Il suo qual è? Siccome il sesto senso è qualcosa di innato che si manifesta quando meno te lo aspetti e spesso nelle situazioni di difficoltà le risponderò di pancia, senza pensarci. Il talento. Quel talento che ti rende diverso ed unico, che ti distingue da tutti gli altri non tanto per qualcosa che sai fare, ma per come la fai. Il talento è una sfumatura, un colore, un quid che ti rende speciale, che ti permette di eccellere. Direi che anche lei ha scovato il suo talento visti i risultati.

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Pescali

Daniele e Elisabetta

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Imago Art Gallery - Londra Imago art gallery, al numero 4 di Clifford Street, nel cuore culturale e storico di Londra, nasce nel 2007 come idea e progetto di Daniele Pescali, ultimo e giovane esponente di una storica famiglia di mercanti e collezionisti d’arte e di sua moglie Elisabetta. Si propone al pubblico internazionale come punto di riferimento dell’arte italiana in una città che da anni è culla e crocevia privilegiato dei principali fermenti creativi ed artistici di tutto il mondo.

Vista

vedere l’arte. I miei occhi si sono riempiti della bellezza dell’arte sin da quando ero piccolo.

Udito

quel quadro lo compro io… gridava ad ogni asta mio nonno… un po’ sordo!

Tatto

il contatto con quadri e statue... ci vuole lo stesso amore e la stessa delicatezza di quando tocchi una donna.

Olfatto

l’odore dell’arte. L’acrilico, l’olio, la patina bruciata.

Gusto

il gusto per il bello... quel bello che lascia senza fiato e ti riempie di emozioni.

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L’arte per Passione

Una famiglia italiana nota all’estero che domina il mondo dell’arte moderna come nessun altro. Pescali oggi cos’è? Daniele Una bellissima palazzina di cinque piani che si trova nel pieno cuore di Londra. 350 Mq di struttura per 3 piani espositivi, un piano dedicato all’area vip ed uno agli uffici. Una meta fissa per visitatori e collezionisti provenienti da tutto il mondo. Emergere a Londra non è facile però. Come fate? Daniele Puntiamo molto sull’impatto e sull’efficacia della comunicazione. Londra ogni giorno propone importanti eventi: inaugurazioni di nuove gallerie d’arte, negozi e locali, fiere d’arte e di design. È una città con un fermento quasi unico e quindi per emergere bisogna sempre presentare nuovi progetti. Elisabetta Le mostre che realizziamo nella nostra galleria sono supportate da articoli sui migliori giornali inglesi e italiani, servizi televisivi, cataloghi raffinati, inaugurazioni caratterizzate da una ricercata ospitalità tutta italiana. Daniele Imago Art Gallery organizza tre o quattro mostre diverse all’anno; è quindi indispensabile una comunicazione con il pubblico continuativa e persuasiva Credo che il vostro nome però faccia la differenza. Daniele Indubbiamente grazie al lavoro svolto in tutti questi anni da me e mia moglie, ma ancora prima dalla mia famiglia è venuta a crearsi una rete di conoscenze e amicizie che agevolano questo aspetto del nostro lavoro. Collaboriamo moltissimo con l’istituto di Cultura Italiano a Londra e con l’Ambasciata. Di cosa si occupa in particolare la vostra galleria? Daniele Noi proponiamo innanzitutto opere di artisti del ‘900 storico, dall’

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impressionismo all’arte povera, focalizzando la nostra attenzione in particolare sugli autori Italiani. Abbiamo anche dedicato un’intera sezione della galleria ad artisti italiani contemporanei ed emergenti. Le nostre mostre possono essere o personali, presentando un solo artista, (Balla, Boccioni, Burri, Campigli De Chirico, Fontana, Severini, ecc…) oppure possono essere a tema, con un percorso comune a tutti gli artisti esposti. L’Italia vi è rimasta nel cuore. Daniele Ovviamente, siamo italiani e proponiamo arte italiana a Londra. Oltre che costituire le fondamenta delle vostre esposizioni l’Italia rappresenta un luogo di ritiro, di relax? Daniele Assolutamente. La mia casa di

vacanze a Forte dei Marmi, è il luogo che prediligo per ritemprarmi dalla vita frenetica londinese. È il riposo del guerriero, la pace dei sensi. A proposito di sensi, in un lavoro come il vostro, che ruolo hanno e quanto vi aiutano? Daniele Moltissimo. Non potrei farne a meno. Qual è il senso che l’ha avvicinata a questo mestiere e che ancora oggi le è indispensabile? Daniele La vista. Nel mio lavoro la vista è quasi tutto. Bisogna saper giudicare con gli occhi, cogliere i significati delle opere, intuire, a colpo d’occhio, quale pezzo potrebbe essere un buon acquisto e futuro affare. Un ricordo visivo che le è rimasto im-


presso? Daniele Io a 5 anni, con mio padre nella nostra galleria di Cortina d’Ampezzo davanti ad un quadro di Boccioni intitolato “Il romanzo di una tessitrice”. Oggi considerato l’opera per eccellenza del divisionismo. Una vita indirizzata fin da subito. Daniele Più che indirizzata: la mia famiglia mi ha trasmesso quest’immensa passione per l’arte della quale non ho più potuto fare a meno. Non dimenticherò mai le vacanze trascorse con mio padre. Io le ho sempre definite vacanze scolastiche, perché erano un tour de force. Si visitavano gallerie, mostre, musei, insomma, tutto ciò che nell’arco della vacanza si riusciva a vedere. Così a scuola, quando l’insegnante chiedeva “Cosa volete fare da grandi?” mentre i miei compagni dicevano l’astronauta, il pilota, io invece rispondevo “Voglio fare il quadraio”, come si diceva una volta. Oggi quel mestiere è diventato Il gallerista. E lei lo è diventato a pieni titoli. Come c’è riuscito? Daniele Con tanta passione e infinita umiltà. Ma soprattutto grazie al nonno paterno che mi ha insegnato a lavorare e a farlo con amore. Egli è stato un punto di riferimento, un insegnante, un esempio da seguire. Da giovane nulla conosceva del mondo dell’arte, proveniva da una famiglia modesta del bergamasco. All’età di sedici anni scappò dalla campagna per andare a Milano in cerca di lavoro e ne svolse dei più disparati. Poi un giorno, con un amico, vide in una galleria d’arte in via Manzoni un De Chirico: fu amore a prima vista. Chiese un prestito all’amico, in breve tempo lo rivendette con un buon guadagno e da quel momento capì qual’era la sua strada e non si fermò più. Girava musei, mostre, gallerie, studi privati, viaggiava moltissimo in Europa e in America alla scoperta di nuove promesse che poi si rivelarono i veri talenti del ‘900 fra i quali, Picasso e Dalì. Lo dice con una tale naturalezza... Daniele Le racconto un episodio. Mio nonno era diventato molto amico di Salvador Dalì e della sua famiglia. Mio padre mi raccontò che una volta lui e il nonno incontrarono in un ristorante di New York, Dalì seduto ad un lunghissimo tavolo, circondato da una sfilza di donne nude, e quadri selezionati direttamente dall’artista per Daniele Pescali. Eravate privilegiati insomma.

Daniele Una volta questa era la prassi, si andava negli studi degli artisti oppure si acquistavano i quadri in conto vendita direttamente da loro. Oggi invece? Daniele Oggi si basa tutto sulla competitività e non sulla voglia di emergere. I ritmi sono frenetici, gli artisti compaiono e scompaiono nel giro di pochissimo tempo, così come le gallerie. Un altro senso che sente nel suo dna? Daniele Il tatto. Ai non addetti sembrerà strano, ma i dipinti si toccano con quella delicatezza con cui si tocca una donna. Si fa quest’operazione per sentire se sono sporchi, oppure per quanto riguarda le statue, si deve percepirne la tecnica, il cesello e le rime nel caso del bronzo dopo la fusione. Ci vuole molta dimestichezza e nella mia galleria soltanto io e mia moglie tocchiamo le opere. C’è un rispetto come per un figlio, come per una moglie, come per qualcuno che si ama davvero. Oltre al tatto è necessario anche l’olfatto? Daniele Molto. Chi ha esperienza nel campo riesce a riconoscere l’odore dell’acrilico, dell’olio, di bruciato quando le sculture vengono scaldate con una fiamma ossidrica per donare loro una patina verde, marrone o nera. Sono passaggi correlati che rispondono a tre sensi l’uno conseguenza dell’altro. Prima si vede e si ammira, poi si tocca e si percepiscono le fattezze e da quel tocco viene invaso anche l’olfatto. L’udito non fa parte di questo cerchio, ma in una vita come la sua, passata accanto al nonno, credo sia stato fondamentale. Daniele Forse ancor più degli altri tre. Ascoltare mio nonno, le sue parole, i suoi consigli ed i suoi insegnamenti faceva parte del quotidiano ed era indispensabile. Mi ha fatto fare una dura gavetta, mandandomi per mesi interi all’estero, in paesi di cui non conoscevo la lingua per visitare musei e gallerie prima, seguire le aste poi. Era ferratissimo nell’arte, Vedeva più lontano degli altri, conosceva in maniera approfondita i temi e i percorsi artistici che avrebbero interessato il pubblico, ha aiutato tutti i galleristi e prestato opere a importanti musei Una frase che ricorda in particolare? Daniele Mio nonno sentiva poco e quindi urlava sempre. Così quando entravamo nell’atrio per le aste lui gridava“Quel quadro lo compro io perché ho già fatto preparare la cassa per portarlo via!!” Il gusto glielo chiedo così, per conclu-

dere il percorso sensoriale. Daniele Il gusto è tutto. Il gusto è ammirare opere di straordinaria fattezza o dipinti di ineguagliabile valore. Saper vivere nel bello, nel rispetto dell’armonia, dell’eleganza, dell’estetica che punta alla perfezione. Un quadro non è una tela, è qualcosa di più e grazie al gusto riesci a goderne appieno. Il gusto è fondamentale per l’allestimento delle mostre. Mia moglie ed io ci chiudiamo letteralmente in galleria senza nessun dipendente per pensare e sistemare le opere. È un lavoro certosino, di precisione, di gusto appunto. A volte impieghiamo giorni per cambiare faccia alla galleria, perché non siamo mai soddisfatti. Vogliamo che quando le porte si apriranno il pubblico sia colpito dalla bellezza nella quale si troverà immerso. Proviamo, cambiamo, ricambiamo e modifichiamo finché non siamo certi di aver fatto del nostro meglio Il suo sesto senso? Daniele L’intuito che ho ereditato dai miei. Mio nonno era lungimirante, aveva preceduto i tempi in maniera incredibile e lo stesso vale per mio padre. Ne è testimonianza anche il logo scelto per la nostra galleria londinese: due volti che si incontrano e che, con un gioco di chiaroscuro ne formano un terzo, a significare le tre generazioni. Mio nonno, mio padre ed io. Essendo rotondo vuole anche rappresentare la globalità del mondo artistico, racchiusa in un luogo, quindi in quella galleria in cui il logo fa da bandiera. Quale artista avrebbe voluto scoprire? Daniele Lucio Fontana, tutta la vita!

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Ravelli Stefano e Diego

Vista

la fiamma, simbolo del calore e dell’unione familiare.

Udito

lo scoppiettio della legna quando arde. Ascoltare in silenzio il crepitio del fuoco, pura serenitĂ .

Tatto

il contatto con l’albero, la sua ruvidezza, la sua sostanza; un essere che vive e ti porta inevitabilmente nel cuore della natura.

Olfatto

la legna appena tagliata, pronta per riscaldare.

Gusto

la cucina genuina, portare in tavola i sapori freschi e veri della campagna.

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Ecoteck - Palazzolo s/O Il Gruppo Ravelli rappresenta l’evoluzione di Ecoteck srl, fondata come parte autonoma della C.F.M. Srl, azienda che si occupa dal 1970 di lavorazioni metalliche e meccaniche conto terzi. Realtà dinamica e in continua evoluzione, il Gruppo Ravelli vanta un team di professionisti giovane e determinato, investe costantemente notevoli risorse nel settore R&S e agisce nel pieno rispetto della natura.

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L’Energia delle Idee

Il vostro prodotto ha un’anima calda e bella Il bello è dentro. Naturalmente caldo come un ambiente, una stanza, un angolo di casa dove trova elegantemente spazio l’elemento riscaldante del Gruppo Ravelli. Ideato e realizzato nel pieno e più completo rispetto dei delicati equilibri del nostro ecosistema. Per un’azienda produttrice di stufe direi che non avreste potuto trovare una presentazione migliore. Da qui il vostro pay off “beauty inside”? Certamente. Il bello del nostro prodotto, ciò che più attrae e affascina non sta fuori, nella linea o nel design, ma vive nel prodotto e di questo ne è protagonista: la fiamma… inside! Attraverso quali emozioni e sensazioni siete riusciti a conquistare una sempre più vasta quota di mercato con un prodotto così particolare? Fin dall’inizio abbiamo concepito un’idea di stufa, quindi di fiamma, molto precisa e abbiamo cercato di trasmettere quest’idea al pubblico nella maniera più diretta e nitida. L’idea nasce dal fatto che la fiamma è metafora di calore affettivo, di voglia di scaldarsi insieme, di essere uniti; se si unisce questo concetto al camino piuttosto che alla stufa si evocano scene della vita quotidiana, specialmente in campagna, quando, a fine giornata, ci si trovava tutti insieme davanti al fuoco per scaldarsi e per trascorrere del tempo insieme. L’idea di stufa quindi comporta l’idea di unione familiare, di uno stretto legame con la vita rurale, di un sapore campestre che, trasportato in città, ti riporta all’infanzia, ai lenti ritmi di una volta, a quei momenti che si gustavano in tutta calma e che ora non c’è più tempo di assaporare. Un prodotto che si propone quindi non solo come funzionale al riscaldamento, ma in perfetta sintonia con il rispetto

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della natura. Assolutamente. Questo è uno dei nostri punti di forza, nonché obiettivo primario nella realizzazione del nostro prodotto. Oggigiorno ci si rivolge alle questioni ambientali sempre con maggior interesse; l’ecologia è diventata parte integrante delle nostre riflessioni quotidiane perché l’uomo ha capito che se deve vivere su questo pianeta deve anzitutto rispettarlo, tutelarlo e salvaguardarlo. In che modo lo fate? Le nostre stufe sono nate nel rispetto dell’ambiente e il combustibile che si utilizza, il pellet, è un combustibile naturale ad alta resa. Come mai avete deciso di approcciare il mercato con questa innovazione, proprio quando più stava diffondendosi il metano? Dall’inizio della nostra produzione abbiamo sempre creduto che il pellet, nell’arco di 5 o 6 anni, avrebbe potuto proporsi come una valida alternativa al metano, ed imporsi ad esso come degno sostituto nella prospettiva di un’ottica rivolta all’ecologia e alla salvaguardia dell’ambiente. Fondamentale, perché questo avvenga, è spingere sull’importanza dell’utilizzo della legna e quindi di un rapporto diretto e rispettoso con la natura. Quando avete deciso di iniziare la produzione di stufe e lanciarvi a capofitto in questa nuova sfida? La scelta è stata quasi casuale e del tutto imprevista. A Palazzolo, quasi tutti, compreso mio padre, lavoravano per

una storica azienda tessile, come conto terzisti. Noi ci occupavamo dell’aspetto commerciale e della produzione, ma abbiamo sempre capito che era necessario trovare un prodotto “nostro”, da realizzare e commercializzare. Un giorno, un amico ci parlò del pellet, che 15 anni fa era ancora un illustre sconosciuto; così, quasi per caso, abbiamo deciso di costruire una stufa, la nostra prima stufa a pellet… Un giorno entrò un nostro fornitore in ufficio e ci chiese “Ah, la stufa a pellet…le fate voi? Me ne vendete una?”, e gliene vendemmo una davvero. In seguito ricevemmo la richiesta di altre due stufe e allora ci presentammo di punto in bianco ad una fiera nel 2002 con un modello di stufa a pellet in una variante di 5 colori. L’anno scorso, dopo 6 anni,ci siamo presentati alla stessa fiera con uno stand di 550 mq e quaranta modelli in 120 versioni e siamo diventati fra i 5 produttori più importanti d’Europa nella produzione di stufe a pellet. Un percorso artigianale oltre che imprevisto. Sicuramente. Il ciclo produttivo è realizzato completamente all’interno delle nostre fabbriche. Siamo partiti con 30 dipendenti, oggi siamo a 110 diretti più numerosi terzisti. Un classico oltre che rivisitato in chiave moderna sempre rivolto alla causa ecologista. Il pellet lo comprate? Sì, ci forniamo da aziende austriache e tedesche: il loro territorio dispone di boschi in quantità superiore rispetto al


territorio italiano e la cultura della stufa e del riscaldamento ecologico è ben radicata. Hanno addirittura sostituito le stufe a pellet con vere e proprie caldaie a pellet, decisamente più evolute. Vostro padre come ha vissuto il totale sconvolgimento dell’azienda? Nostro padre da sempre sperava di riuscire a realizzare e proporre sul mercato un prodotto tutto suo, perché il lavoro conto terzi era piuttosto restrittivo. Molto restrittivo se si pensa poi ad un intero nucleo familiare impiegato in quell’attività e al potenziale che invece riservava al suo interno. Percepivamo la voglia di fare qualcosa di diverso e così abbiamo rivoluzionato il lavoro di nostro padre e dato vita ad un’attività, comunque familiare, che sfruttasse appieno le nostre potenzialità. Abbiamo in un certo senso perseguito il desiderio paterno, che non solo ha reagito con entusiasmo, ma ha creduto in questo progetto, ci ha sostenuto e appoggiato, seppur sempre con qualche spirito critico, evitandoci tanti “errori di gioventù”. E la mamma? La mamma purtroppo si è ammalata nel 2004, quindi ha visto nascere una realtà che ha raggiunto il boom solamente dopo. Ci ha sempre trasmesso tranquillità, amore e fiducia. La fiducia è una componente fondamentale in un’impresa di famiglia. Assolutamente. La fiducia unisce la famiglia e rende questa una vera e propria forza.

Anche nei momenti di crisi? La famiglia ci ha insegnato ad imparare dai momenti di crisi. Bisogna saper leggere le situazioni, adeguarsi rapidamente e creare nuove opportunità nonostante il periodo difficile, perché se ci si blocca allora poi è difficile ripartire. Se si legge la crisi come opportunità, allora capisci che in quel momento puoi azzardare o fare cose che in un momento di normalità non avresti nemmeno immaginato, perché non ce ne sarebbe stato bisogno. La crisi come opportunità di crescita. Pensi all’inverno caldo di tre anni fa, per noi poteva essere un durissimo colpo, poichè il nostro è un prodotto prevalentemente riservato alle stagioni fredde o ai paesi nordici. Invece non ci siamo fermati anzi, abbiamo trasformato le nostre stufe in autentici mobili da arredo piuttosto che prodotti multifunzionali. Oggi siamo una delle realtà più presenti e reattive nel nostro mercato di riferimento. Da stufa che riscalda a oggetto cult. Il passo è notevole. Ma necessario. Pensi che abbiamo sollecitato la curiosità di tutti i nostri competitors nel 2008 in fiera, grazie ad una presentazione totalmente innovativa. Avevamo una dark room dove si entrava solamente con un badge accompagnati dall’agente. All’interno c’erano delle elaborazioni stilistiche della stufa che oggi, dall’idea, stanno divenendo realtà. C’era addirittura chi diceva che avevamo presentato una bicicletta... (ridono).

Vi divertite provocando? Siamo provocatori nati e fieri di esserlo. Abbiamo uno studio grafico che è molto particolare. Pensi che sulla prima copertina da noi presentata, al posto della famiglia classica coi genitori e il bambino abbiamo voluto mettere la nonna. Provochiamo e ci divertiamo. La nostra è un’azienda giovane; il nostro ufficio ricerca e sviluppo è composto da un target di età inferiore ai 40 anni, e fra il personale dell’assistenza tecnica e commerciale non c’è nessuno che li abbia ancora compiuti. Paradossali: personale giovane e dinamico, come voi del resto, contro un prodotto antico quanto il mondo. Il nostro desiderio è di “ringiovanire” la stufa. Abbiamo spogliato delle pesanti e severe vesti del passato un prodotto conservandone però i valori e rendendolo oggetto di culto: un must che ormai non può mancare. Abbiamo perfino riletto in chiave moderna la stufa trentina per eccellenza, quella costruita in maiolica, una delle più classiche e eleganti. L’abbiamo rielaborata e preparata per un loft milanese piuttosto che per un locale alternativo ispirato agli anni ‘70. Un oggetto del passato che diventa mito nel presente. E il papà? Nonostante siano i figli a guidare oggi l’attività, nostro padre viene sempre coinvolto nelle decisioni aziendali e il suo appoggio risulta fondamentale. È l’esperienza che bilancia la creatività e l’innovazione.. Ora deve godersi la vita e il successo dei figli. Esatto!

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Rezzonico Monica

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Vista

quando ero bambina… stoffe, tessuti… forme, colori, dimensioni... stimoli luminosi… sembrava di affondare in un mondo fatato… l’azienda di mio padre...

Udito

prestavo attenzione alle chiacchierate dei compratori… inflessioni, accenti, modulazioni… silenzi, sospiri, sussurri, grida … suoni, vibrazioni… la voce del mercato…

Tatto

Gimmy Fashion - Como Da oltre 40 anni Gimmy Fashion è azienda leader nella produzione di foulards, sciarpe, scialli e parei in poliestere. La perspicacia, l’intuizione e l’ingegno dell’imprenditore è segno distintivo della Gimmy Fashion, determinando prestigio, credito e popolarità dell’azienda.

sfioravo, lambivo, accarezzavo… tramati, orditi… tessiture setose e vellutate… fremiti, palpiti, emozioni… mi coglievano… irretendomi, incantandomi, conquistandomi…

Olfatto

percepivo odori, aromi, profumi … insoliti, singolari, curiosi… gradevoli, amabili, piacevoli… lasciandomi, a volte, uscire parole confuse…

Gusto

all’insegna della qualità… irrinunciabili tentazioni… alla ricerca delle tradizioni… con preparazioni antiche e moderne… le più adatte per ogni occasione… semplici e sofisticate… di tendenza… per stupire, conquistare, celebrare o rendere ogni giorno speciale … i profumi, i sapori, i colori e i suoni dell’azienda si rincorrono l’un l’altro come estensione di cose infinite…

Ilè rimiuoscisestta ao senso è l a forza che t r asmet t e rmi mi o padre, generat a dal l ’ e norme ri c chezza del l a sua lunga esperienza! 135


Un oceano di Colori

Nel film ‘Sciarada’ Audrey Hepburn lo portava annodato sotto il mento con grandi occhiali neri, allo stesso modo facevano Sofia Loren e Jackie Kennedy. Alla voce foulard troviamo le griffe più affermate e alla voce sensi, per Monica Rezzonico, troviamo la parola vista. Fin da piccola amavo andare in azienda da mio padre. Lì venivo immediatamente avvolta da un’infinità di colori: stoffe, tessuti, disegni, stampe e foulards. Mi sembrava di essere innanzi ad un arcobaleno. C’è un disegno in particolare che ricorda? Si, una stampa che riproduceva automobiline. Tema che ha avuto grande successo fra le nostre proposte. Mio padre a furia di ripetere così tanto la parola “automobiline” neppure riusciva a pronunciarla per intero. Le chiamava “autobiline”(ride)… Immagino sia passato molto tempo dalla creazione di quel disegno. Sì, è stato uno dei primi dalla costituzione della Gimmy Fashion. Se pensa che ogni anno ideiamo più di 100 disegni (50 per collezione) e se pensa alla vita dell’azienda (oltre 40 anni) può capire quante migliaia di disegni si sono susseguiti da quel lontano recente passato. Un altro senso che lei abbina al suo lavoro e che le suscita delle belle sensazioni? Il tatto, senza dubbio. Cosa le ricorda in particolare? Toccare le vellutate tessiture di foulards in poliestere, molto simili alla seta, mi facevano emozionare sentendomi coccolata e carezzata. Si ricorda una frase in particolare che le ripeteva spesso suo padre e che oggi ancora sente? Si, “Monica, ricordati che l’azienda è tua”. Se stiamo parlando di udito quello che più mi sovviene non sono i “ru-

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mori” dell’azienda ma sono le voci dei clienti. Come mai? La nostra non è una ditta molto “rumoreggiante”. Tanti piacevoli fruscii, strofinii e stropicci di foulards imbustati… ma soprattutto il suono delle voci, tante, di tutte le etnie che comunicano in lingua inglese, francese, spagnola e tedesca, ma negli ultimi anni anche in lingua russa, araba e cinese, in quanto i mercati si sono globalizzati. È affascinante, avvincente ed intrigante l’impatto diretto con altre culture. Non è come stare seduta a guardare la televisione o collegarsi ad un sito internet.

Quando stringi la mano ad un cliente stringi la mano ad una cultura, ad una modo di pensare differente, a tradizioni che pensavi non ti appartenessero ed invece ti appartengono e ti apparterranno sempre più. Quindi anche il gusto di scoprire nuove culture. Certo un gusto che viene anche dal continuo viaggiare in cerca di nuovi mercati. Al gusto associa questo aspetto o anche altro? Al gusto abbino qualcosa che non si assapora, ma che è il gusto stesso. Nel mio lavoro il gusto è un aspetto dal quale non si può prescindere, io lavoro quotidianamente alla ricerca di questo. Col gusto si nasce o lo si può imparare? Avere gusto o imparare ad averlo non è la stessa cosa. Certo è che lo si può affinare in tutti i due casi. Migliorare non guasta mai. Nel mio caso è stato più semplice viste le circostanze: sono cresciuta in un’azienda dove il gusto è d’obbligo. La figura di suo padre è stata per lei molto importante. Come è arrivato a creare questa realtà?

Mio padre ha creato l’azienda da solo. Si è prima diplomato (perito tessile) alla scuola comasca dei “setaioli”, istituzione in cui gli allievi venivano preparati ad affrontare il mondo dell’imprenditoria. Uno di quelli fu proprio mio padre. In pochi sono riusciti a raggiungere ambiziosi traguardi in quanto ritengo che oltre allo studio ci voglia perspicacia, intuizione e ingegno, ma soprattutto passione che non si impara sui banchi di scuola. Ci vuole anche fiuto? Soprattutto fiuto. Potremmo rappresentare il senso dell’olfatto con il fiuto anche nel suo

caso? Credo di sì. Sicuramente il più grande merito va a mio padre, che ha avuto l’intuito giusto al momento giusto. Infatti noi realizziamo foulards in poliestere e non in seta pura. È stata una scommessa che mio padre si è preso il rischio di correre e il tempo gli ha dato ragione. Se invece pensa a ciò che lei ha fatto, quando crede di aver avuto fiuto? Ogni giorno. La nostra non è un’azien-

da standardizzata, ma in continua evoluzione e molto creativa. Quindi ogni volta che si crea un disegno, o meglio lo si “partorisce”, bisogna prendere tantissime decisioni. In sintesi: bisogna avere il fiuto di riconoscere il successo di quel prodotto tenendo altresì conto delle culture e conseguentemente delle esigenze dei clienti, questo per meglio soddisfarli. Ha mai desiderato fare altro nella vita? A parte le tipiche fantasie da fanciulla, direi di no. Sono cresciuta praticamente in azienda, e a posteriori devo dire che ho saputo avere il fiuto giusto, perché ora dirigo da sola un’azienda. Devo dedurre dalle sue parole che non è stata raccomandata. Ritengo proprio di no. Ho iniziato con l’imbustare, riempire gli scatoloni per le spedizioni, per poi seguire la contabilità… insomma ho fatto di tutto! Tutto questo mi è servito per capire le dinamiche dell’azienda e per instaurare un rapporto vero con i dipendenti. Così facendo ho acquistato quel quid pluris che mi ha permesso più facilmente di far fronte alle normali difficoltà di un’azienda. Quali le maggiori difficoltà? Sono una donna e l’imprenditoria è quasi sempre guidata da uomini… è stata una bella sfida! Tutto ciò mi ha aiutato ad accrescere l’autostima, ad avere fiducia nelle mie capacità. Oggi, ritengo che essere donna sia un valore aggiunto. Quale sesto senso crede di avere quindi?

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Rossini Mariuccia

Gruppo Segesta - Milano Sotto il marchio “Gruppo Segesta” opera una organizzazione specializzata nell’offerta di servizi Sanitari e Socio-Sanitari. Strutture Residenziali per la cura e l’assistenza di persone anziane non autosufficienti Cure Domiciliari assistenza domiciliare socio-sanitaria realizzata con il marchio “Mosaico Home care” Sanità Case di Cura poli specialistiche con servizi di day hospital e chirurgia ambulatoriale Formazione Corsi di formazione accreditati per medici, educatori professionali, psicologi, assistenti sociali, Infermieri, Operatori Socio-Sanitari ed Ausiliari Socio-Assistenziali

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Vista

le sofferenze degli altri. Ti fanno capire quanto siano leggeri i tuoi problemi.

Udito

prima il dovere poi il piacere, la frase preferita di mio padre.

Tatto

la sensibilità nel capire al volo le persone e le situazioni.

Olfatto

l’odore di campagna. Il profumo dei fiori che sbocciavano e ti riempivano il cuore.

Gusto

il gusto della vita che ti accorgi essere stupenda ma anche il gusto del buon cibo!


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I Giardini contro la Malattia

Un’ avventura imprenditoriale in solitaria, ecco come si potrebbe definire la storia di Mariuccia Rossini, uscita dalle officine del papà per diventare medico ed esportare il gusto dell’impresa familiare nel mondo dell’assistenza agli anziani. A che età è entrata nel mondo del lavoro e come. Nel mondo del lavoro sono entrata fin da adolescente. Mio padre aveva delle officine meccaniche e già a 14 anni, nei periodi estivi mi imponeva di andare a lavorare per la sua attività. Sia come benzinaia che negli uffici. Del resto quando in casa hai un artigiano, l’aria che respiri è quella del pane, del mutui e del lavoro. Sapevo che sarebbe toccato anche a me prima o poi. Durante l’anno studiavo e d’estate lavoravo. Terminato il liceo contro la volontà dei miei genitori, in particolare di mio padre, mi sono iscritta e laureata in medicina. Il 1994

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però fu l’anno della svolta. Ero dirigente in una società di assistenza sanitaria e per la prima volta entrai in una struttura per anziani. Lì capii che volevo interessarmi ai loro problemi così mi misi in proprio e cominciai la mia avventura imprenditoriale. Aprii un modesto ambulatorio in un paesino della provincia di Brescia e da lì cominciò tutto. La sua quindi è stata una scelta libera e indipendente dalla tradizione familiare. Totalmente slegata. Mio padre sperava mi iscrivessi alla facoltà di Economia e Commercio per proseguire con la sua attività, ma io ho preso una strada del tutto diversa. Forse l’ho deluso in un primo momento. “Perché fai questo lavoro?” continuava a dirmi. Come si chiama la sua azienda? Gruppo Segesta. Come mai questo nome? Mi ha sempre affascinato la storia della città di Segesta. Una polis della Magna

Grecia, in Sicilia, che fu completamente distrutta, ma che in seguito alla sua ricostruzione divenne un importante polo commerciale. All’inizio della mia attività in parecchi cercarono di distruggermi ma io sono ancora qui. Oggi Segesta è una realtà molto importante sul territorio nazionale: centri di ricovero per anziani non autosufficienti, centri per persone in coma, centri di riabilitazione, cliniche specializzate e assistenza domiciliare. Abbiamo più di trenta strutture per anziani dislocate in otto regioni diverse e facciamo parte di un network europeo, l’azionista di riferimento infatti è una società francese quotata in borsa. Il vostro core business? La nostra mission è quella di dare un livello qualitativo sempre più alto ai nostri pazienti. Negli anni, nonostante quello che si sente dire per motti e slogan, mi sembra che il servizio di assistenza agli anziani abbia raggiunto livelli qualitativi decorosi. È cambiata la richiesta o sono diverse le proposte? Le rispondo con un 50 e 50. In 15 anni di attività posso garantirle che la richiesta si è evoluta e ha pretese diverse. Inizialmente i nostri pazienti erano anziani parzialmente non autosufficienti che risiedevano da noi, perché il servizio domiciliare non era sufficiente. Le persone oggi invece arrivano sempre più malate e sostano dei periodi sempre più brevi. Si vedono situazioni tragiche di pazienti che dopo qualche mese passano a vita migliore, oppure nella maggior parte dei casi abbiamo individui non autosufficienti totalmente che quindi richiedono cure 24 ore su 24. Pensi che abbiamo il 95% dei pazienti in carrozzella, il 75% afflitto da demenze gravi o medio gravi e quel 5% in grado di deambulare è spesso affetto da malattie


fisiche o mentali che lo rendono pericoloso per l’incolumità propria e degli altri pazienti. Come ha fatto fronte ad un simile cambiamento della richiesta? Ci si adegua. Si punta al miglioramento qualitativo dei servizi, ma soprattutto all’apertura di settori specializzati in grado di far fronte a problemi sempre più mirati. Individualizzare la proposta fino a soddisfare le singole esigenze di ciascun paziente. Per rendere possibile questo sono necessarie strutture nuove o rinnovate, adeguate, da un punto di vista organizzativo e logistico. In Lombardia il livello è molto alto, siamo arrivati ad avere strutture nuove con camere singole o doppie; ampi spazi per i pazienti e attività di recupero delle facoltà motorie e intellettive residue che vanno dal teatro all’animazione al giardinaggio. Questo è il percorso strutturale organizzativo, se invece volessimo occuparci del personale medico che lavora nelle residenze, anche in questo caso potemmo parlare di miglioramento qualitativo? Senza dubbio. Noi abbiamo un nostro centro di formazione accreditato con la Regione Lombardia al quale partecipano tutti i nostri dipendenti, ma occasionalmente rivolgiamo i corsi di formazioni anche ad esterni. Ad esempio corsi di formazione per psicologi e per operatori sanitari. Ultimamente stiamo proponendo in collaborazione con Aisla corsi di formazione per le strutture che ospitano malati di sclerosi. La quota rosa della vostra azienda? Nella nostra azienda si parla di quote azzurre! Il 90% del personale è composto da donne, non le parlo solo di assistenza ma anche dei ruoli dirigenziali. Perché secondo lei l’assistenza è nel sangue delle donne? In parte è un’eredità storica che ci tocca in quanto angeli del focolare, quindi abituate da sempre ad assistere madri e padri, prenderci cura dei mariti, crescere i figli e governare la casa; in parte perché siamo più pazienti, più sensibili e meno attaccate al denaro. Se lavoriamo è spesso per passione. Se pensa a tutte le sue cliniche quale potrebbe identificare come il fiore all’occhiello? La primissima. La Residenza Sant’Andrea a Monza. È stata aperta nel 1995 ed è nata da un immobile chiuso chiamato l’albergo fantasma di Monza dove c’erano solo topi e drogati. Oggi è una

delle residenze per anziani più qualificate in Italia e ci ha dato un sacco di soddisfazioni. Nelle festività le attività sono aperte a tutti i parenti, c’è una piscina nella quale i bambini vengono a nuotare e una palestra per le signore che vogliono tenersi in forma. Un altro fiore all’occhiello sono le Residenze Saccardo nate a Milano nel 2007. Le abbiamo rilevate da un altro imprenditore e implementate. Ora sono la sede di un progetto in fase di sperimentazione. Con gli studenti della scuola agraria abbiamo costruito un giardino per i malati di Alzheimer perché possano coltivare ortaggi e fiori. In sostanza si parla di strutture sul territorio a tutti gli effetti. Certamente. Quando sento di certe cliniche disperse in paesaggi lontani dal mondo mi vengono i brividi. Le residenze non devono essere un luogo di abbandono o il ritrovo di gente in punto di morte, devono essere inserite nel territorio per garantire agli anziani una vita normale. Parliamo di lei e dei 5 sensi. Se ripensa al suo percorso imprenditoriale qual è il senso che le viene subito in mente? Quell’istinto legato al tatto, quando riesci a sentire le persone a pelle, quell’intuizione iniziale che spesso ti permette di capire subito chi hai di fronte o se il progetto andrà a buon fine. Una frase invece che si porta dietro fin da quando era bambina e che si sentiva ripetere costantemente da suo padre. “Prima il dovere e poi il piacere”. Da perfetto calvinista qual’era. Per tutta la vita ho seguito questa regola come fosse Vangelo. Ora noto che la gente si applica con più rigore al proprio lavoro, con una condotta etica dalla quale non si può prescindere. Fino a poco tempo fa invece, più eri spregiudicato, più usci-

vi dagli schemi e più ti consideravano brillante. Nel suo lavoro credo che l’etica sia necessaria. Il contatto con persone malate cosa le provoca? Mi aiuta ad andare avanti, mi da la forza per affrontare e superare gli ostacoli. Di fronte a certi drammi e a certe disgrazie ti rendi conto di quanto siano leggeri i tuoi problemi, anzi capisci che i problemi sono ben altri e ben più profondi di questioni economiche o bisticci familiari. La vista di queste persone è illuminante: quando pensi di avere un problema basta fare un giro in qualunque dei nostri reparti e ti rendi conto di quanto sia inesistente. Alla luce di quanto detto come interpreta il gusto? Se mi riferisco all’ambito lavorativo il gusto della vita. Capisci quanto la vita sia importante e bella e cerci di fare il possibile per rendere tale anche quella degli altri. Però il gusto al di fuori del lavoro è la mia passione. Il gusto vero e proprio: mangiare e mangiare bene. Vede, essendo circondata sempre da situazioni tristi e dolorose è necessario anche evadere dalle mura della clinica altrimenti rischi di vedere sempre nero. Un odore che la lega ai ricordi dell’infanzia, per esempio quando lavorava alla pompa di benzina? Non nomini la benzina nemmeno per scherzo. Detesto l’odore di benzina. Non scendo mai dall’auto quando sono dal benzinaio e tanto meno riesco a toccare una pompa di benzina con le mani. Se penso alla mia infanzia allora mi vengono subito in mente gli odori della campagna bresciana. Sono nata a Quinzano d’Oglio e cresciuta in mezzo ai profumi dei fiori che sbocciavano in primavera. . Lei è una donna a 360°. Imprenditrice, dedita al prossimo e legata alla terra. Preferisco definirmi concreta, proprio come la gente di campagna. Non mi resta che chiederle il sesto senso. Mi ricollego a quella sensazione epidermica di cui parlavo prima. Come un senso di allerta? In un certo senso sì. Mi aiuta a capire le situazioni, sia positive che negative. Abbiamo cominciato questo percorso sensoriale col tatto e col tatto finiamo. Sì, anche se ci sto pensando adesso.

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Profili

Gusto


Il gusto... della bellezza impeccabile


Sabatti

Emanuela e Monica Microfond Bresciana - Monticelli Brusati Microfond Bresciana è una realtà altamente qualificata che da anni opera con successo nel settore delle microfusioni di precisione basate sulla tecnica della cera persa e del Metal Injection Moulding (M.I.M.). L’applicazione in forme industriali e il processo d’aggiornamento continuo fanno della fusione a cera persa e del M.I.M. le soluzioni ottimali per la realizzazione in un solo pezzo di assiemi costituiti da componenti diversi, riducendo le fasi produttive ed evitando in tal modo i costi e le difficoltà di assemblaggio. Vista

Monica vedere mia madre che non c’era. Saperla in azienda da mattina a sera. Ritrovarla e non volerla più perdere. Emanuela avere l’occhio lungo. Capire immediatamente se un cliente è un perditempo o se è seriamente intenzionato.

Udito

Monica l’immancabile e instancabile voce di mamma. Emanuela è un sentire diverso, è sentire qualcuno che pur non essendoci più c’è, è sentire la costante presenza di mio marito.

Tatto

Monica saper toccare le giuste corde dei clienti. Avere la giusta capacità di bilanciare fermezza e sensibilità con banche, clienti che devono pagare e ritardi. Emanuela plasmare oggetti. Creare un oggetto che fino a qualche ora prima era soltanto disegnato su un foglio di carta, sapere di averlo fatto con le proprie mani.

Olfatto

Monica l’odore dell’azienda. È entrato in me da quando ero piccola e ancora oggi lo ritrovo. Ogni volta che lo sento so di essere arrivata a casa. Emanuela l’odore delle ceramiche. Dovrebbe nausearti, ma io, convivendoci, me ne sono innamorata.

Gusto

Il sapore del vino Sabatti. Un sapore che conserva una storia e che riflette lo spirito di una famiglia.

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Plasmata dal Destino

Vorrei rivivere un viaggio con voi: un viaggio immaginario che ripercorra la nascita della vostra attività, le difficoltà che avete dovuto affrontare, i traguardi raggiunti e il legame lavorativo e non che vi unisce. A far da bussola in questa viaggio i sensi. D’istinto, Monica, quale senso crede le appartenga di più, che conserva dalla giovinezza e che la lega al lavoro? Monica L’olfatto. Quale odore in particolare? Monica Un odore che mi lega alle sensazioni del passato, quando muovevo i primi passi in questo mondo e che ancora oggi mi pervade quando scendo in ditta: l’odore dell’azienda, l’odore Microfond. Emanuela Ero sicura che mia figlia avrebbe risposto così. È un odore particolare quello che puoi avvertire da noi: un odore di ceramiche, che dovrebbe nausearti, ma che finisci con l’amare. Questa è stata anche la mia prima sensazione, ma ora mi sento particolarmente legata ad un altro senso: il tatto. Come mai? Emanuela Ogni volta che realizzo un oggetto, che lo creo e lo tengo in mano, quando fino a poco prima potevo vederlo rappresentato solo su carta, è un’emozione che mi riempie di orgoglio e gioia. Ho il piacere di aver inventato qualcosa e di averlo creato con le mie mani. Tatto quindi: liscio o ruvido? Emanuela Assolutamente liscio. Per me è sinonimo di qualità! A volte con i clienti al posto di parlare di rugosità parlo di pelle dei pezzi, pelle degli oggetti, perché per me sono così, lisci. Il primo oggetto che è stato creato in Microfond e che sentite vostro, perché l’avete seguito in qualità d’imprenditrici?

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Sono i pezzi della ArvinMeritor una multinazionale americana: la richiesta di questi pezzi ci ha permesso di crescere. Un pezzo importante per la vostra storia. Emanuela Fondamentale. Ancora oggi, dopo 14 anni, lo stiamo fabbricando. Associate anche all’udito il rumore della vostra azienda? Monica No. Io all’udito associo la voce di mia madre (ride). È una bellissima risposta, vuol dire che per lei è un punto di riferimento. Monica Come per tutte le persone in azienda. Emanuela Ho sempre fatto sentire la mia voce, voglio che sia chiaro a tutti quello che devono fare soprattutto voglio che si sentano motivati e sollecitati. Monica E chiaramente si sente anche quando…(ride) Emanuela Quando mi arrabbio … Per Emanuela invece come si rappresenta l’udito? La voce di mio marito. Alcune frasi saranno rimaste scolpite sulle tavole della legge del lavoro: non solo l’ha ispirata, credo sia stato anche una presenza preziosa. Non c’è una frase in particolare che io ricordi. Il sentire che intendo è un

sentire evanescente, impalpabile: è sentire il respiro, la voce, la presenza di mio marito anche oggi che non c’è più. Sentirlo aleggiare ogni giorno sulla Microfond, perché tutto ciò che nasce in quest’azienda è rivolto alla sua figura. L’azienda stessa nasce in memoria di Piero. Esistevano già due aziende, dalle quali però siamo state estromesse. Non accettavo l’idea che tutto finisse, desideravo costruire qualcosa che anche i miei figli potessero apprezzare e amare come incarnazione del loro padre, per far capire loro che Piero è qui non solo con me, ma anche con i suoi figli: così è nata Microfond. È questo sentirlo aleggiare che l’ha spronata e aiutata nei momenti di bisogno? Sì. Può sembrare strano o assurdo, ma sono riuscita a imparare un mestiere che non mi apparteneva, sono riuscita a realizzare un progetto che prima nemmeno pensavo fosse alla mia portata; tutto questo perché con la costante presenza di mio marito è come se dentro di me si scatenasse qualcosa, si accendesse una lampadina che mi illumina ed immediatamente tutto mi sembra chiaro e semplice. Suo marito, pur non essendoci più, è


la sua guida e, in un certo senso, le ha rivelato le sue capacità. Proprio così. Ricordo tutto quello che faceva quando lavorava in ditta: come dirigeva l’azienda, come gestiva il rapporto coi clienti e come realizzava i prodotti. Ho imparato da lui mentre viveva e oggi mi lascio guidare da quella spinta interiore che nasce dal suo ricordo. Fino ad allora non si era resa conto di quello che avrebbe potuto fare? No. Io non lavoravo, non facevo parte dell’azienda, non facevo nulla! Ero stata tagliata fuori da miei stessi parenti acquisiti col matrimonio. Io ero la moglie di Piero, niente di più. Avrei dovuto odiare questo lavoro, soprattutto dopo l’estromissione dall’azienda. Cercarono di annullarmi completamente, ma io non mi arresi: portai con me un tecnico della società e decisi di fondare Microfond. Puntai sul fatto che in Italia ancora non era diffusa una microfusione di qualità, non si sfruttavano al massimo le tecnologie moderne e quindi le possibilità di applicazione del prodotto. A differenza dei concorrenti io riuscii a perseguire tale obiettivo e ad acquisire una quota di mercato non indifferente. Ora sento su di me la responsabilità di essere l’unica. Questo è stimolante ma al tempo stesso angosciante: sai di non poterti fermare, di non poterti permettere errori, è una sfida continua. Per lei Monica sua madre sarà stato un esempio. Il miglior esempio che potessi avere. Sapere che davvero è partita da zero: zero competenze imprenditoriali, zero conoscenze tecniche del settore, zero esperienze lavorative. Eppure è qui, che porta avanti ancora oggi un’azienda in nome di suo marito e che lascerà ai suoi figli come il più grande dei patrimoni che potremmo ricevere. Quando ha sentito che era arrivato anche per lei il momento di entrare in Microfond? Il mio è stato un ingresso graduale all’interno di Microfond. Quando studiavo andavo in azienda soltanto qualche volta, giusto per osservare il lavoro di mia madre niente di più. Un giorno però dovemmo affrontare il problema di un posto lasciato vacante da un dipendente. Per aiutare mia madre decisi di sostituirlo e, come si suol dire, di necessità ho fatto virtù. Ha iniziato a lavorare con mamma: questo ha rivoluzionato il vostro rapporto?

Più che altro, entrare in azienda, mi ha restituito mia madre. Lei era sempre fuori, dalla mattina alla sera fra quelle mura a faticare da sola. Mi mancava sentirla vicino, mi mancavano tutte le sue attenzioni e inoltre mi dispiaceva vederla da sola, vederla faticare, 12 ore al giorno, non solo per papà, ma anche per noi. Poi certo, una volta ritrovato il rapporto non è che sia stato tutto rose e fiori. Una madre del resto è il capo! Vi sarete trovate più volte a discutere. Non me lo dica! (sorride) spesso ci siamo trovate a discutere e, a volte, piuttosto animatamente. L’aspetto bello del lavorare con i propri familiari è che quando si torna a casa, anche se sembra difficile da credere, tutto rimane fuori. Una volta entrati in casa si dimentica il lavoro e ciò che prevale è il legame che ci unisce, quindi i toni si smorzano, gli animi si rilassano e si vive nella serenità il clima casalingo. Emanuela Posso garantirle che in azienda infatti mia figlia non mi chiama mamma, ma signora Sabatti. Ci sono ruoli ben definiti che i miei figli devono rispettare prima di chiunque altro. Naturalmente col tempo i ruoli di Monica e di mio figlio Alessio diventano sempre più importanti e carichi di responsabilità, ma il rispetto non può mai venire meno. Avvertite questo passaggio di testimone o lo deciderete a tavolino un giorno? Emanuela Non si tratta di avvertire questo cambiamento, ma di crescere e insieme arrivare al passaggio definitivo. Monica Non voglio che mia madre vada in pensione… Emanuela Non andrò in pensione difatti. Però è inevitabile che prima o poi tutto questo diventi loro, o meglio, che siano loro a guidarlo e a portare avanti il nome della Microfond, che diventino

i presidenti dell’azienda: io guarderò da fuori, mi godrò la crescita di ciò che ho costruito. Monica Per lei è un terzo figlio (ride). Emanuela Un figlio addirittura no, ma una seconda casa decisamente sì. Non ci dormo, ma mi preoccupo non solo degli aspetti gestionali dell’azienda, ma anche che sia in ordine e pulita, proprio come casa mia. Una donna fondatrice di un’azienda: la discriminavano? Emanuela Discriminare forse è un termine eccessivo. Sicuramente portavo con me tutti gli stereotipi della bella donna, BIONDA e BORGHESE. Molti pensavano che gestissi una beauty farm! Potrebbe essere un complimento: la beauty farm della cera persa. Emanuela Per leggerla così bisogna essere molto positivi. In un ambiente spietato come quello industriale, governato solo da uomini, io ero il pesce fuor d’acqua; la donna cacciata dai parenti che vuole dimostrare a tutti di potercela fare da sola, ma che in realtà affonderà presto. Ho dovuto digerire cumuli di critiche, ho dovuto adeguarmi all’ambiente e imparare alla svelta, ma ne è valsa la pena. In che senso adeguarsi all’ambiente? Per acquistare credibilità e affermarsi, non ci si può presentare in un tubino aderente nero con tacco 10 e tanto di chioma bionda. Ho dovuto mascolinizzarmi un po’, capire la mentalità lavorativa dell’uomo e imparare a muovermi come un leader. Monica Io però sono contenta ora. Mia madre, dopo essersi affermata ed essersi imposta sul mercato, ha fatto risplendere tutta la sua femminilità, ha sfoderato nuovamente tutta la sua eleganza… ed è davvero bellissima. Microfond ha avuto ed ha tutt’oggi un supporto maschile, Alessio, figlio e fratello. In Alessio ho trovato il giusto contrappunto necessario in una realtà di sole donne. È un ottimo lavoratore che ha appreso la sensibilità necessaria per trattare al meglio la clientela. Così, pian piano, sto cedendogli il settore commerciale. Voi gestite anche una piccola produzione di vino. Possediamo un vigneto, il vigneto Sabatti. Lì risiede tutto il nostro gusto, un sapore preciso e specifico, un vino che porta il nome di una famiglia perché di quella famiglia è lo specchio: impegno

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Saleri

Eliana, Vittorio, Alberto

Distillerie Sari - Gussago Nate nel 1949 nel cuore della Franciacorta, terra di grandi tesori enologici, le Distillerie Sari si sono affermate sul mercato mondiale rappresentando una realtà economica importante che esporta la qualità e l’eleganza del made in Italy in tutto il mondo.

Vista

il nonno che ci portava in giro per il settore produttivo e la nonna Pina alla sua scrivania intenta nei conti. Volevano immergerci letteralmente nel mondo dei liquori perché erano la loro vita… e ora la nostra.

Udito

gli scontri costruttivi con papà, la voce autoritaria e inflessibile del nonno e la dolcezza della nonna.

Tatto

la sensualità delle forme di una bottiglia.

Olfatto

il profumo caratteristico dell’azienda.

Gusto

la degustazione dei liquori. La facciamo a casa tutti insieme. È il momento dell’esame finale.

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Nel nome del Nonno

Partiamo da un ricordo sensoriale che vi riporta alla vostra attività. Vittorio Se penso alla nostra azienda più che un ricordo mi viene in mente il profumo di sambuca, di liquore. È un ricordo quindi legato all’olfatto e non potrebbe essere altrimenti in un settore come il nostro. Se non hai naso non capisci nemmeno quello che stai producendo. Alberto Concordo. Ogni volta che qualcuno entra in azienda percepisce l’odore della produzione, dell’imbottigliamento ed è un odore che ci ha accompagnato e ci accompagnerà tutta la vita. È il nostro tratto distintivo. Il primo ricordo quindi è legato all’ol-

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fatto. Ripensando all’infanzia però vi viene in mente un’immagine legata alla vista? Alberto Potrei parlare dell’azienda anche in questo caso. Quando da piccolo scendevo in magazzino, vedevo i macchinari, le bottiglie che venivano riempite e il liquore, una cascata che diveniva prodotto. Eliana Il ricordo del nonno, mio suocero. È stata la figura portante di quest’azienda. La rappresenta in tutto e per tutto e da sempre ci ha resi partecipi di questa realtà per far crescere in noi la passione verso l’impresa familiare, sempre affiancato dall’instancabile e

dolce nonna Giuseppina. In che modo vi rendeva partecipi? Alberto Io ero molto piccolo. Però ho ancora quest’immagine nitida del nonno che mi porta in giro per i settori produttivi. C’è una frase che vostro nonno vi ripeteva spesso e volentieri e che ancora oggi ricordate? Eliana Ovviamente diceva “bevete grappa Sari....” ma più che una frase quello che ricordiamo del nonno è la dedizione. Seguiva il prodotto dalla creazione del tappo a quella delle etichette, fino all’imbottigliamento. Si assicurava che tutto fosse perfetto nei minimi dettagli.


L’azienda era il suo cuore e in essa metteva l’anima. Quindi la figura mitica è il fondatore? Eliana Diciamo che il nonno li ha messi sulla buona strada, poi il papà Riccardo ha proseguito il lavoro in modo ottimale, sempre con la riservatezza che lo distingue.

Alberto Con nostro padre però spesso ci siamo scontrati, allontanati e incontrati di nuovo. Del resto fra genitore e figli è normale, ma lui ci da sempre una grande sicurezza. Col nonno no? Vittorio Col nonno avevamo un rapporto diverso. Lui era l’azienda, era l’uomo da cui dovevamo imparare tutto anche in modo impositivo. Non c’era molto spazio per gli scontri e comunque eravamo piccoli per arrivare a quel punto. Sicuramente se fossimo cresciuti solo con lui avremmo avuto qualcosa da dire. Alberto All’udito leghiamo gli scontri costruttivi col papà e la parola autoritaria del nonno. Al gusto invece cosa associate? Se l’olfatto è racchiuso in azienda il

gusto vive all’interno della nostra casa. Era lì infatti che si svolgeva il momento della degustazione e l’assaggio di nuovi prodotti. Nella produzione di liquore come cambiano i gusti? Vittorio Cambiano le generazioni, cambiano i consumatori e le esigenze sono sempre diverse. Quindi anche voi siete soggetti alle mode e alle tendenze di mercato? Vittorio Inevitabilmente. Non si può intraprendere una strada autonoma separata dal mercato. Si può personalizzare ma bisogna comunque sottostare alle sue leggi. Come scegliete la bevanda giusta? Si fanno ricerche di mercato. Si osserva quello che consuma la gente nei bar e al ristorante, si leggono le riviste (soprattutto americane ed inglesi). Però si guarda anche ad altri mondi, come la cucina, la moda, le loro evoluzioni, perchè in fondo tutto deve seguire un’unica corrente. Sono mondi dai quali si possono trarre spunti importanti e decidere in che direzione andare. Come nasce un nuovo liquore? Alberto Lo si pensa e lo si immagina all’olfatto e al palato. Lo si ragiona in sostanza. Poi si passa alla pratica con il chimico che lavora al prodotto e lo perfeziona finché non passa l’esame definitivo della degustazione. Vittorio L’esame più importante però è il dialogo con i venditori. Vedere le loro reazioni e ascoltare le loro opinioni riguardo a quel nuovo prodotto. Bisogna darsi alla forza vendita. Lavorare a stretto contatto, ogni giorno, con il proprio fratello richiede tatto? Vittorio e Alberto Lavorare con il proprio fratello oltre ad essere stimolante facilita le cose. Entrambi remiamo verso la stessa direzione, che è l’interesse che ci accomuna per l’azienda familiare. Non siamo l’uno dipendente dell’altro, siamo due teste diverse che hanno lo stesso peso e perseguono il meglio per la propria famiglia. C’è bisogno di tatto non tanto con il proprio fratello quanto nei confronti dell’azienda che porta con sé la storia di tutta la famiglia. Avete mai avuto il desiderio di fare altro? Vittorio Fare qualcosa al di fuori dell’azienda sì, ma che comunque fosse legata all’attività familiare. Alberto Assolutamente no. E non mi sono mai pentito della scelta fatta. I vostri ruoli all’interno dell’azienda sono ben differenziati però. Attitudini

diverse? Alberto Certamente. Come dicevamo prima siamo due teste diverse. Io mi occupo della sezione produttiva. Vittorio Io della parte commerciale. Destinati dalla nascita all’azienda e desiderosi di entrare a farne a parte insomma. Qual è il vostro sesto senso? Vittorio L’intuizione. Credo di aver questo

pregio innato. La capacità di saper cogliere il momento giusto e di sapere capire i movimenti di mercato a colpo d’occhio. Alberto Una visione più giovane, più fresca e dinamica di quella che ha resistito fino ad oggi. Ma non è un sesto senso forse è un auspicio per cui diremo insieme il senso della famiglia. La responsabilità dello stare insieme e saper collaborare l’uno accanto all’altro senza mai portare in azienda i problemi familiari, anche se a volte è difficile. Ma lavorare con il peso della famiglia ti stimola a fare sempre il meglio, perché hai sulle spalle tutto un passato e probabilmente un futuro con la sicurezza di una buona riuscita grazie all’attenta ed esperta guida di papà Riccardo che è da sempre l’anima della nostra Sari. Adesso non ci rimane altro che dire: bevete grappa Sari.

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Sant’Ambrogio Piera

Bosa Elettromedicali - Milano Vanta l’introduzione in Italia della prima apparecchiatura cuore - polmone per la circolazione extracorporea e del primo pace-maker cardiaco. A Piera Sant’Ambrogio è dedicato il Centro di Ricerche e Applicazioni Biotecnologiche in Chirurgia Cardiovascolare “Piera Sant’Ambrogio” dell’Università di Milano.

Vista

il primo trapianto di cuore. Vedere il paziente senza cuore disteso sul lettino come fosse morto. Dopo cinque ore sentirlo parlare. Ho pianto per un’ora senza sosta.

Udito

non fare domani quello che potresti fare oggi. È il momento di pensare e passare ai fatti.

Tatto

la prima valvola cardiaca portata in Italia. Segnò un grande traguardo e l’inizio di una nuova era per la medicina italiana.

Olfatto

l’odore di etere. Lo sentivo talmente spesso negli ospedali militari che ormai mi è impossibile dimenticarlo.

Gusto

il gusto del riscatto. Sapere di avercela fatta.

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Lae ancora curiositlàa, curila ocurisitào.sità 153


A Cuore Aperto

Qui tutto parla di cuore: la persona, le scelte professionali, la vista della Madonnina del Duomo che domina Milano “col cuore in mano”. La storia imprenditoriale della signora della cardiochirurgia è piuttosto nota agli addetti ai lavori. Com’è nata questa passione e quindi l’azienda? La cardiochirurgia, da sempre, è stata il mio più grande amore. Proprio per questo mi considero fortunata e ritengo che la mia vita sia stupenda. Ogni giorno, da quando sono ragazza, lavoro per qualcosa che amo e che non cambierei mai per niente al mondo. Ovviamente il mio percorso accademico non poteva che prevedere la laurea in medicina. Ho continuato fino a quando non è arrivata la guerra, ovvero quando ero alle porte della tesi. Ma la guerra è la guerra e così mi hanno spedita sul fronte, all’ospedale militare di Baggio. Lì ho avuto la conferma che la cardiochirurgia sarebbe stato il mio futuro. Come mai una conferma? Gli ospedali di solito fanno l’effetto contrario. Non nel mio caso. Osservavo le équipe mediche americane, le loro strumentazioni, il modo in cui operavano. In Italia mai avevo visto cose simili. Così ho cominciato a portare via dai campi le apparecchiature usate o quelle che riuscivo a farmi donare da qualche generale. Pensi che il primo è stato l’aerosol. In Italia non c’era ancora? Assolutamente. Era un campo del tutto estraneo agli italiani. Dunque che ha fatto? Volavo di continuo dall’America all’Italia. Bramosa di sapere com’ero non mi fermavo un istante. Negli Stati Uniti ho avuto l’immensa fortuna di affiancare grandi cardiochirurghi dai quali ho appreso le tecniche più sofisticate. Così ho potuto portare in Italia ciò che manca-

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va. Oggi non c’è bisogno di oltrepassare l’oceano per farsi operare. In Italia siamo diventati specialisti del settore e abbiamo tutte le strumentazioni necessarie per qualsiasi tipo di intervento. Così è nata la sua azienda. Esatto. Una piccola azienda, diventata famosa non tanto per la grandezza quanto per la gestione. Sarò presuntuosa, ma questo è un vanto che non mi vergogno ad ostentare ed i premi ricevuti mi hanno dato ragione. Il merito però non è solo mio, ma anche delle persone straordinarie che mi hanno affiancato. Équipe di medici e dottori che avevano voglia di imparare e credevano in me. Alcuni mi hanno perfino seguito in Africa per il primo trapianto di cuore e uno di essi oggi è Assessore alla Sanità della Regione Lombardia. Insomma qualcosa ho fatto. Ha parlato di sale operatorie e ospedali militari. Possiamo dire che la sua prima esperienza lavorativa è legata alla vista? Certamente. Ancora oggi ricordo la prima volta che mi hanno permesso di assistere ad un’operazione. Il primo trapianto cardiaco non da donatore, ma con l’assistenza di un apparecchio. Ricordo questo immenso armadio, tre ingegneri biotecnici, e il famosissimo dott. Denton Cooley che portò a termine l’operazione. Vidi addirittura quando asportarono il cuore al paziente. Messo lì, nella bacinella mentre il paziente era disteso, come se fosse morto, e invece era vivo...quasi non ci credevo. Il dottor Cooley mi disse che potevo uscire, perché era inutile che stessi lì. Insistette più e più volte, ma io non volevo saperne e l’ebbi vinta. Perchè restare ad ogni costo? Non potevo credere che quell’uomo avrebbe riaperto gli occhi. Quindi ha assistito a tutta l’operazione? Sì, ed ero emozionantissima. Però non può nemmeno immaginare che esplosione di stupore, gioia e meraviglia sentire il paziente al risveglio dire: “May I have a cake?” Sono scoppiata in lacrime, non riuscivo più a fermarmi. Il dottore mi chiese il perché del pianto e io singhiozzando risposi “Perché si è svegliato.” “Te l’avevo detto”, ribattè lui. C’è una frase che in tutti questi anni di attività si è impressa nella mente? Scegliere una frase soltanto è dura però ce ne sono due a cui sono particolarmente legata. Una è incisa su una targhetta posta nella sala operatoria di

Cooley e dice “Non fare domani quello che potresti fare oggi.” Cosa nella quale noi italiani siamo specializzati. Rimandiamo, parliamo di futuro, ma i fatti tardano spesso ad arrivare. L’altra frase invece è del professor De Gasperis. “Chi cuce bene è il sarto. Il chirurgo lavora con la testa non con le mani”. Pronunciò queste parole ad un congresso, quando sentì un chirurgo vantarsi delle sue suture perfette, quasi sartoriali. Io rimasi di stucco e impressionata. Solo un grande come De Gasperis poteva dire una frase così vera. Ora sono molto curiosa di sapere se c’è un odore legato alla sua professione a cui è fortemente legata. L’odore dell’etere. Di solito si dava ai pazienti per alleviare il fastidio dello strappo di un grosso cerotto. Il gusto invece come lo interpreta? Ho provato il gusto del riscatto con il mio docente di chimica. Era il professor Margarina, il terrore dei sette mari. Tutti gli studenti lo temevano, ma l’incontro al terzo anno con lui era inevitabile: bisognava sostenere l’esame. Al termine dell’esame mi disse “Saresti una bravissima pediatra o un’ottima anestesista.” Io sicura di me risposi “No, io farò il chirurgo.” Lui puntualmente ribatté “E io non te lo faccio fare!” Così mi bocciò. L’anno dopo però mi ripresentai e passai l’esame. Peccato che poi arrivò la guerra. Comunque, molti anni dopo dovetti incontrarlo per consegnargli dei materiali. Non persi l’occasione per riprendermi la mia piccola rivincita. “Se fossi stata cattiva come lei non sarei nemmeno venuta, invece sono qui e io

le do ciò che le serve. Come vede non sono né anestesista né pediatra. Arrivederci .” L’ultimo dei cinque sensi è il tatto: c’è un oggetto amato e ricordato? La prima valvola cardiaca. Era stata prodotta in America, ma fummo i primi a portarla in Italia. Il sesto senso di una donna conosciuta in tutto il mondo? La curiosità, la curiosità e ancora la curiosità. Quell’ossessiva voglia di sapere che ti porta in giro per il mondo, che ti fa andare alla ricerca delle ragioni più profonde e alla scoperta di soluzioni geniali. Più domande ci si pone, più risposte si trovano. Più risposte si trovano, più problemi possiamo risolvere nella maniera corretta. Una domanda che trascende il percorso sensoriale ma che si rifà ad un settore del quale lei è portavoce. Se potesse, quali atteggiamenti degli italiani cambierebbe nei confronti della ricerca? Io comincerei col far costruire almeno altri cinque Istituti Mario Negri. L’unico istituto di ricerca italiano riconosciuto come la base della farmacologia in tutto il mondo. La sua esistenza è dovuta alla generosità della gente. Il governo non ha dato una lira, non abbiamo portato via una lira a nessuno e abbiamo ridato la speranza di cure a tutti. È motivo di grande vanto per l’Italia. Per raggiungere questo traguardo cosa dovrebbe cambiare nella mentalità degli italiani? L’intelligenza e la sensibilità di comprendere che senza ricerca non solo ci si ferma, ma addirittura si arretra di

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Serra Tarantola Marco

Libreria Tarantola - Brescia La storia della libreria Tarantola inizia con Alfredo che è considerato uno dei capostipiti di quelle famiglie che contribuirono alla diffusione del libro in Italia. Oggi Marco gestisce con sua madre, la “signora” dei libri, nel cuore di Brescia la libreria Tarantola con la stessa passione per i libri ereditata dai suoi avi. La libreria ha ospitato i più noti e famosi scrittori italiani e stranieri da Spadolini a Susanna Agnelli.

Vista

il nonno con la testa dentro gli scatoloni pronto a scoprire nuovi talenti. E dire che fino a 25 anni era analfabeta!

Udito

“Oggi non è entrato nessuno, peggio per loro”. Mio nonno era così: umile, amante dei libri e della propria professione. Per lui l’ottimismo non aveva mai fine.

Tatto

La carta. Emozionante e appagante. Svela l’identità di un libro.

Olfatto

Il profumo della carta. Che è la sua storia, il suo viaggio per arrivare fino agli scaffali, il suo tempo.

Gusto

La ricerca editoriale. Il gusto di scoprire nuovi grande scrittori da portare alla luce.

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desisinoderare ad ottenere

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Il Profumo dei Libri

Se dobbiamo parlare di DNA d’impresa siamo nel posto giusto, un libreria di tradizione fondata da Alfredo Tarantola, responsabile con i fratelli della diffusione del libro in Italia e co-fondatore del Premio Bancarella. Lei è la terza generazione, se ne affaccia una quarta: Andrea e Roberta. Pensando a questa professione quale senso le viene in mente? L’olfatto. Il profumo del libro. Lo respiro da quando sono nato, ce l’ho addosso dai primi anni di vita, non potrei farne a meno. Quando nasci in mezzo agli scaffali colmi e stracolmi di libri, e li vedi altissimi perché tu sei piccolo; quando cresci in una famiglia che da generazioni si occupa di libri; quando passi ogni doposcuola in libreria aspettando mamma e nonni, l’aria non saprà altro che di carta. Quella carta antica, leggera e un po’ consunta. Quella che

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respiri solo nelle biblioteche o in librerie vecchie come le nostre. Non in quegli stanzoni dalle metrature esagerate del tutto aridi. Quali? Quelle librerie moderne dislocate nei centri commerciali che sembrano quasi plastificate da tanto sono precise. Non c’è un acaro di polvere, le pagine sono bianchissime, le copertine lucide e i libri in reparti sterilizzati. Sono prive di qualsiasi profumo, prive di qualsiasi storia vera. Prive di tradizione. La sua famiglia invece, la tradizione non solo l’ha, ma la conserva e la tramanda. Vero. Ha cominciato il nonno, che era del 1899. Dopo aver combattuto la Prima Guerra Mondiale alla fine del ’18 ha deciso di trasferirsi a vivere a Milano in Piazza Duomo. Lui, suo fratello Ulisse e una bancarella di libri che di notte si

trasformava in camera da letto. Per il bagno poteva usufruire dei servizi del bar di fronte… Temerario. Assolutamente. Amava i libri. D’estate, quando chiudeva la bancarella, si spostava a Bergamo, dall’altro fratello per continuare a vendere i libri. Poi, appena ebbero i primi soldi aprirono due negozi a San Pellegrino Terme, vicino a Bergamo e poi quello storico di Brescia. Così ha fatto nascere la libreria che ancora oggi mandiamo avanti. Dopo il nonno ha proseguito Silvana, sua madre. Giusto? Esatto. Ho il ricordo di mia madre solo ed unicamente in libreria. Credo che abbia passato tutta la sua vita qui dentro. Pensi che non era nemmeno questo il suo desiderio. Voleva diventare pianista, fare la musicista, ma un giorno la pietra di un magazzino le è caduta ad-


dosso rompendole le dita. Così ha dovuto fermarsi e si è dedicata con anima e corpo alla libreria. Quando ci si mette di mezzo il destino… Nel suo caso possiamo proprio dirlo. Nel suo invece? Io ero piuttosto spaventato. Dopo aver visto mia madre trascorrere ogni giorno della sua vita in negozio l’idea di entrare a far parte di quella realtà mi inquietava. Così dopo il liceo partii per l’Africa. Adoravo quel paese. Mi sarebbe piaciuto diventare inviato per qualche giornale. Scrivevo bene. Mia madre mi sostenne, così come mi sostenne quando mi passò per la testa l‘idea di aprire una concessionaria di auto. Cosa le fece cambiare idea? Mio nonno, sant’uomo. Ero appena tornato dalla prima Parigi-Dakar del ’79 e lui mi regalò un incunabolo. “Se vuoi , mi disse, divertirti, è un pezzo unico, a Brescia ce ne saranno 5 copie, ristampatelo e venditi la ristampa”. Ma allora stampare un libro voleva dire spendere quanto un fuoristrada di serie, non c’erano le tecnologie di oggi. Ciò nonostante decisi di intraprendere questa nuova avventura. Fu il primo libro che stampammo con la scritta Tarantola Editore. E la cosa mi sa che le è piaciuta! Da morire. Ho potuto mettere insieme la passione per i libri e lo spirito imprenditoriale, la tradizione di famiglia e la dinamicità dell’editoria. Ed è questo l’aspetto più entusiasmante: la ricerca costante della novità e del nuovo scrittore. Non riuscii più a farne a meno. Così libraio pure lei. A proposito di ricerche e novità, in senso lato, potrebbe essere questo il suo gusto? Certo. Questo è l’abisso incolmabile fra chi pensa che il nostro lavoro consista solo nel vendere e chi invece, come noi, crede nell’avventura del divulgare: l’editore si diverte, va alla ricerca dell’essenza del libro e non della vetrina del negozio. Deve essere attento alle mode, alle tendenze, al gusto della gente. Ed è proprio questo il sapore del mio lavoro. La ricerca, l’impegno continuo. Quindi si parla di moda anche fra i libri? Senz’altro, ma nel nostro caso è diverso. Le faccio un esempio: una volta c’erano tre negozi di mutande e quindi tutti indossavano le stesse. Oggi i negozi di intimo sono innumerevoli e propongono mutande di tutti i tipi. Per quanto riguarda i libri invece? Certo c’è la moda

dell’anno, ma il libro di per sé rimane sempre lo stesso, da decenni. Forse è questo che lo rende indispensabile. Certo. Il libro è sempre il libro. Tutto qui. Anche toccare nella sua professione deve avere un peso notevole. Il tatto è il tocco. È la conoscenza dell’essenza del libro, ovvero della carta, è emozionante. È importante più di quanto si pensi anche per quanto riguarda le edizioni moderne. Per i non addetti ai lavori la carta è tutta uguale, ma per noi del mestiere questa conserva ancora il suo valore. Così mi accorgo subito se un editore ha sperperato o risparmiato, e, di conseguenza se il prezzo è coerente al prodotto. L’esperienza qui conta più della passione. I librai di una volta sono imparagonabili. Un tempo venivano insegnate tutte le diverse tipologie di carta, veniva illustrata la storia del libro, della stampa, la cultura. Io ricordo ancora quando mio nonno mi insegnò la differenza fra una cinquecentina e un libro del settecento così come il significato di incunabolo. Tutte cose che oggi sono andate perse. Con la rivoluzione tecnologica e la scomparsa delle botteghe è stato un meccanismo quasi incontrollabile e naturale per certi versi. Infatti. Anche oggi il libraio ha perso il contatto con la sua merce. Vengono pubblicati più di cento libri alla settimana ormai. Un fermento incredibile che però come conseguenza ha visto l’informatizzazione dei cataloghi e le recensioni virtuali. Un libraio non è più in grado di conoscere tutti i testi e tutti gli autori. Così finisce per sfogliare al massimo qualche pagina e soffermarsi sulla quarta di copertina. Niente di più. E la vista? Importante oppure no? Poco, non giudico il libro dalla copertina. Invece un ricordo legato alla vista, un’immagine ancora vivida nella mente? Quella del nonni e di mia madre con la testa dentro lo scatolone che aprono il pacco di libri con entusiasmo per poi calarsi in una lettura forsennata: il cliente entrava e tutti e tre sapevano se il libro poteva essere adatto a lui. Difficile confrontarsi con le generazioni che mi hanno preceduto, avevano valori che si sono dissolti col tempo. Mio nonno, ad esempio, pubblicò per primo Indro Montanelli quando nemmeno lui ne era al corrente.

Racconti. Montanelli si trovava in Finlandia come inviato per un giornale, e mio nonno allora decise di stampare la sua opera prima. Ebbe un successo incredibile e quando Montanelli tornò trovò sul conto corrente un bel gruzzolo. Un successo per il grande Montanelli e una grande soddisfazione per il nonno, un giovane di Pontremoli che fino a 25 anni era rimasto analfabeta. Direi che ne ha fatta di strada allora. L’ha aiutata anche qualche frase che spesso sentiva dire? C’è una frase del nonno che non scorderò mai. La ripeteva sempre anche mia madre. “Oggi non è entrato nessuno, peggio per loro”. Beato ottimismo. Io ne sono sprovvisto. Ottimismo e umiltà. Infatti. Non è una frase da ricchi da snob, anzi era pronunciata da un uomo che di soldi ne vedeva davvero pochi.

Però lui amava i libri sopra ogni cosa, quindi sosteneva che a perderci erano gli altri. Eccoci al sesto senso. Il suo qual è? Qual’era. Ormai credo di non averlo più, perché non voglio più averlo. Come mai? Perché sono periodi difficili e noi ne abbiamo risentito più di tutti. Un tempo il mio sesto senso era il solo fatto di crederci. Quando desideravo una cosa a tal punto da volerla con tutto me stesso allora questa cosa riuscivo ad averla. È stato sempre così. Oggi invece potrei inventare quello che voglio, desiderare mari e monti, ma se le cose non cambiano, non si va lontani. Da ragazzino sognavo di allargare l’attività, stampare libri importanti, portare avanti un nome. Direi che ce l’ha fatta. Sì... Ma ora questi desideri sono solo ricordi.

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Signorini Patrizia

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Rondine Petrolchimica Raffineria di olii lubrificanti attiva nella produzione per conto terzi di olii lubrificanti per primarie compagnie petrolifere nazionali e internazionali quali Agip, Tamoil, Total.

Vista

Dal 2004 Patrizia Signorini è Console Onorario della Repubblica di Lettonia per la Lombardia. Nel 2006 è stata nominata Segretario generale e nel 2008 Vice Decano del Corpo Consolare di Milano. Nel maggio 2009 le è stato consegnato l’attestato di Benemerito dell’Esercito della Lombardia.

Olfatto

l’azienda di famiglia. In quelle mura c’eravamo tutti, c’era il nostro affetto e il nostro coinvolgimento. L’azienda era davvero la famiglia.

Udito

non ho sentito tante parole, Mio padre preferiva darmi l’esempio con i fatti.

i profumi delle persone. Ogni giorno incontro persone provenienti da paesi diversi che portano con sé l’odore delle loro terre, delle loro usanze e della loro storia.

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Nella Terra delle Donne

Imprenditrice, Vice Decano e Segretario Generale del Corpo Consolare di Milano e della Lombardia, coinvolta nella rinascita di un paese, la Lettonia e ancora tanto da fare. Non si ferma mai? E come potrei. Faccio ciò che amo e lo faccio con passione. Non posso sperare di meglio. Retaggio della crescita nell’azienda di famiglia? Certamente. Tutta la mia famiglia, dal fratello, agli zii al papà, ha lavorato nell’industria di famiglia dove si producevano olii lubrificanti. Anche lei ci è cascata. Eccome se ci sono cascata, un inciampo durato 24 anni, ho respirato l’aria imprenditoriale da quando sono nata. Mio padre spesso mi portava con sé in ditta e siccome accanto alla ditta vivevano la nonna e la zia, non volevo mai tornare a casa. Sarei rimasta in azienda tutto il giorno pur di stare con loro. Per me quello non era un capannone industriale ma una seconda casa. Insomma un’azienda di famiglia a tutti gli effetti. Può dirlo. L’azienda, nel nostro caso era la famiglia! Mi fratello, zii, mio padre…tutti lavoravamo lì. E anch’io appena sono cresciuta, all’età di 21 anni sono entrata a far parte di quella realtà che mi appassionava, mi faceva sentire legata agli affetti. Lavorando mi sembrava di contribuire alla crescita dell’azienda ma anche di far vivere la nostra storia. Ha un ricordo d’infanzia legato a quel mondo? Innanzitutto il luogo perché non essendo solo un ambito di lavoro ma di affetti rivedo lì la casa con tutto il suo bagaglio d’amore e anche, perché no, di tristezza, soprattutto quando abbiamo venduto.

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Suo padre l’ha aiutata molto nella formazione imprenditoriale? Moltissimo. Oltre ad essere un padre eccezionale è stato un ottimo maestro. C’è una frase che le ripeteva spesso e che ancora oggi, per quanto sia diverso il lavoro, le è comunque utile ricordare? Mio padre non si perdeva tanto in pa-

role. Preferiva i fatti. Di lui non ricordo frasi o massime ma l’esempio. Un esempio impeccabile e serio, di grandissima umanità e generosità. Lei è una grande lavoratrice, ciò fa immaginare che l’esempio sia stato in quest’ottica. Non me lo dica. Papà era un lavorato-


re nato. Mi ha trasmesso un senso del dovere assoluto, imprescindibile che mi spinge all’impegno costante in quello che faccio: metto tutta me stessa nel perseguire gli obiettivi perché nell’ottica del dover fare, che è quella con la quale sono stata cresciuta, mi sono assunta maggiori responsabilità sul lavoro. Dall’azienda di famiglia a Console il salto è notevole. Come è avvenuto? Quando abbiamo ceduto l’attività ho incontrato l’Ambasciatore della Repubblica della Lettonia che mi ha proposto un percorso diplomatico. Il paese in questione infatti non era rappresentato nel Nord Italia e c’era la necessità di far nascere dal nulla un nuovo consolato. Così accettai. Un’avventura tutta nuova. Nuovissima. Un profilo professionale tutto da costruire e da verificare giorno dopo giorno. Accettare nuove sfide fa parte sicuramente della formazione imprenditoriale, ma questa è del tutto fuori dagli schemi classici. Molti mi chiedono il perché della scelta, che è arrivata nel momento giusto con un contenuto di livello. La Lettonia è un paese ricco di storia ma al tempo stesso giovane, ha raggiunto l’indipendenza soltanto nel ’91 e in quasi vent’anni si è sviluppato in maniera massiccia ed energica. Il mio compito come vede era ed è questo: far conoscere la Lettonia per quello che è, organizzare eventi culturali di rilievo, far emergere le possibilità e le risorse del paese e soprattutto preparare il terreno per lo sviluppo di rapporti economici. Perché Milano? Perché è la seconda città al mondo per presenza di consolati sul territorio. Ce ne sono 102, soltanto New York ci precede. Praticamente sul territorio lombardo c’è tutto il mondo, e questo grande potenziale, grazie alla Regione Lombardia, per desiderio del Presidente Formigoni, si è trasformato concretamente nel Corpo Consolare di Milano e della Lombardia. Di cui lei è Segretario Generale e Vice Decano, eletta per acclamazione. Si, perché potessi assumere l’incarico è stato addirittura modificato il regolamento perchè fino ad allora il ruolo di Vice Decano veniva assegnato ad un Diplomatico di carriera e non ad un Console Onorario. Di cosa si occupa? Affianco le attività del decano, organizzo eventi e meeting, coordino le attività

e gli scambi tra i vari consolati, azioni nelle quali l’esperienza di imprenditrice mi ha molto aiutato, così come la conoscenza del territorio. Anche il suo ruolo di Console Onorario è di servizio, basato sulla disponibilità concreta. Si, devo essere a disposizione di eventuali cittadini lettoni bisognosi di assistenza, 24 ore su 24. Da un arresto, ad un espatrio, agli incontri diplomatici… l’orario d’ufficio non esiste e in questo rivedo le scelte di mio padre, un generoso che mi ha trasmesso la sua filosofia di vita. Una spinta ripagata dall’affetto che ricevo dalle persone, dalla riconoscenza. È molto gratificante. Questa profes-

In cosa identifica il gusto? Nel gusto di poter partecipare ad un progetto concreto, di sentirmi utile alla mia città e ad un Paese in via di sviluppo che investe per avere un futuro migliore. Così la mia vita ha il sapore un po’ della sfida, un po’ della grande impresa... un ottimo sapore al quale si abbina un profumo, quello delle persone. Cioè? Le persone portano con sé un profumo specifico, quello della loro terra, dei loro sapori, della loro gente. È fantastico. Quale crede sia il suo sesto senso? La capacità di sentire a pelle le persone. Capire al volo intenti e pensieri, pregi e difetti. Magari mi sbaglio…però.

sione permette di incontrare persone sempre diverse, mondi agli antipodi e le più svariate tradizioni. Oltre ad essere un arricchimento personale è una sfida mentale quotidiana che necessità di duttilità, elasticità e lungimiranza.

Però si fida. Eh sì. (sorride) Se dovesse descrivere il paese del quale ha sposato la causa attraverso un senso quale userebbe? La Lettonia è una delle nazioni più giovani al mondo e che sui giovani punta molto. Una nazione nella quale le donne occupano all’incirca il 40% dei posti rilevanti che siano dirigenziali o governativi. Un paese che è stato occupato per 700 anni dai tedeschi e che quindi si muove con quel rigore e con quella precisione, che è un punto di incontro, grazie al grandissimo porto di Riga, di diversi altri paesi come la Russia o la Scandinavia. Un paese che cresce direi, con l’impiego di tutti e cinque i sensi. Un po’ come lei. Io faccio solo del mio meglio perché questo avvenga.

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Toninelli Marzio

Vista

CasaNovaDesign - Brescia Dal 1975 CasaNovaDesign opera con successo nel settore della ristrutturazione e dell’arredamento. L’azienda negli anni si è evoluta, specializzandosi nel fornire un servizio “globale” che spazia dall’architettura edilizia al design degli interni, apportando le più brillanti soluzioni. Questo ha permesso che l’identità dell’architetto Toninelli fosse conosciuta e apprezzata a livello internazionale.

i cantieri. Adoravo guardare come le case venivano costruite. Cosi è nata la passione e mi è venuta voglia di farlo.

Udito

i discorsi dei miei genitori, che mi hanno accompagnato nell’adolescenza e che oggi mi trovo a vivere in prima persona.

Tatto

ogni materiale con cui vengo a contatto. È fondamentale saper percepire i tessuti o sentire con le mani la fattezza di un legno.

Olfatto

l’odore del cantiere, che nasce dalla lavorazione dei vari materiali.

Gusto

il gusto del godimento. Godere della vita e di tutto ciò che faccio, dal mio lavoro alla mia famiglia.

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Concretezza e Fantasia

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Partiamo dalla fine, dal punto di arrivo: il suo sesto senso. L’estetica. Verso chi o cosa? I miei genitori mi hanno trasmesso la sensibilità verso tutto ciò che è bello, stimolando in me, la passione e la creatività per apprendere il mestiere dell’architetto. Amo questo lavoro che ogni giorno mi sprona a migliorarmi, un lavoro che non è mai lo stesso e che va letto sempre in chiave diversa; un lavoro in cui bisogna usare non solo la mente e che lascia libero sfogo anche alla fantasia. Per amare così profondamente il suo lavoro deve aver vissuto esperienze straordinarie e soprattutto deve aver percorso una strada piacevole e positiva. Sicuramente perché la decisione di intraprendere quella strada veniva da un sogno che coltivavo fin da bambino: diventare architetto. Ha dei ricordi che pensa l’abbiano avvicinata a questo mestiere? Assolutamente. Fin da piccolo ero affascinato dai cantieri edili e seguivo incantato le fasi di costruzione. Le ruspe, i mattoni, il cemento, tutto ciò mi conquistò fin da subito. Così capii che costruire case sarebbe stato il mio futuro Quindi è la vista il senso che prima degli altri l’ha spinta verso il suo lavoro. Senza dubbio. Sono un osservatore. Amo guardare, scrutare i dettagli, investigare con gli occhi un ambiente. D’intuito, nel momento stesso in cui osservo, focalizzo e risolvo i problemi. Mi immergo con la vista in un luogo, in uno spazio, e man mano mi si chiariscono tutti i dubbi, vengono alla luce le soluzioni migliori, i colori, gli arredamenti. Accanto alla vista avrà un ruolo molto importante anche il tatto. Toccare con mano la morbidezza dei tessuti, il calore dei legni, la rusticità dei muri, ti trasmettono sensazioni che ti danno le indicazioni nelle scelte da operare. Per riuscire bene in questo mestiere bisogna avere molta dimestichezza con la “fisicità” dei materiali. Oltre che mano però, ci vuole naso! In che senso? Può sembrare strano ma un altro aspetto fondamentale per chi lavora in cantiere è il senso dell’olfatto. Saper distinguere dal solo odore un legno appena tagliato piuttosto che del cemento fresco aiuta molto, così come aiuta sentire l’odore

giusto di cantiere. Sarebbe? L’odore del cantiere ti da un riferimento ben preciso dell’opera che si sta compiendo. Durante lo svolgimento dei lavori, l’odore da sicurezza e conferma la corretta evoluzione del progetto. Insomma è un mestiere che tiene allerta tutti i sensi. Anche l’udito? In un certo senso sì. Una frase dei suoi genitori che ancora ricorda? Non esattamente. Non c’è una frase in particolare che io ricordi. Ciò di cui ancora sento l’eco sono tutti i discorsi

legati alle problematiche lavorative che a volte animavano le conversazioni dei miei. Ora che in prima persona devo affrontare quelle stesse problematiche, sento che nella mia mente si fanno nuovamente spazio tutti quei discorsi da cui trarre gli insegnamenti utili per il successo. L’udito però nel mio lavoro è soprattutto altro: saper ascoltare i clienti. Indispensabile, specialmente se si parla di un luogo così intimo come la casa. La casa è forse la cosa, se così la vogliamo definire, alla quale più in assoluto sono legate le persone. Quindi la mia non è una responsabilità da poco. Devo capire con esattezza non solo i gusti delle persone, ma anche le loro esigenze, le loro necessità, deve esserci compartecipazione. Anzi, le dirò di più. Fare l’architetto vuol dire essere anche un po’ psicologo. Dai racconti che ti fanno devi capire le persone e cosa si può proporre.

Molto interessante anche quest’aspetto. Non rimane che trovare una chiave di lettura anche per il gusto. Il gusto di cemento o di sabbia che mi finiscono ogni tanto in bocca…(sorride). Scherzo! Il gusto per me è il senso del godimento. Godo in tutto ciò che faccio e per come lo faccio. Godo nel lavorare, nel complicarmi la vita cercando le soluzioni più strane o innovative; godo però anche degli affetti familiari, quindi di mia moglie e dei nostri figli. Mi considero assolutamente fortunato, perché sono consapevole di tutto questo. Come s’indaga invece sul gusto degli altri? Innanzitutto il gusto può essere riferito a tanti aspetti. Dal gusto estetico, al gusto pratico; dall’apprezzare certi ambienti, alcuni scorci. Dopodiché bisogna capire e mai dimenticare che ognuno di noi ha un proprio parametro estetico e che questo elemento influisce sulle scelte. Ogni cliente ha appunto un suo gusto, che varia da persona a persona all’interno perfino della stessa famiglia, quindi bisogna tener conto di tutti i punti di vista e non giudicare mai quello dei altri. Mentre le persone parlano, si raccontano, lentamente capisci come agire, dove indirizzare il tuo lavoro, cosa proporre e cosa bocciare. È un confronto continuo e diretto, uno scambio di idee e fantasie che, un passo alla volta, porta alla realizzazione della casa dei sogni. Io punto sempre e solo a questo. Non metto mai fretta ai clienti, tanto meno cerco di vendere la mia idea solo perché essendo mia la ritengo migliore. Così non farei un buon lavoro. Alla fine di un rapporto lavorativo ciò che più mi interessa vedere è la realizzazione delle aspettative della mia clientela.

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Profili

Sesto


senso Il senso del pudore, perchĂŠ vuol dire conservare una propria dignitĂ 


Trombini Sergio e Michela

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Gruppo Trombini - Artogne Il Gruppo TROMBINI, a prevalente attività edilizia, si compone di un insieme di aziende eterogenee ma complementari fra loro. Le attività del Gruppo TROMBINI spaziano nei settori dell’edilizia, del commercio, della carpenteria e dei servizi: la sua peculiarità è data proprio dalle attività complementari delle aziende che lo compongono e che operano nei diversi settori con un fatturato in costante crescita.

Vista

Michela tutte le immagini di storia dell’arte. I monumenti antichi e i quadri contemporanei. Sergio il cantiere di mio padre, il cemento che colava.

Udito

Michela il rumore della demolizione. Veder sparire certi orrori dalla città. Sergio i rimproveri di mio padre quando rientrava la sera. Le uniche parole che ho sentito.

Tatto

Michela i bottoni. Li usavo come fossero lego per costruire le mie città fantastiche. Sergio le scatole di cartone. Le modellavo e le trasformavo in casette.

Olfatto

Michela l’odore delle uova, della minestrina, dei piatti di mia nonna. Sergio l’odore del fieno e della terra.

Gusto

Michela il gusto estetico per il bello, il gusto etico del saper fare e far bene il proprio lavoro. Sergio il gusto del riscatto.

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Le persone Innanzitutto

Lui costruiva case con le scatole, lei con i bottoni. Quando si dice il destino… o meglio la provvidenza, protagonista anch’essa di questo percorso di coppia guidato dalla memoria dei sensi. Michela Il mio senso guida è la vista. Quel gusto estetico per il bello, lo sguardo attento verso i particolari, il saper apprezzare e commuoversi ogni giorno per un monumento che ci riempie gli occhi. Io sono un architetto, non potrebbe essere altrimenti. Con gli anni ho sviluppato moltissimo questo senso, tant’è che, a progetto realizzato, ho sempre voglia di vedere e rivedere la mia costruzione: è commovente. C’è un ricordo particolare legato alla vista che l’ha spronata nella scelta di diventare architetto? Michela La mia più grande passione, seconda solo all’inglese, è sempre stata storia dell’arte, una materia nella quale non si può prescindere dal gusto e dalla vista. Se poi si ha lo fortuna di incontrare un’ insegnate come Titti Bonettini, allora il gioco è fatto. È riuscita a trasmettermi la passione per le forme, i

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colori, i volumi, le geometrie. E dire che la prima scelta negli studi fu Giurisprudenza. Michela Si ma non passarono due settimane dall’inizio delle lezioni che tornai a casa e dissi a mia madre “Io creo, io invento: mi iscrivo ad Architettura.” Da lì non mi sono più fermata. In un primo momento le paure di non riuscire in questa grande sfida sono state tantissime, temevo le difficoltà e credevo che gli altri studenti provenienti da scuole più tecniche avrebbero trovato più facilità nel percorso di studi. Invece la costanza e la passione mi hanno permesso di raggiungere il mio obiettivo con una brillante tesi e con un buon risultato che andava ben oltre le mie aspettative. Per lei invece? Sergio La voglia di riscatto, il desiderio di emergere. Dopo l’infanzia trascorsa nei cantieri di mio padre, all’età di 14 anni, in seguito ad una disgrazia familiare, sono stato abbandonato. Da quel momento è scaturita in me una forza inarrestabile. A 18 anni mi sono messo in proprio con tre amici, le cui strade

poi si sono separate dalla mia per divergenze ideologiche. Non avevo potuto studiare ed ero da solo, la strada era tutta in salita. Mi sono fatto coraggio e ho superato le difficoltà anche grazie all’appoggio di mia madre che mi ha inserito nel mondo imprenditoriale, avvicinandomi all’ing. Riva. Dal 1981 abbiamo iniziato a lavorare per lui, e posso assicurarle che essere al servizio di un gruppo di tali dimensioni non è semplice, soprattutto agli inizi. Hai sempre timore di sbagliare, di non essere all’altezza. Da un lato ti senti baciato dalla fortuna per l’opportunità che ti è stata data. Dall’altra vivi ogni giorno con la preoccupazione di perdere tutto per un errore qualsiasi. Al posto di affondare ha trovato la forza per costruirsi una seconda vita. Quali ricordi, legati ad un senso, ha conservato per sé? Sergio Le scatole di cartone. Per ore e ore tagliavo scatole, le bucavo, le trasformavo in case. Amavo tutto ciò che evocava un cantiere edile. Il profumo del cemento, del ferro, le fondamenta della casa e le strutture che sarebbero diventate appartamenti abitati. Ho continuato quello che aveva cominciato mio padre. Avete citato la vista, il tatto, l’olfatto. Sono gli stessi sensi sui quali si fonda il vostro lavorare insieme? Sergio Certamente, si fondono e ci danno stimolo. Michela Ogni bambino porta dentro di sé un percorso già segnato che deve soltanto capire ed intraprendere. Ognuno di noi porta con sé un bagaglio di storia personale e di esperienze che condivide con chi gli sta attorno, confrontandosi, raccontandosi e a volte (forse troppe) litigando. Da mio marito ho imparato ad essere più pragmatica, a mia volta, ho


trasmesso a mio marito un maggior senso estetico, più sofisticato, più elegante. Parliamo dunque del gusto. Sergio Definisco il gusto come il senso dell’ordine, di correttezza. Fare il proprio lavoro in funzione alle richieste e agli incarichi delle aziende, senza lasciarsi travolgere dalle proprie idee e dal proprio gusto appunto, ma assecondando e realizzando le esigenze del cliente. È correttezza. Michela Da un lato, come ho detto il gusto estetico, dalle mode più effimere ai dettagli architettonici più profondi. Dall’altro saper fare il mio lavoro e farlo con gusto, cioè amandolo e facendolo al meglio. Non c’è niente di più appagante. Nel percorso di ogni individuo, solitamente sono fondamentali frasi o suoni che si ricordano per tutta la vita e che entrano a far parte del bagaglio personale delle persone. L’udito cosa vi suggerisce? Michela I rumori che mi appartengono sono quelli tipici del cantiere. Sopra tutti c’è il rumore della demolizione. Quando sento crollare un edificio e penso a quanto fosse brutto mi pervade una sensazione liberatoria. Allo stesso tempo trovo la carica e l’entusiasmo di ricostruire subito qualcosa di nuovo che esprima anche le mie emozioni. Sergio Purtroppo non ho nessun ricordo legato all’udito, se non i rimproveri di mio padre quando rincasava tardi la sera. Michela Però abbiamo due frasi pilota nel nostro lavoro che ripetiamo ogni santo giorno ai nostri ragazzi. La mia è “il diavolo sta nel dettaglio” e quella di mio marito “l’acqua non ha le corna”. Cosa vuol dire? Sergio Che passa dappertutto. Non si incastra mai. Bisogna essere limpidi, sinceri. Qualche profumo che ha caratterizzato la vostra infanzia e vi appartiene? Michela Gli odori della nonna. Le uova delle sue galline, la farina, la sua minestrina… i suoi piatti. Sergio Sono sempre stato molto legato alla terra. L’odore del fieno. Ma se parliamo di olfatto mi viene in mente anche qualcosa che prescinde dagli odori. Il fiuto? Sergio Esatto. Credo che per essere un team vincente più che per i clienti bisogna avere fiuto per i propri collaboratori, circondarsi di persone valide, delle quali ci si possa fidare. Diciamo che questo, fortunatamente, non mi manca. Il senso che cambia da persona a per-

sona, il vostro sesto senso. Michela Il suo glielo dico io, perché glielo invidio moltissimo. Ha la capacità di riconoscere le persone a pelle, grazie a non so quali sensazioni. Non sbaglia mai. Sergio Effettivamente nell’80 per cento dei casi non ho sbagliato una radiografia. Riesco a decifrare le persone dalle espressione sul viso, da qualche piccolo tic o da qualche gesto del corpo che tradisce i pensieri. Avrei detto il senso di responsabilità. Sergio Mi appartiene anche quello senza dubbio. Ho sempre sentito la responsabilità della famiglia sulle spalle e ho cercato di non commettere gli stessi errori dei miei genitori. In parte ci sono riuscito, in parte ho sbagliato. Spero non me ne vogliano le mie figlie. Per lei invece? Michela Il mio sesto senso è la fede. Sono cattolica praticante e spesso mi rimprovero di non trasmettere questo senso di fede nella maniera corretta ai miei figli. La fede per me è un aiuto costante, invisibile ma fondamentale. Ti aiuta ad essere corretto con le persone, a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Quale senso vorreste trasmettere ai vostri figli? Sergio Il senso di lealtà e di onestà. La correttezza nella vita e nel lavoro. Michela La fede e il senso della famiglia. È molto sentito all’interno del nostro nucleo familiare e cerchiamo di trasmetterlo giornalmente ai nostri figli, con i quali abbiamo costruito un rapporto sereno, nonostante alcune difficoltà. Delle due figlie di mio marito, scherzando, dico spesso che sono più mie che sue. Quanti anni hanno?

Michela 17 e 14. Poi abbiamo avuto altri due figli. Tutti e 4 hanno un rapporto bellissimo fra loro. Si cercano, sentono uno la mancanza dell’altro, si proteggono e si vogliono bene. Oltre ai vostri figli, qual è la creatura alla quale siete più legati professionalmente? Michela In generale voglio bene a tutti i lavori, proprio come voglio bene a tutti i figli. Diciamo che ATB di Roncadelle e lo stabilimento di Marghera li preferisco agli altri per estetica e funzionalità Sergio Le mie prime conquiste. Non però le costruzioni, ma le persone che con me hanno superato tutti gli ostacoli con estrema fatica e mi hanno permesso di arrivare dove sono oggi. A volte se guardo indietro e ripenso alla mia prima società… mi commuovo.

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Vavassori Emanuela

Sodexo - Milano Direttore Grandi Clienti di Sodexo Pass, azienda del gruppo Sodexo, quotato alla borsa di Parigi, leader mondiale della ristorazione, Facilities management e Servizi di motivazione con 355.000 collaboratori che operano in 80 paesi del mondo, con oltre 13 miliardi di fatturato. Come pittrice ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui la segnalazione della critica in occasione del “Premio Villa Litta”. Come motonauta è stata protagonista del campionato Europeo Endurance vincendo la gara off shore Montecarlo-Saint Tropez.

Vista

osservare il linguaggio del corpo più che ascoltare le parole. Col corpo non riusciamo a nascondere i segreti, con le parole sì.

Udito

il tempo passa, distrugge e crea. Lasciare che il tempo faccia il suo percorso senza forzarlo a tutti i costi. Soltanto così gli eventi andranno nella direzione in cui devono andare.

Tatto

i colori. Immergere le mani nei colori, sentirle cosparse di olii e pigmenti, sentire la loro consistenza, mi da energia.

Olfatto

il tiglio. Ha segnato la mia infanzia. Quando voglio rilassarmi penso a quel profumo.

Gusto

il gusto delle persone. Vorrei poter avere l’intimità necessaria per apprezzarle nella loro unicità, mi accorgo spesso di trattarle come un vino... ne analizzo il colore, ne colgo il profumo ma non è poi detto che il gusto mi piaccia!

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Fuori dagli Schemi

Testa e cuore: quando scegliamo nella vita e nel lavoro spesso ci affidiamo ad entrambi. C’è una misura? Sono convinta che i sensi contribuiscano in maniera rilevante nelle decisioni degli individui, però sono anche convinta che nessuno è completamente consapevole di aver preso delle strade perché guidato da qualcosa di irrazionale, tendiamo sempre a darci spiegazioni. Potrebbe non essere rassicurante

sapere di essere guidati dall’istinto, dai sensi, che sono una caratteristica prettamente animale, preferiamo credere di agire sempre in seguito a pensieri razionali e meditati. Il primo senso che le viene in mente? L’olfatto e in particolare il profumo di tiglio. Sono cresciuta in una casa sul muro della quale cresceva un grande tiglio che emanava un profumo intenso e forte. Quando devo pensare a qualcosa di rilassante penso a quel piacevole odore. Mi conforta. Quindi ha un’indole piuttosto olfattiva? Più che olfattiva direi che ho fatto miei i sensi dell’udito e della vista. In che modo? Da un lato fanno parte della mia indole, dall’altro li ho coltivati col tempo,

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ho avuto modo di affinarli col lavoro e l’esperienza. C’è una frase che ricorda in modo particolare e che porta nel cuore? Il tempo passa, distrugge e crea. È una massima che ho impressa nella testa. Bisogna affidarsi al tempo, per lasciare che gli eventi seguano il loro corso senza doverlo necessariamente forzare o determinare, perché a volte la cosa migliore è lasciar scorrere e tutto viene da sé. L’udito si associa spesso e volentieri all’ascolto. Vale anche per lei? In un certo senso. Mi ritrovo spesso ad ascoltare le persone, ma per qualche ragione poi distolgo l’attenzione dalle parole e mi concentro sul linguaggio del corpo. Sono convinta che la gestualità riveli molti misteri. Quindi ascolta con gli occhi? Esatto. Per questo prima ho detto di aver fatto miei udito e vista. Guardare, scrutare fino al minimo particolare gli atteggiamenti delle persone mi aiuta a capire quello che pensano, le sensazioni che provano, le loro vere intenzioni. È un modo per andare al di là del discorso parlato e scoprire le corde più intime di chi mi sta di fronte. Così facendo mi accorgo anche se ciò che viene detto combacia con quello che viene trasmesso dal corpo. Per vedere quello che solitamente rimane nascosto. Proprio così. A volte questa innocua invasione non è gradita dalle persone che si sentono studiate o osservate al microscopio, ma per me è necessaria. Un ricordo professionale legato alla vista? Non c’è. Anche perché non vedo molto bene, quindi mi rifaccio più all’udito o ai pensieri per affrontare la realtà. A volte in autostrada vedo cose che non esistono. “Frena frena, c’è un camion fermo!” urlo di soprassalto. Invece non c’è niente. Visionaria? Decisamente. Ostacolo o aiuto nel lavoro? Aiuto, perché è come se dovessi trovare la forma delle cose, ricercarla, non attraverso preconcetti mentali. Percorso che faccio anche con la pittura che affronto con la semplice manipolazione del colore. Io non disegno quasi mai prima di dipingere, stendo il colore con le mani soltanto, poi arrivo a creare una forma, un profilo, do un’identità alla tela, quando riesco a trovarla. Com’è coinvolto invece il tatto?

Il tatto è fondamentale. Le mie mani sono come la bacchetta di un direttore d’orchestra. Se penso al mio mondo parallelo, quello della pittura, le mani accordano i colori, li spalmano, li mettono in contrasto, raccontano la storia che ho in mente. Adoro immergere le mani nel colore, è denso, pastoso, carico di energia. Per chi dipinge il gusto è piuttosto soggettivo, quindi come lo interpreta? Il gusto per me non è il bello o il brutto, ma è il gusto delle persone. A volte al posto di stringere la mano e dire piacere preferirei chiedere, scusi posso assaporarla? Vorrei poter avere l’intimità necessaria per apprezzare le persone nella loro unicità, mi accorgo spesso di trattarle come un vino...ne analizzo il colore, ne colgo il profumo, ma non è poi detto che il gusto mi piaccia! Credo che ogni persona abbia il suo gusto: acido, dolce, intenso, un po’ piccante... I cinque sensi li abbiamo attraversati e interpretati tutti, non resta che il senso più personale, il sesto senso. Qual è il suo? Non so se può considerarsi un vero e proprio sesto senso, però mettendo insieme tutti i messaggi captati con l’udito e con la vista riesco a cogliere qualcosa di non detto. Lo definirei il senso del proibito, arrivare a capire quello che le persone non vorrebbero mai fosse svelato di loro. Io riesco a coglierlo: chiamalo istinto chiamala sensibilità, non so di preciso cosa

sia, ma è così. Il senso del proibito si applica solo alla persone o si estende anche alla regole? Ahimè anche alle regole. A volte quando vedo un cartello con scritto proibito la prima cosa che vorrei fare è sorpassare la barriera ed entrare in quell’area protetta. Mi piace arrivare a quel confine fra possibile e non possibile, sentire quell’adrenalina della trasgressione e del pericolo, del mistero, ma prima che sia troppo tardi riesco sempre a fermarmi. La mia ambizione è vincere le mie paure e spostare il limite per provare e capire quel mistero che è poi la vita.

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Ziliani Cristina

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Gruppo Berlucchi - Borgonato La Guido Berlucchi & C S.p.A. di Borgonato, Brescia, fu fondata nel 1955 da Guido Berlucchi, Franco Ziliani e Giorgio Lanciani. Nel 1961, grazie all’intuizione dell’enologo Franco Ziliani, nacque nelle sue cantine il primo Franciacorta, destinato a influenzare in modo decisivo il destino del territorio. L’azienda è leader di mercato in Italia nel settore metodo classico e possiede 90 ettari di vigneto, oltre a 450 ettari controllati, in Franciacorta. Vigne, cantine e sede operativa impiegano oltre 90 collaboratori.

Vista

il confronto con gli altri, con le persone al di fuori dell’azienda, che riescono ad arricchire il mio bagaglio culturale e mi permettono di allargare i miei orizzonti.

Udito

nulla va lasciato al caso, bisogna occuparsi di tutto, anche del dettaglio apparentemente più insignificante.

Olfatto

il profumo del mosto fresco, che mi invadeva le narici quando andavo in cantina da papà durante la vendemmia.

Tatto

le mani che il succo dell’uva rendeva appiccicose durante la vendemmia, la ruvida austerità delle botti di rovere.

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Un’ondata di Bollicine

Suo padre Franco ha sdoganato, complice Guido Berlucchi, nientemeno che la Franciacorta, il cui nome apparve per la prima volta sull’etichetta di un vino grazie a una sua intuizione. È l’inizio di una storia umana e imprenditoriale tutta italiana che coinvolgerà e travolgerà questa zona come un’onda… di bollicine. In azienda, Cristina segue un ambito che ha creato e sviluppato, quello della comunicazione, scuola di vita e crocevia di persone che l’hanno arricchita umanamente, prima ancora che nella professione. Una frase per cominciare, per cui l’udito. Non lasciare nulla al caso, ma non è una frase bensì un modo d’essere e di lavorare che ho imparato da quello che io considero un mentore, Arnaldo Pomodoro. Ancora oggi vivo l’emozione che ho provato quando l’ho conosciuto. Noi abbiamo collaborato per la realizzazione della bottiglia scultura creata per l’arrivo del 2000, un progetto durato un anno nel corso del quale mi si è aperto un mondo. Ricordo per esempio, a proposito di cura del particolare, che volle disegnare ed occuparsi personalmente della carta velina che avvolgeva le bottiglie, leggere e rileggere i testi del volume scritto insieme, insomma capii da questi mesi al suo fianco che per di-

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ventare grandi bisogna essere così. Il confronto con l’esterno è un passaggio molto importante per chi nasce e cresce in un’azienda familiare. Direi fondamentale, io addirittura considero un handicap non aver potuto fare esperienze di lavoro al di fuori delle mura dell’azienda di famiglia anche se il mio settore, la comunicazione, mi ha dato numerosi stimoli. Molti sono arrivati dal mondo della cultura e della letteratura, incontri anche brevi con persone dal forte contenuto umano che hanno contribuito alla mia crescita. Ora una frase di suo padre. Non cercare di essere quello che non sei. Come si cresce in una famiglia di impresa? In casa mia, da quando sono nata, non sento che parlare di lavoro, perno intorno al quale ha ruotato e ruota la mia famiglia: nuovi clienti, nuovi prodotti, nuovi mercati. Inoltre sono cresciuta in un mondo maschile, una famiglia molto pragmatica, a esclusione di mia madre, persona sensibilissima che mi ha arricchita con il suo grande amore. Aria d’azienda dal profumo maschile, anche se suo fratello Arturo la definisce il naso. Verissimo, come tutte le donne ho l’olfatto più sensibile degli uomini. Io

bevo prima attraverso il naso: un vino è equilibrato e mi da piacere se prima l’ha goduto il naso. Amo in particolare gli agrumati, i profumi freschi anche se oggi sto imparando ad apprezzare quelli più minerali. Quando facciamo delle degustazioni alla cieca riesco a cogliere particolari che ad altri sono sfuggiti, un dono di natura ma anche l’affinamento dell’olfatto attraverso l’uso del naso. Comunque sono molto selettiva, anche con il profumo delle persone. Ha qualche odore che la riporta all’infanzia? Il profumo del mosto fresco che fermenta nei tini. Un aroma vivo, intenso, che ritrovavo ogni volta che andavo a trovare papà in cantina durante la vendemmia. E ancora, le fragranze della carne alla brace e della polenta, tipico pranzo dei raccoglitori durante la festa della vendemmia. Per quanto riguarda il tatto, invece, ha qualche ricordo? Il succo dell’uva che rendeva le mani appiccicose durante la vendemmia, la ruvidità delle doghe in rovere delle piccole botti di affinamento… E il sesto senso? Lo definirei un olfatto dell’animo. Riesco ad annusare l’animo delle persone. Sento la vera essenza di chi ho vicino e colgo la mancanza di sincerità. Questo senso l’ha mai tradita? Mai. E mi fa soffrire molto. Perché? Perché spesso questo sentire è solo mio, non è condiviso dagli altri e poi perché nel momento in cui questa forma di al-


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Profili


Sono un fotografo. E non chiedetemi che cosa questo significhi e se sia importante che significhi qualcosa. Ma non voglio essere considerato in maniera diversa. Sono un fotografo condannato da sempre ad essere il figlio naturale di una coppia diabolica: la realtĂ  e la finzione. In questo libro ho ampliato il mio campo di visione con la ritrattistica, ormai una passione, per accrescere, come mi dice sempre Francesco Cossiga, la mia famiglia. Bob Krieger


Profili

Finito di stampare nel mese di novembre duemilanove dalla Color Art di Rodengo Saiano (BS)


IL MECCANISMO DEI SENSI