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EDIZIONI CINQUE TERRE

Gabriele Falco, nato nel 1957 a Montebello di Bertona (Pescara), laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Napoli, insegna Italiano e Storia presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Odorico Mattiussi” di Pordenone. Dal 1986 al 1990 ha collaborato con il quotidiano abruzzese “Il Centro” e i periodici “Corriere Vestino” e “Fiscellus” di Penne (Pescara). Nel 1990 ha pubblicato Pi’ rrite, pi’ pplagne (Per ridere, per piangere), raccolta di poesie in vernacolo abruzzese, mentre nel 1997 ha dato alle stampe una Breve storia del suo paese d’origine, ripubblicata in veste aggiornata nel 2003 con il titolo di Cenni storici su Montebello e sul Castello di Bertona. Nel febbraio del 1999 ha pubblicato il romanzo per ragazzi Uruk, ragazzo del Paleolitico e nel giugno del 2000 Storie Vestine, una raccolta di racconti ambientati prevalentemente nel paese natale. Nel 2003 ha pubblicato un breve romanzo, La licenza (la cui prima stesura, risalente al 1992, aveva il titolo provvisorio di Fatti di provincia), in cui viene rappresentato un frammento della società italiana nell’immediato secondo dopoguerra. Nel 2005 ha pubblicato Montebello di Bertona. Storia - Dalle origini alla fine del Regno d’Italia. Ora l’autore presenta Lettere ai “cattivi”, una raccolta epistolare indirizzata a dei soggetti tradizionalmente ritenuti negativi. Tutte le opere di Gabriele Falco sono edite dalle Edizioni Cinque Terre.

Lettere ai ÒcattiviÓ

Lettere ai ÒcattiviÓ

Chi sono i cosiddetti “cattivi”, a cui sono rivolte le lettere raccolte nel presente volumetto? E in quale contesto e come si sarebbe evidenziata o si evidenzierebbe la loro “cattiveria”? E che differenza c’è tra un cattivo senza virgolette e un “cattivo” con le virgolette? Proprio in seguito a quest’ultima domanda sono state scritte le Lettere ai “cattivi”; indirizzate non ai cattivi senza virgolette (coloro i quali, cioè, malvagi sono stati e sono davvero), ma ai “cattivi” con le virgolette. Le quali ultime, racchiudendo il vocabolo cattivi, evidenziano, non senza una punta polemica, un atteggiamento se non di condanna almeno di critica nei confronti di un MODUS IUDICANDI ingiusto perché frettoloso, estemporaneo e, in qualche caso, anche di parte.

Gabriele Falco

VERNAZZA Collana di saggistica

Gabriele Falco

EDIZIONI CINQUE TERRE


VERNAZZA Collana di saggistica 14


1ª edizione: Aprile 2007 © 2007 Copyright EDIZIONI CINQUE TERRE Viale S. Bartolomeo, 169 - 19126 La Spezia Tel. 347-4431628 Internet: www.edizioni5terre.com E-mail: amministrazione@edizioni5terre.com

Copertina: foto dell’autore 4ª di copertina: Vernazza, disegno di Edy Duranti.


Gabriele Falco

Lettere ai ÒcattiviÓ

EDIZIONI CINQUE TERRE


Ai “cattivi” di ogni tempo


Prefazione

Il vocabolo italiano cattivo, con il quale si suole indicare una persona malvagia, secondo i più deriverebbe dall’espressione del latino medioevale (cristiano) CAPTIVUS DIABOLI (= prigioniero del diavolo). Con essa, quindi, si intendeva sottolineare che chi agiva in maniera non retta e non buona lo faceva perché era sotto l’influsso o il dominio del diavolo. Con il tempo il sostantivo DIABOLI cominciò a essere sottinteso, perché l’aggettivo CAPTIVUS (e in seguito CATTIVU > CATTIVO), anche se usato da solo, veniva inteso correttamente da tutti. Ciò fece sì che il vocabolo, oltre a essere impiegato come aggettivo (cattivi pensieri; uomo cattivo), venisse usato anche come sostantivo (i cattivi sono ovunque). E fin qui la storia del vocabolo. Ma, per quanto concerne la cosiddetta cattiveria, la quale viene attribuita a determinati individui poco raccomandabili, chi può dire che essa non sia, in molti casi, il frutto di giudizi sommari e sbrigativi che vengono formulati su persone che agiscono o hanno agito in maniera non conforme a una morale e un MODUS VIVENDI codificati a immagine e somiglianza di un certo tipo di società? E chi può ritenere infallibile, con assoluta certezza, un giudizio formulato da altri (del passato e del presente) intorno a degli individui che avrebbero agito o agirebbero in maniera discutibile? Chi erano e chi sono, in realtà, i cosiddetti “cattivi” a cui sono

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rivolte le lettere raccolte nel presente volumetto? E in quale contesto e come si sarebbe evidenziata o si evidenzierebbe la loro “cattiveria”? E che differenza c’è tra un cattivo senza virgolette e un “cattivo” con le virgolette? Già, che differenza passa tra un cattivo senza virgolette e un “cattivo” con le virgolette? Ecco: proprio in seguito a quest’ultima domanda sono state scritte le Lettere ai “cattivi”; indirizzate non ai cattivi senza virgolette (coloro i quali, cioè, malvagi sono stati e sono davvero), ma ai “cattivi” con le virgolette. Le quali ultime, racchiudendo il vocabolo cattivi, evidenziano, non senza una punta polemica, un atteggiamento se non di condanna almeno di critica nei confronti di un MODUS IUDICANDI ingiusto perché frettoloso, estemporaneo e, in qualche caso, anche (ahimè!) di parte. L’AUTORE

Pordenone, Aprile 2007

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A Ovidio*

Caro Ovidio, pensando a te non si può fare a meno di considerare che se tra i “cattivi” ce n’è uno che ha pagato a caro prezzo il fio delle sue “malefatte”, quello sei tu. Perciò mi sono sentito spinto a scriverti queste due povere righe che certamente non mancheranno di farti arricciare il naso, raffinato ed elegante cultore della parola quale sei; ma che forse potranno darti un po’ di sollievo e consolazione, dato che ti giungono da un lembo di quella terra da cui fosti costretto ad allontanarti e dato che a scrivertele è un tuo conterraneo, sebbene non di stirpe peligna ma vestina. Spero che vorrai perdonare questa persona comune e figlia di una volgarissima età, la quale ha ardito rivolgersi a un intellettuale di chiara rinomanza come te usando un tono e una persona così confidenziali. Ma – credimi – non ho saputo resistere alla tentazione di farlo, poiché mi sento molto vicino a te (SI PARVA LICET COMPONERE MAGNIS), che hai vissuto l’amara esperienza della solitudine in terra straniera e tra

* Publio Ovidio Nasone (Sulmona /AQ/, 43 a. C. – Tomi /Romanìa/, 17– 18 d. C.) - Poeta latino autore di opere di squisita e raffinata fattura. Fu uno degli animatori più popolari e celebrati della vita mondana romana. Ma nell’8 d. C., non si sa bene in seguito a quali fatti e per quali motivi, l’imperatore Augusto lo allontanò dall’Urbe, esiliandolo a Tomi (oggi Costanza), un lontano e oscuro villaggio della Dacia (l’odierna Romanìa) posto sul Mar Nero. Qui il poeta sulmonese trascorse tristemente la restante parte della sua vita, nella vana speranza di essere richiamato a Roma.

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“straniere genti”. Quindi posso provare a immaginare quali siano stati la tua angoscia e il tuo tormento nel vederti lontano da quella patria che costituiva la tua stessa ragione di vita. Certo la mia vicenda non è paragonabile alla tua neppure per sogno, dal momento che sono sì lontano anch’io dalla mia terra, ma pur sempre in Italia e per mia scelta (beh, fino a un certo punto per mia scelta!); senza contare che tutte le volte in cui mi è possibile torno là dove è, perennemente, il mio cuore. Tu, invece, fosti strappato con brutalità dai luoghi a te cari e familiari nei quali, per di più, ti fu negato di tornare; cosicché ti toccò chiudere gli occhi stanchi di piangere in un remoto villaggio dell’impero, solo e dimenticato da quella Roma che pure avevi celebrato in versi di stupenda fattura. Tu fosti cacciato con ignominia dalle ridenti contrade italiane senza tanti complimenti, senza alcuna pietà, senza che ti fosse concesso il minimo tentativo di difesa. E per quali motivi, alla fin fine? Per quali colpe? Tu stesso hai parlato di un CARMEN e di un ERROR, e a proposito di quest’ultimo hai ribadito che esso non è certo la CULPA di cui ti si accusava. Quanto al CARMEN, non si è ben capito se si tratta di un componimento licenzioso o di una pratica magica.1 Tutt’e due, in ogni caso, dovranno essere stati estremamente invisi alla corte, considerata l’insolita severità dimostrata nei tuoi confronti da Augusto e la caparbietà di Tiberio nel voler continuare a far rispettare la volontà del suo predecessore. 1 - Qualcuno sostiene che Ovidio si sarebbe “dedicato ad attività di divinazione per conoscere il futuro del principe” (Augusto). Cfr. P. Grimal, La letteratura latina, traduzione di Ninetta Zandegiacomi, p. 68. In “Il sapere”, enciclopedia tascabile Newton (TEN, 19/2/1994).

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Il pretesto ufficiale per condannarti all’esilio, tuttavia, fu dato dall’«immoralità» delle tue poesie, «poco consone al clima ufficiale di restaurazione dell’antico costume voluto da Augusto».2 E pensare che nella vita di tutti i giorni sei stato, a quanto alcuni scrivono, un «marito modello» (nonostante due divorzi alle spalle); dotato, però, di molta immaginazione. Alla fine dei conti, opere come l’ARS AMANDI E I REMEDIA AMORIS sarebbero «piccoli libri ironici che non meritano l’indignazione da essi suscitata». Tu non avresti «fatto altro che mettere insieme, nella forma di trattati parodici, ciò che si pensava e si diceva nella società elegante romana». Le graziose creature di cui parli «sono “cortigiane”, nella maggior parte dei casi liberte o ragazze di oneste famiglie che si sono date a questo genere di esistenza per scelta. Certo, non si tratta di onorevoli “madri di famiglia”». Tu conosci «i loro problemi e le preoccupazioni del loro vivere quotidiani, ne parli con accenti di verità e di simpatia».3 Ma se le cose stavano così perché tanta sollecitudine e inflessibilità nel condannarti, da parte del Divo Augusto; e perché – soprattutto – tanto zelo anche del suo successore Tiberio nel rispettare la volontà di un altro CAESAR? Perché tanto accanimento nei tuoi confronti? Nei confronti, per giunta, di un uomo ormai avviato verso la senilità? Molti pensano che tu sia rimasto impelagato in un imperdonabile scandalo scoppiato a corte e in cui pare che fosse stata trascinata, addirittura, la figlia (o la nipote) dell’imperatore stesso. Certo, se le cose saranno andate così, è chiaro 2 - Cazzaniga-A. Grilli: Storia della letteratura latina, Signorelli, Milano, 1972, p. 261. 3 - P. Grimal, op. cit., p. 67.

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che non poteva esserci scampo per te, poiché avresti gettato nel fango la famiglia imperiale stessa, la famiglia di quell’Augusto che aveva deciso di bandire una campagna di moralizzazione senza precedenti e che quindi richiedeva dei provvedimenti esemplari che rimanessero ben impressi nelle menti dei Romani (senza contare che uno scandalo di corte avrebbe potuto rivelarsi pericolosissimo e che perciò andava immediatamente soffocato, prima che la plebaglia ne avesse il minimo sentore). E per condurre un’efficace battaglia contro il malcostume e la corruzione non bastava prendersela solo con la gente comune, bensì arche con persone bene in vista, ritenute intoccabili e che proprio in grazia della loro posizione erano portate a commettere arbìtri e sconcezze di ogni genere, danneggiando così l’immagine dell’Intelligencija che l’imperatore stava faticosamente costruendo e di conseguenza mettendo in pericolo l’esistenza dello stesso Stato da poco sorto e ancora incerto sulle gambe. Forse non si erano ancora sopiti, dopo circa quarant’anni, i rancori che avevano determinato la sanguinosa battaglia di Azio; né i nostalgici della repubblica, i quali di fronte alla minaccia della dittatura non avevano esitato a ordire una mortale congiura contro Giulio Cesare, si erano messi il cuore in pace. La situazione a Roma era quanto mai fluida e gravida di tensioni e malcontenti. In tale contesto dovevano essere proprio gli uomini che rappresentavano il regime – a tutti i livelli – a dare al popolo quell’esempio di integrità morale, coscienza del dovere, attaccamento alle istituzioni senza il quale sarebbe venuto a mancare il consenso necessario a ogni tipo di governo. Le prepotenze della classe politica al potere, il non rispetto delle leggi da parte di quelle stesse persone che le impon-

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gono, creano disaffezione verso lo Stato, malcontento; e inducono, prima o poi, alla sedizione. Poteva Cesare Ottaviano volere ciò? No di certo! E allora moralizzazione a ogni costo, a cominciare dagli “intoccabili”; così che i futuri quadri dirigenti sapessero in che modo comportarsi e che il popolo potesse vedere, in ciò, il senso di giustizia da cui era animato il PRINCEPS! E in quel momento chi era, a Roma, il maggior rappresentante della licenziosità, della dissolutezza, dell’inverecondia? Chi era il più ammirato e anche invidiato personaggio della Roma aristocratica, raffinata, colta, la quale viveva più di notte che di giorno, tra gozzoviglie e festini più o meno osceni? Chi era il maestro riconosciuto, il vate, la guida del “popolo della notte” dell’Urbe, se non l’autore dell’ARS AMANDI? E allora «dagli all’untore!», addosso a chi andava propagando a tutto spiano il pestifero morbo dell’indecenza, APERTIS VERBIS e senza il minimo ritegno. Perciò via Publio Ovidio Nasone via il “contagio”. Così tutti avrebbero visto che il buon Ottaviano, quando si trattava di passare la striglia, non faceva sconti a nessuno, nobile o plebeo che fosse, ricco o povero, esteta o zoticone. L’immagine dello Stato severo con i reprobi, paterno con i meritevoli e quindi credibile perché sempre imparziale e presente era salva, e chi lo rappresentava era più che mai saldo sul trono. E soprattutto era salvo il decoro della famiglia imperiale, sempre che sia vera la faccenda della figlia o nipote di Augusto. Sai quanti nemici del Divo sarebbero stati ben lieti di ascoltare (pagandoti lautamente, o blandendoti in ogni possibile modo) le tue piccanti confidenze intorno a quel caso? Più di una battaglia politica è stata vinta grazie a questioni

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di letto o comunque sia legate a una donna. Non a caso ai miei giorni, negli Stati Uniti d’America, ogni volta che ci sono le elezioni presidenziali scoppia, immancabilmente, uno scandalo “rosa” intorno a uno dei candidati alla Casa Bianca. La qual cosa più di una volta sortisce l’effetto desiderato: rovinare l’immagine di uomo integerrimo e moralmente affidabile che l’aspirante premier si è faticosamente costruita e di conseguenza compromettergli il buon esito delle elezioni. Scusami se qualche volta faccio riferimento a realtà sociali e politiche a te completamente sconosciute, ma – cosa vuoi che ti dica? – mi lascio prendere talmente la mano da certi discorsi, che mi viene naturale fare degli esempi tratti dalla realtà che mi circonda. A tal proposito, anzi, devo confessarti pure che non posso impegnami a non parlare di un modello sociale profondamente diverso da quello da te conosciuto, poiché d’ora in avanti, per poter portare a compimento questa mia povera lettera, avrò bisogno di scrivere – purtroppo! – proprio della mia epoca e di quanto in essa avviene. Consòlati, se non altro potrai almeno renderti conto di quanti progressi siano stati fatti dall’uomo, nel suo cammino verso la “civiltà” (e segnatamente dai discendenti degli antichi abitatori d’Italia) e di quanto tu sia stato “cattivo” nel comportarti come ti sei condotto. Potrai vedere, inoltre, come sia stato giusto, avveduto e lungimirante Augusto nell’infliggerti il castigo dell’esilio. Infatti egli, prendendo un tale provvedimento nei tuoi confronti, ha dato un esempio ai posteri, intuendo che essi avrebbero costruito una società fondata su valori assolutamente irrinunciabili per un uomo di questo nome. Valori come l’integrità e la pulizia morale, la decenza, il decoro, la misura, la cortesia, la

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dignità, la tolleranza, l’umiltà. Tutte parole che al giorno d’oggi godono di grande considerazione.Tutte virtù le quali vengono immancabilmente premiate e incessantemente elogiate, poiché costituiscono le fondamenta sulle quali poggia la nostra “civiltà”. Oggi tutti, ma proprio tutti, hanno assorbito (e continuano a farlo) un modello di vita basato sul possesso di tali qualità grazie alla scoperta e allo sviluppo di tecniche rivoluzionarie nel campo dell’informazione. Sono infatti nati i giornali, la radio, la televisione, il computer, che si incaricano di plasmarci, educarci secondo eccellenti modelli di vita in confronto ai quali le vite esemplari e le agiografie divulgate in passato sono solo un “picciol cenno”. Sono questi gli strumenti di cui si serve l’Intelligencija di ogni Paese dell’ORBIS TERRARUM, per formare i cittadini del futuro, coloro i quali dovranno continuare a reggere le sorti dell’umanità sempre più protesa verso la perfezione. Li chiamano, con un brutto termine ibrido, mass-media. Essi sono i depositari di quei valori che contribuiscono a mantenere sano e saldo qualsiasi sistema sociale che si rispetti. È attraverso il video, attraverso le coloratissime pagine dei rilucenti rotocalchi, attraverso le composizioni canore dei moderni VATES, chiamati cantautori, attraverso la trasmissione di “civilissimi” dibattiti parlamentari, attraverso la messa in onda di altrettanto “civili” e garbati confronti tra politici, intellettuali, “tuttologi”; attraverso il loro modo di mostrarsi tolleranti e affabili, modesti, onesti, disinteressati, che io e i miei contemporanei impariamo a comportarci come si deve; poiché da tali EXEMPLA ognuno può vedere, senza ombra di dubbio, a chi arride il successo nella vita, a chi la fortuna; o a chi toccano i più alti onori.

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Chi vive in un mondo appartato, lontano, diverso rispetto a quello che in tali mezzi di comunicazione viene idealizzato (e a ragion veduta!) è condannato a soccombere, a stare dalla parte dei perdenti, di coloro che non hanno abbastanza voce per sovrastare il “mondan romore”. E anche questa è una una sorta di esilio, che con un vocabolo ognora presente nelle bocche di chi fa il progressista, poiché la moda del momento lo impone, viene definita “emarginazione”. Come quindi avrai potuto osservare, anche da noi chi non si comporta secondo determinate regole viene bandito, subendo le inevitabili conseguenze della sua “immorale” condotta. Solo che, invece che a Tomi, il reprobo viene relegato nel silenzio e nell’indifferenza. E nella mia epoca il silenzio, credimi, pesa più di quanto non abbia gravato sul tuo cuore l’isolamento di quella sperduta landa sul Mar Nero! Oggigiorno, infatti, chi non ha voce non viene ascoltato. Di conseguenza non è in grado di far valere alcun suo diritto, per sacrosanto che esso sia. Egli così è condannato a vivere, se non nell’indifferenza, in una condizione estremamente precaria che non lo garantisce nella maniera più assoluta nei confronti dell’ arroganza del potere. Il quale è asfissiante e persecutore verso i deboli, docile e compiacente nei riguardi dei forti; che sono tali perché riescono a strillare in maniera più forte degli altri e quindi a far sentire la propria voce, a farla distinguere nell’infernale cagnara del mondo odierno. Sono costoro i “buoni”, i “virtuosi”, i “vincenti”. Quelli che per imporsi all’attenzione di chi spadroneggia a vario titolo si fanno avanti, oltre che facendo la voce grossa, con spintoni, calci, morsi, sputi e quanti altri mezzi simili hanno a disposizione (compresi insulti, gratuite denigrazioni, dela-

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zioni infamanti, trivialità di ogni sorta, bassezze, meschinità ET SIMILIA). Nella mia magnificentissima età chi non ricorre alle offese verbali e agli schiamazzi (o anche alle mani), per tacitare un avversario o uno che non la pensi nel modo “giusto” non vale nulla, è un inetto, un povero e insignificante essere, un cretino. E chi non riesce a esibire un CURRICULUM VITAE fitto di scandali, al confronto dei quali i tuoi celebri CARMEN ET ERROR sono robetta da dilettati o da bambinetti dell’asilo, può dire addio a prestigiose e gratificanti carriere. Caro Ovidio, vuoi sapere, in confidenza, qual è stato il tuo più grande ERROR?... Quello di nascere troppo presto, poiché se ti fossi ritrovato a vivere nel mio mondo avresti furoreggiato; anche se non ti sarebbe stata attribuita la palma dell’ELEGANTIARUM ARBITER, poiché per conseguire un così alto e ambito riconoscimento è necessario possedere, di questi tempi (O TEMPORA O MORES!), una “virtù” che tu, raffinato cultore dell’espressione ricercata e dei bei modi qual eri, non hai mai mostrato – ahimè! – di avere: la cialtroneria! CURA UT VALEAS

Gabriele Falco

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INDICE Prefazione .................................................................. Pag.

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A Franti ..................................................................... Pag. 9 A Giuda ...................................................................... Pag. 27 A Pietro Aretino .......................................................... Pag. 41 Al lupo ........................................................................ Pag. 53 Ai terroni .................................................................... Pag. 63 A Ovidio ..................................................................... Pag. 75 Ai plebei dell’Aventino ................................................ Pag. 85 Ad alcuni repubblichini............................................... Pag. 99 Ai Borboni .................................................................. Pag.119 Ad Antonio Salieri ...................................................... Pag.145


VERNAZZA Collana di saggistica 1 - AA.VV.: Giorgio Caproni e la musica, 1991, 2ª ed. 2003 2 - AA.VV.: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, 1995 3 - M. Biggio e A. Derchi: Simenon in Italia, 1998 4 - A. Leone De Castris: Per una Poetica Leopardiana, 2002 5 - Vittorio Bodini: Le avanguardie storiche letterarie in Spagna, 2002 6 - Salvatore Amedeo Zagone: Letteratura e civiltà, 2003 7 - AA.VV.: Montale traduttore e tradotto, 2003 8 - Gabriele Falco: Giovanni Verga - I carbonari della montagna, 2003 9 - S. Amedeo Zagone: I letterati spezzini non fan letteratura, 2004 10 - A. Scaramuccia: Un turista nel Golfo - August von Goethe, 2005 11 - Salvatore Di Cicco: Andare a scuola - Perché?, 2005 12 - Vittorio Bodini: Studi sul Barocco di Góngora, 2006 13 - Jana Prin Abelle: Artisti d’oggi, 2006


Finito di stampare nel mese di Aprile 2007 presso la Digiprint - Stampe digitali Via Parma, 20 - La Spezia - Tel. 0187-518874


LETTERE AI “CATTIVI”