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LIBRI

IL LABIRINTO E L’INTRICO DEI VIOTTOLI. VERKLÄRTE NACHT DI ARNOLD SCHÖNBERG

MUSICA E IDEOLOGIA NELLA FRANCIA DI DEBUSSY E ALTRI SAGGI a cura di Eddo Cimatti

Alessandro Maria Carnelli

Carta Bianca, 2014, pagg. 173, € 15,00

XY.IT, 2013, pagg. 273, € 20,00

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utto quello che avreste voluto sapere su Verklärte Nacht: verrebbe da dire così al termine della lettura del bellissimo saggio di Alessandro Maria Carnelli dedicato al primo capolavoro compositivo di Arnold Schönberg. Lo stesso numero di pagine (più di 250) dà la misura della complessità della composizione esaminata, dell’impegno profuso e delle conoscenze dell’autore, adeguate ad analizzare con proprietà di linguaggio ogni risvolto del lavoro di Schönberg. Un'analisi che passa in rassegna gestazione, nascita, sviluppo di una partitura che ha segnato la storia della musica e che a pagina 123 l’autore così ottimamente inquadra: «uno dei più bei modi in cui si chiude l’Ottocento musicale è il vertiginoso riassunto (omaggio e dissoluzione allo stesso tempo) che ne fa Schönberg in Verklärte Nacht». L’attualità della partitura emerge prepotentemente da questo saggio che colma un vuoto, rispondendo a diversi interrogativi sui modelli, le aspirazioni e le motivazioni che spinsero un giovane di 22 anni a scrivere nel 1899 una musica che si proiettava nel secolo breve ancora là da venire. Antonio Brena

LA MUSICA AL TEMPO DELL’AEREO E DELLA RADIO. CRONACHE MUSICALI 1925-46 Alfredo Casella

Edt-Cidim, 2014, pagg. 457, € 25,00

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a rinascita di Casella prosegue, non solo in veste di compositore. A livello editoriale, a cura di Francesco Lombardi, sono raccolte ora per la prima volta in volume le corrispondenze sulla musica in Italia che egli inviò dal 1925 al 1946 al quotidiano di Boston The Christian Science Monitor, ricavate dalle copie a stampa del giornale, tradotte in italiano, ma in inglese in appendice. Da queste pagine non soltanto esce il ritratto vivido di un’epoca, per mano di un testimone oculare di alto livello che racconta, ad esempio, la prima postuma della Turandot di Puccini, i vagiti di quel che diverrà il Maggio Musicale Fiorentino, oppure progetti suoi, come la Corporazione delle Nuove Musiche o la rinascita di Vivaldi attraverso l’Accademia Chigiana di Siena. Ne emerge anche il credo estetico di Casella, non certo ignoto finora in quanto più volte espresso, ma ricorrente qui pure con una certa vis polemica: la missione della nuova musica italiana doveva essere nel segno neoclassico perché «il classicismo è la forma naturale del pensiero italiano, ereditato direttamente dai greci attraverso l’Impero romano», con buona pace dei modernisti per provocazione, ironizzati per l’uso delle cosiddette “note false”, e anche di Mascagni, ben graffiato dalla penna di Casella. Giangiorgio Satragni

inque saggi di studiosi americani e inglesi ricostruiscono il rapporto tra ideologia e musica inDebussy tra la metà dei Novanta dell’800 e il 1918, anno della sua morte. I temi di approfondimento sono quelli del nazionalismo, della natura, dell’avversione al genere sinfonico e del trentennale legame di amicizia con Satie. È un’epoca di forti tensioni politico-sociali quella che attraversa la Francia di allora, divisa dall’Affaire Dreyfus e in rotta verso la Grande Guerra, nella quale si riacutizzano vecchie e mai sopite contrapposizioni di valori e ideali tra la sinistra repubblicana e la destra restauratrice; antagonismi che si riflettono in campo musicale nella dialettica stilistico-ideologica tra il Conservatorio e la Schola Cantorum. Come si schiera Debussy? Partito da posizioni anarcoidi, dopo il 1894, il suo orientamento estetico, ideologico e politico, seppur dissimulato dietro un’apparente equidistanza, subisce una decisa virata verso la tradizione e il nazionalismo. Ciononostante, il rifiuto di qualsivoglia scuola o dogma in campo strettamente musicale rimase una costante senza deroghe della sua opera. Un testo di notevole valore storiografico e musicologico. Giuseppe Scuri

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LIBRI I mestieri del teatro

AA.VV. Sillabe, 2014, pagg. 32, € 8,90 Realizzato grazie alla collaborazione tra l’editore Sillabe e l’Accademia Teatro alla Scala di Milano, I mestieri del teatro si propone di avvicinare i bambini al mondo del teatro e della lirica, un percorso illustrato alla scoperta di una meravigliosa macchina dei sogni.

UNA VISITA A BEETHOVEN Louis Philippe Joseph Girod de Vienney

La scuola di Pitagora editrice, 2014, pagg. 46, € 3,50

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n una Vienna occupata dai francesi, nella tarda primavera e inizio estate del 1809, un funzionario di Napoleone bussò alla porta di casa di Ludwig van Beethoven: il genio inavvicinabile. Il visitatore era il trentenne Louis Philippe Joseph Girod de Vienney. Nella sua storia c’era l’abbandono del reggimento dei Dragoni, l’ingresso nella amministrazione militare, diversi viaggi in Europa, una forte passione per la musica e per la pittura (studiò anche nell’atelier di Jacques-Louis David). In seguito incontrò ancora il musicista e quasi lo convinse ad andare con lui a Parigi. Più avanti divenne barone di Trémont e morì celibe il primo luglio 1852. Probabilmente nel 1843, degl’incontri con Beethoven Louis scrisse un resoconto, inizialmente destinato a rimanere privato, che ora appare per la prima volta in italiano, a cura di Benedetta Saglietti. Siamo di fronte a un osservatore esaltato dall’incontro, che descrive «l’orso nella sua gabbia», ma che come i suoi contemporanei fatica a comprendere l’inconvenzionale attrito tra l’uomo burbero, umorale, primitivo che vive nel disordine, nello sporco, tra la polvere, con il vaso da notte pieno dimenticato sotto il pianoforte e le pozze d’acqua sul pavimento, e il genio della musica, prodigioso improvvisatore al pianoforte, oltre che pensatore di vasta e raffinata cultura, capace di discorrere ad alto livello di filosofia, religione, politica, di autori greci e latini, e soprattutto di Shakespeare: il suo mito. Massimo Rolando Zegna

LA FEDELTÀ DI DON GIOVANNI Roberto Escobar

Il Mulino, 2014, pagg. 160, € 16,00

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cco la forza del mito. Rivivere ogni volta. Conoscere l’immortalità. E non solo nella musica, o nel teatro, ma anche nei libri che da sempre ruotano attorno alle sue molteplici espressioni. E mito è quello di Don Giovanni, il dissoluto punito protagonista del saggio di Roberto Escobar – docente di filosofia politica all’Università di Milano – autore di La fedeltà di Don Giovanni. E se paradossale sembra parlare di fedeltà, trattandosi dell’emblema del libertinaggio, questa emerge invece nella quintessenza della più autoreferenziale delle fedeltà: quella a se stessi e alla propria ragione. E dunque: «Chi è davvero Don Giovanni? Un amatore compulsivo? Un peccatore? Un ribelle? Un eroe della libertà?». È anche questa la forza del mito: le sue possibili e continue riletture, tutte altrettanto valide per rimarcarne la forza. Don Giovanni è Mozart e Da Ponte, Balzac e Tirso de Molina, Goldoni e Dumas, Brecht e Saramago. Sette capitoli per raccontare quattro secoli di letteratura: e se oggi ci chiediamo dove sia Don Giovanni, quale sia il suo cammino dopo la morte, passando attraverso le sue molteplici riletture e rinascite libresche una sola è la risposta: che ovunque ci siano donne «non può essere inferno». Edoardo Tomaselli

CHANTEURS EN SCÈNE. L’OEIL DU SPECTATEUR AU THÉÂTRE ITALIEN (1815-1848) Céline Frigau Manning Honoré Champion, 2014, pagg. 828, s.i.p.

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cena e spettatore: ben due volte, nel solo titolo e sottotitolo, il grosso volume francese (che in ragione della qualità e della trattazione di materia italiana merita largamente una menzione nostrana) mette l’accento sugli aspetti visivi di quello che è pur sempre un fenomeno auditivo. Perché il melodramma, si sa, è genere promiscuo ma soprattutto perché, ovviamente perdute quelle sonore, le sue tracce diversamente sceniche rimangono le più affidabili. Le cinque parti principali della trattazione, divise in capitoli curiosamente intitolati Appassionato, Chiaroscuro e così via, discutono di teorie, convenzioni, balli, carriere, scenografie, costumi, “grandi attori” e “primedonne”, opere particolari. Valgano la somma Pasta, per esempio, e anche “Le cas-limite de la Catalani”; o il confronto possibile fra il vecchio Mosè in Egitto degli Italiens e il fiammante Moïse et Pharaon dell’Opéra. A queste parti seguono una cronologia, un repertorio, due indici: dove è sorprendente come certe opere, la Norma di Bellini e l’Otello di Rossini fra le altre, fossero rappresentate ogni anno (a fianco, con maggior sorpresa, anche dei capolavori mozartiani); e che L’inganno felice di Rossini venisse sempre reintitolato L’inganno fortunato (Il fortunato inganno era invece di Donizetti). Infine, le fonti e la bibliografia: oltre cento pagine. Piero Mioli

Franco Ferrara: genio, dolore, ricerca Roberto Liso Rugginenti, 2014, pagg. 592 + cd, € 48,00

Una biografia dedicata alla straordinaria figura di Franco Ferrara (Palermo 1911-Firenze 1985), violinista, pianista, organista, compositore, insegnante e direttore d’orchestra, che agì in un contesto artisticoculturale ricco d’idee e fermenti.

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LIBRI Lo scaffale AL DI LÁ DEL MURO

P DIEDI IL CANTO AGLI ASTRI Sylvia Sass

Istituto Bassi-Accademia d’Ungheria, 2013, pagg. 73, s.i.p.

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uando esordì ventiseienne in Italia, nel 1977 a Torino, fece un gran parlare; perché, semplicemente, cantava benissimo, e interpretava la doppiamente terribile Lady Macbeth di Verdi. Sarebbe rimasta in scena fino al 1995, quando nella patria Budapest affrontò la mediosopranile Carmen di Bizet. In seguito, furono numerosi i concerti che, con la dovuta parsimonia, continuano tuttora. L’abbondante ventina d’anni di carriera la rievoca lei stessa – la bella signora che spiccava anche per avvenenza – in una breve autobiografia, scritta con lucidità, simpatia e modestia, introdotta da una cronaca del curatore Marco Guardo che, percorrendo gli anni italiani, cita anche le presenze straniere, dunque spaziando da Verdi (I lombardi alla prima crociata, La traviata) e Puccini (Tosca, Il tabarro, La bohème, La rondine) a Wagner (Tristan und Isolde), Strauss (Salome), Malipiero (Sogno d’un tramonto d’autunno), Schreker (Der ferne Klang) e altri. Diciotto i capitoletti di un racconto che sa concedersi anche al lirismo dei pensieri e dei sentimenti, e popolati da numerosi nomi di colleghi, amici, estimatori. E di grandi estimati, se così si può dire, che si chiamano Callas, Christoff, Bernstein, Solti. I luoghi? Budapest, Mosca, Nizza, e Roma tante volte quante le merita una Floria Tosca del suo bel canto (donde il titolo del volumetto, del resto). Piero Mioli

er quarant’anni Enrico Regazzoni ha fatto il giornalista e, se al suo addio a la Repubblica (dove, dopo essere stato inviato culturale, è stato direttore editoriale di D) è seguito un lungo silenzio, il bisogno di scrivere non ha smesso di abitarlo. Così “nell’autunno della sua vita” ­così lui lo ha definito ­ Regazzoni ha voluto esplorare la strada di una scrittura differente da quella giornalistica; una scrittura che racconta, che immagina, che non sa ed è nato il suo primo romanzo, Una parete sottile. La parete del titolo è quella che separa due abitazioni del centro di una piccola citta italiana negli anni ’60: la vasta casa di una grande famiglia (padre, madre, tre figlie femmine e un maschio) e il piccolo appartamento che ne è stato ricavato, abitato da una giovane vedova che fa la correttrice di bozze e dal suo bambino. Un tramezzo che separa case, ma anche vite, tanto vicine e così diverse, lasciando però trapelare i suoni, le voci e la musica del pianoforte che la padrona di casa suona meravigliosamente. Musica che trasmette felicità e armonia fino al giorno in cui il marito della pianista muore e il dolore irrompe in quel grande appartamento. Quando riprenderà a suonare, il pianoforte canterà ogni notte per anni lo strazio della perdita, trascinando inconsapevole con sé in un’altra dimensione fatta di emozioni e immagini ­alle quali per molto tempo lui non saprà dare un nome ­proprio quel bambino, divenuto ragazzo, che dorme al di là della sottile parete. Ragazzoni ha raccontato che il suo romanzo (di “liberazione” più che di “formazione”) avrebbe dovuto essere costruito come le Variazioni Goldberg di Bach: un’aria iniziale e poi 30 momenti della condizione umana, il primo dei quali era la perdita. Dopo le prime 4 pagine, quel frammento è diventato questo libro, il primo di una trilogia. E si poi è chiesto: «Perché gli adulti ascoltano spesso a occhi chiusi? (...) credo per sfruttare appieno questa deriva dell’immaginazione. A occhi chiusi cerchiamo di farci portare verso le “nostre” immagini. Lì dove amiamo stare, dove pensare è più facile e non pensare è possibile». Una parete sottile lascia un così grande spazio all’immaginazione del suo lettore che in tutto il libro, l’autore, pur parlando continuamente di musica, pur descrivendone con tutte le sfumature linguistiche che il suo nuovo ruolo di narratore gli consente, il fluire, il ritmo, il potere evocativo, non cita mai un compositore, un titolo preciso. A parte Schubert, una volta sola. Lascia libero così ciascuno di noi di attribuire un autore a quella descrizione: potrebbe trattarsi di Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Brahms, Ravel... Leggete, poi chiudete gli occhi e decidete voi.

UNA PARETE SOTTILE

Enrico Regazzoni Neri Pozza, 2014, pagg. 190, € 16,00

PRIMADONNA Arturo Colautti (a cura di Paolo Patrizi) Elliot, 2014, pagg. 280, € 19,50

UN ROMANZO DEMODÉ

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onfesso di avere un debole, forse impopolare, per la letteratura italiana di fine ’800, perfino per il verismo, di aver coltivato giovanili passioni non solo per la poesia dannunziana ma anche per le “buone cose di pessimo gusto” di Guido Gozzano. Sarà perché da bambina mio padre mi faceva ascoltare, seduta le gambe penzoloni sul divano, Cavalleria rusticana, e io mi esaltavo al canto del Carrettiere e trepidavo per compare Turiddu. Sarà per quello che mi è piaciuto leggere Primadonna, romanzo assolutamente demodé e perciò da non perdere, del dimenticato Arturo Colautti (1852-1914), che non fu librettista per Mascagni ma per Cilea (Adriana Lecouvreur) e Giordano (Fedora). Amico di D’Annunzio e

Carducci il dalmata Colautti, però fu molto più che librettista, fu scrittore e poeta, polemista e irridentista, giornalista, critico musicale. Perciò deve essergli stato così facile raccontare in questo libro (scritto nel 1884 ma pubblicato postumo nel 1921) le vicende di un giovane critico povero ma onesto, sfruttato dall’abile e avido editore-direttore del Sistro, gazzettino musicale che offre in realtà suoi servigi “giornalistici” al miglior offerente. L’amore per una bella (non brava però) “primadonna” lo perderà... Verdiani e wagneriani, critici, agenti, direttori d’orchestra, tenori e soprani, prostitute tisiche, mogli tradite, sogni infranti. Ritratto impietoso di un mondo che parrebbe a volte aver mutato forma ma non sostanza.

di Paola Molfino paola@amadeusonline.net

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Diedi il canto agli astri, p. 99  

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