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LIBRI Lo scaffale AL DI LÁ DEL MURO

P DIEDI IL CANTO AGLI ASTRI Sylvia Sass

Istituto Bassi-Accademia d’Ungheria, 2013, pagg. 73, s.i.p.

Q

uando esordì ventiseienne in Italia, nel 1977 a Torino, fece un gran parlare; perché, semplicemente, cantava benissimo, e interpretava la doppiamente terribile Lady Macbeth di Verdi. Sarebbe rimasta in scena fino al 1995, quando nella patria Budapest affrontò la mediosopranile Carmen di Bizet. In seguito, furono numerosi i concerti che, con la dovuta parsimonia, continuano tuttora. L’abbondante ventina d’anni di carriera la rievoca lei stessa – la bella signora che spiccava anche per avvenenza – in una breve autobiografia, scritta con lucidità, simpatia e modestia, introdotta da una cronaca del curatore Marco Guardo che, percorrendo gli anni italiani, cita anche le presenze straniere, dunque spaziando da Verdi (I lombardi alla prima crociata, La traviata) e Puccini (Tosca, Il tabarro, La bohème, La rondine) a Wagner (Tristan und Isolde), Strauss (Salome), Malipiero (Sogno d’un tramonto d’autunno), Schreker (Der ferne Klang) e altri. Diciotto i capitoletti di un racconto che sa concedersi anche al lirismo dei pensieri e dei sentimenti, e popolati da numerosi nomi di colleghi, amici, estimatori. E di grandi estimati, se così si può dire, che si chiamano Callas, Christoff, Bernstein, Solti. I luoghi? Budapest, Mosca, Nizza, e Roma tante volte quante le merita una Floria Tosca del suo bel canto (donde il titolo del volumetto, del resto). Piero Mioli

er quarant’anni Enrico Regazzoni ha fatto il giornalista e, se al suo addio a la Repubblica (dove, dopo essere stato inviato culturale, è stato direttore editoriale di D) è seguito un lungo silenzio, il bisogno di scrivere non ha smesso di abitarlo. Così “nell’autunno della sua vita” ­così lui lo ha definito ­ Regazzoni ha voluto esplorare la strada di una scrittura differente da quella giornalistica; una scrittura che racconta, che immagina, che non sa ed è nato il suo primo romanzo, Una parete sottile. La parete del titolo è quella che separa due abitazioni del centro di una piccola citta italiana negli anni ’60: la vasta casa di una grande famiglia (padre, madre, tre figlie femmine e un maschio) e il piccolo appartamento che ne è stato ricavato, abitato da una giovane vedova che fa la correttrice di bozze e dal suo bambino. Un tramezzo che separa case, ma anche vite, tanto vicine e così diverse, lasciando però trapelare i suoni, le voci e la musica del pianoforte che la padrona di casa suona meravigliosamente. Musica che trasmette felicità e armonia fino al giorno in cui il marito della pianista muore e il dolore irrompe in quel grande appartamento. Quando riprenderà a suonare, il pianoforte canterà ogni notte per anni lo strazio della perdita, trascinando inconsapevole con sé in un’altra dimensione fatta di emozioni e immagini ­alle quali per molto tempo lui non saprà dare un nome ­proprio quel bambino, divenuto ragazzo, che dorme al di là della sottile parete. Ragazzoni ha raccontato che il suo romanzo (di “liberazione” più che di “formazione”) avrebbe dovuto essere costruito come le Variazioni Goldberg di Bach: un’aria iniziale e poi 30 momenti della condizione umana, il primo dei quali era la perdita. Dopo le prime 4 pagine, quel frammento è diventato questo libro, il primo di una trilogia. E si poi è chiesto: «Perché gli adulti ascoltano spesso a occhi chiusi? (...) credo per sfruttare appieno questa deriva dell’immaginazione. A occhi chiusi cerchiamo di farci portare verso le “nostre” immagini. Lì dove amiamo stare, dove pensare è più facile e non pensare è possibile». Una parete sottile lascia un così grande spazio all’immaginazione del suo lettore che in tutto il libro, l’autore, pur parlando continuamente di musica, pur descrivendone con tutte le sfumature linguistiche che il suo nuovo ruolo di narratore gli consente, il fluire, il ritmo, il potere evocativo, non cita mai un compositore, un titolo preciso. A parte Schubert, una volta sola. Lascia libero così ciascuno di noi di attribuire un autore a quella descrizione: potrebbe trattarsi di Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Brahms, Ravel... Leggete, poi chiudete gli occhi e decidete voi.

UNA PARETE SOTTILE

Enrico Regazzoni Neri Pozza, 2014, pagg. 190, € 16,00

PRIMADONNA Arturo Colautti (a cura di Paolo Patrizi) Elliot, 2014, pagg. 280, € 19,50

UN ROMANZO DEMODÉ

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onfesso di avere un debole, forse impopolare, per la letteratura italiana di fine ’800, perfino per il verismo, di aver coltivato giovanili passioni non solo per la poesia dannunziana ma anche per le “buone cose di pessimo gusto” di Guido Gozzano. Sarà perché da bambina mio padre mi faceva ascoltare, seduta le gambe penzoloni sul divano, Cavalleria rusticana, e io mi esaltavo al canto del Carrettiere e trepidavo per compare Turiddu. Sarà per quello che mi è piaciuto leggere Primadonna, romanzo assolutamente demodé e perciò da non perdere, del dimenticato Arturo Colautti (1852-1914), che non fu librettista per Mascagni ma per Cilea (Adriana Lecouvreur) e Giordano (Fedora). Amico di D’Annunzio e

Carducci il dalmata Colautti, però fu molto più che librettista, fu scrittore e poeta, polemista e irridentista, giornalista, critico musicale. Perciò deve essergli stato così facile raccontare in questo libro (scritto nel 1884 ma pubblicato postumo nel 1921) le vicende di un giovane critico povero ma onesto, sfruttato dall’abile e avido editore-direttore del Sistro, gazzettino musicale che offre in realtà suoi servigi “giornalistici” al miglior offerente. L’amore per una bella (non brava però) “primadonna” lo perderà... Verdiani e wagneriani, critici, agenti, direttori d’orchestra, tenori e soprani, prostitute tisiche, mogli tradite, sogni infranti. Ritratto impietoso di un mondo che parrebbe a volte aver mutato forma ma non sostanza.

di Paola Molfino paola@amadeusonline.net

Amadeus 99

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Diedi il canto agli astri, p. 99  

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