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NUMERO 2

FEBBRAIO

2012 -

ANNO

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Molta carne al fuoco GIOVANNI MORELLO

PERIODICO MENSILE DEL MASCI (MOVIMENTO ADULTI SCOUT CATTOLICI ITALIANI) DI EDUCAZIONE PERMANENTE, PROPOSTA E CONFRONTO

SPEDIZIONE IN A.P. 45% ART. 2 COMMA 20/B LEGGE 662/96 DAL C.M.P. PADOVA

EURO 2,00 LA COPIA

EDITORE, AMMINISTRAZIONE E PUBBLICITA’: Strade Aperte Soc. coop. a.R.L., Via Picardi, 6 – 00197 Roma, www.masci.it SOMMARIO IN ULTIMA PAGINA

Molta carne al fuoco in questo numero di “Strade Aperte”. Innanzitutto alcuni inviti importanti. Il primo viene dal Comitato Esecutivo che vi invita presso il monastero di Bose per passare due giorni, sabato 31 marzo e domenica 1 aprile, per condividere la Parola di Dio e aprire il cuore all’ascolto. L’altro interessante invito ci giunge dalla consorella associazione spagnola degli Adulti scout e guide per il XIV Raduno Mediterraneo, che si svolgerà a Cadice dal 31 ottobre al 5 novembre prossimo. Trovate nelle pagine interne le indicazioni a cui rivolgersi per ottenere le informazioni necessarie. In altre pagine interne trovate alcuni interessanti e dotti articoli, legati al tema della crisi economica, in particolare riguardo alle teorie della cosiddetta “decrescita”. Altri articoli rilanciano invece il tema della “frontiera”, innescato da Bruno Magatti, così come, con altri interventi, si ritorna ancora sulle manifestazioni innescate dalle “Luce di Betlemme”. Sono solo alcuni episodi di una iniziativa diventata in pochi anni veramente nazionale. Trovate anche un’ampia biografia del p. Jacques Sevin, uno dei fondatori dello scautismo cattolico francese e belga, per il quale di recente il Santo Padre ha approvato il decreto di Dichiarazione delle virtù eroiche proposto dalla Congregazione per le Cause dei Santi. E’ un passo importante verso la beatificazione. Non ci sembra che la stampa scout abbia dato il

dovuto risalto a questa notizia, che segna il cammino di un altro scout verso gli onori degli altari. Le pagine della rivista si concludono con un gustoso articolo che da conto dell’iniziativa scout a Jesolo in occasione della realizzazione della statua di sabbia di Baden-Powell. Un numero dunque ricco di notizie e spunti di riflessione. Mentre stiamo chiudendo questo numero tutti gli organi di informazione riportano a titoli cubitali la parola “scout”, in relazione al caso del tesoriere della formazione politica “Margherita”, indagato per l’appropriazione di rilevanti somme a titolo personale. Al di là delle vicende giudiziarie che la Magistratura, nella cui azione riponiamo grande fiducia, porterà avanti e fermo restando che ogni indagato è innocente fino alla proclamazione della sentenza definitiva, ci piace sottolineare il senso di profonda sorpresa e meraviglia che gli stessi organi di stampa hanno manifestato per il fatto che uno scout avesse potuto fare ciò. Il senso di lealtà, di onore, di fiducia insito nel termine stesso di scautismo sembra sia ormai una consapevolezza comune dell’opinione pubblica. Di uno scout ci si può fidare, al di là delle incresciose e pur gravi considerazioni che l’episodio suggerisce ma che tuttavia non riesce a scalfire, soprattutto se coniugato con le migliaia di scout e guide, giovani ed anziani, sempre pronti a fare del proprio meglio per meritare fiducia.


Vita dell’associazione

Capitolo a BOSE

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La nostra frontiera

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Da una vita di frontiera a una vita senza frontiere Un nuovo contributo al dibattito innescato dalla Commissione Mira. Il cambiamento la nuova frontiera MARIO E STEFANIA RIZZOLI

Con grande piacere abbiamo ricevuto due interessantissimi e stimolanti contributi sul tema delle "frontiere" che abitiamo. Ci auguriamo che la loro pubblicazione, oltre a dare testimonianza della grande ricchezza delle persone che condividono l'esperienza dello scautismo adulto nel MASCI, sia di stimolo ad altri per mettere a disposizione di tutti, attraverso la loro condivisione, esperienze, progetti e speranze. BRUNO MAGATTI, Coordinatore della Commissione Mira. Donne e uomini di frontiera L’articolo di Bruno Magatti del mese di dicembre “La nostra frontiera” e quello della Commissione Mira del mese di novembre, unitamente alle ultime sollecitazioni alla riflessione, maturate nell’incontro internazionale di Como, ci hanno portato a confrontarci in famiglia per cercare di fare insieme una sintesi delle nostre esperienze di vita che, prima da soli e poi insieme, ci siamo trovati ad affrontare, quali nostre frontiere sia materiali, sia

spirituali. La vastità di questo orizzonte di riflessione e di ricerca ci ha costretti, per poter schematizzare, anche se con qualche difficoltà, i risultati di questo cammino sui quali abbiamo riflettuto, ad esaminare per prime le esperienze materiali evidenziatesi, per poter in seguito capire meglio ed affrontare quelle spirituali, alle stesse inscindibilmente collegate, che ne sono scaturite. Siamo partiti dalla vita di due persone, che sono state accomunate da una esperienza di trasferimenti logistici fin da giovani, da un luogo all’altro del paese, che ci hanno reso familiari incontri con realtà territoriali e umane di volta in volta sempre diverse. Queste esperienze hanno permesso, fin dall’inizio della nostra vita, di capire come le abitudini e le sicurezze acquisite in precedenza, nell’ambiente che ci era familiare, potessero essere superate soltanto con una continua disponibilità al cambiamento, all’incontro ed all’ascolto non solo dell’altro, pur con l’attenzione e la vigilanza da tenere sempre presenti nel contatto con una nuova realtà, ma anche dei nostri disagi. Riteniamo di essere stati facilitati entrambi, in questa fase giovanile, da un personale orientamento ed

interesse all’incontro con il nuovo e alla ricerca di quanto di positivo poteva esserci in questa esperienza di vita, anche a scapito di una routine più comoda e rassicurante. Nelle nuove realtà incontrate siamo stati stimolati, inoltre, anche da adulti, dalle diverse occasioni di lavoro e di servizio alle persone e al territorio, accolte anch’esse come desiderio di ulteriori conoscenze e di “andare oltre” a ciò che apparteneva ormai alla nostra sensibilità e alla nostra maturazione acquisite fino a quel momento. In queste esperienze è avvenuto anche che una frontiera di conoscenze, di dialogo e di servizio si sia chiusa, per una difficoltà di comunicazione e di accettazione reciproca, ma, per una sbarra che rimaneva chiusa su una strada, se ne siano aperte altre, talvolta più coinvolgenti, su strade mai in precedenza immaginate, che invece si sono poi dimostrate molto importanti per scoprire l’esistenza di nostri limiti e talenti, che sarebbero rimasti sconosciuti. I limiti della pigrizia e della paura A questo punto della nostra analisi abbiamo dovuto prendere atto che le cose sempre nuove affrontate nella vita, prima da soli e poi meglio capite e dialogate insieme, at-

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La nostra frontiera tenti anche ai “segni” posti sul nostro cammino dal Signore, che ci ha fatto incontrare nonostante le diversità esistenti fra le nostre realtà, sono diventate occasione per acquisire l’abitudine a superare i confini che ogni esperienza ci poneva davanti. I maggiori ostacoli da superare, di fronte ad una situazione nuova e diversa, di fronte ad una frontiera, sono, a nostro avviso, specialmente in età adulta, la pigrizia a lasciare le nostre certezze e le nostre sicurezze e la paura dell’”ignoto”, in sintesi la fatica del cambiamento, del porsi in discussione, che richiede talvolta di andare contro corrente. Eppure il mutamento è una lezione che ci viene dal creato, dalla vita all’aperto, dalla nostra stessa vita fin dall’esperienza di bambini, e noi lo dovremmo assimilare, educandoci continuamente con piccoli cambiamenti, quasi impercettibili, ma perseveranti, sicuri che questo ci aiuterà ad arrivare a risultati “forti”: abituarci ad essere flessibili, giorno dopo giorno, non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto dal punto di vista psicologico e mentale è fatica di tutta una vita, da accettare come pegno per la crescita nostra e di coloro che ci sono vicini. Purtroppo in questa educazione talvolta è di ostacolo la velocità stessa del cambiamento proposto dalla società, che rimane difficile da assimilare nel breve periodo, richiedendo esso, invece, un lento adattamento ed una rielaborazione progressivi per cui, personalmente, e meglio ancora insieme, dobbiamo porre attenzione a non uniformarci accettando passivamente i mutamenti veloci imposti, non da una ri-

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cerca autentica di miglioramento della qualità della vita, ma da una corsa sfrenata e immatura del sempre “nuovo”, tesa a stordire più che ad aiutare a scegliere il cammino su cui procedere. Se l’uomo si fermasse un po’ a riflettere capirebbe inoltre che le “frontiere” non sono solo rappresentate dal “diverso” fuori di sé, ma anche dalla scarsa conoscenza del “dentro di sé”. “Capirebbe che questo moderno “mago”, capace di scendere in fondo all’oceano e di lanciarsi sulla luna, è molto ignorante di quanto accade nelle profondità del suo inconscio … si vedrebbe come quest’uomo che sembra un semidio … sia incapace di gestire le sue emozioni, i suoi impulsi ed i suoi desideri.” (R. Assagioli, L’atto di volontà). La vera avventura, la vera frontiera è, da sempre, conoscere se stessi, le proprie motivazioni, le proprie frustrazioni, addentrandoci dentro di noi con decisione e senza timori, esaminando i mutamenti incontrati e da incontrare con l’aiuto offertoci dalle nostre esperienze all’aperto, che, attraverso le diversità delle creature e la progressione delle stagioni, ci fa capire l’esistenza di un “filo di Arianna” che ci conduce per mano nel Disegno Provvidenziale attraverso le stagioni della nostra vita, ognuna delle quali ha un “tesoro” da utilizzare per sé e per gli altri.

Da Babele e Pentecoste La particolare esperienza dello scautismo, con la sua abitudine a vivere all’aria aperta, ci ha offerto una chiave di lettura della realtà naturale del creato, portandoci a riflettere che in esso non esistono vere frontiere, poste unicamente ed

FEBBRAIO 2012 artificiosamente dagli uomini per motivi socio-politici, economici o, peggio ancora, di religione, ma solo sollecitazioni ad avvicinarlo e capirlo nella sua unicità, nella sua “unità nella diversità”, nella sua capacità educativa, come opera del Creatore, luogo privilegiato per una reale conoscenza tra gli uomini, da affrontare con spirito di avventura, curiosità, interesse, ricerca ed essenzialità, sperimentato nelle poche cose da portare nel proprio zaino per condividerle con i fratelli di cammino, fondamentale lezione da trasferire, come adulti, “dal bosco alla città”, quest’ultima “creato dell’uomo”, quindi con tutte le sue luci e le sue ombre, per poter capire e superare le artificiali frontiere in essa contenute nonché quelle erette a difesa dallo “straniero”. Ed è questo l’ulteriore limite individuato nella nostra ricerca come credenti, in quanto per poterci realizzare in modo personale ed autentico, in base ai talenti ed alle capacità via via individuate, dobbiamo riuscire ad essere pienamente inseriti nel mondo per accettare il confronto con tutti, ma dobbiamo, contemporaneamente, saper rimanere fuori da questo mondo per costruire in autonomia la nostra strada di crescita personale, di coppia, comunitaria, senza lasciarci coinvolgere dalle mode e dai falsi profeti imperversanti in ogni momento, soprattutto attraverso i mass-media. L’uomo, con il suo desiderio di potere e nel contempo con le sue paure, ha creato barriere artificiali fra sé e i fratelli, con il suo orgoglio ha creato una “Babele”, che potrà essere superata soltanto se, con un gesto di umiltà, accetterà lo Spirito di Pentecoste.


La nostra frontiera

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Altro scautismo o scautismo oltre? Quando il progetto e l’impegno vengono richiesti dal territorio PIERO MILASI Esistono due luoghi, in Calabria, nella fascia jonica della provincia reggina, ormai forse più conosciuti all’estero che in Italia. Il primo è il borgo di Pentedattilo dove, fra l’altro, con costanza dal 1994 e ininterrottamente ad oggi, svariate centinaia di scout locali, extrare-

gionali e stranieri, ogni anno svolgono campi di lavoro, di formazione, route di servizio. E’ una base (centro) scout non scritto, né forse voluto, l’area Grecanica, con al centro Pentedattilo, in provincia di Reggio Calabria: possiamo continuare a far finta di niente, o comin-

ciare a rendercene conto. Pentedattilo è un piccolo borgo antico, in cui, inizialmente, volontari scout ripresero dalle ceneri (in senso anche stretto, essendo stato oggetto di incendi dolosi devastanti) l’esperienza di artisti e volontari di altre associazioni, un

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La nostra frontiera sogno: quello di costituire un Centro Internazionale per il dialogo fra i popoli. Il secondo è il borgo di Riace, dove la fama dei Bronzi è stata sostituita dalla rappresentazione di una comunità che, da decenni, a partire dai rifugiati, ha costruito un sistema di accoglienza e condivisione, ha realizzato botteghe artigianali riportando i mestieri tradizionali dei paesi del mondo e le nostre abilità locali, ha ridato voce e dignità alle sofferenze di popoli lontani e di quei cittadini locali. Anche questo luogo è ormai una base scout non scritta. L’ennesimo spunto. La maggior parte delle organizzazioni no profit del terzo settore, dell’area Grecanica della provincia di Reggio Calabria e della stessa città di Reggio, si sono unite nella volontà di progettare un percorso nuovo, in cui associazioni, cooperative, ma anche gente comune, istituzioni, corrono insieme per realizzare nell’area “ I luoghi di accoglienza solidale nei borghi antichi”. Il progetto, verte principalmente su due direttrici, che partono proprio dalle esperienze di Pentedattilo e Riace, una linea d’azione dedicata alla realizzazione, in sei Comuni, di campi tematici di volontariato internazionale, una seconda linea d’azione, che si pone come obiettivo la realizzazione di botteghe artigiane e diverse, nei borghi antichi dell’area Grecanica. Ma la scommessa più importante è che, fermamente, questo progetto è solo l’apice di una volontà da anni perseguita, che vorrebbe sperimentare un’ integrazione orizzontale fra i partecipanti e gli organizzatori, con particolare riferimento alle fasce considerate con-

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venzionalmente “deboli”, “svantaggiate”: giovani, immigrati, diversamente abili, coinvolti non come destinatari di servizi, ma come protagonisti attivi. Centro di questa esperienza è il bene confiscato di Villa Placanica, sede dell’ “Agenzia Solidale”, (la metà dei cui componenti sono scout), luogo soprattutto di confronto e crescita di tutti, oltre che luogo di organizzazione e sintesi di tutte le attività, luogo di felice unione soprattutto di organismi del terzo settore. Luogo dove il Masci nazionale, lo scorso anno, ha tentato di mettere in programma il primo campo di competenza sulla legalità, campo disertato come iscrizioni e quindi non realizzato. Luogo scelto, dalla nostra Comunità, simbolicamente come frontiera da cui partire per un impegno sulla legalità e sull’integrazione. Cosa centra lo scautismo ? Durante la scrittura di questo progetto, che ha visto momenti entusiasmanti di progettazione partecipata, nelle piazze dei Comuni e nei beni confiscati, ci siamo ritrovati in tanti a riflettere su queste tematiche e, anche se presenti in rappresentanza di associazioni del terzo settore diverse, ci siamo accorti che la maggior parte di noi eravamo uniti dall’esperienza pregressa (o in atto) scout. Sia ora, da adulto scout MASCI, che qualche anno fa, da capo AGESCI, sono sempre stato convinto che il movimento scout non può essere “neutro” al territorio e mi sono sempre interrogato se le nostre forti esperienze, con i ragazzi o fra adulti, a volte non rischiano di “attraversare” i territori piuttosto che viverli, di leggere esclusivamente i

FEBBRAIO 2012 segni piuttosto che anche di lasciarne, di illudere piuttosto che contaminare e condividere, di conoscere piuttosto che di riconoscersi. E’ arrivato forse il momento di cambiare rotta e perseguire non solo tematiche, ma aiutare un popolo, un territorio, a “liberarsi”, immettendo tutta la propria esperienza valoriale al servizio anche delle altre associazioni, in rete e per la rete. I territori quindi possono essere dei simboli. Ecco quindi che l’area grecanica, in Calabria, potrebbe essere una vera opportunità, a livello nazionale, per tutto il movimento giovanile scout e per il movimento adulto, quest’ultimo ancor di più chiamato a far sentire la propria “voce”. E di luoghi come Pentedattilo, come Riace, in Italia, potremmo riscoprirne tanti: ma sono luoghi (forse oggi possiamo dire sono piazze, trivi e quadrivi) in cui, necessariamente, non possiamo pensare di essere , come adulti scout, gli unici abitanti. Certamente, il nostro movimento, giovanile e adulto, può continuare a attraversare i luoghi, ma quanto mi piacerebbe che, con il Cardinale Carlo Maria Martini, sostenessimo con forza che “chi ha coraggio rischia di sbagliare. Ma la cosa più importante è che solo gli audaci cambiano il mondo rendendolo migliore. Ai coraggiosi sono concessi amici sinceri. Essi imparano che la potenza viene dalle mani di Dio”. Tutto questo, probabilmente, è rischioso, perché dovremmo mischiarci con altre associazioni, altri volontari, altri progetti… Sarebbe un altro scautismo o, forse, sarebbe uno scautismo oltre.


Dossier: Crisi dell’economia

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La crisi economica richiede una risposta culturale ed etica RICCARDO DELLA ROCCA Presidente Nazionale

LContinuo a pensare con grande preoccupazione ma anche con speranza alla crisi che stiamo attraversando. Il Governo ha affrontato la prima fase del risanamento dei conti pubblici. Data la drammatica urgenza di contrastare la pressione dei mercati finanziari e la composita maggioranza su cui questo governo si regge, non è stato in grado di intervenire sui grandi mali che da tempo affliggono il nostro paese: le grandi disuguaglianze cresciute in modo inaccettabile negli ultimi anni, l’enorme evasione fiscale, la corruzione, la criminalità organizzata, sconfiggendo i quali il nostro paese potrebbe trovare le necessarie risorse. Il governo si è quindi rivolto a chi ha sempre fatto il proprio dovere di cittadino, a chi da sempre ha pagato per una convivenza civile e socialmente equa. Il governo si appresta ora ad affrontare la fase della crescita e dello sviluppo: un’operazione tecnicamente e politicamente molto difficile e sicuramente di lungo periodo che dovrà affrontare le resistenze di categorie e di corporazioni consolidate nel tempo. Occorre tuttavia essere consapevoli che la crisi che stiamo affrontando è frutto di una globalizzazione finanziaria ed economica senza regole che si è affermata negli ultimi trenta anni su scala mondiale e pertanto gli interventi nazionali avranno comunque effetti limitati e non risolutivi. Solamente una prospettiva mondiale ed uno sguardo globale potranno consentire un’uscita stabile dalla crisi. Questa prospettiva globale a mio avviso dovrebbe avere tre direttrici di riferimento: Lavoro: non è solo il diritto ad un reddito dignitoso che consente una vita dignitosa (anche se queste sono esigenze drammatiche in tanta parte del mondo ed anche in alcune parti del nostro paese), ma è soprattutto il diritto fondamentale che dà dignità alla persona, che le consente di

riconoscersi come cittadino. Nell’enciclica di Giovanni Paolo II “Laborem exercens” questo viene affermato con forza secondo il principio che il lavoro viene prima del profitto. I grandi squilibri su scala mondiale imporrebbero di riprendere il vecchio slogan sindacale “lavorare meno lavorare tutti” ma anche lavorare tutti con uguali diritti e doveri, in tutti gli angoli della terra dalla Cina, all’Africa, ai paesi del Centro America. Solidarietà con le future generazioni: riguarda soprattutto i temi dell’ambiente. Occorre uscire dalla logica per la quale la terra, l’acqua, il cielo possono essere risorse private, risorse da utilizzare senza limiti e controlli come dimostra il fallimento della Conferenza di Durban. Non possiamo lasciare alle future generazioni un mondo in cui le risorse sono state depredate in nome di uno sviluppo senza controllo. Pace; resta il tema fondamentale della convivenza umana; finchè la pace sarà in pericolo anche solo localmente, come dimostrano i grandi rischi presenti in Medio Oriente, sarà difficile sconfiggere le disuguaglianze che condannano alla fame miliardi di persone, sarà difficile trovare nuove strade per un mondo diverso e migliore. E’ necessario cambiare perciò modello di sviluppo. Questo tema è già stato affrontato dai grandi pontefici Giovanni XXIII (“Pacem in terris”) e Paolo VI (“Populorum Progressio”) ma quello che in quegli anni era un annuncio profetico è oggi un imperativo non più rinviabile che chiede a tutti di affrontare con occhio nuovo i temi dell’economia. Esistono già oggi delle indicazioni che vanno in questa direzione nel tentativo di superare le contraddizioni del capitalismo globalizzato : l’economia della decrescita dolce proposta da Latouche, l’economia della felicità proposta anche da economisti italiani

come Becchetti. E’ in questa direzione che, a mio avviso, sarebbe necessario muoversi. Non c’è dubbio che questo è compito in primo luogo della politica della “buona politica”, delle politiche nazionali ma soprattutto delle grandi istituzioni europee e mondiali. Ma la sfida che è dinanzi a noi è soprattutto una sfida culturale ed etica, e questo chiama in causa tutti noi, donne e uomini del nostro tempo, tutte le forze vive della società civile. Nell’assunzione di nuovi stili di vita c’è tutto il valore della testimonianza personale: riscoprire il valore della sobrietà e dell’essenzialità è il contributo che ognuno di noi è chiamato a dare. Per quanto ci riguarda direttamente questo è lo stile di “abitare la frontiera” che abbiamo affermato nel nostro “Entra nella storia”

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Dossier: Crisi dell’economia

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Sviluppo senza crescita? Crescita o decrescita: un dibattito appena iniziato che vale la pena conoscere CARLA COLLICELLI Vice Direttore CENSIS

Dietro le urgenze dettate dalla crisi economica mondiale e dalla necessità di attuare efficienti misure di contrasto, all’ordine del giorno della politica e della economia in tutti i paesi avanzati, si nascondono alcune questioni molto complesse di cui si parla troppo poco, nonostante che il loro legame con l’attualità sia evidente. Tra queste riveste una importanza particolare il tema della decrescita, vista tutta in negativo da chi addebita proprio alla “crescita zero”, in atto in alcuni paesi come l’Italia, l’origine di tutti i mali, ed invece in positivo da chi auspica un modello opposto, centrato sul rallentamento dello sviluppo e sulla sostenibilità. Da cui il paradosso di una situazione nella quale la maggior parte degli specialisti (economisti, politologi, sociologi) si affanna a studiare le vie di uscita dalla stagnazione e di ripresa della produzione, del commercio e degli scambi, mentre una meno numerosa e poco ascoltata schiera, legata a movimenti culturali critici nei confronti dell’economicismo e del consumismo e favorevoli a forme integrate di ecologia ambientale e sociale, tenta di mettere in guardia rispetto ai rischi dello sviluppo tutto centrato sul dinamismo economico che ha caratterizzato il mondo occidentale

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negli ultimi secoli. La questione è molto complessa e tocca ambiti filosofici e valoriali di enorme portata. Basti pensare che il successo del modello di sviluppo occidentale, che tanto benessere ha assicurato alle sue popolazioni, viene comunemente attribuito proprio alla concezione dello sviluppo di stampo giudaico-cristiano ed alle applicazioni che ne sono derivate nella modernità nell’incontro con le culture anglo-sassoni e germaniche dell’Europa continentale. Mettere in discussione quel modello è quindi come minare alla radice il substrato culturale della nostra civiltà. D’altra parte è innegabile che i segnali di insostenibilità in molti comparti delle società occidentali sono sempre più frequenti, primi fra tutti quelli in ambito ambientale (inquinamento, surriscaldamento), ma anche quelli relativi alla perdita in termini di coesione sociale, di qualità della vita e di diritti di cittadinanza. Tanto che si parla, oltre che di “decrescita sostenibile”, anche di “decrescita felice” (in francese «objection de croissance», in assonanza con objection de conscience). Solo la storia futura potrà dire chi avrà avuto più ragione, se coloro che continuano a lottare per il perseguimento della crescita economica,

sia pure tentando di rispettare la sostenibilità, o coloro che propongono un deciso ribaltamento di prospettiva. Quello che sicuramente non va fatto è ignorare o addirittura demonizzare il punto di vista diverso dal proprio, in questo caso quello meno accreditato negli ambienti ufficiali e nell’establishement. Ben venga quindi una considerazione attenta delle argomentazioni di pensatori come Ivan Illich, Marcel Mauss o Serge Latouche, che offrono stimoli sicuramente utili per una visione non miope delle società moderne. Ben vengano soprattutto le azioni e le opinioni volte a valorizzare i contenuti positivi prodotti nell’ambito del pensiero “antieconomico” della decrescita, e a tentarne una applicazione anche immediata. Vanno in questa direzione i tentativi volti a sviluppare i valori di solidarietà, sussidiarietà e gratuità nei rapporti umani, che tanta importanza hanno dimostrato di avere ad esempio nel’ambito dei modelli di welfare integrato a carattere localistico in termini di ampliamento delle risorse a disposizione e di miglioramento delle qualità della vita e dei servizi. Altrettanto importanti sono gli sforzi che raccolgono le istanze di richiesta di una mag-


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giore sostenibilità ambientale dello sviluppo, dal problema dei rifiuti a quello dell’inquinamento. A livello individuale, poi, dal movimento maussiano e di Latouche derivano significative spinte ad abbracciare stili di vita sobri e non consumistici, sicuramente utili anche in un contesto di sviluppo. Particolarmente importante è a tale proposito il processo avviato dall’Ocse e da Enrico Giovannini, attuale presidente dell’Istat, di individuazione di nuovi criteri e nuove misurazioni dello sviluppo, attraverso il Progetto “Oltre il Pil”, che parte dall’ipotesi secondo la quale crescita economica ed occupazione sono sì impor-

tanti, ma non esauriscono il quadro della realtà di una nazione, né tanto meno agiscono in maniera automatica sulla riduzione della povertà e del disagio. Indicazione non nuova, dopo che la Commissione Stiglitz – Sen – Fitoussi (dai nomi dei due premi Nobel per l’economia, Joseph Eugene Stiglitz attualmente alla Columbia University, e Amartya Sen, economista indiano della Harvard University, e dell’economista francese Jean Paul Fitoussi della Scuola di studi Politici di Parigi, in qualità di coordinatore), incaricata a livello europeo di studiare un possibile nuovo assetto di indicatori dello sviluppo per i paesi

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occidentali, ha prodotto le proprie valutazioni in merito all’importanza della qualità della vita, degli stili di vita, della fiducia, della sensazione di utilità sociale, delle condizioni lavorative, della qualità delle relazioni sociali, della presenza di volontariato, delle forme di solidarietà, della sicurezza, della situazione ecologica. E ciò ha portato quindi la Commissione a proporre un indice di progresso che, oltre che sul prodotto interno lordo, si basa su altri fattori riassumibili attorno a 3 indicatori sentinella: la salute (speranza di vita), la cultura (scolarizzazione) e la sostenibilità ambientale.

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Dossier: Crisi dell’economia

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Oltre la grande concentrazione: verso una crescita di nuova generazione Ripensare la natura della crescita. La crisi prima che tecnica è spirituale. MAURO MAGATTI Preside Facoltà di Sociologia Università Cattolica “Sacro Cuore” Come hanno scritto i due economisti di Harvard C. Reinhart e K.Rogoff, ci troviamo nel mezzo di una grande contrazione, cioè all’interruzione di una fase di crescita che, mediante quelli che dal 2008 sono stati chiamati “eccessi” finanziari, ha sostenuto un’economia basata sul consumo a debito. Scompaginati i delicati equilibri che sostenevano il circuito espansivo, qualunque strada si adotti, il deleveraging (cioè il percorso di riassorbimento del disordine finanziario) avrà bisogno di parecchi anni per essere completato. Questa considerazione getta ombre sul futuro dei paesi avanzati. Le speranze, coltivate nei primi mesi post-crisi, di una rapida ripresa si sono rivelate illusorie. E oggi si fa strada la convinzione che la contrazione durerà a lungo. Peraltro, è evidente la contraddizione: per rilanciare la crescita siamo sollecitati e consumare di più mentre da un lato i tagli dei bilanci pubblici e l’aumento delle imposte ci fanno tutti più poveri mentre la mancanza di liquidità nel circuito del credito frena gli investimenti. Con il rischio di rimanere impigliati in una spirale negativa. Si può pensare che tutto ciò costituisca solo una iattura. Oppure, si può attraversare questo periodo, indubbiamente difficile e carico

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di rischi, in cui le risorse saranno più limitate come un’occasione per smaltire le tossine sociali e culturali del tecno-nichilismo, in modo tale da creare, un po’ per volta, le condizioni per un nuovo modello di sviluppo. La necessità, come si suole dire, aguzza l’ingegno. Per molti aspetti ci troviamo in una situazione simile a quella degli anni ‘70. Come allora il capitalismo societario, così oggi, a distanza di trent’anni, è il capitalismo tecno-nichilista che ha esaurito la propria spinta propulsiva: il

suo dispiegamento e il suo successo creano, attraverso la crisi, le condizioni per il suo superamento. Oggi, un tale modello appare obsoleto rispetto sia alle nuove richieste sociali che alle nuove condizioni economico-politiche. Da qui l’esigenza di ripensare la natura stessa della crescita, nel quadro di un contesto turbolento sul piano interno e internazionale. Venute meno le sue premesse, insistere a rianimare il modello degli ultimi decenni significa solo perdere tempo, - un po’ come chi, negli anni ‘80, si rifiutava di ricono-


Dossier: Crisi dell’economia scere la necessità di superare una visione stato-centrica. Si tratta di creare le condizioni per l’emergere di una nuova “economia psichica”, meno dissipativa e distruttiva, più costruttiva e relazionale, capace di riconciliare ciò che il tecno-nichilismo ha separato. I due corni del dilemma sono chiari: da un lato, c’è il fallimento di una libertà che ha immaginato di essere assoluta. Dall’altro, c’è l’impossibilità di tornare indietro, rimettendosi sotto l’ala di qualche sistema autoritario (con buona pace di chi ci spera e di chi ci proverà). Ma che cosa c’è in mezzo? Le democrazie mature come possono sfuggire alla loro liquidazione derivante dalle loro incapacità di adattarsi ad una nuova stagione che loro stesse hanno creato? Tutti i discorsi di questi anni sulla crisi suonano contraddittori. Alcuni insistono sulla ripresa dei consumi interni che è resa impossibile dall’indebitamento e dal generale clima di sfiducia e di instabilità. Altri parlano di competitività per sottolineare lo sforzo che occorre compiere per essere all’altezza dei competitor. Ma entrambi questi discorsi, sicuramente corretti, peccano dal lato della motivazione: perché dobbiamo essere competitivi? e quali nuove forme istituzionali potranno, più positivamente, mettere a frutto la qualità umana delle società libere? Cominciamo col dire che la grande contrazione si prolungherà per qualche anno. Ciò significa che questo è il momento per fare un investimento di medio-lungo termine. Ma in che direzione?Se letta con onestà intellettuale, la crisi ci aiuta a prendere atto dei fallimenti del modello autoreferenziale di libertà di massa posto in essere dal tecno-nichilismo. Da questo punto di vista, la crisi, prima che tecnica, è spirituale.Se intesa in questo senso, essa può costituire uno stimolo prezioso ad andare oltre lo stato attuale delle cose. Infatti, la crisi esacerba i problemi di sostenibilità della transazione tra individuo e istituzioni nel modo in cui essa si è venuta struttu-

rando negli ultimi trent’anni. Infatti, quella transazione, realizzata attraverso un aumento dell’efficienza tecnica delle istituzioni a supporto dell’(esigito) ampliamento del potere di azione individuale, ha operato a scapito dei processi di ricomposizione dei significati. A livello soggettivo come a livello sociale. Lo slegamento tra funzioni e significati, se ha agevolato il processo di razionalizzazione alla base di una stagione di crescita economica planetaria, ha altresì determinato gravi squilibri, la cui insostenibilità, oggi pienamente manifesta, richiede una stagione di forte innovazione istituzionale che, auspicabilmente, non pretenda un (impossibile) ritorno ad una società cristallizzata attorno a significati rigidi e precostituiti. Gli effetti collaterali del capitalismo tecno-nichilista - una montagna di debiti accumulati, lo svuotamento del senso, livelli di disuguaglianza crescenti, squilibri sociali, ambientali e istituzionali sempre più accentuati - indicano che la crescita, per non implodere, dovrà essere capace di integrare dimensioni rimaste dissociate tra loro in questi decennio. Ripensare la crescita comporta, prima di tutto, un nuovo atto di intelligenza: la democrazia e il mercato – ossia le due principali istituzioni moderne - si misurano oggi con le conseguenze negative della spirale espansiva “potenza-volontà di potenza”. Affannarsi a cercare di far ripartire questo circuito nel modo in cui ha funzionato negli ultimi decenni non porta da nessuna parte. Pertanto, crescere diversamente significa tentare di creare nuove condizioni in cui, partendo da una definizione antropologica meno unilaterale, impariamo a riconoscere che la volontà di potenza non si traduce solo in acquisizione quantitativa e che, per quanto prezioso e vero, tale movimento non esaurisce l’intera esperienza umana. In questo senso, superare la crisi significa trovare le vie per andar oltre la grave “crisi di valore” che attanaglia

FEBBRAIO 2012 le democrazie avanzate, nel suo sfarinamento ipersoggettivistico e nella sua mutevolezza continua che ne segnano il carattere di equivalenza impressosi a livello di consapevolezza. E che hanno permesso ad un sistema tecnico autorefenziale di affermarsi indisturbato. Per questo, al di là degli opportuni e necessari tamponamenti tecnici che consentono di guadagnare tempo, occorre, un po’ per volta, apprendere la lezione che la crisi vuole impartirci. Alla fine della seconda guerra mondiale, il valore è stato riconosciuto nella ricostruzione e nella integrazione sociale, sbilanciandosi sul versante istituzionale e assegnando centralità al lavoro che diventava misura e strumento della crescita economica e sociale. A partire dagli anni ‘70, sono l’espansione e lo slegamento - espressione dell’immaginario della libertà individualistica e adolescenziale - ad essere rivestiti di valore nell’ottica della scambiabilità e manipolabilità: nel quadro della fase della razionalizzazione planetaria e della mediatizzazione dell’esperienza, il consumo – come indicato - è diventato il criterio di riferimento del valore. Oggi, al fine di immaginare una nuova stagione di crescita, le società occidentali sono chiamate a trovare una diversa soluzione alla questione del valore. Ciò ha a che fare con quella che E. Erikson chiama “libertà generativa”: una libertà cioè che, senza mortificare la tensione desiderante che ci contraddistingue come essere umani segnando anche la spinta alla crescita, la riqualifichi rispetto al senso, al contesto, ad una storia e ad altri. Un tale immaginario può aiutaci a pensare un nuovo modello di sviluppo. La crescita di cui abbiamo bisogno è, oltre che economica, anche sociale, culturale e istituzionale. Si tratta di pensare se e come slittare, almeno un poco, dall’espansione all’eccedenza. Da una crescita solo quantitativa ad una più qualitativa. Una crescita spirituale.

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Mondo scout

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Primo piano

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Padre Sevin verso la beatificazione Una ampia notizia biografica di uno dei fondatori dello scautismo cattolico. Un altro scout presto sugli altari. MIMMO SORRENTINO

Il 10 gennaio scorso la Congregazione delle cause dei Santi ha votato l’eroicità delle virtù del padre Jacques Sevin, gesuita, fondatore degli Scouts de France ed uno dei padri dello Scautismo cattolico. Ora si attende l’approvazione del Santo Padre per la proclamazione del suo status di “Venerabile”. Padre Sevin fu tra i fondatori degli “Scouts de France e insieme a Jean Corbisier e a Mario di Carpegna diede vita alla prima organizzazione scout internazionale: l’Office Internationale du Scoutisme Catholique. Fu l’ autore di numerosi canti che ancor oggi gli scouts intonano, tra cui, e non tutti lo sanno, il canto della promessa, il canto dell’addio e la leggenda del fuoco. La causa per la beatificazione era stata introdotta nel 1989 e nel 1993 si era chiusa la fase diocesana del processo. Ora i proponenti dovranno presentare un miracolo, attribuito all’intercessione del padre Sevin, che sarà esaminato dalla Congregazione e permetterà la sua beatificazione.

Sin qui la notizia. Ma chi era Jacques Sevin?

Jacques nacque a Lilla, nella casa dei nonni materni, il 7 dicembre 1882 da Adolphe, un mediatore “giurato” dell’industria tessile, e da Louise Hennion. Il giorno successivo fu battezzato nella parrocchia di Nostra Signora della Consolazione. Trascorse l’infanzia tra Tourcoing (regione Nord-Passo di Calais) dove frequentò il Libero Istituto del Sacro Cuore, e Dunkkerque.

Proseguì poi gli studi nel collegio della Divina Provvidenza di Amiens. Qui il suo professore, padre Duvocelle, applicava metodi pedagogici alquanto originali. Aveva diviso la classe in due campi, con il nome di due fregate: l’Alerte e la Joyeuse; sulle pareti del collegio brillavano le armi di un ordine cavalleresco del quale si poteva diventare, progressivamente, cavaliere, barone, conte, marchese o duca, ed infine Gran Maestro. Nacque così in lui una certa passione per la marina e per la cavalleria che utilizzerà successivamente nello scautismo. Presa la maturità nel 1898, il padre lo mandò in Inghilterra, sofferente di dolori di testa, per un periodo di riposo. Nel 1890 si iscrisse ad un corso di inglese presso l’Università cattolica di Lilla. I primi segni della sua vocazione sacerdotale risalgono al 1895. Nel 1900 il confessore lo indirizzò ai Gesuiti e il 3 settembre di quell’anno entrava, con il consenso dei genitori, nel noviziato di St. Acheul di Amiens per un ciclo di formazione di 14 anni. Ma nel 1901 la legge di soppressione delle congregazioni religiose lo costrinse ad emigrare ad Arlon, in Belgio. Un esilio durato fino al 1918. Nel 1903 ottenne la licenza di inglese a Tournai (Belgio), lingua che poi insegnò in vari collegi e che perfezionò con ripetuti soggiorni estivi nella periferia londinese. «Senza saperlo, mi stavo preparando allo Scautismo». Durante questi soggiorni, infatti, ebbe modo di conoscere lo s cautismo e, quando nel 1913 la rivista gesuita Études pubblicò i due articoli del padre Caye (20 febbraio e 5 marzo), critici

verso lo scautismo, chiese ed ottenne di tornare in Inghilterra a verificare le accuse contro il Movimento. Si recò dal cardinale Bourne, l’arcivescovo di Canterbury che aveva aderito allo Scautismo fin dal primo momento, ed il 20 settembre “presi la mia prima tazza di tè con Baden-Powell” all’Alexandra Palace durante un raduno degli scouts di Londra nord. Rientrò in Belgio conquistato dall’uomo e dal suo metodo educativo. Il 2 agosto del 1914 fu ordinato prete e, partito di nuovo per l’Inghilterra, scampò dall’occupazione tedesca del Belgio, ma rientrò subito in Francia chiedendo di essere mandato al fronte come cappellano militare. La richiesta fu respinta. Il provinciale gli ordinò di

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Primo piano tornare in Belgio per vedere cosa era successo al noviziato di Enghien. Riuscì ad attraversare le linee tedesche, ma fu bloccato per quattro anni nel collegio perché il suo superiore era ostaggio degli occupanti e rispondeva con la sua vita di eventuali fughe dei padri presenti. Ad agosto del 1916, ricevette l’incarico dell’insegnamento dell’inglese al liceo del Tuquet di Mouscron, città belga prossima alla frontiera francese, ma dopo otto giorni i tedeschi chiusero la scuola. Il superiore, per non lasciare inoperosi i padri, chiese loro di sviluppare un qualche progetto pedagogico in vista della riapertura dell’istituto. Sevin si dette allora a riordinare i numerosi appunti che aveva accumulato sullo Scautismo, un lavoro che durò fino alla primavera del 1917. Prese corpo così quel “Le Scoutisme”, il libro che vedrà la luce solo nel 1922 per rimanere a lungo un testo fondamentale dello Scautismo cattolico. Nell’estate del 1917 fece anche qualche esperimento clandestino di scautismo con gli allievi della scuola apostolica rifugiatisi al Tuquet e il 13 febbraio 1918 fondò a Mouscron la “Compagnie des Guides de Ste Thérèse de l’Enfant Jésus”, il suo primo reparto, sempre clandestino e senza l’uniforme (il rischio era la deportazione), cui resterà legato per tutta la vita. Per insegna aveva scelto la croce di Gerusalemme sormontata, al centro, dal giglio scout. Tornato a Lilla dopo la guerra, nel 1919, passando per Parigi vi incontrò l’abate Antoine Louis Cornette, che nella parrocchia di St. Honoré d’Eylau aveva costituito gli “Entraîneurs de Saint Eyleau”, un’associazione di ispirazione scout. Raggiunta Lilla, Sevin vi fondò un reparto che battezzò “Association des Scouts de France”. Presto trasferito a Metz gli fu impedito di farvi Scautismo perché il rettore del collegio era contrario ma, ammalatosi, nella primavera del 1920 passò nuovamente per Parigi dove ri-

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FEBBRAIO 2012 vide Cornette e con lui convocò i responsabili delle varie iniziative vicine allo Scautismo per cercare di coordinarle. Nacque così, il 25 luglio 1920, la “Fédération Catholique des Scouts de France”. Il distintivo del nuovo movimento sarà simile a quello di Mouscron ma con la Croce di Gerusalemme sormontata da un trifoglio anziché dal giglio. Radunati in fretta una quindicina di ragazzi li spedì al Jamboree di Londra. Lui li aveva preceduti per discutere con Baden-Powell il riconoscimento dell’associazione. Ed il Jamboree gli offrì anche l’occasione di accordarsi con Mario di Carpegna e Jean Corbisier per la costituzione dello “Office International des Scouts Catholiques” di cui sarà segretario generale. Negli Scouts de France Sevin ricoprirà i ruoli di Segretario generale dal 1920 al 1922, poi di Commissario generale (19221924), quindi di Commissario delegato del capo scout alla formazione Capi per la quale creerà a Chamarande (Essonne) un campo scuola fisso a somiglianza di Gilwell Park. Ai Capi dedicherà anche una rivista, “Le Chef” che vide la luce il 13 marzo 1923. Nell’agosto del 1922, aveva frequentato un corso a Gilwell Park al termine del quale Baden-Powell gli aveva concesso il brevetto di Deputy Camp Chief per la branca esploratori. L’anno successivo si aggiudicò quello di Akela Leader. Intanto, dopo dieci anni l’associazione era cresciuta, il solo campo nazionale di Chamarande non bastava più ad assorbire la domanda di formazione dei capi: la si doveva decentrare anche ai livelli locali. Sevin non accettò il progetto di riforma che Cornette e il Capo scout Arthur Guyot d’Asnières de Salins avevano proposto e di conseguenza, il 15 marzo del 1933,lasciò tutti i suoi incarichi. Sevin tornò a Lilla, ai suoi Scouts. Ma la sua autorità morale era tale che lo reclamavano da tutta la Francia per giornate di studio, ritiri

spirituali, campi, ecc. Tra il 1935 ed il ’43, sollecitato da una Capo, Jacqueline Brière, maturò il progetto di una congregazione religiosa femminile scout. La Brière, lasciato il lavoro, in una Parigi occupata dai nazisti e sottoposta a pesanti bombardamenti alleati, riuscì a trovare un piccolo alloggio a Issy-lesMoulineaux dove Sevin, il 15 gennaio 1944, fondò la “Sainte Croix de Jérusalem”. Le prime “Dames” furono due capo lupettiste e due capo di Guide. Dopo i primi difficili momenti che le avevano costrette a frequenti peregrinazioni, nel 1949 le Dame (nel frattempo erano cresciute ad 11) trovarono sistemazione in un vecchio convento di Boran-sur-Oise, dov’è ancora oggi il loro priorato. È sua anche l’idea di una congregazione scout maschile che troverà compimento solo dopo la sua morte, nel 1971, per opera del padre Albert Revet, sollecitato da mons. Jean Rupp (ambedue scout) con il nome di “Sainte Croix de Riaumont”.. Sevin si recava spesso a Boran e durante una di queste visite, nel febbraio del 1951, corse in paese su di un motociclo prestatogli, a comperare delle medicine necessarie ad un bambino ammalatosi nell’asilo delle Dame. Dovette aver preso freddo: si ammalò a sua volta e non si riprese più. Vegliato giorno e notte dalle sue figlie spirituali si spense dolcemente nella nottata tra il 19 ed il 20 luglio 1951. Sevin era convinto che la piena fedeltà al metodo di Baden-Powell fosse la condizione per conservargli la sua forza educativa ed ha avuto il merito di innestare lo Scautismo nella vita stessa della Chiesa, quale mezzo per meglio servire Dio e il prossimo. Fu lui a donare i primi lineamenti di una spiritualità caratteristica che è diventata patrimonio di tutto lo Scautismo cattolico nel mondo, anticipando numerose intuizioni del Concilio Vaticano II in campo educativo, liturgico ed ecumenico.


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A Genova la “Luce di Betlemme” giunge a Palazzo Ducale GUIDO VINCIGUERRA La temperatura di stagione non ha minimamente impedito che centinaia di ragazzi e adulti partecipassero all’annuale appuntamento per l’arrivo della luce di Betlemme a Genova. E’ viva e vibrante la soddisfazione di vedere che la perseveranza di pochi negli anni passati ha visto crescere la partecipazione ed il coinvolgimento di tutto lo scautismo genovese e ligure. Quest’anno la manifestazione a Genova è stata organizzata dalla Pattuglia regionale Agesci-Masci con la collaborazione della Comunità del Centro. e di alcune unità Agesci che hanno curato i canti e le brevi meditazioni. La cerimonia si è svolta nel cuore della città, Piazza De Ferrari, tra la fontana, la sede della Regione e Palazzo Ducale. Già prima delle 9 la sonnolente piazza è stata svegliata dal festoso vociare, cantare e danzare di giovani scout dai multicolori fazzoletti che ne distinguono i gruppi di appartenenza. Visibili anche numerose teste brizzolate o argentate con al collo il fazzoletto blu del Masci. Alle 9,30 è iniziata la cerimonia con un grandioso cerchio che occupava gran parte della piazza. Dopo il canto iniziale ci sono state le riflessioni e gli interventi del Responsabile Internazionale dell’Agesci , del Segretario Regionale del

Masci, del Sindaco Marta Vincenzi e di Don Franco Anfossi in rappresentanza del Vescovo. Più tardi si è unito al cerchio anche il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando. Le autorità civili hanno acceso la loro lampada che esporranno nelle sedi istituzionali. Gli scout di Sestri e della Valbisagno hanno ricevuto una lampada da portare nelle zone alluvionate nel 2010 e 2011. Tutti poi hanno acceso le numerosissime lampade portate da casa per

l’occasione per portare la luce nelle famiglie e nelle Parrocchie. Alla conclusione del cerchio i lupetti hanno distribuito ai passanti incuriositi tantissimi lumini appositamente predisposti dalle Scolte e Rover del Genova 21. Una delegazione ha portato la luce nella vicina cattedrale di San Lorenzo. Mentre la luce viaggiava verso le destinazioni finali qualcuno si è rintanato (è proprio il caso di dirlo) nel vicino bar per riscaldarsi con una cioccolata calda.

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La luce della pace: da Betlemme a Latina. PASQUALE DI BIASIO MASSIMO FERRARI

Siamo arrivati al 10 Dicembre, giorno tanto aspettato e tanto sudato, avevamo organizzato il tutto con una pattuglia composta da A.S. del Latina 1 e del Latina 2, avevamo fatto il programma, le locandine e i comunicati stampa. La Luce sarebbe arrivata con il treno delle ore 17,05. Arriviamo alla stazione di Latina Scalo, tutto era legato alla puntualità “relativa” del treno, facevamo delle ipotesi su quale sarebbe stato il ritardo e su come avremmo potuto recuperare all’imprevisto. Quest’anno la cerimonia coinvolgeva diverse associazioni e tutto doveva funzionare con estrema precisione . Ma il treno ci ha stupito! Sapeva che portava un passeggero importante che tanta strada avrebbe dovuto fare e che tanti luoghi oscuri avrebbe dovuto toccare. Infatti alle 17,05 il treno arriva a Latina Scalo con una puntualità unica. Eravamo in tanti ad accoglierlo, molti del Masci, c’erano i gruppi di Nettuno, Terracina, Cori, Cisterna e noi del Latina 1 e Latina 2, ma anche molti ragazzi dell’Agesci. Tutti attendevano la luce con la voglia e la consapevolezza di condividerla nel proprio territorio, nelle proprie parrocchie e all’interno dei propri gruppi. I piu’ arditi, “quelli del Masci”, quest’anno hanno deciso di condividerla anche con l’associazione Libera. Si quest’anno abbiamo voluto portare la Luce all’interno del villaggio della legalità di Borgo Sabotino vicino Latina, gestito da Libera e dato in uso a tante associazioni del territorio. Questo è un anno importante per la lotta contro le mafie e nel nostro territorio ancora di più visto l’infiltrazione ormai da tutti riconosciuta delle associazioni mafiose. Perchè abbiamo deciso di portare la Luce al villaggio della legalità? Il villaggio gestito da Libera si trova vicino al mare, è un ex campeggio per rou-

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lotte con strutture costate centinaia di migliaia di euro e completamente abusivo. Il villaggio era stato confiscato per abusivismo edilizio nell’Aprile del 2011 e il commissario prefettizio di Latina Guido Nardone, lo ha dato in gestione a Libera la quale si era resa disponibile ad accompagnare le tante associazioni locali nella realizzazione di un percorso di recupero e di cittadinanza attiva . Nella notte del 21 Ottobre 2011 il villaggio è stato oggetto di un atto vandalico che ha distrutto la parte interna, le vetrate, i computer ed altro per un danno di migliaia di euro. Il giorno seguente al raid vandalico era in programma un’iniziativa con la partecipazione dei presidi di Libera e degli scout che aveva

come argomento l’infiltrazione della mafia nella provincia di Latina. Abbiamo voluto portare la Luce proprio lì, abbiamo coinvolto altre associazioni del territorio e una volta ricevuta la Luce della Pace ci siamo recati a Borgo Sabotino da dove è partita una fiaccolata fino al villaggio della legalità, lì il magister Pasquale Di Biasio ha consegnato la Luce al responsabile di Libera. Eravamo in tanti, c’erano molti ragazzi, abbiamo cantato, abbiamo letto discorsi e pensieri sulla Pace e sulla Legalità. E’ stata una serata memorabile, i responsabili di Libera ci hanno ringraziato per tutto quello che abbiamo fatto, siamo andati via consapevoli di aver portato la Luce nel posto giusto.


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A Foligno: tante lampade... una sola Luce MAURIZIO CIPOLLONI E’ arrivata a Foligno la Luce della Pace da Betlemme per iniziativa degli adulti scout di Foligno 1 e 2 del M.A.S.C.I. in particolare ad agire è stata la Pattuglia Creato . La lanterna ha trovato accoglienza presso il Convento di San Bartolomeo, sede del Commissariato di Terra Santa dove i frati francescani la custodiscono di fronte al Santo Sepolcro . La Luce sarà a disposizione di tutti quelli che vorranno accendere la propria lanterna dalla stessa fiamma che arde perennemente nella Grotta della Natività a Betlemme.Questa Luce ed è arrivata in Terra Francescana “due settimane prima della festa della Natività” come quando ricorda, Fra. Tommaso da Celano: “il beato Frascesco , come spesso faceva, chiamò il nobile Giovanni e gli disse se vuoi che celebriamo a Greggio il Natale di Gesù precedimi e prepara quanto ti dico :vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, ……e giunse il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza. Per l’occasione…..uomini e donne arrivarono festanti portando….ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale si accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi…..” E’ questo un gesto simbolico dal significato profondo che aiuta a vivere il Natale come momento di consapevolezza dei mali del mondo e di speranza per la costruzione della Pace nei cuori di ognuno di noi; speranza, fratellanza, tra i Popoli, questo il grande messaggio della “Luce da Betlemme”.La Luce della Pace da Betlemme fu portata in Europa nel 1986 grazie all’intuizione degli scout austriaci che si recarono a Betlemme per accendere la loro lampada da quella della Natività e da sedici anni è una realtà anche per l’Italia. Questo è stato reso fin oggi possibile grazie agli adulti scout del Masci di Trieste che, con altre associazioni scoutistiche, dal 1994 si recano a

Vienna per raccogliere quella Luce che poi, con una serie di complicati viaggi in treno la diffondono in tutto il nostro Paese seguendo cinque linee ferroviarie. La nostra Luce è stata accesa alla stazione di Orte dove una pattuglia di scout adulti folignati (Bruna,Eva,Maurizio) l’ha presa in consegna . La Luce è arrivata a Foligno nella terza domenica d’Avvento, domenica della Luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo ” (Gv 1,9). Oggi la lampada è accesa in un luogo particolarmente Santo, è una luce che sta alla luce del Santo Sepolcro, la riproduzione seicentesca del Convento di San Bartolomeo dona le

stesse indulgenze del Santo Sepolcro in Gerusalemme. Un particolare che è stato notato durante la celebrazione per la consegna della Luce è che nel muro del Santo Sepolcro vi è riprodotta la grotta della Natività. Una “buona azione “ voluta pensata e realizzata dagli Adulti Scout folignati che ne vorrebbero consolidare la tradizione per legare ancora di più la Chiesa folignate ,la Città di Foligno, i cittadini di Foligno al messaggio universale di Pace che proviene da Betlemme, a Natale chiunque può accendere un lume ed offrire ad altri la Luce insieme a questi doni: Fratellanza,Amicizia, Carità e Speranza.

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Contributi

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La comunità, le regole e... la fatica della democrazia FRANCESCO MARCHETTI

A distanza di qualche giorno dalla fine del passato anno scolastico, i tre figli adolescenti di un mio amico, ritenendosi ormai liberi da ogni dovere, si sono attrezzati con mille cose da fare: chi stava tutto il giorno in parrocchia per preparare il “campo scout estivo”, chi dall’amico per imparare a suonare la chitarra, chi dalla nonna a fare “volontariato”… Ognuno con i suoi orari: Chi rientrava a mezzogiorno con la pretesa che si preparasse subito il pranzo perché doveva uscire di nuovo, chi rientrava alle tredici e chi telefonava che restava a pranzo dalla nonna…dopo tre giorni di vita caotica per tutta la famiglia con i ragazzi super serviti stile albergo a quattro stelle, la moglie del mio amico li ha chiamati a raccolta ed ha fatto questo discorso: “ Così le cose non vanno, nessuno può pensare solo a se stesso… la casa non è un albergo, dobbiamo darci delle regole, scegliere un metodo di governo e di convivenza, la casa è un luogo “sacro” ed ognuno deve collaborare a dare significato all’essere “famiglia”. Bisogna sentirsi uniti negli obiettivi, rispettarsi, stare dentro regole precise, decidere insieme il tempo del divertimento, del riposo e dell’impegno e così via” Ne è nato un confronto molto animato, alla fine del quale i figli hanno ringraziato la mamma per i buoni propositi, dichiarando tuttavia di sentirsi abbastanza grandi e capaci di badare a se stessi, senza

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bisogno di “guida” che in ogni momento della giornata continuasse a ricordare le cose da fare, gli impegni da rispettare. Pensando, allora, di metterli alle strette, Grazia (la moglie del mio amico) ha proposto loro di scegliere tra tre possibili forme di governo: dittatura, anarchia, democrazia. I ragazzi senza esitazione hanno scelto l’anarchia, poi sono usciti ognuno verso i propri impegni. Arrivata la sera “gli anarchici” sono rientrati, stanchi ed affamati dopo il loro gran da fare. Hanno acceso la televisione e si sono posti in attesa della cena. Sono passate le 20 poi le 21 ed infine alle 22, rumoreggiando si sono affacciati in cucina. La tavola era deserta..…i fornelli erano spenti……Alla richiesta di spiegazioni, Grazia ha detto che, essendo in regime di anarchia, cucinare per loro era cosa che non la riguardava, chi voleva mangiare doveva provvedere da se stesso. Arrabbiatura generale e poi la decisione di provvedere autonomamente con un pasto freddo, ma…aperto il frigorifero altra sorpresa: vuoto. I tre “anarchici affamati” dopo aver confabulato un po’ tra di loro si sono convinti che la scelta fatta la mattina era troppo “azzardata” e hanno deciso di accettare la gestione Democratica. Mentre Matteo (il mio amico) mi raccontava divertito questo episodio, mi è venuto da pensare che la stessa riflessione ben si adattava

alle nostre Comunità, termine da intendersi parimenti come Comunità locale, regionale o nazionale. Essere Movimento, infatti, significa essere anzitutto una Comunità di persone. Una Comunità, per andare avanti, ha bisogno di regole e di qualcuno che si assuma il compito di “governare” secondo quelle regole, perché altrimenti si cade nell’anarchia e tutto va a rotoli. Primo o poi può succedere che qualcuno si stufi delle regole o cerchi di piegarle alle proprie necessità particolari; allora, è compito di chi guida la Comunità far capire la necessità di tornare alle regole comuni, perché solo così si ha l’unità necessaria per raggiungere i traguardi che la Comunità si è data. Ciò comporta che quanti hanno compiti di “governo” concepiscano il loro ruolo senza narcisismi, ma anche senza la tentazione, per quieto vivere, di cedere spazi all’anarchia. Da parte di chi “guida” ci vuole buon senso, pazienza e l’impegno costante a guidare con mano leggera i processi decisionali che conducono alla democrazia condivisa e compiuta; senza mai cedere alla tentazione d’imboccare le scorciatoie dell’autoritarismo che non lascia scampo né a chi lo impone né a chi lo subisce, ma parimenti senza cedere alla comoda soluzione del “volemose bene” che è un vicolo cieco che porta inevitabilmente al qualunquismo ed alla dissoluzione della Comunità, sia essa locale, regionale o nazionale.


La parola ai lettori

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Pochi ma buoni... cattolici YLENIA ZAIRA ALFANO

Pochi ma buoni?, di Romano Forleo, e l’intervista in tema di sviluppo al nostro Presidente, Riccardo della Rocca, hanno sollecitato questa riflessione che – “sia lode al dubbio”, per dirla con Brecht – mi sento di condividere con tutti gli adulti scout del movimento cui, nel recente 2008, ho avuto la fortuna d’aderire. Il Presidente nazionale citava, nell’intervista in parola, le comunità neocatecumenali, onde fare riferimento al “metodo” di sviluppo e diffusione da questi praticato: “a due a due” vengono inviati allo scopo di far nascere nuove comunità. Facendo io stessa parte, insieme ad altri membri della mia comunità Masci, anche del Cammino Neocatecumenale, mi sento di spendere qualche parola in tal senso. Ad un certo punto del Cammino,“a due a due” si viene inviati, come ben diceva il Presidente, sull’esempio dei primi cristiani, al fine di prendere parte alla nuova evangelizzazione. Il senso è che di Cristo il mondo ha bisogno – di conoscerlo come persona, e non come iniziatore di una morale o di una religiosità molte volte da noi resa un sentimentalismo. Diffondere il Vangelo, ecco, per dire ad ogni persona “Coraggio, Dio ti ama” e, senza corrispettivo se non la tua risposta alla chiamata, è pronto a donarti la vita eterna. Nella Parrocchia di turno,

ove nel frattempo alcune coppie di catechisti si saranno presentate al Parroco - iniziano così delle catechesi, per giovani ed adulti, al termine delle quali sorge o può sorgere una nuova comunità, che segua l’esempio della famiglia di Nazareth. La nascita di altre comunità è conseguenza dell’evangelizzazione, e non causa della stessa. Questo, vi chiederete, cosa può avere a che fare con noi Scout? Tutto o niente, è la risposta. Niente, se si rifiuta a priori un modello, poiché per contenuto e struttura da noi differente. Abbastanza, invece, se finalmente coloriamo di luce la C che portiamo nell’acronimo. Non Scout e basta, ma Scout Cattolici, che vivono il servizio nella consapevolezza che servire gli ultimi non è strumento di personale gratificazione, ma servizio agli ultimi e, dunque, a Gesù Cristo per primo (che era ammalato, era nudo, era in carcere… e non era stato visitato…). Siamo tutti chiamati, se intendiamo renderci sale e luce della terra, a portare il Vangelo nelle nostre case, nel luogo di lavoro, nel condominio (communio mater discordiae!) e nelle nostre comunità… non importa se scout, neocatecumeni, mariani o vincenziani o quant’altro… E’ il Vangelo che lo dice, che lo chiede, e non ho mai sentito che alcuni passi del Vangelo si “applichino” a certi cristiani, ed altri passi a certi altri. Testimo-

nianza, prima di tutto, non come volontarismo, ma… con l’aiuto di Dio. Crescere è una questione personale, certo, ma non solo. Per questo tutti i grandi”cammini” si fanno in comunità. Crescere è anche una questione di numero, è questa non è un opinione, ma un dato di fatto. I numeri non servono se restano tali, se sono “simulacro” di una realtà che non opera, non sente, non vive. Ma ogni realtà che opera e vive, cresce… anche di numero! La mia proposta è rimboccarsi le maniche, perché lo scoutismo non sia solo il ricordo nostalgico di un cappellaccio romantico, ma una realtà viva, dinamica, operante, dove ognuno – in base alle proprie inclinazioni, età, competenze, disponibilità – fa, con l’aiuto di Dio, quello che può, col gioco e non per gioco. Senso civico e legalità potrebbero essere la prima testimonianza da offrire, poiché il buon cristiano è prima di tutto un buon cittadino. Il Vangelo è lo strumento e la chiave, la risposta alle liti ed alle domande, il primo messaggio da diffondere. Lo stile di vita… quello dello scout, che merita fiducia, che ha un onore (parola ormai arcaica per il mondo), che fa strada… e che, sulla strada, annuncia Gesù Cristo con le parole e con la vita. Nasceranno, così, nuove comunità? Questo è il mio augurio, ma non la mia risposta. Perché la mia è una riflessione, e non una ricetta.

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Vita dell’associazione

FEBBRAIO 2012

Una domenica nel pallone MAURIZIO DE POLO

Abbiamo pensato di fare educazione permanente utilizzando un gioco; la proposta è stata possibile perchè a Jesolo, perla dell’Adriatico, si svolge da 10 anni un evento che di anno in anno ha sempre più successo il Sand Nativity, che prevede la costruzione di enormi presepi di sabbia, realizzati dai migliori artisti del mondo in questo campo. Anche quest’anno, come ogni

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anno, l’evento viene intitolato ad una persona significativa per la costruzione della pace nel Mondo. Il prescelto di quest’anno è stato Baden-Powell, il nostro B.-P., il cui ritratto monumentale in sabbia è stato realizzato da Alexey Schictov (Russia). Il nostro coinvolgimento inizia con una telefonata di Mario Maffucci, giornalista e adulto scout, e organizzatore del Sand Nativity 2011-

12, che ci chiede piena collaborazione. Abbiamo iniziato subito a pensare alla costruzione dell’evento con lo scopo di far vivere ai visitatori la specificità dello scautismo nelle sue diverse età della vita. L’idea che si è fatta subito strada, insieme a Mauro Montagner, è stata quella di realizzare alcune botteghe per proporre esperienze in chiave scout, di falegnameria, mani abili,


Vita dell’associazione sculture di sabbia, protezione civile, e volo con il pallone. Per quest’ultima bottega, l’idea è stata quella di creare una sorta di istruzione al volo, insieme ad un gruppo di istruttori di volo capitanati da Alberto Melis, già scout e pilota di aerei, che è stata l’occasione per la nuova comunità di Treviso 7 di fare un servizio significativo. Così domenica 8 Gennaio 2012 ,ore 7.00, la nuova comunità di Monigo si ritrova davanti alla Chiesa per il suo primo servizio con la divisa del MASCI. All’interno della comunità ci sono diverse esperienze scoutistiche ma anche “novizi” che si avvicinano per la prima volta al movimento, tutti con una grande voglia di fare. Alle 8,00 siamo a Jesolo, zona piazza Drago, dove troviamo il nostro Segretario Nazionale Alberto e la comunità di Mestre, insieme organizziamo l’attività: un volo in

mongolfiera per bambini e ragazzi dai 6 ai 16 anni. Ispezioniamo innanzi tutto la spiaggia coperta di brina, dove dovremo mettere la mongolfiera e ci accordiamo per organizzare il flusso dei bambini che dovranno salire. Pur provenendo da diverse realtà, l’affiatamento e la collaborazione sono immediate e spontanee, ciò dimostra che quando uno è scout lo è per sempre. Finalmente arriva il pilota e proprietario della mongolfiera, Alberto Melis. Prepariamo gli ancoraggi, srotoliamo il pallone e lo gonfiamo, la grandezza della mongolfiera riesce a farci tornare tutti un po’bambini e restiamo a bocca aperta estasiati da quella potente esplosione di colori. Verso le 10,00 cominciano ad arrivare i gruppi di bambini che vogliono provare l’emozione del volo, nei loro occhi si legge curiosità, stupore e un po’di timore, ma quando scendono ci regalano un sorriso che riesce a rica-

FEBBRAIO 2012 ricare noi tutti. Le condizioni meteorologiche sono perfette per volare , c’è un bel sole e una leggera brezza che favoriscono un grande afflusso di pubblico. A parte una sosta per un panino lavoriamo tutto il giorno per accompagnare i bambini dal “corso di volo” alla mongolfiera, la postazione foto fotografa ogni equipaggio. Il pilota, che non si è certo risparmiato, sembra divertirsi e la gentilezza e cordialità che hanno lui e suo figlio verso i partecipanti mi fanno pensare a due “vecchi lupi”. Alle 16 si alza il vento e per sicurezza viene sgonfiato il pallone, ora non resta che piegarlo, impacchettarlo e riporlo nel furgone, finiamo il lavoro con il sole che tramonta ad ovest e la luna che sorge ad est. Un ultimo caffè prima di partire e la sensazione che la nostra comunità ha fatto un buon servizio, ripagata dalla soddisfazione di aver reso felici tanti bambini.

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Meditiamo le scritture

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Quaresima: preghiera e purificazione Continua il commento ai passi della Scritura delkle liturgie delle domeniche del mese di marzo D.

LUCIO GRIDELLi

Avevo iniziato la mia collaborazione con Strade Aperte proprio nello scorso marzo scrivendo che Marzo, dal punto di vista liturgico, significa Quaresima. Nel 2012 le Ceneri cadono il 22 febbraio e la Domenica delle Palme il 1° aprile. Avevo messo l’accento sulla prima lettura del mercoledì tratta da Gioele. Così dice il Signore: «Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti». Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno … Israele piangeva allora un’invasione di cavallette. Noi oggi abbiamo ben altro da piangere. Suonate la tromba in Sion, proclamate un digiuno, convocate un’adunanza solenne. Radunate il popolo, indite un’assemblea, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo. Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: «Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al vituperio e alla derisione delle genti». Abbiamo cura di non compiere, come Chiesa, gesti che la espongono al vituperio e alla derisione di chi ci guarda dal di fuori. Aspetto caratteristico dell’appello di

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Gioele e della quaresima stessa è la comunitarietà. Prepararsi insieme alla Pasqua. La società in cui viviamo non favorisce questo aspetto. Provate a pensare. Il carnevale, che era un momento di sfogo prima dell’austerità dei 40 giorni, oggi è quasi “socialmente obbligatorio”. E la quaresima? Di obbligatorio nella quaresima la chiesa pone soltanto l’attenzione ai venerdì. Qualche parrocchia, qualche comunità propongono dei percorsi. Altrimenti ogni famiglia deve provvedere in proprio. La “corsa quotidiana”, non diversa da altri momenti dell’anno, non consente grandi scelte. Qualche semplice austerità, fatta di comune accordo, destinando poi il risparmio alla parrocchia, alla Caritas, al pensionato del piano di sopra … “digiuno ed elemosina”. Ma indispensabile e possibile è per tutti la preghiera, una preghiera vista come un cammino che ci prepara a condividere il dono totale di Gesù a nostro favore e poi a partecipare alla gioia della risurrezione. Oggigiorno ci son tanti simpatici fascicoli che possono fare da guida. Guardando la struttura liturgica, nella prima domenica il vangelo presenta sempre le tentazioni di Gesù e nella seconda domenica la trasfigurazione. Lo scorso anno, dopo essermi soffermato sulle tentazioni, avevo con-

cluso con una domanda: Come mai agli inizi della Quaresima, periodo di austerità, colore viola, un episodio con tanto splendore di luce? Lo scopo immediato del fatto sembra essere una “vaccinazione” per Pietro, Giacomo e Giovanni che sarebbero stati poi vicini a Gesù nella sua agonia. Per tutti noi oggi è una rivelazione, una “epifania”. Mosè ed Elia, “la Legge e i Profeti”. Gesù è il vertice di secoli di preparazione ed è l’inizio di un nuovo rapporto con Dio: Ascoltatelo! Ma devo rispondere alla domanda … Il vocabolario tipico delle teofanie bibliche rivela la realtà profonda di Gesù, la divinità. L’umanità la si percepisce direttamente con i sensi. Noi però, visibilmente uomini, siamo già figli di Dio (1 Gv 3). In trasparenza riusciamo a vedere già in noi e in quelli che ci stanno accanto qualcosa di questa luminosità divina? Il problema è che probabilmente, e penso a me, noi siamo abbastanza opachi. Ecco allora la mia risposta. Questa visione di luce ci suggerisce quello che potremmo essere noi alla fine della quaresima! Le domeniche III, IV e V rappresentano la quaresima giovannea, che mirava ai catecumeni, pur senza dimenticare di risvegliare la fede dei battezzati, con tre temi: l’incontro di Gesù con la samaritana: acqua e spirito


Meditiamo le scritture la guarigione del cieco nato: la luce della fede la risurrezione di Lazzaro: morte e vita. Ora questo vale per l’anno A, ma lo si può utilizzare anche negli anni B e C. Quest’anno, 2012 B, di fatto i vangeli proposti sono Gv 2,13-25, la purificazione del tempio; 3,14-21, la conclusione dell’incontro di Gesù con Nicodemo; 12,20-33, Gesù annunzia la sua glorificazione attraverso la morte. V i propongo questi. Leggeteli e ora intanto scorriamoli brevemente. Non è inutile ricordare che i vangeli non sono il racconto della vita di Gesù, ma sono vangelo, cioè presentano il “lieto messaggio” del Signore. Matteo, Marco e Luca pongono la cacciata dei mercanti dal tempio nella “domenica delle palme”. È la collocazione storicamente più probabile. È la rottura definitiva con l’Israele storico che porterà pochi giorni dopo all’uccisone di Gesù. Giovanni invece pone l’episodio in occasione della prima pasqua che Gesù trascorre a Gerusalemme dopo l’investitura ricevuta al Giordano. Rappresenta quasi un annuncio programmatico non verbale, anche se poi le parole seguono. Gesù è un buon ebreo e segue le regole della sua religione, ma reagisce contro gli abusi e le ipocrisie. Ecco la purificazione del Tempio … della Chiesa. Quando i responsabili chiedono spiegazioni, «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi

fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. La purificazione del tempio … Mi son ripromesso di non darmi alla polemica. Ciascuno di voi è abbastanza maturo per individuare le tante cose da purificare, anche nel campo economico. Vorrei però che nel contempo avessimo gli occhi aperti anche sulle tante occasioni in cui, magari in silenzio, si aiutano i poveri, si sostengono i deboli, si lotta per la giustizia …! L’incontro con Nicodemo occupa i primi 21 versetti del capitolo 3, ma è opinione comune che l’ultima parte non sia discorso di Gesù ma riflessione dell’evangelista. Leggetelo per intero. Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Confrontate Numeri 21,4-9. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. La morte di Gesù in croce lascia sempre un ombra di perplessità. Così crudeli i progetti di Dio? L’unica chiave di lettura che può rasserenarci è l’amore. Il Padre per amore ci dona il Figlio, il Figlio per amore si dona integralmente a noi. Perché poi Dio abbia scelto questa strada e non un’altra, chiedetelo a Lui nella preghiera. Salvezza, giudizio, condanna. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Gesù non può credere in lui e non può esser condannato per questo, ma tutti hanno la responsabilità di

FEBBRAIO 2012 scegliere nella quotidianità tra luce e tenebre, tra bene e male. Con l’occasione vi ricordo che i primi 12 capitoli di Giovanni sono percorsi da due filoni: “luce”, appunto, e “vita”. E vi ricordo anche che fede nel vangelo significa credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Giovanni 12,20-33 è un brano più complesso di altri: Leggetelo. Io sottolineo alcuni punti. La morte è la “glorificazione” di Gesù, però, sia chiaro, la morte seguita dalla risurrezione. La piccola parabola del seme ha un grande significato teologico ma è anche un immediato insegnamento per noi. Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Il chicco di grano è Gesù. Ma Gesù subito aggiunge: Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Voi ormai conoscete la contrapposizione amare - odiare. Significa preferire, mettere al primo posto e viceversa! Io, quando sarò elevato (da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire. quando sarò elevato … ripetutamente Giovanni usa il verbo con una voluta ambiguità, innalzato in senso fisico sulla croce o elevato perché “glorificato”. Non a caso i latini traducono exalto. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma Gesù prosegue il cammino e a noi dice: Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Accogliendo questo invito, percorriamo le due settimane che ci separano dalla Pasqua e lasciamoci “attirare” da Gesù.

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Sommario

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Molta carne al fuoco Giovanni Morello

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Capitolo a Bose

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ISCRITTO AL TRIBUNALE DI ROMA Al n.° 6920/59 del 30/05/1959

Da una vita di frontiera a una vita senza frontiere Mario e Stefania Rizzoli Altro scautismo o scautismo oltre? Piero Milasi

La crisi economica richiede una risposta culturale ed etica Riccardo Della Rocca Sviluppo senza crescita Carla Collicelli

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Oltre la grande concentrazione Mauro Magatti

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XIV Incontro del Mediterraneo

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Padre Sevin verso la beatificazione Mimmo Sorrentino A Genova la “Luce di Betlemme” Guido Vinciguerra

Luce della Pace: da Betlemme a Latina Pasquale di Blasio, Massimo Ferrari A Foligno: tante lampade … una sola luce Maurizio Cipollone

La Comunità, le regole e … La fatica della democrazia Francesco Marchetti Pochi ma buoni … cattolici Ylenia Zaira Alfano

Una domenica nel pallone Maurizio De Polo

Quaresina: preghiera e purificazione d. Lucio Gridelli

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N° 1· Anno 54 Gennaio 2012

PERIODICO MENSILE DEL MASCI (MOVIMENTO ADULTI SCOUT CATTOLICI ITALIANI) DI EDUCAZIONE PERMANENTE, PROPOSTA E CONFRONTO

PRESIDENTE NAZIONALE: Riccardo Della Rocca SEGRETARIO NAZIONALE: Alberto Albertini DIRETTORE RESPONSABILE: Pio Cerocchi DIRETTORE: Giovanni Morello Via L. Micara 43 00165 Roma Tel. 06. 68193064 Fax 06. 68131673 Cell. 320. 5723138 - 339. 6541518 e-mail: giovanni.morello@artifexarte.it COLLABORANO IN REDAZIONE Giorgio Aresti Carlo Bertucci Paola Busato Bertagnolio Matteo Caporale Gaetano Cecere Carla Collicelli Paola Dal Toso Maurizio de Stefano Vincenzo Flavi Romano Forleo Dora Giampaolo Mario Maffucci Franco Nerbi Maurizio Nocera Mario Sica Sergio Valzania

REDAZIONE Via Picardi, 6 – 00197 Roma

GRAFICA Graphic Art Production Cristina Casamirra

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Chiuso in Redazione il 7 Febbraio 2012

QUESTO NUMERO È STATO SPEDITO DALL’UFFICIO POSTALE DI PADOVA CENTRALE IN DATA:

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Strade Aperte Febbraio 2012