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Progetto editoriale: Absolutely Free sas Grafica e impaginazione: Nicoletta Azzolini Grafica di copertina: Francesco Callegher © Copyright, 2010 Editrice Absolutely Free via Roccaporena, 44 - 00191 Roma E-mail: info@absolutelyfree.it È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche a uso interno o didattico, non autorizzata


Ho ballato con Mandela Roberto Renga


Cento anni di Nazionale

“Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco” (Giovanni Trapattoni)

A Napoli pioveva il dieci dicembre del 1960. Due a uno per l’Austria, sipario su Boniperti, detto Marisa dall’interista Lorenzi, chiamato, non a caso, Veleno. Di Boniperti si vendeva anche un bambolotto di gomma: Barbie con gli scarpini, sai le battute. Scoprii grazie alla tivvù in bianco e nero, la Nazionale. Il mio esordio. Da allora mille altre maglie azzurre avrebbero scandito le ore della vita e della carriera. Quando sento l’inno, mi metto ancora sull’attenti. La prima nazionale in assoluto venne applaudita da quattromila spettatori all’Arena di Milano: 6-2 sulla Francia, 15 maggio 1910, ore 15,30. Arbitro l’inglese Goodley, stipendiato dalla Juve, stimatissimo: può capitare. Cento anni fa, appunto. Un secolo d’Italia. Un mondiale ogni venticinque anni. Buona media e si poteva fare di più. Almeno tre titoli ci sono scivolati via dalle mani: 1970, 1990, 1994. Pianti e rimpianti. Italia, quel giorno, in camicia bianca in onore della Pro Vercelli, cui l’Inter aveva appena scippato uno scudetto. Primo scandalo, non l’ultimo. La seconda partita si giocò a Budapest e ne prendemmo sei da una delle migliori squadre dell’epoca. Trerè si portò dietro una valigia piena di cibo. A Fossati rubarono gli scarpini e giocò con la scarpe da passeggio. Esordì a sedici anni De Vecchi, figlio di Dio, come lo chiamarono. Al banchetto ufficiale, ungheresi in smoking, italiani in flanella. De Vecchi in calzoni corti. Il 6 gennaio del 1911 si giocò la terza partita, di nuovo contro l’Ungheria, ospitata a Milano: uno a zero per loro. Fece la sua comparsa la nuova maglia. Non azzurro Savoia, come si è tante volte detto e scritto, ma bleu marinaio: lo si legge nell’unico resoconto della vicenda. Maglietta con scollatura a V, un laccetto per chiuderla, una croce sul cuore. Era nata la divisa dell’Italia. I calciatori da allora vennero chiamati azzurri, il bleu lo lasciammo ai francesi. Azzurri furono poi gli atleti di ogni disciplina.


La verità sul Messico “Squadra che vince, si cambia” (Arrigo Sacchi)

L’Italia perse in finale il mondiale messicano del 1970: non riesco a pensarci senza star male. Stanchi (noi: io ero in campo con Riva e gli altri) per la semifinale con la Germania, reggemmo solo un tempo. Il secondo fu un calvario. I brasiliani arrivavano da ogni parte e facevano sempre gol. Un incubo. E mi perseguita. Per scacciarlo sono andato sul posto. Ho salito le scale dello stadio. Ho letto e riletto la targa dedicata al match del secolo. Ho visto mille volte il gol che Riva concesse a Boninsegna, mi sono autopunito con la vendetta di Montezuma, in forma tanto acuta che ad Acapulco volevano ricoverarmi in una grande capanna di paglia, che chiamavano ospedale. Scappai e sono ancora qui a dirmi che non è vero e a riavvolgere la pellicola. Mille anni dopo mi raccontarono una storia. Valcareggi nel dare, come si usava, le marcature, chiese a Burgnich di prendere Rivelino e a Bertini di controllare Pelè. Esattamente l’opposto di ciò che esperienza e intelletto consigliavano, essendo uno il brillante regista che si sa e l’altro, appunto, Pelè, che con il gol aveva un solido rapporto d’amore. I giocatori si scambiarono sguardi preoccupati: loro sapevano. Bisognava fare qualcosa. Modificare le marcature senza dirlo al tecnico? Prima o poi se ne sarebbe accorto. Accettare e andare incontro alla disfatta? Neppure. C’era una sola strada da seguire: dirglielo. Venne spinto in avanti De Sisti, che con quell’aria tra il puro e l’impuro avrebbe potuto spiegare all’allenatore la situazione tattica senza apparire presuntuoso. Lo fece. Noi, almeno, la vediamo così, chiuse tutto d’un fiato e facendo subito un passo indietro. Valcareggi ci pensò a lungo. Si sedette. Disse infine:


partiamo come dico io. Se avete ragione voi, si cambia. Avevano ragione i calciatori e al quarto d’ora Valcareggi prese la storica decisione: invertiamo le marcature. Ma si stava giocando e certe cose si fanno a palla ferma. Burgnich lasciò Rivelino, Bertini mollò Pelè. Il primo sfruttò la libertà per pennellare un cross per Pelè, piazzato al centro dell’area. Burgnich stava arrivando, c’era quasi. Allungò il braccio, fece un salto. Pelè, senza ostacoli, rimase in cielo e fece quel gol che mi ha rovinato l’adolescenza. Non ci fa una bella figura Valcareggi. Il quale, del resto, si è portato dietro per tutta la vita il mistero della staffetta tra Mazzola e Rivera e quello dei sei minuti fatti giocare in finale a Gianni, un’altra figuraccia mica da ridere. Non era un cattivo tecnico, ma debole e predisposto a inspiegabili cadute. Sono uno di quei matti per i quali, con Rivera subito in campo, le cose sarebbero andate diversamente. Ma Gianni piaceva poco al capo comitiva Mandelli, un industriale che ignorava il calcio, e a qualche compagno importante, che gli rimproverava snobistica solitudine e pigrizia in campo. Rivera, come Platini, riteneva che dovessero essere gli altri a correre, a lui toccava un altro compito: pensare, creare, disegnare calcio. Del resto, c’é una regola: accanto all’ingegnere, ci vuole il muratore. E Rivera, guardategli le mani, muratore non era. Èstato il primo italiano a vincere il Pallone d’oro, nonostante l’avversione di Gianni Brera, che, ai suoi tempi, contava più del presidente della Federcalcio. La mia sensazione è questa: Brera, tutto compreso, era così più bravo degli altri da arrivare a prenderli in giro.


Francesco Totti “Andare al mondiale con Roberto Renga è come avere uno di famiglia, che ti sa dare i giusti consigli. Soprattutto è un riferimento rassicurante quando si è lontani dalla propria casa” Marcello Lippi “Roberto? Un simpatico testone” Arrigo Sacchi “Un giornalista non superficiale, dotato di grande curiosità, professionalità, lealtà e apertura mentale”

� 18,00 ISBN 978-88-90414-64-0

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Il libro di Roberto Renga ci accompagna lungo un viaggio di cento anni, e risponde a un'infinità di interrogativi. Perché Cassano è stato bo...

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