Issuu on Google+

ANNO III, NUMERO 19 - GENNAIO 2008

Mensile universitario di politica, cultura e societĂ 


20 Focus Colombia, il conflitto taciuto di Ana Victoria Arruabarrena 

22 Russia Le elezioni farsa e il futuro della Russia di Debora Pignotti 

23 Turchia Il GAP tra acqua e minoranze etniche di Claudia Robustelli 

4

Copertina

26 Commento

Casa dolce casa

Il regresso del progresso

di Flavio Bini 

di Luca Fontana 

9

Università

Nuove regole alle prossime lauree? di L.B. 

11 Reportage Albania, anno zero dall’inviato Leonard Berberi 

16 L’analisi La grande confusione elettorale di Antonio Bisignano 

18 Dossier Le conseguenze sull’allargamento UE di Dario Luciano Merlo 

LE RUBRICHE

1 Editoriale 2 Scienze Politiche 3 Numeri 26 Pensieri & Parole 30 International 31 Sciuscià 31 Parole in libertà 32 Cinema Cartoline dall’Inferno Cazzario Comitato di Garanzia Un  comitato  costituito  da  docenti  della  Facoltà  di  Scienze  Politiche  si  è  assunto  ‐  su  richiesta  della  Direzione  e  della  Redazione  di  “Acido  Politico” ‐ il compito di garantire la libertà e la  correttezza  sul  piano  legale  del  contenuto  del  periodico,  senza  peraltro  interferire  sui  suoi  orientamenti  e  contenuti  e  senza  pertanto  garantirne in alcun modo la bontà. Il comitato è  composto  dai  prof.  Antonella  Besussi,  Francesco  Camilletti,  Ada  Gigli  Marchetti,  Marco  Leonardi,  Lucia  Musselli,  Michele  Salvati  e  Pietro  Ichino,  il  quale  assume,  ai  fini  della  legge  sulla  stampa,  la  funzione  di  direttore responsabile.  

MENSILE UNIVERSITARIO DI POLITICA, CULTURA E SOCIETÀ

DIRETTO DA FLAVIO BINI LEONARD BERBERI CAPOREDATTORE GABRIELE GIOVANNINI IN REDAZIONE ANA VICTORIA ARRUABARRENA DANIELA BALIN ANTONIO BISIGNANO ALESSANDRO CASOLI LUCA CERIANI BENEDETTA DE MARTE ARMANDO DITO LUCA FONTANA MARCO FONTANA JACOPO GANDIN GABRIELE GIOVANNINI DANIELE KESHK MARZIA LAZZARI DARIO LUCIANO MERLO CLAUDIA ROBUSTELLI FRANCESCO RUSSO COLLABORATORI MARCO ANDRIOLA MIRKO ANNUNZIATA DANILO APRIGLIANO LUCA SILVIO BATTELLO DANIELA BELLANI PIETRO BESOZZI MARCO BRUNA FRANCESCO CACCHIOLI ALESSANDRO CAPELLI STEFANIA CARUSI GIULIANA CATALANO ALESSANDRO CHIATTO SERGIO DEMONTE FILIPPO FACCO GIULIA LAURA FERRARI MATTEO FORCINITI ANDREA FUMAGALLI STEFANO GASPARRI CHIARA JACINI LORENZA MARGHERITA DEBORA PIGNOTTI MIRKO PIRALLA GILBERTO ROSSI LAURA TAVECCHIO IMPAGINAZIONE & GRAFICA LEONARD BERBERI VIGNETTE FLAMINIA SPARACINO CONTATTI redazione@acidopolitico.com SITO WEB www.acidopolitico.com WEBMASTER ALESSANDRO LEOZAPPA STAMPA “Zetagraf Snc” Via Pomezia, 12 - Milano Stampato con il contributo derivante dai fondi previsti dalla Legge n. 429 del 3 Agosto 1985 Registrato al Tribunale di Milano, n. 713 del 21 novembre 2006 DIRETTORE RESPONSABILE PIETRO ICHINO Numero chiuso il 4 gennaio 2008


a nostra Costituzione compie 60 anni. Acido Politico vuole dedicare lo spazio in genere riserva‐ to all’Editoriale per rendere omaggio ad un testo ancora urgente e di straordinaria modernità.  La selezione degli articoli che segue non risponde ad un criterio di importanza, impossibile da  sostenere, ma alla volontà di evidenziare i punti di maggiore attualità di un testo che deve rappresen‐ tare sempre il punto di riferimento dell’agire politico e della convivenza civile. 

1

L’Italia  è  una  Repubblica  democratica,  fondata  sul  lavoro.  La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle  forme e nei limiti della Costituzio‐ ne.     La Repubblica riconosce e  garantisce  i diritti  inviola‐ bili dell’uomo, sia come singolo  sia  nelle  formazioni  sociali  ove  si  svolge  la  sua  personalità,  e  ri‐ chiede  l’adempimento  dei  doveri  inderogabili  di  solidarietà  politica,  economica e sociale.     Tutti  i  cittadini  hanno  pari  dignità sociale e sono eguali  davanti  alla  legge,  senza  distin‐ zione  di  sesso,  di  razza,  di  lin‐ gua, di religione, di opinioni politiche, di  condizioni personali e sociali.  È compito della Repubblica rimuovere gli osta‐ coli di ordine economico e sociale, che, limitando  di  fatto  la  libertà  e  l’eguaglianza  dei  cittadini,  im‐ pediscono  il  pieno  sviluppo  della  persona  umana  e  l’effettiva  partecipazione  di  tutti  i  lavoratori  all’orga‐ nizzazione politica, economica e sociale del Paese.     La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto  al  lavoro  e  promuove  le  condizioni  che  rendano  effettivo questo diritto.  Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le pro‐ prie  possibilità  e  la  propria  scelta,  un’attività  o  una  funzione che concorra al progresso materiale o spiritua‐ le della società.     Lo  Stato  e  la  Chiesa  cattolica  sono,  ciascuno  nel  proprio ordine, indipendenti e sovrani. (…)     L’Italia  ripudia  la  guerra  come  strumento  di  offesa alla libertà degli altri popoli e come mez‐ zo di risoluzione delle controversie internazionali     La libertà personale è inviolabile. (…)       I  cittadini  hanno  diritto  di  associarsi  libera‐ mente,  senza  autorizzazione,  per  fini  che  non  sono vietati ai singoli dalla legge penale.  Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perse‐ guono,  anche  indirettamente,  scopi  politici  mediante  organizzazioni di carattere militare.     Tutti hanno diritto di professare liberamente la  propria fede religiosa in qualsiasi forma, indivi‐

2

3

4

7 11 13 18 19

duale o associata, di farne propaganda e di esercitarne  in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di  riti contrari al buon costume. 

 

21

 Tutti  hanno  diritto  di  manifestare  liberamente  il  proprio  pensiero  con  la  parola,  lo  scritto  e  ogni altro mezzo di diffusione.  La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o  censure. (…) 

 

27

 La responsabilità penale è personale.  L’imputato  non  è  considerato  colpevole  sino  alla condanna definitiva. (…) 

 

29

 La Repubblica riconosce i diritti della famiglia  come società naturale fondata sul matrimonio.  Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giu‐ ridica  dei  coniugi,  con  i  limiti  stabiliti  dalla  legge  a  garanzia dell’unità familiare. 

 

32

 La Repubblica tutela la salute come fondamen‐ tale  diritto  dell’individuo  e  interesse  della  col‐ lettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. 

 

34

 La scuola è aperta a tutti. (...)  I  capaci  e  meritevoli,  anche  se  privi  di  mezzi,  hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. 

 

36

 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione pro‐ porzionata alla quantità e qualità del suo lavoro  e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla fami‐ glia un’esistenza libera e dignitosa. 

 

37

 La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a pa‐ rità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano  al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consenti‐ re  l’adempimento  della  sua  essenziale  funzione  fami‐ liare e assicurare alla madre e al bambino una speciale  adeguata protezione. 

 

42

 (...) La proprietà privata è riconosciuta e garan‐ tita  dalla  legge,  che  ne  determina  i  modi  di  ac‐ quisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne  la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. 

 

53

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbli‐ che in ragione della loro capacità contributiva.   Il sistema tributario è informato a criteri di progressivi‐ tà. 

 

139  

 La  forma  repubblicana  non  può  essere  og‐ getto di revisione costituzionale. 

redazione@acidopolitico.com


SCIENZE POLITICHE

Forse non tutti  MONDOBLOG  sanno che...  i  parla  spesso  delle  scarse  agevolazioni  offerte  agli  studenti,  con  particolare  riferimento  alle iniziative culturali. E se  invece  queste  possibilità  ci  fossero,  soltanto  celate  nei  m e a n d r i   d e l   s i t o  www.unimi.it?  E’  il  caso  del  cinema  per  esempio.  In  pochi  sanno  infatti  che  l’U‐ niversità  ha  stretto  una  convenzione  con  Spazioci‐ nema (titolare di due Multi‐ sala  a  Milano,  Apollo  e  Anteo,  e  quattro  a  Monza  per un totale di 17 sale) che  consente  l’accesso  al  cine‐ ma  a  tariffe  vantaggiose.  Biglietto ridotto (5€ anziché  7,50)  per  tutti  gli  spettacoli  il lunedì e per lo spettacolo  delle  22.30  dalla  Domenica  al  giovedì.  Inoltre  sconto  sull’acquisto  della  tessera  AGIS‐Amici  del  cinema  e  molte  alte  altre  agevolazio‐ ni.  Per  maggiori  informa‐ zioni:  http://www.unimi.it/ c a t a l o g h i / divisione_economato/ C o l l a b o r a z i o ‐ ne_spaziocinema.pdf  (F.B.) 

   Inviate  i  vostri  articoli  e  le  vostre  lettere  all’indirizzo  di  posta elettronica:    redazione@acidopolitico.com       Tutti  i  testi  pervenuti  do‐ vranno  essere  originali  e  fir‐ mati.  La direzione  si riserva  il  diritto  di  apporre  qualsiasi  correzione  o  modifica,  nonché  la  decisione  finale  in  merito  alla pubblicazione. Il contenu‐ to  del  singolo  articolo  non  definisce il pensiero di tutta la  redazione.  ***     COPYRIGHT  Le  condizioni  di  utilizzo  di  testi  e  immagini  in  questo  numero,  laddove  è  stato  possibile,  sono  state  concordate  con  gli  autori.  Se  ciò  non  è  stato  possibile,  l’editore  si  dichiara  pronto  a  riconoscere  un  giusto  compenso. 

www.acidopolitico.com 

M

ILANO  ‐  «Solari  cambia  pusher»  scrive  uno  studente  sul  blog  del  professore di Organizzazione delle Risorse  Umane presso la Facoltà di Scienze Politi‐ che,  Luca  Solari  (http://web.mac.com/ luca_solari/Luca_Solari/Benvenuto.html).  La  frase  è  di  uno  studente  in  risposta  ad  un  post  del  professore  sugli  attacchi  che  il  responsabile  dell’informatica  di  Facoltà,  il  prof.  Stefano  Iacus,  ha  ricevuto  nei  mesi  di  novembre  e  dicembre.  La  polemica  è  nata  quando  il  sito  web  della  nostra  rivista ha rivelato che ‐ per l’enne‐ sima volta ‐ sarebbero cambiate le  regole presso il Polo di Calcolo, la  struttura che consente di effettua‐ re le stampe comprando solo una risma di  carta:  da  due  mesi  il  limite  massimo  di  fogli  stampabili  è  di  500  all’anno  (con  de‐ roghe per chi si deve laureare).     «Un  episodio  ha  suscitato  in  me  molta  rabbia  ‐  scrive  il  prof.  Solari  ‐,  preoccupa‐ zione  e  in  fondo,  anche  se  è  una  parola  molto forte, disgusto ed è accaduto entro i  confini  della  mia  università.  Vorrei  che  tutti lo conoscessero per reagire. Prima che  sia troppo tardi. Un mio collega ed amico,  Stefano Iacus che ha senza nessun vantag‐ gio accettato di supportare la gestione del‐

via  conservatorio  l’informatica  di  facoltà,  è  stato  oggetto  di  un attacco personale molto grave a base di  falsità  evidenti  e  con  uno  stile  che  perso‐ nalmente  giudico  terroristico  da  parte  di  un gruppuscolo di studenti che si permet‐ tono  di  quando  in  quando,  supportati  da  qualche  giornalista  compiacente  e  forse  fiancheggiati da qualche quadro (nel senso  anche  inglese  di  squared...)  di  estrema  sinistra  anche  di  occupa‐ re la Presidenza di Facoltà nell’in‐ differenza  di  tutti  (anche se, sempre  sul sito di “Acido Politico”, ne è stata  data  informazione  immediata,  ndr).  (…)  Personalmente  non  sopporto  più  che  questo  possa  essere  tolle‐ rato;  a  mio  avviso  aggredire  ver‐ balmente le persone senza elementi speci‐ fici  e  con  toni  da  brigatisti  qualifica  come  brigatisti,  perché  le  parole  sono  l’antica‐ mera  delle  azioni.  (…)  Chiedo  a  chi  ha  il  coraggio, di provare a contro‐organizzarsi  e  metterli  chiaramente  in  minoranza.  Lo  stesso  chiedo  ai  miei  colleghi.  Prima  che  sia troppo tardi...»     Una sola domanda vorremmo fare, però,  al  prof.  Solari:  essendo  noi  di  “Acido  Politico”  gli  unici  a  fare  informazione  su  Scienze  Politiche,  chi  sarebbe  questo  «giornalista compiacente»? 

IMMATRICOLATI NELL’ANNO ACCADEMICO 2007‐2008 (suddivisione per sesso) 

IMMATRICOLATI NELL’ANNO ACCADEMICO 2007‐2008 (suddivisione per origine) 

IMMATRICOLATI NELL’ANNO ACCADEMICO 2007‐2008 (voto di maturità) 


A LT R A I N F O R M A Z I O N E

PORTAFOGLIO 

AMERICA 

Per  l’anno  che  si  è  appena  concluso,  le  regioni hanno stanziato delle somme con‐ siderevoli per le spese di rappresentanza.  Prima, in classifica, la seconda regione più  piccola  d’Italia,  il  Molise.  Con  400mila  euro ‐ stando ai bilanci preventivi pubbli‐ cati dal quotidiano “Italia Oggi” ‐ la regio‐ ne guidata dal forzista Michele Iiorio svet‐ ta sopra tutte le altre.  Seconda la Sardegna (357mila euro) segui‐ ta  dalla  Toscana  (332.500),  Calabria  (300mila), Campania (278.700), Valle D’A‐ osta (200mila), Liguria (198mila), Basilica‐ ta (165.800), Abruzzo (163mila), Friuli Ve‐ nezia  Giulia  (155mila),  Umbria  (92.700),  Trentino  Alto  Adige  (90mila).  Stona,  in  tutto  questo,  l’Emilia  Romagna  che  ha  stanziato “solo” 23mila euro. 

CANADA  ‐  Tempi  duri  per  gli  immi‐ grati che vogliono trasferirsi nella regio‐ ne  del  Quebec.  La  cittadina  di  Hérou‐ xville,  realtà  francofona  e  cattolica  che  non ha nessun residente di origine stra‐ niera, ha deciso di imporre ai nuovi ar‐ rivati  un  codice  di  condotta  ‐  come  ri‐ porta  un  articolo  del  “New  York  Ti‐ mes”.  Tra  i  punti  di  questo  codice,  il  divieto di indossare il velo per le donne  (ad  eccezione  di  Halloween),  e  della  punizione corporale in pubblico.  L’iniziativa  ha  dato  il  via  ad  un  ampio  dibattito  (che  dura  ormai  da  un  anno)  tra  comunità  musulmana  canadese  e  cittadini del Quebec. Tanto che il primo  ministro  della  regione,  Jean  Charest,  ha  deciso  di  istituire  una  speciale  commis‐ sione (Commission  on  Accomodation  Prac‐ tices  Related  to  Cultural  Differences, nda)  per  redigere  un  rapporto.  Il  tutto  si  è  trasformato,  però,  in una campagna  xe‐ nofoba  da  parte  della  destra  estrema  e  dei  male  informati.  Campagna  che  ha  coinvolto  anche  i  canadesi  di  cultura  ebraica  (sempre  più  oggetto  di  attacchi  da  parte  dei  razzisti).  Sameer  Zuberi,  coordinatore  dei  diritti  umani  del  “Consiglio canadese sui rapporti Ameri‐ cano‐islamici” ha affermato che “le per‐ sone  sono  oggi  più  divise  di  quanto  lo  fossero  un  anno  fa,  questo  è  fuori  di‐ scussione”. 

FREDDURE  «Sempre più confusa la si‐ tuazione delle intercettazio‐ ni: ieri Berlusconi avrebbe  telefonato ad Ancelotti per  proporgli di ingaggiare, al  posto di Dida, una certa Ele‐ na Russo»   

www.gago.splinder.com 

COSA NE PENSATE?    Tra  poco  verranno  installati  dei  cancelli  per  impedire  che  i  ragazzi  possano  sostare  nel  corridoio  di  fianco  alle  aule  10  e  11  e  fumare,  creando così fastidio durante le lezioni. Voi siete  favorevoli o contrari?       Il  Preside,  per  evitare  quanto  successo  in  seguito  ai  festeggiamenti  di  laurea  nel  mese  scorso  (leggi  l’articolo  a  pag.  9),  propone  di  dividere  il  momento  della  discussione  dell’elaborato finale (la bozza è solo per le lauree triennali) dal momento della  proclamazione  (che  dovrebbe avvenire  il sabato,  per  tutti  i  neo‐laureati).  Cosa  ne pensate?   

DITE LA VOSTRA SUL FORUM DEL NOSTRO SITO WEB

www.acidopolitico.com / redazione@acidopolitico.com

NUMERI   

7.368.000  I giovani celibi e nubili  (età 18‐34 anni) che vivo‐ no insieme ad almeno un  genitore (fonte: ISTAT) 

72,1  La percentuale delle fa‐ miglie italiane che abita  in una casa di proprietà  (fonte: ISTAT) 

82,3  La percentuale delle fa‐ miglie che possiede al‐ meno un telefono cellu‐ lare (fonte: ISTAT) 

22,7  La percentuale della po‐ polazione italiana supe‐ riore ai 14 anni che affer‐ ma di fumare (fonte: ISTAT) 

13,4  Il numero medio giorna‐ liero delle sigarette fu‐ mate da un italiano  (fonte: ISTAT) 

94,2  La percentuale della po‐ polazione italiana supe‐ riore ai 3 anni che guarda  la tv (fonte: ISTAT) 

33,1  La percentuale della po‐ polazione superiore ai 14  anni che si informa di  politica (fonte: ISTAT)  a cura di  Leonard Berberi 


Il comune mette in vendita centinaia di immobili di sua proprietà. Sedi di associazioni, appartamenti storici, negozi e uffici. Lo scopo: incassare tanto e subito. Nel frattempo, lo scandalo degli “affitti di lusso”

di Flavio Bini 

ILANO ‐ Agenda fitta di impegni, questo me‐ se, per il Comune di Milano. Si avvia la speri‐ mentazione  annuale  dell’Ecopass,  la  grande  scommessa  politica  del  sindaco  Moratti  che  dovrebbe  portare, secondo le stime di palazzo Marino, ad una ridu‐ zione del 10% della congestione nella zona centrale e del  30% dell’inquinamento atmosferico. Facile prevedere che  i riflettori della stampa saranno puntati sull’iniziativa, la  prima di portata rilevante messa in atto sul territorio ita‐ liano.  Ecopass  quindi,  ma  non  solo.  Il  Comune  infatti  attende  anche  risposte  importanti  dalla  Corte  dei  Conti  in merito a questioni altrettanto delicate. La prima quella  dei  derivati  finanziari  che,  dopo  la  messa  in  onda  della  puntata  di  Report  nell’ottobre  scorso,  ha  messo  in  allar‐ me  l’opposizione  che  ha  segnalato,  proprio  a  causa  del‐ l’utilizzo  di  questi  strumenti  finanziari,  il  rischio  di  pe‐ santi  indebitamenti  con  le  banche.  Sempre  la  Corte  dei  Conti,  tuttavia,  si  dovrà  esprimere  su  un’altra  vicenda  che ha visto chiamato in causa il sindaco nelle settimane  passate: lo scandalo delle consulenze d’oro. L’ex ministro  dell’istruzione  è  accu‐ sata  infatti  di  avere  «Il 25 settembre la  sostituito,  all’indomani  Giunta approva il  della  vittoria  elettorale,  decine di dirigenti pub‐ Piano di  blici  con  uomini  di  fi‐ ducia,  molti  dei  quali  valorizzazione degli  candidati  non  eletti  immobili, attraverso  nelle  liste  dei  partiti  il quale il Comune  che la sostengono.     All’ombra  di  tutto  vende una grossa  questo  però,  un’altra  importante questione si  fetta del proprio  presenta  all’agenda  patrimonio  comunale  per  il  nuovo  anno:  il  tema  immobi‐ immobiliare»  liare.     Nel  numero  di  Aprile  2007  ci  eravamo  occupati  dei  rapporti tra privati e amministrazione comunale e di co‐ me  quest’ultima  non  si  dimostrasse  sempre  in  grado  di  difendere l’interesse pubblico di cui è rappresentante.     I mesi di ottobre e novembre sono però stati segnati da  una questione diversa, quella cioè degli immobili di pro‐ prietà  comunale,  ed  in  particolare  da  due  vicende  che,  seppur distinte, si sono sovente incrociate. Per compren‐ dere tuttavia le ragioni di tale intersezione occorre ripar‐ tire dal principio.     Il 25 settembre la Giunta approva il Piano di valorizza‐ zione degli immobili, attraverso il quale il Comune ven‐ de  una  grossa  fetta  del  proprio  patrimonio  immobiliare.  Il provvedimento non interessa la cosiddetta edilizia resi‐ denziale  pubblica  (ERP)  dal  momento  che  la  legge  ne  vieta  l’alienazione  se  non  a  determinate  condizioni.  Il  patrimonio  demaniale  non  è  tuttavia  composto  soltanto  da case popolari. Ci sono innanzitutto le abitazioni, circa  1850  quelle  gestite  ancora  dal  comune.  A  queste  si  ag‐ giungono  gli  immobili  cosiddetti  ad uso diverso  come  ne‐ gozi e uffici ma anche magazzini e box; su questi ultimi  però  non  esistono  cifre  ufficiali.  Torniamo  alle  case.  Nel  corso  delle  amministrazioni  passate  molti  di  questi  im‐ mobili vengono concessi dal comune, proprietario, a pri‐


COPERTINA

vati  spesso  con  canoni  di  locazione,  e  quindi  affitti,  molto  più  bassi  del  prez‐ zo di mercato. Fin qui tuttavia nulla di  illecito:  tra  comune  e  affittuari  viene  siglato  infatti  un  regolare  contratto  di  locazione.      La  domanda  però  sorge  spontanea:  per  quale  motivo  il  Comune  affitta  per  anni  i  propri  immobili,  alcuni  anche  in  zone  centrali  se  non  centralissime,  a  prezzi quasi risibili? Non avrebbe forse  tutto  l’interesse  di  monetizzare  al  mas‐ simo  dagli  affitti  degli  immobili  di  sua  proprietà, dal momento che non si trat‐ ta  di  case  popolari  ma  di  abitazioni  o  addirittura  negozi  nel  pieno  centro  di  Milano?     La  questione  viene  sollevata  con  sin‐ golare  tempestività  a  metà  del  mese  di  Ottobre,  un  occhio  in  particolare  al  ca‐ lendario aiuta a comprendere meglio le  tappe della vicenda.     I  primi  giorni  del  mese  scoppia  la  polemica  attorno  agli  appartamenti  di  proprietà del Policlinico, altro ente pub‐ blico  dotato  di  un  patrimonio  immobi‐ liare  consistente.  Grazie  ai  lasciti  dei  suoi  ex  pazienti  e  ad  altre  donazioni, 

esso  può  vantare,  attraverso  la  fonda‐ zione  omonima,  la  proprietà  di  1596  abitazioni  più  altre  500  nell’hinterland.  I quotidiani evidenziano come molti di  questi  immobili  siano  stati  concessi  in  affitto  a  tariffe  molto  più  basse  del  prezzo di mercato.      Il  Presidente  della  Fondazione,  l’ex  sindaco  Carlo  Tognoli,  rispedisce  al  mittente  tutte  le  critiche:  «Abbiamo  anche  stipulato  un  accordo  con  il  Co‐ mune per riservare il 60 per cento delle 

«Il patrimonio  demaniale non è  tuttavia composto  soltanto da case  popolari. Ci sono  innanzitutto le  abitazioni, circa 1850  quelle gestite ancora  dal comune» 

abitazioni che si liberano ogni anno agli  sfrattati. Le tariffe, in questo caso, sono  agevolate».  E  conclude:  «L´accordo  è  stato stipulato dal 2001. Se ci sono state  in  passato  corsie  preferenziali  queste  non  esistono  più  da  alcuni  anni.  Se  è  successo in passato non è una responsa‐ bilità nostra».     La polemica si spegne in fretta, anche  perché c’è molta altra carne al fuoco che  sta per essere servita. Il 5 ottobre infatti  il  Sindaco  Letizia  Moratti  e  l’assessore  alla  casa  Gianni  Verga  chiedono  di  ef‐ fettuare  un  audit  interno  sui  criteri  di  assegnazione del patrimonio abitativo e  non abitativo comunale e sulla gestione  amministrativo‐contabile  dei  contratti.  Quando  si  aprono  i  fascicoli  relativi  ai  contratti  di  locazione,  siglati  nel  corso  degli anni dalle diverse amministrazio‐ ni, scoppia lo scandalo Affittopoli.      Sulle  pagine  dei  quotidiani  si  molti‐ plicano gli articoli in merito ai cosiddet‐ ti  “affitti  di  lusso”.  205  metri  quadri  in  Piazza Duomo per soli 412 euro al me‐ se, 342 per un appartamento in Via Ugo  Foscolo,  a  due  passi  dalla  Galleria.  “Libero”  e  “Il  Giornale”  sono  i  primi  a 


COPERTINA

parlarne, il 16 Ottobre. I dati, però, non  sarebbero  pubblici,  ma  accessibili  sol‐ tanto  ai  consiglieri  comunali.  Chiamia‐ mo la divisione Demanio e Patrimonio,  che  a  fronte  della  nostra  richiesta  di  consultare  gli  stessi  dati  ci  ribadisce  quello  che  già  sapevamo:  non  si  tratta  di  documenti  pubblici,  per  consultarli  occorre una formale richiesta di accesso  agli atti. Auguri, i tempi sono lunghissi‐ mi.     Se i dati non sono pubblici come han‐ no fatto i giornali a pubblicarli? Sempli‐ ce,  sono  stati  passati  sottobanco  dai  consiglieri,  il  mestiere  più  antico  del  mondo, e forse non il più illegittimo; il  diritto  di  cronaca  è  anche  questo.  Ciò  che  importa  è  che  il  giorno  dopo  i  dati  sono di tutti, o meglio alcuni di questi,  sempre  gli  stessi,  pubblicati  su  Repub‐ blica,  Corriere,  Leggo  e  decine  di  altri  quotidiani.      E’ il 17 Ottobre, e lo scandalo Affitto‐ poli non poteva trovare giorno migliore  per far parlare di sé. Il 17 Ottobre è an‐ che  il  giorno  infatti  della  convocazione  del  Consiglio  Comunale  per  votare  la  delibera 121, quella relativa alla vendita 

del patrimonio immobiliare di proprie‐ tà comunale, il Piano di valorizzazione  approvato  in  Giunta  a  settembre.  Set‐ tantasei  Lotti  di  natura  mista.  Il  30%  del  portafoglio  in  vendita  è  composto  da  unità  residenziali  occupate  (circa  550  alloggi),  il  20%  da  immobili  resi‐ denziali  liberi  (220  unità),  il  35%  da  immobili ad uso diversi (uffici, negozi e  magazzini),  la  restante  parte  da  box  e  autorimesse.  Il  tutto  viene  messo  in  vendita in blocco, attraverso la creazio‐

«Ci sono anche edifici  importanti come la sede  dell’ANPI,  l’Associazione  Nazionale Partigiani  d’Italia, che  difficilmente potrà  permettersi un affitto a  prezzi di mercato a due  passi dal centro» 

ne di un fondo di investimento. Lo sco‐ po è quello di incassare dalla vendita in  blocco  degli  immobili  una  cifra  non  inferiore a 240 milioni di euro e dispor‐ re  di  una  liquidità  immediata(  120  mi‐ lioni  entreranno  immediatamente  nelle  casse  di  Palazzo  Marino)  a  scapito  di  una più efficace valorizzazione dei sin‐ goli  immobili.  Sulla  scelta  di  tale  stru‐ mento  vengono  avanzate  alcune  obie‐ zioni.      Nel corso di un’intervista il consiglie‐ re  comunale  Basilio  Rizzo  (Lista  Fo) afferma:  «Contesto  questo  modo  di  o‐ perare, perchè farà avvantaggiare qual‐ che operatore finanziario che anticiperà  i soldi al comune di Milano e dopo pen‐ serà  di  riguadagnare  sulla  rivendita  di  questi  alloggi.  E  il  comune  ‐  conclude  Rizzo ‐ trarrà il vantaggio dalla vendita  al  dettaglio  al  massimo  al  50%  degli  utili».     Il  Comune,  dunque,  vende.  Ma  che  legame  c’è  tra  il  Piano  di  valorizzazio‐ ne,  vendita  di  immobili,  e  lo  scandalo  degli  affitti  che  viene  sapientemente  fatto  esplodere  a  ridosso  della  votazio‐ ne  della  delibera  in  consiglio  comuna‐


COPERTINA le? Poco in realtà, a parte il sospetto che  le  due  vicende  siano  state  fatte  intrec‐ ciare  di  proposito  per  giustificare,  an‐ che  agli  occhi  dei  cittadini,  la  vendita  più consistente del patrimonio immobi‐ liare che Milano ricordi in tempi recen‐ ti.  Come  spiega  Rizzo  infatti:  «Questa  giunta ha fatto una cosa, peraltro meri‐ toria,  e  cioè  aprire  questi  archivi  (degli  “affitti  di  lusso”  ndr)  però  l’ha  fatto,  e  questo è lo scandalo nello scandalo, allo  scopo di giustificare il fatto che doveva  vendere».     Una  domanda,  a  questo  punto,  sorge  spontanea:  che  cosa  viene  messo  in  vendita?  Gli  elenchi,  questa  volta  pub‐ blici,  messi  a  disposizione  del  Comune  evidenziano  alcuni  dati  interessanti.  Si  tratta di edifici che rappresentano realtà  molto diverse le une delle altre. Ci sono  i palazzi di Via Lanzone, Via Pantano e  Via  Santa  Sofia,  edifici  che  già  erano  comparsi  nella  vicenda  degli  “affitti  di  lusso”.      Ci sono anche edifici importanti come  la  sede  dell’ANPI,  l’Associazione  Na‐ zionale  Partigiani  d’Italia,  che  difficil‐ mente potrà più permettersi un affitto a  prezzi  di  mercato  a  due  passi  dal  cen‐ tro.  C’è  la  casa  di  Via  Morigi  8,  storica  casa  autogestita  a  due  passi  dai  resti  romani di via Brisa e quella al numero 4  di  Piazza  Santa  Maria  del  Suffragio,  dove  alloggia  anche  una  comunità  di  cingalesi.      Ci  sono  sedi  di  associazioni,  come  Saman, in Via Ortica 19, impegnata per  il  recupero  di  tossicodipendenti,  che  non  ha  avuto  la  stessa  fortuna  toccata  ad  altre  associazioni  come  i  Lions,  E‐ mergency,  l’Associazione  Ornitologica  (tutte  concentrate  nel  palazzo  di  Via  Bagutta  12)  o  partiti  come  Verdi  (Via  Fiamma),  Lega  (Piazza  24  Maggio)  e  UDC (Via Silvio Pellico) che hanno con‐ servato le loro sedi con affitti equocano‐ ne.     Nella  lunga  lista  di  edifici  interessati  dalla delibera ci sono infine altri immo‐ bili.  Sono  i  palazzi  di  Corso  XXII  Mar‐ zo,  Via  Cicco  Simonetta  e  Via  Cesaria‐ no.  Interi  edifici  restaurati  a  spese  del  Comune e lasciati completamente vuoti  per  anni,  premurandosi  anzi  di  pagare  qualcuno  per  custodirli  dalle  occupa‐ zioni  abusive.  Le  occupazioni  abusive,  altra croce con cui il Comune deve con‐ frontarsi.      A Milano sono 2833 gli abusivi in case  popolari e rappresentano il 6,3% di tutti  gli  inquilini  in  edilizia  residenziale  pubblica. Comunque la si pensi in meri‐ to, lasciare interi palazzi vuoti non sem‐

bra  una  strategia  particolarmente  bril‐ lante,  soprattutto  alla  luce  delle  14.191  famiglie  che  a  Milano  hanno  fatto  ri‐ chiesta  di  un  alloggio  popolare,  molte  delle quali  hanno disperato bisogno di  una  casa.  157  abitazioni  sarebbero  pronte  anche  nel  grande  edificio  di  Piazzale  Dateo,  la  cui  storia  è  ormai  quasi  parte  della  storia  stessa  della  cit‐ tà. L’edificio però non rientra nell’elen‐ co  degli  immobili  interessati  dal  Piano  di valorizzazione.      Il  Comune,  dopo  aver  perso  la  pro‐ pria  battaglia  con  il  comitato  inquilini  che si era appellato al Consiglio di Sta‐ to,  ha  dovuto  accettare  l’impossibilità  di  mettere  in  vendita  un  edificio  che  avrebbe fatto gola  a non pochi specula‐ tori.  Il  suo  valore  era  stato  stimato  in‐ fatti attorno ai 70 milioni di euro, poco  più di un terzo del valore di tutti e set‐ tantasei  lotti  messi  in  vendita  dal  Co‐ mune a ottobre.      Oggi vi alloggiano temporaneamente,  in affitto, le 35 famiglie che hanno visto  le  proprie  case  distrutte  dal  disastro  di  Via  Lomellina,  le  altre  122  abitazioni  sono chiuse a chiave. Il Comune ha get‐ tato  la  spugna  ed  il  destino  di  questo  palazzo è, nei piani dell’amministrazio‐ ne,  quello  di  farne  una  residenza  per  famiglie  a  reddito  basso(sotto  i  14 mila  euro)  e  reddito  medio‐basso(  fino  a  23  mila),  con  affitti  commisurati  alle  di‐ sponibilità degli inquilini.     E i 205 metri quadrati in Piazza Duo‐ mo? Gli affitti stracciati in Galleria? Per  il  momento  non  si  toccano,  magari  fra  qualche anno arriverà anche il loro tur‐ no.     In  molti  si  domandano  tuttavia  se  di  tutti  questi  immobili,  patrimonio  non  degli  amministratori  comunali  ma  dei  cittadini  milanesi,  non  fosse  il  caso  di  mantenere  la  proprietà  allineando  gli  affitti  ai  prezzi  di  mercato,  o  almeno  commisurandoli  alla  disponibilità  eco‐ nomica degli inquilini.      Dunque continuare ad affittare, ma al  giusto  prezzo,  piuttosto  che  vendere  e  liberarsi per sempre dei propri immobi‐ li.  Il  rischio  di  un’operazione  come  quella  che  si  sta  mettendo  in  atto  è  di  scegliere  in  funzione  di  cosa  fa  guada‐ gnare di più, subito.      Salvo poi, fra qualche amministrazio‐ ne,  estinta  o  dispersa  la  liquidità  deri‐ vante dalla vendita e rimessa in discus‐ sione quest’ultima, allargare le braccia e  dire: “Non è colpa nostra, ha deciso chi  c’era prima di noi”. Questo ritornello sì,  un pezzo di storia milanese. 

Flavio Bini 


V I A C O N S E R VATO R I O

Scienze Politiche invasa dalle bottiglie di spumante Il preside: basta! Dopo l’ultima sessione, quella di Dicembre, e le conseguenze inqualificabili che hanno fatto seguito ai festeggiamenti per i neo-laureati, il prof. Checchi ha detto “Basta!”. Così, per evitare che si ripeta, vuole separare la discussione dalla proclamazione

MILANO  ‐  Bottiglie  di  spumante,  resi‐ dui  di  dolci  e  cibi  salati,  tracce  di  be‐ vande  sui  muri,  sul  pavimento  e  fogli  che  annunciavano  la  laurea  di  qualcu‐ no. Questo appariva a chi fosse passato  nella sede di via Conservatorio alle set‐ te  di  sera  di  mercoledì  19  dicembre,  dopo una giornata intensa di discussio‐ ni di laurea.      Uno  “spettacolo”  –  evidentemente  –  oltre i limiti consentiti.     Così  il  preside  Checchi,  alle  14.30  del  giorno  successivo  ha  convocato  i  quat‐ tro  esponenti  principali  delle  liste  stu‐ dentesche  in  Facoltà,  Enrico  Sbolli  (Sinistra  Universitaria),  Francesco  Cac‐ chioli  (Obiettivo  Studenti),  Marco  Pro‐ copio  (Azione  Universitaria)  e  Alberto  Garbo (Unicentro), per valutare alterna‐ tive  possibili  che  possano  evitare  lo  schiamazzo quotidiano delle sessioni di  laurea  (cori,  festeggiamenti,  ecc)  e  le  conseguenze «inqualificabili».     «Ho  ricevuto  una  ventina  di  mail  di  docenti  che  si  sono  lamentati  per  il  ru‐ more di ieri – ha esordito il preside – e  ritengo  che  quello  che  è  successo  non 

debba  più  ripetersi.  Sono  stati  riempiti  tre  grossi  sacchi  neri  dell’immondizia  con  solo  bottiglie  di  spumante  vuote.  Ieri  c’era  gente  che  agitava  le  bottiglie  manco fossimo in Formula Uno e anda‐ va a versarlo addosso alle persone! – ha  proseguito  quasi  sconsolato  ‐.  Per  non 

IL SONDAGGIO  S u l   s i t o   d e l l a   r i v i s t a ,  www.acidopolitico.com,  potete  votare  la  proposta  del  Preside  che  mira  a  dividere  in  due  mo‐ menti  separati  la  discussione  dell’elaborato  finale  (quindi  per  le lauree triennali) dall’atto della  proclamazione  (che  dovrà  svol‐ gersi  in  un  altro  giorno,  preferi‐ bilmente il sabato mattina, insie‐ me  a  tutti  gli  altri  laureati).  Voi  che ne pensate? Siete d’accordo o  no  sulla  proposta?  Votate  il  no‐ stro sondaggio! 

parlare  dello  sporco  e  del  pavimento  imbrattato di alcolici e altro. Tutto que‐ sto,  ovviamente,  comporta  spese  per  la  pulizia».      «Abbiamo raccolto qualcosa come 400  bottiglie vuote – ha riferito il dott. Ver‐ recchia, responsabile strutture di Facol‐ tà  ‐.  Nessuno  impedisce  di  festeggiare,  ma  cosa  costa  evitare  di  sporcare  per  terra  e  di  buttare  l’immondizia  nei  ce‐ stini appositi?».     Ed  ecco  la  soluzione  proposta  dal  di‐ rigente:  «de‐enfatizzare  le  lauree  trien‐ nali».  L’ipotesi  sarebbe  quella  di  sepa‐ rare la discussione dalla proclamazione.  Quindi, ci dovrebbe essere un giorno di  discussione  dell’elaborato  finale  e  un  altro  giorno  per  la  proclamazione  con  anche pronunciamento del voto  di  lau‐ rea.  Proclamazione  che  avverrebbe  il  sabato mattina per tutti gli studenti che  si  sono  laureati  all’appello  relativo  (nell’ipotesi,  solo  quelli  del  triennio).  Così si eviterebbero schiamazzi (il saba‐ to di solito ci sono esami e non lezioni)  ed  i  festeggiamenti  si  concentrerebbero  solo in quella mattinata.      Nelle intenzioni, il preside in persona  dovrebbe proclamare uno ad uno i neo‐ laureati  (magari  consegnando  loro  un  papiro  di  riconoscimento)  e  in  seguito  si  può  festeggiare.  Ma  sempre  con  mo‐ derazione,  ovviamente.  Del  resto,  «con  mille laureati ogni anno in questa facol‐ tà  diventa  difficile  controllare  i  ragazzi  durante i festeggiamenti» ha constatato  il prof. Checchi.     I  rappresentanti  degli  studenti  hanno  concordato sul fatto che dovesse essere  posto  un  limite  ai  festeggiamenti  e  si  sono  impegnati  a  dare  una  mano  al  preside  per  evitare  che  nelle  prossime  sessioni  si  verifichi  quello  che  succede  sempre più spesso nelle ultime sessioni.      «Questo  fenomeno  si  manifesta  da  quando  ci  sono  le  lauree  triennali  –  è  intervenuto  il  prof.  Ballarino,  anch’egli  presente  –  e  succede  soprattutto  quan‐ do  a  laurearsi  sono  studenti  che  poi  proseguono gli studi nella stessa Facol‐ tà».     Il  preside  ha  concluso  dicendo  che  a  breve  invierà  una  mail  a  tutti  gli  stu‐ denti  di  Facoltà  lamentando  quanto  successo  nella  speranza  che  non  succe‐ da  mai  più.  Nel  frattempo,  vi  chiedia‐ mo: siete d’accordo sul dividere in due  momenti  la  laurea  triennale?  Votate  il  sondaggio che trovate sul nostro sito.  L.B. www.acidopolitico.com redazione@acidopolitico.com


R E P O RTAG E

Il governo di centro-destra guarda all’Unione Europea. Ma la crisi economica rilevante, la disoccupazione, la corruzione, la legislazione ancora tutta da definire ed il black out energetico allontanano sempre di più dall’obiettivo il “paese delle Aquile” dal nostro inviato Leonard Berberi IRANA – Quello che ti colpisce  subito  dell’Albania,  appena  atterrati  all’aeroporto  “Madre  Teresa”,  è  la  presenza  impressionante  di  cartelloni  che  pubblicizzano  una  banca  o  l’altra.  “Ottime  notizie  per  gli  emigrati”  reca  scritto  un  annuncio.  “Deposita  i  tuoi  risparmi  nella  banca  del  tuo  paese”  consiglia  un  altro  6x3.  Peccato  che,  come  ammette  Ardian  Fullani,  governatore  della  Banca  d’Al‐ bania, i conti del paese non è che goda‐ no  di  ottima  salute.  Tanto  per  rendere  l’idea, negli ultimi nove mesi dell’anno  appena concluso, il deficit commerciale  è stato di 1,2 miliardi di euro. E, come  se  non  bastasse,  alla  fine  di  dicembre,  lo  stesso  governatore  ha  rivelato  che  quasi  il  40%  degli  albanesi  vive  grazie  ai soldi che i parenti emigrati in Grecia  e Italia inviano in patria. Senza questi, 

infatti, un milione e duecentomila per‐ sone  sarebbero  costrette  a  sopravvive‐ re con meno di due dollari al giorno.     A undici anni esatti dal terribile 1997,  quando  il  paese  si  trasformò  in  feudo  di improvvisati signori di guerra e 700  milioni di euro (buona parte dei rispar‐ mi  albanesi)  sparirono  insieme  alle  banche  piramidali  “Vefa  Holding”,  “Gjallica”  e  “Kamberi”  (le  quali  pro‐ mettevano  interessi  sui  depositi  anche  del  400%  al  mese),  la  situazione  è  so‐ stanzialmente rimasta la stessa. Anzi, a  ben  vedere,  sembra  sia  peggiorata.  Politologi,  sociologi  ed  economisti  al‐ banesi l’hanno chiamata “la crisi silen‐ ziosa”. La corruzione (nel 2007 il presi‐ dente del Consiglio ha ricevuto qualco‐ sa  come  tredicimila  segnalazioni),  il  clientelismo,  l’inflazione  a  livelli  sem‐ pre  più  allarmanti  (4,4%  su  base  an‐


R E P O RTAG E nua, almeno il doppio secondo le asso‐ ciazioni dei consumatori), la crisi ener‐ getica,  l’imposizione  fiscale,  la  reces‐ sione economica, la legislazione caren‐ te, i problemi di attribuzione della pro‐ prietà  terriera  e  la  sfiducia  sul  futuro  hanno  trasformato  un  paese  dalle  in‐ credibili  potenzialità  in  uno  staterello  di terzo, quarto mondo. A tutto questo  si deve aggiungere un fenomeno degli  ultimi anni: i delitti in famiglia, i quali,  aumentati  in  modo  esponenziale,  ogni  anno  portano  via  centinaia  di  vite  (quasi  tutte  donne)  senza  un  filo  con‐ duttore logico.  ***     Altri  tempi,  quelli  della  prima  metà  degli  anni  Novanta,  quando  la  transi‐ zione  verso  un  regime  democratico  –  ancora in corso d’opera – fece vivere al  “paese delle Aquile” un vero e proprio  boom  economico.  Poi  vennero  le  ban‐ che  piramidali  le  quali,  approfittando  dei  silenzi  del  governo  democratico  capeggiato  da  Sali  Berisha  (attuale  premier)  e  dell’ottimismo  albanese  fecero crollare il denaro in circolazione  quindi  i  consumi  quindi  l’economia  intera. A distanza di undici anni il pae‐ se non si è ancora ripreso. Troppi i pro‐ blemi strutturali che non le consentono  di  emergere,  nonostante  la  politica  –  definita  “spericolata”  dalle  organizza‐ zioni  internazionali  –  lanciata  da  Beri‐ sha  nel  settembre  del  2006  chiamata  “Albania  1  euro”  (un  euro  per  l’affitto  di un ettaro di terra dove far costruire  le  fabbriche,  un  euro  la  spesa  per  av‐ viare un’impresa, ecc) volta ad attirare  gli  investimenti  stranieri.  Piano  fallito.  Le imprese straniere non si  fidano più  delle  promesse,  così  come  di  una  legi‐ slazione che troppo spesso viene inter‐ pretata  in  modo  soggettivo  dalle  varie  corti.  Per  non  parlare  di  un  problema  mai  risolto:  quello  della  determinazio‐ ne della proprietà. Un terzo del territo‐ rio albanese è oggetto di dispute legali  circa  i  veri  proprietari  degli  appezza‐ menti  di  terreno.  Succede  così  che,  stando al catasto, quello stesso lotto di  terra appartiene a due, tre o dieci pro‐ prietari diversi  ***     Gli  albanesi  si  aspettano  tanto  per  il  2008.  L’ingresso  nella  NATO  è  diven‐ tato una sorta di invito per l’ammissio‐ ne  all’Unione  Europea.  Ma  gli  stessi  sanno bene che l’Europa è ancora mol‐ to lontana.     Per l’ennesimo inverno, la popolazio‐ ne  sta  patendo  il  black‐out  energetico,  il freddo ed un rialzo dei prezzi preoc‐


R E P O RTAG E

cupante.  I  primi  dieci  mesi  dell’anno  sono  trascorsi  senza  che  una  sola  goc‐ cia  d’acqua  sia  caduta  dal  cielo.  Le  ri‐ serve  idriche  si  sono  drasticamente  ridotte  e  questo  ha  comportato  l’inter‐ ruzione  dell’energia  elettrica  già  in  estate.  Quest’inverno,  poi,  le  interru‐ zioni  in  città  hanno  raggiunto  le  otto  ore.  Nelle  campagne  si  sono  toccati  picchi di venti ore.      Attualmente,  il  paese  importa  dall’e‐ stero  –  pagando  prezzi  esorbitanti  –  l’85%  del  fabbisogno  giornaliero  di  energia  elettrica.  Questo  significa  –  come  ammette  il  KESH  (l’ente  energe‐ tico albanese) – che ci sarà un aumento  sulle bollette nel 2008 di circa il 38%.     Tutto  questo  ha  influito  –  e  influirà  ancora  –  sull’andamento  dei  prezzi.  Nell’anno appena trascorso, l’aumento  dei prezzi dei prodotti del paniere base  considerato  dall’INSTAT  (l’Istituto  di  Statistica)  è  stato  di  7  volte  superiore  all’aumento  medio  dei  prezzi  negli  ultimi  sei  anni.  Per  fare  un  esempio  significativo,  il  pane  ed  i  cereali  sono  aumentati, in soli nove mesi, del 21%.  ***     Così  basta  aggirarsi  per  i  mercati  di  Tirana per vedere gli effetti. Fino a due  anni  fa  erano  sempre  pieni  di  persone  pronte  a  comprare.  Negli  ultimi  venti‐ quattro  mesi  si  acquista  solo  l’indi‐ spensabile.  A  Natale  e  Capodanno  è  andato peggio. «Abbiamo pensato tutti  che  col  passare  del  tempo  le  cose  sa‐ rebbero  migliorate  –  confessa  Paskal,  fruttivendolo da dieci anni a sud‐ovest  della  capitale  ‐,  la  realtà  è  che  stiamo  andando sempre più a fondo. La gente  non  compra  più  niente  perché  non  ha  più  soldi  da  spendere.  E  io  non  posso  nemmeno abbassare i prezzi, altrimen‐

ti  dovrei  chiudere».  A  confermare  le  parole  di  Paskal,  l’ultimo  rapporto  della  “Banca  Europea  per  la  Ricostru‐ zione e lo Sviluppo” (BERS), scrive che  «l’economia albanese è sonnolenta e vi  è una totale assenza di politiche econo‐ miche».      Diana,  un’insegnante  trentenne  alle  elementari,  passa  tra  i  banchi  frutta  e  verdura che danno su una strada traffi‐ cata  di  Kavaje,  quaranta  chilometri  a  sud‐ovest di Tirana. «Con questi prezzi  non  riesco  a  comprare  nulla  –  dice  ‐,  non  capisco  perché  i  fruttivendoli  si  ostinino ad alzare i prezzi quando non  ci sono soldi». Il contadino che sta ven‐ dendo  sente  le  lamentele  e  risponde  che deve mangiare anche lui. Ne nasce  una  discussione  animata  che  finisce  in  uno  sconto  fatto  alla  donna  su  melan‐ zane e peperoni.     Eppure a Tirana si lavora. Palazzi alti  decine  di  metri  sorgono  come  funghi  in centro così come in periferia, i grat‐ tacieli cominciano a delineare una città  dinamica,  spinta  verso  l’Occidente  grazie  ad  un  sindaco,  Edi  Rama,  che  sogna  di  diventare  primo  ministro.  Le  discoteche ed i pub sono sempre pieni  e  gli  appartamenti  hanno  raggiunto  prezzi  non  dissimili  da  quelli  di  una  città italiana della fascia medio‐alta .      Insomma, una città europea. Ma mol‐ ti abitanti della capitale parlano di una  modernità  e  prosperità  di  facciata.  «Raschiando i vetri scintillanti – confi‐ da  il  cinquantaquattrenne  Hajdar  –  trovi la povertà».     Nelle altre città, invece, non hai biso‐ gno di “raschiare”. La realtà ti si palesa  davanti  agli  occhi:  la  disoccupazione  costringe centinaia di uomini a trascor‐ rere  lunghe  giornate  nei  bar  bevendo  caffè, facendo colazione col riso pilaf e  qofte  (polpette  di  manzo),  leggendo  i  quotidiani  sportivi  (per  un  giornale  d’informazione  se  ne  vendono  sei  sportivi),  compilando  schede  per  le  scommesse sportive.      Nella  sola  città  di  Kavaje,  quaranta‐ mila abitanti circa, il 28% delle famiglie  riceve  un  misero  sussidio  di  disoccu‐ pazione. Non va meglio nelle altre cit‐ tà.  Ed  è  così  che  il  miraggio  italiano  ritorna  in  voga.  Elton,  un  ventunenne  di  Durazzo,  mira  al  Belpaese:  «Là  c’è  lavoro,  ci  sono  i  soldi  e...  –  ride  –  ci  sono  anche  le  belle  donne  e  le  belle  macchine!».  Anche  Daniel,  un  ragazzo  tipicamente  albanese,  con  gli  occhi  azzurri  ed  i  capelli  biondi,  vuole  an‐ darsene  dall’Albania  perché  «non  si  fanno abbastanza soldi» e perché «con 


R E P O RTAG E

trecentomila  lek  al  mese  (la  moneta  locale, circa 230 euro, nda) non ti puoi  permettere  niente».  Ma  scordatevi  i  gommoni,  cancellate  dalla  vostra  me‐ moria i mercantili stracolmi di albanesi  che agli inizi degli anni Novanta inva‐ devano il porto di Bari. Questa volta in  Italia si va con un visto (regolare o me‐ no). Possibilmente in aereo.  ***     “Transparency  International”,  nel  suo  ultimo  rapporto,  colloca  l’Albania  al  111°  posto  per  indice  di  percezione  della corruzione, insieme a Guatemala,  Kazakhstan,  Laos,  Nicaragua,  Para‐ guay,  Timor  Est,  Vietnam,  Yemen,  Zambia. Gli albanesi non sono poi così  sorpresi: «Dov’è la novità? E’ da quan‐ do  se  n’è  andato  Enver  Hoxha  che  in  questo paese te la cavi e vai avanti solo  a  colpi  di  mazzette»  sbotta  Qamil,  un  settantenne in attesa di farsi visitare al  QSUT,  il  Centro  ospedaliero  universi‐ tario  di  Tirana.  «In  questo  paese  devi  sempre augurarti che non succeda nul‐ la alla tua salute – prosegue – altrimen‐ ti devi prepararti a sborsare un bel po’  di denaro! Devi dare soldi al poliziotto  che  fa  da  guardia  all’ingresso  dell’o‐ spedale,  devi  dare  soldi  all’infermiera  per  far  sì  che  lei  chiami  il  dottore  il  prima  possibile,  devi  dare  qualcosa  anche  al  medico  che  ti  deve  visitare,  altrimenti  non  ti  visita  mica!  Poi  devi  sborsare migliaia di lek per comprare i  medicinali  in  farmacia.  Mi  spieghi  co‐ me faccio io con 80mila lek di pensione  al mese a permettermi tutto questo?».     Il caso di Qamil non è un caso isola‐ to. «Diciamo che è diventato una sorta  di  modus  operandi,  un  gesto  da  com‐ piere perché è entrato a far parte della  nostra  cultura  –  rivela  un  alto  funzio‐ nario  del  Ministero  della  Difesa  che  preferisce  rimanere  anonimo  –  e  se  succede  a  livelli  “popolari”,  figurati  ai 

piani  alti!»  ride  malizioso.  La  spiega‐ zione di come vadano le cose da queste  parti è preoccupante: «Tu credi che chi  sale  ai  vertici  del  potere  lo  faccia  per  amore  di  patria?  La  realtà  è  che  nel  momento  in  cui  uno  ha  una  parte  del  potere  decisionale  in  mano,  non  fa  al‐ tro che massimizzare la carica assunta.  Per  questo  le  mazzette,  i  favori,  sono  bene  accetti.  Si  fa  politica  per  guada‐ gnare tanto e starsene in pace per tutto  il  resto  della  vita.  Così,  se  un  domani  qualcuno  dovesse  venire  ad  offrirmi  del denaro in cambio di un’agevolazio‐ ne,  non  mi  farei  problemi  ad  accettare  l’“offerta”.  Non  sono  mica  un  fesso!  Così fanno tutti!».      Il funzionario si spinge oltre: «Lavoro  qui  da  un  bel  po’  e  posso  dirti  che  ho  assistito personalmente a casi di corru‐ zione di giudici prima di una sentenza.  Io  ovviamente  non  parlo,  ho  dei  figli  da mantenere!».  

CARTA D’IDENTITA’ SUPERFICIE  28.748 kmq.    POPOLAZIONE  3.200.000 abitanti    DENSITA’  125 ab. / kmq.    PIL (2006)  17.965 milioni di dollari    PIL PRO CAPITE (2006)  5.405 dollari    DIRITTI POLITICI / LIBERTA’ CIVILI* 

3 / 3 ‐ Paese parzialmente libero   

(*Valore massimo: 5; fonte: Freedom House, 2007) 

   Quando gli chiediamo se la Polizia si  sia mai accorta dei minorenni che gira‐ no  per  le  altre  città  (esclusa  Tirana,  dove il sindaco ha da tempo intrapreso  un’opera  “educativa”)  guidando  auto  di  lusso  e  non  solo,  sfrecciando  per  il  centro nella più totale anarchia, lo stes‐ so  funzionario  ammette la  propria  im‐ potenza  e  quella  dei  colleghi:  «Se  tu  sequestri  la  macchina  al  figlio  del  si‐ gnor  X  e  questo  è  parente  o  amico  di  qualcuno che conta, il poliziotto che ha  osato applicare semplicemente la legge  rischia il posto di lavoro. Allora si pre‐ ferisce  chiudere  un  occhio.  Ti  dico  di  più:  è  successo  che  il  figlio  minorenne  di  un  personaggio  che  ha  amicizie  in  alto ha investito, uccidendola, una ma‐ dre  di  tre  figli.  Il  giorno  dopo,  questo  stesso  ragazzino,  circolava  tranquilla‐ mente guidando la stessa macchina».      La  domanda  sorge  spontanea:  così  pensate di chiedere all’UE di entrare a  farne  parte?  «Penso  che  gli  albanesi  non  vogliano  davvero  l’ingresso.  Ve‐ diamo  quello  che  stanno  facendo  gli  zingari da voi. Già maltrattiamo i rom  nati in Albania, figurati dover soppor‐ tare l’ingresso libero di altri provenien‐ ti  dalla  Romania.  Storicamente  siamo  sempre  stati  un  popolo  isolato  e  per  quanto  possa  pensare  Berisha,  stiamo  facendo  il  contrario  di  quello  che  Bru‐ xelles ci chiede».  ***     La risposta ha un tono sereno, perché  di fatto, parlando con decine di perso‐ ne, sono sereni tutti gli albanesi. Non è  la  serenità  di chi  si  sveglia  ogni  matti‐ na  per  andare  a  lavorare,  di  chi  sa  di  avere dallo Stato le condizioni minime  per vivere.  È,  invece, la  serenità  di  chi  da  tempo  ha  rinunciato  al  futuro,  di  chi  non  spera  in  niente  di  buono.  La  serenità  di  chi,  sotto  sotto,  rimpiange  la  dittatura,  che  era  pur  sempre  «dura  –  come  dice  Shaban  –,  ma  almeno  si  lavorava,  si  mangiava,  le  città  erano  pulite, ci si voleva tutti bene e si torna‐ va a casa sicuri di aver realizzato qual‐ cosa di buono per la società».     Mentre  governo  e  opposizione  si  danno battaglia ogni giorno, fuori dal‐ le  mura  della  politica  sopravvive  una  nazione  condannata  al  limbo  istituzio‐ nale  ed  al  malcostume  diffuso.  Dove  porterà tutto questo nessuno lo sa, an‐ che  se  Shaban  ha  già  la  risposta:  «si  ripeterà un nuovo 1997, sarà l’anarchia  totale!». E vedi in lui risuonare il detto  «si  stava  meglio  quando  si  stava  peg‐ gio».  Leonard Berberi 


© FRANCESCO FERDINANDO TROTTA, 2007 - “Da Agira a Palermo”

FRAMMENTI

NUOVI COLLABORATORI CERCASI


L’ A NA L I S I

La grande confusione elettorale di Antonio Bisignano are un punto sulla situazione del‐ la  riforma  del  sistema  elettorale  italiano  è  ora  come  ora  un  po’  un’impresa  titanica.  Nel  panorama  par‐ titico  italiano  regna  una  tale  confusione  sul  sistema  da  adottare  alle  prossime  elezioni politiche che tirare le somme di  questo processo di cambiamento rischia  di portare ad una confusione di idee che  potrebbe  far  rimpiangere  l’assoluta  i‐ gnoranza.  È  bene  sottolineare,  prima  di  incomin‐ ciare,  che  in  Italia  manca  la  premessa  principale  di  un  processo  di  riforma  elettorale:  il  sistema  partitico  italiano  deficita  di  un’idea  chiara  su  quello  che  vuole  fare  e  soprattutto  di  quello  che  vuole  ottenere  da  tale  sistema.  Le  varie  posizioni  dei  soggetti  partitici,  attori  fondamentali  che  ci  piaccia  o  no  di  tale  processo, portano più a posizioni diver‐ genti  che  a  posizioni  consensuali.  I  se‐ gnali  evidenti  di  tale  disgregazione  di  proposte sono chiari.  Potremmo  dividere  l’ampissimo  pano‐ rama di proposte atte a riformare la leg‐ ge  elettorale  in  due  grandi  famiglie.  La  prima,  sostenuta  dai  partiti  maggiori,  consta  di  riforme  in  senso  più  o  meno  maggioritario atte a diminuire il numero  dei partiti, sottorappresentando i partiti  minori  e  sovra  rappresentando,  invece,  le  formazioni  più  grandi.  Il  secondo  gruppo è quello rappresentato da quelle  proposte che fingono di andare in senso  maggioritario  ma  che  minuziosamente  costruite  sono  mirate  a  lasciare  la  solu‐ zione  così  com’è.  In  questo  grande  cal‐ derone  sfugge  forse  un  particolare  che  non dovrebbe invece passare in secondo  piano.   Per  ottenere  una  riforma  appartenente  alla famiglia del primo gruppo c’è biso‐ gno  del  consenso  di  coloro  i  quali  vor‐ rebbero  una  riforma  del  secondo  grup‐ po, e viceversa. Ciò è falso solo nel caso  ci si trovi di fronte ad un grande consen‐ so tra le formazioni partitiche maggiori,  ma  con  un  Senato  così  “delicato” al go‐ verno  Prodi  tale  possibilità  non  convie‐ ne più di tanto. Il risultato è un processo  di  riforma  che  rimane  ingessato.  Tale 

ingessatura  è  doppiamente  pericolosa.  Primo perché denota che i partiti italiani  pensano solo a loro stessi e non al bene  del  Paese  (situazione  che  tra  l’altro  ci  è  già  ben  chiara  da  tempo).  Secondo  per‐ ché  la  bomba  ad  orologeria  del  referen‐ dum elettorale pian piano si avvicina al  momento  in  cui  non  potrà  più  essere  ignorata dai nostri politicanti.  I  quesiti  del  referendum  elettorale,  che  seppur  presi  singolarmente  appaiono  positivi,  nel  complesso  del  sistema  elet‐ torale  destano  parecchie  perplessità  perché  sono  disegnati  per  inserirsi  per‐ fettamente in un sistema partitico che si  modella come i referendari vogliono che  si modelli, in caso contrario il danno che  si creerebbe sarebbe ancor più grande di  quello che il “Porcellum” creò nell’Apri‐ le  2006.  Il  primo  quesito  assegnando  il  premio di maggioranza al singolo parti‐ to  che  ottiene  in  ogni  singola  circoscri‐ zione il più alto numero di suffragi anzi‐ ché alla coalizione è un fortissimo incen‐ tivo per i singoli partiti a unirsi in gran‐ di piattaforme partitiche.   Se questo processo non porta alla forma‐ zione  di  due  grandi  partiti  “all’inglese”  ma  configura  (come  effettivamente  il  sistema  partitico  italiano  in  questi  mesi  si  sta  strutturando)invece  due  partiti  maggiori,  ma  non  grandissimi,  e  due  minori,  ma  non  piccolissimi,  si  rischie‐ rebbe  di  avere  il  partito  che  riceve  più  voti  fortemente  rappresentato  in  Parla‐ mento  e  gli  altri  tre  fortemente  sotto‐ rappresentati.   Se  aggiungiamo  poi  la  possibilità  che  uno dei tre partiti che sono usciti sotto‐ rappresentati dalle urne si possa alleare  col  partito  maggiore  che  ha  ricevuto  il  premio  di  maggioranza  la  situazione  alla  Camera  dei  Deputati  porterebbe  una  maggioranza  molto  ampia  da  una  parte  ed  un’opposizione  molto  ristretta  dall’altra, risultato agli antipodi del voto  popolare.  Insomma,  se  si  vuole  creare  una maggioranza solida è bene farlo con  altri metodi.  Il  secondo  quesito,  assegnando  il  pre‐ mio di maggioranza su base regionale ai  singoli  partiti  che  ottengono  più  voti  in 

ciascuna  regione,  così  come  è  pensato  dai  referendari  non  risolve  il  problema  che si aveva col “Porcellum”.   La  patata  bollente  è  solo  spostata  dalle  coalizioni  ai  singoli  partiti,  e  nell’idea  referendaria di due grandi partiti la pos‐ sibilità  di  un  Senato  della  Repubblica  “traballante”  come  quello  attuale  non  è  spazzata  via.  Il  terzo  quesito,  eliminan‐ do  le  candidature  plurime  (in  diverse  circoscrizioni),  è  senz’altro  positivo,  andando a correggere un’anomalia tutta  italiana.  Il  referendum  però  non  risolve  il  problema  delle  liste  bloccate  e  dona  un  premio  di  maggioranza  fin  troppo  generoso  in  certe  condizioni  di  struttu‐ razione  partitica.  Uno  sforzo  in  più  i  referendari  potevano  anche  farlo,  sarà  per la prossima volta.  La  proposta  Vassallo‐Veltroni  è  proba‐ bilmente  il  metodo  più  opportuno  tra  quelli finora proposti per creare una via  di mezzo che non annulli completamen‐ te i partiti più piccoli e che dia ai partiti  maggiori un risultato elettorale gestibile  in numero di seggi per poter governare.  Il territorio italiano viene diviso in colle‐ gi  da  due  seggi  ciascuno,  i  quali  sono  raggruppati  in  circoscrizioni  da  12,14  o  16  seggi.  Nella  scheda  elettorale  si  ha  sotto  il  simbolo  del  partito  il  nome  del  candidato che si presenta in ogni singo‐


L’ A NA L I S I

lo  collegio  e  poco  più  in  basso  la  lista  dei  nomi  che  il  partito  presenta  nella  circoscrizione.  L’elettore  dà  un  singolo  voto, quello al partito (e quindi automa‐ ticamente al candidato di collegio e alla  lista  di  circoscrizione  collegati).  Vengo‐ no  dichiarati  eletti  i  candidati  che  nel  loro  collegio  hanno  ottenuto  il  maggior  numero di voti.    La ripartizione dei seggi avverrà però in  ambito  circoscrizionale  stabilendo  a  q u a n t i   s e g g i ,   n e l   t o t a l e  (uninominale+lista),  ha  diritto  ciascun  partito  su  base  proporzionale.  Si  proce‐ de  all’assegnazione  dei  seggi  e  se  un  partito ha un numero di candidati vinci‐ tori maggiore del numero dei seggi otte‐ nuto  col  computo  del  totale  dei  voti  su  base proporzionale li mantiene e si pro‐ cede  ad  una  nuova  ripartizione.  Nella  ripartizione i seggi ulteriori (dopo quelli  assegnati ai candidati vincitori nei colle‐ gi)  vengono  assegnati,  su  base  propor‐ zionale,  anzitutto  ai  migliori  perdenti  nei collegi uninominali.   Le liste bloccate di nomi vengono prese  in considerazione solo nel caso in cui un  partito  abbia  diritto,  su  base  proporzio‐ nale, a più del 50% dei seggi disponibili  nella circoscrizione, caso rarissimo. Per‐ tanto tutto il sistema elettorale, sebbene  basato  su  un  computo  di  voti  su  base 

proporzionale  e  circoscrizionale,  è  con‐ centrato sui nomi dei collegi uninomina‐ li.  Tale  sistema  avvantaggia  in  maniera  significativa i grandi partiti a vocazione  maggioritaria  e  pone  per  tutti  i  partiti  una soglia implicita di voti che si attesta  attorno  al  4‐5%  in  ogni  circoscrizione.  I  partiti  medi  (dal  5  al  12%)  otterrebbero  qualche  seggio  in  meno  rispetto  al  “Porcellum”  ma  non  sarebbero  costretti  ad  allearsi  con  altre  formazione  politi‐ che per formare coalizioni. La mancanza  di  soglia  di  sbarramento  è  giustificata  dalla presenza di circoscrizioni piccole e  dall’utilizzo  del  metodo  d’Hondt  per  la  ripartizione su base proporzionale.  A  mettere  una  soglia  di  sbarramento  al  sistema  proposto  dal  prof.  Vassallo  ci  pensa la proposta/bozza Bianco.   La  bozza  del  Sen.  Bianco  prevede  un  sistema  elettorale  che  modifica  in  parte  la  proposta  Vassallo  inserendo  una  so‐ glia  di  sbarramento  per  i  singoli  partiti  del  5%  a  livello  nazionale  o  del  7%  in  almeno  cinque  circoscrizioni  e  asse‐ gnando  i  seggi  per  metà  con  i  collegi  uninominali  e  per  metà  con  le  liste  su  base  proporzionale  (mentre  nel  Vassal‐ lum i seggi rimanenti dopo l’assegnazio‐ ne ai candidati vincenti in ogni  collegio  venivano  assegnati  ai  migliori  perdenti, 

sempre  dei  collegi  uninominali  della  circoscrizione).  E’ bene notare che con la proposta Bian‐ co le circoscrizioni elettorali dovrebbero  diventare trentadue, un numero inferio‐ re  a  quelle  della  proposta  Vassallo  che  invece  prevede  un  numero  di  circoscri‐ zioni (con seicentotrenta deputati) che si  dovrebbe  attestare  intorno  a  quaranta‐ cinque. Ciò è indice che con circoscrizio‐ ni più grandi la proposta Bianco attenua  la sua vocazione maggioritaria, vocazio‐ ne che rimane solo con la soglia di sbar‐ ramento che, con dovuti calcoli, sarebbe  facilmente aggirabile dai partiti “in bili‐ co”.  Il Referendum, il Vassallum e la propo‐ sta  Bianco  sono  le  tre  più  importanti  iniziative  (una  popolare  e  le  altre  due  politiche) che sembrano poter scuotere il  panorama partitico italiano e che posso‐ no delineare un buon punto di partenza  verso un processo di riforma.   I partiti italiani negli ultimi mesi hanno  concepito un così alto numero di propo‐ ste  che  sembrano  stiano  quasi  esauren‐ do tutte le possibilità di sistema elettora‐ le  italiano  che  una  mente  umana  possa  concepire; ma, ahinoi, siamo ben consa‐ pevoli che tale furia creativa si continue‐ rà  ad  esprimere  anche  nelle  successive  settimane,  anziché  venir  utilizzata  per  altre tematiche in cui la vena innovatrice  e moderna della politica italiana sembra  sia  rimasta  agli  anni  ottanta.  Per  esem‐ pio,  giovani  e  lavoro,  istruzione,  welfa‐ re, ambiente…  Di  sicuro  se  si  vogliono  avere  risultati  soddisfacenti  è  bene  accantonare  l’idea  del  premio  di  maggioranza  concentran‐ dosi  soprattutto  su  collegi  uninominali  e/o circoscrizioni piccole.   Sarebbe  opportuno  obbligare  a  priori  i  partiti ad un sistema di primarie laddo‐ ve si vogliono introdurre i collegi unino‐ minali e inserire le liste aperte (con pos‐ sibilità  di  preferenza,sbloccate)  laddove  si voglia introdurre lo scrutinio propor‐ zionale.  Una  vera  svolta  in  senso  maggioritario  purtroppo  non  si  potrà  avere  fino  a  quando  i  partiti  minori  avranno  la  pos‐ sibilità di ricattare Prodi nel far cadere il  Governo.  Di  ciò  l’intera  classe  politica  è  consape‐ vole ma forse questa situazione di stallo  fa un po’ comodo a tutti. Per continuare  a rimandare in futuro una situazione in  cui  finalmente  una  forza  politica  dovrà  assumersi  la  responsabilità  e  l’onere,  avendone  i  mezzi,  di  ideare,  costruire  e  portare  avanti,  quelle  riforme  e  quegli  interventi  strutturali  di  cui  il  Paese  ha  bisogno ormai da troppo tempo. 


DOSSIER

Quali conseguenze sull’allargamento UE? L’Europa allargata è un’opportunità politica rilevante. Ma le preoccupazioni sui flussi migratori e i finanziamenti allargano il fronte degli scettici

di Dario Luciano Merlo MILANO  ‐  Poco  più  di  un  anno  fa,  le  repubbliche  di  Romania  e  Bulgaria  fe‐ steggiavano  lʹadesione  allʹUnione  Euro‐ pea,  con  grandiose  celebrazioni  e  feste  nelle  piazze  di  Bucarest  e  Sofia  in  occa‐ sione  del  capodanno  che  sanciva  il  loro  formale  ingresso  tra  i  membri  dellʹUnio‐ ne.  Lʹentusiasmo  dei  cittadini  di  quei  Paesi  era  sicuramente  giustificato  dalle  prospettive di crescita e dalle agevolazio‐ ni di cui tutti i cittadini europei possono  usufruire,  in  particolare  la  libertà  di  cir‐ colazione in tutti i Paesi membri. Un en‐ tusiasmo,  tuttavia,  non  condiviso  dal  resto dei cittadini europei, spesso scettici  e  dubbiosi  verso  un  così  rapido  allarga‐ mento dei confini verso est. Come chiari‐ sce  il  prof.  Spaventa  in  un  articolo  su  AffariInternazionali.it,  la  maggior  parte  dei  dubbi  riguardavano  il  probabile  au‐ mento  del  flusso  di  immigrati  da  parte 

dei due Paesi balcanici, il cui reddito pro‐ capite è pari a circa un decimo di quello  della  zona  Euro,  ma  anche  i  timori  di  alcuni  tra  i  Paesi  fondatori  che  vedono  dirottati verso oriente i fondi di coesione  e  sviluppo  ai  quali  per  la  maggior  parte  contribuiscono proprio i Paesi più ricchi.  Entrambe  le  critiche,  però,  sono  in  qual‐ che  modo  sopravvalutate  e  non  tali  da  rendere sconsigliabile lʹingresso di nuovi  Stati in futuro, come la Croazia, i cui ne‐ goziati  per  lʹingresso  nellʹUnione  sono  già a buon punto.  Il  problema  dei  finanziamenti  è  sicura‐ mente  meno  evidente  per  i  cittadini  ri‐ spetto  a  quello  dellʹimmigrazione,  ma  spesso  artefice  di  forti  contrasti,  come  quello  che  portò  nel  1984  ad  istituire  un  rimborso per la Gran Bretagna, che stori‐ camente aveva ricevuto molti meno soldi  di  quanti  ne  aveva  versati  nelle  casse  dellʹUE.  Eʹ  utile  ricordare,  innanzitutto,  che  i  fondi  di  coesione  e  sviluppo  sono 

erogati per aiutare la crescita delle regio‐ ni più povere e rendere più omogenea la  qualità della vita e le opportunità in tutto  il  territorio  europeo,  oppure  per  la  co‐ struzione  di  quelle  infrastrutture  che  rendano lʹEuropa unʹunica grande nazio‐ ne,  accorciando  i  tempi  di  trasporto  e  di  comunicazione.   Le  recenti  indicazioni,  presenti  nel  pro‐ gramma 2007‐2013 vedono ancora il 49%  dei  fondi  destinati  ai  quindici  Paesi  già  membri  dellʹUnione  prima  del  2004  e  la  restante parte ai Paesi di nuova adesione,  nonostante  questi  ultimi  siano  general‐ mente  più  bisognosi  di  grandi  opere  e  contributi  finanziari.  In  particolare,  la  Romania riceverà poco più di 17 miliardi  di euro e la Bulgaria circa 6 miliardi men‐ tre, per fare un confronto, la sola Italia ne  riceverà  quasi  26,  destinati  per  la  mag‐ gior  parte  alle  regioni  del  Sud,  dove  spesso  non  vengono  utilizzati  per  gli  scopi a cui sono destinati. Di recente lʹeu‐


DOSSIER rodeputato Giulietto Chiesa ha denuncia‐ to che nel 2006 in Italia vi sono stati 1221  casi  denunciati,  con  truffe  accertate  per  318  milioni  e  104  mila  euro.  La  famosa  inchiesta  “Why  Not”  che  ha  visto  coin‐ volti anche il Presidente del Consiglio e il  Ministro  della  Giustizia  Clemente  Ma‐ stella, riguardava lʹoccultamento di deci‐ ne  di  miliardi  di  fondi  europei  nel  corso  di diverse legislature.   Il  problema,  quindi,  non  è  per  ora  la  di‐ stribuzione  dei  fondi  a  livello  europeo,  ma  piuttosto  la  loro  gestione  corretta  ed  efficiente a livello statale.  Tornando alla questione dellʹimmigrazio‐ ne,  si  tratta  di  preoccupazioni  già  sorte  nel 2004 con lʹingresso della Polonia e di  nove altri Paesi.   I  flussi  di  immigrati,  da  allora,  sono  sì  aumentati,  ma  in  maniera  controllata,  senza  che  si  creassero  difficoltà  e  tensio‐ ni,  anzi  spesso  i  cittadini  polacchi  sono  ormai tra i meglio integrati negli Stati che  li  hanno  ospitati  e  lo  stesso  possiamo  aspettarci da parte dei cittadini di Bulga‐ ria e Romania nel medio periodo.   Un  flusso  controllato  di  immigrati  per‐ mette alle imprese di coprire quelle posi‐ zioni  per  cui  in  Italia  è  difficile  reperire  manodopera,  in  particolare  per  quanto  riguarda  i  lavori  di  fatica  e  altri  social‐ mente  svalutati,  che  i  cittadini  italiani  non accettano di buon grado.   Dallʹaltro lato la possibilità per le aziende  italiane  di  delocalizzare  la  propria  pro‐ duzione  nei  Paesi  di  nuova  adesione,  abbassando  i  costi  e  sfruttando  conve‐ nientemente  la  manodopera  presente  in  loco.  Un  espediente  già  utilizzato  da  molte  imprese  italiane ed  europee,  come  FIAT,  che  con  il  nuovo  stabilimento  di  Tychy  in  Polonia,  ha  superato  gli  stan‐ dard  di  qualità  di  tutti  gli  altri  stabili‐ menti  del  gruppo.  Quello  che  spaventa,  però,  soprattutto  in  Italia,  è  lʹaumento  della  criminalità  conseguente  allʹaumen‐ to  del  numero  di  immigrati,  che  attirati  dalla  ricchezza  e  dalle  opportunità,  si  ritrovano poi senza lavoro. Un fenomeno  acuito  da  fatti  che,  seppur  gravi,  alcune  forze  politiche  hanno  strumentalizzato  per  attirare  voti,  tra  cui  alcuni  omicidi  avvenuti  per  mano  di  immigrati  romeni  e  i  frequenti  episodi  di  intolleranza  di  alcuni  residenti  di  città  del  Nord  verso  i  campi rom. Una intolleranza a volte giu‐ stificata, ma che dovrebbe rivolgersi ver‐ so le istituzioni, che pur avendo gli stru‐ menti  e  i  mezzi  per  risolvere  queste  si‐ tuazioni  decidono  di  non  agire  e  mante‐ nere  lo  status  quo,  un  comportamento  spesso tenuto dai governi poco coraggio‐ si che si succedono in Italia da ormai più  di  ventʹanni.  La  normativa  comunitaria,  come  ben  spiegato  da  Paola  Mariani  su  “lavoce.info”, prevede infatti, che anche i  cittadini  comunitari  possano  rimanere 

In alto, il parlamento europeo a Strasburgo. Nella cartina, in grigio scuro, i paesi membri dell’Unione Europea

più di tre mesi in uno Stato membro solo  a  patto  di  essere  lavoratori  autonomi  o  dipendenti,  avere  risorse  economiche  sufficienti  e  stipulare  unʹassicurazione  malattia.  In  mancanza  di  queste  condi‐ zioni,  è  possibile  espellere  il  cittadino  comunitario con trenta giorni di preavvi‐ so.  In  alternativa  lʹespulsione  è  possibile  anche  immediatamente,  per  motivi  di  ordine  pubblico,  sicurezza  pubblica  o  sanità pubblica, intendendo con questa la  necessità di non pesare ingiustamente sul  sistema  di  welfare  nazionale.  Lʹespulsio‐ ne,  in  questo  caso,  è  affidata  ai  prefetti  che  sul  territorio  hanno  una  maggiore 

competenza  e  controllo.  Eʹ  chiaro  che  garantire  la  sicurezza significa effettua‐ re  ordinari  controlli  sulle  persone che rappresentano  un pericolo per la comuni‐ tà  e  unʹespulsione  forzata  di chi si rifiutasse di adem‐ piere agli obblighi di legge.  Si  tratta  di  un  lavoro  che  spetta  ai  governi,  che  pos‐ sono  eventualmente  deci‐ dere  con  quanta  fermezza  applicare  le  direttive,  ma  non  di  demandare  alle  istituzioni  europee  i  pro‐ blemi  che  da  soli  non  rie‐ scono a risolvere.   A  livello  comunitario,  sarà  piuttosto  ne‐ cessario contribuire alla sorveglianza dei  nuovi confini dellʹUnione, che con lʹallar‐ gamento  dellʹarea Schengen,  lʹarea  senza  valichi  di  frontiera  e  controllo  dei  docu‐ menti,  che  è  avvenuta  dal  21  Dicembre  2007 che si è spostata ad Est, inglobando  nove nuovi Stati, non sempre in grado di  garantire  lʹimpenetrabilità  dei  loro  im‐ mensi confini.   I  confini  dellʹarea  Schengen  diventano  a  questo punto davvero importanti perché  oltrepassarli,  per  chi  non  ne  avesse  il  diritto,  significherebbe  poter  circolare  attraverso  ventisette  Stati  senza  essere  sottoposto  virtualmente  a  nessun  con‐ trollo. 

PER SAPERNE DI PIU’ http://europa.eu/index_it.htm  http://ue.eu.int/  http://eur‐lex.europa.eu/it/treaties/index.htm  http://european‐convention.eu.int/index.asp  http://consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload/CharteIT.pdf  http://www.interculturaldialogue2008.eu/ 


FOCUS di Ana Victoria Arruabarrena MILANO  ‐  Niente  da  festeggiare.  Pur‐ troppo anche il 2008 nasce accompagnato  da diversi scenari di guerra e se si voles‐ sero mappare i maggiori conflitti odierni  un  buon  indice  per  rilevarli  potrebbe  essere il numero di rifugiati dato dall’Al‐ to  Commissariato  per  le  Nazioni  Unite.  Al  primo  e  al  terzo  posto  troveremmo  senza  molta  sorpresa  l’Afghanistan  e  l’Iraq,  e  al  secondo  un  paese  per  molti  forse impensabile. Non è la Cecenia, non  è  in  Medioriente,  né  in  Africa.  Eppure  è  un  conflitto  che  dura  da  circa  mezzo  se‐ colo,  con  la  diretta  ingerenza  politica  e  militare  delle  diverse  amministrazioni  USA  come  ai  tempi  del  Plan  Condor.  Una  guerra  che  porta  da  allora  terrore,  stragi, morte a più di tre generazioni.  La  sua  principale  caratteristica  ormai  da  tempo,  parrebbe  essere  quella  di  essere  un conflitto silenzioso e sconosciuto. Non  per caso certo.    Benvenuti in Colombia  Alla  chiusura  di  questo  numero  il  presi‐ dente  del  Venezuela  Hugo  Chavez  in  compagnia  del  regista  Oliver  Stone  do‐ vrebbero  essere  in  partenza  verso  la  Co‐ lombia  per  conversare  con  le  FARC  e  portare nella Repubblica Bolivariana due  prigionieri  ora  in  mano  degli  insorti.  Il  tutto  viene  mostrato  come  il  frutto  del‐ l’impegno di Sarkozy per liberare Ingrid  Betancourt.   Ma  questo  messaggio,  cioè  quello  della  liberazione della moglie di un diplomati‐ co  francese,    non  è  un  contributo  alla  soluzione  del  conflitto  in  Colombia.  An‐ zi,  è  un’ulteriore  provocazione  perché  nega l’esistenza di una guerra decennale,  legittima  un  Governo  che  porta  avanti  il  terrorismo di Stato in modo sistematico e  non  riconosce,  come  invece  l’ONU  fa,  le  FARC (forze armate rivoluzionarie) come  un  gruppo  insorgente  e  non  come  un  gruppo terroristico.  In  una  lettera  a  Sarkozy  l’intellettuale  statunitense James Petras scrive:  “Il  Suo  drammatico  e  molto  pubblicizzato  intervento  ha  attirato  l’attenzione  dell’opi‐ nione pubblica mondiale sui prigionieri dete‐ nuti dalle FARC, ma non menziona la diffici‐ le situazione dei colombiani prigionieri politi‐ ci del governo, torturati e trattati brutalmen‐ te da un Presidente i cui soci congressisti più  prossimi  sono  in  attesa  di  essere  processati  per  i  loro  legami,  di  vecchia  data,  con  gli  squadroni  della  morte  paramilitari  e  narco‐ trafficanti”.  E il nucleo della questione è proprio qui,  nonostante le FARC abbiano tutti i requi‐ siti per essere riconosciute come soggetto  di diritto internazionale in quanto eserci‐ tano  un  controllo  effettivo  su  quasi  la 

Colombia, il conflitto taciuto All’ombra del sequestro di Ingrid Betancourt si staglia il ritratto di un paese in guerra da oltre 40 anni. Dove impunità, sequestri e torture sono all’ordine del giorno. E dove si perpetua un conflitto civile con l’intervento diretto politico e militare degli USA che a molti fa comodo non riconoscere. 43 milioni di abitanti 31% indigente 64.2% al di sotto della soglia di povertà 13% tasso disoccupazione 40% tasso di sottoccupazione 2° paese per rifugiati con 2.5 milioni, dopo l’Afghanistan e prima dell’Iraq (dati del UNHCR Alto Commissariato per le nazioni Unite, 2006 ) 4% tasso di crescita (FMI) 120mila morti in 30 anni di conflitto Elezioni 2006: potenziali votanti 26.731700, voti ottenuti da Uribe 7.362278, astenuti 14.677967. Prigionieri politici: 3000 in mano delle FARC (stima), 27146 nelle prigioni del governo

metà  del  territorio,  possiedono  un  appa‐ rato organizzativo e un livello di intensi‐ tà  costante  negli  anni,  molti  Stati  si  osti‐ nano  a  considerarle  come  un  gruppo  terroristico (vedi Posizione Comune 200‐ 6/725/PESC  del  Consiglio).  Questo  per‐ ché come ben ci ricorda il professor Cas‐ sese  “la Comunità internazionale è divi‐ sa sotto il profilo ideologico e politico”, e  quindi  mossa  da  profondi  interessi  eco‐ nomici e geo strategici.  Da  parte  dell’UE  e  degli  Usa  viene  dun‐ que interpretata come una lotta al terrori‐ smo,  quando  invece  il  riconoscimento  di  belligeranza consentirebbe che al conflitto  in corso venissero applicate le norme del  “Diritto dei conflitti armati internaziona‐ li” e che i diversi attori dello stesso venis‐ sero  riconosciuti  come  destinatari  dei  diritti  e  degli  obblighi  discendenti  dallo  jus bello,  diritto  questo  che  deve  regolare  lo  scambio  di  prigionieri,  la  presenza  delle  comunità  di  pace,  gli  accordi  di  pace, le tregue.  In  questa  cornice  si  devono  collocare  i  27.146  prigionieri  politici  rinchiusi  nelle  carceri del governo (membri delle FARC,  contadini,  studenti,  lavoratori,  intellet‐ tuali) e anche quello di Betancourt, quel‐ lo  dei  3  agenti  della  CIA  catturati  in  se‐ guito  all’abbattimento  di  un  aereo,  e  de‐

(dati: NU, UNHCR, La Jornada, Rapporto ICE-Colombia 2007)

gli altri prigionieri politici in mano delle  FARC.    Perché ciò non avviene?   Perché “interessa” la Colombia?  Così come occorre ricordarsi di chiedersi  perchè  tutti  i  capi  di  Stato  dei  paesi  del‐ l’UE,  che  si  fanno  difensori  dei  diritti  umani,  continuano  a  stringere  la  mano  all’omologo  di  uno  Stato  che  ha  stermi‐ nato  più  della  metà  della  popolazione  cecena, allo stesso modo occorre porsi la  domanda nei confronti di un presidente,  Uribe, che già al terzo mandato conta tra  i    suoi  deputati  il  30%  tra  paramilitari  e  narcotrafficanti,  e  affligge  i  suoi  conna‐ zionali  insieme  alla  collaborazione  di  Washington un guerra senza codici.  Nel primo caso la risposta potrebbe esse‐ re  data  dalla  dipendenza  dell’Italia  dal  gas russo.  Nel  caso  della  Colombia  invece  si  può  facilmente  analizzare  una  serie  di  dati:  innanzitutto  gli  USA  sono  il  primo  par‐ tner  commerciale  della  Colombia  e  la  Colombia  è  il  secondo  partner  commer‐ ciale  italiano  della  regione.  Il  paese  pos‐


FOCUS siede infine il 10% di tutta la biodiversità  terrestre.  L’importanza strategica della biodiver‐ sità e la militarizzazione dell’area  La biodiversità è uno degli anelli centrali  per comprendere la problematica colom‐ biana.  Se  per  gli  Usa  l’appropriamento  del  petrolio  in  altre  latitudini  è  un  pro‐ getto  a  breve  termine,  quello  di  nuove  risorse in virtù di una crisi di acqua e di  energia  prevista  per  il  2030  è  all’ordine  del  giorno.  Anzi  appartiene,  come  sem‐ pre, alla loro sicurezza nazionale.  Le  risorse  biologiche  e  i  prodotti  della  natura sono alla base di numerose attivi‐ tà  industriali  quali  l’agricoltura,  la  co‐ smesi,  la  farmaceutica,  l’industria  carta‐ ria,  lʹorticoltura  e  la  costruzione.  E  se  come  già  si  delinea,  il  XXI  secolo  sarà  quello della biotecnologia e dell’ingegne‐ ria  genetica,  chi  avrà  controllo  su  queste  risorse dominerà ancora per tempo.  Nonostante ciò, la biodiversità non basta  per spiegare l’accanimento contro questo  paese.  All’inizio  del  2006  su  Foreign  Affairs  è  stato  pubblicato  un  articolo  dal  titolo  “Washington  sta  perdendo  l’America  Latina?”, ed effettivamente da molti pun‐ ti  del  continente,  oltre  ad  una  storica  resistenza  anti‐yankee,  arrivano  chiari  segnali  non  solo  di  resistenza  alle  impo‐ sizioni  neoliberiste  USA,  e  ai  trattati  di  libero commercio come ALCA, ma nuovi  movimenti  contadini,  indigeni,  e  anche  cittadini  che  tornano  a  parlare  di  distri‐ buzione delle terre, riforma agraria, rina‐ zionalizzazione  di  risorse  vitali  come  l’acqua e il gas svendute a multinazionali  europee che operano in modo monopoli‐ stico.  In  questo  contesto  gli  Usa,  dopo  aver  “perso” il Venezuela nonostante il feroce  colpo di Stato da loro organizzato ai dan‐ ni  del  Governo  di  Chavez  nel  2002  e  i  continui  discrediti  nei  confronti  del  pro‐ cesso  rivoluzionario  bolivariano,  non 

possono  permettersi  di  perdere  anche  la  Colombia non solo per la sua importanza  in risorse naturali ma anche dal punto di  vista geostrategico confinando con Pana‐ ma e il Venezuela. Ed è proprio per non  perdere  la  propria  egemonia  sulla  regio‐ ne è in atto ormai da anni il Plan Colom‐ bia.  Ideato  dagli  Usa  ed  attuato  insieme  al  Governo  di  Uribe,  il  Plan  Colombia  giu‐ stifica la sua esistenza come lotta al terro‐ rismo e al narcotraffico.   Le principali azioni sono, come ricorda lo  stesso  europarlamentare  Agnoletto  nel  corso  di  una  conferenza  stampa,  l’elimi‐ nazione  dell’appoggio  sociale  attraverso  il  massacro  di  civili  (anche  di  quelle  co‐ munità,  per  esempio  S.  Josè  de  Aprtadò  che  si  dichiarano  “Comunità  di  pace”  e  quindi  neutrali)  e  la  distruzione  delle  coltivazioni  di  coca  mediante  costanti  fumigazioni.    Queste  fumigazioni,  attra‐ verso l’uso del glisofato, avvelenano non  solo i campi che non saranno più coltiva‐ bili, ma l’acqua, la fauna, e costringono i  contadini  a  numerose  migrazioni  per  la  sopravivenza.  L’obbiettivo  reale  è  di‐ struggere fisicamente, piegare, sconfigge‐ re, un movimento organizzato ed armato  come le FARC (e il loro immenso radica‐ mento popolare) che si oppone ai Trattati  di  Libero  Commercio  (TLC),  applica  la  riforma  agraria  all’interno  dei  suoi  terri‐ tori  e  potrebbe  seguire  in  tempi  di  pace  una  strada  simile  a  quella  in  atto  in  Ve‐ nezuela. Sul piano logistico sono presenti  numerosi  eliporti  nel  cuore  della  selva  base  degli  elicotteri  da  guerra  Black  Hawk,  diversi  palloni  aerostatici  d’intel‐ ligence nel sud amazzonico colombiano.    I paramilitari  Per  completare  il  quadro,  è  essenziale  conoscere    il  quarto  attore  di  questa  tra‐ gica guerra, dopo Usa, FARC e governo.  Sono  i  paramilitari,  che  combattono  di  fianco  al  Governo,  ma  si  occupano  del 

RIQUADRO STORICO 

L

a  Colombia  vive  un  a  guerra  da  più  di  40  anni.  L’origine  di  questo  conflitto  risale  alla  storica  ostilità  tra  conservatori  e  liberali e trova il suo punto più critico nell’a‐ prile  del  1948  quando  viene  assassinato  il  lider  liberale  Gaitan  a  Bogotà  mentre  è  al  governo  il  partito  conservatore.  L’assassinio  coincide  con  la  nascita  dellʹOEA  (OSA),  il  cui  atto  viene  sottoscritto  dai  vari  ambascia‐ tori in un garage di Bogotá a causa del solle‐ vamento  popolare,    il  Bogotazo,  che  vede  i  ʺgaitanistiʺ  liberali  affrontare  le  brigate  pa‐ ramilitari.  Trecentomila  morti  dopo,  la  dittatura  del  generale Rojas Pinilla (1953‐57) non è meno 

dura  ed  il  suo  abbattimento  porta  allʹ  ʹalternanzaʹ  liberale‐conservatrice  dei  12  anni seguenti. A metà degli anni ’60 in piena  guerra  fredda,    con  le  stesse  rivendicazioni  degli  altri  movimenti  rivoluzionari  latinoa‐ mericani (riforma agraria, distribuzione delle  ricchezze,  e  socialismo)  nascono  le  FARC,  movimento  di  liberazione  nazionale,  come  risposta  alla  violenza  lanciata  dallo  Stato  durante  la  sua  applicazione  del  Plan  LASO  (Latin American Security Operation).  Nel  1985  nasce  l’Union  Patriotica    come  frutto  degli  accordi  di  cessate  il  fuoco  tra  il  Governo  di  Belisario  Betancourt  e  le  FARC.  Esprime  una  tregua  mediante  la  quale  le 

“lavoro sporco”.   Per mano loro sono tristemente ricorrenti  le torture, i massacri di villaggi (nel 2000  uno  ogni  2  giorni),  dove  per  massacri  Agnoletto  intende  “decapitazioni  col  machete  e  squartamento  con  le  motose‐ ghe”, numerose fosse comuni,  il furto di  milioni  di  ettari  agricoli,  il  traffico  di  ar‐ mi e di droga.  Il  governo  di  Uribe  nel  2005  ha  promul‐ gato  la  legge  “Giustizia  e  pace”  che  ha  permesso  hai  paramilitari  consegnando  le armi (simbolicamente anche solo un’u‐ nica  pistola),  di  pulire  la  loro  fedina  pe‐ nale senza essere in futuro mai più giudi‐ cati  per  i  crimini  commessi.  Di  questa  legge  si  sono  avvalsi  molti  narcotraffi‐ canti, spacciatisi per paramilitari.    Soluzioni del conflitto  A breve termine la liberazione dei prigio‐ nieri  in  mano  delle  FARC  come  per  e‐ sempio Ingrid Betancourt, dipende da un  do ut des  (dare  per  ricevere),  ossia  dalla  liberazione  dei  combattenti  della  resi‐ stenza  delle  FARC  imprigionati  nelle  carceri dello Stato colombiano.  Per  questo  l’Unione  Europea  può  vera‐ mente  giocare  un  ruolo  fondamentale.  Innanzitutto riconoscendo che in Colom‐ bia  vi  è  una  vera  e  propria  guerra,  rico‐ noscendo gli insorti come interlocutori in  quanto  soggetti  di  diritto  internazionale  e  non  banditi,  denunciando  i  gravissimi  abusi nel campo dei diritti umani da par‐ te  dei  paramilitari  e  di  Uribe,  dissenten‐ do  dall’ingerenza  militare  e  politica  di‐ retta degli USA nella regione, ma soprat‐ tutto includendo delle clausole che obbli‐ ghino la Colombia a rispettare certe rego‐ le  al  fine  di  proseguire  gli  accordi  com‐ merciali in atto.  Per quanto  riguarda  il  futuro  dei  colom‐ biani  purtroppo  o  per  fortuna  non  ci  re‐ sta  che  riprendere  una  frase  del  loro  grande lider Bolivar: non vi è metodo per  raggiungere  la  libertà  che  lottare  per  essa.  Forse  prendendo  proprio  spunto  dai loro vicini venezuelani.  FARC lasciano le armi, e il Governo si impe‐ gna a rispettarli.  L’Union Patriottica conta fra le sue file anche  membri  delle  FARC,  del  PC  colombiano,  liberali, socialisti, sindacalisti, e lottatori per i  diritti  umani.  Si  presenta  nel  1985  alle  ele‐ zioni, al seguito delle quali non vince a livello  nazionale  ma  ottiene  molti  seggi  in  Parla‐ mento  e  nei  diversi  consigli  comunali.  Tra  l’86 e l’87 saranno uccisi i primi 3 dirigenti e  negli  anni  seguenti  assassinati  quasi  tutti  i  parlamentari dell’UP, i militanti, i simpatiz‐ zanti fino ad arrivare al 1992 con una stima  di 4000 omicidi. Di conseguenza le FARC si  riorganizzano e riprendono le armi. (a.v.a.) 


RUSSIA di Debora Pignotti

R

ussia  Unita,  il  partito  di  Putin,  ha  vinto  le  elezioni  parlamentari  del  2  dicembre  2007  con  il  64,2  %  dei  voti.  Il  leader  Gryzlov  ha  annunciato  la  conqui‐ sta  della  Duma  da  lui  presieduta  e  l’in‐ tenzione  di  RU  di  governare  autonoma‐ mente.  La  maggioranza  di  315  seggi  su  450  (di  cui  uno  occupato  da  Putin  stesso)  per‐ metterà  al  partito  di  approvare  qualun‐ que  decisione,  inclusi  emendamenti  co‐ stituzionali    per  i  quali  è  necessaria  la  maggioranza  qualificata  (301  voti).  RU  è  inoltre  sostenuta  dagli  ultranazionalisti  “liberaldemocratici”di  Zhirinovskij  (8,2  %) e da Russia Giusta di Mironov, presi‐ dente  della  Camera  Alta  (7,8  %).  Solo  i  comunisti  guidati  da  Zyuganov  (11,6  %)  potrebbero  osteggiare  RU:  infatti  ‐  assie‐ me  ai  partiti  agrario,  democratico  e  libe‐ rale rimasti esclusi dallo sbarramento al 7  %  del  nuovo  sistema  proporzionale  ‐  hanno  denunciato  irregolarità  nelle  ope‐ razioni di voto.   I  quotidiani  sovietici  Novaya  Gazeta,  Izvestija  e  Pravda  sono  concordi  con  l’‐ opposizione  nel  definire  le  elezioni  una  farsa:  “Putin  diventerà  leader  nazionale,  considerando che in Germania per leader  nazionale  si  intende  Führer  (Latynina),  “il nostro è uno Stato atrofizzato in mano  agli  agenti  di  polizia  [..]  che  ci  hanno  obbligati  ad  interessarci  ad  una  politica  antiquata,  [inoltre]  gli  intenti  ufficiali  sono  ben  altra  cosa  dagli  intenti  rea‐ li” (Ryabov); Voshanov ha perfino intito‐ lato  un  suo  articolo  “E’  possibile  esser  orgogliosi della propria vittoria di elezio‐ ni senza alternativa?”.  Indipendentemente dal risultato, Putin si  è  dimesso  alla  scadenza  del  mandato.  In  attesa delle presidenziali del marzo 2008  (alle  quali  Putin  non  si  potrà  presentare,  sempre  che  la  costituzione  non  venga  modificata  ad  hoc),  il  24  dicembre  sono  state  rese  pubbliche  in  via  ufficiosa  le  candidature: Medvedev per RU (che pre‐ merà per l’elezione di Putin a Primo Mi‐ nistro  e  che  ha  già  il  45%  dei  consensi  dato  lo  stretto  legame  col  presidente  u‐ scente), Zyuganov e Zhirinovskij.  La  propaganda  elettorale  è  stata  massic‐ cia e pervasiva, con le città tirate a festa e  colorate  di  bianco,  rosso  e  blu  (i  colori  della patria e di Russia Unita) e le elezio‐ ni sarebbero avvenute in un clima intimi‐ datorio:  sono  stati  visti  pacchi  di  schede  infilati nelle urne, studenti e militari fare  il giro di più seggi e le pazienti incinte di  un  ospedale  degli  Urali  sono  state  co‐ strette  a  votare  per  non  rischiare  la  di‐ missione  forzata.  Molti  sono  stati  anche  gli  incentivi:  in  Siberia  occidentale  un  governatore  ha  promesso  la  costruzione  di appartamenti al paese che avesse avu‐

Le elezioni farsa e il futuro della Russia Le elezioni parlamentari sembrano far trasparire un cliché già visto: niente pluralismo e chiusura verso l’Occidente

to  più  votanti.  L’affluenza  del  60  %  era  scontata,  anche  se  le  percentuali  sono  state  maggiori  nelle  periferie  e  il  picco  del  99,3  %  in  Cecenia  la  dice  lunga  sui  sistemi di persuasione adottati.    Mosca  ha  osteggiato  l’invio  degli  osser‐ vatori OSCE ma alla fine ha dovuto cede‐ re e le delegazioni nazionali sono riuscite  a  seguire  le  operazioni  di  voto.  L’Italia  non  ha  ravvisato  palesi  irregolarità  e  al  Ministero  degli  Esteri  è  prevalsa  la  linea  della  non  ingerenza.  Ufficialmente  la  Russia  è  ritenuta  una  democrazia  giova‐ ne bisognosa di ulteriori test democratici  e,  dati  i  problemi  col  mondo  arabo  e  gli  impegni  europei,  sarebbe  da  irresponsa‐ bili da parte dell’Italia aprire un’ulteriore  area  di  crisi.  In  realtà  ci  sono  ragioni  di  natura  economica:  la  dipendenza  dal  petrolio russo rende tutta l’Europa, e non  solo l’Italia, molto debole. Nonostante ciò  il  premier  britannico  Brown  ha  chiesto  a  Mosca  di  tranquillizzare  la  comunità  internazionale  e  il  cancelliere  tedesco  Merkel ha giudicato il voto non aderente 

agli  standard  europei.  Solo  il  presidente  francese  Sarkozy  si  è  apertamente  com‐ plimentato  con  Putin.  Gli  USA  hanno  reagito  duramente  ed  hanno  esortato  Mosca ad indagare sulle accuse di brogli.  Come  prevedibile,  gli  osservatori  di  Ka‐ zakhstan e Asia centrale hanno dichiara‐ to che le elezioni sono state perfettamen‐ te regolari.   E’  però  vero  che  alcune  regole  sono  di‐ scutibili:  madre  e  figlia  possono  entrare  assieme  nella  cabina  elettorale;  il  docu‐ mento  d’identità  viene  visionato  molto  velocemente  e  restituito  prima  dell’in‐ gresso nella cabina al proprietario, il qua‐ le  teoricamente  può  andarsene  con  la  scheda senza alcun controllo; c’è stato un  passaggio  di  poteri  sul  controllo  delle  operazioni di voto dalla polizia ordinaria  ai servizi segreti del FSB, apparentemen‐ te inspiegabile e il sospetto di falsificazio‐ ni  precedenti  alle  operazioni  di  voto  ri‐ mane  forte.  Ciò  può  far  capire quanto  la  democrazia  russa  sia  ancora  immatura  rispetto alle democrazie europee. 


TURCHIA

Il progetto GAP: tra acqua e minoranze etniche La Turchia, attraverso le risorse idriche, vuole regolare il flusso d’acqua del Tigri e l’Eufrate. Ma gran parte della zona è abitata dall’etnia curda di Claudia Robustelli

L

a  Turchia  ha  inserito  nelle  proprie  strategie di progresso la realizzazio‐ ne  di  un  progetto  noto  con  il  nome  di  Great  Anatolian  Project  (Gap)  o  Southeastern  Anatolia  Project.  Il  Gap  è  nato  sulla  base  delle  immense  risorse  idriche  di  cui  la  Turchia  dispone  e  che  conferiscono al progetto stesso anche una  valenza  stategica.  Esse  infatti  sono  dislocate  per  lo  più  nella  regione  sudorientale  della  Turchia,  area  a  m a g g i o r a n z a   c u r d a .   I l   G a p  permetterebbe  quindi  al  governo  di  Ankara  di  esercitare  un  maggior  controllo sull’area di residenza di questa  minoranza irredentista e, al tempo stesso,  di  realizzare  una  proficua  gestione  delle  risorse  idriche,  indispensabili  per  tutti  i  Paesi  circostanti.  Un  ruolo  di  primo  piano  è  infatti  ricoperto  dai  fiumi  Tigri  ed Eufrate che hanno le proprie sorgenti  nell’area  sudorientale  della  penisola  anatolica  e  che  attraversano  entrambi  Turchia  ed  Iraq,  mentre  l’Eufrate  interessa  anche  il  territorio  siriano.  Dal  1999  ha  preso  il  via  il  Gap:  attraverso  di 

esso  la  Turchia,  Stato  upstreamer,  vuole  regolare il flusso dell’acqua di questi due  grandi fiumi e, a tal, fine, ha realizzato 24  dighe in 7 anni. Le prime ad essere state  costruite  sono  state  quelle  di  Birecik  e  Karkamus,  poste  a  valle  dell’opera  idraulica  Ataturk.  La  posizione  di  tale  infrastruttura  è  stategica  in  quanto  si  trova  a  pochi  kilometri  dalla  frontiera  con  la  Siria,  la  quale  dipende  in  misura  sempre  più  crescente  dalle  acque  dell’Eufrate.  A  queste  è  seguita  la  realizzazione di numerose altre dighe nel  bacino  del  Tigri,  tra  le  quali  si  possono  annoverare  quelle  di  Batman  e  Dicle. 

Questo progetto idrografico pemette alla  Turchia  di  appianare  le  diversità  topografiche  che  la  caratterizzano.  Essa,  infatti,  presenta  un  territorio  con  caratteristiche  fisiche  duali:  nelle  regioni  settentrionali  e  meridionali  il  territorio  è  montagnoso,  con  l’unica  eccezione  di  un’area umida lungo le coste bagnate dal  Mar  Nero;  la  parte  centrale  e  sudorientale  della  penicola  è  invece  semiarida.  Una  gestione  razionale  e  controllata  dele  risorse  idriche  permetterebbe  ad  Ankara  di  agire  in  modo  tale  da  rendere  coltivabili  anche  quelle  aree  oggi  caratterizzate  dall’aridità.  Il  Great  Anatolian  Project  è  volto  infatti  ad  apportare  un  miglioramento  alla  capacità  agricola  del  territorio  da  esso  interessato,  nonchè  a  fornire input per la creazione di industrie  agroalimentari  e  lo  sfuttamento  delle  potenzialità  energetiche  dell’acqua.  Che  lo  sviluppo  della  Turchia  dovesse  passare  attraverso  le  risorse  idriche  del  Paese  era  già  evidente  al  Padre  della  Patria,  Kemal  Ataturk,  il  quale  aveva  visto  in  queste  risorse  lo  strumento  per  elettrificare  la  neonata  Repubblica  turca  c o s ì   d a   p r o m u o v e r n e  l ’ i n d u s t r i a l i z z a z i o n e   e   l a  modernizzazione.  Fu  così  che  nel  1938  iniziò  il  processo  di  realizzazione  delle  numerose  opere  idrauliche  sul  territorio  anatolico.  Ultima  ma  non  meno  importante  è  la  riorganizzazione  etnica  resa  possibile  dalla  messa  in  atto  del  Gap.  Il  progetto,  infatti,  si  estende  su  gran  parte  del  territorio  occupato  dalla  minoranza curda e quindi al confine con  l’Iraq  e  la  Siria.  In  questa  regione  il  governo  turco  ha  da  sempre  stanziato  numerose  forze  armate  al  fine  di  ostacolare  l’irredentismo  curdo  e  le  azioni del Pkk. Tale situazione ha fatto sì  che lo sviluppo dell’area fosse ostacolato  dalla  presenza  militare  e  che  si  verificasse il fenomeno dell’emigrazione.  Tuttavia,  la  popolazione  curda  nell’area  risulta essere ancora numerosa in quanto  il  tasso  di  natalità  è  molto  alto.  La  popolazione  vive  quindi  in  uno  stato  di  continua  tensione  e  ingerenze  militari  e  statali.  In  quest’ottica,  Ankara  vorrebbe  utilizzare  il  Gap  per  creare  sviluppo  e  apportare  miglioramenti  per  quanto  riguarda il livello di vita al fine di ridurre  l’ostilità  curda  nei  confronti  del  governo  centrale.   Il  Gap,  quindi,  andrebbe  ad  investire  anche  i  rapporti  tra  Ankara  e  Baghdad  sia  dal  punto  di  vista  idrico  (  si  ricordi  infatti che l’Iraq è un paese downsreamer  che  dipende  per  lo    più  dalle  acque  del  Tigri)  e  sia  sotto  il  punto  di  vista  etnico,  essendo  anch’esso  interessato  dal  problema  irredentista  curdo,  come  è  stato rivelato dai fatti di quest’autunno. 


CORSI E RICORSI

I Laogai e la storia che si ripete Sono dei veri e propri campi di concentramento cinesi (se ne contano circa mille) dove sono costretti a lavorare bambini, donne e uomini

di Michele Capaccioli

A

lcuni  avvenimenti  ci  fanno  capire  cosa possa esserci dietro la democra‐ tic façade  di  uno  stato  e  come  le politiche  di potenza possano celare per molti anni  eventi tragici e disumani.  Harry Wu della Fondazione Laogai è un  dissidente  ed  ex  detenuto  nei  Laogai  cinesi  da  dove  è  fuggito  con  altri  ex  pri‐ gionieri  negli  USA.  Wu  ricorda  i  milioni  di  persone  detenute  in  questi  campi,  co‐ strette a lavorare 18 ore al giorno in con‐ dizioni  disumane  senza  salario,  private  dei  diritti  civili  e  spesso  a  contatto  con  materiali tossici. Chi non rispetta le diret‐ tive  dei  campi  subisce  una  politica  di  denutrizione e tortura a scopo coercitivo;  esecuzioni di massa con vendita di orga‐ ni  freschi;  sfruttamento  dei  bambini  sot‐ toposti  ai  lavori  forzati;  rappresaglie  nei  confronti delle varie Chiese; aborti e ste‐ rilizzazioni forzate.  Secondo Amnesty International, in molte  istituzioni  statali  cinesi  sono  perpetrate  torture e maltrattamenti quali ʺcalci, per‐ cosse,  scosse  elettriche,  sospensione  per  gli  arti  superiori,  incatenamento  in  posi‐ zioni dolorose e privazione del cibo e del  sonnoʺ.  La  tortura  nei  Laogai  è  testimoniata  dai  praticanti  del  Falun  Gong,  che  riportano 

numerosi  altri  metodi.  Pratiche  dello  stesso  tipo  sono  documentate  negli  anni  ʹ90  da  Harry  Wu  e  nel  1958  dal  Libro  bianco sul lavoro forzato nella Repubbli‐ ca  Popolare  Cinese  della  Commissione  Internazionale  contro  il  regime  concen‐ trazionario.   Philip  Williams  e  Yenna  Wu  spiegano  che i metodi di tortura recenti differisco‐ no di poco da quelli tradizionali, applica‐ ti  durante  la  dinastia  Qing.  Il  libro  Huo  diyu di Li Baojia del 1906 descrive e mo‐ stra graficamente tali metodi.  La  Repubblica  Popolare  Cinese  definisce  i  Laogai  come  “un  processo  di  riforma  dei  criminali  attraverso  il  lavoro,  essen‐ zialmente  un  metodo  efficace  per  elimi‐ nare  i  criminali  e  i  controrivoluzionari”.  Il Tifa, che elenca i vocaboli utilizzabili in  Cina,  afferma  che  è  illegale  chiamare  i  Laogai  “campi  di  concentramento”  o  semplicemente  “campi”,  perché  si  riferi‐ scono solamente ai campi nazisti, sovieti‐ ci  o  della  Cina  nazionalista.  Ma,  come  vedremo, è la Cina a commettere qualco‐ sa  di  illegale,  manipolando  la  realtà  dei  fatti al mondo intero.   Molte sono state le denunce della comu‐ nità internazionale:   ‐  il  Congresso  degli  Stati  Uniti  a  grande 

maggioranza  approvò  il  16  dicembre  2005  la  mozione  294  per  condannare  i  Laogai  quale  strumento  di  repressione  del Governo cinese, proibendo l’importa‐ zione  di  tutti  i  prodotti  provenienti  dai  lavori forzati nei campi di concentramen‐ to  cinesi  e  richiamando  l’appoggio  del  Parlamento dell’Unione Europea affinché  una simile risoluzione venisse approvata  dalla  Commissione  per  i  Diritti  Umani  dell’ONU.   ‐  il  7  settembre  del  2006  il  Parlamento  Europeo  ha  approvato  una  risoluzione  non  legislativa  a  scopo  di  critica  delle  violazioni  delle  libertà  religiose,  del  ri‐ corso  alla  tortura  ecc,  chiedendo  il  rila‐ scio di tutti i prigionieri politici. L’UE ha  anche  espresso  la  preoccupazione  nei  confronti  dell’accondiscendenza  mostra‐ ta da Yahoo e Google verso la politica di  censura del Governo cinese;   ‐  il  Bundestag  tedesco  il  7  marzo  2007  approva  a  larghissima  maggioranza  la  mozione 16/5146 presentata da esponenti  di  CDU/CSU,  FDP,  SPD  e  Verdi  e  dive‐ nuta  successivamente  risoluzione  il  10  maggio,  quale  strumento  di  condanna  dei Laogai;  ‐  nel  giugno  del  2004  il  Ministero  per  il  Commercio  ed  Affari  Esteri  australiano  in  un  documento    commerciale  inerente  alla  Cina,  dedica  un  intero  capitolo  al  “China’s  Prison  Labour  System  –  the  Laogai”,  dove  si  paragonano  i  Laogai  ai  campi  sovietici,  stimandone  tra  i  1000  e  6000 con un numero di prigionieri tra 10  e 20 milioni. Inoltre, viene affermato che  “... la Cina è uno stato a partito unico con  un  forte  apparato  di  sicurezza  che  non  ammette il dissenso politico. In un paese  di  1,2  miliardi  di  abitanti  si  può  presu‐ mere  che  molti  siano  incarcerati  per  una  varietà  di  ragioni  ‐  la  dura  repressione  dei  Falun  Gong  negli  ultimi  anni  è  un  esempio. È pratica normale della politica  cinese  far  lavorare i  prigionieri,  è  proba‐ bile  che  questi  prigionieri  producano  beni  di  consumo  e  che  alcuni  di  questi  giungano anche sui mercati internaziona‐ li”.  Non  esiste  la  perfezione,  ma  chi  usa  la  diplomazia, affermando che non è possi‐ bile  interferire  negli  affari  interni  di  un  Paese,  dovrebbe  essere  messo  di  fronte  alla proprie responsabilità. Come direbbe  il  Manzoni,  “A  noi  poverelli  le  matasse  paion  più  imbrogliate,  perché  non  sap‐ piamo  trovarne  il  bandolo”.  E’  quindi  giunto il momento che la comunità inter‐ nazionale,  sicuramente  al  corrente  della  situazione meglio di noi, dia alla Cina un  aut  aut  per  riflettere  di  più  sul  “come  viviamo”.  Infatti,  come  diceva  Abrahm  Lincoln, “Potete ingannare tutti per qual‐ che tempo e alcuni per tutto il tempo, ma  non  potete  ingannare  tutti  per  tutto  il  tempo”. 


BALCANI

Kosovo, la prima sfida del 2008 Bocciata la proposta Ahtisaari, falliti i tentativi di soluzione della Trojka, l’indipendenza della regione si trasforma nella prima sfida per l’Europa

di Chiara Jacini nche  il  progetto  di  Martti  Ahti‐ saari  per  lo  statuto  futuro  del  Kosovo  non  ha  avuto  successo,  ricevendo il rifiuto da parte della Serbia.   Questo  ennesimo  fallimento  di  accordo  fra  Belgrado  e  Pristina rende  la situazio‐ ne  sempre  più  rischiosa,  andando  a  raf‐ forzare  l’idea  espressa  da  Zivkovic  (ex  primo ministro serbo), che “Fin dai tempi  del  principe  Lazar  chiunque  abbia  af‐ frontato il problema del Kosovo ha mise‐ ramente fallito”.  Il  piano  di  Martti  Ahtisaari,  inviato  spe‐ ciale  del  Segretario  Generale  dell’Onu  per la definizione dello statuto del Koso‐ vo,  prevedeva  un’indipendenza  della  regione  ma  a  condizione  di  importanti  riforme  costituzionali  da  attuare  sotto  il  controllo  della  comunità  internazionale,  che  avrebbe  provveduto  alla  salvaguar‐ dia dei diritti delle enclaves serbe.   Proponeva  una  decentralizzazione  in  sei  nuove municipalità nelle zone serbe fino‐ ra  inglobate  in  più  vaste  municipalità  controllate  da  maggioranza  albanese,  attribuendo loro competenze.  Il progetto di Ahtisaari di mettere in pra‐ tica il modello di democrazia multietnica  era una sfida abbastanza ardua, ma dato  gli episodi di violenza che si sono susse‐ guiti  negli  ultimi  decenni  e  l’eliminazio‐ ne  dei  diritti,  non  solo  politici  ma  anche  civili,  della  maggioranza  albanesi,dal 

1990  in  poi,  ha  portato  a  pensare  che  l’i‐ potesi  di  una  sostanziale  autonomia  del  Kosovo fosse del tutto velleitaria.   Secondo  Athisaari  provare  a  fare  convi‐ vere le due etnie attraverso un sistema di  integrazione  e  partecipazione  delle  co‐ munità  serbe  ai  vari  livelli  istituzionali  secondo  il  principio  di  sussidiarità,  a‐ vrebbe  portato  a  lungo  termine  risultati  migliori  che  una  soluzione  separatista  come  quella  proposta  dai  vertici  di  Bel‐ grado.  La  Serbia  proponeva  invece  una  sparti‐ zione territoriale che oltre ad essere forte‐ mente antitetica alla multietnicità, avreb‐ be  portato  all’esodo  in  massa  dei  non  albanesi  o  comunque  avrebbe  lasciato  le  comunità  serbe  al  di  fuori  del  proprio  territorio in mano al loro destino.     Il  rifiuto  di  Belgrado  è  parso  a  molti  au‐ tolesionista  al  cospetto  degli  effettivi  vantaggi  che  il  piano  Ahtisaari  avrebbe 

portato  a  tutte  le  comunità  serbe,  ma,  se  si  possono  intuire  le  ragioni  interne,  do‐ vute  al  bisogno  di  captare  consensi  elet‐ torali, non sono chiare le intenzioni futu‐ re per alleviare le tensioni; non si capisce  come la Serbia pensa di poter gestire nel  territorio le competenze di una sovranità  residua in una provincia al novanta per‐ cento  albanese,  se  non  con  l’utilizzo  di  forze militari per proteggere le minoran‐ ze serbe.   Bisogna  però  precisare  che  neanche  il  governo  di  Pristina  era  fiducioso  riguar‐ do  al  progetto  proposto  da  Ahisaari;  si  era  infatti  espresso  disponibile  a  quello  che  definiva  “un  difficile  ma  accettabile  compromesso”  solo  nel  momento  in  cui  si era assicurato il rifiuto da parte di Bel‐ grado.  Ovviamente  il  mancato  accordo  fra  Bel‐ grado e Pristina ha messo in moto pesan‐ ti  interferenze  da  parte  della  comunità  internazionale in generale, ma soprattut‐ to  dei  suoi  maggiori  esponenti,  che  han‐ no  cercato  di  strumentalizzare  il  proble‐ ma per favorire i propri interessi.   Tra la spinta russa verso un atteggiamen‐ to intransigente nei confronti dei kosova‐ ri  e  le  pressioni  statunitensi  verso  un’in‐ dipendenza  kosovara  forse  chi  avrebbe  potuto  esercitare  un  forza  risolutrice  era  l’Europa,  la  quale,  invece,  trovatasi  divi‐ sa al suo interno, non ha potuto esercita‐ re quel ruolo centrale nella politica balca‐ nica, designata al vertice di Salonicco nel  2003  con  l’impegno  per  il  processo  di  stabilizzazione e associazione.   Inizialmente  l’Unione  Europea  aveva  perorato  il  piano  Athisaari  ma  dopo  il  rifiuto della Serbia, si è sfaldata in diver‐ se  posizioni:  i  paesi  europei  come,  Spa‐ gna, Slovacchia,  Grecia,  Cipro, Romania,  caratterizzati anche loro da tensioni etni‐ che  interne  hanno  cambiato  posizione  per  paura  che  l’ondata  di  seccessione  arrivasse fino dalle loro parti.  Il fallimento coinvolge anche la comunità  internazionale;  il  Consiglio  di  Sicurezza,  infatti, non è riuscito a superare i contra‐ sti e si è trovato nuovamente a non saper  gestire questo focolaio balcanico.   Un  occasione  persa  anche  per  l’Unione  Europea  che  una  volta  di  più  non  è  riu‐ scita  a  trovare  una  posizione  univoca  e  quindi  ad  assumere  un  ruolo  decisivo  sullo  scacchiere  internazionale,  neanche  riguardo  a  un  problema  che  si  presenta  in casa propria.  


ENSIERI

AROLE

I fatti d’attualità commentati dai ragazzi

Il regresso del progresso di Luca Fontana l  lavoro  nobilita  l’uomo,  ma  qualche volta va anche oltre e lo  uccide.   In  Italia  gli  incidenti  sul  lavoro  non  accennano  a  diminuire  e  in  molti  casi,  come  accaduto  recentemente,  assumono  connotazioni  tragiche  ed  irreparabili.  La  radice  di  queste  tra‐ gedie  è  da  ricercarsi  nel  capovolgi‐ mento di valori e significati attribuiti  al lavoro, capovolgimento causato da  molteplici  fattori  che  rendono  quasi  esercizio  ozioso  trovare  colpevoli  e  responsabili, costringendoci a partire  dalla  consapevolezza  che  stiamo  as‐ sistendo alla frana di un sistema che  fatica  a reggersi in  piedi.  Nella  scala  dei  valori  è  avvenuta  un’inversione  dove  la  produzione  ed  il  profitto  hanno  definitivamente  scavalcato  la  centralità delle persone.  Le  imprese  italiane  sono  sempre  più  orientate al raggiungimento del mas‐ simo  guadagno  costrette  a  fronteg‐ giare con difficoltà i nuovi mercati e  tendono a cercare competitività nella  direzione  ossessiva  del  taglio  dei  costi.   Le  conseguenze  sono  immediata‐ mente  visibili.  Scarsa  qualità,  tempi  di  esecuzione  sempre  più  contratti,  aridità  dʹinvestimenti  nella  ricerca,  nella  tecnologia  e  purtroppo  anche  nella  sicurezza,  con  un  utilizzo  di  lavoratori  troppo  spesso  non  ade‐ guatamente  preparati  rispetto  alle  mansioni assegnate.   Scavando poi nei settori dove il som‐ merso  ed  il  lavoro  nero  la  fanno  da  padrone, come nel caso delle piccole  imprese  edili,  la  questione  sicurezza  diventa  un  grosso  punto  interrogati‐ vo.  I lavoratori sono con l’acqua alla gola  e, sempre più concentrati nel difficile  obiettivo di arrivare alla fine del me‐

se e di conservare il posto di lavoro,  tendono  ad  accettare  condizioni  e  richieste  che  un  tempo  sarebbero  state  oggetto  quantomeno  di  un’at‐ tenta valutazione.  Il sindacato, dal canto suo, non forni‐ sce  sempre  la  sensazione  di  mirare  correttamente  i  bersagli  da  colpire,  disperdendo energie preziose da uti‐ lizzare,  ad  esempio,  nel  fare  della  sicurezza  un  punto  comune  impre‐ scindibile della contrattazione collet‐ tiva. 

«La repressione ed il  controllo devono essere  accompagnati dalla  promozione dell’attività  di prevenzione che non  può non passare  attraverso una nuova  cultura del lavoro da  inculcare a imprese e  lavoratori partendo dalle  più giovani generazioni»  Gli  incidenti  sul  lavoro  rappresenta‐ no  un  campanello  d’allarme  ancora  più assordante se pensiamo che oggi,  nel  terzo  millennio,  esistono  leggi  valide rispetto al passato e che il pro‐ gresso  e  la  tecnologia  forniscono,  in  teoria,  gli  strumenti  necessari  per  lavorare in discreta sicurezza. Invece  le  cifre  ci  raccontano  un’altra  storia,  intrisa di tragici capitoli che un paese  civile  non  dovrebbe  essere  costretto  ad  ascoltare.  Come  arginare  il  pro‐ www.acidopolitico.com

 

blema in tempi brevissimi?  Ovviamente  si  potranno  inasprire  le  pene  per  chi  infrange  le  leggi,  ma  è  inutile ricercare con un colpo di bac‐ chetta  magica  la  soluzione  urlata,  il  rimpallo  di  responsabilità,  il  solito  voltare pagina senza che cambi nulla  dettato,  come  sempre  accade  in  Ita‐ lia,  dagli  spruzzi  dell’onda  emotiva.  Non  è  di  questo  che  abbiamo  biso‐ gno.  Le famiglie delle vittime ed i lavora‐ tori  che  da  domani  per  ogni  giorno  fino  alla  pensione  timbreranno  nuo‐ vamente  il  cartellino  non  vogliono  vendette  sporadiche,  vogliono  solo  giustizia  e  la  certezza  di  poter  ab‐ bracciare  la  sera  i  propri  cari.  Si  ri‐ spettino  e  si  facciano  rispettare  le  leggi già in vigore, con un contributo  di serietà e impegno da parte di tutti.  Politica, impresa e sindacato.  La repressione ed il controllo devono  essere accompagnati dalla promozio‐ ne  dell’attività  di  prevenzione  che  non  può  non  passare  attraverso  una  nuova cultura del lavoro da inculca‐ re  a  imprese  e  lavoratori  partendo  dalle più giovani generazioni.   La politica può fare la sua parte ado‐ perandosi con l’attività ispettiva e di  controllo  da  svolgere  con  maggiore  efficacia anche se la struttura produt‐ tiva  italiana  composta  di  piccole,  piccolissime  imprese,  non  rende  la  vita  semplice  agli  ispettori  che  natu‐ ralmente non sono presenti sul terri‐ torio in numero sufficiente.   Il governo deve però moltiplicare gli  sforzi  iniziati  in  questi  mesi,  perché  in  un  paese  civile  si  può  vivere  per  lavorare o lavorare per vivere, secon‐ do i punti di vista di ognuno, ma non  si  dovrebbe  mai  lavorare  per  morire  o morire per lavorare. Il tempo delle  parole è scaduto. 


P E N S I E R I & PA R O L E

Un governo bipartitico all’orizzonte

PAROLE & POLITICA  LE FRASI DI GIANCARLO GENTILINI 

di Danilo Aprigliano he  Berlusconi  non  sia  nuovo  ai  colpi di scena è un fatto risaputo.  Venuto  fuori  dalle  ceneri  di  tan‐ gentopoli nei primi anni novanta è ormai  il  padrone  assoluto  della  scena  politica  italiana:  amato  e  odiato  leader  politico,  galvanizzatore di masse, retorico populi‐ sta e grande comunicatore, ha presieduto  ben  tre  governi  ed  è  tra  i  responsabili  dell’attuale sistema bipolare.  Attualmente è il capo dell’opposizione e  negli ultimi mesi è ritornato sotto i riflet‐ tori rielaborando il sistema operativo del  suo partito e sancendo la fine della coali‐ zione  che  lo  ha  portato  al  governo  nella  scorsa  legislatura.  Traspare  lucidamente  che  le  sue  recenti  azioni  siano  mosse  da  obbiettivi  e  volontà  ben  precise  e  che  nella  sua  immaginazione  sia  già  raffigu‐ rato in maniera definita il futuro politico  del  paese.  Certamente  lui  ha  i  numeri  per poter cambiare le carte in tavola.   In  ogni  modo  le  sue  mosse  sembrano  determinate.  A  sinistra  nasce  il  Pd  in  risposta  a  quel  cambiamento  politico  ormai invocato da anni e Berlusconi, per  non  restare  indietro,  trasforma  Forza  Italia  in  Partito  delle  libertà  annuncian‐ done  la  nascita  dal  predellino  di  una  macchina in mezzo a una folla osannante  e  senza  tenere  in  alcun  conto  gli  alleati.  Successivamente  sancisce  la  fine  della  Casa delle libertà facendo sapere di voler  dire  addio  ai  “vecchi  parrucconi  della  politica”  (è  ovvio  che  un  trapianto  di  capelli è molto meglio!) e aprendo, intan‐ to,  il  dialogo  con  Veltroni  sulla  legge  elettorale. Appare chiaro che l’intesa non  si cerca solo su questa ipotesi di riforma  ma  va  ben  più  in  là  e  c’è  chi  paventa  la  formazione di un futuro governo biparti‐ to, ipotesi sicuramente da non escludere,  anzi!  Ma proviamo ad analizzare questo possi‐ bile  scenario.  Veltroni  non  vede  l’ora  di  mandare a casa Prodi e diventare leader  di un futuro governo. Ha ben capito però  che  il  centrosinistra  attuale  sta  ormai  esalando  i  suoi ultimi respiri  e sa  che  se  il  Pd  non  cerca  nuove  alleanze  o  non  realizza  concretamente  la  sua  vocazione  maggioritaria (il che è alquanto improba‐ bile) potrà dire addio a Palazzo Chigi.  Le soluzioni a ben vedere non sono mol‐ te e un’alleanza col Cavaliere sembrereb‐ be la strada più praticabile. 

 

«Per quanto riguarda il  destino politico del  nostro Paese è certo  che un governo  bipartitico potrebbe  risolvere alcune delle  anomalie nei governi  di casa nostra»  Dal canto suo Berlusconi sa che il centro‐ destra non gode di ottima salute e deside‐ rerebbe  presiedere  un  governo  un  po’  meno  vincolante.  Che  tra  i  due  ci  siano  intenzioni  di  avvicinamento  sembra  ab‐ bastanza  chiaro.  A  parte  certe  frequenta‐ zioni e i dialoghi nei cantieri tra Veltroni  e  Letta,  basti  pensare  ai  silenzi  del  Pd  sugli  ultimi  problemi  giudiziari  del  leader dell’opposizione e agli attacchi più  soft che quest’ultimo riserva all’ala mode‐ rata della maggioranza.   Per quanto riguarda il destino politico del  nostro  Paese  è  certo  che  un  governo  bi‐ partitico  potrebbe  risolvere  alcune  delle  anomalie  nei  governi  di  casa  nostra.  In‐ nanzitutto  sparirebbero  le  ali  estreme  delle  coalizioni  e  non  avremmo  più  ese‐ cutivi ricattati da partiti come Rifondazio‐ ne  comunista,  la  Lega  nord  o,  peggio,  l’Udeur. Ci si accorderebbe più facilmen‐ te  nell’attività  di  governo  e  si  potrebbe  anche  tentare  qualche  riforma  seria  e  ra‐ dicale (sempre che ce ne sia la volontà tra  i vari responsabili) e magari qualche azio‐ ne  a  vocazione  liberale  (non  certo  laica  comunque).   Resterebbero sicuramente varie incognite,  a  partire  dal  conflitto  di  interessi  del  Ca‐ valiere e dalla possibilità di autoritarismo  bipartitico (il che, comunque, non appor‐ terebbe  sostanziali  cambiamenti  nella  partitocrazia  italiana),  un’invasione  mo‐ dello piovra di tutti gli apparati di potere,  un ritorno in grande stile della Democra‐ zia  Cristiana.  Sono  comunque  solo  dei  rischi e, considerando la situazione attua‐ le, chissà che non valga la pena di correr‐ li. 

“Bisognerebbe vestirli da leprotti  per fare pim pim pim col fucile”  Sugli immigrati “perdigiorno”  Il Messaggero, 09.08.2007 

****************************  “Siamo in guerra, i gommoni degli  immigrati devono essere affondati a  colpi di bazooka. Occorre puntare ad  altezza uomo” “Tutte le sparate del pro sindaco”,   Il Messaggero, 09.08.2007 

****************************  “Ho dato disposizioni alla coman‐ dante dei vigili urbani affinché faccia  pulizia etnica dei culattoni... Qui a  Treviso non cʹè nessuna possibilità  per culattoni e simili” La Repubblica, 09.08.2007 

****************************  “Io non ho nulla contro i gay, le pro‐ stitute, le lesbiche: ognuno è arbitro  del proprio corpo. Non tollero però  che queste esibizioni amorose, o al‐ tro, avvengano nella provincia di  Treviso. Pulizia etnica quindi signifi‐ ca tabula rasa” L’Unità, 09.08.2007 


B OT TA & R I S P O S TA

«Il paese delle “assurde” meraviglie» Dopo la nostra inchiesta sul “Ku Klux Klan Italia”, una replica piccata degli “Ufficiali del Reame” pubblicata sul loro blog tenta di smentire quanto scritto sulla nostra rivista are dellʹAmore verso Dio, la Cristianità  e lʹOccidente il proprio primo principio  di  vita  sembra  essere  per  alcuni  ʺIstigare alla Guerra Santaʺ.  Così sembra pensarla tale ʺL. B.ʺ, gestore del  sito/blog  ʺAcido  Politicoʺ,  che  in  un  suo  re‐ cente articolo dalle esilaranti finiture inerente  al Reame dʹItalia della White Legion Knights  of  the  Ku  Klux  Klan,  ha  espressa‐ mente  istigato  alla  repressione immoti‐ vata  (In  puro  stile  STATO  DI  POLI‐ ZIA)  di  tutti  coloro  a lui non congeniali  per  Fede  o  veduta  politica.  Ebbene  si,  perchè  il  confuso  articolo  in  q u e s t i o n e  ( E v i d e n t e m e n t e  costruito  sulla  base  di  va‐ sta ignoranza in materia), è un minestrone di  interpretazioni personali, un mix esplosivo in  cui  vengono  tirati  in  causa  persone  del  tutto  estranee  al  Klan  (Spesso  da  lui  definiti  ʺMEMBRIʺ  nel  corso  del  travagliato  testo),  persone  addirittura  a  noi  avverse  in  quanto  sostenitori  del  più  criminale  fondamentali‐ smo islamico e altre che hanno sfoggiato una  discreta  conoscenza  della  natura  evolutiva  del KKK ma ancora non del tutto sufficiente.  Tutte  persone  ʺpescateʺ  e  spiate  in  puro  stile  ʺJames Bondʺ da Blog in giro per la rete.  La lettura del suddetto articolo (che ci è stato  prontamente segnalato) si è rivelata una vera  e propria gita in un mondo fantastico e irrea‐ le  dove  i  passi  della  Sacra  Bibbia  vengono  costantemente  tacciati  di  criminosità  e  razzi‐ smo,  dove  lʹessere  Cristiani  devoti  significa  essere  politicanti  estremisti,  dove  il  Klan  è  divenuto ANTISICILIANO (Sebbene qualche  meridionale lo abbiamo pure) dove compiere  errori  di  scrittura  (del  tutto  normali  per  chi  scrive  ore  e  ore  sul  web)  sono  sintomo  di  velato  analfabetismo,  dove  amare  la  propria  religione,  le  Proprie  Tradizioni  e  la  propria  G e n t e   s i g n i f i c a   m i r a r e   a l l o  sterminio  indiscriminato  delle  altre  razze  e  popoli, dove magari postare articoli di crona‐ ca nera è sintomo di odio e non dʹinformazio‐ ne benevola.  E lì, sovrastante una montagna di fantastiche‐ rie  farcite  da  un  apparente  intellettualismo,  ecco  il  sommo  sovrano  ʺL.B.ʺ  regnare  ʺsputandoʺ  sentenze  unidirezionali,  condan‐ nando  pensieri  e  persone  ed  esigendone  la 

repressione ingiustificata.  Ma non finisce lì!  Eh,  già!  Poichè  sembra  che  il  nostro  dotto  oratore  sia  giudice  non  solo  delle  genti,  ma  anche delle FEDI. Egli infatti dichiara indiret‐ tamente di essere in possesso delle ʺVERITAʹ  DELLA  BIBBIAʺ  tacciando  di  fasullità  e  di‐ storsione le ʺLettureʺ a lui non congeniali.  (Anche  se  non  è  ben  chiaro  quale  secondo  lui  sia  lʹinterpretazione  dottrinale Cristia‐ na corretta).  E ora con sommo  dispiacere e scon‐ volgimento  per  tutti i credenti nel  ʺVecchio  Testa‐ mentoʺ  (Cristiani  e non) precisiamo che il ʺnostro  incontestabile  autoreʺ  ha  espressamente  dichiarato  che  il  Deuteronomio  e  la  Genesi  sono da considerarsi intrisi di Passi MALVA‐ GI e quindi da sopprimere…  a  quanto  pare  ʺL.B.  DEVE  AVERE  SEMPRE  RAGIONEʺ (Convinto lui...)…  Ebbene  noi  non  obblighiamo  certo  il  signore  in  questione  ad  approvare,  condividere  o  sostenere  la  nostra  Chiesa  ma  per  il  rispetto  del Credo dellʹintera Cristianità lo preghiamo  di  rivolgere  le  sue  critiche/offese  altrove  e  non alle Sacre Scritture. 

Gli Ufficiali di Reame  ________________________________________ 

ari “Ufficiali di Reame”,  se  aveste  davvero  letto  l’inchiesta  pubblicata  sullo  scorso  numero  di  “Acido  Politico”,  vi  sareste  risparmiati  que‐ sta figuraccia. Va bene cercare di “smontare”  un articolo, ma addirittura stravolgere quan‐ to  di  più  palese  ci  possa  essere  (cioè  quello  che  è  stato  scritto),  ha  il  sapore  della  presa  per  i  fondelli.  Per  questo,  non  ha  senso  cor‐ reggere  punto  per  punto  la  Vostra  presa  di  posizione ufficiale. Quanto alle offese gratui‐ te  rivolte  alla  mia  persona,  lascio  ai  lettori  giudicare.  Per  inciso,  non  sono  il  “gestore”  di  “Acido  Politico”, ma uno dei quasi cinquanta ragaz‐ zi  che  si  impegnano  a  realizzare  questo  pro‐ getto editoriale. Anche questa piccola, quanto  significativa  imprecisione  dimostra  che  la  Vostra attenzione è stata prossima allo zero.  Leonard Berberi

PROMEMORIA gni volta che devo parlare  della vicenda Europa 7 lo  faccio  con  un  misto  di  sentimenti che oscillano tra la rab‐ bia  e  la  tristezza.  In  un  paese  nor‐ male  una  vicenda  come  quella  di  cui  vi  esorterò  ad  informarvi  a‐ vrebbe  suscitato  lo  scalpore  e  l’in‐ dignazione  di  un  gran  numero  di  cittadini ma in Italia ciò non avvie‐ ne  ed  il  tutto  passa,  come  altri  ac‐ cadimenti  altrettanto  stucchevoli,  in maniera completamente natura‐ le in un silenzio assordante. Non è  mia  intenzione  indagare  in  questa  pagina i motivi per i quali si arriva  ad  una  situazione  del  genere,  an‐ che  perché  molto  probabilmente  non  basterebbero  neanche  tutte  le  pagine di questo giornale. Ed inol‐ tre più ne parlo e più mi irrito.  La  voce  “Europa  7”  di  Wikipedia  spiega  perfettamente,  in  maniera  chiara  e  ordinata,  il  susseguirsi  di  fatti  di  cui  si  costruisce  questa  vi‐ cenda, che tutti dovrebbero sapere  ma  che  purtroppo  pochi  conosco‐ no.  Vi  esorto  a  leggere  quella  voce  di  wikipedia,  così  come  vi  invito  a  digitare  su  Youtube  sempre  “Europa 7” e a vedere l’intervista a  Di  Stefano.  Non  penso  di  poter  aggiungere  nulla  di  più  di  quello  che  potete  trovare  in  queste  due  straordinarie  fonti  d’informazione  che  la  tecnologia  ci  sta  donando  e  che  stridono  in  positivo  in  con‐ fronto  all’appiattimento  omologa‐ to  e  manipolato  dell’informazione  televisiva e del panorama giornali‐ stico (tranne alcuni rari casi) italia‐ no.  Per  tutelare  l’informazione  gover‐ nativa  e  controllata  si  va  contro  una  sentenza  della  Corte  Costitu‐ zionale (sentenza 466/2002), contro  la legge italiana (art. 3, comma 6 e  7,  della  legge  31/07/97,  n.  249  ;  Decr.Min.  del  28/07/99),  contro  il  Consiglio  d’Europa  (risoluzione  Giugno 2004).  In  attesa  di  una  sentenza  della  Corte  Giustizia  Europea  Europa  7  continua  a  rimanere  non  operati‐ va, ormai da più di otto anni.  Una  scelta  bi‐partisan  e  largamente  condivisa  che,  anche  se  illegale,  non può non mettere tutti d’accor‐ do, o sbaglio?  Antonio Bisignano


S O C I E TA ’ INCISO

E

’ invisibile, come l’altra faccia della luna. Si chiama ‘Ndrangheta e rappresenta la criminalità organizzata calabrese: una tra le più forti e pericolose organizzazioni criminali del mondo. Secondo le forze dell’ordine in Calabria sono attualmente operanti 150 clan locali che affiliano circa 6000 mafiosi. La mafia calabrese ha un potere enorme, in molte zone d’Italia ha ormai raggiunto un controllo considerevole, è praticamente ovunque: dalla Valle d’Aosta al litorale laziale, dal Veneto al Piemonte. E nella ricca Lombardia? L’hinterland milanese è il paradiso degli affari: non c’è solo il traffico di cocaina, ma anche costruzioni, negozi, discoteche. Sta crescendo una nuova generazione della mafia che cambia stile per diventare più forte. A Buccinasco (la Platì del Nord) si preferisce far finta di niente, eppure solo pochi anni fa l’ex sindaco Maurizio Carbonera riceveva diversi atti intimidatori. La ‘ndrangheta, però, non la troviamo solo in Italia, è presente o traffica in oltre 40 paesi del mondo, soprattutto in Australia, Canada e Germania. Molteplici sono i suoi interessi: appalti edilizi, estorsioni, sfruttamento della prostituzione, tangenti, riciclaggio di denaro, smaltimento di rifiuti tossici, traffico di armi e di droga. Nel 2004 si stima che la ‘ndrangheta abbia guadagnato solo dal traffico di droga 22 miliardi e 340 milioni di euro e la fonte principale di tali guadagni è senza dubbio la cocaina: è il petrolio bianco il vero miracolo del capitalismo moderno, una gigantesca ragnatela mondiale gestita assieme alla camorra. Nel traffico delle armi il guadagno è di 2 miliardi e 353 milioni di euro, mentre 4 100 milioni di euro è il giro d’affari nell’usura. Questa ovviamente è solo una parte dei suoi guadagni: secondo dati Eurispes la ‘ndrangheta nel 2004 ha avuto un giro d’affari stimato di 36 miliardi di euro. In Italia si può parlare di mafia in maniera spettacolare, cinematografica, ma quando si dice qualcosa di pesante per l’opinione pubblica c’è un rifiuto totale. Sono diverse le zone del meridione soggette a situazioni disperate (come Reggio Calabria), ma tutto ciò non attira attenzione perché non ci sono stragi, non ci sono morti. Non ci sono stragi perché ormai non c’è più bisogno di sparare e tale è il controllo che non c’è bisogno di ammazzare. In Calabria hanno smesso di sparare perché hanno vinto. Esiste un’emergenza mafiosa solo di fronte alla visibilità del fenomeno e, nella normalità della pax mafiosa, l’indifferenza degli organi d’informazione è totale, l’indifferenza dell’opinione pubblica segue. Il potere dell’informazione è notevole: loro vogliono proprio il silenzio, vogliono che questa situazione non arrivi a livello nazionale, perché se non arriva a diventare un problema nazionale il controllo del territorio, per loro, è garantito. Quanti servizi avete visto in televisione o avete letto sui giornali (a parte l’eccezione dell’inchiesta di Curzio Maltese su Repubblica e pochi altri) sulla ‘ndrangheta in Calabria? Perché tutto questo silenzio dei media? Perché si preferisce parlar d’altro quando abbiamo la più grave emergenza per l’intero paese? E lo Stato? Per il momento si preferisce togliere l’inchiesta al pm De Magistris che indagava su collusioni tra mafia, politica e altri poteri occulti. Lo stato può (e deve) combattere la mafia, ha tutti gli strumenti necessari per farlo. Ma siamo sicuri che lo stia facendo?

Matteo Forciniti

Venti di modernità soffiano sull’Islam La questione femminile viene posta al centro del dibattito riformista dai musulmani di Stefania Carusi MILANO  ‐  Alla  parola  islam  vengo‐ no  associate  tante  immagini:  violen‐ za, intolleranza, arretratezza, l’immo‐ bilismo  sociale  di  una  religione  che  per  molti  ha    solo  il  volto  dell’inte‐ gralismo alla Bin Laden.   Ma  non  c’è  solo  questo.  I  venti  di  modernità  soffiano  anche  in  questo  mondo in apparenza solo retrogrado.  Dalla  fine  del  XIX  secolo,  in  tutte  le  regioni  del  mondo  islamico,  emerge  l’esistenza di una questione femmini‐ le e i riformisti individuano nell’ade‐ guamento  della  condizione  giuridica  della donna la sfida cruciale.   La questione della donna mussulma‐ na  è  diversa  da  quella  della donna in genere. I  modernisti sanno che si  scontrano  con  un  mon‐ do  dove  l’inferiorità  femminile  è  sacralizza‐ ta.  Il  Corano  stabilisce  “gli uomini sono prepo‐ sti  alle  donne,  perché  Dio  ha  prescelto  alcuni  esseri  su  gli  altri  e  per‐ ché essi donano dei loro  beni  per  mantenerle”.  Dio    consacra  la  donna  a questa condizione di “eterna mino‐ renne” tenuta all’obbedienza al mari‐ to,  priva  di  diritto  di  divorzio,  espo‐ sta  al  ripudio,  tenuta  ad  accettare  la  poligamia  come  strumento  di  prote‐ zione  femminile.  Su  di  lei  si  fonda  l’onore e anche il disonore dei paren‐ ti maschi.   La  sua  virtù  è  la  sua  castità,  segno  ambivalente  di  distinzione  e  rispetto  quanto  di  segregazione  e  oppressio‐ ne. In  Marocco  il movimento  femmi‐ nile  dal  1980  chiede  la  riforma  del  codice dello statuto personale la Mu‐ dawwana  fondato  sulla  Shari’a.  Union  de  l’Action  femminine  riven‐ dica  uguaglianza  tra  coniugi,  la  pos‐ sibilità  per  la  donna  maggiorenne  di  sposarsi senza ricorrere al tutore ma‐ trimoniale,  pari  diritti  e  doveri  per  i  coniugi,  diritto  di  divorzio,  abolizio‐ ne  della  poligamia,  diritto  di  tutela  sui propri figli e considerare lavoro e  studio  diritti  inalienabili  per  le  don‐

ne. Sono gli anni novanta e la revisio‐ ne  della  Mudawwana  è  sempre  più  necessaria  all’interno  di  in  Paese  che  cerca  di  affermare  una  democrazia,  inattuabile  la  dove  la  metà  della  po‐ polazione è in condizione di evidente  inferiorità. Le femministe marocchine  raccolgono  una  petizione  di  otre  un  milione  di  firme  provocando  la  vio‐ lenta  reazione  degli  islamisti  che  le  accusano  di  andare  contro  la  lettera  dell’islam. La riforma del 93 è insod‐ disfacente.  Le  donne  marocchine  comprendono  che questa battaglia non può combat‐ tersi lontano dal terreno religioso  ma  continuano  a  lottare.  Nel  95  alla  IV  conferenza  Mondiale  delle  nazioni  Unite  sulla  donna  il  movimento  trova  nuovi  slanci.  Si  crea  un  cordi‐ namento  transnazionale  tra  i  vari  movimenti  femminili  del  Maghreb.  Viene proposto un nuo‐ vo  Codice  di  famiglia.  Molti  sono  i  sostegni  internazionali  e  in  Ma‐ rocco nel 98 sale al pote‐ re  il  blocco  democratico  e  il  re  Mohammed  VI.  Viene  presentato  un  progetto  di  legge  per  L’integrazione  femminile.  Immediata  la  reazione  degli  islamisti.  Il  conflitto  si  sposta  nelle  piazze  di  Rabat  e  Casablanca  80.0000  modernisti  contro  500.000  islamisti.  Il  progetto  di  legge  passa  nelle mani del re l 8 marzo 2001.  La  riforma    si  conclude  nel  10  ottobre  del  2003  secondo  un  interpretazione  evolutiva  dei  testi  sacri  è  conforme  all’islam,  viene  emanata    2004.  la  vittoria  e  un  traguardo  che  è  solo  l’inizio.   Una legge non può scardinare le con‐ vinzioni di una società ancora gelosa‐ mente  attaccata  ad  una  tradizione  religiosa lenta nell’evolvere. La legge  votata  secondo  principi  democratici  tesa verso un orizzonte maggiormen‐ te  laico  è  il  risultato  di  un  mondo  femminile deciso a svestire i veli del‐ l’oppressione. 

www.acidopolitico.com

 


U N I T E D S TAT E S NEW YORK TIMES

Domestic issues now outweigh Iraq DES MOINES — The Democratic and Republican presidential candidates are navigating a far different set of issues as they approach the Iowa caucuses on Thursday than when they first started campaigning here a year ago, and that is likely to change even more as the campaigns move to New Hampshire and across the country. Even though polls show that Iowa Democrats still consider the war in Iraq the top issue facing the country, the war is becoming a less defining issue among Democrats nationally, and it has moved to the back of the stage in the rush of campaign rallies, town hall meetings and speeches that are bringing the caucus competition to an end. Instead, candidates are being asked about, and are increasingly talking about, the mortgage crisis, rising gas costs, health care, immigration, the environment and taxes. The shift suggests that economic anxiety may be at least matching national security as a factor driving the 2008 presidential contest as the voting begins. The campaigns are moving to recalibrate what they are saying amid signs of this changing backdrop; gone are the days when debates and television advertisements were filled with references to Iraq. Senator Hillary Rodham Clinton of New York recently produced a television advertisement that attacked the Bush administration for failing to deal with “America’s housing crisis.” Mitt Romney, the Massachusetts Republican, has begun talking about expanding health care coverage, an issue of particular concern in New Hampshire. “People say that health care is a Democratic issue,” he said. “Baloney.” John Edwards of North Carolina has a ready answer when asked about immigration at rallies here — a subject that rarely if ever came up at Democratic gatherings a year ago. He drew cheers at a New Year’s Day rally in Ames when he said that while he would support a path to citizenship for illegal immigrants, he would insist that none could become naturalized “until they learned to speak English.” Part of the shift appears to stem from the reduction in violence in Iraq after President Bush’s decision to send more troops there last year. Mrs. Clinton, who once faced intense opposition from her party’s left over her vote to authorize the war, now is

rarely pressed on it, though Democrats say it continues be a drag on her in this state. Senator John McCain, a strong proponent of increased troop levels, is off of the defensive and now positions himself as having been prescient about what would work to quell the violence. “You see much more concern about the economy,” said Mark Penn, Mrs. Clinton’s chief strategist. “You see much more concern about health care. When we started it was principally concern about the war, and now it’s a mix of war, the economy and health care.” Alex Castellanos, a senior strategist for Mr. Romney, said much the same

thing was happening on the Republican side and suggested that it may have contributed to the success of Mike Huckabee, the Republican former governor of Arkansas. “As concern in the economy grows, you’ve seen in both parties this populist strain of appealing to voters,” Mr. Castellanos said. The shift in emphasis is also a reflection of the fact that New Hampshire is, politically, a very different place from Iowa, especially for Republicans. A central part of the Republican appeal here has been to social conservatives on issues like abortion and same-sex marriage; they have far less sway in New Hampshire. In that state, where the primary is held Jan. 8, Mr. McCain, Mr. Romney and Mrs. Clinton have begun broadcasting advertisements that talk about cutting taxes and reducing government spending. Both those issues have historically proved to have great resonance with New

Hampshire voters, and particularly with independents who are allowed to vote in either primary. This is not to suggest that Iraq is no longer a pressing issue for many voters. Senator Barack Obama points to his unwavering opposition to the war in a television advertisement being broadcast in the final hours here, and Mr. McCain is pointing to his early advocacy of increasing troop levels in Iraq as evidence that he had more national security credentials than Mr. Romney. What has changed, though, is that the war in Iraq is far from the only issue driving this election, the result of the decline in carnage there and daily reports that the nation’s economy might be in trouble. “I still think the war is a real important issue,” said David Axelrod, a senior strategist for Mr. Obama. “But the sense of economic insecurity has grown and pushed those other issues up on the list of concerns.” That has become increasingly evident in what the candidates are hearing from voters. Mrs. Clinton and Mr. Obama were pressed on Social Security, gaps in Medicare coverage, the economic threat to middle class from the alternative minimum tax and rising energy costs. All the candidates are hearing, at virtually every stop, questions about immigration and trade deals. And it was increasingly evident in what the candidates were choosing to say at a time when they were enjoying as big as a stage as they will during this caucus season. In his speeches, Mr. Obama is spending less time speaking about the war than he once did, instead talking about a “retirement system that is in tatters,” and the loss of jobs to Mexico. Mr. McCain talked about Iraq and Pakistan, but moved to on to talk about education, health care and global warming. “There are a number of challenges facing us domestically,” Mr. McCain said Wednesday in Londonderry, N.H. Mrs. Clinton is devoting a long portion of her closing speech to health care. Mr. Huckabee’s closing stump speech is devoted to economic anxiety, as he criticizes Wall Street and hedge funds managers and says that the wealthy cannot understand the concerns of everyday people. And Mr. Edwards on Wednesday seized on the news that oil prices had reached $100 a barrel to reprise the populist message that long ago eclipsed the war as the central thrust of the campaign. “Today’s report that the price of oil has reached $100 a barrel is just another example of how corporate greed is squeezing the middle class,” he said. Adam Nagourney


I N T E R N AT I O N A L / I N T E R N AC I O N A L 10 years later, Chiapas massacre still haunts Mexico

La justicia reconoce el derecho a la huelga de los “sin papeles”

by Marc Lacey

El Pleno del Tribunal Constitucional ha reconocido el derecho de huelga a los inmigrantes sin papeles que estén trabajando en España en situación irregular, incluso a pesar de que, al no estar autorizados a permanecer en España, tampoco están autorizados para trabajar. La aparente contradicción la salva el alto tribunal significando que el derecho de huelga es un derecho fundamental reconocido a los trabajadores "en defensa de sus intereses", entre los que puede estar "el de la regularidad de su situación administrativa, pese a la irregularidad de la misma". La sentencia recuerda que el derecho de huelga de los trabajadores para la defensa de sus intereses es un derecho fundamental reconocido en el artículo 28.2 de la Constitución, el cual no realiza distinción alguna en cuanto a los sujetos titulares del derecho, por lo que se reconoce de manera general a todos ellos, independientemente de la legalidad o ilegalidad de su situación. El Tribunal argumenta que la carencia de la autorización para trabajar no invalida el contrato de trabajo respecto a los derechos del trabajador extranjero. Tales derechos se atribuyen a la persona sólo por el hecho de ser trabajador y, como tal, entre sus derechos básicos está el de huelga. Así, no es constitucionalmente admisible que se le prive de una protección para la defensa de sus intereses. En consecuencia, la sentencia declara inconstitucional del inciso "cuando estén autorizados a trabajar" del artículo 1.9 de la Ley de Extranjería. (EL PAIS)

Julio M. Lázaro

ACTEAL,  Mexico  —  It  was  10  years ago that gunmen crept down  the  hillside  into  the  center  of  this  impoverished  Indian  village  in  Chiapas State. By the time they fled  hours  later,  the  attackers  had  lit‐ tered  the  ground  with  bullet  cas‐ ings and killed 45 innocent people,  including  21  women  and  15  chil‐ dren.   Since  the  Acteal  massacre,  on  Dec.  22,  1997,  dozens  of  people  have  been  arrested  and  convicted.  But  the  case  remains  as  foggy  as  the  community, which is so high in the  hills  that  clouds  sometimes  linger  at  ground  level  and  the  lush  vege‐ tation can disappear into the haze.   Then‐President  Ernesto  Zedillo,  reacting  to  international  outrage  over  the  killings,  ordered  an  ag‐ gressive investigation. What prose‐ cutors found was ugly: While local  government  officials  and  police  officers had not wielded the weap‐ ons that day, they had allowed the  slaughter  to  occur  and  tampered  with the crime scene afterward.  The  killers  had  been  members  of  the  then‐ruling  Institutional  Revo‐ lutionary Party, or PRI. The victims  were  Roman  Catholic  advocates  from  a  group  called  Las  Abejas,  or  The  Bees,  who  sympathized  with  the  Zapatista  rebels  who  were  in  open revolt in Chiapas.  All  involved  were  poor  Tzotzil  Indians, many of them related.  A  decade  after  the  massacre,  the  Tzotzil  live  side  by  side  but  divi‐ ded.  In  one  group,  the  one  that  backs  the  PRI,  many  of  the  men  have  been  sent  to  prison  for  the  killings.  The  others,  from  the  Abe‐ jas group, who live down the road,  insist  that  even  more  killers  are  at  large.  Meanwhile,  Mexico’s  courts  strug‐ gle  to  handle  what  has  grown  into  one  of  the  country’s  longest  and  most  complex  cases.  A  dozen  ju‐ dges  have  been  involved  in  the  trials and, now, the appeals of their  convictions.   

Articolo pubblicato sul “New York Times”  Versione integrale sul sito nytimes.com 

L’alcova triste di Giuliana Catalano Ognuno prende ciò di cui ha bisogno  Lo scarnifica con indifferenza  Ciascuno ignora l’altrui necessità  Si nutre di un’altra carne  di un altro alito  di un altro umore.  Si scalda  In quel tiepido abbraccio  Che lo trasporta in un altrove  Ignoto all’altro,  Che lo culla in una dimensione  Dove quel calore  Portava senso  Bruciava sulla pelle  Contorceva le budella  Faceva salire le lacrime agli occhi  Muoveva ogni cosa.  La notte soleva portare con sé un canto, una danza  Ora è immota e silenziosa.  Solo gli occhi vagano confusi,  l’animo appannato,  al di là di questa stretta aliena,  valicano la bugia. 

di Leonard Berberi i  dice  spesso  che  il  gior‐ nalismo  anglosassone  sia  il  migliore,  anche  se  per  alcuni  (soprattutto  italiani)  non è così.      Onestamente  non  ho  mai  capito  il  vero  motivo,  ma  mi  è  bastato  vedere  un  programma  radiofonico  della  BBC  il  31  Di‐ cembre  (trasmesso  anche  sulla  tv BBC World) per arrivare alla  conclusione  che  sì,  il  giornali‐ smo anglosassone sia il miglio‐ re. Non perché più professiona‐ le,  ma  perché  più  “freddo”,  meno patetico (qui nel senso di  commuovente)  e,  soprattutto,  con un punto di vista per nien‐ te localistico e molto globale.      Un’ora  circa  di  dibattito  su  quanto  successo  nel  2007  e  su‐ gli scenari futuri che si poteva‐ no presentare nell’anno appena  iniziato con molti “punti caldi”  quali il Kosovo, il Medio Orien‐ te, l’Iraq, il Pakistan, la Cina, il  Kenia,  l’America  Latina.  Ma  a  parlare  non  erano  politologi  o  professori, bensì gli stessi corri‐ spondenti  e  giornalisti  dell’e‐ mittente  all‐news  britannica.  Ne  è  venuto  fuori  un  dibattito  ampio,  approfondito,  con  pa‐ recchi  risvolti  interessanti.  E,  cosa  che  non  succede  mai  da  noi,  un  programma  che  ha  vi‐ sto  spesso  i  giornalisti  e  “colleghi  di  banco”  discutere  e  non concordare con le tesi degli  altri.     Inutile  scrivere  che  non  si  è  minimamente  accennato  al  delitto di Perugia (dove è coin‐ volta  una  ragazza  britannica).  Cosa  che  su  quasi  tutti  i  siti  d’informazione nostrana, appa‐ riva come una delle notizie più  rilevanti dell’anno.     Forse  è  questa  la  differenza  tra  giornalismo  italiano  e  quel‐ lo anglosassone: da noi domina  ancora la mentalità provinciale.  I  britannici  (ma  anche  gli  ame‐ ricani)  hanno capito  che  il  cen‐ tro  di  oggi  è  il  mondo,  non  il  nostro quartiere.      E’ l’unico modo per compren‐ dere  perché  un  minimo  battito  d’ali  di  farfalla  sia  in  grado  di  provocare  un  uragano  dall’al‐ tra parte del mondo. 


CINEMA

Nella valle di Elah 

visto da Marco Fontana

H

«Haggis ha voluto portare  alla luce uno dei lati più  crudeli della guerra:   il ritorno a casa» 

ank  Deerfield  (Tommy  Lee  Jo‐ nes), veterano del Vietnam ma‐ niaco  dellʹordine  e  patriota  devoto,  parte alle ricerca del figlio Mike, tor‐ nato dallʹIraq da appena una settima‐ na e misteriosamente scomparso.   Grazie  allʹaiuto  dellʹispettore  Emily  Sanders (Charlize Theron) il cadave‐ re  del  giovane  soldato  viene  ritrova‐ to  in  una  zona  militare,  fatto  brutal‐ mente  a  pezzi  e  con  segni  visibili  di  bruciature.  Man  mano  che  la  verità  sul delitto viene a galla le convinzio‐ ni etiche e morali del militare vengo‐ no minate alla base.   Dopo il successo e i due premi Oscar  ottenuti  con  ʺCrashʺ,  il  regista  cana‐ dese  Paul  Haggis  prova  con  un  film  di  denuncia  e  ci  riesce  alla  perfezio‐ ne.  Haggis  ha  voluto  portare  alla  luce  uno  dei  lati  più  crudeli  della  guerra:  il  ritorno  a  casa.  Milioni  di  ragazzi  vengono  mandati  al  fronte  ma sono molti meno quelli che ritor‐ nano,  e  quasi  tutti  soffrono  della  co‐

La promessa dell’assassino 

U

na  ragazza  russa  muore  dando  alla  luce  un  figlio.  Lʹostetrica,  Anna, ne traduce il diario alla ricerca  dei parenti cui dare in affido il bam‐ bino.  Scoprirà  inquietanti  rapporti  con  la  mafia  russa,  giri  di  prostitu‐ zione  e  criminalità  che  rapidamente  la stringono in una pericolosa rete.   David Cronenberg per la prima volta  si  allontana  dal  suo  Canada  per  rac‐ contare  un  film  in  cui,  dopo  “A  hi‐ story  of  violence”,  torna  a  dirigere  Viggo Mortensen.  Un  thriller  che  rispetta  tutti  i  canoni  del  noir  e  racconta  con  incisività  il  peso  che  hanno  le  scelte  sulla  vita  dell’uomo.  La  pellicola  è  costruita  intorno  a  due  elementi:  l’ostetrica  Naomi Watts e il figlio del boss Vin‐ cet Cassel che deve accettare le leggi  che  la  malavita  gli  impone  pur  an‐

siddetta  PTSD,  cioè  sindrome  da  stress post traumatico.   Il  regista  riesce  bene  ad  evidenziare  il  fatto  che  quei  ragazzi,  plagiati  dal  regime  e  dalla  disciplina  militare,  credono ciecamente in ciò che fanno.  Ma quando si trovano davanti allʹor‐ rore in loro scatta un meccanismo di  difesa  che  li  porta  a  confondere  la  realtà.  Compiono  atti  atroci  senza  rendersene conto, non riescono più a  distinguere  il  bene  dal  male,  ciò  che  è divertente da ciò che è disumano.   La storia della bibbia che riguarda il  giovane  Davide,  mandato  a  combat‐ tere  il  gigante  Golia  con  solo  una  fionda (nella Valle di Elah appunto),  per  Haggis  riassume  lʹincoscienza  dei  governi  che  mandano  tanti  gio‐ vani a combattere contro qualcosa di  più  grande  di  loro,  qualcosa  di  in‐ comprensibile  e  terribile,  con  la  sola  arma del patriottismo.  

 

 

Voto 8 

visto da Marco Fontana

dando  contro  quelli  che  sarebbero  i  suoi  veri  ideali:  amicizia,  onore  e  rispetto.  Tra  i  due  fa  da  ponte,  da  legame,  un  bravissimo  e  enigmatico  Viggo  Mortensen.  Al  centro  della  riflessione  di  Cronenberg,  come  ac‐ cadeva  in  A  history  of  violence,  la  questione  morale:  il  comportamento  di  un  uomo  nel  momento  in  cui  il  suo  mondo,  quello  malavitoso,  si  scontra con quello cosiddetto norma‐ le.  Film  complesso,  teso,  e  sostanzial‐ mente  bellissimo.  Cronenberg  firma  un  altro  avvincente,  ma  non  facile,  film  sull’incapacità  di  operare  in  un  unico  modo  sulla  propria  vita  e  su  quella degli altri.   Voto 9 

«Film complesso, teso, sostanzialmente bellissimo» 

 


SALVATE IL SOLDATO RYAN Soldati americani proteggono da un attacco un loro collega ferito a Qubah, Iraq, in attesa che arrivi l’elicottero di soccorso (YURI KOZYREV - NOOR)

DIO, PATRIA, FAMIGLIA Un militare accompagna Rachel Guy-Latham a vedere il corpo del marito, il sergente Thomas Lee Latham, 23 anni, ucciso in uno scontro a Baghdad (ANTHONY SUAU - TIME MAGAZINE)

UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA Somali scappati dai combattimenti di Mogadisho, si rifugiano nel campo di Baletwayne, Somalia (MARCUS BLEADSDALE)


New York  ‐ è vietato tenere un gelato in tasca di domenica mentre si passeggia per le strade della capitale;  ‐ è vietato, ed è prevista una multa salatissima per chi non ottempera al precetto, addormentar‐ si dal parrucchiere sotto il casco;  ‐ è legale attraversare la strada distrattamente ma non se lo si fa in diagonale;  ‐ è illegale trasportare bevande gassate;  ‐ è illegale sparare a una lepre da un tram;    Stato di Washington  ‐ la legge vieta qualsiasi tipologia di maratona di ballo o maratona di saltello anche se la si pra‐ tica scivolando, slittando, rotolando o strisciando;  ‐ è illegale prendere un pesce scagliandogli contro una pietra;  ‐ si può essere multati fino a 500 dollari per aver rimosso o deturpato lʹetichetta su un cuscino;  ‐ a Seattle è vietato portare unʹarma nascosta che superi i 180 centimetri di lunghezza  ‐ sempre a Seattle sono proibiti i lecca‐lecca;  ‐ è fatto obbligo ad un automobilista con intenzioni criminali di fermarsi ai confini della città e  telefonare al capo della polizia per avvertirlo che sta entrando in città;  ‐  unʹautomobile  guidata  di  notte  deve  essere  preceduta  per  circa  un  centinaio  di  metri  da  un  uomo con lanterna;    Pennsylvania  ‐ I veicoli che viaggiano in strade di campagna di notte, devono lanciare un razzo ogni miglio,  quindi aspettare dieci minuti perché la strada sia sgombra.  ‐ Se un autista vede un gruppo di cavalli, deve mettersi su un lato della strada e coprire la sua  vettura con una coperta o uno strato di polvere che sia colorata per confondersi con il paesag‐ gio.  ‐ Nel caso in cui un cavallo rifiuti di superare una vettura lungo la strada, il proprietario deve  mettere la sua macchina da un lato ed occultarsi nei cespugli.  ‐ ad Hazelton la legge proibisce ad una persona di sorseggiare una bevanda gassata mentre tie‐ ne discorsi a studenti in un auditorio scolastico;  ‐  una  speciale  ordinanza  di  pulizia  vieta  alle  casalinghe  di  nascondere  immondizia  e  polvere  sotto i tappeti di unʹabitazione;  ‐ nessun uomo può acquistare alcolici senza il permesso scritto di sua moglie;  ‐ è illegale avere oltre 16 donne che abitano insieme in una casa perché ciò costituisce un bor‐ dello... dʹaltra parte, fino a 120 uomini possono vivere insieme senza infrangere la legge;  ‐ una legge dello Stato proibisce di cantare nella vasca da bagno. 

 

PER COLLABORARE CON NOI CONTATTACI ALL’INDIRIZZO 

  VISITA IL NOSTRO SITO WEB E PARTECIPA AL FORUM 


AP gennaio 2008