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Arianna Adriani

Il mio Custode NOVELLA ANTEPRIMA


Fatti, Luoghi e Personaggi descritti in quest’opera sono frutto della fantasia dell’autrice. Riferimenti a fatti, luoghi e persone esistenti sono puramente causali.

© copyright Arianna Adriani. Tutti i diritti riservati.

ISBN: 9788822865281 Prima pubblicazione: novembre 2016


Il mio Custode di Arianna Adriani

1 :: La sua vera identità Poche ore prima di conoscere Simon mi stavo rilassando nella vasca idromassaggio. A farmi compagnia c’era mia sorella maggiore Raffaella. Mi insaponava la schiena. Intorno a noi ribolliva schiuma. Ci laviamo quasi sempre insieme, fin da bambine. Raffaella aveva spesso consigli intelligenti da darmi, ma quella sera non fu così intelligente il suo consiglio: «tirale i capelli». Doveva non reputare l’argomento grave o lo reputava noioso e si sentiva in diritto di sdrammatizzare. La storia era questa: lavoravo come receptionist nell’hotel a cinque stelle dei miei genitori, quello stesso giorno avevo ricevuto un appuntamento da un cliente molto attraente. Beatrice, la mia migliore amica dai tempi dell’asilo e mia collega di lavoro, si era intromessa nel nostro discorso, l’aveva messo sotto pressione, in imbarazzo, sia lui che me, raccontandogli che non avevo mai avuto un ragazzo e che, se gli interessavo, mi avrebbe dovuto sposare. In poche parole, lo ha fatto scappare. «Non avrei il coraggio di farle del male», dissi. Sentivo l’acqua calda scivolarmi giù per la schiena e il massaggio della spugna sulle vertebre della colonna vertebrale. Mi grattai l’occhio. Il colore delle mie iridi tra marrone e verde.


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«Debora, scherzavo», disse mia sorella, «ma non è la prima volta che ti guasta un appuntamento e tu ti lamenti con me, invece di farle capire che deve smetterla». Spostai i lunghi capelli ricci tinti di mogano dietro alle spalle, scoprendo seni grossi. Chi non mi conosceva mi faceva notare che ero troppo magra e di ossatura piccola per avere un simile decolté, mi accusavano di essere stata dal chirurgo plastico dato che i soldi non mi mancavano. Era uno strazio la malafede e l'invidia della gente e, tra quelli che mi volevano male, non rientrava assolutamente Beatrice... «Gliel’ho fatto notare», dissi, «ma lei dice che non lo fa apposta e che vuole solo essere partecipe della mia vita». «Lo fa da quando avete quattordici anni di guastarti le feste con i ragazzi, non si comporta da vera amica, Debbi. Ha una forma di invidia verso di te». Me lo diceva sempre mia sorella, che Bea era invidiosa di me. Io non ci credevo. «Non è cattiva», continuò, «lo sappiamo. Neanche si renderà conto di quello che fa e in fondo ti vorrà bene, ma tu cerca di non dirle più se ti vedi con qualcuno. Ora usciamo da qui, abbiamo un appuntamento a cui presentarci e Bea, per fortuna, non ci sarà». Mi voltai. In piedi, il suo corpo formoso (una conferma che era ereditaria la nostra misura di seno) ma


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non magro come il mio, gocciava acqua. Uscì dalla vasca sorridendo. «Sinceramente non mi va di andare a questo appuntamento al buio organizzato dalla tua amica», dissi. «Sicuro non mi piacerà il ragazzo che ha portato per me. Esco con Bea». Difficile non fare provocazioni a mia sorella quando diceva male di Beatrice. Raffaella indossò l’accappatoio. «Taci», coprì con il cappuccio i ricci scuri e bagnati, «ti prendo l’accappatoio». Beatrice era sempre stata molto strana, sciatta, di poche parole ed estremamente gelosa della sua vita privata. Il ragazzo con cui mi aveva confidato di stare alle scuole superiori non me l’aveva mai fatto conoscere, non mi aveva mai portata a casa sua e, se le chiedevo qualcosa della sua famiglia, cambiava discorso. Perché allora restavo sua amica? Mi venerava come fossi una Dea e mi difendeva da tutti e da tutto. Ma erano più le volte che mi spaventava che quelle che avevo piacere a passarci il mio tempo insieme; e un nuovo spavento me lo mise la sera dell'appuntamento. Stavo mangiando la pizza con mia sorella, la sua amica con i capelli a caschetto e i tre ragazzi con cui avevamo l’appuntamento al buio. Indossavo un abito azzurro attillato a maniche lunghe, adoravo gli abiti


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che mi calzavano come un guanto, erano sexy, loro e io. È vero che mi stavo annoiando, il tizio che mi era toccato non rispecchiava i miei canoni né fisici né caratteriali, ma se c’era qualcuno che avrebbe dovuto interrompere l’appuntamento ero unicamente io, non di certo Beatrice. Sì, perché Bea si presentò al nostro tavolino sotto lo sgomento mio e di mia sorella. Aveva i capelli color miele raccolti in una coda bassa, scompigliati, era senza un filo di trucco (ma non lo metteva mai) e indossava un paio di jeans larghi e la sua maglia preferita, a collo alto, di due taglie più grandi e color rosso scuro. In confronto a me, era una donna di ossatura robusta e alta, io il contrario, minuta e bassa. Ci salutò in tono stizzito e chiese: «disturbo?» «Che ci fai qua?», chiesi. «Le hai detto che saresti venuta qui?», chiese mia sorella. Mi era seduta accanto. «No», risposi. Mi sentii afferrare dal braccio. Fui tirata ad alzarmi in piedi. Imbattei negli occhi nocciola e minacciosi di Beatrice. «Quando la finirai?», chiese lei. «Di fare che cosa?» «Di cercare uomini come una cagna in calore!»


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Beatrice oltrepassò il segno. Non mi aveva mai parlato in quel modo e non accettavo che mi si parlasse in quel modo. Feci un sospiro, uno paziente. Mia sorella sbatté il gomito sul tavolo. «Non ci posso credere», disse. «Beatrice, tu hai bisogno di aiuto, okay?» Mi feci lasciare il braccio da Beatrice. «Per favore», dissi. «Non sei stata invitata, non so come hai fatto a sapere che fossi qui, ma vai via adesso. Mi stai facendo vergognare». Tuttavia, mai quanto quella volta che ero con le labbra attaccate a quelle di un fantastico baciatore e gli tirò una scarpa scacciandolo. Beatrice mi disse «scusa, Scricciola», quella volta come quella sera, «sono venuta a mangiare una pizza e ti ho vista, ci sono rimasta male che tu non mi abbia detto che saresti uscita stasera, non volevo offenderti». Come al solito, dopo le sue uscite da pazza e le sue giustificazioni senza senso, si pentiva e a me passava ogni rancore. «Una pizza da sola?», domandai. Beatrice non mi diede alcuna risposta. Si guardava intorno nel ristorante affollato. Aveva tutto il fare di una sospetta, ma non riuscivo a volerle male. Ero persino felice che fosse venuta. «Debbi, le hai detto che saresti venuta, è evidente», sentii dire mia sorella. Mi voltai al tavolo. «No, davvero», dissi.


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Mia sorella sbuffò. Quando riportai gli occhi su Beatrice, si mosse per andare via. «Bea, perché te ne vai adesso?», chiesi. Beatrice si fermò. «Mi hai detto tu di andarmene». «Dopo che mi hai offesa mi è venuto naturale, ma qui c’è posto, unisciti a noi». Bea scosse il capo. Aveva gli occhioni lucidi da bambina sgridata. Mi avvicinai a lei e come una madre le sorrisi. E dal sorridere presi a ridere, mi faceva ridere. Bea fu coinvolta dalla mia risata. L’abbracciai, stretta. E lei strinse me con la stessa energia. Stavo sempre troppo bene tra le sue braccia robuste. «Mi fai arrabbiare continuamente», dissi. «Non volevo offenderti, scricciola, scusa ancora», la sentii dire. Adoravo quando mi chiamava scricciola. Aveva le sue ragioni per farlo, era una gigante rispetto a me. Io però apprezzavo particolarmente il mio nomignolo perché mi sembrava di avere un’altra sorella maggiore, protettiva; Raffaella questo non lo era. Bea mi baciò la guancia, io baciai la sua. «Resti, per favore?», le chiesi. Bea annuì e mi baciò la testa. «Io ormai sono abituata a queste scenate», sentii il commento acido di mia sorella, mi voltai, «ma voi scusatele». Raffaella mi lanciò uno sguardo severo.


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«Non so chi è più pazza tra di loro». Era tutta colpa della gelosia il suo dire. Lo capivo al volo quando Raffi si infastidiva per gelosia, di me. Fin da quando ero bambina ero stata contesa da Bea e mia sorella. «Dov’è che sarebbe in pericolo?» Un ragazzo biondo e basso si fermò alle spalle di Beatrice. Bea si voltò. Il ragazzo gesticolava. «Dovevo immaginarlo che dovevi correre da lei perché è uscita con degli uomini! Stavolta lo dirò alla commissi-!» Bea spinse bruscamente il ragazzo a fare passi indietro e lo trascinò via con sé. «Chi era quel pazzo?» Mi girai al tavolo, le facce degli altri e di mia sorella che aveva parlato, erano uguali alla mia: dimostravano perplessità. Già, chi era quel ragazzo pazzo? «Debbi, ascoltami. Beatrice ha veramente dei grossi problemi di invidia verso di te», continuò mia sorella. «E tu la perdoni, ogni volta, ma possibile? Non ti rendi conto che è pazza?» «Le voglio bene comunque», dissi. Bofonchiò lei, qualcosa come «allora non provare più a lamentarti con me di lei». Già, aveva ragione. Mi lamentavo con lei di Beatrice e alla fine Bea me la tenevo lo stesso per amica così com’era. Quasi certamente ero io ad alimentare l’astio di mia sorella nei riguardi di Bea.


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«È lesbica», ipotizzò la sua amica. «Io non la conoscevo, ma Raffaella me ne aveva parlato, ora che l’ho vista con i miei occhi come si comporta con te, Debora, ve lo dico, per me è una lesbica non dichiarata e innamorata di te». «Sì», concorda un ragazzo, un altro ride. «Ma dai!», disse mia sorella. «Raffi, quella era una scenata di gelosia!» «Pensi?» In passato lo presi in considerazione che Beatrice fosse innamorata di me. Mi procurò piacere il pensiero, me ne procurava ancora a ripensarci. E, considerando che non avrei mai potuto ricambiarla, ero un po' egoista. Comunque aveva pur sempre un fidanzato; e forse lo avevo visto poco prima. Chi altri poteva essere altrimenti quel ragazzo con cui se n'è andata? Ma non mi bastò ipotizzarlo, io volevo chiederlo a lei, anche e soprattutto per capire il significato delle parole di quel ragazzo, avevano avvalorato il sospetto che Bea non fosse lì per caso. Ogni volta avevo un appuntamento con un uomo lei appariva; e basta, ormai alle strambe coincidenze non credevo più. Mi diressi alla porta d’uscita, rassicurando mia sorella che sarei tornata subito. Fuori nel parcheggio inquadrai una coppia discutere. Bingo! Beatrice era di spalle, ma la riconobbi!


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Presi un passo svelto nella direzione dei due. Sentii dire Beatrice: «Smettila di urlare». «No, voglio che tutti lo sappiano, sei un peccatore che ha il fisso dei pompi-» Beatrice tappò la bocca del ragazzo con la mano. «Smettila, sei stata la mia custode, dimostrami il bene che io ti voglio e ti vorrò sempre!» Il ragazzo scansò la sua mano dalla bocca. «Che cosa c'entra se sono stata la tua custode?», chiese. «Ora ti sei preso una sbandata momentanea per quellaterrena, non sei il primo a cui capita e io ti perdono, non dirò niente, ma devi chiedere, come ti ha detto Ada, un’altra da custodire ché non sei più in grado. Lo vedi che stai dicendo infatti: mi vuoi lasciare!» Rallentai il passo. Va bene, o ero ubriaca di birra o Beatrice parlava davvero di sé al maschile e il ragazzo come una femminuccia in procinto di piangere. «Sono in grado di custodirla!», replicò Beatrice. «Ti lascio perché non ti amo più! Non è giusto per te continuare così e mi sono stancato di sentire le vostre accuse nei miei riguardi su cose non ve-!» Bea si voltò e io bloccai i piedi. Volevo scappare al forte disagio che provai. Non stavo capendo niente, a parte che si stavano lasciando. Per cui era lui, il misterioso ragazzo di Beatrice. Dio, esisteva, su questo Bea non mi aveva mentito.


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«Eccola qua», disse il suo ragazzo. «Sai che faccio, Simon? Ora le racconto tutto». «No!», gridò Beatrice. «Stupida, Stupido», si corresse, «saresti ammonito tu!» «Se la commissione non mi prende in considerazione per togliertela, ora dovrà farlo!» Il suo ragazzo acquisì una colorazione verde fluorescente. Ricevette uno spintone da Beatrice, cadde di sedere per terra. Era sempre stata una ragazza forzuta Bea, a ogni modo, una ragazza che batteva in forza un ragazzo era uno strano vedere ai miei occhi, come lo era vedere il corpo del suo ragazzo che emetteva luce verde rimpicciolirsi. Beatrice si pose davanti a me coprendo il quadro inquietante, prese il mio braccio e mi tirò a correre in direzione della pizzeria. Mi guardai indietro. «Simon!», gridò questo nome, e con una voce femminile, la figura verde fluorescente che si stava alzando da terra. Beatrice aprì la porta del ristorante e, varcando la soglia, mi trapassò un’energia positiva, mi sentii in forma e di buon’umore. Dinnanzi a me una larga e lunga scalinata bianca. È il paradiso, pensai. La mano di Bea mi lasciò il polso. Al mio fianco risalii un braccio muscoloso che riempiva il maglione rosso scuro. Questa non è Bea, mi dissi. «Cazzo», non lo dissi io.


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Centrai gli occhi color nocciola di un tizio con un po’ di barba e i capelli color del miele, aveva una carnagione abbronzata. «Che sta succedendo?», chiesi. «Linguaggio, Simon!», rimproverò una voce che rimbombò. Una donna grassa, in vestaglia rosa, con i capelli scuri e molto lunghi, stava scendendo la scalinata importante. «Il linguaggio terreno qui non è gradito!» «Anche i terreni qui non sono graditi!», ribatté il ragazzo avanzando alle scale. «Perché lei è qui?» Mi indicò con il braccio. Alle mie spalle notai una doppia porta in vetro. Non mi trovavo in paradiso, ma in una reggia dalle colorazioni tenui e bianche. Questo è un sogno, mi dissi. «Sei stato violento con Ivonne», disse la donna. «Per proteggere Debora!» Lui mi conosce? «Dagli altri terreni dovevi proteggerla. Ivonne non le avrebbe mai fatto del male». «Le ha mostrato chi era». «Ivonne avrà le sue conseguenze, ma il suo gesto estremo lo sta spiegando alla commissione. Io ho sentito abbastanza da trarre le mie conclusioni. Tu non sei in grado di fare da custode a un terreno, sei stato fin troppo protettivo con la terrena, un pessimo esempio».


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«Io?!», alzò la voce il ragazzo. «Sono meglio i Custodi che non prestano la minima attenzione al loro terreno e lo fanno finire morto?!» «Non fare paragoni. Hai impedito alla terrena di relazionarsi con il genere maschile, non sarebbero stati mai un pericolo per lei a dispetto di quanto giustificavi». «Ma quanti Terreni fanno soffrire la loro innamorata? Ivonne vi ha convinti che non sono capace!» La donna si fermò all’ultimo scalino. Strinse con le dita le labbra del ragazzo che vedevo di profilo. «Chiudi la bocca ora, Simon», disse. Mi puntò. «E preparati, te la toglieranno».


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