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Una vita in montagna

In ricordo di Stefano Rensi

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In copertina: 2007, Stefano Rensi sulla torre Wundt e, sullo sfondo, le Tre Cime di Lavaredo.

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Una vita in montagna

A cura di Alberto Calamai


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In montagna, legarsi alla stessa corda significa rinnovare ogni volta un patto tacito di reciproca fiducia tra due persone. Ma spesso avviene che i due scalatori siano sempre gli stessi e allora quella corda fa di loro una vera coppia come se fossero “fidanzati”. Alberto, che di Stefano è stato lo storico compagno di cordata, ha molto voluto questo libro che nasce dallo strazio e dall’angoscia di una domanda (“perché”) e dal caparbio proposito di non lasciarlo andare, lui che ormai è ammutolito, senza le parole di chi gli è stato amico. Che poi sono la stessa domanda che continuiamo a ripeterci e lo stesso proposito che continuiamo a rinnovare a noi stessi ogni volta che muore qualcuno a cui abbiamo voluto bene e con cui abbiamo condiviso attività, sogni, progetti, pezzi della nostra vita. Ma questo libro nasce anche dalla convinzione che se le parole, i ricordi, le opere e i giorni di chi ci ha lasciato sono scritti su una pagina, forse dureranno di più nel tempo e forse, domani, riusciranno a lenire un po’ quel dolore, per ora inconsolabile, che ha messo la tenda nei nostri cuori. Il libro lo facciamo in ricordo di chi non c’è più, sì, ma poi in realtà anche per noi stessi, quasi fosse un talismano per chi rimane e deve continuare a vivere. Così, anche tra molto tempo, potrà accadere che sfogliando queste pagine, rileggendo i racconti su Stefano e riguardando le sue foto, ci sembrerà di stringerci di nuovo idealmente tutti insieme in quell’abbraccio commosso, dolente e incredulo che ci unì in una chiesa fiorentina in quel livido pomeriggio di dicembre. C’erano tanti ragazzi quel giorno venuti a salutare Stefano, erano soprattutto i suoi studenti ai quali lui ha sempre cercato di

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trasmettere un po’ di quel suo smisurato amore per la montagna che poi ce l’ha portato via. A loro voglio dire, di nuovo, che non devono aver paura della montagna anche se si è presa Stefano in un modo che ancora ci offende. Continuate ad andare in montagna, ragazzi. A Stefano avrebbe fatto piacere sapere che era riuscito a trasmettervi un po’ della sua passione. Ma andateci sempre con grande, assoluto rispetto: è un’amante splendida, ma esigentissima. Cesare Sartori

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7 dicembre 2008 salita verso il rifugio Auronzo

A Stefano compagno di 20 anni di avventure. Scalare tutte le cime, salire e scendere sulla roccia o sul ghiaccio per il piacere di essere arrivato in cima, per vedere cosa c’era dall’altra parte, la montagna era il suo grande amore una parte determinante della sua vita. Alla montagna ha dedicato tutto se stesso, ma non è stato ripagato con lo stesso amore, lei se lo è preso e ci ha fregato un’altra volta Non ci è stata amica, ci ha tradito.

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Oggi sono qui per salutare il mio maestro, Stefano. Lui mi ha insegnato molte cose, di arrampicata e di montagna, ma mi ha trasmesso la sua passione grazie allo spirito che aveva, con la sua gentilezza, la sua aria scherzosa, il suo animo giovane e l’umanità che metteva in ogni cosa; e oltre alla tecnica mi ha sempre insegnato a godermi l’arrampicata senza inutili preoccupazioni, ad affrontare le cose con serenità e umiltà pur restando forti; Quando pensate a Stefano quindi ricordatevi del grande alpinista, del grande arrampicatore ma soprattutto del grande uomo, amante della montagna in ogni sua forma. Sei sempre stato testone come me, ma questa volta, dopo tutte le discussioni che abbiamo fatto per decidere chi doveva andare su da primo, hai vinto tu: andrò io da prima e stai a vedere che ci riuscirò anche. Ti porterò dentro in ogni mia scalata, in ogni gita in montagna. Voglio dire a Rita di stare tranquilla perché io sarò la prima a portare avanti la sua passione, con tutto lo spirito che mi ha fatto conoscere e apprezzare. Un grazie speciale dalla tua allieva. Maria Nannini

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Stefano ! Non ho parole per spiegare quanto mi manchi, quanto sia vivo il ricordo di te e quanto sia il vuoto che hai lasciato. Insieme abbiamo scalato tante montagne sempre con una serenità e un affiatamento unico; le nostre scelte sono sempre state condivise ed accettate da entrambi, andava bene il luogo, la cima e la via da salire, andava bene l’avvicinamento e i giorni da dedicare alla montagna, noi così diversi nella vita di tutti i giorni avevamo una intesa e una complementarità che a me dava una sicurezza unica nella scelta degli itinerari. La tua capacità di lettura delle pareti era unica, data anche dalla tanta esperienza, il saper individuare le linee di salita e di discesa mi davano grande affidabilità. E come non ricordare le lunghe conversazioni nei tanti viaggi su interessi che avevamo in comune, la scuola, il computer, la politica, lo sport, la religione. Con te si poteva parlare di tutto tanti erano i tuoi interessi, le tue curiosità, sempre pronto ad ascoltare a imparare, e a insegnare con una modestia unica che ti contraddistingueva. Mai che tu ti sia fatto grande non solo in campo alpinistico ma anche con le competenze e conoscenze che avevi in altri ambiti. Per sapere delle tue cose e scoprire le tue capacità, bisognava chiedere e chiedere, poi alla fine raccontavi ma con modestia, con discrezione senza alterigia. E ora a come farò ad andare ancora in montagna ? tu conoscevi tutte le vie e le relazioni, gli avvicinamenti e i ritorni, i bivacchi e i rifugi, eri una “biblioteca vivente”, eri stato ovunque, a chi chiederò informazioni sulle salite, sulle condizioni di sicurezza di una zona o

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una montagna? E tutti i programmi che avevamo fatto e che avremmo dovuto realizzare in vecchiaia? Con chi farò le discussioni sul materiale nuovo che non volevi mai usare, sulla “stagionatura” dell’attrezzatura che andava lasciata nell’armadio per anni prima di usarla? La tua cocciutaggine, quando ti intestardivi con le tue manie era nota a tutti gli amici. Non sarà facile andare ancora in montagna senza che tu ci sia, sono tornato a scalare e mi sei mancato molto, non sarà più la stessa cosa, mi sei mancato e mi manchi molto. Hai lasciato Rita da sola, ma anche me. Alberto Calamai

agosto 2005 - Shirinagar (Kashmir)

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Oh l’hai prese le fotocopie? Certo caro! Cominciava sempre così il viaggio in auto verso la montagna. Le fotocopie erano le relazioni delle vie che avremmo potuto fare, in genere stavano in una cartellina riutilizzata da un convegno fatto per la Uisp nel 1980 e tuttora sempre usata, c’era quasi tutto l’arco alpino di modo che si potessero avere più chance, le giornate dovevano fruttare dal punto di vista delle salite e del numero di vie che sarebbero potute fare. Famoso è rimasto il calcolo del costo di ogni tiro di corda ad uscita, si dividevano le spese sostenute per i “tiri” fatti, si doveva cercare di scalare tanto per abbassare questo costo. La zona dove andare a scalare la decideva spesso Stefano, più esperto, più informato della situazione e delle condizioni, e poi sceglieva anche l’itinerario da salire, faceva sempre in modo che si arrivasse a decidere la via che voleva fare lui o perchè non l’aveva mai fatta o perchè la riteneva la più sicura. Anche nell’agosto del 2008, quando abbiamo passato giorni a scalare a Briançon, la sua tattica è stata la stessa, siamo andati alla Tête Colombe, uno splendido sito verso il passo del Lautaret e del Galibier. L’avvicinamento fino all’attacco è stato faticoso anche per le difficoltà di deambulazione di Stefano che aveva subito un intervento al ginocchio nell’inverno precedente e non si era completamente ripreso, quindi sapevamo che avremmo dovuto faticare più del previsto, ma tanta era la voglia di salire su quello splendido calcare. La scalata invece è stata piacevole, Stefano appena arrivava a toccare

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la roccia o aveva le piccozze in mano si trasformava, sembrava non avere più nessun problema fisico, saliva dappertutto, in questo era veramente incredibile. Arrivati sull’ultimo tiro e senza grandi avvisaglie il tempo è cambiato ed è cominciato a piovere. Cominciamo a fare le doppie sotto una leggera pioggerellina ma nel recuperare la prima corda si incastra; imprecando devo risalire per fortuna un tratto facile per sbrogliare la matassa. All’ultima doppia la pioggia è diventata insistente, è calata la nebbia e noi fradici cominciamo ad avere freddo per di più dobbiamo scendere verso la macchina per rocce e ripidi prati senza un sentiero ben definito. La discesa è stata un calvario, Stefano soffriva immensamente al ginocchio e alla gamba, ed abbiamo impiegato circa 3 ore per arrivare all’auto quando mediamente ci si impiega poco più di un’ora. La sera ce ne siamo dette di tutti i colori sulle scelte degli itinerari che stavamo programmando senza tenere conto di tutto quanto era cambiato in noi negli ultimi anni ed avevamo fatto molti buoni propositi per il nostro futuro alpinistico. Queste considerazioni le abbiamo messo in pratica il giorno successivo scegliendo una via super protetta e con pochissimo avvicinamento nei pressi di Briançon. Avevamo fatto la prima via di montagna insieme nel settembre del 1990 salendo la cresta della Roccandagia in compagnia di Luigi Sicuranza, Alessandro Romano e Antonio Lotti di San Miniato. Luigi ed io avevamo da poco conosciuto Stefano, sapevamo che aveva molta esperienza di montagna. Era da poco tornato dalla

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spedizione Free K2 organizzata da Mountain Wilderness, alpinisti in difesa della montagna, fondata tra gli altri da Reinhold Messner, per porre l’attenzione dell’ambiente alpinistico ma non solo, alle problematiche

relative alla frequentazione delle alte quote e

all’impatto ambientale che procuravano le spedizioni commerciali. La spedizione che fu organizzata da Carlo Alberto Pinelli e da Fausto De Stefanis, con la partecipazione non solo di alpinisti ma anche di trekker di una certa notorietà ( fra i quali c’erano anche Stefano Ardito, Gianfranco Bracci e altri ) aveva dato una notevole risonanza all’iniziativa degli “spazzini” del K2. La stampa all’epoca dette molto risalto all’operazione di ripulitura del campo base del K2 da dove vennero portate via grandi quantità di rifiuti nonchè chilometri e chilometri di corde fisse abbandonate sullo sperone Duca degli Abruzzi. Di Stefano avevamo dunque una grande stima oltretutto era reduce da questa importante spedizione che lo aveva tenuto a contatto con grandi alpinisti in una zona del mondo dove molti di noi da tempo sognavano di andare. L’idea che lui fosse stato ad oltre cinquemila metri e per quell’obiettivo ce lo faceva vedere veramente come un alpinista completo a differenza di noi che ci avvicinavamo, e con timore, alla montagna ed avevamo ancora tutto e solo da imparare. Il racconto che lui fece dell’esperienza fu come al solito di una modestia incredibile come del resto faceva sempre. A noi sembrava

che

l’essere stato a contatto delle montagne più belle della terra e con alpinisti famosi e importanti fosse una cosa di cui andare fiero e magari vantarsene, invece Stefano raccontava solo le cose essenziali.

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Non potevamo insistere tanto per sapere, ancora non eravamo in confidenza, e ci sarebbe piaciuto molto ma durante la salita da Campocatino e anche mentre andavamo verso l’attacco della cresta non ci raccontò molto. Arrivato l’inverno ci convinse ad andare a scalare sulle cascate di ghiaccio senza che nè Luigi nè io le avessimo mai viste da vicino, la prima che abbiamo salito è stata la “Ciucchinel”, in val Varaita, nello stesso anno. Ricordo ancora, e molto bene, la preoccupazione di Luigi e mia nell’affrontare questa nuova disciplina della quale con incoscienza non conoscevamo niente, ma eravamo con il nostro maestro e questo ci dava molta fiducia e sicurezza nonostante le piccozze dritte, quasi da escursionismo, prestate da amici e le longe artigianali. A Malè, in val di Sole, andammo a comprare una mazzetta da muratori perchè non avevamo il martello e quando arrivammo nell’anfiteatro

di

Valorz,

Stefano

e

Marcello

“Zambuto”

Franceschini andarono sulla cascata Madre; a Luigi e a me ci disse di andare a salire la cascata del Sentiero più a destra. Con Luigi ci guardammo allibiti, e ora come si fa? mentre ci avvicinavamo venne giù una bella slavina proprio lungo il flusso ghiacciato che dovevamo salire, ci si guardò in faccia e pensammo che se era già venuta giù si poteva stare tranquilli. Salimmo con grande apprensione la cascata chiedendo anche in prestito i chiodi per la sosta ad una cordata che ci precedeva, noi ne avevamo solo 2 e facemmo una figura veramente meschina. Così cominciò il nostro “sodalizio” per la montagna.

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Inverno 2001 - cascata di ghiaccio a Sappada

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Nel ’91 andammo a visitare la val Daone in zona Adamello e nell’estate successiva salimmo la via Paolo Rodela alla punta Fiammes nelle Dolomit Ampezane con Roberto Cecchini e il diedro Mayerl al Sasso della Croce. Eravamo abbastanza determinati e convinti delle nostre capacità di scalare e valutare le difficoltà; tutti i lunedì andavamo alla ricerca e scoperta di luoghi dove praticare l’arrampicata sportiva in falesia per poterci allenare e preparare alla montagna. Eravamo spesso con Leonardo “Virgulto” Pratesi, Marcello “Zambuto” Franceschini, il Sicu, Massimiliano “Barbina” Ghianchini, Andrea Zecchi e altri. Stavamo attraversando un periodo magico, di grandi soddisfazioni e emozioni per quanto riguardava l’arrampicata: entusiasmo, voglia di salire ovunque, e per nuovi itinerari tutte le montagne. Tutto sembrò cambiare all’improvviso, in una gelida e triste mattina del giorno di San Valentino del 1994 quando il Pisanino si portò via Alessandro Romano; un tragico e imprevedibile incidente durante la salita invernale alla cima. Per Luigi, Stefano e me fu una batosta incredibile, noi che pensavamo principalmente alla sicurezza e mettevamo sempre la massima cura e attenzione a tutto, questa era una possibilità che non avevamo assolutamente calcolato, a noi non poteva succedere! D’un colpo ci è crollato il mondo addosso. Lentamente e con molta apprensione siamo tornati in montagna, dopo un mese, ma senza Luigi, che ha impiegato quasi otto anni prima di tornare a scalare. Nell’estate di quell’anno abbiamo salito la Carlesso alla Torre Trieste con Cesare Sartori e l’anno successivo la Bonatti al Gran Capucin.

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Nel ’97 abbiamo colto l’occasione di un viaggio in Laddakh organizzato dal nostro caro amico Giovanni Cecconi e siamo partiti con l’idea di camminare e cercare qualche cima facile da salire, ma un incidente automobilistico ha fatto svanire i nostri sogni e siamo stati costretti a tornare a casa molto amareggiati. In tempo però per salutare Matteo Pacetti, Nicola Galeazzo e Walter Baglivi rimasti sullo sperone Frendo al Monte Bianco. E’ in questa occasione che abbiamo pensato di mettere insieme una serie di itinerari che dessero in qualche modo un certo affidamento e tranquillità dal punto di vista della sicurezza, ci abbiamo lavorato abbastanza, abbiamo fatto relazioni tecniche di diverse vie e stilata una prima bozza ma il progetto è rimasto da completare, preferivamo andare a scalare che stare davanti al computer . Nel ’99 ci venne voglia di un viaggio ed abbiamo pensato al Perù, scegliendo alcune cime di poco più di 5 mila metri che potevano essere salite con relativa facilità. Siamo riusciti a salire il nevado Ishinca mt. 5.530 mentre sul nevado Pisco ci siamo dovuti ritirare a causa del maltempo. Nello stesso autunno ci siamo iscritti al primo corso per guide ambientali che veniva organizzato a Empoli per conto della Provincia di Firenze ed è stato in seguito a questa esperienza che, su suggerimento di Roberto Marotta, è nato l’Ufficio guide, un’ ottima idea per dare un seguito a questa nostra nuova esperienza. Tutto ciò non ci ha comunque impedito di continuare ad andare in montagna a cercare itinerari sicuri e di media difficoltà e comunque alla nostra portata.

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Nel settembre di quell’anno siamo andati alla Montagna Spaccata di Gaeta a fare un bellissimo traverso di 300 metri poco sopra le onde del mare, la via “Sali Tabacchi e Valori Bollati”, ma a Stefano non è piaciuta molto, non hai mai avuto un grande amore per l’acqua che fosse mare o fiume. Anche quando l’abbiamo trascinato a scendere l’Orrido di Botri non era al massimo della felicità tanto più che poi quasi poco prima della Piscina e quindi alla fine delle difficoltà alpinistiche una scivolata lo costrinse ad un tuffo imprevisto nell’acqua profonda. Nel 2005 siamo tornati in Laddakh per attraversare la Marka valley e salire il Kang Yatzè di 6.200 metri che poi Stefano ha raggiunto insieme ad Enrico Lenzi.

Agosto 2005 sulla cima del Kang Yatzè m. 6.200, Stefano e, in secondo piano, E. Lenzi ed un portatore

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Agosto 2005 - turismo a Delhi

Da allora in poi si sono fatte sempre più frequenti le salite in quel paradiso di granito e calcare che è l’Oisan alla ricerca delle vie protette e con pericoli oggettivi relativi, Stefano ripeteva quasi con ossessione che il “plaisir”, il piacere stava prendendo il sopravvento sull’avventura, il sacrificio, il rischio. Contemporaneamente abbiamo continuato ad organizzare e proporre itinerari in montagna e, negli ultimi anni anche su neve con le racchette, per i tanti amici che hanno partecipato alle nostre gite. I giorni programmati per l’escursione di dicembre, dove lui ha perso la vita, volevano essere una esperienza con le ciaspole in uno dei luoghi più belli delle nostre montagne. Il cielo, la neve, il sole erano ideali per salire al rifugio “Auronzo”; eravamo partiti con l’idea di andare verso la forcella Passaporto da dove si gode uno

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splendido panorama sulle nord delle cime di Lavaredo. La salita è stata piuttosto facile, la strada che in estate è a pagamento, viene percorsa in inverno dalle motoslitte e quindi la neve è battuta. Arrivati al rifugio siamo dovuti entrare nel locale invernale a causa del vento fortissimo che soffiava da nord spazzando la neve ghiacciata; impossibile arrivare al rifugio Lavaredo e poi alla forcella per le condizioni del pendio di neve che non dava sicurezza. Appena il gruppo si è rifocillato abbiamo ripreso la discesa verso la malga di Rin Bianco e il lago di Misurina lungo lo stesso percorso fatto in salita. A metà discesa ci siamo divisi, io sono sceso nel bosco a cercare la neve più bella per le racchette da neve, Stefano ha preferito la strada battuta dalle motoslitte. A un tratto l’ho visto nel bosco anche lui sulla neve fresca, poi è sparito fra i larici. L’acqua, che non è mai piaciuta a Stefano, lo ha addormentato ai piedi delle montagne che più amava. Alberto Calamai

Gennaio 2002 Vallée di Frassinières (F)

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Sperimentare un’assenza Non si ha solo un padre naturale. Qualcuno ha la ventura di averne diversi, in vari campi della vita. Potrei ricordare Stefano parlando del padre putativo che è stato per me, non solo nel mondo dell’alpinismo, nel quale mi ha introdotto e accompagnato con quella sicurezza e quella gioia di vivere che lo caratterizzavano sempre e raccontare qualche episodio accadutoci in montagna in una delle nostre stupende scalate e avventure vissute insieme. Invece preferisco tenere tutti quei momenti per me. Immagino, anzi so, che tutti quelli che lo hanno conosciuto e scalato con lui hanno i “loro”, di cui saranno giustamente gelosi e, se li abbiamo condivisi, non ho bisogno di aggiungere nient’altro, altrimenti sono i “miei” e li tengo per me lasciandoveli solo immaginare... Voglio invece parlare di un’esperienza psicologica che per me, da agnostico ma sempre interessato al lato spirituale della vita, è fonte di continua riflessione e che potrei chiamare “sperimentare un’assenza”. Stefano non è il primo amico che muore in montagna, certo è il più vicino e il più importante. Le altre volte c’era dolore e nostalgia ma mai, andando in montagna, il ricordo mi aveva seguito in modo “vivo”. A volte, ripercorrendo itinerari saliti insieme ad amici scomparsi, potevo ricordarli e il ricordo mi portava al passato, ma niente più. Con Stefano, invece, ho fatto così tante ascensioni e ho così interiorizzato il suo modo di andare e rapportarsi alla montagna, che mi sembra sia presente in ogni scelta che compio quando sono in montagna senza di lui. Se quando era vivo e mi trovavo di fronte a

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una scelta senza di lui pensavo: “Se fossi con Stefano faremmo...”. Oggi, anziché svanire, l’abitudine a questo muto consulto è aumentata e mi trovo sempre ancora a pensare “Se fossi con Stefano...” Così, nello stupore immenso di questo dolore, ho una consolazione: che, d’ora in poi, ogni volta che andrò in montagna ci sarà con me anche un vecchio amico. Cristiano Virgilio

1983 - Giuseppe Margiotta e Stefano

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E meno male che avevamo l’accendino”. Prima di quella scalata avevamo paura. Nessuno a Firenze aveva fatto di quella roba, eravamo tesi; ma ne’ Stefano ne’ io ne parlavamo. Se lo avessimo fatto, saremmo tornati a casa con qualche scusa: le previsioni del tempo sfavorevoli, ho scordato la magnesite, la diarrea, la nonna che sta male. “Spedizione leggera”: niente giacca a vento, solo maglione e Kway. Dopo l’ultima corsa della funivia del Grand Montets, ci siamo incamminati in silenzio. Siamo arrivati sotto la parete un pomeriggio che pareva emanare sfiga. La sera, i rombi delle frane dal canalone del Dru ci hanno fatto la ninna nanna. Volevamo andare a casa, adesso lo so: Stefano come me non aveva nessuna voglia di salire su per quella roba. Invece, la mattina ci siamo svegliati prima dell’alba e abbiamo automaticamente eseguito il rituale appreso dopo anni di disciplina rensiana. Ci siamo vestiti in silenzio, abbiamo masticato un biscotto a secco. Io ci ho aggiunto la mia sigarettona mattutina. “Cazzo fai, Iacopo. Non lo vedi che ambiente puro che è questo” Tuonava Stefano contro il mio vizio “E tu lo avveleni con le tue sigarette...che schifo!” Ero abituato alla franchezza di Stefano, ormai non ci facevo più caso. Poi abbiamo steso ad asciugare sulle pietre i nostri sacchi a pelo e la biancheria di ricambio, che aveva preso l’umido notturno. Ci siamo messi le scarpette e abbiamo cominciato ad arrancare penosamente sul nevaio e per la crepaccia terminale. Ci siamo legati. Siamo partiti sul primo tiro di corda della Diretta Americana al Dru.

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Come spesso accade quando credi di avere a che fare con difficoltà sovrumane, la realtà ci sorprese con la sua benevolenza. Tiro dopo tiro, siamo saliti per quella via con facilità sorprendente. La “Dulfer di 40 metri” si rivelò essere un diedro che si superava in gran parte con tecnica di appoggio in spaccata. Il perfetto granito del Bianco elargiva aderenza, appigli e fessure per protezioni. Certo, eravamo anche forti e allenati a bestia: tre giorni prima ci eravamo sparati il Pilier Gervasutti al Tacul come niente fosse. Ma quello non era il vero motivo: la nostra forza era nella testa di Stefano, nel suo Kudos. Si, perche’ con Stefano succedevano di queste magie. Lui forse non era l’ arrampicatore tecnicamente più forte di Firenze, ma chissà come riusciva a compiere sempre imprese memorabili. Arrivato all’ alpinismo dopo i trent’anni, riusciva a fare salite che l’arrampicatore di vent’anni si sognava. La forza di Stefano era un misto di concentrazione e determinazione degne di un samurai. Lui arrivava su certe pareti prima di tutti noi perche’ aveva esperienza, forza d’animo e coraggio per tirare diritto nonostante le avversita’. La tecnica c’era pure, ma era un dettaglio secondario. “E’ tutta una questione di testa” (per citare uno dei motti rensiani). Con Stefano tutto diventava possibile, e anche un po’ facile. Insomma, ho perso il filo: eravamo rimasti a metà della parete ovest del Dru. Eravamo così certi di trovare difficoltà insormontabili, che ci siamo bevuti venti tiri in sei-sette ore. Ci sentivamo forti e invincibili. E come sempre accade in queste circostanze, arrivò la mazzata.

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Un fronte freddo di origine atlantica, non previsto dall’ottimo meteo di Chamonix, polverizza il cuneo di alta pressione sulle alpi. Quando succedono questi imprevisti meteorologici, è meglio essere giù in paese a maledire la cattiva sorte e bere qualche birra allo “Choucas”. Noi invece eravamo al “Bloc Coincé’”, circa cinquecento metri sopra l’attacco della via. All’ improvviso, è incominciato il putiferio. Lampi, pioggia torrenziale mista a grandine e neve, freddo bestiale e i camini che cominciano a scaricare metri cubi d’acqua. E pietre, mai viste tante pietre volare giù da una parete. In quell’occasione ho imparato un interessante dettaglio di idrogeologia montana: quando piove, l’acqua che cade sulla parete viene drenata dalle fessure e camini che la rivestono. Nel caso del Dru, l’unico sistema di fessure e camini fino al Bloc Coincé e’ quello che viene sfruttato dalla Diretta. Ergo, quando piove tutta l’acqua che cade sul Dru finisce sulla testa e le spalle di chi si trova sulla Diretta. Le cascate d’acqua si trascinano dietro milioni di tonnellate di sassi e macerie varie, con un allegro scoppiettare sulfureo di roccia attorno all’alpinista. Per via dei sassi che cadevano, le discese in doppia furono le più veloci della nostra vita. Sembrava di vedere uno di quei film dei primi novecento dove le persone si muovono a velocità innaturalmente rapide. Alle soste stavamo chini sotto gli strapiombi, riparati nemmeno ci fosse un cecchino serbo in giro.

“Molto

interessante”, diceva Stefano per sdrammatizzare con un po’ di ironia. Però si vedeva che anche lui aveva strizza, e di quelle grosse. Durante le doppie sotto la pioggia torrenziale potevamo vedere i nostri sacchi a pelo e la biancheria di ricambio all’attacco della via

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che assorbivano acqua e si gonfiavano come spugne. Questo era meno preoccupante della corda presa a prestito dal Franceschini, che si intorcinava come un cobra impazzito e si incastrava a ogni recupero. Una volta sono anche dovuto risalire su della roba pazzesca, sotto un Salto Angel di acqua mista a sassi per liberarla. Chi se ne frega dei sacchi a pelo bagnati, pensavamo, qui bisogna salvare la pelle. Come Dio vuole, alla fine siamo arrivati al nevaio sotto la parete. Abbiamo strizzato i sacchi a pelo e la biancheria, che nonostante questo pesavano vari chili, e siamo partiti verso valle. Pensavamo che saremmo stati al rifugio in poco tempo.

Invece quello era

l’inizio della parte più atroce: il ritorno a piedi. Avevamo calcolato la salita e la discesa della parete nei minimi dettagli, ma non sapevamo niente di che cosa fare da lì in poi. Pensavamo che qualcosa ci saremmo inventati, e non sembrava molto difficile trovare la strada per il rifugio d’Envers.

Ci

sbagliavamo. Il Dru e’ piantato in un anfiteatro glaciale, separato dal mondo civile da strapiombi immani.

Alle nove di sera, con il corpo

impantanato nei pini mughi che coprivano la pietraia, ci siamo affacciati sull’ennesima parete e abbiamo capito di essere nei guai. Dopo altri tentativi disperati di trovare un passaggio, Stefano mi disse che dovevo andare avanti io e decidere che fare.

Lui mi

avrebbe seguito. “Sei più lucido di me” mi disse “Io sono troppo stanco”. In realtà più che lucido ero sfinito e disperato come lui. Avevo freddo, tanto freddo. Nella luce del crepuscolo, con uno zaino di

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venti chili perdevo continuamente l’equilibrio sui rami di pini mughi. Ero anche bagnato come se il Turchi mi avesse buttato nel fiume in uno dei suoi scherzi trucidi e inopportuni. Il mio sacco a pelo (una trapunta ripiegata in due e cucita dalla mamma) era bagnatissimo e non mi avrebbe aiutato a superare una notte a tremila metri. Il mio maglioncino e la K-way facevano ridere solo a guardarli, e i piedi facevano ciaf-ciaf negli scafi Koflach stracolmi d’acqua. Il vento era girato da nord, il cielo stellato. I rami dei pini mughi bagnati dalla pioggia stavano gelando, formando concrezioni cristalline che non avevo mai visto. Sarebbero stati bellissimi in un altro momento. Adesso si rivelavano per quello che erano: uno sfondo colorito per la nostra condanna a morte.

Non aver portato una giacca a vento

pesante si dimostrava adesso per quello che era: un errore madornale, roba da pivelli. Dopo un’ora di semi-inattività tremavo come una foglia, non ci vedevo più nella notte buia e non sapevo che cazzo fare. Meno male che ero io quello lucido. “Anche io sono stanco, e non sono per niente lucido” Dissi a Stefano.

“Forse invece è meglio se vai avanti te, che sei più

esperto”. Insomma, nessuno voleva più andare avanti, lucido o esperto che fosse. Allora ci siamo messi a sedere, e siamo stati così in silenzio per un po’ nella notte nerissima. Saranno state le dieci di sera, eravamo in ballo da sedici ore ed eravamo alla frutta. Ero così stanco che non ne potevo più, volevo solo riposarmi. Sono sicuro che per Stefano era la stessa cosa. Dopo un oretta successe una cosa strana: il freddo sembrava

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essere meno feroce, piu’ sopportabile. Non tremavo più, mi sentivo tranquillo, meno stanco, meno stressato.

Non sentivo bene le

estremità delle mani e dei piedi, avevo un gran sonno. Non mi fregava più niente di niente. Gli occhi cominciavano a chiudersi. E’ così che succede, pensai, ti lasci andare per un po’, ed è come andare a dormire. Ma guarda un po’, pensai, dopo aver fatto la Diretta al Dru devo schiantare di ipotermia a vent’anni in mezzo ai pini mughi; e a duecento metri in linea d’aria dal rifugio d’Envers. Che ironia! Pensai che prima di andarmene al Creatore potevo concedermi un ultimo desiderio: fumarmi un bel sigarettone. Uno di quelli che ti stimola tutti i neurotrasmettitori e ti fa stare bene con te stesso. Tirai fuori le mie Marlboro e l’accendino dallo zaino Karrimor: l’accendino era bagnato, ma miracolosamente si accese. Penso che l’idea venne simultaneamente a Stefano e me mentre la luce dell’accendino ci illuminava le facce stravolte.

Capimmo

entrambi che potevamo farcela a superare la notte se fossimo riusciti ad accendere un fuoco. In un attimo l’adrenalina tornò a pompare nelle vene: ci mettemmo in piedi con giunture scricchiolanti. Cercammo dei rametti secchi, trovammo una lastra piana in mezzo al mare di pini mughi. Usammo della carta igienica per avviare il fuoco; non era molta, e dovevamo stare attenti a non sprecarla. Appena la carta igienica prese fuoco, ci mettemmo i rametti sopra, sperando bene. Quando la legna prese e sentimmo il calore del fuoco, ci sentimmo sicuri che non saremmo morti di freddo.

Il calore ci

scioglieva e rianimava. Con il calore, tornò la stanchezza, i dolori

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alle ossa e la voglia di vivere almeno fino all’alba. Con il calore tornò la vita. Passammo la notte a mettere rametti secchi di pino mugo sulla fiamma. Seduti al calore del fuoco abbiamo parlato molto di cose personali, cosa strana per me e Stefano. Ci siamo raccontati storie, detti confidenze. Quella notte eravamo gasati come forse non eravamo mai stati: essere sopravvissuti alla morte ci aveva resi euforici. Ci sentivamo forti, invincibili, immortali. Arrivò l’alba, e ci rimettemmo in cammino, abbandonando il focolare che ci aveva salvato la pelle.

Con la luce del giorno

riuscimmo a trovare il passaggio giusto. Una doppia di quaranta metri ci depositò sulla Mer De Glace. Sul trenino per Chamonix, il monotono dondolio ci fece addormentare entrambi. Ci risvegliammo a Chamonix, ancora stupiti di avercela fatta. Stefano e io siamo sopravvissuti al freddo di quella notte in alta quota accendendo un fuoco di ramoscelli con il mio accendino di fumatore. Quella notte, e solo per quella notte, Stefano non mi criticò per il mio vizio. Poi, scesi in valle, abbiamo preso strade diverse. Stefano ha continuato a vivere il suo sogno. Per me invece la montagna estrema finì: mi sono laureato, ho messo su famiglia, ho due bambini e sono chirurgo ortopedico. Posso dire che sono un uomo realizzato. Ma mi manca tanto la parete ovest del Dru. E Stefano. Mi dispiace soprattutto una cosa: di non avergli potuto accendere un fuoco di rametti secchi di pino mugo per scaldarlo durante quella maledetta notte il 7 Dicembre 2008. Anche se ho smesso di fumare,

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e non porto pi첫 accendini con me, sono sicuro che qualcosa ci saremmo potuti inventare. Jac Ciampolini

Luglio 2002 Punta Santner, M. Baldi, A.Calamai, Stefano e M. Pratesi

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Quella volta che insegnò a scalare ai pastorelli sardi Ho conosciuto Stefano oltre 35 anni fa, negli anni ’70, nei centri di addestramento allo sci per ragazzi, allora organizzati da diversi sci club nell’ambito dell’Uisp, di cui noi eravamo istruttori. La domenica si partiva da Firenze alle 5 con i pullman carichi di bambini verso il Corno alle Scale e lassù si insegnava a sciare ai ragazzi divisi in gruppi, stando con loro per l’intera giornata. Già allora Stefano era un entusiasta della montagna, entusiasmo che cercava di trasmettere ai ragazzi, anche se lo sport che praticava con maggiore assiduità in quel periodo era il ciclismo. Così, accomunati dalla stessa passione, abbiamo cominciato a frequentarci: abbiamo iniziato a fare qualche gita di sci alpinismo, siamo stati insieme per una settimana estiva alla scuola di sci sul ghiacciaio del Cevedale e a sciare fuori pista con altri amici per un’altra settimana al rifugio Cai Uget della val Veny. All’inizio degli anni ’80 dalle ceneri dello sci club Yeti nasceva l’Azimut, gruppo affiliato alla giovane Lega montagna dell’Uisp, che nei suoi programmi di attività prevedeva corsi e uscite di sci fuori pista e sci alpinismo, di alpinismo su roccia e ghiaccio, di trekking. Nel frattempo Stefano aveva cominciato ad arrampicare e la passione per questo sport era per lui sempre più forte, tanto da farla diventare la sua attività sportiva prevalente. Così cominciò a frequentare anche il nostro gruppo. Ricordo ancora i suoi genitori e la zia che, quando qualche volta capitavo a casa sua e lui non c’era, mi dicevano: “Mah, ora gli è preso questa fissazione, dove vuole che sia, è uscito con la “fune”. Prima il ciclismo, ora le scalate….

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Nel 1980 ci trovammo insieme al Cimone e al Giovo ai corsi di sci alpinismo che in quegli anni l’Azimut aveva cominciato ad organizzare e quindi si partecipò, insieme anche ad altri amici del gruppo, ai corsi nazionali di perfezionamento e aggiornamento di sci alpinismo sul ghiacciaio dei Forni. Cominciai ad andare con Stefano anche ad arrampicare in zone diverse delle Apuane e delle Alpi. Ricordo in particolare una uscita alpinistica nel gruppo del Sella e Lagazuoi nel 1981, in tenda e con il mio vecchio camper Mercedes delle Bundespost tedesche insieme ad altri amici, 8 persone in tutto, fra cui il “Gatto” Maurizio Marsigli di Bologna che, per la polio, portava una gamba artificiale, ma riusciva comunque a praticare alpinismo ad alto livello. La sera Maurizio si toglieva l’arto artificiale e Stefano lo prendeva bonariamente in giro, scherzando sulle sue capacità alpinistiche. Così un giorno il “Gatto” si vendicò, portandolo su una via con un traverso di 40 metri, dove piazzò una sola protezione. La sera Stefano, ancora provato da quell’esperienza, ci confessò che non aveva mai avuto tanta adrenalina in corpo come quel giorno. Ricordo ancora quando si ruppe un polso e fu costretto a stare fermo per parecchio tempo. Tolto il gesso, aveva una gran voglia di ricominciare ad arrampicare e cercava sempre qualcuno che lo aiutasse a riprendere. Così un giorno a me toccò andare a Bismantova e, anche se il polso era ancora gonfio, con la determinazione che lo contraddistingueva, riuscì a superare bene, seppur da secondo, la via degli Svizzeri. Tanti sono i ricordi e forti le emozioni nel ricordare. Ci fu un periodo negli anni ‘80 in cui decidemmo di programmare una

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proiezione divulgativa e promozionale sulla montagna, da presentare nei circoli e nelle società affiliate all’Uisp. La proiezione era titolata“La montagna nelle 4 stagioni”. Andavo spesso a casa sua dopo cena, dove Stefano aveva una buona attrezzatura, per preparare la proiezione di diapositive. Ci vollero diversi giorni per cercare le “dia” adatte alla proiezione tematica che volevamo fare. Alla fine riuscimmo a preparare una serie interessante di immagini che andammo a presentare in diversi posti, da Coverciano alla SMS di Rifredi. Condividevamo la soddisfazione di propagandare il “prodotto” che tanto amavamo e la soddisfazione di vedere l’interesse che suscitava nel pubblico. Ricordo l’emozione di Stefano, quando ci regalarono per ringraziamento due bei volumi di Zanichelli, le Dolomiti Orientali e Occidentali del Buscaini. E poi, come non ricordare il mitico “camperino “ in cui tante volte dormiva, magari anche con qualche amica non molto accondiscendente, come una volta quando, in una fredda notte invernale, lo trovai con la sua Renault 4 familiare in un parcheggio a S. Martino di Castrozza? E chi non ricorda la famosa aringa tenuta al fresco fuori della tenda, che poi è divenuta leggenda? Nel 1987 decidemmo di trascorrere insieme le vacanze estive in Sardegna, io con il solito vecchio camper Mercedes, lui con l’Escort familiare che era, come diceva lui, il suo nuovo camperino. Io ero con Fiorella, figlia e nipote, lui con Rita e facevamo campeggio libero. Avevamo naturalmente anche l’attrezzatura per arrampicare e ci divertivamo a salire le belle falesie sul mare di Cala Luna e cala Gonone e a scovare qualche itinerario sconosciuto nella zona di

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Lanaitto. Stefano faceva il bagno mal volentieri, diceva che l’acqua faceva male alla pelle e che lavarsi troppo toglieva alla pelle la protezione dagli agenti atmosferici…Sono rimasti impressi nella mia memoria alcuni particolari di quella vacanza, come quando la mattina ci si svegliava nel camper e si vedevano attraverso i vetri della Escort parcheggiata accanto a noi, non protette da nessuna tenda, le sagome di Stefano e Rita supine, ad occhi chiusi, talmente immobili che la prima volta Fiorella ed io ci spaventammo e scendemmo giù di corsa a chiamarli, temendo che si fossero sentiti male. Un’altra volta stavamo andando verso la gola di Su Gorropu per fare una escursione, quando incontrammo un ragazzo che ci chiese un passaggio fino al Flumineddu, dove l’aspettavano alcuni amici per un picnic sardo a base di porcetto arrostito e vino Cannonau. Fummo quasi costretti a condividere con loro porcetto e vino, la gita fu dimenticata e la mattinata passò in allegria, con Stefano su di giri e Rita che intratteneva i giovani pastorelli con conversazioni serie sulla scuola. Per ricambiare, Stefano propose ai ragazzi di far loro provare l’emozione dell’arrampicata. Loro accettarono entusiasti e così, con imbrachi di fortuna, ancora euforici per l’abbondante picnic, li facemmo arrampicare su una bella falesia vicino alle gole. Come non ricordare ancora la sua disponibilità a ridere e far ridere per la sua stonatissima voce, quando veniva a casa mia e le mie figliole gli chiedevano sempre: “dai Stefano , cantaci “O sole mio”. Lui accettava di buon grado sorridendo e giù risate a non finire…. Ci siamo negli ultimi anni un po’persi di vista, lui impegnato con

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l’alpinismo, io spesso in giro a viaggiare e a fare sci alpinismo. Qualche anno fa avemmo l’occasione di passare una settimana insieme, anche con tanti altri amici, per fare il giro del Monte Bianco. Anche allora Stefano non dimenticò la sua passione, portandosi nello zaino l’attrezzatura per arrampicare

nelle varie

palestre incontrate lungo il percorso. Poi qualche sciata insieme, qualche incontro alle serate sulla montagna, l’ultimo dell’anno passato insieme nella mia casa di montagna due anni fa, la sua partecipazione alla festa organizzata da Fiorella per il mio compleanno, l’incontro a Fonte Santa per la passeggiata in ricordo di Luigi Sicuranza. Ogni volta però la gioia di ritrovarci e ricordare era grande. Il suo viso sorridente, la semplicità e la dolcezza del suo carattere, la sua gentilezza e disponibilità verso chiunque gli chiedesse un consiglio, la sua volontà quasi testarda nel perseguire gli obiettivi prefissi, sono ricordi incancellabili, condivisi anche da tutta la mia famiglia, di questo nostro caro amico così prematuramente e assurdamente scomparso. Pierluigi Caramelli

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1981 Dolomiti, Lagazuoi, F. Vannini, Stefano, L. Chiarantini

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1984 Les Deux Alpes - Laura Fini, Pierluigi Caramelli, Stefano

1981, Appennino, verso il Giovo

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dicembre 2000, La Grave (F), A. Calmai, Stefano e E. Lenzi

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de

settembre 2002, Alpe di Siusi

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Tutto cominciò nella baita di Gigi e Berta” Sapere dai giornali della scomparsa di un amico è sempre cosa sgradevole. Uno come Stefano Rensi non “è stato” soltanto un compagno di cordata trent’anni fa, ma “è e sarà” una di quelle persone che amici lo restano per sempre. Anche quando non ci si vede più perché le vicende della vita e le scelte personali ti allontanano e ti separano fisicamente. Il suo lavoro di insegnante e la mia condizione di studente ci hanno permesso una lunga stagione entusiasmante in montagna, durata il tempo della mia università, in un periodo ricco di fermento nell’ambiente alpinistico. Il nostro punto d’appoggio era, spesso, la baita di Passo Sella, ospiti di Gigi e Berta, una sorta di luogo d’incontro frequentato da nomi altisonanti dell’alpinismo e dell’allora nascente arrampicata sportiva, che in quel contesto protetto acquistavano semplicità, apparendo tra di loro persone normali, il che non vuol dire comuni. Così Mariacher, la Jovane, Rensi, Valeruz, Il Gatto, Campanile, il “Romano” Bini, Vito il “Vecchiaccio” e tanti altri, contavano tutti allo stesso modo e le imprese dell’uno valevano le conquiste personali dell’altro. Essere vicini a chi ha fatto la storia di quelle e di altre montagne non ci intimidiva, anzi, era uno stimolo per migliorare e un termine di paragone per non farci perdere di vista la realtà, oltre che fonte di preziosi insegnamenti e consigli. Cosa da non sottovalutare per alpinisti cittadini un po’ distanti dalla vita di montagna, turisti per caso delle rocce dolomitiche.

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A volte, forse, si era stimolati troppo dalla naturalezza con la quale certi personaggi spostavano velocemente in avanti i limiti dell’arrampicata in valore assoluto, ma ci pensava subito qualche via presa un po’ troppo alla leggera, a farci ritornare coi piedi per terra. Come quella volta sulla Costantini Apollonio al Pilastro della Tofana, quando una bufera di grandine e neve ci sorprese proprio sopra la “Schiena di mulo” costringendoci a lottare con le unghie per riuscire a raggiungere la cima. Eravamo una cordata ben assortita, io andavo spesso da primo e dove c’erano problemi non avevo paura a combattere anche un’ora per un tiro di corda, lui da secondo saliva ovunque, carico come un mulo. Finita la via, poi, era Stefano che si occupava della discesa, risolvendo i miei problemi deambulatori e la mia cronica incompatibilità coi sentieri. Quante volte abbiamo scherzato dicendo che nessuna parete ci faceva paura e la nostra fine, visto che due come noi in un letto non ci si vedeva proprio a morire, sarebbe stata in una discesa. Adesso, ripensando a noi due giovani, stanco e barcollante io, sicuro lui sotto il peso di due zaini, mi convinco sempre di più che la sorte non ha un grande umorismo quando tratta col destino degli uomini. Di montagne ne abbiamo scalate tante e fare sterili elenchi non aggiungerebbe molto al senso delle mie parole, ma una “impresa” in particolare mi è rimasta impressa per la facilità con cui la concludemmo. Non eravamo partiti con programmi precisi, ma via che tutto filava per il verso giusto ci spronava ad andare avanti aggiungendo mete nuove a quelle già superate. Così, lasciata alle spalle in una mattina la parete est del

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Catinaccio, abbiamo concluso la giornata attraversando le tre Torri di Vajolet. Poi via di corsa con l’auto verso le Pale di San Lucano e la sera eravamo dentro i sacchi a pelo al bivacco sotto l’Agner. La Cresta nord ha un dislivello di milleseicento metri e il “duro” viene alla fine. Bisogna correre per non rimanere a metà col buio… e noi abbiamo corso. Dieci tiri di corda in totale. Via di conserva sul quarto e quinto grado, che allora era ancora una difficoltà che incuteva timore a molti; ci fermavamo alla prima sosta disponibile quando finivano cordini e moschettoni coi quali ogni tanto facevamo finta di proteggerci. E già che avevamo preso l’abitudine, abbiamo continuato allo stesso modo anche sui trecento metri finali di sesto grado classico. Dire che le tragedie in montagna succedono perché si fanno manovre spericolate è forse vero, ma è altrettanto da considerare che si può morire anche perché si sta troppo tempo in mezzo a una parete, dando modo al meteo di cambiare. La montagna è rischiosa e basta, l’unico modo per difendersi è tenersi sotto i propri limiti delle difficoltà tecniche, fare presto e non perdere mai l’attenzione. Il resto è fortuna. Ora restano i ricordi e non sono poca cosa, di una “splendida giornata” per cui è valsa la pena vivere, senza rimpianti, con lo sguardo verso il futuro, ma pronti a voltarsi indietro a godere di ciò che eravamo. Maurizio “Gatto” Marsigli

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1980 Stefano sulle nevi del Monte Bianco

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Quel ringambo sulla sud della Marmolada” Saliamo verso val d’Ombretta senza fretta anche se siamo arrivati a Malga Ciapela nel tardo pomeriggio, Stefano ci precede, seguendo i suoi ritmi, e forse starà studiando la Sud che ha già percorso altre volte. Anche sulla sud della Marmolada non è stato facile trovare una via che non avesse fatto, altra dimostrazione della vastità dell’esperienza di Stefano, che conosce le Dolomiti meglio di casa sua. Spesso ho associato l’andare a scalare in montagna alla presenza di Stefano, quasi che la sua persona fosse parte del panorama come una parete o un passo, una delle componenti del paesaggio montano. Questa sensazione è ancora più forte

in Dolomiti dove mi ha

accompagnato più di chiunque in avventure su roccia. Tante “settimane rensiane” di vacanza piene di voglia di arrampicarsi e di immersione in una dimensione di wilderness e di essenzialità mitigate solo dalle mie esigenze di comodità. E’ bene salire senza correre visto che domani sarà una giornata di fatica e oggi ho fatto la Vinatzer al Sella approfittando del tempo bello e dell’esuberanza di Stefano. Il giorno seguente saliamo dal Falier all’attacco della Gogna, il percorso è breve ma abbiamo tempo per farci superare da alcuni ragazzi che faranno la stessa via, pensiamo tutti che ci saranno d’aiuto nell’indicarci il percorso ma non sarà così, dopo poco spariranno a una velocità spaventosa. Saliamo diversi tiri e fra il volere e il caso ci troviamo sulla variante Mariacher che seguiamo fino a trovarci sotto un tiro di placca compatta e liscia, poco sotto la metà della parete. Poche parole e

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l’assenza di chiodi e di possibilità di protezione convince rapidamente i nostri eroi a un prudente “ringambo”. A questo punto Stefano prende il comando della cordata e organizza le doppie trovando le varie soste necessarie. Si muove sulla sud della Marmolada come se stesse facendo manovre nella palestra di casa, con la stessa facilità di un discesa in doppia al Procinto; agili manovre che lasciano solo l’essenziale in parete. Trova l’itinerario come per magia, a me e ad Alberto basta seguirlo e fare le manovre personali; con la sua esperienza ha reso banale il ritiro su una parete ostica come la sud della Marmolada. Cominciamo a scendere a valle e, dopo un silenzio iniziale, comincia la ricerca delle motivazioni per giustificare la mancata salita. Potrebbe essere difficile, “sfortunatamente” il tempo ero bellissimo, ma riusciamo a tirare fuori dall’usuale

campionario

dell’alpinista cento autoassoluzioni. Stefano ci interrompe per farci notare alcune bellezze della Val d’ Ombretta, scendiamo ancora e ci indica un capriolo che con un salto supera il sentiero. Mi sembra che il suo pensiero sia già oltre. La mattina seguente una voce mi sveglia, è Stefano, già sveglio e fuori dalla tenda mi chiama: è bello, che ci fai ancora a dormire, andiamo al Sassolungo a scalare! Sono passati diversi anni e mi trovo con tanti altri in un pomeriggio piovoso nella chiesa di Peretola, non riesco a comprendere bene quanto è accaduto oppure, semplicemente, mi sembra impossibile che sia vero, ma è così e non si può cambiare. Stefano Cavalieri

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1983, al rifugioVazzoler - Stefano con G. Margiotta, F. Dragoni, A. Tomasi

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Pochi mezzi e tanta voglia, l’importante era andare Ho conosciuto Stefano intorno alla metà degli anni ’80, dopo aver fatto un corso di alpinismo con il Cai di Firenze. Non mi ricordo esattamente come (forse frequentando la palestra di roccia di Maiano ), ma dopo aver fatto il corso sono entrato in contatto con Stefano, con l'Uisp e in particolare con il gruppo "Azimut", in quel periodo molto attivo in tutte le attività alpinistiche. Il gruppo si ritrovava alla Casa del popolo "XXV Aprile" in via del Bronzino e sicuramente in una di queste serate ho conosciuto meglio Stefano e la sua straordinaria disponibilità a portare in montagna i novizi dell’alpinismo come ero io in quel periodo. Con lui e altri del gruppo ricordo infatti di aver fatto numerose uscite in Apuane, Dolomiti e Appennino facendo esperienza e imparando molto. Abbiamo subito legato accomunati in quel periodo dagli stessi obiettivi e in seguito, avendo entrambi molto tempo libero durante l'estate, ci siamo ritrovati in numerose occasioni a condividere esperienze ed avventure in montagna. All’epoca partivamo senza fare troppe verifiche sul meteo e sulle condizioni delle vie che avevamo in mente di fare. I mezzi non erano quelli di oggi ma soprattutto avevamo meno impedimenti che ci trattenevano; fondamentale era trovare un mezzo di trasporto per gli spostamenti e un po’ di denaro per sopravvivere. Spesso dormivamo in tenda o anche più alla buona accucciati dentro i sacchi a pelo per risparmiare anche sulle spese di pernottamento in rifugio e cercavamo di riempire lo zaino con grandi quantità di cibo portato da casa. Eravamo a tutto risparmio a volte perfino sul materiale alpinistico.

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Altra età e altro spirito e ripensandoci ora mi viene quasi da darmi di matto. Nell’ambiente Stefano all’epoca era famoso per la sua eccezionale capacità di non mangiare durante l’impegno fisico e per il suo magnifico "look" nell’ abbigliamento alpinistico. Anch’io non ero da meno e riguardando ora le foto dell’epoca sorrido; eravamo incredibilmente buffi se visti con gli occhi di oggi, ma con una voglia di montagna inesauribile. Ogni occasione era buona per partire sia d'inverno sia d'estate. L'importante era andare in montagna e godere della montagna e del suo ambiente anche a costo di non centrare gli obiettivi che ci eravamo fissati. Partire, l'importante era partire... Con la mia prima auto, una Fiat 500 L grigio antracite, così come se niente fosse, in piena stagione invernale, siamo partiti un venerdì per Madonna di Campiglio. L'obiettivo era raggiungere il bivacco invernale del rifugio Brentei nelle Dolomiti di Brenta per poi il giorno successivo salire il canalone della Tosa in veste invernale. Fu un avvicinamento allucinante stracarichi come eravamo di materiale e gli zaini dal peso impossibile. Quando arrivai al bivacco ero già distrutto e non eravamo che all’inizio. La notte un freddo cane, dormimmo poco o niente, e la mattina successiva dopo aver lottato nella neve fresca a lungo, finalmente raggiungemmo l’attacco del canalone già molto stanchi, infreddoliti e un po’ demoralizzati per l'eccessivo tempo impiegato. Comunque caparbiamente attaccammo salendo

velocemente

slegati anche se non molto convinti. Cento, duecento, trecento metri... mentre un pensiero mi attraversava velocemente la testa!

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Forse era meglio legarsi perché la stanchezza cominciava veramente a farsi sentire. Non me la sentivo di proseguire slegato, troppo rischioso. Mi faceva anche molto paura la discesa, lunga e complicata e il tempo che intanto stava rapidamente volgendo al brutto fu l’appiglio finale per cui decidemmo la ritirata. Questa decisione ci levò un bel peso dallo stomaco e pochi secondi dopo stavamo già scendendo velocemente. Tutto questo per dire cha sapevamo anche rinunciare quando era necessario e questo era l’aspetto più importante della nostra cordata oltre all’affiatamento e all’amicizia. Arrivammo all’auto sfiniti, io con i piedi distrutti dal freddo e dalle vesciche; ma la parte più pericolosa dell’avventura cominciava proprio allora: tornare a Firenze con il nostro veloce mezzo e con la cottura fisica che avevamo. Dopo due ore eravamo già fermi a dormire in un’area di servizio in autostrada sotto la pioggia battente; impossibile tornare a casa interi senza riposarsi. Nonostante la rinuncia e la stanchezza eravamo però contenti e felici di aver provato un qualcosa che per noi allora era forse un po' oltre le nostre possibilità. Altra storia, altra avventura, altra rinuncia. Val di Rabbi, cascata Madre, irraggiungibile per la troppa neve e il pericolo valanghe. Rinunciammo ma senza perderci d’animo via subito verso Arco per scalare una delle vie classiche del Colodri. Trovata l’alternativa, fummo più che soddisfatti. E le rinunce invernali in Apuane e Appennino? Tantissime volte ci è successo per troppa neve, per poca neve, perché la neve è giusta come quantità ma non è trasformata e tutte le volte via di corsa a

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Vecchiano a scalare dopo la levataccia alle quattro. Condizioni fisiche eccellenti e risultati strabilianti. La nostra attività alpinistica di quel periodo non fu soltanto segnata da rinunce ma anche da numerose vie portate a termine a volte in condizioni rocambolesche. All’epoca non guardavamo molto le previsioni meteo; il metodo consisteva nell'alzarsi comunque la mattina e valutare la situazione meteorologica in base al cielo e ai venti. Insomma, decidevamo a naso e in base all’esperienza. Gruppo del Brenta, rifugio Brentei: una mattina , durante un periodo di vacanza passato a cercare intervalli di bel tempo fra un temporale e l’altro, come tante altre volte ci alzammo e dopo una rapida valutazione della situazione, decidemmo di attaccare il "Pilastro dei francesi". Due amici rinunciarono ma noi due, caparbi, tra un temporale e l’altro portammo a termine la via sfoderando tutte le nostre capacità tecniche e fisiche. Era il periodo a cavallo tra gli ’80 e i ’90, anni in cui le capacità tecniche su roccia erano aumentate notevolmente grazie agli allenamenti più mirati e specifici. L'obiettivo era tentare di percorrere vie classiche e non senza usare punti fissi per la progressione, in libera come si dice in gergo. Per gli arrampicatori fiorentini questo periodo segnò l’inizio di un epoca nuova e noi senza rendercene conto ne facevamo parte. Il "Pilastro dei francesi" fu una di quelle vie fatte, nonostante il meteo pessimo, in questo nuovo stile. E come questa anche la "Cassin" alla Torre Trieste, la "Strobel" alla Rocchetta di Bosconero e molte altre in lungo e in largo per le Dolomiti che erano diventate la nostra meta preferita per le scorribande estive. Alternavamo

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ripetizioni di vie classiche molto frequentate ad altre pochissimo ripetute con avvicinamenti lunghissimi per raggiungere cime semisperdute. Mi viene in mente a questo proposito una via dove abbiamo quasi rischiato il bivacco: la "Messner-Holzner" alla Cima della Busazza, una via non molto ripetuta ma che sembrava interessante. Un avvicinamento interminabile, lunghissimo, con tratti rischiosi in arrampicata su roccia friabile. Ripensandoci ora mi rendo conto che probabilmente

facemmo

nell’avvicinamento,

sicuramente

rimediando però

grazie

qualche

errore

all'esperienza

e

all’intuito acquisiti con un’attività intensa e costante. Alla fine arrivammo all’attacco della via con molto ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista... e anche con un compagno in meno perché durante l’avvicinamento aveva desistito forse impaurito dalla difficoltà e dalla lunghezza. Attaccammo la via che in alcuni tratti ci impegnò a fondo, in particolar modo la fessura-camino, molto ostica e conoscendo i personaggi che l’avevano superata in prima apertura, molto dura. Era tardi, quasi buio quando uscimmo in cima e avemmo qualche difficoltà a trovare la via di discesa. Una balza rocciosa di una ventina di metri ci separava da una traccia di sentiero che sembra essere il nostro percorso di discesa. Anche la relazione parlava di un salto roccioso e di una doppia attrezzata, ma della sosta per la doppia neanche l’ombra. Di scendere arrampicando nemmeno parlarne: troppa poca luce e soprattutto troppo difficile per la stanchezza che avevamo addosso. Non trovammo il sistema di aggirare il salto e come se non bastasse si stava anche avvicinando un minaccioso

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temporale con fulmini da brivido. L’aria era elettrica e la situazione cominciava a farmi una certa paura, Dovevamo prendere una decisione e alla svelta, senza ulteriori indugi. Ci guardammo in faccia e decidemmo di attrezzare una doppia di fortuna su una piccola clessidra e uno spuntone collegati insieme. Un po’ poco ma non avevamo alternative di altro tipo se non bivaccare in cima con scarsi mezzi per proteggerci dal freddo e dal temporale in arrivo. Alla fine tutto andò per il meglio anche rientrammo al rifugio Vazzoler alle tre di notte sfiniti e stravolti e dove il nostro compagno, non vedendoci tornare, aveva già messo in preallarme il soccorso alpino. Al ricordo di quella doppia mi vengono ancora i brividi! Per testare la tenuta dell’ancoraggio scese per primo Giuseppe, che era il più leggero, poi Stefano e dopo io che nel gruppo ero il più pesante. Non ricordo di aver mai fatto anche dopo doppie così paurose e rischiose. Comunque una riflessione mi sembra d’obbligo farla: eravamo abbastanza bravi nello sbagliare avvicinamenti e discese! E a tal proposito mi viene in mente un altro episodio che conferma questa mia

affermazione.

Sass

Maor,

via

"Solleder",

anche

qui

avvicinamento in parte sbagliato e attacco della via con molto ritardo. Attaccammo comunque anche se già in partenza eravamo consapevoli che non saremmo riusciti a concluderla considerata la sua lunghezza intorno a mille metri. Poi un incidente di percorso con il distacco di un pilastrino di roccia marcia, per fortuna senza conseguenze per nessuno di noi, ci fece concludere l’avventura poco più in alto su una cengia da dove era possibile uscire dalla parete. Nessun danno ma anche qui ritorno alle auto a notte fonda. Ormai ci

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eravamo abituati e non ci faceva più nessun effetto! E' una piccola scelta fra tutte le esperienze in montagna vissute insieme con Stefano, fino a quando intorno al 1991-92 io mi sono orientato in modo più deciso verso l’arrampicata sportiva riducendo in maniera drastica il numero delle uscite in montagna, focalizzandole su poche vie che mi interessavano per difficoltà o bellezza. Trasferte quindi più certe, anche per il meteo che seguivamo con più attenzione, ma meno esplorazione e avventura. Da

allora

ci

siamo

visti più

sporadicamente

visti

i

nostri diversi interessi montanari. Contribuì a ciò anche il lento esaurimento nel settore alpinistico del gruppo "Azimut", che con la sua sede aveva fatto da punto di ritrovo e riferimento per organizzare le nostre uscite; avevamo perso un luogo sicuro dove ritrovarci e scambiarci idee, opinioni e progetti: le occasioni per vedersi diventarono sempre più rare. Poi improvvisamente la notizia sconcertante della morte assurda di un compagno di cordata e amico che tanto ha dato all’alpinismo fiorentino. Alberto Tomasi

1982, Stefano arrampica a Bismantova

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Non ne aveva mai abbastanza Stefano l'ho conosciuto a Maiano nel 1980: io ero abbastanza timido e lui, più adulto di me, era già intraprendente. Entrambi eravamo agli inizi del nostro alpinismo e pieni di entusiasmo. Lui, facendo l'insegnante, aveva molto tempo libero; io a quell'epoca studiavo, e quindi ci trovammo subito per andare a giro: i Sassi di Rocca Malatina e poi le Dolomiti di Brenta, raggiunte con il treno e la corriera, dove salimmo la normale al Campanile Basso ed altre cose minori. Che entusiasmo aveva Stefano! Non riuscivo a tenerlo, non era per niente intimorito da quelle montagne, e tutti i giorni mi proponeva una salita, per cui quando il tempo cambiò, io mi sentii quasi sollevato. Negli anni successivi, anche di recente, ogni tanto, Stefano mi ricordava: "Si fece il giro del Brenta quel giorno, per poi andare a fare la normale al Campanile Alto"; io rispondevo che andava bene così perché eravamo inesperti. L'esperienza dei corsi di alpinismo organizzati alla Casa del Popolo “25 Aprile” di via Bronzino a Firenze dal 1983, fu per tutti utilissima; soprattutto grazie a Stefano, allargammo il nostro giro di amicizie e si creò un bel gruppo, che faceva dell'andare in montagna un modo per stare insieme e divertirsi, a prescindere dagli obiettivi dichiarati al momento della partenza. In effetti ho tanti ricordi delle giornate passate insieme; qualche volta abbiamo anche litigato, ma la cosa che più mi piaceva di lui era il modo in cui riusciva a sdrammatizzare tutte le situazioni, e come riusciva a smitizzare il modo classico di andare in montagna; aveva una mente aperta e moderna, e questo mi piaceva e mi faceva vedere

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le cose sotto la giusta prospettiva. Era piacevole stare e parlare con lui. Talvolta si presentava qualche inconveniente, sotto forma di errore

di

itinerario,

precipitazioni

atmosferiche

inattese

o

inconvenienti automobilistici, ma ci divertivamo comunque un sacco. Ricordo un ritorno dalle Piccole Dolomiti sulla R4 di Stefano, cinque persone più bagagli, tra la pioggia e la nebbia senza un faro, lasciato lassù su un provvidenziale gard-rail; un contadino ci aveva aiutato a tirare indietro la carrozzeria che altrimenti batteva sulla ruota. Ma al di là dei singoli episodi, da Stefano ho imparato tanto, e per tutti gli anni '80 è rimasto per me un punto di riferimento; ho accusato molto la sua scomparsa e non avevo voglia di scrivere, ed ora che scrivo, ancora mi commuovo. Andrea Zecchi

Luglio 2007, Stefano sulle Dolomiti Ampezzane

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Settembre 2002, Stefano con M. Pratesi e M. Baldi

Maltinti, Cecchini, Rensi, Calamai, Angeletti, Lenzi, Sicuranza, Baldi

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1983, sulle nevi dell’Appennino Maurizio “Gatto” Marsigli e Stefano

1982, uno spuntino al ritorno di una gita

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N 46° 60’ E 012° 28’ Dopo il temporale una pioggerellina uggiosa mi accompagna mentre salgo dalla malga di Rin Bianco tra mughi e larici verso le Tre Cime. Il silenzio è assordante e opprimente, solo lo scricchiolio delle mie scarpe che poggiano sulla ghiaia del sentiero fanno rumore mentre cammino. Rallento, non vorrei mai arrivare, vorrei che il tempo scorresse indietro, ma indietro ci torno solo con i ricordi, le immagini nella mia mente sono ancora molto nitide, una serie di fotogrammi che rivedo da mesi in tanti momenti della giornata e non solo quando ritorno sulle Dolomiti. E non so ancora darmi una spiegazione. Il rumore dell’acqua che scorre nel ruscello mi estranea dal resto del mondo, sono solo con i miei affetti, Stefano per me non è stato solo il compagno di cordata con il quale ho condiviso le scalate più belle della mia carriera alpinistica, è stato il mio riferimento in molti interessi che avevamo in comune. Nelle due cascatelle l’acqua scorre limpida e veloce e non fa sentire il rombo dei motori che salgono a poche centinaia di metri verso il rifugio Auronzo, c è una pace irreale, un piccolo eden fra baranci, rododendri, campanule e botton d’oro. Rimango qui in questo angolo di mondo dove sicuramente non passerà mai più nessuno, se non gli amici che lo vorranno, per rendere omaggio ad un alpinista, un uomo che ha amato le montagne di tutto il pianeta più di ogni altra cosa. Ciao Stefano tornerò a trovarti, la nostra cordata non si scioglierà nel tempo, certi legami sono indissolubili, sono felice di averti conosciuto, ti ringrazio e sono riconoscente per quanto mi hai

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insegnato e quanto ho imparato da te . Per chi volesse lasciare un fiore di bosco queste sono le indicazioni: Da Misurina prendere la strada che sale alle Tre Cime, 50 metri prima del casello dove si paga il pedaggio c’è una strada bianca a sinistra che porta alla Malga di Rin Bianco (indicazioni) dove si può parcheggiare liberamente. Passando dalla malga si rientra sulla strada, prendere una traccia di sentiero che parte subito a destra , si rientra sulla strada, prendere ancora delle tracce a destra che tagliano due tornanti. Si ritorna nuovamente sulla strada, la si percorre per circa 500 metri fino al piccolo ponte in ferro dove parte anche un sentiero per monte di Fuori. Scendere nel letto del torrente fino alla confluenza di un altro ruscello che scende da sinistra ( cinque minuti dalla strada) prendere in salita questo ramo fino al primo risalto (2 minuti) dove c’è la targa su una roccia a destra. 16 agosto 2009

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Settembre 2007, Festa dello Sport Q3 Firenze con M.Turchi, A. Calamai e M. Baldi

Febbraio 2007, sulla cima del Libro Aperto

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Stefano, in montagna

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Ho voluto inserire qui di seguito alcuni brevi racconti, scritti negli anni passati quando forte era la voglia di andare in montagna, perché danno un po’ il senso di quanto per noi, in quei periodi, era importante arrampicare, scoprire, mettersi in gioco (DIS)AVVENTURE NEI DINTORNI DEL MONTE BIANCO Eravamo tanti quell’anno ad aver scelto come luogo di vacanza, con le famiglie, il camping Les Rosierés di Chamonix. Luigi, Marco, Roberto, Silvano e Anna, l'altro Roberto, Alberto, Cesare, e poi le apparizioni veloci di Giuliano, Andrea, Moreno e Matteo, Stefano, Walter e Gabriella. Credevano che fossimo un club e in effetti il gruppo era abbastanza numeroso. Per molti di noi, abituati ad arrampicare soprattutto in Dolomiti, era la prima esperienza con il granito e soprattutto con l'ambiente del Monte Bianco. Già l'ambiente ! Ci ha subito condizionati per la grandezza degli spazi e la severità, e poi era del giorno prima la tragedia del Petit Plateau. A casa, nel corso dell'anno, avevamo, più o meno tutti, fatto dei programmi se pur minimi sugli obiettivi che intendevamo realizzare studiando sia la Vallot che la guida del Piola, ma appena arrivati ci siamo resi conto per vari motivi che tra il dire e il fare c'è di mezzo ... la montagna!. Subito suggestionati abbiamo scelto la prima via sull'Aiguille Rouge, così si prende pratica del granito e poi siamo di fronte al Bianco e intanto ci si abitua. Al secondo tiro ci si cala tutti, eravamo

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in 6, quasi una scampagnata. Un incidente poco prima di noi, con relativo recupero con l'elicottero, aveva lasciato il segno sulla roccia, poi il 1° di una cordata sopra di noi l'abbiamo visto volare su un chiodo. Basta! La sera, come sempre, in campeggio è un frenetico consultare di fotocopie delle relazioni per trovare la via idonea. Si opta con Cesare e Luigi per la via Vaucher al Gendarme del Peigne parete EST dalla guida del Piola, 45 minuti di avvicinamento dalla funivia di Plan de l'Aiguille. Dopo un'ora e trenta alla ricerca

della parete est del Peigne

desistiamo e ci si dirige verso la Ovest dove avevamo visto gente, faremo questa, ci siamo detti, pazienza: All'attacco chiediamo il nome della via ben sapendo la figuraccia che stavamo facendo e un top climber con fazzoletto al posto del caschetto e naturalmente la erre moscia ci ha risposto : "c'est la voie Vaucher!", ma non doveva essere ad Est? Boh! . Abbiamo poi cercato l'Aiguille du Pouce dato ad 1 ora dalla funivia dell'Index, con Stefano, Roberto e Cesare dopo 2 h. e 30 abbiamo visto l'attacco ad almeno 45' di cammino, appena arriviamo al campeggio credo che butteremo la guida per poi scoprire che la nuova edizione in francese è molto più chiara e ben dettagliata. Moreno e Matteo vanno al rifugio dell'Envers des Aiguilles ma alcune vie, quelle più alla nostra portata, non sono accessibili a causa dell'eccessiva ampiezza della crepaccia. Siamo un po' presi dallo sconforto anche perché spesso ci viene in mente il Ciavazes o il Falzarego e la loro comodità di accesso !

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Tutto questo, insieme ai condizionamenti mentali ha contribuito non poco al ridimensionamento dei programmi. La sicurezza viene però dall'Aiguille du Midi, comoda da raggiungere, anche se dispendiosa, e le vie frequentatissime. Optiamo per la Rebuffat, la più facile della parete. Finalmente qualche successo!, anche Marco e Roberto salgono in cima al Bianco per la normale francese nonostante il forte vento. Silvano e Walter realizzano lo spigolo sud della Chapelle de Glière. Dopo un po’ di ripensamenti Cesare ed io decidiamo di andare a bivaccare ai Drus per tentare la diretta americana. Purtroppo, a causa di una caduta durante l’ avvicinamento, Cesare ha riportato la distorsione ad una caviglia e questo ci ha costretti a rinunciare alla via. Pazienza, dicono sempre tutti che il Dru, come tutte le altre montagne, rimangono sempre lì ma per noi non é facile accettarlo. Con Marco e i due Roberto decidiamo di andare a fare la CrookPenning al Piler Rouge de l’Aiguille de la Blaitière una via di 250 metri difficoltà TD. Rispetto alla solita guida non tornano i tempi di avvicinamento ma arriviamo comunque all’attacco. Il primo tiro è di IV per cui non ci facciamo troppi problemi, ma accidenti al quarto ! che scala usano i francesi ? arriviamo in sosta, ottima su due spit, ma neanche un chiodo intermedio. Penso che sul tiro di 6° la cosa sarà diversa. Illusione. In tutta la via ( un solo passaggio “singolo” di IV) gli spit sono solo alle soste, però questo è

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veramente clean climbing ! La sera in campeggio intorno a buone bottiglie di Sauternes le discussioni si sprecano sulle valutazioni delle vie, sui tiri di corda, sulle relazioni, sulle nostre capacità, siamo “alpinatori” o “arrampichisti”, crodaioli o veri alpinisti ? Sicuramente anche questa esperienza ci è servita per accrescere il nostro bagaglio di conoscenze che senza dubbio potrà servire ad aumentare la sicurezza nell’andare in montagna e soprattutto a capire che si deve andare in montagna con più umiltà e meno presunzione, più fatti e meno chiacchiere a Maiano. Alberto Calamai Firenze, 30 agosto 1994.

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CIMA VERTANA PARETE NORD m. 3544 Solda, 4 novembre 1996 bar ristorante FORST ore 19. Sto aspettando Stefano di ritorno dal rifugio Serristori dove è andato per recuperare i sacchi a pelo lasciati stamattina pensando di ripassare poi a prenderli. E’ già buio da più di un’ora e non arriverà prima delle 21. La visita di ieri mattina a Pietra Murata mi ha lasciato sconcertato, non mi ritrovo nella tipologia dei climber che frequenta questa e altre falesie simili, o forse è il fatto di essere vicine alle Dolomiti che mi fa pensare alla montagna e non apprezzare le comodità e il sole di Arco. In ogni caso penso che si debba coniare un nuovo modo di chiamare chi frequenta le palestre di roccia super-spittate e comode da raggiungere forse si potrebbe parlare di arrampicatori turistici . Sulla parete sono presenti un’infinità di persone impossibili da contare, si vedevano autentici grappoli umani ad ogni terrazzo di sosta. Anche sulla via che avevamo deciso di fare la folla, incalzava alle soste. All’attacco abbiamo bruciato allo sprint una coppia di teutonici, lui anzianotto (sopra i 55), lei giovane e tondetta (forse 22 bruttina).andando con il solito nostro ritmo ci siamo trovati alla sosta 3 con due mantovani, con qualche problemuccio forse dato dallo zaino un po’ ingombrante, che abbiamo superato con un sorpasso da pilota di F1. Alla sosta 4 questa volta ci sono due ragazzotte tedesche niente

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male ma, pur essendo sulla via “dell’amicizia”, l’obiettivo nostro non era quello di socializzare bensì levarci al più presto dal caos del traffico così che siamo direttamente andati in sosta cinque con un tiro di 90 metri. Anche qui però abbiamo trovato compagnia, due ragazzi di Dro ai quali avrei voluto chiedere informazioni sulla ferrata del Casale, quella smantellata da Mountain Wilderness, e di Bombardelli, il progettista, ma incalza sempre di più la voglia di uscire dalla via che ho evitato domande e in meno di due ore siamo tornati alla macchina. Questo tipo di scalate non riescono più ad entusiasmarmi e anche se il posto è ameno e bello per provare un po’ di emozioni alle prime esperienze

di

arrampicata

penso

che

non

tornerò

più

al

“rocciodromo”. Dunque con gran piacere siamo partiti alla volta di Solda per la salita della parete nord della cima Vertana. Fuori stagione alle 16 il paese sembrava disabitato ma la fortuna ha voluto che l’unica persona in giro fosse il gestore del rifugio Serristori al quale abbiamo chiesto informazioni sul locale invernale e sulla situazione alpinistica. Poi con i nostri zaini stracarichi siamo partiti verso il rifugio, ben consapevoli che saremmo arrivati a buio visto che ci vogliono circa 2 ore per salire. La salita aveva il suo fascino con la notte che scendeva piano piano e i colori che lentamente si attenuavano per arrivare ad un grigio quasi uniforme fino al nero scuro, a questo punto pur riuscendo ad individuare il sentiero dalla conformità del terreno

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abbiamo acceso la pila. Inizialmente la sensazione è stata quella di vedere tutto azzurro, per diverso tempo ero stato al buio, poi la fioca luce ha riportato i colori al naturale se pur molto attenuati. Il cielo ha cominciato a cospargersi di stelle e pian piano è apparso completamente pieno, la notte limpidissima e l’assenza della luna e di inquinamento luminoso mettevano ancora più in risalto lo spettacolo della volta celeste. Durante la salita i ricordi più volte mi hanno riportato al viaggio in Karakorum, sono oramai passati cinque anni ma tutto mi sembrava molto presente, tante erano le analogie seppur il luogo molto più familiare. Ho ricordato a lungo le serate trascorse allora fuori della tenda ad ascoltare il silenzio delle montagne e a osservare l’ambiente circostante, e la voglia di ritornare si è fatta insistente, ma ancora non eravamo al rifugio e lo zaino sembrava pesare sempre di più. Nel locale invernale del rifugio abbiamo trovato anche il gas con i fornelli, peccato che, come il solito, non avessimo niente con noi né da cucinare, né da mangiare: è stato veramente un errore non sfruttare un posto così accogliente! Appena dopo le 20 siamo entrati nel sacco piuma e la notte è trascorsa tranquilla. La sveglia ha suonato alle 5.30 forse un po’ tardi per affrontare una parete nord. Ancora col buio ci siamo messi in cammino sulla neve bella dura, la luce del giorno comincia ad illuminare i profili delle montagna dintorno e si vedono le cime innevate sempre più definite. Il canale

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della parete ci appare in tutta la sua imponenza. La parte inferiore presenta bellissimi seracchi azzurri e verticali, mentre i due terzi superiori continuano verso la cima con una pendenza di circa 45/50°, mentre ci avviciniamo all’attacco la neve si fa più morbida e noi osserviamo con più attenzione i dettagli della parete per stabilire l’itinerario da seguire durante la salita. L’avvicinamento alla base ci ha portato via 2 ore e 30 contro un’ora programmata e ciò ci ha fatto pensare che anche i tempi di salita sarebbero stati superiori a quelli previsti e che forse la luce del giorno non sarebbe stata sufficiente per il ritorno. Con il primo tiro di corda abbiamo affrontato il seracco sulla parte destra dove questo si presentava meno verticale, il ghiaccio molto duro ci ha subito fatto intuire la fatica che ci aspettava per salire. Usciti dal seracco la pendenza è diminuita, il ghiaccio è diventato più morbido ma ad ogni piccozzata la fatica aumentava in maniera esponenziale, la parte finale poi su neve crostosa è stata veramente dura. Arrivati sulla cresta avevamo due possibilità per la discesa, o per la cresta NE o risalire la cresta S fino alla cima della Vertana e poi scendere in qualche modo. Mi sono sentito veramente a pezzi, i quadricipiti e i polpacci prendevano fuoco, all’ultima sosta mi sono quasi assopito, mi sarei anche addormentato volentieri ed ho provato ad immaginare cosa si può provare scalando le grandi montagne e come può essere facile non riuscire a ragionare quando la stanchezza prende il sopravvento. In certi momenti non ti interessa più niente ma solo trovare il modo più veloce per uscire da certe situazioni

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La cresta NE ci è sembrata orrenda quindi abbiamo deciso di salire alla cima anche se questo ci avrebbe poi allungato la discesa ma ci sembrava la soluzione più logica. Dalla croce posta sulla cima il panorama è veramente stupendo, in primo piano l’Ortles e il Gran Zebrù e poi a 270° si vedono un’infinità di montagne innevate, gli ultimi tornanti che salgono allo Stelvio, il lago della Muta e quello di Resia sembrano un quadro disegnato da un pittore naïf, a sud la pianura immersa nella caratteristica cappa di fumi. Decidiamo di ripartire in fretta anche se la stanchezza è molta e le gambe si muovono a fatica, dobbiamo scendere almeno 1200 metri per raggiungere la tracce che si intuiscono in fondo alla vallata ed essere tranquilli anche nel caso che sopraggiunga il buio. Scendendo a valle siamo costretti a spostarci continuamente per evitare ripidi pendii o salti verticali per poi arrivare fino ad un largo pianoro. La neve comincia ad allentarsi, tutto ad un tratto si passa dal riverbero accecante del sole all’ombra e al freddo della valle che si restringe. In alto le cime sono ancora riscaldate dal sole. Troviamo le prime tracce e i segni rossi del sentiero, siamo ormai nella valle di Rosim e in tarda serata raggiungeremo Solda.

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San Valentino 1994 Come ogni lunedì l'appuntamento è fissato al " Dazio " in via Baracca a Firenze. Le previsioni sono in miglioramento sul settore occidentale e la temperatura in diminuzione, le condizioni ideali per fare una bella salita invernale in Apuane. Ormai con Alessandro, Luigi e Stefano siamo un gruppetto ben affiatato e non dobbiamo discutere molto per decidere dove andare e poi da molto tempo c'è nei nostri programmi la parete nord-est del Pisanino. Salendo verso Gramolazzo si gode un panorama stupendo della parete, c'è neve, è sereno e non tira vento. Alla chiesa vecchia di Gorfigliano lasciamo l’auto, diamo l'ultima controllata agli zaini e finalmente ci mettiamo in cammino. Ai Piannellacci appena lasciata la strada sterrata troviamo la neve : è ghiacciata, i ramponi mordono bene, fa freddo ma siamo euforici, continuiamo a salire e a scrutare l'imponenza della parete con i suoi canali. Decidiamo di passare per il canale centrale mentre continuiamo a risalire le doline. Un centinaio di metri prima di attaccare il canale il pendio è interrotto da una fascia rocciosa coperta di neve dura e ghiaccio. Ognuno di noi decide di salire dove gli sembra più bello e gratificante poi ci ritroveremo dove finisce il salto e ricomincia il pendio di neve prima dell'attacco del canale. Alessandro non arriva, lo chiamiamo a gran voce, torniamo a cercarlo ma quando appare ai nostri occhi ci accorgiamo subito della gravità dell'accaduto nel vederlo riverso sulla neve. In un attimo ho ripercorso con la mente tutte le cose che ci

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univano: gli interessi comuni, il lavoro, la famiglia, le salite fatte insieme in Dolomiti, i canali, le cascate di ghiaccio, le gioie provate all'arrivo sulle cime, le emozioni condivise, le preoccupazioni per la discesa, i programmi per le successive uscite. Non è possibile che sia vero, forse è solo ferito ! Non riesco a credere ai miei occhi, a darmi una spiegazione, a farmene una ragione. Il tratto da salire è abbastanza facile ma forse non esiste la montagna facile o difficile, esiste solo la montagna e basta ! Restiamo impietriti e impotenti di fronte all'evidenza, Alessandro ci ha lasciati per sempre, nel dolore, nell'angoscia, nella paura, nella pace irreale di una splendida, assurda e incredibile mattina di sole. Alberto Calamai 14 febbraio 1994.

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LA FARFALLA TORNERA’ A VOLARE Luigi e Stefano condividevano lo stesso piacere e lo stesso modo di andare in montagna, tutti e due amavano le lunghe camminate o, come si diceva noi, “svaccate” poi chiamate “rensate”, la montagna selvaggia. A loro piaceva dormire fuori, al freddo, al vento, in macchina o in tenda, sentire il contatto della natura, degli eventi atmosferici. Mi piace ricordare Luigi con questi due suoi brevi pensieri scritti durante la malattia. IL VENTO Amo il vento. Amo sentirlo sulla pelle e sulla testa. Prima non era cosí : spesso mi dava noia, mi innervosiva. Mi innervosiva prima di uno spettacolo, quando scuoteva il mio allestimento; mi innervosiva quando andavo in bici e in moto; mi innervosiva quando il finestrino del furgone era troppo aperto, mi innervosiva in montagna,quando la neve ti punge sulla faccia; mi innervosiva camminando per strada, quando i miei pochi riccioli si spampanavano facendomi sembrare Crusty Clown (come dicono le mie figlie). Adesso mi fa sentire vivo: quando in Germania mi fecero la tac mi portarono con la lettiga in

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un altro padiglione; c’era un brutto tempo, ma le nuvole, alcune gocce d’acqua e il vento mi svegliarono dallo stordimento in cui ero caduto, tanto che pensai “Sono ancora vivo…che bel cielo!”. E pensandoci su ho capito che amo il vento anche perché mi dá dinamismo: prima ero sempre in movimento, adesso vivo nell’ immobilità e il vento mi fa sentire in movimento, mi fa volare. 19 settembre 2006

187° giorno di malattia NELLA BUFERA Cammino nella bufera. Il vento non accenna a diminuire e continua a nevicare. Non so dove andare, c’è molta nebbia e le tracce sono sparite. Sono stanco, molto stanco, non mi sono mai sentito così stanco. La neve si alza ogni giorno di più e stento a sollevare il piede, più ci provo più lo scarpone sprofonda fino al ginocchio, fino alla coscia, fino al bacino. Sento le voci degli amici che mi chiamano, che mi incitano ad andare avanti. I dottori sono persi nella nebbia e cerco di trovare la strada da solo. Non devo mollare, so che molti non ce l’hanno fatta, ma io non devo mollare. Devo stare attento a non perdermi, a non perdere la traccia della speranza, a non abbattermi, altrimenti il grande gelo mi bloccherà senza che me ne accorga. So che posso fermarmi nel rifugio dei miei affetti quando voglio, rifocillarmi e ripartire, fino trovare la via che

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mi porti fuori da questa bufera. Non devo mollare, prima o poi il cielo si aprirà, si deve aprire… Giovedi 25 gennaio 2007

Luigi Sicuranza

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Alcune delle tante salite effettuate da Stefano 06/09/82 22/05/82 22/05/82 06/06/82 04/07/82 10/07/82 21/07/82

24/06/83 25/06/83

Sella Ciavazes Pizzo d’Uccello Pizzo d’Uccello Apuane Nona Piz Ciavazes Brenta Alta Pale S. Martino Cima Wilma Piz Ciavazes Marmolada Piccolo Vernel Cima del Coro Pale S. Martino

25/06/83

Pale S. Martino

18/07/83 22/07/83 23/07/83 25/07/83 27/07/83 11/08/83 17/08/83

Tofana Rozes Pale S. Martino Pale S. Martino Pale S. Lucano Tofana Rozes Catinaccio Brenta Torrione Comici Brenta Crozzon Sella Piz Ciavazes Gran Sasso Corno Piccolo Gran Sasso Corno Piccolo Apuane Forato Pizzo d’Uccello Cima Scotoni

13/08/82 25/08/82

19/08/83 27/08/83 06/09/83 09/09/83 10/09/83 18/06/84 10/07/84 12/07/84 13/07/84 20/07/84 21/07/84 23/07/84

Piz Ciavazes Seconda Torre di Sella Torre Venezia Castello della Busazza Torre Trieste

Gulliver Gran diedro Biagi Licia Del Torso Detassis

Gatto Marsigli Giovetti Giovetti Giovetti Gatto Marsigli M. Cosi

Castiglioni Detassis Italia 61

A. Tomasi Giovetti

De Franceschi Gran diedro Cima della disperazione Timillero Secco Cima della disperazione Timillero Thomas Costantini Apollonio Cima Canali Buhl Pala del Rifugio Frisch Corradini Agner Spigolo Nord Ferrari Sioli Stegher

Gatto Marsigli R. Carletti Gatto Marsigli Gatto Marsigli Gatto Marsigli Tomasi Gatto Marsigli Gatto Marsigli Gatto Marsigli Margiotta

Detassis Detassis Vinatzer.

Margiotta Margiotta Tomasi

punta dei due Gervasutti

Tomasi

Via del monolito Stefaluck Oppio Lacedelli Ghedina Schubert

Tomasi Tomasi Margiotta Tomasi Cavalieri Tomasi

Messner Ratti Panzeri

Tomasi Tomasi Dragoni

Messner Holzer Cassin Ratti

Margiotta Tomasi

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24/07/84 05/08/84 29/08/84 01/09/84 02/09/84 03/09/84 03/09/84 08/07/85 09/07/85 18/07/85

04/08/85 05/08/85 20/08/85

Torre Venezia Crozzon Roda di Vael Cima d’Ambiez Cima d’Ambiez Cima d’Ambiez Torre d’Ambiez Sass delle Nove Sass de la Crucs Civetta Pan di Zucchero Civetta Torre di Valgrande Lavaredo Lavaredo Pizzo Badile

22/08/85

Pizzo Cengalo

Spigolo Ovest

30/08/85 05/10/85

Vinatzer

01/07/86 13/08/86 14/08/86

Marmolada Salame del Sassolungo Marmolada Piz Ciavasez Lagazuoi Nord

23/04/87 30/06/87 09/07/87

M. Blanc du Tacul Gabarrou Albinoni Sass dela Crusc Weg der Blumen Aig. du Midi Contamine

10/07/87 11/07/87 14/07/87 17/08/87 19/08/87 21/08/87 21/08/87 31/12/87 13/07/88

Triangle du Tacul Chèrè Couloire M. Blanc du Tacul piler Gervasutti Dru Petit Diretta americana Aig. de Roc p. E Ambience Eiger-Wand Lachenal Point Contamine Gendarme du Peigne La passe Mongole Gendarme du Peigne Le Ticket Les Courtes Svizzeri Enver des Aiguilles pilier Inf. Georges

14/07/88

1° P.ta des Nantillons

19/07/85

Andrich Pilastro dei Francesi Buhl Fox Stenico Via della soddisfazione Vienna Diedro Armani Messner Grosse Mauer

Dragoni Tomasi Gatto Marsigli Tomasi Tomasi Tomasi Tomasi Virgilio Matteini Cencetti

Schober Carlesso Piccolissima Cassin Cima Ovest Cassin Cassin

Comici Don Chischotte Micheluzzi p. alta via del Drago

Benvenu Georges I

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Cencetti Virgilio Virgilio Margiotta, Ciampolini Margiotta Ciampolini Gatto Marsigli Miriam Virgilio Franceschini L. Pratesi Brogioni Margiotta Virgilio, Zecchi Ciampolini , Ciacci Ciacci Ciampolini Ciampolini Benincasi Benincasi Ciampolini Ciampolini Equizi Ciampolini Donero Ciampolini Donero


UNA VITA IN MONTAGNA

16/07/88

Pointe de Lepiney sp. SE J’t’aime j’t’ai conquist

15/08/88 03/10/88 15/08/89 14/07/90 15/07/90 ago/1990

Gran Capucin Campanile Basso Pic A. Rey Torre di Valgrande Punta Civetta spedizione

Svizzeri Graffer Saluard Carlesso Aste FREE K2

10/09/90 10/09/90 23/12/90

Piz Ciavazes Piz Ciavazes Val Varaita

Buhl Vinatzer Ciucchinel

02/07/91 04/07/91 27/07/91

Gervasutti TD Parravicini,.

29/07/91 03/08/91 08/09/91

Punta Allievi Torrione di Zocca 1° P.ta des Nantillons Cervino Lastoni di Formin Torre Venezia

23/12/91 24/12/91 18/08/92

Val Daone Val Daone P.ta Fiammes

Excalibur Merizzi-Miotti P. Rodela

21/08/92 12/09/92

Sass dla Crusc Piantonetto Mroz

Mayerl diedro Scoglio Gogna

13/09/92

Piantonetto Destrera Piantonetto Locatelli

27/12/92 28/12/92 29/12/92 08/04/93 03/07/93 04/07/93 05/07/93 17/07/93 18/07/93

Val Varaita Val Varaita Val Varaita Colodri Torre Venezia Torre Venezia Sella Piz Ciavazes Briançon Tenailles Briançon A.du Lauzet Briançon Tete Colonbe Macciaby Lomasti

20/07/93 22/07/93

Benevenu Georges V Normale italiana Priolo Andrich

Ciampolini Donereo Zecchi Daniele Vighetti Vighetti Mountain Wilderness Virgilio Virgilio Calamai, Sicuranza Cappelletti Cappelletti

Valeria Pineta Berrò Sommadossi Andrich Tissi Schubert Renaud

Gambi R.Paoletti Calamai Franceschini Sicuranza Calamai Calamai Calamai , R. Cecchini Calamai Ciampolini Cappelletti. Ciampolini S. Cappelletti Calamai Calamai Calamai Sicuranza Calamai Calamai Calamai Calamai

Beaux Quartiers

Calamai

Bal de Boucas Lomasti

Calamai Calamai

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UNA VITA IN MONTAGNA

23/07/93 21/08/93 23/12/93 24/01/94 30/05/94 19/06/94 21/08/94 28/12/94 12/02/95 15/04/95 19/06/95 11/07/95 13/07/95 24/07/95 25/07/95 18/02/96 04/11/96 29/12/96 23/02/97 06/07/97 07/07/97 01/09/97 02/09/97 06/10/97 14/12/97 15/02/97 26/12/97 27/12/97 29/06/98 08/07/98 12/08/98 13/08/98 16/08/98 17/08/98 19/08/98

Piantonetto Becco di Valsoera, Lavaredo cima Grande Valnontey Val Varaita Forato Civetta Torre Trieste Seconda Torre di Sella Briançon Val Aurina Piccolo Dain Ciampac Catinaccio p N Catinaccio Gran Capucin Pic A. Rey Val Daone Cima Vertana Val Varaita Sappada Tenailles de Montbrison Ailefroide Civetta Torre Trieste Tofana Rozes Val di Rabbi val Paghera Ceillac (F) La Grave (F) monte Brento Briançon Tete Colombe punta Sfinge Scoglio delle Metamorfosi punta Torelli Piz Cengalo Val di Mello

Mellano Perego

Calamai

Comici Dimai Acheronte Ciucchinel Falce di Luna Superforato

Sartori Calamai Calamai Calamai, Sicuranza

Carlesso

Calamai, Sartori

Messner Chambran Tristenbachfall Loss Pilati Andag Vinatzer Punta Emma Stegher Bonatti Gervasutti Multistrato parete Nord Pineta nord – Martinet Specchio Biancaneve Vol et Volupté vie varie Solda Tissi Pompanin- Alverà cascata Madre Albero di Natale cascata Y – Easy Rider Pilon Boomerang

Margiotta Calamai Calamai Morabito Calamai Cavalieri Cavalieri Calamai M. Turchi Calamai Calamai Calaami Calamai Calamai Sartori Calamai Cavalieri Cavalieri Calamai Calamai Calamai Calamai Calamai Morabito

Ecaille Morbegnesi

Calamai L. Fini

Risveglio di Kundalini Mauri spig SSE Vinci spigolo Luna Nascente

Cavalieri Lavi Paoli, Marinai Cavalieri

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UNA VITA IN MONTAGNA

12/08/99

Cordillera Blanca

Nevado Ishinca

14/12/98 08/02/99 25/06/99 27/12/99 27/12/99 29/12/99 08/07/99 01/02/00 16/01/00 16/01/00 23/01/00 23/01/00 24/01/00 30/01/00 30/01/00 31/01/00 31/01/00 14/02/00

Sappada Val Varaita Rosetta Pejo Pejo Piana val Mont Maudit val Daone val Daone Cogne val Daone val Daone val Daone val di Fassa val di Fassa val di Fassal di Dolomiti Fassa valle Aurina

specchio di Biancaneve Black Marasma Garbari Fonte Pejo Alpen ranch Palin paletta cresta Kuffner Ribor Placca multistrato Valmiana Machu Picchu Excalibur Salmonata Fontanazzo Fontanazzo sinistra Rio Pelous Trampolini Ursprung

27/02/00 02/02/00 26/04/00

val di Rabbi val di Rabbi Montagna Spaccata

Grand Hotel Colonna del salto mortale

21/06/00 22/06/00 29/07/00 30/07/00

sali, tabacchi e valori bollati

27/08/00 29/08/00 02/09/00 03/09/00 03/12/00

Punta Grhoman Pordoi Catinaccio Catinaccio Punta Emma Tete d'Aval Presles Capucin Lomasti val di Rabbi

Dimai via della Galleria Croda di Re Laurino Stegher Balade d'enfer Le droit chemin Roi du Siam Vertigine Cascata madre

21/07/01 25/07/01 27/07/01

Aiguille Dibona Becco di Valsoera Triolet

Visit obligatoire Grassi Miotto Seconda punta centrale

28/07/01

Triolet

Profumo proibito

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Calamai, Baldi, Lenzi, Angeletti Calamai Calamai Calamai Virgilio Virgilio Margiotta Cristiano Margiotta Margiotta Virgilio Lenzi da solo Lenzi Virgilio Virgilio Virgilio. Virgilio Calamai Angeletti Virgilio Virgilio Calamai, Maltinti Calamai Calamai Aliosa, Morabito Morabito Virgilio Virgilio Virgilio Virgilio Lenzi, Angeletti Calamai Calamai, Lenzi Cavalieri Cavalieri Calamai Cavalieri Calamai


UNA VITA IN MONTAGNA

26/08/01 27/12/01 28/12/01 01/04/02 24/06/02 21/07/02 07/09/02 27/01/03 03/03/03 03/03/03

Marmolada val Formazza valle Antrona Tour Ronde torrione Querzola Lagazuoi Nord Covolo punta Santner Sottoguda Val Aurina Val Aurina

Bettega Anfiteatro cascata Tornanti Parete Nord Uccello di fuoco via del Drago Ritorno dall'oltretomba spigolo N Cattedrale Prima galleria Jahrzahlwand

18/07/03 28/12/03 29/12/03 30/12/03 01/20/04 15/02/04 01/3/04 01/03/04 12/04/04 26/12/04 09/01/05 16/01/05 16/01/05 17/01/05 13/02/05 20/03/05 21/03/05 30/05/05 28/06/05 29/05/05 30/06/05 29/06/05 03/07/05 17/08/05 04/09/05

Badile Lillaz Cogne Cogne val Varaita val Daone Sottoguda Sottoguda val Varaita val Valmalenco val Pellice val Daone val Daone val Daone val di Rabbi val Varaita val Varaita Apuane Bardonecchia Briançon Briançon Briançon Bernina Ladakh Disgrazia

01/07/06 28/12/07 30/07/08 31/07/08

Albigna val Fontana Ailefroide Ailefroide

Spigolo N Chandelle levure Patri Lillaz Pineta Nord Sogno del gran scozzese Spada nella roccia Nel sole Martinet Pirolina Jervis Patia d'amount Excalibur Machu Picchu Super Paio Cascata madre Salto dei Pachidermi Cucchinel Castagnolo mon amour Parete dei militari Palavar les flot La Poire,Ecrin total Palavar, Cascades blues Biancograt Kang-Yatse m. 6.200 Pizzo della Vergine, Cassandra Crossing Bio Pfeiller, Miki Giasusa Palavar En toura tous le affreux Traverse du Pelvoux

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Lenzi Lenzi, Calamai Lenzi , Calamai Virgilio Aiazzi Cavalieri. Cavalieri Pratesi, Calamai Calamai Calamai Margiotta Calamai Calamai Virgilio Lenzi, Calamai Lenzi, Calamai Virgilio Virgilio Virgilio Virgilio Virgilio Lenzi Virgilio Lenzi, Calamai Lenzi, Calamai Lenzi Lenzi, Calamai Pratesi Pratesi Calamai Calamai, Pratesi Calamai, Pratesi Calamai, Pratesi Calamai, Pratesi Virgilio Lenzi Virgilio, Pescini D’Andrea Lenzi, Calamai Calamai Calamai


UNA VITA IN MONTAGNA

01/08/08 02/08/08

Tete Colombe Briançon

La valse de boucs Pilier gris

Calamai Calamai

L’elenco delle vie è parziale e ricavato in parte dai documenti di Stefano. Chiedo scusa per eventuali omissioni, sicuramente mancheranno alcune salite, comunicateci eventuali inesattezze.

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UNA VITA IN MONTAGNA

BIOGRAFIA: Stefano Rensi era nato a Firenze il 24 gennaio1952. Dopo aver frequentato gli studi all’ITI " Leonardo da Vinci" di Firenze, si iscrisse alla facoltà di ingegneria e poi a quella di architettura superando numerosi esami. Nello stesso

periodo ebbe diverse

esperienze di attività agonistica come ciclista. Nei primi anni Settanta cominciò il suo impegno con l’allora Arci-Uisp dove si dedicò all’insegnamento dello sci ai ragazzi. Dal 1977 ha insegnato educazione tecnica nelle scuole medie di Prato. Agli inizi degli anni Ottanta Stefano fu uno dei promotori e dei più assidui frequentatori delle uscite collettive del gruppo "Azimut" affiliato alla Lega montagna dell'Uisp. Nello stesso periodo cominciò ad arrampicare e da allora questa divenne la sua attività sportiva prevalente e le numerosissime cime salite e vie alpinistiche ripetute lo testimoniano. Nel 1990 partecipò alla spedizione ecologica "Free K2" in Pakistan. Nel 1998 divenne istruttore di alpinismo del Cai di cui è stato socio per 38 anni; nel 1999 superò il corso per guida ambientale escursionistica e faceva parte di "Ufficio guide". Nel 2006 fu nominato presidente dell’associazione Cai-Sesto Roccia di Sesto Fiorentino che ha in gestione la palestra indoor allestita nel liceo "Agnoletti" di Sesto. L’8 dicembre del 2008 Stefano è morto per assideramento dovuto a un banale incidente durante una facile escursione alle pendici delle Tre Cime di Lavaredo.

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UNA VITA IN MONTAGNA

Indice: Biografia:.................................................................................................... 89 Cima Vertana parete nord........................................................................... 69 E meno male che avevamo l’accendino...................................................... 25 Il ricordo di Maria......................................................................................... 9 Il vento........................................................................................................ 77 Indice delle foto .......................................................................................... 91 La farfalla tornerà a volare ......................................................................... 77 Le scalate .................................................................................................... 81 Monte Bianco e dintorni ............................................................................. 65 N 46° 60’ E 012° 28’ ................................................................................ 61 Nella bufera ................................................................................................ 78 Non ne aveva mai abbastanza..................................................................... 57 Pochi mezzi e tanta voglia .......................................................................... 50 Quel ringambo sulla sude della Marmolada ............................................... 47 Quella volta che insegnò a scalare... ........................................................ 33 San Valentino 1994 .................................................................................... 75 Sperimentare un’assenza ............................................................................ 23 Tutto cominciò nella baita di Gigi e Berta.................................................. 43

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UNA VITA IN MONTAGNA

Indice delle foto Foto 1 - salita verso il rifugio Auronzo......................................................... 7 Foto 2 - Shirinagar (Kashmir)..................................................................... 12 Foto 3 - cascata di ghiaccio a Sappada ...................................................... 17 Foto 4 - Kang Yatzè m. 6.200..................................................................... 20 Foto 5 - turismo a Delhi.............................................................................. 21 Foto 6 - Vallée di Frassinier (F).................................................................. 22 Foto 7 – Giuseppe Margiotta e Stefano ...................................................... 24 Foto 8 - Punta Santner ................................................................................ 32 Foto 9 –Dolomiti, Lagazuoi........................................................................ 38 Foto 10 –Les Deux Alpes ........................................................................... 39 Foto 11 – Appennino, verso il Giovo ......................................................... 39 Foto 12 - La Grave (F)................................................................................ 40 Foto 13 -Alpe di Siusi................................................................................. 41 Foto 14 – Sulle nevi del Monte Bianco ...................................................... 46 Foto 15 - Al rifugioVazzoler ...................................................................... 49 Foto 16 – Stefano arrampica a Bismantova ................................................ 56 Foto 17 - Stefano sulle Dolomiti Ampezzane............................................. 58 Foto 18 - 2 Stefano con M.Pratesi e M. Baldi ............................................ 59 Foto 19 - Frassinières.................................................................................. 59 Foto 20 – Appennino .................................................................................. 60 Foto 21 – Il pranzo al ritorno da una gita.................................................... 60 Foto 22 - Festa dello Sport Q3 Firenze....................................................... 63 Foto 23 - sulla cima del Libro Aperto......................................................... 63 Foto 24 – Stefano, in montagna .................................................................. 64 Foto 25- Luigi Sicuranza ............................................................................ 79 Le foto: 1, 3, 8, 12, 13, 18, 19, 22, 23 e 25 sono di A. Calamai copertina, 2,5, 6,e 17 sono di M. Maltinti la 4 è di E. Lenzi 9, 10, 11, 14, 20 e 21 sono di P. Caramelli 7 e 15 sono di G. Margiotta la 16 è di M. Marsigli

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Stampato a cura di :

www.ufficioguide.it

-

info@ufficioguide.it

Alberto Calamai dicembre 2009 Firenze

Non c’è un prezzo stabilito, il ricavato delle offerte sarà devoluto al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico


Una vita in montagna  

Il ricordo di Stefano Rensi

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