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ITALIA

BIMESTRALE DI POP - RETAIL - TRADE MARKETING | N.34 • PRIMAVERA 2019 •

èMagazine

ECO TRADE MKT PLASTICS MANAGEMENT

POP POS MATERIALS SHOPFITTING PAPERMAKING DESIGN RAW MATERIALS VISUAL MERCHANDISING DIGITAL SIGNAGE RETAIL & MASS MARKET


EDITORIALE

Foto di copertina ricavata da: the Bruges Whale by STUDIOKCA

CONSAPEVOLI NELLA CIRCOLARITÀ DELL’ECONOMIA

Most countries have plastic packaging recycling rates above 35% )N COUNTRIESHADPLASTICPACKAGINGRECYCLINGRATESHIGHERTHAN4WOCOUNTRIESACHIEVED ARECYCLINGRATEOFORMORE'ERMANYAND#ZECHIA 

Plastic PACKAGING recycling rates across Europe Da circa due anni approfondiamo le tematiche relative alle materie prime in riferimento al mercato della sostenibilità e all’economia circolare che in questo momento storico costituiscono chiari ambiti di innovazione e business per tutta l’industria del branding, del retail e dei servizi a esse connessi. Poi, le frasi del velista Soldini sulle alte quantità rifiuti plastici in mare, la messa al bando dei prodotti in plastica monouso da parte dell’UE entro il 2021 e i ripetuti appelli di Green Peace in merito More than 45% (intervista in apertura) ci hanno spinto a realizzare un numero specifico sulla plastica, senza contare che con il settore in questione From 40 to 45% Display Italia ha consolidati rapporti giornalistici da almeno un From 30 to 40% lustro, in qualità di organizzatore della mostra Elementaria (www. displaymagazine.eu/elementaria2019/) mostra b2b che si dedica alle Less than 30% applicazioni della materie prime nel campo della comunicazione. L’argomento è piÚ complesso di quanto non sembri. Quando non piÚ di tre anni fa intervistavo alcuni specialisti del display e dello shop Plastic waste treatment in Italy fitting su come si stessero impegnando a favore dell’implementazione di un’offerta sostenibile, non poche volte la risposta al quesito è )N MILLIONTONNESOFPLASTICPOST CONSUMERWASTEWERECOLLECTEDTHROUGHOFlCIALSCHEMESINORDERTOBETREATED stata evasiva, talvolta addirittura a dir poco scostante. &ROMTO THEVOLUMESFORRECYCLINGINCREASEDBY ENERGYRECOVERYINCREASEDBYANDLANDlLLDECREASEDBY 38

IL RICICLO DI PLASTCA IN ITALIA secondo PlasticsEurope 29%

Plastic post-consumer WASTETREATMENTIN

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Total waste collected

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E molti manager dell’industria di marca e del retail trattavano l’argomento come un’opportunitĂ per fare green washing. Ebbene questi atteggiamenti si stanno via via diradando dal momento che la committenza - uffici tecnici del retail e trade marketing- sempre piĂš spesso richiedono il supporto di fornitori allineati con certificazioni, pratiche green e politiche sostenibili. E su questa linea è anche il consumatore, primo responsabile degli acquisti. La parola chiave oggi è economica circolare. E al di la del “significatoâ€? specifico e di un “significanteâ€?che non può piĂš essere considerato un neologismo, rilevo che il peso della componente economica nel perseguimento della sostenibilitĂ  è fondamentale e ineluttabile. PerchĂŠ oggi chi investe in questa direzione, pur prestandosi a maggiori impegni economici, sta perseguendo obiettivi di innovazione con ricadute benefiche e plus in termini di competitivitĂ  per il prossimo decennio. Questa riflessione è una costante in tutte le interviste che proponiamo su questo numero sia dal lato industria di marca (L’OrĂŠal, Aboca), sia dal lato retail (Unicoop Firenze, Klepierre Apoteca Natura Ekoplaza, Gruppo Argenta). Che, nondimeno, a monte della filiera, laddove a innovare sono i fornitori, i quali testimoniano una maggiore propensione alla spesa da parte della committenza, a patto che si offra novitĂ  in termini di sostenibilitĂ . Alleluia! Affermeranno tutti “gli stufiâ€? di quel mantra che recita piĂš o meno cosi: “Sul mercato l’unica cosa che conta è il prezzo a prescindere dalla qualitĂ â€?. Parlando di plastiche, come sempre senza presunzione di esaustivitĂ , abbiamo cercato di offrire a nostra volta una componente di servizio per chiarire che sotto la denominazione di plastica si annoverano materie prime anche molto differenti l’una dall’altra. E poi ben specificando che la responsabilitĂ  della plastica dispersa nell’ambiente è nel contempo di quell’industria che non innova e non informa a sufficienza sull’impiego di quanto diffuso sul mercato. E del consumatore maleducato e irresponsabile delle proprie azioni. Vero è che senza economia non esiste sostenibilitĂ , ma ci piace pensare ad attori consapevoli che l’ambiente sul quale agiamo è la casa di tutti, un luogo che preferiamo immaginare salubre e sereno. di Marco Oltrona Visconti

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SOMMARIO N° 34 3| EDITORIALE Consapevoli nella Circolarità dell’economia 6|

L’ISOLA DI PLASTICA Intervista a Green Peace

7|

IL CARBON DISCLOSURE PROJECT PER ESSERE SOSTENIBILI

LA REDAZIONE

Marco Oltrona Visconti

TRADE MKT 10| ECO Il procurement sostenibile di L’ORÈAL

Barnaba Barattieri

RETAIL SOSTENIBILE

fiorentine è una società benefit, 14| Farmacie Bcorp e LEED

18|

SU QUESTO N°

RETAIL EVOLUTION La via plastic free di Ekoplaza

Firenze 20| UNICOOP Mentalità circolare

22|

ECO REAL ESTATE Klèpierre racconta il centro commerciale sostenibile

24|

RETAIL AUTOMATICO IL “coffee time” sostenibile di Argenta

Marta Boggione

Lorenzo Peroni

MATERIAL 28| RAW PlasticsEurope: trend del mercato europeo

32|

delle materie plastiche I PERCHÉ DEL CONTRIBUTO AMBIENTALE Intervista con COREPLA

36|

RAW MATERIAL L’identikit delle Bioplastiche: Assobioplastiche

Lorenzo Peroni

Pino Saggiomo

MATERIAL 38| RAW Parola al riciclatore

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MATERIAL La misura eco dei polimeri 40| RAW MATERIAL 42| RAW La sostenibilità del metacrilato

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MATERIAL 54| RAW Quando anche il red carpet è sostenibile

4 56| L’upcycling di Favini

ROADSHOW

Lo trasporti facilmente, perché occupa poco spazio.

kyoto

DESIGN 52| DISPLAY Legno principe del buon Impatto ambientale

Non è importante essere i primi o i secondi ad aderire alla nostra visione, ma è importante aderire. Aderire vuol dire avere la coscienza a posto e poter testimoniare che i risultati sono alla nostra portata.

I principi del NEVER ENDING DISPLAY sono semplicissimi: 1) Produrre materiali P.O.P. utilizzando materiali riciclabili (p.es non plastificando il cartone); 2) Condividere con le insegne la riciclabilità dei materiali POP così realizzati; 3) Recuperare dai pdv il 100% dei display esausti; 4) Condividere i benefit economici ed ambientali tra tutti gli stake-holder. Per rendere ancora più credibile questa nostra missione, e grazie alla piena adesione di P&G Italia, l’Alta Scuola Politecnica, attraverso un team dei suoi migliori studenti, potrà approfondire tutti gli aspetti di tale progetto, dal bilancio energetico alla misurazione dello stato dell’arte, dallo studio della supply-chain in chiave di ingegneria gestionale fino alla realizzazione di progetti di design ecocompatibili.

50|

PRINTING Soluzioni per la stampa Green con hp

cattive abitudini

48| CARTOTECNICA Cartotecnica fotovoltaica

Non siamo i pink floyd

RAW MATERIAL Il valore del polipropilene circolante

ma ci stiamo allenando

ad abbattere i muri!

MATERIAL Il PVC che non ti aspetti 44| RAW

46|

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BIMESTRALE DI POP - RETAIL - TRADE MARKETING | • N.34 PRIMAVERA 2019 •

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www.displaymagazine.eu numero di ROC 31970 20129 - Milano - Italy via Lambro, 4 telefono +39 02.35946460 amministrazione@displaymagazine.it

Direttore Responsabile: Marco Oltrona Visconti 340 3142015 - marco@tinteunite.it Coordinamento Redazione Barnaba Barattieri 3450101366 - barnababarattieri@yahoo.it Art Director Alvise Oltrona Visconti 333 6498830 - aov@tinteunite.it http://alvise.oltronavisconti.it Progetto grafico e Copyright: Alvise e Marco Oltrona Visconti Graphic Designer Pino Saggiomo Stampa Tipografia Everest 2001 s.r.l. Postalizzazione Nuova EffeA Collaborano: Barnaba Barattieri Marta Boggione Anna Cugini Marco Cruciani (UniTrento) Marinella Croci Paolo Lendaro (Mutec) Marco Maggioni (Marco Maggioni Design) Sergio Monsorno (C2C) Lorenzo Peroni Michele Preziosa Giovanna Vitacca Pubblicità marketing@displaymagazine.it


L’ISOLA DI PLASTICA Intervista a Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna anti Inquinamento Green Peace Oltre all’opera di grande sensibilizzazione che state portando avanti, quali le azioni che Greenpeace sta promuovendo per diminuire l’impatto ambientale della plastica? Noi ci focalizziamo principalmente sul mare dove il problema è più visibile. Il mare fa da recettore. Perché anche l’inquinamento terrestre passando per i fiumi raggiunge il mare: una grande discarica naturale! A proposito, che cos’è questa entità che si muove nell’Oceano, chiamata Pacific Trash Vortex? E da quali materiali è composto? Sono state rilevate sul pianeta concentrazioni di microparticelle di plastica, frammenti inferiori ai 5 millimetri, che derivano dalla frammentazione di materiali plastici più grossolani. Concentrazioni definite impropriamente isole, perché non sono calpestabili. Si formano per il gioco delle correnti in alcune aree, dove si radunano masse di queste microparticelle. Ce ne sono diverse negli oceani, laddove sono presenti correnti circolari che creano vortici, da qui il fenomeno del Vortex. Il primo scoperto è quello del Pacifico. All’interno dei vortici si creano delle zone calme che favoriscono l’accumulo e la permanenza di masse di microplastica. Anche il Mediterraneo non ne è immune. Greenpeace, insieme a CNR ha svolto delle indagini eseguendo campionamenti delle acque che bagnano diverse aree costiere della penisola. In alcune zone, in particolare intorno a Portici e alle Tremiti, abbiamo trovato contaminazioni da materiale plastico paragonabili a quelle riscontrate nei vortici oceanici. Pur essendo aree molto diverse, una industrializzata, l’altra protetta, la concentrazione è la medesima proprio per il gioco delle correnti di cui parlavamo prima. Le Tremiti ricevono tutto quello che arriva dal Po. Certo, i fiumi… Sì, perché l’80 per cento di quel che si trova in mare deriva da fonti terrestri. I fiumi sono i principali veicoli di contaminazioni da materiale microplastico. Ma quindi è tutto materiale che proviene dagli scarichi? In parte sì ma in parte no. Per esempio, molto dell’inquinamento da microplastica deriva dalle lavatrici. Un carico di 5 kg di capi acrilici può rilasciare 700 (grammi) di fibra per ogni lavaggio. Gli impianti di depurazione non

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riescono a filtrarle e finiscono in mare. Altre microplastiche cosiddette primarie sono quelle aggiunte a dentifrici, detersivi, saponi, che aumentano il loro potere abrasivo. Altre fonti sono frammenti di oggetti più grandi come bottiglie, tappi, packaging. Roba che finisce accidentalmente nei fiumi in città. C’è poi l’erosione terrestre, terra che contiene plastica al suo interno. Con lo scorrimento dell’acqua meteorica dai fiumi arriva al mare. In questo senso il mare fa da unico grande recettore. In un vostro rapporto si spiega che uno dei polimeri più presenti nelle acque è il poliemilene con cui si fabbricano imballaggi e oggetti monouso, ma forse questo stesso materiale è presente anche nei dentifrici, saponi etc che sarebbero i principali responsabili dell’inquinamento dei mari? No. Poliemilene e polipropilene sono i polimeri più utilizzati per numerose applicazioni. Nell’ambito della nostra campagna noi ci focalizziamo principalmente sugli oggetti usa e getta perché data la sovrapproduzione in generale e l’inefficacia dei sistemi di riciclo, l’unica soluzione è ridurre la produzione. Ridurre il superfluo. Sappiamo che la plastica oggi è abbastanza insostituibile, ma laddove si possono scegliere altri materiali allora invitiamo a riflettere. Di tutta la plastica prodotta a livello mondiale il 40 per cento viene utilizzato per realizzare packaging. La plastica, oltre alla leggerezza e alla economicità ha anche il pregio di essere durevole e invece noi la utilizziamo per pochi secondi, per gli imballaggi. Voi a cosa puntate oggi? Il nostro impegno ha come obbiettivo la richiesta alle aziende di ridurre la produzione e di scegliere laddove è possibile soluzioni alternative alla plastica. Prodotti sfusi o contenitori lavabili e riutilizzabili. E che la produzione di plastica monouso venga regolamentata a livello europeo per responsabilizzare i produttori. E i consumatori? Il consumatore non può sfuggire dall’utilizzo di prodotti in plastica. Se voglio comprare un dentifricio mi devo adattare a quello che c’è in commercio almeno che non me lo autoproduca.

Ogni minuto nel mondo viene immesso nei mari l’equivalente di un camion pieno di rifiuti di plastica. Chi produce plastica monouso deve assumersi la responsabilità. Non pensa che le aziende dovrebbero investire in campagne di sensibilizzazione del consumatore affinché impari a riutilizzare ma anche a differenziare correttamente al fine di favorire il riciclo? E che dovrebbero evitare di servirsi di materiali misti nella scelta dei loro imballaggi? Queste possono essere soluzioni ma è anche poco realistico pensare di poter arginare una grave crisi solo con azioni di sensibilizzazione. Basti pensare alla campagna contro il tabacco… Diciamo che certe aziende non possono continuare a fare finta di niente. Una multinazionale del beverage può arrivare a produrre 120 miliardi di bottiglie di plastica all’anno… L’utilizzatore finale deve essere messo di fronte alla possibilità di poter scegliere quale prodotto acquistare per non arrecare danno al pianeta, non può essere sempre demonizzato. Noi sappiamo che dagli anni Cinquanta a oggi solo il 9% della plastica immessa sul mercato è stata correttamente riciclata. E a oggi ancora non tutti i prodotti in plastica sono riciclabili. Questo è il motivo per cui noi insistiamo tanto sulla responsabilità delle aziende. Avete rilevato un aumento dell’inquinamento dei mari in questi ultimi anni o la situazione è stabile? Per quanto riguarda il Mediterraneo non disponiamo di parametri di riferimento che ci consentano di valutare un trend. Mentre i dati diffusi periodicamente sulla condizione del Pacifico indicano un accanimento negli anni. D’altra parte la produzione di plastica è destinata a raddoppiare i volumi attuali entro il 2025 per quadruplicarli entro il 2050. Di conseguenza dispersione e scorretta gestione sono destinate ad aumentare. Oggi si ricicla ancora una minima parte di tutta la plastica prodotta e non lo dico io, ma le Nazioni Unite e tutti gli enti autorevoli. Quindi l’unica soluzione è la riduzione della produzione. Tornando al Vortex… che aspetto ha? Il vortex è l’isola che non c’è, costituito principalmente da reti da pesca

abbandonate. Non bisogna immaginare una distesa di bottigliette, piatti e tappi Quali sono i problemi ambientali sulla terra ferma legati alla produzione della plastica? La filiera della plastica non è pulita perché si basa sul petrolio che ha un sistema estrattivo fortemente impattante sull’ambiente con tutto ciò che ne consegue. Le emissioni delle raffinerie. Per quanto riguarda gli imballaggi non abbiamo grossi esempi in questo momento. È un settore poco attenzionato da questo punto di vista. Non siamo d’accordo con i dati forniti da Corepla che rileverebbero un miglioramento per quanto riguarda il riciclo. È vero che l’Italia sembra essere un Paese virtuoso da questo punto di vista. Siamo tra i migliori. Il problema è che i piccoli punti che si guadagnano sul riciclo vengono vanificati dall’aumento della produzione. Inoltre si trovano sempre di più in commercio prodotti poliaccoppiati non riciclabili. Quali i vostri obiettivi? Limitare il numero di plastiche, la presenza in commercio di polimeri differenti, scegliere imballaggi effettivamente riciclabili. Ma su scala planetaria bisogna ragionare. Qualche timido tentativo vediamo che si sta facendo in questo senso. Poi almeno si decidessero a usare un solo tipo di plastica… La bottiglia di plastica è fatta di un materiale che si chiama PET il tappo è in LBPE l’etichetta può essere in carta o polipropilene. In un oggetto di largo uso troviamo già tre tipi di materiali differenti. Intanto ci stiamo battendo in ambito europeo per far sì che il tappo sia attaccato alla bottiglia e sia dello stesso materiale della bottiglia. Questo intanto per favorire il riciclo e per evitare la dispersione dei tappi nell’ambiente. Fare quel che si è fatto per le lattine. Sulle spiagge se ne trovano ancora tanti. di MARTA BOGGIONE


IL CARBON DISCLOSURE PROJECT PER ESSERE SOSTENIBILI Sono oltre 7000 le aziende provenienti da oltre 750 città e 100 Stati che nel mondo ogni anno si sottopongono al cosiddetto CDP (Carbon Disclosure Project) fornendo i propri dati sul relativo impatto ambientale e su rischi opportunità a esso connessi. Il giudizio finale ricompreso tra A e D (F a fronte di dati insufficienti) si basa un metodo di valutazione super partes che analizza l’efficacia e i progressi delle misure prese dai candidati per affrontare programmi di riduzione dell’impatto ambientale attraverso strategie individuali inerenti a specifiche aree di intervento bilanciate tra rischi e opportunità. Un alto punteggio CDP è di solito indicativo di alta consapevolezza ambientale (environmental awarness), di gestione avanzata della sostenibilità (governance advanced sunstainibility), di proattività (leadership) per affrontare il cambiamento climatico. Un numero crescente di investitori e clienti si aspetta sempre più che le aziende rispondano e si adattino al programma CDP secondo cui per rimanere competitivi, le imprese

devono imparare come fare di più con meno e agire in modo collaborativo. Le multinazionali possono guidare il cambiamento più rapidamente dei governi, è nel loro interesse commerciale diretto agire. Oggi CDP conta 800 investitori istituzionali per 100 trillion di dollari in asset. Di seguito i 5 programmi individuali che vengono affrontati congiuntamente:

1.Cambiamento climatico

Riduzione delle emissioni di gas serra delle aziende e ricerca delle opportunità a basso tenore di carbonio, standard condiviso per conto di oltre 800 firmatari tra investitori istituzionali per un patrimonio combinato di 100.000 trilioni di dollari USA. Pari a 31gt è l’ammontare delle emissioni di gas serra prodotte a livello globale ogni anno, cioè quanto 8.139 centrali a carbone. Oggi il mercato globale per beni e servizi a basse emissioni di carbonio è stimato 55,000 miliardi di dollari (metà del PIL della Cina nel 2015) Per questo CDP nel 2011 ha lanciato la Carbon Action iniziative, una campagna

guidata dagli investitori che mostra come le aziende nei portafogli di investimento gestiscono le emissioni di carbonio e l’efficienza energetica. Oggi più di 300 investitori con 25.000 miliardi di dollari in attività in gestione, chiedono alle società che emettono il più alto livello del mondo di intraprendere tre azioni specifiche in risposta ai cambiamenti climatici con l’obbiettivo di: Ridurre le emissioni (anno su anno); Pubblicizzare obiettivi di riduzione delle emissioni; e investimenti ROI positivi in ​​ progetti. Nel 2016, la richiesta di Carbon Action è passata a oltre 1300 tra i più alti emettitori,

2.Acqua

Nel 2014, 573 investitori hanno utilizzato il programma CDP Water, che rappresenta complessivamente 60.000 miliardi di dollari in attività. Il programma motiva le aziende a divulgare e ridurre i loro impatti ambientali utilizzando il potere di investitori e aziende. L’insufficienza dell’approvvigionamento idrico globale disponibile è prevista entro il 2030, secondo l’ONU per una riduzione del pil

globale pari al 6%, laddove meno dell’1,2% di tutta acqua sulla terra è disponibile per uso umano. A questo programma sono incluse per esempio Alphabet, Honda, Nestlé, Samsung, L’Oréal.

3.Programma forestale CDP

Il programma forestale agisce per conto di oltre 525 investitori firmatari che rappresentano oltre 98.000 miliardi di dollari in attività. CDP raccoglie informazioni dalle aziende attraverso l’obiettivo dei quattro prodotti/ commodity agricoli responsabili della maggior parte della deforestazione: legname, olio di palma, bestiame e soia che comunque generano un business globale in export di 135 miliardi di dollari. Il programma forestale di CDP è stato inizialmente istituito dal Global Canopy Program, che rimane uno dei principali finanziatori del programma. Sono ben 1 miliardo le persone che dipendono dalle foreste per il loro sostentamento e il 50% della deforestazione dipende da attività commerciali e agricole umane.

4.Città

CDP Cities fornisce la piattaforma globale per le città per misurare, gestire e divulgare i propri dati ambientali. Più di 635 città stanno misurando e divulgando i dati ambientali su base annuale. Il potenziale e la necessità di questo programma sono enormi poiché presto più della metà della popolazione mondiale vivrà nelle città . CDP Cities offre una piattaforma globale facile da usare basata su un semplice questionario che consente ai governi delle città di divulgare pubblicamente i propri dati sulle emissioni di gas serra. Uno dei più grandi valori del rapporto annuale, pubblicato per la prima volta nel giugno 2011, è quello dei leader cittadini che possono identificare i pari che affrontano rischi e problemi simili con strategie nuove e innovative per ridurre le emissioni di carbonio e mitigare i rischi derivanti dai cambiamenti climatici. Metà della popolazione mondiale vive in città e

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l’80% delle emissioni è in esse prodotto per un consumo pari ai due terzi dell’energia globale prodotta.

5.Catena di fornitura

Dal 2016 accorpato agli altri programmi, fino a tre ani fa includeva circa 90 organizzazioni, (oggi 115) che rappresentano oltre 2.500 miliardi di USD di potere d’acquisto, le quali hanno chiesto ai loro fornitori (oggi 11.500 compagnie) di rivelare informazioni su come si stanno approcciando ai rischi e

alle opportunità per il clima e l’acqua. I dati raccolti hanno comportato un risparmio di oltre 12 miliardi di dollari da attività di Carbon Action Initiative.

SOLUZIONI SOSTENIBILI PER RIUSO E RICICLO

a cura della redazione

Il materiale di Adaptive è sostenibile poiché la struttura resta invariata. A cambiare è la comunicazione in cartotecnica sulla superficie dei display durevoli

Nell’immagine la provocazione del designer Marco Maggioni richiama all’uso dell’ingegno per attivarsi al riuso di beni che sono giunti a fine vita.

PACO Pallet è un mini pallet economico in cartone water proof che a contatto con l’acqua mantiene intatte le sue caratteristiche di rigidità e portata. Realizzato con componenti totalmente ecologici e riciclabili; si propone come sostituto dei mini pallet in legno o plastica al fine di avere un espositore in un unico materiale, il cartone. A fine vita, l’espositore così realizzato, entra direttamente e totalmente nel circuito di riciclo e facilita le attività di smaltimento dei materiali a fine utilizzo da parte dei distributori della GDO. Risparmiando risorse e riducendo le emissioni nocive si integra con le attività e le campagne a sostegno dei temi ecologici delle aziende produttrici e distributrici. PACO pallet è un prodotto che risponde integralmente a quelle che sono le richieste del mercato. Progettato in collaborazione con il Politecnico di Milano è un prodotto della PACO italiana.

NED riciclabile quindi profittevole anche per P&G e Poli.Mi Logistica distributiva, design industriale, produzione, attenzione per l’ambiente e la circolarità dei materiali e dell’economia. Non sono pochi i motivi che hanno indotto l’Alta Scuola Politecnica, unione tra PoliMi e PoliTo e con il patrocinio di Procter&Gamble, a includere il protocollo NED (Never Ending Display) di Eurodisplay Design in Progress tra i 20 progetti di tesi che, dopo accurata selezione, saranno sviluppati dai laureandi in architettura e ingegneria più meritevoli.Il display brevettato modello FlatDisplay® (nelle foto la versione per Sutter), che è stato realizzato secondo il protocollo NeverEndingDisplay, è quindi composto da una struttura in cartotecnica stampata con inchiostri ad acqua, non plastificata, senza l’impiego di colla, chiodi, clip o viti e, grazie ai suoi meccanismi a incastro, può montare alcuni vassoi in polistirolo per alloggiare ‘beni di consumo in genere’ fino a ben 80 chili di portanza. Gli elementi strutturali una volta separati con un semplice gesto possono essere tutti sottoposti alla raccolta differenziata e recuperati per la reintroduzione nei processi produttivi. Sono evidenti le implicazioni di NED in termini di riciclo, risparmio di materie prime e, di conseguenza di energia se si considera che il tempo di utilizzo dei materiali espositivi per le campagne promozionali nel mondo della grande distribuzione organizzata è in media di due settimane: infatti si stimano di decine di milioni di espositori introdotti ogni anno sul canale retail. Il modello FlatDisplay® garantisce al retailer la possibilità di capitalizzare lo smaltimento del display a fine vita, dal momento che le materie prime impiegate sono monomateriali, dunque recuperabili dalle piattaforme di riciclo, le quali sono disposte a un esborso economico per il recupero della materia prima seconda.

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ECO TRADE MKT

Alexandra Palt, Chief Corporate Responsability Officer

IL PROCUREMENT SOSTENIBILE DI L’ORÈAL Dai processi di economia circolare alla riduzione delle plastiche nel packaging e nei materiali di comunicazione, fino alla responsabilità sociale: sono le azioni che hanno garantito a L’Oréal la certificazione ambientale CDP con punteggio Tripla A e che riguarderanno anche i fornitori Green is POSsible

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Lo scorso 31 di gennaio in una conferenza nella sua sede italiana a Milano, L’Oréal ha annunciato la sua presenza nella CDP List (Carbon Disclosure Project): unica compagnia al mondo, tra le oltre 100, ad aver conseguito il massimo punteggio per il terzo anno consecutivo. Per quanto concerne la sostenibilità aziendale, tra gli interventi dei dirigenti e degli ospiti istituzionali come Legambiente, di spicco è apparso lo speech di Alexandra Palt, Chief Corporate Responsability Officer di L’Oréal, la manager specializzata in diritti umani con una carriera trascorsa tra gli altri

posti anche in Amnesty International. L’intervento e la conferenza hanno ruotato attorno al programma Sharing beauty with all (SBWA) avviato nel 2013 per attestare l’impegno di L’Oréal verso la sostenibilità interna ed esterna. Secondo la mission e come da scaletta di questo progetto di lungo periodo, l’obbiettivo al 2020 -ha spiegato Alexandrà Palt- è il raggiungimento di 1 miliardo di clienti. Un punto d’arrivo ambizioso da raggiungere nell’ambito della soddisfazione di un potenziale bacino d’utenza in cui, dopo una ricerca di mercato globale, è emerso che il 65% degli intervistati dichiara di avere il


dovere di acquistare prodotti che siano sicuri per l’ambiente e la società. In questo contesto la sostenibilità l’economia circolare sono già diventate asset primari per la competitività dei decenni a venire e, non solamente per L’Oréal. Attività che riguarderanno: la produzione, l’innovazione, lo sviluppo e l’informazione e la vita delle persone coinvolte in questa operazione di ripensamento di processi industriali e abitudini di consumo. Per tanto rispetto all’anno di riferimento 2005 (anno di entrata in vigore del protocollo Kyoto), la corporate del beauty ha annunciato che, come da programma, nei prossimi due anni verranno raggiunti gli obbiettivi di sostenibilità prefissati. In pratica l’80% dei 6 miliardi di prodotti diffusi da l’Oréal e dai suoi brand sul mercato verranno realizzati riducendo del 60%: le emissioni, il consumo idrico e il quantitativo di rifiuti relativi alla fase di produzione; e del 20% le emissioni di CO2 della fase di trasporto e distribuzione dei prodotti rispetto al 2011. Obbiettivi quelli appena enunciati che sono stati raggiunti in anticipo in riferimento allo stabilimento italiano di L’Oréal a Settimo Torinese. E, sempre entro il prossimo biennio, tutti i fornitori strategici saranno inseriti nel programma sostenibilità che include programmi di autovalutazione dell’impatto ambientale e di accesso alla formazione per la sostenibilità. In questo senso è bene specificare che almeno il 20% delle aziende interessate verrà incluso nel programma di acquisti solidali (Solidarity Soucing). A essere sostenibili saranno altresì gli ingredienti dei prodotti per cui

entro il 2020 si darà accesso al lavoro per 100.000 persone provenienti da comunità disagiate (ora sono 53.000) le quali verranno impiegate su base locale nei luoghi produzione di L’Oréal o nei luoghi in cui vengono reperite le materie prime per la produzione dei cosmetici. Una grande parte del guadagno positivo in carbon foot print sarà ricavato dal packaging in plastica dei prodotti L’Oréal, per esempio dalle confezioni in plastica delle ciprie che stanno subendo riduzioni anche di due terzi nello spessore. Inoltre a breve gran parte delle confezioni conterranno almeno il 25% di plastica riciclata al loro interno anche per andar incontro alle stringenti normative imposte dagli stati. Sulla scorta delle azioni annunciate, ogni referenza avrà una tracciabilità economica ed ecologica in seguito a una valutazione dei criteri di sostenibilità tramite uno score teso a migliorare l’eco concept complessivo della corporate. Un tema che sarà sviluppato attraverso la volontà del consumatore che potrà incidere sulle decisioni della compagnia grazie all’interattività, la quale oggi è possibile in virtù processi di digitalizzazione della customer experience.

dei materiali per punto di vendita classificabili ECO Designed. Ossia nel rispetto di tre regole: ridotto impatto ambientale, uso di materia prima certificata FSC/PEFC, ottimizzazione delle pallettizzazioni, utilizzo di materia prima riciclata per almeno il 30% del peso totale dell’item. In sintesi il progetto GREEN is POSsible è stato articolato in “challenge” annuali: 1) ECO Design, anno 2017; 2) Waste Reduction 2018; 3) 2nd life 2019. L’operazione Dercos Vichy che segue attiene alla fase 2 di questo programma.

L’open cross selling sostenibile di Vichy Dercos La case history che segue è riconducubile al progetto GREEN is POSsible, nato sempre all’interno del programma SBWA del Gruppo L’Oréal. L’obiettivo è cambiare l’approccio allo studio di tutti i materiali espositivi inviati presso i punti vendita (POS) dei retailer. Il target del progetto è arrivare entro il 2020 ad avere il 100%

Tra i Lanci prioritari di Vichy nel 2018 c’era la gamma Dercos Nutrients shampoo e balsamo. “Una serie di prodotti con ingredienti di origine naturale – spiega Damiano Sansalone Senior Capo prodotto Marketing Vichy-

tra cui sono ricompresi anche alcuni superfood. Ingredienti particolarmente di tendenza nel segmento salute che si usano in cucina e che hanno incidenza positiva sulla salute del capello altresì in relazione all’applicazione diretta”. Il riferimento è per esempio ad alga spirulina, crusca di quinoa, aloe vera in essi contenuti. Questa linea Dercos è dunque una gamma da farmacia coerente con il posizionamento eco compatibile della corporate. E, in quanto dotata di spiccata identità naturalistica, è piuttosto normale che anche il supporto di comunicazione dell’assortimento da presentare debba essere coerente con le sue caratteristiche. Per ciò è stato scelto un formato di packaging più ampio (benché meno spesso) cioè da 250cl, perché questa dimensione, maggiorata rispetto allo standard (200cl), è ottimale e funzionale a occupare meno spazi vuoti durante il trasporto: diminuendo l’aria in eccesso, favorendo rapporto tra il packaging di terzo livello (la scatola che contiene le confezioni di shampoo) e, in conclusione, abbassando il numero di viaggi che come è ben noto generano sprechi di carburante e emissioni di CO2. Il minimo ordinabile è di tre referenze, tenendo presente che nella norma i farmacisti ricevono ordinativi con stock e colli multibrand della Divisione Cosmètique Active, sempre per ottimizzare le consegne. Si tratta comunque un’azione in controtendenza rispetto al downsizing

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I ripiani in Betulla arrivano dalla Russia Siberiana, dove si produce in alta qualità. La struttura invece è in legno delle foreste austriache. Tutto il legno è FSC. Per le istruzioni di montaggio è stato utilizzato un supporto blooming paper, un foglio divisibile contenente semi che sbocciano in fiori di campo, per ogni quadratino interrato. La pianta nella foto è finta in quanto quella vera sarebbe stata incompatibile con la spedizione. La struttura non è stata colorata per non inquinare il legno. Il cartello laterale è stampato con inchiostri ad acqua e presenta una tasca di circa 8 cm apposta per ospitare una patch per rilevare in 10 secondi la quantità di sebo presente sul cuoio

che si era rilevato negli ultimi anni in diversi settori dell’industria di marca dove, per contrastare la crisi dei consumi si tendeva a ridurre packaging per abbassare il pricing medio. Il messaggio rivolto al consumatore ha comunque un doppio binario di comunicazione, in primo luogo la naturalità dei prodotti e, in secondo luogo, il basso impatto ambientale attivato per la produzione degli stessi. In questo senso gli stessi packaging provengono da processi in cui vengono utilizzate plastiche riciclate, in questo caso, per costituire confezioni con non meno del 50% di materie prime da riciclo (ossia dimezzamento dell’impatto ambientale per ogni singola confezione). Inoltre la plastica non è opacizzata, quindi più grezza, sempre per favorire il risparmio energetico in fase di produzione.

affiancati integratori alimentari a base di superfood che Dercos non ha nel suo portafoglio di prodotti, ma che con esso,

risultano compatibili sia sotto il profilo degli ingredienti sia con l’esigenza del consumatore che potenzialmente può scegliere un trattamento completo in & out per detossinare, rivitalizzare o nutrire il proprio organismo”. L’espositore ha tre ripiani per altrettanti segmenti di prodotto all’interno di una categoria che potrebbe essere definita di “Benessere Olistico”. In sintesi i segmenti sono tre: Detox (purificanti e antiossidanti come le tisane), Energia (energetici e multivitaminici come per esempio Supradin); e infine Nutrimento (prodotti proteici). Si crea in questo modo una convergenza tra alcune referenze accomunando prodotti di marche differenti sotto un unico spazio espositivo incentivato da l’Oréal con la finalità di orientare il consumatore verso un acquisto complementare e coordinato. L’espositore viaggia separato dalla merce, in pratica il farmacista esegue un ordine e in fase di allestimento si decide quali prodotti affiancare alle tre linee Dercos. Ognuno dei tre cassetti è estraibile e grazie a un separatore al suo interno utile a creare la proporzione tra l’assortimento complementare proposto dalla farmacia e quello principale

Cross selling olistico della marca

L’espositore in legno di Dercos (vedi descrizione nella dida) è stato concepito con materiali green per favorire uno spazio natura all’interno di un punto di vendita A questo proposito si potrebbe parlare di cross selling della marca in logica condivisa e su categorie di prodotto non commercializzate direttamente dal promotore. Ossia se è vero che di solito è il retailer a proporre il crosselling avvicinando due prodotti complementari tra loro, questa volta è Vichy che all’interno del suo espositore lascia uno spazio libero ad appannaggio del farmacista che può decidere di riempirlo con prodotti di altre marche, poiché compatibili con Dercos. “Per fare un esempio -dice Sansaloneaccanto a questo shampo possono essere

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LA PERFORMANCE. Il posizionamento è iniziato a Novembre 2018 e oggi il materiale è su oltre 3000 punti di vendita del canale farmacia (3500 entro il prossimo Maggio). Il dispositivo, come l’offerta di prodotto, ambisce anche a chi cerca il beauty e non solamente alla cura persona. In farmacia infatti si fa leva sull’acquisto di impulso a favore del segmento cosmetica. La linea in termini di performance ha totalizzato il 40% di sale through (rapporto fra sell in e sell out), un gran risultato se si considera che ha anche aggiunto quote di mercato allo share senza sottrarne a categorie attigue.

proposto da Vichy. In conclusione si tratta di un progetto che crea dei meccanismi di condivisione tra farmacia e brand. E, specifica Sansalone: “Con la premessa che l’espositore è destinato a una durata permanente. Infatti ognuno degli elementi mobili -cartello crowner e cassetti estraibili- è aggiornabile, magari stagionalmente”. Per momenti promozionali più intensi è stato creato un kit di comunicazione con guida del calendario delle promozioni e flyer sagomati che, come il cartellone, sono costituiti in carta riciclata e riciclabile. Tutti i materiali non permanenti infatti sono in carta Cyclus. E sono contenuti in una scatola 24x16x8 cm per un espositore che in totale misura 180x50x32 cm.

di MARCO OLTRONA VISCONTI


TESTATA RETAIL SOSTENIBILE

FARMACIE FIORENTINE È UNA SOCIETÀ BENEFIT, BCORP E LEED Tra i percorsi che un’impresa italiana può intraprendere per qualificarsi come sostenibile bisogna menzionare la trasformazione in società Benefit, forma di diritto commerciale riconosciuta dal nostro ordinamento (vedi box di approfondimento in questo articolo). Più specifica e verticale in merito all’attività di retailing è senz’altro la qualifica di LEED (Leadership in Energy and Environmental ) che certifica l’impatto ambientale del punto di vendita fornendo delle indicazioni precise attraverso un’apposita guida. Entrambe le vie sono state abbracciate da Afam, la catena di 21 Farmacie Comunali Fiorentine che fanno capo al Gruppo Aboca già da qualche anno con l’insegna Apoteca Natura. La trasformazione in società benefit si è realizzata nel marzo 2018 mentre la certificazione LEED, come spiega la Direttrice Retail Maria Vannuzzi: “Si è realizzata nel 2017 in concomitanza con il refit della farmacia di Ponte a Greve ubicata all’interno del centro commerciale Coop Ponte a Greve e che è il nostro flagship store che rappresenta

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il concept Apoteca Natura”. Tra l’altro a un anno dalla trasformazione in società benefit, nel Marzo 2019 Afam ha conseguito la certificazione di Bcorp per la sostenibilità (primo gruppo di farmacie a ottenerla nel mondo). Un riconoscimento che viene conferito dall’ente terzo statunitense non profit Blab. In merito alla certificazione LEED, non è stato modificato l’involucro esterno del flagship in questione e sono stati riutilizzati i sistemi di generazione esistenti per la climatizzazione estiva e invernale. Fondamentalmente gli interventi impiantistici sono consistiti nell’installazione di nuovi terminaliespositivi interni apoteca farmacia del nuovo layout. Il miglioramento rispetto alla situazione precedente, più che dal punto di vista energetico si rileva sull’impatto ambientale secondo i seguenti interventi: a) riduzione di più del 35% del consumo di acqua rispetto all’edificio di riferimento tramite l’installazione di wc a doppia cacciata con scarichi tarati a 3-4-5 litri e

Maria Vannuzzi - Retail Manager

Primo retailer del farmaco a ottenere la certificazione internazionale per la sostenibilità propone un nuovo concept di farmacia


rubinetterie con riduttori di portata; b) riduzione della potenza per illuminazione di più del 40% rispetto all’edificio di riferimento tramite l’installazione di corpi illuminanti a LED; c) eliminazione del contenuto di mercurio nelle lampade tramite l’installazione di corpi illuminanti a LED; d) utilizzo di attrezzature (monitor, stampanti, pc, tablet, rack, server) certificati Energy Star; e) installazione di contabilizzatori per il monitoraggio costante dei consumi di acqua calda, acqua refrigerata, e acqua fredda sanitaria; f)possibilità di controllare e modificare le temperature e i livelli di illuminazione in tutti gli ambienti tramite termostati e comandi luci. g) uso di materiali riciclati e riciclabili, controllo delle fonti inquinanti (sia in fase di costruzione, sia in quella di utilizzo dell’immobile e dei locali in esso presenti) e dell’impegno di mantenere un ambiente confortevole per chi vi dovrà risiedere.

Materie prime naturali

“Principalmente –Prosegue Maria Vannuzzi- abbiamo scelto di avere il legno e la pietra come elementi naturali, ampie pareti vetrate e anche piante”. A completamento, è stata creata una colonna sonora in esclusiva per la farmacia che richiama i temi della natura in maniera non banale ed è stato sviluppato un logo olfattivo, diffuso in tutta la farmacia “Apoteca

Natura 1498”, fragranza che interpreta in chiave contemporanea le atmosfere olfattive delle botteghe degli speziali fiorentini ed è certificata biologica.. Tutto ciò crea un microclima all’interno dei 280 mq del flagship. Al momento i punti di vendita che hanno recepito questo concept sono 4 di cui due già realizzati benché con proporzioni differenti date le dimensioni più contenute “Nella fase di progettazione -specifica Maria Vannuzzi- volevamo mantenere l’aspetto scientifico medicale della farmacia ma contemporaneamente non volevamo creare un ambiente rustico green od ospedaliero”. La scelta delle materie prime dunque è ricaduta su legno laccato in verde-acqua e legno grezzo par assicurare un calore strutturale che favorisce l’interazione delle persone con la farmacia. Sempre per favorire la certificazione di sostenibilità i materiali utilizzati erano provenienti da non più di 200km di distanza dalla farmacia.

Posizionamento consapevole

In questo modello distributivo il pay off è “Per una salute consapevole” che si basa su un presupposto scientifico e su un approccio sistemico alla salute, attraverso il consiglio integrato personalizzato con l’utilizzo di leve

diverse quali prevenzione, stili di vita, natura e relazione che hanno come punto in comune la centralità della persona. In questo modello di farmacia la professionalità del farmacista è al centro -anche in termini di layout per consentire una nuova customer experience incentrata sul consiglio e sulla relazione con le persone lasciando spazio all’esplorazione libera e personalizzata guidata dal farmacista, figura di riferimento cui poter chiedere consiglio in corrispondenza delle postazioni centrali. L’attività mette letteralmente il farmacista al centro, tanto è che dal punto di vista del layout questa figura si trova in una posizione centrale presso il cosiddetto Banco del Consiglio che è separato dall’area della prescrizione e dall’area cassa e ritiri per una disintermediazione tra il momento commerciale e il momento della prestazione, dunque a favore del miglior trattamento del paziente-consumatore. Interessante anche il momento della dispensazione che avviene attraverso uno scenografico dispositivo a spirale collegato al magazzino automatizzato della farmacia. Un’ora accessibile senza code anche dal cliente cha ha ordinato l’item in giornate diverse dal ritiro. “Coerentemente con la nostra specializzazione di “salute consapevole”-spiega Maria Vannuzzi-,

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La società Benefit: per un profitto sostenibile

Il disegno di legge sulle Società Benefit è confluito nella legge di stabilità 2016. La disciplina delle Società Benefit è contenuta nella legge n.208 del 28/12/2015 (legge di Stabilità 2016) Art.1, Commi 376-384 ed è entrata in vigore a partire dall’1 Gennaio 2016. Un’innovazione dell’Ordinamento Italiano se si considera che fino al 2016 secondo l’art. 2247 c.c., con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica con la finalità di dividerne gli utili era l’unico scopo societario contemplato dalla legge per le società di cui al libro V, titoli V e VI del Codice Civile (S.r.l., S.p.A., ecc.). Con le Società Benefit viene introdotta una nuova tipologia di società che continua a perseguire lo scopo di lucro ma affianca allo stesso uno o più scopi sociali o di pubblica utilità. A differenza di tutte le organizzazioni non profit, come ONLUS, APS, Imprese Sociali, le società benefit non ricorrono a raccolta di fondi o donazioni esterne per realizzare i propri scopi sociali, perché questi sono inclusi nella attività d’impresa che esse svolgono. Rispetto alla società tradizionale presenta obblighi modificati che impegnano il management e gli azionisti a standard più elevati di scopo, responsabilità e trasparenza. Per quanto concerne lo scopo: le società benefit si impegnano a creare un impatto positivo sulla società e la biosfera, ovvero valore condiviso, oltre a generare profitto. La sostenibilità è parte integrante del business model per creare condizioni favorevoli alla prosperità sociale e ambientale, oggi e nel futuro. In merito alla Responsabilità: le società benefit si impegnano a considerare l’impatto sul tessuto sociale e sull’ambiente al fine di creare valore sostenibile nel lungo periodo per tutti gli stakeholder. Riguardo alla Trasparenza: le società benefit sono tenute a comunicare annualmente e riportare secondo standard di terze parti i risultati conseguiti, i loro progressi e gli impegni futuri verso il raggiungimento obbiettivi di impatto sociale e ambientale, sia verso gli azionisti che verso il grande pubblico. (fonte: www.societàbenefit.net). L’Italia è stata tra i primi Paesi a mutuare il modello dalle Benefit Corporation esistenti negli USA e attualmente in fase di introduzione in numerosi altri Paesi del mondo.

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offriamo servizi di prevenzione per la valutazione del rischio delle principali esigenze di salute (es. rischio cardiovascolare) ed è ben evidente la presenza di servizi di primo e secondo livello quali i test in autodiagnosi (es. emoglobina, emoglobina glicata, glicemia, test di gravidanza, colesterolo, trigliceridi e profilo lipidico) e servizi in telemedicina per l’elettrocardiogramma e l’Holter pressorio, in un’area dedicata e a vista, ma con tende per garantire la privacy richiesta nel momento dell’esame”. E c’è un’area polifunzionale denominata Health Experience già visibile dall’ingresso dove le persone possono dialogare con il farmacista, avere approfondimenti su prodotti e su tematiche di salute attraverso miniconferenze o eventi speciali. Lo spazio è ovviamente adatto anche alla socializzazione ed alla sosta individuale prendendosi tempo per consultare degli IPad su cui è caricata una APP dedicata che permette di approfondire le diverse tematiche di salute partendo dalla fisiopatologia. L’esplorazione del punto vendita è guidata da una segnaletica a soffitto che oltre a raccontare l’are evidenzia gli elementi naturali di arredo accogliendo un sistema di piante sospese e una linea di luce che conferisce ritmo a tutti gli elementi. L’accesso ad ogni area è regolata da un algoritmo elimina code.

Apoteca Natura spa fa capo al gruppo Aboca, (Sansepolcro Ar) che a gennaio 2016 ha rilevato dal gruppo Comifar l’80% del pacchetto azionario di AFAM che gestisce le 21 Farmacie comunali di Firenze: in cifre, 21 punti vendita, 14 studi medici, una sede direzionale con oltre 170 collaboratori. Apoteca Natura è un network di farmacie indipendenti di respiro internazionale: oltre 630 punti vendita in Italia, 280 in Spagna e 40 in Portogallo.

di MARCO OLTRONA VISCONTI


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RETAIL EVOLUTION

LA VIA PLASTIC FREE DI EKOPLAZA

Visita al punto di vendita al 118 di Elendsgracht, 16 minuti a piedi dal centro di Amsterdam

“Ci sono molte alternative alla plastica e ce ne sono molte altre a venire”. È questa in linea di massima la traduzione dall’olandese del cartello che si trova all’ingresso di Ekoplaza ad Amsterdam, l’insegna con 74 punti di vendita in Olanda, soprattutto di formato superette che presenta una gamma grocery e confezionati 100% bio. A metà del 2018, Udea cui fa capo l’insegna, aveva annunciato che avrebbe implementato un reparto completamente Plastic free in ogni punto di vendita (60 mq per pdv). Durante la nostra visita in un paio di punti di vendita ad Amsterdam abbiamo notato che ogni reparto effettivamente presenta diverse confezioni di prodotti Plastic free. Questi sono segnalati sulle

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reglette degli scaffali attraverso il logo che si riscontra anche sulle confezioni, in evidenza, insieme ad altre certificazioni che il prodotto presenta sempre sul retro del pack, soprattutto per richiamare l’attenzione sulle caratteristiche bio. Le stesse peculiarità in alcuni casi sono segnalate sulla cartellonistica da scaffale come nel caso del the. Quello a marchio Piramide è tra i prodotti maggiormente promossi e presenta la scatola in cartone, con la segnalazione che il materiale e il prodotto provengono da foreste gestite responsabilmente. La referenza viene venduta con la dotazione di borse in canapa di Manila e cellulosa, fibre tessili naturali per eccellenza.Cellulosa, acido polilattico e altre fibre vegetali miscelate


sono i materiali che costituiscono sostanzialmente i contenitori plastic free che il retailer Ekoplaza promuove in alternativa alla plastica, dopo diversi anni di sperimentazione. Un mix biodegradabile che può essere tranquillamente compostato nell’organico. Naturalmente anche il vetro è annoverato trale alternative e, certo, tra le fila di alcuni reparti, si schierano ancora non poche confezioni in PET soprattutto nel reparto cosmetica, molte delle quali assicura il personale provengono plastiche riciclate. Arredamento, mensole e scaffali sono rigorosamente in legno e metallo, fatto altresì menzionato nel cartello all’ingresso. Alla cassa i sacchetti come in Italia sono compostabili e come opzione si può richiedere sacchetto a maglie in cotone da un euro e mezzo. Molto interessante è anche la comunicazione dei reparti del fresco 100% bio, come la carne rigorosamente biologica, in quanto priva di antibiotici e caratterizzata da una catena di

distribuzione chiusa e parallela. Biologici e in biodinamica anche i vini e ovviamente i prodotti dell’ortofrutta. Ricordiamo che l’inzitiva Ekoplaza Plastic free è stata lanciata a Febbraio del 2018 attraverso un pop up store denominato Ekoplaza lab chiuso ad aprile 2018. Oggi l’assortimento con confezioni plastic free conta 1370 referenze, tutte ordinabili on line. L’esperimento per ora ha coinvolto alimenti quali cereali, yogurt, cioccolato, carni, salse e ha richiesto, da parte dell’insegna rappresentata dalla cofondatrice Sian Sutherland, un lavoro di anni che rappresenta per ora un esempio al quale si spera molti potrebbero ispirarsi.

di MARCO OLTRONA VISCONTI

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ECO RETAIL

LA MENTALITÀ CIRCOLARE DI... ..UNICOOP FIRENZE

La dismissione dei contenitori in polistirolo dai reparti ittici ha comportato l’eliminazione di 72 tonnellate di EPS dalla raccolta differenziata. 7 i milioni di euro investiti dal retailer in sostenibilità negli ultimi 5 anni

A sx Carlo Calusi e Nicola Fredducci di Unicoop Firenze

Per un mass market retailer il reparto ittico, si sa, è uno dei più complessi da gestire. I generi ittici sono prodotti freschissimi, per tanto necessitano di mantenimento nella catena del freddo, lungo il percorso dal punto di fornitura al punto di vendita, per evitare il deperimento del prodotto (i fatidici 3 giorni). Storicamente per coibentare il pesce fresco che va conservato almeno alla

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temperatura del “ghiaccio in fusione”, si utilizzano cassette di polistirolo in vari formati, per cui un materiale dalle ottime performance di coibentazione e leggerezza. Tuttavia come spiega il Business manager Carni e Pescheria Carlo Calusi lo smaltimento del polistirolo è di grande complessità in quanto in termini di volumi occupa il 70% della raccolta di rifiuti”. Si pensi che Unicoop Firenze fino al 2017

movimentava oltre 800.000 cassette relative a circa 3000 tonnellate di pesce all’anno per una stima di 240 tonnellate di polistirolo che come è noto non veniva recuperato, a causa della contaminazione da residui organici e della persistenza del cattivo odore dopo l’uso. La criticità legata allo smaltimento delle cassette che riguarda l’assistente Energia e Risorse Ambientali Nicola Fredducci è stata risolta seguendo due differenti metodologie. Per quanto concerne il commercio nazionale/regionale, i contenitori sono stati sostituiti con il sistema di CPR System che dota i fornitori ittici di Unicoop Firenze delle cassette in plastica da utilizzare per l’approvvigionamento ittico del retailer. Una volta terminata la funzione le cassette sono destinate alla piattaforma logistica centralizzata del retailer (ce.di). Dal sito in questione CPR le ritira per il lavaggio e la sanificazione dei vuoti, per poi procedere all’invio dei contenitori presso i fornitori ittici per un nuovo riempimento di materia prima alimentare. “Anche se il cambiamento non è stato facile -dice Calusi- da parte dei fornitori non è stata ravvisata alcuna lamentela, anzi abbiamo trasformato una criticità di tenuta del materiale in un miglioramento. Adesso la durata del ghiaccio è aumentata benché la sperimentazione sia avvenuta in una delle estati più calde del secolo”.

A circa un anno di distanza un terzo degli approvvigionamenti vengono gestiti con CPR System per una riduzione di polistirolo pari a 240.000 cassette, corrispondenti a circa 72 tonnellate di materia prima da smaltire. Per quanto riguarda i fornitori esteri, si pensi per esempio al salmone che arriva di Paesi scandinavi. In questo caso la criticità dello smaltimento del polistirolo è stata gestita diversamente . “Un’unica piattaforma di riciclo ritirerà il polistirolo eliminando i nostri esorbitanti costi di trasporto e smaltimento”. Secondo il programma, per Maggio Unicoop Firenze non conferirà più polistirolo alla termovalorizzazione  conclude Fredducci: “Addirittura dimezzando l’impatto generale in discarica o in termovalorizzazione”. L’investimento in sostenibilità Nicola Fredducci. Quali sono secondo lei le problematiche più complesse da risolvere per rendere il supermercato sostenibile? Il supermercato sostenibile è quello che limita al massimo l’impatto che questo ha sull’ambiente, considerando come “impatto sull’ambiente” tutti i fattori, anche meno visibili, che la presenza del supermercato condiziona. Sicuramente, tra questi fattori, un ruolo da protagonista è rivestito


dall’approvvigionamento di energia elettrica e le produzione dei rifiuti. La nostra Cooperativa, con tale finalità, ha investito oltre 7 milioni di euro negli ultimi cinque anni, per efficientare energeticamente gran parte della rete di vendita; ha realizzato, con un investimento di oltre 32 milioni di euro, a oggi 42 impianti fotovoltaici, pari ad una potenza installati di 9,6 MW. Un’altra tematica fondamentale per un supermercato sostenibile è rappresentata dalla mobilità: su questo fronte Unicoop Firenze insieme a EnelX sta installando nei parcheggi di oltre 40 strutture commerciali 120 colonnine di ricarica per autoveicoli elettrici del tipo Pole Station e 18 Fast Recharge. Secondo stime ancora non ufficiali, decine di milioni di display cartotecnici ogni anno vengono introdotti nel circuito grande distribuzione; poi smaltiti nella raccolta indifferenziata dei rifiuti. Separandone i componenti si potrebbero ottenere dei vantaggi economici. Da Unicoop Firenze, come mi

spiegava, invece il procedimento di differenziazione avviene. Potrebbe descriverlo?   Se i display restano di nostra gestione e non del merchandiser, seguono la comune strada per garantire l’avvio al recupero. Dislocati nell’apposita area individuata allo scarico merci, al momento in cui viene deciso di disfarsene, vengono conferiti nell’attrezzatura dedicata alla gestione di quel rifiuto: se il display è in cartone, ad esempio, viene allocato presso l’attrezzatura dedicata all’avvio a recupero del cartone. Nella quasi totalità dei casi, vengono gestiti come rifiuto ingombrante, essendo composti da più materiali, per poi essere scomposti e differenziati dalla società abilitata al recupero. Senza dubbio pensare a dei display di facile scomposizione in singoli componenti favorisce l’attività di recupero e ne incrementa l’economicità, cosa che al momento è piuttosto esigua, se si considera che in tale attività al momento incidono notevolmente il trasporto e la conseguente lavorazione a carico della

società di recupero. Facilitare la scomposizione fa quindi diminuire i costi a carico di chi esegue tale attività, ovvero la società di recupero, incrementandone il margine e favorendo pertanto una logica di economica circolare. Quali le procedure di Unicoop Firenze  in tema di rifiuti? Uno dei nostri obiettivi principali è massimizzare la raccolta differenziata e attuare corrette procedure per il della normativa ambientale. Gli interventi attuati nel corso degli ultimi anni ci hanno permesso di raggiungere percentuali pari a circa l’80% di differenziazione per avvio a recupero. I materiali recuperati sono principalmente carta e cartone, plastica, legno, scarti organici, rifiuti ingombranti, olio alimentare, sottoprodotti di origine animale. I risultati sono stati raggiunti grazie a un’attenta progettazione degli scarichi merci, a un utilizzo mirato di attrezzature destinate al conferimento e soprattutto grazie alla formazione effettuata anche in collaborazione con le aziende Municipalizzate. Massimizzare la raccolta differenziata vuole dire soprattutto ridurre il conferimento di rifiuti che vanno in discarica o a termovalorizzazione e, per i rifiuti da imballaggi, conferendo ad appositi impianti di recupero, vuol dire riportare tali imballi a nuova vita, in una logica di processo propria dell’economia circolare.    Per quanto riguarda la raccolta del “film per imballaggio” Unicoop Firenze è stata tra le prime aziende a creare un meccanismo di economia circolare virtuoso. Quali i risultati derivanti da questo processo? Già dal 2012 siamo intervenuti creando un meccanismo di valorizzazione dei rifiuti di imballaggio soprattutto per quanto riguarda il film plastico, e gli imballaggi in cartone, materiali che, con l’avvio a recupero, possono essere rigenerati e tornare ad essere nuovi imballaggi. In questo modo abbiamo innescato un meccanismo che incentiva il recupero ed evita i conferimenti in discarica con notevoli vantaggi ambientali. Il 2018 purtroppo non è stato un anno felice per la plastica, anno in cui le vicende legate all’economia cinese hanno causato ripercussioni importanti con eccessivi surplus di materiale, cosa che ha fatto abbassare notevolmente il prezzo di mercato e l’economicità stessa della filiera di recupero. Da qui l’importanza di creare linee guida che vadano oltre le variabilità di mercato, che non tengono conto degli indiscussi, ma spesso non quantificabili, vantaggi ambientali.

di BARNABA BARATTIERI


ECO REAL ESTATE

KLÈPIERRE RACCONTA IL CENTRO COMMERCIALE SOSTENIBILE “Da tre anni misuriamo costantemente il flusso di rifiuti indicando anche riciclo e smaltimento per ogni Centro Commerciale italiano di proprietà o in gestione. Le risultanze di questa analisi entrano nel bilancio della corporate, che avendo sede in Francia ha l’obbligo di esibire il dato per legge”. A spiegarlo è Valerio Ridolfi, Technical manager, Responsabile Act for Good Italia, programma di CSR adottato come policy da Klépierre, società transalpina di retail real estate. In Italia il suddetto obbligo vige solamente per le società di risparmio gestito (le SGR) dove si trattano patrimoni di terzi e non strutture. Per comprendere l’iter di gestione dei rifiuti di una struttura, prendiamo come esempio il Centro Commerciale Campania di Marcianise (CE). “In veste di proprietà -continua Ridolfi- facciamo da collettore per quanto riguarda la gestione dei rifiuti rapportandoci con la municipalità, per conto delle 180 realtà commerciali diverse presenti nel Centro; le quali svolgono la loro attività di retail dalla ristorazione all’abbigliamento, ai servizi”. Dove il rapporto con la municipalità non è possibile ossia per i limiti di gestibilità di quantità di rifiuti che superano le 2.300 tonnellate di rifiuti

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all’anno, il trattamento viene gestito con la collaborazione di piattaforme di riciclo private, al di fuori del circuito consortile del CONAI, “Gestendo più centri -continua- ci rendiamo conto che i comuni italiani non hanno standard di raccolta condivisi”. Un problema che riguarda l’intera filiera del retail e che andrebbe portato sul tavolo della politica per migliorare l’efficienza della raccolta differenziata. Attività che come è noto ha evidenti risvolti economici, sociali e sanitari: “Si pensi –continua- che non tutti i comuni al Sabato e alla Domenica sono attivi nella raccolta dei rifiuti, una criticità che ci troviamo a dover gestire proprio quando un Centro Commerciale registra i suoi picchi di affluenza” Come da normativa, ogni negozio del Centro si fa carico della tassa dei rifiuti in base alla superficie. Invece la proprietà del Centro Commerciale è responsabile della tassa dei rifiuti per le parti condivise (galleria, mall eccetera). Questo tributo non riguarda solamente i parcheggi privati del Centro,

ma anche i parcheggi promiscui aperti al pubblico che non servono solamente agli avventori del Centro. Come è noto la tassa dei rifiuti è composta di due parti, una detraibile (al massimo del 50% e in media è del 30%) e una non soggetta a detrazione che tuttavia riguarda anche i parcheggi promiscui, di cui in parte si dovrebbe occupare la municipalità. Infine, conclude Ridolfi: “All’estero, sotto il profilo della differenziazione del rifiuto, alcuni Paesi arrivano a gestire fino a 25 tipologie, mentre in Italia abbiamo solamente 6 categorie. Un punto su cui bisognerebbe destare attenzione per migliorare l’efficienza della differenziata”.

I Centri Commerciali Certificati

Al di la della gestione dei rifiuti, Anselmo Benazzo, Country Technical Director ha spiegato che dal 2016 la policy interna Klépierre impone a tutte le nuove costruzioni o alle ristrutturazioni importanti la certificazione BREEAM -Building Research Establishment Environmental Assessment Method.

Una certificazione ambientale che segue un protocollo di Circle Life Assessment (economia circolare applicata) adottato in 81 Paesi con oltre 2 milioni di edifici registrati. Certificazione per nuovo edificio che in Italia per il momento è ad appannaggio del Centro Commerciale Nave de Vero recentemente costruito a Marghera. Per la gestione vengono adottati sia i protocolli Breeam in Use sia l’ISO 14001:2015.

L’orto sostenibile del Centro

Tra i centri commerciali più virtuosi di Klépierre e del nostro Paese, il Campania di Marcianise (CE) vanta un tasso di differenziazione dei rifiuti pari al 90% già dal 2011. Ma non è tutto, infatti sempre otto anni fa la proprietà del Centro in collaborazione con Slow Food, l’Università di Agronomia Federico II, ha realizzato un orto didattico di 600 mq che viene concimato con il compost, puro al 97%, proveniente dalla frazione organica dei 25 ristoranti situati nella food court del complesso Commerciale. Come appena accennato questo spazio green costituisce un luogo di formazione

specializzato nelle pratiche agricole di economia circolare dedicato ai bambini. A oggi sono più di 10.000 gli studenti di 30 istituti che hanno partecipato alle sessioni formative. La frazione organica del Centro viene conferita al CEA (Consorzio Energie Alternative S.p.A.) nel Comune di Caivano, impianto per la produzione di energia elettrica da biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica di rifiuti organici, che si trova a soli 1,2 km dalla location. Vista la vicinanza dei due complessi, è in corso uno studio di fattibilità per impiegare l’energia termica prodotta dal CEA per ridurre l’impatto e i consumi energetici del centro commerciale.

di BARNABA BARATTIERI

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RETAIL AUTOMATICO

IL “COFFEE TIME” SOSTENIBILE Il canali vending e OCS (Office Coffee System) sono tra i settori più interessati alla direttiva UE in via di ratifica, che dal 2021 metterà al bando i prodotti in plastica monouso. Con Coffee Time Gruppo Argenta mette a disposizione dei suoi clienti una postazione eco compatibile a tutti gli effetti, anche con la nuova normativa. 24italia Display èMagazine

Per questioni di impatto ambientale a partire dal 2021 saranno vietati posate, bastoncini cotonati, cannucce e bastoncini per palloncini, mescolatori per bevande che costituiscono il 49% dei rifiuti marini. E tutti gli articoli monouso in plastica oxodegradabile e i contenitori con o senza coperchio (tazze, vaschette con relative chiusure) in polistirene espanso (EPS) per consumo immediato (fast-food) o asporto (take-away) di alimenti. Entro il 2025 tutti i prodotti in PET come le bottiglie per l’acqua minerale in plastica dovranno contenere almeno il 25% di plastica riciclata con obbiettivi ancora più stringenti negli anni successivi. È quanto si evince dal testo approvato dal Parlamento Europeo il 18 gennaio scorso. Dopo l’approvazione formale di Parlamento e Consiglio la nuova direttiva verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale UE e gli Stati membri avranno tempo due anni per recepirla.

Il settore vending e il segmento OCS (Office Coffee System) sono tra i più interessati a trovare soluzioni alternative alle attuali in cui si è molto diffuso l’impiego di accessori monouso che alla fine del prossimo biennio saranno vietate. In questo contesto l’intervista con Giada Cardamone Marketing manager di Gruppo Argenta, l’operatore che di recente ha lanciato Coffee Time il corner per la pausa “green” che utilizza caffè in grani macinato all’istante e accessori in materiali riciclabili. La postazione non utilizza plastica, ma: caffè certificati in grani dei più prestigiosi brand italiani, accessori realizzati in materiali ecofriendly, bicchieri di carta riciclabile e palette in legno compostabile. Ma non solo, infatti tutto il sistema di erogazione ha caratteristiche compatibili con un impatto ambientale sostenibile. Tutto ovviamente completamente personalizzabile e configurabile secondo le specifiche richieste del cliente che può scegliere, in conformità con la sua brand identity grazie al design look and feel del corner. Quali i motivi per cui è definibile postazione sostenibile? La pausa diventa green con “Coffee Time”perchè i fondi di caffè prodotti dalla macchinetta sono raccolti e trasportati in centrali di Biogas. Dalla fermentazione dei prodotti inseriti nel digestore, si origina Biogas che viene poi convogliato in un cogeneratore termoelettrico, il quale lo trasforma


in energia elettrica e calore. Il residuo solido e liquido della fermentazione detto “Digestato” viene utilizzato per impieghi agronomici in quanto ricco di sostanze organiche e azoto. In questo modo abbiamo il ciclo di vita del chicco di caffè effettivamente concluso. Questo progetto prevede un grande impegno da parte di Argenta per il recupero e la conservazione dei fondi di caffè, trasformando un sottoprodotto organico voluminoso in fonte di energia pulita. Non solo, l’utilizzo di caffè in grani macinato all’istante risponde ad una volontà green ben precisa: ridurre l’utilizzo di materiali inquinanti e non riciclabili. Il Corner prevede infine un apposito contenitore per la raccolta dei rifiuti riciclabili. Quando è iniziato il posizionamento? Le prime installazioni sono state effettuate nel 2018 e hanno ottenuto sin da subito consensi favorevoli dagli utilizzatori. Il servizio si inserisce infatti in un contesto socio-culturale dove l’attenzione alla sostenibilità diventa sempre più grande. Quante postazioni sono state posizionate? Al momento sono attive 12 postazioni in uffici con sede a Milano. Tra questi, sono presenti grandi nomi dei settori fashion, sport, IT. Si tratta di aziende che, oltre ad essere attente al benessere dei propri dipendenti desiderano che questi trascorrano la pausa gustando prodotti di elevata qualità in un’area break gradevole. Sono molto attente all’ambiente e prediligono tecnologie e servizi a basso impatto ambientale per i propri uffici. Il progetto di crescita è ambizioso ma in linea con i trend di consumo ecosostenibili. Quali i canali di interesse per questa iniziativa? Le postazioni Coffee Time sono la soluzione ideale per aziende che contano più di 15 persone nella stessa sede. Capacità di somministrazione? Il servizio è garantito in tutti i giorni lavorativi per caffè e latte fresco, da 50 consumazioni al giorno in su. Le brioches e la frutta su richiesta, come servizio opzionale, sono assortite quotidianamente secondo preferenza dell’azienda cliente.

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2012

IDEAZIONE CONCEPT NEVER ENDING DISPLAY

2014/2015/2016

CONFERENZE PER LA DIVULGAZIONE DEL N.E.D.

HEINEKEN ADERISCE AL PROGETTO N.E.D.

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2013

EURODISPLAY SI ISCRIVE AL PLEF

2018

N.E.D. CON

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2015

ALTA SCUOLA POLITECNICA POLITECNICO DI MILANO | POLITECNICO DI TORINO

Il nostro impegno no-profit nella costruzione delle condizioni di un mondo dei materiali P.O.P. veramente ecosostenibile sta dando i primi frutti. Nonostante i numerosi muri di gomma rappresentati prevalentemente dalla mancanza di cultura e di sensibilità, possiamo raccontare con orgoglio che l’obiettivo ZERO WASTE del nostro NEVER ENDING DISPLAY si sta avvicinando. Non è importante essere i primi o i secondi ad aderire alla nostra visione, ma è importante aderire. Aderire vuol dire avere la coscienza a posto e poter testimoniare che i risultati sono alla nostra portata. I principi del NEVER ENDING DISPLAY sono semplicissimi: 1) Produrre materiali P.O.P. utilizzando materiali riciclabili (p.es non plastificando il cartone); 2) Condividere con le insegne la riciclabilità dei materiali POP così realizzati; 3) Recuperare dai pdv il 100% dei display esausti; 4) Condividere i benefit economici ed ambientali tra tutti gli stake-holder. Per rendere ancora più credibile questa nostra missione, e grazie alla piena adesione di P&G Italia, l’Alta Scuola Politecnica, attraverso un team dei suoi migliori studenti, potrà approfondire tutti gli aspetti di tale progetto, dal bilancio energetico alla misurazione dello stato dell’arte, dallo studio della supply-chain in chiave di ingegneria gestionale fino alla realizzazione di progetti di design ecocompatibili. MORE THAN YOU EXPECT


RETAIL AUTOMATICO

IL MERCATO EUROPEO DELLE MATERIE PLASTICHE Intervista con Massimo Covezzi Presidente di Plastics EuropeFederchimica Italia, l’associazione confindustriale che rappresenta i produttori di materie plastiche Plastic converter demand main market sectors Distribution of European (EU28+NO/CH) plastic converter demand by segment in 2017. Source: PlasticsEurope Market Research Group (PEMRG) and Conversio Market & Strategy GmbH

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Quali le azioni che PlastisEurope sta intraprendendo per promuovere processi di economia circolare? Le azioni promosse da PlasticsEurope nell’ottica di un’economia sempre piĂš circolare sono diverse, racchiuse nella strategia “Plastics 2030 – PlasticsEurope’s Voluntary Commitmentâ€? presentata nel 2018 che, prevede, in particolare, di incrementare il riuso e il riciclo delle materie plastiche con l’ambizione di raggiungere il 60% per gli imballaggi in plastica entro il 2030 e il 100% entro il 2040. Per far questo PlasticsEurope sta incrementando la propria collaborazione con i diversi attori della filiera della plastica e con le AutoritĂ pubbliche per fornire soluzioni sempre piĂš sostenibili. Sono giĂ  state avviate piattaforme europee per accelerare l’innovazione verso un riciclo meccanico e chimico piĂš efficiente. Plastics 2030 conferma inoltre l’impegno nel prevenire la dispersione delle materie plastiche nell’ambiente, in particolare promuovendo iniziative e progetti finalizzati ad accrescere la consapevolezza di comportamenti sostenibili da parte dei consumatori negli Stati Membri. L’associazione potenzierĂ  l’Operation Clean SweepÂŽ, il programma per prevenire la dispersione dei granuli di plastica, coinvolgendo tutta la filiera della produzione, inclusi i trasporti e la logistica. La plastica, con le sue proprietĂ , può contribuire piĂš di ogni altro materiale al raggiungimento degli obiettivi dell’economia circolare. Uno studio, realizzato dalla SocietĂ  Denkstatt, ha dimostrato che la sostituzione degli imballaggi in plastica comporterebbe un aumento del peso degli imballaggi di quasi 4 volte e un aumento del traffico di trasporto merci su strada di circa il 50%.

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Dai dati statistici ricavati da Plastics Europe è possibile stabilire rispetto alla produzione europea (e magari italiana) quanto della plastica prodotta è destinata agli imballaggi? Nel 2017, il 39,7% di tutta la plastica consumata in Europa è destinato al settore degli imballaggi (“Plastics the Facts – 2018”) In riferimento agli imballaggi, quali sono le plastiche più utilizzate per tipologie di polimero? Il polimero più utilizzato per la produzione degli imballaggi è il Polietilene, seguito da Polipropilene e dal PET. ( “Plastics the Facts – 2018”) Il consumatore si aspetta che l’imballaggio protegga il contenuto e ne mantenga la sua integrità. Questo è quello che gli imballaggi in plastica fanno meglio: essi proteggono alimenti e farmaci da qualsiasi contaminazione e sono una barriera contro microbi, umidità, radiazioni UV e danni fisici. Prolungano la durata degli alimenti sugli scaffali e garantiscono che medicine e apparecchiature mediche restino sterili. Gli imballaggi in plastica garantiscono la facilità d’uso per chiunque, dai bambini agli anziani, e consentono una chiara identificazione del contenuto. Sono facili da aprire, usare e sigillare. Una bottiglia in plastica, ad esempio, è infrangibile e questa la rende sicura e maneggevole anche nel movimento. Gli imballaggi in plastica possono già triplicare la vita sugli scaffali degli alimenti imballati grazie alle loro uniche proprietà che permettono soluzioni in atmosfera modificata con sistemi di controllo dell’umidità e agenti antimicrobici. In un prossimo futuro, sono previsti innovazioni come l’identificazione a radio frequenza (RFDI) che allerterebbero sui cambi di temperatura e i livelli di umidità che potrebbero comportare rischi per l’integrità del prodotto. Sostanze assorbenti e in grado di emettere sostanze gassose naturali potranno ulteriormente prolungare la conservazione degli alimenti. Bio sensori per il rilevamento di batteri e virus salvaguarderanno la qualità e l’igiene degli alimenti riducendo ulteriormente il “food waste”. Negli ultimi 20 anni, si è ottenuta una riduzione importante del peso degli imballaggi in plastica, senza rinunciare alla loro resistenza. Negli ultimi anni si parla di biopolimeri in maniera frequente e molto positiva. A quanto ammonta la quantità di biopolimeri impiegati rispetto ai polimeri di generazione antecedente? La quantità complessiva di biopolimeri impiegati a livello mondiale ammonta a circa 2 milioni di tonnellate contro i 348 milioni di tonnellate dei polimeri tradizionali. Quali i sono biopolimeri più utilizzati attualmente? Starch Blend e PLA. Il PLA è un materiale molto versatile che presenta eccellenti proprietà barriera.

I PHA sono un’importante famiglia di polimeri in crescita da qualche tempo, ora presenti nel mercato su scala commerciale, con capacità produttive stimate a triplicare nei prossimi cinque anni. Questi poliesteri bio-based e biodegradabili, presentano una vasta gamma di proprietà fisiche e meccaniche a seconda della loro composizione chimica. La plastica bio-based, non biodegradabile, comprese le soluzioni in PE (polietilene) e il PET (polietilene tereftalato), nonché le PA (poliammidi), rappresentano attualmente circa il 56% (1,2 milioni di tonnellate) delle capacità di produzione mondiale di bioplastiche. Cosa sono il Life Cycle Thinking e gli eco-profile? Sono entrambi dei metodi di valutazione di un prodotto che prendono in esame

diversi criteri di analisi e la circolarità del prodotto stesso. Bisogna sempre considerare l’intero ciclo di vita di un prodotto così da avere una visione di insieme. Pensiamo ad esempio all’isolamento degli edifici. Per produrre le varie componenti occorrono energia e risorse. L’isolamento dell’edifico però, durante vita utile dell’edificio, consente di risparmiare 250 volte l’energia necessaria per produrlo. Ecco perché l’efficienza delle risorse può essere valutata solo con riferimento all’intero ciclo di vita di un prodotto. La produzione di qualsiasi materiale comporta un consumo di risorse ed ha un impatto sull’ambiente. Questo è vero anche per le plastiche che durante la loro fase d’uso consentono un significativo risparmio di risorse: l’imballaggio alimentare ad esempio, prolunga la durata dei cibi contribuendo

a ridurre gli sprechi alimentari; allo stesso modo le componenti in plastica di un’auto ne riducono il peso contribuendo ad una riduzione dei consumi e dell’impatto sull’ambiente. Dopo il loro utilizzo alcuni prodotti in plastica possono essere riutilizzati fino al riciclo (Full Life Cycle Thinking). REACH e MOCA sono le normative di riferimento create per tutelare l’ambiente e l’uomo dai possibili impatti dei polimeri o dei processi impiegati per produrli….è possibile avere ulteriori dettagli? Alle materie plastiche si aggiungono sostanze chimiche per dare loro l’aspetto e le caratteristiche grazie alle quali i manufatti plastici rispondono pienamente ai bisogni per cui sono impiegati. In Europa le sostanze chimiche sono

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Capacità produttiva di bioplastiche in Europa (2017)

soggette a una doppia legislazione che ne regola rigorosamente l’uso: la prima, che va sotto il nome di REACH (acronimo di Registration, Evaluation, Authorization of Chemicals), prevede la registrazione di tutte le sostanze prodotte o importate sopra 1 ton/anno (circa 22.000 in Europa). Vi è poi un secondo insieme di norme, di carattere europeo e nazionale, che definisce l’utilizzo delle sostanze chimiche nei vari campi applicativi: imballaggi alimentari, costruzioni, elettrodomestici, medicale, giocattoli etc. Non vi sono campi applicativi nei quali l’impiego di materie plastiche con le sostanze chimiche che esse contengono, non sia soggetto a norme precise e rigorose; vengono in questo modo assicurate, attraverso la prevenzione riconducibile a dati forniti dalla scienza, le migliori garanzie in termine di salute e sicurezza. Della categoria MOCA fanno parte tutti i materiali e gli oggetti che sono destinati ad entrare a contatto con gli alimenti. Sono quindi considerati MOCA, e come tali sottoposti alla normativa vigente, piatti, bicchieri, posate, pentole, bottiglie, carta da incarto, pellicole di plastica, bicchieri e piatti di plastica, coltelli da lavoro, etichette a contatto con gli alimenti, imballaggi e quant’altro. La principale norma a livello comunitario, che detta i requisiti generali che devono possedere i materiali e gli oggetti in questione è il Regolamento (CE) 1935/2004. In questo regolamento si stabilisce che nella loro produzione, come per gli alimenti, bisogna seguire buone pratiche di fabbricazione; inoltre durante il loro utilizzo abituale, o prevedibile, essi non devono in alcun modo trasferire agli alimenti componenti in grado di

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costituire un pericolo per la salute umana, di alterare la composizione dei prodotti alimentari in modo significativo e di comportare la modifica delle caratteristiche organolettiche. In Italia, il decreto che regolamenta i materiali a contatto con gli alimenti è del 1973 anche se viene costantemente aggiornato, mentre è del 2016 un decreto che riporta le sanzioni in caso di inadempienza alla legislazione europea sui MOCA e introduce misure indispensabili per elevare ulteriormente il livello di sicurezza alimentare. Qual è la sua posizione rispetto al futuro della plastica e dell’economia a essa collegata? È assolutamente necessario che gli oggetti in plastica, terminata la loro funzione d’uso, siano adeguatamente gestiti. I rifiuti in plastica costituiscono una preziosa risorsa di materie prime per produrre altri oggetti in plastica o, quando questo non è possibile, per sostituire le fonti fossili per la produzione di energia. Innanzitutto, quindi, sono i singoli cittadini che devono assumersi la responsabilità di non disperdere i rifiuti in plastica nell’ambiente, ma di avviarli, tramite la raccolta differenziata, agli impianti di recupero. Si sta facendo molto a livello istituzionale e di concerto con l’industria, per varare capillari programmi di educazione dei cittadini, in particolare le giovani generazioni, per un loro pieno coinvolgimento nell’attuazione della cosiddetta Economia Circolare. Il fattore chiave per azzerare la dispersione o la messa in discarica dei rifiuti in plastica è la raccolta

differenziata, perché i rifiuti in plastica, una volta raccolti in modo differenziato, vengono riciclati o avviati a recupero energetico. L’Italia si è dotata di un ottimo sistema per la raccolta differenziata dei rifiuti, frutto della cooperazione tra Autorità centrali, locali e industria. Questo sistema ha ridotto a solo il 12% la percentuale degli imballaggi in plastica che finisce non recuperata (dispersa o messa in discarica). Il riciclo meccanico è senz’altro l’opzione preferibile per il fine vita dei manufatti in plastica, ma non deve essere perseguito a tutti i costi. Il bilancio economico, energetico e l’impatto ambientale devono essere considerati per il fine vita di ogni manufatto in plastica. L’attuale riciclo energetico in Italia è ancora poco efficiente, in particolare se paragonato a quello dei Paesi più evoluti del Nord Europa.

Associations for Solutions on Marine Litter”, in collaborazione con i vari stakeholder di riferimento. La Global Declaration promuove attività educative, di ricerca, politiche pubbliche, best practice, attività di riciclo e di riduzione della dispersione dei granuli. A oggi , 75 Associazioni di materie plastiche di 40 Paesi hanno aderito all’iniziativa sviluppando oltre 355 progetti. www.marinelittersolutions.com Le materie plastiche sono indispensabili, contribuendo all’efficienza energetica e delle risorse e migliorando la qualità della nostra vita. Per prevenire il problema del marine litter, i prodotti in plastica devono essere gestiti in modo responsabile nel corso del proprio ciclo di vita, attraverso l’implementazione di sistemi di gestione dei rifiuti adeguati, un design consapevole del prodotto e un comportamento responsabile del consumatore.

È necessario valutare l’opzione per la messa a punto di tecnologie industriali per impianti di riciclo chimico (pirolisi, ecc.) per decomporre la plastica nelle sue materie prime Come ho detto all’inizio di questa intervista sono diverse le attività in essere da parte dell’industria atte a ridurre la dispersione delle plastiche nell’ambiente. Oltre all’Operation Clean Sweep®, (OCS), il programma internazionale per prevenire la dispersione delle plastiche nell’ambiente marino , l’Industria della plastica conferma il proprio impegno sul tema attraverso altre attività, ad esempio le azioni specifiche previste dalla “Declaration of the Global Plastics

a cura della redazione


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Com’è cambiato il Contributo Ambientale CONAI a partire dal 2018? Per gli imballaggi in plastica è cambiato molto, sta cambiando la filosofia. Facciamo un attimo la storia del contributo ambientale come leva di prevenzione, leva che il sistema possiede per la prevenzione dei rifiuti di imballaggio. All’inizio il contributo ambientale è stato pensato con la logica che si pagava per tonnellate di materiale immesso al consumo. Ovvero si pagava in base al peso degli imballaggi. Ed era già questa una leva di prevenzione. Più leggero era l’imballaggio – quindi meno impiego di materiale e risorse – e meno si pagava di contributo. Le aziende venivano incentivate a ridurre il peso dei loro imballaggi. Se nel 1996 una bottiglia di plastica pesava 28 grammi oggi pesa 10 grammi, a parità di prestazioni. Con la stessa quantità di materiale, oggi si fanno tre bottiglie. La seconda leva di prevenzione è stata, nel corso degli anni, l’introduzione di agevolazioni contributive per alcune tipologie specifiche di imballaggi riutilizzabili, gestiti attraverso circuiti verificabili. Si tratta principalmente di imballaggi utilizzati nel settore dell’industria e del commercio. La diversificazione contributiva rappresenta la terza e più recente leva di prevenzione: nel 2018 è stata introdotta la diversificazione contributiva per gli imballaggi in plastica. In questo caso si vogliono premiare gli imballaggi riciclabili, sulla base di una definizione di

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CONAI, attraverso un Comitato Tecnico Permanente di Valutazione (CTPV), di cui fa parte anche COREPLA. Sono state raccolte informazioni su ciascuna tipologia e si è visto quali tipologie fossero prevalentemente selezionabili e riciclabili. Per le tipologie individuate come selezionabili e riciclabili è stato identificato il circuito di destinazione prevalente e sono state definite le fasce contributive A, B e C. A: tipologie di imballaggi selezionabili e riciclabili che si trovano impiego prevalentemente nel circuito commercio industria e godono di uno sconto sul contributo ambientale. B: tipologie di imballaggi selezionabili e riciclabili destinati principalmente al circuito domestico. Godono anch’essi di riciclabilità legata alla pratica industriale. automatizzati, che riconoscono il tipo uno sconto, anche se inferiore a quelli L’imballaggio deve entrare in un circuito di polimero e il colore. Dalla raccolta di fascia A. C. Tutti gli altri imballaggi, di raccolta e poter essere selezionato in differenziata COREPLA seleziona fino a pagano il contributo pieno. un flusso omogeneo, che viene riciclato 15 flussi diversi, ciascuno dei quali viene Il Consiglio di Amministrazione di CONAI 58 ottenere materiarinnovabile Insight 2018 | Gliaimballaggi circolare per una materia prima |seconda. ceduto riciclatori nell’economia specifici. ha deliberato l’entrata in vigore della Nel caso di molti imballaggi destinati a Gennaio riciclabili indiversificazione flussi omogenei, contributiva che possano essere entrata in vigore. Considerato che nel 2017 a all’industria e al commercio, lalivello raccolta nell’impianto io posso metterealimentati solo agli 2018, dopodelle una fase di test durata impianti aziende riciclatrici; nazionale èQuindi stato riciclato il 43% degli e la selezione -quando è necessaria, materiale dello stesso intipo e qualità… imballaggi in plastica immessi a consumo effettuino la conversione • le aziende riciclatrici sei mesi per consentire alle aziende di spesso gli imballaggi vengono Italia, selezionati Sì, il l’obiettivo riciclatorediha un impianto e decide per raggiungere riciclo del dei rifiuti inclassificare materie prime seconde; i propri imballaggi adeguare i 55% al 2025 la performance ricicloalimentare. complessiva È necessario utilizzino le materie • le aziende trasformatrici già in fase di raccolta- e il riciclo con cosa lodi vuole propri sistemi. È importante sottolineare dovrà aumentare che ogniilanno dell’1% circa. Si prime seconde per realizzare nuovi manufatti. avvengono attraverso circuiti dedicati. flusso sia omogeneo. Chiaramente che la diversificazione contributiva non particolarmente sfidante, Il produttore del rifiuto mettetratta tuttidigliun obiettivo il riciclatore è interessato a una tipologia hadella fattofiliera venire meno esenzioni, per il raggiungimento del quale il Consorzio ha Ciascun anello deve poterleoperare in le imballaggi dello stesso tipo, come film rifiuto solamente se, ache sua volta,condizioni la e le semplificazioni deciso di investiredinella Ricerca & Sviluppo, di agevolazioni sostenibilità (ambientale, tecnica già in utilizzato per avvolgere le merci suiruolo di catalizzatore “materia diprima che ottiene dal ha un nuoviseconda” progetti sui ed economica). Se per alcuni materiali, come le essere. bancali, in un cassone, che viene ritirato un degli mercato e se il processo di di PET quali coinvolgere riciclo tutta la ha filiera imballaggi bottiglie per acqua minerale e bevande, Questo è stato il primo passo nel in plastica di nuove soluzioni di questa filiera è consolidata, per altri materiali ci da un riciclatore e avviato a riciclo senzae di promozione riciclo è economicamente sostenibile. percorso di abbandono del contributo imballaggio possono essere ostacoli tecnici ed economici che bisogno di essere selezionato perché è e tecnologie di selezione e riciclo, unico, nel sensoo ilche si è ragionato al fine di consentire l’ottimizzazione del bilancio ne impediscono la creazione funzionamento e per già omogeneo. Nel caso degli imballaggi Torniamo al contributo… senza entrare nel dettaglio delle tra le esigenze di mercato e quelle di fine vita. quindi fanno tipologia sì che alcune tipologie di imballaggi destinati al circuito domestico, cioè a Siamo partiti dal peso, poi siamo arrivati caratteristiche delasingolo attualmente non vengano avviate riciclo. imballaggio. noi consumatori, la raccolta avviene alle agevolazioni per alcune Affinché un imballaggio possa essere avviato a categorie I flussi di materiali selezionati si dividono in trein una Si stava cambiando il sistema riciclo è necessario si possache creare una filiera, macro-categorie. attraverso la raccolta differenziata di che imballaggi vengono riutilizzati. direzione che sarà obbligatoria per all’interno della quale Corepla è solo uno degli facile riciclabilità (bottiglie in PET, • Materiali dilegge effettuata dai Comuni e successivamente Nel 2018 abbiamo introdotto il criterio ma lo si stava facendo anzitempo attori, alcuni principi e basilari: flaconi di HDPE e film di grandi dimensioni). gestita da COREPLA. La selezione pere siano soddisfatti della selezionabilità della riciclabilità. e lo si vuole modo graduale, per tratta di materiali per ifare qualiinesistono filiere le aziende utilizzatrici di imballaggi considerino polimero, e in alcuni ECONOMIA• CIRCOLARE È stato un processo condiviso, fruttoSi permettereSono alleselezionati aziende disulla adeguarsi, di riciclo consolidate. la riciclabilità tra i requisiti nella progettazione Responsabile Progetti Speciali e eRapporti delloro dialogo con l’industria iniziato anni base di specifiche standardizzate e ceduti alle nella scelta dei imballaggi; permettendo alle aziende di segnalare con le Associazioni per COREPLA, il La soluzione individuata è stata aziende riciclatrici tramite un sistema aste con laprima. collaborazione dei cittadini, • i Comuni, eventuali criticità. Il CTPVdiprende in alle quali possono partecipare i e le effettuino differenziata; Consorzio per il Recupero e il Riciclo deglila raccolta classificare l’insieme degli imballaggitelematiche,considerazione tutte le richieste precedentemente certificati la selezione degli imballaggi • Corepla effettuiche Imballaggi in Plastica. vanno sul mercato per tipologie.riciclatori europei segnalazioni delle aziende, le valuta, casi per tipologia, avviene in impianti Il lavoro è stato portato avanti da e avanza proposte al Consiglio di Immesso al consumo e riciclo degli imballaggi in plastica in Italia dal 1998 al 2017 (migliaia di tonnellate) Fonte: Conai – Corepla.

1.800

1.850

192

227

1998

1999

1.950

1.900

305

2000

1.951

381

450

2001

2002

Immesso al consumo

2.000

2.054

2.100

2.202

2.270

665

2007

535

571

579

603

2003

2004

2005

2006

2.205

2.215

2.271

876

939

987

2015

2016

2017

2.092

2.071

2.075

2.052

2.043

2.082

2.128

686

698

722

729

770

751

791

2008

2009

2010

2011

2012

2013

2014

Avviato a riciclo

Performance di riciclo della filiera degli imballaggi in plastica in Italia dal 1998 al 2017 e obiettivi al 2025 e 2030

55 30 20

25 20

20 20

15 20

10 20

05 20

00 20

19

98

10

,7 12 ,3 16

,1 19

,5 23

,1 26

,8 27 ,8 27 ,6 27 ,4 29 ,3 31 ,1 33 ,4 34 ,9 35 ,1 37

,5 36 ,8 38 ,0 41

,2 42 ,4 43 ,5

50

,0

,0

Fonte: Conai – Corepla.


Amministrazione CONAI, che decide se adottarle o meno. La diversificazione contributiva è una direzione verso cui dovranno andare tutti i Paesi europei. Noi siamo stati pionieri in questo. Infatti l’Italia sembra essere un paese virtuoso per quanto riguarda il riciclo. È un Paese che per questo non ha da prendere lezioni da altri. Poi è chiaro che quando l’azienda deve pagare di più per mettere sul mercato i propri imballaggi non è contenta ma nessuno mette in discussione che la strada sia questa. L’azienda che ha l’imballaggio in fascia C vorrebbe fare di tutto per metterlo in fascia A o B, ed alcune lo stanno facendo, modificando i loro imballaggi. Nel 2019 abbiamo aumentato la differenza economica tra le categorie e siamo entrati più nel dettaglio, partendo dalle bottiglie e dai flaconi. Perché non tutte le bottiglie e i flaconi sono selezionabili e riciclabili. Quelli per esempio con l’etichetta che maschera il contenitore ricoprendolo per intero, nascondendo al lettore il colore ed il tipo di polimero sottostante. Perché noi la selezione la facciamo in maniera automatica, non c’è una persona addetta, quindi il lettore riconosce il materiale che costituisce l’etichetta e non è in grado di individuare il polimero e il colore dell’imballaggio sottostante, selezionandolo nel flusso a cui sarebbe destinato. In questi casi cosa succede? La fascia B è stata suddivisa in B1 e B2. In B1 abbiamo messo bottiglie e flaconi che hanno caratteristiche di selezionabilità e riciclabilità e in B2 gli altri imballaggi selezionabili e riciclabili destinati prevalentemente al circuito domestico. Bottiglie e flaconi con etichetta coprente o di colore nero e bottiglie in PET opache invece vanno in fascia C e pagano il contributo pieno. Gli imballaggi di colore nero non sono selezionabili perché i lettori automatici riconoscono il tipo di polimero utilizzando la spettroscopia nell’infrarosso e gli imballaggi neri assorbono la radiazione infrarossa. Le bottiglie in PET opache invece sono selezionabili, ma al momento non esistono riciclatori interessati a questa tipologia di imballaggio. Nel 2018 abbiamo detto dove volevamo andare, nel 2019 abbiamo fatto una ulteriore segmentazione e il prossimo anno ne faremo altre. L’obbiettivo è quello di premiare sempre di più gli imballaggi selezionabili e riciclabili

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distinguendoli da quelli che sono nella stessa tipologia ma non sono selezionabili e riciclabili. Questi passaggi vengono fatti in maniera molto graduale, perché? Sì vengono fatti in maniera graduale e condivisa per portare le aziende a diventare responsabili e consapevoli. Chi produce imballaggi da fascia C non riciclabili e selezionabili ha due possibilità: cambiare imballaggio per poter rientrare in una fascia agevolata oppure collaborare allo sviluppo di soluzioni di riciclo industriali. Per noi è indifferente: quando si esiste la possibilità di riciclo non c’è ragione di tenere la tipologia di imballaggio in fascia C. Ma se io faccio un imballaggio che non è riciclabile, in che modo posso renderlo riciclabile? Attraverso una analisi del proprio imballaggio e l’individuazione degli ostacoli alla selezione ed al riciclo. Spesso è sufficiente intervenire né riciclabili si introduce una leva economica che incide sulle scelte delle aziende. Anche i consumatori sono diventati più attenti. Questo spinge le aziende ad interrogarsi su quale sia il fine vita dei loro imballaggi e cosa possono fare per migliorarlo

sotto questo aspetto. Non a caso, parallelamente alla diversificazione contributiva, abbiamo pubblicato le linee guida che ho citato prima. Fino a poco tempo fa, a me come ai miei colleghi in COREPLA o in CONAI, capitava di rado di essere contattati da una azienda che voleva migliorare il fine vita dei propri imballaggi. Oggi queste richieste sono all’ordine del giorno e la cosa non può che fare piacere, perché testimonia il desiderio di voler migliorare. Secondo Greenpeace il problema resta la sovrapproduzione. L’Organizzazione suggerisce alle aziende di usare altri materiali. La plastica è ancora molto demonizzata. Negli Stati Uniti è stato pubblicato uno studio che dimostra come sostituire la plastica con altri materiali significherebbe quadruplicare l’impatto ambientale. Dipende da come si vuole affrontare il problema. È più facile dire “basta plastica” che educare le persone a fare un corretto uso della plastica e soprattutto convincerle a non abbandonarla nell’ambiente quando diventa rifiuto. Noi abbiamo fatto e continuiamo a fare campagne di informazione e di educazione, anche mostrando che dal riciclo della plastica si possono produrre nuovi oggetti di uso quotidiano.

È possibile pensare a una tracciabilità dei materiali? È sempre una questione di costobeneficio. Molti oggetti di plastica, in particolare gli imballaggi, sono di uso quotidiano, non si può rendere la vita impossibile alle persone con sistemi di tracciabilità del singolo imballaggio. Soluzioni come la raccolta differenziata permettono di gestire al meglio il fine vita di questi prodotti chiedendo in cambio al consumatore un piccolo gesto, che può facilmente diventare una abitudine. Nel corso degli ultimi 100 anni la plastica ha cambiato la nostra vita, e su questo credo che ci sia poco da obiettare, nessuno sarebbe disposto a rinunciare a cibo sicuro accessibile a costo contenuto e correttamente conservato, diagnostica e cure mediche, strumenti di comunicazione e di socializzazione (pensiamo a internet), mezzi di trasporto, per colpa dei comportamenti scellerati di una minoranza di persone irrispettose dell’ambiente. E ritorno alla questione educazione. di Marta Boggione


to meet the very different needs of thousands of end products.

LE TIPOLOGIE DI PLASTICA The two categories of plastics Thermoplastics

Thermosets

are a family of plastics that can be melted when heated and hardened when cooled. These characteristics, which lend the material its name, are reversible. That is, it can be reheated, reshaped and frozen repeatedly.

are a family of plastics that undergo a chemical change when heated, creating a three dimensional network. After they are heated and formed these plastics cannot BERE MELTEDANDREFORMED

Polyethylene (PE)

Polycarbonate (PC)

Polyurethane (PUR)

Polypropylene (PP)

Poly methyl methacrylate (PMMA)

Unsaturated polyester

Polyvinyl-chloride (PVC)

Thermoplastic elastomers (TPE)

Epoxy resins

Polyethylene Terephthalate (PET)

Polyarylsulfone (PSU)

Melamine resin

Polystyrene (PS)

Fluoropolymers

Vinyl ester

Expanded polystyrene (EPS)

PEEK

Silicone

ABS

POM

Phenol - formaldeyhde

SAN

PBT

Urea - formaldeyhde

Polyamides (PA)

Etc.

Phenolic resins Acrylic resins Etc. 17

Giovanni Boz di Bozsei che tratta circa

2800 tonnellate di rifiuti all’anno. Parlando di carta il 70% proveniente da piccola e grande distribuzione organizzata, il 30% da piccola industria. Per quanto riguarda legno, metallo, plastica tecnica viene recuperato l’80% mentre il 15% viene termo valorizzato in forma di calore il 5% invece viene bruciato in dicarica.

IL PARERE DEL RICICLATORE

Intervista con Giovanni Boz partner della piattaforma di riciclo Bozsei di Tagliamento PN Una ricicleria privata come Bozsei come classifica principalmente il rifiuto? Innanzitutto c’è da dire secondo il S.lgs 152/06 vi è una prioritĂ di gestione secondo la gerachia: a) prevenzione; b) preparazione per il riutilizzo; c) riciclaggio d) recupero di altro tipo e) smaltimento. La scelta dipende dal miglior risultato che si può ottenere a livello sanitario, ambientale, sociale economico eccetera. In gergo il rifiuto si classifica come: bruciato, riqualificato e riciclato. Nella prima definizione finiscono i rifiuti che non rientrano nel processo di nuova immissione nei processi produttivi se non sotto forma di energia datermovalizzatore utile per scaldare acqua da immettere a livello locale. Per quanto riguarda i riqualificato di solito si tratta di manufatti come le bottiglie che, attraverso i consorzi di filiera, vengono restituite pulite alle imprese che li hanno prodotti: si pensi in questo caso alle bottiglie di plastica. I riciclo come è ben noto riporta la “materia prima secondaâ€? a un livello di impiego pressochĂŠ simile a quello della materia prima vergine. Per intenderci fibra celluloisica per la carta e granuli per la plastica. Quanto si recupera e quanto ancora si potrebbe recuperare? Al momento se non a fronte di nuove tecnologie non si può recuperare piĂš di quello che si recupera o si ricicla. Il limite è tecnologico. C’è da dire che la tecnologia chimica immette materiali sempre nuovi che bisogna conoscere per riciclare. Questo procedimento dovrebbe essere velocizzato. Infine ci auspichiamo che termini l’export del rifiuto indifferenziato per comprendere che il rifiuto è un’opportunitĂ . Di positivo c’è da dire che la qualitĂ  della materia prima seconda dopo la differenziazione con gli anni ha una qualitĂ  sempre maggiore. Parlando di rifiuti derivanti dal retail possiamo dire di avere di fronte un sistema virtuoso? La GDO produce soprattutto rifiuti da imballaggio di terzo livello e ha dei parametri tra raccolta pubblica e raccolta privata che dipendono dalle superfici dei negozi In questo senso quando si supera un determinato quantitativo che varia da comune a comune il retailer è costretto a rivolgersi alle riciclerie privatamente. In questo caso non si pagano tasse e si entra in un altro mercato. Ăˆ piĂš o meno come nel segmento del rifiuto l’industriale? Si in questo caso parliamo soprattutto di plastiche tecniche che non attengono al packaging. Quello del riciclo è un mercato in crescita? Certamente. E, lo dico da vent’anni è un indicatore formidabile dell’andamento dei consumi. Per esempio, quando c’è un calo del valore della carta da macero diminuisce significa che le cartiere non hanno ordini perchĂŠ chi produce beni registra una flessione dei consumi. In ogni caso ci tengo a dire che riciclare conviene perchĂŠ maggiore è il costo delle tasse in capo a chi produce rifiuti che non differenzia e che finiscono in discarica. E privatamente i riciclatori riconoscono una fee per i rifiuti in buone condizioni. MOV


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L’IDENTIKIT DELLE BIOPLASTICHE

I film biopolimerici sono adatti per rivestire accessori in cartone senza inquinarne la composizione

LE CERTIFICAZIONI DELLE BIOPLASTICHE

Il direttore AssoBiplastiche Carmine Pagnozzi. 73.000 sono le tonnellate di biopolimeri prodotti del 2017 (dati Plasticonsult), ossia +50% sul quinquennio, per un fatturato di 545 mio euro e occipazione +92%, per 2460 posti di lavoro. Intervista con Carmine Pagnozzi Direttore di AssoBioplastiche. Tra le mission dell’associazione la diffusione della prova tecnica, fondamentale per riconoscere le materie bioplastiche per favorire la condotta virtuosa del riciclo. Cosa si intende per bioplastica? Un concetto ancora poco chiaro sia nel mondo dei consumi sia nel mondo professionale La bioplastica, secondo la sua definizione operativa, per quanto ci riguarda è un polimero provvisto di due caratteristiche ben precise: è biodegradabile e compostabile. Una plastica che a fine vita viene riciclata in impianti di compostaggio che subendo un riciclo organico in quanto scarto poi diventa risorsa sotto forma di compost. Quando un materiale può definirsi biodegradabile a tutti gli effetti? Quando a contatto con elementi naturali subisce una trasformazione scomponendosi in tre elementi fondamentali anidride carbonica, acqua e sali minerali cosi come avviene in natura. Per quanto riguarda le bioplastiche il tempo di questa “azione naturale” non

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è definito ma deve essere ricompreso entro riferimenti contenuti nello standard europeo EN 13432 del 2002 per gli imballaggi. Cosa comporta lo standard? Qualsiasi imballaggio prodotto che supera i test previsti può essere reputato e certificato come biodegradabile e compostabile. Per quanto riguarda le fasi temporali l’indicazione in questione stabilisce che entro 3 mesi l’elemento per essere considerato bioplastica deve disintegrarsi in parti visibili. Nei successivi 6 mesi deve essere convertito in CO2 (biodegradabilità). In questa seconda fase il test prevede che all’interno non siano presenti metalli pesanti e infine mancanza di effetti negativi sul compost.

La bioplastica è ottima per produrre imballaggi per il trasporto


Ci sono biopolimeri che si prestano anche per lo stampaggio a iniezione Questo vale per gli imballaggi, ma se volessimo sottoporre un materiale alla valutazione dei requisiti quale sarebbe il procedimento? La procedura contenuta nella norma UNI EN14995 per le materie plastiche diverse dagli imballaggi che riguarda tutti i manufatti. Anche qui compostabilità e biodegradabilità sono essenziali ed entrambe necessarie per la definizione bioplastica. Il test in definitiva è funzionale all’ingresso dei materiali negli impianti di compostaggio. Come fanno gli operatori, gli addetti alla differenziata e le riciclerie a riconoscere il rifiuto compostabile, imballaggio o manufatto che dir si voglia? I produttori di beni di consumo scrivono che il materiale è conforme ai due standard tecnici EN. In più esistono determinati enti certificatori che hanno la possibilità di indicare il logo del certificatore che lo rilascia all’azienda che lo può apporre come per esempio CIC. Tutto ciò è attestato anche da un simbolino. Laddove ci sono oggetti che finiscono nell’indifferenziata, possono le bioplastiche essere un’alternativa per produrre manufatti e arredi che a fine vita vengono compostati? Nel sistema delle bioplastiche abbiamo come controparte l’impianto di compostaggio nel momento in cui il materiale viene introdotto. A oggi gli impianti di compostaggio possono ricevere solamente i sacchetti dell’umido. Per quanto riguarda altri manufatti se non in rari casi non sono compatibili con gli impianti di compostaggio, anche se alcuni imballaggi sono compostabili. Se invece c’è contatto diretto tra gli imballaggi e gli alimenti, la compostabilità può essere una soluzione. Pensiamo alle vaschette per l’alimentazione, ma ci deve essere economicità. Esistono dei prototipi ancora in via di sviluppo. Diversamente conviene riciclarli anche si se tratta di materie a ciclo rapido. Qual è esattamente il motivo di questa sconvenienza? Le bioplastiche nascono per rapidi cicli di utilizzo. Le strutture come gli arredi in generale sono permanenti e anche se abbiano un impiego limitato nel tempo devono avere delle caratteristiche di durata e di performance diverse

Tra le varie bioplastiche presenti diversi utilizzi presenta Ecovio®, una formula prodotta da Basf che si basa su acido polilattico (PLA) e poliidrossialcanoati (PHA). Numerosi gli impieghi come si può dedurre dalle immagini in queste due pagine. Due diversi gruppi di prodotti ricadono nella categoria descritta con il termine “bioplastiche”: le plastiche “bio-based” e le plastiche “compostabili”. I materiali bio-based sono parzialmente o interamente realizzate a partire da materie prime rinnovabili. A questo gruppo, ad esempio, appartengono l’acido polilattico, i poliidrossialcanoati, gli amidi, la cellulosa, la chitina e la gelatina. Le plastiche bio-based sono biodegradabili, ma non nella totalità. dei casi. Il bio-polietilene, ad esempio, è bio-based ma non biodegradabile, così come le fibre plastiche naturali e i compositi a base di legno e plastica. Le plastiche compostabili possono essere completamente biodegradate dai microrganismi. Particolari batteri rilasciano enzimi che riducono le catene flessibili polimeriche del materiale in piccole parti, che sono successivamente digerite dai batteri insieme ad altri materiali organici, quali ad esempio i rifiuti organici. L’acqua, l’anidride carbonica e la biomassa, invece, non vengono intaccate. I polimeri compostabili possono, ma non devono necessariamente essere prodotti a partire da materie prime rinnovabili. Essi possono infatti anche avere origine fossile. La biodegradabilità. non dipende tanto dalla materia prima, quanto dalla struttura chimica del polimero.

Vaschetta biopolimerica estrusa in foglia e termoformata, alimentare e compostabile da quelle che può assicurare una plastica biodegradabile compostabile che ha come fine vita un impianto di compostaggio, il quale non nasce per riciclare una struttura bensì materiale organico. Ecomicamente una struttura come un arredo è più vantaggioso riciclarla all’interno di sistemi di riciclo che già esistono per carta, plastica, metallo legno. Non ha senso sprecare energia non rinnovabile per produrre una struttura di breve durata. Ormai però il mercato propone manufatti stampati in 3D utilizzando acido polilattico, un materiale compostabile. Non sono dunque già compostabili i manufatti prodotti attraverso questo processo? Secondo la norma, ogni volta che la

materia prima viene trasformata, il manufatto che ne deriva deve essere sottoposto ai test di conformità del regolamento legato alle bioplastiche. È un grande problema perché spesso nell’impianto di compostaggio sono state rinvenute strutture presunte compostabili, solo perché i materiali che le originavano avevano già passato i test. Le posate compostabili per esempio vengono prodotte e accettate nei sistemi chiusi come le mense adatte per gestire questi flussi di rifiuti. Quale secondo lei il futuro delle bioplastiche? Gli sviluppi industriali delle bioplastiche sono dettati dalla domanda. Quando mi si chiede del mercato, il problema è che molti sviluppi sono

protetti da segreto industriale. Il mercato comunque sta consolidando il settore del film flessibile e degli shopper delle pacciamature agricole. Come valuta la posizione dell’Italia rispetto al mercato delle bioplastiche? Quando nel 2023 l’Europa richiederà di raccogliere organico obbligatoriamente saremo pronti.

di MARCO OLTRONA VISCONTI

Il processo di biodegradazione di una Pellicola compostabile in 3 settimane

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BIOLAMINIL, INNOVARE PER L’AMBIENTE Si tratta di uno speciale sandwich con un’anima in polistirene che a differenza di altre plastiche è soggetta a idrodegradazione indotta “Innovare per l’ambiente”, questo lo slogan utilizzato da Isonova per il lancio, nel 2017, del Biolaminil, un materiale nato dalle politiche ecosostenibili dell’azienda, primo supporto con biodegradabilità migliorata nel suo genere. Come tutta la gamma Laminil, Biolaminil è un prodotto sandwich: viene creato dell’unione tra un foglio di polistirene estruso espanso e due fogli di carta, cartoncino o altro materiale, senza uso di colle. Le sue caratteristiche -rigidità e leggerezza- lo rendono un supporto ottimo per la stampa digitale. Questo tipo di prodotto costituisce un’innovazione nel campo delle materie plastiche nell’ottica dell’impatto ambientale: laddove accidentalmente disperso, il Biolaminil si degrada in molecole semplici in un tempo medio di 5 anni, a seconda del tasso di umidità. Basti pensare che la maggioranza dei polimeri tradizionali -il Forex, per esempio- impiegano centinaia se non migliaia di anni. Il Biolaminil subisce un processo di biodegradazione grazie alla presenza

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di un mix di batteri inserito nella matrice del materiale: queste spore si attivano nel momento in cui si trovano le condizioni tipiche di una discarica o in presenza di particolare umidità. Isonova utilizza una “biodegradazione indotta” per lo smaltimento naturale di alcuni materiali polimerici di nuova generazione: un’accelerazione del processo naturale, con un’azione di pulizia attraverso la digestione da parte dei batteri delle sostanze chimiche organiche. I componenti del Biolaminil durante questo processo di “digestione” vanno a disintegrarsi senza il rilascio di cianurati nell’ambiente. Inoltre non producono microframmenti di plastica, diversamente da quanto avviene con altre tecnologie come l’oxodegradazione (che tende a rompere solo parzialmente le macromolecole del polimero) o l’idro-degradazione (in cui una parte del materiale si discioglie se messo in acqua). Il Biolaminil riesce così a rispondere anche a un problema di riciclo dei rifiuti. Succede spesso, difatti, che

BIODEGRADABILITÀ MATERIALI OGGETTI

SUL TERRENO

IN ACQUA

Bottiglie di plastica Torsolo di mela Sigarette con filtro Sigaretta senza filtro Lattina di alluminio Bottiglia di vetro Giornale Scheda telefonica Sacchetto di plastica Cartone del latte Tovagliolo di carta Pallina di polistirolo Legno compensato Pannolino di polistirolo Legno verniciato Lenza da pesca Gomma da masticare Fiammifero Ferma lattine Guanti di cotone Scatola di cartone

1000 anni 6 mesi 2 anni 3 mesi 100 anni 4000 anni 9 mesi 1000 anni 500 anni 1 anno 3 mesi 1000 anni 8 anni 400 anni 40 anni 2000 anni 5 anni 8 mesi 500 anni 15 mesi 18 mesi

450 anni 2 mesi 1 anno 1 mese 20 anni 4000 anni 6 settimane 600 anni 100 anni 3 mesi 2 settimane 150 anni 2 anni 400 anni 13 anni 600 anni 2 anni 3 mesi 450 anni 5 mesi 2 mesi


nonostante l’impiego di materiali plastici potenzialmente riciclabili, le difficoltà logistiche e la mancanza di impianti vanno a determinare una percentuale piuttosto bassa di prodotto poi effettivamente avviato al riciclo. L’azienda ha compreso che, con un approccio più pratico, l’innovazione dei materiali riciclabili deve essere orientata verso prodotti biodegradabili, dissolvibili naturalmente. Biolamini, in quanto materiale plastico composito, va smaltito nei cassonetti nei rifiuti generici. Nel riciclo plastico inquinerebbe il processo, allo stesso modo di carta e organico. La produzione di questo materiale, inoltre, è ecosostenibile poiché sostenuta da con energia rinnovabile autoprodotta: dal 2010 Isonova ha in funzione presso il proprio stabilimento di Volpiano (To) un impianto fotovoltaico da 100 KW che produce annualmente circa 120.000 Kw. Anche la sua lavorazione può considerarsi totalmente “green”: a differenza di altri materiali espansi è fustellabile e può essere tagliato al laser senza rilasciare gas tossici nell’aria come acido cloridrico e diossine. Se stampato con tecnologia di inchiostri a base acqua -come per la stampante AQUA 250 di ENGICO, per esempio-, offre una soluzione finale

completamente ecologica che può andare a sostituire materiali come il PVC e il poliuretano, tossici e inquinanti, ancora molto diffusi nel settore POP per la creazione di display -da banco e da terra-, totem, cartelli vetrina, isole espositive temporanee, gadget, box termiche, prototipi e plastici. Una volta terminato il suo ciclo di vitale, il materiale può essere smaltito in discarica con la garanzia che in periodo di 5 anni al massimo si dissolverà grazie ai batteri contenuti al suo interno.

Infinite applicazioni

Biolaminil è disponibile in pannelli di vario spessore (da 2,5 a 10,5 mm), è stampabile in digitale, serigrafia e stampa a caldo e può essere abbinato con fogli esterni in carta e cartoncino stampati in off-set. Viene accoppiato con carte certificate FSC® le quali garantiscono che il legno utilizzato per la loro produzione provenga da riserve controllate al fine di garantire la rinnovabilità. Se prodotti come il Biolaminil sono pensati più propriamente per il settore pubblicitario, dove i sopporti trovano con difficoltà posto in un discorso di circolarità, l’azienda propone, per altri settori, anche soluzioni sostenibili per prodotti e materiali plastici non riciclabili, destinati all’indifferenziata

in quanto misti/accoppiati (XPS + PET o XPS + carta), ma che possono essere recuperati. Isolambox, per esempio, è un contenitore per imballaggi isotermici che massimizza le proprietà di isolamento termico di Laminil. I contenitori sono utilizzati per realizzare scatole e imballaggi isotermici in molti ambiti, come il trasporto di farmaci e prodotti biomedicali (in particolare per il “trasporto dell’ultimo miglio” a temperatura controllata), cosmetici, alimentari e prodotti freschi per e-commerce, pasticceria e gelateria. Queste box consentono di realizzare packaging personalizzati in termini di dimensione, modello e stampa di loghi e grafiche. Questo prodotto per packaging è composto da Laminil - ovvero XPS (polistirene espanso estruso) prodotto a ciclo continuo, senza l’ausilio di CFC o HCFC. La foglia XPS può essere accoppiata a carta Kraft su uno o entrambi i lati e/o a carta plastificata in PET metallizzato argento/oro su uno o entrambi i lati. Rispetto al cartone è più resistente, durevole, leggero e può subire diversi processi di stampa a seconda delle necessità: serigrafica, off-set (con accoppiatura), digitale UV, a caldo, etc. Inoltre è un tipo di packaging riutilizzabile, caratteristica che consente

una notevole riduzione dei costi. Isolambox - disponibile negli spessori 2-3-4-5 mm- può essere lavorata in qualsiasi formato e dimensione, partendo da un formato massimo del pannello di 1200 mm. I formati delle scatole possono essere scelti su catalogo oppure prodotti su richiesta (modello americano, a cofanetto, automontante), stampate direttamente o accoppiate o neutre, fustellate o tagliate a plotter in base alle quantità necessarie e alle dimensioni. Sempre nell’ottica della sostenibilità ambientale l’azienda da anni ha in corso una collaborazione con alcune scuole della zona. Tutta una parte del Laminil scartato (difettoso e di seconda scelta) viene conservato presso il loro magazzino e messo a disposizione delle scuole (a scopo didattico, non di lucro), che possono ritirarlo per riutilizzarlo come materiale per laboratori artistici e creativi.

di LORENZO PERONI

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LA SOSTENIBILITÀ DEI POLIMERI È MISURABILE, TRASVERSALE ED ECONOMICA

16 criteri economici per misurare il “valore aggiunto” determinato dall’impiego di materie prime sostenibili. Con trasversalità del recupero, sono i paradigmi dell’economia circolare Intervista con Radici group, fornitore che ravvisa un incremento di domanda di polimeri pari al 72% nel 2018 “La maggior parte degli imprenditori guardano alla sostenibilità senza perdere di vista il margine operativo lordo o netto. Con questo criterio di lettura dei bilanci le politiche sostenibili risulteranno sempre antieconomiche. Ma se nel conto economico si cominciasse a considerare il valore aggiunto generato dall’economia circolare, la costruzione del reddito risulterebbe proficua e nel contempo sostenibile”. A fornire la corretta visione dell’economia circolare è Filippo Servalli Marketing e Sustainibility Manager di Radici Group, maggior produttore e riciclatore Europeo di Nylon con il 20% di materia prima recuperata e reintrodotta nel processo produttivo; e cifre simili anche per il poliestere e il polipropilene A questo proposito il manager suggerisce di leggere il bilancio industriale della sua azienda (vedi tabella) in cui sono inclusi ben 16 criteri di valutazione economica della sostenibilità e che, da quando l’impresa a cui appartiene ha adottato guardando all’ambiente, è migliorato in performance. “Tanto per cominciare tutti i materiali del nostro catalogo sono termoplastici dunque riciclabili, diversamente dai polimeri termoindurenti che a fine vita possono essere smaltiti solamente

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nell’inceneritore”. La ricerca aziendale in questi anni si è sviluppata lungo due filoni: il recupero dei materiali al fine vita per la produzione di nuova plastica; e poi nel conferire maggiore durevolezza alle materie prime incluse nell’offerta commerciale. “Si sente spesso parlare di biopolimeri come sostituti di alcuni materiali plastici, però senza rendersi conto che il punto focale di una materia-primasostenibile è la diminuzione di energia necessaria per produrla Per questo siamo contrari alla degradazione dei materiali in fibra”. Insomma non esiste un biopolimero più sostenibile di un materiale riciclabile, per cui le fibre durevoli come il nylon o il poliestere possono essere reimpiegate anche sei volte per nuove produzioni. Un secondo aspetto concerne il procedimento di riciclo, il quale risulta conveniente allorché vi siano grandi quantità di materiali da riciclare: “Rispetto al campo del display forniamo un suggerimento su due livelli: la produzione in eco design, quindi in monomateriale, già in fase di progettazione, in modo che a fine vita il materiale espositivo sia riciclabile. I produttori e i committenti di sistemi espositivi devono guardare al riciclo come un’opportunità, in quanto generano una quantità di ‘materia prima

CRITERI DI SOSTENIBILITÀ


seconda’ economicamente interessante da recuperare. Infine meglio i materiali che costano di più per questioni di qualità della materia prima, ma che non comportano ulteriori sprechi energetici alla fine del loro ciclo di vita”.

La cartina tornasole della sostenibilità

In un audit proposto a titolo di customer satisfaction verso un panel di 700 fornitori in 25 Paesi all’interno del quale Radici group svolge la sua attività commerciale è stato chiesto “Quali sono le leve strategica più importanti nel processo produttivo per garantire un’offerta di qualità?”, tra le risposte più frequenti è stata indicata la sostenibilità nel 72% dei casi: “Dal 2014 al 2016 quando registravamo un passaggio dal 54% al 63% -sottolinea Servalli- è stata un’esigenza sempre in crescita”. Una richiesta che si è subito tradotta in new business poiché all’offerta di Radici che si sviluppa sui tre principali filoni specialty, synthetic e performance è stato aggiunto il poliammide –PA- (da cui derivano per esempio il Nylon, Kevlar o Elastan) e, al di fuori dalle consuetudini, prodotto per il 64% da fonti industriali rinnovabili come l’olio di ricino: “Un materiale –dice Servalli- che oggi può vantare una produzione di ben 12.000 tonnellate

dalla sua introduzione poco più di un anno fa e oggi utile soprattutto per la produzione di smartphone e tablet. Tra l’altro costa il 50% in più rispetto ai prodotti della sua categoria, a riprova del fatto che per la sostenibilità e l’innovazione vi è una maggiore propensione a spendere, ovviamente per ottenere un vantaggio competitivo che diviene sistemico nel medio-lungo periodo”. Non a caso Radici è il maggior riciclatore di Nylon in Europa con il 20% di recuperato reimmesso nel processo produttivo. E tra i più riciclati sono da segnalare il polipropilene e il poliestere: “Adidas, Nike e Patagonia stanno puntando sul recupero di questi materiali per quanto riguarda la produzione abbigliamento. E il poliestere si presterebbe anche per il display“. La trasversalità dell’economia circolare “In generale bisogna muoversi in maniera efficiente nella direzione di una sostenibilità di lungo periodo -prosegue Servalli- in coerenza con quanto richiesto dalle associazioni ambientaliste, ossia attraverso una sostenibilità di processo che tenga conto dei volumi da riciclare”. Come è noto viviamo in una società che ricava l’80% del suo fabbisogno energetico da carbon fossile, ossia da una fonte di energia non rinnovabile, per ciò sarebbe

meglio che i materiali prodotti con spreco di energia venissero reintrodotti nel processo produttivo piuttosto che destinati allo smaltimento dopo un breve ciclo di vita”. “Riciclare, infine, conviene laddove vi siano grandi quantitativi di ‘materia prima seconda’ da recuperare -dice Servalli-. Inoltre in molte filiere si cerca di recuperare rifiuti provenienti dal proprio settore. Un fatto che incide sui costi di trasporto,

quando invece la materia prima seconda dovrebbe seguire un percorso trasversale per essere recuperata su base locale”. di BARNABA BARATTIERI

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RAW MATERIAL

LA SOSTENIBILITÀ DEL METACRILATO Recuperarlo conviene ma bisogna affinare i modelli di circolarità. Tra i materiali plastici più pregiati il PMMA o acrilico è sul mercato con diversi nomi di commerciali come Green Cast e Perspex che Adreani spa distribuisce dagli anni ’40. Nel lighting i progetti più innovativi per il risparmio energetico Secondo modelli economici non coerenti con il concetto di economia circolare, il mercato delle materie prime prevede economie di scala e un forte orientamento alla produzione di materia vergine più che al riciclato. La scienza ci spiega che si tratta di un modello ormai insostenibile in termini di impatto ambientale e risorse. Maurizio Adreani, come si coniuga l’esigenza degli industriali di produrre con le politiche di economia circolare? In riferimento ai metacrilati (PMMA), Il valore dello scarto è determinato da due elementi. In primo luogo dal costo di riconversione, cioè l’entità delle risorse necessarie per ritrasformarlo in materiale plastico, di trasporto e di gestione e separazione, il secondo elemento riguarda il rapporto del metacrilato riciclato rispetto al valore dello stesso materiale in formulazione vergine. Questi elementi determinano quanto materiale viene riciclato in base ad un tradeoff tra costi per rigenerare e smaltire. Il concetto vale grosso modo per tutte le plastiche. È’ certo che già ora più che in futuro, la priorità è la necessità di limitare il consumo di materie prime provenienti da risorse rinnovabili. In questo senso bisognerà puntare sulla durevolezza delle materie prime limitandone gli sprechi, a favore

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di una diminuzione della produzione che, tuttavia dovrà essere di maggiore qualità e soprattutto a maggiore valore aggiunto. A oggi rimane ridotta la capacità di utilizzo degli scarti. Nel mondo dell’acrilico sono pochissime le aziende che in Europa riescono a produrre monomero rigenerato cioè la molecola base ottenuta per distillazione degli scarti di lastre in metacrilato colato. Si tratta infatti di un processo complesso e costoso rispetto alla semplice granulazione e riestrusione tipica dei materiali estrusi. C’è chi teme consistenti perdite di produzione a favore della circolarità. Cosa ne pensa? Lo scarto non soddisferà mai la domanda di acrilico recuperato va da se che si continuerà a produrre. La percentuale di recupero però è nettamente incrementabile. E per le materie prime di nuova produzione bisognerà puntare sulla qualità dei supporti come già stiamo facendo in Adreani spa. Per noi è importante essere presenti in tutti i settori, compreso quelli dei prodotti “usa e getta” ma il nostro focus e i nostri sforzi sono nel mondo dei prodotti durevoli di alta qualità. Per noi è fondamentale aggiungere valore in tutta la filiera, dalla ricerca e selezione


dei migliori semilavorati, al servizio, alla consulenza per la produzione di manufatti destinati a durare nel lungo periodo per progetti sostenibili dove la qualità dei nostri semilavorati sia imprescindibile. Si dice che dal retail tradizionale e dai punti di vendita GDO possano essere recuperate ingenti quantità di materiali plastici… Per quanto riguarda il retail e in particolare la grande distribuzione bisognerà incentivare gli operatori del settore a differenziare il rifiuto. Sarà però necessario uno sforzo congiunto di tutti gli operatori nella filiera per rendere sempre più facile e conveniente questo processo. Sarà anche basilare la presenza del legislatore per stabilire politiche a supporto della circolarità dei materiali all’interno delle filiere. E l’industria di marca come può essere coinvolta? Non bisogna dimenticare che l’immagine di eco compatibilità può favorire una multinazionale a ottenere un’immagine positiva agli occhi sia del consumatore sia dei mercati finanziari, con ricadute favorevoli per le aziende quotate. Quindi paradossalmente quello che noi chiamiamo Green washing può essere una leva a favore della circolarità ricordando che una compagnia difficilmente si muoverà per perseguire scopi filantropici in assenza di tornaconti. Per questo motivo la nuova consapevolezza ecologica del consumatore è importante. Non dobbiamo però cadere nell’errore di demonizzare materiali e/o prodotti soltanto per questioni ideologiche. Spesso, fra l’altro, basate su informazioni sbagliate e senza fondamento scientifico. Oggi ad esempio parlare di plastica è come parlare

del diavolo ma non si dice che grazie a materiali plasitici leggeri aerei, auto, terni e imbarcazioni inquinano infinitamente meno che in passato.

momento di sviluppo e diffusione molto importante. A un designer o a uno specialista può tornare utile sapere che più una lastra acrilica è pura, maggiore sarà la quantità della luce che Produttori e distributori attenti alla verrà trasportata nel caso di utilizzo problematica ambientale parlano spesso come guida ottica. Oppure nel caso di di backselling. Può spiegare esattamente materiali diffusori esistono prodotti di cosa si tratta e se crede anche lei in che richiedono un utilizzo di led pari alla questo modello di business? metà rispetto ai diffusori tradizionali. Ci sono diverse modalità di fare Questo significa ovviamente un “miglior backselling. Quella classica del marketing impatto ambientale”, perché diventa mira a creare bisogni laddove non esistono possibile ottenere la stessa trasmissione e con la finalità di creare un mercato. di luce con una potenza minore, a Nell’industria delle materie prime non favore di consumi ridotti. In questo caso funziona così! Nel nostro settore i forse è vero che un materiale migliore materiali sono molti, di conseguenza gli ha un costo più elevato, ma alla fine uffici tecnici e i designer che fanno capo dei conti il minor impatto energetico a brand e retailer non possono arrivare renderà l’operazione estremamente più a maturare le competenze tipiche di un conveniente. esperto anche in chiave intersettoriale. Benché in Italia la percentuale di riciclo Perciò nel nostro caso il backselling delle plastiche sia piuttosto elevata avviene sotto forma di istruzione e e superiore alla media, in Belgio e in consulenza ed ha più a che fare con altri Paesi la rete di riciclo è molto più l’innovazione e il problem solving. Più che strutturata, soprattutto in riferimento creare un’esigenza, si tratta di risolvere il al recupero nel canale retail. problema al proprio cliente o al cliente del cliente. Faccio un esempio, se il problema Cosa manca in Italia per migliorare è quello di ottenere una determinata ancora? forma utilizzando il metallo, noi possiamo Cerco di dare una risposta tecnica. Se consigliare un materiale plastico che parliamo di un riciclo della plastica quella forma la può garantire a parità di che passa attraverso la granulazione resistenza e spesso con costi inferiori. delle plastiche recuperate per una Pensiamo al caso limite dei carteraggi nuova estrusione, cioè per il recupero delle macchine industriali che una volta di “materia prima seconda” che viene erano in metallo e vetro resina, il primo utilizzata per ottenere nuove lastre, costoso, il secondo ottenuto con processi questa è già presente laddove si ricicla poco amici dell’ambiente. Ora i più recenti lo scarto industriale perché da tempo il sono in materiali plastici o compositi e il management delle imprese ha compreso valore estetico delle macchine industriali che l’utilizzo degli scarti è conveniente. si è accresciuto. Sinceramente ciò che manca riguarda il segmento della chimica industriale, Lei ci ha parlato anche di forme indirette Per quanto riguarda i processi di risparmio nel campo del lighting, Può depolimerizzazione per il recupero spiegarcele? della plastica, pochissimi investono Questo è anche un esempio di backselling. nel recupero chimico del monomero La tecnologia LED sta vivendo un che rende il polimero praticamente

vergine. Purtroppo al momento non si vedono gruppi della chimica industriale intenzionati a investire in questa tecnologia. Mentre gli scarti dello sfrido da lavorazioni industriali sono spesso immessi nuovamente nel processo industriale la segatura viene smaltita anziché riciclata. Non esistono soluzioni al problema? La segatura industriale dell’acrilico al momento non è riciclabile, soprattutto se è mescolata a quella proveniente da altri materiali, ma siamo convinti che quella pura potrebbe esserlo e per questo motivo stiamo lavorando ad un progetto per il recupero virtuoso di questo scarto. Quali i nuovi materiali plastici sui quali scommetterebbe per un futuro all’insegna di economia circolare e sostenibilità? Prodotti ad elevato valore aggiunto con la’’giunta di nanotecnologie. Ad esempio esistono materiali sintetici che assorbono gli inquinanti e stanno avendo grossi sviluppi. E poi molto interessanti in termini di riutilizzo degli scarti sono i materiali compositi che combinano fibra vegetale e resina sintetica. Oppure sempre materiali compositi che combinano una parte sintetica con inerti come il marmo in polvere per ottenere materiali riciclati con prestazioni elevate da utilizzare al posto di quelli ottenibili da fonti non rinnovabili.

di MARCO OLTRONA VISCONTI

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RAW MATERIAL

IL PVC CHE NON TI ASPETTI Assenza di metalli pesanti, riduzione degli scarti all’1% e altissima percentuale di recupero sono le qualità che Palram riesce a conferire al Palboard, il PVC di qualità più elevata reperibile sul mercato È ben noto il fatto che il PVC (acronimo di Cloruro di Polivinile) sia una delle materie plastiche più utilizzate al mondo nei campi più disparati. Forse meno nota è l’ampiezza della gamma qualitativa inerente a quello che potrebbe essere definito il polimero commercialmente più diffuso. Il pregio in questo caso dipende da diversi fattori determinati dall’equilibrio tra performance meccaniche ed estetiche e dalla compatibilità con le politiche ambientali, nell’ambito della sua classe di appartenenza. In questo senso, di altissima qualità risulta essere Palboard, il PVC formulato e prodotto da Palram. In primo luogo in quanto privo di metalli pesanti rispetto a prodotti omologhi, in virtù di un know how che il produttore esercita da oltre mezzo secolo di operatività e ricerca. Benché questo materiale in Italia spesso non venga riciclato per mancanza di convenienza del processo (da qui la maggioranza delle critiche al PVC), Palram riesce a garantire gran parte della sua produzione di Palboard

attraverso un grande impiego di “materia prima seconda” riciclata, tra l’altro, tra l’altro dopo aver ridotto sfridi e scarti ad appena l’1%, una rimanenza che viene impiegata in ulteriori processi termoplastici. In più Palram raccoglie regolarmente anche i tagli della lavorazione di alcuni clienti, per riutilizzarli insieme ad altri riciclati, con la finalità di realizzare altri compound. Un dato generale interessante riguarda la produzione di resina PVC la quale comporta un consumo del 57% di fonti fossili non rinnovabili, poiché si basa sul 43% di cloro, a differenza delle poliolefine (polipropilene [PP], polietilene [PE] e polisubutilene [PIB]), ampiamente utilizzate per la produzione di plastiche e gomme e derivate al 100% dal petrolio greggio. In termini di riuso è altresì positivo sapere che, il cloro non avrebbe alcuno sbocco se non utilizzato nella produzione di PVC essendo un prodotto secondario dell’elettrolisi del sale che produce unicamente sodio per la soda caustica.

Palboard è un eccellente supporto di stampa ed è adatto per la stampa digitale o

tradizionale. Combina la qualità superficiale e le caratteristiche di un pannello rigido in materiale termoplastico con un peso ridotto grazie all’anima del pannello in materiale termoplastico espanso riciclato è ideale per un’ampia varietà di applicazioni di cartellonistica e display.

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PalboardPrestazioni media rigide:

adesione dell’inchiostro senza necessità di rivestimento di pre-trattamento, qualità di stampa , durezza superficiale, bianchezza (non ingiallimento), rigidità

Le tutele in vigore

Sotto la pressione delle normative ambientali, tra cui la normativa europea REACH (regolamento UE adottato per migliorare la protezione della salute dell’uomo e dell’ambiente dai rischi delle sostanze chimiche), e RoHs (direttiva UE intitolata Restriction of Hazardous Substances), i produttori di fogli in PVC hanno dismesso l’uso plastificanti ftalati, le sostanze volatili per eccellenza. Come viene spiegato nella scheda tecnica di Palboard, sempre in relazione al regolamento REACH, tutti gli articoli plastici fabbricati da Palram in condizioni normali non rilasciano alcuna sostanza dalla matrice polimerica. Pertanto, le sostanze contenute nei nostri prodotti sono esenti dall’obbligo di registrazione (articolo 7.1). Ciò significa che nessun composto organico volatile (VOC) viene rilasciato durante la vita del supporto, che lo si stampi o meno. Inoltre, al fine di soddisfare i requisiti del REACH, tutti i prodotti di Palram sono privi di definizioni SVHC (sostanza estremamente problematica).

Gli impieghi del PVC

Come mostrano le case history in queste pagine il pvc di Palboard è molto utilizzato come materiale di comunicazione. I prodotti a base di materiale PVC sono poi in uso da molti anni nelle industrie mediche e alimentari. Ampiamente utilizzato negli imballaggi farmaceutici, dove tre anni di test di sicurezza sono essenziali prima dell’approvazione e dell’uso. Si pensi che secondo uno studio condotto negli Stati Uniti da un’organizzazione indipendente (la NSF - Pubblic Heath Safety Organization) sulla lisciviazione di stagno da tubi in PVC utilizzati per l’acqua potabile mostra che le perdite di micro particelle sono molto basse e diminuiscono molto rapidamente a concentrazioni ben al di sotto dei livelli di sicurezza richiesti per preservare la salute umana. Per questo motivo, nel settore sanitario, molti milioni di set per trasfusione di sangue e plasma sono stati prodotti in film e provette in PVC a causa della sua capacità di preservare la qualità del sangue. Visto il vasto impiego del PVC in applicazioni mediche (ospedali, cliniche, fabbriche farmaceutiche), nell’industria alimentare e in agricoltura, la divisione R & S di Palram sta sviluppando fogli di PVC degradabili.

di BARNABA BARATTIERI

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RAW MATERIAL

Imballaggi protettivi società partecipata dal gruppo B-Pack Holding, che propone il polipropilene in formula alveolare.

IL VALORE DEL POLIPROPILENE CIRCOLANTE

È tra i materiali plastici che si prestano meglio alle logiche di economia circolare. E si può annoverare tra i più adatti come supporto per comunicare o per la produzione di soluzioni espositive. Delle caratteristiche tecniche ce ne parlano i manager di Imballaggi protettivi

“Trasformiamo attraverso i nostri 3 estrusori circa 6.000 tonnellate all’anno di materiale, generando approssimativamente 600 tonnellate tra rifilo, sfrido e scarti. Questi riusciamo a reimmetterli totalmente nel nostro processo produttivo, fatta eccezione di un 2% di scarto fisiologico. Inoltre nella nostra produzione possiamo utilizzare fino al 30% di materia prima riciclata”. A spiegarlo è il General Manager Alessandro Aledi e il riferimento è al polipropilene di Imballaggi Protettivi (IP), azienda lodigiana specializzata nelle lavorazioni di questo polimero molto versatile e, in questo caso, dedicata alla produzione e fornitura di supporti di comunicazione per la grafica e il design espositivo, il packaging e l’automotive interior, a cui fanno riferimento altrettante divisioni industriali interne. “Il Polipropilene è un materiale altamente riciclabile – dice Aledi - che ha una seconda vita ogni qualvolta che noi lo rigranuliamo”. Per la granulazione degli scarti l’azienda può vantare due macchinari, inoltre collabora con aziende specializzate in questa pratica. “Si tratta di società che si occupano di recuperare le nostre lastre utilizzate nella comunicazione visiva una volta che la loro funzione completa il ciclo di vita, per restituire sotto forma di altre materie prime riciclate (ad esempio compound con cariche minerali). Nel 2015 durante Expo alcuni stand

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Nella foto a partire da sx. Alessandro Aledi-Salmir Manoli - Angelo Iozzolino costruiti con il nostro materiale sono stati smantellati, riciclati e reintrodotti nel nostro processo produttivo”. Sebbene non vi sia una regola specifica si tratta di una pratica virtuosa sotto il profilo ambientale e tesa a favorire i processi di economia circolare, infatti ogni qual volta che i supporti recuperati vengono immessi nuovamente nel processo produttivo si

evita il consumo di petrolio necessario per produrre polimeri vergini, con un notevole impatto positivo sulla carbon foot print, sull’ambiente e sull’azienda: “IP Graphics oggi genera l’80% del proprio fatturato all’estero – continua Aledi -, laddove l’attenzione per il rispetto ambientale è ormai un fattore cruciale e trasversale in molti settori di business e quindi anche in quello dei

supporti da stampa. In questa ottica, un supporto completamente riciclabile e monomaterico risulta spesso vincente: IPrinto rimane infatti un materiale completamente riciclabile, persino dopo essere stato stampato. Ci auspichiamo che la regolamentazione comunitaria progredisca ancora inserendo l’obbligo di indicare la destinazione dei supporti nel momento in cui scatta il fine


Graphics Structure

Bubble

!

!

Color

White

Finishing

Matt

or

Smooth

Thickness (mm)

Grammage (g/m2)

Printing

Anti UV Treatment

2,4

2,6

450

600

1 side

Opzional

3,0

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8,4

10,0

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1.200

1.500

2.000

3.000

2 sides

Yes

Bubble

White Skins

Black Core

Matt

o

Smooth

2,4

2,6

3,0

4,5

5,0

450

600

900

1.200

1.600

2 sides

Yes

Composit e

Pannel

White

Smooth

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1.500

1.700

1.800

2 sides

No

Sheet Size: 2,05 x 3,05 m - 1,55 x 3,05 m - 1,22 x 2,44 m

LA TABELLA DEGLI SPESSORI La tabella degli spessori Formati disponibili: 2,05 x 3,05 m - 1,55 x 3,05 m - 1,22 x 2,44 m Formati disponibili: 2,05leggerezza x 3,05 mresistenza - 1,55 all’umidità x 3,05 mresistenza - 1,22 x 2,44 m Caratteristiche meccaniche: Caratteristiche agenti chimici meccaniche: bidirezionale. leggerezza resistenza all’umidità resistenza fustellatura,Lavorazioni fresatura, piegatura, cordonatura, agentiLavorazioni chimicipossibili: bidirezionale. possibili: fustellatura, fresatura, saldatura, taglio laser. piegatura, cordonatura, saldatura, taglio laser.

LE FOTO DEI PERSONAGGI SONO DUE accostale finche non ce ne mandano una con tutte e tre vita funzionale”.

L’aria che migliora le performance

Guardando all’offerta di Imballaggi protettivi, di recente con l’introduzione del nuovo logotipo IPrinto che sostituisce i vecchi marchi PrintoLYTE, Bubble Guard Matt e PrintoFOAM, l’azienda ha identificato l’intero assortimento disponibile sul mercato italiano (tabella). Automotive Interiors, Packaging e Graphics sono i tre principali segmenti in cui trova attualmente riscontro l’offerta, tuttavia in forte crescita risulta l’interazione commerciale della società lodigiana con il mercato del display, dello shop fitting e del contract, canali di business che ora generano giro d’affari soprattutto all’estero. IPrinto per esempio è una lastra hi-tech che coniuga estetica, performance e rispetto per l’ambiente in un unico supporto da stampa. Come spiega il Manager della divisione Graphics Saimir Manoli: “La nostra tecnologia, infatti, trasforma l’aria in componente strutturale, intrappolandola a intervalli regolari negli alveoli di Polipropilene che ne compongono il cuore. Questo “cuore a geometria variabile” si adatta agli spessori desiderati con tre alveoli di diametro differente, per dare il giusto sostegno agli strati esterni, rendendo tutta la struttura planare e robusta. Nell’ultimo periodo poi è stato introdotto IPrintoFOAM, un pannello sandwich con i vantaggi del polipropilene nei layers esterni stampabili, e dell’XPS come parte interna, per conferire leggerezza, compattezza e planarità estreme al contempo. Questa soluzione permette di superare agevolmente i 10mm di spessore, per il taglio e la piega della lastra in tutte le direzioni. Per esempio si può eseguire un taglio a “V” a 45° per operare una piega a 90° per realizzare P.O.S. e altre strutture tridimensionali, che consentono a designer e converter di realizzare

espositori auto-montanti abbattibili che riducono manodopera e costi. Spiega Manoli: “In Italia abbiamo rilevato che la gamma dei supporti rigidi per la grafica vede primeggiare due materiali: il PVC semiespanso (Forex) e il polipropilene cannettato (Polionda). Così come soluzione alternativa abbiamo proposto il nostro IPrinto, un materiale capace di unire in sé i vantaggi di questi due materiali mantenendo caratteristiche assolutamente premium”. In Nord Europa IP ha clienti che hanno scelto la qualità IPrinto per veicolare la comunicazione politica durante le elezioni. Questi converter che desideravano infatti un supporto completamente riciclabile (aspetto obbligatorio), leggero, e con una resa estetica decisamente più attraente rispetto al cannettato; con IPrinto hanno trovato tutto questo in un unico prodotto. L’IPrinto è disponibile anche nella versione PLUS, con l’interno nero per garantire la totale opacità (zero light transmission) e una maggiore eleganza. Su richiesta è possibile avere anche l’IPrinto FR (Flame Retardant) attualmente richiesto in Europa per gli allestimenti negli stadi e negli impianti sportivi. In generale le lastre in polipropilene di Imballaggi Protettivi possono arrivare a una larghezza massima di 2,05 m che corrisponde alle dimensioni dell’estrusore. Due invece le finiture superficiali possibili della lastra: la mattatura (matt) che conferisce un effetto ruvido-opaco e la lucida (smooth).

Dida Imballaggi protettivi società partecipata dal gruppo B-Pack Holding, che propone il polipropilene in formula alveolare.

di BARNABA BARATTIERI

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MATERIE PRIME

CARTOTECNICA FOTOVOLTAICA La manualità artigianale è il fiore all’occhiello di Litoart, azienda lombarda specializzata in creazioni litocartotecniche complesse, apprezzate e riconosciute dal mercato, capace di trasferire su carta e cartone idee apparentemente irrealizzabili.

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Stampa di grande formato, fustellatura e assemblaggio non hanno segreti per Litoart, azienda ‘storica’ che conosce a fondo litografia e cartotecnica in tutte le loro sfumature. Fondata nel 1964 da Carlo Sandon, la litocartotecnica ha sede a Bernate Ticino in un immobile di circa 5.000 mq con tetto fotovoltaico, in linea con i principi di risparmio energetico e sostenibilità ambientale dell’azienda. L’attività ruota intorno all’esperienza pratica e a una attenta apertura alle evoluzioni del mercato senza trascurare l’attenzione alle tematiche ambientali “Rispetto ad altre cartotecniche – esordisce Mauro Sandon, co-owner e Managing Director - sappiamo coniugare la manualità con le tecnologie attuali per realizzare un prodotto di livello medio-alto con tutta l’originalità che contraddistingue il saper fare artigianale.” L’artigianalità è infatti il carattere distintivo di Litoart, che confeziona totem ed espositori con pazienza e tecnica sartoriali, proponendo stampa tradizionale e

verniciatura UV nelle dimensioni fino a 120 x 160 cm e su diversi supporti, dalla carta ai materiali plastici, oltre a servizi di accoppiatura, fustellatura di formato fino a 120 x 200 cm e assemblaggio manuale. Tra le ultime ‘creazioni’ figura il Distretto Grafico Integrato Artheca, un insieme di aziende che operano in sinergia per offrire progettazione cartotecnica, stampa di grande formato e assemblaggio per i settori cosmetico, farmaceutico, alimentare e commerciale.

Personalizzazioni creative

“Nel corso del tempo abbiamo depositato design eccellenti di prodotti creati per i nostri clienti – spiega Sandon -, come i cubi sovrapponibili realizzati per Chicco Artsana. L’espositore da terra Defa Cosmetics è stato uno dei prodotti più complessi perché le forme tonde sono quelle che peggio si coniugano con un assemblaggio cartotecnico, richiedendo aggiustamenti infiniti.” Al concorso Diva 2017 questo espositore si è classificato al secondo


posto per la categoria Materiali Non Durevoli. “È stato un lavoro impegnativo: abbiamo progettato il prototipo, costruito, aggiustato le misure, rifatto e riassemblato l’insieme almeno sei o sette volte. E’ un esempio di estrema personalizzazione, che non tutti sono in grado di offrire.” Questo spiega bene il concetto di artigianalità nella costruzione del prodotto. “Siamo conosciuti a livello nazionale e i nostri prezzi sono in linea con il mercato. A noi si rivolgono non solo aziende ma anche le cartotecniche per realizzare prodotti conto terzi con la certezza che, dopo 55 anni di attività, garantiamo serietà e riservatezza nel rapporto di collaborazione e di lavoro.”

Originalità e standard

Presente e futuro si intrecciano alla Litoart, sempre in cerca di soluzioni originali e innovative. “Siamo aperti alla sperimentazione di novità e alla creazione di prodotti e soluzioni espositive originali rispetto a quelle esistenti - afferma Sandon -. Sul piano ambientale si stanno facendo strada nuovi progetti anche se al mercato più che le soluzioni sostenibili interessano quelle con evidenti vantaggi economici. In generale il settore carta e cartone rientra di diritto nel tema dell’economia circolare proprio grazie alla sua completa riciclabilità. Da segnalare, tuttavia, che la nostra attività è stata penalizzata dal Conai,

che ora assoggetta a contributo ambientale anche gli espositori ‘riempiti’, con un contributo che da quest’anno è passato da 10 a 20 euro/ ton.” Non è questo però a contenere l’energia creativa della Litoart che, abile a catturare le idee in movimento, da alcuni anni commercializza in Italia e Svizzera anche una gamma di prodotti svedesi durevoli per la comunicazione e la realizzazione di stand fieristici riutilizzabili. “Siamo rivenditori autorizzati Mark Bric Display – spiega Sandon -, di cui forniamo assistenza completa consigliando il cliente nella scelta di acquisto. Sono soluzioni accattivanti, flessibili e modificabili, riutilizzabili all’infinito: nel tempo si può decidere se mantenere la struttura così come è oppure ampliarla o rifare le grafiche. Partecipando a due o tre fiere all’anno, si ammortizza il costo in un anno. Alla fiera Viscom il nostro stand misurava 6x4 m e l’intera struttura era trasportata in due trolley, inclusi i teli stampati. E poi si monta e smonta senza necessità di brugole e cacciavite.” di MARINELLA CROCI

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SOLUZIONI PER LA STAMPA GREEN

HP Latex: serie R e PageWide C500. la stampa digitale sostenibile per materiali rigidi e cartone ondulato

Gestire con successo un’azienda che basa la sua attività su processi di stampa (packaging, cartotecnica, ADV, in-store communication, decor) significa raggiungere gli obiettivi aziendali, soddisfare le necessità dei clienti e rispettare le normative: in questo contesto, per il mondo degli affari è sempre più centrale il valore della sostenibilità. Nel 2017, per esempio, HP ha rilevato un aumento del 38 % annuale di offerte commerciali con requisiti di sostenibilità. «Siamo impegnati - ha dichiarato Dion Weisler, Presidente e AD di HP - nello sviluppo e nella fornitura di un portafoglio di prodotti sostenibili per l’ambiente, migliorando anche la sostenibilità delle nostre operations a livello globale e lavorando con i nostri partner per ridurre il loro. Nel 2017 abbiamo presentato la prima stampante fotografica HP prodotta a partire da plastica riciclata da stampanti e altri dispositivi elettronici». Oltre alle tematiche più strettamente legate al rispetto della natura, la sostenibilità si concentra su tre aspetti fondamentali: ambiente, economia e equità sociale. Per questo HP richiede ai suoi fornitori di aderire a una policy SER (Social and

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environmental responsibility / Politica di responsabilità sociale e ambientale), con l’obiettivo di comprendere e ridurre l’impatto ambientale dei prodotti e servizi forniti a HP. Questo comprende programmi di promozione per l’utilizzo di energie rinnovabili, per la riduzione di sostanze e materiali pericolosi, e per il riutilizzo

e il riciclaggio. Una policy che va così a impattare su tutta la filiera. I fornitori, per esempio, devono garantire che i prodotti venduti a HP siano RDC conflict-free, in modo tale garantire di non finanziare o favorire, direttamente o indirettamente, gruppi armati grazie al commercio minerario

nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Per le aziende che non hanno in atto una policy SER, il programma HP Living Progress mette in campo delle risorse per aiutare le aziende a creare una propria politica SER basata su Codice di condotta dell’industria elettronica (EICC


/ Electronic Industry Code of Conduct). Scegliere tecnologie e materiali di stampa meno impattanti sulla salute e sull’ambiente può ridurre quindi il carico normativo, ridurre i costi di conformità a lungo termine e migliorare la propria posizione sul mercato. HP collabora, in quest’ottica con Homeboy Electronics Recycling, un’associazione che opera in favore di detenuti, nel recupero di materiali da dispositivi dismessi per integrarli nel suo processo closed-loop. Nel 2016 inoltre è stato introdotto un programma di riciclo dell’hardware in partnership con circa 1.500 negozi Best Buy: 271.400 tonnellate di hardware e apparecchiature sono state riciclate dall’inizio del 2016. La previsione per il 2025 è quella di un riciclo di 1,2 milioni di tonnellate di hardware e apparecchiature. Nel corso del 2017 questo programma ha recuperato 3.200 tonnellate di resina plastica riciclata da dispositivi elettronici, utilizzandola per le nuove stampanti HP ENVY Photo 6200, 7100 e 7800. Nel 2017, 18.000 tonnellate di plastica riciclata è stata utilizzata per realizzare prodotti HP e nel 2018 questo dato ha subito un incremento del 20%. Sempre nel 2017 HP ha prodotto la prima cartuccia di inchiostro originale HP realizzata con bottiglie di plastica riciclata. A marzo 2018, erano oltre 170 le tonnellate di plastica (oltre 8,3 milioni di bottiglie di plastica) raccolte ad Haiti: 99.000 tonnellate di plastica riciclata utilizzata per oltre 3,8 miliardi di cartucce di inchiostro e toner originali HP nel 2017. Grazie all’ampia versatilità applicativa di tecnologie di stampa come quella Latex sviluppata da HP è anche possibile proporre soluzioni di stampa con un profilo di sostenibilità migliore rispetto agli inchiostri a base solvente, che aprono anche possibilità verso nuovi mercati. Questo tipo di tecnologia utilizza difatti inchiostri a base acqua con un eco solvente: ogni colore è composto da una parte di pigmento, acqua, un polimero di lattice e, in aggiunta, un agente antigraffio. In questo modo la stampa risulta inodore e rispetta tutti gli standard ambientali: non inquina, non è infiammabile, priva di nichel e PVC. Gli inchiostri, oltre a essere a base acqua, sono forniti in cartucce riciclabili. Per HP la nuova sfida è stata quella di estendere la tecnologia Latex anche per la stampa su supporti rigidi e flessibili. Le stampanti HP Latex Serie R (R1000

e R2000) sono state pensate proprio in quest’ottica. Novità fondamentale, per raggiungere questo obbiettivo, è stata l’aggiunta del pigmento bianco ad alta opacità che resiste all’ingiallimento nel tempo, per applicazioni su supporti trasparenti e colorati. Con le macchine della Serie R è possibile stampare con inchiostri Latex anche su PVC espanso, pannelli compositi, pannelli alveolari, cartone, alluminio composito, plastica, legno, ceramica, metallo e vetro. Questo tipo di inchiostro fornisce un’elevata adesione e resistenza superiore ai graffi, caratteristiche che consentono di effettuare assemblaggio e taglio senza danneggiare le stampe che, grazie un sistema di essiccazione integrato, escono asciutte e pronte all’uso. Inoltre, una tecnologia di inchiostro a pigmenti a base acqua permette di sfruttare la brillante gamma di colori HP Latex su supporti rigidi mediante uno strato sottile di inchiostro che permette di conservare la lucidità e la trama dei supporti. Il bianco, nuovo pigmento inserito in questo sistema di stampa per supporti rigidi, viene steso in strati omogenei, piatti e sottili in modo tale da assumere la forma del supporto; riflette la luce in modo diretto e uniforme, garantendo così una lucentezza costante. L’inchiostro UV, utilizzato sulle precedenti stampati HP, aveva invece una stesura non uniforme, col risultato di nascondere la trama del supporto, riducendo la brillantezza del colore. Il bianco Latex risulta resistente alle reazioni fotochimiche e non contiene fotoiniziatori o sbiancanti ottici, al contrario degli inchiostri UV-curable. La soluzione per l’inchiostro bianco HP presenta anche un sistema in cui è previsto il ricircolo dell’inchiostro, sia nel sistema di distribuzione inchiostro che nella testina di stampa. La stampante HP Latex serie R è in grado di stampare in quattro modalità, a seconda dell’impiego previsto e del supporto utilizzato: Underflood, Overflood, Spot, Sandwich7. Gli inchiostri Latex producono inoltre stampe inodori, che sono ideali per gli impieghi indoor e ne consente l’utilizzo in nuovi segmenti di mercato (dal food al farmaceutico).

di LORENZO PERONI

Pietro Bertoldo Presidenter Lic Packaging

Lic Packaging pioniere della sostenibilità con C500 Sempre in ambito sostenibilità, un’altra novità di casa HP e la stampante PageWide C500, pensata da HP come soluzione digitale per il cartone ondulato e utilizzabile con inchiostri a base acqua. HP ha deciso di creare la Business Unit cartone ondulato investendo 1 miliardo di dollari per creare un dipartimento di sviluppo e inserirsi così in questo settore, fino ad non coperto da stampa digitale. «Grazie alla sua flessibilità, questo sistema è destinato a modificare il mercato del cartone ondulato digitalizzandolo» ha dichiarato in proposito Cristóbal Macedo, Director EMEA Corrugated Business Director di HP. In Europa la prima azienda a farne uso è stata la Smurfit Kappa, in Italia la prima (e per ora unica) è stata la Lic Packaging, azienda leader del settore della cartotecnica - sia packaging che display - che da tempo ha intrapreso un percorso di sperimentazione in collaborazione con HP (di cui è azienda tester), seguendo anche le fasi di sviluppo della PageWide C500 in Israele, con grande attenzione alle implicazioni sull’ambiente (basti tener presente che l’azienda bresciana è alimentata per il 70% da pannelli solari). «La HP stava sviluppando una macchina ma non era ancora pronta, iniziai a informarmi, andai a Israele dove la stavano costruendo nel 2016, ho visto il primo prototipo e ho capito che era la macchina migliore» ha spiegato Piero Bertoldo, Presidente di Lic Packaging. PageWide C500 a differenza dei dispositivi predecessori è un macchinario a single pass (singolo passaggio), con sette teste, ognuna delle quali ridondante, per poter ovviare a casi di fail; 6 teste sono destinate ai 4 colori fondamentali, due posizioni libere per due colori che saranno aggiunti nel 2019. «Già con questi 4 colori è possibile coprire l’85% della gamma pantone, con l’aggiunta di altri due colori è prevista una copertura del 90/93% - puntualizza Bertoldo - Una testa di

stampa, poi, è destinata al Body engaged che, utilizzato inizialmente per l’editoria, serve per impedire al colore di filtrare attraverso la carta, in modo da poter stampare in ottima qualità anche su carte non patinate». Inoltre sono risorte anche le problematicità degli inchiostri UV derivano dalla loro natura inquinante, risultando per altro - a stampa compiuta - di odore non particolarmente gradevole. La richiesta di aziende che operano nel food e nel farmaceutico è quella di imballaggi stampati non con UV. Il compromesso fino a ora è stato quello di plastificare le stampe per isolare l’odoro degli inchiostri, rendendo però - in questo modo - ancora più inquinante un prodotto di per sé già poco ecosostenibile. Con la nuova tecnologia della PageWide C500 è possibile invece l’utilizzo di inchiostri completamente a base acqua, senza odore, quindi adatti alla richiesta di farmacia e food. La Lic ha acquistato la C500 pensando principalmente alla produzione display, «questi sono tendenzialmente richiesti con ordini di “bassa” tiratura (500/1000 copie, che possono essere consegnate entro un paio di settimane) - spiega Piero Bertoldo - Il display risulta però penalizzato da una tecnologia tradizionale, la tecnologia digitale della PageWide invece sfrutta meglio il processo perché permette di stampare direttamente sul cartone ondulato che poi passa direttamente in fustellatura; in precedenza bisognava stampare su carta che poi andava accoppiata all’ondulato e solo in seguito procedere alla fustellatura». La C500 permette quindi un processo più breve, con uno step in meno, e sui lotti piccoli è più versatile perché permette di cambiare le grafiche più velocemente, senza bisogno di creare dei cliché di stampa.

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DISPLAY DESIGN

LEGNO PRINCIPE DEL BUON IMPATTO AMBIENTALE Soluzioni incastro senza colla ne chiodi con vernice ad acqua legno FSC. Da circa un ventennio Cemab produce espositori da banco e da terra in legno di alta qualità, distinguendosi per efficienza, professionalità e puntualità. Quando si pensa a un espositore ecocompatibile, realizzato con materiali naturali che durino nel tempo senza limitare la creatività del progettista, allora si pensa al legno. Un campo in cui Cemab è il punto di riferimento, con oltre 6 mila clienti in tutto il mondo, uno stabilimento e due uffici commerciali. Oggi, grazie a importanti investimenti tecnologici, con sedi in Lombardia e Puglia produce giornalmente circa 300 espositori di alto livello qualitativo, realizzati utilizzando macchinari avanzati per ottenere la massima precisione dei pezzi e assicurare rapidità e puntualità nella consegna. Al cliente spetta la scelta tra il design personalizzato o la realizzazione standard, assemblabili sempre e solo in pochi clic attraverso un pratico sistema a incastro. “Il cliente che si rivolge a noi – spiega Francesco Palamà, direttore vendite

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- vuole un prodotto caratterizzato da robustezza e durabilità nel punto vendita senza considerare il prestigio che un espositore in legno conferisce al prodotto stesso che contiene. In generale offriamo un’ampia gamma di espositori per tutte le categorie di articoli, sia elaborando progetti su misura sia attraverso una linea di espositori standard molto economica, con prezzi a partire da 28 euro, sicuramente concorrenziali agli espositori in legno attualmente presenti sul mercato o a quelli in cartone standard. Il progetto viene elaborato in funzione delle misure indicate dal cliente, dei colori e delle grafiche prescelte oltre che del suo budget di spesa. Nella fase successiva il nostro ufficio grafico e di progettazione può generare presentazioni realistiche del prodotto finale attraverso rendering tridimensionali e persino promofilm.”


Investire in macchinari

L’elevata produzione giornaliera è il risultato di ingenti investimenti in tecnologia avanzata, a partire dai macchinari a controllo numerico fino alle stampanti flatbad UV Led, che stampano in alta qualità fino a 40 mq all’ora in modo da personalizzare tutte le parti dell’espositore. Di recente Cemab si è dotata di un nuovo pantografo, un

centro taglio ad alte prestazioni ed elevati standard qualitativi che ha consentito di ridurre sensibilmente i tempi di produzione e consegna, di un robot pallettizzatore pick and place, utilizzato per scaricare i macchinari e formare rapidamente i pallet, nonché di una verniciatrice automatica per la colorazione a pantone con alta qualità di finitura, in grado di tinteggiare e asciugare oltre 3 mila pezzi all’ora. Insomma un grande impegno per automatizzare le lavorazioni interne assicurando una qualità elevata pur abbattendo i costi di produzione. “Al cliente riusciamo a dare una risposta pressoché immediata– prosegue Palamà –: il progetto 3D viene elaborato entro un giorno lavorativo mentre il campione è pronto in tre giorni. Tutto questo perché abbiamo investito in macchinari all’avanguardia che permettono di consegnare grosse forniture in pochissimo tempo. E così, in poco più di un anno, la produzione è passata da 200 a 300 pezzi al giorno, migliorando tutte le diverse fasi, dalla progettazione alla personalizzazione grafica fino alla consegna.” Tra i clienti spiccano nomi noti, come Almaverde, Bottega Verde, Lelli Kelly, Lisciani Giochi, San Carlo, Tognana e Valsoia: “Valsoia è un nostro cliente da pochi mesi. Ha realizzato con noi oltre mille espositori già tutti posizionati nei punti vendita, che hanno dato maggiore visibilità al marchio e ai suoi prodotti consentendo la presenza nelle farmacie con un espositore in legno che richiama le caratteristiche biologiche e naturali del prodotto Valsoia.”

Sistemi pratici ed eco-compatibili L’assemblaggio degli espositori Cemab è estremamente pratico ed ecologico, grazie al sistema a incastro che permette di evitare l’uso di attrezzi

speciali e collanti. “Il sistema di incastro - puntualizza Palamà - permette ai nostri espositori di essere utilizzati nel punto vendita senza uso di colle, cerniere, chiodi o altri materiali che renderebbero più difficile il riciclo. L’espositore stesso è composto da 100% legno e utilizziamo solamente vernici e inchiostri a base acqua quindi atossici. Non dimentichiamo poi che generalmente l’espositore in legno viene posizionato e utilizzato nei punti vendita per lunghissimo tempo evitando così di impiegare decine di espositori in cartone usa e getta. D’altra parte tutti riconoscono il legno come risorsa naturale totalmente riciclabile.” Materie prime riciclabili, macchinari di produzione a basso impatto ambientale e risparmio energetico attraverso autoproduzione elettrica da energia solare contraddistinguono l’azienda,

determinata a consolidare la propria posizione anche a livello internazionale. E per mantenere un alto profilo, il processo produttivo Cemab è certificato ISO 9001:2008 mentre la provenienza della materia prima è certificata FSC oltre che E1, ISPM15 per il rispetto delle norme fitosanitarie e al basso contenuto di formaldeide. Più recente è il Rating di legalità, riconoscimento attribuito dall’AGCOM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) che certifica il rispetto della legalità e del grado di attenzione riposto nella corretta gestione del business aziendale.

di MARINELLA CROCI

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RAW MATERIAL

QUANDO ANCHE IL RED CARPET È SOSTENIBILE In un Italia virtuosa nel riciclo plastico, specialisti come Montecolino contribuiscono a recuperare i tappeti per la comunicazione o l’arredo espositivo e con tanto di certificazione ambientale CSI Sono entrate in vigore il 4 luglio 2018 le nuove direttive dell’Unione europea per l’economia circolare e gli Stati membri sono chiamati a metterle in atto entro il 5 luglio 2020. L’Italia (inaspettatamente?) è già leader nel riciclo dei rifiuti speciali (77,2%) e in quello dei rifiuti d’imballaggio (67,5%), posizionandosi, per tasso di circolarità, al secondo posto fra i principali Paesi europei, questo quanto riportato da Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, sull’Huffington Post lo scorso gennaio. Italia il riciclo ormai è un vero e proprio settore industriale, con circa 7.200 impianti e 133.000 addetti. In vista delle nuove direttive UE però

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aumentano ulteriormente gli obiettivi di riciclaggio o di riuso, per favorirne il raggiungimento vengono ridotte le quote di avvio allo smaltimento e vengono definiti nuovi obblighi per la raccolta separata di talune tipologie di materiali. La strategia dell’Unione Europea in tal senso si muove sia a lungo che a breve termine. L’obiettivo prioritario, a lungo termine, è quello di coinvolgere il più possibile le aziende in processi di produzione di materiali nuovi -completamente riutilizzabili- per riuscire ad abbattere la mole di scarti, o comunque limitarla il più possibile. La strategia a breve termine invece è quella che vede la gestione degli scarti prodotti in forme più responsabili,


ELENCO PRODOTTI RICICLBILI DI MONTECOLINO focalizzandosi su riutilizzo e riciclo. Tra le aziende italiane ad allinearsi ai nuovi standard produttivi volti a incrementare l’efficacia di una produzione circolare, in prima linea troviamo Montecolino. Con tappeti e moquette per fiere e allestimenti, l’azienda bresciana serve il settore degli eventi da oltre 45 anni (dal 1971, per la precisione), cercando di stare al passo di volta in volta con le nuove tendenze e i nuovi trend del settore ed evolvendosi assieme alle esigenze dei proprio clienti. «Dobbiamo sempre avere fantasia -ha dichiarato Nico Fontana, titolare della Montecolino con il fratello Luca, in un’intervista al Corriere della Sera - sviluppare centinaia di prodotti e conquistare le nicchie di mercato. In verità tutto questo è molto esaltante: non ci precludiamo nulla e soddisfiamo anche le esigenze più piccole e particolari». Il loro un catalogo con oltre 300 articoli tra cui moquette (agugliate e tessute), tappeti, erbe sintetiche, rivestimenti e tessuti. L’azienda nel corso degli anni si è trovata spesso a lavorare per clienti internazionali di altissimo profilo come il Festival di Cannes, il Rolland Garros, il Tour de France e il Motomondiale; tra i clienti italiani anche la Fiera di Milano. In quest’ultimo caso, come spiega Alcide Dall’Aglio, Direttore commerciale di Montecolino: «Il materiale che viene utilizzato e fornito - per le corsie e tutte le aree comuni - nel corso delle varie manifestazioni viene poi ritirato dall’azienda e destinato al riciclo. La maggior parte del materiale, quello non rovinato da chiodi, legno o troppo sporco per essere recuperato, viene tolto prima della chiusura, ritirato e macinato. Compiuto il procedimento materiia prima recuperata viene destinata per altri scopi, impiegato per

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la realizzazione di altri prodotti, come per esempio cassette della frutta o vasi da fiori».

Dalla certificazione alla passerella È loro il record per il tappeto più lungo del mondo: 8 km di passerella rossa tra Rapallo e Portofino, un primato certificato dal Guinness World Records nel 2017. Fotografatissimo e

“camminato” da turisti e residenti, il red carpet ligure, voluto da Giovanni Toti, Presidente della Regione, è costato 30mila euro. Ma 8 km non sono poi molti se si considera che ogni giorno nel loro stabilimento di Provaglio vengono prodotti circa 45 km di tessuto. La loro moquette rossa (a catalogo Tris Spagna) viene usata per la passerella del Festival del cinema di Cannes dal 2014, è stata calpestata da innumerevoli star del cinema, tra cui anche da Julia Roberts a piedi nudi. Quella stessa moquette da novembre 2018 esiste ufficialmente anche in versione riciclabile. Montecolino ha difatti nella propria linea di produzione tutta una serie di prodotti “eco”, ovvero certificati come riciclabili: «certificazione che nel settore, al momento - precisa il Sales Manager Alcide Dall’Aglio - non ha nessuno in Italia su questo tipo di prodotti». La certificazione che attesta la possibilità di riciclare al 100% questa gamma di prodotti è stata rilasciata dai laboratori autorizzati di CSI, Centro di Certificazione e Analisi che opera internazionalmente nel settore dei servizi alle aziende. Per fornire ai produttori dei settori plastica, carta, alluminio e compositi degli strumenti di carattere volontario, utili e propedeutici al il rispetto dei requisiti previsti dalla legislazione in materia ambientale, CSI ha creato una serie di “marchi ecologici di prodotto”. La volontarietà di questi strumenti permette alle aziende, tra l’altro, di dimostrare il proprio impegno verso il miglioramento dell’impatto ambientale. Montecolino anche in questo si dimostra in anticipo sulla tabella EU -l’obbligo di una certificazione di questo tipo a ora

difatti è limitato alle materia plastiche destinate agli imballaggi - sottolineando la sua natura di “azienda green”. Dal 2011 è in funzione un impianto foto-voltaico di 255.99 kWp con l’obiettivo di ridurre l’emissione di anidride carbonica, sempre nel 2011 un intervento sugli impianti con un investimento di circa 100.000 euro in risparmio energetico, oltre alla raccolta differenziata di carta, cartone, plastica, vetro, ferro e altri materiali, Montecolino pone attenzione particolare alla destinazione ultima dei refili tessili non resinati, che rientrano nel ciclo produttivo, e dei refili tessili resinati che vengono separati a seconda della composizione e destinati al recupero fuori dall’azienda. Grazie a un sistema di stampa ad alta definizione è anche possibile personalizzare con qualsiasi disegno (che sia su progetto grafico del cliente piuttosto che seguito con la collaborazione del reparto grafico interno), fotografie o marchi aziendali un supporto di agugliato. Tra i nomi che si sono serviti dei prodotti di Montecolino anche nomi di spicco del fashion & luxury, che hanno usato per le passerelle delle proprie sfilate le moquette fornite dall’azienda bresciana - tra queste, per esempio, Dolce & Gabbana, con passatoie personalizzate con disegni ispirati alla tradizione siciliana. di LORENZO PERONI

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RAW MATERIAL

UPCYCLING PIÙ CHE RECYCLING Dare valore economico a uno scarto industriale piuttosto che smaltirlo in discarica: sono le caratteristiche di alcune materie prime per la cartotecnica come l’alga carta che costituiscono l’offerta di Favini

La storia dell’item Shiro prodotto detto “alga carta” di Favini vale la pena di essere raccontata come esempio di innovazione nelle pratiche di upcycling dedicate alle materie prime. Tutto comincia nel 1991 quando Favini inizia a recuperare alghe della laguna di Venezia e in particolare le sovrapproduzioni di mucillagini che un tempo venivano gettate in discarica. Contrariamente quanto si possa pensare, si tratta infatti di una materia prima che una volta essiccata (tramite micronizzazione) diventa una farina che ha caratteristiche del tutto simili alla fibra di cellulosa, per tanto viene impiegata per la produzione di una serie di carte per la stampa di pregio. Il procedimento è stato brevettato da Favini e in una ventina di anni ha generato la produzione di 15.000 tonnellate di carta alga shiro.

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Come spiega il responsabile Marketing dell’azienda Michele Posocco: “Ora che questo prodotto non lo recuperiamo più dalla laguna e l’approvvigionamento deriva dall’alga irlandese infestante denominata Ulva (lattuga di mare). Di questa utilizziamo un sottoprodotto derivante dal suo impiego in cosmetica”. In alga carta sono state realizzate parecchie scatole di Armani destinate a funzionare come packaging per occhiali, oppure per contenere le scarpe di Diadora. “I nostri nuovi prodotti –proseguesostituiscono una materia prima che come la cellulosa arriva da albero che impiega diversi anni per crescere”. Sulla scorta di questa esperienza la divisione ricerca e sviluppo di Favini infatti ha sviluppato Crush con prodotti derivanti dal mondo agroalimentare.

Sempre attraverso un processo di micronizzazione sono stati realizzati ben 12 carte prodotte quali scarti industriali di mais, uva, agrumi, ciliegie, lavanda. Nocciola, kiwi, oliva, mandorla caffè, tutte con differenti colorazioni. “In questo caso specifico- non utilizziamo il compost misto ma lo scarto puro delle industrie”. Una terza linea di carte è Remake, una carta cuoio prodotta con il 40% delle fibre post consumo, utilizzata dal settore moda, dopo il recupero delle fibre tessili di sotto prodotto, oppure dell’abbigliamento esausto. In alcuni casi anche lo scarto della pelletteria (sfrido) ancora la cosiddetta “rasatura” che è lo scarto della conceria. Diverse sono le aziende che hanno iniziato a utilizzare questi tipi di carte che sono considerate pionieristiche,

per nominarne alcune: Luis Vuitton per gli shopper, Vivien Westwood per il packaging, Benetton nei cartellini per l’abbigliamento (carta Crush mais). Mentre le alghe costituiscono il 100% della carta Shiro, la Crush utilizza il 15% di sottoprodotto agroalimentare e la Remake il 25%, entrambe impastate assieme alla cellulosa. È in queste percentuali che risiede il risparmio di biomassa, in quanto il prezzo di queste referenze è paragonabile a quello delle carte classiche.

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Display Italia n.34  

Bimestrale di POP, Retail e Trade Marketing

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