Issuu on Google+


Progetto editoriale: Absolutely Free sas Grafica: Nicoletta Azzolini In copertina: foto di Filippo Venturi

Š Copyright, 2011 Editrice Absolutely Free - via Rocca Porena, 44 - 00191 Roma E-mail: info@absolutelyfree.it Ăˆ vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche a uso interno o didattico, non autorizzata

ISBN 978-88-97057-43-7


5

sport.doc

GIORGIO CIMBRICO

Gli implaccabili

I giganti che scrissero la Storia del Rugby


presentazione >> Giancarlo Dondi

Sei scudetti, sei nazioni

Presidente Federazione Italiana Rugby

Ho avuto la fortuna di vivere il mondo del rugby italiano degli ultimi cinquant’anni ricoprendo molteplici ruoli: giocatore, dirigente di club, consigliere federale, presidente della FIR. Lungo questo lasso di tempo, inevitabilmente, ho incrociato la mia strada con un numero di giornalisti superiore a quello che, per mia inclinazione, avrei ritenuto sufficiente. Altrettanto inevitabilmente, mi sono spesso domandato quanti di loro avessero una comprensione effettiva del rugby in quanto gioco e quanti invece, magari per non averlo praticato, si limitassero ad apprezzarne la spettacolarità, i valori, l’epos senza dare poi troppa importanza ai tecnicismi che uno sport tanto complesso porta con se, oggi più ieri. Credo di non fare un torto a nessuno nel dire che la seconda categoria è sensibilmente più nutrita della

5


prima e ho la certezza che Giorgio Cimbrico non se ne avrà a male se lo inserirò tra i più affezionati ed entusiasti voyeur del nostro movimento. Questo libro, il suo primo dedicato al rugby, è la prova lampante di un amore per la palla ovale nato non sul campo pietroso del Carlini, nella Genova rugbistica di Marco Bollesan ma, per sua stessa ammissione, davanti ad un televisore in bianco e nero negli anni carbonari del Cinque Nazioni. Ed è un amore che, traspare capitolo dopo capitolo, non di certo figlio di quello che un’altra penna del nostro sport, Luciano Ravagnani, ama definire kilorugby. Perché il rugby di Giorgio è quello di Alexander Obolenski, di Eric Liddell, di Marco Bollesan, di Paolo Rosi: lo stesso rugby che mi ha spinto, ragazzo, ad abbandonare il salto in alto per affrontare l’avventura del pacchetto di mischia, delle maglie infangate e dei calzettoni pesanti per l’acqua assorbita. E che mi ha permesso di cementare, giorno dopo giorno, placcaggio dopo placcaggio, amicizie che ancora oggi mi accompagnano. Nel 2011, lo dico con la consapevolezza del dirigente sportivo moderno ma anche con la nostalgia dell’appassionato di lungo corso, quel gioco ha lasciato spazio a qualcosa di diverso: ma ogni pagina che vi aspetta, da qui in avanti, sarà un tuffo nel passato. Per noi giovanotti non più di primo pelo, è un ritorno alle nostre origini e più a ritroso ancora, alla riscoperta di quella scintilla che ha fatto scoccare il nostro amore per il rugby; per i ragazzi che conoscono il rugby mediatico e luccicante dei giorni nostri, che lo seguono sui loro iPhone e sui loro computer sempre più piccoli, una splendida opportunità per comprendere quello che 6


era il nostro mondo di qualche lustro fa. Un mondo sicuramente meno ricco, forse piÚ felice, oggi ormai passato, ma quanto mai vivo nei ricordi di tanti di noi, compresi quei giornalisti che magari non hanno mai giocato, ma che sono i piÚ grandi sostenitori e narratori della grande epopea di uno sport straordinario. Grazie a Giorgio Cimbrico per averci ricordato, in tempi in cui dimenticare sembra un po’ troppo facile, come eravamo e come, anche nei giorni di internet e dei diritti televisivi milionari, ci piace ancora essere. A voi tutti, buona lettura e buon rugby. Giancarlo Dondi

7


Twickenham

Luciano Ravagnani

>

prefazione >

Di libri di rugby ne ho letti. Tanti. Fin dove la conoscenza, spesso approssimativa, delle lingue mi consentiva. Francese e inglese, soprattutto (la letteratura rugbistica è lì). E in italiano, ovviamente. Da noi, negli anni più recenti, l’editoria non ha certo trascurato il rugby, il che è già un bel segno di cambiamento. Personaggi, ambienti, culture, questioni sociali, emigrazione, sviluppo. E poi aggressività controllata, funzione socializzante, comportamenti, tecnica, regole. Che gran terreno di coltivazione umana è il rugby! Forse la scuola francese si riferiva a tutto ciò quando lo ha definito “fenomeno vivente e umano, nel quale la vita comanda…”, aggiungendo, a sostegno dell’interpretazione pratica, “… e l’ordine naturale precede l’ordine logico”. Ma un libro come questo degli “Implaccabili” di Giorgio Cimbrico non l’avevo mai letto. E mi mancava, lo confesso. Scrive Cimbrico alla fine del capitolo su Marco 9


Bollesan, che poi praticamente è la fine del suo libro: “Tutte le storie hanno una morale, da Esopo a Cervantes, per arrivare a Cormac McCarthy: ‘la storia siamo noi’, in questi mesi diventati un paio d’anni si era occupata del fondatore più o meno mitizzato di questa faccenda ovale che amiamo, di Eric Liddell campione e martire, di spaccamontagne irlandesi, di uno stravagante australiano che aveva la valigia sempre in mano, di un francese finito come Icaro, di un illustre e coraggioso neozelandese, di una vivente leggenda gallese. Era il momento ed era il caso di parlare di noi. L’implaccabile sembrava il più adatto. Lo è”. Penso che la morale sia anche un’altra, quella di un compiuto avvicinamento - almeno nel rugby – tra la cultura anglosassone e la nostra, umanistica. “Il rugby – è stato scritto – ha suggerito di guardare le statue elleniche con altro occhio, dopo secoli di codificazione della bellezza”. La bellezza nuova del movimento dell’uomo nel combattimento. Arthur Honegger per la sua sinfonia “Rugby 1928”, disse che il suo intento era “… opporre alla progressione quasi matematica della macchina, la diversità del movimento umano, i suoi bruschi slanci, i suoi arresti, le sue volate, i suoi rallentamenti”. Nel libro di Cimbrico, e te ne accorgi presto ma lo assapori solo alla fine, c’è la nascita di tutto questo. Dapprima tra suggestioni storiche di personaggi da Ruzante, poi con espressioni sincere di umanità applicata a un gioco complesso che all’uomo richiede molte virtù, più di quante non ne richieda la vita di ogni giorno. Il viaggio è lungo e si ferma sulla soglia del rugby come si gioca oggi. Ma aiuta a capire quello di oggi. Insomma un viaggio dall’uomo a Lomu (Jonah Lomu, il già mitico giocatore degli All Blacks che alla Coppa del Mondo 1995 in 10


Sudafrica, frantumò i codici di un atletismo naturale e genuino, proiettandolo nell’artefatto e – qualche volta – adulterato). Giorgio Cimbrico “arriva” dall’atletica leggera che per lui è – come in un suo libro - “la Regina e i suoi amanti”, un titolo definito elisabettiano “per un tentativo di rotta, di circumnavigazione di un mondo così tondo da prevedere ogni tipo di situazioni”. Un mondo che è anche quello del suo rugby, così come lo rilanciano i suoi “Implaccabili”. La storia dell’Impero Britannico è fra i preminenti interessi culturali (che sono infiniti) di Cimbrico. E si capisce bene. Se il rugby è stato “il gioco dell’Impero”, cioè esportazione di un’educazione, di conoscenza, di comportamenti, di quel cristianesimo muscolare che fiorì con Thomas Arnold nella public school di Rugby, era proprio necessario un cultore di quel periodo storico per animare personaggi così diseguali e anticonformisti e al tempo stesso così somiglianti, così conformi. Così funzionali al rugby. Giorgio Cimbrico è uno scrittore vero prestato al giornalismo, e le sue storie sono molto esemplari di chi ha interpretato il rugby facendo cadere in amore, in uno sprofondare irrazionale, lui e altri come lui. Oggi è tutto molto diverso (“Questo caffè non è più come quello di una volta”, diceva il vecchio generale a John Wayne in “Rio Bravo”, del grande John Ford, ed eravamo appena negli Anni Cinquanta) e, ovviamente, ora, naufragar è dolce in questo vecchio mare. Sì, un libro così a me mancava. Oppure, molto più semplicemente, penso mancasse a tutti. Mancava sicuramente al Rugby. Luciano Ravagnani 11


La meta

>

introduzione >

Al tempo delle basette lunghe, dei colletti portati disinvoltamente all’insù, eravamo molto poveri e molto felici, era la festa mobile del rugby e tutto questo l’abbiamo vissuto non perché avessimo i soldi per andare all’Arms Park che era meravigliosamente grigio o a Twickenham che sembrava più distante di Shangri-la o a Murrayfield che con quelle sponde in erba pareva il teatro perfetto per la battaglia di Stirling o di Bannockburn. L’abbiamo vissuto come i monelli di Ray Bradbury che amavano i razzi e li guardavano partire da lontano e sognavano gli azzurri spazi. L’abbiamo vissuto più di quarant’anni fa, davanti a una vetrina di un negozio di elettrodomestici dove incautamente avevano lasciato accesa una tv e la Rai, sì, la Rai, trasmetteva Galles-Inghilterra, e quando il padrone venne per girare una manopola, noi lo pregammo con gesti muti: «No, no». Fu clemente e ci accontentò. 13


E tutto questo, bene o male, l’abbiamo vissuto (e a questo punto è bene precisare che questo “abbiamo” non è maiestatis, solo riferito a chi stava con me, in certi momenti e in altri che sono seguiti) e poi c’è tutto quello che non ho vissuto e ho tentato di vivere leggendo qua e là, andando, vedendo, commuovendomi, invidiando i sedimenti storici e l’orgoglio altrui. E così sono andato a cercare queste storie, questi uomini, su una strada che, diversamente da quella raccontata da Cormac McCarthy, non è disseminata di simboli, di metafore trasparenti, ma di fatti e di uomini, e mi sono accorto che il rugby è proprio una faccenda da grandi: lo guardava in tv Samuel Beckett e chissà che trame dell’anima trovava in quelle battaglie; veniva usato da Nelson Mandela come strumento per continuare, faticosamente, il cammino sulla lunga strada per la libertà; si trasformava in momento spirituale quando gli All Blacks, prima di ogni viaggio verso nord che questi neri rondoni stavano per intraprendere, cercavano la benedizione di chi aveva segnato la meta più alta: Edmund Hillary, il conquistatore dell’Everest, offerto in dono a una giovane regina, Eisabetta II. Il risultato non è equilibrato, lo so bene. A un libro che vede la luce nell’anno dei Mondiali si chiede una bella spruzzata di Nuova Zelanda, anche sotto il profilo ambientale e culturale (la haka gode sempre di alte quotazioni…), dosi opportune di Australia, Sudafrica, Inghilterra, Francia, etc e, naturalmente, tanta Italia che, secondo gli schemi odierni, è l’argomento che interessa di più, che deve interessare di più. Inutile aggiungere che un capitolo dovrebbe essere dedicato ai valori del rugby: visto che se ne stanno attivamente occupando gli sponsor, meglio lasciar perdere. 14


Non essendo speziale, e non essendo callido né come Diomede o come il suo sodale Ulisse, ho preferito seguire la mia di road. Tortuosa, irrazionale, privilegiando quelli che hanno dato la vita, quelli che, in pace o in guerra, non si sono imboscati, quelli che non hanno mai fatto calcoli. O quelli così grandi che non si poteva fare a meno di avere. Non rimaneva che andare a ricercare qualche aspetto riposto, qualche cristallo non ben lucidato. Il fatto che William Webb Ellis sia sepolto in una specie di appendice della mia regione – a Mentone – mi ha riempito di gioia e costretto a un pellegrinaggio al cimitero vecchio. “Gli implaccabili con due c”, è il vero titolo che avrei voluto dare perché oggi i tentativi di allusione, di tenera ironia, ogni strizzare d’occhi, spesso cadono nel silenzio, nell’incomprensione, nell’imbarazzo. “Gli implaccabili con due c” era più chiaro, ma anche così può andar bene. Quella C appesa, nel titolo, sembra un pallone che rimbalza strano, sposa perfettamente storie di gente che è stato difficile buttar giù, a meno che il tackle sia stato premeditato, messo in atto dalle Parche o dalle streghe di Macbeth. A quelle non resiste nessuno. Avrei altro da dire, e anche da lamentare, ma sarebbe una geremiade: dove è finito il nostro, vecchio, meraviglioso rugby popolato di pastori e avvocati, minatori e medici condotti, guerrieri e missionari, principi e plebei, asceti e libertini, astemi e ubriaconi? Pare un’incisione di Hogarth, ed è un mondo distante quanto quel pomeriggio di poco più di quarant’anni fa, passato davanti a una vetrina, per quel Galles-inghilterra che diventò grotta del tesoro, magazzino dei mondi, rivelazione. Visione, l’avrebbe chiamato Dylan Thomas 15


che non è un caso fosse gallese. E allora non mi rimane che pensare e scrivere la cosa piÚ banale: sperare che il libro cada tra le mani di chi sa amare storie cosÏ. In giro ce ne sono ancora, non ho dubbi.

Giorgio Cimbrico

16

Genova, maggio 2011


capitolo 1 Le origini di tutto. Tom il bottaio e Geoffi il tintore. Gli scontri sul prato di St Martin al riparo dalla legge

Il pallone ovale

>

Tom aveva ancora le ossa rotte: quelli della valle del Tamigi avevano picchiato duro ma erano tornati a casa sotto di una palla. E così ora Tom e Geoff volevano metter su un altro scontro e pensavano che non sarebbe stato male per la terza domenica di aprile. Dove, avevano già deciso: St Martin in the Fields, bel prato grande e piatto, intorno un po’ di siepi, poco frequentato. Nessuno che venisse a rompere i coglioni, a voler fare rispettare quel vecchio ordine del sindaco Farndone che non aveva fatto altro che esprimere la volontà reale del vecchio Edoardo: «Bandito dalla città il gioco della palla con le mani e con i piedi, pena l’arresto». Tom il bottaio e Geoff il tintore non erano neanche nati quando il sindaco aveva fatto affiggere quell’ordine (mai capito quanto fosse utile farlo affiggere: a parte qualche scrivano e qualche prete, nessuno sapeva leggere) e comunque la disposizione reale era chiara: il gioco è proibito in città, mica in campagna e St Martin 17


era campagna. La città finiva mezzo miglio più in là della Torre se si guardava a ponente e anche meno se si volgeva l’occhio a mezzogiorno. «Ho incontrato uno di quelli di Sheperd’s Bush e mi ha detto che loro sono disponibili», disse Geoff quando la sera si incontrarono alla cantina di Sam, che faceva arrivare la birra da York e così aveva sempre il locale affollato. «Quanti?». Loro sarebbero per cinquanta contro cinquanta».«Per me va bene. Ma che tipi sono?». «Contadini, qualche pastore». «Quelli di Hammersmith sono peggio: dico che si può fare. E per la data?». «A loro va bene quella che dicevi tu: terza di aprile». «Hanno la palla?». «Non credo». «Vado da Gort e gliene faccio fare una: sono arrivati maiali dalle Midlands». «Non grande come l’altra volta, Tom. Facile che la facciano cadere. O che la rubino». «Tranquillo». Per entrare in casa, Tom doveva passare dalla tettoia dove lavorava alle botti. Già, le botti. Al solito, Liz rompeva e i bambini frignavano. «Ho ancora sette patate e un po’ di verza. Poi, finito. E’ passato David e dice che sei in ritardo con la consegna e così quei sei scellini se li è tenuti in borsa. Si può sapere…». «Domani finisco il lavoro». Completamente dimenticato; era così quando sentiva scorrere dentro il fluido caldo della sfida. Lo riportava ai vecchi tempi, a quasi vent’anni prima quando era un ragazzo e si era ritrovato in Francia, con il re che doveva essere sui trent’anni – doveva ammetterlo, un bell’uomo - e con il principe di Galles, il Principe Nero, e avevano dato una sonora lezione a quei mangiarane che tutti eleganti e acchittati, in corazza e con i cavalli che anche loro, poverini, portavano la corazza, li avevano caricati di fronte. «Ora dico io – pensava Tom – si può essere più imbecilli? 18


Noi a cavallo avevamo solo il re, il principe e un po’ di signori, i lord. Poi, s’era tutta gente del popolo, noi e quelle zucche dei gallesi: arco, frecce, pali di legno lunghi e appuntiti e coltellacci che erano per chi non era morto di freccia o si era spezzato la schiena cadendo da quei loro cavalloni» L’amicizia con Geoff era nata quel giorno, che se ricordava bene era d’estate, in un posto che si chiamava Crecy. E alla fine il re, il comandante che era un normanno che si chiamava Geoffrey Harcourt ma era uno di cui ci si poteva fidare, e il principe, che era il babau dei francesi, avevano detto che si era visto di cosa sono capaci gli inglesi e il principe aveva messo dentro il conto anche i gallesi perché lui era il principe di Galles e per quei suoi zappaterra aveva in serbo anche un regalo. E allora i gallesi si erano eccitati e avevano cominciato a mormorare: «Finalmente allargherà i cordoni della borsa». E invece niente. Tirò fuori uno stemma con tre piume e disse che glielo aveva donato il re di Boemia - che oltre che essere francese era anche mezzo cieco e chissà per chi lo aveva preso - e che d’ora in avanti sarebbe stato il simbolo del Galles. E uno di quelli che quel giorno aveva scoccato tanto e bene e si sentiva sicuro di sé, ebbe l’ardire di alzare la voce: «E il fiore di porro?». Il Principe Nero non lo degnò di una risposta e tutto sommato fu un bene: Tom aveva visto tagliare una mano o la lingua o un par d’orecchi per molto meno. Dicono sia difficile capire di aver vissuto la storia. Tom e Geoff, che non sapevano leggere né scrivere, ne furono capaci e così andarono da uno dei preti che seguivano l’esercito inglese per benedire e assolvere quelli che tiravano le cuoia e gli chiesero che giorno, 19


mese e anno fosse e il prete, normanno anche lui (Simon? Può darsi…) rispose che sul giorno aveva qualche dubbio, ma che era agosto, e che tenendo conto dell’arco descritto dal sole, si doveva essere verso la fine, e che contando dalla nascita di Nostro Signore era il 1346. Qualche giorno dopo, l’esercito fece dietrofront, andò verso la costa: assediarono Calais per un tempo che non finiva mai e quando tornarono in Inghilterra doveva essere il 1347: in certi calcoli i poveri vanno un po’ a palmi. A menar le mani Tom aveva imparato per il re e per l’Inghilterra, e piegar doghe e a conciar botti non era il massimo per chi aveva solcato i campi di Francia e aveva visto il re cucirsi i tre gigli accanto ai tre leoni. Sarà stato un anno che erano tornati quando vide Geoff sbarcare vicino alla Torre da uno di quei traghetti da un penny: le mani rovinate dai colori che si usavano per i panni che arrivavano dalla Fiandra, dall’Irlanda, e quei solchi lasciati dalla corda dell’arco. Una birra, due, i ricordi ancora freschi, il rimpianto per quella vita infame. «Un modo per tenere il sangue caldo c’è». «Già, ci vorrebbe qualche scellino per comprare quella roba forte che fanno in Scozia». «No, Tom. Io parlo del gioco della palla con le mani e con i piedi». «Il padre del re lo ha proibito». Geoff aveva sorriso e due mesi dopo erano già su un prato verso sud, dalle parti di Greenwich, per sfidare i barcaioli e quelli dell’isola dei Cani. Con quell’infinità di spazio a disposizione, avevano giocato sulla lunghezza dei 500 passi e alla prima palla. Avevano vinto lasciando sul campo un po’ di denti e portando a casa ossa rotte. Lui, due dita gonfie e scure come salsicce di fegato, ma aveva fatto finta di niente e per rifinire le doghe si appoggiava con il gomito sinistro e ci dava dentro con la destra. Era stato dannatamente 20


divertente e non avevano più smesso: una partita ogni due mesi, d’estate anche una al mese. Le sfide venivano dai quartieri e dal contado. Qualche volta dovevano anche aver perso ma Tom non aveva tenuto i conti. Erano diventati quelli della Torre. E a tutto questo pensava Tom Gaynor mentre Liz continuava a brontolare agitando sulle braci un ventaglio di piume annerite e i figli se ne stavano in un angolo e la notte era calata portando umidità dal fiume. Alla terza di aprile mancava più o meno un mese. «Sarà bene che domani cominci ad avvertire gli uomini». Tom non sapeva di preciso quand’era nato ma se il giorno della battaglia il prete aveva detto il vero, ora doveva avere tra i 35 e i 40 anni, e così doveva essere anche per Geoff. Si sentiva ancora forte, ma sapeva che l’unica eredità che poteva trasmettere doveva essere affidata a chi alla banda si era unito di recente, specie a John il Gatto, chiamato così perché non era massiccio e ingombrante come Tom, Geoff, i fratelli Brooks che facevano i fabbri o l’oste. John sgusciava, spariva, ricompariva venti yards più in là. Geoff pensava avesse sangue gallese. Probabile: parlava in un modo… Buono il consiglio sulla palla piccola: sarebbe andato da Gort il conciatore e ne avrebbero parlato. «E se quelli di Sheperd’s Bush vogliono la palla grande?» gli aveva domandato Geoff. «Mandali a farsi fottere». E così la terza domenica di aprile dell’anno 1364, in una mattina ancora fredda, con un residuo di bruma che si alzava dal fiume, sul prato sul cui lato più orientale sorgeva una cappella intitolata al generoso san Martin, i cinquanta di Sheperd’s Bush si trovarono di fronte i cinquanta della Torre e capirono subito che sfidarli era stato un azzardo. Bastava guardarli e degluti21


re: Tom e Geoff avevano visi duri e segnati, mani strette da cinghie di Cuoio, ma anche gli altri non erano da meno: Gort il conciatore, Sam l’oste, Arthur il carpentiere. E poi quello strano tipo:John il Gatto, che soffiava e strizzava gli occhi. Tom aveva una voce bassa: «Palla a voi per il primo attacco». Mica voleva fare il gentile, solo saggiare la solidità del loro impeto e lasciare qualche segno. E qualche dubbio. Il capo di quelli di Sheperd’s Bush afferrò la palla dalla forma di grande uovo: «Di solito giochiamo con una più grande». «La palla è questa». Bene, si trattava di muoverla: con un calcio in mezzo a quella mezza centuria sgherra? Partendo con un assalto a testuggine? Fu durante quel breve momento di riflessione tattica che, deposto il saio che lo mimetizzava, da dietro la cappella apparve un araldo con leoni, gigli e reale rotolo. Non era solo: dietro di lui, trenta armigeri del re. Il nasuto araldo dalla voce resa stridula dall’importanza dell’atto che stava compiendo, srotolò la pergamena: «Facendo seguito al reale editto che nostro padre Edoardo II promulgò nell’anno del Signore 1314, noi Edoardo III, re di Inghilterra e irlanda stabiliamo che i cittadini onesti che nei dì di festa vogliano svolgere attività fisica, lo facciano non praticando il gioco della palla con i mani e con i piedi, ma il passatempo dell’arco e delle frecce».Tom guardò verso Geoff e non trattenne un sorriso: «Deve avere qualche affare in Francia e vuole averci tutti in buona forma». «E con gli occhi acuti, non chiusi». Sam l’oste disse che se non avevano paura della lunga camminata che li attendeva sulla via di casa, era disposto a ospitare anche quelli di Sheperd’s Bush nella sua cantina. «E per oggi è tutto affidato alla generosità di Dio e a me, che ci metto la birra che viene dal nord». 22


Gli implaccabili