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numero di studenti provenienti dalla stessa distanza La distanza in passi dall’Accademia di Belle Arti di Urbino e il letto dei suoi studenti.

numero di passi percorsi

misura di un passo in centimetri

distanza minima

Andrea Monachesi Luca Antonucci

Luca Silvestri Valerio Bosi

studenti che abitano ad Urbino

distanza massima

studenti che abitano fuori Urbino


numero di studenti provenienti dalla stessa distanza La distanza in passi dall’Accademia di Belle Arti di Urbino e il letto dei suoi studenti.

numero di passi percorsi

misura di un passo in centimetri

distanza minima

Andrea Monachesi Luca Antonucci

Luca Silvestri Valerio Bosi

studenti che abitano ad Urbino

distanza massima

studenti che abitano fuori Urbino


/ intervista a Serena Riglietti

una capra nera Un giorno

mi ha fissata!

Andrea Monachesi Francesco Zamboni

Giulia Di Grusa Yao Sun

Serena Riglietti è una delle Illustratrici Italiane di maggior rilievo. Nata a Pavia nel 1969, frequenta ad Urbino la Scuola del libro e l’Accademia di Belle Arti dove insegna. Dal 1994 lavora come illustratrice di libri per ragazzi per le maggiori case editrici italiane ed estere. Vive a Pesaro con i suoi tre figli. Tra le sue opere vanta più di 400 tavole, ha raggiunto la notorietà soprattutto grazie alle illustrazioni per le edizioni Italiane di Harry Potter, edite da Salani. www.serenariglietti.it

Incontriamo Serena in Accademia, alla fine di una sua lezione. L’aula si svuota e noi ci avviciniamo mentre lei sta finendo di dare ad un allievo gli ultimi consigli. Ci accomodiamo per l’intervista. Prima di iniziare, le chiediamo se può scarabocchiarci qualcosa. Lei acconsente senza esitare e noi iniziamo con le domande.


/ intervista a Serena Riglietti

una capra nera Un giorno

mi ha fissata!

Andrea Monachesi Francesco Zamboni

Giulia Di Grusa Yao Sun

Serena Riglietti è una delle Illustratrici Italiane di maggior rilievo. Nata a Pavia nel 1969, frequenta ad Urbino la Scuola del libro e l’Accademia di Belle Arti dove insegna. Dal 1994 lavora come illustratrice di libri per ragazzi per le maggiori case editrici italiane ed estere. Vive a Pesaro con i suoi tre figli. Tra le sue opere vanta più di 400 tavole, ha raggiunto la notorietà soprattutto grazie alle illustrazioni per le edizioni Italiane di Harry Potter, edite da Salani. www.serenariglietti.it

Incontriamo Serena in Accademia, alla fine di una sua lezione. L’aula si svuota e noi ci avviciniamo mentre lei sta finendo di dare ad un allievo gli ultimi consigli. Ci accomodiamo per l’intervista. Prima di iniziare, le chiediamo se può scarabocchiarci qualcosa. Lei acconsente senza esitare e noi iniziamo con le domande.


Nell’ambito del mio lavoro vedo le parole. Quello che leggo lo vedo attraverso le immagini.

Da cosa parti per le tue illustrazioni? Sei una persona molto metodica o ti lasci ispirare dalla prima idea positiva? A quale di queste devo rispondere scusa? (ride) Proprio il vostro direttore Umberto Palestini ha coniato un titolo per una mia mostra che si intitolava “Vedere le parole”: questo è il senso del mio lavoro, infatti io ho assolutamente bisogno dei testi. Nell’ambito del mio lavoro appunto vedo le parole. Quello che leggo lo vedo automaticamente attraverso le immagini. A volte queste mi si presentano alla mente con un elemento di sorpresa, altre volte però hanno a che fare con il mio bagaglio. Nel senso che disegnando da vent’anni, ormai, ho un linguaggio fatto con i miei segni, con le mie immagini. Quando lavoro, da una parte vado a recuperare nella mia memoria, dall’altra, lascio spazio alla sorpresa che le parole stesse mi propongono.

Quindi sei una di quelle che si ricopre di bozzetti e mille schizzi o sai già bene quello che andrai a fare quando lo pensi? So quello che andrò a fare quando lo penso, non faccio molti bozzetti anzi quasi sempre lavoro direttamente sulle tavole definitive. Però, quando si lavora, ti viene proposto un testo e ti viene chiesto di lavorarci. Non sempre ti capita di leggere una cosa che ti piace o che ti offre subito delle immagini. Ci sono anche delle forzature. Allora lì trovi che prima di arrivare all’idea che hai di quel racconto devi comunque cercare, quindi schizzare.

Ti è mai capitato durante l’ideazione di un’illustrazione di trovarti senza un’idea in testa ? Come risolvi questi momenti? Come eviti di andare fuori tema? Mi è capitato... Capita... Oppure può anche capitare di avere un’idea ma di averla banale o didascalica. Di doverci ragionare. Nella maggior parte delle volte in cui mi succede non aspetto l’idea o la soluzione migliore disegnando. Faccio qualcos’altro. Vado a fare la spesa, ascolto un disco, gioco con i miei bambini. Cioè aspetto.

Sappiamo che hai frequentato la scuola d’arte di Urbino. L’impostazione illustrativa che ti ha dato questa scuola è diversa da quella che poi hai trovato nel mondo del lavoro? Assolutamente si. Quando frequentavo la scuola d’arte, avevo circa 17 anni, feci un lavoro dedicato ad Alice nel paese delle meraviglie: era un’illustrazione anche abbastanza bella però un po’ condizionata da un linguaggio psichedelico legato alla musica che ascoltavo, alla vita che facevo in quel momento, a quello che leggevo. È stata la mia maledizione. Da allora per i miei insegnanti, io ero quella e il mio mondo era quello. A diciassette anni... ti rendi conto? Siccome io ero consapevole che saper leggere le cose, riproporle, saper disegnare era altro, ho cercato di uscirne. Mi sono iscritta a un corso di illustrazione pagando per imparare a disegnare; per me è fondamentale. Tirare fuori il proprio mondo interiore, bagaglio, immaginario e pitipin e pitipon, viene dopo per me. Ci ho sempre creduto.

Dai tuoi disegni si percepisce un grande uso di pastelli e acquerelli. È una tua scelta stilistica oppure è frutto di richieste specifiche da parte delle case editrici? È una mia scelta. Infatti, ultimamente lavoro anche molto con l’olio e con l’acrilico. Ho imparato a usare il colore utilizzando l’acquerello che è la tecnica più difficile in assoluto. Non ti permette errori, se ci sono dei ripensamenti diventa tutto molto pesante, invece il bello dell’acquerello è anche una certa leggerezza. L’acquerello come lo uso io, però, è anche molto pittorico, molto pregno. Ogni momento della mia vita può influire sulle mie tecniche: ogni volta che ho fatto un figlio sono diventata più incisiva nel mio lavoro. Ad esempio adesso sono arrivata all’olio perchè... sento il bisogno di “pittare” (fa il gesto di pennellate forti e decise n.d.r.) quando dipingo.


Nell’ambito del mio lavoro vedo le parole. Quello che leggo lo vedo attraverso le immagini.

Da cosa parti per le tue illustrazioni? Sei una persona molto metodica o ti lasci ispirare dalla prima idea positiva? A quale di queste devo rispondere scusa? (ride) Proprio il vostro direttore Umberto Palestini ha coniato un titolo per una mia mostra che si intitolava “Vedere le parole”: questo è il senso del mio lavoro, infatti io ho assolutamente bisogno dei testi. Nell’ambito del mio lavoro appunto vedo le parole. Quello che leggo lo vedo automaticamente attraverso le immagini. A volte queste mi si presentano alla mente con un elemento di sorpresa, altre volte però hanno a che fare con il mio bagaglio. Nel senso che disegnando da vent’anni, ormai, ho un linguaggio fatto con i miei segni, con le mie immagini. Quando lavoro, da una parte vado a recuperare nella mia memoria, dall’altra, lascio spazio alla sorpresa che le parole stesse mi propongono.

Quindi sei una di quelle che si ricopre di bozzetti e mille schizzi o sai già bene quello che andrai a fare quando lo pensi? So quello che andrò a fare quando lo penso, non faccio molti bozzetti anzi quasi sempre lavoro direttamente sulle tavole definitive. Però, quando si lavora, ti viene proposto un testo e ti viene chiesto di lavorarci. Non sempre ti capita di leggere una cosa che ti piace o che ti offre subito delle immagini. Ci sono anche delle forzature. Allora lì trovi che prima di arrivare all’idea che hai di quel racconto devi comunque cercare, quindi schizzare.

Ti è mai capitato durante l’ideazione di un’illustrazione di trovarti senza un’idea in testa ? Come risolvi questi momenti? Come eviti di andare fuori tema? Mi è capitato... Capita... Oppure può anche capitare di avere un’idea ma di averla banale o didascalica. Di doverci ragionare. Nella maggior parte delle volte in cui mi succede non aspetto l’idea o la soluzione migliore disegnando. Faccio qualcos’altro. Vado a fare la spesa, ascolto un disco, gioco con i miei bambini. Cioè aspetto.

Sappiamo che hai frequentato la scuola d’arte di Urbino. L’impostazione illustrativa che ti ha dato questa scuola è diversa da quella che poi hai trovato nel mondo del lavoro? Assolutamente si. Quando frequentavo la scuola d’arte, avevo circa 17 anni, feci un lavoro dedicato ad Alice nel paese delle meraviglie: era un’illustrazione anche abbastanza bella però un po’ condizionata da un linguaggio psichedelico legato alla musica che ascoltavo, alla vita che facevo in quel momento, a quello che leggevo. È stata la mia maledizione. Da allora per i miei insegnanti, io ero quella e il mio mondo era quello. A diciassette anni... ti rendi conto? Siccome io ero consapevole che saper leggere le cose, riproporle, saper disegnare era altro, ho cercato di uscirne. Mi sono iscritta a un corso di illustrazione pagando per imparare a disegnare; per me è fondamentale. Tirare fuori il proprio mondo interiore, bagaglio, immaginario e pitipin e pitipon, viene dopo per me. Ci ho sempre creduto.

Dai tuoi disegni si percepisce un grande uso di pastelli e acquerelli. È una tua scelta stilistica oppure è frutto di richieste specifiche da parte delle case editrici? È una mia scelta. Infatti, ultimamente lavoro anche molto con l’olio e con l’acrilico. Ho imparato a usare il colore utilizzando l’acquerello che è la tecnica più difficile in assoluto. Non ti permette errori, se ci sono dei ripensamenti diventa tutto molto pesante, invece il bello dell’acquerello è anche una certa leggerezza. L’acquerello come lo uso io, però, è anche molto pittorico, molto pregno. Ogni momento della mia vita può influire sulle mie tecniche: ogni volta che ho fatto un figlio sono diventata più incisiva nel mio lavoro. Ad esempio adesso sono arrivata all’olio perchè... sento il bisogno di “pittare” (fa il gesto di pennellate forti e decise n.d.r.) quando dipingo.


Qual’è il tuo rapporto con il digitale? La parola computer per te è un tabù? Ritocchi le tue illustrazioni in digitale o qualcuno lo fa per te? No, non lo fa nessuno per me, se non in alcuni casi in cui un editore ci deve aggiungere non so una stella, un elemento... Quindi questo, niente di più. Se utilizzo il digitale lo faccio io, ma molto raramente. Ad esempio in questi giorni sto facendo delle illustrazioni per libri tascabili in bianco e nero, in questi casi lavoro col segno a matita e poi scansiono e intervengo con dei grigi su degli sfondi, ma molto limitatamente. Utilizzo il computer anche quando devo pensare a delle soluzioni diverse per un’immagine, e quindi invece che rifarla a mano, ci sperimento su per vedere altre soluzioni.

Sappiamo che non hai mai letto Harry Potter, eppure dichiari di essere molto affezionata a lui. Chi è per te Harry Potter? Harry Potter è il mio disegno. (Una pausa riflessiva) È il mio disegno.

Questa cosa ti ha avvantaggiato per farti strada nel mondo dell’illustrazione? Ehh… sicuramente si. Sicuramente c’è stata un’attenzione particolare nei miei confronti per il fatto che io sono l’illustratrice di Harry Potter. Ma questo sia in positivo che in negativo. Se molti mi hanno cercata, forse perché in quanto disegnatrice di Harry Potter si pensa che io sia altamente professionale, una persona di successo, per chi snobba Harry Potter invece sono una sfigata. Oltretutto io nei miei disegni di Harry Potter ho fatto veramente poco, ho avuto un ambito di sfogo che è limitatissimo... Ho fatto libri invece ricchissimi di immagini che hanno avuto una vita di 10 anni di storia, pubblicazioni, traduzioni, ripubblicazioni, che nessuno conosce in Italia perché lavoro principalmente all’estero. Purtroppo molti associano il mio lavoro a Harry Potter e non mi proporrebbero mai altre cose che io invece faccio molto meglio. in determinati momenti o perché mi piacciono particolarmente. E se ne devo eleggere proprio uno uno uno… non me la sento...


Qual’è il tuo rapporto con il digitale? La parola computer per te è un tabù? Ritocchi le tue illustrazioni in digitale o qualcuno lo fa per te? No, non lo fa nessuno per me, se non in alcuni casi in cui un editore ci deve aggiungere non so una stella, un elemento... Quindi questo, niente di più. Se utilizzo il digitale lo faccio io, ma molto raramente. Ad esempio in questi giorni sto facendo delle illustrazioni per libri tascabili in bianco e nero, in questi casi lavoro col segno a matita e poi scansiono e intervengo con dei grigi su degli sfondi, ma molto limitatamente. Utilizzo il computer anche quando devo pensare a delle soluzioni diverse per un’immagine, e quindi invece che rifarla a mano, ci sperimento su per vedere altre soluzioni.

Sappiamo che non hai mai letto Harry Potter, eppure dichiari di essere molto affezionata a lui. Chi è per te Harry Potter? Harry Potter è il mio disegno. (Una pausa riflessiva) È il mio disegno.

Questa cosa ti ha avvantaggiato per farti strada nel mondo dell’illustrazione? Ehh… sicuramente si. Sicuramente c’è stata un’attenzione particolare nei miei confronti per il fatto che io sono l’illustratrice di Harry Potter. Ma questo sia in positivo che in negativo. Se molti mi hanno cercata, forse perché in quanto disegnatrice di Harry Potter si pensa che io sia altamente professionale, una persona di successo, per chi snobba Harry Potter invece sono una sfigata. Oltretutto io nei miei disegni di Harry Potter ho fatto veramente poco, ho avuto un ambito di sfogo che è limitatissimo... Ho fatto libri invece ricchissimi di immagini che hanno avuto una vita di 10 anni di storia, pubblicazioni, traduzioni, ripubblicazioni, che nessuno conosce in Italia perché lavoro principalmente all’estero. Purtroppo molti associano il mio lavoro a Harry Potter e non mi proporrebbero mai altre cose che io invece faccio molto meglio. in determinati momenti o perché mi piacciono particolarmente. E se ne devo eleggere proprio uno uno uno… non me la sento...


Se c’è, qual’è il tuo disegno preferito tra tutti quelli che hai fatto, quindi anche al di fuori di Harry Potter? Madre mia! È come se mi chiedessi a quale figlio voglio più bene. ..diciamo che ce ne sono alcuni che sicuramente non mi piacciono, di cui non sono contenta. Però ce ne sono molti a cui sono molto legata, perché magari li ho fatti in determinati momenti o perché mi piacciono particolarmente. E se ne devo eleggere proprio uno uno uno… non me la sento... scusa ma faccio casino, ho fatto 450 disegni… sono tanti quelli che compongono tutto il mosaico delle mie immagini.

Nel tuo libro “Harry Potter & Co.” racconti di quando, in occasione della consegna della copertina del 7° libro ti sei quasi portata il lavoro in sala parto… No, l’ho portato! Nasceva Francesco!

Fino a quanto il tuo lavoro influisce nella tua vita? Al cento per cento. Assolutamente. Mi condiziona perché io non faccio l’illustratrice, SONO un’illustratrice. Se c’è qualcosa che non gira nel verso giusto, che so, non mi viene un lavoro, c’è un editore che non mi fa sapere una certa cosa, non ne va dritta un’altra che avevo in testa quando torno a casa la pagano tutti. Purtroppo.

E quindi, chi è Serena nella vita di tutti i giorni? Un’insicura. Cronica. Ho anche un’altra malattia cronica, che si chiama empatia, alla quale non riesco a rinunciare e penso che sia quella che mi fa continuare a voler cercare anche negli altri, anche in voi studenti, la voglia di incontrarsi, di trovarci dei linguaggi e di crederci .

Come tutto il mondo sta cambiando, sta cambiando anche il mondo dell’editoria. Sempre più spesso non è la qualità che interessa ma la quantità.

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di non voler più fare questo lavoro? Incoraggeresti oggi un giovane a buttarsi a capofitto in questa carriera apparentemente così inaccessibile? (pausa di silenzio) Ci penso spessissimo a non fare più questo lavoro. Ci ho pensato anche due giorni fa. Ci penso molto. Perché è molto faticoso. Molto. Come tutto il mondo sta cambiando sta cambiando anche il mondo dell’editoria. Sempre più spesso non è la qualità che interessa ma la quantità. Ci sono molti illustratori che pur di comparire col loro nome su un libro lo fanno gratis. E quindi questo ti mette in continua competizione. Se c’è qualcuno che mi dice voglio fare l’illustratore non gli dico non farlo perché di soddisfazioni ne ho avute molte. E poi la mia è una necessità, se non disegno mi prudono le mani nel vero senso della parola; è bello poi vedere i propri libri in libreria. Succedono delle cose strane: pensa che io una volta ho illustrato un libro, il giorno prima di consegnarlo all’editore è venuto Sebastiano Guerrera (prof. di tecniche pittoriche n.d.r.) nel mio studio e m’ha detto “che cacchio hai fatto? Ma questa non sei tu…” io, per non rischiare di spedire i disegni li ho stracciati, li ho rifatti da capo e mi sono piaciuti un casino. Fra questi ce ne era uno (ed era la faccia di una capra nera che ti guarda) per un’illustrazione interna. Il grafico, senza dirmi niente, ha messo questo disegno in copertina. Un giorno camminavo per strada, passo davanti ad una libreria, mi sento osservata, mi giro e c’era questa capra che mi guardava, mi chiamava proprio! Cosa dico a uno che vuole fare questo mestiere? Gli dico fallo. Fallo, ma preparati anche a soffrire.

Allora, siamo arrivati all’ultima domanda: qual è la prima cosa che ci tieni a insegnare ai tuoi studenti grazie all’esperienza da illustratrice professionista? Ci tengo molto che sappiano disegnare. Che imparino proprio a disegnare. Laddove per disegnare si intende creare un linguaggio per immagini, parlare con le immagini. Però prima ancora di saper parlare per immagini, bisogna saperle guardare, trovare la narrazione che c’è in tutto quello che ci circonda. Questo è fondamentale per me.

Trovare la narrazione che c’è in tutto quello che ci circonda. Questo è fondamentale per me.


Se c’è, qual’è il tuo disegno preferito tra tutti quelli che hai fatto, quindi anche al di fuori di Harry Potter? Madre mia! È come se mi chiedessi a quale figlio voglio più bene. ..diciamo che ce ne sono alcuni che sicuramente non mi piacciono, di cui non sono contenta. Però ce ne sono molti a cui sono molto legata, perché magari li ho fatti in determinati momenti o perché mi piacciono particolarmente. E se ne devo eleggere proprio uno uno uno… non me la sento... scusa ma faccio casino, ho fatto 450 disegni… sono tanti quelli che compongono tutto il mosaico delle mie immagini.

Nel tuo libro “Harry Potter & Co.” racconti di quando, in occasione della consegna della copertina del 7° libro ti sei quasi portata il lavoro in sala parto… No, l’ho portato! Nasceva Francesco!

Fino a quanto il tuo lavoro influisce nella tua vita? Al cento per cento. Assolutamente. Mi condiziona perché io non faccio l’illustratrice, SONO un’illustratrice. Se c’è qualcosa che non gira nel verso giusto, che so, non mi viene un lavoro, c’è un editore che non mi fa sapere una certa cosa, non ne va dritta un’altra che avevo in testa quando torno a casa la pagano tutti. Purtroppo.

E quindi, chi è Serena nella vita di tutti i giorni? Un’insicura. Cronica. Ho anche un’altra malattia cronica, che si chiama empatia, alla quale non riesco a rinunciare e penso che sia quella che mi fa continuare a voler cercare anche negli altri, anche in voi studenti, la voglia di incontrarsi, di trovarci dei linguaggi e di crederci .

Come tutto il mondo sta cambiando, sta cambiando anche il mondo dell’editoria. Sempre più spesso non è la qualità che interessa ma la quantità.

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di non voler più fare questo lavoro? Incoraggeresti oggi un giovane a buttarsi a capofitto in questa carriera apparentemente così inaccessibile? (pausa di silenzio) Ci penso spessissimo a non fare più questo lavoro. Ci ho pensato anche due giorni fa. Ci penso molto. Perché è molto faticoso. Molto. Come tutto il mondo sta cambiando sta cambiando anche il mondo dell’editoria. Sempre più spesso non è la qualità che interessa ma la quantità. Ci sono molti illustratori che pur di comparire col loro nome su un libro lo fanno gratis. E quindi questo ti mette in continua competizione. Se c’è qualcuno che mi dice voglio fare l’illustratore non gli dico non farlo perché di soddisfazioni ne ho avute molte. E poi la mia è una necessità, se non disegno mi prudono le mani nel vero senso della parola; è bello poi vedere i propri libri in libreria. Succedono delle cose strane: pensa che io una volta ho illustrato un libro, il giorno prima di consegnarlo all’editore è venuto Sebastiano Guerrera (prof. di tecniche pittoriche n.d.r.) nel mio studio e m’ha detto “che cacchio hai fatto? Ma questa non sei tu…” io, per non rischiare di spedire i disegni li ho stracciati, li ho rifatti da capo e mi sono piaciuti un casino. Fra questi ce ne era uno (ed era la faccia di una capra nera che ti guarda) per un’illustrazione interna. Il grafico, senza dirmi niente, ha messo questo disegno in copertina. Un giorno camminavo per strada, passo davanti ad una libreria, mi sento osservata, mi giro e c’era questa capra che mi guardava, mi chiamava proprio! Cosa dico a uno che vuole fare questo mestiere? Gli dico fallo. Fallo, ma preparati anche a soffrire.

Allora, siamo arrivati all’ultima domanda: qual è la prima cosa che ci tieni a insegnare ai tuoi studenti grazie all’esperienza da illustratrice professionista? Ci tengo molto che sappiano disegnare. Che imparino proprio a disegnare. Laddove per disegnare si intende creare un linguaggio per immagini, parlare con le immagini. Però prima ancora di saper parlare per immagini, bisogna saperle guardare, trovare la narrazione che c’è in tutto quello che ci circonda. Questo è fondamentale per me.

Trovare la narrazione che c’è in tutto quello che ci circonda. Questo è fondamentale per me.


/ workshop

Roberto Mezzano Paolo Tripodi

Icograda Design Week Torino \ multi < < verso

“Icograda Design Week Torino Multiverso nasce dalla collaborazione tra Icograda (International Council of Graphic Design Association) e Aiap (Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva).  Una settimana dedicata al design, tra conferenze e workshops, collaborazioni e nuovi incontri sullo sfondo della splendida città di Torino, quest’anno capitale mondiale del design. Navigando il sito dell’evento, scopriamo che tutto si svolgerà all’interno dell’antico Castello del Valentino, situato al centro dell’omonimo parco sulle rive del Po. Decidiamo subito, incuriositi dai suoi lavori, di partecipare al workshop di Daniel Eatock, eclettico designer londinese. Questo,al momento della partenza, è quanto sappiamo di lui. Viviamo l’attesa


/ workshop

Roberto Mezzano Paolo Tripodi

Icograda Design Week Torino \ multi < < verso

“Icograda Design Week Torino Multiverso nasce dalla collaborazione tra Icograda (International Council of Graphic Design Association) e Aiap (Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva).  Una settimana dedicata al design, tra conferenze e workshops, collaborazioni e nuovi incontri sullo sfondo della splendida città di Torino, quest’anno capitale mondiale del design. Navigando il sito dell’evento, scopriamo che tutto si svolgerà all’interno dell’antico Castello del Valentino, situato al centro dell’omonimo parco sulle rive del Po. Decidiamo subito, incuriositi dai suoi lavori, di partecipare al workshop di Daniel Eatock, eclettico designer londinese. Questo,al momento della partenza, è quanto sappiamo di lui. Viviamo l’attesa


e il viaggio assaporando la nostra curiosità su quanto ci attende a Torino; non vediamo l’ora di arrivare. Finalmente martedì 14 ottobre, dopo una rapida colazione ci dirigiamo verso il luogo prestabilito. Appena arrivati, siamo accolti all’interno delle aule del castello, sede della facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Gli organizzatori iniziano a distribuire pass e buoni pasto. Saremo più di cento ragazzi provenienti da tutto il mondo, ognuno si avvia verso lo spazio dedicato al proprio laboratorio. All’interno dell’aula solo l’essenziale, l’atmosfera è ancora un pò tesa, iniziamo a sciogliere il ghiaccio con i nostri compagni. Ed testa (nome e cognome), simpaticissimo italocanadese, è il nostro tutor e interprete ufficiale. Nel frattempo ci viene rivelato il contenuto del workshop: non abbiamo un programma preciso da seguire, massima libertà di sperimentare, il risultato finale sarà

tutto quanto avremo tratto da quest’esperienza insieme. Cominciamo facendo stretching, tutti in cerchio, italiani, coreani, giordani, turchi. Non facciamo in tempo a fissare i primi sguardi che subito si tramutano in un fiume di risate! Fotografiamo e registriamo tutto, il tempo scorre in fretta. Il nostro compito per la pausa pranzo è di sederci accanto ad un compagno sconosciuto dopo aver scelto al suo posto il menù. Nel pomeriggio iniziamo a sperimentare, lavoriamo con ciò che abbiamo intorno: palloncini, aeroplanini di carta, giochiamo con la voce, con i movimenti del corpo. Unica regola la semplicità, cerchiamo di limitare al massimo gli interventi della tecnica, del digitale. La conoscenza fra noi si fa sempre più solida, ci scambiamo consigli e idee. Il naturale confronto culturale colora il tempo di novità e apertura; diventiamo subito amici di un gruppo di ragazze coreane: con loro ce ne andiamo in giro a scoprire Torino. Passiamo così i nostri giorni, Daniel è fantastico, sa come tenerci uniti e scandire i ritmi di lavoro, il suo entusiasmo ci contagia e ci aiuta nei momenti difficili. L’ultimo giorno verifichiamo il lavoro svolto e ci prepariamo per la presentazione


e il viaggio assaporando la nostra curiosità su quanto ci attende a Torino; non vediamo l’ora di arrivare. Finalmente martedì 14 ottobre, dopo una rapida colazione ci dirigiamo verso il luogo prestabilito. Appena arrivati, siamo accolti all’interno delle aule del castello, sede della facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Gli organizzatori iniziano a distribuire pass e buoni pasto. Saremo più di cento ragazzi provenienti da tutto il mondo, ognuno si avvia verso lo spazio dedicato al proprio laboratorio. All’interno dell’aula solo l’essenziale, l’atmosfera è ancora un pò tesa, iniziamo a sciogliere il ghiaccio con i nostri compagni. Ed testa (nome e cognome), simpaticissimo italocanadese, è il nostro tutor e interprete ufficiale. Nel frattempo ci viene rivelato il contenuto del workshop: non abbiamo un programma preciso da seguire, massima libertà di sperimentare, il risultato finale sarà

tutto quanto avremo tratto da quest’esperienza insieme. Cominciamo facendo stretching, tutti in cerchio, italiani, coreani, giordani, turchi. Non facciamo in tempo a fissare i primi sguardi che subito si tramutano in un fiume di risate! Fotografiamo e registriamo tutto, il tempo scorre in fretta. Il nostro compito per la pausa pranzo è di sederci accanto ad un compagno sconosciuto dopo aver scelto al suo posto il menù. Nel pomeriggio iniziamo a sperimentare, lavoriamo con ciò che abbiamo intorno: palloncini, aeroplanini di carta, giochiamo con la voce, con i movimenti del corpo. Unica regola la semplicità, cerchiamo di limitare al massimo gli interventi della tecnica, del digitale. La conoscenza fra noi si fa sempre più solida, ci scambiamo consigli e idee. Il naturale confronto culturale colora il tempo di novità e apertura; diventiamo subito amici di un gruppo di ragazze coreane: con loro ce ne andiamo in giro a scoprire Torino. Passiamo così i nostri giorni, Daniel è fantastico, sa come tenerci uniti e scandire i ritmi di lavoro, il suo entusiasmo ci contagia e ci aiuta nei momenti difficili. L’ultimo giorno verifichiamo il lavoro svolto e ci prepariamo per la presentazione


L’ultimo giorno verifichiamo il lavoro svolto e ci prepariamo per la presentazione finale del mattino seguente alla sede centrale del Politecnico. Per presentare al meglio quanto abbiamo vissuto insieme decidiamo di continuare il workshop sul palco mentre sul fondo proiettiamo un montaggio video di tutti gli esperimenti realizzati. Il tempo non basta, le aule del Castello si chiudono alle 20.00, decidiamo di continuare a lavorare ad oltranza nella hall del nostro albergo più vicino. Terminiamo a notte fonda; stanchi, divertiti e ancora un pò tesi ci diamo appuntamento all’indomani, saremo i primi in scaletta. Tutte le energie rimaste esplodono improvvisazione. Siamo diventati un gruppo e non riusciamo a trattenerci dal comunicarlo con forza in ogni gesto. L’audience si divide tra incuriositi, esterefatti e infastiditi; noi siamo certi di non essere passati inosservati! Ancora carichi di adrenalina ci riuniamo al termine della mattinata per un trancio di pizza, tutti seduti in cerchio, ancora una volta.Salutiamo Torino, Daniel, Flavia e tutti gli altri senza ancora avere la sensazione di essere giunti al termine di questa intensa e un pò magica esperienza. “Keep in touch”. Appuntamento su internet, nessuna voglia di scrivere la parola fine. 


L’ultimo giorno verifichiamo il lavoro svolto e ci prepariamo per la presentazione finale del mattino seguente alla sede centrale del Politecnico. Per presentare al meglio quanto abbiamo vissuto insieme decidiamo di continuare il workshop sul palco mentre sul fondo proiettiamo un montaggio video di tutti gli esperimenti realizzati. Il tempo non basta, le aule del Castello si chiudono alle 20.00, decidiamo di continuare a lavorare ad oltranza nella hall del nostro albergo più vicino. Terminiamo a notte fonda; stanchi, divertiti e ancora un pò tesi ci diamo appuntamento all’indomani, saremo i primi in scaletta. Tutte le energie rimaste esplodono improvvisazione. Siamo diventati un gruppo e non riusciamo a trattenerci dal comunicarlo con forza in ogni gesto. L’audience si divide tra incuriositi, esterefatti e infastiditi; noi siamo certi di non essere passati inosservati! Ancora carichi di adrenalina ci riuniamo al termine della mattinata per un trancio di pizza, tutti seduti in cerchio, ancora una volta.Salutiamo Torino, Daniel, Flavia e tutti gli altri senza ancora avere la sensazione di essere giunti al termine di questa intensa e un pò magica esperienza. “Keep in touch”. Appuntamento su internet, nessuna voglia di scrivere la parola fine. 


Pechino & Urbino un filo in comune

Paolo Tripodi Yao Sun


Pechino & Urbino un filo in comune

Paolo Tripodi Yao Sun


Qing Ming

La festa dell’aquilone

Con il vento senza le piume una linea nel cielo un sentiero verso le nuvole

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino ventoso, ognuno manda da una balza la sua cometa per il ciel turchino.

Questa poesia è scritta da un disegnatore cinese per il suo disegno intitolato “L’Aquilone”, in cui ha descrito il panorama in cui le persone lanciano gli aquiloni per la festa del “qing ming”.

Questa frase è tratta dalla poesia “L’Aquilone” del famoso poeta Giovanni Pascoli, è un buon ricordo della festa dell’aquilone di Urbino.

La festa del “qing ming” è una festa cinese in suffraggio dei defunti. In quel giorno, le persone si recano sulle tombe per ricordare i propri cari. Si dice che in questo giorno viene aperto un varco alle anime dei defunti per un breve lasso di tempo, cosicchè le persone possano inviare loro il proprio saluto, lanciando in aria gli aquiloni, decorati con simboli di buon auspicio.

La festa dell’aquilone è una gara tra gli aquiloni, nata la prima domenica di settembre del 1955. La prima festa ha avuto luogo al parco della fortezza albornoz, poi questa si è trasferita nel centro storico e sulle colline delle cesane. Agli urbinati piace molto questa festa, in cui lanciano aquiloni artigianali e gareggiano fra di loro. La città si divide nelle antiche contrade, vince chi fa volare l’aquilone più in alto. Questa festa è aperta a tutti: i turisti di ogni dove possono lanciare il loro aquilone.


Qing Ming

La festa dell’aquilone

Con il vento senza le piume una linea nel cielo un sentiero verso le nuvole

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino ventoso, ognuno manda da una balza la sua cometa per il ciel turchino.

Questa poesia è scritta da un disegnatore cinese per il suo disegno intitolato “L’Aquilone”, in cui ha descrito il panorama in cui le persone lanciano gli aquiloni per la festa del “qing ming”.

Questa frase è tratta dalla poesia “L’Aquilone” del famoso poeta Giovanni Pascoli, è un buon ricordo della festa dell’aquilone di Urbino.

La festa del “qing ming” è una festa cinese in suffraggio dei defunti. In quel giorno, le persone si recano sulle tombe per ricordare i propri cari. Si dice che in questo giorno viene aperto un varco alle anime dei defunti per un breve lasso di tempo, cosicchè le persone possano inviare loro il proprio saluto, lanciando in aria gli aquiloni, decorati con simboli di buon auspicio.

La festa dell’aquilone è una gara tra gli aquiloni, nata la prima domenica di settembre del 1955. La prima festa ha avuto luogo al parco della fortezza albornoz, poi questa si è trasferita nel centro storico e sulle colline delle cesane. Agli urbinati piace molto questa festa, in cui lanciano aquiloni artigianali e gareggiano fra di loro. La città si divide nelle antiche contrade, vince chi fa volare l’aquilone più in alto. Questa festa è aperta a tutti: i turisti di ogni dove possono lanciare il loro aquilone.


53° Festa dell’Aquilone

Jing Yan

La 53° edizione della Festa dell’Aquilone ha visto vincitrice la contrada San Polo, che vanta la tradizione più antica nella costruzione aquilonistica urbinate, aggiudicandosi i premi per il volo più alto e per l’aquilone più piccolo, di soli due centimetri quadrati, ma con quella stessa voglia di spiccare il volo verso uno splendido futuro auspicabile per tutti i giovani partecipanti, fatto di sogni e di libertà.

Pechino è il centro di arte popolare della Cina. La varietà del’aquilone pechinese è stata lodato nel mondo.Tra più di 200 tipi di aquiloni, c’e un tipo presta i migliori, più influenti, e più rappresentative aquiloni. Cioè,”Jing-Yan,” di cui la forma è come una rondine. La rondine (in cinese “Yan”) è un simbolo della capitale. “YAN” è l’antico nome di Pechino. La struttura di “Sha Yan” è concisa, a soli 5 componenti striscia di bambù, alle sue ali, due bambù in alto e in basso si ricurva una forma speciale “tasca spalle.” Ciò “Jing Yan”può svolgere nel vento brezza,oppure mantene la stabilizzazione nel vento forte, e le sue prestazioni di volo è superiore ad altri. “Jing Yan” è evolutato in molte varietà di aquiloni, in tutto il paese.


53° Festa dell’Aquilone

Jing Yan

La 53° edizione della Festa dell’Aquilone ha visto vincitrice la contrada San Polo, che vanta la tradizione più antica nella costruzione aquilonistica urbinate, aggiudicandosi i premi per il volo più alto e per l’aquilone più piccolo, di soli due centimetri quadrati, ma con quella stessa voglia di spiccare il volo verso uno splendido futuro auspicabile per tutti i giovani partecipanti, fatto di sogni e di libertà.

Pechino è il centro di arte popolare della Cina. La varietà del’aquilone pechinese è stata lodato nel mondo.Tra più di 200 tipi di aquiloni, c’e un tipo presta i migliori, più influenti, e più rappresentative aquiloni. Cioè,”Jing-Yan,” di cui la forma è come una rondine. La rondine (in cinese “Yan”) è un simbolo della capitale. “YAN” è l’antico nome di Pechino. La struttura di “Sha Yan” è concisa, a soli 5 componenti striscia di bambù, alle sue ali, due bambù in alto e in basso si ricurva una forma speciale “tasca spalle.” Ciò “Jing Yan”può svolgere nel vento brezza,oppure mantene la stabilizzazione nel vento forte, e le sue prestazioni di volo è superiore ad altri. “Jing Yan” è evolutato in molte varietà di aquiloni, in tutto il paese.


Leslie Lucy Ameto Simone Bastianelli Fabio Cecchi Elisa Mearelli


Leslie Lucy Ameto Simone Bastianelli Fabio Cecchi Elisa Mearelli


RICREATIVITÀ

Paola Bacchiocchi Simone Bastianelli Fabio Cecchi

Creativa riflessione tra il serio e il faceto sulla (ri)creatività.

Come studenti di un corso di laurea in Visual design la parola creatività risuona spesso nelle nostre bocche e non fatichiamo a collocarci nella definizione di “creativi; ma quante volte seriamente ci fermiamo a riflettere su ciò che con questo termine intendiamo? Dopo lunghe ed affannose ricerche e lunghi dibattiti filosofici abbiamo deciso di ricercare le radici di questo termine, allo scopo che la creatività ci si riveli in tutto il suo potenziale. Noi identifichiamo la creatività con l’atto, puramente intellettuale, di ideare qualcosa di nuovo utile e divertente soprattutto in arte-grafica-foto-design. La creatività non è però un dono innato come taluni vogliono credere ma una qualità che dipende dal nostro spirito di osservazione, dalla nostra capacità di reinventare e ricostruire il mondo. Per essere creativi dobbiamo avere la capacità di saper mettere in discussione in ogni momento questa nostra realtà in costante e continua evoluzione. Il termine creatività non si limita banalmente all’azione di un grafico, un architetto o un musicista ma è una continua ricostruzione della nostra realtà frammentata, un continuo costruire l’immensa torre umana che ci avvicina ad Iddio. Il vocabolo da noi discusso, non ha però un’antica origine come si suole pensare ma ha un origine piuttosto recente; fino al 1970 il dizionario della lingua italiana Zingarelli significava creativo esclusivamente “chi elabora annunci pubblicitari” la nostra accezione contemporanea in senso lato è quindi recentissima.Storicamente il termine “creatività” ha una radice etimologica nella parola latina creare, derivata dalla radice sanscrita “kar”, di origine indoeuropea. L’originale etimologia latina andava a significare il produrre dal nulla ed era riferita ad esseri divini, i creatori, coloro che facevano dal niente.

Solo in seguito la parola fu utilizzata con il significato di “dare origine“ nell‘accezione umana del termine. L’aggettivo creativo e il derivato creatività è di formulazione recente e non deriva direttamente dal latino creare ma vede la luce nella lingua parlata italiana agli inizi degli anni ’50 tramite l’aggettivo inglese “creative”. Celebri creativi del passato come Leonardo Da Vinci, Giotto e Dante non sono dunque mai stati considerati tali in quanto non aventi un’origine divina. Tuttavia è difficile anche oggi immaginare l’uomo sullo stesso piano di un creativo Creatore ed anche gli antichi non potrebbero che sostenere la nostra opinione; già Aristotele osservava infatti che “dal nulla, nulla”. La frase “ex nihilo nihil”, motto dei filosofi scolastici fino a tutto il XIII secolo infatti andava a significare come il nulla sia impossibile da generare e tutto derivi dall’essente supre-

mo, il cosiddetto Dio. La tensione dell’uomo verso la creazione è quindi solo un modo per emulare la natura cercando di raggiungere il Creatore; l’uomo per produrre oggetti e concetti, non può quindi creare nulla dal nulla ma deve associare, sommare o sottrarre frammenti di realtà. Forse creatività è quindi un termine già superato e potremmo introdurre il termine ri-creatività a descrivere in maniera più completa l’azione che l’uomo compie nella “creazione”. Con il termine (ri)creatività vogliamo quindi affermare, naturalmente solo riprendendo una linea di pensiero che prosegue da migliaia di anni, che non esiste una creazione dal nulla ma che tutto è una continua ricostruzione di ciò che già esiste. Questo peggior mondo di tutti i mondi possibili non è altro che un’umile ellisse avente dimensioni precise e una superficie ben definita, la nostra creazione è dunque necessariamente

legata a ciò che è già stato creato, proprio perché dal nulla nulla è generabile. Per aver la possibilità di creare bisogna necessariamente avere una base dalla quale partire; la nostra capacità di creare non può andare al di fuori di ciò che questo mondo ci offre e il lavoro che compie il cervello umano nell’atto creativo non è altro che la composizione di vecchie e nuove informazioni, perforza dicose derivate dal mondo sensibile. La creatività, dunque, non è altro che una mera evoluzione di forme e idee che si protrae nel tempo. Se la creatività può essere intesa come la capacità umana di accostare esperienze, sensazioni, oggetti e concetti che il cervello umano memorizza, la quantità e la qualità delle informazioni dipendono strettamente dall’individuo, la capacità di associare elementi in modo “creativo” non è un dono trascendentale ma come una semplice capacità direttamente proporzionale all’aumento delle nostre conoscenze. Il problema di come l’uomo si applichi per modificare il suo stato di natura non è l’unico possibile nella nostra caotica società liquida, la (ri)creatività può applicarsi anche nella modifica nel mondo artificiale che l’uomo ha ri-creato da quello naturale. Si impone il problema di ricreare gli oggetti di uso quotidiano, in passato creati in modo non sostenibile con lo sviluppo del pianeta che ci ospita. Riuscire a migliorare tutto ciò che è gia stato creato per riuscire a non affondare con la nostra stessa nave. Per quanto questa discussione sembra non avere proprio un bel nulla da aggiungere a ciò che è gia stato da tempo detto non bisogna sottovalutarne il potenziale. La creatività è una creazione in cui nulla viene generato dal nulla che tuttavia ci permette di sopravvivere nel mondo e, svegliandoci creativi di prima mattina non possiamo non sentirci un po’ più simili a Dio.


RICREATIVITÀ

Paola Bacchiocchi Simone Bastianelli Fabio Cecchi

Creativa riflessione tra il serio e il faceto sulla (ri)creatività.

Come studenti di un corso di laurea in Visual design la parola creatività risuona spesso nelle nostre bocche e non fatichiamo a collocarci nella definizione di “creativi; ma quante volte seriamente ci fermiamo a riflettere su ciò che con questo termine intendiamo? Dopo lunghe ed affannose ricerche e lunghi dibattiti filosofici abbiamo deciso di ricercare le radici di questo termine, allo scopo che la creatività ci si riveli in tutto il suo potenziale. Noi identifichiamo la creatività con l’atto, puramente intellettuale, di ideare qualcosa di nuovo utile e divertente soprattutto in arte-grafica-foto-design. La creatività non è però un dono innato come taluni vogliono credere ma una qualità che dipende dal nostro spirito di osservazione, dalla nostra capacità di reinventare e ricostruire il mondo. Per essere creativi dobbiamo avere la capacità di saper mettere in discussione in ogni momento questa nostra realtà in costante e continua evoluzione. Il termine creatività non si limita banalmente all’azione di un grafico, un architetto o un musicista ma è una continua ricostruzione della nostra realtà frammentata, un continuo costruire l’immensa torre umana che ci avvicina ad Iddio. Il vocabolo da noi discusso, non ha però un’antica origine come si suole pensare ma ha un origine piuttosto recente; fino al 1970 il dizionario della lingua italiana Zingarelli significava creativo esclusivamente “chi elabora annunci pubblicitari” la nostra accezione contemporanea in senso lato è quindi recentissima.Storicamente il termine “creatività” ha una radice etimologica nella parola latina creare, derivata dalla radice sanscrita “kar”, di origine indoeuropea. L’originale etimologia latina andava a significare il produrre dal nulla ed era riferita ad esseri divini, i creatori, coloro che facevano dal niente.

Solo in seguito la parola fu utilizzata con il significato di “dare origine“ nell‘accezione umana del termine. L’aggettivo creativo e il derivato creatività è di formulazione recente e non deriva direttamente dal latino creare ma vede la luce nella lingua parlata italiana agli inizi degli anni ’50 tramite l’aggettivo inglese “creative”. Celebri creativi del passato come Leonardo Da Vinci, Giotto e Dante non sono dunque mai stati considerati tali in quanto non aventi un’origine divina. Tuttavia è difficile anche oggi immaginare l’uomo sullo stesso piano di un creativo Creatore ed anche gli antichi non potrebbero che sostenere la nostra opinione; già Aristotele osservava infatti che “dal nulla, nulla”. La frase “ex nihilo nihil”, motto dei filosofi scolastici fino a tutto il XIII secolo infatti andava a significare come il nulla sia impossibile da generare e tutto derivi dall’essente supre-

mo, il cosiddetto Dio. La tensione dell’uomo verso la creazione è quindi solo un modo per emulare la natura cercando di raggiungere il Creatore; l’uomo per produrre oggetti e concetti, non può quindi creare nulla dal nulla ma deve associare, sommare o sottrarre frammenti di realtà. Forse creatività è quindi un termine già superato e potremmo introdurre il termine ri-creatività a descrivere in maniera più completa l’azione che l’uomo compie nella “creazione”. Con il termine (ri)creatività vogliamo quindi affermare, naturalmente solo riprendendo una linea di pensiero che prosegue da migliaia di anni, che non esiste una creazione dal nulla ma che tutto è una continua ricostruzione di ciò che già esiste. Questo peggior mondo di tutti i mondi possibili non è altro che un’umile ellisse avente dimensioni precise e una superficie ben definita, la nostra creazione è dunque necessariamente

legata a ciò che è già stato creato, proprio perché dal nulla nulla è generabile. Per aver la possibilità di creare bisogna necessariamente avere una base dalla quale partire; la nostra capacità di creare non può andare al di fuori di ciò che questo mondo ci offre e il lavoro che compie il cervello umano nell’atto creativo non è altro che la composizione di vecchie e nuove informazioni, perforza dicose derivate dal mondo sensibile. La creatività, dunque, non è altro che una mera evoluzione di forme e idee che si protrae nel tempo. Se la creatività può essere intesa come la capacità umana di accostare esperienze, sensazioni, oggetti e concetti che il cervello umano memorizza, la quantità e la qualità delle informazioni dipendono strettamente dall’individuo, la capacità di associare elementi in modo “creativo” non è un dono trascendentale ma come una semplice capacità direttamente proporzionale all’aumento delle nostre conoscenze. Il problema di come l’uomo si applichi per modificare il suo stato di natura non è l’unico possibile nella nostra caotica società liquida, la (ri)creatività può applicarsi anche nella modifica nel mondo artificiale che l’uomo ha ri-creato da quello naturale. Si impone il problema di ricreare gli oggetti di uso quotidiano, in passato creati in modo non sostenibile con lo sviluppo del pianeta che ci ospita. Riuscire a migliorare tutto ciò che è gia stato creato per riuscire a non affondare con la nostra stessa nave. Per quanto questa discussione sembra non avere proprio un bel nulla da aggiungere a ciò che è gia stato da tempo detto non bisogna sottovalutarne il potenziale. La creatività è una creazione in cui nulla viene generato dal nulla che tuttavia ci permette di sopravvivere nel mondo e, svegliandoci creativi di prima mattina non possiamo non sentirci un po’ più simili a Dio.


/ portfolio

HISTOIRE DU SOLDAT È un’opera da camera composta da Igor Stravinskij nel 1918, durante il suo esilio in Svizzera. La vicenda si basa su alcune fiabe popolari russe tratte dalla collezione di Afanas’ev, ma il testo francese è di Charles-Ferdinand Ramuz.

Bianca Fabbri Elisa Mearelli

Giulia Di Grusa Leslie Lucy Ameto

Luca Antonucci


/ portfolio

HISTOIRE DU SOLDAT È un’opera da camera composta da Igor Stravinskij nel 1918, durante il suo esilio in Svizzera. La vicenda si basa su alcune fiabe popolari russe tratte dalla collezione di Afanas’ev, ma il testo francese è di Charles-Ferdinand Ramuz.

Bianca Fabbri Elisa Mearelli

Giulia Di Grusa Leslie Lucy Ameto

Luca Antonucci


Grandi specchi sul fondale, ecco un cono di luce ad illuminare una scenografia ambigua: sospesa tra la realtà e il sogno. Sul palcoscenico prende forma la nostra immaginazione grazie alla creatività e all’ impegno degli studenti. La riflessione nitida del folclore russo e della fantasia fiabesca di Igor Stravinskij, autore di Histoire du Soldat, lo spettacolo è realizzato dal corso di Scenografia al Teatro della Fortuna di Fano nell’ anno accademico 2007/08. Esperienze comuni, difficoltà, evoluzione del lavoro, ecco come si espone il Prof. Calcagnini: ‘’ Tre mesi di progettazione confluiti in uno di pratiche artigianali hanno permesso la realizzazione di un’ opera singolare nella quale il creatore del pensiero e l’ artigiano sono le stesse persone. Ciò ha fatto sì che la mano destra controllasse continuamente quello che faceva la mano sinistra, creando un corto circuito virtuoso tra pensiero e azione, progetto e laboratorio".

TRAMA Joseph è un soldato in licenza che sta passeggiando a fianco di un fiume verso casa; si accoccola appresso alla riva e fruga nel proprio zaino, estraendone un medaglione portafortuna, uno specchio, la foto della ragazza ed infine un violino. Mentre lo suona gli si avvicina un anziano signore con un retino per farfalle, che è in realtà il diavolo sotto mentite spoglie: egli si avvicina a Joseph, chiedendogli di vendergli il violino. Joseph rifiuta, ma il diavolo gli propone di scambiare il suo violino con un misterioso libro che contiene indicibili ricchezze; sfogliandolo Joseph si accorge che vi sono riportati fatti che ancora non sono accaduti: in questa maniera sarebbe potuto facilmente diventare ricco e potente. Il diavolo propone al soldato un patto: resteranno tre giorni insieme durante i quali Joseph gli insegnerà a suonare il violino, e lui insegnerà a Joseph a leggere il libro. Il soldato accetta. Allo scadere dei tre giorni, però, quando si separa dal diavolo e torna a casa, Joseph si rende conto che non sono passati tre giorni, ma tre anni: la sua ragazza si è sposata con un altro ed ha un bambino, e la madre lo crede morto, come tutti in paese. Joseph va alla ricerca del diavolo, lo trova ad un incrocio in veste di

mercante di bestiame e ci si scontra, furioso. Il diavolo cerca di consolarlo ricordandogli che ora ha il libro: il soldato lo prova ed effettivamente accumula subito enormi ricchezze, ma subito si rende conto che gli interessa di più riottenere gli affetti e la vita che aveva prima. Diventato ricchissimo, Joseph rincontra il diavolo sotto forma di vecchia mezzana, che prova a vendergli un medaglione portafortuna, uno specchio, la foto della ragazza ed infine un violino; Joseph riconosce i suoi oggetti e recupera il violino, ma si rende conto che non può suonarlo: il violino è muto.


Grandi specchi sul fondale, ecco un cono di luce ad illuminare una scenografia ambigua: sospesa tra la realtà e il sogno. Sul palcoscenico prende forma la nostra immaginazione grazie alla creatività e all’ impegno degli studenti. La riflessione nitida del folclore russo e della fantasia fiabesca di Igor Stravinskij, autore di Histoire du Soldat, lo spettacolo è realizzato dal corso di Scenografia al Teatro della Fortuna di Fano nell’ anno accademico 2007/08. Esperienze comuni, difficoltà, evoluzione del lavoro, ecco come si espone il Prof. Calcagnini: ‘’ Tre mesi di progettazione confluiti in uno di pratiche artigianali hanno permesso la realizzazione di un’ opera singolare nella quale il creatore del pensiero e l’ artigiano sono le stesse persone. Ciò ha fatto sì che la mano destra controllasse continuamente quello che faceva la mano sinistra, creando un corto circuito virtuoso tra pensiero e azione, progetto e laboratorio".

TRAMA Joseph è un soldato in licenza che sta passeggiando a fianco di un fiume verso casa; si accoccola appresso alla riva e fruga nel proprio zaino, estraendone un medaglione portafortuna, uno specchio, la foto della ragazza ed infine un violino. Mentre lo suona gli si avvicina un anziano signore con un retino per farfalle, che è in realtà il diavolo sotto mentite spoglie: egli si avvicina a Joseph, chiedendogli di vendergli il violino. Joseph rifiuta, ma il diavolo gli propone di scambiare il suo violino con un misterioso libro che contiene indicibili ricchezze; sfogliandolo Joseph si accorge che vi sono riportati fatti che ancora non sono accaduti: in questa maniera sarebbe potuto facilmente diventare ricco e potente. Il diavolo propone al soldato un patto: resteranno tre giorni insieme durante i quali Joseph gli insegnerà a suonare il violino, e lui insegnerà a Joseph a leggere il libro. Il soldato accetta. Allo scadere dei tre giorni, però, quando si separa dal diavolo e torna a casa, Joseph si rende conto che non sono passati tre giorni, ma tre anni: la sua ragazza si è sposata con un altro ed ha un bambino, e la madre lo crede morto, come tutti in paese. Joseph va alla ricerca del diavolo, lo trova ad un incrocio in veste di

mercante di bestiame e ci si scontra, furioso. Il diavolo cerca di consolarlo ricordandogli che ora ha il libro: il soldato lo prova ed effettivamente accumula subito enormi ricchezze, ma subito si rende conto che gli interessa di più riottenere gli affetti e la vita che aveva prima. Diventato ricchissimo, Joseph rincontra il diavolo sotto forma di vecchia mezzana, che prova a vendergli un medaglione portafortuna, uno specchio, la foto della ragazza ed infine un violino; Joseph riconosce i suoi oggetti e recupera il violino, ma si rende conto che non può suonarlo: il violino è muto.


ANALISI Se confrontata ai precedenti lavori di Stravinskij, la partitura de L'histoire du soldat appare quanto mai asciutta e scarna, oltre che ormai lontana da ogni forma di pittoricismo. La sua bizzarra strumentazione assicura la gamma piĂš vasta nelle tre principali qualitĂ  di timbro: due legni opposti (clarinetto e fagotto), due ottoni opposti (cornetta e trombone) e due archi opposti (violino e contrabbasso); a questi sei strumenti si aggiunge l'organico delle percussioni (grancassa, field drum, due tamburi rullanti di diversa grandezza, piatto sospeso, triangolo e tamburello basco). I riferimenti musicali sono non meno cosmopoliti della strumentazione: una marcia, un valzer e un corale compaiono a fianco di un tango e ragtime. L'opera si rifĂ  al ciclo di leggende che hanno per protagonista il soldato disertore e il diavolo che, grazie alle sue astuzie, riesce a rubargli l'anima, impersonata musicalmente dal violino solista.


ANALISI Se confrontata ai precedenti lavori di Stravinskij, la partitura de L'histoire du soldat appare quanto mai asciutta e scarna, oltre che ormai lontana da ogni forma di pittoricismo. La sua bizzarra strumentazione assicura la gamma piĂš vasta nelle tre principali qualitĂ  di timbro: due legni opposti (clarinetto e fagotto), due ottoni opposti (cornetta e trombone) e due archi opposti (violino e contrabbasso); a questi sei strumenti si aggiunge l'organico delle percussioni (grancassa, field drum, due tamburi rullanti di diversa grandezza, piatto sospeso, triangolo e tamburello basco). I riferimenti musicali sono non meno cosmopoliti della strumentazione: una marcia, un valzer e un corale compaiono a fianco di un tango e ragtime. L'opera si rifĂ  al ciclo di leggende che hanno per protagonista il soldato disertore e il diavolo che, grazie alle sue astuzie, riesce a rubargli l'anima, impersonata musicalmente dal violino solista.


SPRING COLOR Ha immerso le dita in un barattolo per poi leccarsele... È strano entrare in una fabbrica e non sentire nessun cattivo odore. Questo è stato il primo pensiero dopo essere entrati alla Spring Color, una piccola azienda di Castelfidardo immersa nelle colline dell’entroterra anconetano, che produce malte, pitture, vernici e prodotti per le belle arti.Ci accoglie Roberto, titolare di questa impresa innovativa, che non ha come primo obiettivo il profitto ma la qualità e la sostenibilità dei suoi prodotti, naturali al 100%. Ci racconta la sua storia. Tutto ha inizio nel ‘93 a seguito di una malattia professionale che ha colpito il padre di Roberto, dovuta al persistente contatto con le sostanze chimiche usate nella produzione industriale delle vernici. Questo non è stato l’unico lutto avuto nella sua famiglia per colpa di intossicazioni sul lavoro, così ha deciso di far fronte a questo grave problema ritornando alla produzione artigianale dei colori usando latte e uova. Per poter tornare alle tecniche tradizionali ci sono voluti due anni di ricerche e sperimentazioni con l’aiuto di antichi manuali sulla pittura. Qualitativamente le vernici prodotte in modo naturale sono nettamente superiori alle altre, poiché usando pigmenti vegetali, terre, leganti inorganici come la calce e organici come l’olio di cera o il latte, non producono esalazioni tossiche e cancerogene come fanno invece le vernici a base di sostanze petrolchimiche.

Gli effetti dannosi non si manifestano subito ma hanno un effetto a lungo termine, e vengono avvertiti soprattutto dalle persone più sensibili o con allergie, ma anche gli altri dovrebbero preferire i prodotti naturali per salvaguardare la propria salute e non solo, anche l’ambiente grazie alla biodegradabilità di questi materiali. Pensate che questa vernice si potrebbe usare come fertilizzante se versata su un terreno. Roberto ci racconta un aneddoto riguardo alla completa naturalezza dei suoi prodotti: durante un congresso per dimostrare la loro genuinità, ha immerso le dita in un barattolo per poi leccarsele, dopodiché ha invitato gli altri produttori di vernici chimiche a fare altrettanto…non l’hanno fatto. Esiste un regolamento europeo, denominato REACH (acronimo inglese che significa Registrazione, Valutazione, Autorizzazione delle sostanze chimiche), che limita l’uso di determinate sostanze chimiche nocive alla salute; a cui l’Italia “stranamente” non ha ancora aderito. Dopo anni di sperimentazioni, la Spring Color ha ottenuto una vasta gamma di prodotti per vari utilizzi: pitture per interni, pavimentazioni, legno, ferro ed esterni; ma anche prodotti detergenti contro le muffe a base di oli vegetali battericidi che lasciano un buon odore (è vero…sembrava di annusare un mazzetto di menta). 

/ come si fa

Elisa Mearelli Fabio Cecchi

Paola Bacchiocchi Roberto mezzano


SPRING COLOR Ha immerso le dita in un barattolo per poi leccarsele... È strano entrare in una fabbrica e non sentire nessun cattivo odore. Questo è stato il primo pensiero dopo essere entrati alla Spring Color, una piccola azienda di Castelfidardo immersa nelle colline dell’entroterra anconetano, che produce malte, pitture, vernici e prodotti per le belle arti.Ci accoglie Roberto, titolare di questa impresa innovativa, che non ha come primo obiettivo il profitto ma la qualità e la sostenibilità dei suoi prodotti, naturali al 100%. Ci racconta la sua storia. Tutto ha inizio nel ‘93 a seguito di una malattia professionale che ha colpito il padre di Roberto, dovuta al persistente contatto con le sostanze chimiche usate nella produzione industriale delle vernici. Questo non è stato l’unico lutto avuto nella sua famiglia per colpa di intossicazioni sul lavoro, così ha deciso di far fronte a questo grave problema ritornando alla produzione artigianale dei colori usando latte e uova. Per poter tornare alle tecniche tradizionali ci sono voluti due anni di ricerche e sperimentazioni con l’aiuto di antichi manuali sulla pittura. Qualitativamente le vernici prodotte in modo naturale sono nettamente superiori alle altre, poiché usando pigmenti vegetali, terre, leganti inorganici come la calce e organici come l’olio di cera o il latte, non producono esalazioni tossiche e cancerogene come fanno invece le vernici a base di sostanze petrolchimiche.

Gli effetti dannosi non si manifestano subito ma hanno un effetto a lungo termine, e vengono avvertiti soprattutto dalle persone più sensibili o con allergie, ma anche gli altri dovrebbero preferire i prodotti naturali per salvaguardare la propria salute e non solo, anche l’ambiente grazie alla biodegradabilità di questi materiali. Pensate che questa vernice si potrebbe usare come fertilizzante se versata su un terreno. Roberto ci racconta un aneddoto riguardo alla completa naturalezza dei suoi prodotti: durante un congresso per dimostrare la loro genuinità, ha immerso le dita in un barattolo per poi leccarsele, dopodiché ha invitato gli altri produttori di vernici chimiche a fare altrettanto…non l’hanno fatto. Esiste un regolamento europeo, denominato REACH (acronimo inglese che significa Registrazione, Valutazione, Autorizzazione delle sostanze chimiche), che limita l’uso di determinate sostanze chimiche nocive alla salute; a cui l’Italia “stranamente” non ha ancora aderito. Dopo anni di sperimentazioni, la Spring Color ha ottenuto una vasta gamma di prodotti per vari utilizzi: pitture per interni, pavimentazioni, legno, ferro ed esterni; ma anche prodotti detergenti contro le muffe a base di oli vegetali battericidi che lasciano un buon odore (è vero…sembrava di annusare un mazzetto di menta). 

/ come si fa

Elisa Mearelli Fabio Cecchi

Paola Bacchiocchi Roberto mezzano


Questo metodo di produzione lascia invariate sia le entrate che le uscite, e anche i prezzi al consumatore rimangono simili a quelli delle vernici sintetiche. Il processo di produzione non richiede attrezzature fantascientifiche ma semplici impastatrici, che miscelano i vari pigmenti al latte scaduto acquistato a prezzo ridotto dalla Centrale del Latte di Ancona e dalla Cooperlat. I principali clienti dell’azienda sono le persone che credono alla possibilità di uno stile di vita “alternativo”: dagli ambientalisti agli specialisti in bioarchitettura, dalle imprese che utilizzano bioenergie rinnovabili alle gente che pratica le varie forme di Feng shui.  Di solito, sui contenitori di vernici, vengono omessi alcuni ingredienti che potrebbero spaventare un cliente attento; un’altro dei punti di forza della Spring Color è la trasparenza verso il consumatore, a cui viene svelata la “ricetta” completa. Roberto e i suoi collaboratori investono molto tempo sulla ricerca per lo sviluppo di prodotti utilizzando materiali di scarto. Stanno infatti brevettando un nuovo tipo di calce: invece di cuocere pietre a temperature altissime, portando a 710° i gusci d’uovo si ottiene lo stesso risultato. Non stiamo parlando di distruggere una montagna con delle cave ma di liofilizzare delle sostanze di scarto ottenendo così un prodotto rinnovabile. È finito il nostro tour all’interno di questa piccola realtà, salutiamo Roberto e torniamo a casa rincuorati dal pensiero che esistano persone che la “vedono” diversamente. Ah, ci ha regalato perfino dei colori!!!


Questo metodo di produzione lascia invariate sia le entrate che le uscite, e anche i prezzi al consumatore rimangono simili a quelli delle vernici sintetiche. Il processo di produzione non richiede attrezzature fantascientifiche ma semplici impastatrici, che miscelano i vari pigmenti al latte scaduto acquistato a prezzo ridotto dalla Centrale del Latte di Ancona e dalla Cooperlat. I principali clienti dell’azienda sono le persone che credono alla possibilità di uno stile di vita “alternativo”: dagli ambientalisti agli specialisti in bioarchitettura, dalle imprese che utilizzano bioenergie rinnovabili alle gente che pratica le varie forme di Feng shui.  Di solito, sui contenitori di vernici, vengono omessi alcuni ingredienti che potrebbero spaventare un cliente attento; un’altro dei punti di forza della Spring Color è la trasparenza verso il consumatore, a cui viene svelata la “ricetta” completa. Roberto e i suoi collaboratori investono molto tempo sulla ricerca per lo sviluppo di prodotti utilizzando materiali di scarto. Stanno infatti brevettando un nuovo tipo di calce: invece di cuocere pietre a temperature altissime, portando a 710° i gusci d’uovo si ottiene lo stesso risultato. Non stiamo parlando di distruggere una montagna con delle cave ma di liofilizzare delle sostanze di scarto ottenendo così un prodotto rinnovabile. È finito il nostro tour all’interno di questa piccola realtà, salutiamo Roberto e torniamo a casa rincuorati dal pensiero che esistano persone che la “vedono” diversamente. Ah, ci ha regalato perfino dei colori!!!


Elisa Mearelli Francesco Zamboni

/ intervista impossibile

Leslie Lucy Ameto Paola Bacchiocchi

C E R E T WHI

Estremamente puro. Puro. Purissimo.Tutto. Tutto deve esser biancamente candido e candidamente bianco. La Odio questo questo bah. Accozzaglia di colori, guazzabuglio di sensi. Solo una cosa deve prevalere sul resto. Il bianco. Elegante, diciamo. Così minimal come un paesaggio innevato cosa c’è? Nulla, esatto. E diciamocelo di stile io sono un maestro, un master. Il signor Gennaio, vero? Gennaio, January chiamatemi Jan. Jan. Così fine così di classe. La rigidità è di classe. E del resto la classe stessa è classe. E in giro non ce n’è, no. Passo ore, giorni tentando di metter ordine, di chetare l’incombente caos cromatico e poi giunge la P Pri.. Prg.. Primavera? AAAgh. Pronunziato hai il suo nome!!!! Che il ciel la fulmini! Che parola volgare, poco fine. A cosa, dico a cosa serve tutto il mio charme, la mia rigida eleganza se poi tutto torna come prima? Lo trovo assurdo, innaturale. Anche se è la natura. Una natura innaturale forse... White! White! White as the snow! Prego? Ma si. Bianco ed elegante. E poi i cristalli di ghiaccio quanto sono regolari? Vi è un frattale insito in ognuno di essi ode a Koch.

Un tuo sogno ricorrente? Ah, il Bianco. Bianco ovunque però il bianco, è così... delicato, così puro, si sporca facilmente. infatti poi sogno sempre una macchia nera. Nasce così, dal nulla e non riesco a pulirla a cancellarla! E più cerco di pulire più si espande, sporca, contamina! Contamina. Animatnoc un’anima, e un tnoc. L’anima di ghiaccio, l’anima bianca. Che si scopre solo a 10 gradi sottozero. Se solo la mia poesia avesse voce in tutto quel silenzio. Magari questi incubi sono dovuti allo stress da lavoro? Gradirei dar risposta affermativa a cotesta domanda, tuttavia il mio lavoro, seppur alquanto biancamente impegnativo, mi è fonte di immensa gioia e stress alcuno. Negli ultimi quindici giorni, ho registrato un incremento del 20 % delle scivolate causa ghiaccio, del 12 % nell’abbassamento delle temperature. 17.000.000 di m3 di nebbia sono stati impegnati in un solo giorno per la

città di Milano, quest’anno, un record sotto ogni punto di vista. E tutto ciò non vi appar meraviglioso? Non è forse fonte di incommensurabile gaudio? E poi, il mio lavoro, la mia missione è dare voce a quel bianco latente insito in ogni cosa, in ogni essere vivente, lì in quella zona dell’anima adiacente a quella del Fanciullino Pascoliano. Come potrei sospendere questa mia vocazione? Lei dorme la notte? Dormire? Rifugge dalla mente siffatto temine! Dormire facezie!!! La notte è per chi si ferma, e si sa chi si arresta, è perso. Ho capito la sua vocazione, ma tutto questo bianco non sarà un po’ monotono? Che blasfemia! Cotanta ignoranza mi indispone! (Pausa N.d.r.) (Sospiro) Dunque, di sei varianti di neve esistenti è deplorevole che tutte si indentifichino sotto il nome unico e riduttivo di neve (quanniq, qanik, aput, uqalik, usuiituk, higatuk). Ognuno di questi tipi è diverso e distinguibile dall’altro, seppur voi vi ostinate a gettare un frettoloso e sommario sguardo a quella che è l’opra della natura e anche del sottoscritto me medesimo che sarei io Gennaio. Ma quale di questi, ed è questo che mi chiedo nelle mie lunghe notte insonni, corrisponderà cromaticamente al #FFFFFF? L’obiettivo da perseguire, l’unico mio traguardo da raggiungere, forse il senso stesso della mia esistenza! Quindi lei vive per questo! No. Se proprio devo lasciarmi andare Forse, ma si, voglio denudarmi di ogni mia inibizione nel mio raccontarmi non vorrei peccare di tracotanza, ma oltre il bianco, se solo potessi, raggiungerei l’estasi del ghiaccio, quello che corrisponde al mio nirvana, l’assenza di colore, l’incontaminata trasparenza del ghiaccio.

Quindi manco più il colore?! Esatto. Ancor più minimal del minimal stesso è il nulla, l’inclassificabilità cromatica di mille stalattiti di ghiaccio. Mi perdoni, solo ora mi rendo conto che abbiamo molto lavoro da fare e il nostro tempo per oggi è quasi finito. Ma no suvvia! mi lasci concludere l’argomentazione! Il ghiaccio blocca il tempo, il tempo stringe, tic tac, tic tac, tic tac, ma il tempo è fermo. Lo spazio è fermo. Il suono si ferma. Il rumore della neve è... il bianco. Qui si interrompe il nastro.


Elisa Mearelli Francesco Zamboni

/ intervista impossibile

Leslie Lucy Ameto Paola Bacchiocchi

C E R E T WHI

Estremamente puro. Puro. Purissimo.Tutto. Tutto deve esser biancamente candido e candidamente bianco. La Odio questo questo bah. Accozzaglia di colori, guazzabuglio di sensi. Solo una cosa deve prevalere sul resto. Il bianco. Elegante, diciamo. Così minimal come un paesaggio innevato cosa c’è? Nulla, esatto. E diciamocelo di stile io sono un maestro, un master. Il signor Gennaio, vero? Gennaio, January chiamatemi Jan. Jan. Così fine così di classe. La rigidità è di classe. E del resto la classe stessa è classe. E in giro non ce n’è, no. Passo ore, giorni tentando di metter ordine, di chetare l’incombente caos cromatico e poi giunge la P Pri.. Prg.. Primavera? AAAgh. Pronunziato hai il suo nome!!!! Che il ciel la fulmini! Che parola volgare, poco fine. A cosa, dico a cosa serve tutto il mio charme, la mia rigida eleganza se poi tutto torna come prima? Lo trovo assurdo, innaturale. Anche se è la natura. Una natura innaturale forse... White! White! White as the snow! Prego? Ma si. Bianco ed elegante. E poi i cristalli di ghiaccio quanto sono regolari? Vi è un frattale insito in ognuno di essi ode a Koch.

Un tuo sogno ricorrente? Ah, il Bianco. Bianco ovunque però il bianco, è così... delicato, così puro, si sporca facilmente. infatti poi sogno sempre una macchia nera. Nasce così, dal nulla e non riesco a pulirla a cancellarla! E più cerco di pulire più si espande, sporca, contamina! Contamina. Animatnoc un’anima, e un tnoc. L’anima di ghiaccio, l’anima bianca. Che si scopre solo a 10 gradi sottozero. Se solo la mia poesia avesse voce in tutto quel silenzio. Magari questi incubi sono dovuti allo stress da lavoro? Gradirei dar risposta affermativa a cotesta domanda, tuttavia il mio lavoro, seppur alquanto biancamente impegnativo, mi è fonte di immensa gioia e stress alcuno. Negli ultimi quindici giorni, ho registrato un incremento del 20 % delle scivolate causa ghiaccio, del 12 % nell’abbassamento delle temperature. 17.000.000 di m3 di nebbia sono stati impegnati in un solo giorno per la

città di Milano, quest’anno, un record sotto ogni punto di vista. E tutto ciò non vi appar meraviglioso? Non è forse fonte di incommensurabile gaudio? E poi, il mio lavoro, la mia missione è dare voce a quel bianco latente insito in ogni cosa, in ogni essere vivente, lì in quella zona dell’anima adiacente a quella del Fanciullino Pascoliano. Come potrei sospendere questa mia vocazione? Lei dorme la notte? Dormire? Rifugge dalla mente siffatto temine! Dormire facezie!!! La notte è per chi si ferma, e si sa chi si arresta, è perso. Ho capito la sua vocazione, ma tutto questo bianco non sarà un po’ monotono? Che blasfemia! Cotanta ignoranza mi indispone! (Pausa N.d.r.) (Sospiro) Dunque, di sei varianti di neve esistenti è deplorevole che tutte si indentifichino sotto il nome unico e riduttivo di neve (quanniq, qanik, aput, uqalik, usuiituk, higatuk). Ognuno di questi tipi è diverso e distinguibile dall’altro, seppur voi vi ostinate a gettare un frettoloso e sommario sguardo a quella che è l’opra della natura e anche del sottoscritto me medesimo che sarei io Gennaio. Ma quale di questi, ed è questo che mi chiedo nelle mie lunghe notte insonni, corrisponderà cromaticamente al #FFFFFF? L’obiettivo da perseguire, l’unico mio traguardo da raggiungere, forse il senso stesso della mia esistenza! Quindi lei vive per questo! No. Se proprio devo lasciarmi andare Forse, ma si, voglio denudarmi di ogni mia inibizione nel mio raccontarmi non vorrei peccare di tracotanza, ma oltre il bianco, se solo potessi, raggiungerei l’estasi del ghiaccio, quello che corrisponde al mio nirvana, l’assenza di colore, l’incontaminata trasparenza del ghiaccio.

Quindi manco più il colore?! Esatto. Ancor più minimal del minimal stesso è il nulla, l’inclassificabilità cromatica di mille stalattiti di ghiaccio. Mi perdoni, solo ora mi rendo conto che abbiamo molto lavoro da fare e il nostro tempo per oggi è quasi finito. Ma no suvvia! mi lasci concludere l’argomentazione! Il ghiaccio blocca il tempo, il tempo stringe, tic tac, tic tac, tic tac, ma il tempo è fermo. Lo spazio è fermo. Il suono si ferma. Il rumore della neve è... il bianco. Qui si interrompe il nastro.


Leggende Metro-

politane Bianca Fabbri Leslie Lucy Ameto

Paola Bacchiocchi Yao Sun

Nella notte non viaggiare se il duca non vorrai incontrare; Il fantasma di Federico ha un coltello per amico, se da solo ti sorprenderà la tua gola sgozzerà.

Spiritello divertente che spaventa un pò la gente;sei nel letto addormentato e di colpo ti manca il fiato, puoi star certo, sul tuo petto c’era propio quel folletto.

Pussa via brutto gattaccio, non commettere il fattaccio; i miei polli lascia stare, c’è tanto altro da mangiare, se non mangi il minestrone io ti metto nel saccone.

Se il tesoro vuoi trovare, tra i torricini devi guardare, la c’è un’aquila appollaiata che di pietra è diventata, gli hanno fatto una magia perchè non volasse via. Lei lo sà dov’è il tesoro: gemme, rubini e palate d’oro. In quella direzione stà girata da quando è stata tramutata.


Leggende Metro-

politane Bianca Fabbri Leslie Lucy Ameto

Paola Bacchiocchi Yao Sun

Nella notte non viaggiare se il duca non vorrai incontrare; Il fantasma di Federico ha un coltello per amico, se da solo ti sorprenderà la tua gola sgozzerà.

Spiritello divertente che spaventa un pò la gente;sei nel letto addormentato e di colpo ti manca il fiato, puoi star certo, sul tuo petto c’era propio quel folletto.

Pussa via brutto gattaccio, non commettere il fattaccio; i miei polli lascia stare, c’è tanto altro da mangiare, se non mangi il minestrone io ti metto nel saccone.

Se il tesoro vuoi trovare, tra i torricini devi guardare, la c’è un’aquila appollaiata che di pietra è diventata, gli hanno fatto una magia perchè non volasse via. Lei lo sà dov’è il tesoro: gemme, rubini e palate d’oro. In quella direzione stà girata da quando è stata tramutata.


fischi e suoni,nella notte.grida spente.Voci rotte c’e qualcuno...sotto terra son quelli che fan la guerra.una guerra già finita.una memoria seppellita. son color che son caduti... Se entro l’anno ti vuoi laureare nel palazzo ducale non devi entrare; e il terzo arco dei portici è meglio evitare.

i loro spiriti son sopravvissuti,imprigionati dentro buchi tetri e cupi. ma la vigilia di ognissanti altri spiriti si fanno avanti, escono, vagano per la notte. Per riscattar le loro vite spaventano chi ancora è in vita. vengono su dalla salita questi abitanti.per paura si chiudono dentro le mura, fuori la porta mettono sai bacinelle d’acqua scacciaguai.

Non c’è lamento e non c’è doglianza, perché a lei in vita non successe niente. Tutto quel che le accadde fu soltanto di servire a corte.


fischi e suoni,nella notte.grida spente.Voci rotte c’e qualcuno...sotto terra son quelli che fan la guerra.una guerra già finita.una memoria seppellita. son color che son caduti... Se entro l’anno ti vuoi laureare nel palazzo ducale non devi entrare; e il terzo arco dei portici è meglio evitare.

i loro spiriti son sopravvissuti,imprigionati dentro buchi tetri e cupi. ma la vigilia di ognissanti altri spiriti si fanno avanti, escono, vagano per la notte. Per riscattar le loro vite spaventano chi ancora è in vita. vengono su dalla salita questi abitanti.per paura si chiudono dentro le mura, fuori la porta mettono sai bacinelle d’acqua scacciaguai.

Non c’è lamento e non c’è doglianza, perché a lei in vita non successe niente. Tutto quel che le accadde fu soltanto di servire a corte.


/musica

/musica

Hot Chip Made In The Dark

Persian Pelican These Cats Wear Skirts To Expiade Original Sin

(EMI, 2008)

(autoproduzione, 2008)

Continua la coloratissima e personale esplorazione dell’orizzonte electro-pop degli Hot Chip, che in questo terzo capitolo della serie centrano in pieno l’obiettivo dance-floor, senza negare la possibilità di un soddisfacente ascolto domestico. ”Made In The Dark” si spinge ancora un passo in avanti nella direzione tracciata nel precedente “The Warning” con il singolo “Over and Over”: una sapiente miscela di techno, rock e funky, evidentemente frutto del raggiungimento di una piena maturità stilistica. Bastano soltanto i primi tre brani (“Out At The Pictures”, “Shake A Fist” e il singolo “Ready For The Floor”) a calarci in un’allegra atmosfera da club londinese; il sapore del nuovo millennio interseca gli Ottanta e i Novanta, con piacevoli accenni alle origini (Kraftwerk e New Order). La seconda metà del disco è invece più intima e soft, con alcuni pezzi lenti e più studiati che solo alternativamente riescono a convincere, è evidente una maggiore agilità quando il ritmo si fa più sostenuto. Troviamo letteralmente “apposto” su ogni brano una sorta di “logo sonoro”, una voce robotica lo-fi che ci ripete il nome della band e del disco, abbassando temporaneamente il volume dell’intera traccia. Una sorta di “track-branding” che serve a ricordarci dove siamo per lasciarci addentrare tra i brani senza perderci in un’altra matassa di synth e vibrazioni. Con quest’ultima prova di buona consistenza (13 tracce), gli Hot Chip ci dimostrano ancora una volta che la convivenza degli estremi, sperimentazione e facilità di ascolto, possono ancora produrre ottimi risultati.

Paolo Tripodi

Tracklist: Out at the pictures Shake a fist Ready for the floor Bendable poseable We’re looking for a lot of love Touch too much Made in the dark One pure thought Hold on Wrestlers Don’t dance Whistle for will In the privacy of our love www.hotchip.co.uk www.myspace.com/hotchip

Prima di infilare il disco nello stereo, non puoi far altro che fissare il volto femminile della cover, e ti chiedi se lei stia soffrendo o godendo in quell’istante, poi finisci di ascoltare “These Cats Wear Skirts To Expiade Original Sin” e capisci che si puo soffrire e godere nello stesso istante. È un disco post-folk, che parla di donne in salsa semi acustica che, dove le chitarre hanno dimenticato il gain in soffitta, la batteria suona quasi impaurita e il violoncello è appena tornato dalle vacanze. Nei dodici brani proposti dal silenzioso Persian Pelican (Andrea Pulcini), viene fuori una facilità e una spensieratezza di esecuzione, come in “A Kind Vicar Against Anorexia” e “The Final Explosion”, che si contrappone a brani che rieccheggiano un vero e proprio lamento, come nel caso di “All Quite On The Plitical Front” e “Sunset”, tutto tenuto insieme dal suono arcaico e ricercato, dove scappa fuori una maturità musicale a livello compositivo da far invidia ai grandi cantautori. Sapere poi che un disco del genere nasce in Italia ed in particolare alle falde dell’Appenino centrale, suona tutto ancora più strano. In sostanza “These Cats Wear Skirts To Expiade Original Sin” è un album che ti lecca l’animo.

Luca Silvestri

Tracklist: Love Relief A Kind Vicar Against Anorexia Cato Maior Sunset Dust On The Wool Lever Marat Mozart vs Vampire Men Are Louses All Quite On The Plitical Front Dance With Violet Bears And Panters The Final Explosion www.myspace.com/persianpellican


/musica

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Hot Chip Made In The Dark

Persian Pelican These Cats Wear Skirts To Expiade Original Sin

(EMI, 2008)

(autoproduzione, 2008)

Continua la coloratissima e personale esplorazione dell’orizzonte electro-pop degli Hot Chip, che in questo terzo capitolo della serie centrano in pieno l’obiettivo dance-floor, senza negare la possibilità di un soddisfacente ascolto domestico. ”Made In The Dark” si spinge ancora un passo in avanti nella direzione tracciata nel precedente “The Warning” con il singolo “Over and Over”: una sapiente miscela di techno, rock e funky, evidentemente frutto del raggiungimento di una piena maturità stilistica. Bastano soltanto i primi tre brani (“Out At The Pictures”, “Shake A Fist” e il singolo “Ready For The Floor”) a calarci in un’allegra atmosfera da club londinese; il sapore del nuovo millennio interseca gli Ottanta e i Novanta, con piacevoli accenni alle origini (Kraftwerk e New Order). La seconda metà del disco è invece più intima e soft, con alcuni pezzi lenti e più studiati che solo alternativamente riescono a convincere, è evidente una maggiore agilità quando il ritmo si fa più sostenuto. Troviamo letteralmente “apposto” su ogni brano una sorta di “logo sonoro”, una voce robotica lo-fi che ci ripete il nome della band e del disco, abbassando temporaneamente il volume dell’intera traccia. Una sorta di “track-branding” che serve a ricordarci dove siamo per lasciarci addentrare tra i brani senza perderci in un’altra matassa di synth e vibrazioni. Con quest’ultima prova di buona consistenza (13 tracce), gli Hot Chip ci dimostrano ancora una volta che la convivenza degli estremi, sperimentazione e facilità di ascolto, possono ancora produrre ottimi risultati.

Paolo Tripodi

Tracklist: Out at the pictures Shake a fist Ready for the floor Bendable poseable We’re looking for a lot of love Touch too much Made in the dark One pure thought Hold on Wrestlers Don’t dance Whistle for will In the privacy of our love www.hotchip.co.uk www.myspace.com/hotchip

Prima di infilare il disco nello stereo, non puoi far altro che fissare il volto femminile della cover, e ti chiedi se lei stia soffrendo o godendo in quell’istante, poi finisci di ascoltare “These Cats Wear Skirts To Expiade Original Sin” e capisci che si puo soffrire e godere nello stesso istante. È un disco post-folk, che parla di donne in salsa semi acustica che, dove le chitarre hanno dimenticato il gain in soffitta, la batteria suona quasi impaurita e il violoncello è appena tornato dalle vacanze. Nei dodici brani proposti dal silenzioso Persian Pelican (Andrea Pulcini), viene fuori una facilità e una spensieratezza di esecuzione, come in “A Kind Vicar Against Anorexia” e “The Final Explosion”, che si contrappone a brani che rieccheggiano un vero e proprio lamento, come nel caso di “All Quite On The Plitical Front” e “Sunset”, tutto tenuto insieme dal suono arcaico e ricercato, dove scappa fuori una maturità musicale a livello compositivo da far invidia ai grandi cantautori. Sapere poi che un disco del genere nasce in Italia ed in particolare alle falde dell’Appenino centrale, suona tutto ancora più strano. In sostanza “These Cats Wear Skirts To Expiade Original Sin” è un album che ti lecca l’animo.

Luca Silvestri

Tracklist: Love Relief A Kind Vicar Against Anorexia Cato Maior Sunset Dust On The Wool Lever Marat Mozart vs Vampire Men Are Louses All Quite On The Plitical Front Dance With Violet Bears And Panters The Final Explosion www.myspace.com/persianpellican


/film

/libri

(2005)

(Adelphi, 2001)

Mattew Barney Drawing Restraint 9

“Drawing Restraint 9” è l’ultimo film di Matthew Barney con colonna sonora di Bjork. È la prima collaborazione dei due, forze dinamiche della musica e dell’arte. Entrambi hanno recitato come attori nel film, che è stato girato a bordo della baleniera giapponese Nisshin Maru. L’idea centrale è il rapporto auto-imposto tra resistenza e creatività, tema che è tracciato simbolicamente attraverso la costruzione e la trasformazione di una grande scultura di vasellina liquida, chiamata “Il Campo”, situata sul ponte della nave.

Yao Sun

Elias Canetti Auto da fè

Regista: Matthew Barney Anno: 2005 Paese: USA/Japan Sceneggiatura: Matthew Barney Fotografia: Peter Strietmann Musica: Björk

Auto da fé primo libro di Elias Canetti nonché suo unico romanzo, vede la luce con il titolo Die Blendung nel 1935; il titolo originale significa “accecamento“ ma la traduzione italiana del termine non rende la complessità della locuzione tedesca. Il titolo Auto da fé, utilizzato in Inghilterra, Italia e Francia fu voluto dall‘autore. Auto da fé è composto da tre parti che esemplificano il percorso finale del libro. La narrazione, per volontà dell‘autore di riprodurre la frammentazione del mondo si compone di una visione segmentata e personale dei personaggi sulla falsariga della percezione multiprospettica inaugurata dal romanzo moderno. Essi sono avvolti completamente nella loro individualità, completamente immersi nella visione egocentrica e stereotipata di un mondo dal quale non riescono a staccarsi. Kien emerito studioso solitario, vive immerso  tra antichi testi, gioendo quando scopre affinità tra la rappresentazioni, altrui, delle cose studiate e la realtà. Tuttavia non necessariamente l’immagine mentale di ciò che esprimiamo con il linguaggio, con i gesti e con le azioni è corrispondente a ciò che vive l’altro da sé. Sulla base di questo equivoco si imbatterà in altri personaggi, la meschina e materiale governante Therese, il violento portiere Pfaff ed il nano scacchista Fischerle.  Quando la realtà prenderà il sopravvento sulla rappresentazione, la rappresentazione diverrà realtà e la conclusione di un egoistica cerimonia sacrificale troverà il suo degno epilogo. Canetti riesce a creare il ritratto di un’umanità

meschina in cui l’eccessivo raziocinio porta alla disfatta della razionalità. Il libro, per quanto scritto prima dell’avvento del nazismo in Germania, in un momento storico di forte irrazionalità, mantiene forti legami con il mondo contemporaneo; la sua lettura, anche se la narrazione non risulta sempre scorrevole, risulta piacevole e ricca di stimoli intellettuali. “Noi conduciamo la cosiddetta lotta per l’esistenza non solo per soddisfare la fame e l’amore ma anche per soffocare in noi la massa. Essa ribolle in tutti noi, animale mostruoso, selvaggio focoso e turgido di umori, nel fondo del nostro essere, più profonda delle Madri. […] A volte la massa ci si riversa addosso, una tempesta muggente, un unico oceano fragoroso, nel quale ogni goccia vive e vuole la stessa cosa di tutte le altre. “

Simone Bastianelli


/film

/libri

(2005)

(Adelphi, 2001)

Mattew Barney Drawing Restraint 9

“Drawing Restraint 9” è l’ultimo film di Matthew Barney con colonna sonora di Bjork. È la prima collaborazione dei due, forze dinamiche della musica e dell’arte. Entrambi hanno recitato come attori nel film, che è stato girato a bordo della baleniera giapponese Nisshin Maru. L’idea centrale è il rapporto auto-imposto tra resistenza e creatività, tema che è tracciato simbolicamente attraverso la costruzione e la trasformazione di una grande scultura di vasellina liquida, chiamata “Il Campo”, situata sul ponte della nave.

Yao Sun

Elias Canetti Auto da fè

Regista: Matthew Barney Anno: 2005 Paese: USA/Japan Sceneggiatura: Matthew Barney Fotografia: Peter Strietmann Musica: Björk

Auto da fé primo libro di Elias Canetti nonché suo unico romanzo, vede la luce con il titolo Die Blendung nel 1935; il titolo originale significa “accecamento“ ma la traduzione italiana del termine non rende la complessità della locuzione tedesca. Il titolo Auto da fé, utilizzato in Inghilterra, Italia e Francia fu voluto dall‘autore. Auto da fé è composto da tre parti che esemplificano il percorso finale del libro. La narrazione, per volontà dell‘autore di riprodurre la frammentazione del mondo si compone di una visione segmentata e personale dei personaggi sulla falsariga della percezione multiprospettica inaugurata dal romanzo moderno. Essi sono avvolti completamente nella loro individualità, completamente immersi nella visione egocentrica e stereotipata di un mondo dal quale non riescono a staccarsi. Kien emerito studioso solitario, vive immerso  tra antichi testi, gioendo quando scopre affinità tra la rappresentazioni, altrui, delle cose studiate e la realtà. Tuttavia non necessariamente l’immagine mentale di ciò che esprimiamo con il linguaggio, con i gesti e con le azioni è corrispondente a ciò che vive l’altro da sé. Sulla base di questo equivoco si imbatterà in altri personaggi, la meschina e materiale governante Therese, il violento portiere Pfaff ed il nano scacchista Fischerle.  Quando la realtà prenderà il sopravvento sulla rappresentazione, la rappresentazione diverrà realtà e la conclusione di un egoistica cerimonia sacrificale troverà il suo degno epilogo. Canetti riesce a creare il ritratto di un’umanità

meschina in cui l’eccessivo raziocinio porta alla disfatta della razionalità. Il libro, per quanto scritto prima dell’avvento del nazismo in Germania, in un momento storico di forte irrazionalità, mantiene forti legami con il mondo contemporaneo; la sua lettura, anche se la narrazione non risulta sempre scorrevole, risulta piacevole e ricca di stimoli intellettuali. “Noi conduciamo la cosiddetta lotta per l’esistenza non solo per soddisfare la fame e l’amore ma anche per soffocare in noi la massa. Essa ribolle in tutti noi, animale mostruoso, selvaggio focoso e turgido di umori, nel fondo del nostro essere, più profonda delle Madri. […] A volte la massa ci si riversa addosso, una tempesta muggente, un unico oceano fragoroso, nel quale ogni goccia vive e vuole la stessa cosa di tutte le altre. “

Simone Bastianelli


<Buon giorno >, disse il piccolo principe. <Buon giorno > , disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. <Perché vendi questa roba? > disse il piccolo principe. <È una grossa economia di tempo >, disse il mercante. ‹‹ <Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana.> <E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti? > <Se ne fa quel che si vuole.> <Io >, disse il piccolo principe, <se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana.> Antoine de Saint-Exupéry - tratto dal libro ‘Le Petite Prince’ ““““““““““““““““““““““““““““““

ACCADE #3 MARZO 2009

Un progetto di Campivisivi Accademia di Belle Arti di Urbino via Maceri, 2 Urbino tel. 0721/320287 www.accademiadiurbino.it www.campivisivi.net www.guardalontano.net STUDENTI IN REDAZIONE PER QUESTO NUMERO: Ameto Lucy Leslie Antonucci Luca Bacchiocchi Paola Bastianelli Simone Cecchi Fabio Di Grusa Giuliana Mearelli Elisa Mazzano Roberto Monachesi Andrea Silvestri Luca Sun Yao Tripodi Paolo Zamboni Francesco

DOCENTI: Alessandro Sibilia (fenomenologia degli stili) Marcello Signorile (video design)

RINGRAZIAMENTI: Umberto Palestini (direttore dell’Accademia) Roberto Mosca (Spring Color) Serena Riglietti

chiuso in redazione il 04/05/2009 www.campivisivi.net 2009 © Autori e Campivisivi


<Buon giorno >, disse il piccolo principe. <Buon giorno > , disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. <Perché vendi questa roba? > disse il piccolo principe. <È una grossa economia di tempo >, disse il mercante. ‹‹ <Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana.> <E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti? > <Se ne fa quel che si vuole.> <Io >, disse il piccolo principe, <se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana.> Antoine de Saint-Exupéry - tratto dal libro ‘Le Petite Prince’ ““““““““““““““““““““““““““““““

ACCADE #3 MARZO 2009

Un progetto di Campivisivi Accademia di Belle Arti di Urbino via Maceri, 2 Urbino tel. 0721/320287 www.accademiadiurbino.it www.campivisivi.net www.guardalontano.net STUDENTI IN REDAZIONE PER QUESTO NUMERO: Ameto Lucy Leslie Antonucci Luca Bacchiocchi Paola Bastianelli Simone Cecchi Fabio Di Grusa Giuliana Mearelli Elisa Mazzano Roberto Monachesi Andrea Silvestri Luca Sun Yao Tripodi Paolo Zamboni Francesco

DOCENTI: Alessandro Sibilia (fenomenologia degli stili) Marcello Signorile (video design)

RINGRAZIAMENTI: Umberto Palestini (direttore dell’Accademia) Roberto Mosca (Spring Color) Serena Riglietti

chiuso in redazione il 04/05/2009 www.campivisivi.net 2009 © Autori e Campivisivi



Accade #03