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Arianna Adriani

Lei, Nata Vampira Anche dal male sorge la felicitĂ 

ANTEPRIMA


CONTENUTI PER ADULTI, DI VIOLENZA E LIGUAGGIO SCURRILE


Fatti, Luoghi e Personaggi descritti in quest’opera sono frutto della fantasia dell’autrice. Riferimenti a fatti, luoghi e persone esistenti sono puramente causali.

Š copyright Arianna Adriani. Tutti i diritti riservati. ISBN: 9788822859136


1 Ho il fiato pesante. Picchio delle fibre vellutate. Mi sembra un tappeto. È buio e c’è buon odore, di pulito. Poso la mano alle caviglie legate, seguo con le dita la corda ruvida in cerca del nodo. Lo trovo. Provo a scioglierlo, ancora una volta senza successo. Mi metto a gattoni. Spostandomi faccio scudo al mio volto con la mano. Tocco una superficie liscia che si eleva in verticale. Tasto fino in cima, perdo superficie, c’è il vuoto. Mi aggrappo al bordo spesso e mi alzo. In piedi sfioro con i polpastrelli; c’è del morbido oltre la superficie, del tessuto, un letto, penso. Deve essere un letto questo. Non so se continuare a scoprire l’ambiente, ci sarà la porta d’uscita, mi dico, eppure la prudenza ha la meglio su di me, la paura. È un incubo, un sogno di quelli lucidi, mi racconto, consapevole di mentire a me stessa. Ricordo che cosa ho fatto ieri, oggi... insomma, prima di svegliarmi qui; e tutto ha un senso. L’aria profumava di carta e tranquillità. Seduta a un tavolino stavo leggendo un libro a tema mitologico. È ciò che amo fare, mi reco quando posso in biblioteca per immergermi in una lettura. Quasi più nessuno le utilizza per leggere un libro di questi tempi, ma per me, l’ambiente bibliotecario, è sempre stato un paradiso da quando con un’uscita scolastica ci misi piede la prima volta.


Ne avevo bisogno anche quella sera della mia biblioteca, volevo starmene un po’ in pace, anche se ero lì principalmente perché avevo il PC fuori uso da qualche giorno e non potevo reperire in altro modo e posto le notizie necessarie al mio articolo (anch’io altrimenti utilizzavo internet per le ricerche sporadiche come tutti). Da qualche mese lavoro part-time per un giornale on-line che si occupa di misteri ed esoterismo. Non guadagno granché, è un sito web amatoriale abbastanza popolare che mi sta allenando per il lavoro da giornalista a cui aspiro; ed è semplice, più di quanto mi aspettassi scrivere di temi simili e in più guadagno qualche spicciolo per ogni articolo. I capelli che avevo stirato mi erano caduti ai lati del viso. Li spostai con la mano e ne afferrai le lunghezze che erano finite nel solco dei seni buttandoli dietro alla schiena. La mia t-shirt aveva uno scollo profondo a V e capitava spesso che si infilassero lì. Li ho celesti, i capelli. Ero stanca di avere un aspetto monotono e così, da qualche settimana, ho dato una svolta al mio look: ho decolorato i miei capelli biondo chiaro e li ho impiastricciati con una tintura semi-permanente color azzurro mare. Ho finito per ricordare una fata turchina. Non era il mio intento, scelsi solamente il mio colore preferito tra le tonalità disponibili in negozio, ma sono più che orgogliosa del risultato. Sfogliai un’altra pagina di quel libro a tema mitologico. Puntini brillanti illuminavano la carta color avorio. Erano proietta-


ti dagli strass applicati sulla mia t-shirt che tracciavano la stampa di un maialino stilizzato. I miei occhi azzurri si misero a correre sulle frasi iniziali del capitolo quattro. Era intitolato ‘Creature leggendarie: i vampiri’. Eccoli, pensai, dopo i licantropi di cui avevo letto tra gli sbadigli, potevano mancare all’appello in questo libro? Sebbene fossi partita prevenuta, nessuno sbadiglio feci per il capitolo dei vampiri. Tenevo il dito indice posato sulle labbra. Alla terza riga fui stregata, catturata dalle parole che erano riuscite a farmi venire la pelle d’oca. C’era scritto: "Creature che non hanno nulla a che fare con la parola ‘umano’. Creature generate da riti satanici (n.b. alchemici) fatti da incuranti, o probabilmente pazzi consenzienti del pericolo. Si invocava l’anima del defunto sperando che tornasse dentro al corpo abbandonato. I corpi dovevano essere di morte recente, non dovevano superare i due giorni di decesso e avere ferite importanti agli organi principali. Il rito alchemico voleva riportare in vita il corpo interessato e, se aveva esito positivo, l’individuo che riapriva gli occhi e tornava a respirare, non era la stesso. Non tornava indietro la sua anima, bensì, al suo posto s’insinuava un demone dando vita a un essere spregevole che avrebbe goduto nel fare del male". Staccai lo sguardo dal libro e lo alzai per portarlo verso il finestrone con le grate di ferro. Stava facendo buio fuori. Stronzate, pensai. I vampiri e i mostri non esistono, se non nella fantasia di chi li ha inventati. Con una mano chiusi il volume. Sbadigliai


soffermandomi a osservare lo smalto blu cobalto delle unghie. Lo avevo steso prima di uscire di casa. Era un po’ sbavato. Non avevo fatto altro da quando avevo aperto il libro, di osservare le mie unghie colorate. Mi piaceva troppo l’effetto lucido di quello smalto. Poi presi in mano il libro alzando il sedere dalla sedia. Non voglio leggere mai più queste stronzate in vita mia, me lo ripromisi. Lo riposi e abbandonai l’edificio. Passeggiavo per il marciapiede illuminato dai lampioni. Faceva fresco e mi strinsi le braccia attorno al busto chiudendo la giacca in jeans grigio. Lo lascio l’incarico di giornalista per quel sito, pensai. Mi sto riempiendo la testa di stronzate, la vita è ben altro che storielle di mostri e fantasmi e poi non è di questo che mi interessa scrivere. Voglio scrivere di realtà, di fatti di crona- La mia mente si azzerò nel momento in cui notai di stare passando di fianco alla vetrina di un bar. Mi fermai. Non l’avevo mai visto prima. Non c’era un calzolaio qui? Al suo posto, ne ero più sicura, c’era un calzolaio fino alla settimana scorsa. La cosa mi parve strana, ma di questi tempi, date le difficoltà economiche di tutti, non mi sorpresi più di tanto della sua chiusura, ne ero giusto un po’ dispiaciuta. C’erano anche troppi bar in zona. Il locale lo scrutai dalla vetrina, sembrava che non ci fosse mai stato un calzolaio. Mi venne voglia di gomma da masticare e, con questa scusa, mi diedi un motivo per entrare a curiosare. Spinsi la porta vetrata che emise un tintinnio. Il locale era stato ingrandito, da piccole, le sue dimensioni erano diventate


modeste. Chiunque ne fosse ora il padrone aveva fatto buttare giù lo stanzino dove lavorava il calzolaio. L’arredo era in stile hi-tech. C’era un gruppo di uomini seduti ai tavolini quadrati, mi davano le spalle. Stavano guardando una partita di calcio in televisione. Era a schermo piatto da cinquanta e più pollici. Nessuno si girò verso di me e, di conseguenza, nessuno sguardo sbigottito fu per i miei capelli. Sbuffai, ne volevo eccome. Che nervi con ‘ste partite nei bar! Mi diressi al banco delle caramelle posto lungo il bancone del bar. Ogni volta è sempre una scelta ardua scegliere le gomme da masticare da comprare, ma ricaddi sulle solite alla menta “white qualcosa” che, in mancanza dello spazzolino, promettevano di tenere puliti i denti. Non ci credevo affatto, ma avevano un gusto fresco di menta ed erano senza zucchero, perciò non mi facevano venire il male ai denti come quelle dolciastre alla frutta. Afferrai il pacchetto e, spostandomi di qualche passo, lo appoggiai alla cassa. Dalla tasca dei jeans cacciai il mio borsellino. Aprii la zip, tirai fuori una moneta da un euro e una da due euro posandole di fianco alle gomme. La barista raccolse gli spicci. Aveva unghie lunghe con una manicure curata: lunette e qualche fiorellino rosa attaccato qua e là. Era una ragazza mora, quasi certamente però, aveva tinto i capelli di nero perché le sopracciglia erano di un tono più chiaro. I suoi occhi erano di un colore surreale, di un verde smeraldo intenso.


Begli occhi, avrà messo le lenti a contatto colorate che accentuano il colore naturale?, mi chiesi mentre questa stava pigiando i bottoni della cassa. Poi mi guardò e accennò un sorriso che non ricambiai. Si sporse verso di me appoggiando i gomiti sul bancone esibendo, dalla canotta nera che indossava, una scollatura volgare del seno. «Dovresti aspettare un attimo, purtroppo la cassa si è inceppata di nuovo», disse con una voce da ruffiana che mi sconvolse. Si ritrasse, poggiò le mani sul bancone e rimase a fissarmi. Mi mise a disagio. Ma chi me l’ha fatto fare di entrare qui? Tornò a pigiare sulla cassa. «Che rappresenta?», mi chiese. «Che?», domandai senza dar peso alla sua domanda, sollevata dal fatto che i suoi occhi mi avevano lasciata in pace, ma li riportò nei miei. «Amore, il tatuaggio che hai al collo», rispose, ora con voce da gattamorta. Questa devono pagarla apposta per farla comportare da zoccola, per invogliare gli uomini a tornare qui, pensai, ma io sono una femmina, potrebbe evitarla questa sceneggiata. «Sono solo due rose», risposi con un sospiro, «mi piacevano e le ho fatte». Lei sollevò un sopracciglio. La cassa stampò lo scontrino e le persone sedute ai tavoli esultarono per un gol. Mi voltai a guardarli, si abbracciavano e baciavano. Che cretini, commentai fra me. Riportai l’attenzione sulla cassa e il pacchetto di gomme. Mancava il resto. Guardai interrogativa la ragazza. «Il resto?», domandai.


«Non c’è resto», disse lei. «Sì che c’è, ti ho dato tre euro e le gomme costavano due e ottantanove». Sorrise e vidi i suoi denti: erano belli, bianchi, dritti, risaltava quel bianco per il lucidalabbra fucsia. Si morse il labbro inferiore e lasciandolo disse: «Peccato, pensavo non te ne saresti accorta, sembri così scema». Che cosa ha detto? Mi morsi anch’io le labbra, ma per zittirmi dalle pessime parole che sarebbero uscite dalla mia bocca verso la sua persona. Sospirai e mi scappò un sorriso tirato. «Vorrei il mio resto», dissi. «Non posso più dartelo, lo scontrino segna tre euro e zero di resto», si giustificò. Stronza. Allora l’ha fatto apposta di dire che la cassa si era inceppata per distrarmi! Mi potevo permettere solo di imprecare verso di lei nella mia testa, come del resto fa chiunque se non vuole essere considerato un volgare e rozzo individuo, e a parole dissi solo: «Fammi di nuovo lo scontrino». «Mi spiace, non posso; e sono solo undici centesimi di resto, che cosa ti cambia?» Sospirai. «Mi stai rubando dei soldi», dissi. «No». «Sì!» «No», insistette. «Non me ne vado finché non mi dai il resto».


«Noi siamo aperti tutta la notte Amore, fai come vuoi», disse. Lasciò la cassa uscendo dal dietro del bancone. Si diresse ai tavoli con gli altri e chiese: «tutto bene qui?» Avevo voglia di strapparle i capelli. Mi ha rubato i soldi, non ci posso credere. Afferrai brusca il pacchetto di gomme dal bancone. Guardai il registratore di cassa. Ebbi la tentazione di aprirlo e prendere il denaro che di diritto mi apparteneva, purtroppo il bar era pieno di uomini, avevo il timore che pensassero che la ladra fossi io e chiamassero la polizia o, peggio, mi sistemassero con le maniere cattive. Infilai in tasca il pacchetto di gomme da masticare. Stavo per andarmene quando, voltandomi un’ultima volta verso i tavoli, incontrai lo sguardo e il sorriso più che soddisfatto della barista. Cambiai idea. Non te la darò vinta, pensai. Presi dalla tasca sinistra il cellulare per controllare l’ora: erano le diciannove e cinquantadue. Mi venne fame soltanto osservandola. Mia madre non si sarebbe preoccupata se non fossi rientrata per cena, non era solita cucinare e mangiavo spesso fuori di casa. Decisi così di uscire da quel bar, giusto il tempo di andare a comprare qualcosa da mangiare. Sarei tornata a lottare per il mio resto.


2 Per cena comprai un pezzo di pizza bianca con il rosmarino. Mangiavo lenta per il marciapiede. Chi entra nei locali pubblici con cibi non acquistati lì potrebbe infastidire, e volevo proprio entrare a mangiare la pizza nel bar e indispettire quella barista. Decisa spinsi la porta di vetro del bar. C’era un silenzio di tomba. Tutti se n’erano andati, la TV al plasma era spenta e la barista era tornata dietro alla cassa. Mi guardò e rise. «Vuoi comprare qualcos’altro?», domandò. Diedi un morso alla pizza stringendo gli occhi sulla sua odiosa figura femminile. Raggiunsi un tavolo quadrato, tirai a me la rachitica sedia bianca e sedetti accavallando le gambe. «Non puoi mangiare la pizza qui», disse la barista mentre poggiavo i gomiti sul tavolo. Continuai a ignorarla facendo un altro morso. «Compra qualcosa e puoi restare», proseguì. Ingoiai e, con la bocca ancora impegnata a masticare, dissi: «Se mi dai il mio resto me ne vado». Sorrise e mi diede le spalle. «Amore, il resto ti ho detto che non posso restituirtelo», disse iniziando a affaccendarsi con la macchina delle bevande calde. «Neanche io posso andare a mangiare da un’altra parte», dissi io. Se questa zoccola non si arrende, vado lì e le strappo i capelli, pensai. Strappai intanto un pezzo di pizza con i denti.


«Ti prego di smetterla con gli insulti, io sono in pace», disse. Accigliai rallentando la mia masticata. Non l’ho insultata, non ad alta voce almeno e non credo mi sia scappato. E mentre stavo valutando se chiedere spiegazioni o meno, lei si voltò e mi sorrise. Aveva in mano una tazzina di caffè. Con un passo da snob abbandonò il dietro del bancone e raggiunse il mio tavolo. «Vedi? Sono in pace, ti offro il caffè», disse servendomi la tazzina, «così questo resto te lo dimentichi finalmente». La storia non aveva senso. Mi stava regalando un caffè da due euro e cinquanta circa, ma si rifiutava di darmi gli undici centesimi del mio resto? «Che c’hai messo dentro, il veleno?», chiesi. Rise e le vidi i bei denti. «No, sono in pace, te l’ho detto», rispose. Tutto sembrava a mio vantaggio. Misi da parte l’orgoglio e accettai il compromesso, tanto non ci tornerò mai più in questo bar. Diedi un morso alla pizza bianca accorgendomi che si stava sedendo alla sedia di fronte a me. Sbuffai. Adesso si siede pure con me questa zoccola? «Ma se non la smetti fra un po’ divento in guerra», disse lei. Smisi di masticare. Come parla? «Prego?», chiesi con la bocca piena. «Smettila o divento in guerra». Mi minacciava con lo sguardo.


In guerra, diventa, mi trattenni dal ridere, oltre che zoccola è pure stupida. «Devo smettere di mangiare la pizza?», cercai di indovinare che cosa volesse dire. La barista fece un cenno del capo. Mi rassegnai al fatto che in effetti avrei dovuto abbassare le armi. Ormai ero stata ripagata del torto che mi aveva fatto. Incartai la pizza e la appoggiai sul tavolo. Presi il cucchiaino già immerso nella tazzina e lo usai per mescolare il caffè. «C’è lo zucchero?», domandai. «Sì, la macchina lo mette in automatico», disse lei. Portai il bicchierino alla bocca facendo un sorso. Era buono il caffè, molto. «Io mi chiamo Margareta», mi disse. Accennò un sorriso prima di chiedere: «tu?» Vuole fare amicizia. Sospirai nella tazzina, l’odore del caffè si amplificò e il vapore caldo mi inumidì il naso. E che razza di nome ha? Mai sentito. Soltanto perché mi aveva offerto il caffè risposi: «Amanda». Tornai a sorseggiare la bevanda scura. «Mi sono trasferita dalla Romania molto tempo fa, sono Rumena», continuò lei. Mi racconta i fatti suoi senza che io glielo chieda, se si sente sola e vuole parlare con qualcuno ha sbagliato persona. Deglutii il caffè. Poi dissi: «Non m’interessa». Non volevo assolutamente conoscerla.


Lei non parlò più ed io mi affrettai a finire il caffè. Non vedevo l’ora di andarmene da quel bar e di non vedere più quella ragazza ambigua che non smetteva di fissarmi in vita mia. Fatto l’ultimo sorso, poggiai la tazzina sul tavolo e mi alzai dalla sedia. «Scusami, dove vai?», chiese la barista. «Via», dissi. «Ma devi pagare il caffè», disse lei. Una rabbia improvvisa mi salì su per la schiena. La esplosi tutta gridando: «Hai detto che me l’offrivi!» «Sì, te l’ho offerto», lei usò un tono di finto dispiacere, «ma non ho mica detto che era gratis». «"Offrire" vuol dire "gratis" nella lingua italiana che forse ancora non sai bene», dissi, «e mi hai proprio detto che così la finivo con il resto!» «Sì, infatti te ne sei dimenticata del resto». Cristo, mi sono fatta fregare un’altra volta! Afferrai la pizza incartata dal tavolo. «Io non te lo pago il caffè», chiusi il discorso e non avrei accettato insistenza da parte sua. Andai spedita alla porta, non mi avrebbero fermata neanche degli energumeni tanto ero fuori di me. Mi fermò l'unica che mai avrei pensato: me stessa. Ebbi un malore. Lo stomaco strinse, avvertii nausea, ma prima di avere la spiacevole possibilità di rimettere, ebbi un giramento di testa. Poi ci fu il buio. Prendo un respiro intenso e chiudo gli occhi al fastidio del buio. Mi abbasso finendo col sedere a terra, su quello che mi


sembra un tappeto. La mia paura del buio è niente se penso a quella barista, è stata, lei mi ha portato qui. Ne sono sicura. Ho cercato il mio cellulare nella tasca dei jeans, non c’era, così come non c'era il mio borsellino e il pacchetto di gomme da masticare che avevo comprato. Magari sono a casa di un dottore, mi dico. Voglio crederlo. Deve essere successo questo, sono svenuta e qualcuno mi avrà soccorsa. Uno scricchiolio. È la porta che scricchiola all’apertura. Il mio respiro appesantisce. Mi volto e la vedo, la porta e la luce che entra insieme a una figura. Non capisco chi sia, è controluce. Voglio credere ancora che io sia stata soccorsa da qualcuno di buon cuore. Luce dall'alto. Una lampadina per volta del lampadario barocco, prima con potenza minima, poi massima, si accende illuminando l'ambiente. Sono in una camera dalle pareti color rosa chiaro. L’arredo di legno è un misto tra il moderno e l’antico. Davanti a me l’armadio beige, l’inizio dell’armadio moderno a forma di L. Due ante centrali sono a specchio, riflettono che cosa ho alle spalle: la porta di legno chiaro dove inquadro lei, la barista. Non mi ero sbagliata. Crolla la speranza che si tratti di un salvataggio a mio favore il suo. Lei ha uno sguardo che non appartiene a una persona che sta per chiederti come stai, appartiene a chi vuol farti del male. Gattono in avanti tenendo gli occhi sullo specchio e domando in tono pacato: «Dove mi hai portata?» Non voglio capisca che sono spaventata.


«In guerra», risponde lei, serra la porta, «l’hai cercata tu, io ero in pace». Mi volto, sono in ginocchio. «Non puoi sequestrarmi perché non ti ho pagato quel cristo di caffè!», dico. Dalla mensola sopra la scrivania angolare la barista afferra qualcosa. Contrae i bicipiti tirandola a sé. Fa rumore metallico. Afferrandola bene fra le mani stringe un’accetta da cucina?! «Che vuoi fare?», chiedo e inghiotto saliva. Lei passa un dito sulla lama precorrendola per tutta la lunghezza sorridendo e avanza verso di me cantando la frase: «Ti voglio tagliare le mani». Trattengo il fiato, rapida, senza toglierle gli occhi di dosso, seguendo ogni sua mossa, poso le mani sul tappeto sotto di me. Metto forza nelle braccia, mi sollevo. Manca la divisione delle mie caviglie, perdo l’equilibrio, ricado in ginocchio. «Cristo!» Riprovo ancora. Vedo i suoi polpacci vestiti dai jeans. Mi dà un calcio allo stomaco. Mi manca il fiato, stringo il ventre, a fatica dico: «Sei... una pazza... psicopatica». Ho le lacrime agli occhi, le trattengo. Vorrei non avermela mai presa tanto per quel resto. Mi calcia dal petto. Cado di schiena sul tappeto, priva di forze, dolorante per il precedente calcio. «Per favore», la imploro, mi spingo con i gomiti a tornare seduta. Lei si abbassa di fronte a me a gambe aperte. Appoggia gli avambracci sulle cosce mettendo fra esse l’accetta. Dispiega la


bocca, è un mezzo sorriso il suo. «Amore, ti faccio scegliere, sono buona in fondo», dice, è tornata a un tono di voce da gattamorta, «vuoi che ti uccida o che ti tagli solo le mani?» La mia voglia di piangere fa ritorno, è impossibile che stia accadendo tutto ciò, penso, è impossibile che stia accadendo a me. Le labbra mi tremano, sbatto le palpebre facendo uscire le lacrime. La barista picchietta un dito sul polso. «Tempo scaduto», dice. «Scelgo io». Alza l’accetta. L’improvviso pensiero di avere le mani mozzate a vita è terribile, non vorrei mai vivere in quelle condizioni. Non voglio diventare una disabile e dover rinunciare a realizzare il mio sogno di diventare una giornalista. Non voglio, preferisco... «Morire, uccidimi!», dico e lei si ferma. Spero soltanto di non sentire troppo male. Sto per morire, non avrei mai pensato di morire a soli ventuno anni. Con gli occhi la imploro nei suoi verdi smeraldo, la imploro di fare subito per lo meno. Lei sorride appoggiando a terra l’arma. «No, ho scelto io ormai e giocheremo insieme», dice. «Che cosa?» Lei infila una mano nella tasca davanti dei jeans. Tira fuori un lungo e spesso chiodo dalla tasca. Che vuole farci?, mi chiedo. Lo fa cadere nella scollatura del seno. «Se funziona, sarai la mia compagna di giochi», dice, «e non mi dispiaci più di tanto».


È pazza, delira, non voglio cercare di capirla. Dubito che mi uccida, ho paura che mi torturi lo stesso prima di togliermi la vita. Sospiro. Mi sto preparando al peggio. Lei afferra con entrambe le mani l’accetta. Me la punta alla gola, sotto all’orecchio. Sento pressione. Stringo gli occhi e i denti mentre la lama mi apre la carne. Poi non ce la faccio più, grido al dolore, un dolore che non ho mai provato in vita mia, tremendo. Tutto finisce. Il dolore lascia posto al bruciore, sento il mio sangue andarsene. Tutto qui?, mi chiedo però. Morirò per così poco? Riapro gli occhi inumiditi dal pianto. La barista avvicina il viso al mio. Ho l’impressione che voglia baciarmi e sposto la testa abbassando lo sguardo in terra. Rabbrividisco. La vedo solo ora. Sotto di me, nel tappeto beige, c’è un’enorme chiazza di sangue, credo, seccata. Sono più di una, sommate. Deve avere ucciso altre persone prima di me e, ogni speranza inconscia di potermi salvare, crolla. Lei mi tira i capelli obbligandomi ad alzare il capo. Il suo volto mi oscura la vista. Chiudo gli occhi, odora di speziato, di cannella. La sua bocca preme sulla mia. Mi fa schifo. Sposto la testa. Mi tira ancora i capelli, credo che abbia piacere nel farlo, mi fa piegare la testa da un lato. Mi lascia un bacio sul collo, nel taglio che ha fatto con l’accetta. Resto senza fiato. Dolore, terribile. Qualcosa di acuminato si è conficcato in quel punto, a il chiodo, penso, non potrebbe es-


sere altro. Brucia mentre rotea uscendo. Del liquido caldo scorre veloce giù, fino alla mia spalla e dentro alla t-shirt. Piango le mie lacrime alla tortura, mi scappa un altro grido. Mi ha piantato di nuovo il chiodo nel collo. Tento di scapparle, mi strattona i capelli, lagno. Il chiodo esce e entra, strofina e allarga la vena. «Basta», dico con un filo di voce. Lei mi dà uno spintone sul petto. Cado di schiena. Sale carponi sopra di me, afferra il mio viso dalla mandibola, lo gira. Mi fa un succhiotto dove ho bruciore. Aggiunge la lingua e, con insistenti ma veloci leccate, beve il mio sangue? Sta davvero bevendo il mio sangue? Non sento più dolore, anzi, sta diventando piacevole. Ogni volta che la sua lingua preme sulla mia carne fremo dal piacere, il mio respiro prostra. La sua mano s’infila nei miei pantaloni, sorpassa gli slip. Muove le dita allo stesso ritmo della lingua sul mio collo. Dispiego le labbra per ansimare. A un altro succhiotto ho solo un po’ di bruciore. Le forze e la logica mi stanno lasciando, eppure non voglio che smetta. Il mio battito cardiaco accelerato rallenta quando l’orgasmo mi travolge. Chiudo gli occhi. Sono consapevole che stavolta sarà per sempre. Mi sento spossata. È l’ultima sensazione che riesco a provare. Non c’è stranezza, è naturale il processo che si avvia, i polmoni che non riescono più a prendere ossigeno, il cuore che non ha più sangue da pompare. Non ho più padronanza e sensazioni del mio corpo pur se cerco di muovermi. È come se mi addormentassi e forse è vero, mi sto soltanto addormentando.


GRAZIE PER AVER LETTO L’ANTEPRIMA


Lei, Nata Vampira di Arianna Adriani