Il cammino dell'amore estratto

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Š 2016, Fondazione Terra Santa - Milano Edizioni Terra Santa - Milano

Per informazioni sulle opere pubblicate e in programma rivolgersi a: Edizioni Terra Santa Via Giovanni Gherardini, 5 - 20145, Milano Tel. +39 02 34592679 Fax + 39 02 31801980 http://www.edizioniterrasanta.it e-mail: editrice@edizioniterrasanta.it


Ernesto Borghi

Il cammino dell’amore Lettura del vangelo secondo Giovanni

Con la collaborazione di Renzo Petraglio e il contributo di GrĂŠgoire Rouiller


Questo volume nasce nel quadro dell’attività culturale dell’absi (Associazione Biblica della Svizzera Italiana – www.absi.ch – canale you tube “Associazione Biblica della Svizzera Italiana”), istituzione ecumenica e interreligiosa che, dal 2003, si occupa della diffusione della lettura della Bibbia nei territori lingua italiana in Svizzera e nel resto dell’Europa.

Finito di stampare nel febbraio 2016 da Corpo 16 snc, Modugno (Ba) per conto di Fondazione Terra Santa ISBN 978-88-6240-394-8


Alla grata memoria di Ortensio Da Spinetoli, coraggioso e lucido interprete delle parole evangeliche Nella riconoscente amicizia verso Rinaldo Fabris, maestro di libertĂ culturale e di amore per la lettura biblica



Introduzione1

«Cristo non disse di essere la tradizione, ma la verità» (Tertulliano, De virginibus velandis I,1)

1. Premessa Il vangelo secondo Giovanni era verosimilmente la versione evangelica canonica meno letta e proclamata nelle comunità cristiane dei primi secoli. Un confronto operato tra le versioni sinottiche e quella giovannea consente di mettere in evidenza la differenza essenziale tra esse: la proclamazione ed instaurazione del regno di Dio, tema centrale per Mc-Mt-Lc lascia il posto al motivo dominante giovanneo che è la vita, significata e generata dall’intera vicenda di Gesù, che trova 1

Ancora una volta inizio un libro con gioia davvero riconoscente verso Renzo Petraglio, fresco settantenne, ticinese, marito di Maria Pia, padre di due figlie e due figli e nonno di quattro nipoti, dottore in esegesi del Nuovo Testamento e in lettere antiche, già docente di greco e storia delle religioni nei licei ticinesi, maestro di cultura biblica e umanistica e uomo libero e generoso, senza l’apporto del quale anche il presente volume non sarebbe stato scritto. A lui si devono, in particolare, molte note di lettura esegetica dei testi e un contributo fondamentale per la traduzione completa della versione giovannea. Un pensiero ricco di gratitudine va anche al contributo di Grégoire Rouiller, oggi novantunenne, vallesano, canonico dell’Abbazia di Saint Maurice (Svizzera), professore ordinario di esegesi e teologia del Nuovo Testamento all’Università di Fribourg sino al 1995, cofondatore dell’ABC (Association Biblique Catholique) nel 1984. Ho avuto l’onore di conoscerlo nel 1990 e ne sono stato assistente e dottorando presso l’ateneo elvetico citato.


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il suo culmine nella croce-risurrezione: «nella prima parte del vangelo si fa il discorso sulla vita, nella seconda si racconta il segno che la significa e la genera»2. Questa difformità di fondo è legata a ragioni anche estrinseche ai singoli testi? Cerchiamo di rispondere anche a questa domanda. Percorrere l’articolazione della versione giovannea è probabilmente la pista migliore per rispondere, nella forma sinteticamente più intensa3, all’interrogativo posto, in vario modo, dalle tre versioni sinottiche: qual è l’identità di Gesù4. Questa è una delle ragioni che ne hanno fatto un testo molto amato dalla spiritualità contemplativa e letto, ad esempio, nella liturgia cattolica domenicale di momenti fondamentali quali le domeniche di quaresima dalla II alla V e quelle del tempo pasquale nel rito ambrosiano5 o lo stesso tempo pasquale nel rito romano6. Che si tratti di un’opera diversa dalle versioni sinottiche anzitutto per prospettiva globale e tono generale risultava già evidente a Clemente d’Alessandria, il quale si espresse così in proposito: «osservando come i fatti materiali erano 2 B. Maggioni, Dio nessuno l’ha mai visto. Carità e rivelazione nel vangelo di Giovanni, Vita&Pensiero, Milano 2011, p. 32; cfr. anche A. Poppi, Sinossi e commento esegetico e spirituale dei quattro vangeli, Messaggero, Padova 2004, p. 509. 3 Il vangelo secondo Giovanni è «il manifesto più maturo dell’ossimoro che definisce la fede cristiana: la Parola viva e sovratemporale di Dio “diviene”, accade nel tempo, e diviene anzi “carne” mortale» (M. Nicolaci, Vangelo secondo Giovanni, in Vangeli, a cura di R. Virgili, Ancora, Milano 2015, p. 1258). 4 Per un sintetico confronto tra la versione giovannea e le sinottiche cfr., per es., J. Zumstein, Il vangelo secondo Giovanni, in D. Marguerat (ed.), Introduzione al Nuovo Testamento, tr. it., Claudiana, Torino 2004, pp. 367-369.376-377. 5 Non a caso si parla rispettivamente, di domeniche «della samaritana», «di Abramo», «del Cieco nato» e «di Lazzaro». 6 Si contano, ad esempio, 37 brani giovannei nella liturgia feriale di questi 50 giorni.


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già stati narrati negli altri vangeli, Giovanni, l’ultimo di tutti, compose il vangelo spirituale»7. Leggendo globalmente le quattro versioni evangeliche, possiamo ritenere che questa affermazione di Clemente contenga elementi di verità. Occorrerà però intendere l’aggettivo spirituale nel significato complessivo, dal cuore alla mente, dal corpo allo spirito, al di là di qualsiasi separazione tra dimensione fisico-materiale e spiritual-immateriale, che biblicamente parlando, è improponibile.

2. Per chi e dove è stato redatto il vangelo secondo Giovanni Il confronto con le versioni sinottiche, che abbiamo ripetutamente evocato, pone indubbiamente l’attenzione su alcune linee contenutistiche che fanno di Gv un unicum nella sua multiformità di riferimenti culturali. Infatti,vi è il concetto di lógos, di palese derivazione grecoellenistica, pur semitizzata dal passaggio attraverso la LXX, la riflessione sapienziale giudaica e l’opera filoniana. Inoltre si possono notare delle terminologie di tipo ermetico8 ed essenico9 (cfr. le coppie luce-tenebre, carne-spirito, terrestreceleste, alto-basso), delle tecniche espressivo-compositive di 7

Cfr. Eusebio, Historia Ecclesiastica, VI,14:7. Gli scritti ermetici sono apparsi in Egitto tra il II e il III d.C., ma le concezioni ad essi sottese già circolavano precedentemente nel bacino orientale del Mediterraneo. Tutto ruota attorno a un personaggio leggendario, Ermete Trimegisto, deificato dopo la sua morte con il nome di Ermete (il Toth egiziano). Gli argomenti trattati sono di genere astrologico, magico e alchemico. Il livello etico di tale pensiero è assai elevato e pare riconducibile ad una sorta di sincretismo platonico-stoico cui si sono aggiunti vari elementi di dottrine misticheggianti dell’Oriente. 9 Cfr. Gv 3,21.23; 5,33; 8,12; 14,16-18. 8


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derivazione giudaico-rabbinica10 ed un’immersione nel giudaismo primotestamentario ragguardevole, sia in termini di riprese testuali esplicite che allusive11. Questi aspetti legittimano la persuasione che Gv si radichi nel giudaismo palestinese, certamente non immune da influenze ellenizzanti, ma ricettivo anzitutto della speculazione sapienziale derivante dall’AT. Tale radicamento, associato alla grande insistenza contrappositiva del testo nei confronti dei giudei intesi come categoria e a favore di una concezione universalistica del ruolo di Gesù, autorizza a pensare che Gv sia stato scritto per cristiani di provenienza tanto giudaica che pagana, ma con una particolare attenzione nei confronti di coloro che erano giudei e che erano stati soggetti a persecuzioni e discriminazioni da parte dei loro ex-correligionari12. Circa il luogo di composizione, tra le molte ipotesi avanzate, quella più accreditata colloca la redazione di Gv ad Efeso, anche per il rapporto difficilmente contestabile della versione giovannea con l’Apocalisse, testo molto probabilmente riconducibile a questa zona dell’Asia Minore. 10

Cfr. Gv 7,21-23.26-27; 9,22; 12,42; 16,2. Cfr. Gv 1,23; 2,17; 6,31.45; 7,38; 10,34; 12,13.38; 13,18; 15,25; 19,36. Al di là di questi e di numerosi altri possibili riferimenti testuali, si vada col pensiero anche a tutte le «numerose allusioni a figure, personaggi, eventi e situazioni dell’AT: 12 volte è menzionato Mosè, in relazione alla “legge”, nómos (14 volte); 11 volte Abramo nel capitolo ottavo; 3 volte Giacobbe nel capitolo quarto; quattro volte il profeta Isaia. Riguardo alla forma del testo citato c’è l’intera gamma delle possibilità... È probabile che certe volte l’autore legga il testo e l’evento-situazione dell’AT attraverso l’interpretazione aramaica e targumica: Gen 28,21 (Gv 1,51); Nm 21,9 (Gv 3,14); Gen 22,14 (Gv 8,56)» (R. Fabris, Giovanni, Borla, Roma 1992, p. 62). 12 La triplice menzione dell’esclusione dalla sinagoga (9,22; 12,42; 16,2) potrebbe essere un sintomo di tale situazione. 11


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Resta peraltro sorprendente il silenzio sul testo giovanneo da parte di Ignazio d’Antiochia, il quale scrive alla comunità efesina senza nominare Gv.

3. Le fonti e l’autore di Gv Tra le varie ipotesi circa la formazione della versione giovannea è opportuno ricordare quella che fa capo, tra gli altri, a R. Bultmann e E. Schweizer secondo i quali è possibile affermare che, alla base del testo esistente, vi siano state tre fonti distinte: • il libro dei segni, ossia il materiale precedente a 12,37, contraddistinto dalle narrazioni di miracoli ed eventi portentosi; • i discorsi di rivelazione, caratterizzati dalla formula “Io sono...” pronunciata da Gesù, testi scritti in aramaico e successivamente tradotti in greco e di cui avrebbe fatto parte anche il prologo; • il racconto della passione, in cui la presenza di elementi non specificamente giovannei ne dimostra l’indipendenza originaria. Questa teoria, certamente lacunosa, è stata in larga misura soppiantata da quella detta delle redazioni successive, che, sia pure proposta con differenziazioni e peculiarità da vari autori13, propone l’idea che Gv sia il frutto di alcuni stadi susseguenti: • inzialmente vi sarebbe stato un nucleo di materiale, originato dalle testimonianze oculari, forse dello stesso apostolo figlio di Zebedeo – cui è tradizionalmente attri-

13 Cfr., per es., R.E. Brown, Giovanni, tr. it., Cittadella, Assisi 19993, tr. it., 1, pp. LXXXV-CXXII.


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buita l’autoralità di Gv14 – concernente parole e azioni di Gesù, indipendente dall’analogo materiale sinottico15; • tali testi avrebbero circolato per alcuni decenni nel bacino del Mediterraneo tramite l’opera di alcuni predicatori, collegati, in qualche modo, a Giovanni, si sarebbe arricchito di altri apporti orali e scritti non attribuibili alle testimonianze oculari evocate e avrebbe trovato una prima redazione scritta complessiva in greco; • le nuove condizioni delle comunità cristiane nello scorcio finale del I secolo d.C. avrebbero causato nuove aggiunte di ordine etnico-culturale (ad es. 9,22s) e di carattere teologico-ecclesiale (1,1-18; 15-17; 21). Tale prospettiva dà grande rilievo al ruolo della comunità o scuola giovannea come ambiente fondamentale nelle fasi di elaborazione che conducono alla redazione finale. Quale che sia la sua articolazione, sembra proprio legittimo pensare che la redazione di Gv abbia conosciuto due fasi: l’una di raccolta delle testimonianze oculari e del materiale ad esse complementari; l’altra, contestuale e successiva, di redazione parziale e finale del testo. Questa teoria non è necessariamente alternativa alla tradizione molto antica e, come abbiamo visto, non solidissima, circa il ruolo d’autore di Giovanni. Il figlio di Zebedeo è identificato con colui che il testo definisce come «il discepo14

Cfr. Ireneo, Adversus haereses, III,1:2. Ireneo fornisce questa informazione rifacendosi a Papia di Gerapoli, il quale, però, non dice nulla sull’origine giovannea del quarto vangelo e parla di un Giovanni discepolo del Signore e presbitero, con la probabilità che sovrapponga due persone diverse (cfr. Eusebio, Historia Ecclesiastica, III,39,6.15-16). Ha probabilmente ragione chi sostiene che la tradizione dell’apostolo Giovanni «è immersa in una fitta nebbia» (E. Cothenet, Il quarto vangelo, in Aa.Vv., Introduzione al Nuovo Testamento, tr. it., 4, Borla, Roma 1982, p. 262). 15 Si noti la familiarità con luoghi, tempi e fatti della vita di Gesù desumibile in passi quali 1,28.40-44; 2,1.6; 3,2.23; 4,28; 6,71; 11,20; 12,2; 19,35.


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lo che Gesù amava». Questa espressione ricorre 4 volte in Gv (13,23; 19,26; 21,7; 21,20-23) e i commentatori hanno creduto di accostarvi anche altri passi (18,15; 20,2.4) in cui si parla di un «altro discepolo». I motivi di questa identificazione sarebbero desunti dal testo giovanneo stesso: - la differenziazione, talora anche aspra, tra Pietro e Giovanni; - la posizione di primo piano assegnata a Giovanni accanto a Pietro; - la presenza dei figli di Zebedeo nella pesca miracolosa dopo Pasqua sul lago di Tiberiade. L’assenza del nome di Giovanni sarebbe da attribuirsi alla volontà dell’autore di non comparire esplicitamente. Tale identificazione non è stata pacificamente accettata. Tra le motivazioni che sono state portate contro di essa ricordiamo le seguenti: di questo discepolo il testo parla solo a Gerusalemme; non vi è alcuna menzione di Giacomo come suo fratello; la data di composizione del vangelo giovanneo è così tarda (95-100 d.C.) che potrebbe risultare difficile credere che il Giovanni in questione sia sopravvissuto sino ad allora16. A queste controdeduzioni aggiungo anche il fatto che l’attribuzione di Gv 21,24-25 potrebbe essere tranquillamente nella linea della pseudoepigrafia che caratterizza molte opere dell’antichità, anche bibliche. Pertanto, pur condividendo la persuasione che Giovanni apostolo possa assai difficilmente essere stato il redattore finale del testo17, egli potrebbe essere stato attivo nelle 16

Cfr. O. Knoch, Le grandi figure del Nuovo Testamento, tr. it., Queriniana, Brescia 1995, p. 48. 17 Cfr. anche, per es., G. Ghiberti, Introduzione al vangelo secondo Giovanni, in G. Ghiberti (ed.), Opera giovannea, Elledici, Leumann (TO) 2003, pp. 89-91; A. Marchadour, Venite e vedrete. Commento al vangelo di Giovanni, tr. it., EDB, Bologna 2013, pp. 8-10.


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fasi precedenti della formazione dell’evangelo che porta il suo nome. Infatti è certamente possibile, anche se non sicuro, che a costui si possa ricondurre il nucleo originario del testo, poi, ampiamente rielaborato ed ampliato nei decenni seguenti. Per quanto riguarda la data della redazione finale, a partire dal 1935 si dispone di un significativo terminus a quo: il papiro P52, scoperto in Egitto e custodito nella Biblioteca Ryland di Manchester, riporta Gv 18,31-33.37-38 ed è databile attorno al 125-130 d.C. Ciò fa comprendere che a quell’epoca Gv era già noto nella valle del Nilo, il che fa ragionevolmente ipotizzare che la versione giovannea fosse già redatta tra il 95 e il 100 d.C.18

4. La lingua, lo stile e le modalità espressive di Gv Il vangelo secondo Giovanni presenta, il lessico meno ricco tra le versioni evangeliche ed esso si ritrova quasi interamente nella LXX19. Ciononostante ne fanno parte alcune parole assai importanti per la fede cristiana, che ricorrono un numero particolarmente elevato di volte: si pensi alla coppia amare/amore, ai termini che significano verità, al verbo conoscere, al sostantivo vita20. Anche questi pochi elementi mostrano, comunque, la polivalenza culturale del linguaggio giovanneo, comprensibile, 18

Per avere un’idea sintetica delle vicende fondamentali dell’epoca di probabile redazione finale della versione giovannea, si veda, per es., E. Mc Namer – B. Pixner, Gesù e il cristianesimo. Il primo secolo a Gerusalemme, tr. it., Messaggero, Padova 2011, pp. 132-133. 19 Questo discorso vale per 987 parole su 1011. 20 Tipiche di Gv sono talune espressioni comuni alle fonti qumraniche: “fare la verità” (Gv 3,21 e 1QS 1,5; 5,3); “lo spirito della verità” (Gv 14,17 e 1QS 4,21).


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in vario modo, ad ascoltatori e lettori sia di cultura giudaica che greca. La relativa povertà lessicale non significa approssimazione nell’uso dei termini né scarsa significatività delle loro attestazioni: si pensi, ad esempio, a giochi di parole quale l’opposizione tra nomé (= pascolo) e nòmos (= Toràh) (10,9). Dal punto di vista sintattico la grande presenza di coordinate e connessioni prive di congiunzioni dimostra l’influenza della prosa semitica. L’espressività dello stile giovanneo non deriva dalla sistematicità organica delle argomentazioni o delle affermazioni, ma dalla sua capacità di manifestare, attraverso il singolo segmento, la totalità del pensiero della versione evangelica. L’andamento è a spirale: Gv ripete «lo stesso tema a diversi livelli, approssimandosi ogni volta di più al nucleo», che è la morte di Gesù in croce. «Tale forma di composizione, che riflette il pensiero dell’evangelista, è criterio ermeneutico dell’interpretazione di Giovanni. Questo procedimento espositivo si organizza all’interno dello schema teologicocronologico “giorno-ora”. Il giorno anticipa e spiega l’ora, l’ora compie il giorno e ne manifesta il contenuto»21. L’uso del linguaggio simbolico si inserisce perfettamente in questo quadro: «la crocifissione, per es., che significa per lui la grande manifestazione dell’amore di Dio per il mondo, poteva apparire a molti spettatori indifferenti come l’esecuzione legale di un personaggio sovversivo; agli occhi dei dirigenti giudei fu il loro trionfo su Gesù, mentre per il creden21

J. Mateos – J. Barreto, Il vangelo di Giovanni, tr. it., Cittadella, Assisi 19953, p. 19. Il simbolo tradizionale della versione giovannea «è l’aquila. Il suo modo di procedere è infatti un planare: si eleva, senza battito d’ali, con giri sempre più stretti e più alti, in una corrente ascensionale, allargando di continuo l’orizzonte, fino ad abbracciare ogni lontananza nel cielo e sulla terra, in un tempo e uno spazio senza fine che pervade ogni spazio e ogni tempo» (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, Ancora-EDB, Milano-Bologna 2008, p. 11).


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te significava la condanna da parte di Dio dell’istituzione che gli dava la morte»22. L’utilizzazione dell’ironia, del sarcasmo23 e di tecniche retoriche quali il malinteso e/o il fraintendimento24 e, a livello più formale, il chiasmo (6,36-40), l’inclusione (2,4 e 19,26) ed il parallelismo per asindeto sottolineano ulteriormente quanto la versione giovannea sia un testo di grande ricchezza ermeneutica. Di fronte ad esso ogni lettore necessita di strumenti di comprensione significativi, in quanto si deve misurare con un documento autorevole dei gesti e delle parole di Gesù pensato «per favorire un cammino di fede cristologica matura e vitale»25. Iniziando la lettura del vangelo secondo Giovanni è decisivo rendersi conto di un dato di fatto. Con una tecnica, in certo modo, già presente nei sinottici, ma qui assai amplificata, Gv conduce spesso il discorso degli incontri di Gesù su due registri di espressione e comprensione: quello di Gesù, che fa riferimento ad elementi al di là del significato immediato di parole e concetti, e quello dei suoi interlocutori, sostanzialmente fermi alla “lettera” del linguaggio e al senso materiale che esso esprime. Si parla, a questo proposito, del simbolismo giovanneo, dell’utilizzazione da parte di Gv di un linguaggio simbolico. Per tentare di chiarire la questione occorre fare alcune osservazioni. • Sotto il profilo etimologico, symbolon significava originariamente un oggetto diviso in due, di cui ogni part22

J. Mateos – J. Barreto, Il vangelo di Giovanni, p. 19. Cfr, per es., 11,50; 19,1-3. 24 Cfr., per es., 2,19-22; 3,3-5; 4,10-15; 4,31-34; 6,32-35.4142.51-53; 7,33-36; 8,21-22.31-35.51-53.56-58; 11,11-15.2325; 12,32-34; 13,36-38; 14,4-9; 16,16-19. Approfondiremo questo tema alle pp. di questo libro. 25 R. Fabris, Giovanni, p. 123. 23


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ner di un rapporto umano conservava una parte. La riunione dei due frammenti costituiva un’occasione di riconoscimento reciproco e di riaffermazione della propria e altrui identità. • Il simbolo è realtà considerata ed utilizzata in vari campi, dalla psicanalisi alla storia delle religioni26 sino alla letteratura e in questo ambito non va confuso con altre forme espressive. L’allegoria, ad esempio, per esprimere qualcosa, parla di qualcos’altro e, allorché ne sia disvelato il significato, può essere abbandonata senza remore, perché ha adempiuto il suo compito espressivo. Il simbolo, invece, non è mai completamente esauribile sotto il profilo semantico, in quanto presenta sempre due dimensioni, l’una visibile e percepibile, l’altra invisibile ed inesprimibile: «per chi partecipa al significato simbolico, non vi sono due significati distinti, l’uno letterale e l’altro simbolico, ma un solo movimento che ci trasferisce da un livello all’altro e che ci assimila al secondo significato grazie a – o attraverso – il significato letterale»27. 26

«Il simbolismo aggiunge un nuovo valore ad un oggetto o ad un’azione, senza per questo attentare ai loro valori specifici ed immediati. Il simbolismo, una volta applicato ad un oggetto o ad un’azione, li rende “aperti”. Il pensiero simbolico fa esplodere la realtà immediata, ma senza indebolirla o svalutarla: nella sua prospettiva l’Universo non è chiuso, nessun oggetto è isolato nella sua esistenzialità. Tutto si tiene insieme tramite un sistema serrato di corrispondenze e di assimilazioni» (M. Eliade, Images et symboles, NRF, Paris 1952, p. 234). 27 P. Ricoeur, Poétique et symbolique, in Aa.Vv., Initiation et pratique de la théologie, I, Cerf, Paris 1982, p. 44. Il simbolo biblico è «una realtà sensibile che rende presente e coinvolge la persona soggettivamente, in un’esperienza del mistero trascendente che la trasforma» (S. Schneiders, Written That You May Believe. Encountering Jesu in the Fourth Gospel, Crossraod, New York 20032, p. 66).


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• Il vero simbolo presenta una ricchezza del tutto specifica: «non soltanto rinvia ad una realtà indicibile, ma ne svela la presenza in modo velato. Esso è l’epifania autentica di questo Reale misterioso. Il simbolo permette così d’evitare l’idolatria perché non si mettono mai le mani sulla realtà simboleggiata. Si apre subito al lettore uno spazio di comunione alla realtà profonda, ma senza violarne il mistero»28. • Gesù, nelle versioni evangeliche in genere e soprattutto in Gv, parla in modo simbolico a vari livelli: «un simbolo congiunge due entità, quella che è immediatamente percettibile con i sensi e quella invisibile cui si riferisce; quest’ultima traspare di per sé dalla prima. Ne segue che la prima non rimanda alla seconda, come a una realtà distante ed eterogenea... Pur non essendo la realtà significata, permette che questa si manifesti e si comunichi alla coscienza... È evidente che Gv ricorre volentieri al simbolo, erede qual è della grande tradizione biblica; perciò nel suo linguaggio, l’acqua viva, il pane ecc., esprimono direttamente realtà della salvezza. L’astrazione è estranea al pensiero semitico, e non a caso, poiché per esso ogni creatura è buona (Gen 1,31) e può diventare parola. Anche attraverso i miracoli molto concreti di Gesù, Gesù fa emergere... l’uno o l’altro aspetto della salvezza offerta a tutto l’uomo... Interi racconti, infine, simbolici, in quanto tali: essi dicono un’altra cosa, diversa da quella che raccontano direttamente; attraverso realtà sensibili manifestano il senso profondo dell’opera di Gesù... Per esempio, il racconto dell’espulsione dei mercanti dal tempio (2,1322) sfocia nella simbolica del nuovo tempio che è Gesù stesso. Pur attento all’esattezza in tante annotazioni, Gv 28 G. Rouiller, Se tu conoscessi il dono di Dio. Letture del vangelo secondo Giovanni, San Lorenzo, Reggio Emilia 2002, p. 189.


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ha conferito al passato un plusvalore in cui si riconosce già la pienezza della fede pasquale... In queste condizioni, il passato non è l’occasione per una riflessione sul presente e neppure un modello: esso è già, pur non essendolo ancora, il presente stesso»29.

Lettrici e lettori sono chiamati, quindi, ad una particolare vigilanza: l’analisi minuziosa e puntuale del primo livello semantico, quello material-letterale, invita all’attesa del secondo, velato e presente, quello in vista del quale il vangelo è stato scritto. E in questa loro attenzione ermeneutica tutti si troveranno dinanzi una duplice dimensione tematica: da un lato, 29

X.-L. Dufour, Lettura del vangelo secondo Giovanni, 1, tr. it., Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990, pp. 32-34. Il simbolo comporta dunque una doppia prospettiva. Si presenta con una faccia visibile, sensibile ed una faccia invisibile ed indicibile. Ma questi due livelli non sono separati. Come nota Ricoeur: «Per colui che partecipa al significato simbolico, non ci sono due significati, l’uno letterario e l’altro simbolico, ma un solo movimento che ci trasferisce da un livello all’altro e che ci assimila al secondo significato grazie a o attraverso – il significato letterale» (P. Ricoeur, Poétique et simbolique, in Initiation et pratique de la théologie, T. I, Cerf, Paris 1982, p. 44). Il lettore deve dunque costantemente restare vigilante. Il testo di Giovanni, come vedremo, offre subito un primo piano, dove dominano i riferimenti storici, gli elementi concreti e visibili, le allusioni ad un passato biblico significativo. L’esplorazione minuziosa di questo primo piano lo invita a raggiungere il secondo piano, velato e presente, quello in vista del quale la versione evangelica è stata scritta. Questo piano del significato ultimo è globalmente quello del Crocifisso per amore e del Resuscitato, della sua vittoria sul mondo, della verità che egli proclama e che egli è, della fede che opera da ora le ricchezze della vita eterna. La mira simbolica che attraversa tutte le manifestazioni di “Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” tende a permetterci di comunicare da ora con il Resuscitato e con il suo dono di vita (cfr. G. Rouiller, Se tu conoscessi il dono di Dio, pp. 191-192).


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una grande attenzione alla cultura religiosa ebraica, testimoniata, per esempio, dal riferimento stringente alle feste annuali giudaiche fondamentali e dalla rilevanza del tutto peculiare che ha il Tempio; dall’altra una durezza antigiudaica del tutto palese. In una lettura consapevole del quarto vangelo canonico occorre non dissociare l’ardente passione giovannea per il popolo ebraico, nel solco della tradizione profetica primo-testamentaria, dalle critiche nei confronti di quei giudei che si reputavano gli unici depositari delle Scritture e che consideravano “eretici” e “blasfemi” quei giudei loro correligionari che ritenevano di avere incontrato nel Nazareno il Messia atteso30. Tutto ciò è comprensibile alla luce della storia molto complessa delle comunità giovannee in conflitto sempre maggiore, prima e soprattutto dopo il 70 d.C., con gli ambienti giudaici d’origine. Il ministero del Gesù giovanneo, concentrato, in modo specifico e particolare, su Gerusalemme, sulle feste, sul Tempio e sui simboli essenziali dei giudaismo del I sec. d.C., conduce ascoltatrici e ascoltatori, lettrici e lettori ad una fede fondamentalmente cristologica da una pro30

Cfr. E. Bosetti, Vangelo secondo Giovanni (Capitoli 1-11), EMP, Padova 2013, pp. 17-18. Per farsi un’idea significativa su varie questioni esegetiche, ermeneutiche e storiche relative alla versione giovannea, proprio a cominciare dal determinare chi siano i giudei di cui parla criticamente il Gesù giovanneo, si vedano, per es., il saggio di T. Thatcher, Giovanni e il giudaismo. Ricerca recente e questioni aperte, in Giovanni e il giudaismo, a cura di D. Garribba-A. Guida, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2010, pp. 13-38; il contributo di A. Marchadour, I personaggi del vangelo di Giovanni, tr. it., EDB, Bologna 2007, pp. 183-189. Per una considerazione di varie questioni problematiche concernenti la versione giovannea cfr. A.J. Köstenberger, Johannine Fallacies: Ten Common Misconceptions Regarding John’s Gospel, in L. D. Chrupcala (ed.), Rediscovering John. Essays on the Fourth Gospel in Honour of Frédéric Manns, Edizioni Terra Santa, Milano 2013, pp. 1-25.


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spettiva ancora squisitamente giudaica. Essa è catalizzata «da tempi, luoghi, protagonisti e questioni cruciali per l’identità e le speranze giudaiche del I sec. d.C. Per questo la storia di Gesù assume la forma complessiva di un esteso processo, di una disputa, in cui, sullo sfondo della domanda giudaica sull’intervento liberatore di Dio alla fine dei tempi e sulla figura mediante la quale si sarebbe realizzato, la questione è decidere chi Gesù sia e se il suo dire e il suo agire siano legittimi»31. E questa decisione può essere presa a ragion veduta soprattutto se, ancora una volta, consideriamo che l’approccio al vangelo secondo Giovanni, come e più che per quanto concerne le versioni sinottiche, deve tener conto del fatto che, rispetto a Gesù di Nazaret, per lettrici e lettori successivi e in particolare del nostro tempo, tre sono i livelli di riferimento: • il Gesù effettivo, circa il quale si dispone di un numero di notizie effettualmente riscontrabili assai limitato e che si fonda sui tre soli fatti storici del tutto incontrovertibili circa il Nazareno, ossia il fatto che fosse ebreo, che abbia dato vita ad un movimento ebraico in Palestina all’inizio del I secolo e che sia stato crocifisso dall’autorità romana; • il Gesù storico, cioè la ricostruzione storica basata sulla lettura approfondita del messaggio evangelico e mirante ad eliminare ogni interpretazione, sviluppo ed ampliamento introdottisi indebitamente nelle fonti nell’arco di tempo tra il ministero pubblico e la morte di Gesù e la redazione delle versioni evangeliche canoniche; • il Gesù delle versioni evangeliche canoniche, ossia i ritratti che gli evangelisti hanno presentato, tramite il loro lavoro di confronto e di selezione documentaria. 31

M. Nicolaci, Vangelo secondo Giovanni, pp. 1266-1267.


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Il cammino dell’amore

E considerando globalmente le versioni evangeliche canoniche e i loro redattori, mi pare giusto riportare ancora una volta delle osservazioni assai efficaci di un grande esegeta italiano: «ci colpiscono specialmente due cose: la libertà con cui ciascuno di loro ha trasmesso il messaggio, ha annunciato Cristo sotto forma di narrazione di cose da lui fatte e dette. Senza questa libertà, i quattro vangeli sarebbero uguali l’uno all’altro! Non diversamente Paolo, in ogni epistola, pur dando il medesimo insegnamento sul significato della croce, sull’importanza della risurrezione, sulla giustificazione per grazia mediante la fede, sul fondamento e l’impostazione della vita cristiana e così via, presentava quell’insegnamento nel modo più opportuno per la comunità alla quale stava scrivendo in quel momento. Allo stesso tempo però ci colpisce l’autorità del messaggio che gli evangelisti hanno ricevuto e hanno riproposto ai loro lettori. Quest’autorità era particolarmente forte per quanto riguarda le parole del Signore, e quando riferiscono parole del Signore, riscontriamo le affinità più grandi tra i tre vangeli sinottici. Nel raccontare, invece, si esprime maggiormente la libertà degli evangelisti. Però, anche lì ci accorgiamo che essi, quando raccontano, non creano, ma riferiscono, sono cioè testimoni. La testimonianza di Gesù è qualcosa che è più grande di loro, e quella testimonianza si sforzano di presentare in modo da convincere i loro lettori e portarli alla fede o rafforzarli nella fede. L’autorità della parola di Dio, che gli evangelisti hanno sentito e vissuto nel testimoniare Gesù Cristo dev’essere anche per noi un insegnamento e una norma sul piano personale e sul piano comunitario. Quell’autorità dev’essere il punto di riferimento della vita, della predicazione e dell’insegnamento della Chiesa… Ma accanto alla sottomissione della Chiesa alla parola di Dio, dobbiamo imparare dalla gene-


Introduzione

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razione apostolica la capacità di presentare il messaggio facendo apparire di volta in volta gli aspetti che sono più rilevanti per il tempo e l’ambiente ai quali viene rivolto, e adoperando caso per caso un linguaggio e un modo di porgere che desti l’attenzione e non la repulsione di coloro che dovrebbero ascoltarlo»32.

32

B. Corsani, I vangeli sinottici, Claudiana, Torino 20082, pp. 271272. «Lettura fedele dei Vangeli significa riconoscere che essi, nella loro struttura letteraria, contengono già una intenzione confessante entro la quale non ha posto la distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede» (F. Filiberti, L’esperienza di Gesù, Pardes, Bologna 2006, p. 200).


Indice

Introduzione 1. Premessa 2. Per chi e dove è stato redatto il vangelo secondo Giovanni 3. Le fonti e l’autore di Gv 4. La lingua, lo stile e le modalità espressive di Gv

7 7 9 11 14

Il “portale” d’ingresso. Il prologo (1,1-18) 1. Il testo 2. Premessa teologico-biblica 3. Struttura e contenuti

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PRIMA PARTE Il libro dei segni (1,19-12,50) 1. Cenni introduttivi 2. Le prime manifestazioni di gloria di Gesù (Gv 1,19-51) 2.1. Il testo 2.2. Linee di commento 3. Lontano da Gerusalemme il Messia si rivela (Gv 2,1-4,54) 3.1. Il primo segno: lettura di Gv 2,1-12

37 37 37 37 39 43 45


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Il cammino dell’amore

(a) Il testo: una traduzione (b) Lettura del testo 3.2. Il primo confronto: lettura di Gv 3,1-21 (a) Il testo: una traduzione (b) Analisi del testo (c) Linee di sintesi 3.3. Il primo incontro interculturale: lettura di Gv 4,5-42 (a) Contesti (b) Il testo: una traduzione (c) Analisi del testo (d) Linee di sintesi 4. A Gerusalemme il Figlio dell’Uomo si rivela (5,1-12,50) 4.1. Il pane della vita: lettura di Gv 6,35-58 (a) Il testo: una traduzione (b) Linee di commento 4.2. La vita di tutti prima di tutto: lettura di Gv 7,53-8,11 (a) Il contesto (b) Il testo: una traduzione (c) Analisi del testo (d) Linee di sintesi 4.3. La libertà della verità, la verità della libertà: lettura globale di Gv 8,31-59 4.4. La vita dell’autorità: lettura di Gv 10,1-21 (a) Contesto più o meno immediato (b) Il testo: una traduzione (c) Analisi del testo (d) Linee di sintesi 4.5. Lettura globale di Gv 12,23-50

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Indice

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SECONDA PARTE Il libro della gloria (13,1-20,31) 1. Il contesto dell’inizio 2. Lettura di Gv 13,1-20 (a) Il testo (b) Analisi del testo (c) Linee di sintesi 3. Il prosieguo della versione giovannea: i discorsi dell’addio terreno (13,21-17,26) 3.1. Cenni complessivi su 13,21-14,31 3.2. Lettura globale di 15,1-16,33 3.3. Un approfondimento necessario: il malinteso giovanneo 3.4. Lettura globale di 17,1-26 (a) Il testo: una traduzione (b) Linee di lettura 4. Passione, morte e risurrezione (18,1-20,31) 4.1. Lettura di Gv 18,33-38 4.2. Lettura di Gv 19,23-27 (a) Il testo: una traduzione (b) Cenni di lettura 4.3. Cenni di lettura di Gv 20,11-18 (a) Il testo: una traduzione (b) Cenni di lettura 4.4. Cenni di lettura di Gv 20,19-29 (a) Il testo: una traduzione (b) Linee di commento 4.5. Per concludere su Gv 20 4.6. Epilogo o appendice (21,1-25) (a) Gv 21,1-14 (b) Gv 21,15-25

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Linee di conclusione e di inizio…

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Il cammino dell’amore

Postfazione. Che cosa significa “Vangelo” oggi? 1. Dai testi evangelici neo-testamentari 2. Perché il Vangelo sia fondativo nella Chiesa e nella società oggi e domani

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Dopo l’analisi e l’interpretazione… il testo

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Selezione bibliografica 1. Fonti e strumenti 2. Il vangelo secondo Giovanni: commentari 3. Il vangelo secondo Giovanni: saggi e studi 4. Altri saggi e studi teologici e storici

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Indice

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