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IN LIBRERIA A MARZO 2011


Che cos’è la vita? Una scalata verso la salvezza da se stessa, risponde Silvia, trentacinquenne più che carina, ragazza che non si sente né donna né bimba, scrittrice o forse scrittora, crisalide che magari, un giorno, sarà farfalla, ma con i suoi tempi e i suoi modi. Vi riuscirà? Non è detto, forse non è così importante il risultato finale, ma la ricerca di sé che Silvia conduce tra amiche e presunti uomini della vita, fra situazioni ai limiti del grottesco e lo scodinzolio del suo pelosissimo cane, riempie il libro di una fresca essenza vitale, questa sì irrinunciabile. Una Bridget Jones all’italiana? Solo in parte, anche se non mancano ossessioni personali, manie e stranezze della vita, e una buona dose di sarcasmo nell’osservarle. Più di Bridget, Silvia rappresenta le eterne ragazze di oggi, dà spessore ai loro pensieri, mette in piazza le ansie e i propositi. In fondo, si può restare crisalidi per tutta la vita, se non si ha la sicurezza di diventare una farfalla speciale.

L’autrice: Cristiana Pivari ha due figli, un compagno e un cane. Legge molti libri, altri li cataloga per lavoro e qualcuno tenta di scriverlo. Il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo “In prima persona singolare” vincitore del premio Elsa Morante per inediti è uscito nel 2007. Ha vinto qualche premio letterario ed è pubblicata in numerose antologie. Attualmente collabora con alcune riviste femminili.


Cristiana Pivari

Crisalide Rosa

I libri editi da Absolutely Free sono distribuiti da NDA di Editoria&Ambiente srl Via Pascoli, 32 - 47853 - Cerasolo Ausa di Coriano (RN)


Uno «Sarebbe utile che Lei scrivesse di sé», ha detto ieri la bella terapista con le gambe accavallate. «Non mi sarà facile e poi a che scopo?», ho risposto io, seduta composta con le mani sulle ginocchia. «Aiuterebbe il lavoro d’introspezione che stiamo portando avanti», ha replicato la bella terapista guardando l’orologio. «Devo scrivere proprio tutto?», ho ribattuto con un tono di voce sconfitto. «Le sensazioni, deve scrivere soprattutto le sensazioni. Quelle che prova al mattino quando si alza, se si guarda allo specchio, mentre si confronta col sorriso della portinaia, fino ad arrivare all’ultima che coglie sul bordo del letto prima di coricarsi». Detto questo si è alzata e mi ha accompagnata alla porta. E allora diamo il via alle sensazioni di questa mattina nella quale sento dentro di me la dolcezza di un crotalo, un senso di nausea è l’effetto della mia faccia allo specchio e so già che Natalina, la portinaia, non mi sorriderà, anzi, mi regalerà un ghigno ricordandomi che un tipo strano mi ha cercata. Qualsiasi persona si presenti a cercare di me per lei è un Tipo Strano, ha deciso così visto che io non sono una persona normale e, di conseguenza, chiunque mi frequenti non deve essere tanto a posto. Non sono normale perché alla non più verde età di


trentacinque anni non sono ancora sposata, esco da sola la sera, ricevo amici a ore non canoniche inoltre, accidenti a me, ho pure un cane rompiscatole che abbaia inopportuno passando davanti alla sua guardiola di ghignante custode. E questo è ciò che ne sa lei. Dal canto mio potrei aggiungere che sono un’inconcludente, che non so bene cosa farò da grande e altre varie ed eventuali, senza voler scendere troppo nei particolari. E così mi ritrovo in analisi e la solita bella terapista sostiene che soffro della cosiddetta “sindrome di Peter Pan”, che sarebbe poi quel rifiuto a crescere e maturare che talune persone sviluppano per vari motivi. I miei li stiamo cercando assieme da circa due anni e finora, a parte un padre molto femminile e una madre virago, altri colpevoli non ne abbiamo trovati e ora le è venuta pure la mania del diario terapeutico. Mah, non so. Forse... Per iniziare ho un cerchio alla testa da aureola stretta, visto che anche ieri sera mi sono sorbita le confidenze della Rosi, mollata per l’ennesima volta dal moroso, e per sopportarla bisogna avere come minimo la vocazione alla santità. Una doccia rapida è l’unico lusso che mi concedo. Viste le lancette dell’orologio pericolosamente verso il ritardo irreversibile, di fare la colazione con i cereali e le cose sane neanche parlarne e allora sarà il solito cappuccino con brioche al bar vicino all’Agenzia. Pablo mi marca stretta, il bisogno impellente del mattino non gli dà alternativa, e allora eccomi nel prato dietro casa con il quattro zampe felice alla ricerca del posto giusto. È di


un difficile a volte! Finalmente lo trova e possiamo risalire, il tempo di afferrare la borsa e mi fiondo per le scale, visto che, chiaramente, l’ascensore è occupato. Per fortuna Natalina sta spazzando il cortile dalle foglie che, provvide, la distolgono dal mio passaggio e quindi questa mattina niente ghigno per iniziare la giornata. Che sia preludio di gioie inaspettate? «Silvia, sei caduta da letto o che altro?», mi chiede Carla, la collega, constatando che entro in agenzia poco prima delle otto e mezzo. Solitamente arrivo intorno alle nove, ma questa mattina mi è andata bene per via di strade inspiegabilmente scorrevoli. «Forse qualcuno ha pensato di allungarsi il fine settimana. Stamani strade pressoché deserte. Chissà perché scegliere di stare a casa un venerdì di fine novembre», dichiaro mentre accendo il pc. Considerazione un tantino banale, ma ho l’attenuante generica che stamattina devo ancora farmi una colazione come si deve e così, mentre il computer sistema le sue cosine, mi avvio verso il bar per il necessario rifornimento quotidiano di zuccheri. Dovrò scrivere di questa mia propensione per la frequentazione di esercizi pubblici. Ne vado pazza: mi piace guardare i baristi dietro il banco, perdermi nelle file di bicchieri e tazzine, e osservare la gente che cambia a seconda dell’ora. Gli avventori della colazione sono i più grigi. Mezzi assonnati


davanti alle loro tazze fumanti, masticano un buongiorno assieme alla brioche e sono sempre di fretta, perché il lavoro incalza. A mezzogiorno, per il panino, il grigio rimane loro addosso solo sui vestiti: completi con cravatta per gli uomini, tailleur con lo spacco corto per le gentili signore, li caratterizza una maggiore vivacità, complice la pausa prolungata per il pranzo. I frequentatori serali sono un melting pot. Il bar diventa il luogo più democratico della terra, uno scontrino pagato alla cassa è il lasciapassare per tutti, di qualsiasi nazionalità, fede politica e occupazione. Sì, lo scrivo e poi lo discuto con la mia analista, chissà che non trovi qualche altro capro espiatorio per la mia instabilità psichica.


Due

«Questo è un caso clinico, pensaci tu», mi sussurra Carla indicandomi un ragazzo che si aggira nell’atrio dell’Agenzia di lavoro interinale. «Io non lo reggo», aggiunge, e se ne va sul retro portandosi, come alibi, un faldone di pratiche da sistemare. Gli sorrido imbarazzata, potrebbe anche aver sentito, e cerco di essere il più gentile possibile e devo dire che il ragazzo è piuttosto belloccio. «Sono venuto a vedere se avete trovato qualcosa per me. Sono Michele Fantini». Ha una voce calda e nessun accento in particolare, sembra solo un po’ timido. «Io sono Silvia», ribatto e inizio la mia ricerca sul pc. «Allora vediamo…Abbiamo un posto per una settimana come cameriere per una convention all’Hotel Trento qui in città ed è richiesta la bella presenza, direi che ci siamo, e una minima conoscenza della lingua inglese. Poi c’è un contratto di tre mesi come pony express, rinnovabile. Un posto di aiuto cuoco per un albergo di Dobbiaco e qui dovresti cominciare domani mattina perché l’aiuto cuoco che avevano si è ammalato e sono nei pasticci. E poi…». «E poi non me ne frega niente dei pasticci altrui», mi interrompe l’aitante giovane alla faccia della presunta timidezza, «né, tanto meno, ho voglia di servire dei babbioni


che, con la scusa di tirarsela su qualche argomento che è dato conoscere solo a loro, gozzovigliano e si ubriacano. Quello che io vi ho chiesto, e la sua collega lo sa benissimo, è un posto da aiuto investigatore. Ci sarà in regione qualche agenzia investigativa che ha bisogno di un aiutante». Sono basita. L’investigatore, questo vuol fare l’investigatore e io sto qua a perder tempo a elencargli lavori umili e banali. «Mi dispiace», replico riprendendo il tono professionale di sopra, «nessuna richiesta su quel fronte, anche se credo che per svolgere quella professione siano necessari dei corsi di preparazione». Ma non riesco a farlo andare via senza prima soddisfare la curiosità legittima che mi è sorta in proposito. «Scusa», abbozzo, «perché vuoi fare l’investigatore? È abbastanza inusuale come occupazione e devo dire che non ci è mai capitata finora una richiesta in tal senso». Il ragazzo cambia improvvisamente atteggiamento e si siede pronto a raccontare, quasi grato che qualcuno gli abbia chiesto il perché in merito a quello che altri liquidano con un sorrisetto. «Sono curioso, maledettamente curioso. Voglio sempre sapere tutto di tutti, mi trovo a origliare le conversazioni altrui senza neanche rendermene conto. So tutto della vita del mio vicinato, riesco a scoprire anche cose che gli interessati non sanno ancora. È un talento naturale e non posso sprecarlo, ma così non serve a nessuno, anzi nel mio quartiere mi prendono per una specie di voyeur e non è


carino. Mia madre ne soffre molto». Preferivo non sapere, ora non so cosa rispondere. Potrei dargli l’indirizzo della mia analista, per incominciare. «Che studi hai fatto?». Domanda abbastanza inutile in questo caso, ma almeno interagisco. «Sono laureato in Scienze delle comunicazioni e penso che sarebbe utile come titolo per quello che vorrei fare». Ha ripreso un tono deciso. Controllo di avere il suo numero di telefono, mi alzo, lo congedo con una stretta di mano e mi risiedo pronta a cercare in internet qualche corso per investigatori, nel caso il ragazzo si rifacesse vivo. In fondo il mio lavoro è una missione.


Tre

«Cosa ti avevo detto?», dice Carla rientrando appena sente la porta richiudersi. «Quello è pazzo, completamente pazzo. Hai visto che sguardo?». «Io non lo trovo pazzo, anzi è piuttosto carino e poi mi fa pena. Pensa che frustrazione voler fare qualcosa che ti piace e sentirti preso in giro da tutti, per quale motivo poi? Io trovo che sia un lavoro come un altro. Quasi quasi lo ingaggio io per una mia piccola indagine personale». «E quale sarebbe questa piccola indagine?», chiede Carla, curiosa. «Potrei chiedergli di seguire Stefano, per esempio». «E per quale motivo dovresti farlo seguire? Il fatto che ti abbia dato buca per ben due volte non vuol dire che nasconda un segreto. Forse non sei il suo tipo». Sa essere feroce la mia amica Carla, ma io fingo di non aver sentito l’ultima frase e ringrazio il cielo che stiano entrando due ragazze in cerca di lavoro, così la viperetta e io abbiamo altro da fare che stare qui a parlare di uno che mi ama e ha paura ad ammetterlo. È così, sono assolutamente convinta che sia così.


Quattro

Pausa di mezzogiorno, interno bar vicino all’agenzia. Inutile dire che per me questo momento è sacro in quanto, oltre a farmi uno degli ottimi panini che prepara Giulio, il barista affascinante e scrutare con curiosità sociologica l’umanità che l’affolla, ho tutto il tempo di scrivere sul mio quaderno pensieri, parole e sensazioni. Non dimenticare di scrivere le sensazioni, Silvia! Per fortuna Carla a mezzogiorno va a casa, visto che abita a pochi metri e io, nonostante i suoi ripetuti inviti, non rinuncerei a questo mio momento per tutto l’oro del mondo, ma non ho fatto i conti con le solite chiamate della Rosi. «Silvia? L’ho chiamato, non ha risposto e il telefono suonava libero», bisbiglia nel mio orecchio con voce afflitta e non c’è nemmeno bisogno che faccia nomi e cognomi poiché l’oggetto della conversazione è sempre Flavio, da sei mesi a questa parte. «Avrà avuto la suoneria bassa», dico con scarsissima partecipazione cercando, nel contempo, di mettere un punto alla frase che stavo scrivendo e che riguarda quello strano ragazzo aspirante Sherlock Holmes. Michele? Sì, Michele. «Non può avere sempre la suoneria bassa, il telefono gli serve per lavoro e allora vuol dire che non vuole più parlare con me», imperterrita continua a dire niente di nuovo. Michele Fantini. Si chiama così. Che tipo però, carino ma


tanto riservato. Quanti anni potrà avere? «Una trentina». «Che dici? Cosa vuol dire una trentina? Io cosa sono?». Sono riuscita, mio malgrado, a stupirla. «No, scusa. Non volevo dire trentina nel senso di proveniente dal Trentino, ma… lascia perdere. Dicevi che non vuole più parlare con te e vabbè fattene una ragione, anche Stefano mi snobba e non ne faccio una malattia. Scusa, ora devo andare, ci vediamo stasera». E schiaccio il pulsantino rosso troncando una conversazione completamente inutile. Anche Stefano mi snobba. Già, solo che lui mi ama e non lo sa mentre Flavio ha scaricato la Rosi dopo aver dichiarato che l’amava. Chi sta messa peggio non saprei. Ora lo scrivo, poi ci ragiono. «Sempre lì a prendere appunti eh? Ma cosa mai scriverai su quel libretto?». La voce di Giulio, il barista, mi interrompe nel bel mezzo di un trattato sul rapporto uomini donne. Ne stavo venendo quasi a capo se non fosse che, quest’oggi, c’è nell’aria la tendenza all’interruzione. «Prendo appunti di lavoro», rispondo. Mica sto lì a spiegargli che lo sto facendo a scopo terapeutico e poi chissà che direbbe se sapesse che su questo libricino c’è riportato un sogno erotico che lo riguarda, fatto qualche mese fa. Sullo sfondo una situazione confusa, una grande casa disabitata e Giulio che appare improvvisamente sulla scena, mi prende e mi bacia in maniera appassionata. Bello, bellissimo. Io sono eccitata come poche volte nella mia vita


vera e finiamo a consumare un amplesso su di un grande materasso che c’è lÏ da qualche parte. Come componente aggiuntiva, la paura di essere sorpresi da sua moglie. Giulio sembra soddisfatto della mia risposta e si allontana, dopo aver tolto il bicchiere vuoto dal mio tavolo e io posso, finalmente, continuare la mia analisi sociologica scritta, sul motivo che spinge noi donne a correre appresso agli uomini stupidi e a tenerci quelli intelligenti come amici. ... continua ... IN LIBRERIA


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Crisalide rosa  

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