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PAESE MIO Alla ricerca delle radici perdute

Nuova Serie 2


1ª edizione Aprile 2009 © 2009 Copyright EDIZIONI CINQUE TERRE Viale S. Bartolomeo, 169 - 19126 La Spezia Tel. 347-4431628 Internet: www.edizioni5terre.com E-mail: amministrazione@edizioni5terre.com Copertina: Interno Chiesa san Pietro Apostolo di Montebello di Bertona - Annunciazione. (Foto dell’autore) Progetto grafico: Salvatore Di Cicco Il simbolo della collana, Paese mio, è un disegno di Edy Duranti


Gabriele Falco

Montebello di Bertona

Il dialetto: come si parla, come si scrive

EDIZIONI CINQUE TERRE


Al paese di Montebello di Bertona, affinchĂŠ resti traccia della sua singolare parlata.

L’autore


Gabriele Falco

Montebello di Bertona - Il dialetto

Edizioni Cinque Terre

PREFAZIONE

Il principale motivo che mi ha spinto a occuparmi del dialetto di Montebello di Bertona risiede nell’impressione che di tale parlata, forse già sul finire del secolo appena iniziato, resterà poco o nulla, visto il suo inesorabile processo di declino il quale, avviatosi nella seconda metà del 1900, oggi è più che mai evidente. Ad agire in maniera determinante in tal senso sono state le generazioni avvicendatesi in questi ultimi sessant’anni. Generazioni che, avendo la possibilità (e la necessità) di passare più tempo al di fuori di questo piccolo centro dell’entroterra pescarese, e quindi di confrontarsi con dialetti sentiti come più raffinati o “cittadini”, a mano a mano, vittime inconsapevoli di un diffuso complesso di inferiorità, hanno cominciato ad adottare quelle parlate percepite come più civili. Non a caso, ancora fino a qualche decennio fa, un Montebellese che si esprimeva in un dialetto quanto più vicino a quella che è la koinè dell’abruzzese adriatico in generale, si sentiva dire dai compaesani che parlava “pulito”, cioè con un eloquio preso a modello da realtà urbane sentite come più prestigiose (è il caso, ad esempio, di quanti hanno riconosciuto come superiore al montebellese il dialetto di Pescara o di altri centri attorno a essa gravitanti). A tal proposito, è ancora ben viva, nella memoria del sottoscritto, la propria esperienza scolastica vissuta in una Scuola Superiore di Penne, cittadina nella quale confluivano (e tuttora confluiscono) studenti provenienti da diversi centri non esclusivamente afferenti al territorio della Comunità Montana Vestina; al cui interno, comunque, il vocalismo tonico del montebellese sembra essere unico, per la prevalenza dei suoni in “o” e soprattutto in “u”. Ogni volta che mi esprimevo nel mio dialetto si scatenava, immancabilmente, un’irrefrenabile e prolungata ilarità tra i miei compagni di scuola, ai quali sembrava inconcepibile che quello che per loro era “lu mandìlë” o “lu mandèlë” (= la tovaglia della tavola) venisse da me pronunciato: “mandùlë”. Inutile aggiungere che essi arrivavano, al colmo del divertimento, a farmi il verso storpiando la pronuncia di ogni vocabolo 7


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con l’aggiunta indiscriminata di “u”. Ad esempio, “la cimminìrë” (= la ciminiera) per loro diventava: “la ciummunùrë”; “lu caccinèllë” (= il cagnolino) “lu cuccciunùllë” e così via. Tuttavia devo dire che (salvo qualche rara volta), ho sempre continuato stoicamente!- a parlare nel mio dialetto, nei momenti e nelle situazioni in cui si poteva fare a meno dell’italiano. A distanza di tempo da quella mia esperienza (avuta tra il 1973 e il 1977), ho cominciato a percepire nettamente, nell’eloquio delle nuove generazioni (complice, forse, una lontananza sempre più prolungata da Montebello), una tendenza ad armonizzarsi, se così si può dire, con i dialetti delle comunità con le quali esse sono entrate in rapporto. E tale tendenza, allo stato attuale, è talmente viva e dinamica, che è sempre più facile sentir dire da un giovane montebellese “šìnë” (= sì) al posto del più schietto “šùnë”, o “prìmë” (= prima o primo) invece di “prùmë”. E non vengono risparmiate nemmeno espressioni proprie non solo del montebellese, ma dell’intera area della Comunità Montana Vestina, la quale subisce sempre più l’influenza del dialetto del capoluogo di provincia. Tipico è il caso del montebellese “t’òmë vå” e del vestino in generale “t’òmë vò” (= ti vogliono) che spesso, nella parlata dei giovani (e non solo), viene sostituito da “t’ànnë vò”, proveniente dal pescarese e dalla fascia costiera dell’Abruzzo adriatico in generale. Dunque, constatato che per il dialetto montebellese esistono serie probabilità di estinzione, mi sono sentito in dovere di salvare il salvabile affidandolo alla pagina scritta, affinché non vada del tutto perduta, in futuro, nella memoria della nostra piccola comunità, una caratteristica così fortemente identitaria come il dialetto autoctono. Non è giusto, in effetti, che una parlata come quella montebellese, in cui per secoli si sono espresse intere generazioni di questo piccolo lembo di terra abruzzese, scompaia senza lasciare traccia di sé. Certo, il compito che mi sono assunto non è stato agevole da assolvere; né è risultata esaustiva la trattazione dell’argomento. Ciò perché non è possibile stabilire (soprattutto ai tempi nostri, permeati da una circolazione di idee, lingue e linguaggi un tempo inimmaginabili e che contaminano e influenzano continuamente strumenti espressivi estremamente fluidi e mobili quali sono i dialetti) la purezza e le caratteristiche di un idioma con parametri assoluti e indiscutibili. Pertanto il dialetto montebellese qui descritto, in massima parte, è quello che ho ereditato, ascoltato e parlato io stesso nel corso dei miei cinquant’anni di vita. Un dialetto diverso da quello che si parlava cento o anche duecento anni fa; ma che in buona parte, rispetto all’attuale, risulta sicuramente più vicino alla parlata che si sarebbe potuta ascoltare dalle 8


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bocche dei nostri bisavoli e trisavoli. E questo sostanzialmente per il seguente motivo: il montebellese a cui faccio riferimento è soprattutto quello che ho avuto il privilegio di ascoltare e assorbire dai miei genitori e soprattutto dai miei nonni e dalle persone anziane, che certamente si esprimevano attraverso un eloquio più puro e incontaminato. Va poi tenuto presente, a proposito della purezza, un altro fattore: quello derivante dalla realizzazione non sempre univoca di determinati suoni vocalici, a seconda e di un certo soggettivismo tra i parlanti e della sua distribuzione areale. Capita, ad esempio, di ascoltare qualcuno che invece di pronunciare il suono “å” pronunci una “à” o una “ò”. È il caso di parole come “scuola” o “mondo”, che in montebellese dovrebbero essere pronunciate: “scålë” e “månnë” e che alcuni, invece, pronunciano o “scàlë” e “mànnë” o“scòlë” e “mònnë”. Ed è soprattutto il caso di aree in cui, quasi sistematicamente, la “ò” derivante da “è” italiana (tanto chiusa quanto aperta) viene articolata come una “å” in una zona e come un dittongo “uò” / “wò” (appena percepibile) in un’altra. Nella contrada del Farindolese (in direzione Nord-Ovest) si tende a pronunciare i vocaboli montebellesi “cazòttë” (= calzetta) e “canòštrë” (= canestro): “cazåttë” e “canåštrë”; nella frazione di Colasante (in direzione Sud-Est) gli stessi vocaboli si pronunciano (o meglio: si pronunciavano fino a qualche trentennio addietro; giacché attualmente tale tendenza, tra l’altro a suo tempo riscontrata solo nelle persone più anziane, sembra essere affatto scomparsa): “cazwòttë” e “canwòštrë” (anche se -è bene ripeterlo- questa sorta di dittongo era appena percepibile, soprattutto nella pronuncia del secondo vocabolo). Ora, però, è venuto il momento di dare voce, se così posso esprimermi, al dialetto montebellese, augurandomi di tutto cuore che il presente lavoro (il quale costituisce un modestissimo contributo alla conoscenza di un singolare aspetto di questo nostro amato piccolo centro vestino), possa essere percepito come punto di partenza e non d’arrivo per ulteriori e più approfondite ricerche.

Pordenone, Marzo 2009

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Un’immagine di Montebello di Bertona tra gli anni ’50 e ’60 del 1900.

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Prima parte

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NOTE ESSENZIALI DI FONETICA

Apparato fonatorio Insieme di organi, collocati dentro e fuori della bocca, che permettono la fonazione, cioè l’emissione di suoni che, a seconda del modo in cui vengono articolati e uniti tra loro, dànno luogo alle parole. Si rappresenta, di seguito, uno spaccato sagittale degli organi preposti alla fonazione.1

Tali organi si dividono in mobili (labbra, lingua, palato molle, detto anche velo) e fissi (denti, alvèoli, palato duro). La lingua e il palato, a loro volta, si dividono in: punta, dorso, radice la prima; prepalato, palato, prevelo, velo il secondo. Per quanto concerne il dorso della lingua, esso viene distinto in tre parti, corrispondenti al predorso o dorso anteriore, dorso vero e proprio (che occupa la parte centrale), posdorso o dorso posteriore. Per dare un’idea più precisa circa la suddivisione di palato e lingua, si riportano le seguenti due rappresentazioni: 1

Le immagini qui rappresentate sono state tratte e a volte elaborate dalle pagine 13, 14, 15, 29, 30, 31, di L. Canepari, Introduzione alla fonetica, Einaudi editore, Torino, 1979.

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Suddivisione del palato

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Suddivisione della lingua

Classificazione dei suoni I suoni linguistici si dividono in due classi: 1. vocali o vocoidi; 2. consonanti o contoidi. Le vocali sono suoni prodotti dall’aria espirata che, uscita dai polmoni, attraversa le corde vocali, mettendole in vibrazione, la faringe e il cavo orale senza incontrare alcun impedimento. Esse hanno la particolarità di poter essere prolungate per un certo tempo e assumono diverse caratteristiche foniche a seconda di come vengono mosse la lingua e le labbra (ad esempio, nella pronuncia della o, le labbra si arrotondano e si protendono leggermente in avanti, mentre la lingua, mantenendo la punta abbassata verso i denti inferiori, arretra di poco verso il velo palatale e innalza verso quest’ultimo la parte posteriore del dorso o posdorso). Le consonanti, a loro volta, sono dei suoni prodotti dall’interruzione del flusso espiratorio dell’aria in determinati punti dell’apparato fonatorio e con modalità diverse a seconda del suono articolato. Il flusso d’aria, cioè, può essere bloccato per un attimo dalla lingua che con il posdorso preme, toccandolo, contro il velo palatale (e in questo caso si produce il suono della consonante velare k di casa), o che con la punta preme la parte anteriore del palato (e in quest’altro caso produce il suono delle consonanti affricate č di cena e ǧ di gemma); può essere interrotto in maniera intermittente dalla 13


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punta della lingua che tocca, vibrando, gli alvèoli dei denti superiori (producendo, così, il suono della consonante vibrante r di rana); può essere ostruito in maniera parziale dalla punta della lingua che tocca il palato in prossimità degli alvèoli (producendo il suono alveolare laterale della l di lana), o dal mediodorso della lingua che preme contro il palato (producendo il suono palatale laterale ł di gli); può essere bloccato dai denti superiori che premono sulle labbra inferiori (producendo i suoni fricativi labiodentali f di fascio e v di vasca); può essere ostruito dalle labbra che si toccano e subito dopo si scostano (producendo i suoni occlusivi bilabiali p di piede e b di bianco). Il flusso d’aria, nella realizzazione dei suoni consonantici, insomma, può essere interrotto in diversi modi, ognuno dei quali dà luogo a un particolare suono. Per maggiori dettagli intorno all’argomento e all’apparato fonatorio, si rimanda alla lettura delle pp. 12-71 del volume: Introduzione alla fonetica di Luciano Canepari, Einaudi, Torino, 1979.

Gradi d’articolazione delle vocali toniche Le vocali vengono divise in: 1. anteriori; 2. centrali; 3. posteriori. Le vocali anteriori (chiamate anche palatali, perché vengono articolate in modo tale che il mediodorso della lingua si avvicini alla parte anteriore del palato, mentre la punta della lingua resta abbassata verso i denti inferiori), sono la e e la i; le centrali (chiamate anche palatali, perché vengono articolate tenendo la punta della lingua abbassata verso i denti inferiori e il mediodorso in posizione centrale, lievemente arretrato e alzato verso il palato), sono la a e i suoni che ne rappresentano le diverse sfumature; le posteriori (chiamate anche velari, perché sono articolate arretrando ancora di più la lingua e sollevandone la parte posdorsale verso il velo palatale, mentre la punta resta abbassata verso i denti inferiori) sono la o e la u.

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Le tre immagini rappresentano, rispettivamente, l’articolazione della A, della E, della O (la linea tratteggiata indica il limite al di sotto del quale vengono articolate le vocali, a seconda di come si eleva o si sposta orizzontalmente la lingua. Al di sopra di essa, invece, si producono le consonanti).

Il motivo della classificazione suddetta risiede nel fatto che all’interno del cavo orale (e più precisamente nella parte in cui interagiscono lingua e palato), i linguisti hanno individuato i punti estremi d’articolazione delle vocali. Una volta individuati i quattro punti estremi (i, u, æ, â)2, sono stati collegati da linee, le quali lasciano vedere il cosiddetto “trapezio fonetico”, in cui sono evidenti le posizioni più alte del dorso e del posdorso della lingua nell’articolazione delle quattro vocali prese in considerazione.

All’interno di questi punti estremi se ne possono individuare altri che dànno luogo a vocali con articolazioni (e quindi con suoni) differenti, a 2

Il suono rappresentato con æ dà conto della palatizzazione della a, che è caratteristica di molti dialetti italiani centro-meridionali del versante adriatico. Si pensi, a tal proposito, al teramano kænë (ital. cane), pronunciato, approssimativamente: kènë o kjànë. Quello rappresentato con â, invece, dà conto della sua faringalizzazione.

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seconda della posizione in cui vengono articolati. Il trapezio fonetico, infatti, viene suddiviso in tre fasce verticali, corrispondenti alle tre zone di articolazione: palatale o anteriore, prevelare o centrale, velare o posteriore.

Un’ulteriore suddivisione del trapezio fonetico in fasce orizzontali che partono dall’alto in basso, poiché rappresentano i gradi di elevazione della lingua all’interno del cavo orale, individua cinque aree rappresentanti le vocali alte, medioalte, medie, mediobasse, basse.

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Applicando questi procedimenti al dialetto montebellese, si può concludere che le sue vocali toniche sono sei (i, e, a, å,3 o, u), disposte secondo tre gradi di articolazione (alte, medie, basse).

3° grado

2° grado

1° grado

Articolazione delle consonanti Si suole suddividere le consonanti secondo un criterio che tiene conto dei loro modi di articolazione; dei modi, cioè, in cui l’apparato fonatorio modifica il flusso dell’aria espirato dai polmoni. Si hanno, così, i seguenti principali tipi di consonanti: 1. occlusive; 2. fricative; 3. affricate; 4. nasali; 5. laterali; 6. vibranti; 7. approssimanti.

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Å / å è la trascrizione grafica di un suono vocalico intermedio tra quello di a e quello di o. Nel pronunciarlo le labbra si dispongono come per realizzare una o molto aperta, mentre il dorso della lingua si avvicina alla zona del velo palatale. Per farsi un’idea su tale suono, si pensi a una rapidissima successione di o e a: våkkë (voàkkë) = bocca; cråčë (croàčë) = croce; tårë (toàrë ) = toro.

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Le occlusive bloccano momentaneamente il flusso d’aria mediante il contatto di due organi dell’apparato fonatorio. Esse possono essere: a. bilabiali, in quanto l’aria è bloccata dal contatto delle labbra superiori e inferiori che poi, scostandosi di colpo, producono un’esplosione. La p di pane e la b di bosco sono, rispettivamente, bilabiale sorda la prima (poiché l’esplosione dell’aria che fuoriesce dal cavo orale è più forte o intensa), bilabiale sonora la seconda (poiché l’esplosione dell’aria è più debole o attenuata);4 b. dentali, in quanto l’aria è bloccata dalla punta della lingua che tocca gli incisivi superiori alla loro base. La t di toro e la d di dito sono, rispettivamente, dentale sorda la prima e dentale sonora la seconda; c. velari, in quanto il posdorso della lingua tocca il velo palatino e blocca momentaneamente l’aria. La k di cane e la ĝ di gatto sono, rispettivamente, velare sorda la prima e velare sonora la seconda. A queste due consonanti va aggiunta la q di quadro, che risulta dalla rapida successione della velare k e della labiovelare w (womo = uomo), le quali sembrano formare un unico suono: quando = kwando. Le fricative producono una frizione dell’aria, che non venendo completamente bloccata dagli organi fonatori, fuoriesce in maniera forzata, producendo un suono caratteristico. Esse si distinguono in: a. labiodentali, quando gli incisivi superiori premono contro le labbra inferiori. La f di faro e la v di vespa sono, rispettivamente, labiodentale sorda la prima, labiodentale sonora la seconda; b. dentali, quando la punta della lingua si avvicina agli incisivi agli incisivi superiori, toccando, con la parte retrostante o corona, il palato in prossimità degli alvèoli e producendo un sibilo. s di seme e ś di rośa e sdentato sono, rispettivamente, dentale sorda la prima, dentale sonora la seconda; c. alveopalatali, quando il predorso della lingua entra in contatto con la zona palatale compresa tra gli alvèoli e il prepalato. La š di scena e la ş del francese şùr (= jour: giorno)5 sono, rispettivamente, alveopalatale sorda la prima, alveopalatale sonora la seconda; 4

Si precisa che la caratteristica della “sonorità”, in una consonante, implica la sua cantabilità, dal momento in cui alla realizzazione del suono partecipano anche le corde vocali, che conferiscono a esso una caratteristica vibrazione ignota alle consonanti forti o sorde, le quali, perciò, non sono cantabili. 5

La fricativa alveopalatale sonora solitamente viene rappresentata con il segno ž: bonjour = bonžùr.

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d. velari, quando il posdorso della lingua si innalza fino al velo palatino. In montebellese è presente la sola consonante sonora ĥ di ĥallë, corrispondente a una lenizione di ĝ (dall’italiano gatto si ha, in montebellese: ĥattë). Le affricate hanno caratteri che le avvicinano sia alle occlusive sia alle fricative. La loro articolazione, infatti, fa registrare un’iniziale occlusione e una successiva frizione dell’aria (sia l’occlusione che la frizione sono molto rapide, tanto da dare l’impressione di trovarsi di fronte a un suono unico). Esse possono essere: a. alveopalatali: z (= ts) di zappa e ź (= dś) di zàino sono, rispettivamente, alveopalatale sorda la prima, alveopalatale sonora la seconda. I suoni ts e dś segnalano l’occlusione (t – d) e la frizione (s – ś). b. palatali: č (= tš) di cena e ğ (= dş) di giorno sono, rispettivamente, palatale sorda la prima, palatale sonora la seconda. I suoni tš e dş segnalano l’occlusione (t – d) e la frizione (š – ş). Le nasali fanno sì che l’aria esca solamente attraverso il naso. Esse sono: a. bilabiali (m di mano); b. alveolari (n di nonno); c. palatali (ñ = gn di gnomo); d. velari ( ŋ di fango). Il suono nasale rappresentato con il segno ŋ si assimila ai suoni velari che precede e diventa, quindi, velare: fungo = fuŋĝo. Come ci si accorge pronunciando la parola fungo, la n non viene pronunciata come la dentale della parola nonno. La lingua, infatti, con il posdorso va a toccare il velo palatino, mentre la sua punta resta abbassata verso i denti inferiori. Le laterali arrestano il flusso d’aria mediante la lingua, che preme parzialmente contro il palato, per cui il suono è prodotto dall’aria che passa da uno o anche due lati della lingua. Esse sono: a. alveolari (l di lato); b. palatali: ł (= gl di aglio). Le vibranti sono ottenute mettendo in vibrazione un organo mobile contro un altro. La punta della lingua (come avviene in italiano e in montebellese), premendo contro gli alvèoli in maniera tale da essere scostata a più riprese dall’aria espirata, produce la vibrazione che dà luogo al suono caratteristico della r di ramo. 19


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Le approssimanti sono delle consonanti che si avvicinano, come articolazione, alle vocali i e u, che per questo motivo vengono chiamate anche semivocali o semiconsonanti. Esse sono: a. palatali: j di ieri. Questo suono viene articolato in maniera piÚ debole della ł di aglio. b. labiovelari: w di uomo. Questo suono viene articolato non solo innalzando il posdorso della lingua in direzione del velo, ma anche arrotondando le labbra fino a lasciare un’apertura molto stretta.

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IL DIALETTO MONTEBELLESE

La parlata montebellese, così come gli altri dialetti della nostra penisola, è una filiazione del latino, di cui conserva la stragrande maggioranza del patrimonio lessicale e particolari espressioni. La sua derivazione latina è evidente, ad esempio, nelle parole panë (lat. PANEM), lettë (lat. LECTUS), nottë (lat. NOCTEM), murë (lat. MURUS), rimaste, come si può vedere, praticamente immutate. Naturalmente quando si parla di lingua latina ci si riferisce non certamente a quella classica (scritta, cioè, da Cesare e Cicerone, tanto per capirsi), bensì al cosiddetto SERMO VULGARIS, che già in epoca classica (III secolo avanti Cristo – I secolo dopo Cristo circa) si distingueva nettamente dalla lingua colta; così come oggi c’è distinzione tra italiano colto e dialetto, se è lecito fare tale paragone. Accanto al latino letterario, usato dagli scrittori e dalla gente di cultura, vi era, infatti, il latino parlato, impiegato dal popolo. Questa lingua parlata assumeva diverse sfumature, dipendenti dalle persone che la usavano. Si potevano quindi distinguere un SERMO MILITARIS, un SERMO PLEBEIUS, un SERMO RUSTICUS e via dicendo, che avevano caratteristiche adeguate alla cultura di chi li parlava: dai militari al popolino agli abitanti delle campagne. Tuttavia latino scritto e latino parlato non erano lingue completamente diverse l’una dall’altra, bensì due diverse maniere di esprimersi: elegante e controllato il primo, semplice e spontaneo, e perciò più incline a subire trasformazioni il secondo. Si pensi, per esempio, a parole come BUCCA o COXA, che in latino colto significavano rispettivamente “guancia” e “anca” e in latino volgare avevano già assunto lo stesso significato che hanno sia nell’italiano che nei dialetti d’Italia e quindi anche nel montebellese: “bocca” e “coscia” (montebellese: våkkë e kossë). Questi mutamenti, accentuatisi in maniera particolare dalla caduta dell’impero romano d’occidente in poi, hanno dato vita alle cosiddette lingue neolatine o romanze e ai dialetti italiani, i quali ultimi possono essere così suddivisi: 21


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1. SETTENTRIONALI

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2. CENTRO-MERIDIONALI

A. centro-nord a.

b.

c.

3. MERIDIONALI

B. centro-sud

gallo-italici

a.

pugliese meridionale o salentino

calabrese

a.1 – toscani

b.1 - lazialeumbromarchigiano meridionale

a.2 - lazialeumbromarchigiano settentrionale

b.2 – abruzzese

b.

b.3 – molisano

centromeridionale

veneti

ladino

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b.4 – campano b.5-pugliese centrosettentrionale d. friulano

c. b.6 – lucano b.7-calabrese centrosettentrionale b.8 - sardo settentrionale b.9 - sardo centromeridionale

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siciliano


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La linea La Spezia – Rimini (che come si vede si allunga piÚ a sud della cittadina romagnola), indicata dalla freccia, divide i dialetti gallo-italici da quelli centro-meridionali.

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N.B. Lo specchietto e la cartina tengono conto della classificazione fatta dal Diez nell’Ottocento e ripresa nel 1970 dal Pellegrini. In tale classificazione venivano considerate solo quelle lingue che, per il loro elevato grado culturale, sono diventate anche lingue nazionali, mentre venivano esclusi il ladino e il sardo, che a parere del Pellegrini rientrano nel cosiddetto italoromanzo,* poiché si deve tener conto <<della posizione politico-culturale degli idiomi; da questo punto di vista dialetti o lingue minori come il sardo o il friulano riconoscono come lingua di cultura l’italiano, e perciò vanno inclusi nel panorama dell’Italia dialettale e della storia linguistica italiana>> (F. Bruni, L’italiano – Elementi di storia della lingua e della cultura – Testi e documenti. UTET, 1984 – ristampa 1996. Pag. 244). Qui, seguendo un criterio di collocazione geografica e non certo linguistica, sono stati inclusi tra gli idiomi settentrionali il ladino e il friulano e tra quelli centromeridionali il sardo. - - - - - - - - - - - - *

Per lo studioso le varietà fondamentali dell’italo-romanzo sono le seguenti: 1) toscano; 2) friulano; 3) sardo; 4) dialetti settentrionali (a Nord di La Spezia-Rimini); 5) dialetti centromeridionali (Sicilia inclusa), a Sud della linea La Spezia-Rimini. Cfr. AIS (J. Jud – K. Jaberg, Sprach – und Sachatlas Italiens und der Südschweiz = Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale. Zofingen, 1928-40, volumi 8.

Ora, all’interno di un tale sistema, in cui il dialetto abruzzese vero e proprio (annoverato tra i dialetti centro-meridionali) si presenta distribuito in due varietà definite, rispettivamente, abruzzese occidentale e abruzzese orientale, il montebellese è da assimilare a quest’ultimo, di cui condivide i tratti caratterizzanti che saranno esposti dopo aver dato conto, seppur succintamente, della complessa situazione linguistica presente sul territorio abruzzese. In esso, infatti, vengono in primo luogo individuati due dialetti fondamentali: 1. l’aquilano (considerato una varietà romanza), di impronta sabina e facente parte dei cosiddetti dialetti italiani centrali (nella fattispecie, buona parte del Lazio orientale e la zona reatina, l’Umbria sudorientale e le Marche centro-meridionali);

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2. l’abruzzese vero e proprio,6 appartenente al gruppo <<(alto)meridionale>> (U. Vignuzzi), il quale a sua volta viene diviso in due varietà: a) abruzzese occidentale; b) abruzzese orientale. Il primo è chiamato anche “abruzzese della montagna”, poiché è diffuso nella parte interna della regione, montuosa, e include le aree marsicana, peligna, dell’alto Sangro e del chietino occidentale. Il secondo è denominato anche “abruzzese della costa”, poiché è parlato nella zona costiera e si distribuisce nelle aree del teramano, del pescarese, della provincia orientale di Chieti, toccando il lancianese e arrivando fino a Vasto.7 L’area occupata dall’abruzzese costiero o adriatico viene definita come <<molto “ricca” di zone linguistiche, che costituiscono veri e propri subdialetti […] o sacche linguistiche […]>>.8 Secondo il Giammarco, che individua nell’abruzzese occidentale <<caratteri del latino ‘urbano’>> e in quello orientale <<elementi del latino ‘rustico’>>,9 <<La differenza nasce dal tipo di colonizzazione: la regione adriatica abruzzese ospitò numerosi ‘coloni’ romani, che si stanziarono nei due centri Hatria e Interamna, 10 come confermano gli oltre quattrocento toponimi ‘prediali’, quasi assenti nell’area occidentale. Questa, invece, si urbanizzò per tempo e dette a Roma poeti come Ovidio e Silio Italico, e storici come Sallustio>>.11 Lo studioso, inoltre, riconosce nella nascita di un

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<<I confini tra le due aree sono segnati da una linea che parte da [ Assergi e ] Camarda, tocca Paganica [ lasciandola ad occidente, poi include Onna e S. Gregorio ] e raggiunge S. Felice d’Ocre.>> U. Vignuzzi, Gli Abruzzi e il Molise, in L’italiano nelle regioni (Lingua nazionale e identità regionale), a cura di F. Bruni, UTET, TO, 1992, p. 595. 7 Il Vignuzzi (Op. cit., p. 596) preferisce però parlare del teramano, del pennese e del vastese come varietà che <<si àncorano al gruppo adriatico>>. Una diversa distinzione individua un territorio aquilano e un territorio abruzzesemolisano. Quest'ultimo viene suddiviso in tre zone: l'area costiera, compresa tra Chieti e Teramo, l'area interna, compresa tra l'Aterno e il Sangro, l’area della Maiella, comprendente San Vito, Vasto e l’intero Molise. Cfr. Italiadonna (Internet). 8 Vignuzzi (Op. cit., p. 596). 9 E. Giammarco, L. E. A. (Lessico Etimologico Abruzzese), vol. V del D. A. M. (Dizionario Abruzzese e Molisano), Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1985, pag. XVI. 10 HATRIA = Atri; INTERAMNA = Teramo. 11 E. Giammarco, Op. cit.

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“latino regionale abruzzese” <<la radice della formazione dei due gruppi, orientale e occidentale>>.12 Nella seguente cartina si è cercato, per quanto possibile, di dare una rappresentazione (geo)grafica della distribuzione delle varietà dialettali abruzzesi. Bisogna però avvertire che essa non ha, né può avere, la pretesa di essere rigorosamente scientifica, ma è necessariamente approssimativa e arbitraria, in quanto si basa sul solo tentativo di interpretazione del testo e delle note esposte nelle pagine precedenti.

In rosso è stato indicato l’aquilano, in marrone l’abruzzese occidentale, in verde l’abruzzese orientale. Il montebellese e il pennese, dialetti che hanno diversi tratti in comune, sono stati colorati in arancione. E con lo stesso colore andrebbero evidenziate altre zone contigue non solo ai due centri vestini, ma anche a una parte del territorio teramano, visto che nei dialetti ivi compresi emergono non poche affinità. Tuttavia, non disponendo di dati certi che potrebbero derivare solo da una meticolosa e capillare indagine sul campo, è parso opportuno non avventurarsi in descrizioni che finirebbero per configurarsi come fantasiose e quindi fuorvianti. La linea gialla evidenzia i confini tra le quattro province abruzzesi.

12

E. Giammarco, Op. cit.

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Il dialetto montebellese, che come si è detto è collocabile all’interno della varietà orientale dell’abruzzese, si àncora in maniera particolare a diverse parlate del teramano e, per quanto concerne la provincia di Pescara, al pennese. Forse più esattamente si potrebbe classificare come un dialetto pennese montano appartenente al gruppo definito “vestino orientale”, con notevoli transizioni tra il tipo vestino afferente alla provincia di L’Aquila e il teramano.13 A ogni modo, le principali peculiarità che fanno annoverare il montebellese tra i dialetti centro-meridionali sono: 1. la finale indistinta (detta anche schwa) ë 14, la quale ricorre anche all’interno della parola, al posto delle vocali àtone (pane = panë / ramo = ramë // asino = àsënë / albero = àlbërë); 2. il trattamento dei suoni b e v15, che si realizza nei seguenti modi:

a. a inizio di parola b- può raddoppiarsi (BESTIAM > bbištië) o mutarsi in v- ( BARBAM > varvë);16

13

Si veda anche quanto viene osservato alla voce: “Dialetti d’Abruzzo” di WIKIPEDIA, l’enciclopedia libera (http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_d'Abruzzo#Fonetica), ove si si parla di un <<Abruzzese adriatico, relativamente omogeneo fino alla dorsale appenninica, parlato nel grosso delle province di Teramo, Pescara e Chieti, che presenta le maggiori differenze nel campo della pronuncia vocalica, al punto che può essere ulteriormente suddiviso in: Teramano, Pescarese-Pennese (entrambi a vocali aperte), Chietino occidentale (con isocronismo sillabico completo), Chietino orientale, Lancianese e Vastese, (con isocronismo parziale)>>. 14

Si tratta di un fenomeno secondo il quale le vocali àtone finali o nel corpo della parola vengono conguagliate nella cosiddetta vocale centrale indistinta, qui rappresentata con il segno ë, e pronunciata, all’incirca, come la e finale del francese “Monde” = Mondo. 15

A tal proposito, si avverte che non è parso opportuno ascriverere le sopraelencate trasformazioni interamente al fenomeno del “betacismo”, secondo il quale b e v, nei dialetti meridionali, tendono a essere confuse e scambiate. 16

Il segno > posto tra due parole indica che il vocabolo di destra deriva da quello di sinistra. Il segno < indica che il vocabolo di sinistra deriva da quello di destra.

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b. -b- e -v- intervocaliche possono essere indebolite nel suono spirante -w- (CUBARE > kuwà -ital.covare- / JUVENIS > ğğåwënë -ital. giovane-); o dar luogo al suono doppio -bb- ( HABITARE > abbità);

c. a inizio di parola e precedute dalla preposizione latina AD, dà luogo ugualmente al suono doppio -bb- (AD VIARE SE > abbijàrësë ital. avviarsi-);

d. -b- nel corpo della parola, se preceduta da r, in molti casi dà luogo a -v- (carbone > karvånë / erba > jervë). 3. l’assimilazione di -nd- e -mb- intervocaliche:17 mondo = månnë / gamba = ĥammë (anche se non mancano esempi in cui tali nessi si scempiano. A tal proposito, si considerino le parole sdrucciole fånëkë = fondaco / sùnëkë = sindaco / kùnëčë = quindici / ùnëčë = undici; le quali presentano, comunque, lo stesso fenomeno anche nei loro seguenti derivati ad accentazione piana: funakòttë = fondachetto / sinikùččë = sindacuccio / kuničùnë18 = quindicina / uničùnë = undicina ); 17

I linguisti attribuiscono questo fenomeno al sostrato osco-umbro, secondo il quale i nessi consonantici nd e mb nei dialetti centro-meridionali si trasformano, per assimilazione progressiva, in nn e mm (candela = cannela; colombaccio = palommaccio). Un simile risultato risentirebbe di fenomeni anteriori al processo di latinizzazione dell’Italia centromeridionale. In parole povere, un preesistente linguaggio di matrice osco-umbra avrebbe fatto sì che nd e mb si trasformassero in nn e mm. Il fenomeno, secondo la maggior parte dei linguisti, <<ha un preciso riscontro>> nell’osco upsanna (lat. OPERANDA) e nell’umbro sakrannas (lat. SACRANDAE). <<Anche la sua distribuzione geografica>> coinciderebbe, grosso modo, <<con l’area d’insediamento osco-umbro>>. Cfr. F. Bruni, L’italiano – Elementi di storia della lingua e della cultura – Testi e documenti. Parte seconda, cap. V, pag. 265 - UTET, 1984 (ristampa 1996). Lo studioso prosegue: << [ … ] si è dimostrato che l’assimilazione si è irradiata dall’Italia centrale e si è estesa verso il Sud in epoca tardomedievale (Vàrvaro, 1979)>>. Vi è, tuttavia, qualche caso in cui oggi il nesso -nd- tende a essere conservato (come nel caso di “quando” = quàndë; che però le persone più anziane continuano a pronunciare quannë). 18

Nel montebellese odierno si hanno, più spesso, le forme qwùnëčë e quiničùnë.

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4. il passaggio del nesso -ld- a -ll- (caldo = kallë); 5. la presenza della metafonia delle vocali toniche;19

6. l’epèntesi, cioè l’inserzione, in un gruppo di suoni, di un elemento che non ha una giustificazione etimologica, ma essenzialmente fonetica (ess.: bbalikånë da “balcone”; falikånë da “falcone”; sparivìrë da “sparviero”).

19

Per la spiegazione di questo complesso fenomeno si rimanda alla parte dedicata al vocalismo tonico del montebellese.

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Unâ&#x20AC;&#x2122;immagine di Montebello di Bertona nella seconda metĂ  degli anni â&#x20AC;&#x2122;90 del 1900.

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INDICE - Prefazione

Pag. 7

Prima parte - Note essenziali di fonetica - Il dialetto montebellese . Il consonantismo . Il vocalismo

Pag. 11 Pag. 12 Pag. 21 Pag. 31 Pag. 41

Seconda parte - Elementi di grammatica montebellese - Pronuncia dei principali suoni adottati - Morfologia / Parti variabili . Articoli . Nomi . Pronomi . Aggettivi . Verbi - Note di sintassi . Parti invariabili . Avverbi . Congiunzioni . Preposizioni . Interiezioni

Pag. 65 Pag. 65 Pag. 66 Pag. 72 Pag. 72 Pag. 73 Pag. 78 Pag. 84 Pag. 96 Pag. 107 Pag. 114 Pag. 114 Pag. 124 Pag. 127 Pag. 130

Terza parte - Vocabolarietto essenziale - Alcuni nomi di animali - Alcuni nomi di piante - Modi di dire - Espressioni particolari - Proverbi e motti vari - I nomi di persona in montebellese

Pag. 133 Pag. 135 Pag. 158 Pag. 163 Pag. 168 Pag. 175 Pag. 179 Pag. 181

Pag. 215 Quarta parte - Testi di letteratura latina e italiana tradotti in Pag. 215 dialetto montebellese 253


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