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SOMMARIO 1. Editoriale

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2. Relazioni ed Interviste

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3. Il nostro 2015

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4. Focus

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5. Libri!

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anche del patrimonio culturale che abbiamo ereditato dalle generazioni passate. Noi europei ne siamo i primi depositari nel mondo e non dobbiamo dimenticarlo. In questa direzione va così segnalata la lodevole iniziativa collegata al progetto “Archeologia ferita” promosso dalla Fondazione Aquileia insieme al Polo Museale del Friuli Venezia Giulia. La nostra Regione ha infatti deciso di ospitare una grande mostra allestita prevalentemente con opere salvate da siti attaccati dai terroristi in Iraq, Egitto e Libia. Nella sua prima fase il Museo “Bardo” di Tunisi, aggredito il 18 marzo 2015 da un commando fondamentalista, ha messo a disposizione della Fondazione Aquileiese reperti archeologici della stessa epoca e della stessa eccellente qualità artistica di quelli che già si possono ammirare al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, tra i quali, appunto, il “Ratto d’Europa” della “nostra” copertina. Sono, questi, magnifici mosaici, patrimoni che appartengono alla storia europea e all’umanità intera. Come tali vanno ancor più tutelati dalla follia e dal nichilismo di chi vuol spazzar via, con essi, non solo ogni tipo di identità, ma anche ogni ipotesi di dialogo e pacifica convivenza tra i popoli nel nome della cultura. (Redazione)

EDITORIALE L'immagine di copertina è quella di un raffinato mosaico di età romana che si trova ad Aquileia, come ben noto una della più grandi ed industriose città portuali dell’Impero. La nostra non è stata una scelta casuale. Abbiamo voluto infatti evidenziare due aspetti che sono connessi al mirabile reperto archeologico. Il primo è che ci si trova davanti alla raffigurazione del famoso “Ratto d’Europa” ovvero alla leggenda mitologica che sta alla base dell’identità storica e letteraria del Vecchio Continente. Il secondo aspetto, più attuale, ci fa invece pensare al fatto che viviamo in un’epoca in cui il patrimonio culturale è in grave pericolo. Non tanto per le inevitabili quanto rimediabili ingiurie del tempo, quanto per la furia devastante di individui che giustificano le proprie efferatezze con pretesti pseudoreligiosi. Opere che appartengono alla civiltà umana sono state infatti per sempre distrutte o saccheggiate di recente in Medio Oriente. Contro queste deliranti azioni che accompagnano stragi di civili inermi, destabilizzando intere società statali, occorre rispondere con una decisa e fattiva difesa non solo dei principi democratici e di libertà ma

Foro Romano ad Aquileia

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Prendiamo la sicurezza: c’è forse troppa integrazione tra le forze armate europee o ce n’è troppo poca? Ventotto eserciti nazionali sono più efficienti di quanto non sarebbe un esercito unico europeo? La risposta è evidente, tenendo conto che gli stati dell’UE (collettivamente presi) spendono molto nel settore della difesa, ma spendono male, perché doppioni e sovrapposizioni sono all’ordine del giorno. La verità è che fare passi indietro nel processo d’integrazione comprometterebbe il nostro benessere e la nostra sicurezza: giustamente riteniamo che essi siano insufficienti e precari, ma senza Europa la situazione sarebbe ancora peggiore. Pensiamo a cosa sarebbe successo del debito pubblico italiano se la speculazione internazionale, invece di trovarsi di fronte la potenza di fuoco e la credibilità della BCE, avesse avuto a che fare con istituzioni puramente italiane: saremmo stati travolti, e con noi i nostri stipendi, le nostre pensioni, i nostri risparmi. Non saremmo qui a parlare della stagnazione o della crescita debole dell’Italia, ma del suo crollo economico. Dove risiedono colpe e responsabilità di una simile stasi? La lista sarebbe lunga, ma in testa ci sono senz’altro gli stati nazionali e i loro leader politici. Gli stati sono tuttora i “padroni dei trattati”, cioè sono gli attori politici e istituzionali fondamentali, e questo non tanto per i poteri formali di cui dispongono, rispetto alle istituzioni in vario modo più europee (Commissione, Parlamento, Corte di Giustizia, Banca centrale), ma soprattutto perché man mano che il processo d’integrazione è andato avanti, la loro influenza invece di affievolirsi si è rafforzata. E ciò è avvenuto perché gli stessi stati e i loro leader politici se da un lato si rendevano

OSTACOLI E PROSPETTIVE PER UNA VERA UNIONE Intervista a Claudio Cressati, Presidente dell’Accademia Europeista Professor Cressati, come valuta, in sintesi, l'attuale stato di salute dell'Unione Europea? Non positivo, senza dubbio. Anche il Presidente della Commissione europea, JeanClaude Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 9 settembre scorso l’ha esplicitamente riconosciuto, affermando che “la nostra Unione europea non versa in buone condizioni” e aggiungendo che “non c'è abbastanza Europa in quest’Unione; e non c'è abbastanza Unione in quest’Unione”. Credo che la sincerità di Juncker vada giudicata positivamente: prendere atto di una situazione rappresenta il primo passo per uscirne. Certo, questo non basta: bisogna analizzare in concreto cosa non va e delineare un percorso realistico, ma anche ambizioso, che possa portare l’UE fuori dalla sua attuale condizione di difficoltà. Non le pare che da quando la Comunità Europea ha preso avvio, sulla base delle intuizioni dei suoi padri fondatori, e da quando si è sviluppata, grazie all'apporto di altri uomini politici, il processo di unificazione si sia arenato, mostrando crepe evidenti tanto da suggerire oggi uno o più passi indietro? A mio avviso il problema non è che c’è troppa unità, ma che ce n’è troppo poca. E le crisi che stiamo vivendo (il debito, le migrazioni, il terrorismo) stanno lì a dimostrare che gli stati europei, singolarmente presi, sono assolutamente incapaci non solo di risolverle, ma neppure di iniziare ad affrontarle. 4


conto che quella europea è la dimensione minima per affrontare le sfide che ci troviamo di fronte, dall’altro non volevano perdere potere. Il risultato è che i governi (e le istituzioni che li rappresentano, il Consiglio dell’Unione europea e, soprattutto, il Consiglio europeo) sono diventati gli attori fondamentali del processo. Si tratta però di attori nazionali, non europei. Essi hanno un orizzonte e dei vincoli politici nazionali: non hanno in realtà un interesse autentico nel far funzionare l’Unione in modo efficiente ed efficace. La loro fondamentale esigenza è quella di gestire il potere ed essere rieletti nei singoli Paesi. Di conseguenza, per loro è molto più comodo trasformare l’Unione in un capro espiatorio di fronte alle singole opinioni pubbliche: i successi sono così merito dei vari Renzi, Hollande, Cameron, mentre i problemi sono colpa dell’UE. Ma, accanto ai politici nazionali, aggiungerei altri due responsabili. Da un lato un sistema dei media che resta per lo più legato ad una dimensione domestica e provinciale. Pensiamo a quanto succede in Italia, dove giornali e televisioni dedicano più attenzione ai giochetti politici, agli equilibri di piccoli e grandi partiti, a scandali che scoppiano e poi si sgonfiano che non alle grandi questioni di fondo, che implicano sempre più una risposta comune a livello europeo. Dall’altro, un’eccessiva timidezza di istituzioni come la Commissione europea e il Parlamento europeo, che non sfidano l’immobilismo e le contraddizioni di un’Unione troppo intergovernativa. Pensiamo a Barroso, che non per nulla era stato voluto da Blair, Aznar e Berlusconi alla presidenza della Commissione proprio perché aveva una statura politica modesta e una concezione dell’UE assolutamente riduttiva e non avrebbe mai sfidato il loro ruolo. Come immaginerebbe l'Europa senza

un'Unione? Senza l’Unione l’Europa sarebbe ancor più fragile e debole di quanto è oggi. Sarebbe più povera, più insicura, più esposta alle

Il Presidente Cressati

conseguenze negative della globalizzazione e incapace di coglierne, al contrario, le opportunità positive. Sarebbe un’Europa in cui i nazionalismi riemergerebbero ancora più forti, in cui le grandi potenze globali (USA, Cina, Russia) avrebbero ancor più spazio di strumentalizzare la Francia contro la Germania, l’Italia contro la Francia, la Polonia contro la Germania, in un gioco in cui i cittadini europei sarebbero i veri perdenti. Da questo punto di vista, qualcuno ha proposto (quasi come gioco intellettuale) di ripristinare, per una settimana all’anno, quell’Europa divisa tra protezionismi e alleanze contrapposte che ha caratterizzato la prima metà del Novecento: sarebbe un incubo, ma un incubo istruttivo. Nel concreto, rifondare o riformare l'Unione Europea? Direi che bisogna rifondarla, nel senso che è necessario affrontare con coraggio il tema di costruire una vera e propria federazione, gli 5


Stati Uniti d’Europa, per usare un nome evocativo. Si tratta di un processo tutt’altro che semplice, naturalmente, e che probabilmente non potrebbe includere (senz’altro non all’inizio e forse neppure in seguito) tutti gli attuali stati membri dell’UE. La verità è che l’UE è da troppo tempo a metà del guado: da un lato è diventata molto di più di una semplice organizzazione internazionale (come il Consiglio d’Europa o l’Asean), dall’altro non è ancora una federazione. Potremmo dire che è una confederazione, anche se di solito questo termine non viene usato per definirla. E le confederazioni, come ci insegna la storia, non durano a lungo: o evolvono verso una federazione (gli Usa, la Germania, la Svizzera) o si dissolvono. Quale può essere il ruolo che in questa delicata fase del Vecchio Continente, l'Accademia Europeista e le organizzazioni affini della società civile possono esercitare? A mio avviso, il ruolo di un’associazione come la nostra è duplice. Da un lato, dobbiamo contribuire a colmare il gap tra i cittadini e le istituzioni europee, un gap che spesso è causato dalla non conoscenza delle opportunità e i vantaggi che l’UE, pur con tutti i suoi problemi, ci offre. Dall’altro, però, dobbiamo anche farci sentire dal ceto politico, sia quello nazionale e locale, che sempre più usa l’Unione come capro espiatorio per carenze che in realtà sono da ricercare a livello dei singoli stati membri, sia quello europeo, che deve essere più coraggioso, deve osare di più, soprattutto in un momento delicato come questo. Perché conviene rimanere europeisti, nonostante tutto? Perché in un mondo globalizzato, in cui il peso demografico, economico e strategico dei singoli Stati europei è necessariamente destinato a diminuire (pensiamo soltanto

all’invecchiamento della popolazione e alla pressione che esso implica per tutti i nostri sistemi di welfare), l’alternativa ad un’ “unione sempre più stretta” (come recita il preambolo del trattato) è una decrescita sempre più accelerata e assai poco felice. Separati e divisi faremmo la fine dei capponi di Renzo, uniti possiamo ancora giocare un ruolo. Certo, esso non potrà più essere quello egemonico dei secoli passati: l’egemonia l’abbiamo persa molto tempo fa, tentando insensatamente di distruggerci l’un l’altro nelle due grandi guerre del XX secolo, quelle inutili stragi che hanno chiuso l’epoca d’oro della civiltà europea.

IPOTESI PER UNA RIPRESA di Pasquale Antonio Baldocci già Ambasciatore d’Italia Nel lasso di tempo che va dall'annuncio di Robert Schuman (che portò alla creazione della Ceca: Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) all'evoluzione della Comunità Europea diventata poi Unione Europea, si sono ormai raggiunti obiettivi di primaria importanza per l'unificazione del continente. I passi concreti per tale traguardo si sono compiuti nei settori della libertà, della democrazia, della pace e dell'adozione di una moneta unica condivisa da 19 Paesi, il tutto senza tralasciare un crescente benessere che l'Europa non aveva mai vissuto nell'arco della sua storia burrascosa. Quando si è conclusa la Guerra Fredda, con una Germania riunificata e la fine della minaccia sovietica ai confini orientali, l'avanzamento del Progetto Europeo ha subito tuttavia una battuta d'arresto a causa di un nazionalismo rinascente basato sul mito 6


della sovranità dello Stato, trasformato poi negli ultimi anni in un nazionalismo postmoderno, che era stato represso dal lungo dominio di stampo marxista nei paesi dell'Europa centro-orientale. L'assenza di governanti ispirati da una concezione politica dell'Europa era condizionata dagli eventi elettorali cui i dirigenti politici pensavano prima di ogni altra cosa. Pertanto, il Progetto Europeo è stato caratterizzato da un rapido declino, a sua volta acuito dalla crisi economica e dal problema migrazione. Si è quindi originato il rischio di un'implosione di un'UE ancora economicamente debole e politicamente inerme. Le ragioni principali del declino del Progetto Europeo sono così legate alla mancanza di una guida e ad una presenza internazionale che risulta povera ed inconcludente perchè imposta da un Consiglio dove gli interessi degli Stati membri prevalgono su quelli dell'Unione. Alcuni di essi hanno persino costruito muri per respingere i migranti che difficilmente vengono accettati: alla fine, la saggezza dei padri fondatori dell'Ue sembra trasformarsi in una flebile opposizione al populismo e, in qualche caso, persino nell'intolleranza razziale. Conseguentemente, l'Europa è diventata il simbolo di una conformità rigorosa al dogma di una sovranità intoccabile, favorendo l'immobilismo. L'Unione Europea si è cacciata in un vicolo cieco e deve assolutamente adottare una politica alternativa per sopravvivere; è stata indebolita dall'allargamento a Paesi con una modesta convinzione nella solidarietà comunitaria per quanto attratti dai benefici derivanti dalla fruizione dei Fondi strutturali. Il profilo di un'Europa a doppia velocità è stato applicato in primo luogo con l'Eurozona.

Ora è da estendere anche ad altri settori, forse. Tuttavia non si può prescindere dal ritenere l'Europa come una comunità di destino e non un fatto puramente economico; a tal fine il progressivo abbandono della sovranità nazionale non può non basarsi, in un quadro federale, su democrazia, libertà, diritti umani e civili, solidarietà, stabilità.

La sede della Commissione Europea

Le istituzioni, ad eccezione della BCE e della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, sono oggi dominate dai membri più influenti del Consiglio, cioè dai governi nazionali. La Commissione è considerata un organo amministrativo, privo di potere politico. Il Parlamento Europeo è poco più di una brutta copia delle assemblee nazionali. Il Consiglio concentra tutti i poteri, non rispettando la teoria del Montesquieu sulla divisione dei poteri stessi. A mio avviso, un piccolo gruppo di Stati membri, per evitare il rischio di un'implosione dell'Europa, dovrebbe allora coraggiosamente prendere l'iniziativa di una nuova organizzazione per una fase transitoria che porti all'instaurazione di una Federazione di Stati nazionali: tale fase di transizione potrebbe dar vita ad una Comunità Politica Europea, fondata su un nuovo Trattato; in seguito, sarebbe necessaria una vera e propria fase costituente. 7


un’analisi per così dire in “tre atti”.

EURO STORY

PROLOGO L’introduzione dell’euro è stato un tentativo straordinario per rimettere l’Europa sui binari di un' integrazione più forte, dopo anni di pura comunità economica libero-scambista. Un tentativo fondato su una decisione politica seguita da una precisa ideologia economica, della quale parleremo più avanti. Quest’ultima è venuta meno per effetto dei profondi mutamenti sia interni all’Unione Europea sia globali.

Opera in un prologo, tre atti e un epilogo per cittadini europei e non di Pio Baissero, Direttore dell’Accademia Europeista Guido Carli è stato uno dei più convinti sostenitori dell’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht, Trattato da ratificare senza riserve. Infatti, secondo le sue parole, al tempo in cui era Governatore della Banca d’Italia e poi Ministro del Tesoro, bisognava darsi “un ordinamento conforme ai principi dell’economia di mercato, basata su buone leggi e resa efficiente da stabilità monetaria e disciplina della finanza pubblica”. Parole dettate dal buonsenso oltre che, ovviamente, da una solida cultura economica e istituzionale. Ma le cose, come ben sappiamo, dal 1992 ad oggi non hanno rispettato quei nobili propositi. Su quel Trattato, dal quale doveva nascere l’Unione Economica e Monetaria (UEM), con l’Euro al centro, fervono tuttora crescenti discussioni. C’è chi imputa all’UEM la ragione principale dell’attuale dissesto economico e sociale, in altri termini la causa dei mali che ci affliggono. C’è invece chi sottolinea la positività dell’intero sistema in una difesa forse troppo dogmatica per essere credibile. Si tratta di un dibattito per nulla ozioso. Come ancora meno ozioso sembra essere lo sforzo di comprendere il significato politico, economico e persino culturale relativo all’euro e alla sua credibilità. In tale dibattito siamo coinvolti tutti, essendo questa moneta non solo nelle nostre tasche ma anche in quelle dei cittadini e delle imprese di altri 18 Paesi europei, segnando il loro benessere o il loro malessere. Tentiamo pertanto di farne

Guido Carli

Proviamo ora a percorrere la vita dell’euro fornendo al lettore una visione non tecnicista o settaria del suo significato e della sua importanza, affinché se ne possa valutare, ove possibile, non solo i suoi costi e i suoi benefici, ma anche le sue intrinseche debolezze capaci, purtroppo, di dissolvere la sua indubbia potenzialità. L’evoluzione dell’euro si può distinguere in tre distinti periodi, che provocatoriamente chiameremo “atti” con riferimento a una ipotetica rappresentazione teatrale che, a seconda dell’esito finale, tuttora incerto, potrebbe essere una commedia o un

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dramma, senza per questo voler mancare di rispetto ad attori e spettatori coinvolti.

efficacemente il Paese, da sempre estremamente fragile. Il Trattato di Maastricht è indubbiamente il frutto di una decisione politica più che di una decisione economico-monetaria, anche se le conseguenze della sua applicazione non sono quelle sperate. Al movimento in favore dell’Europa politica, si contrappone ancora, infatti, una tenace resistenza degli Stati nazionali non disposti a vedersi togliere alcuni aspetti fondamentali della loro sovranità, come quello della politica estera e della moneta.

ATTO PRIMO L’UEM si avvia con slancio, in un clima di ottimismo per una moneta che si vuole forte e in grado di portare benefici netti per tutti: un tambureggiante richiamo a cui si adeguano, soprattutto in Italia, molti partiti sia di governo che di opposizione. L’antefatto, ossia la scelta di adottarla, risiede nella caduta del muro di Berlino nel 1989, caduta che desta non poca preoccupazione politica in alcuni Paesi europei, preoccupazione legata ai ricordi del passato e al timore per il veder rinascere la “grande Germania”. Ma desta anche il timore, soprattutto francese, di veder compromessa, con la riunificazione tedesca, il mito tutto transalpino della “grandeur”. Da questi timori, pensati ma non detti, prende corpo l’idea di “europeizzare” la Germania, togliendole il suo elemento più forte e rappresentativo: la moneta nazionale, il marco. Il tutto con il consenso di Helmut Kohl: il Cancelliere tedesco non è la reincarnazione di Bismarck, ma vede nella riunificazione del suo popolo l’opportunità di una proiezione europea della Germania e, a ragione, se ne considera senza esibizionismi o ambizioni personali il protagonista, tanto da non frapporre ostacoli alla proposta del Presidente francese Mitterrand e degli altri partner europei di sostituire il marco con una nuova valuta (l’euro). La Comunità Economica Europea va dunque trasformata ed un nuovo Trattato, stipulato appunto nel 1992, si propone di sancire un rilancio ancor più forte con la moneta unica. Questa prospettiva viene subito entusiasticamente accolta dall’Italia, dove si fa strada la convinzione che un’Europa più forte e solida, grazie all’euro, possa riuscire persino ad amministrare più

Berlino 1989, la caduta del muro

In sostanza, l’Europa non deve essere né un’Europa federale né un’Europa dei popoli, ma rimanere, sia pure con una veste inedita, una comunità di Stati nazionali, tutti riuniti nel “Consiglio Europeo”, vero depositario di ogni potere. Indipendentemente dai desideri e dai progetti di Kohl e Mitterrand e di coloro che, in buona fede, bramano un’Europa più forte e unita, i fatti risultano più eloquenti dimostrando che l’UEM, costruita solo parzialmente per non intaccare troppo il potere degli Stati nazionali e di alcuni di essi in particolare, non solo non porta sulla strada dell’unificazione politica, ma non riesce neppure a scongiurare le crisi che, una volta scoppiate, avrebbero messo a nudo la debolezza dell’intero sistema. Sistema in cui la volontà è l’espressione di una somma 9


contraddittoria di decine di governi nazionali, ciascuno col proprio interesse da tutelare, non di rado in contrasto con quello degli altri. Sullo sfondo, l’obiettivo dell’unificazione politica persiste, seppur in maniera molto più attenuata. Ma diversi sono i criteri privilegiati al momento della nascita dell’euro: anzitutto quello della stabilità monetaria, che probabilmente serve a tranquillizzare la Germania, alla quale viene anche concessa la prestigiosa sede della Banca Centrale Europea (BCE), assegnata alla città di Francoforte sul Reno. Alla stabilità monetaria deve accompagnarsi, secondo una visione economica allora prevalente, un grande e libero mercato capace di risolvere e adattarsi ad ogni tipo di problema, dimenticando che il mercato non è una società naturale, ma un prodotto dell’attività e della civiltà umana: ha le sue regole e produce benefici solo se di buona qualità; necessita di un' autorità che imponga con legge pochi ma precisi limiti. Sembrano ovvietà, ma forse non sono tenute abbastanza presenti al momento del varo dell’UEM. Tanto che l’accento viene posto non tanto sulle regole da imporre al mercato per favorire una vera integrazione economica, quanto sul come seguirle per evitare che i problemi di un singolo Paese dell’UEM diventino un problema “per tutti gli altri”. Si stabiliscono alcuni criteri di ammissione all’eurozona detti “parametri”, criteri sui quali molto si dice e si scrive. In realtà sono semplicemente requisiti finalizzati, appunto, alla stabilità monetaria: chi dichiara (o promette) di rispettarli può essere ammesso all'Eurozona. Nessuno è costretto a farlo, e questo è bene ricordare a quanti sostengono che l’euro è un' imposizione esterna allo Stato e alla sua sovranità. Con l’osservanza di questi parametri nasce la moneta che sempre deve tenerli presenti. Oggi possiamo considerarli

come il risultato non solo della magia dei numeri e della teoria economica, ma anche di opinabili fissazioni di oscuri funzionari ministeriali, come quelli che consulta Mitterrand, come ha rivelato di recente il periodico francese “Le Parisien”. Ricordiamo, sia pur brevemente, che tra i parametri richiesti da Maastricht agli Stati membri figurano, oltre al basso tasso di inflazione, anche bassi livelli di deficit e debito pubblico, in modo da evitare pressioni sulla BCE per fronteggiare indebitamenti eccessivi degli Stati aderenti. In definitiva, nessun Paese può accedere all’euro se non rientra in tali parametri, che, peraltro, forse soltanto la Germania e l’Olanda rispettano pienamente.

Helmut Kohl

Va ancora detto che osservare tali parametri non garantisce alcun beneficio immediato, soprattutto se non vengono attuate quelle riforme interne necessarie a ridurre il peso del settore pubblico e se non si combattono le radicate abitudini all’illegalità. Valutazioni non tenute ben presenti dai governanti di quei Paesi, soprattutto mediterranei, che si portano dietro il peso di antiche inefficienze. Agli italiani preme entrare quanto prima nell’euro. Romano Prodi si adopera a tal punto per l’adesione alla moneta unica, da imporre una “tassa per l’Europa”, caso più unico che raro nella storia della nostra integrazione. D’altra parte, il debito pubblico italiano è pari al doppio di quello previsto nel Trattato di Maastricht. Ma si vuole, in buona 10


fede, dimostrare a tutti che gli italiani sono disposti ai sacrifici pur di entrare nell’euro. Così, in sede europea, nessuno si sente di contestare Prodi. L’Italia è accolta quindi nell'Eurozona. Gli inglesi invece, legati al loro tradizionale isolazionismo e a una moneta forte come la sterlina, preferiscono star fuori, in attesa degli eventi, pronti a saltare dentro se le cose vanno bene. Ci si accorge che i parametri di Maastricht, per quanto stringenti, non sono poi uno scoglio insuperabile come del resto dimostra l’ingresso nell’euro dell’Italia. L’estrema complessità delle regole e delle istituzioni europee, unite ad un certo ottimismo sulle future prospettive, nonché ad un certo “laissez faire”, permettono alla fine l’adesione di Paesi con strutture economiche deboli nell’illusione che l’UEM possa prima o poi consentire a tutti di beneficiare dei vantaggi già goduti dai più forti, soprattutto dalla Germania. In questa ottica, qualche tempo dopo, la Grecia chiede ed ottiene di entrare presentando documenti economici e contabili spregiudicatamente falsi. Clamorosamente Bruxelles li approva, forse condizionata dal mito della Grecia antica, culla della civiltà e di quella europea in particolare. Un fatto grave destinato, qualche anno più tardi, a complicare la crisi dell’Eurozona con le conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Per saperne di più: nei primi dieci anni di vita dell’euro, ben 24 Paesi scelgono di legare ad esso il tasso di cambio delle loro valute. C’è persino il paradossale caso del Montenegro che fa circolare al suo interno l’euro pur non facendo parte né dell’UE né, tanto meno, dell’UEM. Le aspettative per i cittadini dell'Eurozona sembrano così alte da far ritenere la nostra moneta una possibile valuta alternativa al dollaro americano.

Angela Merkel

In questo clima, nei soggetti più diversi, si fa strada l’abitudine di indebitarsi a tassi irrisori con la conseguenza di veder forse inutilmente incrementati sia l’indebitamento pubblico che quello privato. Alcuni Paesi si indebitano con altri, sicché l’Eurozona appare in equilibrio con il resto del mondo ma, al suo interno, incomincia a manifestarsi un divario tra debitori e creditori. Quel che è peggio è il fatto che l’UEM, nata come un sistema inedito della storia e della teoria economica, non vede realizzarsi alcun progresso strutturale, nonostante ne abbia estremo bisogno. In altri termini, la moneta europea esiste in un’area che non è affatto omogenea e unificata; non esiste una vera integrazione europea nel settore bancario, in quello fiscale e neppure in quella del bilancio pubblico, ridotto a dimensioni modeste. La conseguenza è che le maggiori decisioni di politica economica restano nelle mani dei vari

ATTO SECONDO Tra il 1999 e il 2007, dopo un avvio incerto causato da polemiche per il rialzo dei prezzi di molti beni e servizi, nonché per un cambio debole col dollaro, c’è l’illusione che il sistema possa funzionare, illusione confortata dal formarsi di una sostanziale convergenza nominale dei tassi d'interesse e del tasso d'inflazione fra tutti i Paesi dell'Eurozona. 11


governi nazionali, per loro natura incapaci di perseguire un interesse superiore, cioè quello dell’Europa e degli europei. Così, in assenza di un governo dell’economia, il divario tra lo sviluppo economico e sociale di un nucleo forte, raccolto intorno alla Germania, si fa sempre più ampio, in contrapposizione ad un nucleo debole per lo più situato nell’area mediterranea. Ed è proprio la Germania, suo malgrado, ad assumere un peso rilevante nell’UEM non solo in quanto sede della BCE e dell’economia più forte del continente, ma anche perché il partner tradizionale francese tende a defilarsi, lasciando l’intero sistema monetario alla conduzione e alle abitudini monetarie della Germania stessa: tutto questo significa bilanci in ordine, debito ridotto e moneta stabile (minor svalutazione possibile). Ed ecco gli strumenti di Angela Merkel, utilizzati per rattoppare le falle di un sistema idraulico non più in grado di trattenere acque non certo “chiare, fresche et dolci” (per dirla col Petrarca), ma piuttosto maleodoranti: le acque del debito crescente. Agli altri Paesi non resta molto da fare, in quanto, con l’adesione all’UEM hanno rinunciato a gran parte alla sovranità monetaria, ossia alla possibilità di monetizzare il debito. Hanno anche rinunciato alla sovranità valutaria, cioè alla possibilità di svalutare quelle che un tempo erano le loro monete. Per far fronte all’indebitamento crescente, non resta loro che la leva fiscale, vale a dire l’impopolare taglio della spesa pubblica o l’altrettanto impopolare aumento delle tasse. Ma si tratta di alternative che provocano, purtroppo, una forte ed inevitabile tensione sociale in un quadro dalle prospettive estremamente incerte.

ATTO TERZO L’UEM, creata nella speranza di un promettente sviluppo, anche politico, del continente si trova in mezzo al guado quando la piena, originata negli Stati Uniti, giunge impetuosamente in Europa. Nel settembre 2008 il fallimento della società “Lehman Brothers” ferma l’economia mondiale. Nell’ottobre 2009 arriva un altro fallimento più o meno mascherato: quello della Grecia. Si tratta di due eventi destinati a far entrare l’euro in una crisi di non poco conto. Infatti, questo è un duplice colpo al suo sistema: il primo originato dalla crisi finanziaria globale; il secondo esploso all’interno dell'Eurozona.

Il Times sul fallimento Lehman

Ambedue tendono ad assumere i contorni di uno shock non solo economico e finanziario, ma anche sociale e politico. Viene meno l’idea che il capitalismo, vincitore sul comunismo dal 1989, riesca, attraverso il meccanismo del mercato, a superare o assorbire ogni tipo di ostacolo. In questo contesto, Bruxelles e Francoforte, dopo tentennamenti ed incertezze, cominciano ad interagire: si vuol far adottare, agli Stati in maggiore difficoltà, politiche economiche sostenibili nel lungo periodo, ma con misure di austerità nel breve. Dopo interminabili 12


riunioni ai vertici europei si stratifica una serie di procedure e controlli sulle politiche nazionali. Alcuni Paesi, e in primo luogo la Grecia, diventano i cosiddetti “sorvegliati speciali” mentre ha inizio una recessione destinata a durare nel tempo. La cosiddetta “trojka”, che si riconduce al “prestatore di denaro” ed è costituita dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea (Bce), diventa presto un incubo. Quasi nello stesso periodo si fa strada, nella pubblica opinione, l’idea secondo la quale la mancata crescita dell’economia e la disoccupazione siano causate da un eccesso di autorità imposto da un “pensiero unico” generato in Germania e in altri Paesi nordeuropei: si affermano così movimenti antieuro e di opposizione all’UE. Al capezzale dell'Eurozona non resta che chiamare la cancelliera Merkel, con la sua borsa degli attrezzi: purtroppo, sono attrezzi buoni per l’economia tedesca, non sempre per quella degli altri Paesi. Certamente, non sono attrezzi adatti a soccorrere i “sorvegliati speciali” per i quali si inventa un salvagente tecnico detto “Fondo salva-Stati” e si aumentano i poteri di vigilanza della Bce su trenta tra le maggiori banche europee. In definitiva, lo strumento proposto per uscire dalla crisi sembra essere quello del rigore. Così, nel 2012, si firma il “Fiscal Compact” che riguarda non solo l'Eurozona ma l’intera UE ad eccezione della Gran Bretagna. È un patto che obbliga i firmatari, cioè gli Stati, a tenere un bilancio in pareggio e a ridurre del 5% all’anno la parte del debito pubblico che ecceda il 60% del PIL. Si tratta di un rigore che costringe ogni Paese ad assumere la responsabilità delle proprie scelte, ma evidentemente non basta a dare i frutti sperati. Soprattutto perché l’austerità

nazionale, i sacrifici richiesti, non vengono bilanciati da un' altrettanto attesa generosità europea. In assenza di crescita rimane quindi soltanto la recessione e resta immutato il debito pubblico. Con l’aggravarsi della crisi, alla fine scende in campo Mario Draghi con la “sua” Bce. Quest’ultima appare come l’unico organo ancora attivo ed efficace per la salvezza nel vuoto delle istituzioni europee e nella manifesta inettitudine dei governi nazionali. Draghi comprende il vantaggio che gli offre la sua carica: non deve rispondere a nessuno delle sue scelte, se non alla storia. Sull’orlo

Mario Draghi

della crisi, pericolosa per l’esistenza dell’euro, all’inizio del 2015, il governatore della Bce annuncia così la decisione di immettere una grande massa di liquidità nel sistema, operando l’acquisto di titoli pubblici e privati al ritmo mensile di 60 miliardi di euro fino al settembre del 2016: è la misura definita come “Quantitative Easing” (QE) che, in poche parole, svaluta l’euro sul dollaro con una manovra monetaria di tipo espansivo che dovrebbe rimettere in sesto l’economia dell'Eurozona, giunta ormai alla soglia del tracollo, soprattutto per i “sorvegliati speciali”. Se vogliamo usare una metafora forte è “l’uso del defibrillatore per ridar vita ad un paziente in condizioni critiche”; uno strumento efficace ma anche l’ultima e decisiva risorsa a cui ricorrere per stimolarne 13


una reazione positiva. Il banco di prova resta la Grecia, la cui uscita dall’euro sembra non trovare molte alternative alle promesse di quello che diventa il governo Tsipras.

che, per effetto sia di una lunga crisi economica che degli errori commessi nel corso del tempo dalle autorità europee, quella propaganda faccia breccia in porzioni non irrilevanti degli elettorati. Allora attenti alla natura del compromesso che ci sarà (se ci sarà) fra i greci e l’Europa. Se potrà essere letto soprattutto come una vittoria dei greci, scatenerà i rancori dell’opinione pubblica tedesca: sarà letto come il successo degli imbroglioni (quelli che truccano i conti) e dei parassiti che vivono alle spalle altrui. Niente di buono si preparerebbe allora per l’Unione perché la Germania non è un piccolo Paese. Se il compromesso sarà invece letto come una sconfitta del governo greco, allora il messaggio generale, che verrà usato e rilanciato da tutti i leader anti-europei, sarà che la democrazia, in Europa, non conta nulla, che è irrilevante ciò che gli elettori vogliono, mandando al governo questo o quello. Anche in questo secondo caso un futuro piuttosto cupo si preparerebbe per l’Unione”. La Grecia non è uscita dall’Eurozona: debitori e creditori si sono in qualche modo accordati. La debolezza europea resta. L’ipotesi “Grexit” pure.

EPILOGO La propaganda di Tsipras e del suo partito si rivela presto ingannevole: i debiti sono debiti, non li si può cancellare impunemente secondo quanto promesso agli elettori. Ingannevole è pure l’assetto attuale dell’Europa che mette in pericolo non solo l’esistenza della sua moneta ma la stessa democrazia e tutto lo storico processo di unificazione politica: un processo che, troppo spesso, si dà per scontato dimenticandone le conquiste. Quel che è accaduto nel continente dal 2008 in poi non è altro che un dissociarsi sempre più ampio tra regole europee, pur sempre da rispettare in quanto sottoscritte dai governi nazionali, e regole della democrazia interna degli Stati legate alle scadenze elettorali che, a intervalli ravvicinati, non fanno che evidenziare un distacco crescente tra cittadini e costruzione europea, pregiudicando seriamente le basi di quest’ultima. Illuminante, a questo proposito, il pensiero di Angelo Panebianco (“Ma serve ancora andare al voto?” Corriere della Sera del 15.03.2015), di cui riportiamo un breve estratto: “…da un capo all’altro del Vecchio continente ci sono ormai tanti leader politici che ottengono grandi ascolti e mietono successi elettorali contrapponendo la democrazia (nazionale), le prerogative degli elettori, i diritti dell’uomo comune, alla “dittatura europea”, al potere, più o meno anonimo delle euro-tecnocrazie, alla “arroganza” della Germania, eccetera, eccetera. Conta poco il fatto che nella propaganda anti-europea ci siano, oltre a qualche verità, anche diverse bugie. Importa

Alla fine di questa narrazione in tre atti sull’euro e sulla sua crisi, si prospetta un futuro quanto mai incerto. Se l’euro è il termometro che rivela il malessere (o il benessere) dell’Europa ed esplodendo può innescare un dramma imprevedibile, la terapia non può limitarsi solo alle misure economiche o bancarie, nonostante l’innegabile perizia di Mario Draghi. Serve qualcosa di più perché il cinismo e la stanchezza di molti europei sono un male insidioso che bisogna conoscere e combattere con la forza della verità, delle 14


idee nuove e, perché no, dell’utopia.

meno lontani, dove dopo una trafila burocratica vengono accolti - o ricevono asilo - e beneficiano di misure di tutela. Il flusso che attualmente preoccupa l’Europa è composto da soggetti che rientrano in questa classe. È un’emergenza umanitaria senza precedenti, la più grave dalla seconda guerra mondiale. All’interno del più ampio universo dei migranti ci sono però ancor coloro i quali abbandonano il proprio Paese per ragioni meno gravi oggettivamente ma non soggettivamente. Sono quelli che definiamo “migranti economici”. In questa classe facciamo confluire i protagonisti delle “migrazioni internazionali classiche, attivate dagli squilibri esistenti tra i Paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati che generano flussi dai primi verso i secondi. La dinamica si spiega alla luce dei cosiddetti “fattori di espulsione”, le condizioni difficili del Paese di partenza, e dei “fattori di attrazione”. Negli anni cinquanta del secolo scorso e in quelli immediatamente successivi, questi ultimi erano costituiti soprattutto dalla domanda di lavoro del settore industriale, che l’insufficiente manodopera locale non riusciva a soddisfare. Verso la fine degli anni ’70, con la deindustrializzazione e il concomitante avvento della società dei servizi, le economie dei paesi avanzati hanno cominciato ad esprimere una domanda di lavoratori per mansioni terziarie, tipicamente umili e poco pagate, che non avevano riscontro nella forza lavoro autoctona, perché quest’ultima predilige impieghi più prestigiosi e meglio retribuiti ma soprattutto corrispondenti al proprio capitale umano. Il caso tipico è quello delle badanti: un profilo professionale molto richiesto nelle società occidentali soggette a progressivo invecchiamento ma che non è ambito dai lavoratori locali. Veniamo quindi alla terza e

UN PANORAMA IN CAMBIAMENTO Intervista a Marco Orioles, sociologo Professor Orioles, può spiegare le differenze tra immigrati, migranti, profughi, extracomunitari, clandestini, richiedenti asilo? Ognuna di queste categorie fotografa uno status diverso. Secondo me potremmo semplificare il quadro suddividendo l’intero universo dei migranti in tre classi. La prima è quella dei soggetti in movimento per ragioni cogenti, come la guerra o le persecuzioni. Come evidenziano i dati dell’UNHCR, stiamo parlando di quasi cinquanta milioni di individui, definite dall’agenzia “persons of concern”. Alcune non riescono ad allontanarsi dalla zona a rischio: la maggior parte dei profughi e rifugiati è ospitata in strutture nello stesso Paese di provenienza o in quelli

Il sociologo Orioles

limitrofi, non lontano dai propri aguzzini. Altri invece riescono a raggiungere Paesi più o 15


ultima classe, quella dei nuovi cittadini. Gli immigrati che optano per uno stanziamento definitivo nel Paese di accoglienza hanno di norma accesso alla cittadinanza - la cosiddetta “naturalizzazione” ma soprattutto generano figli che diventano cittadini del Paese in cui sono nati o cresciuti. Questo è il volto principale dell’attuale stadio avanzato del processo migratorio, in cui nuove componenti si aggiungono alla popolazione autoctona rendendo la società più differenziata da un punto di vista culturale. Ciò pone delle sfide nuove, perché l’accomodamento di usi e tradizioni diverse non è automatico, come insegna l’esperimento dell’Islam in Occidente. La tripartizione che ho delineato qui è grezza ma utile per distinguere fenomeni diversi. In merito a tali “categorie”, come valuta la situazione del Friuli Venezia Giulia? Il Friuli Venezia Giulia ospita oggi oltre centomila cittadini stranieri, che stanno diventando parte integrante del suo tessuto sociale. Parte di essi sono giunti qui parecchi anni fa, si tratta di intere famiglie con figli che sono indistinguibili dai ragazzi autoctoni, se non per i tratti somatici e i cognomi. Questa è d’altronde la caratteristica distintiva delle seconde generazioni: essere espressione, più che delle origini dei rispettivi genitori, della società in cui sono cresciuti e di cui hanno assorbito i tratti culturali frequentando i nostri istituti scolastici. La revisione della legge sulla cittadinanza da poco approvata alla Camera ha introdotto il cosiddetto “Ius culturae” proprio per ratificare questa realtà: quella di un esercito di “nuovi italiani” da quasi ogni punto di vista fuorché quello giuridico. Negare un diritto come lo status di cittadini appariva a molti un’ingiustizia nei confronti di soggetti che hanno fatto propria la cultura italiana, e spesso quelle locali, ma

sono costretti a chiedere il permesso di soggiorno per vivere nel Paese natale. Per la sua posizione geografica, il Friuli Venezia Giulia è sempre stato meta però anche di flussi contingenti, di cui quello attuale rappresenta un caso paradigmatico. L’emergenza profughi è il riflesso di una crisi internazionale senza precedenti che non ha risparmiato una regione come la nostra alla luce della sua prossimità con la “rotta balcanica”, che è stata interessata negli ultimi mesi da un vero e proprio esodo che ha messo in difficoltà tutte le realtà coinvolte. Purtroppo, ritengo che vi saranno ben pochi cambiamenti nel breve termine. I Paesi di origine dei profughi e dei richiedenti asilo soprattutto Afghanistan e Pakistan - sono alle prese con turbolenze interne e internazionali gravissime e non si vede la luce in fondo al tunnel. La solidarietà nei confronti delle vittime di tali situazioni è obbligatoria da parte di chi, come noi, ha vissuto sulla propria pelle tragedie analoghe in un passato non lontano. Oltretutto, è vincolante sulla base del diritto internazionale. Ciò detto, è sempre bene distinguere tra emergenze e realtà strutturali. Come ho cercato di illustrare prima, dentro l’immigrazione ritroviamo fenomeni di segno diverso e con un impatto differenziato sulla società ricevente. Gli immigrati rappresentano il versante strutturale, frutto di dinamiche centrali del mondo contemporaneo di tipo soprattutto economico, e sono qui per restare. Stanno già dando un contributo fondamentale al sistema. Restano in piedi alcune domande che toccano il fronte della convivenza, soprattutto sul piano culturale: quali saranno gli equilibri della società multietnica che va prendendo forma? Gli immigrati si coaguleranno in nuove minoranze, con un’identità peculiare e distinta, o si 16


confonderanno col resto degli abitanti essendo passati attraverso un processo di assimilazione culturale (“friulanizzazione”)?

un califfato gestito da un gruppo integralista dedito alle stragi, ha reso permanente la discussione sul posto dell’islam nelle relazioni internazionali e negli affari interni di tutti i paesi in cui è presente una minoranza islamica. In Friuli Venezia Giulia questo tema è meno caldo ma ciò non significa che non si ponga. Proprio in queste ore è in corso a Udine un’animata discussione generata dalla richiesta di alcune donne musulmane di disporre di orari distinti per le attività sportive nelle strutture pubbliche, in particolare le piscine. Questa istanza mette a nudo il cuore del conflitto futuro: quello tra una maggioranza che ha accettato la laicità e il secolarismo e una minoranza al cui interno vi è chi pensa che i comportamenti umani e sociali debbano seguire i comandamenti religiosi. Seguire gli sviluppi di questo dibattito e di tutti gli altri temi che ruotano intorno al mondo dell’immigrazione richiederà l’attenzione da parte di chi, come me, opera nei settori della ricerca e dell’informazione. Che differenze ci sono tra la situazione del Friuli Venezia Giulia, quella italiana ed europea? La principale differenza tra il quadro del Friuli Venezia Giulia e quello di altre realtà europee sul fronte dell’immigrazione è la natura tutto sommato recente del fenomeno per la nostra regione. La storia dei flussi migratori comincia per noi negli anni ’90 del secolo scorso. Poco più di vent’anni, dunque, durante i quali sono cambiate molte cose mentre altre non si sono manifestate con la medesima intensità registrata in Paesi in cui il fenomeno è più antico. La presenza straniera da noi ha assunto una rilevanza fondamentale sul fronte economico: i lavoratori stranieri sono una componente irrinunciabile del mercato del lavoro, mentre l’imprenditoria etnica sta

In fuga

La domanda è pertinente perché la storia del Friuli Venezia Giulia è anche una storia di minoranze etniche e linguistiche e non è stata sempre rose e fiori. Con centocinquanta cittadinanze registrate oggi nelle anagrafi comunali, domandarsi se il nostro futuro è quello della balcanizzazione o della coesione sociale è lecito, soprattutto alla luce delle esperienze non sempre fortunate di altri Paesi. La società multietnica è un esperimento in corso che non necessariamente genererà armonia. I conflitti sono prevedibili e non tanto sul piano delle risorse economiche, quanto sul quello delle visioni del mondo di cui ogni cultura è portatrice. Di questi aspetti io mi occupo da sempre e ho sviluppato un forte interesse sulla materia religiosa. L’islam è al centro della mia riflessione e la sua inclusione nell’orizzonte europeo pone degli interrogativi. Da quando è stato sviluppato da Samuel Huntington più di venti anni or sono, il paradigma dello “scontro di civiltà” ha suscitato un dibattito acceso e a tratti aspro, pungolato dagli episodi non certo lieti dettati che pungolano la cronaca internazionale. L’ascesa del terrorismo islamista, culminata con gli attentati dell’11 settembre 2001 e tornata in primo piano oggi con la nascita di 17


fiorendo e mostra una certa vivacità. I kebab e altre attività commerciali gestite da cittadini stranieri sono ormai familiari nel tessuto urbano, idem per la presenza di immigrati nel tessuto delle piccole e medie imprese in svariati settori. Anche a scuola l’immigrazione ha fatto sentire i suoi effetti: negli istituti di ogni ordine e grado vi è una presenza rilevante di alunni di origine straniera, frutto dell’avvento e della crescita delle seconde generazioni. Quanto alla partecipazione in altri ambiti, gli immigrati sono invece per lo più assenti. Anche nell’associazionismo, dove non mancano sodalizi operativi, non vi sono ancora segnali forti; fanno difetto soprattutto le attività trasversali, che coinvolgano sia immigrati che autoctoni. Se pensiamo che in Paesi come la Francia o la Gran Bretagna le comunità straniere hanno espresso associazioni, lobbies e leadership di notevole impatto a livello collettivo, ci si può rendere conto che la strada da noi è ancora lunga prima che l’immigrazione faccia sentire forte e chiara la propria voce. Quando ciò accadrà, ne vedremo sicuramente delle belle. Migrazioni e terrorismo: quale relazione tra i due fenomeni? Se parliamo di terrorismo islamista la relazione è stretta. Nel mio ultimo libro, e soprattutto in quello che sto ultimando, esploro proprio la stretta associazione tra il terrorismo jihadista e le seconde generazioni di immigrati, dalle cui leve sono usciti gli artefici degli attentati che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi anni. Il giro di boa sono state le bombe di Londra del 7 luglio 2005: tre degli attentatori erano nati in Gran Bretagna. Soprattutto oggi, nella stagione delle bandiere nere del califfato, il terrorismo ha il volto e le braccia di cittadini europei. Come gli artefici del massacro della redazione di Charlie Hebdo dello scorso

gennaio, i fratelli Kouachi di Parigi, o gli autori della strage del 13 novembre, quando un commando di cittadini belgi e francesi ha colpito di nuovo Parigi facendo una mattanza di giovani abbattuti in pieno centro. La minaccia jihadista rappresenta per l’Europa un “clear and present danger” proprio alla luce della presenza di questo nemico interno, che si muove liberamente nelle nostra società e nello spazio Schengen. Disinnescare questa bomba è urgente e richiede una decisa azione da parte delle nostre autorità e soprattutto dagli esponenti moderati delle comunità islamiche. Più che formulare condanne di rito del terrorismo, i leader musulmani hanno il dovere di identificare il percorso che conduce alcuni membri delle loro comunità sulla strada della violenza, ripudiando la società che li ha allevati. Sarà una battaglia lunga ma cruciale la cui posta in gioco altro non è che la convivenza e la pace.

LACUNE D’EUROPA All’Europa manca una vera politica estera. Le sarà imposta dalle pressioni internazionali* di Thomas Jansen, politologo Dopo la crisi economica, ora il Vecchio continente è pressato dall'emergenza migratoria e dal terrorismo. Sfide che richiedono risposte condivise. Ma per questo sarebbe necessario cedere nuove quote di sovranità a Bruxelles. In questa direzione si registra qualche passo avanti, ma la resistenza degli Stati membri è ancora forte. È una delle esperienze ricorrenti della storia dell’integrazione europea: i capi di Stato e di governo degli Stati membri, uniti in una 18


leadership collettiva dell’Unione nel Consiglio europeo, sono regolarmente in ritardo con le loro decisioni rispetto a quanto sarebbe necessario nelle diverse circostanze, restando così sempre dipendenti dall’andamento delle crisi, che invece si sarebbero potute evitare con decisioni ragionevoli e tempestive. Quando poi i problemi diventano quasi ingestibili, l’affrontarli presenta grandi difficoltà per tutti coloro che ne sono coinvolti. Lo si è visto con la recente crisi economica e lo stiamo sperimentando in modo particolarmente drammatico in relazione alla crisi dei rifugiati, che ha gettato nel panico alcuni degli Stati membri direttamente interessati e ha portato l’Unione europea sull’orlo del crollo.

Anche il fatto che la guerra civile in Siria potesse avere ricadute sull’Unione europea non era stato previsto. Nelle capitali europee si è agito come se di conseguenze non ce ne dovessero essere, benché già i conflitti in Iraq, Afghanistan e Libia costituissero esperienze di riferimento. In ogni caso: oggi ci è più chiaro che l’Europa nel suo insieme non può rimanere fuori dai conflitti che sono una minaccia diretta per la stabilità, i valori e gli interessi dell’Unione. Si tratta peraltro non di minacce accidentali e occasionali. Le nuove minacce derivano anche dal nuovo ruolo dell’Unione europea nelle relazioni internazionali. L’importanza della politica estera e di sicurezza continuerà ad aumentare in futuro.

Anche nel campo della politica estera e di sicurezza, che a causa della crisi dei rifugiati e dei devastanti attacchi terroristici a Parigi il 13 novembre ha di nuovo acquisito una particolare attualità, si evidenzia una grave omissione della politica europea. Pressioni migratorie e terrorismo hanno la loro origine soprattutto – ma non solo – in guerre oltre i confini dell’Europa. Dopo che, attraverso l’integrazione e l’unificazione interna, la guerra è stata messa al bando nel Vecchio continente, ora essa arriva da fuori, senza che l’Unione sia adeguatamente preparata.

La colomba della Pace

Da un lato l’Ue è resa vulnerabile ai suoi confini per il non ancora del tutto completato allargamento geografico. La protezione delle frontiere esterne è un prerequisito fondamentale per lo sviluppo, l’apertura e la libera circolazione all’interno. D’altro lato l’accrescimento della sua potenza, che all’Unione deriva dalla sua stessa politica d’integrazione e di unificazione, ne aumenta la responsabilità politica regionale e globale. Bisogna essere in grado di far fronte a questa responsabilità, sia in solidarietà con i Paesi

La fine dell’Unione Sovietica aveva nutrito l’illusione che il pericolo della guerra fosse eliminato. È stata una brutta sorpresa da cui l’Unione europea non si è ancora ripresa, che la Russia, sotto la guida di Putin e la sua politica aggressiva e nazionalista, abbia minacciato i suoi vicini e con le sue iniziative in Crimea e in Ucraina orientale abbia di nuovo messo in discussione la pace europea. 19


confinanti provati, soprattutto in Africa, dalla fame, dall’oppressione e dalla guerra, sia per i propri interessi. Tuttavia, per poter fare ciò è necessario un accordo di fondo, costituzionalmente sancito tra gli Stati membri che devono trasferire un altro pezzo della propria sovranità e relative competenze all’Unione.

che prima o poi, sotto la pressione degli eventi si supererà anche la resistenza alla cessione della sovranità e si aprirà la strada per un’autentica politica estera e di sicurezza europea.

Accenni di una politica estera comunitaria e quindi di una politica di sicurezza e di difesa comune sono stati sviluppati a partire dal Trattato di Maastricht (1993). Passi avanti sono stati compiuti soprattutto con il Trattato di Lisbona (2009). Il coordinamento e la comunicazione tra gli Stati membri sono stati migliorati. Sono state decise riunioni periodiche di comitati, a cui in tempi di crisi possono essere trasferiti alcuni poteri decisionali. Il coordinamento tra il livello politico e quello militare è stato sistematizzato. È stato nominato un (o una, perché questa funzione viene attualmente svolta dall’italiana Federica Mogherini) Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza che presiede il Consiglio dei ministri degli Esteri.

L’EUROPA E I SUOI PROFETI

* tratto dal sito www.agensir.it

di Lino Sartori, filosofo Non nutro alcuna simpatia per i profeti, almeno per quelli che, come si dice volgarmente, predicono il futuro, o così millantano. Ma vi è un tipo di profeti che amo e ammiro: quelli, per dirla con David Turoldo, PROFETI che “denunciano in sofferenza il presente”. Perché questi hanno tre virtù infrequenti: una straordinaria forza interiore che li fa essere sempre coerenti con se stessi, innanzi tutto; una lucidità di analisi che li porta a vedere e dichiarare ciò che pochi vedono e ammettono, e, da ultimo, un coraggio granitico per difendere ovunque e davanti a chiunque quanto scoprono, senza pretendere alcuna ricompensa personale. La constatazione, un po’ amara, è che questo tipo di profeti non buca mai i teleschermi e quindi le loro lezioni non solo non raggiungono il grande pubblico, ma vengono ricordate, e raramente capite, solo quando oramai è tardi. La situazione in cui versa attualmente la nostra Europa, o almeno i 28 Paesi che costituiscono l’Unione Europea, è stata lucidamente letta, anni or sono, da alcune menti fuori dal coro. Non occorre essere particolarmente ferrati nell’arte dell’analisi socio-politica per capire come attualmente l’UE versi in uno stato di arrancamento che la

Ma siamo ancora lontani da una politica istituzionale sovranazionale che abbia anche capacità militari con forze armate integrate. Ciò che fino ad ora è stato concordato e praticato, e gli accordi istituzionali in materia di politica estera, di difesa e di sicurezza continuano a mancare di una prospettiva adeguata. Come anche in altri settori della politica europea, la politica estera e di sicurezza comune si svilupperà solo in risposta agli imperativi dettati dalle sfide e delle crisi, e così, è da temere, resterà in ritardo rispetto a ciò che sarebbe necessario oggi per essere pronti domani. C’è da sperare e da attendersi 20


fa sembrare, talora, in agonia prolungata. Davanti al nuovo l’UE segna il passo, facendosi trovare spesso impreparata, proprio perché non presta ascolto a chi le ha, da tempo, segnalato ciò che incombeva in modo evidente. I recenti drammatici fatti delittuosi verificatisi a Parigi ne sono una conferma. Non intendo affermare né augurarmi che i nostri Paesi debbano vivere in uno stato di coprifuoco più o meno dichiarato, per poter prevenire le follie, sempre imprevedibili, di lupi solitari o che si muovono in branco. Mi riferisco, invece, al tessuto europeo che fatichiamo a costruire: più che ad una meravigliosa tela di Aracne, quando costei poteva esprimere la sua arte con le sue prodigiose mani prima della condanna, per invidia, da parte di Atena, la strada dell’UE somiglia alla tela di Penelope: disfare di notte quello che si intreccia di giorno. Con questo ritmo i progressi veri sono lenti e soprattutto fragili. Non sappiamo dare solidità alla nostra casa comune, tanto che, attualmente, la fotografia più azzeccata sembra essere quella di Zygmunt Bauman, che non solo parla di una società sotto assedio (anche a livello globale), ma soprattutto di una società liquida, in cui tutto si è disciolto ed è venuto meno perfino il senso del fondamento, che è uno dei pilastri sui quali si è costruita tutta la storia occidentale. Infatti la domanda, che ha fatto da riferimento costante di tutto il sapere, dai classici Greci fino alla metà del Novecento, si chiedeva quale fosse l’arké della totalità, alla quale ogni branca dello scibile umano ha cercato di apportare un contributo per definire quell’immenso costrutto che chiamiamo civiltà europea. Ebbene, in pochi anni tutto questo lento, serio, meticoloso, sofferto lavorio sembra essere andato in frantumi. Per lasciarci che cosa? Appunto,

come dice Bauman, solo liquidi, ovvero liquame. Non tanto né soltanto il terrorismo, nemmeno un fenomeno di portata immane come le migrazioni, sono, a mio modesto parere, la causa della decomposizione della casa europea. Vi sono dei mali più sottili che la erodono lentamente, ma inesorabilmente, dal di dentro; mali che non sono scoppiati come le febbri autunnali o le epidemie asiatiche: sono mali nostrani, direi quasi, caserecci, comuni a tutta l’Europa, mali che vengono da lontano. Sulla scorta di chi ha saputo, in anni non sospetti, denunciare in sofferenza questi mali, ne indico i più salienti, seguendo due grandi del nostro recente passato: Albert Camus e Isaiah Berlin. Nel 1955, tenendo una serie di conferenze in Grecia, Camus ricordava come l’Europa non abbia saputo gestire il fenomeno demografico interno e ricordava come dal VII secolo al XIX gli abitanti dell’Europa si siano mantenuti per lo più attorno ai 180 milioni, mentre in un solo secolo, fino all’inizio della Grande Guerra, gli europei siano cresciuti raggiungendo 460 milioni. Per completare il quadro, ricordo che nell’ultimo secolo la crescita si è fermata a 503 milioni, con un forte tasso di eterogeneità di provenienze e quindi di culture. Ciononostante, afferma Camus, l’Europa è rimasta “provinciale”, Parigi (sic!) è provinciale. Perché? Perché si fatica a passare dal pensare nazionale al pensare europeo: figuriamoci confrontarci con il pensare globale! É come se l’Europa fosse “ferma alle macchine a vapore”. La causa di tutto ciò sta, secondo Camus, nel fatto che la civiltà europea ha “creato un individuo separato dalla comunità, un individuo considerato come un tutto”, a tal punto che “mi sembra che oggi la società occidentale muoia di un individualismo eccessivo”. 21


Francia e fu esteso a tutti; nessun uomo doveva essere escluso dal possesso di questo diritto, che perciò fu detto universale e inalienabile. Ma le cose andarono diversamente, come ognuno ben conosce, soprattutto nel Novecento, tant’è che “probabilmente è difficile trovare un’epoca in cui la quantità di persone umiliate sia così grande”. Ancora la domanda: perché? Risponde Camus: “la nostra civiltà viene minacciata nella misura in cui oggi un po’ ovunque questa persona umana, che essa (la civiltà europea) era riuscita a porre al centro delle sua riflessione, viene umiliata”. A parte le varie considerazioni che si possono fare e che sono state ampiamente avanzate da molte discipline, mi sembra opportuno continuare la riflessione di Camus collegandomi ad una parte del pensiero di Isaiah Berlin, in particolare ai discorsi da lui tenuti a Torino e a Toronto fra il 1988 e il 1994. Berlin ha individuato due terreni particolari sui quali la civiltà europea non ha saputo portare a termine il suo compito. Innanzi tutto il rapporto fra i tre diritti di cui si è fatta paladina la Rivoluzione francese. Secondo Berlin, questi tre diritti sono reciprocamente incompatibili, o meglio, secondo il linguaggio della logica medievale, risultano essere tra loro incompossibili. Infatti, se voglio essere totalmente libero, vorrò fare ciò che voglio senza alcuna limitazione al mio campo d’azione; ma in questo modo vado direttamente in conflitto con la libertà altrui, che mira al medesimo spazio di manovra. Oppure, se sono interessato all’eguaglianza, devo o rinunciare a qualcosa di mio, se vedo di avere più di un altro, oppure devo esercitare una certa forza perché altri rinuncino a ciò che non li rende uguali ai loro simili. Con la chiarezza delle metafore che lo caratterizza, Berlin afferma:

Albert Camus

Dal punto di vista culturale questa analisi, e la conclusione cui Camus perviene, trova riscontro nell’evoluzione incompiuta del celebre trio dei diritti proclamati dalla Rivoluzione francese. Mentre di eguaglianza e libertà sono piene tutte le vicende storiche, politiche, sociali, economiche, giuridiche dell’Ottocento e del Novecento, e non si contano i ponderosi dibattiti teorici sollevati da filosofi, sociologi e scienziati, del diritto di fraternità pare si siano perse le tracce. Eppure di diritto si parlava! Un diritto che aveva la stessa dignità degli altri due, una cosa grandiosa, una conquista che - a parte il riferimento a Cristianesimo, che merita ben altra trattazione - prese le mosse dal 1789 francese e che mai fu ritrattata da alcuno. Essere fratelli: una vetta altissima cui seppe giungere il vero laicismo, al di là di ogni altro (e ve ne sono!) possibile riferimento teologico o religioso. Essere fratelli per il semplice fatto di essere umani: questo fu proclamato agli inizi della Rivoluzione in

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“La libertà totale per i lupi significa morte per gli agnelli; una totale libertà dei potenti, dei capaci, non è compatibile con il diritto che anche i deboli e i meno capaci hanno a una vita decente”. Peggiore ancora è la sorte del diritto di fratellanza, che, come sopra dicevo, è ancora ben lungi dall’essere inteso ed interiorizzato come diritto tout court. La conclusione, alla quale perviene Berlin, è che “l’intercomunicazione fra culture diverse è possibile solo perché ciò che rende gli uomini umani è comune a tutti e funge da ponte fra loro”. Ma qui sta il punctum dolens: la civiltà europea, quella che dai Trattati di Roma in poi si è voluto fosse la linfa vitale per i milioni di cittadini che ne avrebbero condiviso i valori fondanti, ha saputo definire con accettabile chiarezza ed univocità il fondamento umano comune? Intenzioni a parte, ciò che è emerso sono state, dopo la fine delle ideologie, posizioni affatto differenti, e non di rado tra loro confliggenti, su quasi tutto: in politica estera, in fatto di welfare e giustizia, di modelli di integrazione interna e con i nuovi arrivati, eccetera. Si ambiva ad un sistema europeo perfetto, ed intanto come nel principio di indeterminazione di Heisenberg - accadeva che le situazioni mutassero continuamente e le soluzioni previste si manifestassero inadatte o in ritardo. Sulla scia di Kant che diceva che “da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo non si può costruire nulla di perfettamente dritto”, Berlin conclude: “Si devono fissare delle priorità, mai definitive, mai assolute”, perché “la regola generale è mantenere un equilibrio precario che impedisca il sorgere di situazioni disperate, di scelte intollerabili” in modo da garantire la possibilità di creare una società decente, traguardo a cui si deve mirare con

forza, ma anche “con una certa umiltà, che è quanto mai necessaria”.

Isaiah Berlin

L’altro aspetto tematizzato da Berlin come terreno di conflitto intraeuropeo è il celebre dilemma di Antigone, che in termini del tutto riassuntivi posso esprimere così: da un lato l’uomo europeo sa che è necessario sottostare alle leggi, se vuole edificare una casa comune; ma dall’altro è altrettanto consapevole che vige sovrano “il principio di coscienza”, per il quale nessun cittadino può essere costretto a sottomettersi a ordini che ledano la sua libertà di coscienza. Dunque, esistono due morali, cioè due modi di tradurre in comportamenti pratici le leggi e le stesse istituzioni: la morale secondo lo Stato e la morale secondo la coscienza. Quindi per quanto le istituzioni, anche quelle comunitarie, si sforzino di addivenire a delibere uniformi, ci sarà sempre “un principio superiore personale” che potrà minare dall’interno le istituzioni stesse. La vicenda, tormentata e ancora irrisolta, dei migranti lo conferma: le istituzioni potranno ordinare di erigere muri e barriere spinate, 23


ma i cittadini saranno liberi di prestare soccorso come detterà loro la coscienza. Ma è anche il caso delle reazioni armate al terrorismo organizzato, di qualunque matrice questo sia: dai governi potranno essere impartiti ordini di bombardare, ma i cittadini potranno organizzare contro questi stessi governi manifestazioni che lentamente ne minano la legittimità. Berlin conclude: ci sono sempre valori tra loro incompatibili. Coerentemente con le riflessioni precedenti, dovremmo concludere affermando che, dunque, è meglio lasciare che le cose, ovvero gli Stati, seguano il proprio destino? Berlin è di un altro avviso, che ritengo essere un insegnamento di morale pubblica e civile altamente significativo: “Possiamo fare solo quello che possiamo, ma questo dobbiamo farlo nonostante le difficoltà”.

centrodestra “Les Républicains” (ovvero I Repubblicani, guidati da Nicolas Sarkozy): “Va aperta al più presto una Guantanamo francese”. E così via, in tutta Europa, la deriva euroscettica, nazionalista, populista, conservatrice e ben poco rispettosa dei diritti civili ed umani, prosegue, inseguendo i voti di cittadini giustamente spaventati da avvenimenti epocali come la crisi economica e l’ondata migratoria dai paesi mediorientali ed africani, ma pur sempre ben poco informata e poco impegnata in azioni di politica consapevole. Ma, grazie al cielo, non tutto è perduto. Esiste nell’Unione Europea una forza politica consapevole, che fa della cittadinanza attiva e ben informata uno dei suoi maggiori punti di forza. È il caso dell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, abbreviato ALDE, l’unico partito transnazionale europeo mai esistito: nato come organizzazione che riunisce e coordina i partiti nazionali che fanno parte dello stesso gruppo parlamentare al Parlamento Europeo, si è progressivamente aperto all’iscrizione di singoli individui, diventando così a tutti gli effetti una forza partitica. Tramite questo strumento, oltre che alla giovanile chiamata Gioventù Liberale e Radicale Europea (LYMEC), si vuole così coinvolgere nei compiti e nelle attività politiche l’impegno dei cittadini che vi sono interessati, un po’ come succede in Italia, vista l’assenza di un vero partito liberaldemocratico europeista (si ricordi che il Partito Democratico renziano è iscritto nel gruppo dei socialisti di Martin Schulz). L’ALDE difende a spada tratta i principi e valori contenuti della sua carta fondativa “Dichiarazione di Stoccarda” del 1979, quali quelli di libertà e responsabilità individuale, democrazia e governo delle leggi, rispetto per diritti umani, tolleranza e laicità, ambientalismo, oltre che difesa del libero

LIBERALISMO ED EUROPEISMO di Daniel Baissero, studente universitario Inutile negarlo: le forze politiche più o meno euroscettiche avanzano in tutto il continente, imponendosi in molti stati che un tempo facevano della speranza di un’Europa veramente unita uno dei cardini del proprio programma. Un esempio è sicuramente quello francese: siamo passati dalla Dichiarazione Schuman del 1950, quando veniva posto il primo mattone per la costruzione di una casa comune europea che fosse anche politica oltre che economica, ad oggi, solamente 65 anni dopo, con l’ondata nazionalista del Front National lepenista alle porte dell’Eliseo, con la relativa e pericolosa contaminazione dei partiti più moderati, come dimostrano le deliranti dichiarazioni di uno degli esponenti del partito di 24


mercato e di libera concorrenza, pur sempre rispettando i controlli necessari rispettosi della sostenibilità. E su tutto, l’ALDE persevera nel suo sogno di un’Unione Europea finalmente federale, nella quale sia condivisa non solo la moneta, ma anche la politica estera, un esercito, un corpo di diritto, un senso di identità culturale e politico. Uno dei suoi leader oltre che candidato per la Commissione Europea alle recenti elezioni è, tra gli altri, il belga Guy Verhofstadt, che insieme a personalità come quella dell’inglese Graham Watson, entrambi europarlamentari, ha portato avanti una serie di battaglie su tutto il continente a favore del federalismo europeo, incontrando rappresentanti istituzionali di tutti gli stati che siedono nel Parlamento di Bruxelles e arrivando anche a sottoscrivere un vero e proprio manifesto insieme a Daniel CohnBendit “Per l’Europa!”, portando così a passo con i tempi le idee di Altiero Spinelli. E queste idee riformiste riescono ad ottenere un certo seguito in molti stati: di formazioni liberali in Olanda ce ne sono addirittura due, i “Neos” austriaci sono determinanti per la formazione di tutte le maggioranze politiche, i “Ciudadanos” in Spagna rivaleggiano SGUARDO AL PASSATO addirittura per la Presidenza del Consiglio. Questi ed altri esempi possano essere lo spunto per una riflessione finalmente ottimista sul futuro: ora più che mai necessitiamo di più intraprendenza e di coraggio se vogliamo che questa Europa, così ferma e grigia, finalmente avanzi lungo i giusti binari, a cominciare da un rinvigorito impegno civico, che guardi molto avanti ma che sia anche molto concreto.

Europea è anche una bella occasione per ripercorrere un anno di lavoro. Perché, nonostante il momento non certo favorevole per sostenere i pregi dell'Unità Europea, l'Accademia prosegue nella sua mission nel tentativo di rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che, appassionati di varie tematiche legate al Vecchio Continente, non vogliono rinunciare ad a farsi trasportare da esse. Così, il nostro sguardo sul 2015 non può non soffermarsi su alcuni traguardi raggiunti, i quali hanno saputo infonderci passione e ulteriori competenze. Il tutto senza che le criticità di questa Europa venissero taciute, ignorate: la nostra Accademia sa bene che la situazione non è facile e di certo non è quella che auspicava quando, nell'ormai lontano 1989, venne costituita. Ciò non toglie che continua ad adoperarsi per divulgare gli ideali di quei Padri nobili dell'Europa; li citiamo ancora una volta: Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli. Poi, certo, in una panoramica che non sarebbe comunque esaustiva, da citare ce ne sarebbe molti altri di un passato ancora più remoto fino ad arrivare agli europeisti più recenti. Ma non è questa la sede per un approfondimento così meticoloso. Come detto, è solo uno sguardo al 2015 che è cominciato proprio con un'occhiata al nostro vicino: la Slovenia. Dopo la rituale assemblea dei soci, a metà febbraio, abbiamo collaborato con l'Associazione Mazziniana Italiana per l'organizzazione di due incontri, coordinati dall'amico Ivan Buttignon, ospitati nell'Art Open Space di Gorizia, sul tema “La comunità slovena ci racconta...”. La politica economica e monetaria dell'Unione Europea, che, pur frammenatata e discutibile, è l'unica dimostrazione tangibile di una presenza

IL NOSTRO 2015 La pubblicazione del numero 37 di Rassegna 25


dell'Ue negli ambiti nazionali è stata trattata in marzo a Trieste assieme al Lions Club Europa in una giornata informativa sul tema “La crisi dell'Euro” alla quale, coordinati da Dario Stechina, hanno partecipato Mario Pines, docente universitario, oltre che Pio Baissero, Direttore dell'Accademia Europeista. Al di là dell'aspetto economico, dove va la nostra cara Europa? Nel senso che, lo sappiamo, si è fatta la moneta tralasciando molti aspetti della politica quasi che tutto potesse basarsi sull'economia. Ebbene, in aprile, quest'aspetto è stato presentato al meglio dal filosofo Lino Sartori il quale, invitato da noi, dal Lions Club Monfalcone e dal Propeller Club della città cantierina, presentato dall'amico e socio Gustavo Caizzi, ha tenuto alla Sala Del Bianco del Comune di Staranzano, un'avvincente conversazione atta a trasmettere al pubblico non solo un'immagine inedita dell'integrazione europea ma anche a non far perdere la passione nel perseguirla. Proprio perché, nonostante tutto, “ci crediamo”, la “Giornata d'Europa” non è stata dimenticata tanto che l’Accademia ha organizzato a Gorizia un incontro dal titolo “L'Italia e l'Europa. Facciamo il punto” al quale hanno preso parte Pasquale Antonio Baldocci, sempre gradito ospite, e la senatrice Laura Fasiolo. Nel fare il punto sull'Unione Europa non si sono tralasciati i cambiamenti che la stanno attraversando con particolare riguardo all'integrazione delle seconde generazioni di immigrati: ecco quindi che in giugno, al polo universitario di via Santa Chiara, Gorizia, si è presentato il libro di Marco Orioles “E dei figli che ne facciamo” con l'autore a dialogare con la collega Antonella Pocecco e con il senatore Alessandro Maran. Il giornalista e collaboratore dell’Accademia Alex Pessotto ha coordinato l'incontro. Sugli scambi estivi con

altre Case d'Europa che da sempre costituiscono un tratto peculiare e un nostro punto di forza, in questo numero della nostra rivista ospitiamo gli interventi scritti ad hoc da Riccardo Cipollari nonché da Mauro Antonello, Rebecca e Carlotta Festa. E in luglio, con la Casa d'Europa di Neumarkt abbiamo collaborato per organizzare una manifestazione pubblica in occasione del 20.mo anniversario dell'entrata dell'Austria nella Unione Europea. Altresì, abbiamo collaborato con un'istituzione storica e prestigiosa quale il Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste nell'incontro dal tema “L'Unione Europea: verso gli Stati Uniti d'Europa, utopia o via obbligata?”, a cura di Thomas Jansen e con i contributi dei docenti universitari Gilda Manganaro Favaretto e del nostro presidente Claudio Cressati. In ottobre (mese in cui si è svolto anche quest'ultimo appuntamento) abbiamo consolidato la nostra presenza nell'Eunet (European Network for Education and Training) con sede a Bonn dando vita a Gorizia a un seminario internazionale che ha visto la presenza di numerosi partecipanti di Italia, Germania, Austria e Serbia. La manifestazione ha ospitato i saluti degli enti che sostengono l'Accademia ad iniziare dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia che era rappresentata da Michele Guliprein. Tra gli altri che hanno partecipato al seminario ricordiamo il vicesindaco di Gorizia, Roberto Sartori, l'assessore provinciale Vesna Tomsic e il Presidente della Fondazione Carigo Gianluigi Chiozza. Nel corso del seminario si è anche approvato un documento dal titolo “Appello per l'Europa” che questo numero della rivista contiene. Anche l'Accademia, per contro, è stata ospitata dall'Eunet in occasione dell'Assemblea generale svoltasi a Salisburgo a fine ottobre. 26


Di appuntamenti, insomma, ce ne sono stati tanti anche nel 2015. A Staranzano abbiamo invitato, in collaborazione il Lions Club e il Propeller Club di Monfalcone, un amico dell'Accademia Europeista già nostro relatore in occasione di incontri che riguardavano il Medio Oriente. Si è trattato del Maggiore dell'Esercito Italiano Giuseppe Amato, attivo nelle missioni di pace nei teatri europei e medio orientali che ha presentato il suo libro “L'eco dei miei passi a Kabul”. In novembre, poi, abbiamo dato vita a un corso in quattro lezioni sul “Fundraising per le Organizzazioni Non Profit”; le lezioni sono state tenute da Francesca Barnaba e Ramòn Miklus, che si sono rivolti a giovani e ad operatori di associazioni non lucrative per far conoscere tecniche e principi della raccolta fondi. E ancora, nello stesso mese l'Accademia è stata partner dell'associazione Culturaglobale, organizzatrice del Festival Cormonslibri 2015, avente quest'anno per tema “L'Essere in gioco”; in tale contesto si è parlato del libro “Mitteleuropa, foreste ed alberi” di Pio Baissero e Leopold Meidl; ha coordinato l'iniziativa Alex Pessotto. Quindi, il 9 dicembre il Propeller Club di Monfalcone ha organizzato una conferenza-dibattitto sul tema della progettazione del Polo Intermodale dell'aeroporto del Friuli Venezia Giulia, con la partecipazione di autorevoli esperti del settore dei trasporti; l'Accademia è stata partner dell'iniziativa. Da ultimo, almeno per quanto riguarda il 2015, l'attività si è chiusa con una mostra fotografica al bar Commercio di Gorizia, dal titolo “Visioni d'Europa” che è pure il titolo di una nostra pubblicazione, a voler raccontare, con immagini e testi, la comune identità della natura e della cultura del nostro caro e Vecchio continente: le immagini della mostra erano di Fabio Lescak, Enzo Pecorari, Lorenzo Campolongo,

Francesca Nicolini e Daiana Pregelj. Nonostante il molto impegno, altro avremmo ancora voluto fare per adempiere alla nostra mission. Tuttavia, quanto è stato fatto ci pare, con un pizzico di presunzione, già tanto. Il resto, peraltro, è nella nostra agenda di lavoro.

APPELLO UE Riportiamo il testo del documento approvato a Gorizia I rappresentanti dell’Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia, delle Case d’Europa della Carinzia e della Baviera si incontrano a Gorizia nelle giornate del 2 e 3 ottobre 2015 per manifestare la loro fiducia in una Unità Europea politica, economica e sociale, che si appelli a tutti i popoli del continente, alle forze politiche e ai movimenti democratici per promuovere un’unione dei popoli che sia democratica, libera e solidale, ispirata da una solidarietà fraterna e dalla negazione di qualsiasi barriera basata sulla discriminazione razziale, linguistica o religiosa, che potrebbe ostacolare le vocazioni umane più nobili. L’Unione Europea si trova in questo momento in un punto morto e deve essere ricostruita per evitare qualsiasi ulteriore paralisi o implosione, con una drammatica perdita per l’intero mondo civile. I promotori dell’incontro credono molto nella buona riuscita della loro iniziativa, che non dovrebbe essere vista come un ultimo grido di salvezza, ma come un contributo per un rilancio concreto della comunità: il richiamo della coscienza Europea non si è mai smarrito, tanto da auspicare che l’appello sia

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condiviso da tutti i popoli d’Europa ed accolto dai loro governi.

pronta al confronto con l'altro. Anche se di breve durata, i giovani hanno imparato molto da questa esperienza, lasciando loro molti nuovi amici e una idea di Europa molto più ampia e cosmopolita che si porteranno nel cuore per sempre. Ed alla domanda “Vorresti tornare l'anno prossimo?” tutti, in coro, hanno risposto “Sì!”.

FOCUS Un'estate europeista di Riccardo Cipollari, studente universitario Fra il 10 e il 17 luglio 2015, otto giovani studenti della nostra regione hanno avuto la possibilità, come ogni anno, di recarsi a Neumarkt (un piccolo paese della Stiria, in Austria) per uno scambio culturale organizzato dall'Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con

Laboratory: Technology of Involvement – Velden am Wörthersee (Austria) di Mauro Antonello, Rebecca e Carlotta Festa, studenti universitari Che cosa vuol dire esattamente “technology of involvement”? Prima di partire non lo sapevamo esattamente nemmeno noi. Quella settimana, da 23 al 30 agosto 2015, per capirlo, è stato organizzato un incontro su tale tema dall'Europahaus di Klagenfurt, che si occupa di favorire gli scambi tra giovani all'interno dell'Europa, ha coinvolto ragazzi e ragazze provenienti da Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Romania, Spagna, Grecia e Italia dai 18 ai 30 anni. Il laboratorio, guidato da due coordinatori che ci hanno supportato durante l'intera settimana, aveva lo scopo di coinvolgere ogni partecipante all'interno di numerose attività, quali workshop, creazioni di piccoli progetti autonomi, lavori, ma anche giochi di gruppo, al fine di creare un team unito, che sapesse non solo collaborare e lavorare insieme, ma anche accettare e conoscere le diversità e le culture dell'altro. Technology of Involvement, sviluppato e tenuto in lingua Inglese, è stato un percorso di crescita personale e amicizia fin dal primo momento. Ci siamo messi nei panni dell'altro (anche letteralmente, indossando le scarpe degli altri in uno dei giochi di gruppo che abbiamo fatto) abbattendo ostacoli come la timidezza e la difficoltà di parlare in una

Neumarkt luglio 2015

altre Case d’Europa. Tema di quest'anno: la parità di genere, la comprensione e l'accettazione del “diverso”. Ospitati in uno splendido castello fra i monti austriaci, i ragazzi, assieme ad altri coetanei provenienti da altri paesi europei, su questi argomenti hanno avuto modo di confrontarsi. Ciò vivendo non solo una semplice vacanza ma una vera e propria esperienza formativa che si prefigge annualmente il compito di mostrare ai suoi partecipanti un approccio “europeo” a questi problemi nazionali, trovando e proponendo soluzioni provenienti da contesti diversi da quelli di casa, ma che possono dare i loro frutti se prese in considerazione con una mentalità aperta e 28


lingua straniera; siamo riusciti a creare, suddivisi in piccoli gruppi, ipotetici laboratori futuri sui temi della comunicazione, del razzismo, dei social network e dell'accettazione di sé stessi, dando la possibilità ad ognuno di noi di essere leader e partecipante allo stesso tempo, imparando quali sono le caratteristiche e le qualità necessarie per saper stare insieme in un ambiente lavorativo. Abbiamo appreso quali sono le diverse possibilità di studio all'estero per i giovani, ad esempio attraverso Erasmus+ ed altre iniziative. Non sono mancati i momenti di svago, come la serata interculturale, in cui ogni paese veniva presentato attraverso piatti tipici, balli e presentazioni powerpoint, o la serata finale, in cui abbiamo cenato attorno al fuoco e ricevuto i nostri attestati di partecipazione, giungendo così al termine del laboratorio. A rendere ancora più piacevole il tempo trascorso a Velden è stato l'ostello della gioventù che ci ha ospitati, in riva al lago, in un'atmosfera davvero rilassante (ed allo stesso tempo stimolante) che ci ha permesso di fare gran parte delle nostre attività all'aperto. Insomma, tornando alla domanda iniziale, che cosa vuol dire esattamente “technology of involvement”? Credo che la risposta sia: un bel ricordo, fatto di amicizia, nuove abilità e nuove conoscenze, che porteremo con noi per molto tempo.

EUNET Si è svolta, dal 22 al 25 ottobre 2015, l'assemblea generale dell'Eunet (erede della Fime), ovvero la rete europea che accoglie oltre cinquanta organizzazioni, tra cui l'Accademia e le Case d'Europa, sparse in tutto il continente. Ne fa parte anche l'Accademia Europeista di Gorizia. Il leit-motiv dell'incontro multinazionale, tenuto a Salisburgo, Austria, è stato: “70 years of peace in Europe”. In rappresentanza dell'Accademia Europeista hanno partecipato

Assemblea Generale EUNET

il Direttore Pio Baissero e il Segretario Alex Pessotto. Johannes Hahn, Commissario europeo e presidente del Circolo austriaco della Cultura e delle Arti, ha dato il via ai lavori portando il saluto e l'incoraggiamento dell'Unione Europea. Sono seguite giornate di intenso dibattito su varie tematiche, soprattutto in relazione alla formazione europea, alla questione dei migranti e al ruolo delle Case e Accademie europeiste nella società civile, anche alla luce della più recente programmazione comunitaria. Si sono infine tracciate le linee guida per il 2016 valutando i progetti che, nei primi mesi del prossimo anno, saranno presentati alla Commissione Europea. Hanno coordinato i lavori Richard Stock, presidente dell'Eunet e della Maison de l'Europe di Metz e Thomas

Velden

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Heckeberg, segretario generale dell'Eunet stessa.

il modo per uscire dalla crisi, secondo gli autori, sta proprio nel realizzare quell’unione politica tanto agognata dai nostri padri fondatori; l’alternativa è un lento ed inevitabile declino del nostro continente sulla scena mondiale. Il libro, articolato in sette capitoli, si prefigge di sviscerare i problemi che attanagliano l’Europa, analizzandone le cause in modo chiaro e dettagliato. Inoltre, come a voler mettere una lente di ingrandimento sul più piccolo dei dettagli, non manca di posare il suo sguardo sul nostro Paese e sulla Germania, mettendo in luce, di entrambe le nazioni, ritardi, errori ed inefficienze, spesso dimenticati o volutamente trascurati per poter scaricare tutte le colpe sugli enti sovranazionali. Gli autori si spingono ancor più in là, rimettendo in discussione l’idea del capitalismo che oggi domina l’Europa e la stessa immagine dell’imprenditore, nonché il suo rapporto con il pubblico, smontando idee sedimentatesi con tale forza nel nostro immaginario da sembrare monolitiche. Proprio per questa volontà di analisi accurata, che non vuole tralasciare alcun dettaglio o lasciare spazio a semplificazioni eccessive, il lettore potrebbe trovarsi spaesato in alcuni capitoli, intrisi di formule, tecnicismi e tabelle ricche di dati, ma che risultano quanto mai necessari per capire i meccanismi che si vanno a contestare e che fungono da base per le alternative proposte da Degni e Ioanna. In un mercato librario ormai saturo di testi che promettono soluzioni contro l’euro e contro l’Europa, “Il vincolo stupido” ha il coraggio di andare controcorrente, portando al tavolo della discussione argomentazioni valide e serie, anche se un po’ complicate per i “non addetti ai lavori”, a favore della così tanto bistrattata Unione Europea; ma ha anche la forza di ammonire il lettore sul peso

LIBRI!

Il vincolo stupido. Europa e Italia nella crisi dell’euro di Marcello Degni e Paolo De Ioanna pagg. 231, euro 22,00 Alberto Castelvecchi Editore, Roma, 2015 di Riccardo Cipollari, studente universitario. Se l’Italia e l’Europa non vogliono affogare nel mare impervio del mondo e del mercato globalizzato siamo davvero sicuri che il rigorismo tedesco sia ciò di cui abbiamo bisogno? È la domanda da cui partono Marcello Degni e Paolo De Ioanna nel loro libro “Il vincolo stupido”, che ci spinge a riflettere e riconsiderare molti dei dogmi che gli statisti e i nostri stessi politici ci hanno imposto quasi come mandato divino. Domanda che dovrebbero porsi anche Francia, Spagna, Portogallo e la stessa Germania, costantemente ossessionate dai parametri economico-finanziari, mentre si dovrebbe pensare ad un'alternativa più flessibile, che si basi su nuovi investimenti pubblici e su di una vera integrazione politica europea. Insomma, 30


che egli stesso, in quanto cittadino europeo, deve e può giocare sul futuro che attende il nostro continente, portandolo a ripensare il rapporto che può correre fra pubblico e privato. Se così non sarà, i movimenti disgregativi, ormai visibili da tutti nel nostro quotidiano, potrebbero prendere forza tale da non essere più arrestabili o reversibili. Per alcuni questo potrebbe essere auspicabile, ma comporterebbe un salto nel vuoto per tutta l’Europa, un salto fatto di terribili sacrifici che finirebbero per gravare solo sulla parte più debole della nostra società.

I 98 anni di scarto tra la stesura e quest’ultima edizione non devono stupire, per almeno due motivi. Il primo: l’opera tratta direttamente della Grande Guerra e, nei modi che vedremo, del suo seguito più atroce e crudele: la Seconda guerra mondiale. La decorrenza del 2015 appare quindi perfetta. Rispettivamente centenario della scesa in campo dell’Italia nel Primo conflitto mondiale e settantesimo del Secondo. Conto tondo in entrambi i casi. L’altro motivo: le ombre che stanno oscurando l’Unione Europea e per diversi aspetti tutto il mondo odierno trovano una precisa collocazione nelle analisi prodotte da un Émile Durkheim, tutto teso ad osservare la Grande Guerra in corso e a legittimarla tanto storicamente quanto sociologicamente. Proprio così: scrutando il suo (ultimo) tempo, il Sociologo legge e interpreta quanto accadrà nel futuro. Posto che il termine “preveggenza” non sia ascrivibile all’enciclopedia storica e storiografica, diventa necessario ripiegare sul lemma “previsione”. Perché Durkheim, prima di prevedere gli anni Dieci del Terzo millennio, anticipa come dicevamo alcuni aspetti della Seconda guerra mondiale, a partire dalla involuzione sociologica cui sono sottoposti i soldati tedeschi. Per il sociologo francese il problema dell’ordine, di che cosa tiene insieme la società, assurge a problema centrale della sociologia . Ecco allora una delle prime osservazioni di Durkheim sulla Grande Guerra: perché i tedeschi, ancor prima di penetrare il suolo francese, si distinguono per ferocia e barbarie? La risposta riposa nel titolo del primo paragrafo e suona precisamente così: “La condotta della Germania durante la guerra

La Germania al di Sopra di Tutto di Mario A. Toscano pagg. LXI + 104, euro 12,00 Nino Argano Editore, Torino 2015 di Ivan Buttignon, politologo 1. Le due previsioni Terminato, o meglio interrotto, nel 1917 in coincidenza della morte del suo autore, La Germania al di sopra di tutto esce nel febbraio del 2015 in una veste inedita arricchita da una sostanziosa (ben 61 pagine) e sostanziale introduzione di Mario Aldo Toscano, cui è affidata pure la curatela, per i tipi della Aragno. 31


deriva da una certa disposizione mentale” . A leggere Durkheim, parrebbe proprio si tratti della stessa disposizione mentale che più tardi porterà ad appendere alle pareti dei soggiorni delle famiglie tedesche il celebre ritratto di Hitler del fotografo Heinrich Hoffmann e che di lì a poco assumerà i tratti diabolici dei campi di sterminio e della “Soluzione finale”.

morale alla quale apparteniamo noi, siano potuti diventare i barbari aggressivi e spregiudicati che oggi ognuno denunzia all’indignazione pubblica?” . Durkheim teme che la Germania, sempre in virtù della sua “disposizione mentale”, intesa come tratto culturale, compia altri e più immani lutti prima di una sua ulteriore e tragica espansione. Come efficacemente spiega il curatore Mario Aldo Toscano nella sua introduzione, ancora una volta l’Autore “ha avuto ragione soprattutto a posteriori, con la Seconda guerra mondiale e il nazismo”. Quasi che, tanto per azzardare un parallelo, i libri che trattano degli orrori del fascismo fossero stati scritti precedentemente alla costituzione dei Fasci Italiani di Combattimento del 23 marzo 1919.

2. Il sistema mentale tedesco tra falcidie e guerra lunga Secondo Durkheim, l’incedere barbaro e bestiale dei militari tedeschi deriva da un tratto eminentemente culturale già illustrato da uno studioso tedesco nelle sue opere, a partire da quella intitolata Politik. Si tratta di Enrico von Treitschke, che per primo e meglio di altri ha spiegato il complesso di idee condivise e praticate che comporrebbero il “sistema mentale” tedesco. Sistema che, secondo il Sociologo, si forma specialmente in previsione alla guerra, mentre tende ad occultarsi “durante la pace, nel profondo delle coscienze” . Sebbene Durkheim citi espressamente la violazione della neutralità del Belgio e delle convenzioni dell’Aja nel corso della Grande Guerra, tutte occasioni in cui i militari tedeschi sfogano il loro barbaro impeto distruttivo, la descrizione delle violenze si addicono maggiormente alla Seconda guerra mondiale. L’Autore, con fare inquieto e severo, dall’alto del suo atteggiamento razionalistico che recupera la lezione positivista depurandola dai dogmatismi, cerca il motivo di tanta barbarie. Problematizza quindi la violenza germanica ponendo un quesito basilare: com’è possibile che “quegli uomini che frequentavamo, che stimavamo, che appartenevano insomma alla stessa comunità

3. La sovranità statale come causa della Grande Guerra e del collasso dell’UE Passiamo ora alla seconda formidabile intuizione di Durkheim: il nazionalismo insito nella stessa natura dello Stato. Tanto chiaro appare il titolo del capitolo che tratta della questione, “Lo Stato al di sopra delle leggi internazionali”, quanto provvidenziale figura il titolo del primo paragrafo “I trattati internazionali non obbligano lo Stato. Apologia della guerra”. In questa sezione l’Autore intreccia sapientemente l’intuizione logica con un deciso senso critico accompagnato da una profonda conoscenza del diritto internazionale. Come può, chiede (ma in realtà spiega) Durkheim, uno Stato sottoporsi alle leggi internazionali quando la sua sovranità, per definizione, non riconosce altro potere simile che gli sia superiore e da cui esso dipenda? Quindi osserva, “Mentre nei contratti tra privati è immanente una forza morale che 32


domina la volontà dei contraenti, i contratti internazionali non possono avere quest’autorità, perché non c’è nulla che sia sopra la volontà d’uno Stato. […] A maggior ragione, uno Stato non potrebbe accettare la giurisdizione di un tribunale internazionale, qualunque fosse la sua costituzione. Sottostare alla sentenza d’un giudice equivarrebbe a mettersi in una condizione di dipendenza, inconciliabile con l’idea della sovranità”. Proprio quest’ultimo concetto, la sovranità, diventa il principale ostacolo a qualunque arbitrato, inducendo così lo Stato a risolvere con le proprie forze le questioni che ritiene essere per sé rischiose o anche solo importanti. Semplificando ma non troppo, sovranità e guerra rappresentano un binomio inscindibile. A ciò Durkheim aggiunge un' ulteriore riflessione, svelando che la guerra “è la condizione necessaria all’esistenza degli Stati; e l’umanità senza lo Stato non può vivere”. Pertanto, l’uomo necessita dello Stato che, fondando la sua ragion d’essere sulla sovranità, non può che muovere guerra quando lo ritiene: “Se uno stato non è in grado di sguainare la spada quando gli pare, non è più degno del suo nome”. La guerra in corso, spiega ancora l’Autore, contrariamente alle aspettative, avrà un decorso certamente lungo e brutale. Specularmente, pare suggerire Durkheim, è possibile garantire la pace attraverso la cessione della sovranità (o al limite di una sua quota) a un’organizzazione sovranazionale. È quanto si cercherà di fare in risposta al Secondo conflitto mondiale attraverso l’istituzione dell’ONU, della NATO e dell’UE. Tutti tentativi parziali che, in quanto tali, non hanno garantito né garantiscono tutt’oggi,

quell’assopimento in via definitiva dei conflitti generati dagli Stati sovrani sino alla loro degenerazione in scontri bellici. Le disamine di Durkheim, per quanto concentrate sui fatti del suo tempo, sembrano attagliarsi meglio a contingenze, come abbiamo visto, successive e addirittura attuali. Forti del loro potere predittivo, le osservazioni dell’Autore tendono, più che considerare singoli episodi storici nel loro valore eminentemente ontologico, a rilevare e rivelare le cosiddette “tendenze storiche”, i trend.

Germania europea, Europa tedesca di Luigi Reitani pagg. 100, euro 7,90 Salerno Editrice, Roma, 2014, di Ivan Buttignon, politologo Pare che in questo ultimo lustro, e a maggior ragione dal 2012, prendere di mira l’Europa sia diventata una necessità politica, mediatica e insieme culturale. Politica, perché i partiti euroscettici guadagnano un numero sempre maggiore di voti in termini percentuali, in Italia come altrove. Mediatica, 33


perché i servizi giornalistici o televisivi tendono a porre sotto inchiesta, con sempre maggior forza, l’Unione Europea e i suoi evidenti fallimenti. Culturale, perché il mondo dell’editoria e quello accademico si dimostrano sfiduciati, quando non fortemente critici, nei confronti tanto delle istituzioni europee quanto del concetto stesso di unità europea. L’esempio più eclatante e anche più fortunato in termini commerciali rappresenta, in campo italiano, il best seller di V. Feltri e G. Sangiuliano, Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa (Mondadori, Milano, 2014), che condanna la (presunta) visione nazionalistica di una missione egemonica per parte tedesca. Dall’estero, invece, le monografie fondamentali sulla crisi europea tendono a mettere a nudo i punti di fragilità della politica dell’austerity o addirittura dell’impianto giuridico e istituzionale di impronta capitalistica democratica. Mi limito a elencare i principali: P. Krugman, Fuori da questa crisi, adesso! (Trad. di R. Merlini, Garzanti, Milano, 2012), D. Graeber, Debito. I primi 5000 anni (Trad. di L. Larcher e A. Prunetti, Il Saggiatore, Milano, 2012), W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Trad. di B. Anceschi, Feltrinelli, Milano, 2013). Complementari a queste opere sono le biografie dedicate al “fenomeno/caso Merkel”, e principalmente N. Blome, Angela Merkel. Die Zauderkuenstlerin (Pantheon, Muenchen, 2013), J. Dempsey, Das Phaenomen Merkel. Deutschlands macht und Moeglichkeiten (Edition Koerber-Stiftung, Hamburg, 2013). In questa cornice scandita da produzioni bibliografiche, ma come vedremo con diversi elementi di originalità, s’inserisce l’ottimo lavoro del germanista Luigi Reitani, uscito nella seconda metà del

2014 nella collana Astrolabio per i tipi della capitolina Salerno Editrice. Nella sua opera Reitani propone anzitutto un reframe dell’interpretazione più diffusa circa il fenomeno tedesco in Europa. Argomentando attorno al concetto di “trappola antropologica”, definizione calzante di Gian Enrico Rusconi per indicare il pericolo di ricadere negli stereotipi nazionali e di erigerli a supremo criterio di giudizio, l’Autore ricorda come gli italiani non siano semplicemente “pizza e mandolino” e che parimenti i tedeschi non ambiscano ad alcun Quarto Reich. Per quanto la trama del libro sia decisamente articolata, il Germanista non si allontanerà mai da questo concetto, che assume pertanto il ruolo di condicio sine qua non di tutte le altre argomentazioni. Il libro procede illustrando i tratti del “carattere nazionale” e spiegando perché la “trappola antropologica” e la relativa tendenza a giudicare i vicini di casa attraverso i luoghi comuni sia così diffusa, quanto ovviamente mendace. Sul primo punto, il “carattere nazionale”, Reitani sostiene corrisponda al “frutto di metodi educativi e tradizioni culturali il cui cambiamento segue evidentemente un ritmo diverso da quello economico e sociale” (p. 10). Sulla preoccupante espansione della “trappola antropologica”, il responso è presto restituito: valutiamo erroneamente gli altri popoli europei perché non li conosciamo, né accenniamo ad apprendere la loro lingua o il loro patrimonio storico-letterario. La causa di ciò va ricercata anche, se non soprattutto, nel sistema scolastico: nel corso degli ultimi lustri lo studio delle altre lingue, storie e letterature è stato sostituito dall’illusione che un tocco di basic English e un pizzico di scambio tecnologico bastino per cavarsela in Europa. Ebbene sì, ignoriamo gli altri 34


“caratteri nazionali” perché non ne conosciamo i basamenti: il 62% degli italiani sono infatti del tutto privi di qualsiasi cognizione in altre lingue. In questo ambito, in Europa il nostro Paese occupa il penultimo posto, seguita solo dall’Ungheria con il 65% di “monoglotti” sul totale della popolazione. Non sorprende quindi che lo Stato magiaro stia edificando muri sui suoi confini per evitare flussi umani in entrata. La situazione italiana è di (molto) poco “migliore”: persino le più importanti agenzie di stampa dimostrano di non conoscere a dovere le lingue straniere. Per esempio, come ricorda l’Autore, la “sfida Italia - Germania” esiste solo negli errori di traduzione dell’ANSA. Alle aberrazioni del sistema scolastico si sommano quelle del mondo accademico. Le università riducono progressivamente gli insegnamenti che trattano le basi costitutive delle altre culture; in prima linea quelle europee. Eppure l’Europa nacque grazie al fondamentale contributo delle sue letterature. La “macrocultura” comune europea attinge appunto a una tradizione comune rappresentata dai classici della cultura greca e latina e dal canone dei testi spirituali ebraici e cristiani (p. 14). Ecco quindi la sintesi della questione, che racchiude in sé la soluzione: “Il vero problema dell’Unione spiega Reitani - non è il mantenimento del patto di stabilità e l’alternativa tra una politica di contenimento della spesa pubblica e quella di un incentivo alla crescita, ma il superamento delle barriere che impediscono la reciproca comprensione e dunque la nascita di un vero progetto comune” (pp. 1516). Senza la “reciproca comprensione” fioccano quindi i cliché secondo cui, per esempio, Angela Merkel rappresenterebbe un’inflessibile interprete della “Troika” (alla quale farebbero capo BCE e poteri finanziari

non meglio identificati), nonché “regista occulta di una politica egemonica ai danni degli altri paesi europei” (p. 22). Nulla di più impreciso, visto che durante il suo ministero la Cancelliera si è dimostrata un’esperta nell’arte del camaleontismo e dell’improvvisazione tattica in settori fondamentali del suo dicastero: l’immigrazione, la scelta dei partiti con i quali stringersi in una coalizione, la crisi greca. Tutti ambiti, questi, in cui la Merkel si è dimostrata ondivaga, altalenante, ambigua, ma soprattutto incapace di sposare una definita e definitiva linea programmatica. Senza cognizione culturale continueremmo erroneamente a vedere nella Cancelliera un nuovo Hindenburg (o qualcuno di peggiore) e nei tedeschi dei soldati, anziché dei sensibili artisti. L’Autore suggerisce perciò una ricetta: insistere di più sull’insegnamento delle lingue straniere e ampliare il ventaglio dei corsi dedicati alle diverse culture nazionali d’Europa. Occorre quindi venire incontro a una Germania che fa di tutto per sganciarsi e dissociarsi dagli insidiosi e gravi stereotipi che la attanagliano. Lo Stato tedesco, da parte sua, propone infatti un’immagine di sé di “paese cosmopolita, multiculturale, aperto alla critica, pronto a rivedere le sue colpe e scettico verso la sua stessa tradizione, molto spesso irrisa e liquidata” (p. 50). D’altronde, la Germania è per definizione la terra delle complessità. L’etimo di Deutschland rimanda al concetto di varietà: “terra in cui si parla il tedesco” e perciò area eterogenea unita dalla lingua tedesca in opposizione al latino (p. 54). Per rendere meglio questo pensiero, basti pensare che “alla vigilia della rivoluzione francese si contavano nel Sacro Romano Impero 1790 diverse entità politiche”, cui centinaia erano tedesche (p. 53). All’origine dell’immagine equivoca che grava sulla 35


Germania si staglia l’antinomia tra cultura (Kultur) e civilizzazione (Zivilisation), che negli anni della Grande Guerra serviva a legittimare lo scontro militare quale sinonimo di collisione tra opposti sistemi di valori. Mentre la cultura si fonda sulla lingua e sulla tradizione, la civilizzazione esprime “il sapere acquisito, la moda, il decoro esteriore, la stessa tecnica, ma in forma non consona alla natura umana” (p. 66). Così, la comunità intellettuale tedesca si riteneva portatrice della Kultur e, allo stesso tempo, considerava l’omologa francese espressione della Zivilisation. Anche a causa di questa dicotomica rappresentazione dell’intellettualità, la Germania precipita, con Hitler, nell’abisso dell’anti-illuminismo e del nazionalismo più esasperato (p. 69). Eppure, “il fenomeno del nazionalsocialismo non è sovrapponibile nel suo insieme alla cultura tedesca, nemmeno facendo riferimento alle sue componenti più radicalmente nazionaliste” (p. 71). Ciononostante, “è altrettanto vero che l’arte, la poesia e la filosofia tedesca, nella loro complessa dialettica di teoria nazionale della cultura e umanesimo cosmopolita, non seppero elaborare al loro interno gli anticorpi necessari per evitare la catastrofe hitleriana” (p. 72). Il popolo tedesco non può quindi ritenersi direttamente responsabile del nazismo, né completamente innocente; ha fondamentalmente fallito sul piano culturale. Alla luce di questo ragionamento, Reitani conclude assicurando che la Germania non vanterebbe alcuna velleità egemonica. Lo dimostrano anche gli investimenti di ingenti quote di capitali in favore dell’istruzione, della ricerca e della cultura. Ben il 9,3% del PIL sostiene le scuole e le università. Ed è proprio quanto dovrebbero fare gli altri membri dell’UE per superare pregiudizi e

stereotipi che li dividono. Né complessi di inferiorità, né presuntuosa arroganza nazionale, bensì reciproco rispetto tra le differenti realtà culturali nell’alveo della “grande tradizione dell’Europa plurilinguistica” (p. 76) rappresenta quindi l’obiettivo ottimale proposto dall’Autore. Lo strumento per giungere a ciò è quello dell’altrui conoscenza attraverso un’adeguata istruzione capace di eludere i rischi della “trappola antropologica”, responsabile dell’incomprensione, dei pregiudizi e, nel medio e lungo termine, dei conflitti.

Il racconto della Germania. Cronache di letteratura tedesca contemporanea di Luigi Reitani pagg. 168, euro 14,00 Forum edizioni di Alex Pessotto, giornalista Foggiano, ordinario di letteratura tedesca all’università di Udine e da poco nominato direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Berlino, Luigi Reitani ha raccolto quasi sessanta articoli su autori e libri della 36


Germania contemporanea pubblicati dal 23 dicembre 1994 al 14 aprile 2014 su vari quotidiani e riviste: Il Piccolo, l’Unità, Diario della Settimana, Corriere della Sera, Messaggero Veneto, Il Sole 24 Ore. “Pur spingendosi talvolta a considerare opere dei decenni precedenti sulla base di nuove edizioni italiane - afferma l’autore nella premessa -, il loro orizzonte temporale è dunque quello che va dalla caduta del Muro di Berlino alla morte di Günter Grass, con cui la raccolta emblematicamente si chiude”. E ancora: “Senza avere la pretesa di tentare un’analisi esaustiva della letteratura in Germania degli ultimi decenni, essi ne consentono una sua pur parziale mappatura, mettendone a fuoco tendenze e motivi centrali […]”. Ed è questo, senza dubbio, il merito principale del libro visto che, appunto, senza avere la pretesa di tentare un’analisi esaustiva, troviamo in esso una lunga serie di, per così dire, ritratti brevi di più o meno grandi autori, e, naturalmente, delle loro opere. Troviamo così, ad esempio, Hans Magnus Enzesberger, Alissa Walser, Ernst Jünger, Günter Grass, Peter Rühmkorf, Heiner Müller, Peter Schneider (di cui il libro contiene anche una bella intervista), Heinrich Böll, Uwe Johnson, Elzbieta Ettinger, Christa Wolf, Daniel Goldhagen, Marcel Beyer, Helmut Krausser, Sven Regener, W.G. Sebald,…. E grazie alla bella carrellata di autori (e di loro opere) che Reitani presenta si può, appunto, mettere a fuoco “tendenze e motivi centrali” della letteratura in Germania degli ultimi decenni. Ancora, troviamo così “l’incessante e tormentata riflessione sulla storia, le contraddizioni seguite alla riunificazione, la vena saggistica e filosofica, i ricorrenti riferimenti alla musica, il difficile rapporto con la tradizione, il mito di Berlino come zona franca, il contrasto tra provincia e

metropoli, il progressivo cambiamento della società tedesca, sempre più multietnica e multiculturale, la frequenza di personaggi eccentrici, spesso borderline”. Sempre per prendere a prestito le parole che usa Reitani nella premessa e che, la lettura del testo, rende palesi.

Uomini di guerra di Andreas Latzko pagg. 176, euro 14,50 Keller di Ivan Buttignon, politologo Andreas Latzko, classe 1876, è un ebreo ungherese nato a Budapest. Quando scoppia la Grande Guerra, già senior, viene tradotto sul fronte dell’Isonzo per combattere. La sua salute ne risente parecchio, tra la malaria e le profonde ferite riportate nel corso di un attacco di artiglieria nei pressi di Gorizia. Negli ultimi mesi del 1916 viene così ricoverato nel sanatorio svizzero di Davos, dove compila quelle pagine che di lì a poco vanno a costituire i sei capitoli del suo Uomini in guerra. Si tratta di sei distinti momenti con un tratto in comune: trattano di guerra, di quella guerra che l’Autore combatte in prima persona e di cui vive gli attimi più convulsi, spietati, grotteschi, vili, generosi, terribili, 37


lancinanti, spaventosi, orrendi, pietosi. Attimi che cerca di tradurre, rivivendoli e rielaborandoli in modo quasi pedagogico, in questa sua opera. Dopo il conflitto Latzko prosegue l’attività giornalistica e di romanziere in Germania, Austria e Paesi Bassi. Per sfuggire ai nazisti si rifugia negli Stati Uniti. Muore a New York nel 1943. Per l’Andreas Latzko ufficiale dell’esercito austro-ungarico sul fronte dell’Isonzo, la guerra rappresenta non la “sola igiene del mondo” di marinettiana memoria, bensì la più mastodontica ignominia, il più subdolo inganno, la più inutile falcidie di vite umane. L’Autore però si spinge oltre alla critica generalizzata su quello che oggi la maggioranza delle persone assennate definiscono un abominio, il conflitto armato appunto, e attacca senza riserve l’avidità e la perfidia degli ufficiali superiori. Questi loschi individui, che tanto ostentano i vessilli e i feticci retorici della Patria e dell’Eroe, gettano nel macello delle mitragliatrici nemiche i subordinati, a partire dai soldati semplici. Della stessa fatta sono i profittatori della guerra, ossia tutti quelli che dalla guerra hanno ottenuto grandi benefici: ricarico sui prezzi delle commesse di guerra, speculazione sul mercato nero dei beni di prima necessità, e così via. Il libro inizia precipitando nelle tenebre della mestizia e della miseria spirituale. Il primo capitolo parla infatti di un militare sfinito, svilito, depauperato delle speranze, dalla serenità e delle gioie. È in ospedale, e la moglie al suo cospetto assurge a uno dei simboli del conflitto, che riflette il ruolo di tante altre donne, madri, compagne, forse sorelle, che hanno spinto i loro uomini a partire per la guerra, a farsi valere come eroi e paladini dell’orgoglio del proprio Paese. Proprio quel Paese che li getta nei gangli

uncinati del grande mattatoio bellico. Donne e Stati appaiono allora indissolubilmente alleati in questo macabro e cinico disegno di morte. Nell’ultimo capitolo riaffiora nuovamente l’immagine negativa di donna, che stavolta si ritrae di fronte al volto sfigurato del combattente provato dall’immane esperienza sul campo. Lauta ricompensa. I sei racconti, pubblicati nel 1917, tradotti in 19 lingue e corroborati da un esaltante riscontro da parte del pubblico, sono però messi al bando in tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, mentre Latzko è degradato dal Comando Supremo austroungarico. Salito al potere Hitler, le sue opere finiscono all’indice. Eppure, il giovane ufficiale che non accetta di mandare i suoi soldati alla carneficina, l’ufficiale perseguitato dallo spettro di un soldato ferito, il già citato fante dal volto sfigurato che ritorna a casa sono alcuni degli “uomini in guerra” che assorbono il lettore nel contesto bellico della Grande Guerra, regalandogli quello che i manuali tronfi di retorica patriottarda non sanno trasmettere: un profondo, oscuro, spaventoso dramma.

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RASSEGNA EUROPEA Responsabile Redazione: Pio Baissero Comitato Redazione: Pio Baissero, Alex Pessotto Hanno Collaborato: Mauro Antonello, Daniel Baissero, Pasquale A. Baldocci, Ivan Buttignon, Riccardo Cipollari, Claudio Cressati, Carlotta Festa, Rebecca Festa, Thomas Jansen, Marco Orioles, Lino Sartori Impaginazione e Grafica: Marco Rossmann Editore: Accademia Europeista del Friuli Venzia Giulia Palazzo Alvarez – Via Alvarez 8, 34170 Gorizia ( Italy ) Tel. 0481-536429 Sito Web: www.accademia-europeista.eu e-mail: info@accademia-europeista.eu Rassegna Europea viene pubblicata con il determinante sostegno finanziario della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Carigo. L’Accademia Europeista è stata fondata nel 1989 con l’obiettivo di favorire l’informazione e la formazione europea dei cittadini ed, in particolare, dei giovani. Nel 1993 l’Accademia è stata inoltre riconosciuta dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia come “Ente di servizio di promozione europea”. In quanto tale essa organizza corsi, seminari, conferenze, mostre e incontri anche informali sulle tematiche europee. Cura diverse pubblicazioni, tra le quali la presente rivista e mette a disposizione la sua biblioteca specialistica europea. Tutte le attività dell’Accademia sono promosse in collaborazione con analoghe Accademie e Case d’Europa sparse su tutto il continente.

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Elisa Regeni

Rassegna Europea è realizzata con il sostegno di

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Rassegna Europea N° 37  

La Rassegna N°37 contiene vari editoriali sul tema della crisi europea, delle migrazioni e del pensiero politico.

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La Rassegna N°37 contiene vari editoriali sul tema della crisi europea, delle migrazioni e del pensiero politico.

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