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Sicurezza Urbana: fra Starsky & Hutch e Gianni Rodari. Molti, forse troppi, sono i fantasmi che “si aggirano in Europa”, tanto per ricordare la famosa  espressione di Karl Marx. Fra questi, non vi è dubbio che il tema della sicurezza e della percezione  della stessa sia una delle preoccupazioni che agitano maggiormente i sonni degli europei e di coloro  che, fra questi, si trovano ad amministrare a vari livelli la c.d res publica. Intanto, c’è da premettere che al tema sono stati dedicati interventi, convegni, dibattiti, studi, vere e  proprie invettive o allarmi del politico di turno; la sicurezza è un tema sul quale, in modo più o  meno   appropriato,   si   sono   centrate   molte   delle   campagne   elettorali   degli   ultimi   anni.   Non  basterebbe, dunque, un volume di questa rivista per cercare di analizzare il fenomeno nelle sue  diverse accezioni e ci perdoneranno i “quattro lettori” di manzoniana memoria se l’approccio sarà  necessariamente limitato e parziale. In   realtà,   quando   si   scrive   in   modo   general­generico   di   sicurezza,   occorrerebbe   esercitare   il  ragionamento collegandolo a questioni che non sono connesse solo a fenomeni di criminalità o  devianza.  La sicurezza  è legata  anche  a fattori  più complessivi ed articolati,  quali  la salute, la  sicurezza stradale, quella sul lavoro, le minacce costituite dai conflitti e dalle guerre, l’instabilità  politica, i rischi legati agli investimenti e alla finanza (ne abbiamo avuta qualche recente prova). Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, c’è poi la questione della rappresentazione sociale della sicurezza  o, meglio, dell’insicurezza, la narrazione che ne fanno i  media, la strumentalizzazione esercitata,  soprattutto in prossimità delle numerose campagne elettorali, da parte di qualche forza politica. Ma tant’è: negli ultimi anni in particolare, il tema dell’insicurezza  è stato quasi inscidibilmente  legato a quello della criminalità o, più in generale, dei comportamenti devianti. In questo contesto, necessariamente limitato, preme a chi scrive cercare di mettere sotto il riflettore  il legame  che possono avere le  iniziative  messe in campo, ad esempio, dall’Ente  Pubblico  per  garantire una maggiore sicurezza ai cittadini con gli inevitabili condizionamenti che queste possono  avere in tema di libertà individuale o di privacy. I dati degli ultimi anni, ebbene sì, quelli riguardanti il nostro Paese, sembrano smentire il presunto  allarme sociale, pur in presenza di una ridotta pressione anche su questo versante. Secondo “Il Sole  24 ore”, nel 2008 i reati sono diminuiti del 10,39% ed anche Firenze non fa eccezione, anzi, con una  diminuzione del 16,5% rispetto all’anno precedente. Merito di una maggiore attenzione ed attività  repressiva (è aumentato, infatti, il numero dei denunciati e degli arrestati: rispettivamente +3,8% e  +10,7%) e, forse, anche merito dell’esaurimento dell’”effetto indulto”. Sta di fatto che i reati sono  in deciso calo, sia che ci si riferisca ai furti negli appartamenti  (­7,8%), a borseggi e scippi (­ 23,4%), a truffe e frodi informatiche (­21,1%), a furti d’auto (­19%). In parallelo, anche la percezione della criminalità registra una decisa flessione (si veda la tabella  sottostante).


Resta   il   fatto   che   la   percezione   di   insicurezza   rimane   alta   soprattutto   in     alcune   categorie   di  cittadini, come testimoniato dall’indagine condotta da “Demos & pi” su “La Sicurezza in Italia”  (novembre 2008). In particolare, sostiene il rapporto, “l’insicurezza appare alimentata da quattro  ordini di ragioni: a) la ‘perifericità sociale’, nel senso che l’insicurezza risulta più elevata nei ceti  più bassi, fra le persone con un grado di istruzione meno elevato, tra le donne, nel centro­sud; b)  (…) l’insicurezza cresce fra le persone esterne ai circuiti della partecipazione, mentre si riduce  sensibilmente fra coloro che sono inseriti in reti di relazioni amicali e di vicinato molto fitte; c)  l’esposizione ai media, in particolare alla televisione. Quando il consumo televisivo supera le 4 ore  al giorno, l’angoscia cresce; d) (…) il problema della sicurezza è denunciato con maggior forza  dagli elettori del centrodestra (Pdl e Lega), mentre è percepito in modo meno drammatico dagli  elettori del centrosinistra”.  Molti – e variegati – i commenti che potrebbero fare da “simpatica corolla” a quanto sostenuto nel  “Rapporto”. In primis, verrebbe da dire con Karl Popper, “Die Versehen sagt nicht das Wahrheit”  (La   televisione   non   dice   mai   la   verità)   o,   quanto   meno,   sembra   non   essere   molto   salutare,  soprattutto per gli utenti più esposti: è ovvio che la criminalità o l’insicurezza fanno audience, che  gli   eventi   di   cronaca   nera   finiscono   per   essere   particolarmente   attraenti   soprattutto   per   la   tv,  commerciale o pubblica che sia. Ed è probabile anche che – essendo la sicurezza uno dei temi  privilegiati soprattutto dai partiti dello schieramento di centro destra – il mutato clima politico abbia  contribuito a cambiare anche la percezione del fenomeno, nonostante che anche i dati statistici degli  anni precedenti mostrassero una sensibile flessione degli eventi criminosi. Parallelamente, sembra essere mutato anche l’atteggiamento degli italiani nei confronti dei gruppi  ritenuti fonte di insicurezza, come immigrati o rom: se, nel novembre 2007, il 50,7% degli italiani  ritenevano l’immigrazione uno dei pericoli per l’ordine pubblico e la sicurezza, nel novembre 2008  si   erano   ridotti   al   36,2%,   mentre   il   42,3%   considerava   il   fenomeno   come   un   elemento   che  “favorisce la nostra apertura culturale” (ancora dati del novembre dell’anno scorso). Sono dati che servono a collocare meglio un tema che comunque risponde ad un bene percepito  come bene essenziale per la tranquillità di ogni cittadino e per una convivenza civile capace di  ridurre   e   governare   i   conflitti.   Certo   è   che   il   tema   della   sicurezza   urbana   non   può   più   essere  rappresentato come un bene fornito e garantito dagli organi dello Stato del quale i cittadini sono  semplici   fruitori.   Al   contrario,   la   sicurezza   è   un   tema   che   va   declinato   insieme,   con   la  partecipazione di tutti gli attori della vita cittadina: dagli organi dello Stato presenti sul territorio  alle   forze   di   polizia,   come   anche   gli   Enti   Locali,   le   Polizie   Municipali,   le   associazioni   di  volontariato, quelle culturali e sportive, come anche quelle antiusura e antiracket. Ne sembrano  essere consapevoli anche gli italiani, i quali – sempre secondo il citato “Rapporto” ­  attribuiscono 


anche ad associazioni di volontariato e parrocchie (nel 62,4% dei casi e nel 43,5%) il ruolo di  “garanti” della sicurezza, accanto – naturalmente – a Comuni, Stato, Enti pubblici in genere. L’alluvione di dati propinata dalle ricerche di settore dimostra, dunque, due cose: a) la riduzione  degli   eventi   delittuosi;   b)   l’aumentato   senso   di   sicurezza   ed   una   consapevolezza   maggiore  dell’importanza di interventi socialmente rilevanti, da affiancare a quelli più tradizionali e repressivi  (un altro dato, l’ultimo: il 70,5% degli italiani ritiene che “per aumentare la sicurezza nei quartieri,  bisognerebbe che le persone si conoscessero e si frequentassero di più”). Certo, è pur vero che alle ricerche statistiche spesso sfuggono fenomeni di per sé non delittuosi o  non sempre delittuosi  tout court,  estremamente mobili e comunque localizzati, che non mancano  però di suscitare – diciamo – indignazione per l’arrogante visibilità di alcune realtà problematiche e  devianti (bullismo giovanile, spaccio di droga, vandalismo, mancato rispetto delle regole di civile  convivenza, ecc.). Si tratta di  fenomeni diffusi eppure molto complessi da inquadrare e reprimere,  se non altro perché, come si diceva, estremamente mobili, variabili nelle sue componenti e mutevoli  in tempi ristretti, ristrettissimi, tanto ristretti da rendere ancora più ardua un’azione di prevenzione  da parte degli Enti preposti. In questi casi, la soluzione proposta è sovente quella di richiedere una maggiore presenza delle  Forze dell’Ordine o l’installazione di strumenti di controllo quali le invocatissime telecamere. A  parte l’ingenuità connessa a soluzioni di questo genere (le Forze dell’Ordine non possono vigilare  ogni strada, angolo o piazza, le telecamere sono facilmente aggirabili e difficilmente installabili per  ogni metro quadro di territorio, e poi si porrebbero comunque problemi non banali di libertà e di  privacy),   pare   ovvio   che,   per   mettere   in   pratica   efficaci   politiche   sul   versante   della   sicurezza,  occorra  attivare  un insieme articolato  di strumenti  e di metodi  di regolazione  della  convivenza  sociale. Gli interventi possono essere molti, variegati   ed ovviamente possono essere, in qualche  caso, anche quelli di una maggiore presenza delle Forze dell’Ordine o dell’installazione di strumenti  tecnologici in grado di controllare il territorio. Ma questi ultimi non possono essere gli unici antidoti  all’insicurezza.   Vi   è   una   gamma   di   provvedimenti   possibili,   non   necessariamente   (o   soltanto)  repressivi che, se visitata ed attuata, può contribuire ad aumentare il senso di sicurezza del cittadino:  un’adeguata illuminazione o pavimentazione – e quindi fruibilità – di un luogo o di una piazza, tale  da farle perdere il carattere di “percorso escluso”, il ripristino di spazi verdi abbandonati, la pulizia  urbana, la ricerca di equilibri urbanistici ed estetici coerenti con la storia ed il carattere dei luoghi, il  presidio del territorio, la presenza di attività commerciali, l’organizzazione di momenti aggregativi  e di eventi in grado di garantire di per sé una presenza e scoraggiare altri utilizzi del territorio, uno  sforzo ancora maggiore di Istituzioni, associazionismo, Scuola, Università per una diffusione e una  presa di coscienza più profonda dei concetti di “bene comune” e di rispetto delle regole, ecc. Vogliamo   dire,   un   po’   provocatoriamente,   che   ci   può   essere   un   approccio   “democratico”   alla  questione  della  sicurezza,  che non passi sempre e  comunque  dalla  sanzione o dal  “machismo”  modello Starsky ed Hutch e provi a percorrere la strada, forse più impervia ma sicuramente alla  lunga più produttiva, della prevenzione.  Certo,   un   impegno   su   questo   versante,   come   su   quello   dell’educazione   e   della   formazione,  soprattutto   per   quanto   riguarda   i   più   giovani,   risulta   essere   estremamente   più   arduo   della  riproposizione   di   azioni   soltanto   repressive,   soprattutto   in   presenza   di   modelli   sociali   che  propongono una via alla felicità lastricata di denaro, potere, arrivismo da alimentare con tutti i  mezzi,   compresa   la   violenza.   Forse,   vale   ancora   la   pena   di   provare   ad   opporre   la   forza   dei  sentimenti a questa mentalità diffusa, imparando – come diceva Gianni Rodari in una delle sue  ultime poesie (Lettera ai Bambini) – a fare le cose difficili: “parlare al sordo, mostrare la rosa al  cieco…, liberare gli schiavi che si credono liberi”. Andrea Ceccarelli  


Sicurezza urbana fra Starsky & Hutch e Gianni Rodari