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MICHELE SANVICO

ABYSSUS SIBYLLÆ Romanzo


Proprietà Letteraria Riservata ABYSSUS SIBYLLÆ © 2010-2011 Michele Sanvico I diritti di riproduzione, diffusione, distribuzione, elaborazione e traduzione e ogni altro diritto di cui alla legge 22 aprile 1941, n. 633 e s.m.i. sono riservati. Nessuna parte del presente testo può essere utilizzata, riprodotta o diffusa con qualsiasi mezzo senza autorizzazione scritta dell’Autore.


A Silvia e Agnese


PROLOGO

Notte di luna, notte di luce. Un vento leggero percorre la vasta distesa dormiente, lievemente sfiorando le soffici erbe, madide di fresca, scintillante rugiada. Nell’aria serena, inondata dal chiaro splendore dell’astro fulgente, riluce l’altipiano deserto, sospeso tra gli oscuri profili dei monti, dai quieti declivi silenti, e le stelle invisibili, bandite dal lume di serico argento che le visioni dell’uomo accompagna, da epoche immemori, nei regni ammalianti del sogno. Sul pianoro tacito, immenso grava oscuramente la volta infinita dell’universo, dalle cui solitudini disabitate spirano gelide arcane correnti, che cupe discendono fino a lambire le pallide creste di roccia, come rispondendo ad un sinistro richiamo, misterioso e sfuggente, innalzantesi rapido dal ventre furtivo delle desolate montagne; appello misterioso e dolente, elevato con voce inaudibile dagli spiriti ctoni che attendono, ignoti, negli insondabili abissi di pietra. Solo la mole imponente, superba del Monte Vettore, cinta di divina radianza, osa sfidare quel cielo notturno, quel cosmico vuoto punteggiato di soli distanti, occultati dall’aspro riverbero del disco lunare; solo quella massa titanica, scagliata nel mondo con furia dal grembo di un mare scomparso, fronteggia l’immane voragine che follemente precipita verso la tenebra profonda, immota dello spazio. Nave mostruosa, affiorante nel tranquillo silenzio dall’oceano d’erba sognante, bagnata di candida luce, la montagna protegge i percorsi segreti, le vie d’accesso elusive che, ascendendo ripide lungo i fianchi scoscesi delle altissime rupi, conducono alle antiche dimore delle potenze divine, il cui imperio si estende, lungo i sentieri di cresta e le vertiginose giogaie immerse nell’inerte bagliore fantastico, fino al lugubre monte, prodigioso e maligno, della Sibilla. Nessun suono interrompe l’incanto luminoso, il sonno cristallino, immutabile del paesaggio addormentato: solo, in distanza, un baluginare sommesso di luci, il trascorrere fievole di voci lontane; segno certo che qualcuno, tra le case ed i vicoli di Castelluccio, sta vegliando nella tiepida ora notturna. È questo lo scorcio che appare al viandante, il quale si rechi nella notte al Pian Grande, affrettando fremente il passo timoroso, allarmato; impaziente di giungere al tetto ospitale ed amico, ai volti affettuosi, nel silenzio nefasto, inebriante e malevolo, del plenilunio.

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