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O C I T I L po SILE CA N E M OLITI DI P TURA CUL IETA’ SOC

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università

scienze politiche al voto: i risultati

12 | copertina

il giornalismo internazionale è in crisi?

18 | internazionale

Sudan e il paradosso dell’ingerenza

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p co i

a

gr

atuit

maggio/giugno 2009


SOM MARIO 3|

editoriale

come anche noi di Filippo Basile

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l’osservatore romeno

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università

gli spazi del trinomio necessario di Mihai Mircea Butcovan

scienze politiche al voto: i risultati di Jacopo Gandin

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mafia

la mafia al nord non esiste di Gabriele Villa ‘ndrangheta allarme rosso di Filippo Basile

10 | festival del giornalismo giornalisti contro le mafie di Matteo Forciniti

festival di Perugia, tra vecchio e nuovo giornalismo di Ana Victoria Arruabarrena

12 | copertina

il giornalismo internazionale è in crisi? di Mirko Annunziata l’analisi di Dario Luciano Merlo Vanguard Journalism: la nuova frontiera del giornalismo d’inchiesta di Stefano Gasparri

16 | intervista

supermedia: alla scoperta del supergiornalismo di Francesco Russo

18 | internazionale Sudan e il paradosso dell’ingerenza di Neliana Pollari

il commento di Fausto Pocar

20 | ambiente

“acqua in bocca”: un diritto? di Chiara Galbersanini

22 | cultura

una rivista Kritika di Emanuele Beluffi il viaggio del dottor Destouches di Elena Federica Marini

24 | musica

Double Kick vol. 1 di Carl Ponzram Fast-food album di Luca Ceriani

26 | il racconto

passeggiata in mutamento di Dario Nepoti

27 | la vignetta l’esame... di Flaminia Sparacino

FONDATO DA

Leonard Berberi Flavio Bini Antonio Bisignano DIRETTO DA

Ana Victoria Arruabarrena Filippo Basile Francesco Russo IN REDAZIONE

Mirko Annunziata Emanuele Beluffi Luca Ceriani Matteo Forciniti Chiara Galbersanini Jacopo Gandin Stefano Gasparri Elena Federica Marini Dario Luciano Merlo Dario Nepoti Neliana Pollari Carl Ponzram Gabriele Villa CONTRIBUTI SPECIALI DI

Mihai Mircea Butcovan Fausto Pocar VIGNETTE

Flaminia Sparacino IMPAGINAZIONE & GRAFICA

Elisa Malvoni

CORRETTORE DI BOZZE

Giulia Laura Ferrari CONTATTI

COMITATO di GARANZIA

Su richiesta della Direzione e della Redazione di Acido Politico, un comitato costituito da docenti della Facoltà di Scienze Politiche si assume il compito di garantire la libertà e la correttezza sul piano legale del contenuto del periodico, senza tuttavia interferire sui suoi orientamenti e contenuti. Il comitato è composto dai prof. Gabriele Ballarino, Antonella Besussi, Francesco Camilletti, Ada Gigli Marchetti, Piero Graglia, Marco Leonardi, Lucia Musselli, Michele Salvati, e Roberto Escobar, il quale assume, ai fini della legge sulla stampa, la funzione di direttore responsabile.

www.acidopolitico.com SITO WEB

acidopolitico@hotmail.it WEBMASTER

Alessandro Leozappa STAMPA

Mediaprint S.r.l. via Mecenate, 76/32 - MIilano Stampato con il contributo derivante dai fondi previsti dalla Legge n. 429 del 3 Agosto 1985 Registrato al Tribunale di Milano, n. 713 del 21 Novembre 2006 DIRETTORE RESPONSABILE

Roberto Escobar


editoriale

i o n e h c n a come di Filippo Basile

In questo numero si parla del giornalismo, di cosa sarebbe bello scrivere, ma ancor di più di cosa sarebbe bello leggere. Ultimamente è molto facile imbattersi in letture pesanti, noiose o in frivolezze che ci vengono propinate come notizie, ma in realtà sono gossip. Un po’ come se fare informazione fosse una faticaccia da far pesare. L’esempio limite è intraprendere la lettura di lotta ccomunista, un viaggio sudato attraverso il deserto della propaganda ideologica, sul retro i consigli per l’uso suggeriscono di munrsi di acqua fresca, zuccheri e luce, chissà mai che nel frattempo diventi buio. Forse altre maniere per informare, meno dispendiose per il fisico, esistono già. Senza andare lontano, possiamo prendere a esempio i nostri amici dell’università di Catania, che evitano di imporci l’adesione a una rivoluzione dell’ordine mondiale (obiettivo un po’ proibitivo), ma, con un pizzico di saggezza, usano l’informazione come strumento utile all’individuo per capire ciò che lo circonda. Grazie a questo pensiero ormai raro step1 (www.step1.it) è candidato al festival del giornalismo di Ischia come miglior blog dell’anno. Una bella soddisfazione per chi si da fare a gratis, appoggiandosi solo alla volontà e sete

Ultimamente è molto facile imbattersi in letture pesanti, noiose o in frivolezze che ci vengono propinate come notizie, ma in realtà sono gossip. di cambiamento, ma soprattutto perchè non cerca di convincere nessuno, cerca di essere un punto saldo per l’informazione alternativa in un paese che ne è sempre più sprovvisto. Ogni realtà italiana non può che portarci a riflessioni sulla nostra. Infatti noi di Acido politico siamo ancora in viaggio verso quell’obiet-

tivo, dobbiamo lavorare molto, attivare finalmente la nostra pagina web e cercare di rendere quanto più presente il nostro periodico nelle università milanesi e per le strade di una città che corre troppo e pensa troppo poco, cerchiamo si svelare anche quello che ci succede intorno e che la fretta spesso ci cela. Chiunque si voglia aggregare a noi portando idee nuove e impegno non può che essere il benvenuto, qui dove, a differenza di quanto alcuni pensano c’è più libertà che in quelle finte liste apartitiche o volutamente partitiche che si apprestano a dividersi le briciole del potere dimenticandosi sempre più spesso delle necessità degli studenti.

igazione v a n la r e p consigli

www.step1.it

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l’osservatore romeno Che se ne fa un Osservatore Romeno di una rivista che si chiama Acido Politico e che si definisce mensile universitario di politica, cultura e società? Ovviamente sfoglia il periodico e non soltanto perché ci ha scritto un breve contributo. Legge così, nei vari articoli, di una città che «si arricchisce ma non distribuisce», di un discutibile «rinascimento urbano milanese», di «sistematici sgomberi di centri sociali», della necessità - per l’Expo - di un «utilizzo responsabile di

in mente il secondo articolo del manifesto del collettivo «Qui fait la France?» (pubblicato in Italia dalle edizioni Stampa Alternativa nel libro «Cronache di una società annunciata»). Recita così il discorso programmatico di dieci scrittori della banlieu parigina che usano la forza della parola e della narrazione scritta per investire il campo culturale, superare le frontiere e recuperare così lo spazio che spetta loro di diritto: «Perché rifiutiamo che lo spazio pubblico, unica risorsa

finanziamenti sofferti». E poi legge dello «stile italiano, stile strano», del «precario take-away» e delle voci dal mondo universitario. Legge, nella rivista, che «certe volte la storia cambia… ma soltanto per chi la racconta», che «l’Italia non ha una cultura della legalità». Si legge, in Acido Politico, anche di elezioni israeliane e di «luoghi comuni e falsità legate alla storia del conflitto in Palestina», e poi ancora letteratura, musica, fumetti fino alla presentazione di Satisfiction - un free press di critica letteraria - e ad una conclusiva ed amara «passeggiata in mutamento»… Questa rivista si rivela un intelligente quanto necessario concerto di voci e riflessioni sugli spazi culturali della città. Gli studenti che producono Acido Politico dovrebbero essere aiutati con finanziamenti per diffondere maggiormente nella città questo mensile gratuito di qualità e poi di… politica, cultura e società, un trinomio necessario quanto indispensabile per Milano e per i suoi cittadini. La voglia degli autori di essere promotori culturali e protagonisti nel capoluogo lombardo fa venire

intellettuale di cui dispone una società per pensare a se stessa, sia sprecato in vane polemiche, nella derisione sistematica, nei discorsi concordati e nell’instancabile messa in scena di chi è al potere». Dalla Francia è arrivato anche Carlo Boso, attore e regista, maestro della commedia dell’arte, per discutere, nelle scorse settimane, di universalità del linguaggio della maschera all’interno del ciclo di incontri-lezione «Per una cultura senza confini» organizzato dalla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. L’incontro si è trasformato in una riflessione-dibattito con il pubblico sugli spazi artistici della città, su quanto si restringono gli spazi della cultura, soprattutto quelli della cultura per tutti. A differenza del calcio - riunione che non crea coscienza civile e perciò non preoccupa - una messa civile come il teatro, soprattutto il teatro per tutti, non trova grandi sostenitori tra gli amministratori della cosa pubblica. Di spazi culturali e di come possano essere inventati ed occupati con un significato artistico, pedagogico e politico si è discusso anche nel

o i m o n i r t l e d i z a p s i gl o i r a s s e c ne

Mihai Mircea Butcovan per Acido Politico

Mihai Mircea Butcovan è giornalista, scrittore e poeta romeno. Nato in Transilvania, vive in Italia dal 1991 e lavora a Milano come educatore professionale nell’ambito del recupero dei tossicodipendenti. Scrive per Internazionale e nel 2007 ha pubblicato il suo ultimo libro Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa editrice), storia in chiave umoristica della tormentata relazione di un giovane immigrato romeno con una ragazza leghista di una ricca famiglia brianzola. (losservatoreromenomail.com) 4


secondo incontro con Bjliana Sbrljanovic. Nota in Italia soprattutto per il «Diario da Belgrado» pubblicato su La Repubblica, Bjliana ha condiviso con il pubblico - in una brillante lezione - la sua esperienza cosmopolita di scrittrice, docente, pedagogista, donna e amante di cultura. Ha proposto insieme ai suoi studenti milanesi alcune eccellenti sperimentazioni del laboratorio di scrittura teatrale. Insieme agli studenti e al pubblico ha poi alimentato un dibattito che si è interrogato sui modi collaudati e su quelli da inventare per fare arte, per fare cultura nel mondo odierno. Un suggerimento arriva proprio dal ciclo di incontri proposto dalla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi proprio alla Casa delle Culture del Mondo, nella periferia milanese, con l’intento dichiarato di stimolare nella città, in tutta la città, riflessioni di ampio respiro culturale. Sarebbe auspicabile che a Milano, anche il comitato del mensile Acido Politico occupasse nuovi spazi, per diffondere il “trinomio necessario” del loro mensile: politica, cultura, società. Bisogna occupare gli spazi che ci sono, difenderli, a servizio della cultura e delle culture che a Milano convergono. Ecco due appelli di un Osservatore Romeno che ha appena finito di leggere questa rivista. Agli autori: occupate gli spazi milanesi, perché se non la fate voi la politica, la cultura e la società, la farà qualcun altro per voi e non la farà mai come vorrete. Entrate in contatto con altre realtà di studio come la vostra. Quella che ho tra le mani, la vostra rivista, è un prodotto che deve uscire dall’università ed entrare di prepotenza nella città. O troverete una strada o la dovrete costruire. Agli amministratori di cosa pubblica, alle istituzioni ed agli enti privati che hanno a cuore anche la cultura: sostenete iniziative come questa. Ne va del loro, e del nostro, futuro.

re? e v i r c s e Ti piac fia? ra g to fo la a n io s s Ti appa Sei un bravo video-maker? Sei un abile vigne ttista?

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O C I T I L o p SILE A MEN OLITIC DI P TURA CUL IETA’ SOC


università

scienze politiche al voto: i risultati di Jacopo Gandin Il 13 e 14 maggio si sono svolte anche a Scienze Politiche le elezioni studentesche. Rispetto alla precedente tornata il panorama delle liste si presentava assai più variegato rispetto all’ultima. Otto gruppi infatti si contendevano i voti degli studenti di Via Conservatorio, e miravano a spartirsi i 33 seggi del Consiglio di Facoltà dedicati agli studenti nel caso l’affluenza superasse il 10 per cento, come è effettivamente avvenuto (per la precisione, poco meno del 14 per cento degli studenti ha infilato le schede nell’urna). I risultati hanno testimoniato maggior equilibrio rispetto alle previsioni, le quali vedevano molte liste nate poco prima delle elezioni senza un bagaglio di consensi consolidato. Tutte le liste infatti hanno conseguito almeno un seggio al CdF.

Analizziamo nel dettaglio i risultati lista per lista: Lista Studenti Scienze Politiche - 11 seggi: buona tenuta di questa formazione che si aggiudica il primo posto tra le liste con 370 voti circa, conseguendo 11 seggi anche grazie a qualche resto favorevole. Una curiosità: tutti gli eletti fanno parte del movimento Obiettivo Studenti (che faceva parte della lista assieme a Studenti Democratici e Unicentro) da cui proviene il senatore accademico eletto Martino Andreani. Sinistra di Facoltà - 9 seggi: affermazione per certi versi sorprendente di questa lista, sicuramente trascinata dal successo di Sinistra Universitaria a livello di ateneo. Per una lista nata in pochi mesi, 40 voti in meno della corazzata LSSP sono da considerarsi sicuramente un buon risultato. Come corollario si registra l’elezione di Angelica Vasile al Comitato Pari Opportunità (CPO)

Numero di rappresentanti eletti

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Fuori controllo - 4 seggi: risultato eclatante anche per la lista rappresentante dell’Onda, che raccoglie ben 147 consensi tra un elettorato molto variegato. Senza dubbio i rappresentanti eletti in questa lista possono essere soddisfatti dei consensi raccolti che premiano una presenza assidua in facoltà. Azione Universitaria-Studenti per la Libertà - 4 seggi: consensi in lieve flessione per la lista degli studenti di destra, classificatasi quarta nella graduatoria dei voti ricevuti che hanno però portato a un numero di seggi pari alla terza formazione. Pochi vantaggi per AU dalla fusione con il gruppo Studenti per la Libertà. Eletto come senatore accademico Carlo Armeni. Movimento Universitario Padano - 2 seggi: buon risultato per gli studenti padani, che alla loro prima apparizione in Facoltà guadagnano 62 voti e 2 seggi, a


conseguenza del calcolo dei resti. Valori e Merito in Ateneo - 1 seggio: anche questa recente lista conosce un discreto risultato, che premia la fiducia in un progetto studentesco sviluppatosi nell’ultimo anno in facoltà. New Age/ISAWO - 1 seggio: la lista degli studenti albanesi rimane per molti un oggetto misterioso: poco visibile in campagna elettorale, avrà comunque il suo rappresentante in CdF. Démos U.C-Alternativa Rossa: La piccola formazione d’ispirazione comunista, presente in tutto l’ateneo, riesce a strappare un posto al Cdf, appannaggio del consigliere uscente Luca Rodilosso.

s e e b e h t free FAQ – Leggende metropolitane Qualche anno fa la Facoltà ha distribuito un sondaggio per raccogliere tutte le domande a cui gli studenti di Scienze Politiche avrebbero voluto ricevere risposta. Dopo mesi di elaborazione Acido Politico ha raccolto i quesiti più richiesti, con relative risposte. 1| Chi è l’uomo raffigurato nei fermi delle imposte della biblioteca? Si chiama Romeo Tapponi, è lo studente fuori corso record di Scienze Politiche. Si è immatricolato nel 1967 e si è laureato nel 2004. Se chiedete, alcuni professori si ricordano ancora di lui. 2| È vero che la CUSL prende soldi da CL? No, è un’illazione messa in circolazione delle frange più eversive della facoltà. 3| È vero che la CUESP prende soldi dal Partito Comunista Sovietico? Sì, riceve un sussidio mensile. Ma in rubli emessi dalla zecca di Mosca nel 1958. Sono spendibili solo al mercato del sabato di San Pietroburgo. Questo spiega alcuni momenti di prolungata assenza del titolare. 4| È normale che il bar decida autonomamente che orari rispettare e appenda cartelli di chiusura anticipata? Non più di rapinare signore anziane di fronte alle poste. 5| È vero che alcuni professori di prima fascia arrivano a guadagnare 5.000 € al mese facendo solo 60 ore di lezione all’anno? Sì, però sono disponibili in orario di ricevimento per qualsiasi chiarimento.

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mafia

la mafia al nord non esiste

Milano si sente lontana dalla piaga Italiana del Sud. Affossata la Commissione antimafia.

di Gabriele Villa

5 Marzo 2009, con 49 voti favorevoli si insedia a Palazzo Marino la “Commissione speciale d’inchiesta sulla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso a Milano”. Il 7 aprile 2009, la commissione convocata dal Presidente del consiglio comunale Manfredi Palmeri, e presieduta dal Consigliere anziano Pierfrancesco Majorino, ha lavorato alla programmazione delle sedute successive con ben 30 azioni concrete da attuare. Compito della Commissione è di indagare e occuparsi delle infiltrazioni mafiose negli immobili di proprietà del Comune o di aziende collegate, dei legami con il racket della prostituzione, lo spaccio di stupefacenti, la tratta di esseri umani, le morti bianche e l’immigrazione clandestina, nonché dell’impatto negativo del fenomeno sul sistema produttivo, economico e sociale milanese; senza tralasciare l’importantissimo compito di vigilare sul pericolo obiettivo di infiltrazioni negli appalti per la vicina EXPO 2015. Un ottimo punto di inizio per una città come Milano capoluogo di una regione, la Lombardia, che si colloca al terzo posto per beni confiscati alla mafia, un territorio in cui si sente la puzza dell’infiltrazione delle cosche calabresi e di quella della camorra napoletana. 25 maggio 2009, con 29 voti a favore (il centro destra al completo) e 24 contrari (l’opposizione), con la sola astensione del Presidente 8

dell’Aula Manfredi Palmeri, la Commissione antimafia di Milano viene sciolta. Si tratta solo della punta dell’iceberg di un iter di boicottaggio iniziato con le parole del prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, che dichiarava «l’illegittimità e l’inutilità» della Commissione. Il Pdl giustificava: «Abbiamo incontrato, prefetto, questore e magistrati: ci hanno confermato che non avrebbero partecipato alle sedute. Senza contributi esterni la Commissione diventa inutile, un luogo dove discutere d’aria fritta». È questa una valida giustificazione? Forse la Lombardia, troppo al nord e troppo distante dalla piaga che affligge il sud del nostro paese, si sente ingenuamente sicura? O forse tale leggerezza nasconde i soliti interessi politici, economici e commerciali ...reali motivi per cui dopo anni di spargimenti di sangue, stragi e intimidazioni, oggi la criminalità organizzata è più attiva che mai sull’intero territorio Italiano. Roberto Saviano durante la trasmissione di Fazio “Che tempo che fa…” denunciava che gli abitanti del nord del paese non sanno realmente cosa sia la camorra, non sanno realmente cosa significhi vedere un corpo a terra trivellato di colpi, non conoscono l’odore di un morto ammazzato, e la puzza di polvere da sparo che ristagna nell’aria dopo un agguato. Non sanno cosa significhi realmente passeggiare per il centro, sentire una moto accelerare, una pistola sparare e vedere un uomo che strema privo di vita a terra, nel mezzo di una folla di passanti che guardano, mormorano e alla fine

non hanno visto niente. Forse è davvero così, perché qui in Lombardia la criminalità organizzata è silenziosa, quieta, si guarda dal creare situazioni che attirino i media e che scandalizzino l’opinione pubblica. I morti si fanno al sud,

questo è territorio di investimenti di conquista economica, dove è necessario fare tutto con il giusto silenzio senza puzza di zolfo nell’aria, né macchie di sangue a terra. Ma andatelo a chiedere al commerciante dell’hinterland meneghino che è costretto a pagare il pizzo, a sopportare intimidazioni, andatelo a chiedere alla prostituta costretta


‘ndrangheta allarme rosso di Filippo Basile

a battere in viale Umbria, andatelo a chiedere al ragazzo morto di overdose che ha reperito la dose quotidiana con la facilità di comprare una pagnotta di pane. «La mafia al nord non esiste», parole pronunciate da chi ha deciso

di tapparsi il naso e non sentire l’odore di marcio e di corrotto che ristagna anche qui, a centinaia di chilometri dalla Campania, dalla Calabria e dalla Sicilia. Parole il cui significato è confermato dall’atto di quest’amministrazione comunale nella sua, spero, vera e sincera ingenuità.

Sono 850 le pagine che la direzione nazionale antimafia (DNA) dedica al rapporto nazionale sui trend della criminalità organizzata nostrana e estera. Materiale che arriva da tutte le Procure distrettuali della Repubblica, a cui la legge italiana (ndr, art.51 co.3-bis c.p.p.) assegna le investigazioni sui “delitti di mafia”. Una produzione che lascia sconvolti di fronte alle attività illecite di stampo mafioso svolte sul nostro territorio. Qui ci focalizzeremo sulla ‘ndrangheta, cercando di analizzare le sue caratteristiche principali, per capirne entità e forza. La statistica Eurispes del maggio 2008: il giro d’affari della ‘ndragheta è di 44 miliardi di euro, pari al 2.9% del pil italiano. Il business più remunerativo è il traffico di stupefacienti che, con il quasi monopolio delle importazioni di cocaina dal Sud America, genera da solo il 62% dell’intero fatturato illegale. Queste cifre ci permettono di capire il reale potere economico dell’organizzazione e di conseguenza la sua capacità di condizionamento politico. Operazioni di riclaggio: gran parte dei profitti realizzati sono “iniettattati” direttamente nell’economia legale attraverso operazioni di riciclaggio più o meno sofisticate. Non molto nota, ma ben esplicativa è la vicenda che riguarda un Avvocato di Milano, Giuseppe Melzi che, come riportato dalla relazione della DNA in base ai procedimenti avviati dalla DIA di Milano, era il consulente giuridicofinanziario di Zoccola e Andali legati alla cosca Ferrazzo. I soldi portati all’estero attraverso vari spostamenti finanziari arrivavano nei paradisi fiscali e da lì, attraverso un’attenta compravendita di pacchetti di maggiornaza di varie società immobiliari, si trasformavano in terreni e immobili siti in in varie parti d’Italia. Il meccanismo con cui sono effettuati è tecnico, ma diviene possibile solo coinvolgendo attori non direttamente legati

alle cosche, figure professionali che per utili personali prestano servizi a esponenti ‘ndranghetisti senza per questo essere affiliati. Quindi un condizionamento dell’ambiente sociale, in particolare della classe dirigente, che ruota attorno alle attività economiche della criminalità calabrese. La dimensione transnazionale: il problema non riguarda solo l’Italia, ma si estende anche in Europa, dove Germania, paesi del BeNeLux e i Paesi dell’Est sono i luoghi in cui le attività delle “locali di ‘ndrangheta” sono più attive. Giuseppe Nitra, della locale di Kaarst, legato al clan Nitra-Strangio, partecipò all’eccido di Duisburg e fu arrestato proprio nei pressi di Amsterdam. Una vicenda meno nota arriva direttamente dall’Australia dove nel giugno del 2007 nel porto di Melbourne viene sequestrato un carico di 4,4 tonnellate di ecstasy. A farle arrivare per nave dall’Italia fu Pasquale Barbaro che, originario di Platì, non smetteva di essere in contatto con i clan della locride come Barbaro, Papalia e Sergi. Da qui si evince una capacità di tessere relazioni nuove senza per questo perdere i rapporti con le famiglie di riferimento, con le quali c’è un’affiliazione sigillata da un rito, questo ha permesso di costruire un sistema di valori, mentalità e comportamenti che fungono da strumento di interazione con il sistema sociale che li ospita. È proprio questa continua interazione tra tessuto economico legale e criminale che permette alla ‘ndrangheta di insinuarsi anche nelle istituzioni avviando rapporti mirati con singoli esponenti di poteri politici (locali e nazionali). Il sostituto procuratore della DNA Vincenzo Macrì evidenzia la forza eversiva espressa dalla ‘ndrangheta e sottolinea la pericolosità di questa per l’ordine democratico del nostro Paese.

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festival del giornalismo Nasce l’Osservatorio permanente dell’informazione per tutelare i giornalisti minacciati dalla mafia di Matteo Forciniti La maglietta di una ragazza vale più di quaranta vite minacciate. Ecco lo scenario dell’informazione italiana che ha scelto di raccontare casi come la maglietta esibita da Amanda Knox in un processo (magistrale il Tg1 che ha dedicato alla “notizia” due servizi con tanto di analisi psicologica). Dimenticando, invece, gli oltre quaranta giornalisti che, tra il 2006 ed il 2008, sono stati minacciati dalle organizzazioni criminali. Al Festival Internazionale del Giornalismo, svoltosi a Perugia dall’1 al 5 Aprile, è stato presentato l’ Osservatorio permanente dell’informazione sui cronisti minacciati o che vivono sotto scorta in Italia. L’Osservatorio, proposto da Alberto Spampinato, si propone un duplice obiettivo: tutelare le vittime del passato (otto giornalisti uccisi in Sicilia e uno in Campania) e salvaguardare le vittime invisibili di oggi, non lasciando soli cronisti che, semplicemente per aver fatto correttamente il proprio mestiere, rischiano la vita. L’Osservatorio ha ricevuto il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti e della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana). Oltre a Roberto Saviano sono molte le vite minacciate che non godono della stessa attenzione mediatica, necessaria in un paese smemorato come il nostro. Rosaria Capacchione giornalista del Mattino, Nino Amadore del Sole 24 Ore e autore del libro La zona grigia (La Zisa). Professionisti al servizio della Mafia, Lirio Abbate dell’Ansa e autore insieme a Peter Gomez del libro I Complici (Editore Fazzi). Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento. Lirio Abbate vive da due anni sotto scor10

giornalisti

contro le mafie

ta per aver raccontato in diretta l’arresto di Bernardo Provenzano e per essere andato oltre avendo scritto nomi e cognomi di politici in rapporti (anche non penalmente rilevanti) con esponenti mafiosi. Dell’ultimo covo del vecchio padrino sappiamo tutto: bibbia, santini, pane e cicoria. Il ritratto di un uomo qualunque. Nessuna inchiesta, invece, sulle complicità istituzionali che hanno permesso la latitanza record di 43 anni. Sorgono alcune domande. Perché oggi il giornalismo d’inchiesta è relegato solo ai libri? Perché i giornali e le televisioni non si occupano mai (eccetto poche eccezioni) dei rapporti tra mafia e politica? Il sistema televisivo italiano è controllato al 90% da un uomo solo, capo di un partito politico, un’anomalia nel panorama occidentale. Se non è una risposta almeno è un’accecante verità. I mali del giornalismo italiano sono molteplici, ma la proposta di Lirio Abbate, «espellere i giornalisti collusi con la mafia», non appare così infondata. Inverosimile, invece, è la sorte toccata a Pino Maniaci, un semplice cittadino diventato eroe facendo informazione (vera) in Sicilia per Telejato. Dopo le numerose aggressioni e minacce subite dalla mafia è arrivato lo stato: rinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione di giornalista”. Pino Maniaci si è sempre

rifiutato di prendere la tessera di giornalista, come potrebbe essere un collega dei vari servi nelle televisioni e nei giornali? Come si può lasciare solo un uomo che ha fatto informazione anche se non era obbligato a farla? Perché non prenderlo come modello e tutelarlo? La lotta alla mafia, la più grave emergenza del nostro paese, non è una priorità per i media che preferiscono affrontare l’argomento solo in maniera spettacolare, cinematografica. Attraverso una finzione. Ogni volta che un giornalista non può esercitare liberamente la propria professione la Costituzione viene schiaffeggiata e con essa anche la democrazia. E’ compito della società civile tutelare questi uomini e queste donne che sono sempre di meno nel mondo dell’informazione. Ma sempre più necessari.


Festival di Perugia, tra vecchio e nuovo giornalismo di Ana Victoria Arruabarrena Studenti delle scuole di giornalismo. Sono ovunque ma si confondono con gli altri. Seduti composti nella Sala de’ Notari, nelle conferenze, nei teatri, intenti ad appuntare ogni parola e ogni pensiero dei relatori. Ma è disarmante osservarli. Forse per la prima volta la dedizione dello studente nel registrare ogni passaggio del maestro si rivela inutile, neanche se quegli appunti fossero il prodotto di una certosina sbobinatura servirebbero loro per imparare il mestiere. I maestri non fanno che ripetere: quello che abbiamo fatto sino ad oggi non esisterà più. Dalla carta stampata, alla professione in quanto tale. Facoltà di Scienze Politiche, prima lezione di statistica. Sullo schermo una pagina colma di numeri, separati fra loro solamente da una virgola. Potrebbero celare informazioni essenziali, per una ricerca o per un risultato elettorale ma si vede così tanto che non si vede nulla. La statistica permette fra le altre cose di filtrare i dati secondo un criterio e di rendere comprensibile un’insieme di informazioni. Permette di vedere laddove altrimenti nulla si vedrebbe. Cosa paghiamo quando diamo un euro all’edicolante per il quotidiano? Nella loro rassegna stampa mattutina Michele Serra e Giovanna Zucconi ci rispondono: la selezione. In occasione dell’allarme dell’influenza suina i titoli offerti delle due maggiori testate milanesi sono identici e questa selezione

Acido Politico sbarca a Perugia all’annuale Festival internazionale di giornalismo. Fra passioni per il mestiere e dubbi sul futuro, un elemento non è in discussione: la necessità della sua esistenza.

pare inesistente o affidata esclusivamente all’ANSA. Alla selezione appartiene un duplice compito, o meglio, al giornalista che la esercita per professione. L’accertamento dei dati e delle fonti, che però Rosanna Capacchione ormai denuncia sempre più rari, e un percorso proprio del giornalista che si traduca in una presa di posizione nei confronti della questione trattata. Una posizione dettata dalla sensibilità personale e da quello che per Pasolini doveva essere un requisito indispensabile per un giornalista: l’onestà intellettuale. Aprile 2009. Freedom House declassa l’Italia a paese parzialmente libero per diminuzione della libertà di stampa. Chi non è libero? Cosa non viene detto?

La posizione del giornalista forse. Anche se molti dicono, non dovrebbe averla. Ma come può svolgere a pieno il suo compito, senza dare una propria lettura? Come può coinvolgere vita e coscienza dei lettori per sensibilizzarli e contribuire alla democrazia del paese? Consapevole o inconsapevole, non posizionarsi è sempre una presa di posizione. Da Perugia qualcuno si augura che le nuove generazioni di giornalisti non si adagino sull’attuale modo di fare giornalismo ma che partecipino con il loro lavoro quotidiano al miglioramento della società.

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copertina

il giornalismo tradizionale è in crisi?

di Mirko Annunziata Questa domanda potrà sembrare banale e ridicola ai più ma viene già posta da milioni di persone nel mondo e nei prossimi anni, con l’inarrestabile diffusione delle nuove tecnologie informatiche, ce la porremo tutti. Di sicuro se la sono già posta molti direttori di giornali, a fronte di un sempre minore numero di lettori e della crisi economica, due fattori congiunti che rischiano di mietere vittime eccellenti anche nell’Olimpo dei Giornali più prestigiosi. Internet dal canto suo sembra essere destinato nel prossimo futuro a diventare il nuovo Messia dell’informazione: gratuito, aggiornato in tempo reale ed ecumenico, suscita un fascino irresistibile verso molti navigatori di cui una parte con una punta orgoglio dichiara il suo disinteresse ad ogni notizia o avvenimento che non passi dallo schermo del loro computer. Il problema principale di questa crisi però va ricercato altrove, non proviene dalle potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione ma dai problemi di quelli vecchi: la libertà e l’indipendenza percepita nell’informazione via Internet rispetto ai bavagli dei poteri politici ed economici imposti alle redazioni dei giornali cartacei. Questo problema è ancora più sentito nel nostro paese, dove la scelta di distaccarsi dai vecchi mezzi d’informazione assume spesso la forma di una vera e propria protesta verso un’informazione vista sempre più come politicizzata e per questo meno affidabile. Un sondaggio IPSOS sulla credibilità dei media in Italia riporta che 12

gli Italiani reputano i temi politici ed economici i meno credibili tra quelli trattati dai media, in coincidenza proprio con i settori più legati al potere editoriale. Dai sondaggi emerge inoltre a sorpresa come media d’informazione più apprezzato la radio. Perché proprio la radio? L’informazione via radio è rapida, puntuale e dovendo essere sintetica quasi del tutto immune, o comunque in misura minore di altri media, ad ogni tipo di manipolazione della notizia di stampo politico ed ideologico. Internet, in quanto media in grado di dare la possibilità a chiunque di fare informazione con mezzi gratuiti quali blog, forum di discussione e siti personali, potrebbe essere la nuova frontiera della libera informazione, o almeno così verrà visto da un numero sempre maggiore di persone. Se il giornalismo cartaceo invece, soprattutto nel caso Italiano, si trova

in una crisi destinata a crescere nel futuro, la colpa non è tanto la diffusione dell’informazione su Internet o del prestigio della radio, quanto la sempre più crescente sfiducia dei lettori nei confronti dell’attuale classe giornalistica. Il giornalismo come propaganda politica e ideologica, invece che limitarsi ai soli giornali dichiaratamente di partito, occupa tutti i livelli della carta stampata, sconvolgendo la stessa cronaca. La propaganda inesorabile fa spesso e volentieri a botte con la realtà dei fatti, e il giornalista attuale tende a sacrificare la seconda per la prima, oltre che a vendere la sua onestà intellettuale. Senza scomodare i desolanti risultati totalizzati dall’Italia nei principali indici di libertà di stampa, basta dare una fugace occhiata alle prime pagine dei giornali di diverse fazioni politiche, dalle testate nazionali ai giornali gratuiti universitari nostri colleghi, per avere l’impressione che il


l’analisi

paese e il mondo intero soffrano di una grave forma di schizofrenia. Il futuro del giornalismo su carta, di Dario Luciano Merlo pur accettando i suoi limiti e l’inar- restabile ascesa delle notizie via Internet, deve poter contare non solo su una classe di giornalisti capaci La chiusura di 24 Minuti, il freee coraggiosi ma anche su articoli press del gruppo Sole 24 Ore, di qualità, libera espressione di dalla formula molto apprezzata convinzioni politiche ed ideologisoprattutto da studenti e pendoche. Queste, purtroppo spesso e in lari, è il simbolo di una crisi che maniera più o meno consapevole non risparmia nessuno, nemmeno da parte del giornalista, sono coni prodotti migliori e di qualità. La dizionate da pesanti pressioni intersituazione del settore editoriale sofne ed esterne che impediscono al fre ormai da tempo la concorrenza lettore di capire e di costruirsi una di internet e, in misura minore, di sua opinione autonoma e libera. altri mezzi di informazione come le news sui cellulari, tuttavia la recente crisi economica ha obbligato le aziende a ridurre i costi non necessari, tra cui le spese in pubblicità, ancora oggi la fonte primaria di ricavi per giornali e quotidiani. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio stampa Fcp (Federazione concessionarie di pubblicità) i quotidiani hanno ridotto il fatturato del 25% e la vendita di spazi pubblicitari del 15%, percentuali che salgono al 28% e al 18% se si considerano solo i quotidiani freepress. La flessione riguarda anche i periodici, con cifre simili a quelle dei quotidiani, ma variabili a seconda della periodicità e della specificità degli argomenti trattati. Una situazione, quindi, che aggrava un processo già in atto e che cambierà il volto dell’informazione nei prossimi anni. I consumatori, infatti, richiedono sempre più spesso notizie aggiornate e corredate da immagini che descrivano gli eventi, un mix possibile soltanto su internet, che ha il vantaggio ulteriore di essere gratuito. I giornali finora sono sopravvissuti garantendo una maggiore affidabilità e l’approfondimento che

non era possibile trovare altrove, e finché le vendite hanno tenuto il settore è rimasto competitivo affidandosi, più che al prezzo di copertina, alla pubblicità e ai contributi pubblici all’editoria. Questi ultimi, il cui pretesto è sempre stato la necessità di garantire la libertà di stampa e di diffusione anche a piccoli giornali locali e di partito, non è più necessaria in un mondo dove l’informazione può raggiungere velocemente tutta Italia, ed erano stati pesantemente tagliati nella finanziaria 2008, salvo poi essere in parte reintrodotti a causa della pressione dei maggior partiti che rischiavano di vedere sparire, o fortemente ridimensionare, le loro testate. Oggi che nemmeno questi contributi sembrano bastare, continuare a tenere artificialmente in vita moltissimi giornali e quotidiani appare sempre di più uno spreco di soldi. Così come il mantenimento di un anacronistico ordine professionale, nato negli anni venti in un contesto corporativo con lo scopo di controllare i giornalisti, oggi rappresenta solo un’inutile barriera all’ingresso di giovani e capaci scrittori. Il futuro sarà difficile, ma non tragico, e difficilmente vedremo sparire giornali ed edicole dalle strade. Lo sviluppo più probabile sarà la chiusura di molti piccoli giornali pretesi “nazionali” e un continuo sviluppo dell’area web dei quotidiani rimanenti per rispondere in maniera sempre migliore alla domanda di informazione. La stessa previsione che ha fatto recentemente Eric Schmidt, CEO di Google, che vede nella tecnologia e nel rapporto sempre più diretto tra giornalista e lettori, la direzione più probabile di questa nuova trasformazione. 13


copertina

Vanguard Journalism

la nuova frontiera del giornalismo d’inchiesta

di Stefano Gasparri

Nel suo piccolo, questo articolo si propone due obiettivi: informarvi della nascita del Vanguard Journalism; sviluppare dei primi commenti sulla sua diffusione. In sintesi, il V.J. ambisce ad essere un innovativo modo di fare giornalismo, costituito da video-inchieste incisive, realizzate da giovani audaci reporters che sfruttano al massimo le nuove tecnologie. Nel concreto, il V.J. rappresenta la sezione dedicata al giornalismo d’inchiesta di una piattaforma mediatica ben più estesa, Current TV. I suoi programmi sono ciascuno dotato di un proprio taglio, che va dal più serio e tecnico al più scanzonato e ironico, e affrontano tematiche politiche e sociali di rilievo. Viene proposto sotto forma di trasmissione televisiva, accessibile in due moda14

lità: come programma del canale televisivo Current, presente per ora solo negli Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Italia (Sky Italia, canale 130); ma anche come pagina web del network Current, presente sulla rete all’indirizzo http://current.com/ vanguard-journalism/. I temi d’attualità che vi vengono tratti spaziano a 360 gradi, soffermandosi su questioni delicate e dal forte impatto emotivo, come l’immigrazione clandestina e i traffici di droga lungo il confine Messico - Stati Uniti, ma anche su processi culturali conosciuti solo superficialmente, come l’intreccio fra il calo demografico e la spinta alla robotizzazione in Giappone. Tutti i suoi reportages sono presentati da 5 giovani professionisti: Laura Ling, Kaj Larsen, Christof Putzel, Mariana Van Zeller e Adam Yamaguchi. Essi testimoniano direttamente ciò che accade in alcune delle zone più “calde” del pianeta,

impressionando l’internauta-telespettatore sia per la spregiudicatezza con la quale entrano in contatto con l’ambiente da osservare, sia per la chiarezza e la vivacità del linguaggio usato per descriverne le dinamiche. L’impatto con questi documentari è sensazionale, a tal punto da suscitare il trasporto


che solitamente accompagna solo le fiction e le serie tv alla moda. In sostanza, il V.J. si propone di catturare l’attenzione della fascia giovane della popolazione, intesa generalmente fra i 18 e i 35 anni (c.d. young adults), sfruttandone la padronanza degli strumenti tecnologici. Si tenta così di costruire

gno dell’imprenditore Joel Hyatt, a partire dal 2000 decise di impegnarsi nella creazione di una TV in nome di valori quali libertà, indipendenza e democrazia. In primo luogo, ciò ha significato collocarsi al di fuori dei tradizionali schemi di partito, per provare a diventare nel tempo una voce indipendente

un ponte fra il mezzo televisivo e internet, proponendone una sorta di fusione. A questo punto, occorre chiedersi il senso di tale impresa comunicativa. Nel farlo, la prima tappa consiste nel richiamare l’origine di Current TV - V.J.. L’ideatore fu niente meno che Al Gore, il quale, con il soste-

in grado di formare la coscienza critica delle nuove generazioni. A testimonianza di simile trasversalità e sensibilità, la prima causa sposata è stata quella ecologista. La missione di Current Tv, e quindi del Vanguard Journalism, oltrepassa perciò il mondo della comunicazione per sconfinare abbondante-

mente su terreni politici. Certo, una simile operazione non rivela niente di nuovo. Tuttavia in questo caso serve un’ulteriore riflessione, perché seppur siano chiari i mezzi adoperati, non si comprendono altrettanto bene gli obiettivi perseguiti. Al momento, non mi è possibile dare una risposta, dato che le trasmissioni vanno in onda in Italia solo da maggio 2008 (mentre negli USA da agosto 2005). Limitandomi a proporre qualche ipotesi dalla più cinica alla più idealista, mi viene in mente che il Vanguard Journalism - Current TV potrebbe: a) rivelarsi la classica americanata, la copertina patinata per un giornalismo d’inchiesta a metà strada fra le avventure di Indiana Jones e la cultura pop di MTV; b) racchiudere in sé la subdola mossa ordita dai Democratici americani per forgiare le menti dell’elettorato più giovane, nel caso che il sogno di Obama non si dimostri abbastanza convincente; c) contribuire a scuotere parecchie persone alla ricerca di qualche buona ragione per cui impegnarsi civilmente, ma che senza uno straccio di ideologia e consapevoli della propria disillusione non ne sono (ancora) poi così convinte. Ahimé, al telecomando l’ardua sentenza.

e di più per sapern Current Vanguard current.com/vanguard-journalism 15


l’intervista

supermedia: a d fi s a v o u n la e n io z a m r o f in ’ dell

Come salvare il giornalismo? Che ne sarà della vecchia carta stampata? Che cosa leggeremo nel futuro? Da Londra, Charlie Beckett, direttore di POLIS. di Francesco Russo

Mr. Beckett, quando si parla della fine dei tradizionali mezzi di comunicazione, generalmente pensiamo che ci sarà un passaggio graduale dalla carta stampata alle edizioni digitali. Ma che cosa accadrebbe se il New York Times, il Guardian o il Corriere della Sera venissero schiacciati dall’attuale crisi economica e fossero costretti in pochi mesi a chiudere? Il giornalismo tradizionale è alla resa dei conti? I����������������������������������� mezzi tradizionali di comunicazione non spariranno nel giro di pochi mesi. La maggior parte dei giornali e dei canali TV fanno ancora soldi nonostante la crisi economica. Il loro problema è piuttosto che la stretta economica sta accelerando tendenze di lungo periodo. Questo li sta obbligando ad accostarsi con maggiore prudenza ai principali problemi che devono affrontare invece di adottare misure di breve periodo. Trasferire gli affari sull’online non è sufficiente. I media devono spostarsi dall’industria manifatturiera a quella dei servizi. Devono riconnettersi con il loro pubblico allo stesso modo in cui hanno fatto in passato. 16

Qual è la sua ricetta per salvare il giornalismo? Non esiste più una sola ricetta per salvare il giornalismo. I modelli del passato sono ormai superati. Alcune tra le maggiori aziende legate ai media spariranno. Guardate che cosa è accaduto al business dei trasporti navali transoceanici. E’ stato superato dal trasporto aereo ma ha trovato un nuovo modo di fare soldi spedendo merci e poi investendo in crociere per il tempo libero invece di traghettare persone per lavoro. Il giornalismo deve comprendere che è necessario un nuovo contratto con i lettori. Ma molti lavori del settore verranno

cancellati perché non saranno più necessari o richiesti. Cambiare è doloroso. Ma la gente vuole che il giornalismo raggiunga le loro vite. Perciò deve esserci un modo per guadagnare facendo questo tipo di giornalismo. Viviamo in un mondo in cui la conoscenza è potere e profitto, come possiamo allora noi giornalisti fornire quella informazione e discutere e guadagnarci da vivere con questo? Se non siamo in grado di farlcela allora non meritiamo nemmeno di sopravvivere. Come possiamo conciliare il tradizionale ruolo filtrante dei “giornalisti professionisti” e i nuovi cosiddetti


users generated contents (contenuti generati dagli utenti)? Il mio libro è interamente dedicato a come il c.d. Networked Journalism possa sintetizzare il “giornalismo professionale” con la partecipazione del pubblico. Questo non è un problema, è una magnifica opportunità. Ci sono molti modi nella pratica di includere il pubblico nella produzione del giornalismo come il crowd-sourcing e l’interazione. Potrebbero esserci dei problemi in termini di “imparzialità” e di monetizzazione ma questi sono problemi essenzialmente pratici. I vecchi media erano pieni di errori, pregiudizi, corruzione e indolenza: una maggiore partecipazione del pubblico farà migliorare le loro performance. I Social Network potrebbero rappresentare la nuova frontiera del giornalismo? I Social Network rappresentano senza dubbio una nuova frontiera del giornalismo perché vanno ben oltre il “fare blog” e l’interattività online che abbiamo visto nella prima fase del giornalismo tipico dei new media. I Social Network sono un modo molto diverso di comunicare che fornisce piattaforme per una ricchezza di interazione e creazione che i media convenzionali si possono solo sognare. Qui sta il punto fondamentale. I cittadini amano i Social Network, li creano e li sviluppano, spesso gratuitamente. Questa è la direzione verso cui sta andando gran parte dei lettori, e il compito del giornalismo è di essere presente in questi network, di fornire dei collegamenti con le notizie di attualità e di dibattere attraverso essi. Seguendo la sua visione questa è la migliore strada da seguire. Ma se diamo

un’occhiata ai Social Network scopriamo che c’è una frammentazione delle notizie al posto di una pluralità di informazione, un’omologazione di stili invece di una diversità di linguaggi e una mancanza di interesse per le notizie che vengono dalla periferia del mondo. Non crede che questo approccio condurrà ad un giornalismo impuro e di conseguenza cattivo? Non c’è nulla di naturalmente prodigioso o virtuoso nel giornalismo dei new media. Ognuno ha i media che si merita. Alcuni saranno frammentati e altri saranno di bassa qualità. Ma questo è, prima di tutto, il caso degli old media. La maggior parte di essi è banale, omologata e settoriale. Il giornalismo on-line fornisce invece specializzazione e diversità in modo da essere innegabilmente più vario e interessante. Ma vediamo anche che la predominio di marchi come BBC, Google o Facebook significa che c’è una doppia tendenza verso unità più grandi di mezzi e al tempo stesso una maggiore diversità tra unità più piccole di produzione giornalistica.

perlomeno il giornalismo, possa giocare un ruolo positivo nell’informare e nell’impegnare il pubblico dei problemi che affrontiamo.

Charlie Beckett

Charlie Beckett è direttore di POLIS. Ha maturato 20 anni di esperienza con LWT, BBC e ITN’s Channel 4 News. Trasmette e scrive regolarmente di media e affari politici ed è autore di SuperMedia: Saving Journalism So It Can Save The World (Blackwell, 2008). Attualmente insegna presso la London School of Economics e il London College of Communication.

Per concludere, in che modo il giornalismo potrà salvare il mondo? Il giornalismo non salverà il mondo. La gente, la politica e il potere lo salveranno. Sono felice che il giornalismo non abbia la responsabilità primaria di fare questo! Ma immagina quanto sarebbe facile trattare di questioni complesse come i cambiamenti climatici o le migrazioni se avessimo dei media che riportano notizie ricche, diverse, intelligenti e di risposta. Internet permette tutto questo quando si manifesta sottoforma di Networked Journalism. E questo ammette la possibilità che,

e di più per sapern www.charliebeckett.org www.polismedia.org/home.aspx 17


internazionale

o s s o d a r a p Sudan e il a z n e r e g n i n della no

di Neliana Pollari Il mandato d’arresto per i massacri del Darfur, che in data 4 Marzo è stato inviato dalla Corte penale internazionale dell’Aja al Presidente in carica Omar Al Bashir ha sicuramente posto una serie di quesiti. La portavoce della Cpi, Laurence Blairon, ha precisato che il mandato di arresto riguarda soltanto cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra, tra cui omicidio, sterminio, trasferimenti forzati, tortura e stupro; crimini mascherati dal Presidente sotto il nome di «contrasto tra etnie», ossia quella araba e africana. E’ stata tuttavia rigettata l’accusa di genocidio, in quanto la Corte afferma «come non sia facile dimostrare l’esistenza di un genocidio in Darfur o di un intento genocida, dalle prove che emergono dall’esame della documentazione raccolta dal procuratore generale», l’argentino Luis Moreno Ocampo, che cerca di ribattere: «Il genocidio è un crimine per il quale è sufficiente l’intenzione o il tentativo di commetterlo, non occorre attendere che muoiano queste 2,5 milioni di persone“, il genocidio è in atto». Questo mandato d’arresto consiste in una vera e propria unicità, in quanto è la prima volta che il Tribunale internazionale processa un capo di Stato in carica, ed inoltre il Sudan non è stato firmatario dello Statuto di Roma, mediante il quale è stata istituita la Corte penale permanente. Tuttavia il riferimento del caso del Darfur alla Cpi da parte del Consiglio di Sicurezza che nel 2005 ha ritenuto vi fossero ragioni sufficienti per procedere all’arresto, 18

ha consentito di ovviare alla mancata ratifica dello Statuto di Roma da parte del Sudan. La risoluzione ha sorpreso non poco, considerato l’omesso esercizio di veto da parte degli Stati Uniti che da tempo sono contrari alla Cpi. Dopo circa due anni dalla sua adozione la I Camera Preliminare ha emesso due mandati d’arresto nei confronti di Ahmad Muhammad Harun e di Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman per aver ordinato la commissione dei crimini. Il governo sudanese ha rifiutato di rimuoverli dalle loro funzioni e ha anzi promosso i due uomini a cariche superiori. Nel luglio il procuratore Luis Moreno Ocampo ha chiesto alla Camera Preliminare di emanare il mandato d’arresto a carico del presidente Al Bashir, la cui immunità presidenziale tuttavia non conterà ai fini della responsabilità penale individuale. Posto che la Cpi non possiede una propria polizia giudiziaria, l’aspetto più assurdo dell’emanazione del mandato di cattura nei confronti di Bashir, è che dunque sarebbero le autorità competenti del Sudan a dover procedere all’arresto. As-

surdo naturalmente perché il Presidente gode attualmente di ampio sostegno interno, quindi è chiaro che il Sudan non darà esecuzione al mandato. Particolarmente significativa è stata inoltre la scelta del procuratore di non sottoporre la richiesta di mandato d’arresto a segreto istruttorio, come invece era stato fatto in passato; provvedimento che aumenta in genere le probabilità dell’arresto, poiché le persone indagate, ignare di essere oggetto di un mandato d’arresto internazionale, si muovono liberamente e possono così recarsi in stati che cooperano con la Corte ed essere arrestati più facilmente. Per tale motivo il problema che si pone è: quale Stato si prenderà la responsabilità d’arrestarlo?. La richiesta del procuratore ha generato comunque reazioni contrastanti, ad esempio Cassese ha ritenuto che «l’emissione dell’ordine d’arresto è stato un colpo di spada, vibrato in acqua»; altri che ritengono che molti Paesi come Kenya, Zambia o la stessa Unione Africana non amino particolarmente Al Bashir, non possono parlare


d’arresto perché si scatenerebbero vere e proprie guerriglie che rischierebbero di minacciare il già fragile processo di pace avviato in Sudan. E’ importante comunque valutare come anche in questo caso internazionale si è posto il problema del “Paradosso dell’ingerenza”: a volte cioè l’intervento giustificato in questi paesi porta conseguenze di uguale entità o addirittura più terribili del regime interno stesso, ma talvolta se non si interviene, ci pensa il regime a destabilizzare la sua popolazione, quindi il quesito che resta aperto è: «Privilegiare la sicurezza o garantire pace e libertà?».

da sapere 1956 Indipendenza dal Regno Unito.

1955-1972 Prima guerra civile

tra forze governative musulmane al nord e cristiane autonomiste al sud. 1989-2004 Seconda guerra civile. Colpo di Stato del National Islamic Front e salita al potere di Omar Al Bashir. 2003 Conflitto in Darfur tra i Janjawid, miliziani islamici appoggiati dal governo, e i ribelli dell’SLA e del JEM. 2004 Ripresa del conflitto. Pulizia etnica in Darfur ad opera dei Janjawid. 2006 Accordo di pace con l’SLA. Invio di truppe di peacekeeping ai confini con il Darfur. 2009 La Corte penale internazionale emette un mandato d’arresto nei confronti di Al Bashir per crimini di guerra.

di Fausto Pocar fausto.pocar@unimi.it

Professore ordinario di Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Milano. E’ stato Presidente del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia. Attualmente ricopre la carica di Giudice presso la Camera di Appello del Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda.

il commento La recente emissione di un mandato di arresto nei confronti del presidente sudanese Al Bashir da parte della Corte penale internazionale solleva diversi interrogativi alla luce della tensione tra la normativa dello statuto (e più in generale del diritto internazionale), che prevede che chi commetta crimini di guerra o contro l’umanità debba affrontare un giudizio penale e risponderne, anche quando occupi una posizione politica ufficiale compresa quella di capo di stato o di governo, e la norma internazionale, sia pure ancora non definita in tutti i suoi profili, che richiede di intervenire a favore di popolazioni colpite da un disastro umanitario, anche quando questo sia determinato da una politica governativa o da un conflitto armato, con gli strumenti più idonei a porvi fine o a limitarlo, che non sono necessariamente rappresentati dallo strumento giudiziario. Di questo contrasto è ben cosciente lo statuto della Corte penale internazionale, il cui art. 16 dispone che le indagini del procuratore o l’inizio di un processo debbano essere sospesi per un periodo di 12 mesi, rinnovabile, qualora ne faccia richiesta il Consiglio di sicurezza con una risoluzione adottata ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Lo scopo di questa disposizione è infatti di evitare che l’intervento giudiziario possa ostacolare iniziative di carattere politico o diplomatico intese a raggiungere una soluzione negoziata e quindi anche ad alleviare le conseguenze delle violazioni dei diritti umani provocate dal comportamento, pur criminale, degli attori politici coinvolti nella situazione. Nel caso del Sudan, è stato però lo stesso Consiglio di sicurezza a deferire la questione alla Corte e a chiederle di svolgere indagini nei confronti delle persone responsabili dei gravi crimini di cui sono vittime le popolazioni africane del Darfur, come ulteriore strumento di pres-

sione sul governo sudanese rispetto alle iniziative negoziali che avevano permesso la presenza di numerose organizzazioni umanitarie nel paese. L’emissione del mandato di arresto relativo a Al Bashir ha indotto ora quest’ultimo ad ordinare l’allontanamento di tali organizzazioni, con evidente peggioramento della situazione umanitaria. Deve dedursene che la giustizia penale avrebbe dovuto o dovrebbe cedere di fronte all’interesse immediato delle vittime? Forse, ma questo è un passo che non può essere richiesto alla Corte, che ha un mandato ben preciso, anche se l’art. 53 dello statuto consente al procuratore di non esercitare l’azione penale quando ciò non sia nell’interesse della giustizia, tenuto conto degli interessi delle vittime. Tocca invece al Consiglio di sicurezza risolvere il problema della precedenza della giustizia penale o della pace e della tutela delle vittime nella regione: o intervenendo a sostegno dell’azione penale e imponendo l’adozione di più gravi misure, comprese quelle militari, per costringere il Sudan a cooperare con la Corte, oppure chiedendo alla Corte di sospendere l’azione penale, privilegiando nel frattempo iniziative diplomatiche o politiche, comprese anche in questo caso quelle comportanti l’uso della forza, per risolvere altrimenti la questione del Darfur e rimandando l’esercizio della giustizia penale a un momento successivo. Quale delle due opzioni sia preferibile può essere oggetto di discussione. Certo è però che l’inazione del Consiglio di sicurezza, paralizzato da interessi contrapposti delle grandi potenze, rappresenta la soluzione peggiore e penalizza gravemente le vittime. Ma di questo non si può ritenere responsabile la giustizia internazionale, che rischia invece di essere utilizzata come alibi per coprire responsabilità politiche non sue. 19


ambiente

“acqua in bocca”:

un diritto?

Acqua, un diritto o una merce? L’Italia ha già iniziato la sua privatizzazione di Chiara Galbersanini

Acqua: elemento trasparente, incolore, inodore, insapore. Componente principale degli organismi viventi. Bisogno fondamentale. Diritto umano. L’acqua è stata oggetto del quinto World Water Forum di Istambul, meeting a cadenza triennale che si è tenuto nella città turca dal 16 al 22 marzo con l’intento di inserire la crisi idrica mondiale nell’agenda internazionale. Perché di crisi idrica si tratta e non di retorica, sebbene i dati denunciati dalle organizzazioni internazionali, non scompongano eccessivamente l’opinione pubblica, data la globalità di un problema che non coinvolge direttamente l’Europa e le zone del mondo non sottoposte a stress idrico. Eppure, secondo il rapporto ONU, un miliardo e 200 milioni di persone non hanno accesso sufficiente alle fonti di acqua pulita e quasi altri due miliardi di esseri umani vivono senza servizi igienici. La domanda globale di acqua sta crescendo velocemente a causa dell’espansione demografica e del modello tecnologico-industriale occidentale che si sta diffondendo e che richiede un alto sfruttamento delle risorse idriche. Tuttavia decresce in modo continuo la quantità di acqua potabile disponibile: cambiamenti climatici, inquinamento, fenomeni di salinizzazione delle acque dolci, desertificazione sono tra i principali fattori della diminuzione di acqua. La scarsità e la distribuzione di tale risorsa in maniera tutt’altro che equi20

librata sul pianeta rende necessaria la presenza di un diritto che ne garantisca l’accesso e il consumo e che possa essere rivendicato nei confronti delle proprie autorità politiche. Nonostante ciò, le norme internazionali e quelle nazionali non offrono una risposta adeguata a tale problema, in quanto non esiste una formulazione di diritto all’acqua. L’art. 3 della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” recita: «Ogni individuo ha diritto alla vita»: si potrebbe così dedurre che ogni individuo abbia diritto anche all’acqua, poiché è elemento necessario alla sopravvivenza; ma questa non è un’ enunciazione normativa esplicita. Il diritto all’acqua è stato tematizzato per la prima volta nella Conferenza delle Nazioni Unite a Mar de la Plata, in Argentina, nel 1977. La dichiarazione finale affermava: «tutti hanno diritto di accedere all’acqua potabile in quantità e qualità corrispondenti ai propri bisogni fondamentali». Ad essa sono seguite numerose iniziative promosse dalle Nazioni Unite fino ai cinque Forum mondiali sull’acqua ma nessuna di esse ha sancito una norma con valore imperativo. Anche la Dichiarazione finale dell’ultimo Forum di Istanbul è generica e afferma soltanto che l’accesso all’acqua è un bisogno umano fondamentale. A livello nazionale, solo pochissimi Stati tra cui l’Uruguay e la Bolivia hanno inserito tale diritto i fra quelli garantiti dalla Costituzione. In riferimento al nostro Paese, la Costituzione italiana non lo contiene. Al contrario, l’Italia si sta avviando verso una privatizzazione

del bene; in particolare la legge 113/2008 all’art 23 bis disciplina «l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica» e al comma secondo recita: «Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica». Quindi non è ancora possibile parlare di diritto all’acqua e nonostante il carattere di urgenza del problema non si è ancora giunti ad un accordo. Si stima che, se continueranno gli attuali modelli


di consumo, entro il 2030 quasi la metà della popolazione mondiale vivrà in zone con carenza d’acqua, mentre la maggior parte del Nord Africa e del Medio Oriente hanno già toccato il limite delle proprie risorse idriche. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite denuncia inoltre una diffusa incapacità gestionale e una crescente domanda di energia che hanno accentuato la pressione sulle risorse mondiali. Il tempo corre ed è’ necessaria una sensibilizzazione profonda dell’opinione pubblica insieme ad un’ attività congiunta delle forze politiche a livello internazionale. Perché finalmente “acqua in bocca” sia: non per farne silenzio, ma un diritto.

e di più per sapern World Water Council 2009 www.worldwatercouncil.org/index. php?id=1842 UN Water www.unwater.org/flashindex.html United Nations Environment Programme (UNEP) www.unep.org European Union Water Initiative www.euwi.net 21

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cultura

una rivista Kritika Nasce Kritika, il primo art magazine che esce dagli schemi. di Emanuele Beluffi La cultura, quella onesta e fine a sé stessa, ogni tanto riesce ad evadere dalla “Guantanamo” delle logiche di profitto, delle manie intellettualiste di protagonismo e dei suoi millantatori raccomandati. Ogni tanto ha nostalgia della sua perduta ingenuità, di quand’era ancora una verginella, dolce e bellissima, che riempiva le menti e i cuori dei giganti del passato. Ogni tanto così ritorna tra noi. Questa volta lo ha fatto nel lastricato e contraddittorio mondo dell’arte, certamente uno dei più bisognosi della sua azione salvifica, incarnandosi (o meglio, incartandosi) in Kritika, una rivista che non è una rivista, sostantivo che decisamente la svilisce. Emanuele Beluffi, il direttore editoriale, ama definirla una “macchina culturale”, nella quale il primo grande escluso è la pubblicità, che non potrebbe costituire altro se non un ingranaggio inceppante per il suo buon funzionamento. E poi è una cosa brutta, che mal si addice all’onestà intellettuale. Bandite da Kritika anche news, recensioni e rubriche con i loro titoli frivoli e accattivanti: questo è progetto culturale che mira a fare letteratura d’arte, giornalismo d’arte e filosofia dell’arte. In maniera pulita, trasparente e libera dai noiosi canoni secchioni e accademici. Quando Kritika critica - e potrebbe anche accanirsi brutalmente - o elogia - e potrebbe anche lanciarsi in sviolinate utoughiane - ha come unico interesse il trionfo della cultura. Sarebbe in caso contrario provocazione, e la provocazione fine a sè stessa è solo degli artisti privi di creatività 22

o dei personaggi socialmente disadattati. O pubblicità, la quale rappresenta, soprattutto in questo ambito, un’invadente emanazione della mercificazione dell’arte e della cultura. Gli orizzonti che insegue questa “macchina culturale” sono quelli dell’arte della letteratura, dell’arte del giornalismo e dell’arte della filosofia: fermenti stilistici e concettuali, assetati e indomabili, rivendicano un loro spazio espressi-

vo, svincolato dalle logiche oscure e dalle categorie istituzionalizzate che pervadono la flaccida struttura del culturame artistico. Questi impeti vengono comunque ben direzionati da alcuni punti cardine: la costante autocritica in primis, quindi l’amore per il passato e la continua necessità di studiare e imparare da chi è venuto prima di noi. «Noi siamo nani sulle spalle dei giganti», scrive Beluffi nell’editoriale del numero zero. E non c’è da stupirsi che Kritika voglia anche essere bella da guardare: all’interno è ricca di immagini in filigrana e immagini fotografiche vere e proprie che instaurano un fondamentale rappor-

to dialettico con i testi, la legatura è in brossura, la carta è patinata, l’impaginazione (nonchè la direzione artistica) è curata da un artista del calibro di Mihailo Beli Karanovic. Un elenco dei collaboratori e delle loro referenze sarebbe noioso e superfluo, è sufficiente sottolinearne, ancora una volta, l’entusiasmo, l’impegno e la purezza intellettuale che fanno da carburante a questa macchina culturale.

e di più per sapern www.kritika.it art magazine free press info@kritika.it


il viaggio del dottor Destouches di Elena F. Marini «E’ uscita la prima biografia italiana su Céline!» dico io, in un fil di voce, all’altra parte del telefono. Di là, silenzio e poi: «Ah…Céline chi?». Questa non me l’aspettavo. «Come chi?». Allora è necessario scrivere su Céline, Voyage au bout de la nuit, benché io ne sia indegna.(Céline avrebbe bestemmiato di tale, educata, professione di inadeguatezza?). Céline ce l’ha fatta, è stato accolto fra i primi della classe, nonostante, a causa del suo imbarazzante passato antiebraico, era stato ostracizzato per lungo tempo. E sia! Però non si giudica l’artista in base all’uomo e viceversa. Nietzsche scriveva acutamente che di rado un genio artistico è anche un grande uomo. Una biografia su Céline. In realtà Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Auguste Destouches, ha scritto la vita, ha trascinato (o istrionicamente tentato di farlo) la sua vita nella scrittura. La sua opera è essa stessa una bio-grafia. Meglio, è una biografia possibile della coscienza europea del XX secolo. Paroloni? Eppure il protagonista passa attraverso gli orrori della I Guerra Mondiale, conosce l’Africa nera, con la sua Natura opaca, si ritrova a lavorare in una fabbrica disumanizzante negli Stati Uniti, fa il medico nelle periferie meschine della Francia e poi, ancora, la vita borghese nelle domeniche primaverili… Céline è, disperatamente, un pezzo di XX secolo. Il linguaggio di Céline è volutamente dialettale, sgrammaticato, com’è il mondo umano che vede. Ma non

è ipso facto un libro sporco. Tutt’altro. Se quest’uomo vede lo sporco, se s’infervora, denigra, insulta o protesta è perché vede offesa la sua purezza. « E’ il libro puro di un uomo puro», ha scritto Elie Faure e forse proprio per questo può raccontare la miseria dell’uomo, di uno o di cento. Ma Céline non rende seducente la miseria: c’è lucidità, disperazione, cinismo eppure anche tanta dolcezza, e pietà. Qualche volta anche vergogna, di esser così disperatamente attaccato a cotanta vita imperfetta… Se c’è un aspetto che esce proprio martoriato dal Voyage è il rapporto del protagonista con le donne: né amiche, né compagne, tutt’al più un po’ di sesso, senza neanche troppo calore. Caduta anche l’ultima illusione del XIX secolo: neanche l’amore è salvifico. Eppure, il libro è dedicato a una donna, Elizabeth Craig, di cui l’autore scrive: «Che genio quella donna! (…) Non sarei mai stato niente senza di lei…Che intelligenza! Che finezza…Che panteismo dolente e birbante al tempo stesso! Che poesia, che mistero! Capiva tutto prima di farne parola. Son ben rare le donne che non sono essenzialmente vacche o sguattere… ma allora si tratta di streghe o di fate». Il Voyage: gioco o tragedia? Le due insieme. In una delle prime interviste Céline dichiara «L’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in sé stesso. Questo è il mio libro».

Louis-Ferdinand Céline (Voyage au bout de la nuit) VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE Il Corbaccio, 2005 23


musica

Double Kick vol.1

Minnie’s vs. Buzz Adrin di Carl Panzram

Davvero non capisco. Esce L’esercizio delle distanze e ne leggo valanghe di recensioni alla camomilla pura. Sottolineando che grande produzione ha questo disco (bravo Chiapello bravo), la lunga strada fatta da questi “giovinottiormainonpiùgiovinotti negli anni del punk hardcòr, aaaaaaaaaah quanti furgoni hanno scaricato, quanto era meglio quando, come era meglio perchè Milano non è più la stessa, ah quando c’era il Bulk altri tempi, ah ma che idea brillante fare la cover in italiano di Death or Glory rinominata per l’occasione Dentro o Fuori”. Quando ho visto il video sulla televisione musicale a tre lettere sono svenuto e ho picchiato la testa sul tavolo, che ho davanti alla mia vecchia TV ingiallita, risvegliandomi dal coma con indosso una maglietta di GG Allin che sanguinava (credo non con la stessa scusa con cui di solito si giustificano le madonne). Esistono altre motivazioni di elogio se non quelle sopra elencate, ossia niente di più di che quello che potresti trovare su una cartella stampa di un disco partorito male? Veniamo al dunque. I Minnie’s non hanno fatto il salto nel corso della loro pur impegnata strada in quanto non all’altezza di un certo salto. E non per aver fatto scelte “indipendenti”. L’esercizio delle distanze ne è prova concreta. Un disco mediocre in cui non trovo parole, che sono rimaste sedute al banco di un liceo, livello musicale, che si è drastica24

mente abbassato rispetto alle prove precedenti e soprattutto non riesco immaginare ascoltarli nessuno che abbia già compiuto i 14 anni o che non sia ritardato. Co-prodotto da Sangue Disken(alla cui scrivania c’è il mio omonimo Carlo Pastore) da cui dopo Aspetto degli Altro speravo in qualcosa di meglio. Il baffuto chitarrista dichiara su noto sito italiano di musica indipendente che quello che lo lega ad una persona come Carlo Pastore è l’attitudine. Appunto. Quella di un segretario del PD a 25 anni?! Mi risveglio dalla botta in testa di cui sopra (perdonatemi Minnie’s a questo punto per quanto scritto, era solo uno scadente stream of consciousness dovuto all’incidente) e mi imbatto in un demo talmente interessante da far strabuzzare gli occhi al GG Allin immortalato sulla mia maglietta. Accenni storici: tre ragazzi di Bologna registrano un demo 5 tracce nel proprio salotto, costruendo canzoni passo per passo, partendo da un beat e poco altro, aggiungendo rumori, frastuoni

e aggeggi vari. Li hanno paragonati a Fugazi (what?!?!?acqua) e Sonic Youth(acqua) quando in realtà il decennio è quello prima e dentro è farcito di kraut rock, influenze sixties, freak-noise, this heat, post punk, ed una manciata di stupefacenti gettati a caso nel salotto di cui prima pur senza essere nel campo di gioco di tutti quei dischetti pop low-fi che adesso piacciono tanto e che io non riesco a digerire. A breve live a Milano. Anziché rimpiangere i tempi migliori di cui sopra alzate le chiappe e andate a vedervi questi punk in acido che fino a tre mesi fa non sapevano neanche chi fosse Buzz Adrin, e ora si presentano come astronauti, hanno sfornato un demo che finisce direttamente nella storia dei demo e stanno già andando in giro a devastare i palchi dello stivale. Forse è questo, e non il continuo rimpianto delle occasioni perse, il vero futuro del punk(uau!). Truly yours.


fast-food album

di Luca Ceriani FABRIC LIVE 44 COMMIX Quando oramai immaginavo la fine della D&B, fregata dalle nuovi correnti sonore che vogliono miscele incentrate sui suoni violenti della electro, ecco che spuntano i Commix che non fanno altro che ricordare a tutti la piacevolezza dei 180 bpm. Jungle old skool a momenti drum n bass pura in altri; mentre nelle cuffiette i ritmi salgono e scendono la testa comincerà a muoversi su è giù in preda delle impennate di suoni e bonghettini skizzofrenici infarciti di bassi grassi e poderosi. Da sentire e risentire.

DJ-RUPTURE UPROOT 23 tracce sconosciute, prodotte in chissà quali cantine in chissà quali paesi, unite con una sapienza ed un gusto quasi mistico da Rupture, famoso , ma non troppo, dj di New York. 23 tracce che colgono l’attimo della musica indipendente e sotterranea , tra beat rarefatti, brekkati e vocal raggae hip hop si respira aria fresca e sperimentale. Album dell’anno.

THE WHITEST BOY ALIVE RULES Leggero e fragile come la voce di Erland Oye, “Rules” tra chittarini rock e ritmi danceroli corre veloce senza ombre e presunzione, una piacevole chicca.

ten tracks in the head

1| CircleSquare - Music for satellites, Songs about Dancing & Drugs [!k7] _ Indie Rock 2| Ricardo Villalobos - Minimoonstar (full session), Vasco E.P. [Perlon] _ Techno 3| Animal Collective - #1, Strawberry Jam [Domino] _ Future pop 4| Paul Woolford - 313 Part 1, Modernist E.P. [Nrk] _ House 5| Erland Oye - The whitest boy alive, Keep a secret [Bubbles] _ Indie 6| Filastine - Splinter Faction Delight, Burn It [Soot Records] _ Dub Step 7| Too Much, Clouds [Unknow label] _ Dub Step 8| Minilogue - My Teenager Gang [Clone records] _ Minimal 9| Janet Jackson feat Q-Tip - Got ‘Til it’s gone [Major] _ Pop 10| Shed - Slow motion replay [Ostgut] _ Elettronica

e trust w b e w in

d altro ensioni e c re | t e .n enere oltranza divise per g a e h ic s ic if u ss la .m c www e ottime o.uk | vinile www.juno.c wikipedia della musica www.allmusic.com | la www.beatport.com | portale per ascoltare e comprare musica www.neural.it | musica e tecnologia sperimenta le

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il racconto

passeggiata in mutamento | seconda parte | di Dario Nepoti

I

n lontananza intravedo due ragazzi, sono alti, scuri, non parlano italiano, lo sento, camminano lentamente, mi hanno notato, mi stanno puntando quei due “clandestini”, controllo il portafoglio, tolgo i soldi e lo risistemo in vista, continuo a camminare, è notte, ho paura, il mio passo diventa incerto, il loro è sicuro. Mi passano accanto, il cuore accelera eppure non succede nulla, mi fermo provo a capire perché ho reagito così. Ho avuto paura. Perché? perché ho temuto quell’attimo, quegli sguardi? mi accendo una sigaretta, lancio un ultimo sguardo a quei due, lo stomaco mi trema. Ho odiato perché ho avuto paura e ho avuto paura a causa dell’odio. Non capisco cosa ha innescato in me questa reazione. La strada comincia a mutare, diventa indefinita, pagine di libri letti in passato compaiono sui muri e sui vetri delle macchine, frasi sparse e deliri concettuali, un uomo in mare insegue la propria posizione sociale. Un senso di smarrimento mi coglie , tutto diviene indefinito. Appesa sbilenca su una parete una pagina di uno scritto di Bauman, letto tempo fa, oggi abbiamo la necessità di avere qualcuno da odiare, per vendicare il devastante senso di indegnità che ci pervade. Ma da dove viene quest’ansia? Cerchiamo disperatamente di trovare le cause, ma le paure che ci avvolgono in questa società sono aspecifiche, elusive, mutevoli, difficili da localizzare e identificare, a lato c’e la continuazione dello scritto, il migrante è solo un nemico sostitutivo che aiuta a lenire la nostra impotenza nella progressiva perdita di sicurezza esistenziale causata da una società in continuo ribaltamento globalizzato. Esco da quella dimensione onirica, toccando con mano ho forse intuito delle cose, proseguo. Camminando, osservo la strada, il marciapiede è sudicio, sputato, maleodorante, in lontananza scorgo tre ombre, lunghe gambe spoglie, sono tre puttane, nere nella notte aspettano. Il marciapiede per queste donne si è trasformato in una prigione dove gli sguardi indifferenti e i diritti mutati in ricatti le imprigionano paralizzandole il futuro. Una macchina sbuca dal tunnel, rallenta, si ferma, un uomo abbassa il finestrino, accende la luce, le guarda, finalmente potrà sfogare la sua infelicità, la sua impotenza, la sua voglia di rivalsa. Il suo terrore. Con desiderio continua a scrutarle, con 26

disprezzo apre la portiera. Mi chiedo se è consapevole della storia che queste donne rappresentano, si , penso proprio di si. Riparte. Provo vergogna. Queste donne che molti vorrebbero rimpatriate, che per l’opinione pubblica sono semplicemente delle puttane degradanti i quartieri, sono persone ridotte in schiavitù , costrette con la forza o con l’inganno a vendere il proprio corpo, a fare sesso. In schiavitù può succedere di tutto, sono semplicemente persone che non esistono; prive d’identità nella notte aspettano. Ecco il ponte, sempre lì, soggetto al mutamento, ma sempre lì. Lo ripercorro lentamente, i passi risuonano, e con questi le immagini e le bugie che tutti i giorni assorbiamo, sorrido alla mia ombra, che si immagina in una prateria, selvaggia alla ricerca di un segno. Come un leone in una strada di fuoco, orizzonti dispiegati, il vento contro e una voglia matta di correre, oltre, nell’ignoto. Di fronte alla fine del ponte seduta nei gradini, vedo una ragazza, si gira, non è spaventata, “hai una sigaretta”? gliela do, ha i capelli sciolti, un pò mossi, non distinguo il colore, lineamenti dolci, sguardo pepato. Le siedo accanto. Cominciamo a raccontarci la città vista e percepita in quelle ore di rara solitudine, camminando e ascoltando le storie che la strada ha da raccontarci, come un’immensa narrazione di suoni, immagini, percezioni, paure e pensieri, che si srotola e muta di continuo. Entrambi però fatichiamo a capire se abbiamo vagato o viaggiato, in balia del destino o con una destinazione. È quasi l’alba, ci alziamo lasciandoci alle spalle il vecchio ponte, ci guardiamo e sorridiamo, di fronte a noi passa un taxi e subito la nostra mente vola a raccogliere una frase, specchio di qualcosa che non riusciamo bene a definire, Travis l’insonne di taxi driver scrive nel suo diario: “ in ogni strada di ogni città di questo paese c’e un nessuno che sogna di diventare qualcuno. È un uomo solitario e dimenticato che deve disperatamente provare di essere vivo”. I nostri sguardi si incrociarono nuovamente, così le nostre mani e le nostre menti, poi un lungo e atteso bacio, eravamo vivi. fu così che la incontrai al termine di una lunga passeggiata in mutamento.


l’esame...

di Flaminia Sparacino


di Massimo Carlotto Massimo Carlotto è uno dei maggiori autori europei di noir, in particolare di quel genere noir mediterraneo che individua in questa area un centro di scontro criminale e politico. La serie dell’Alligatore comprende: La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Nessuna cortesia all’uscita, Il corriere colombiano e Il maestro di nodi. Le Edizioni e/o hanno anche pubblicato i suoi due romanzi-reportage: Il fuggiasco e Le irregolari. E in seguito i romanzi noir Arrivederci amore, ciao e L’Oscura immensità della morte. Niente, più niente al mondo, è stato pubblicato dalle Edizioni e/o nella collana Assolo, mentre il suo ultimo impegno letterario Nordest, scritto a quattro mani con Marco Videtta ha raggiunto la Top Ten nelle classifiche di vendita ed è fra i sei vincitori del Premio Selezione Bancarella 2006. Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e vive a Cagliari. Ha vinto numerosi premi letterari ed è stato tradotto in vari paesi.

FRANCESCO ABATE, LO SCRITTORE DEL “QUOTIDIANO” “Siamo una società basata sul profitto e io cerco solo di tenermi a galla”. Questa è la filosofia di Rodolfo Saporito, giornalista di cronaca nera. Personaggio chiave di uno dei romanzi dello scrittore sardo Francesco Abate, quel Cattivo cronista (Il Maestrale 2003) che rappresenta l’avvio di un cammino di ricerca del suo creatore verso la narrazione del quotidiano. Facendo propria la scuola del noir, Abate se ne distacca per veleggiare verso nuove rotte. Siamo ai confini, da una parte, dell’inchiesta giornalistica dall’altra della commedia in cui cinismo e sarcasmo sono gli ingredienti principali. “Siamo una società basata sul profitto e io cerco solo di tenermi a galla”: una filosofia che lega a un’unica trama tutta la narrativa di Abate. Fiction che trasuda inquietanti verità. Se si osservano i lavori finora pubblicati, salta agli occhi come l’autore abbia voluto raccontare a diverse latitudini e longitudini questa imbarazzante e incancrenita Italia di fine e inizio secolo. Latitudini sociali e longitudini generazionali. Si parte da un impietoso spaccato di vita giornalistica dove per capire chi ha ridotto in fin di vita, agonizzante sul lettino d’ospedale, Rudy Saporito, bisogna scavare nel mondo dei media e quindi nella fabbrica del consenso che governa il nostro paese. Perché nulla è mai casuale nell’informazione, soprattutto quella che riguarda la politica e gli affari, spesso così trasversali che i colori delle idee sbiadiscono. Sul ritmo del giallo, a volte persino del thriller, lo scrittore cagliaritano imbastisce un quadro narrativo in cui ogni opera può essere considerata se non seriale (cambiano i personaggi, gli anni, le situa-

zioni) comunque facente parte di un’unica disgraziata saga. Quella dove sfruttamento, prevaricazione, tradimento e furberia fanno da collante a un puzzle le cui tessere sono composte dalle esistenze di uomini (ma anche donne) che hanno scelto di far parte di una elevata casta di astute carogne che tutto decide e tutto governa, specie nelle città di provincia. L’Italia delle lobby e delle logge. Se in Ultima di campionato (Il Maestrale 2004, poi Frassinelli nel 2006) il campo di calcio diventa la metafora di una società ormai asservita ai più biechi interessi economici, come quelli che regolano da troppo tempo il mondo del pallone, in Getsemani (Frassinelli 2006) si va oltre. Si approda in un mondo di faccendieri che hanno fatto le proprie fortune attingendo alle casse di capitali di dubbia provenienza. Nuova razza padrona che si destreggia senza scrupolo fra rampanti manager laureati a pieni voti nelle migliori facoltà ed ex tagliagole del narcotraffico ripuliti come il denaro che maneggiano. Crimini e misfatti che vanno ben oltre la rapina in banca, l’assalto armato, la violenza urbana che non mancano nei romanzi di Abate, ma hanno uno scopo diverso da quello così collaudato in certa narrativa tanto da risultare persino liso. Non perno del racconto ma cartina tornasole, paragone da laboratorio per far emergere altri delitti, altri crimini che vengono consumati con l’arroganza di chi può contare su un’immunità ereditata dal censo ma soprattutto da solide alleanze con il mondo finanziario e politico. Insomma, questa Italia da basso impero che sempre più precipita in un baratro senza fondo.


Acido Politico