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23/29 settembre 2016 Ogni settimana il meglio dei giornali di tutto il mondo

n. 1172 • anno 23 America Latina Prove di pace in Colombia

internazionale.it Joseph Stiglitz Un piano migliore per il Giappone

4,00 € Attualità Il nuovo colosso Bayer-Monsanto

La solitudine di Hillary Clinton È competente e preparata, ma molti elettori la considerano falsa e poco trasparente

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23/29 settembre 2016 • Numero 1172 • Anno 23 “Il libro della natura è un po’ come la Bibbia: ognuno ci legge quello che vuole”

Sommario

frANs de WAAl A pAgiNA

La settimana

23/29 settembre 2016 Ogni settimana il meglio dei giornali di tutto il mondo

modelli

n. 1172 • anno 23 America Latina Prove di pace in Colombia

internazionale.it Joseph Stiglitz Un piano migliore per il Giappone

4,00 € Attualità Il nuovo colosso Bayer-Monsanto

La solitudine di Hillary Clinton È competente e preparata, ma molti elettori la considerano falsa e poco trasparente

iN copertiNA

La solitudine di Hillary Clinton

È competente e preparata, ma molti elettori la considerano falsa e poco trasparente (p. 42). Foto di Charles Ommanney (Contour by Getty images)

Giovanni De Mauro

P.S. Delle elezioni negli Stati Uniti e della candidatura di Hillary Clinton si parlerà al festival di Internazionale a Ferrara il 2 ottobre con Ida Dominijanni, Katha Pollitt e Rebecca Traister, che ha scritto l’articolo di copertina di questa settimana.

AttuAlità

20 Colossi modiicati The Wall Street Journal AfricA e medio orieNte

24 Libia

Middle East Eye europA

26 Russia Gazeta

Americhe

28 Stati Uniti

The New York Times AsiA e pAcifico

30 Giappone

The Japan Times visti dAlgi Altri

34 L’indagine

36

scieNzA

66 Solidali

per natura Evonomics portfolio

in miniatura Jojakim Cortis e Adrian Sonderegger

del Kashmir indiano Al Jazeera

l’occidente è sicuro per le aziende The Economist

Die Zeit

cultura

viAggi

78 Il villaggio delle note El País grAphic jourNAlism

80 Italia

Anna Brandoli e Renato Queirolo

98 La nuova

iNdiA

108 Neanche

ritrAtti

colombiA

60 La nuova rivolta

ecoNomiA e lAvoro

76 Jason Njoku

82 Creatività

Le Monde

per i igli senza ovuli Science

70 La storia

italiana sulle navi cariche di droga The New York Times Il successo bangladese in Italia Inter Press Service

52 Prove di pace

scieNzA

102 È ancora presto

Arte

senza conini Vulture

84

Cinema, libri, musica, video, arte

Le opinioni 16

Domenico Starnone

25

Amira Hass

38

Gideon Levy

40

Joseph Stiglitz

86

Gofredo Foi

88

Giuliano Milani

92

Pier Andrea Canei

94

Christian Caujolle

101 Tullio De Mauro

pop

musica classica in Cina Madeleine Thien 100 Lo sport americano è socialista Derek Thompson

le rubriche 16

Posta

19

Editoriali

111

Strisce

113

L’oroscopo

114

L’ultima

Articoli in formato mp3 per gli abbonati

le principali fonti di questo numero Al Jazeera È una rete televisiva satellitare con sede in Qatar. L’articolo a pagina 60 è uscito il 30 agosto 2016 con il titolo Kashmir: a story of deiance amid grief. The Wall Street Journal È il più importante quotidiano economico inanziario statunitense. L’articolo a pagina 20 è uscito il 14 settembre 2016 con il titolo Behind the Monsanto deal, doubts about the gmo revolution. Internazionale pubblica in esclusiva per l’Italia gli articoli dell’Economist.

Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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internazionale.it/sommario

Humans of New York è un progetto di Brandon Stanton. Dal 2010 pubblica online ritratti fotograici di persone che vivono a New York. Ogni ritratto ha anche un breve testo, di solito la trascrizione di una conversazione sulla loro vita. Qualche giorno fa è stato il turno di Hillary Clinton. “Non sono Barack Obama. Non sono Bill Clinton. Entrambi si comportano con una naturalezza che piace molto alle persone. Ma sono sposata con uno dei due e ho lavorato per l’altro, e so quanto lavorano duramente per essere naturali. Non è qualcosa che gli viene automatico. Studiano e ripetono quello che devono dire. Non è che cercano di essere qualcun altro. Ma è impegnativo presentare se stessi nel modo migliore possibile. Devi comunicare in modo che la gente dica: ‘Ok, l’ho capita’. E questo può essere più diicile per una donna. Infatti chi sono i tuoi modelli? Se vuoi candidarti al senato, o diventare presidente, la gran parte dei tuoi modelli di riferimento sono maschili. E quello che funziona per loro non funziona per te. Le donne sono viste attraverso una lente diversa. Non è un male. È solo un dato di fatto. Ed è molto divertente. Vado a questi eventi e ci sono dei maschi che parlano prima di me, e insistono con il loro messaggio, e gridano che dobbiamo vincere le elezioni. E alle persone piace un sacco. E io voglio fare la stessa cosa. Perché ci tengo a questa roba. Ma ho imparato che non posso essere altrettanto appassionata nei miei interventi. Mi piace agitare le braccia, ma apparentemente questo spaventa la gente. E non posso urlare. Viene percepito come ‘troppo forte’ o ‘troppo stridulo’, ‘troppo questo’ o ‘troppo quello’. Che è bufo, perché sono sempre convinta che invece alle persone in prima ila sta piacendo”. u


Immagini Zona di pericolo New York, Stati Uniti 17 settembre 2016

Nel quartiere di Chelsea, a Manhattan, poco dopo l’esplosione di una bomba che ha causato 31 feriti, la sera del 17 settembre. Due giorni dopo un altro ordigno è esploso nei pressi della stazione di Elizabeth, in New Jersey, mentre un robot della polizia provava a disinnescarlo. La polizia ha arrestato un sospettato, Ahmad Khan Rahami, 28 anni, cittadino statunitense di origini afgane. Secondo le prove raccolte dall’Fbi, Rahami preparava l’attentato da mesi e si era ispirato al terrorismo jihadista. Foto di Spencer Platt (Getty Images)


Immagini Opposizione

Kinshasa, Rdc 19 settembre 2016 Le proteste contro il presidente Joseph Kabila sono degenerate in scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che in due giorni hanno provocato la morte di almeno 32 persone. Le sedi del partito al potere e dei tre principali partiti di opposizione sono state incendiate e diversi commissariati sono stati attaccati. Il 20 settembre era il termine per convocare le elezioni presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo, previste per novembre. L’opposizione accusa Kabila di voler rinviare il voto per restare al potere anche dopo la scadenza del suo mandato, a dicembre. Foto di Eduardo Soteras (Afp/Getty Images)


Immagini A ritmo di birra Monaco, Germania 18 settembre 2016

Un padiglione della 183 a edizione dell’Oktoberfest, che quest’anno si svolge dal 17 settembre al 3 ottobre, giorno in cui si festeggia la riuniicazione della Germania. È l’evento più importante della città della Baviera e la festa popolare più grande del mondo, con milioni di visitatori ogni anno e milioni di barili di birra consumati. L’Oktoberfest nacque nel 1810, durante i festeggiamenti per le nozze tra il principe ereditario Ludwig di Baviera e la principessa Therese di Sassonia-Hildburghausen. Nel novecento più di venti edizioni della festa furono cancellate a causa delle guerre. Foto di Matthias Balk (Epa/Ansa)


Posta@internazionale.it La pace nei Balcani è di nuovo in pericolo u Nell’articolo di Paul Mason (Internazionale 1171) viene citata la clausola di mutua difesa contenuta in un articolo del trattato di Lisbona. L’autore parla dell’obbligo dei paesi dell’Unione europea di intervenire in caso di richiesta di aiuto da parte di uno stato membro. C’è un’inesattezza: l’articolo in questione, il 42, parla sì di obbligo di intervenire, ma dice anche che “ogni impegno di assistenza non deve pregiudicare il carattere speciico delle politiche di sicurezza e di difesa di ogni stato membro”. Questo lascia ogni stato quasi totalmente libero di far cadere nel vuoto tale richiesta. Come è successo, per esempio, con la Francia dopo gli attentati di Parigi. Francesco Valenza

Fumo in vista u La foto di Alberto Saiz dell’incendio in Spagna (Internazionale 1170), oltre a testimoniare la gravità dell’accadu-

to, sembra un’allegoria del mondo in cui viviamo: una manciata di individui che dall’alto osserva la terra andare in fumo, nel fresco della propria piscina. Simone Panati

Un reddito per tutti u Riguardo i tre articoli sul reddito minimo (Internazionale 1168), sono d’accordo che la ricchezza si debba ridistribuire, ma si fa tassando i ricchi e aumentando l’assistenza sociale per i più poveri, non con il reddito di base. Non è una questione di destra o di sinistra, ma di economia. A pagina 45 si legge: “Con un reddito di base, chi lavora guadagna di più”. Vero. Nell’equazione che spiega il mercato del lavoro si dimostra che con un reddito minimo le imprese devono offrire salari più alti perché i lavoratori siano incentivati ad alzarsi dal divano e andare a lavorare. Ma salari più alti si traducono in prezzi più alti. Nel medio periodo l’unico risultato è un carico maggiore sulle spalle dei contribuenti

per inanziare la manovra. Il reddito minimo genera inlazione, incentiva il lavoro nero e costa tantissimo. Mi sembra che l’unica obiezione sollevata in questi articoli sia che i poveri stiano con le mani in mano. Povero, questo sì (e senza fondamento), come argomento. Andrea Calenda

u Nel numero 1171, a pagina 56 : “È normale che i sedimenti teneri tremino di più della roccia consolidata” e non “che i terreni sedimentosi tremino più di quelli rocciosi”. Errori da segnalare? correzioni@internazionale.it PER CONTATTARE LA REDAZIONE

Telefono 06 441 7301 Fax 06 4425 2718 Posta via Volturno 58, 00185 Roma Email posta@internazionale.it Web internazionale.it INTERNAZIONALE È SU

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Una questione privata

“I bambini che crescono in famiglie molto religiose tendono a essere meno altruisti di quelli che provengono da famiglie non religiose o atee”. Questa è la conclusione di una ricerca condotta su un campione di 1.170 bambini tra i 5 e i 12 anni provenienti da sei paesi (Canada, Cina, Giordania, Turchia, Stati Uniti e Sudafrica) e pubblicata su Current Biology lo scorso anno. Tra le prove a cui sono

16

stati sottoposti i bambini c’erano quella sulla propensione a condividere adesivi con compagni di scuola di etnie diverse o quella sulla scelta del tipo di punizione da inliggere a dei coetanei che si erano comportati male. “Benché i genitori religiosi fossero molto più propensi degli altri a descrivere i loro igli come empatici e attenti alla giustizia”, commenta la rivista Le Scienze, “i risultati dei test sui bambini hanno indicato l’opposto”. Da genitore ateo, sto crescendo i miei igli nell’idea che la scelta di essere religiosi o meno si fa da

Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

Domenico Starnone

Oltre la ringhiera

Errata corrige

Dear Daddy Claudio Rossi Marcelli

Come comportarsi con dei ragazzini che prendono in giro mio iglio di sei anni che non crede in dio?–Katia

Parole

adulti, e loro sanno che quando il bambino di turno comincia a interrogare tutti i compagni di classe per sapere chi crede in dio e chi no (e quindi chi andrà in paradiso e chi no), loro devono rispondere: “In casa nostra non parliamo della fede degli altri, perché è una questione privata”. Mia iglia mi ha preso talmente in parola che durante una drammatica discussione su Babbo Natale ha zittito tutti dicendo: “Ognuno è libero di crederci o no. La religione è una questione privata”. daddy@internazionale.it

u L’orlo del precipizio è una metafora sempre viva. E non parliamo del precipizio e del precipitare. Italo Calvino quasi sessant’anni fa ne cavò un’immagine molto eicace. Riguardava gli scrittori e la loro diicoltà crescente di fare romanzi sullo stato delle cose. Thomas Mann – diceva Calvino – aveva capito quasi tutto sporgendosi da una ringhiera estrema dell’ottocento, mentre noi oggi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale. Parole del 1957, ma che durano. Il precipizio infatti non accenna a inire e forse non volano più giù soltanto gli scrittori. C’è un’altra igurina, di minori pretese, impegnata in una letteraria caduta a capoitto: di professione è spazzacamino. Sta in una vignetta citata da Nabokov nelle sue Lezioni di letteratura, e precipitando dall’ultimo piano trova il modo di notare in un’insegna un errore d’ortograia e di rammaricarsi che nessuno l’abbia ancora corretto. La caduta dello spazzacamino integra il precipizio calviniano e riguarda un po’ tutti noi che continuiamo a volare giù per la tromba delle scale. Non solo abbiamo perso per sempre la ringhiera, non solo disperiamo di riguadagnare l’altezza, ma forse non abbiamo nemmeno più voglia di prendere nota d’alcunché, iguriamoci di un errore. È magniica l’attenzione al dettaglio, ma a che serve, se non si trova il modo di interrompere la caduta?


Editoriali

Il punto più basso per la Siria “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra ilosoia” William Shakespeare, Amleto Direttore Giovanni De Mauro Vicedirettori Elena Boille, Chiara Nielsen, Alberto Notarbartolo, Jacopo Zanchini Editor Daniele Cassandro (cultura), Carlo Ciurlo (viaggi, visti dagli altri), Gabriele Crescente (opinioni), Camilla Desideri (America Latina), Simon Dunaway (attualità), Francesca Gnetti, Alessandro Lubello (economia), Alessio Marchionna (Stati Uniti), Andrea Pipino (Europa), Francesca Sibani (Africa e Medio Oriente), Junko Terao (Asia e Paciico), Piero Zardo (cultura, caposervizio) Copy editor Giovanna Chioini (web, caposervizio), Anna Franchin, Pierfrancesco Romano (coordinamento, caporedattore), Giulia Zoli Photo editor Giovanna D’Ascenzi (web), Mélissa Jollivet, Maysa Moroni, Rosy Santella (web) Impaginazione Pasquale Cavorsi (caposervizio), Valeria Quadri, Marta Russo Web Giovanni Ansaldo, Annalisa Camilli, Andrea Fiorito, Stefania Mascetti (caposervizio), Martina Recchiuti (caposervizio), Giuseppe Rizzo, Giulia Testa Internazionale a Ferrara Luisa Cifolilli, Alberto Emiletti Segreteria Teresa Censini, Monica Paolucci, Angelo Sellitto Correzione di bozze Sara Esposito, Lulli Bertini Traduzioni I traduttori sono indicati dalla sigla alla ine degli articoli. Giuseppina Cavallo, Stefania De Franco, Andrea De Ritis, Andrea Ferrario, Federico Ferrone, Sonia Grieco, Giusy Muzzopappa, Francesca Rossetti, Fabrizio Saulini, Irene Sorrentino, Andrea Sparacino, Claudia Tatasciore, Bruna Tortorella, Nicola Vincenzoni Disegni Anna Keen. I ritratti dei columnist sono di Scott Menchin Progetto graico Mark Porter Hanno collaborato Gian Paolo Accardo, Luca Bacchini, Francesco Boille, China Files, Sergio Fant, Andrea Ferrario, Anita Joshi, Andrea Pira, Fabio Pusterla, Marc Saghié, Andreana Saint Amour, Francesca Spinelli, Laura Tonon, Pierre Vanrie, Guido Vitiello Editore Internazionale spa Consiglio di amministrazione Brunetto Tini (presidente), Giuseppe Cornetto Bourlot (vicepresidente), Alessandro Spaventa (amministratore delegato), Giancarlo Abete, Emanuele Bevilacqua, Giovanni De Mauro, Giovanni Lo Storto Sede legale via Prenestina 685, 00155 Roma Produzione e difusione Francisco Vilalta Amministrazione Tommasa Palumbo, Arianna Castelli, Alessia Salvitti Concessionaria esclusiva per la pubblicità Agenzia del marketing editoriale Tel. 06 6953 9313, 06 6953 9312 info@ame-online.it Subconcessionaria Download Pubblicità srl Stampa Elcograf spa, via Mondadori 15, 37131 Verona Distribuzione Press Di, Segrate (Mi) Copyright Tutto il materiale scritto dalla redazione è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commercialeCondividi allo stesso modo 3.0. Signiica che può essere riprodotto a patto di citare Internazionale, di non usarlo per ini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Per questioni di diritti non possiamo applicare questa licenza agli articoli che compriamo dai giornali stranieri. Info: posta@internazionale.it

Registrazione tribunale di Roma n. 433 del 4 ottobre 1993 Direttore responsabile Giovanni De Mauro Chiuso in redazione alle 20 di mercoledì 21 settembre 2016 Pubblicazione a stampa ISSN 1122-2832 Pubblicazione online ISSN 2499-1600 PER ABBONARSI E PER INFORMAZIONI SUL PROPRIO ABBONAMENTO Numero verde 800 156 595 (lun-ven 9.00-19.00), dall’estero +39 041 509 9049 Fax 030 777 23 87 Email abbonamenti.internazionale@pressdi.it Online internazionale.it/abbonati LO SHOP DI INTERNAZIONALE Numero verde 800 321 717 (lun-ven 9.00-18.00) Online shop.internazionale.it Fax 06 442 52718 Imbustato in Mater-Bi

The Guardian, Regno Unito Dopo aver visto tante atrocità è diicile essere ancora sconvolti dagli orrori della guerra in Siria. Mese dopo mese i crimini si accumulano. I civili sono stati attaccati con armi chimiche e hanno imparato a temere i barili bomba dell’esercito e l’artiglieria dei ribelli. Le strutture mediche sono state colpite ripetutamente. Cinque anni di guerra civile hanno ucciso mezzo milione di persone e hanno costretto milioni di siriani a fuggire. Ma la distruzione di un convoglio delle Nazioni Unite che portava aiuti umanitari ad Aleppo, il 20 settembre, è stato uno dei punti più bassi toccati dal conlitto. Il convoglio era stato autorizzato e aveva chiari segni d’identiicazione. Se l’attacco è stato intenzionale, come sembra probabile, si tratta di un crimine di guerra. Probabilmente Damasco pensava di avere mano libera dopo il bombardamento statunitense che il 17 settembre ha ucciso più di sessanta soldati. Ma il governo siriano sembra fare aidamento soprattutto sulla sua impunità: non ha nessun motivo di credere che qualcuno gli chiederà conto delle sue azioni. Questo episodio sembra aver decretato la ine di un cessate il fuoco che era stato raggiunto dopo lunghi negoziati e aveva oferto qualche speranza di un passo avanti. Russia e Stati Uniti

continuano a dire che l’accordo non è morto, ma ormai è diicile prendere sul serio l’idea di una tregua in Siria. Nessuno può essere ottimista sui tentativi di ristabilirla, e nessuno è ansioso di metterla alla prova tentando una nuova consegna di aiuti. Eppure i negoziati tra il segretario di stato americano John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov restano l’unica strada percorribile. Barack Obama, che un tempo tracciava linee rosse sull’uso di armi chimiche, può solo ribadire il suo appello alla “diplomazia dura”. Con l’avvicinarsi della ine del suo mandato, gli Stati Uniti hanno ancora meno peso nel rapporto con Mosca: la loro unica speranza è che la Russia sia più preoccupata dall’idea di dover trattare con Hillary Clinton. Nel frattempo, l’occidente potrebbe almeno fare qualcosa per quelli che sono fuggiti dal conlitto, sia accogliendoli sia aiutando i paesi che hanno preso in carico la maggior parte dei profughi. Altrettanto importante è l’impegno a giudicare prima o poi il governo siriano per le sue azioni, non solo perché i siriani meritano giustizia, ma per proteggere i civili nei conlitti futuri. Se i crimini di guerra non possono essere evitati, devono essere almeno puniti. u as

La vera alternativa tedesca Gereon Asmuth, Die Tageszeitung, Germania La sinistra ha sempre avuto un problema: è troppo critica. Con la destra e l’estrema destra, e in qui sono tutti d’accordo. Ma diventa ancor più critica quando se la prende con il resto della sinistra. È questione di dettagli, ma anche di visione d’insieme. Così il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) litiga con la Linke, la Linke con i Verdi e i Verdi con l’Spd. E poi, quando può, l’Spd si coalizza con l’Unione cristianodemocratica (Cdu). Come in Meclemburgo-Pomerania, dove l’Spd ha deciso di rimanere al ianco del partito della cancelliera Angela Merkel piuttosto che schierarsi con la Linke. Per questo dopo le elezioni per il parlamento del land di Berlino bisogna quasi ringraziare Alternativ für Deutschland (Afd): l’entrata in parlamento dei populisti di estrema destra ha infatti il positivo efetto collaterale di rendere impossibile l’ormai classica grande coalizione, e di obbligare inalmente l’Spd, i Verdi e la Linke a

unire le forze, perché ogni altra alleanza sarebbe politicamente impraticabile. Il fantomatico progetto rosso-rosso-verde, annunciato da anni in diversi piani strategici, sembra inalmente prendere forma. E stavolta non in una piccola realtà periferica come la Turingia, dove la Linke è addirittura alla testa di una coalizione. Berlino è la capitale, e lo sarà anche nel 2017, quando si terranno le elezioni legislative. Se una coalizione di sinistra riuscisse a insediarsi a Berlino, si troverebbe davanti una grande responsabilità. Non si tratta solo di pianiicare la costruzione di nuove case popolari per contrastare l’aumento degli aitti, di ampliare la rete di piste ciclabili e neanche di difendere la tanto criticata società aperta berlinese. Si tratta soprattutto di dimostrare che è possibile: che un’alleanza di sinistra guidata dall’Spd può governare. E può essere la vera alternativa per la Germania. u nv Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Attualità

Colossi modiicati L’acquisto della Monsanto da parte della Bayer è il segnale di una crisi del dominio degli ogm nell’agricoltura statunitense

L’

ondata di fusioni miliardarie avvenute recentemente nel settore agricolo nasconde un cambiamento nell’agricoltura degli Stati Uniti, dove il dominio delle colture geneticamente modiicate è in crisi. Da quando sono state introdotte nelle aziende agricole statunitensi vent’anni fa, le sementi geneticamente modiicate sono diventate come i cellulari: fanno mille cose e sono onnipresenti. Gli scienziati hanno introdotto geni che consentono alle colture di respingere gli insetti, di sopravvivere a potenti erbici-

Da sapere Sida industriale Fatturato dei principali gruppi agrochimici mondiali, 2015, miliardi di dollari Fonte: Neue Zürcher Zeitung

23,1 Pesticidi Sementi Monsanto

14,8

14,6

5,8 Bayer

ChemChina Syngenta

20

Dow DuPont

Basf

Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

di o a una minore irrigazione e di produrre oli con pochi grassi saturi, spazzando via i tradizionali metodi di coltivazione. Secondo le stime del dipartimento dell’agricoltura statunitense (Usda), quest’anno il 94 per cento delle coltivazioni di soia e il 92 per cento di quelle di mais provengono da semi geneticamente modiicati. Oggi, però, per gli agricoltori è sempre più diicile giustiicare i costi crescenti degli organismi geneticamente modificati (ogm) a fronte dei margini di guadagno sempre più miseri. La spesa per le sementi è quasi quadruplicata dal 1996, quando la Monsanto diventò la prima azienda a lanciare le varietà modiicate. Negli ultimi tre anni, invece, i prezzi dei principali prodotti agricoli sono diminuiti, e nel 2016 molti agricoltori hanno cominciato a perdere soldi. L’uso della biotecnologia in agricoltura ha mostrato anche altri limiti. Alcune erbe infestanti, per esempio, stanno sviluppando una resistenza ai pesticidi, costringendo gli agricoltori a spendere di più per una gamma più ampia di prodotti chimici. Alcuni di loro stanno tornando alle sementi tradizionali, visto che quelle modiicate rendono sempre meno. “Con quello che paghiamo oggi per le sementi modiicate non riusciamo a guadagnarci”, dice Joe Logan, un agricoltore dell’Ohio. La scorsa primavera Logan ha caricato la sua seminatrice con sementi di soia che costano 85 dollari al sacco, quasi cinque volte di più rispetto a vent’anni fa. Per l’anno prossimo sta pensando di seminare molti dei suoi campi di mais e soia con sementi non modiicate. Questa situazione ha scatenato una serie frenetica di accordi tra i principali fornitori di sementi e di pesticidi del mondo. Il 15 settembre l’azienda chimica e farma-

BLOOMBerG/Getty IMAGeS

Jacob Bunge, The Wall Street Journal, Stati Uniti Foto di Jasper Juinen

ceutica tedesca Bayer ha annunciato l’accordo per l’acquisto della statunitense Monsanto. L’operazione, che ha un costo complessivo di 66 miliardi di dollari (59 miliardi di euro), darà vita a una delle più grandi aziende agrochimiche del mondo. Intanto i due colossi della chimica DuPont e Dow Chemichals stanno lavorando a una fusione da cui potrebbero nascere un gruppo agrochimico e altre due aziende. A febbraio, inoltre, la multinazionale svizzera Syngenta, che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura, ha accettato un’offerta da 43 miliardi di dollari dalla China National Chemical Corp. In passato la Syngenta aveva riiutato un’oferta della Monsanto.

La ine del boom I gruppi del settore agrochimico stanno cercando di abbattere i costi e sfruttare economie di scala per afrontare la diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli, che ha costretto i produttori di sementi,


Da sapere

La grande fusione u Il 14 settembre 2016 il colosso chimico e farmaceutico tedesco Bayer ha comprato la Monsanto, multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie che produce sementi geneticamente modiicate, per 66 miliardi di dollari (59 miliardi di euro). L’accordo prevede che il gruppo tedesco paghi 57 miliardi di dollari e si accolli tutti i debiti della Monsanto, pari a 9 miliardi di dollari. È la più grande acquisizione estera mai realizzata da un’azienda tedesca. u Dopo quattro mesi di trattative, la Monsanto ha accettato l’oferta della Bayer di pagare 128 dollari per ogni azione, il 44 per cento in più rispetto al prezzo registrato in borsa il 9 maggio, il giorno in cui la Bayer ha lanciato la sua prima oferta. L’azienda tedesca pagherà una penale di due miliardi di dollari in caso di fallimento dell’operazione. u La fusione darà vita a un gruppo che controllerà circa il 30 per cento del mercato globale delle sementi e dei pesticidi. u L’amministratore delegato della Bayer, Werner Baumann, ha afermato che la fusione porterà beneici “agli azionisti, ai clienti, ai dipendenti e alla società in generale”. Diversi gruppi di agricoltori hanno invece espresso preoccupazioni legate a un possibile aumento dei prezzi e a una diminuzione della varietà delle sementi disponibili. Financial Times, Bloomberg

Una serra della Monsanto a Bergschenhoek, nei Paesi Bassi, 7 luglio 2016 sostanze chimiche per le colture, fertilizzanti e macchine agricole a ristrutturazioni e a tagli al personale. “Il boom è inito”, hanno decretato gli analisti della Sanford C. Bernstein in uno studio pubblicato nel 2015, mentre le mietitrebbiatrici attraversavano i campi del midwest assicurando un altro raccolto record, dopo due annate eccezionali consecutive. Dopo una serie di raccolti molto abbondanti, i prezzi delle due principali colture statunitensi sono crollati. Secondo l’Usda, gli agricoltori statunitensi quest’anno guadagneranno complessivamente 9,2 miliardi di dollari in meno rispetto al 2015, e il 42 per cento in meno rispetto al 2013. In base alle previsioni dell’Usda, i prezzi del mais, della soia e del grano resteranno molto bassi per il prossimo decennio. Bernstein prevede che le aziende produttrici di sementi avranno grosse diicoltà a imporre aumenti di prezzo superiori all’inlazione nei prossimi tre o cinque anni. La premessa delle sementi ogm era

semplice: le piante, progettate per crescere con l’aiuto di un unico erbicida contro ogni tipo di erbacce, avrebbero permesso agli agricoltori di comprare meno prodotti chimici; le colture che secernono da sole tossine in grado di uccidere gli insetti avrebbero ridotto la dipendenza dai pesticidi. Mais, soia e cotone erano mercati naturali che occupavano milioni di ettari negli Stati Uniti. La Monsanto e altri produttori di sementi potevano imporre un prezzo più alto per sementi geneticamente modificate dette Roundup ready, cioè progettate per resistere alla famosa marca di erbicidi dell’azienda. Le aziende avrebbero diviso i ricavi con gli agricoltori, che in teoria avrebbero risparmiato sui prodotti chimici e sulla manodopera. Alla ine la Monsanto ha scelto una formula di base che sarebbe diventata uno standard del settore: per ogni dollaro che le sementi ogm facevano risparmiare agli agricoltori, l’azienda si sarebbe tenuta 33 centesimi sotto forma di

“tarifa tecnologica” addebitata su ciascun sacco di sementi. In seguito la Monsanto ha presentato semi di soia progettati per sopravvivere al glifosato, il versatile erbicida usato per le colture Roundup ready, e sementi di cotone in grado di respingere vermi devastanti. Jim Kline, presidente della Kline Family Farms, un’azienda che coltiva mais, soia e grano a Hartford City, nell’Indiana, prova sentimenti contrastanti: “Penso che tutto questo abbia distrutto il mestiere di agricoltore”. Kline ricorda che i suoi vicini avevano a lungo cercato di combattere le erbacce prima di piantare colture sviluppate in laboratorio e ottenere nel giro di poco tempo impeccabili campi verde smeraldo. Grazie alle sementi geneticamente modiicate, la famiglia Kline poté assumere dipendenti che non sapevano individuare le erbacce mentre spuntavano, e questo consentì all’azienda di espandersi e di coltivare il quadruplo degli ettari rispetto agli anni novanta. Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Attualità

BLooMBeRG/Getty IMAGeS

Semi in una fabbrica della Monsanto a Enkhuizen, nei Paesi Bassi, il 7 luglio 2016

Questa strategia fu redditizia per la Monsanto, che nel 2000 avviò la separazione dalla società madre, la Pharmacia, per creare un’azienda interamente dedicata all’agricoltura. La Monsanto faceva proitti vendendo le sue sementi e concedendo l’uso di geni modiicati ad altre aziende produttrici di sementi come la DuPont e la Syngenta. Dal momento che molte colture biotecnologiche sono state progettate per resistere al glifosato introdotto dalla Monsanto negli anni sessanta, l’azienda statunitense ha anche acquisito molti clienti per il suo erbicida di punta.

Gli invasori All’inizio degli anni 2000 negli Stati Uniti crescevano colture geneticamente modiicate su più della metà degli ettari coltivati a soia e su più di un quarto di quelli coltivati a mais. Questo sistema aveva costi sempre più alti. Secondo i dati dell’Usda, nel 2006 il costo medio delle sementi di soia era più che raddoppiato rispetto al decennio precedente, mentre i prezzi del mais da semina erano aumentati del 63 per cento. Nello stesso periodo dai campi sono cominciati

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ad arrivare segnali allarmanti. Gli scienziati hanno confermato che alcune erbe infestanti, come il caglio e il loglio rigido, avevano sviluppato una resistenza al glifosato, spuntando in mezzo ai campi pieni di germogli. Un anno prima sarebbero state seccate dall’erbicida. Invasori più problematici come alcune specie di amaranto hanno sviluppato una resistenza al glifosato, cominciando a sofocare le colture. Queste “supererbacce” obbligavano gli agricoltori a riempire le loro taniche di spray di erbicidi più vecchi e forti, come il dicamba e il 2,4 D, e in alcuni casi ad aggredire le erbacce a colpi di zappa. In molti casi i raccolti hanno smesso di tenere il passo con i prezzi sempre più alti delle sementi. Secondo l’Usda, in media negli ultimi dieci anni gli agricoltori statunitensi hanno registrato un aumento della soia coltivata per ogni ettaro di appena il 4 per cento, restando indietro rispetto all’aumento dei prezzi delle sementi. I raccolti di mais sono cresciuti del 21 per cento. Jim Zimmerman, un agricoltore che coltiva mais, soia e grano a Rosendale, nel Wisconsin, è convinto che il boom delle

biotecnologie abbia cambiato in meglio l’agricoltura, nonostante alcuni problemi. Grazie al mais e alla soia resistenti al Roundup, Zimmerman ha potuto risparmiare decine di migliaia di dollari di carburante per trattori e di manodopera che avrebbe dovuto usare per eliminare le erbacce se fosse stato costretto ad arare i suoi campi e fare altri trattamenti. Zimmerman, inoltre, sostiene di aver protetto il suo terreno dall’erosione. I risparmi negli anni gli hanno consentito di mandare i igli all’università. La prossima primavera pensa di piantare ancora sementi modiicate. Robert Fraley, il responsabile della tecnologia della Monsanto che ha contribuito a sviluppare le prime colture geneticamente modiicate dell’azienda negli anni ottanta, è convinto che gli agricoltori resteranno fedeli agli ogm. “Anche in condizioni economiche diicili, come quelle degli ultimi due anni, gli agricoltori continuano a comprare sementi modiicate perché risparmiano sugli insetticidi e su altri costi”, ha spiegato. Kyle Stackhouse, che coltiva circa 647 ettari di mais e soia a Plymouth, nell’India-


Da sapere Proprietà incrociate u Tra gli aspetti notevoli dell’afare BayerMonsanto c’è il fatto che “le due aziende hanno importanti proprietari in comune”, scrive la Süddeutsche Zeitung. Il fondo statunitense Blackrock possiede il 7 per cento della Bayer e con il 5,75 per cento è il secondo azionista della Monsanto. Vanguard è il primo azionista della Monsanto e il quarto della Bayer. Il terzo azionista di entrambi i gruppi è Capital Group. “Secondo gli esperti, è esagerato dire che i fondi siano i registi dell’afare, ma potrebbero aver inluenzato le decisioni dei dirigenti”.

na, ha smesso di credere nei semi ogm. Dopo aver destinato tutti i suoi campi di soia e quasi i tre quarti di quelli di mais alle varietà modiicate, dieci anni fa si è accorto che queste sementi non producevano raccolti abbastanza abbondanti da giustiicarne il prezzo. “I tratti genetici non ci riempivano le tasche”. Stackhouse di solito spende per ogni ettaro circa 53 dollari di sementi di soia e 40 di pesticidi, in confronto agli 83 dollari che spenderebbe in sementi di soia ogm e ai 24 dollari per altri prodotti chimici legati alle colture. In questo modo, secondo le sue stime, ha un vantaggio di 14 dollari per ogni ettaro. Stackhouse ormai ha abbandonato le colture ogm da tre anni.

Rinunce e ripensamenti Secondo l’Usda, dal 2013 il mondo ha prodotto milioni di tonnellate in più di mais, soia e grano rispetto a quelle consumate. Dal picco toccato nel 2012 – 8 dollari al bushel (27,216 chili di grano) – i prezzi del mais si sono dimezzati nel 2014 e da allora continuano a oscillare tra i 3,5 e i 4 dollari al bushel. Alla ine di agosto hanno toccato i 3,01 dollari. I prezzi della soia sono crollati del 46 per cento rispetto al picco del 2012. La Monsanto prevede prezzi più alti per le sue sementi più nuove ed eicaci, mentre con ogni probabilità abbasserà i prezzi delle versioni più vecchie. Ma in generale i prezzi aumenteranno “di pochissimo”, ha precisato Robert Fraley, responsabile tecnologico della Monsanto. Alla Beck’s Hybrid, un’azienda privata che produce sementi ad Atlanta, nell’Indiana, il direttore della ricerca Kevin Cavanaugh aferma che gli agricoltori stanno diventando più furbi nell’acquisto di sementi geneticamente modiicate. Secondo

Cavanaugh molti di loro la prossima primavera rinunceranno alle sementi progettate per scacciare la diabrotica del mais, un insetto che può provocare gravi danni alla coltura, ma che non rappresenta un grande problema in molte zone della parte orientale del midwest, dove Beck’s vende le sementi. Le varietà modificate rappresentano ancora l’86 per cento circa delle sementi di mais vendute dalla Beck’s, ma dal 2014 la percentuale di sementi non modiicate è aumentata del 17 per cento. “Gli agricoltori dicono ‘non vedo un valore suiciente o una presenza di insetti infestanti tale da giustificare l’uso di queste tecnologie’”, racconta Cavanaugh. La Stine Seed, un’azienda di Adel, nell’Iowa, ha aumentato la sua produzione di sementi di mais non modiicate in risposta al calo della domanda di ogm. Secondo Myron Stine, il presidente dell’azienda, “gli agricoltori rinunciano a certe caratteristiche genetiche perché sono troppo costose”. La settimana scorsa Jim Kline, l’agricoltore dell’Indiana, stava riparando una mietitrebbiatrice in vista del raccolto di mais di quest’anno. Ogni piantina contiene geni che la proteggono dal Roundup e dai vermi che attaccano le radici. Ha già prenotato le sementi per l’anno prossimo, quando prevede di seminare solo due terzi dei suoi campi di mais con sementi geneticamente modiicate. “I prezzi dei prodotti scendono ogni giorno”, dice Kline. Dato che l’agricoltura biotecnologica non funziona più come un tempo, si chiede, “perché spendere tutti questi soldi?”. u gim

Da sapere Prezzi divergenti Variazione dei prezzi dei semi di soia e delle piante di soia, percentuale Fonte: The Wall Street Journal 300

Semi 200

100

0

Piante -100 1996

2006

2016

L’opinione

Tanti perdenti pochi vincitori Jost Maurin, Die Tageszeitung, Germania a Bayer, il gruppo tedesco che produce farmaci e sementi, ha comprato la concorrente statunitense Monsanto. Questa fusione è un pericolo per tutti: già ora il 60 per cento del mercato mondiale delle sementi è nelle mani di appena sei aziende. Il nuovo gruppo diventerà il leader indiscusso del settore con una quota di mercato del 30 per cento. Finora la Bayer e la Monsanto avevano rivaleggiato per produrre il seme più eiciente. In futuro la competizione sarà ridotta e si registrerà un calo dell’innovazione. I primi a risentirne saranno gli agricoltori che usano sementi geneticamente modiicate: per loro ci saranno meno scelta e prezzi più alti. Eppure il mondo avrebbe un gran bisogno di semi per adattare l’agricoltura al cambiamento climatico e sfamare la popolazione mondiale in crescita. Senza contare che, se vengono prodotti meno semi, la diversità delle specie di piante coltivate sarà a rischio. Quest’acquisizione penalizzerà anche gli europei, contrari alla coltivazione di organismi geneticamente modiicati. La Monsanto resta il più grande produttore al mondo di semi modiicati. Ora l’ingegneria genetica diventerà molto importante anche per la Bayer, e il colosso tedesco sarà pronto a fare pressioni in Europa in favore delle specie vegetali geneticamente modiicate. Anche i dipendenti delle due aziende, inine, potrebbero pagare un caro prezzo. Alcune igure professionali saranno sovrapponibili e verranno tagliate. Come in ogni grande fusione, c’è inoltre il rischio che qualcosa vada storto a causa delle differenze tra le due culture aziendali. Gli unici a guadagnarci sono gli azionisti della Monsanto, i dirigenti e i loro partner nelle banche e negli studi legali. Loro incasseranno i 66 miliardi di dollari sborsati dalla Bayer. Tanti soldi, che la nuova azienda prenderà dai consumatori, dagli agricoltori e dai dipendenti. u nv

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Africa e Medio Oriente Da sapere

ABDULLAH DoMA (AFP/GETTy IMAGES)

Zueitina, 14 settembre 2016

Frustrazione e rabbia in Libia Tom Westcott, Middle East Eye, Regno Unito Dopo la conquista dei terminal petroliferi da parte delle forze legate al parlamento di Tobruk, i cittadini sono scesi in piazza denunciando la debolezza del governo di unità nazionale ra il 16 e il 18 settembre in Libia ci sono state contestazioni contro il governo di unità nazionale di Tripoli e contro la missione delle Nazioni Unite. A Bengasi una bomba è esplosa, senza provocare vittime, vicino al luogo delle proteste e in risposta sono scesi in strada anc0ra più manifestanti. Tra loro c’era Mohammed al Mahdani al Fahri, ministro dell’interno del governo di Tobruk, nell’est del paese. In alcune città i manifestanti hanno condannato la comunità internazionale per come ha reagito alla conquista di quattro terminal petroliferi da parte delle forze del generale Khalifa Haftar, fedeli al governo di Tobruk, tra l’11 e il 13 settembre. Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Germania, Italia e Francia hanno difuso una dichiarazione congiunta in cui ribadiscono

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che il governo di unità nazionale è “l’unico amministratore” del petrolio libico e chiedono il ritiro di tutte le forze militari. Questa nota ha scatenato un’ondata di rabbia in tutta la Libia, dove in molti vedono la gestione militare dei porti come una via, a lungo attesa, per far ripartire le esportazioni petrolifere, la principale fonte di reddito del paese. Dall’estate del 2013 ino alla conquista di Haftar, i terminal erano bloccati dalla milizia Petroleum facilities guard, guidata da Ibrahim Jadhran, con perdite per la Libia pari a più di cinquanta miliardi di dollari. Secondo alcune fonti vari governi hanno versato milioni di dollari a Jadhran per fargli togliere il blocco.

Capitale in crisi L’incapacità di afermarsi del governo di unità nazionale è stata al centro anche della protesta del 17 settembre nella capitale Tripoli, segnata da difficoltà economiche e sociali. Da mesi la Libia sofre una grave crisi di liquidità, e le persone sono costrette a fare la ila fuori dalle banche per giorni per ritirare al massimo 400 dinari (260 euro). Il 12 settembre, durante l’Eid al Adha, la festa del sacriicio, le temperature hanno supera-

11-13 settembre 2016 Le forze al comando del generale Khalifa Haftar, legate al parlamento di Tobruk, prendono il controllo di quattro terminal petroliferi: Al Sidra, Ras Lanouf, Zueitina e Brega. 18 settembre Ricominciano a Sirte gli scontri tra il gruppo Stato islamico (Is) e il governo di unità nazionale, che a metà agosto aveva preso il controllo di gran parte della città. 19 settembre Il ministero degli esteri italiano fa sapere che a Ghat, nel sud della Libia, sono stati rapiti due italiani e un canadese, dipendenti di un’azienda che si occupa della manutenzione dell’aeroporto della città. Il rapimento non viene rivendicato.

to i 40 gradi e le interruzioni di elettricità sono durate fino a dodici ore al giorno. “Questo governo ha già fallito. Se non è in grado di fornire denaro e servizi di base alla popolazione della capitale, come può sperare di garantire pace e sicurezza?”, si lamenta Hamed, un imprenditore di 59 anni. Secondo lui il governo usa i problemi sociali come diversivi “per far dimenticare la corruzione dei politici, che vogliono solo mettere le mani sui soldi di Gheddai, ancora congelati in conti esteri”. Taher, 30 anni, direttore di un centro di formazione professionale, ha spiegato che anche i singoli individui hanno “qualche responsabilità in questo disastro: molte persone non pagano le tasse e le bollette, sprecano cibo, corrente e carburante e buttano la spazzatura per strada”. Gli studenti universitari sono costretti a preparare gli esami nel caldo sofocante di giorno e a lume di candela di notte. Sara, 22 anni, studente di medicina, racconta che “la vita è diventata davvero dura qui e tutti cercano un modo per andarsene. È molto triste, per noi la famiglia è tutto, ma vogliamo poter studiare e costruirci un futuro, e sembra che in Libia questo non sia possibile”. u sg


SIRIA

Non c’è tregua Il 19 settembre l’esercito siriano ha dichiarato conclusa la tregua che era entrata in vigore una settimana prima, accusando i ribelli di non averla rispettata, scrive Al Bawaba. Poco dopo è stato colpito un convoglio che trasportava aiuti umanitari vicino ad Aleppo e venti persone sono morte. Gli Stati Uniti hanno accusato del raid la Russia, che però ha smentito. L’Onu ha sospeso temporaneamente l’invio di aiuti in Siria. Il 21 settembre quattro operatori umanitari siriani sono morti in un bombardamento vicino ad Aleppo. Il 18 settembre un attacco statunitense a Deir Ezzor aveva ucciso circa sessanta soldati siriani.

RDC

Violenze a Kinshasa

JUNIOR D. KANNAH (AfP/GEtty)

Il 19 e il 20 settembre a Kinshasa gli oppositori del presidente Joseph Kabila si sono scontrati con le forze dell’ordine (nella foto). Le sedi dei tre principali partiti di opposizione sono state incendiate e almeno 32 persone sono morte, riferisce Le Congolais. L’opposizione accusa Kabila di voler rinviare le elezioni presidenziali, previste per novembre, per restare al potere oltre il suo mandato, che scade a dicembre. La legge impedisce a Kabila, al potere dal 2001, di ricandidarsi, ma il presidente non sembra disposto a farsi da parte.

Burundi

EGITTO

Contro gli attivisti

La ricerca della verità Iwacu, Burundi “Contestata, accusata di essere ineicace e inopportuna, la commissione per la verità e la riconciliazione non riesce a unire il Burundi”, scrive Iwacu. Lanciata a marzo dopo un’attesa di molti anni, la commissione ha il compito di documentare le violenze avvenute nel paese tra il 1962 e il 2008, quando ebbero ine i massacri legati alla guerra civile scoppiata nel 1993. Ma è stata accusata dall’opposizione e dalla società civile di essere uno strumento al servizio del potere, dato che è stata istituita da Pierre Nkurunziza, il presidente che ad aprile del 2015 aveva annunciato di volersi candidare a un terzo mandato, scatenando molte proteste. Il presidente della commissione, Jean-Louis Nahimana, spiega che l’istituzione è stata lanciata in un momento in cui il paese stava sprofondando in una nuova crisi e questo “non ha favorito la ricerca della verità perché gli interessi sono rivolti altrove”. Il 20 settembre un’indagine dell’Onu ha concluso che tra aprile 2015 e giugno 2016 il governo ha commesso “gravi violazioni dei diritti umani” e ha avvertito del pericolo di “crimini contro l’umanità e di genocidio” in Burundi. u

Il 17 settembre un tribunale egiziano ha ordinato il congelamento dei beni di cinque noti attivisti per i diritti umani e tre organizzazioni non governative. L’accusa è di aver usato inanziamenti esteri per danneggiare la sicurezza nazionale, spiega il Daily News Egypt. tra gli attivisti coinvolti c’è anche Hossam Bahgat, giornalista ed ex direttore dell’Egyptian initiative for personal rights.

IN BREVE

Giordania Il 20 settembre si sono svolte nel paese le elezioni legislative. Lo scrutinio ha segnato il ritorno dei fratelli musulmani, la principale forza di opposizione. Egitto Il 21 settembre almeno 30 migranti sono morti nel naufragio della loro imbarcazione al largo delle coste egiziane. Circa 150 persone sono state soccorse. Secondo alcune testimonianze, a bordo c’erano però tra le trecento e le seicento persone.

Da Venezia Amira Hass

Dipinti verbali Il 20 settembre, sull’imbarcazione che da Venezia mi portava in aeroporto, il cielo nuvoloso era colorato di rosa scuro. Il volto di uno dei passeggeri, un ragazzo, si è illuminato. Ha aperto il suo zaino e ha tirato fuori un quaderno per disegnare, poi una scatola piccola ed elegante che usava come tavolozza, poi un pennello sottile che ha immerso in una boccetta. Il traghetto stava accelerando, le nuvole cambiavano forma e il rosa diventava sempre più grigio. Il ragazzo ha dato un’occhiata fuori e poi

ha cominciato a dipingere. Non ha immortalato tutto questo. Non avrebbe potuto. Ha dipinto un attimo fuggente di realtà, e soprattutto le sue impressioni, il suo innamorarsi del movimento delle onde e delle nuvole. Non so perché, ma il ragazzo mi ha ricordato le tante persone di cui ho raccontato le storie in tutti questi anni, dipingendole e a volte scolpendole. I miei dipinti verbali hanno sempre mostrato la mia rabbia, lo so, ma voglio credere che le persone di cui ho par-

lato siano emerse come soggetti e non come oggetti sfruttati da un’arrivista. La strumentalizzazione è uno dei rischi più grandi per un giornalista. Io ricordo tutte quelle persone nei momenti più diicili della loro vita. Questa, in fondo, è la triste natura del giornalismo che parla di violenza di stato. Oggi quei momenti sono passati. Ma quanti di loro (temo pochi, purtroppo) hanno poi vissuto momenti migliori? Quanti meriterebbero un colore allegro, se dovessi ridipingere la loro storia? u as

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Europa sensi grazie anche all’astensione. A quanto pare gli elettori russi non hanno bisogno delle elezioni e non sono interessati al parlamento. Il risultato del voto comunque è il segno di una crisi politica: per catturare l’interesse dei cittadini bisogna fare un gesto strepitoso.

Un seggio elettorale nel villaggio di Mitsulevka, il 18 settembre 2016

OLEG KLIMOV (AP/ANSA)

Cambiamenti ai vertici

Il voto per la duma non ha sorpreso nessuno Michail Zacharov, Gazeta.ru, Russia Alle elezioni legislative del 18 settembre Russia unita, il partito del presidente Vladimir Putin, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. L’astensione però è stata altissima i solito alla vigilia delle elezioni per il rinnovo della duma, il parlamento russo, nessuno si aspetta delle sorprese. Ma poi, quando vengono resi noti i risultati, i motivi per meravigliarsi sono sempre molti. Alle elezioni del 18 settembre l’unica sorpresa è stata che quasi tutte le previsioni sono state confermate, sia quelle di chi simpatizza per il potere sia quelle degli esperti che lo criticano. Molti osservatori avevano deinito il Partito liberaldemocratico di Vladimir Žirinovskij la “seconda scelta”. E in efetti la formazione ha ottenuto un buon risultato, a un passo dai comunisti. Gli esperti avevano anche detto che Russia unita (il partito di Vladimir Putin) avrebbe ottenuto la metà dei voti nella quota eletta in base al sistema proporzionale e circa duecento seggi nelle circoscrizioni

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uninominali. Ci si aspettava che il partito avrebbe avuto una maggioranza di seggi suiciente per approvare modiiche alla costituzione. È andata proprio così. Chi ha seguito la campagna elettorale era convinto che i toni noiosi avrebbero portato a una bassa aluenza alle urne, favorendo i candidati vicini al potere, proprio com’è successo. Anche se il gioco della “bassa affluenza” è pericoloso: possono scegliere di non votare non solo gli elettori fedeli al potere, ma anche quelli più critici, come avvenne nel 2013 nelle elezioni locali di Mosca, quando il blogger e attivista Aleksej Navalnyj ottenne il 27 per cento dei con-

Da sapere

Il nuovo parlamento russo Dati provvisori, 93 per cento dei voti scrutinati Seggi

Russia unita

343

Partito comunista

42

Partito liberaldemocratico

39

Russia giusta

23

Altri

3

Fonte: Gazeta

Il 18 settembre si è consumato anche l’ennesimo fallimento dei cosiddetti iloccidentali, che in Russia di solito sono deiniti liberali. Non sono stati capaci di spiegare agli elettori perché avrebbero dovuto votare per loro. Gli elettori “di qualità”, come i leader dell’opposizione chiamano i loro sostenitori, non saranno rappresentati in parlamento. I deputati semplificheranno ulteriormente la loro retorica, come in un dibattito televisivo dove si grida molto ma non si dice niente di sensato. La volgarità della classe politica è la norma nella maggior parte delle democrazie, ma è comunque un preoccupante segnale di deterioramento. Gli Stati Uniti sono riusciti a convivere in modo paciico con il Tea party e lo stesso avverrà in Russia con gli ormai usurati slogan degli implacabili “falchi di Žirinovskij”. I risultati del voto lasciano intendere che la duma rimarrà fedele al presidente Putin e al governo, ma serve una precisazione. Il parlamento sarà molto più “regionale”. I deputati eletti nei collegi uninominali non sideranno il potere federale, ma la lobby delle regioni si è raforzata. Gli eletti in questi collegi dovranno tenere conto degli interessi se non dei loro elettori almeno dei gruppi dirigenti della singola regione e dei rispettivi uomini d’afari. Quando si tratterà di dimostrare “l’amore per Putin” o l’entusiasmo per l’annessione della Crimea – aspetti che non toccano interessi reali – la duma rimarrà unanime come la è stata ino a oggi. Ma sarà interessante vedere cosa succederà se il ministero delle inanze taglierà sussidi importanti per le regioni. Inine le elezioni per la duma saranno l’occasione per fare vari cambiamenti ai vertici del potere esecutivo. Già si dice che il portavoce del parlamento, Sergej Naryškin, sarà sostituito. E sembra che ci saranno altri avvicendamenti rilevanti. Tutte questioni che non saranno risolte dalla volontà del popolo, ma dalla più ordinaria politica dei quadri. Tradotto in parole povere, Putin deciderà a suo insindacabile giudizio, quindi azzardare delle previsioni è molto più diicile. u af


BELGIO

Minorenni ed eutanasia

Una leader per l’Ukip Bournemouth, 16 settembre 2016

L’Afd cresce anche a Berlino Il 18 settembre a Berlino si è votato per il rinnovo del governo locale. La Spd si è confermata primo partito della capitale tedesca con il 21,7 per cento dei voti, il 6,6 per cento in meno rispetto alle elezioni del 2011. La Cdu della cancelliera Angela Merkel si è fermata al 17,8 per cento, perdendo il 5,5 per cento rispetto al 2011. La Süddeutsche Zeitung spiega che il sindaco uscente, il socialdemocratico Michael Müller (nella foto), potrà continuare a governare formando un’alleanza con i Verdi e la Linke (sinistra radicale). Ma il risultato più eclatante è quello dei populisti dell’Alternative für Deutschland (Afd), arrivati al 13,9 per cento. La nuova afermazione dell’Afd, dopo quella nel land del Meclemburgo-Pomerania Anteriore il 4 settembre, è stata favorita da una campagna elettorale incentrata sugli attacchi alla politica di apertura ai profughi di Merkel. “La stessa cancelliera si è presa la responsabilità della sconitta e ha ammesso alcuni errori nella politica migratoria”. Le elezioni a Berlino

Spd

Voti in percentuale, 2016

Variazione in percentuale rispetto al 2011

21,7

-6,6

Cdu

17,8

-5,5

Linke

15,6

+3,9

Verdi

15,3

-2,3

Afd

13,9

+13,9

Altri

15,7

Fonte: Süddeutsche Zeitung

DANIEL LEAL-OLIVAS (AFP/GEtty IMAGES)

GERMANIA

Il 16 settembre Diane James, 56 anni, è stata eletta leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip). Prende il posto di Nigel Farage, che ha lasciato l’incarico dopo la vittoria nel referendum del 23 giugno sull’uscita del paese dall’Unione europea. James, eurodeputata, ex donna d’afari e funzionaria della sanità pubblica, è un’ammiratrice del presidente russo Vladimir Putin e della sua politica nazionalista, scrive il Daily Telegraph. Sostenitrice della linea dura nei confronti degli immigrati, è contraria all’ipotesi di rimanere nel mercato unico europeo dopo il divorzio con Bruxelles. u BOSNIA ERZEGOVINA

Il referendum dei serbi Milorad Dodik, presidente della Repubblica serba, una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina, ha stabilito che il 25 settembre si svolgerà un referendum per confermare la scelta del 9 gennaio come giorno di festa nazionale. La corte costituzionale bosniaca aveva bocciato la data perché corrisponde al giorno del 1992 in cui fu proclamata la Repubblica del popolo serbo: l’annuncio precedette la sanguinosa guerra degli anni novanta, un evento divisivo per il paese. La comunità internazionale, con l’importante eccezione della Russia, ha chiesto a Dodik di ri-

nunciare al referendum. Il primo ministro serbo Aleksandar Vučić, che riceverà Vladimir Putin alla vigilia della consultazione, non ha sostenuto esplicitamente il referendum, preferendo mantenere un basso proilo. “Dodik ha indetto il referendum per distrarre gli abitanti dalla disastrosa situazione economica nella Repubblica Serba”, scrive Oslobođenje.

Un malato terminale minorenne è morto il 17 settembre in Belgio ricorrendo all’eutanasia. Lo ha rivelato il quotidiano iammingo Het Nieuwsblad citando il presidente della commissione nazionale di controllo e valutazione sull’eutanasia. Si tratta del primo caso in Belgio, unico paese al mondo in cui la legge permette a un paziente minorenne colpito da una malattia “grave e incurabile” di mettere ine a “soferenze isiche e psicologiche costanti e insopportabili”, purché ne abbia fatto richiesta e i genitori siano d’accordo. “È un caso eccezionale”, spiega La Libre Belgique. “Lo dimostra il fatto che nei due anni e mezzo dall’entrata in vigore della legge non era mai successo”.

GIORGOS MOUtAFIS (REUtERS/CONtRAStO)

thOMAS tRUtSChEL (PhOtOthEk/GEtty)

Regno Unito

IN BREVE

Grecia Il 19 settembre un incendio volontario scoppiato nel campo di Lesbo (nella foto) ha costretto circa cinquemila migranti a fuggire. La polizia ne ha arrestati nove accusati di aver provocato gli scontri. Francia Il 20 settembre sono cominciati a Calais i lavori di costruzione di un muro che servirà a impedire l’accesso al porto ai migranti che vogliono raggiungere il Regno Unito. Il muro, che sarà lungo un chilometro e alto quattro metri, dovrebbe essere completato entro la ine dell’anno. I lavori sono inanziati da Londra.

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Americhe Minaccia sopravvalutata

Agenti dell’Fbi a New York, il 18 settembre 2016

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n un mondo razionale i crimini maldestri di Ahmad Khan Rahami sarebbero la dimostrazione che, a quindici anni di distanza dall’11 settembre, la minaccia terroristica negli Stati Uniti è ormai simile a un incendio boschivo: un evento che si veriica periodicamente e provoca qualche danno prima che gli esperti spengano le iamme. E invece, a causa della copertura dell’evento fatta dalle tv, da alcuni giornali e siti web, siamo riusciti a trasformare quest’evento in una bomba atomica. Quando la notizia dell’esplosione si è difusa, Donald Trump, con il solito opportunismo, ha detto: “Nessuno sa cosa sta succedendo, ma viviamo in un’epoca difficile. Dobbiamo essere duri”. Non voglio minimizzare gli eventi del 18 settembre, in cui sono rimaste ferite 31 persone. Ma penso che le goffe modalità dell’attentato e la rapidità con cui il presunto colpevole è stato arrestato siano la prova che il livello della minaccia terrorista negli Stati Uniti è molto basso. Per questo mi sento al sicuro. Almeno ino a quando accendo la tv: a quel punto comincio a farmi prendere dal panico. Probabilmente succede a molti altri statunitensi. Come spiega Bryan Burrough nel libro Days of rage, l’attuale ondata di violenza non è lontanamente paragonabile a quella registrata dall’Fbi tra il 1971 e il 1972. All’epoca in 18 mesi ci furono 2.500 attentati denunciati, ma il paese non perse la testa e nessuno sfruttò la paura a ini politici. Visto che la paura non è razionale, le persone che puntano sulla razionalità non riusciranno mai a convincere l’opinione pubblica che gli americani hanno più probabilità di morire nuotando in piscina, correndo per andare al supermercato o a causa dell’obesità che per un attacco terroristico. Oggi ogni atto a sfondo terroristico è percepito come un assalto alla patria, anche quando non provoca grossi danni. La paura è comprensibile, ma ha comunque conseguenze devastanti sulla psicologia e sulla politica nazionale. u as

Jack Shafer è un giornalista di Politico che si occupa di mezzi d’informazione.

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STEPHANIE KEITH (GETTY IMAGES)

Jack Shafer, Politico, Stati Uniti

La polizia indaga sulle bombe a New York e nel New Jersey M. Santora e A. Goldman, The New York Times, Stati Uniti

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hmad Khan Rahami, l’uomo che secondo le autorità statunitensi ha fatto esplodere una bomba a New York il 18 settembre, causando il ferimento di 31 persone, pianiicava gli attentati da mesi. Aveva fatto una prova pochi giorni prima e si è ispirato a “fratello Osama bin Laden” e ad altri terroristi internazionali. Rahami, un cittadino statunitense di 28 anni di origine afgana, è stato arrestato il 19 settembre in New Jersey dopo una breve sparatoria con la polizia, e il giorno seguente è stato formalmente accusato di vari reati, tra cui l’uso di armi di distruzione di massa.

Controlli precedenti La bomba esplosa il 18 settembre nel quartiere di Chelsea, a Manhattan, è stata abbastanza potente da sollevare per più di trenta metri un cassonetto d’acciaio. Le inestre di ediici a più di cento metri dal luogo dell’esplosione sono andate in frantumi, e alcuni frammenti dell’ordigno sono stati recuperati a quasi duecento metri di distanza. Nello stesso giorno in cui sono state formulate le accuse, si è difusa la notizia che due anni fa il padre di Rahami aveva detto alla polizia di temere che il iglio fos-

se un terrorista. L’Fbi aveva avviato dei controlli, che però non avevano fatto emergere elementi che giustiicassero un’indagine più approfondita. Nella provvedimento della procura si legge che Rahami era motivato da un’ideologia estremista e si fa riferimento al taccuino che l’uomo aveva con sé quando è stato ferito dalla polizia a Linden, nel New Jersey, prima di essere arrestato. Bucato da un proiettile e macchiato di sangue, il diario contiene dei passaggi contro gli interventi militari degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan. In un messaggio scritto a mano, Rahami prega di non essere catturato prima di aver portato a compimento i suoi attacchi. “Il mio cuore prega il meraviglioso saggio Allah”, scrive, “di non portarmi via il jihad. Lo imploro”. Inoltre nel diario Rahami dice di ispirarsi ad Anwar al Awlaki, un jihadista ucciso da un attacco di droni statunitensi in Yemen nel 2011, e a Nidal Hasan, il soldato che nel 2009 uccise tredici persone nella base militare di Fort Hood, in Texas. Secondo le autorità, Rahami pianiicava l’attentato almeno da giugno, e aveva acquistato su eBay molti dei materiali usati per costruire le sue armi. u gim


FABIO VIEIrA (FOTOruA/NurphOTO/GETTy)

Stati Uniti

meSSIco

Stui

I neri protestano a charlotte del presidente Il 15 settembre, il giorno prima dei festeggiamenti per l’indipendenza messicana, migliaia di persone si sono riunite a Città del Messico (nella foto) per chiedere le dimissioni del presidente Enrique peña Nieto, del partito rivoluzionario istituzionale (conservatore). “Collettivi di cittadini, organizzazioni indipendenti, gruppi giovanili e i familiari delle persone scomparse”, scrive SinEmbargo, “chiedono la rinuncia del presidente perché pensano che la soluzione alla corruzione e all’impunità nel paese non possa arrivare dai partiti”. u Il 14 settembre Tomás zerón, capo dell’indagine sulla sparizione dei 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, avvenuta il 26 settembre 2014, si è dimesso dall’incarico.

accuse a lula Il 14 settembre la procura di Curitiba ha accusato l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (nella foto), 71 anni, la moglie Marisa Leticia e altre sei persone di corruzione e riciclaggio di denaro. Lula è anche accusato di essere a capo dello schema di corruzione e tangenti all’interno della compagnia petrolifera statale petrobras. In conferenza stampa, scrive la rivista Carta Capital, l’ex presidente brasiliano ha dichiarato di essere innocente e ha ribadito che le accuse hanno l’unico obiettivo di distruggere la sua carriera politica. “Se dimostrerete la mia colpevolezza, sconterò la pena”, ha detto Lula.

Il 20 settembre a Charlotte, in North Carolina, ci sono stati degli scontri tra i poliziotti e i manifestanti che protestavano per la morte di Keith Scott, un nero di 43 anni ucciso da Brentley Vinson, un agente nero. La polizia ha sostenuto che Scott era armato, mentre i familiari della vittima afermano che l’uomo stava leggendo un libro nella sua auto ed era disarmato. Quattro giorni prima a Tulsa, in Oklahoma, Terence Crutcher, un nero di quarant’anni, era stato ucciso da Betty Shelby, una poliziotta bianca. “In due video difusi dalla polizia si vede che Crutcher era disarmato e non rappresentava una minaccia per gli agenti”, scrive The Nation. u canada

StatI UnItI

Una legge pericolosa “Il 16 settembre la lobby delle armi ha ottenuto una vittoria preoccupante”, scrive il New York Times. Il parlamento del Missouri, controllato dai repubblicani, ha votato per eliminare le restrizioni in vigore sul possesso di armi: “Dal 2017 i cittadini potranno portare armi nascoste senza una licenza e senza aver frequentato un corso di addestramento”. Inoltre il provvedimento introduce il principio stand your ground: chi si sente minacciato non ha il dovere di evitare lo scontro e ha il diritto di usare la forza.

cura alternativa Il 13 settembre il governo canadese ha approvato un provvedimento che permetterà ai medici di prescrivere eroina alle persone tossicodipendenti che non rispondono alle terapie convenzionali. La decisione del governo reintroduce una pratica che in Canada è stata possibile ino al 2013, quando il governo conservatore ha deciso di vietarla. “Il provvedimento del primo ministro Justin Trudeau è un altro passo avanti per cancellare le norme punitive sull’abuso di droga volute dal precedente governo”, scrive il Toronto Star. Ad aprile Trudeau ha annuncia-

to un piano per legalizzare la vendita di marijuana e ha creato una commissione incaricata di stabilire come la cannabis dovrà essere venduta e tassata. La Cnn riporta il parlare di Eugenia Oviedo-Joekes, docente associata alla scuola di salute pubblica all’università della British Columbia: “Anche se non sempre aiuta le pazienti a superare la tossicodipendenza, la cura basata sull’eroina riduce il rischio di morti per overdose e di malattie per infezioni ematiche. I dati dimostrano che in Canada sono in aumento le morti causate dagli oppioidi. Questo è dovuto soprattutto alla crescente difusione del Fentanyl, un analgesico oppioide che è da 30 a 50 volte più potente dell’eroina”.

yurI COrTEz (AFp/GETTy IMAGES)

braSIle

JEFF SINEr (ThE ChArLOTTE OBSErVEr/Ap/ANSA)

Charlotte, 20 settembre 2016

In breve

Cuba Il 20 settembre il tribunale di Tampere, in Finlandia, ha condannato cinque pallavolisti della nazionale cubana a pene ino a cinque anni di prigione per aver stuprato una ragazza all’inizio di luglio. Stati Uniti Il presidente Barack Obama ha annunciato il 15 settembre la creazione di una riserva naturale marina di 12.700 chilometri quadrati nell’oceano Atlantico. Venezuela Il 17 settembre il paese ha assunto per tre anni la presidenza del Movimento dei non allineati durante una conferenza sull’isola Margarita.

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Asia e Paciico trebbe enfatizzare il suo ruolo di madre (ma inora ha evitato di farlo). La sua lea­ dership, secondo kawakami, rappresenta “un rinnovamento signiicativo” dell’im­ magine del Pdg e potrebbe far crescere un consenso che langue sotto il 10 per cento. Ma secondo yoshiaki kobayashi, docente di scienze politiche all’università keio, la carta femminile non basterà a dare la svol­ ta. anche abe, infatti, con la sua womenomics, ha già annunciato diversi provvedi­ menti per favorire le donne, compresi quelli su cui Renhō ha puntato di più: au­ mentare il numero delle parlamentari e ri­ durre drasticamente un vecchio sistema di agevolazioni iscali coniugali che inora ha tenuto le donne lontane dal lavoro a tempo pieno.

ShIGeyukI INakuMa (kyodo NewS/aP/aNSa)

Renhō a Tokyo, 15 settembre 2015

Strategia per il futuro

Sarà una donna a guidare i democratici giapponesi Tomohiro Osaki, The Japan Times, Giappone Nel tentativo di riguadagnare consensi, per la prima volta il principale partito d’opposizione ha eletto leader una donna. Ma per Renhō, 48 anni, sono già cominciate le diicoltà l 15 settembre il Partito democratico (Pdg), la principale forza d’opposi­ zione in Giappone, ha fatto una scel­ ta storica aidando per la prima volta a una donna il ruolo di leader. Renhō, 48 anni, due igli e un passato da modella e presentatrice tv, era la vicepresidente uscente del Pdg, e dovrebbe dare una svol­ ta decisiva all’immagine di un partito che non si è più ripreso dalla crisi nucleare di Fukushima del 2011, quando era al gover­ no. Renhō rappresenta una scelta radicale per il Giappone anche perché è iglia di un taiwanese e di una giapponese e, come si è saputo poco prima che fosse eletta, ha la doppia cittadinanza, cosa non permessa dalla legge giapponese. La notizia della doppia cittadinanza ha scatenato un puti­ ferio, anche perché Renhō, dopo aver ini­ zialmente negato, ha ammesso di aver

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tentato invano di rinunciare alla cittadi­ nanza taiwanese e di voler tentare di nuo­ vo, dimostrando, secondo i suoi avversari, poca furbizia. Renhō, che usa da sempre solo il nome, ha vinto con 503 voti su 849 promettendo di rilanciare il Pdg e farne un’alternativa credibile al Partito liberal­ democratico (Pld) di Shinzō abe. In parti­ colare ha parlato di maggiori investimenti in servizi per i cittadini e nell’istruzione, incluse scuole materne gratuite e salari più alti per il personale degli asili nido. La sua elezione segna una rottura con la tradizione dei leader di partito in Giappo­ ne, uomini e in gran parte anziani, in un momento in cui la politica e l’economia co­ minciano a fare spazio alle donne. a parte pioniere come Takako doi, che guidò il Partito socialdemocratico dal 1986 al 1991, e poi tra il 1996 e il 2003, le donne in ruoli dirigenziali sono una rarità nella politica giapponese. di recente hanno fatto ecce­ zione la parlamentare del Pld Tomomi Ina­ da, oggi ministra della difesa, e yuriko koi­ ke, eletta governatrice di Tokyo. Secondo kazuhisa kawakami, docente di scienze politiche alla International university of health and welfare di Ōtawara, per marca­ re la diferenza rispetto ad abe, Renhō po­

un altro punto debole di Renhō è che è una deputata della camera alta, il ramo meno inluente del parlamento. anche se a que­ sti deputati tecnicamente è consentito di­ ventare primo ministro, nessuno di loro ha mai ottenuto quell’incarico. Renhō ha già detto che si candiderà alla camera bassa, per trovarsi in una posizione migliore per detronizzare abe. Quanto alla linea politi­ ca, gli osservatori si aspettano che Renhō continui sulle orme del suo predecessore, katsuya okada. La leader dei democratici ha ribadito gli appelli di okada alla salva­ guardia della costituzione paciista, che abe vuole modiicare, ma si è detta pronta a discutere eventuali emendamenti con la coalizione di governo. ha escluso la possi­ bilità di un governo di coalizione con il Par­ tito comunista ma, nel caso di voto antici­ pato, sarebbe disposta a un’alleanza elet­ torale, una strategia discussa ma sostenuta da okada. Renhō, al terzo mandato come parlamentare nella camera alta, nel 2010 era stata ministra con il compito di ridare vitalità al governo. Madre di due gemelli, è molto popola­ re. ha ottenuto più di un milione di prefe­ renze risultando la più votata alle elezioni per la camera alta nel suo distretto di To­ kyo a luglio. I suoi appelli a favore del rin­ giovanimento del partito tuttavia non han­ no fatto breccia nell’elettorato: in base all’ultimo sondaggio della Nhk, il grado di popolarità del Pdg a settembre è sceso all’8,3 per cento rispetto al 9 per cento di agosto. La fusione con il partito Ishin no to (Partito dell’innovazione) a marzo, poi, non ha aiutato. u gim


asia e paciico Mongolia

corea deL sud

abuso di fonti anonime

La capitale più inquinata

Quando pubblicano notizie sulla Corea del Nord, i mezzi d’informazione sudcoreani citano troppo spesso fonti anonime, scrive Hankyoreh. Proteggere le fonti è un dovere, ma il fatto che molte volte le notizie si rivelano false fa sorgere qualche dubbio. Il 10 febbraio, per esempio, il ministero dell’uniicazione disse ai giornalisti che Pyongyang aveva messo a morte un generale dell’esercito, Ri Yonggil. Quel giorno la presidente Park Geun-hye aveva reagito al test missilistico nordcoreano di tre giorni prima annunciando la chiusura deinitiva del polo industriale di Kaesong, cogestito dalle due Coree. La notizia su Ri, smentita tre mesi dopo, era stata probabilmente costruita ad arte per far aumentare l’indignazione verso la Corea del Nord e distogliere l’attenzione dall’annuncio di Park.

The Diplomat, Giappone L’inverno si avvicina e Ulan Bator, la capitale più fredda del mondo, dove le temperature arrivano a 35 gradi sotto lo zero, si prepara a sei mesi di gelo. Ma oltre alla neve l’inverno porterà una coltre densa di polveri sottili sulla città, una delle più inquinate del mondo con una concentrazione di pm 2,5 che supera anche di duecento volte il livello di guardia dell’Organizzazione mondiale della sanità. A Ulan Bator il problema si presenta soprattutto d’inverno. Mentre a Pechino e New Delhi l’inquinamento è un misto di emissioni industriali e urbane, nella capitale mongola l’80 per cento della quantità media di particolato deriva dalle decine di migliaia di stufe a carbone usate nelle ger (iurte), le tende dei nomadi che si sono stabiliti in città. Nei quartieri di ger vivono 800mila persone, il 60 per cento degli abitanti della capitale, e si calcola che ogni anno arrivino dalle zone rurali 50mila nuovi immigrati in più. L’impatto sanitario dell’inquinamento dell’aria è pesante: il 10 per cento della mortalità in città è attribuita alle polveri sottili. I tentativi fatti inora per migliorare le cose sono falliti, scrive The Diplomat. ◆

Rodrigo Duterte

NOeL CeLIS (AfP/GettY IMAGeS)

cina

La povertà non diminuisce Sui social network cinesi sono chiamate “formiche nell’era della prosperità”, persone escluse dai beneici della crescita economica. Gli utenti di Weibo leggono alla luce delle disparità economiche il fatto di cronaca

fiLippine

La vendetta di duterte

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Chongqing, 2012

ReUteRS/CONtRAStO

Il 19 settembre Leila de Lima, a capo della commissione giustizia del senato che aveva aperto un’inchiesta sugli omicidi sommari in corso nelle filippine, è stata rimossa dopo aver interrogato un testimone secondo cui il presidente Rodrigo Duterte aveva ordinato più di mille omicidi e ha ucciso almeno una persona, scrive Al Jazeera.

giappone

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nera di cui tutti parlano in Cina: il caso di Yang Gailan, ragazza che in un villaggio rurale del Gansu ha ucciso i quattro igli e poi si è suicidata. Nel 2013 alla famiglia di Yang fu revocato un sussidio perché i 4mila yuan (circa 500 euro) che il marito le mandava ogni anno dalla città erano superiori ai 2.300 yuan che segnano la soglia di povertà. Nel 2014 82 milioni di cinesi vivevano con meno di 1 dollaro al giorno. Le amministrazioni locali stanno mettendo in pratica diverse misure per alleviare la povertà. Il caso di Yang mostra però i limiti di tali strategie, scrive Caijing in un commento sul suo sito poi rimosso. Pesano fattori come la corruzione, la scarsa chiarezza dei dati e il fatto che non si considerano le varie forme della povertà.

sempre meno sesso Il governo giapponese, già alle prese con un tasso di natalità ai minimi termini, deve fare i conti con un fenomeno emerso negli ultimi anni e confermato da un rapporto appena pubblicato. Il 70 per cento degli uomini celibi tra i 18 e i 34 anni e il 60 per cento delle donne nubili della stessa fascia d’età sono single. Di questi, il 42 per cento dei maschi e il 44,2 per cento delle femmine è vergine. Lo rivela l’Istituto giapponese di ricerca sulla popolazione e la sicurezza sociale, che pubblica un rapporto – limitato agli eterosessuali – ogni cinque anni dal 1987. Allora la percentuale di single era del 48,6 e del 39,5 per cento. Il numero di persone che non ha mai avuto rapporti sessuali è cresciuto rispetto al 2010, quando tra le persone non sposate il 36,2 per cento degli uomini e il 38,7 per cento delle donne si dichiarava vergine, scrive il Japan Times.

in breve

Afghanistan Il 18 settembre otto poliziotti afgani sono morti per errore in un raid aereo statunitense a tarin Kot, capoluogo della provincia dell’Uruzgan, nel sud del paese. Filippine Il 17 settembre il gruppo islamista Abu Sayyaf ha liberato l’ostaggio norvegese Kjartan Sekkingstad. Potrebbe essere stato pagato un riscatto. Sekkingstad era stato rapito insieme a due canadesi, che poi erano stati decapitati.


GIANNI CIPrIANO PEr ThE NEw YOrk TIMES

Visti dagli altri

L’indagine italiana sulle navi cariche di droga Rukmini Callimachi e Lorenzo Tondo, The New York Times, Stati Uniti Dal 2013 la guardia di inanza sequestra nel Mediterraneo tonnellate di hashish che raggiungono l’Europa passando per i territori controllati dal gruppo Stato islamico li investigatori italiani del gruppo operativo antidroga erano abituati a quantiicare il lusso di hashish proveniente dal Marocco e diretto in Europa usando come unità di misura i motoscai. Per questo quando il 12 aprile 2013 il maresciallo della guardia di inanza Francesco Amico ha ricevuto la soiata su un mercantile carico di hashish

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nelle acque internazionali a sud della Sicilia ha capito subito che c’era qualcosa di insolito. Il mercantile viaggiava centinaia di chilometri a est rispetto alla rotta più veloce verso la Spagna. La notizia, oltre a essere insolita, era clamorosa: quando il mercantile Adam è stato intercettato da due navi da guerra italiane, gli agenti hanno trovato un equipaggio di siriani terrorizzati e 15 tonnellate di hashish. Una quantità mai vista prima. “C’era talmente tanta droga che non sapevamo dove metterla”, spiega Amico, che ha aspettato l’arrivo della nave nel porto di Trapani. “Abbiamo dovuto aittare un magazzino”. Quel giorno gli investigatori italiani erano incappati in una nuova rotta del narcotraico, che si estende a est lungo la costa

del Nordafrica fino alla Libia, in un’area contesa da gruppi armati tra cui lo Stato islamico (Is). L’Adam è stata la prima di venti navi intercettate lungo questa rotta ino a dicembre del 2015. In questo periodo sono state sequestrate complessivamente 280 tonnellate di hashish per un valore di 2,8 miliardi di euro. Secondo le cifre dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, è circa metà della droga sequestrata in tutta Europa nel 2015. Poi, però, le soiate sono diminuite e i blitz si sono interrotti. L’indagine italiana, che successivamente ha coinvolto altri paesi europei e la Drug enforcement administration (Dea, l’agenzia federale antidroga statunitense), non è riuscita a intercettare altre navi su questa rotta, anche se le autorità sono convinte che il traico continui. Gli investigatori italiani hanno cercato di capire che ine fanno le navi mercantili e Nella foto in alto: una valigia di iuta con cento pacchi di hashish, una parte delle 13 tonnellate sequestrate il 3 dicembre 2015 dalla guardia di inanza di Palermo a bordo della motonave Munzur


si sono trovati davanti a un mistero che solleva interrogativi interessanti, ma ofre poche risposte. Di sicuro il viaggio della droga non termina in Libia. I produttori marocchini hanno l’abitudine di irmare la droga con un logo: uno scorpione o il simbolo del dollaro. Questo ha permesso di seguire le tracce dei carichi dopo la partenza dalla Libia, lungo la rotta via terra che attraversa l’Egitto e i Balcani per arrivare in Europa. Ma gli investigatori non hanno ancora scoperto dove inisce la droga una volta superato il conine europeo. Grazie agli interrogatori e alle intercettazioni ambientali, sanno che la rotta passa per un territorio che ino a poche settimane fa era rivendicato dal gruppo Stato islamico, che ha l’abitudine di tassare i carichi di droga e altri prodotti in Siria e in Iraq. Per questo gli investigatori italiani sospettano che il gruppo Stato islamico o qualche altra organizzazione stiano beneiciando del traico di droga tassando i carichi. E che il caos in Libia dia ai traicanti di droga la possibilità di seguire una rotta insospettabile. I gruppi armati che si trovano in Libia sono stati coinvolti direttamente? Le indagini continuano. “Una volta raggiunta la Libia, perdiamo le tracce della droga”, spiega il tenente colonnello Giuseppe Campobasso, comandante del gruppo operativo antidroga della Guardia di inanza di Palermo.

vuote, fatta eccezione per la droga. “Queste navi possono trasportare migliaia di tonnellate di merce, ma nella maggior parte dei casi i carichi non superavano le venti tonnellate. Veniva usata solo una piccola parte della nave”, spiega. Il fatto che i contrabbandieri fossero disposti a usare le navi in modo così ineiciente – è come usare un autotreno per trasportare un pacchetto di sigarette, spiega Catania – ci fa capire quale sia il valore del carico. Considerando che nelle strade europee l’hashish si vende a 10mila euro al chilo, il valore del carico dell’Adam può essere stimato attorno ai 150 milioni di euro. In seguito sono stati scoperti carichi ancora più grandi, come quello del mercantile Aberde-

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di hashish sequestrate sulle navi intercettate nel Mediterraneo dal 12 aprile 2013 al dicembre del 2015 per un valore di 2,8 miliardi di euro

en, intercettato nell’estate del 2014 con un carico di hashish del valore stimato di 420 milioni di euro. Dopo aver intercettato l’Adam, gli investigatori italiani hanno interrogato l’equipaggio, che ha sempre detto di non essere a conoscenza della presenza di hashish nelle 591 buste di plastica trovate sul ponte della nave. Dalle trascrizioni degli interrogatori emerge che il comandante della nave ha detto agli investigatori di essere convinto di trasportare aiuti umanitari, caricati sulla nave dall’equipaggio di un motoscafo che si

La tassa per il passaggio

Da sapere La rotta dell’hashish

ThE NEw yorK TIMES

Per anni gli investigatori italiani avevano collaborato con le autorità spagnole per intercettare i carichi di hashish provenienti dal Marocco, circa cento chili alla volta, su imbarcazioni che, una volta superato lo stretto di Gibilterra, si fermavano in Spagna per poi raggiungere i porti italiani controllati dalle maie. Nel 2007 la Spagna ha cominciato a installare telecamere lungo la costa meridionale ma, almeno all’inizio, il traico di hashish è proseguito con le stesse modalità. L’Europa aveva gli occhi puntati sul traico di droga a bordo di piccole imbarcazioni provenienti da sud, e all’inizio nessuno aveva fatto caso alle grandi navi mercantili che allungavano la loro rotta verso est. Giacomo Catania, ispettore della guardia di inanza incaricato di immagazzinare la droga coniscata, racconta un’altra stranezza: le enormi navi mercantili intercettate – alcune erano più lunghe di un campo da calcio ed erano progettate per trasportare container o grandi quantità di auto – erano

tonnellate

era avvicinato al largo delle coste marocchine e lo aveva convinto a prendere a bordo le buste. Per saperne di più gli investigatori hanno sistemato alcune cimici nelle celle dove erano stati rinchiusi i sei componenti dell’equipaggio. È così che Francesco Amico ha cominciato a individuare i contorni della rotta della droga lungo la costa della Libia. Dopo la morte del leader libico Muhammar Gheddai, nel 2011, diversi tratti costieri della Libia nella regione orientale della Cirenaica sono diventati terreno di scontro tra diverse milizie. Nel 2014 sul campo era presente anche il braccio libico del gruppo Stato islamico, che in momenti diversi ha assunto il controllo delle città di Bengasi, Derna e soprattutto Sirte, ormai parzialmente riconquistata dalle forze governative. Le autorità italiane sono convinte che queste città erano tutte destinazioni per alcuni carichi di droga, anche se in diverse navi sequestrate il dispositivo dove viene inserita la rotta alla partenza indicava come meta il porto libico di Tobruk, controllato da un gruppo ribelle che combatte l’Is. Gli inquirenti sono convinti che almeno in alcuni casi, l’Is abbia imposto una tassa in cambio del passaggio della droga. Questa ipotesi combacia con le pratiche commerciali del gruppo Stato islamico in Siria e Iraq, dove, secondo il centro studi britannico Ihs country risk, l’anno scorso il 7 per cento degli introiti dell’organizzazione è arrivato dalla produzione, dalla tassazione e dalla vendita di droga. Ma gli inquirenti ammettono di non avere certezze sul ruolo del gruppo dell’Is nel trasporto dell’hashish. “Nessuno ha occhi sul campo per poter dire di sapere”, spiega Masood Karimipour,

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Senza limiti Da qualche mese l’indagine italiana è in fase di stallo. Molti dei suggerimenti arrivavano dai servizi segreti francesi, che dopo gli attacchi terroristici hanno concentrato le loro indagini sulla sicurezza nazionale. Quando le soiate sono inite, si sono conclusi anche i blitz della guardia di inanza. Nel 2016 nessuna imbarcazione è stata intercettata lungo la nuova rotta della droga, anche se gli inquirenti sono convinti che la tratta sia ancora usata. Gli investigatori italiani sono preoccupati dall’incertezza sull’identità dei gruppi che controllano la rotta. “Se fosse tutto controllato dalla maia sapremmo come afrontare la situazione, perché conosciamo bene cosa nostra”, spiega Agnello. La maia siciliana per anni ha controllato il traico di hashish in arrivo dal Marocco attraverso la Spagna. Quando si parla del possibile coinvolgimento di gruppi terroristi, invece, gli investigatori italiani sono “spaventati, perché quella gente non ha limiti. Fanno cose che sarebbero inconcepibili per un maioso”. u as

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Roma, un negozio in via Casilina

MASSIMO SIRAGUSA (CONtRAStO)

rappresentante per il Medio Oriente e il Nordafrica dell’Uicio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. “Al massimo possiamo dire che i terroristi controllano tutto ciò che passa sui loro territori, incluso il traico di droga e armi”. Analizzando le intercettazioni delle conversazioni in carcere tra i membri dell’equipaggio dell’Adam, Amico e i suoi colleghi hanno cominciato a chiedersi se la droga facesse parte di un commercio più ampio che potrebbe comprendere anche le armi. Gli investigatori hanno scoperto che l’Adam era partita da Cipro, dove aveva caricato quattro container di mobili diretti a Bengasi. Dopo aver scaricato i container, la nave ha fatto rotta verso il Marocco, dove ha caricato 15 tonnellate di hashish ed è ritornata in Libia. Alcuni commenti dell’equipaggio hanno spinto Amico a credere che quelli che venivano chiamati mobili fossero in realtà armi, un’idea condivisa anche da due dei magistrati che indagano sulla vicenda. “La Libia non è un paese dove si consuma hashish”, spiega Maurizio Agnello, sostituto procuratore della direzione distrettuale antimaia di Palermo. “Quindi il carico di droga è sicuramente una forma di pagamento, una sorta di moneta”.

Il successo bangladese in Italia Dominique Von Rohr e Rose Delaney, Inter Press Service, Thailandia È una delle poche comunità inserite nel mercato del lavoro. Sono soprattutto proprietari di minimarket, operai e venditori ambulanti Roma non c’è strada senza un minimarket gestito da bangladesi. Sono diventati ormai parte integrante del panorama urbano. Quasi come i bar. Al punto che si fa fatica a credere che in così poco tempo siano arrivati a gestire una parte fondamentale dei commerci della città. I bangladesi vendono frutta e verdura, altri generi alimentari e prodotti per l’igiene. Le insegne dai colori vivaci, con la scritta “aperto”, sono accese anche la domenica, quando in Italia la maggior parte dei negozi resta chiusa. Grazie all’espansione di questi piccoli esercizi commerciali, i migranti bangladesi hanno ottenuto quello che nessun’altra comunità di migranti in Italia è riuscita a ottenere: sono riusciti a occupare una nicchia di

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mercato nell’economia italiana, attirando clienti bangladesi e italiani e ofrendo tutto l’anno orari di apertura prolungati. Hanno trovato il modo di avere successo in un paese straniero, imparando una lingua molto lontana dal bengali, che afonda le radici nel sanscrito. Non solo: riescono anche a mantenere le famiglie in Bangladesh mandando soldi a casa ogni mese. Nella maggior parte dei casi il viaggio che devono fare per arrivare in Italia è rischioso, come per tutti i migranti non regolari. Il tipo di vita che li aspetta è lontana dall’immagine idilliaca dell’Europa che viene raccontata in Bangladesh. Nel loro viaggio incontrano la povertà e la soferenza. “Sono emigrato perché in Bangladesh non c’è lavoro”, spiega Amit, commesso in un negozio a Roma sud. “Mio cugino mi ha detto delle possibilità di lavorare in Italia e non ci ho pensato due volte a partire”. L’esodo dal Bangladesh è cominciato nel 1971, quando il paese è diventato indipendente dal Pakistan. Negli anni settanta l’aumento del prezzo del petrolio ha favorito l’industrializzazione in Medio Oriente, che a sua volta ha incentivato un nuovo si-


stema migratorio: la manodopera veniva presa soprattutto in Nordafrica e nell’Asia meridionale e sudorientale. Oggi come allora sono la povertà e l’alto tasso di disoccupazione a spingere molti bangladesi a migrare: “Dai maschi tutti si aspettano che migrino nelle grandi città o all’estero per migliorare le condizioni economiche della famiglia”, spiegava nel 2014 Mizanur Rahman, ricercatore esperto di studi sulle migrazioni della National university of Singapore intervistato da Al Jazeera. Con il passare degli anni i bangladesi hanno cominciato a emigrare in Europa, non essendo più disposti a tollerare le diicili condizioni lavorative in Medio Oriente.

Nonostante l’assenza di legami storici o culturali tra Bangladesh e Italia, la comunità bangladese continua a crescere

Politiche migratorie Alla ine del 1989 a Roma vivevano circa trecento bangladesi. Nel giro di pochi mesi questo gruppo è diventato venti volte più numeroso. Da allora la comunità è cresciuta ulteriormente, anche in seguito alla migrazione irregolare. Secondo l’Istat, nel 2009 in Italia vivevano 11mila bangladesi con documenti non veriicati. Stime più aggiornate suggeriscono che oggi potrebbero essere settantamila. “Ho attraversato India, Thailandia, Russia e Spagna. In ogni aeroporto ho pagato circa 150 euro a funzionari che mi hanno lasciato passare. Mi avevano detto che negli aeroporti di alcuni paesi questa forma di corruzione avrebbe funzionato benissimo”, dice Amit. Dopo il Regno Unito, l’Italia è il paese che ospita la più grande comunità bangladese in Europa, circa 122mila persone. Nonostante l’assenza di legami storici o culturali tra Bangladesh e Italia, la comunità bangladese continua a crescere. Il fenomeno potrebbe rientrare nel più ampio processo di globalizzazione che spinge alcuni gruppi etnici a stabilirsi in altre parti del mondo in cerca di maggiori opportunità economiche. Fino agli anni ottanta l’Italia non ha attuato alcuna politica eicace sull’immigrazione e la regolamentazione dell’ingresso di stranieri nel paese è cominciata solo nel 1986. Nel 1990 la legge Martelli (legge 28 febbraio 1990, n. 39) ha oferto ai migranti l’opportunità di mettersi in regola. Grazie a questa legge 217mila migranti sono emersi dalla condizione di irregolarità e hanno avuto la possibilità di entrare nel mercato del lavoro italiano. Questo provvedimento ha incentivato la migrazione verso l’Italia e ha favorito i ricongiungimenti familiari.

I bangladesi di solito partecipano all’economia italiana in tre modi: come dipendenti, come venditori ambulanti o come imprenditori. A Roma lavorano soprattutto nel settore del commercio o nell’edilizia. Spesso fanno i commessi ai banchi del mercato o distribuiscono giornali. I venditori ambulanti, ormai frequenti per le strade di Roma, vendono accendini, fazzoletti

Lavoro

La morte dell’operaio egiziano u Il quotidiano egiziano Daily News Egypt pubblica un articolo sulla morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, 53 anni, operaio egiziano della Gls (General logistics systems) di Piacenza che nella notte tra il 14 e il 15 settembre è stato investito da un tir dell’azienda mentre stava facendo un picchetto davanti alla Gls. Secondo il quotidiano, durante la protesta i lavoratori avevano deciso di impedire ai camion dell’azienda di lasciare lo stabilimento ino a quando non si fosse trovato un accordo tra i vertici della Gls e i sindacati sulla sorte di alcuni lavoratori. “In risposta alla decisione dei lavoratori, uno dei dirigenti dell’azienda ha ordinato all’autista di un camion di fare uscire il tir dallo stabilimento per sidare i lavoratori. Poi il camion ha investito involontariamente l’operaio”, ha dichiarato al quotidiano Mahmoud Awad, capo della diaspora egiziana. In una conferenza stampa la procura di Piacenza ha dato una versione diversa, dopo aver sentito gli agenti di polizia presenti sul posto e visto le immagini delle telecamere a circuito chiuso, afermando che non c’era “nessun blocco in atto” e che si è trattato di un incidente. L’autista del tir è accusato di omicidio stradale. Il 17 settembre un corteo organizzato dall’Unione sindacale di base (Usb) ha percorso le strade di Piacenza per protestare contro la morte dell’operaio.

di carta, deodoranti per automobili, iori, giocattoli o bigiotteria. Gli imprenditori aprono soprattutto minimarket o internet cafè. “Ho cominciato a lavorare in Italia come venditore ambulante, vendendo giocattoli. Adesso lavoro nel negozio di mio cugino, lui gestisce l’attività”, spiega Amit. Il sogno di Amit è risparmiare abbastanza per poter tornare a casa. Con i soldi guadagnati a Roma spera di avere inalmente una vita agiata in Bangladesh. “Una vita migliore di quella che facevo prima di venire qui”, precisa Amit. Tuttavia i soldi che guadagna Amit solo in parte vanno a inire nei suoi risparmi. Come molti altri suoi concittadini, ne manda un po’ in Bangladesh: “Mando ogni mese soldi a casa, per i miei genitori e per la famiglia di mia moglie”, spiega.

Struttura gerarchica Il governo del Bangladesh, consapevole del valore delle rimesse inviate dai suoi cittadini che vivono all’estero, incoraggia i lavoratori fuori dal paese a usare i canali uiciali per i trasferimenti. Per questo ha istituito il Wage earner’s scheme (Wes), un programma che ofre tassi di cambio favorevoli ai bangladesi che vivono all’estero. Secondo i dati della banca centrale del Bangladesh, tra il 2000 e il 2010 i bangladesi hanno mandato quasi un miliardo di dollari dall’Italia. La comunità bangladese a Roma è molto unita. Tuttavia negli ultimi anni ha assunto una struttura gerarchica ed è diventato più diicile per i nuovi arrivati stabilirsi nella capitale e ottenere un lavoro al di fuori dell’economia sommersa che comporta per lo più la vendita per strada. “La nostra comunità è cresciuta molto ed è diventata sempre più competitiva. Alcuni bangladesi sono invidiosi di quelli che hanno avviato delle attività e sono riusciti ad avere successo, come nel caso di mio cugino”, dice Amit. Amit e sua moglie non immaginano un futuro a Roma, anche se con il negozio di alimentari riescono a mantenere le rispettive famiglie. “Qui l’istruzione è troppo costosa e non vogliamo che i nostri igli studino in italiano”. Se non riuscirà a tornare in Bangladesh con tutta la famiglia, Amit ci manderà i igli una volta che avranno compiuto cinque anni, così potranno andare a scuola in Bangladesh e studiare in inglese. Lui e sua moglie non hanno dubbi: “Torneremo a casa” . u gim Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Le opinioni

Gli aiuti americani a Israele inanziano l’occupazione Gideon Levy arack Obama è un cattivo presidente per Israele. Se gli aiuti militari che ha approvato per il prossimo decennio sono i più generosi di sempre, è il peggior presidente statunitense di sempre per Israele. L’ultima cosa di cui questo paese ha bisogno sono altre armi, che provocheranno altra violenza. Ma Obama è il presidente di un paese dove in ogni casa c’è un piccolo salvadanaio di latta in cui ogni cittadino deve lasciare qualche moneta per aiutare i poveri israeliani indifesi. Trecento dollari per ogni contribuente statunitense per i prossimi dieci anni. Non per afrontare i gravi problemi sociali degli Stati Uniti. Non per aiutare i paesi davvero in diicoltà (provate a immaginare cosa si potrebbe fare in Africa con 38 miliardi di dollari). Ma per fornire armi a un esercito che è tra i più equipaggiati al mondo, e il cui principale nemico sono delle ragazze armate di forbici. Per inanziare un esercito che al momento non deve fronteggiare nessun vero esercito. L’esercito di un paese la cui sfacciataggine ha

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Trentotto miliardi di dollari per i prossimi dieci anni. Non per afrontare i problemi sociali degli Stati Uniti. Non per aiutare i paesi in diicoltà. Ma per armare un esercito il cui nemico sono delle ragazze armate di forbici pochi uguali al mondo, e che sida regolarmente gli Stati Uniti e il resto della comunità internazionale. Quel che è peggio, questo paese riceverà un altro omaggio gratuito senza dover dare niente in cambio. Il denaro servirà unicamente a comprare altre armi, che scateneranno ulteriori atti d’aggressione. Questo è l’accordo e non c’è stato nessun vero dibattito in proposito, né in Israele né negli Stati Uniti. In America sono in pochi a chiedersi in che modo un simile esborso di denaro pubblico possa favorire gli interessi nazionali. Ma lasciamo gli Stati Uniti agli statunitensi. In Israele l’unica domanda è se gli americani possano essere ulteriormente spremuti. Per fortuna gli aiuti siano limitati a 38 miliardi di dollari. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe detto ai vertici delle forze armate che ora possono “sbizzarrir-

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si”. Altri fondi gli permetterebbero di sbizzarrirsi ancora di più. Parte del denaro sarà usata per i sistemi di difesa, ma un’altra parte servirà per inanziare l’occupazione e per pagare violente azioni dimostrative nella Striscia di Gaza e in Libano, oltre a inutili e megalomani esercitazioni contro pericoli immaginari. “La portaerei statunitense nel Mediterraneo”, com’è stato deinito Israele, continuerà a sganciare bombe e a sparare proiettili, a volte senza alcuna limitazione, in nome dei contribuenti statunitensi. È questo che vuole Obama? Perché questo è il risultato delle sue scelte. Il sostegno statunitense a Israele, che non ha uguali al mondo, fa apparire ancora più ridicoli gli ammonimenti lanciati da Washington, dato che Israele continua a sidarli. Le proteste statunitensi, lo sdegno del dipartimento di stato, la rabbia della Casa Bianca: sono tutte sciocchezze. Gli insediamenti illegali, le violazioni del diritto internazionale, i crimini, i raid e le guerre che gli Stati Uniti denunciano con tanta solerzia, nascono tutti da questa sua “portaerei”. Gli Stati Uniti sono direttamente responsabili di ogni casa costruita negli insediamenti illegali, di ogni donna o bambino uccisi nella Striscia di Gaza. Obama è il padrino dell’occupazione. Gli israeliani non dovrebbero essere grati agli Stati Uniti per la loro generosità, perché questa sta distruggendo Israele. Cosa se ne fa Israele di altre armi? Perché ha bisogno di fare la guerra ai poveracci della Striscia di Gaza e ai giovani della Cisgiordania? Un capo di stato israeliano coraggioso e onesto avrebbe detto “no grazie” molto tempo fa. Non abbiamo bisogno di questo denaro. L’esercito israeliano è già troppo grande per i suoi bisogni. Ma il rituale continua: gli Stati Uniti pagano, Israele occupa e bombarda, come se non ci fosse nessun’altra cosa da fare. È una vittoria di Pirro per Israele. Ed è una vittoria personale per Netanyahu: tutte le accuse di aver rovinato il rapporto con gli Stati Uniti sono totalmente infondate. Le relazioni non sono mai state migliori: basta guardare le cifre. Non è cambiato niente nel rapporto tra i due paesi, ed è una vergogna. Con amici del genere non c’è bisogno di nemici. Israele può continuare ad agire indisturbato, l’assegno è in bianco e a pagarlo saranno gli Stati Uniti, senza alcuna condizione, per almeno altri dieci anni. Può esserci una notizia peggiore di questa per Israele? u f GIdeon Levy

è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.


Le opinioni

Un piano migliore per il Giappone Joseph Stiglitz ono passati venticinque anni da quando la l’inflazione, non sarebbe un motivo sufficiente per bolla speculativa del Giappone si è sgon- scartarla ma solo per procedere con cautela. Il secondo modo con cui il Giappone potrebbe eviiata: al “decennio perduto” ne è seguito un altro. Parte delle critiche rivolte alla tare un’impennata dei tassi d’interesse dipende dal politica economica giapponese sono im- fatto che in realtà lo stato è in gran parte indebitato con motivate. La crescita non è di per sé un se stesso. A Wall street molti non capiscono che l’importante è il debito netto, ovvero quello obiettivo: dovremmo interessarci di più allo standard di vita. In Giappone la po- Il Giappone è ancora che lo stato deve al resto della società. Se lo stato rimborsasse il denaro che depolazione è diminuita più che in altri la terza economia ve a se stesso nessuno noterebbe la difpaesi avanzati e la produttività è cresciu- mondiale. Una ferenza, ma chi pensa solo al rapporto ta. La crescita della produzione per per- politica economica tra debito e pil nominale si sentirebbe sona in età da lavoro, soprattuto dal mirata ad alzare più tranquillo. 2008, è stata più elevata che negli Stati lo standard di vita Se dopo tutto questo la domanda fosUniti e molto più alta che in Europa. darebbe impulso se ancora insuiciente, il governo poEppure i giapponesi credono che si alla domanda trebbe ridurre le tasse ai consumatori, possa fare di meglio. Il Giappone ha proe alla crescita aumentare i crediti d’imposta sull’inveblemi sia con l’oferta sia con la domanstimento, aumentare gli aiuti alle famida, nell’economia reale come nella inan- economica globale glie a basso reddito e investire ancora di za. Per afrontarli ha bisogno di un programma economico più eicace rispetto a quello adot- più in tecnologia e istruzione, inanziandosi con emistato negli ultimi anni, che non è riuscito a raggiungere sioni di denaro. Ma il Giappone non ha solo un problel’inlazione programmata, ripristinare la iducia dei ma di domanda: i dati sulla produzione mostrano anche un problema di oferta, soprattutto nel settore dei consumatori o stimolare la crescita. Tanto per cominciare, una carbon tax accompagna- servizi, che non dimostra la stessa ingegnosità dell’inta da una “inanza verde” potrebbe attirare enormi dustria manifatturiera giapponese. Una nicchia che il investimenti per rinnovare l’economia. Un simile im- Giappone potrebbe occupare è lo sviluppo di tecnolopulso bilancerebbe gli efetti recessivi dovuti alla pres- gie per i servizi, come gli strumenti diagnostici per la sione iscale e alla diminuzione del valore delle attività medicina. Il primo ministro Shinzō Abe ha adottato un proinquinanti. Il denaro raccolto con la carbon tax potrebbe essere usato per ridurre il debito pubblico oppure gramma molto diverso, sostenendo il Partenariato per inanziare investimenti nel settore tecnologico o transpaciico (Tpp) con gli Stati Uniti e altri dieci paesi nell’istruzione, anche con misure studiate per miglio- della regione. Secondo Abe il Tpp favorirebbe le tanto rare la produttività del settore dei servizi. Questi inve- attese riforme nel settore agricolo (anche se dall’altra stimenti avrebbero l’efetto di stimolare l’economia e parte del Paciico nessuno pensa che l’accordo aiuterebbe gli Stati Uniti ad abbandonare le loro politiche permetterle inalmente di uscire dalla delazione. Molti osservatori esterni sono preoccupati per il agricole distorsive). In realtà simili riforme avrebbero debito giapponese, che è facilmente gestibile con i efetti limitati sul pil, per il semplice motivo che l’agribassi tassi d’interesse attuali, ma che non lo sarebbe se coltura è responsabile di una minima parte della proi tassi dovessero risalire a livelli più normali. Anche se duzione nazionale giapponese. D’altra parte, Abe fa è diicile che questo possa succedere presto, per tute- bene a proporre misure che puntano a integrare maglarsi il Giappone potrebbe adottare due tipi di misure. giormente le donne nella forza lavoro e possono auPer prima cosa, potrebbe scambiare parte del suo de- mentare la produttività e stimolare la crescita. Anche dopo un quarto di secolo di stagnazione, il bito con delle perpetuity, obbligazioni che non vengono mai ripagate e fruttano un piccolo rendimento an- Giappone rimane la terza economia mondiale. Una nuale. Secondo alcuni una misura simile sarebbe inla- politica economica mirata ad alzare il tenore di vita zionistica, ma in un’economia alla rovescia come darebbe impulso alla domanda e alla crescita econoquella giapponese l’inlazione è esattamente quello di mica globale. Inoltre, allo stesso modo in cui ha condiviso i suoi prodotti e le sue tecnologie innovative con il cui c’è bisogno. In alternativa, il governo potrebbe trasformare il resto del mondo, il Giappone potrebbe esportare polidebito in denaro liquido, che non genera tassi d’inte- tiche economiche di successo, e le stesse misure poresse: la temuta monetizzazione del debito pubblico. trebbero contribuire a migliorare lo standard di vita Anche se questa misura comporterebbe più rischi per anche in altri paesi sviluppati. u f

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JOSEPH STIGLITZ

insegna economia alla Columbia university. È stato capo economista della Banca mondiale e consulente economico del governo statunitense. Nel 2001 ha vinto il premio Nobel per l’economia.


In copertina

Le fatiche di H Rebecca Traister, New York Magazine, Stati Uniti

n uno spogliatoio dell’università di Bridgeport, in Connecticut, le persone fanno la ila per farsi fotografare con Hillary Clinton prima che pronunci il suo discorso nella palestra. Ci sono tanti giovani, e la candidata chiacchiera tranquillamente con loro. Ma a un certo punto rimane solo una famiglia, e l’atmosfera cambia completamente. Francine e David Wheeler sono lì con i igli Nate, di 13 anni, e Matty, che ha 17 mesi e gattona sul pavimento. Hanno portato un fascio di fotograie dell’altro iglio, Benjamin, che nel 2012, a sei anni, è morto nella sparatoria alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown. David sventola le foto di Benjamin davanti a Clinton con l’insistenza di un padre disperato che vuole evitare che altri genitori debbano mostrare ai politici le foto dei loro igli uccisi. Clinton si china verso l’uomo come se volesse discutere con lui un piano d’azione. Parla con un tono di voce basso e serio. “Per batterli dobbiamo essere organizzati e concentrati come lo sono loro”, dice. “Saremo spietati e determinati. Loro sono bravissimi a spaventare la gente dicendogli ‘vi toglieranno le armi’. Dobbiamo avere lo stesso fervore. Il fervore è più importante dei numeri”. Clinton spiega a Wheeler la diferenza tra le leggi statali e quelle federali, e accenna alla sentenza della corte suprema che nel 2008 ha esteso il diritto al possesso di armi deinendola “una decisione terribile”. Sembra sul punto di esplodere dal desiderio di dire a quella famiglia che troverà un modo per mettere ine alla violenza causata dalle armi, anche se è chiaro che il vero problema di quei genitori – la perdita del loro secondo iglio – è irrisolvibile. Quando Mat-

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ty comincia a toccarsi il pannolino, Clinton si mette a ridere, dicendo che il bambino ha bisogno di essere cambiato oppure crede di essere un giocatore di baseball. È afettuosa ed empatica ma senza essere melensa. Per lei il modo migliore di mostrare rispetto per le soferenze degli altri è trovare qualcosa da fare, oltre che da dire. “Farò tutto quello che posso”, dice ai Wheeler. “Tutto quello che posso”. Quando la famiglia esce dalla stanza, Clinton e i suoi collaboratori si avviano silenziosamente lungo il corridoio che conduce alla palestra. Mentre camminano, Hillary porge a Huma Abedin, la sua assistente, una foto di Benjamin Wheeler. Non dice una parola ma issa Abedin negli occhi, per essere sicura che guardi il viso del bambino prima di mettere via la foto. Il gruppo si ferma all’ingresso della palestra, dove ci sono 1.200 persone entusiaste che invocano Clinton. Lei si gira inaspettatamente verso di me, e io borbotto: “Non so come faccia”. “Sì”, risponde guardandomi dritto negli occhi. “È veramente difficile”. Poi scarta una pastiglia per la gola e se la mette in bocca. Si stringe le mani e le guarda per qualche secondo. Alza la testa e comincia ad avanzare tra le persone del pubblico, che sollevano i cellulari e sventolano cartelli con la scritta “I’m with her”, io sto con lei. Alza la mano e saluta la folla sorridendo: “Buonasera Bridgeport!”. Arrivati a questo punto, l’idea che esista una versione di Hillary Clinton che non conosciamo è poco plausibile. Spesso abbiamo la sensazione di sapere anche troppo su di lei. È in circolazione da così tanto tempo, la sua storia, fatta di intrighi politici e drammi personali, è stata raccontata così tante

ASHLey GILBerTSON (VII/LuzPHOTO)

La candidata democratica alla presidenza degli Stati uniti è competente e preparata, ma molti elettori la considerano falsa e poco trasparente. una diidenza nata anche dal fatto che Clinton negli anni ha costruito un muro tra se stessa e il mondo esterno

volte, che sembra quasi il personaggio di un romanzo. Per i suoi avversari è Lady Macbeth, per i suoi sostenitori è Giovanna d’Arco. Da giovane, quando la odiavo, spesso la paragonavo a Darth Vader. Più che una donna la consideravo una macchina in cui il lato oscuro prevaleva su quello umano. Og-


Hillary Clinton Hillary Clinton a New York, giugno 2015

gi la vedo come Leia Organa: non più una principessa ribelle ma una donna che ormai ha fatto malvolentieri pace con il suo scapestrato compagno e la sua controversa pettinatura ed è tutta presa dalla campagna contro i fascisti del Primo ordine. Per Clinton, che non riesce a farsi vede-

re semplicemente come un essere umano, tutte le allusioni epiche sono un ostacolo. È a disagio con la stampa e gofa sul podio. Per capire chi è veramente bisogna guardarla con la coda dell’occhio, in un momento in cui non sta cercando di essere, o di vendere, “Hillary Clinton”. E durante una

campagna presidenziale questi momenti sono rari. Se ne è visto uno durante l’undicesima ora dell’udienza davanti alla commissione sugli attentati di Bengasi del 2012, quando Clinton è scoppiata a ridere in risposta a una domanda stupida. Le persone che le sono più vicine sostengono di vedere Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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In copertina ma di Clinton non sono solo i maschi bianchi. E neanche il fatto che non sappiamo quali siano i suoi hobby. La netta separazione tra la vita pubblica e quella privata dipende molto dal fatto che lei stessa ha alzato un muro tra le due. Per fare un esempio: alla base dell’interminabile vicenda dell’uso di un account di posta privato ai tempi in cui era segretaria di stato c’è il suo patologico desiderio di privacy. Per tutta la sua carriera Clinton ha dovuto imparare a essere riservata. E ora come si fa a convincerla che per avere successo dovrebbe semplicemente mettere tutte le carte in tavola e sperare di essere trattata in modo giusto? Non è detto che succederebbe. Ci sono molti motivi – interni, esterni, storici – per cui Clinton si comporta in un

questa versione di lei ogni giorno, e di trovarla simpatica. Dicono che nei rapporti diretti è diversa, divertente, afettuosa e intelligente. Per chi la conosce è diicile capire perché il resto dell’America non la veda nello stesso modo.

Diagnosi sessista

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“Amo i romanzi gialli in cui la protagonista è una donna. Sono rilassanti” certo modo con le persone e per cui suscita certe reazioni. Ma così perdiamo qualcosa di lei. La convinzione di trovarmi davanti a una persona competente, affascinante e capace di suscitare entusiasmo spariva appena uscivo dalla sua cerchia ristretta: a quel punto sembrava che la sua candidatura fosse un fallimento, che il messaggio fosse confuso e che il numero delle persone a cui non piaceva fosse spaventosamente alto. Stando vicino a lei si ha la sensazione che la campagna elettorale sia in mani sicure, appena ci si allontana si comincia a temere per il futuro del paese. Dopo il comizio di Bridgeport, Clinton ha deciso di tornare nello spogliatoio dove aveva incontrato la famiglia Wheeler. In mezzo alla stanza c’era un enorme divano

Da sapere

Verso l’8 novembre Possibilità di vittoria di Clinton e Trump alle elezioni presidenziali. La previsione si basa sui sondaggi realizzati a livello nazionale e statale, % 100

Clinton

80 FoNTE: THE NEW YoRk TIMES

Ho passato alcuni giorni con Clinton nell’ultimo periodo delle primarie democratiche, e ho cominciato a capire perché la sua candidatura sembra così confusa e sconnessa. Non ho avuto la sensazione di essere davanti a una persona incapace. L’ho vista fare la politica delle piccole cose – stringere mani, chiacchierare del più e del meno, ricordare i dettagli di questioni locali – come un’atleta olimpionica. Non ho visto un robot, ma una donna capace di scambi diretti, attenti, spesso commoventi: con i Wheeler, con gli operatori sanitari dell’assistenza domiciliare, con i rappresentanti sindacali e con i giovani genitori. Ho visto un breve lampo di irritazione nei suoi occhi davanti a un sottopancia sulla rete Msnbc che diceva “Bernie Sanders può vincere”, e uno sguardo di materno rimprovero mentre sgridava Nick Merrill, il suo addetto stampa, per non aver gettato via la sua bottiglietta d’acqua vuota. L’ho vista ballare con una bambina di due anni di nome Hillary. Dal pulpito di due chiese nere di Filadelfia l’ho sentita proclamare, con gioia sincera, che “questo è il giorno che ha fatto il Signore”, e ho visto i volontari della sua campagna elettorale nella sede di Brooklyn saltellare dalla felicità all’idea che avrebbero stretto la mano alla candidata. Ma quello che vede il resto degli Stati Uniti è molto diverso. I sondaggi dicono che Clinton, come il candidato repubblicano Donald Trump, è impopolare. In parte questo è dovuto al fatto che sta afrontando una campagna elettorale particolarmente dura. Ma Clinton ha sempre avuto un problema ad apparire “simpatica”, fin da quando era la moglie del presidente, forse anche da prima. Tempo fa David Brooks, opinionista del New York Times, ha scritto che Clinton non piace alla gente perché è una stacanovista che “si presenta solo come un curriculum”, non mostra niente della sua vita interiore, dei suoi interessi e dei suoi hobby. C’è un bel po’ di sessismo nella diagnosi di Brooks: la donna ambiziosa che lavora sodo è sempre stata disprezzata perché non è abbastanza umana. Inoltre, secondo un sondaggio del Washington Post, gli elettori democratici che apprezzano meno la candidata sono i giovani maschi bianchi. Ma il proble-

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grigio. Non aveva un buon odore, ma era comodo. E Clinton, che prima di prendere l’aereo per Bridgeport aveva cominciato la giornata nella sua casa di Chappaqua, nello stato di New York, e poi aveva parlato nelle chiese di Filadelia, si è distesa per riposare un po’. Nelle rare interviste che concede, di solito ripete sempre le stesse cose, ma quel giorno sembrava un po’ più sciolta, forse perché non viveva un momento così rilassante da mesi. Era il ine settimana tra le primarie di New York e quelle in Pennsylvania, Connecticut, Maryland, Delaware e Rhode Island (ne avrebbe vinte quattro su cinque). Le era piaciuto fare campagna elettorale a New York, uno stato che conosce bene e dove è conosciuta. Ed era rimasta abbastanza vicina a Chappaqua da poter tornare a casa quasi tutte le sere. “Il bello della costa orientale”, mi ha detto Matt Paul, che fa parte della squadra della comunicazione di Clinton, “è che può dormire nel suo letto”. Quando è nel raggio di un paio d’ore di macchina da casa, Clinton cerca di passarci la notte, spesso con il marito Bill. A volte tornano da un evento insieme, a volte separatamente, ma la routine è sempre la stessa. “Torniamo a casa e ci sediamo in cucina a parlare. Magari mangiamo o beviamo qualcosa di poco sano”, mi ha raccontato Clinton. Le cose poco sane di solito sono birra e vino. “Guardiamo la televisione, una delle centinaia di serie tv che abbiamo registrato e inalmente riusciamo a vedere”. Le loro preferite sono House of cards, Madam secretary e The good wife (in pratica quelle che parlano di loro), ma anche Downtown Abbey e Ncis. “Poi andiamo a letto e leggiamo un po’ prima di dormire”.

La generazione che ha marciato I cinici convinti che Bill e Hillary Clinton siano uniti solo da un patto faustiano non crederanno a queste scenette domestiche. Eppure quelli che li conoscono confermano che il loro rapporto non solo è sincero, ma anche fondamentale per entrambi. “Pensandoci bene”, mi ha detto una persona dello staf di Clinton, “due come loro hanno ben poche persone con cui parlare, parlare veramente, che si tratti di politica o delle loro emozioni”. Un collaboratore di Bill Clinton mi ha detto che se passa tanto tempo lontano da Hillary, l’ex presidente diventa scontroso e intrattabile, soprattutto ora che sta invecchiando. Hillary Clinton ha 68 anni e di persona sembra una nonna. Quando mi racconta quello che legge mi ricorda mia madre e tante altre donne che conosco appassionate


DARCY PADILLA (Vu/KARMA PRESS PHoto)

Bill Clinton durante la convention democratica, 28 luglio 2016

di romanzi gialli. Cita i libri di Jaqueline Winspear che hanno come protagonista Maisie Dobbs e la serie di Donna Leon ambientata a Venezia. “Ho letto così tanto nel corso della mia vita che ora ho voglia di qualcosa di più facile”, mi ha raccontato. “Mi piacciono molte scrittrici, amo i romanzi sulle donne, i gialli in cui la protagonista è una donna. Sono rilassanti”. Naturalmente Clinton non è la nonnina delle storie per bambini di Beatrix Potter. Le nonne di oggi appartengono a quella generazione di donne che sono state le prime a laurearsi in massa e a marciare, prima in piazza e poi negli uici. Nel 1947, l’anno di nascita di Clinton, non c’erano donne al senato. Lei ricorda che da bambina il venerdì tornava a casa di corsa da scuola per leggere Life, dove scoprì la storia di Margaret Chase Smith, la prima donna eletta in entrambe le camere del congresso, e rimase “sorpresa che una donna avesse fatto una cosa del genere”. Quando uscì dalla facoltà di giurisprudenza di Yale molte persone intorno a lei, compreso il suo idanzato Bill, pensavano che potesse, e dovesse, tentare la carriera politica. Qualche anno prima, quando frequentava il college femminile di Wellesley, aveva tenuto un discorso che era stato citato proprio da Life. Poi aveva lavorato come

volontaria nel centro di assistenza legale di New Haven e per la sottocommissione di Walter Mondale che indagava sulle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, aveva passato un anno ad accompagnare i medici nelle loro visite allo Yale-New Haven hospital nell’ambito di una ricerca sugli abusi sui minori, e aveva cominciato a collaborare con Marian Wright Edelman, attivista per i diritti dei minori. Nel 1973 pubblicò un articolo molto apprezzato sui diritti dei bambini, e nel 1974 lavorò per la commissione che stava mettendo sotto accusa Richard Nixon. Erano pochi i giovani, uomini o donne, che potevano vantare un curriculum simile. Come è noto, Bill Clinton dovette proporsi varie volte prima che lei accettasse di sposarlo e trasferirsi in Arkansas. Negli ultimi anni lui ha cominciato a raccontare una versione diversa della storia: la pregò di non sposarlo e di presentarsi alle elezioni a New York o a Chicago, e lei rispose che era un’idea ridicola: era troppo radicale, nessuno l’avrebbe votata. “Non credo che me l’abbia detto quando chiese di sposarmi”, mi ha risposto con un sorriso quando ho accennato a questa versione della storia. “Ma ripeteva spesso che dovevo entrare in politica”. E non era l’unico. L’insistenza dei suoi amici nasceva, secondo lei, dal fatto che

“ero molto interessata alla politica e non c’erano molte ragazze come me. Questo colpiva l’immaginazione della gente”. Ma a quei tempi Clinton si considerava semplicemente “un’avvocata che usava la sua preparazione giuridica per indagare, ricercare, denunciare”. In altre parole pensava, come avevano fatto generazioni di altre donne ambiziose, che dovesse rendersi utile e non diventare una protagonista. Anche se lentamente, per le donne si stavano aprendo spazi in politica. Margaret Chase Smith si era presentata alle presidenziali nel 1964, Shirley Chisholm nel 1972. Nel 1984 il candidato democratico Walter Mondale scelse Geraldine Ferraro come candidata alla vicepresidenza. “Fu un grande momento per me”, mi ha detto Clinton. “Ero presente alla convention perché Bill era governatore. Fu entusiasmante”. Quando la campagna elettorale era passata da Little Rock, in Arkansas, Clinton aveva portato la iglia Chelsea a conoscere Ferrero. Ma non prese sul serio la possibilità di entrare in politica ino al 1998, quando il partito democratico di New York le propose di presentarsi alle elezioni del senato per sostituire Daniel Patrick Moynihan. Era un momento diicile. Moynihan aveva annunciato il suo ritiro solo un mese prima del voto del congresso sull’impeachment di Bill Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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In copertina

DARCY PADILLA (VU/KARMA PRESS PHoTo)

Sostenitrici di Hillary Clinton a New York, il 18 aprile 2016

Clinton. “Uscivamo da due mandati alla Casa Bianca”, mi ha detto Hillary Clinton. “Non ero sicura di volermi mettere in quella situazione”. Le piace raccontare la storia di come alla ine si è convinta. A un raduno di atlete intitolato “Dare to compete”, il coraggio di competere, la giovane capitana di una squadra di basket, Soia Totti, le disse: “Signora Clinton, abbia il coraggio di competere”. Quell’esortazione la fece rilettere: “Mi chiesi: non è che ho solo paura?”. Aveva buoni motivi per avere paura. Nel 1999, anche se non era mai stata impegnata in prima persona in politica, Clinton aveva ormai imparato cosa signiicava la competizione per una donna: nel 1980, quando Bill Clinton perse le elezioni per il secondo mandato da governatore dell’Arkansas, avevano dato la colpa della sconitta all’eccessiva indipendenza di sua moglie, che poco dopo smise di farsi chiamare con il suo cognome (Rodham) e prese quello del marito; per farsi perdonare le sue frasi sul fatto che la carriera viene prima della vita domestica dovette cominciare a fare biscotti; tutto quello che succedeva in famiglia, a cominciare dalle distrazioni del marito, veniva spiegato con la sua presunta spietatezza. Quando le ho chiesto perché le donne ambiziose sono considerate pericolose,

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Clinton ha risposto: “Per paura che l’ambizione prevalga su tutto il resto: i rapporti umani, il matrimonio, i igli, la famiglia, la casa e tutti gli altri aspetti della vita che sono importanti per me e per la maggior parte delle donne che conosco”. Poi ha tirato in ballo uno stereotipo molto difuso: “Siamo abituati a pensare che l’ambizione delle donne si manifesti in modi che non approviamo, o che troviamo sgradevoli”. Ha accennato anche a qualcosa di più brutto e di cui è più diicile parlare. “Penso sia anche una questione di competizione. Se vai avanti tu, non ci sarà spazio per alcuni di noi, e questo non è giusto”. Mi ha raccontato la storia di quando lei e una compagna di college si presentarono all’esame di ammissione alla scuola di legge di Harvard. “Eravamo in quell’enorme aula cupa. C’erano centinaia di candidati, ma poche ragazze. Mentre io e la mia amica aspettavamo che cominciasse la prova, i ragazzi intorno a noi ci dissero: ‘Cosa pensate di fare? Come osate toglierci un posto?’. Non la inivano più”. Clinton e la sua amica restarono stupefatte. Nel college femminile di Wellesley avevano passato quattro anni al sicuro da queste dinamiche di genere. “Mi ricordo che un ragazzo disse: ‘Se tu sarai ammessa alla facoltà di legge e io no, dovrò andare in Vietnam, e se mi ammazzeranno sarà colpa tua’”.

“Quegli attacchi viscerali”, ha continuato Clinton, “pieni di paura, ansia e insicurezza” condizionano il modo in cui gli Stati Uniti vedono le donne ambiziose. Clinton pensa che oggi il sessismo sia meno violento che nel 2008, ma continua a incontrare persone che le dicono: “L’ammiro veramente, mi piace molto, ma non so se me la sento di votare per una donna”. Poi ha aggiunto: “Spetta a voi giornalisti capire e interpretare queste cose. Io cerco di tirare avanti, di sopportare e sopravvivere”. Si è messa a ridere, come se avesse detto una battuta spiritosa.

Proposte noiose Su YouTube c’è un video del 2007 che i collaboratori di Clinton guardano quando vogliono farsi una risata. La candidata sta pronunciando un discorso. Dietro di lei ci sono delle bandiere degli Stati Uniti, che a un certo punto cadono. Mentre aiuta a raccoglierle, Clinton non può fare a meno di dare un consiglio agli organizzatori: “Penso che queste basi non siano abbastanza pesanti, vedete di risolvere il problema”. Clinton è una specialista nell’individuare problemi e suggerire soluzioni. Sembra che non ci sia crisi, nemmeno la più insigniicante, che sfugga alla sua attenzione, nulcontinua a pagina 48 »


L’analisi

C’è un problema con i giovani Philip Elliott, Time, Stati Uniti Per vincere, Hillary Clinton dovrà conquistare gli elettori che inora l’hanno criticata di più am Miller, la leader degli studenti democratici della Ohio university, ad Athens, si è resa conto che c’era un problema diverse settimana fa, durante un’iniziativa nel campus in vista della ripresa dell’anno accademico. Aveva allestito un banchetto su un prato per reclutare nuovi iscritti in questo campus ai piedi degli Appalachi. Ma a un certo punto ha notato che il banchetto accanto al suo, allestito dai repubblicani, era molto più afollato. “C’erano tantissime persone che andavano da loro”, ricorda Miller. È stato il primo segnale d’allarme. Hillary Clinton, la candidata democratica alle presidenziali, era in vantaggio nei sondaggi rispetto a Donald Trump, il candidato repubblicano, ma faceva fatica a motivare e a portare dalla sua parte gli elettori giovani che nel 2008 e nel 2012 sono stati lo zoccolo duro della coalizione per Barack Obama. Nel 2012 Obama conquistò il 60 per cento dei voti degli elettori sotto i trent’anni. Secondo un sondaggio realizzato a settembre da Cbs News e New York Times, solo il 48 per cento degli statunitensi in questa fascia d’età sostiene Clinton, mentre il 29 per cento sostiene Trump il 21 per cento dichiara di voler sostenere un terzo candidato o restare a casa. Gli studenti dell’Ohio university, un campus particolarmente progressista in uno stato che potrebbe essere decisivo a novembre, non hanno problemi a spiegare quello che emerge dai sondaggi. Nessun candidato inora è stato in grado di conquistarli, e questo è un elemento pericoloso soprattutto per Clin-

S

ton, la cui strategia per arrivare alla Casa Bianca consiste nel tenere insieme la coalizione di Obama. “Obama era una fonte d’ispirazione. Era circondato da una sorta di aura”, dice Anthony Eliopoulos, un sostenitore di Clinton originario di Lorain, in Ohio. “Lei è più tranquilla. Non è così appariscente”. Oggi negli Stati Uniti i millennials, gli elettori nati tra l’inizio degli anni ottanta e la metà degli anni novanta, sono più numerosi dei baby boomers, nati tra il 1945 e il 1964. E, se dobbiamo credere ai sondaggi condotti sia a livello nazionale sia nei singoli stati, questi elettori stanno sfuggendo di mano a Clinton. I democratici stanno adottando una strategia aggressiva per invertire la tendenza. Nell’ultima settimana i più importanti esponenti del partito si sono impegnati in prima persona per convincere gli elettori sotto i trent’anni a votare per Clinton: il presidente Obama, la irst lady Michelle Obama, il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine e la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren. In un’intervista concessa alla Nbc, Kaine ha ammesso le diicoltà di Clinton e ha elencato cinque temi su cui la campagna elettorale dovrebbe concentrarsi per conquistare gli elettori più giovani: i costi dei college, la lotta ai cambiamenti climatici, il diritto all’aborto, i diritti lgbt e la riforma dell’immigrazione. Anche Bernie Sanders, avversario di Clinton nelle primarie, sta facendo campagna a sostegno della candidata. Di recente ha invitato i suoi sostenitori a non restare a casa a novembre e di resistere alla tentazione di votare per un candidato indipendente. “Pensateci bene prima di esprimere un voto di protesta, perché il prossimo presidente sarà Hillary Clinton o Donald Trump”, ha detto durante un’intervista in tv prima di andare in Ohio per sostenere la causa di Clinton nei campus di Akron e Columbus. “Pensate a com’è il paese e chiedetevi se vi sentireste tranquilli con quattro anni di Trump”. Clinton le sta provando tutte: i suoi as-

sistenti le hanno insegnato a scattare i selie, ha reclutato centinaia di volontari giovani in tutto il paese e il 15 settembre ha anche partecipato a una teleconferenza con un gruppo di millennials. Ma è un’impresa diicile. Durante una serie di interviste condotte con sedici studenti nei campus di Athens e di Columbus, molti hanno detto di apprezzare l’idea di una donna alla presidenza, anche se per loro questa non è la questione principale. Rispetto ai loro genitori hanno più a cuore l’ambiente e i diritti gay, vogliono una soluzione per la fallimentare gestione dell’immigrazione e detestano qualunque tipo di discriminazione. Tuttavia, molti non conoscono gli aspetti della storia di Clinton che combaciano con i loro punti di vista. Dopo tutto, la maggior parte di questi ragazzi è troppo giovane per ricordarsi degli anni novanta, quando Clinton era una irst lady avanti rispetto ai suoi tempi. Inoltre molti di loro hanno fatto proprie le critiche di Sanders nel corso delle primarie.

Il male minore Un lunedì sera di non molto tempo fa Miller era impegnata a dare il benvenuto ai nuovi volontari in un uicio del Partito democratico poco fuori dal campus. Bisognava discutere le strategie per registrare nuovi elettori. Mentre gli altri studenti si stavano scatenando nella prima notte di frenesia nelle confraternite dall’altra parte della strada, gli aspiranti volontari erano in attesa di ricevere istruzioni su come fare proseliti per conto di Clinton. Jazzmine Hardges, una ragazza di vent’anni che studia comunicazione e ilosoia e viene da Kent, in Ohio, ha lasciato i suoi contatti su un foglio vicino all’uscita, così gli attivisti della campagna potranno contattarla per chiederle di fare la volontaria o, quanto meno, per ricordarle di andare a votare. Hardges ha detto di avere un’ottima opinione di Clinton, ed era sorpresa che gli altri ragazzi della sua età la pensassero diversamente. “Ha tanta esperienza”, ha detto. Poi ha tirato fuori l’argomentazione che la squadra di Clinton spera possa funzionare se le altre strategie dovessero fallire: “Per questo paese qualsiasi democratico sarebbe meglio di Trump, o di un qualsiasi altro repubblicano”. ◆ gim Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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In copertina

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troppo pragmatiche e noiose. Dopotutto la storia della politica e dei movimenti di sinistra è sempre stata fatta da donne che si occupano degli aspetti più noiosi e uomini che pronunciano discorsi esaltanti. Non sono state Dorothy Height, Rosa Parks, Pauli Murray, Diane Nash o Anna Hedgeman – tutte grandi attiviste, avvocate o organizzatrici – a tenere i grandi discorsi sulla scalinata del Lincoln memorial a Washington. Clinton si considera una che lavora, non una che fa discorsi. Durante una delle nostre conversazioni le ho detto che l’attrice comica Samantha Bee l’aveva descritta come “un cavallo da soma a cui bisogna sempre dare un lavoro da fare”. I suoi occhi si sono illuminati. “Quando sono arrivata al senato ho detto subito che non ero un cavallo da parata”, mi ha ricordato. Sembra che sia la cosa di cui è più orgogliosa al mondo. Ma all’elettorato non interessa che un candidato alla presidenza sia un gran lavoratore. Le persone sono più ispirate dalla retorica. Anche Clinton l’ha usata, per esempio nel discorso che tenne a Pechino quando era irst lady, in cui disse che “i diritti delle donne sono diritti umani”, o in quello pronunciato durante le primarie del 2008, in cui ammise di essere stata sconitta da Barack Obama e parlò di “18 milioni di crepe” nel soitto di vetro (18 milioni erano le persone che avevano votato per lei e il soitto di vetro era la barriera invisibile che impediva a una donna di essere eletta presidente). In entrambi i casi aveva deciso di

Da sapere

Candidati a confronto Risposte in percentuale, 9-13 settembre 2016 Il candidato è onesto e aidabile?

Sì Clinton

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Trump

63

35

60

Ha il giusto temperamento e la giusta personalità per essere un buon presidente?

Sì 55

Clinton Trump

31

No 44 64

Condividete gli stessi valori?

Sì Clinton fONtE: tHE NEW yORK tIMES

la che pensi di non dover controllare. Quando dedica le sue energie alle questioni più importanti, la sua capacità di vedere tutti i collegamenti e la sua conoscenza di ogni singolo aspetto possono sembrare una parodia dell’ipercompetenza femminile. In due comizi in Kentucky l’ho sentita esporre le sue proposte per aiutare le famiglie. Il discorso era strutturato più o meno così: gli Stati Uniti hanno bisogno di un sistema nazionale di permessi per motivi familiari retribuiti perché troppe donne non ricevono neanche un giorno di paga quando partoriscono. Non esiste una legge federale sui permessi per malattia retribuiti, tanti genitori di figli adottati non hanno diritto neanche a un giorno, e i igli e le iglie delle persone anziane non possono assistere i genitori. Il paese ha anche bisogno di introdurre programmi di assistenza a domicilio, grazie ai quali chi ha appena avuto un bambino può imparare a prendersene cura e a prepararlo a frequentare la scuola con buoni risultati. In questo modo si può cominciare a risolvere il problema delle disparità di reddito in dai primi anni. È necessario anche aumentare i salari, perché due terzi delle persone che percepiscono il salario minimo sono donne. Questo inluisce sulla vita delle famiglie, sia quelle formate da un solo genitore sia quelle in cui entrano due stipendi e, se si aggiunge l’alto costo dell’assistenza all’infanzia, impedisce alle donne di godere degli stessi beneici degli uomini, di risparmiare per pagarsi il college e di mettere da parte qualcosa per quando andranno in pensione. I lavoratori che percepiscono il salario minimo attualmente spendono dal 20 al 40 per cento del loro reddito per l’assistenza all’infanzia, mentre quella spesa non dovrebbe andare oltre il 10 per cento, e inoltre bisognerebbe aumentare i salari degli insegnanti della scuola materna ed elementare, che in alcuni posti sono pagati meno degli addestratori di cani e hanno anche loro una famiglia da mantenere. Per fare tutto questo bisogna raforzare i sindacati e rendere l’assistenza sanitaria più accessibile, modiicando anche la riforma sanitaria voluta da Obama. Clinton ha una visione olistica dei problemi e delle possibili soluzioni – incentivi iscali, sussidi, aumenti salariali – che dimostra grande competenza. Ma non è qualcosa che può essere riassunto in uno slogan da scrivere su una maglietta. E non fa efetto sulla folla di un comizio. Non si può neanche spiegare in tv, perché non è semplice come dire “università gratis!”. Spesso le donne sono accusate di essere

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Trump

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Può portare un cambiamento radicale nel sistema politico?

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puntare sul signiicato simbolico del suo essere donna, cosa che di solito preferisce non fare. Qualche anno fa Lissa Muscatine, l’autrice dei suoi discorsi, mi ha detto che si scontravano spesso su questo punto ai tempi in cui Clinton era irst lady. “Io le dicevo che non stava sfruttando il potere simbolico della sua posizione, e lei rispondeva: ‘Non servirebbe a cambiare il sistema e a lasciare un segno duraturo’”. Muscatine replicava che “a volte si può innescare il cambiamento anche con un atto simbolico”. Ho chiesto a Clinton se il fatto di essere considerata un simbolo la mette ancora a disagio. “No”, ha risposto. “Ora sono più matura e ho capito che il simbolismo può essere eicace, quindi lo accetto. Ma in in dei conti essere la prima donna presidente non mi basta. Cosa ho fatto per migliorare veramente la vita di qualcuno? Ci sono più posti di lavoro? Il reddito della popolazione è aumentato? Abbiamo fatto progressi sul salario minimo? A che punto siamo con la parità salariale? Cosa stiamo facendo per la prima infanzia?”. Era tornata in modalità lavoro. “Sono una persona a cui interessano i risultati, perché penso che sia questo che conta per la gente”.

Qualche segreto Naturalmente, alla base dei problemi della candidatura di Clinton non c’è solo la sua ambivalenza nel gestire il suo ruolo potenzialmente storico. C’è anche un atteggiamento difensivo che non le permette di apparire sincera, un intenso desiderio di riservatezza che impedisce agli elettori di avere la sensazione di conoscerla: un grande problema in un’era in cui i social network hanno reso più importante che mai il rapporto personale con gli elettori. La riluttanza di Clinton a esporsi nasce in parte dal suo carattere e in parte dalla sua esperienza. Una vita passata sotto i rilettori le ha insegnato che esporsi spesso equivale a permettere agli altri di farti a pezzi. Non bisogna dimenticare che la sua identità come personaggio pubblico si è formata durante il periodo di rigetto del femminismo, negli anni ottanta e novanta, quando riiutandosi di stare in cucina si poteva scatenare una guerra culturale. Se Clinton sofre di una sorta di disturbo post-traumatico da stress politico che la rende cauta e chiusa, questo è in gran parte dovuto al rapporto con la stampa. Odia i giornalisti. Un gruppo di giovani reporter la segue in tutti i comizi, e lei non gli concede quasi nulla. Diversamente da altri candidati, non viaggia sullo stesso aereo dei repor-


DarCY PaDILLa (Vu/KarMa PrESS PHOTO)

Gli uici della campagna di Clinton a Des Moines, gennaio 2016

ter. Ogni tanto beve qualcosa con loro, ma non con la frequenza e la facilità di suo marito, le cui conversazioni informali con la stampa erano leggendarie. La maggior parte dei giornalisti che viaggia con i candidati è troppo giovane per ricordare che Clinton è stata nel mirino della stampa in dall’inizio: è stata accusata di essere troppo radicale, troppo femminista, troppo indipendente, troppo inluente, pericolosa, subdola e bruttissima. Lei e i suoi collaboratori sanno che ormai non possono far cambiare idea alla stampa, perché la sua storia è già stata scritta. Per fare un esempio: all’inizio di maggio il New York Times ha pubblicato un articolo in cui sosteneva che Clinton stava corteggiando i repubblicani scontenti della candidatura di Donald Trump, portando i sostenitori di Bernie Sanders a esclamare: ecco, l’avevamo detto che era una cripto-repubblicana. L’articolo accennava solo brevemente al fatto che qualche giorno prima Clinton aveva presentato il suo piano per aumentare i fondi pubblici per l’assistenza all’infanzia e i salari delle persone che si prendono cura dei bambini, una proposta che non molto tempo fa sarebbe stata considerata il sogno delle femministe degli anni settanta. Naturalmente la riluttanza dei mezzi d’informazione a deinire “molto progres-

siste” alcune delle proposte di Clinton è dovuta al fatto che lei stessa evita di presentarle in questi termini. Forse perché ha ancora paura, dopo tanti anni, di essere considerata una nazi-femminista di sinistra. O forse perché le manca la capacità che hanno molti politici, a cominciare da suo marito e da Obama, di assecondare fazioni opposte riuscendo a sembrare sinceri agli occhi di entrambe. Clinton è una pessima attrice e non è una grande oratrice: tende a fare dichiarazioni mal formulate che rendono fumoso il messaggio che vuole trasmettere o addirittura fanno passare il messaggio opposto. I suoi discorsi in campagna elettorale sono stati spesso basati su bizzarre metafore infrastrutturali come “abbattere barriere” e “costruire scale di opportunità”. La diidenza della stampa è il prezzo che Clinton paga per il fatto di non avere un rapporto più disteso e amichevole con i giornalisti: non le concedono mai il beneicio del dubbio, non sono mai flessibili e comprensivi nei suoi confronti. Non è simpatica come il vicepresidente Joe Biden, che con le sue gafe riesce a ofendere intere nazioni ma alla ine se la cava sempre. “Indubbiamente il suo percorso è più diicile di quello di altri politici”, mi ha detto frustrato Nick Merrill, l’addetto stampa di Clinton. “Tutti danno per scontato che

abbia sempre qualcosa da nascondere”. Ed è proprio questo il problema. Tutti danno per scontato che Hillary nasconda qualche segreto. È un circolo vizioso paranoide. Clinton e il suo staff pensano che tutti ce l’abbiano con lei, e il loro comportamento diventa un ulteriore incentivo ad avercela con lei. Ma a un certo punto il rapporto di causa-efetto non ha più importanza. L’atteggiamento difensivo, la riservatezza e le sue reazioni aggressive quando è in diicoltà sono i suoi veri punti deboli. Tutto sta nel vedere se possono essere superati dai suoi punti forti, soprattutto durante una campagna elettorale contro un candidato come Trump, i cui difetti sono così enormi. C’è un’inevitabilità da ilm nel fatto che il rivale di Clinton sia Trump, un candidato che ha il sostegno di tutti i maschi bianchi arrabbiati per il fatto che le donne e i neri hanno più potere. Trump è l’antitesi del pragmatismo di Clinton, della sua natura prudente, della sua ampia conoscenza delle istituzioni e di come muoversi al loro interno. È naturale che una donna che vuole entrare nella Casa Bianca debba scontrarsi con un uomo aggressivo che è stato protagonista di un reality show ed è stato capace di parlare del suo pene durante un dibattito. Quando l’ho incontrata, a maggio, ClinInternazionale 1172 | 23 settembre 2016

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In copertina ton era così iduciosa in vista dello scontro con Trump che già pensava a quello che avrebbe dovuto fare dopo l’insediamento alla Casa Bianca. “Non voglio concentrarmi troppo sulla campagna, preferisco concentrarmi sulla preparazione. Ci sono tante cose da preparare”, mi ha detto. Poi ha fatto un elenco: la riforma dell’immigrazione, le leggi per la parità di salario tra uomini e donne, i permessi retribuiti per motivi familiari. Ma mi ha detto anche che una volta eletta vorrebbe mettere da parte le vecchie strategie, rinunciare alla prassi secondo cui il presidente sceglie un tema da afrontare per primo e lavorare invece con il congresso su vari temi per un paio d’anni. “Voglio preparare in dall’inizio quello su cui intendo lavorare e dare al congresso la possibilità di muoversi su più fronti”. Naturalmente questo sarà possibile se i democratici riusciranno a conquistare la maggioranza al senato.

come se mi sidasse a contestare la sua affermazione. “Non vincerete mai in Texas”, ho detto. Lei ha sorriso ed è rimasta impassibile. “Se i neri e i latinos andranno a votare possiamo farcela”, ha risposto con decisione, praticamente leccandosi le labbra. Un’ora dopo ha pronunciato il suo discorso. Fuori pioveva a dirotto, dentro era tutto uno scintillio di luci. Presto in West Virginia i seggi si sarebbero chiusi e avrebbero regalato a Bernie Sanders ulteriore slancio. Ma davanti a quella folla estatica, Clinton era esultante: “Mi tireranno addosso di tutto, anche il lavello della cucina. Ma

La trappola del magnetismo

ho un messaggio per loro: lo fanno da venticinque anni, e sono ancora in piedi”. La folla ha lanciato grida di approvazione. “Non vedo l’ora di sidare Trump nei dibattiti del prossimo autunno”, ha detto nel microfono con un tono di voce che era molti decibel più alto del necessario. “Abbiamo idee diverse? Certo”, ha proseguito. “Questo è sano e normale. Ci sono tanti modi diversi per raggiungere i propri obiettivi, ma non lo si fa denigrando la gente. Noi non siamo così. Ed è ora di dire basta”. Guardandola mi sono chiesta se dopo tutti questi anni Clinton possa ancora diventare un’attrice più disinvolta. Per certi versi sembra che sia necessario, non solo per vincere, ma per governare. Dopotutto, un presidente deve avere a che fare con la gente. Non può vincere le elezioni e poi andarsi a nascondersi dietro a una scrivania. Non basta avere un piano, bisogna saperlo vendere al paese. Obama ha dimostrato di saper usare i mezzi d’informazione per trasmettere ai cittadini il suo messaggio. Ma lui è un abile oratore. Anche Bill Clinton lo era. Perino George W. Bush a suo modo era carismatico. Ma se oggi un uomo che sputa odio e volgarità e non ha idea di come funziona il governo può diventare un candidato plausibile alla presidenza perché è magnetico, mentre una donna capace che conosce bene la politica è in diicoltà perché è poco magnetica, forse allora dovremmo riconsiderare l’importanza del magnetismo. Vale la pena di chiedersi ino a che punto il carisma, per come lo abbiamo deinito inora, sia un tratto prettamente maschile. Una

La sera delle primarie in West Virginia, che sarebbero state vinte da Sanders, Clinton è arrivata allo stadio del baseball di Louisville in anticipo rispetto all’ora stabilita per il comizio. È raro che arrivi in anticipo da qualsiasi parte, e si stava godendo un momento di solitudine in uno dei lussuosi palchi dello stadio, guardando il campo di baseball e sorridendo. “Mi piace molto il baseball”, ha detto tra sé e sé. Abbiamo parlato un po’ della festa della mamma, che aveva trascorso con la nipote Charlotte, e del fatto che Chelsea e Marc Mezvinsky avrebbero saputo il sesso del loro secondo iglio solo al momento della nascita. Ha criticato l’ospedale che avevamo appena visitato e il tentativo del governatore repubblicano di smantellare il sistema sanitario del Kentucky, uno dei migliori del paese. Ha detto che era un peccato che la rabbia degli elettori nei confronti di Obama nelle elezioni di metà mandato del 2012 rischiasse di far perdere ai cittadini i beneici della riforma sanitaria per cui il presidente aveva tanto combattuto. Le ho chiesto perché stesse dedicando tante attenzioni al Kentucky, uno stato tradizionalmente repubblicano. I suoi occhi si sono illuminati, come se non vedesse l’ora di parlare delle sorprendenti possibilità offerte dalla mappa elettorale nel voto di novembre. “Quali pensa che siano gli stati repubblicani che torneranno in gioco?”, le ho chiesto accennando alla possibilità che i democratici conquistino la Georgia, dove hanno vinto l’ultima volta nel 1991. “Il Texas!”, ha esclamato, spalancando gli occhi,

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Possiamo andare oltre l’immagine di un grande uomo che fa grandi discorsi?

donna può riuscire a conquistare un paese come siamo abituati a vederlo fare da un uomo? Anche se sia i conservatori sia i progressisti cercano di sminuire l’importanza del “fattore femminile”, sarebbe impossibile, e disonesto, non riconoscere che il genere è un elemento centrale, significativo, complicato e spesso invisibile in queste elezioni. È uno dei fattori che hanno plasmato Hillary Clinton, e che inluiscono sul modo in cui la vediamo oggi. A prescindere da quello che le persone pensano di lei, queste elezioni sollevano una serie di importanti domande su come gli statunitensi vedono la leadership e su cosa pensano delle donne che cercano di conquistarla. Possiamo allargare la nostra idea del carisma e andare oltre l’immagine di un grande uomo che fa grandi discorsi? Ed Rendell, ex governatore democratico della Pennsylvania, pensa che una volta eletta Clinton dovrebbe cercare di trasformare la presidenza in base alla sua personalità. “È il presidente che sceglie come comunicare”, mi ha detto Rendell. “Se fossi il capo del suo staf le proporrei di partecipare al maggior numero di interviste televisive possibile e la farei parlare invece che leggere un discorso. Le organizzerei incontri nelle città durante tutto il mandato. L’ha mai vista nelle piccole sale comunali? Hillary non è il tipo da grandi folle, ma in quei contesti è quasi spettacolare”. Ho ripensato a una tavola rotonda in un asilo a cui avevo assistito a Lexington, in Kentucky. Clinton aveva incontrato decine di genitori con igli che frequentavano quella scuola. Jessica McClung, una ragazza madre che non riusciva a laurearsi perché doveva occuparsi del iglio piccolo, era così nervosa all’idea di incontrarla, prima che cominciasse la discussione, che non riusciva neanche a parlare. Hillary ha capito subito la situazione e si è rivolta a lei guardandola negli occhi come l’avevo vista fare con i Wheeler: “Non sia nervosa. Parli con me, mi guardi, faccia un respiro profondo, si dimentichi di tutto questo”, le ha detto indicando le telecamere, gli uomini dei servizi segreti, tutta la gente che l’accompagna dovunque vada, e che lei stessa fatica tanto a dimenticare. “Parli semplicemente con me”. u bt L’AUTRICE

Rebecca Traister è una giornalista statunitense. Il suo ultimo libro, All the single ladies, sarà pubblicato in Italia da Fandango il 29 settembre. Traister sarà al festival di Internazionale a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre.


Colombia

Prove di pace Marie Delcas, Le Monde, Francia Foto di Álvaro Ibarra Zavala

omenica 28 agosto i guerriglieri colombiani hanno messo da parte la tuta mimetica: l’occasione era speciale e t u t t i i n do s sava n o un’impeccabile camicia bianca. Erano accanto al loro capo, Rodrigo Londoño Echeverri detto Timochenko, che ha letto il discorso davanti alle telecamere: “In qualità di comandante dello stato maggiore delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc, estrema sinistra), ordino a tutte le nostre unità e a tutti i combattenti uomi-

LE MONDE

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ni e donne di rispettare il cessate il fuoco deinitivo e di mettere ine alle ostilità contro lo stato colombiano a partire da questa sera a mezzanotte”. Il conlitto interno alla Colombia è inito dopo 52 anni. Oggi Timochenko e tutti i suoi principali collaboratori hanno i capelli brizzolati. Il 26 agosto, due giorni prima del discorso del leader delle Farc, il presidente colombiano Juan Manuel Santos aveva ordinato all’esercito la ine delle ostilità contro la guerriglia. Il 24 agosto il governo di Bogotá e i rappresentanti delle Farc avevano annunciato di aver chiuso deinitivamente le trattative per l’accordo di pace. “‘L’aggettivo più appropriato per descrivere quest’accordo è ‘storico’”, afferma Humberto De la Calle, il capo negoziatore per il governo. De la Calle ha un’aria felice ma stanca: i negoziati, che si sono svolti all’Avana, sono durati 44 mesi. Nel suo discorso Timochenko si è rivolto all’esercito colombiano: “Oggi più che mai ci rammarichiamo per i morti e i dolori provocati dalla guerra. Vogliamo abbracciarvi e cominciare a lavorare per una nuova Colombia”. Le Farc hanno messo da parte la retorica e l’arroganza rivoluzionaria? In ogni caso il loro tono è cambiato. L’ultimo grande movimento guerrigliero dell’America Latina sta per scomparire e ha garantito che parteciperà alla vita democratica del paese. Raramente i conlitti iniscono con au-

GETTy REPORTAGE

Dopo l’intesa per il disarmo deinitivo e il cessate il fuoco tra il governo e la guerriglia delle Farc, i colombiani si preparano al referendum del 2 ottobre tra speranze, paure e scetticismo

spici così ottimistici. Le Nazioni Unite e l’Unione europea, i governi di Washington, Caracas e Parigi, il leader cubano Raúl Castro e il papa Francesco hanno dato tutti il loro contributo entusiastico al processo di pace colombiano.

Negoziare la resa L’accordo di pace sarà irmato il 26 settembre a Cartagena, sulla costa settentrionale del paese. La irma darà il via al processo di smobilitazione dei combattenti. I ribelli dovranno raggrupparsi in 28 zone di normalizzazione, le cosiddette Zonas veredales transitorias de normalización. E nell’arco di sei mesi dovranno consegnare le loro


Colombia, luglio 2016. Preparativi per una festa in un accampamento delle Farc, nel dipartimento di Cauca armi ai funzionari delle Nazioni Unite che terranno sotto controllo le zone. Poi potranno tornare alla vita civile. In Colombia però il fronte degli scettici è ancora numeroso: “I guerriglieri delle Farc sono dei narcoterroristi assassini”, dice Álex Gómez, 22 anni, studente di economia in un’università privata di Bogotá. “Dovrebbero essere tutti al cimitero o in prigione. Non dovrebbero apparire in tv né tantomeno sedersi in parlamento”, aggiunge. Al referendum che si terrà il prossimo 2 ottobre il ragazzo voterà no per respingere l’accordo. Santos vuole che l’intesa dell’Avana sia sottoposta al voto popolare nella speranza

di convincere i cittadini più reticenti. Tra questi c’è l’ex presidente Álvaro Uribe, leader della destra radicale, secondo cui l’accordo consegnerà la Colombia al “castrocomunismo”. Lui vorrebbe “una pace senza impunità”. Se confesseranno i crimini commessi in passato, i guerriglieri, compresi i principali leader dell’organizzazione, non andranno in prigione. Potranno anche partecipare attivamente alla vita politica. “Nessun movimento armato ha mai negoziato la propria resa per inire in prigione”, ha spiegato il presidente Santos. I crimini di guerra e i crimini contro l’umanità saranno puniti con pene “restrittive della libertà”

che possono durare ino a otto anni. Una volta riconvertite in un movimento politico, le Farc avranno diritto a un minimo di dieci seggi in parlamento per due legislature consecutive, a partire dal 2018. Sui social network il referendum è al centro di uno scontro acceso tra chi è a favore e chi si oppone alla pace. Sul suo account Twitter Iván Márquez, il capo negoziatore per le Farc, ha postato alcune foto del papa, immagini di bambini che si abbracciano e un prato in iore al tramonto. Tuttavia i guerriglieri ci tengono a sottolineare che “le Farc continueranno a lottare contro il sistema capitalistico e per la giustizia sociale”. Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Colombia “È la prova che non possiamo idarci di loro: sono di sinistra”, dice con tono esasperato Álex, che a quanto pare non crede per niente nella pace. Le élite urbane ormai si sono abituate a un conlitto armato che si è consumato nelle campagne e che non solo non ha impedito gli afari, ma ha anche permesso di demonizzare l’avversario e, in molti casi, perino di sbarazzarsene (la Colombia detiene il triste primato delle uccisioni di sindacalisti e leader contadini). Il 28 agosto Silvina, una donna di 68 anni che lavora come collaboratrice domestica e vive nella periferia di Bogotá, ha ascoltato commossa il discorso di Timochenko e l’annuncio del cessate il fuoco deinitivo. “Ormai avevo perso la speranza di poter assistere a questo momento”, dice la donna. Suo padre, un contadino, fu ucciso negli anni cinquanta durante il periodo noto come la Violencia, quando i gruppi dirigenti del Partito conservatore e del Partito liberale, che si contendevano il potere e le terre della Colombia, misero a ferro e a fuoco tutto il paese. Per sopravvivere molti contadini scelsero la lotta clandestina: una parte di loro non lasciò mai la foresta e nel 1964 fondò le Farc. Nello stesso periodo nacquero anche altri movimenti guerriglieri: l’Esercito di liberazione nazionale (Eln, castrista), l’Esercito popolare di liberazione (maoista), il Movimento armato Quintín Lame e il Movimento 19 aprile, che faceva guerriglia urbana. La geograia della Colombia ha giocato a favore dei combattenti: montagne alte simili a quelle dell’Afghanistan si accompagnano a una giungla che ricorda quella del Vietnam. Circondata da due oceani e attraversata da tre cordigliere, la Colombia è un paradiso per i gruppi guerriglieri di ogni ideologia. “La guerra mi ha portato via due igli”, racconta Silvina. “Il più grande si unì alla guerriglia e fu ucciso in combattimento nel 1995. Quello più piccolo invece fu ucciso dai paramilitari di estrema destra tre anni dopo”. Lei e suo marito decisero di scappare e di abbandonare le loro terre. In totale più di sette milioni di colombiani sono stati costretti a lasciare le loro case a causa del conlitto civile. Silvina ricorda i suoi igli e il suo orto ogni giorno. “Ma oggi”, dice, “c’è spazio solo per la gioia”. Il 2 ottobre Silvina voterà “sì, mille volte sì”. Contrariamente a quello che pensa l’ex presidente Uribe, le Farc hanno dovuto accettare molti compromessi e riconoscono la legittimità dello stato colombiano. L’economia colombiana, molto liberista, non è stata toccata. “La riforma agraria ne-

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goziata con la guerriglia avrebbe potuto essere stata scritta dalla Banca mondiale”, ironizza un diplomatico occidentale che lavora a Bogotá. Le Farc si sono impegnate a cooperare alla distruzione delle coltivazioni illegali e alla rimozione delle mine. I leader del gruppo guerrigliero hanno anche promesso di pagare un risarcimento alle famiglie delle vittime. A loro volta i militari potranno beneiciare dell’indulgenza della giustizia di transizione. Il grande vincitore di quest’accordo di pace è lo stato colombiano.

La guerra mi ha cercato Le Farc, oggi attive in poco meno di un quarto dei dipartimenti della Colombia, hanno sempre mantenuto segreto il numero dei loro affiliati. Secondo il ministero della difesa, i combattenti in attività sono ottomila. A questi bisogna aggiungere i militanti civili. A marzo Juan Manuel Santos

Da sapere

I dati del conlitto u Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) sono il gruppo guerrigliero più numeroso e antico del paese. Nascono nel 1964 come braccio armato del Partito comunista colombiano. Combattono le disuguaglianze seguendo un’ideologia marxista-leninista e chiedono più diritti per i contadini. u L’esercito e il ministero della difesa della Colombia stimano che facciano parte dell’organizzazione guerrigliera circa settemila combattenti attivi, sostenuti da almeno ottomila civili. u Le Farc oggi sono uno dei gruppi ribelli più ricchi del mondo. Si inanziano con il narcotraico, le tasse che fanno pagare nei loro territori, i sequestri e le estorsioni. u Il 24 agosto 2016 il presidente della Colombia Juan Manuel Santos annuncia la conclusione dei negoziati con le Farc, cominciati nel 2012 a Cuba. I guerriglieri s’impegnano ad abbandonare la lotta armata, rispettare lo stato di diritto e deporre le armi per trasformarsi in una forza politica. u Il 29 agosto entra in vigore il cessate il fuoco bilaterale e deinitivo che mette ine alla lotta armata delle Farc. u La pace si irmerà il 26 settembre nella città colombiana di Cartagena. Il 2 ottobre si terrà un referendum in cui i cittadini dovranno decidere se accettare o respingere l’accordo di pace tra il governo e i guerriglieri. u Il conlitto civile interno alla Colombia, durato 52 anni, ha provocato quasi 220mila vittime, di cui più dell’80 per cento civili. Gli sfollati a causa della guerra sono sette milioni. Bbc, Centro nacional de memoria histórica

ha parlato di 17mila persone. Secondo Jorge Restrepo, direttore del Centro di risorse per l’analisi dei conlitti (Cerac), “lo studio delle statistiche ufficiali sul numero dei guerriglieri uccisi in combattimento e su quello dei disertori fa pensare che i guerriglieri siano in realtà molti di più”. Più di un terzo degli ailiati delle Farc sono donne. Ma cosa sono davvero le Farc? Un movimento di autodifesa contadino? Una guerriglia rivoluzionaria? Un gruppo di traicanti di cocaina? Un potere locale? Un anacronismo politico? Un insieme di uomini e donne sinceramente convinti che il loro impegno possa cambiare il mondo? Un gruppo armato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche? Probabilmente sono un po’ tutte queste cose insieme. “Non ho scelto la guerra, è stata lei a venirmi a cercare”, diceva il fondatore delle Farc Pedro Marín, più noto come Manuel Marulanda Vélez. Il vecchio guerrigliero, soprannominato Tiroijo (tiro preciso), morì nel 2006 senza aver mai visto una città. Le Farc hanno vissuto a lungo di estorsioni: sotto la minaccia delle armi costringevano i proprietari terrieri a versare un’imposta rivoluzionaria detta vacuna, il vaccino. “Siamo una guerriglia rurale, non sappiamo rapinare le banche”, si giustiicò una volta un guerrigliero delle Farc. La foresta è diventata il loro habitat naturale, e oggi i combattenti sono spesso i igli o i nipoti dei vecchi guerriglieri. Dopo la caduta del muro di Berlino, nel novembre del 1989, il governo colombiano sperò nella progressiva scomparsa dei movimenti armati, per lo più rimasti ancorati alla logica della guerra fredda. Diversi gruppi guerriglieri negoziarono la loro smobilitazione, ma non lo fecero né le Farc né l’Eln. Impermeabili ai cambiamenti mondiali, questi movimenti di guerriglia non solo continuarono a esistere, ma si arricchirono. Si misero a compiere rapimenti per chiedere un riscatto, portando il conlitto nelle città e seminando il terrore. Poi arrivò il traico di cocaina, ancora più redditizio dei rapimenti, che avrebbe rappresentato per le Farc un’inesauribile fonte di ricchezza. All’inizio degli anni novanta, dopo lo smantellamento del cartello di Medellín di Pablo Escobar, le Farc assunsero il controllo parziale delle coltivazioni di coca e dei laboratori clandestini, le installazioni rudimentali dove la foglia verde viene trasformata in polvere bianca. I milioni guadagnati con la gestione della droga avrebbero potuto ridurre le Farc a una semplice organizzazione criminale, ma i guerriglieri non


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Una cerimonia religiosa nel dipartimento di Caquetá, controllato dalle Farc, aprile 2016

abbandonarono mai la loro ambizione di conquistare il potere né la ferrea disciplina e le pratiche staliniste, con i consigli di guerra che punivano in modo implacabile chi infrangeva le regole. Nelle zone rurali i nemici principali erano sempre l’esercito e la polizia. Con il progressivo consolidamento dell’organizzazione, le basi militari e le stazioni di polizia diventarono gli obiettivi di azioni sempre più sanguinose. In alcune regioni per colpire un obiettivo le Farc erano capaci di riunire un migliaio di combattenti. Il gruppo continuò a raforzarsi in tutto il paese, così come i suoi nemici: dalla metà degli anni novanta si moltiplicarono anche i gruppi paramilitari di estrema destra, quindi i massacri, le torture e il reclutamento forzato. Con il passare del tempo la guerra civile s’intensiicò trasformando la Colombia in un regno dell’orrore. Tutti i tentativi fatti negli anni di negoziare con i guerriglieri non ottennero nessun risultato. Il progetto più recente fu avviato dal governo di Andrés Pastrana nel 1999, ma fallì dopo tre anni di sforzi inutili. La guerriglia approittò di quel periodo per riarmare le sue truppe, e il governo per modernizzare il suo esercito con il generoso sostegno di Washington. Il Plan Colombia,

avviato nel 2000 dall’amministrazione statunitense di Bill Clinton, portò al paese latinoamericano quasi dieci miliardi di dollari di aiuti militari per combattere il narcotraffico e mettere fine al conflitto interno. Nel 2002 i colombiani, al contrario di quello che succedeva in altri paesi del Sudamerica dove i cittadini davano iducia ai leader di sinistra, elessero alla presidenza Álvaro Uribe, ex governatore del dipartimento di Antioquia, che aveva promesso di condurre una guerra a oltranza contro le Farc. I danni collaterali. di questa lotta senza quartiere furono molti. Centinaia di poliziotti e militari, accusati di reati e di crimini compiuti durante il conflitto, oggi sono in prigione. Le violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito colombiano, meno note di quelle delle Farc, rimangono in gran parte sconosciute all’opinione pubblica internazionale. Nonostante tutto, dagli anni sessanta a oggi la Colombia ha mantenuto in vita le istituzioni democratiche ed è rimasta una fedele alleata degli Stati Uniti. Juan Manuel Santos era ministro della difesa durante il secondo mandato di Uribe, dal 2006 al 2010. Grazie a quest’esperienza, l’attuale presidente della Colombia

si era reso conto che lo stato non avrebbe potuto vincere la guerra. Senza dubbio l’aviazione e gli elicotteri Black Hawk offerti dagli statunitensi avevano dato all’esercito colombiano un evidente vantaggio. L’ofensiva militare aveva costretto i guerriglieri a ritirarsi dai centri urbani e dalle principali vie di comunicazione. In alcuni casi li aveva spinti al di là del conine, in Ecuador e in Venezuela. Ma anche se indeboliti, gli ultimi guerriglieri resistevano e i bombardamenti non erano più una strategia eicace. Il paese era in una situazione di stallo.

Prime scissioni Così nel 2010, appena eletto presidente della repubblica, Santos ha preso segretamente contatto con le Farc. I negoziati sono stati resi pubblici solo nel 2012. Il presidente colombiano ha voluto che i colloqui con la guerriglia avvenissero all’estero, lontano dalle telecamere. Nel frattempo ha mantenuto una forte pressione militare nel paese per rendere i combattenti più disponibili al compromesso. Tuttavia, per evitare possibili dissensi interni, i rappresentanti delle Farc hanno negoziato a lungo e con ostinazione, smentendo le previsioni di chi li credeva pronti a Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Colombia

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Colombia, luglio 2016. Una festa tra i guerriglieri nel dipartimento di Cauca

concludere un accordo in tempi brevi. L’applicazione dell’accordo non sarà facile, soprattutto perché nel paese la violenza politica è endemica. Secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2016 sono state uccise 63 persone tra difensori dei diritti umani, attivisti di sinistra e leader contadini. E molte altre hanno ricevuto minacce di morte. A metà degli anni ottanta, durante la presidenza di Belisario Betancur, un primo tentativo di negoziare con le Farc portò alla creazione del partito politico Unión patriótica (Up, sinistra). Il bilancio fu catastroico: due candidati presidenziali, decine di parlamentari e più di tremila militanti dell’Up furono uccisi. Una delle sfide maggiori che dovrà afrontare il paese dopo la irma dell’accordo di pace sarà proprio garantire la sicurezza dei guerriglieri smobilitati. Un altro motivo di preoccupazione è rappresentato dall’Eln, il secondo gruppo guerrigliero del paese, che per ora non sembra intenzionato a seguire l’esempio delle Farc: le trattative con il governo sono state avviate il 30 marzo, ma non hanno portato a nulla. Nato poco dopo le Farc, il gruppo guerrigliero castrista è meno centralizzato e ha ancora circa duemila com-

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battenti. Alcuni temono che gli imprevedibili elenos vogliano passare alla storia come gli ultimi rivoluzionari dell’America Latina, anche a costo di rimetterci la pelle. Poi ci sono le milizie al servizio dei narcotraicanti, dette bacrim, che sono le eredi delle Autodifese unite della Colombia, i paramilitari smobilitati nel 2006. Più discrete politicamente, queste bande operano con modalità maiose. Secondo le Nazioni Unite, nel 2015 le piantagioni di coca nel paese sono aumentate del 39 per cento, raggiungendo i 96mila ettari. Da più di trent’anni la Colombia si contende con il Perù il primato tra i paesi esportatori di cocaina. Inine, l’accordo di pace ha provocato delle prevedibili scissioni. All’inizio di giugno un “primo fronte” dissidente delle Farc ha annunciato il suo riiuto di deporre le armi. Questo fronte, che opera nel sudest amazzonico del paese, alla frontiera con il Brasile, è molto coinvolto nel traico di droga. Dall’Avana la direzione delle Farc ha subito sconfessato il gruppo dissidente. La coesione e la disciplina, che hanno sempre caratterizzato l’organizzazione, riusciranno a sopravvivere anche in tempi di pace? Altre unità potrebbero decidere di rimanere nella foresta o tornarci se il rein-

serimento nella vita civile fosse troppo dificile. Il futuro si deciderà nelle zone rurali, dove lo stato è praticamente assente e le reticenze dei proprietari terrieri sono forti. Secondo lo specialista di questioni agrarie Alejandro Reyes Posada, il principale pericolo da ora in poi sarà che “i grandi proprietari terrieri prendano iniziative di tipo paramilitare per difendersi se sentiranno che il loro patrimonio e i loro privilegi sono minacciati”. Riconciliare un paese martoriato da più di cinquant’anni di violenza non è facile, soprattutto quando le disuguaglianze sociali bloccano lo sviluppo, la corruzione indebolisce le istituzioni, le terre continuano a essere nelle mani di pochi e i ricchi non sono disposti a pagare le tasse. In base all’ultimo censimento agrario lo 0,4 per cento dei proprietari si divide il 40 per cento delle terre del paese. Dall’altra parte, il 70 per cento dei piccoli proprietari possiede solo il 5 per cento delle terre. La Colombia rimane uno dei dieci paesi con le più forti disuguaglianze del mondo. Come ha detto l’ex guerrigliero salvadoregno Joaquín Villalobos: “La pace non permette di raggiungere il paradiso, aiuta solo a uscire dall’inferno”. u adr


Colombia, luglio 2016. Guerriglieri e civili al lavoro nei campi nel dipartimento di Cauca

Non mi sento una vittima Héctor Abad Faciolince, El País, Spagna “La storia della mia famiglia mi ha insegnato che la pace passa per il racconto della verità. La rabbia non serve”. Parla Héctor Abad Faciolince o capito la storia recente del mio paese, la Colombia, attraverso le storie familiari. Quando si ha una famiglia numerosa, la inzione è quasi inutile: in una famiglia grande succede di tutto, almeno una volta. Queste storie mi consentono di rilettere su quello che è successo e sta succedendo in Colombia, per poi prendere una decisione che è politica ma anche di vita, perché non è dettata dall’ideologia ma dall’immagina-

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zione: cerco d’immaginare come potremmo vivere meglio, più tranquilli, senza ucciderci così tanto, con meno soferenza. Per spiegare perché sono favorevole all’accordo di pace raggiunto dal governo di Juan Manuel Santos e dalla guerriglia delle Farc, e perché me ne rallegro tanto, cercherò di partire ancora una volta da una storia familiare. Non ho mai provato simpatia per le Farc. Il marito di una delle mie sorelle, Federico Uribe (non ha nessuna parentela con l’ex presidente della Colombia Álvaro Uribe), è stato sequestrato due volte dalla guerriglia. La prima volta dal Frente 36 delle Farc, 28 anni fa, quando lui ne aveva 35. Undici anni dopo un altro gruppo lo ha rapito di nuovo. I guerriglieri che lo sorvegliavano sui monti erano così giovani che chiamavano “nonno” un uomo di 46 anni. Federico non era e non è una

persona ricca. Forse aveva il cognome sbagliato. Non era neanche povero, e non sarebbe strano se i più poveri l’avessero considerato molto ricco. Mio cognato (ora ex cognato, perché in tutte le famiglie ci sono dei divorzi) aveva 120 mucche da latte in un paesino a 2.600 metri di altezza nella zona orientale del dipartimento di Antioquia. Dopo aver passato un mese sotto sequestro e aver pagato la quota iniziale del riscatto per essere rilasciato, ha dovuto continuare a pagare il resto della somma richiesta in comode rate mensili, per altri 36 mesi. La guerriglia gli ha concesso tre anni di tempo per pagare. Vi chiederete: perché non si è rivolto alla polizia, all’esercito o alle autorità locali? Lui vi risponderebbe: “Scusate se mi viene da ridere”.

Lo stato assente Nelle zone rurali della Colombia lo stato era del tutto assente, e lo è ancora oggi. Se Federico non avesse pagato quelle rate, non avrebbe potuto far uscire il latte dallo stabilimento, e quel latte gli dava da vivere. Se non avesse pagato, lo avrebbero potuto uccidere sul lavoro o avrebbero potuto sequestrare uno dei suoi igli, i miei nipoti. In assenza di uno stato che controllasse il terriInternazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Colombia torio e difendesse i cittadini, l’unica possibilità era pagare. O, come altri allevatori, chiedere protezione a un gruppo paramilitare in cambio di una rata mensile più o meno uguale. Federico Uribe non è una di quelle persone che godono nel veder uccidere, e i paramilitari uccidevano senza fare domande. E poi i paramilitari avevano ucciso suo suocero, cioè mio padre, e non era il caso di allearsi con altri assassini. Federico il 2 ottobre voterà no al referendum sulla pace. “Non sono contrario alla pace”, mi ha detto, “ma voglio che quella gente passi almeno due anni in carcere. Durante il mio sequestro hanno ucciso due persone”. Lo capisco, lo stimo e non penso che sia un nemico della pace, ma non sono d’accordo con lui. Anche se capisco il suo punto di vista, spero che lui capisca la mia decisione di votare per il sì. Comprendo la sua posizione sull’impunità. Tuttavia credo di avere il diritto di dire che non m’interessa se i guerriglieri delle Farc non iniranno in carcere. Quando l’ex presidente Álvaro Uribe concluse l’accordo di pace con i paramilitari scrissi che non mi interessava che gli assassini di mio padre passassero anche solo un giorno dietro le sbarre. Tutto quello che chiedevo era che raccontassero la verità; poi per quanto mi riguardava potevano essere lasciati morire di vecchiaia.

Molti errori Dei 28mila paramilitari che accettarono di smobilitarsi durante il governo di Uribe in pochissimi pagarono con il carcere, e non per volontà del presidente, ma su ordine della corte costituzionale. Nessuno ci mostrò il testo del patto di Ralito (l’accordo con i paramilitari), nessuno portò noi vittime nella zona dei dialoghi per raccontare ai paramilitari il dolore che ci avevano causato e dargli il benvenuto nella vita civile, come avremmo voluto fare io e la mia famiglia. Inine l’accordo non fu sottoposto a un referendum. Non è una lamentela, ma un paragone. Santos ha pubblicato il testo – lunghissimo, farraginoso, ma utile – dell’accordo dell’Avana, ha fatto partecipare ai colloqui di pace alcuni familiari delle vittime e ora lo sottopone al verdetto del popolo. Sono stato invitato a quei colloqui ma non sono voluto andare, perché non mi sento più una vittima. Anche nel caso delle Farc accetto che ci sia un’alta dose d’impunità in cambio della verità. Per i crimini più atroci, tra cui il sequestro, l’impunità non sarà totale. Se confesseranno prima dell’inizio del processo, i responsabili sconteranno ino a otto anni di

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restrizione effettiva della libertà, non in carcere, ma alle condizioni che stabilirà il tribunale speciale per la pace. Se la confessione avverrà durante il processo, sconteranno otto anni di prigione. Se non confesseranno e saranno dichiarati colpevoli, la pena sarà di vent’anni di carcere. L’intesa raggiunta all’Avana è sicuramente molto generosa verso le Farc. Certo sarebbe stato meglio se i guerriglieri avessero accettato di passare almeno due anni in carcere, come voleva mio cognato. Ma questo è quanto di meglio il governo sia riuscito a ottenere dopo quattro anni di diicili negoziati con una guerriglia che non era del tutto sconitta.

La Colombia è il paese latinoamericano che spende di più per la sicurezza Quando parlo con gli spagnoli c’è sempre qualcuno che fa un paragone con l’organizzazione basca dell’Eta, per afermare che lo stato non può essere accondiscendente con i terroristi né può perdonarli. Non credo che i due casi siano simili o paragonabili. Le Farc sono nate in un paese violento, pieno di disuguaglianze e ingiustizie. Questo non le giustiica, ma spiega in parte il loro furore. La guerriglia ha avuto ino a 20mila combattenti e a un certo punto ha ottenuto il controllo di Mitú, la capitale del dipartimento del Vaupés. Ha esercitato il suo dominio come uno stato alternativo che distribuiva “giustizia” e risolveva problemi locali in ampie zone rurali. Le Farc sono state una guerriglia spietata e sanguinaria, che credeva fermamente nell’ultima religione del ventesimo secolo, il comunismo marxista-leninista. Penso che la guerriglia abbia commesso errori atroci nella lotta armata, nella sua ideologia e nelle azioni di terrore. Ma in più di cinquant’anni di scontro con lo stato non è stato possibile sconiggerla con le armi. La Colombia è il paese latinoamericano che spende di più per la sicurezza e ha l’esercito più numeroso. Spendiamo in armi più che per la salute o l’istruzione. Abbiamo avuto un presidente, Álvaro Uribe, la cui maggiore ossessione era sterminare la guerriglia che aveva ucciso suo padre. Uribe indebolì le Farc, ma non le sconisse. Nel 2010 il suo ministro della difesa, Juan Manuel Santos, è arrivato al potere e, vista la debolezza delle Farc, ha fatto

alla guerriglia la stessa oferta che le avevano fatto tutti i presidenti prima di lui: avviare i colloqui per raggiungere un accordo di pace. Alla ine le Farc hanno accettato di abbandonare le armi e trasformarsi in un partito politico in cambio di garanzie di sicurezza e di una minima rappresentanza in parlamento alle prossime elezioni.

Prevenire il dolore futuro In tutte le famiglie c’è qualche invidioso: si è gelosi anche tra fratelli. Per questo mi sembra comprensibile e umano che i due presidenti precedenti (Andrés Pastrana e Uribe) siano gelosi del fatto che Santos sia riuscito dove loro hanno fallito. È anche comprensibile che vogliano nascondere l’invidia denunciando l’impunità. Ma sono sicuro che se al potere ci fossero loro farebbero alle Farc la stessa oferta. Invece Belisario Betancur, un presidente molto più anziano, cattolico e conservatore, che ne ha viste di tutti i colori ed è ormai molto al di là del bene e del male, un presidente che stava per firmare la pace con la guerriglia trent’anni fa ma poi fu sabotato dall’estrema destra attraverso lo sterminio dei leader di sinistra e di un intero partito politico, l’Unión patriótica, voterà sì. La storia della mia famiglia mi ha insegnato a rilettere sulla soferenza, la giustizia e l’impotenza, sull’umiliazione e la rabbia, sulla vendetta e il perdono. Scrivere dell’ingiustizia commessa contro mio padre mi ha curato dal bisogno di voler vedere nella realtà la rappresentazione della giustizia, un carcere per gli assassini. In qualche modo sento di aver fatto giustizia raccontando la storia così com’è andata. Sicuramente se mio cognato avesse potuto parlare del suo sequestro oggi sarebbe più tranquillo e farebbe parte del gruppo favorevole al sì. È per questo che dopo aver scritto di Federico, gli chiedo: vivere in un paese in cui i tuoi sequestratori sono liberi e fanno politica non è meglio che vivere in un paese dove quelle stesse persone si aggirano intorno alla tua casa, minacciando i tuoi igli e i tuoi nipoti? La pace non si fa per ottenere una giustizia piena, ma per dimenticare il dolore passato, diminuire il dolore presente e prevenire le soferenze future. u fr L’AUTORE

Héctor Abad Faciolince è uno scrittore e giornalista colombiano nato a Medellín nel 1958. L’ultimo libro pubblicato in Italia è L’oblio che saremo (Einaudi 2014).


India

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Srinagar, 26 luglio 2016

La nuova rivolta del Kashmir indiano Elizabeth Puranam, Al Jazeera, Qatar. Foto di Yawar Nazir

L’uccisione di un leader separatista ha scatenato la rabbia dei giovani kashmiri e la risposta violenta della polizia. Portando la tensione nello stato a livelli pericolosi 60

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bdul Rehman Mir ha trasformato in rabbia il dolore per la morte del iglio. È seduto sul pavimento del soggiorno nella piccola casa di famiglia a Tengpora, un quartiere di Srinagar, la capitale estiva del Kashmir indiano, intorno a lui ci sono una trentina di vicini. Suo iglio Shabir, 24 anni, è stato ucciso dalla polizia il 10 luglio, due giorni dopo l’inizio delle proteste di massa contro le forze di sicurezza indiane che avevano ucciso il giovane leader ribelle Burhan Wani. Gli amici lo incoraggiano a parlare, ma Mir è riluttante. “A cosa serve parlarne?”, dice. “Voglio solo giustizia. Qualunque cosa succeda dopo, non m’importa”. Uno dei vicini di casa

cerca di calmarlo. “Oggi è successo a tuo iglio, ma domani potrebbe toccare al mio. Noi siamo con te”. Mir comincia ad aprirsi, raccontando che la sera del 10 luglio la sua famiglia stava bevendo il tè davanti alla tv dopo essere tornata a casa dalla vicina moschea. A un tratto Mir ha sentito delle urla. Da una inestra ha visto alcuni poliziotti sfondare le inestre al piano terra. Hanno fatto irruzione sparando gas lacrimogeno, racconta. “Gli ho chiesto perché ci sparavano: ‘Cosa abbiamo fatto? Siamo a casa nostra, non siete musulmani come noi?’”, ricorda. La polizia ha picchiato lui e sua moglie, Shahazada Banu, 47 anni, e quando Shabir ha cercato di intervenire “gli hanno sparato allo stomaco. Lui ha cercato di scappare dalla inestra ma gli agenti l’hanno inseguito e gli hanno sparato un secondo colpo allo stomaco. Ha fatto qualche passo e poi è caduto”, racconta Mir issando la parete. “È morto tra le mie braccia”. Shabir era il secondo di cinque igli, lavorava come piastrellista ed era lui a mantenere la famiglia. Nel quartiere dicono che la sera della morte di Shabir non c’erano manifestazioni davanti alla casa dei Mir, ma alcuni ragazzi che stavano protestando poco lontano erano arrivati da quelle parti per cercare rifugio dalle forze di sicurezza. La famiglia Mir ha provato a presentare al commissariato locale una denuncia contro un alto funzionario di polizia che, dicono, aveva sparato a Shabir, ma la polizia l’ha respinta. L’alta corte dello stato ha quindi avviato un’indagine per oltraggio contro l’ispettore capo e il sovrintendente capo della polizia per essersi riiutati di accogliere la denuncia. Ma qualche giorno dopo la corte suprema ha revocato l’accusa e ordinato una nuova indagine. Il corpo di Shabir è stato riesumato ed è stata fatta un’autopsia, ma i risultati non sono ancora noti. L’ispettore capo della polizia, Syed Javaid Mujtaba Geelani, si è rifiutato di commentare. Gli attivisti per i diritti umani denunciano l’impunità garantita alle forze di sicurezza. “I governi che si sono succeduti a New Delhi hanno reso impossibile ottenere giustizia”, dice Khurram Parvez, coordinatore del programma della Coalizione della società civile del Jammu e Kashmir (Jkccs). “La violenza perpetrata nel Jammu e Kashmir è istituzionale”, aggiunge Parvez, che con la sua organizzazione documenta le violazioni dei diritti umani nello stato e fornisce assistenza legale alle vittime (Parvez è stato arrestato il 15 settembre a Srinagar senza un motivo preciso). In un suo rapporto la Jkccs ha documentato 313 casi di

presunti abusi commessi da mille poliziotti e agenti delle forze di sicurezza tra il 1990 e il 2015. Nessuno dei sospettati, ha spiegato Parvez, è stato processato.

L’origine della crisi Shabir è una delle novanta persone uccise nelle più gravi proteste antigovernative degli ultimi sei anni. Tra le vittime ci sono anche sette uomini delle forze di sicurezza. I disordini sono scoppiati l’8 luglio, dopo l’uccisione di Burhan Wani, 22 anni, un leader dei ribelli diventato molto popolare grazie ai social network. La storia di Wani è ormai una leggenda. Era un liceale di 15 anni con ottimi voti quando le forze di sicurezza avvicinarono lui e suo fratello Khalid. Khalid comprò agli agenti delle sigarette, come gli avevano chiesto, ma questi lo picchiarono comunque e gli fracassarono la bici. Wani interruppe gli studi e si unì al gruppo armato Hizbul mujahideen, che si batte per l’adesione del Kashmir al Pakistan ed è considerato un’organizzazione terroristica da India, Stati Uniti e Unione europea. Khalid è stato ucciso dalle forze di sicurezza nel 2015 perché pare avesse reclutato uomini per conto di Burhan, ma la sua famiglia dice che è stato torturato e ucciso perché era il fratello di un leader ribelle. Decine di migliaia di persone hanno assistito ai funerali di Wani, mentre i manifestanti si sono riversati per le strade. “Wani recluterà più gente dalla tomba che da vivo”, dice Umair Gul, che studia i gruppi armati dell’India all’università Jamia millia islamia di New Delhi. In tutto il Kashmir il nome del leader ribelle ricorre nei graiti sui muri delle case e risuona dagli altoparlanti delle moschee che difondono canzoni per celebrarlo. Nella zona di Nowhatta, nel centro di Srinagar, un giovane manifestante di 19 anni spiega: “Burhan Wani non era un terrorista, era un combattente per la libertà. Per noi kashmiri era quello che Gandhi è stato per voi”. Nella stessa zona Faizan, studente universitario di 19 anni, fa parte di un gruppetto che sta tirando pietre contro le forze di sicurezza. Quando gliene chiediamo il motivo risponde: “Per la libertà”. Arrivano perino bambini di quattro anni, che gli uomini più anziani guardano sorridendo. “Non c’è altra soluzione”, dice Faizan. “È dal 1947 che commettono crimini contro di noi. Tanti ragazzi sono stati uccisi o feriti. Le forze di sicurezza stanno dalla parte di New Delhi, entrano nelle nostre moschee, rompono le nostre inestre, entrano nelle nostre case mentre preghiamo, picchiano le nostre madri, le nostre sorelle. Vogliamo vendicarci”. Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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India Una ventina di paramilitari delle Forze centrali di completamento (Crpf ), dotati di scudi per proteggersi dai sassi, sono il bersaglio di Faizan, a un centinaio di metri di distanza. Il viceispettore Hari Om dice: “Non capiscono la situazione. Queste persone che inneggiano al Pakistan hanno dimenticato la storia. Il Pakistan le attaccò e noi arrivammo qui per proteggerle. Anche oggi siamo qui per difenderli”. Le parole del poliziotto rispecchiano l’opinione prevalente in India sulla storia del Kashmir e la linea attuale del governo. Il partito nazionalista indù Bharatiya janata party (Bjp), che è al potere a New Delhi, nel 2014 è entrato a far parte della coalizione di governo del Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, per la prima volta nella storia dello stato. Ha l’appoggio della popolazione indù, che è la maggioranza nella parte meridionale, il Jammu. Nirmal Singh, del Bjp, è il vice primo ministro dello stato. “Il Pakistan non accetta che il Kashmir sia parte integrante dell’India”, dice.

Inseparabile La regione del Kashmir, abitata da una maggioranza musulmana, è stata divisa tra India e Pakistan ma è rivendicata da entrambi i paesi da quando questi ottennero l’indipendenza dai britannici, nel 1947. Quando gli chiediamo cosa pensa dei graffiti con frasi come “Cani indiani andate via”, il viceispettore Hari Om risponde garbatamente: “Potrebbe essere la propaganda di un altro paese per disorientare la gente”, riferendosi al Pakistan. “Ma anche i politici locali inculcano idee sbagliate nei bambini”, aggiunge con un cenno del capo in direzione dei manifestanti. “Guardate, c’è un bambino di cinque anni che lancia sassi, un altro di appena tre anni!”. Il governo indiano definisce spesso il Kashmir un suo atoot ang, una sua parte inseparabile. Ma la maggior parte degli abitanti dello stato sembra pensarla diversamente. Nella sua edicola parzialmente distrutta, nell’area di Lal Chowk, al centro di Srinagar, il quarantenne Ahmed Mizgar dice di aver perso un sacco di soldi dall’inizio delle proteste. “Il governo di New Delhi dichiara che siamo una parte integrante dello stato, ma non ci considera suoi cittadini. Non si cura di chi vive qui. Vuole la terra, non la gente”, dice avvilito. Lal Chowk di solito la domenica pomeriggio brulica di attività, ma dopo l’uccisione di Wani il governo ha imposto un rigido coprifuoco per tenere la gente lontana dalle strade. L’autostrada che collega la valle del Kashmir al resto dell’India è stata chiusa. Il

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telefono e i collegamenti a internet sono stati tagliati o funzionano a intermittenza. I negozi restano chiusi tutto il giorno. Quando inisce il coprifuoco i bambini escono a giocare per strada o vanno in bicicletta, gli anziani si avventurano a comprare il giornale; gruppi di uomini giocano a carrom sui marciapiedi, ma non vogliono farsi fotografare perché, dicono, potrebbe dare l’impressione che in Kashmir sia tornata la normalità. “Il governo impone il coprifuoco sostenendo che la situazione è un problema di ordine pubblico. Non è vero. È una questione politica. Devono risolverla politicamente, parlare con noi, e invece ci uccidono e ci fanno del male”, dice Mizgar. Dall’8 luglio almeno 8.500 persone sono state ferite da fucili che sparano centinaia di minuscole sfere d’acciaio con un solo colpo. L’ospedale Shri maharaja Hari Singh di Srinagar è pieno di feriti e inora quasi cinquecento persone sono state curate per gravi lesioni agli occhi. Mohammed, 18 anni, giace immobile in un letto con il torso cri-

Da sapere

Territorio conteso

1947 Alla ine del suo dominio sul subcontinente indiano, il Regno Unito lo divide tra due stati: l’India, a maggioranza indù, e il Pakistan, a maggioranza musulmana. Tra i due paesi scoppia la guerra per il Kashmir. 1948 Una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu chiede un referendum sullo status del territorio conteso, il ritiro delle truppe pachistane e la riduzione di quelle indiane. Si arriva al cessate il fuoco ma il Pakistan non si ritira. Il Kashmir, quindi, viene diviso in due. 1951 Alle elezioni nel Jammu e Kashmir vince la parte favorevole all’annessione all’India. Da allora per New Delhi il referendum chiesto dall’Onu è superluo. 1972 Alla ine della terza guerra per il Kashmir, viene stabilita la line of control e India e Pakistan s’impegnano a trattare per risolvere le dispute. Ancora oggi le relazioni tra i due paesi si basano su questo accordo. 1987 Comincia la rivolta dei giovani kashmiri contro New Delhi. Tre anni dopo una legge dà poteri speciali all’esercito in Kashmir.

vellato di piccoli fori dove il giorno prima sono entrati i pallini. Ha lo sguardo isso al soitto. Le lastre accanto al suo letto mostrano che ha diversi pallini nel cuore, nei polmoni e nello stomaco. Suo cugino Amir, vent’anni, racconta che Mohammed stava lanciando pietre contro le forze di sicurezza durante le proteste nel villaggio di Imam Sahib nel distretto di Shopian, quando gli agenti lo hanno colpito. Aggiunge che il cugino non ha la forza di parlare. Quando chiediamo se tornerà a protestare, Amir risponde per lui: “Cos’ha da perdere?”.

Mirare agli occhi Come Mohammed, anche il diciottenne Mehraj stava lanciando pietre contro le forze di sicurezza. Ha il volto coperto di ferite, gli occhi pesti e goni. Nessuno dei feriti con cui abbiamo parlato vuole rivelarci il suo vero nome per paura di essere identiicato. I medici non sanno se Mehraj perderà la vista all’occhio destro, completamente chiuso per il goniore. “Se Dio vuole e il mio occhio guarisce, tornerò a manifestare”, dice il ragazzo. I letti nel reparto di oftalmologia sono pieni di giovani con gli occhiali da sole. Il dottor Yusef, 27 anni, spiega che delle migliaia di ferite da pallini trattate dall’8 luglio, “la maggior parte sono sopra la vita: al petto, alla testa e agli occhi. Hanno volutamente mirato agli occhi”, spiega. Il portavoce dei paramilitari delle Crpf, Rajesh Yadav, dice che usano i fucili solo quando non possono fare altrimenti. “I soldati non sono qui per colpire civili innocenti. Il Crpf si è attenuto alla massima moderazione. Se qualcuno viene ferito o ci sono vittime, è solo perché si stavano avvicinando troppo al campo militare”, aggiunge. “Cercano di ferire qualcuno, di rubare le armi e di dare fuoco ai bunker. Solo in quel caso vengono usati i fucili a pallini”. Yadav sostiene che negli scontri siano rimasti feriti tra i 1.600 e i 1.800 poliziotti, ma non ci ha permesso di incontrarli. Secondo il dottor Yusef, che ci ha chiesto di non rivelare il suo nome completo, le ferite non fermeranno i manifestanti. “Abbiamo pazienti con l’intestino perforato che ci chiedono quando potranno tornare per le strade”, racconta. A diferenza di Mohammed e Mehraj, che riconoscono di aver lanciato sassi contro le forze di sicurezza, molti pazienti dicono che stavano manifestando paciicamente, che erano semplici passanti o che si trovavano in casa, come la famiglia Mir, quando sono stati colpiti da pallini o proiettili. Nelle regioni meridionali del Kashmir, dove si trova gran parte dei ribelli superstiti, le proteste sono più violente. La città di Bij-


GEtty IMAGES

Srinagar, 2 settembre 2016

behara, nel distretto di Anantnag, è accanto all’autostrada. I dimostranti hanno allestito posti di blocco con mucchi di pietre, tronchi e ilo spinato per tenere lontani gli agenti e i mezzi d’informazione. Centinaia di ragazzi e uomini arrabbiati lanciano pietre e insulti contro un grosso contingente di soldati e poliziotti. Il sibilo dei lacrimogeni lacera l’aria. La rabbia è palpabile su entrambi i fronti. Un uiciale dell’esercito aferra per il colletto il nostro fotografo e gli chiede di cancellare le foto. Un altro urla: “State distruggendo la reputazione dell’India all’estero!”. Atif Hassan, un negoziante di trent’anni, dice di essere stato arrestato o fermato quasi sessanta volte dopo le proteste del 2008 contro la decisione di New Delhi di espropriare alcuni terreni per destinarli a un sito di pellegrinaggio indù. Per i kashmiri quell’esproprio era un tentativo di insediare gli indù nella valle e cambiarne la demograia. Hassan è stato arrestato anche durante le proteste del 2010, scoppiate dopo che tre uomini erano stati uccisi per mano dell’esercito indiano che li aveva dichiarati terroristi, ma che poi risultarono innocenti. Quando gli chiediamo perché ha continuato a protestare, Hassan risponde: “Dobbiamo perdere qualcosa se chiediamo

qualcosa. Noi chiediamo la libertà. Chiediamo quello che ci avevano promesso nel 1947. Quand’ero un ragazzo avevo paura di loro, ma ora no. Adesso siamo oltre la paura”. Hassan vuole la libertà dall’India e la possibilità di scegliere sull’annessione al Pakistan. “Se osservate l’andamento delle proteste in Kashmir, non fanno che intensiicarsi. I kashmiri sono sempre più disperati”, ha detto Khurram Parvez. “Un tempo, se le forze di sicurezza sparavano per le strade, la gente non usciva di casa per intere giornate. Oggi le persone attaccano le stazioni di polizia, i campi dell’esercito. L’India ha sfruttato la paura come un’arma, ma ne ha abusato. E adesso la gente non si lascia più intimorire”. In tutto il Jammu e Kashmir lo slogan che si sente più spesso è “Hum kya Chahte? Azadi!” (Cosa vogliamo? La libertà!), ma il problema di chi rivendica il diritto di scegliere tra continuare a far parte dell’India, annettersi al Pakistan o diventare indipendenti è che il governo indiano non intende concedere quel diritto. Il Partito democratico del popolo (Pdp), che governa lo stato insieme al Bjp, non sembra disposto a negoziare. “Un referendum non è tra le nostre priorità”, dice un portavoce del Pdp, Nayeem Akhter. “Uno slogan non è una soluzio-

ne”. Gli fa eco il vice primo ministro Nirmal Singh: “Il referendum non è accettabile a nessuna condizione. Questa è la posizione del Bjp, del governo del Jammu e Kashmir e di tutti i partiti principali, compreso il partito del Congress e la National conference”. Il movimento che si batte per il diritto del Kashmir all’autodeterminazione attraverso un plebiscito è l’All parties Hurriyat conference, un’alleanza di gruppi politici separatisti creata nel 1993. L’Hurriyat gode di un vasto consenso nella regione, ma non ha mai governato perché non riconosce i diritti della costituzione indiana sul Kashmir. Mirwaiz Umar Farooq è il capo della fazione Hurriyat awami action. Farooq, che era rimasto coninato nella sua casa di Srinagar dall’8 luglio, a ine agosto è stato formalmente arrestato. I leader separatisti come Farooq sono messi spesso agli arresti domiciliari nel tentativo di tenerli lontani dai loro sostenitori. Parlando al telefono dalla sua casa di Srinagar, Farooq dice: “Il governo indiano non vuole riconoscere che quello del Kashmir è un problema politico perché non vuole trovarsi in diicoltà, dal momento che gli argomenti politici del governo di New Delhi sono molto deboli. Per questo insiste nel deinire le proteste ‘terrorismo’, ‘estremismo’, ‘fondamentalismo Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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India islamico’. Forse il governo preferisce trattare con una resistenza armata invece che con una resistenza pacifica. Non hanno 600mila soldati per combattere cento militanti. Hanno truppe per combattere la popolazione, perché è lì che risiede il vero potere”, aggiunge. Malgrado la popolarità di Hurriyat, gran parte dei kashmiri ha ignorato il suo appello a boicottare le elezioni statali del 2014, che hanno avuto un’aluenza molto alta. Secondo la coalizione Pdp-Bjp, è la prova che i kashmiri preferiscono la loro alternativa di “dialogo” all’appello dei separatisti per il referendum. Secondo Farooq, “votando alle elezioni, i cittadini si esprimono sulle questioni di tutti i giorni: infrastrutture, strade, acqua, elettricità, ospedali. Non è mai un voto politico”, sostiene Farooq. Quando gli chiediamo perché Hurriyat non partecipa alle elezioni invece di proclamare scioperi e proteste, lui risponde: “Se si tratta di elezioni il cui unico obiettivo è formare un governo che ratiichi le pretese dell’India sul Kashmir, ovviamente per Hurriyat è un problema perché ha sempre ribadito di non riconoscerle. Anche le risoluzioni dell’Onu sono molto chiare: nessuna elezione in Kashmir può sostituirsi all’autodeterminazione”. Su una cosa il governo e Hurriyat sono d’accordo: entrambi temono che le cose possano solo peggiorare. Il Pdp per tradizione è sempre stato il difensore dei diritti umani nel Kashmir indiano. A detta di Akhter, il partito ha “galvanizzato le persone che vivevano nella zona grigia, che credevano nei metodi paciici ma non nella costituzione”. Ma con l’aumentare del numero di morti e feriti, la popolarità del Pdp sembra in declino. “Il nostro timore è che le persone che si erano reintegrate nel sistema democratico possano ricadere nello stesso vortice, e allora sarà più diicile recuperarle”, dice Akhter. E Farooq riflette: “Negli anni novanta, quando nacque il movimento, tra i giovani c’erano rabbia e alienazione. Ma nella generazione di oggi c’è un odio assoluto per l’India, e questo sta spingendo i ragazzi verso l’estremismo. Tutti i giovani kashmiri s’identificano con la storia di Burhan perché ognuno di loro ha soferto per mano delle forze di sicurezza indiane. In questo contesto una nuova generazione di giovani istruiti viene messa con le spalle al muro, è spinta a impugnare il fucile e a ricorrere ancora una volta alla violenza, che ovviamente noi non vogliamo”. L’esercito indiano forse ha sofocato la rivolta armata, ma le grida delle persone comuni sono più forti che mai. u gc

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Attualità

Alta tensione tra New Delhi e Islamabad Un commando pachistano ha attaccato una base militare indiana in Kashmir, scatenando una guerra di accuse reciproche l 18 settembre un commando di quattro uomini armati ha preso d’assalto una base militare a Uri, a un centinaio di chilometri da Srinagar e vicino alla line of control, al conine che divide il Jammu e Kashmir dal Pakistan, uccidendo 18 soldati indiani. Dopo qualche ora di combattimento a fuoco, i quattro miliziani sono stati uccisi. È il più grave attentato avvenuto in Kashmir negli ultimi anni e, anche se non è chiaro a quale organizzazione appertenesse il commando, si sa che proveniva dal Pakistan. Secondo l’esercito indiano il mandante sarebbe il gruppo terrorista pachistano Jaish-e-Mohammed. L’attacco ha scatenato una guerra di accuse reciproche tra New Delhi e Islamabad. L’India ha puntato il dito contro il Pakistan, accusandolo di essere dietro l’attentato. Il ministro dell’interno indiano Rajnath Singh ha alzato i toni scrivendo su Twitter che “il Pakistan è uno stato terrorista e dovrebbe essere riconosciuto come tale e isolato”. Islamabad ha respinto tutte le accuse liquidandole come “irresponsabili e infondate”. The Hindu ha parlato esplicitamente di “terrorismo di stato come linea politica” di Islamabad. Mentre sull’attentato è stata aperta un’inchiesta e in India è nato un dibattito acceso su come il governo dovrebbe rispondere a Islamabad, New Delhi ha deciso di isolare diplomaticamente il Pakistan in tutte le sedi internazionali. Anche se dall’opinione pubblica indiana arravino molti appelli per un’azione militare e l’esercito ha chiesto al primo ministro Narendra Modi di prendere in con-

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Il governo di New Delhi ha deciso di isolare diplomaticamente il Pakistan in tutte le sedi internazionali

siderazione “attacchi oltre il conine”, la risposta diplomatica rappresenta l’unica opzione valida per il governo di New Delhi. L’esperto di difesa Ajai Shukla, intervistato dalla Bbc, spiega che “il governo Modi ha inasprito la retorica contro il Pakistan ma non si è dotato contemporaneamente delle capacità militari e strategiche per rispondere con la forza agli attacchi terroristici”. New Delhi non ha le risorse d’intelligence per sferrare attacchi mirati in territorio pachistano, anche perché il sistema di difesa aerea di Islamabad è molto potente. Nel frattempo il 19 settembre il primo ministro pachistano Nawaz Sharif è volato a New York per partecipare all’assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha richiamato l’attenzione sulla situazione nel Kashmir indiano. Gli Stati Uniti, condannando l’attentato di Uri, hanno chiesto a Islamabad maggiore impegno contro il terrorismo. Al coro di solidarietà nei confronti dell’India si è aggiunto anche l’Afghanistan, che rivolge al vicino Pakistan la stessa accusa che gli muove New Delhi: non controlla (o addirittura appoggia) i terroristi. Il quotidiano pachistano Dawn parla di una “campagna difamatoria del governo indiano per dipingere la rivolta dei kashmiri come terrorismo ispirato dal Pakistan”. L’india potrebbe alzare la tensione al conine per distogliere l’attenzione dalle atrocità che commette nel Kashmir, continua il quotidiano, “quindi Islamadab deve usare tutto il suo potere diplomatico senza che i kashmiri si sentano abbandonati”. Intanto una cinquantina di docenti universitari, attivisti e scrittori, tra cui Arundhati Roy, hanno irmato un appello per la liberazione di Khurram Parvez, attivista della Coalizione della società civile del Jammu e Kashmir, arrestato “a scopo preventivo” il 15 settembre. Il giorno prima Parvez era stato fermato all’aeroporto di New Delhi mentre era in partenza per Ginevra, dove avrebbe dovuto partecipare alla sessione della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nell’appello si legge che “l’arresto di Parvez è indicativo del livello raggiunto dalla repressione nel Kashmir indiano”. u


Scienza

Solidali per natura Frans de Waal, Evonomics, Stati Uniti Foto di Joanna Tarlet-Gauteur

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amministratore delegato della Enron, che attualmente è in prigione, applicava la logica del gene egoista ai suoi dipendenti, innescando una di quelle profezie che si autoavverano. Partendo dal presupposto che le molle principali della specie umana fossero l’avidità e la paura, Jefrey Skilling produceva dipendenti spinti da queste motivazioni. Nel 2001 la Enron è implosa proprio sotto il peso della meschinità dei suoi metodi, anticipando quello che sarebbe successo al resto dell’economia mondiale negli anni successivi. Skilling, che era un ammiratore della teoria genocentrica dell’evoluzione sostenuta da Richard Dawkins, si rifaceva alla selezione naturale classiicando i suoi dipendenti su una scala da uno (il migliore) a cinque (il peggiore). Tutti quelli che prendevano cinque venivano licenziati dopo essere stati umiliati su un sito in cui appariva anche la loro fotograia. A causa di questo sistema le persone erano sempre pronte a tagliarsi la gola a vicenda, e di conseguenza l’azienda era caratterizzata da una spaventosa disonestà all’interno e da uno spietato sfruttamento all’esterno. Il vero problema era il modo in cui Skilling vedeva la natura umana. Il libro della natura è un po’ come la Bibbia: ognuno ci legge quello che vuole, dalla tolleranza all’intolleranza, dall’altruismo all’avidità.

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Ma sarebbe importante capire che, anche se i biologi non smettono mai di parlare di competizione, questo non signiica che la incoraggino. E se deiniscono i geni egoisti, non vuol dire che lo siano davvero. I geni non possono essere più “egoisti” di quanto un iume possa essere “furioso” o i raggi del sole “dolci”. I geni sono frammenti di dna, al massimo possono autopromuoversi, perché i geni di maggior successo aiutano il loro portatore a difondere più copie di sé. Come molti prima di lui, Skilling aveva preso alla lettera la metafora del gene egoista, pensando che se i nostri geni sono così, allora lo siamo anche noi. Il suo errore è comprensibile perché, per quanto Dawkins non intendesse dire questo, non è facile separare il mondo dei geni da quello della psicologia umana se la nostra terminologia li sovrappone continuamente. Tenere separati questi due mondi è dificile per chiunque sia interessato a capire cosa signiichi l’evoluzione per la società. Dato che procede per eliminazione, l’evoluzione è indubbiamente un processo spietato, ma non è detto che anche i suoi prodotti debbano esserlo. Molti animali vivono in comunità e si aiutano a vicenda, e questo signiica che non sempre rispettano la legge del più forte: anche i forti hanno bisogno dei deboli. È un principio che può essere applicato alla nostra specie, se diamo agli esseri umani la possibilità di esprimere il loro lato collaborativo. Come Skilling, troppi

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Molti economisti e imprenditori afermano che è la concorrenza a muovere il mondo, perché gli esseri umani sono egoisti. In realtà siamo anche collaborativi ed empatici

economisti e politici ignorano e sofocano quest’aspetto. Modellano la società umana sulla perpetua lotta che, secondo loro, esiste in natura e che in realtà è solo una proiezione. Come prestigiatori, gettano i loro pregiudizi ideologici nel cappello della natura e poi ne tirano fuori quello che vogliono per dimostrare che la natura è d’accordo con loro. Ovviamente la competizione esiste, ma non è l’unica molla che fa agire gli esseri umani. Ho studiato questo problema sia come biologo sia come primatologo. Qualcuno penserà che un biologo non dovrebbe iccare il naso nei dibattiti politici, ma la biologia è già entrata a farne parte ed è diicile restarne fuori. I fanatici della competizione non resistono alla tentazione di evocare il processo evolutivo. Perino Gordon


Gekko, lo speculatore senza scrupoli interpretato da Michael Douglas in Wall street, il ilm di Oliver Stone del 1987, lo cita nel suo famigerato discorso sull’avidità: “Il punto è, signore e signori, che l’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiariica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo”. Lo spirito evolutivo? Nelle scienze sociali la natura umana è rappresentata dalla vecchia formula hobbesiana dell’homo homini lupus, un’afermazione discutibile sulla nostra specie, basata su supposizioni sbagliate a proposito di un’altra specie. Ma lo spirito evolutivo produce solo avidità, come sostiene Gekko? Questo modo di pensare non lo troviamo solo nei personaggi di fantasia. In un editoriale del 2007 sul New York

Times, David Brooks metteva in ridicolo i programmi sociali del governo statunitense: “Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e da tutto quello che abbiamo imparato dalla biologia evoluzionistica, si deduce chiaramente che in natura regnano la competizione e il conlitto d’interessi”. Ai conservatori piace tanto pensarlo, ma la suprema ironia della loro storia d’amore con l’evoluzione è quanto poco interessa a queste persone sapere cosa sia veramente. Durante il dibattito per le presidenziali del 2008, tre candidati repubblicani alzarono la mano alla domanda “chi non crede all’evoluzione?”. I conservatori statunitensi sono darwinisti sociali, non veri darwinisti. Secondo il darwinismo sociale è sbagliato aiutare i poveri e gli ammalati, perché la na-

tura vuole che sopravvivano con i loro mezzi o soccombano. Se ci sono persone che non hanno un’assicurazione sanitaria peggio per loro, dicono, purché ce l’abbiano quelle che se la possono permettere. Jon Kyl, un senatore dell’Arizona, è andato perfino oltre, suscitando scalpore sui mezzi d’informazione e proteste nel suo stato: ha votato contro una legge che obbligava le polizze sanitarie a coprire le spese per la maternità. Lui non ne aveva mai avuto bisogno, ha spiegato. La logica secondo cui la competizione è positiva per tutti è diventata molto popolare da quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher ci hanno assicurato che il libero mercato avrebbe risolto tutti i nostri problemi. Ma da quando è scoppiata la crisi economica ovviamente quest’idea va molto meno di moda. Ai paladini del libero mercato piace pensare che ogni individuo sia un’isola, ma non siamo fatti di puro individualismo. Anche l’empatia e la solidarietà fanno parte della nostra evoluzione, e non sono un’acquisizione recente, sono tratti vecchi come il mondo che condividiamo con altri mammiferi. Molti grandi progressi sociali – la democrazia, la parità di diritti, la previdenza sociale – sono stati resi possibili dalla solidarietà. I rivoluzionari francesi inneggiavano alla fraternité, Abraham Lincoln faceva appello alla compassione e Theodore Roosevelt definiva la solidarietà “il fattore più importante per realizzare una vita politica e sociale sana”. La ine dello schiavismo ne è un esempio. Viaggiando nel sud degli Stati Uniti, Lincoln aveva visto gli schiavi in catene e, come aveva scritto a un amico, quest’immagine lo aveva tormentato. Era stato il sentimento di pietà a spingere lui e molti altri a combattere lo schiavismo. Oppure prendiamo il dibattito sull’assistenza sanitaria negli Stati Uniti. Qui l’empatia ha un ruolo importante e inluenza il modo in cui guardiamo alle sofferenze delle persone che sono state emarginate dal sistema o rimaste senza l’assicurazione perché hanno perso il lavoro. Pensate al termine stesso: non la chiamiamo “industria” sanitaria ma “assistenza” sanitaria, proprio perché riguarda l’interesse umano per gli altri.

Fuori dal contesto Ovviamente non è possibile comprendere la natura umana fuori dal contesto del mondo naturale, e qui entra in gioco la biologia. Se osserviamo la nostra specie senza lasciarci accecare dai progressi tecnici degli ultimi millenni, ci rendiamo conto che siaInternazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Scienza mo creature fatte di carne e ossa con un cervello che, sebbene tre volte più grande di quello di uno scimpanzé, non contiene parti diferenti. Può anche darsi che il nostro intelletto sia superiore, ma tutti i nostri bisogni fondamentali possono essere osservati nei nostri parenti più stretti. Anche loro, come noi, lottano per il potere, amano il sesso, cercano sicurezza e afetto, uccidono per difendere il loro territorio e attribuiscono valore alla iducia e alla collaborazione. Noi usiamo i cellulari e gli aerei, ma la nostra psiche è essenzialmente quella di un primate sociale. Anche senza afermare che gli altri primati sono esseri morali come noi, non è diicile riconoscere nel loro comportamento i princìpi fondamentali della moralità. Questi princìpi sono riassunti in una regola aurea che trascende tutte le culture e le religioni: “Non fare agli altri quello che non

tendono alla prosocialità e hanno il senso della giustizia. Gli scimpanzé aprono spontaneamente una porta per permettere a un compagno di accedere al cibo. Lo abbiamo veriicato mettendo due scimmie una vicino all’altra, separate ma a vista. Una di loro doveva contrattare con noi usando piccoli gettoni di plastica. Il momento critico arrivava quando gli ofrivamo la possibilità di scegliere tra due gettoni che avevano significati diversi: uno era “egoista” e l’altro “prosociale”. Se la scimmia che stava contrattando sceglieva il gettone egoista, poteva scambiarlo con un pezzetto di mela, ma la sua compagna non riceveva niente. Se invece sceglieva l’altro, entrambe le scimmie ottenevano un premio. Con il tempo le scimmie hanno imparato a dare la preferenza al gettone prosociale. La scelta non era dovuta alla paura di possibili rappresaglie, perché abbiamo visto che gli esemplari

Dopo che uno scimpanzé è stato attaccato, un compagno va ad abbracciarlo e lo tiene stretto ino a quando non smette di guaire vorresti fosse fatto a te”. La massima fonde l’empatia (l’attenzione per i sentimenti degli altri) con la reciprocità (se gli altri seguiranno la stessa regola, anche tu sarai trattato bene). Senza l’empatia e la reciprocità, osservate anche negli altri primati, la moralità umana non potrebbe esistere. Dopo che uno scimpanzé è stato attaccato, un compagno va ad abbracciarlo e lo tiene stretto ino a quando non smette di guaire. La tendenza a consolare è così forte che un secolo fa Nadia Kohts, una scienziata russa che aveva allevato un piccolo scimpanzé, disse che se scappava sul tetto della casa, c’era un solo modo per farlo scendere: sedersi e singhiozzare ingendo di sofrire. La scimmietta scendeva subito e si precipitava ad abbracciarla. La tendenza a consolare è stata ampiamente studiata sulla base di centinaia di casi, perché tra le scimmie è un comportamento difuso e prevedibile. Anche la reciprocità è facilmente osservabile: in genere gli scimpanzé condividono il cibo con i compagni che poco prima li hanno aiutati a pulirsi il pelo o li hanno assistiti in una lotta di potere. Una molla importante è anche il desiderio sessuale. Sono stati osservati maschi che correvano gravi rischi entrando nella piantagioni per prendere delle papaie da regalare alle femmine fertili. È stato dimostrato anche che i primati

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dominanti erano anche i più generosi. Probabilmente anche per loro aiutare gli altri era una gratiicazione in sé. Da altri studi è emerso che i primati sono disposti a eseguire un compito in cambio di un cetriolo ino a quando non vedono che qualcun altro viene ricompensato con un grappolo d’uva, che è più buona. Cominciano ad agitarsi, gettano a terra il cetriolo e scendono in sciopero. Il cetriolo non gli piace più, semplicemente perché hanno visto che un compagno ha qualcosa di meglio.

Nessun dubbio Molte persone, tuttavia, preferiscono credere nella natura violenta degli animali. Quando si tratta di comportamenti negativi non abbiamo mai nessun dubbio sulla continuità tra gli esseri umani e gli altri animali: quando le persone si massacrano e si uccidono le chiamiamo bestie, mentre a noi stessi preferiamo attribuire tratti più nobili. Ma nello studio della natura umana questa è una strategia sbagliata, perché non tiene conto di metà della nostra storia. Anche il lato più gradevole del nostro comportamento è frutto dell’evoluzione. Tutti sanno come i mammiferi reagiscono alle nostre emozioni e come noi reagiamo alle loro. Questo crea quel tipo di legame che spinge milioni di noi a condividere la propria casa con cani e gatti. Gli studi

sull’empatia degli animali sono sempre più numerosi, compresi quelli su come i roditori partecipano al dolore dei loro simili. Quando vedono sofrire uno di loro, i topi di laboratorio diventano più sensibili al dolore. Il contagio avviene tra i topi che vivono nella stessa gabbia, ma non tra quelli che non si conoscono. È un pregiudizio tipico anche dell’empatia umana: più siamo vicini a una persona, più siamo simili a lei e più facilmente proviamo empatia. L’empatia trova le sue radici nella mimica corporea più elementare, non nelle regioni più alte del cervello né nella capacità d’immaginare come ci sentiremmo se fossimo al posto di un altro. È legata alla sincronizzazione dei corpi, alla tendenza a correre quando gli altri corrono o a sbadigliare quando sbadigliano. Alcuni ricercatori dell’università di Kyoto hanno mostrato alle scimmie del loro laboratorio un filmato in cui comparivano degli scimpanzé selvatici che sbadigliavano. Poco dopo anche gli scimpanzé del laboratorio hanno cominciato a sbadigliare. Con i nostri scimpanzé noi siamo andati ancora oltre. Invece di mostrargli dei veri scimpanzé, gli facciamo vedere il disegno animato tridimensionale di una testa simile a quella di una scimmia che sbadiglia. A quel punto le nostre scimmie spalancano la bocca, chiudono gli occhi e ciondolano la testa, come se stessero per addormentarsi. La contagiosità dello sbadiglio dimostra il potere della sincronia inconscia, profondamente radicata in noi come in altri animali. La sincronia si esprime imitando piccoli movimenti del corpo, come uno sbadiglio, ma si veriica anche su scala più ampia. Non è diicile capire il suo valore ai ini della sopravvivenza. Se un uccello fa parte di uno stormo e vede un compagno prendere improvvisamente il volo, anche se non ha il tempo di capire cosa sta succedendo prende subito il volo anche lui. Se non lo facesse potrebbe cadere in pasto a un predatore. Il contagio serve anche a coordinare le attività, aspetto cruciale per tutte le specie che si spostano. Se i miei compagni stanno mangiando decido di farlo anch’io, perché una volta ripartiti non potrò più farlo. L’individuo che non si sintonizza con gli altri lo fa a proprio discapito, come il viaggiatore che non va in bagno come gli altri quando il pullman fa una sosta. La selezione naturale ha prodotto animali altamente sociali e collaborativi. Da solo un lupo non può abbattere una grossa preda, e sappiamo che nella foresta gli scimpanzé rallentano se c’è un compagno che non riesce a stare al passo a causa di una


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ferita o di un piccolo ammalato. Allora perché accettiamo l’idea della natura violenta quando abbiamo le prove del contrario? La cattiva biologia esercita un fascino irresistibile. Chi pensa che la vita sia solo competizione e ritiene che i forti debbano sopravvivere a spese dei deboli abbraccia il darwinismo come supporto alla sua teoria. Dipinge l’evoluzione quasi come qualcosa di divino. John D. Rockefeller era arrivato alla conclusione che la crescita di una grande impresa fosse “semplicemente il prodotto delle leggi della natura e di Dio”. Tendiamo a pensare che l’economia sia stata uccisa da chi corre rischi insensati, dalla mancanza di regolamentazione o dalla bolla del mercato immobiliare, ma il problema è molto più profondo. Il vero colpevole è stato il fascino della cattiva biologia, che ha prodotto una grossolana sempliicazione della natura umana. La confusione tra come opera la selezione naturale e il tipo di creature che ha prodotto ha portato a negare quello che tiene unite le persone. La

società stessa è stata vista come un’illusione. Thatcher diceva: “La società non esiste, esistono solo i singoli uomini e donne, e le famiglie”. Gli economisti dovrebbero rileggere le opere di Adam Smith, che vedeva la società come un’enorme macchina in cui gli ingranaggi girano senza sforzo grazie alla virtù, mentre il vizio li fa inceppare. La macchina non può funzionare bene se tutti i cittadini non condividono un forte senso della comunità. Smith considerava l’onestà, la moralità, la solidarietà e la giustizia compagne essenziali della mano invisibile del mercato. Invece di credere a certe false idee sulla natura, perché non prestiamo più attenzione a quello che sappiamo davvero sulla natura umana e sul comportamento delle specie che ci sono più vicine? Il messaggio della biologia è che siamo animali destinati a vivere in gruppo e profondamente sociali, crediamo nella giustizia e siamo abbastanza collaborativi da essere diventati i padroni del mondo. La nostra grande forza sta pro-

prio nella nostra capacità di andare oltre la competizione. Perché non costruire la società in modo tale da esprimere questa forza a tutti i livelli? Invece di mettere gli individui gli uni contro gli altri, dovremmo attribuire più importanza alla dipendenza reciproca. E per quelli che continuano a guardare alla biologia per trovare una risposta, la domanda fondamentale che dovrebbero porsi è: perché la selezione naturale ha plasmato il nostro cervello in modo da farci sentire in sintonia con gli altri esseri umani, sofrire quando sofrono e gioire quando gioiscono? Se nella vita contasse solo sfruttare i nostri simili, l’evoluzione non avrebbe prodotto l’empatia. Ma lo ha fatto, e le élite economiche e politiche dovrebbero sbrigarsi a prenderne atto. u bt L’AUTORE

Frans de Waal è un biologo e primatologo olandese. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati (Rafaello Cortina 2013).

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La storia in miniatura Jojakim Cortis e Adrian Sonderegger hanno ricreato alcune delle fotograie più famose di tutti i tempi. Per ricordare che un’immagine non va mai confusa con la realtà, scrive Christian Caujolle

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tutte le foto: © JoJAKIM CoRtIS & ADRIAN SoNDeReGGeR

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l titolo della serie è chiaro, Icons, ed è irmato da Jojakim Cortis e Adrian Sonderegger. Anche i titoli delle immagini sono espliciti, per esempio Making of “Tiananmen” (by Stuart Franklin, 1989), del 2013, per la foto del ragazzo cinese che afronta una colonna di carri armati, vista mille volte su giornali, libri e poster. È un titolo strettamente informativo: ci dice che l’immagine rappresenta il making of, il processo di fabbricazione, di un’immagine preesistente che si può inserire nella categoria delle icone. In realtà quello che vediamo è una ricostruzione in scala ridotta, fatta con dei modellini di carri armati, del-

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la scena che si svolse in piazza tiananmen a Pechino il 5 giugno 1989 e che fu immortalata da un video e da almeno tre foto. la scena di un uomo solo, in piedi davanti al primo carro armato, che mise in diicoltà il pilota, costretto a girare a sinistra, poi a destra e inine a fermarsi bloccando l’intera colonna. l’immagine di riferimento, il documento storico, la conosciamo tutti, torna alla nostra memoria ed è quella che in un primo momento ci sembra di riconoscere. Ma subito dopo notiamo i bordi dell’immagine e gli elementi di contorno di una foto che è diventata un simbolo. Vediamo in basso a destra dei pezzi di plastica, oggetti ben no-

ti a chi costruisce modellini in scala, poi una matita, del nastro adesivo, un accendino, dei pezzi di carta, delle frecce adesive rimaste inutilizzate, insomma, il tipico disordine di un laboratorio per il bricolage. Sono elementi che permettono di capire le reali dimensioni delle cose e che provocano una tensione tra quello che conosciamo, quello che crediamo, quello che guardiamo e quello che vogliamo credere. In altre parole, ci accorgiamo che stiamo guardando un’immagine familiare nel momento in cui viene fabbricata. la serie fotograica, brillante e spesso venata di umorismo, vuole ricordarci che qualunque immagine è comunque una


fabbricazione, e che sarebbe sbagliato e pericoloso confonderla con la realtà. La creazione in studio, i modellini, il gioco di scala e la presenza di strumenti professionali (per esempio i treppiedi dei rilettori, che non hanno niente a che vedere con l’universo dei documenti di attualità) insinuano dei dubbi su quello che vediamo. Di fatto, non possiamo più affermare che l’immagine di cui vediamo il processo di fabbricazione ci darà un’informazione, qualcosa di “vero” o di “falso”. Si tratta semplicemente di un’immagine ricostruita e illuminata, che, senza riprodurre fedelmente la fotograia originale, ne mette in evidenza alcuni elementi, mostrando

ovviamente il punto di vista (prima di tutto isico) dell’operatore. Tutto questo è realizzato con una precisione maniacale ma al tempo stesso con il sorriso. Senza dirlo in modo esplicito, Cortis e Sonderegger lo confessano indirettamente con la prima immagine che hanno ricreato, Rhein II di Andreas Gursky, del 1999. Si tratta di una grande fotograia in formato orizzontale (360 centimetri per 190), uno degli scatti più astratti della star tedesca, che mostra il Reno mentre scorre tra campi verdi sotto un cielo coperto, venduta all’asta nel 2011 per la cifra record di 4,3 milioni di dollari. “Abbiamo studiato fotograia alla scuo-

Alle pagine 70-71: Making of “Tiananmen” (by Stuart Franklin, 1989), 2013. Qui sopra, a sinistra: Making of “Nessie” (by Marmaduke Wetherell, 1934), 2013. A destra: Making of “9/11” (by John Del Giorno, 2001), 2013. la di belle arti di Zurigo (Zhdk) e ci siamo diplomati nel 2006”, raccontano Cortis e Sonderegger. “Avevamo già cominciato a collaborare e dopo la scuola abbiamo continuato a lavorare insieme, cercando degli incarichi anche commerciali per mantenerci. Poi nell’estate del 2012 abbiamo deciso di fare qualcosa di più personale, che Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Portfolio

Sopra: Making of “AS11-40-5878” (by Edwin Aldrin, 1969), 2014. Qui accanto: Making of “Concorde” (by Toshihiko Sato, 2000), 2013. Nella pagina accanto, in alto: Making of “Olympia München” (by Ludwig Wegmann, 1972), 2014. In basso: Making of “Five soldiers silhouette at the battle of Broodseinde” (by Ernest Brooks, 1917), 2013.

ci appassionasse veramente. Ci è venuta l’idea di rimettere in scena a modo nostro quella che era diventata la fotograia più costosa del mondo. Volevamo copiare anche altre foto da collezionisti, ma presto ci siamo resi conto che non sarebbe stato semplice realizzarle. Molte di queste fotograie infatti rappresentano delle persone, e ricrearle come modellini è molto diici-

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le, spesso troppo diicile, se non si vuole cadere nel ridicolo. Quindi abbiamo deciso di allargare il campo e di lavorare sulle fotografie icona, in particolare su quelle che eravamo in grado di ricostruire”. Così è arrivata la prima fotografia di Joseph Nicéphore Niépce, del 1826 o 1827, e più di recente quella particolarmente riuscita dell’uomo che salta dietro la Gare

Saint-Lazare di Henri Cartier-Bresson. In seguito i due fotograi svizzeri hanno realizzato una versione verticale del soitto rosso di William Eggleston (ancora dell’ironia, ma questa volta più graiante), e altre icone della storia della fotograia, come il soldato colpito a morte di Robert Capa. Ma anche foto che, come l’incidente del Concorde, le maree nere, l’uccisione del presidente Kennedy, appartengono alla nostra memoria non per questioni estetiche ma perché sono legate a eventi di rilevanza globale. In questo modo due famiglie di icone si mescolano, si articolano e finiscono per creare una piccola storia della fotograia, ricostruita dai due giovani artisti. Il loro obiettivo è creare quaranta immagini da raccogliere in un libro già in programma


per il 2018, ma dovranno afrontare molti ostacoli. In questo momento stanno ricreando il Flatiron building di Edward J. Steichen e devono ancora risolvere il problema degli alberi in primo piano, ma prima o poi troveranno una soluzione. Al contrario, temono di non riuscire a riprodurre la fotograia icona di Nick Ut, quella della bambina vietnamita in fuga dal suo villaggio dopo i bombardamenti al napalm dell’esercito statunitense: “Ci sono troppe persone, alcune delle quali in primo piano. È troppo diicile. Il risultato potrebbe essere grottesco. E non possiamo correre il rischio che gli spettatori si mettano a ridere”. Questo lavoro, che s’inserisce nel ilone di rilettura della fotograia e della sua storia, ci dice che ogni immagine è una costruzione, prima di tutto mentale e poi materiale. I fotograi che lavorano sul terreno dicono spesso che nella realtà trovano immagini che sono già nella loro mente. Cortis e Sonderegger traggono ispirazione da una storia della fotograia che ha creato una memoria collettiva forte, che tiene insieme forma, avvenimenti, scritture e punti di vista. Senza essere distruttori o farci la morale, hanno trovato il tono giusto per farci rilettere sulla natura di questa memoria illusoria. E hanno ragione. u adr

Da sapere La mostra

u Una selezione di fotograie tratte da Icons di Jojakim Cortis e Adrian Sonderegger è in mostra ino al 2 ottobre al Théâtre de verdure e al Jardin du rivage durante il Festival images di Vevey, la principale biennale di arti visive svizzera (images.ch).

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Ritratti

Jason Njoku Vedo nero Andrzej Rybak, Die Zeit, Germania. Foto di Benedikte Kurzen Ha fondato il primo servizio di streaming africano per distribuire i ilm di Nollywood, l’industria cinematograica nigeriana. E ha scoperto un mercato dal potenziale enorme ason Njoku si scusa per il ritardo. Si lascia cadere su un divano nell’open space, accanto alle lunghe ile di scrivanie dei suoi collaboratori, e si asciuga la fronte imperlata di sudore. “Mi ci è voluta un’ora e mezza per un tragitto che in genere faccio in venti minuti”, dice. “Certe volte questa città mi manda fuori di testa”. Njoku, imprenditore, è un uomo robusto di 36 anni. È cresciuto a Londra e il suo accento britannico lo dimostra. “Sono a Lagos ormai da sei anni, e continuo a sentirmi sempre un po’ perso”, dice. Nella capitale nigeriana le ile di auto possono essere lunghe chilometri, ma gli afari superano ogni ingorgo. Da due anni la Nigeria ha scavalcato il Sudafrica ed è la più grande economia del continente. L’industria è in rapida crescita, anche quella cinematograica. Dalla ine degli anni novanta il settore è in continua crescita: oggi dà lavoro a circa un milione di persone e produce duemila ilm all’anno, più di Hollywood. La fabbrica dei sogni nigeriana rappresenta l’1,4 per cento dell’economia nazionale. E ha un nome: Nollywood. Njoku è in prima linea in questo settore. In meno di sei anni è diventato il più importante distributore online di ilm nigeriani. La sua azienda, Irokotv, è una sorta di Netlix locale. Nel 2015 sulla sua piattaforma sono state fatte trecento milioni di ricer-

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che da utenti di tutto il mondo. Irokotv detiene i diritti per lo streaming di seimila ilm nigeriani, molti più di qualunque concorrente, e ha ricevuto circa 35 milioni di dollari di investimenti, una cifra che non ha pari tra le altre startup africane. Njoku non porta felpe con il cappuccio da nerd. Preferisce gli abiti tradizionali nigeriani: una camicia grigio chiaro senza colletto e pantaloni di cotone leggeri. Ma una cosa lo accomuna alle grandi aziende tecnologiche californiane: prima di diventare milionario, Njoku ha avuto un’ininità di idee e altrettanti fallimenti. Quando studiava chimica a Manchester fondò una rivista studentesca che non gli fruttò un soldo. Qualche anno dopo creò un sito di notizie per banchieri, ma lo lanciò proprio nella settimana in cui la banca d’investimento Lehman Brothers dichiarò bancarotta scatenando una crisi finanziaria mondiale. “L’idea era buona, la tempistica disastrosa”, commenta Njoku. Oggi ci ride su, ma all’epoca perse tanti di quei soldi che dovette tornare a vivere a casa della madre in un quartiere operaio dove abitavano molti nigeriani. “Ero un perdente”, ricorda. “Mi vergognavo a morte”. La madre passava le giornate seduta davanti alla tv a guardare ilm e soap opera nigeriane che comprava al mercato di Brixton. Il suo idolo non era Leonardo DiCaprio ma Richard Mofe Damijo. Njoku iutò l’afare: “Volevo approfondire la cosa, e presi subito un aereo per Lagos”.

Biograia ◆ 1980 Nasce a Londra, nel Regno Unito. ◆ 2010 Si trasferisce in Nigeria e crea il canale Nollywoodlove su YouTube. ◆ 2011 Fonda Irokotv. ◆ 2015 Lancia un’applicazione per Android.

La capitale nigeriana è un inferno con 18 milioni di abitanti, blackout quotidiani, burocrazia corrotta e un traico al collasso. Ogni mattina centinaia di migliaia di persone a bordo di piccoli autobus gialli arrivano dai sobborghi nel quartiere degli afari, dove i grattacieli delle banche svettano tra baracche di lamiera e mercati all’aperto. Sulla cima dei grattacieli lampeggiano le insegne delle grandi banche, nelle strade si vendono sigarette, caricatori per cellulari e ilm su cd. In Nigeria un ilm si gira in una settimana e costa tra i 10mila e i 25mila dollari. Le storie raccontano la vita quotidiana di gente semplice, crisi matrimoniali e scappatelle, imbrogli, ricatti e violenza. Sono storie in cui si ride e si litiga, storie piene di drammi e gesti estremi. Quando Njoku arrivò a Lagos i ilm venivano copiati su cd e venduti nei mercati: i cinema erano una rarità, e non esistevano altri canali di distribuzione. Così Njoku decise di provare a vendere i ilm su internet. Era nata l’idea di Irokotv: mancavano solo i soldi. Njoku prese un volo per Londra e andò a trovare un amico con cui aveva studiato a Manchester, un tedesco di nome Bastian Gotter che lavorava come trader di petrolio. Non aveva mai sentito parlare di Nollywood, ma era pronto a lanciarsi nell’avventura. Vendette le sue azioni, chiese un prestito ai genitori in Germania e rispedì Njoku a Lagos con centomila euro. Era l’autunno del 2010. All’epoca nessuno in Nigeria aveva mai visto un ilm online. “Mi sembrava di venire dal futuro”, racconta Njoku. “I produttori non immaginavano nemmeno di cosa si trattasse, a volte riuscivo a comprare i diritti per cento dollari appena”. Oggi per un ilm ne spende anche 25mila. Dopo sei mesi Irokotv aveva 25 collabo-


NOOR

ratori e deteneva i diritti di 800 film. L’azienda cominciò a difondere i ilm su YouTube con il marchio Nollywoodlove, guadagnando con le inserzioni pubblicitarie. All’epoca il commercio online era un mercato di nicchia, e se Irokotv voleva averne il controllo doveva acquisire il maggior numero di ilm nel più breve tempo possibile. “Dovevamo raggiungere rapidamente la massa critica”, racconta Gotter, un biondino di 36 anni magro e con un viso da ragazzo. “Avevamo una sola possibilità”.

Nuove strade Gotter e Njoku furono contattati da diversi investitori, inché entrò in gioco la Tiger Global, un fondo d’investimento statunitense con tre milioni di dollari di capitale. Con quei soldi alla ine del 2011 avviarono una loro piattaforma streaming che ofriva abbonamenti mensili. Gotter lasciò il lavoro e si trasferì a Lagos. Njoku e Gotter non hanno solo trovato un nuovo canale di distribuzione: hanno rivoluzionato l’intero sistema di inanziamento dell’industria cinematograica nigeriana. Prima i produttori avevano solo due settimane per guadagnare qualcosa dai loro ilm: in questo lasso di tempo dovevano vendere il maggior numero possi-

bile di cd per ammortizzare i costi prima che entrasse in gioco il mercato pirata. Ma all’improvviso si ritrovarono con una piattaforma online disposta a pagare i diritti. Njoku e Gotter non hanno uici personali: siedono insieme agli altri collaboratori nell’open space di un palazzo di quattro piani nell’Antony Village, un quartiere del ceto medio di Lagos. L’arredamento è semplice, tavoli in legno pressato e sedie mezze rotte, niente che somigli alle startup alla moda. All’ingresso, come in ogni uicio di Lagos, ci sono due guardie armate per evitare rapine. Oggi Irokotv ha più di cento dipendenti a Lagos, New York e Londra e cerca nuove strade. Per l’azienda gli introiti dello streaming sono sempre meno importanti, mentre cresce il volume d’afari delle app per scaricare ilm sugli smartphone: secondo Njoku è il mercato con il maggior potenziale di crescita. Nell’Africa subsahariana ci sono 180 milioni di smartphone. Nel 2020 dovrebbero essere tre volte di più. I pendolari di Lagos stanno seduti sui bus per ore, e durante il viaggio molti di loro guardano ilm, quattro o cinque al giorno. L’app di Irokotv punta proprio a loro. Scaricare ilm non costa molto: un abbonamento mensile per il download illimitato costa 1,50 dollari,

quanto due chili di banane. Inoltre la maggior parte degli utenti si trova all’estero: africani che vivono nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nei Caraibi. La Nigeria rappresenta solo il 20 per cento del fatturato complessivo, perché nel paese internet è ancora poco difusa e troppo lenta per uno streaming di buona qualità. Ma il potenziale di crescita è colossale. “Tutta l’Africa adora Nollywood. I ilm prodotti a Lagos vengono divorati in tutto il continente: da Città del Capo al Cairo, da Dakar a Dar es Salaam”, dice Njoku, che vuole trasformare Irokotv in un marchio internazionale. Ha cominciato a produrre ilm e ha creato due canali via satellite che trasmettono quelli che ha in archivio. Dall’inizio dell’anno Irokotv ha un concorrente famoso: la statunitense Netlix ha aperto una succursale a Lagos e si sta già accaparrando i diritti dei ilm nigeriani. Ma Njoku non sembra preoccupato: “Non sarà facile battere i nostri prezzi”. Nessuno può competere con la sua rete di conoscenze. È amico dei maggiori produttori, dei manager degli studi cinematograici e dei proprietari di cinema. Ha sposato la celebre attrice Mary Remmy, con cui ha avuto due igli. Ma è diicile vederlo sul red carpet: “Preferisco stare in famiglia”, spiega. u ct Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Viaggi

Il villaggio delle note Amelia Castilla, El País, Spagna

n Bolivia bisogna fare i conti con i blocchi stradali, un’arma di lotta sindacale molto usata. I boliviani ne parlano come del tempo e spesso fanno anche delle battute su questo argomento. Una soluzione può essere cercare sulla mappa una strada alternativa, magari più lunga e non asfaltata, o attraversare il rio Grande su una chiatta di legno. Andiamo verso la città di Dio sognata dai gesuiti. Oggi per arrivare alle missioni si usa l’auto, ma nel 1766 l’ordine dei gesuiti abbandonò queste terre a piedi, dopo l’espulsione decretata dalle autorità ecclesiastiche. I gesuiti lasciavano le comunità indigene con cui avevano convissuto in relativa armonia dal 1691. Parte dell’epica e della tragedia di quel momento è stata raccontata nel ilm Mission. Come il gesuita interpretato da Jeremy Irons, i religiosi entravano a predicare nella foresta amazzonica suonando il lauto, usando la musica come espediente per entrare in contatto con gli indigeni e convertirli alla fede cristiana. Gli abitanti della Chiquitania, il nome con cui oggi è conosciuta questa regione dell’estremo sudest della Bolivia, nel dipartimento di Santa Cruz, furono attirati dalle note che ancora oggi risuonano nelle chiese e durante il festival di musica barocca e rinascimentale che si tiene ogni anno, a cui partecipano formazioni di tutto il mondo. I gesuiti chiamarono questa zona Chiquitania (da chiquita, piccola) per via della dimensione delle case, dove per entrare bisognava chinarsi. Qui ci sono ancora gli ediici che ospitavano otto comunità chia-

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mate reducciones, la vita si strutturava intorno a una piazza, dove non potevano mancare la chiesa, il campanile e la musica. Questi villaggi sono ancora in piedi anche se la messa non è più cantata in latino e i cherubini dalle ali dorate occupano le vetrine dei musei, insieme agli spartiti musicali dell’epoca. Nei musei si legge che i gesuiti difendevano la zona dai portoghesi, che disseminavano trappole nella foresta per catturare gli indigeni, renderli schiavi e portarli in Brasile. I religiosi vivevano del commercio con la città di Potosí e raggiunsero livelli di difusione della loro cultura che il tempo non ha cancellato.

Il virtuoso del violino A Santa Ana, un villaggio a cinquecento chilometri da Santa Cruz fatto di case costruite con paglia e fango e di strade sterrate, il tempo sembra essersi fermato. Al tramonto le note di un violoncello risuonano nella piazza dove iorisce un toborochi (il nome boliviano della Ceiba speciosa, l’albero tropicale dai iori colorati). José Óscar, 10 anni, suona con scioltezza Vivaldi. Come molti altri bambini, José ha imparato prima a suonare uno strumento musicale e poi a giocare a calcio. Gli studenti più grandi fanno lezione ai più piccoli. La mancanza di mezzi salta agli occhi: durante una delle prove due bambini sono costretti a condividere l’arco del violino. Il maestro si chiama Jaunario. È un virtuoso del violino di 83 anni che ricorda ancora la melodia di molte canzoni popolari della Chiquitania. Insegna queste canzoni e la musica religiosa portata qui dai gesuiti. Sette dei dieci igli che ha avuto sono ancora vivi e alcuni di loro abitano con lui in una piccola casa dai muri scrostati e dove la rete fognaria è quasi inesistente. Jaunario, come molti abitanti del villaggio, ha un terreno dove coltiva mais, yucca e canna da zucchero. Un tempo lo faceva con l’aiuto dei buoi, ora solo con la zappa. Da quando ha smesso di lavorare nei campi,

feDeRICO tOVOLI

In Bolivia, dove nel settecento c’erano le missioni dei gesuiti. Oggi come allora la musica è un elemento importante di queste comunità

forma i piccoli musicisti, tra cui alcuni dei suoi nipoti. Adalid Poquiviquí Poiceé, un musicista di trent’anni, sta trascrivendo sul pentagramma le canzoni popolari che ormai conosce solo Jaunario, per evitare che la sua musica vada persa. Nella chiesa, dove i pipistrelli svolazzano fuori dai confessionali e sull’altare, si sentono le note dell’organo. Luis Rocha, maestro di cappella, improvvisa un pezzo di Bach sull’unico strumento di legno dell’epoca. Come i più anziani, anche Rocha ricorda bene la visita, negli anni settanta, di Hans Roth, l’architetto gesuita che curò il restauro delle chiese quando l’abbandono minacciava di farle scomparire. Sono stati sostituiti i pilastri e i tetti, un’impresa che sarebbe stata impossibile senza l’aiuto degli abitanti del posto, come era già avvenuto nel seicento. Se la prima costruzione di questi maestosi templi senza l’aiuto dei macchinari dà un’idea della tenacia umana, anche la loro ricostruzione è stata epica. Il percorso delle missioni copre circa seicento chilometri.


Informazioni pratiche

◆ Arrivare Il prezzo di un volo dall’Italia per Santa Cruz (Aerolineas Argentinas, American Airlines, Gol Transportes Aéreos) parte da 915 euro a/r. Concepción e San José si possono raggiungere noleggiando un’auto o in pullman da Santa Cruz. ◆ Dormire A Santa Cruz, l’albergo By Armonia ha un arredamento moderno e ofre una doppia per 49 dollari a notte e a persona (hotelbyarmoniascz.com). ◆ Mangiare A Concepción, il ristorante El buen gusto ofre piatti locali come la banana e la yucca fritte (bit.ly/2cCb96F). ◆ Leggere Massimo Livi Bacci, Eldorado nel pantano, Il Mulino 2007, 14 euro. ◆ La prossima settimana Viaggio negli Stati Uniti: Arizona, Utah, Colorado, Wyoming e Montana sulle tracce di Vladimir Nabokov. Ci siete stati? Avete suggerimenti su tarife, posti dove mangiare, libri? Scrivete a viaggi@internazionale.it.

Concepción, Bolivia. Bambini dopo la scuola La prima strada asfaltata da Santa Cruz a San José è stata inaugurata solo poco tempo fa, e con la strada la vita del villaggio si è rianimata. La missione, con la chiesa di pietra rossiccia, è usata come centro culturale e sala prove per l’orchestra. L’inaugurazione di un nuovo aeroporto e la costruzione di altre strade cambierà l’aspetto della zona. Tutti sperano che la Banca interamericana di sviluppo conceda un prestito così da poter migliorare il patrimonio turistico. Intanto la comunicazione con le altre reducciones avviene attraverso strade sterrate, che si snodano in mezzo alla rigogliosa vegetazione dell’Amazzonia e sotto lo sguardo dei falchi che volano in cerca di cibo. Aironi, struzzi, scimmie e armadilli attraversano la strada, abituati al passaggio delle moto o delle auto. Le mucche pascolano in libertà, vicino a recinzioni di legno dove è inciso il nome degli allevatori. Nella Chiquitania si coltiva soia, soprattutto nelle comunità mennonite che, con i loro abiti antichi e i carri trainati dai cavalli,

fanno parte del paesaggio. I villaggi sono tranquilli. Il trasporto pubblico è quasi assente e al suo posto ci sono le moto private usate come taxi. È normale vederle circolare anche con un’intera famiglia in sella.

Un luogo vivo Nella zona c’è una piccola rete di alberghi in stile coloniale e ristoranti dove degustare il cibo locale. A Concepción, i majaditos (un piatto a base di carne essiccata, riso, uova e banane) del ristorante El buen gusto, di Guadalupe Antelo, sono famosi. Guadalupe, madre single di due igli, ricorda la ricostruzione del complesso missionario: “Suonavano le campane e noi bambini uscivamo per strada a vedere come tiravano su i pilastri con l’aiuto delle corde”. “Un’opera del genere oggi non sarebbe possibile, non ci sono più alberi così alti da tagliare”, spiega Marcelo Vargas, direttore del Plan misiones. Il suo aiuto è stato fondamentale per concludere l’impresa di Hans Roth. Il piano, promosso dai comuni della zona, dal ministero della cultura, dalla chie-

sa e con l’aiuto dell’Agenzia spagnola per la cooperazione internazionale allo sviluppo (Aecid), vuole recuperare il patrimonio culturale e storico e aidare la gestione agli abitanti. È già stato fatto un inventario degli immobili, una pianiicazione urbana e un piano per costruire nuove case. Inoltre è stata messa in piedi una rete di musei e di laboratori che si occupa di turismo, gastronomia, falegnameria e della raccolta della memoria orale di racconti e leggende. La cooperazione spagnola, che lavora nella zona dal 1997, vuole fare in modo che gli abitanti imparino sul campo: “Abbiamo cominciato a collaborare quando Roth era ancora vivo, ora il nostro lavoro si limita alla consulenza e alla supervisione, senza interferire nella politica”, spiega Francisco Sancho, coordinatore di Aecid in Bolivia. La città di Dio sognata e costruita dai gesuiti è ancora viva e in buona salute. Anche se al ritorno a Santa Cruz, la seconda città più importante della Bolivia, tutta la bellezza accumulata negli occhi sfuma nel tentativo di sopravvivere agli ingorghi causati dei camionisti in sciopero. ◆ fr Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Graphic journalism Cartoline dall’Italia

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I disegni di questo fumetto sono di Anna Brandoli, i testi sono di Renato Queirolo. Entrambi nati a Milano, sono i creatori di Rebecca. Il loro nuovo libro Corti e crudi (Comicout) sarĂ  presentato a ottobre a Lucca Comics. Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Cultura

Arte

WIEN MUSEUM, VIENNA

Weltrettungsprojekt, 1995-ancora in corso

PER GENtILE CONCESSIONE dELL’ARtIStA E dEL MILItäRhIStORISChES MUSEUM dER BUNdESWEhR, dRESdA

Creatività senza conini Jerry Saltz, Vulture, Stati Uniti Una mostra a New York dedicata ad artisti marginali rilette sui limiti e l’ipocrisia della critica uiciale l mondo dell’arte adora i grandi interrogativi del tipo: “L’arte può cambiare il mondo?”. In generale la risposta è: “Sì”. E io di solito non sono d’accordo. L’arte non può fermare la carestia nell’Africa subsahariana né debellare il virus zika. Può però cambiare il mondo per osmosi: cambia il modo in cui guardiamo e, di conseguenza, il modo in cui ricordiamo. Raymond Chandler ha inventato la Los Angeles dell’inizio del novecento; Francis Ford Coppola ha plasmato la nostra idea della guerra del Vietnam; Andy Warhol ha com-

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binato colori contrastanti che non erano mai stati usati insieme. Oscar Wilde diceva che la “misteriosa grazia” della nebbia non esisteva prima dei poeti e dei pittori. Ma l’arte come la intendiamo oggi si è ristretta. La deinizione che ne diamo è più che altro di arte che si ispira ad altra arte. Per essere considerati artisti occorre identiicarsi come tali e fare ciò che secondo un punto di vista condiviso è arte. Questo modello non può più reggere, è troppo angusto per permettere all’arte di respirare. Al New museum di New York sta per chiudersi una mostra che ha un orizzonte molto più ampio e che rende sofocante al confronto tutto quello che siamo abituati a vedere oggi nei musei e nelle gallerie. Organizzato da una squadra straordinaria guidata da Massimiliano Gioni, The keeper è un museo pieno di musei, possibili enciclopedie, indici di altre categorie di co-

se e modelli. Gran parte delle opere in mostra è già in sé una sorta di collezione, di accumulo di oggetti. Spesso definiamo outsider gli artisti che costruiscono collezioni simili, se proprio dobbiamo deinirli artisti. Molti degli oltre trenta creatori e collezionisti inclusi in The keeper non si deiniscono artisti né tantomeno chiamano arte ciò che fanno. La nostra storia dell’arte non è neutrale e non tiene conto degli intrecci di stili o delle anomalie. È organizzata in modo teleologico, è una freccia: le cose vanno sempre avanti e il progresso si misura soprattutto a partire da elementi formali, attraverso i cambiamenti nelle idee di spazio, colore, composizione e materiali. Gli artisti e gli ismi si susseguono uno dopo l’altro in liste genealogiche dal tono biblico, e questo paradigma funziona da duecento anni. Io non voglio certo che i musei si trasformino in iere scientiiche, mercatini delle pulci, laboratori o camere delle meraviglie. Ma la nostra idea di storia dell’arte è già morta e non lo sa. I suoi termini sono talmente specializzati e vaghi da essere utili solo agli addetti ai lavori. Moltissimi studiosi, curatori, collezionisti e artisti sono così coinvolti in questo sistema che assistiamo a ininterrotte svolte formali, micromovimenti nella pittura monocroma, fotograia sulla fotograia, critica istituzionale di maniera e paradossi che si possono capire solo leggendo lunghe dida-


Una sala della mostra The keeper al New museum di New York

EPW StUDIO

The 387 houses of Peter Fritz (1916–1992)

scalie piene di espressioni gergali. Questa è storia dell’arte zombi. Ci sono però paradigmi diversi, e molti sono in mostra in The keeper. Qui gli artisti mandano in corto circuito la storia dell’arte. Per molti di loro ciascun oggetto contiene il mondo intero e fa parte di una famiglia di forme. Hanno un metasguardo sul mondo: la loro ispirazione è una forza travolgente che viene da dentro e non è la storia dell’arte. In questa modalità olistica il tutto dà forma alle parti, le unità di classiicazione si uniscono in nuvole, i microcosmi proliferano in macrocosmi e si formano reti di interrelazioni. Questi artisti sono alla ricerca di ciò che potremmo deinire modelli concettuali, sistemi archetipici, corde segrete, lussi, cose che stanno qui da milioni di anni e sono incorporate nei materiali e nel tessuto del tempo. Cosa c’è in The keeper? Vladimir Nabokov, autore di Lolita, dissezionava peni di farfalla, che definiva “sessi scolpiti”, e li sistemava in armadietti per identiicare le singole specie. Al New museum i suoi collage frankensteiniani di ali di farfalle con splendide annotazioni mostrano un’intelligenza estetica pari a quella di Kurt Schwitters, Wallace Berman e Robert Rauschenberg. C’è Korbinian Aigner, un prete, pittore e pomologo (studioso della frutta) che a partire dal 1912, proseguendo anche mentre si trovava nel campo di concentramento di Dachau, ino alla sua morte nel 1966, dipinse polverose nature

morte di mele su luminosi sfondi monocromi. La sua messa a fuoco ossessiva, la sua capacità di osservazione, la consistenza carnosa dei frutti e le sfumature di colore sono ipnotiche come Morandi, strane come Cézanne e originali nella forma come El Lissitzky. Lo stesso vale per la svedese Hilma af Klint, i cui sedici splendidi dipinti del 1914 e 1915 qui ricoprono tre pareti. Le sue opere piene di spirali, quadrati, cerchi e gusci di conchiglia, dimostrano che non è solo una grande pittrice ma una pioniera dell’astrazione. I suoi campi di colore sono rivoluzionari e non li ho ritrovati nella pittura ino agli sfondi di Francis Bacon. A Klint sono state dedicate delle retrospettive, ma continua a non avere il posto che merita nella storia dell’arte. Forse perché deiniva le sue opere “dipinti per il tempio”, diceva di essersi ispirata agli “alti maestri” e decideva che le sue opere dovessero essere viste solo vent’anni dopo la sua morte. Era una sorta di spiritualista zodiacale.

Un atteggiamento colonialista Un destino simile è toccato a Olga FröbeKapteyn, che deiniva i suoi dipinti geometrici “disegni di meditazione” e fondò una scuola di ricerca spirituale nel 1930. I suoi dodici dipinti degli anni venti e trenta esposti al New museum hanno un tratto grafico talmente vivace da poter essere scambiati per poster pop o psichedelici de-

gli anni sessanta. Accanto ci sono 81 fotograie in bianco e nero di Wilson Bentley (1865-1931), che aveva modiicato la sua macchina fotograica per realizzare microfotograie di singoli cristalli di neve. Bentley si trova in qualche museo e, anche se realizzò di fatto fotograia astratta decenni prima che esistesse l’astrattismo, è ritenuto più un naturalista che un artista. The keeper ci mostra con forza come nella categoria di arte ci sia più di quanto il nostro sistema attuale immagini e sono convinto che tutti i grandi artisti conoscono già questa complessità. Ogni creatore ha un’idea di ciò che deve esistere: la grande immaginazione è sempre una forza che viene da dentro. Che si conosca o meno la storia dell’arte, l’arte si origina in modo preintellettuale, al di là del linguaggio. È ora che una nuova generazione di storici dell’arte apra il sistema e permetta all’arte di essere il variegato giardino che in efetti è. La nostra storia dell’arte si è irrigidita in un’ideologia che decreta la morte di un mezzo come fanno i becchini e passa a un’altra fase come fanno i conquistadores. L’idea che l’arte abbia l’obiettivo di avanzare e di perfezionarsi è inventata. È un’idea idiota per tutti, tranne che per coloro che traggono vantaggi da questo fondamentalismo. I nostri discendenti ripenseranno a questa fase della storia dell’arte nello stesso modo in cui oggi ripensiamo al colonialismo. u gim Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Cultura

Cinema Dagli Stati Uniti

I ilm italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana l’israeliana Sivan Kotler.

Un Emmy per Rami Malek

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Un importante riconoscimento per tutti gli attori non bianchi di Hollywood L’attore statunitense di origine egiziana, 35 anni, aveva l’aria sorpresa quando si è trovato a stringere la statuetta dell’Emmy award sul palco del Microsoft theater. Malek è stato molto chiaro sul signiicato di quel riconoscimento. “Per me essere qui con questo premio la dice lunga su come ci stiamo muovendo, non solo nel mondo dell’intrattenimento ma anche socialmente e politicamente”. Malek ha raccontato come le cose fossero cambiate per lui rispetto ai suoi genitori

Rami Malek che erano emigrati negli Stati Uniti dall’Egitto prima della sua nascita. “Mio padre vendeva assicurazioni porta a porta e mia madre era incinta di me e di mio fratello. Prendeva tre autobus al giorno per andare al lavoro e darci l’opportunità di essere speciali”. E poi ha

aggiunto: “Vorrei che tutti, indipendentemente da come sono cresciuti o dalle loro condizioni socioeconomiche, possano avere una possibilità come quella che ho avuto io”. In Mr. Robot Malek fa la parte di un hacker geniale che deve fare i conti con un disturbo psichico e con i maltrattamenti subìti da bambino. Sentiva la responsabilità di dare un’interpretazione autentica. Si è messo a leggere libri e a consultare vari specialisti: “Non volevo che la mia interpretazione fosse banale, ma soprattutto non volevo che persone soferenti fossero mal rappresentate”. Cynthia Littleton, Variety

Massa critica Dieci ilm nelle sale italiane giudicati dai critici di tutto il mondo T Re H E gn D o AI U L n Y L E i to T EL Fr F EG an I G ci A R a R A O PH T C HE an G ad L a OB E T A Re H E N D gn G M o UA U A ni R D IL T t o IA Re H E N gn I o ND U n E L I i to P E N Fr BÉ D an R EN ci AT a T IO LO N St S at A iU N n GE L E i ti L E Fr M S T an O IM ci N a D E S E T St H E at N iU E n W T i t i YO St H E R at W K T iU A IM ni S H E ti I S N G T O N PO ST

Questi giorni Di Giuseppe Piccioni Con Margherita Buy, Maria Roveran, Filippo Timi. Italia, 2016, 120’ ●●●●● Sono belli i giorni di Giuseppe Piccioni e non solo per l’ottima prova di attrice di Margherita Buy, dalla quale il regista da anni ormai riesce a tirare fuori il meglio. Una buona intesa caratterizza le quattro giovani protagoniste e il personaggio che Filippo Timi riesce impeccabilmente a interpretare. Piacevoli, nonostante qualche passaggio superluo, se si considera l’eccessivo dettaglio narrativo non sempre utile e funzionale. Il ilm è acerbo, vitale e creativo come lo sono i suoi personaggi. Quel sapore postadolescenziale, la sensibilità di persone che non sono ancora adulte ma neanche più ragazzine, è presente ovunque. È presente in chi sogna ancora, in chi non ha più il coraggio di sognare e in chi aspetta il momento giusto per cominciare a farlo. I legami di amicizia tra quattro amiche durante un viaggio a Belgrado, una madre, una iglia e un professore universitario diventano i nodi di una trama intricata. In questa matassa di storie personali, non sempre complete e non sempre necessarie, l’incertezza, la malinconia e la tenacia danno a questa pellicola un senso particolare. È una bolla nel tempo incastrata tra due mondi. Un passaggio senza ritorno che separa adulti che non vogliono crescere da giovani che sono costretti a farlo.

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Legenda: ●●●●● Pessimo ●●●●● Mediocre ●●●●● Discreto ●●●●● Buono ●●●●● Ottimo

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I consigli della redazione

Frantz François Ozon (Francia, 113’)

tirsi un po’. È un ilm che sta in piedi solo per chi conosce Blair witch project. Senza metterlo nel suo contesto è un horror qualunque. Will Leitch, New Republic

Blair witch

I magniici sette Di Antoine Fuqua Con Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke. Stati Uniti, 2016, 133’ ●●●●● Se rifare un grande classico è diicile, rifarne due insieme è una missione impossibile. L’originale di John Sturges (1960) era infatti a sua volta il remake dei Sette samurai di Akira Kurosawa (1954). Il ilm è altamente pirotecnico, con sparatorie ottimamente coreografate e un numero di morti ammazzati che farebbe strabuzzare gli occhi anche a Sam Peckinpah, eppure non ha gran che da dire. A diferenza di Sturges e Kurosawa, Fuqua non sviluppa i suoi personaggi in una serie di quadretti più tranquilli ma si afretta a farli entrare in azione. E stranamente la variegata origine etnica del cast non ofre alcuno spunto per una critica dei pregiudizi razziali negli Stati Uniti di oggi. Forse questi magniici sette attori meritavano un ilm migliore. Phil De Semlyen, Empire

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La teoria svedese dell’amore Di Erik Gandini Con Lars Trägårdh, Marie Helena Fjallas. Svezia, 2015, 76’ ●●●●● L’ultimo documentario di Erik Gandini (il regista di Videocracy) cerca di dimostrare che l’ideale svedese di indipendenza economica, unito a uno stato sociale che si occupa di ogni bisogno del cittadino, produce solitudine e alienazione. Partendo da un’infograica del sociologo Lars Trägårdh, che posiziona la Svezia come la società in assoluto più individualistica e secolarizzata, Gandini passa dalla teoria alla pratica con una serie di aneddoti poco omogenei l’uno con l’altro. Incontriamo donatori di sperma e i loro clienti, investigatori che cercano i parenti più prossimi di vecchietti morti in solitudine o il corpo di un presunto suicida della cui scomparsa non si era accorto nessuno. Per contrasto ci sono dei simpatici profughi siriani che imparano che per diventare amici degli svedesi bisogna essere più puntuali e degli hippy che passano il tempo ad accarezzarsi tra loro nei boschi. È un ilm che saltella allegramente tra montaggio ricercato e mu-

siche ironiche ma che inisce per non dire molto. Leslie Felperin, The Guardian Blair witch Di Adam Wingard Con Corbin Reid, Wes Robinson, Valorie Curry, James Allen McCune. Stati Uniti, 2016, 90’ ●●●●● Potete non crederci ma l’originale Blair witch project del 1999 è stato il ilm più terriicante che io abbia mai visto. La storia dei ilmati ritrovati, il into sito web e l’anonimità degli attori hanno fatto credere a milioni di persone che fosse un documentario. La cosa più spaventosa del ilm era che i personaggi credevano di non avere nulla di cui aver paura. E invece sbagliavano di grosso. Questo sequel riprende la struttura del ilm originale ma più che un omaggio sembra una rimessa in scena della stessa cosa. Il regista non sfrutta il fatto che i nuovi personaggi hanno molte più videocamere e quindi potenzialmente più punti di vista. Per esempio sarebbe stata una buona idea se uno di loro avesse ripreso tutto su Facebook live. È come se Wingard avesse un rispetto troppo reverenziale per il ilm originale e non facesse nulla per diver-

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In uscita

La vita possibile Ivano De Matteo (Italia, 107’)

Un padre, una iglia Cristian Mungiu (Romania/Francia/Belgio, 128’)

Elvis & Nixon Di Liza Johnson Con Michael Shannon, Kevin Spacey, Alex Pettyfer. Stati Uniti, 2016, 86’ ●●●●● Questa fantasticheria comica che ruota intorno alla famosa foto del 1970 con il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon ed Elvis Presley nello studio ovale è una deliziosa e gustosissima ricostruzione storica. Elvis, in un momento di popolarità calante, inveisce contro i Beatles e la cultura hippy e si ofre volontario per la campagna contro la droga: vorrebbe che Nixon lo nominasse agente federale. Michael Shannon interpreta Elvis con grazia e intelligenza evitando la farsa e dando al personaggio una grande forza empatica. Anche il Nixon di Kevin Spacey riesce a non essere una semplice imitazione. La regista Liza Johnson mette in scena la storia con delicata attenzione per i gesti e per l’equilibrio visivo e cromatico delle inquadrature. Il dialogo è scoppiettante e pieno di riferimenti al periodo storico e gli attori sembrano quasi cantare le battute. E in efetti questo ilm sembra una specie di operetta sociopolitica. Richard Brody, The New Yorker

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Cultura

Libri Dalla Spagna

I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Salvatore Aloïse, corrispondente di Arte e Le Monde.

Pseudoscienza contro le diversità

Gianrico Caroiglio Passeggeri notturni Einaudi, 99 pagine, 12,50 euro ● ● ● ●● Si legge tutto d’un iato. Novantanove pagine, tre per ognuno dei trenta racconti. Passeggeri notturni, come quelli che salgono a ogni fermata su un treno dai vagoni semivuoti e di cui, nello stato di dormiveglia, non è facile cogliere le voci. Qui, nel breve tempo di lettura delle tre pagine, silano rilessioni che sembrano aforismi, racconti fulminei e anche verbali processuali, testimonianza dell’assurdo quotidiano. Si comincia con Quarto potere, con l’uso improprio di un giornale come un manganello, da ragazzino, per difendersi dai soprusi di un bullo, e si inisce con Stanze, a parlare con il padre dell’autore, con quella frase ribadita al iglio: “La morte non è niente. Io sono solo andato nella stanza accanto”. Non potevano mancare sprazzi di vita romana e incontri non sempre ediicanti: dal faccendiere della prima repubblica che dà la sua ricetta per estirpare la corruzione a quel politico “neanche mascalzone” ma tronio, che è al ristorante con la scorta “perché me la danno”. E poi i passeggeri colti sul fatto, in treno, appunto: la settantenne che lirta con uno sconosciuto e la ilosofa che disserta su temi etici insolubili. State attenti quando parlate in treno: potrebbe esserci Caroiglio che cerca spunti per i suoi prossimi racconti.

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Un saggio descrive l’uso deviato della scienza in epoca franchista per giustiicare la persecuzione di ogni tipo di diversità Uicialmente Victor Mora (nato a Valencia nel 1981)ha scritto il suo libro Al margen de la naturaleza (Debate 2016) come espansione della sua tesi di dottorato all’università Carlos III di Madrid. In realtà è parte integrante del suo attivismo contro quella che lui chiama, con grande economia lessicale, la “diversofobia”, un modo conciso per deinire l’odio contro gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e intersessuali usato come strumento di controllo politico, in particolare durante l’era franchista. Nel suo lavoro Mora indaga le basi pseudoscientiiche con

ULLStEIN bILD/GEtty IMAGES

Italieni

Francisco Franco nel 1936

cui le autorità franchiste giustiicavano la loro politica repressiva. Oggi la lista degli autori e delle loro teorie può sembrare solo stravagante, ma all’epoca incontrarono molto credito ed ebbero una notevole difusione. Uno per tutti: Mauricio Carlavilla (che cam-

biò il suo nome in Mauricio Karl per un tocco di autorevolezza tedesca), l’autore di Sodomitas, saggio che fu ristampato dodici volte tra gli anni venti e trenta e che ammantava di scientiicità tesi omofobe ai limiti della parodia. Emilio De Benito, El País

Il libro Gofredo Foi

Un duro apprendistato James T. Farrell Studs Lonigan ideafelix, 234 pagine, 22 euro Ritorna Studs Lonigan, eroe di una trilogia di Farrell, uno dei più dimenticati tra i grandi della letteratura statunitense della grande crisi, nella tradizione del naturalismo e del socialismo di Dreiser, Norris, London e Sinclair Lewis. Un editore nuovo e strano ofre una nuova traduzione del primo romanzo del ciclo, con Studs ragazzino nella Chicago degli irlandesi e delle loro bande in lotta con i

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coetanei ebrei e italiani. La nuova traduzione sembra buona, la vecchia era di Giachino (Einaudi 1952). Apprendistato a una vita dura e violenta, non diversa da quella dei poveri d’oggi, la trilogia si chiuderà con la morte di Studs trentenne: una vita senza riscatto, di esterna crudeltà e di un’intima fragilità che non ha modo di esprimersi. Alla ine del primo tomo, Studs “si sentiva come una canzone triste”. L’altra grande trilogia americana è U. S. A. di John Dos Passos, più

sperimentale e a largo raggio. Ma Chicago non ha forse avuto narratori altrettanto grandi di Farrell. E Studs lasciò un segno su Hemingway, Vonnegut, Wolfe e tanti altri. È ancora tra noi, nell’aggressività come nei sogni, più attuali dei tanti bamboleggianti romanzi su infanzia e adolescenza che si sfornano in Italia e nel mondo, senza partecipazione o visione. Ci piacerebbe rivedere il ilm di Irving Lerner tratto dalla trilogia, Vivi con rabbia, del 1960. u


I consigli della redazione

Alejandro Zambra Risposta multipla (Sur)

Il romanzo

Camilo Sánchez La vedova Van Gogh Marcos y Marcos, 189 pagine, 16 euro ● ● ● ●● La vedova Van Gogh, primo romanzo dell’argentino Camilo Sánchez, è una biograia romanzata, o un romanzo biograico, che sfugge a tutti i luoghi comuni. Sánchez ha scelto il punto di vista di Johanna Van Gogh Borger, moglie di Theo e cognata del famoso pittore Vincent. Poeta e pioniera del femminismo, Johanna è un’anti-Bovary, ed è una igura rilevante non solo per il generoso gesto di salvare dall’anonimato, dalla distruzione e dall’oblio l’opera di Vincent. La vita non è facile per Johanna dopo il suicidio di Vincent e il crollo depressivo, e poi la morte, di Theo, incapace di sopravvivere alla perdita del fratello. A ventott’anni, vedova e madre di un bambino appena nato che porta il nome dello zio suicida, Johanna pensa che il piccolo “dovrà essere forte per spezzare la maledizione che pesa sul suo nome”. Decide allora di separare le acque: il iglio lo chiamerà Vincent; il defunto cognato, a partire dall’istante in cui si dedicherà a salvare la sua opera, lo chiamerà Van Gogh. Man mano che procede con la classiicazione delle lettere a Theo, la scrittura di Vincent le suggerisce diversi livelli di lettura: autobiograico, narrativo, poetico e teorico. Ed è anche un appello radicale al dissenso, al riiuto dei circuiti uiciali dell’arte dell’epoca. Per Van Gogh, uomo religioso che al-

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L’invenzione di Van Gogh

Camilo Sánchez terna la lettura della Bibbia alle opere di Shakespeare, l’arte è una questione di fede e non di afari. La “pazzia” dei Van Gogh e soprattutto l’immersione nell’opera del cognato inducono Johanna (che non è certo una donna distratta) a chiedersi che tipo di passione accomunasse i due fratelli, che lei deinisce “lo stile dei Van Gogh”. Inoltre Vincent e Theo hanno due sorelle: Elizabetha, la maggiore, donna sposata, formale e conservatrice, e Wilhelmina, la minore, più ribelle e al passo coi tempi, colta e impegnata politicamente come sufragetta, che inirà però in un ospedale psichiatrico. Wilhelmina è il femminile di Willem, il secondo nome di Vincent. Cosa c’è dietro questi nomi che si ripetono e cambiano di genere mentre si susseguono gli interventi psichiatrici? Il romanzo di Camilo Sánchez combatte il semplicismo e le interpretazioni più pigramente pittoresche della leggenda di Vincent Van Gogh. Guillermo Saccomanno, Página12

Julian Barnes Il rumore del tempo (Einaudi)

Irvine Welsh L’artista del coltello Guanda, 285 pagine, 18 euro ●●●●● È possibile modiicare la percezione di un personaggio letterario famoso in modo che, per esempio, un’icona della distruttività insensata diventi ai nostri occhi un elegante beniamino del mondo dell’arte? Questo è il salto immaginativo richiesto da L’artista del coltello, in cui Francis Begbie, lo spietato antieroe che Irvine Welsh mise al mondo con Trainspotting, ha trovato in carcere il successo e l’amore grazie a un programma di terapia artistica. Sposato con la sua mecenate Melanie, e padre di due iglie, si è lasciato alle spalle la malavita di Edinburgo per una nuova vita in California. Le sue opere d’arte, sculture che rappresentano celebrità con l’aggiunta di cicatrici e mutilazioni, possono evocare il suo passato violento, ma tutto il resto è cambiato. Begbie non beve più, balla la salsa e ha un nuovo nome, Jim Francis. Jim Francis conosce di prima mano sia l’arte di creare sia l’arte di uccidere, ed è l’incarnazione della massima di Flaubert: “Sii normale e ordinario nella vita per poter essere violento e originale nell’opera”. Ma il libro non è solo una presa in giro del mondo dell’arte o della California. Proprio quando sta per inaugurare la sua nuova mostra, notizie da Edinburgo riportano Jim Francis alle strade, ai pub e ai rancori della giovinezza. È come se la sua identità precedente riemergesse dagli abissi per sidarlo. Il romanzo si snoda rapido e rabbioso, senza digressioni e sottotrame. E, anche se l’umorismo di Welsh riaiora spesso, più che una commedia o una satira sociale L’artista del coltello è un

Giacomo Giubilini 91° minuto (Minimum fax)

cupo romanzo criminale. Hannah McGill, The Scotsman Marta Sanz La lezione di anatomia Nutrimenti, 316 pagine, 19 euro ●●●●● Ogni tanto si ripropone nel dibattito letterario la vecchia questione del realismo. La nebulosa distinzione tra autobiograia e racconto in prima persona ha provocato molti malintesi, e Marta Sanz ci obbliga a ripensarli tutti. È una storia raccontata in prima persona da un personaggio femminile che rievoca la sua vita dall’infanzia ai quarant’anni. La narratrice si chiama Marta Sanz, come l’autrice; come lei ha quarant’anni, scrive, ha studiato ilologia e poi si è dedicata all’insegnamento. I segni dell’identiicazione tra narratrice e autrice sono così abbondanti e precisi che ci si deve interrogare sul grado di veridicità dell’opera, sulla proporzione che c’è tra il romanzesco e l’autobiograico. Siccome La lezione di anatomia non racconta niente di eccezionale o di inverosimile, non è possibile sapere se i personaggi che circondano la Marta Sanz narratrice siano reali come lei o appartengano al territorio della inzione. Ma il lettore può sbarazzarsi di questa domanda e leggere il libro come pura inzione, perché l’importante – e qui sta il possibile vantaggio per l’autore che adotta questa modalità narrativa – è l’intensità, la nitidezza delle impressioni, la messa a nudo dei sentimenti e dei ricordi. Solo chi ha sperimentato questi sentimenti e questi ricordi in prima persona è in grado di applicare una potente lente di ingrandimento che trasforma il quadro in una radiograia. Dove quel che conta sono le sfumature, i

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Cultura

Libri dettagli microscopici che passerebbero inosservati per uno spettatore neutro. Ricardo Senabre, El Mundo Donald Antrim La luce smeraldo nell’aria Einaudi, 180 pagine, 18 euro ● ● ●●● I racconti di La luce smeraldo nell’aria sono tutti apparsi sul New Yorker tra il 1999 e il 2014. Presentati qui in ordine di pubblicazione, mostrano chiaramente la direzione di marcia di Antrim. Il primo racconto, Un attore si prepara, su una messinscena universitaria del Sogno di una notte di mezza estate, è divertentissimo e piena di idee, ma a prezzo di una certa freddezza emotiva. Le storie che seguono sono più realistiche, più complicate emotivamente e psicologicamente, più tristi e generose. Negli ultimi anni Antrim è sempre più interessato a rivelare l’umanità di quelli che appaiono come mostri. E la for-

ma prevalente di questa mostruosità, nel corso del libro, è la malattia mentale. Molti personaggi sono alcolisti e gli altri fanno i conti con le macerie psichiche di genitori alcolisti. Assistiamo a crolli, comportamenti suicidi e una descrizione dettagliata della terapia con l’ellettroshock. Ma anche se c’è molta sregolatezza in questi racconti, la prosa di Antrim è tutt’altro che sregolata. La sua scrittura è precisa e riesce a creare un vivo senso dei luoghi con un’economia di mezzi che fa pensare al miglior John Cheever. Chris Power, The Guardian Sara Taylor Tutto il nostro sangue Minimum fax, 337 pagine, 18 euro ●●●●● Tutto il nostro sangue è un romanzo multigenerazionale che trabocca di energia e di ambizione. La narrazione, ambientata tra le lingue di costa che formano la riva orientale

del Maryland e della Virginia, si estende dal 1876 al 2143. Sara Taylor è al suo meglio quando mostra una versione moderna del panorama che molti visitatori, attratti dalle spiagge e dai pony selvatici, ignorano del tutto. I drogati di metanfetamine e i bambini criminali che popolano il romanzo sembrano saltar fuori dalle pagine con realismo terriicante. Le parti di ricostruzione futuristica di Tutto il nostro sangue sono meno vivide, con personaggi intercambiabili e costruiti in modo un po’ artiicioso. In un futuro remoto, i nostri discendenti postapocalittici riscoprono sia la bellezza della regione sia il peccato originale, l’abuso di droghe: una pratica quasi clandestina che ha spinto le menti degli uomini un po’ troppo in là, come dice nel futuro un mutante a un altro, mentre sperimentano un preparato chiamato “lacrime degli dèi”. Britt Peterson, The New York Times

Non iction Giuliano Milani

RICCARDo MuSACChIo & FLAVIo IANNIELLo (RoSEbuD2)

La storia dell’aids in Sudafrica Didier Fassin Quando i corpi ricordano Argo, 366 pagine, 24 euro Nel 1990 in Sudafrica le persone sieropositive non superavano l’uno per cento della popolazione. Dieci anni dopo la percentuale era decuplicata, e si stimava che il 40 per cento degli individui tra i 15 e i 49 anni sarebbero morti di aids. Il paese era diventato il più colpito da questa malattia. Per afrontare l’emergenza il presidente Thabo Mbeki convocò un comitato di esperti di cui

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facevano parte, oltre a specialisti riconosciuti, anche studiosi che negavano la relazione tra il virus dell’hiv e la malattia. Si aprì così una polemica feroce anche a causa della quale si inì per impedire la difusione dei farmaci retrovirali attraverso il servizio sanitario nazionale. Didier Fassin, sociologo e antropologo francese, avviò in Sudafrica una ricerca che avrebbe rivelato il groviglio di sentimenti e di memorie prodotto da quella epidemia. In Sudafrica la violenza

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segregazionista si era manifestata anche nella sfera medica: erano state sperimentate guerre biologiche contro la popolazione nera. Con queste ferite ancora aperte dopo la ine dell’apartheid, l’aids, malattia particolarmente difusa tra la popolazione nera, era percepita come un complotto razzista orchestrato dall’occidente. Questo libro complesso fatto di spunti teorici e storie vissute racconta i frutti di un’inchiesta appassionata ed esemplare. u

Paesi Bassi

Cees Nooteboom Un sombre pressentiment. À la rencontre de Hieronymus Bosch Editions Phébus Su invito del museo del Prado, Nooteboom traccia il ritratto di un pittore che lo ha sempre afascinato. Questo libro è pubblicato simultaneamente in tedesco, spagnolo, olandese e inglese. Cees Nooteboom è nato all’Aja nel 1933. Saskia Noort Huidpijn Ambo/Anthos Anne, nota giornalista televisiva, rischia tutto quel che ha e lo racconta pubblicamente. Noort è nata a bergen nel 1967. Paulien Cornelisse De verwarde cavia autopubblicato Protagonista di questo romanzo umoristico è una cavia che lavora presso un dipartimento comunicazioni. Paulien Cornelisse è nata ad Amsterdam nel 1976. Renate Dorrestein Zeven soorten honger Podium Romanzo ambientato in un’esclusiva clinica per dimagrire. Gli ospiti non possono andarsene inché non hanno raggiunto il loro obiettivo e chi si arrende deve pagare una penale esorbitante. Dorrestein è nata ad Amsterdam nel 1954. Maria Sepa usalibri.blogspot.com


Cultura

Libri Ragazzi

Ricevuti

Amatrice fa scuola

Giorgio Grappi Logistica Ediesse, 268 pagine, 12 euro La logistica è qualcosa di più delle operazioni di trasporto e distribuzione. Le trasformazioni del processo produttivo, la difusione su larga scala dei container, la creazione di nuove infrastrutture sono diventati snodi cruciali all’interno di una nuova mappa del potere.

Benedetta Tobagi La scuola salvata dai bambini Rizzoli, 344 pagine, 18 euro Una fotograia. Una scuola. I bambini. Una cittadina di nome Amatrice. La sua scuola. Un bambino di nome Alexandru, di origine romena, il primo della classe dice la maestra. Il suo quaderno è tutto ordinato. Amatrice prima del terremoto. Con la vita che si concentra lungo corso Umberto I. Benedetta Tobagi comincia proprio da Amatrice (non immaginando quello che sarebbe successo) il suo viaggio nelle scuole multietniche d’Italia. Comincia proprio in quel Reatino che era considerato dagli antichi romani l’ombelico del mondo. E scopre che Amatrice è uno specchio in piccolo dell’Italia. Qui la popolazione studentesca straniera o di origine straniera è aumentata negli anni, e sempre qui la scuola ha dovuto e saputo reiventarsi. Il libro ci porta da Brescia ad Ancona, da Palermo a Suzzara, in scuole grandi e piccole, centrali e periferiche, ma tutte caratterizzate dalla presenza di bambini di origine straniera. Benedetta Tobagi racconta la quotidianità, le side, la bellezza di questa scuola mescolata. Ogni riga è una risposta a quei genitori che hanno paura di una scuola multiculturale, dei bambini che “possono rallentare il programma”. Senza nascondere i dilemmi che la scuola vive come istituzione, Tobagi ci traghetta direttamente nel futuro. Igiaba Scego

Slavoj Žižek Il contraccolpo assoluto Ponte alle grazie, 569 pagine, 25 euro Il ilosofo continua la sua opera di reinterpretazione di Hegel, proponendo una critica rinnovata alla luce delle recenti scoperte scientiiche, della psicoanalisi e del fallimento del comunismo.

Fumetti

Un carcere geometrico Paul Hornschemeier La vita con Mr. Dangerous Tunuè, 160 pagine, 19,90 euro I personaggi dei libri di Hornschemeier sembrano condannati in una galera che potremmo deinire una linea retta perpetua. Eppure girano in tondo. E il suo disegno, apparentemente schematico, rivela al contrario grande sapienza nel gestire l’espressività dei personaggi, a prima vista inespressivi. Se le linee rette insistentemente ripetute sono interrotte da quelle verticali delle porte (fondamentali nel racconto), questi piani circondano, imprigionano, inquadrano le persone in un mondo ristretto. Viene espressa con forza, paradossalmente, una solitudine circolare. Emy lavora in un negozietto di abbigliamento in uno dei tanti piccoli centri

abitati degli Stati Uniti, anonimi e freddamente lineari nelle architetture come nell’urbanistica. Le sue conversazioni, a cominciare da quelle con la madre che scansa ogni colloquio vagamente profondo, sono quasi fondate sul nulla. Questo nulla è interrotto da frammenti di una iction televisiva, Mr. Dangerous, alquanto surrealista se non dadaista. Ma Hornschemeier solo all’apparenza gioca al pastiche postmoderno: crea una dimensione di straniamento inserendo riferimenti a teorie della isica. E la freddezza apparente nasconde uno sguardo profondamente umano nell’ofrire il ritratto di una giovane donna che riesce a spezzare la circolarità. Grazie anche all’aiuto di un angelo custode nascosto. Francesco Boille

Leonard Michaels Sylvia Adelphi,129 pagine, 16 euro Due studenti nella New York dei primi anni sessanta sono imprigionati in un’ossessione d’amore che li fa sprofondare ino alla follia. Ivan Carozzi Teneri violenti Einaudi, 160 pagine, 17 euro Un uomo rovista nelle storie di cronaca italiana di un passato recente, trovando una folla di vite tragiche, strambe, romantiche e riscoprendo un’Italia perduta. Pierre Zaoui L’arte di essere felici Il Saggiatore, 374 pagine, 17 euro Un piccolo manuale di sopravvivenza scritto con arguzia ed eleganza da uno dei più autorevoli ilosoi francesi contemporanei.

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Cultura

Musica Dagli Stati Uniti

Omar Souleyman Bolzano, 23 settembre teatrocomunale.bolzano.it

Lady Gaga contro lo streaming

Mondo Generator Savignano sul Rubicone (Fc), 24 settembre 389 849 0771

L’artista è pronta a mettere il nuovo album online gratis se la sua casa discograica farà accordi esclusivi con Apple o Tidal

Dirotta su Cuba Milano, 24 settembre bluenotemilano.com Christian Fennesz Milano, 26 settembre centrosanfedele.net Roma, 28 settembre concertiiuc.it Cristiano Godano Roma, 25 settembre nacosetta.com Lim Napoli, 24 settembre laniicio25.it Passenger Milano, 28 settembre fabriquemilano.it Sarah Jane Morris Milano, 29-30 settembre bluenotemilano.com Carmen Consoli Roma, 23 settembre 06 372 5446 Ezio Bosso Siena, 24 settembre toscanamusiche.it

Christian Fennesz

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“Ho detto chiaramente alla mia etichetta che se mai gli venisse in mente di irmare un contratto di esclusiva con Tidal o Apple Music, sarò io stessa a mettere in rete la mia musica gratis”. Lo ha detto Lady Gaga durante un’intervista per Beat1 che, ironia della sorte, è il servizio radio di Apple Music. Il suo nuovo album, Joanne, dovrebbe uscire il 21 ottobre ma l’artista è già sul piede di guerra. Pare che anche

STEFAN HOEDERATH (GETTy IMAGES)

Dal vivo

Lady Gaga Britney Spears abbia sciolto a sue spese un’esclusiva con Apple Music per il suo ultimo album Glory. Entrambe le artiste temono che queste esclusive, molto lucrose sul momento per le loro etichette, alla lunga portino alla disafezione dei fan, che si trovano ricattati a doversi iscrivere a determinate

piattaforme di streaming. Ma il vero colpo di frusta arriva da Spotify, la principale piattaforma di streaming, che di fatto boicotta gli artisti che hanno concesso esclusive a Apple Music facendo sparire i loro album dalla homepage e dalle seguitissime playlist settimanali. Spotify nega ma lo scarsissimo rilievo dato di recente alle uscite di Katy Perry e Frank Ocean sanno di boicottaggio. Lady Gaga vuole chiaramente tirarsi fuori da questo fuoco incrociato e, nel frattempo, il suo ultimo singolo Perfect illusion è molto spinto da Spotify. Paul Resnikof, Digital Music News

Playlist Pier Andrea Canei

Spaghetti alla viennese Waldeck Bello ciao “Dammi l’ultimo bacio, per favore, dammelo… Il treno dei desideri partirà… Fai la tua valigia, caro vai…”. E poi via, marcetta trasognata con un senso malinconico e maccheronico dell’arrivederci. L’austriaco Klaus Waldeck, tastierista, compositore e arteice di una lounge sopraina, torna alla carica con Gran Paradiso, con le esercitazioni linguistiche di La Heidi, formidabile vocalist viennese, e un mood come nel vecchio spot Martini con Charlize Theron che sfuggiva a uno pseudo-Onassis per perseguire una vita più dolce con uno pseudo-Mastroianni.

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Thom Sonny Green Vienna Il batterista di una delle band più acclamate degli ultimi anni (gli Alt-J sono quasi i nuovi Radiohead) nel tempo libero fa altro: bricolage di suoni, musiche atmosferiche per ilm mai girati. Questa morbida sigletta è la prima di 21 tracce del suo esordio solista, High anxiety, che poi era anche il titolo di quel ilm in cui Mel Brooks giocava con gli stilemi di Alfred Hitchcock. Così fa anche Thom, gioca con colonne sonore di John Carpenter o Angelo Badalamenti, le sequenze oniriche del cloud rap, la geograia evocata dai suoni industriali o ambient.

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Elektro Guzzi Voix Una lineup chitarra-basso-batteria per suonare musica techno in presa diretta può far pensare a un trucchetto da Scommettiamo che…?, ma questo power trio di austriaci mostra di far le cose per bene, e con il nuovo album, Clones, scolpisce groove energici e tesi che ricordano un po’ lo storico exploit dei Liquid Liquid (il cui Richard McGuire, poi diventato fumettaro di culto, scolpì una linea di basso che rimase nella coscienza collettiva hip hop, scippata da Grandmaster Flash in The message). Band di frontiera, tra cocciuta semioscurità e live accaniti.

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Jazz/ impro Scelti da Antonia Tessitore

Tony Hymas Joue Léo Ferré (Nato)

l’aspetto melodico dei pezzi. Ma il brano che dà il titolo all’album ha abbastanza cuo­ re ed energia da non farsi su­ bissare. Furnaces non sarà il disco che Ed Harcourt crede che sia, ma sicuramente è un lavoro interessante. Tim Jonze, The Guardian Exploded View Exploded View (Sacred Bones) ●●●●● Nel 2010, la musicista anglo­ tedesca Annika Henderson aveva realizzato un debutto che era senza dubbio una fu­ sione delle sue origini: kraut­ rock e trip hop accompagnato da una voce che avrebbe fatto impallidire Nico. Se quell’al­ bum e l’ep successivo poteva­ no essere considerati un po’ claustrofobici, con il progetto Exploded View Henderson passa da un universo solitario di synth a una dimensione in cui improvvisa con una band e registra tutto con grande spontaneità. È un bel rischio, ma è ricompensato da un bel risultato. Henderson espande così la sua tavolozza andando oltre il vecchio gri­ giore, senza perdere i neri più scuri. Un pezzo come Stand your ground non trae in inganno: questo è rock nella sua forma più oscura e istintiva. James F. Thompson, Loud and Quiet

Local Natives

dipinge atmosfere cupe: d’al­ tronde prende il nome da un cimitero di Copenaghen, la città in cui è stato registrato. La prima parte del disco ha il difetto di essere un po’ troppo uniforme, ma i brani successi­ vi sono più vari. Insieme a Cubic haze, una delle tracce più accattivanti, arrivano perle come la luminosa Signal symbol e la bellissima Barefoot Agnete. Philip Sherburne, Pitchfork Ed Harcourt Furnaces (Polydor) ●●●●● “Volevo fare un album su cui la gente potesse piangere, fare a botte e scopare”: questi sono gli obiettivi che Ed Harcourt si è dato per il suo settimo al­ bum solista. Qualche doman­ da viene di farsela. Che gene­ re di cretino si metterebbe a fare a botte con un sottofondo di indie rock orchestrale? E poi che dongiovanni può esse­ re uno che mette su un pezzo di Ed Harcourt prima di darsi da fare tra le lenzuola? E per quanto riguarda il piangere, be’, Furnaces per fortuna non fa così schifo. Anzi, è un al­ bum (qui attenzione agli ossi­ mori) pieno di gentile pop apocalittico con ritornelli belli rigoni. Il produttore, Flood, ha coperto le meste favole di Harcourt di bassi tenebrosi, un’idea che non fa brillare

DR

Cristian Vogel The assistenz (Shitkatapult) ●●●●● Cristian Vogel ha passato tutta la sua carriera a cercare di ri­ solvere una contraddizione della techno: la ripetizione è uno dei suoi fondamenti e allo stesso tempo il tallone di Achille. Fin dagli esordi il mu­ sicista britannico di origine ci­ lena ha stabilito delle fragili tregue tra ordine a caos. Il suo ultimo disco, The assistenz, sviluppa suoni e idee dei due precedenti – The inertials, del 2012, e Polyphonic beings, del 2014 – destreggiandosi tra dub, industrial e musica elet­ tronica sperimentale. L’album

BRyAN SHEFFIELD

Album Local Natives Sunlit youth (Infectious/Loma Vista) ●●●●● Come suggerisce il titolo, il terzo album dei Local Natives, quintetto di Los Angeles, li trova in un posto più felice ri­ spetto alla disperazione di Hummingbird nel 2013. Sfortu­ natamente, però, la svolta rende l’ascolto meno avvin­ cente. Il cambiamento non è solo di tono: mentre un tempo si ispiravano a Fleet Foxes e The National, oggi questa loro nuova garbata euforia (“Pos­ siamo fare tutto quello che vo­ gliamo!”, canta Kelcey Ayer in Fountain of youth) poggia trop­ po spesso su un indie da sta­ dio in stile Coldplay, anche se con ritmi meno prevedibili. Certo, l’album ha dei bei mo­ menti, in particolare la delica­ tamente seducente Dark days. Ma nonostante alcune trovate interessanti, Sunlit youth è co­ sì pulito e rainato da risultare alla lunga poco coinvolgente. Phil Mongredien, The Observer

Francesco Massaro Bestiario marino (Desuonatori)

Exploded View

Steve Lehman Sélébéyone (Pi Recordings)

Teenage Fanclub Here (Pema) ●●●●● I Teenage Fanclub sono nel lo­ ro terzo decennio di attività, e c’è qualcosa di confortante nella loro musica: è sempre familiare, ma non è mai ugua­ le a se stessa. Al limite ci sono parti di Here che chiudono il cerchio, come Thin air, con chitarre dense che fanno veni­ re in mente i loro classici degli anni novanta senza rinunciare a melodie che sembrano usci­ te dal catalogo dei Byrds. Dopo tutti questi dischi, con­ certi e canzoni i quattro sem­ brano aver capito cosa gli rie­ sce meglio. In sostanza, Here non ofre molte sorprese, ma farà la gioia dei fan. Joe Heaney, Clash Okkervil River Away (Ato) ●●●●● Will Shef, baricentro emotivo e lirico degli Okkervil River, si trova in un posto isolato in Away, ottavo disco di una band che pare sempre di più un progetto solistico. Le nove tracce dell’album, dense e al­ lusive, formano un arazzo un po’ irregolare di paure e dub­ bi, con Okkervil river r.i.p., un requiem ironico sulle tristi sorti di musicisti semiscono­ sciuti, che esprime più chiara­ mente questa desolata solitu­ dine ma stabilisce anche la griglia di suoni del gruppo. Away, insomma, è diametral­ mente opposto alla calda, per quanto complicata, nostalgia di The silver gymnasium del 2013, ma mostra che, a parte qualche incertezza concettua­ le e un paio di scivoloni verso un sentimentalismo lagnoso, Shef se la cava anche da solo. Jesse Cataldo, Slant Magazine

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Cultura

Video In rete Turismo responsabile

Paolo Rumiz. Appia: il cammino Sabato 24 settembre, ore 22.10, Laefe Prosegue il reportage realizzato durante il viaggio a piedi lungo 29 giorni e oltre 600 chilometri fatto da Paolo Rumiz insieme alla sua comitiva di artisti, musicisti e scrittori. La nave dolce Sabato 24 settembre, ore 22.30, Rai Storia Nell’agosto del 1991 approdava in Puglia la nave Vlora, salpata dall’Albania con a bordo ventimila migranti. Daniele Vicari torna su un momento che ha segnato la trasformazione dell’Italia in territorio di immigrazione. MadrEmilia. Sulla via di Tondelli Lunedì 26 settembre, ore 22.40, Rai Storia L’Emilia-Romagna secondo lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, che nei suoi romanzi e nei suoi racconti ne aveva preigurato i cambiamenti. Radiohead in rainbows Giovedì 29 settembre, ore 23.15, Rai5 Documentario su una sessione di registrazione del gruppo inglese in studio con il produttore Nigel Godrich. In rainbows (2007) è stato il primo album autoprodotto dai Radiohead dopo la rottura con la casa discograica Emi. Il soldato innamorato Sabato 1 ottobre, ore 22.10, Rai Storia Il diario tenuto dal soldato Salvatore Cuccia viene sfogliato e ripercorso cento anni dopo dal nipote regista Salvo, per raccontare da un punto di vista intimo e privato un evento decisivo e lacerante come la prima guerra mondiale.

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Dvd Il vizietto di Weiner Le elezioni presidenziali statunitensi si avvicinano, e non mancheranno colpi bassi. Chissà se saranno all’altezza di quanto capitato al democratico Anthony Weiner, protagonista di uno scandalo causato dal suo debole per gli sms spinti e le immagini esplicite, che gli costarono le dimissioni dal congresso nel 2011. Come

mostra Weiner, il documentario di Josh Kriegman e Elyse Steinberg, impietoso ritratto della macchina politica statunitense, Weiner non si è arreso: nel 2013 si è candidato a sindaco di New York, purtroppo senza rinunciare ai suoi vecchi vizi. Il dvd è uscito negli Stati Uniti. ifcilms.com/ilms/weiner

detrasdelparaiso.eldiario.es Finisce l’estate, ma non in paesi come Thailandia, Zanzibar e Repubblica Dominicana, paradisi tropicali con spiagge che accolgono i turisti tutto l’anno. Ma cosa succede quando milioni di occidentali invadono paesi in cui gran parte della popolazione vive in povertà? Questo newsgame del settimanale spagnolo El Diario propone tre viaggi virtuali, dall’arrivo in aeroporto al ritorno a casa, durante i quali, attraverso immagini, interviste e test, l’utente è invitato a capire l’impatto del turismo sui paesi in via di sviluppo. Si parla anche di turismo sessuale, di danni ambientali causati dai resort di lusso e di neocolonialismo delle multinazionali del turismo.

Fotograia Christian Caujolle

L’algoritmo del falso pudore In tutto il mondo i mezzi d’informazione sono stati colpiti dalla censura di Facebook della celebre fotograia di Nick Ut, che mostra la piccola Kim Phuc in fuga dal suo villaggio durante un bombardamento al napalm dell’aviazione statunitense nel 1972. L’immagine è stata vietata per la politica che il social network di Mark Zuckerberg segue contro la pedopornograia. In efetti la bambina nella foto è nuda. Così questa immagine simbolo del fotogiornalismo, diven-

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tata parte della nostra memoria collettiva viene etichettata come “il male” a causa di un falso pudore che si vergogna di riconoscersi tale. Non è la prima volta e sicuramente non sarà l’ultima. E sappiamo bene che certe immagini che abbiamo pubblicato, anche con orgoglio, negli anni ottanta e novanta oggi sarebbero considerate problematiche se non addirittura da vietare. Ma questa volta non sono stati i cerberi pagati da Zuckerberg a svelare il misfatto. No, stavolta sono

stati degli algoritmi a trovare la fotograia di una bambina nuda. E sono stati severi, come a loro tempo lo furono i censori dell’Origine del mondo del pittore Gustave Courbet, per esempio. Ci si chiede poi se questi algoritmi sarebbero in grado di capire che anche quelle che vediamo nei nudi di Picasso sono delle vulve. Delle vulve cubiste. Tutto questo non fa che confermare un fatto: gli algoritmi sono degli idioti. Degli idioti molto pericolosi. u


Otto ilm su informazione, attualità e diritti umani A cura di CineAgenzia I documentari saranno proiettati in anteprima al festival di Internazionale a Ferrara, dal 30 settembre al 2 ottobre 2016, al cinema Boldini Ingresso 3 euro

Alcaldessa

Reach for the sky

di Pau Faus

di Steven Dhoedt e Wooyoung Choi

Il percorso di Ada Colau dall’inizio della sua candidatura con il movimento Barcelona in comú ino alla trionfale elezione a sindaca della capitale catalana. Venerdì 30 settembre alle 22.30 Sabato 1 ottobre alle 16.15

Among the believers

Ogni 2 novembre in Corea del Sud mezzo milione di ragazzi afrontano un test scolastico che determinerà non solo quale università frequenteranno ma anche il loro status nella società coreana. Venerdì 30 settembre alle 14 Sabato 1 ottobre alle 18.15

di Mohammed Ali Naqvi e Hemal Trivedi

The girl who saved my life

Il carismatico leader religioso Abdul Aziz Ghazi, sostenitore del gruppo Stato islamico e dei taliban, incita al jihad e sogna d’imporre in Pakistan una rigida versione della sharia. Venerdì 30 settembre alle 12 Sabato 1 ottobre alle 14.15

Future baby

di Eyal Blachson e Uri Rosenwaks Nella cadente città israeliana di Lod, a dieci minuti di auto dalla ricca Tel Aviv, vivono gomito a gomito signori della droga palestinesi e coloni ortodossi ebrei. Venerdì 30 settembre alle 16 Domenica 2 ottobre alle 10

Under the gun di Stephanie Soechtig

di Hogir Hirori Nell’agosto del 2014 il regista Hogir Hirori lascia la moglie incinta in Svezia per tornare nel Kurdistan iracheno, dov’è nato, a documentare il destino di un milione e mezzo di profughi in fuga dal gruppo Stato islamico. Sabato 1 ottobre alle 12.30 Domenica 2 ottobre alle 16.15

di Maria Arlamovsky Un viaggio intorno al mondo e nel futuro della riproduzione umana, tra pazienti e ricercatori, donatori e gestazioni per altri, cliniche e laboratori. Sabato 1 ottobre alle 10.30 Domenica 2 ottobre alle 14.15

Town on a wire

Tickling giants di Sara Taksler Nel pieno della primavera araba, Bassem Youssef lascia il suo posto di cardiochirurgo per diventare il protagonista di un programma satirico egiziano che diventa rapidamente il più visto in Medio Oriente. Venerdì 30 settembre alle 20.15 Domenica 2 ottobre alle 12

Per maggiori informazioni su Mondovisioni e sul tour: internazionale.it/festival/mondovisioni cineagenzia.it

Il quadro impressionante del dibattito sul possesso di armi negli Stati Uniti, che resta determinante nella campagna presidenziale e nell’attualità americana. Venerdì 30 settembre alle 18 Domenica 2 ottobre alle 18

Al termine di Internazionale a Ferrara 2016 la rassegna Mondovisioni partirà in tour per l’Italia ino all’estate del 2017. Mondovisioni è disponibile a noleggio per proiezioni in sale e circoli cinematograici, associazioni culturali, scuole e università. Scrivi a info@cineagenzia.it per portarla anche nella tua città.


Cultura

Arte

La biennale di Taipei Taipei ine arts museum, ino al 5 febbraio Con il contributo di ottanta artisti, il Taipei ine arts museum presenta un ricco programma lungo cinque mesi, che intreccia mostre, performance, proiezioni, convegni e letture in collaborazione con le istituzioni locali. Il titolo Gesti e archivi del presente, genealogie del futuro, si propone di esplorare il ruolo catalizzatore del museo nella sperimentazione di pratiche transartistiche. La biennale è diventata un punto di riferimento fondamentale per l’arte contemporanea in Asia. e-lux

Pieter Stoutjesdijk (TheNewMakers), Rifugio post-disastro per Haiti, 2013/2016.

PIETER SToUTJESDIJk

Uniformità Uniformity, Fashion institute of technology, New York, ino al 19 novembre Uniformi per tutti i gusti: militari, da lavoro, per la scuola e lo sport. Da quelle femminili dell’esercito statunitense nella Seconda guerra mondiale a quelle della polizia newyorchese nel 1940, ino alle uniformi per gli scolari di Eton, tutte accostate a bozzetti di stilisti che si sono ispirati proprio alle uniformi per le loro creazioni. Una maglia alla marinara francese è accanto a un abito di pizzo del marchio Sacai, un’uniforme inaspettatamente graziosa di McDonald’s accanto a uno sciatto completo di Moschino disegnato da Jeremy Scott e decorato con un gigantesco logo dorato. L’inluenza militare domina, forse perché gli stilisti vogliono evocare autorità e generare tensione sovversiva negli abiti femminili. La tradizione ipermaschile, quindi, si fonde con il femminile per creare capi che non sono né l’uno né l’altro. The Village Voice

Paesi Bassi

Disegnare un futuro ecosostenibile Dream out loud Stedelijk museum, Amsterdam ino al 1 gennaio La mostra collettiva Dream out loud è stata allestita in concomitanza con la chiamata biennale che lo Stedelijk lancia ai giovani designer dei Paesi Bassi, chiedendo di presentare novità di ogni settore, in vista di nuove acquisizioni. Quest’anno sono arrivate 350 proposte. La giuria ha selezionato 26 opere di designer con meno di 35 anni che condividono la sensibilità ai problemi ambientali, familiarità con le nuove tecnologie e capacità di

usare qualsiasi materiale. Questa nuova generazione di designer usa l’immaginazione per inventare oggetti futuri che combinano tecnologia e fantasia: il Fairphone di Bas van Abel, un telefonino costruito senza usare materiali provenienti dalle miniere della regione del Congo, insanguinate dalla guerra civile, e assemblato in fabbriche dove i diritti degli operai cinesi sono tutelati; una macchina per distillare la Coca-Cola e ottenere acqua pura; una barriera galleggiante sperimentale per intercettare e riciclare i resi-

dui di plastica che galleggiano nel mare del Nord. Un altro progetto prevede di aidare 340 vasi di rose alle cure degli abitanti di Rotterdam per renderli responsabili dal punto di vista ambientale. Gli Smog bijoux di Daan Roosegaarde, invece, sono gioielli plasmati solidiicando lo smog. Le pietre sono sostituite da minuscoli blocchi di polvere urbana che viene compressa da un macchinario in grado di iltrare oltre 30mila metri cubi di aria consumando l’energia di un bollitore casalingo per il tè. Les Inrockuptibles

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Pop La nuova musica classica in Cina Madeleine Thien La fame di riforme diventò inarrestabile, e il sucn una stanza defilata del conservatorio di Shanghai mi sono imbattuta in un piccolo mo- cessivo movimento per la “nuova cultura” mobilitò numento commemorativo: ci sono fotograie, artisti e intellettuali che invocavano una svolta radicadocumenti e oggetti che ricordano le venti per- le nella concezione che la Cina aveva degli individui e sone (professori, loro familiari e studenti) che della nazione. In questo clima di rinnovamento la mupersero la vita durante i dieci anni della rivolu- sica occidentale, che era libera dagli ostacoli della traduzione, iorì. Gli intellettuali, come scrisse l’illustre zione culturale cinese. Questa catastrofe si concluse ufficialmente nel studioso e ilosofo Wu Zhihui, avrebbero dovuto “gettare tutta la cultura classica cinese nel 1976, l’anno della morte di Mao Zedong. gabinetto e tirare la catena”. Qualche tempo dopo il violinista statu- La musica – il Il pianoforte irradiava modernità ocnitense Isaac Stern arrivò in Cina per modo in cui cidentale: era uno strumento prodotto una serie di concerti molto attesi e sco- viene ascoltata, in fabbrica, composto da più di duecento prì che a Shanghai – per quasi un secolo cosa è vietato sede di una delle prime orchestre in ascoltare e le diverse cavi d’acciaio al carbonio progettati in laboratorio e usato da una facoltosa clasAsia – non si riusciva a trovare un piano- forme delle forte degno di questo nome: tutti gli composizioni – è uno se media in nome della cultura e del bisogno di esprimersi. Le note suonate dal strumenti, compresi i circa cinquecento specchio insolito pianoforte, tuttavia, sollevavano una di proprietà del conservatorio, erano della Cina e del questione musicale: cosa succede al nostati distrutti. stro cervello quando ascoltiamo qualcoLa musica – il modo in cui viene suo futuro sa di nuovo? La musica classica occidenascoltata, cosa è vietato ascoltare e le diverse forme delle composizioni – è uno specchio in- tale, per la sua tonalità, per le sue forme compositive e solito della Cina e del suo futuro. Oggi il paese è il più per la sua storia, era un linguaggio completamente grande consumatore e costruttore di pianoforti al alieno. Per secoli, le qualità fondamentali della musica cimondo: l’80 per cento della produzione mondiale vienese si sono basate sull’alternanza e la rotazione di ne dalle sue fabbriche. La musica classica occidentale in Cina ha una sto- elementi sonori e non sonori. Il non suono, secondo il ria molto lunga che coinvolge religiosi, rivoluzionari, linguista e musicologo Adrian Tien, comprendeva il eroi e imperatori. Nel 1601, quando il missionario ge- silenzio, le interruzioni e le pause, oltre alla dissolvensuita Matteo Ricci visitò la Città proibita portando con za dei suoni nel nulla. Il non suono era parte integransé un clavicordo per l’imperatore, la corte scelse quat- te della musica, come gli spazi bianchi in un’opera di tro eunuchi, di cui uno di 72 anni, perché prendessero calligraia. Tien osserva che “anche dall’ascoltatore lezioni. I quattro resero omaggio allo strumento, im- meno esperto ci si aspettava la capacità di udire al di là plorando il clavicordo di essere paziente “se fossero della forma sonora”. L’ascolto non era soprattutto una stati lenti ad apprendere codesta arte, ino a quel mo- questione di orecchio: richiedeva di liberare il cervello mento a loro sconosciuta”. Più di un secolo dopo, l’im- per permettere la percezione di altri stimoli non senperatore Qianlong teneva a corte un ensemble di 18 soriali. La musica romantica introduceva un’esperienza musicisti di formazione europea e un’enciclopedia di vari volumi sulla teoria della musica occidentale com- uditiva completamente diversa. Con le sue orchestre sontuose e i suoi vibranti motivi costruiti su una forma missionata da suo nonno. Ma la grandeur della corte Qing durò poco. A metà fatta di esposizione, sviluppo e ricapitolazione – in sodell’ottocento il paese, devastato dalle guerre dell’op- stanza sulla trasformazione – sembrava capace di pio, era in rovina. Ai missionari fu dato accesso all’en- esprimere la potenzialità dell’io cinese moderno. Cotroterra come mai era avvenuto in passato e le famiglie me Sheila Melvin e Jindong Cai documentano povere si aidarono alla carità delle scuole cristiane nell’emozionante libro Beethoven in China, il composidove, liberi dagli obblighi del programma tradizionale, tore tedesco fu uno spirito guida per tutti quei giovani i ragazzini studiavano le vite dei compositori europei, che, ispirati dall’amore per il loro paese, volevano “afimparavano gli inni sacri e suonavano il pianoforte, il ferrare il fato per la gola” e costruire una Cina basata sull’uguaglianza economica e sociale. violino e il clarinetto.

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MADELEINE THIEN

è una scrittrice canadese. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’eco delle città vuote (66th and 2nd 2013). Questo articolo è uscito sul Guardian con il titolo After the cultural revolution: what western classical music means in China.

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franco mattIcchIo

La violenza che si scatenò nel 1966, all’inizio della rivoluzione culturale, aveva più a che fare con la politica di mao che con la cultura. ma la cultura, e la sua capacità di ridisegnare l’io, fu il capro espiatorio. Le parole di mao potevano essere usate contro chiunque: “ogni letteratura, ogni arte appartengono a una classe ben determinata e sono quindi vincolate a una determinata politica. L’arte per l’arte in realtà non esiste”. Una delle prime campagne denigratorie a sfondo ideologico prese di mira la musica di Debussy, considerata “la sporcizia lasciata in terra” dall’imperialismo occidentale, e mise sotto accusa he Luting, rettore del conservatorio di Shanghai, per aver difeso l’opera del compositore francese. L’ostinato riiuto di he Luting di confessare i propri crimini spirituali e politici, nonostante le torture psicologiche e isiche, fu un atto di

resistenza davvero eroico. nella sua storia della musica del novecento Il resto è rumore, alex ross osserva: “nessun altro musicista nella storia ha preso una posizione altrettanto coraggiosa contro il totalitarismo”. Lu hongen, direttore dell’orchestra sinfonica di Shanghai, fu arrestato e condannato a morte. a pochi giorni dalla sua esecuzione, disse al compagno di cella: “Vai a visitare l’austria, la patria della musica. Vai sulla tomba di Beethoven e lascia un mazzo di iori. E di’ a Beethoven che il suo discepolo è in cina”. La diatriba tra “arte per l’arte” e “arte al servizio del popolo” è vecchia quanto il desiderio di creazione dell’uomo. Un pezzo musicale ha molti signiicati, politici e non: non esiste un’unica interpretazione indiscutibile. I numerosi suicidi al conservatorio di Shanghai furono il rilesso di una profonda disperazioInternazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Pop

Storie vere La galleria d’arte Access di Vancouver, in Canada, ha organizzato una residenza dal titolo Ventitré giorni al mare. L’artista Rebecca Moss si è così imbarcata sulla Geneva, un cargo di proprietà della compagnia sudcoreana Hanjin. I problemi sono cominciati quando la Hanjin è fallita e tutti i porti hanno cominciato a riiutare le richieste di attracco della Geneva. Moss ha raccontato: “Non sapete cosa signiichi guardare fuori dalla inestra e vedere solo dei container nel mare ininito, e rendersi conto che stanno viaggiando senza una destinazione”. Alla ine la nave è stata autorizzata a fermarsi a Tokyo anziché, come era previsto dalla residenza, a Singapore.

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ne e forse dell’incapacità, o del riiuto, di accettare il mondo di assoluti della rivoluzione culturale, un mondo che ancora oggi è una grave minaccia per gli artisti, gli avvocati e i sostenitori dei diritti umani. Quando si tratta di modi di ascolto, i cinesi sono da tempo aperti alle altre culture e al cambiamento: non in modo rivoluzionario, ma attraverso un processo che si ricollega a una lunga tradizione musicale. Non a caso, i due strumenti tradizionali più emblematici e amati in Cina, il pipa e l’erhu, sono nati altrove, rispettivamente in Medio Oriente e nelle steppe dell’Asia centrale. Un secolo fa, le possibilità eroiche del romanticismo formarono una generazione di pensatori cinesi. Quale sarà la prossima musica a conquistare l’attenzione del paese? Secondo me l’onore toccherà a Johann Sebastian Bach, che in Cina è ancora oscurato da Beethoven. La pianista Zhu Xiao-Mei, dopo essere sopravvissuta alla rivoluzione culturale, scrisse che nella sbalorditiva polifonia delle Variazioni Goldberg “c’era tutto ciò che serviva per vivere”. La conclusione di Zhu che in Bach come in qualsiasi cosa “non c’è un’unica verità” faceva eco a quella del pianista canadese Glenn Gould, che si meravigliava del modo in cui “ogni voce individuale vive per conto suo”. L’atto della creazione, per Bach, era l’atto del contrappunto: ogni voce sta in piedi da sola ma suona in combinazione con un’altra, c’è solitudine e contatto. E misteriosamente, nessuna voce è sottomessa a un’altra. u fas

Lo sport americano è socialista Derek Thompson tifosi statunitensi ripetono spesso che gli sport più seguiti nel loro paese – il football americano, il basket, il baseball e l’hockey su ghiaccio – hanno campionati con regole che piacerebbero a un socialdemocratico scandinavo. I tetti salariali e le tasse sui beni di lusso issano un limite a quanto ogni squadra può spendere per i giocatori, puniscono le squadre che spendono troppo e accorciano il divario tra club ricchi e club poveri. Le prime scelte del draft – l’evento annuale in cui le squadre scelgono i giocatori che arrivano dalle università, dalle scuole superiori e dai campionati stranieri – vanno quasi sempre alle squadre che l’anno prima sono andate peggio. La condivisione dei ricavi ridistribuisce le risorse tra squadre ricche e squadre povere. In generale, il successo viene punito, la sfortuna viene premiata e il potere dei soldi è limitato dai tetti alla spesa. Le cose sono molto diverse sull’altra sponda dell’Atlantico, in Europa, dove i campionati di calcio hanno usi e costumi che non dispiacerebbero afatto a

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un conservatore statunitense. Ci sono pochissime regole sui tetti salariali, quindi un gruppo ristretto di club ricchi domina per anni. Quando una squadra va male non viene ricompensata con una delle prime scelte al draft, ma viene retrocessa in un campionato meno importante, con pesanti efetti sui ricavi. Le squadre più forti delle divisioni inferiori, invece, vengono promosse in campionati più competitivi dove possono guadagnare di più. Da anni gli economisti si interrogano su perché gli Stati Uniti non hanno lo stesso approccio socialista dell’Europa allo stato. Forse la domanda si può rovesciare: perché l’Europa non ha lo stesso approccio socialista degli Stati Uniti allo sport? Perché le leghe calcistiche europee puniscono gli oppressi mentre gli sport nordamericani sono così comprensivi con gli sconitti? Nel loro famoso studio Why doesn’t the U.S. have a european-style welfare state? (Perché gli Stati Uniti non hanno un welfare all’europea?), del 2001, gli economisti Alberto Alesina, Edward Glaeser e Bruce Sacerdote osservano che le politiche dello stato sono un rilesso della storia nazionale. Negli Stati Uniti, per esempio, il retaggio della “frontiera aperta” dell’ottocento ha contribuito allo scetticismo verso l’ingerenza dello stato, mentre l’assenza di un partito socialista inluente dopo la seconda guerra mondiale ha reso più diicile il radicamento delle politiche di sinistra. Per analogia, forse, dovremmo guardare alla storia per risalire alle origini di questo sorprendente approccio liberista dell’Europa allo sport. Le attuali regole della Premier league, il campionato di calcio inglese, risalgono alla ine dell’ottocento, quando il calcio era in grande crescita e nel giro di pochi decenni nacquero centinaia di club in Inghilterra e in Galles. Proprietari, giocatori e tifosi si resero conto che il calendario era troppo caotico per organizzare le loro vite intorno al calcio. Nel 1888, 12 squadre si misero insieme per formare la prima lega del calcio inglese. Questo passaggio diede un minimo di struttura al gioco più popolare del mondo, stabilendo un calendario e un numero certo di partite in casa. Secondo la regola originale, le squadre peggiori della stagione dovevano fare domanda di “rielezione” per continuare a giocare nel campionato, altrimenti il loro posto sarebbe stato preso da una delle tante altre squadre concorrenti del paese. Con l’aumento del numero dei club e delle divisioni, il meccanismo della rielezione si trasformò in un sistema di promozioni e retrocessioni, un modello che si sarebbe poi afermato in tutti i campionati europei e del resto del mondo. Quella delle promozioni e delle retrocessioni era una soluzione tagliata su misura per un problema speciico del calcio inglese: il caos dell’abbondanza. In Inghilterra ci sono migliaia di società di calcio. Senza un minimo di ricambio all’interno delle divisioni più prestigiose, come la Premier league, centinaia di squadre non avrebbero mai la possibilità di migliorare le loro sorti. Le divisioni si calciicherebbero e i tifosi, senza alcuna speranza di accedere a livelli più alti, perderebbero interesse o si ribellerebbero.


Le leghe sportive nordamericane di oggi non hanno lo stesso problema di abbondanza. Per esempio, nella National football league (Nfl) ci sono solo 32 squadre e solo 30 nella Major league baseball (Mlb). Non c’è una 33esima squadra di football che contende un posto nella lega ai Tennessee Titans. Se una squadra di baseball va male per un periodo prolungato, magari perde tifosi o si sposta in un’altra città (che è una forma di retrocessione), ma nessuno penserebbe seriamente di mandare i Minnesota Twins a giocare in una lega minore. In realtà, ci sono stati diversi momenti nella storia degli Stati Uniti in cui nello stesso sport coesistevano leghe diverse. Nel football c’erano l’American football league e la National football league, ma si sono fuse nel 1970 per evitare di rubarsi a vicenda i giocatori di maggior talento. La Basketball association of America e la National basketball league si sono fuse negli anni quaranta. Ormai da decenni, quindi, esiste un’organizzazione monopolistica dominante – in sostanza un cartello – in ciascuno degli sport più popolari. Con un numero ristretto e relativamente isso di squadre per ciascun campionato, le società sportive professionistiche nordamericane hanno un problema diverso: come evitare che una singola squadra rimanga irrimediabilmente indietro. Se nella National basket association (Nba) i Philadelphia 76ers continueranno a battere record negativi per dieci anni di seguito, correranno il rischio di perdere la base dei tifosi in città e di nuocere ai ricavi televisivi. La Premier league inglese e la Nl hanno preoccupazioni apparentemente diverse, ma su entrambe le sponde dell’Atlantico le leghe sportive cercano di rispondere alla stessa domanda: come si afronta il problema dell’insuccesso? Come si fa a tenere vivo l’interesse dei tifosi delle squadre più deboli? Nel calcio inglese, dove ci sono centinaia di squadre più o meno di pari livello dal punto di vista tecnico,

a tenere vivo l’interesse è la promessa del ricambio: le partite di ine stagione tra squadre deboli assumono un’importanza enorme perché una sconitta può significare la retrocessione. Nel football americano, dove ci sono esattamente 32 squadre più o meno di pari livello, è la promessa della parità a tenere acceso l’interesse: se quest’anno una squadra della Nl fa schifo, ci sono più speranze che migliori l’anno prossimo. Promozioni e retrocessioni rendono più avvincenti i campionati europei, mentre il sistema statunitense alimenta le speranze quando la stagione inisce. In realtà, anche le leghe professionistiche del Nordamerica hanno un sistema di promozioni e retrocessioni, ma tra i giocatori. Le squadre di baseball spesso mandano i più scarsi a giocare nelle leghe minori (Aaa) o chiamano i migliori delle leghe minori a giocare nella Mlb. Le squadre della Nl fanno una manovra simile, spostando i giocatori dalla squadra delle riserve alla prima squadra. Il miglior giocatore della Aaa probabilmente è più bravo di molti giocatori della Mlb, e il miglior playmaker della squadra delle riserve probabilmente è pronto per giocare la domenica con i titolari. Come osservano Alesina, Glaeser e Sacerdote, le scelte politiche non sono scritte nelle stelle, ma sono il frutto delle vicende storiche. E la storia moderna degli sport professionistici nordamericani è la storia di singole organizzazioni che hanno monopolizzato il talento in ciascuno sport. Mentre nel calcio inglese esistono migliaia di squadre, negli Stati Uniti ci sono solo una Nl, una Nba, un Mlb e una Nhl (National hockey league). Per assicurare la massima popolarità dei loro rispettivi monopoli, hanno fatto della parità la loro virtù cardinale. E per imporre la parità, hanno imboccato quella “via al socialismo” che le istituzioni politiche statunitensi hanno fermamente riiutato. A giudicare dai loro enormi proitti, a volte essere magnanimi con gli sconitti può essere una strategia vincente. u fas

DEREK THOMPSON

è un giornalista statunitense. Questo articolo è uscito sull’Atlantic con il titolo Why american sports are socialist.

Scuole Tullio De Mauro

Arriva l’xq L’XQInstitute aveva messo in palio un premio da cento milioni di dollari per le scuole medie superiori. Le domande sono state tante, così dieci scuole – le più credibili e più funzionali all’idea dell’istituto – hanno vinto dieci milioni di dollari ciascuna. Va bene valutare le scuole per quanto sanno sviluppare l’iq, il quoziente d’intelligenza di chi apprende, va bene tener conto dell’eq, il quoziente emozionale. Ma bisogna badare anche all’xq, dove x designa la capacità di adattarsi con

successo a mutamenti imprevedibili, come quelli che attendono chi sta per uscire dalle scuole medie superiori. La direzione dell’istituto non assegna i premi a fondo perduto. Cercherà invece di mettere a frutto le esperienze di realizzazione dei progetti e quindi li seguirà veriicandone l’impegno specie in alcune direzioni: educazione al rispetto degli immigrati, tutela di disabili e disagiati e più in generale attenzione ai diritti civili e tutela dell’ambiente. Il New York Ti-

mes ha dedicato un servizio alle scuole premiate e all’iniziativa. Rispetto ad altre donazioni muniiche, qui c’è un’idea educativa, c’è la coscienza sia della necessità di ripensare l’insegnamento medio superiore sia della diicoltà di farlo. L’XQInstitute è presieduto e sostenuto da Laurene Powell, vedova di Steve Jobs, da molti anni impegnata in iniziative educative. Ma come chiarisce Russlynn Ali, direttrice dell’istituto, il denaro da solo non basta per fare bene scuola. u Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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ChIaRa DaTToLa

Scienza

è ancora presto per i igli senza ovuli Gretchen Voge, Science, Stati Uniti La notizia di embrioni di topo “prodotti senza ovuli” ha fatto il giro del mondo. Ma le cose non stanno proprio così. Ecco come preparare un titolo a efetto in cinque, semplici passi o, gli scienziati non hanno ancora capito come fare dei “igli senza madri” né sono vicini a creare un embrione senza usare un ovulo. Uno studio pubblicato di recente sulla rivista Nature Communications ha suscitato un fermento di titoli su metodi futuristici per aggirare la classica formula “sperma + ovulo = embrione”. Secondo varie testate, infatti, i ricercatori sarebbero pronti a creare un bambino usando, per esempio, una cellula della pelle al posto di una cellula uovo e rendendo così possibile a una coppia gay avere un iglio tramite la fusione dello sperma dell’uno con una cellula della pelle dell’altro. Quasi tutti i titoli e i relativi articoli, però, trascurano un dettaglio fondamentale: per ottenere dei topolini, i ricercatori coordinati da Tony Perry, embriologo dell’uni-

N

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versità di Bath, nel Regno Unito, hanno fatto ricorso a ovuli, o ovociti, chimicamente stimolati a dividersi (di solito è la fecondazione tramite sperma a dare il segnale). Cioè hanno usato ovuli che avevano cominciato a trasformarsi in partenoti, un insolito tipo di embrione precoce. Le cellule del partenote contengono solo la metà del numero normale di cromosomi proprio perché l’ovulo non è stato fecondato. Quando gli scienziati hanno prelevato una delle due cellule del partenote – circa mezza giornata dopo aver indotto l’ovocita a dividersi – e hanno iniettato uno spermatozoo, la combinazione ha dato vita, più o meno in un quarto dei casi, a dei piccoli di topi. L’esperimento è abbastanza interessante per chi studia i fondamenti della divisione cellulare e della fecondazione. E questo spiega il commento, ampiamente riportato dai giornali, di Robin Lovell-Badge, del Francis Crick institute di Londra, secondo cui il lavoro è stato un “tour de force tecnico”. Però lo studio non ha nulla a che fare con la creazione di un embrione senza ovulo. Come spiegano quasi tutti i manuali d’introduzione alla biologia, quello che permette a spermatozoo e ovulo di fondersi per creare un nuovo organismo è il fatto

che entrambi contengono solo la metà dei cromosomi degli altri tipi di cellule. Il termine tecnico è cellula aploide (quella con un numero normale di cromosomi è diploide). Le cellule somatiche, come per esempio quelle della pelle, non sono aploidi e nessuno sa come renderle tali. Inoltre, l’ovulo contiene potenti fattori, ancora ignoti, che gli consentono di guidare i primi passi dello sviluppo embrionale. Sono stati proprio questi fattori a permettere il trasferimento nucleare delle cellule somatiche (più noto come clonazione) che hanno portato alla creazione della celebre pecora Dolly dalla cellula di una ghiandola mammaria (diploide). Il nuovo studio dimostra che la magia dell’ovulo persiste perino dopo la stimolazione artiiciale a dividersi in due cellule, ma non rivela quali siano questi fattori né indica come si possano inserire in una cellula somatica.

La ricetta mediatica Che ci piaccia o meno, gli ovuli sono ancora insostituibili. Perciò, senza ulteriori indugi, ecco la ricetta per trasformare un modesto studio di biologia dello sviluppo in una bomba mediatica. 1) Prendere il titolo di uno studio zeppo di termini tecnici: “Topi creati da riprogrammazione mitotica di sperma iniettato in partenoti aploidi”. 2) Filtrare lo studio in un linguaggio più accessibile. Prendere il testo del comunicato stampa della rivista (“Uno studio su Nature Communications dimostra che lo sperma di topo iniettato in un embrione inattivo modiicato può generare una prole sana”) e aggiungere un titolo a effetto: “Sperma di topo genera prole vitale senza fecondazione in ovulo”. 3) Procurarsi un uicio stampa che inviti i giornalisti di Londra a un incontro con gli autori dello studio. Titolo del comunicato del Science media centre: “Produrre embrioni da una cellula che non è un ovulo”. 4) Fare in modo che circoli una citazione elogiativa di uno scienziato noto e stimato: “È un tour de force tecnico”. 5) Cuocere per 24 ore e servire senza commenti aggiuntivi. Titolo del Telegraph: “Presto possibili figli senza madri: gli scienziati hanno creato cuccioli vitali in assenza di ovuli” e il titolo del Guardian: “Per gli scienziati, le cellule della pelle si potrebbero usare al posto degli ovuli per creare embrioni”. u sdf


SALUTE

Le manovre dello zucchero

SALUTE

Prostata da sorvegliare

Environmental Science & Technology, Stati Uniti La polvere di casa contiene molte sostanze chimiche, che in qualche caso potrebbero essere dannose per la salute delle persone più vulnerabili, come i bambini. Per provare a fare il punto della situazione, un gruppo di ricercatori ha raccolto tutte le ricerche precedenti sulle sostanze chimiche che si possono trovare in un tipico appartamento di un paese sviluppato come gli Stati Uniti. Sono stati analizzati anche ambienti come scuole e uici. È emerso che nella polvere sono presenti composti chimici come ftalati, fenoli, ritardanti di iamma, profumi sintetici e sostanze perluoroalchiliche. I composti derivano dai detersivi e dai prodotti per la pulizia, ma anche dalle vernici usate in casa e sui mobili, e dagli altri prodotti per l’edilizia. Anche gli apparecchi elettrici e informatici sono una fonte di sostanze chimiche. Tutte queste sostanze, se ingerite, inalate o comunque assorbite, possono presentare un rischio per la salute. Per esempio, potrebbero aumentare il rischio di cancro, di malattie del sistema immunitario, riproduttivo ed endocrino, e di problemi dello sviluppo. L’esposizione a queste sostanze è quasi permanente, poiché nei paesi sviluppati le persone trascorrono molte ore al chiuso. Resta, però, da chiarire se le quantità presenti siano efettivamente dannose. u

Paleontologia

IN BREVE

Astronomia È stata creata una nuova mappa tridimensionale della Via Lattea, la più dettagliata inora. Sono state incluse 1.142 milioni di stelle. La mappa, realizzata con i dati della sonda Gaia dell’Agenzia spaziale europea, riporta la distanza delle stelle e altre caratteristiche. Sarà utile per capire la formazione e la struttura della galassia. I quindici studi relativi alla mappa saranno pubblicati su Astronomy & Astrophysics. Etologia Il corvo delle Hawaii usa ramoscelli per estrarre il cibo dai tronchi. Finora questo comportamento era stato osservato solo una volta nel corvo della Nuova Caledonia. Lo studio è stato condotto su individui tenuti in centri faunistici, poiché il corvo delle Hawaii è probabilmente estinto in natura. Sarà quindi diicile capire se anche nelle foreste i corvi avevano lo stesso comportamento, scrive la rivista Nature.

ARCHEOLOGIA

Indaco peruviano

Ritratto di dinosauro È stato ricostruito l’aspetto del Psittacosaurus, un dinosauro del cretaceo il cui fossile è stato trovato in Cina. L’animale aveva il dorso scuro e la parte ventrale più chiara, caratteristiche che hanno ancora oggi molti animali. Questa colorazione permette di essere meno visibili negli habitat con luce difusa, come le foreste, scrive Current Biology. u

Il blu indaco usato ancora oggi per colorare i jeans sarebbe nato più di seimila anni fa in Perù, scrive Science Advances. Gli scavi archeologici di Huaca Prieta, nel nordovest del paese, hanno portato alla luce tessuti di cotone colorati con l’indigotina, un pigmento vegetale derivato dalle foglie dell’Indigofera tinctoria. Il più antico tessuto conosciuto inora di questo colore, che si difuse nel mondo antico attraverso i continenti, fu prodotto 4.400 anni fa in Egitto.

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JAkOb VINTHER (UNIVERSITà DI bRISTOL) E bOb NICHOLLS (PALEOCREATIONS.COM)

Il trattamento aggressivo di un tumore alla prostata localizzato e a uno stadio precoce non sembra dare sempre molti vantaggi. Una sperimentazione che ha coinvolto più di 1.600 uomini tra i 50 e 69 anni ha mostrato che il 99 per cento era ancora vivo dopo dieci anni, indipendentemente dal trattamento ricevuto: chirurgia, radioterapia o sorveglianza attiva, cioè controlli regolari ed eventuale intervento. Tuttavia, dallo studio emerge anche che radioterapia e chirurgia limitano la difusione del tumore. Secondo il New England Journal of Medicine, quindi, solo se l’aspettativa di vita di una persona è minore di dieci anni, potrebbe valere la pena optare per la sorveglianza attiva, evitando gli efetti collaterali delle terapie.

Nella polvere di casa ESA/GAIA/DPAC

Nel 1967 il New England Journal of Medicine pubblicò uno studio che riconosceva nei grassi saturi, e non negli zuccheri, il principale nemico del cuore. Negli stessi anni alcune ricerche indicavano invece che il consumo di zuccheri aggiunti era un importante fattore di rischio cardiovascolare. Oggi 319 documenti passati al setaccio dai ricercatori dell’università della California a San Francisco rivelano che in realtà i tre autori dello studio ricevettero 50mila dollari da quella che poi sarebbe diventata la Sugar association. Con retribuzioni non trasparenti, denuncia Jama Internal of Medicine, la lobby dello zucchero condizionò per anni il dibattito sul tema, ritardando la comprensione degli efetti di una dieta ricca di zuccheri sulle malattie coronariche.

Chimica


Il diario della Terra Ethical living

Norvegia

Nicaragua India 4,1M

Niger

Colombia 6,1M

Meranti

REUTERS/CONTRASTO

di Niamey, la capitale del Niger, sono rimasti allagati a causa dello straripamento del iume Niger. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. u Un uomo è morto nelle alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito lo stato del Victoria, nel sudest dell’Australia.

Yongchun, Cina Cicloni Almeno 18 persone sono morte nel passaggio del tifone Meranti sul sudest della Cina, e altre undici risultano disperse. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case. In precedenza il tifone aveva causato la morte di due persone a Taiwan. u Otto persone sono rimaste ferite nel passaggio del tifone Malakas in Giappone.

Alluvioni Alcuni quartieri

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Vulcani Si è risvegliato il vulcano Piton de la Fournaise, sull’isola della Réunion, un dipartimento d’oltremare francese. Lupi La Norvegia ha

Australia

Nuova Zelanda 5,1M

autorizzato l’abbattimento di 47 lupi, circa il 70 per cento della popolazione totale del paese, per proteggere gli allevamenti. La misura è stata duramente contestata dal Wwf. Rane Migliaia di esemplari di raganella dagli occhi rossi, una specie a rischio di estinzione che vive in America Centrale, Messico e Colombia, sono stati trasferiti in una riserva in Nicaragua per proteggerli dagli efetti del cambiamento climatico e della deforestazione. Maldive, uno squalo balena

dAVId LOh (REUTERS/CONTRASTO)

Siccità Secondo le Nazioni Unite, in Somalia più di 300mila bambini di meno di cinque anni hanno bisogno di aiuti alimentari urgenti a causa della siccità che ha colpito il nord del paese.

Malakas

Somalia

La Réunion (Francia) -78,9°C Vostok, Antartide

Terremoti Un sisma di magnitudo 6,1 sulla scala Richter ha colpito il nordovest della Colombia, senza causare vittime. Altre scosse sono state registrate in Corea del Sud, in Nuova Zelanda e in India.

Diferenziata più chiara

Corea del Sud 5,4M

45,0°C Adrar, Algeria

Mare I grandi animali marini, come squali, tonni e balene, hanno più probabilità di estinguersi rispetto agli organismi più piccoli. L’efetto è dovuto alla pesca, che colpisce soprattutto le creature di dimensioni maggiori, scrive Science. Nelle grandi estinzioni precedenti gli organismi più minacciati erano invece quelli di piccole dimensioni. La scomparsa degli animali più grandi potrebbe alterare l’ecosistema marino in modo più profondo rispetto alle estinzioni precedenti.

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u Lampadine, confezioni di patatine, bicchieri da caffè monouso: la maggior parte delle persone non sa dove buttarli. La Viridor, un’azienda che si occupa di raccolta differenziata nel Regno Unito, ha intervistato online 1.500 britannici e ha scoperto che il 63 per cento delle persone è confuso perché ogni amministrazione locale usa colori diversi per i raccoglitori della differenziata, il 43 per cento non sa in quale giorno si raccoglie un determinato tipo di rifiuto e il 73 per cento vorrebbe maggiore trasparenza sulla destinazione della spazzatura. In generale, c’è una scarsa fiducia sulle capacità gestionali delle autorità. Le persone, scrive il Guardian, vorrebbero riciclare di più, ma chiedono un sistema di raccolta migliore e più chiaro. Spesso mancano le informazioni su quello che si può riciclare. Per esempio, il 56 per cento delle persone non sa se la pellicola di plastica è riciclabile e il 52 si chiede come riciclare il telefono cellulare. Il risultato è la contaminazione della raccolta differenziata: basta un rifiuto messo nel bidone sbagliato per costringere a una nuova selezione di tutto il contenuto, con un forte aumento dei costi. Una possibile soluzione è l’indicazione sulle confezioni di come fare la raccolta differenziata. Anche gli enti locali dovrebbero adeguarsi, organizzando la raccolta in accordo con le etichette. Semplificare il sistema potrebbe far aumentare la quantità di materiale riciclato, ridurre le tasse dovute allo smaltimento in discarica e diminuire lo scarto negli impianti di riciclo.


Annunci

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Il diario della Terra Il pianeta visto dallo spazio 09.05.2016

Il porto di Aden, nello Yemen

Gold Mohur

EARtHobSERvAtoRY/NASA

Mualla

Nord 1 km

u Un astronauta a bordo della Stazione spaziale internaziona­ le in orbita sullo Yemen ha scat­ tato questa foto del porto di Aden, la seconda città del pae­ se. Il porto è formato da un vul­ cano spento, una lingua di sab­ bia e un’ampia baia. Subito sot­ to il vulcano, il quartiere della città noto appunto come Crater si afaccia sui moli del vecchio porto e sulla fortezza di Sira, roccaforte dell’undicesimo se­ colo che sorge su un isolotto da­ vanti alla costa. La zona turistica di Gold Mohur sfrutta le spiagge e le onde di questo tratto costiero aperto, con il vulcano che gli fa

Fortezza di Sira

da sfondo. Sul lato della baia ri­ parato dal vulcano c’è il porto più grande di Mualla, snodo economico di Aden. La distesa di sabbia è co­ sparsa di laghetti salati da cui l’acqua marina evapora sotto un sole quasi costante. Da seco­ li il sale è per Aden un impor­ tante bene d’esportazione. L’aeroporto internazionale di Aden (l’ex Raf Khormaksar, cioè la base dell’aviazione bri­ tannica) è il secondo dello Ye­ men, circondato dalle amba­ sciate e da una grande univer­ sità. Aden sorge vicino all’estre­ mità meridionale del mar Ros­

Situata nello Yemen meridionale, la città di Aden ha quasi 800mila abitanti. Con il suo porto naturale è stato a lungo un crocevia strategico delle rotte tra l’India e l’Europa.

u

so, un punto critico in cui con­ vergono le principali rotte ma­ rittime tra Egitto e Mediterra­ neo, golfo Persico e India, e il lungo litorale dell’Africa orien­ tale. Per controllarle, il Regno Unito occupò Aden e le zone li­ mitrofe della penisola araba tra il 1839 e il 1967. La piccola en­ clave di Gibuti, sulla costa afri­ cana, fu occupata dalla Francia per lo stesso motivo. Dallo scoppio della guerra civile nello Yemen nel 2015, Aden è controllata dalle forze che sostengono il presidente i­ losaudita in esilio Abd Rabbo Mansur Hadi.–M. Justin Wilkinson (Nasa)

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Economia e lavoro vole alle imprese. In Francia Marine Le Pen, la leader del Front national, sarà quasi sicuramente una delle favorite alle presidenziali del 2017. Eventi senza precedenti sono diventati la norma. Nel 2011 l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato per la prima volta il debito pubblico degli Stati Uniti. L’insolvenza della Grecia è stata la prima in un paese del mondo sviluppato. Donald Trump stravolge ogni giorno qualsiasi convenzione politica.

ThOMAS JACkSON (GETTy)

Piani d’emergenza

Neanche l’occidente è sicuro per le aziende The Economist, Regno Unito Di solito le multinazionali valutano i rischi politici quando investono nei paesi emergenti. Oggi invece devono prendere atto che anche il mondo ricco è diventato molto instabile e multinazionali hanno sempre prestato particolare attenzione ai rischi legati alla situazione politica dei paesi in via di sviluppo. Spesso si rivolgono a società di consulenza, che tengono d’occhio eventuali sviluppi allarmanti nelle zone d’investimento più remote. È in forte aumento la richiesta di coperture assicurative per tutelarsi da eventi come il colpo di stato in Turchia, le sanzioni contro la Russia o un’insolvenza del Venezuela. Oggi, però, molte aziende sono costrette a prestare la stessa attenzione anche al rischio politico nei paesi ricchi. Basta pensare al voto sulla Brexit, che ci ha ricordato come l’impossibile possa trasformarsi in improbabile e poi diventare realtà. Le imprese hanno davanti anni d’incertezza. Oltre alla Brexit, l’Europa si trova di fronte a diverse crisi possibili. La Spagna è

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sulla buona strada verso la sua terza elezione in un anno. Il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ha promesso di dimettersi se perderà il referendum costituzionale previsto per la ine dell’anno, proprio mentre il sistema bancario è particolarmente instabile. La cancelliera tedesca Angela Merkel si sta indebolendo a causa delle sue impopolari politiche sui rifugiati. Molti esperti credono che si cominci a correre più rischi nei paesi ricchi. Il governo indiano, dicono, non è stabile e sostiene politiche favorevoli alle aziende. Vladimir Putin ha riportato l’ordine in Russia, anche se a un prezzo terribilmente alto. La Cina presenta piani quinquennali, mentre gli Stati Uniti faticano ad approvare il bilancio. È una visione discutibile, visto che il Brasile e il Sudafrica passano da una crisi di corruzione all’altra. In ogni caso è in corso un grande cambiamento. Negli ultimi trent’anni le multinazionali attive nei mercati sviluppati hanno operato in un ambiente per lo più favorevole. Ma ora non è più così. Lo spettro politico si sta ampliando. Nel Regno Unito Jeremy Corbyn, un socialista vecchio stampo, è alla guida del Partito laburista, un tempo espressione massima di una sinistra favore-

Le imprese devono riconoscere che molti paesi sviluppati sono diventati mercati ad alto rischio e potrebbero rendersi necessarie strategie di solito applicate ai mercati emergenti: non concentrare i propri investimenti in un numero di paesi troppo ristretto, sviluppare “piani d’emergenza” in caso di crisi improvvise, trasferire o ridurre il giro d’afari se un leader populista dovesse arrivare al potere. In genere le aziende sono molto restie a investire a lungo termine quando la crescita è molto lenta, come in occidente. Il rischio politico potrebbe ampliicare quest’esitazione e far concentrare le imprese sulle scommesse a breve termine o sui titoli sicuri. Tuttavia, se le aziende tornassero a investire a lungo termine rischierebbero di far crescere l’instabilità, innescando un circolo vizioso fatto di ristrutturazioni aziendali, che favoriscono la stagnazione, che a sua volta produce malcontento popolare e ulteriore caos politico. Bisogna integrare la prudenza con strategie più intraprendenti. Disinnescare la rabbia dell’opinione pubblica verso gli eccessi aziendali, come la retribuzione dei dirigenti, è una priorità sia economica sia politica. I conciliaboli dei superricchi che s’incontrano per discutere della piaga della disuguaglianza puzzano di dibattito tra aristocratici sull’opportunità di distribuire qualche briciola dalle loro sontuose tavole. Il Forum economico mondiale di Davos ha scelto come tema per il prossimo meeting la “leadership responsabile”, una decisione che ha quasi del ridicolo. Le quattro chiacchiere su invito non bastano. Le aziende devono essere consapevoli delle conseguenze politiche delle loro operazioni quotidiane: dalla retribuzione dei dirigenti alle nomine nei consigli d’amministrazione. Il prezzo della libertà di fare afari nel mondo ricco oggi è costituito da una costante attenzione a questi dettagli. u ct


giappone

cina

grandi rischi inanziari

ASIM HAfeez (BLooMBeRg/getty)

alla ricerca della crescita

La Cina rischia una grave crisi nel suo settore inanziario, scrive l’Independent. Lo aferma la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), un istituto con sede in Svizzera che vigila sul settore inanziario globale. La Bri basa la sua analisi sul creditto-gdp gap, un indice costituito dalla diferenza tra il rapporto tra credito e pil di un paese e la sua tendenza sul lungo periodo. Quanto più è ampia la diferenza tanto maggiore è il rischio di una crisi. In sostanza, l’indice aumenta se le banche di un paese prestano troppo e il pil nazionale tende a diminuire: questo vuol dire che in futuro i creditori di quegli istituti potrebbero non essere in grado di rimborsare i soldi avuti in prestito. “Nel primo trimestre del 2016 il creditto-gdp gap della Cina è arrivato a quota 30,1. La Bri ritiene che ci sia un serio rischio già quando l’indice arriva a 10. Un anno fa il credit-to-gdp gap della Cina era a quota 25,4”.

Prezzo medio di una maglietta di cotone per provenienza 7,33 in Francia, euro 6,61 Fonte: Le Monde 4,63 3,36 2,11

Ba ng la de Bu sh lg ar i tu a ni sia C in tu a rc h Vi ia et n Po am rto ga llo

1,76

3,65

La banca centrale giapponese prosegue nella sua politica di stimolo dell’economia, scrive il Financial Times. L’istituto ha mantenuto il tasso d’interesse al -0,1 per cento, il livello issato lo scorso gennaio per spingere le banche a non tenere fermi i loro soldi ma a prestarli alle imprese e alle famiglie. Alcuni esperti prevedevano un ulteriore abbassamento sotto lo zero, ma secondo la banca centrale avrebbe causato perdite eccessive al settore inanziario. L’istituto guidato da Haruhiko Kuroda (a destra nella foto), inine, ha confermato a zero gli interessi sui titoli di stato con scadenza decennale. u

germania

Una multa salata Le autorità statunitensi hanno chiesto alla Deutsche Bank, la principale banca tedesca, un risarcimento di 14 miliardi di dollari per frodi commesse ai danni dei consumatori durante la crisi inanziaria scoppiata nel 2008. Come spiega la Süddeutsche Zeitung, “è una richiesta che potrebbe mettere in ginocchio la banca tedesca e che, in qualche modo, sa di ‘guerra commerciale’”. La Deutsche Bank, osserva il quotidiano tedesco, “aveva da poco avviato delle trattative con le autorità statunitensi, e non era mai accaduto che a questo stadio dei colloqui trapelassero in-

discrezioni”. In ogni caso l’istituto è “con le spalle al muro: mentre un’azienda come la Apple è in grado di pagare i 13 miliardi di euro di tasse non pagate chiesti di recente dalla Commissione europea, la Deutsche Bank nel 2015 ha perso 6,8 miliardi di euro e in bilancio aveva accantonato 5,5 miliardi per risolvere le sue controversie giudiziarie”. Le multe più alte inlitte a una banca dopo il 2008, miliardi di dollari Fonte: Süddeutsche Zeitung Bank of America, 2014

16,7

Deutsche Bank, 2016

14,0

JP Morgan 2013 Citigroup 2014 goldman Sachs, 2016

13,0 7,0 5,0

JASoN Lee (ReUteRS/CoNtRASto)

“L’industria tessile e dell’abbigliamento risente dei disordini geopolitici che sconvolgono il pianeta” e tende sempre più a spostarsi verso est, scrive Le Monde. Dopo il recente colpo di stato in turchia, per esempio, il governo di Ankara ha sequestrato due importanti fabbriche tessili, considerate troppo vicine all’opposizione. e ora i numerosi clienti occidentali dei due laboratori “temono che i loro ordini non potranno mai essere evasi”. L’instabilità politica tiene lontane le aziende tessili anche dall’Ucraina e dalla regione del Maghreb. Se ne avvantaggiano paesi come il Vietnam e la Cambogia, che hanno un costo del lavoro più basso di quello cinese e ormai stanno per raggiungere il Bangladesh nella classiica dei grandi esportatori di capi d’abbigliamento fabbricati per conto delle multinazionali occidentali. “In cima c’è sempre la Cina, con 175 miliardi di dollari di esportazioni nel 2015, seguita dall’Unione europea, dal Bangladesh e in quarta posizione dal Vietnam”.

toRU HANAI (ReUteRS/CoNtRASto)

aziende

L’instabilità del tessile

in breve

Svezia Dal 2017 il governo svedese ridurrà l’iva sulla riparazione di oggetti come gli elettrodomestici, le scarpe, le biciclette e i vestiti dal 25 al 12 per cento. L’obiettivo della misura è incoraggiare le persone a non buttare via subito i prodotti più usati nella vita di ogni giorno. In questo modo, inoltre, si spera di creare opportunità di lavoro per chi non ha un livello di specializzazione elevato.

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Strisce


Sulle orme di Ariosto e Bassani Visite guidate gratuite nel centro storico di Ferrara, alla scoperta di autori e personaggi della letteratura italiana che hanno reso celebre la cittĂ  estense VenerdĂŹ 30 settembre ore 16.00 Sabato 1 ottobre ore 10.00 ore 11.00 ore 16.00

Letture a cura di Ferrara Of e performance a cura di Teatro Nucleo Prenotazione obbligatoria presso l’infopoint del festival in piazza Trento e Trieste

Partenza delle visite da Piazza Municipale Ingresso gratuito a numero chiuso

Domenica 2 ottobre ore 10.30

Con la collaborazione del Comune di Ferrara

Le visite sono oferte da


L’oroscopo

Rob Brezsny Questa è la mia traduzione di un brano del Vangelo di Tommaso, un testo apocrifo sugli insegnamenti di Gesù. “Se non ti svegli e non li realizzi, i potenziali talenti che hai dentro di te ti danneggeranno. Se ti svegli e li realizzi, i potenziali talenti che hai dentro di te ti guariranno”. Svegliarsi e riuscire a sviluppare quei talenti dipenderà da due cose: la capacità di individuarli chiaramente e la determinazione a realizzarli con la tua aggraziata forza di volontà. Te lo dico, Bilancia, perché i prossimi mesi saranno un periodo estremamente favorevole per accelerare la maturazione dei tuoi talenti.

ARIETE

Anche se sei un appassionato cacciatore di avventure che ha opinioni e desideri estremi, nelle prossime settimane faresti meglio ad assumere un atteggiamento più moderato nei confronti della vita. Anzi, sarà più facile per te attirare l’aiuto e l’ispirazione che ti servono se userai la strategia di Riccioli d’oro nella Storia dei tre orsi: non essere eccessivo né sottotono, non essere esagerato né sobrio, e neanche scurrile, chiassoso, sfacciato o passivo, ma scegli la giusta via di mezzo.

ILLUSTRAZIONI DI FRANCESCA GHERMANDI

TORO

Alcuni dei miei lettori mi amano e allo stesso tempo mi odiano. Sono attratti dai miei oroscopi perché sperano di trovare un po’ di sollievo dalla loro abituale soferenza, ma quando succede si arrabbiano. Ripensando al passato, si sentono perduti senza la compagnia familiare della loro sofferenza: era una componente fondamentale della loro identità, una fonte di stabilità, e quando scompare non sanno più chi sono. Sei come queste persone, Toro? Allora forse dovresti evitare di leggere i miei oroscopi per un po’ di tempo, perché sto per intraprendere una crociata per mettere ine alla tua angoscia e alla tua agitazione. A partire da ora, con questa frase: la tua ferita è una benedizione. Scopri perché. GEMELLI

Ieri notte ho sognato che dei cattivi con il cappello bianco ti mettevano una camicia di forza di tela, poi ti avvolgevano con una pesante catena d’acciaio chiusa

con tre lucchetti, ti portavano in un campo di erbacce dietro a un deposito abbandonato e ti lasciavano lì nel buio totale. Ma tu eri indomabile. All’alba eri già miracolosamente riuscito a divincolarti ed eri tornato a casa libero e impavido. La mia interpretazione del sogno è che in questo momento sei un grande artista della fuga. Nessuna gabbia può trattenerti. Nessun groviglio può confonderti. P.S. Per ottenere risultati migliori, idati di te stesso più del solito. CANCRO

Le prossime quattro settimane saranno il momento ideale per tornare a casa. Ecco nove consigli per riuscirci. 1) Nutri le tue radici. 2) Rinforza le tue fondamenta. 3) Medita su qual è veramente il tuo posto nel mondo. 4) Prenditi più cura di te. 5) Onora le tue tradizioni. 6) Vai in pellegrinaggio nella terra dei tuoi antenati. 7) Stabilisci un rapporto più intimo con il pianeta. 8) Esprimi in modo ingegnoso la tua tenerezza. 9) Rinvigorisci il tuo impegno nei confronti delle inluenze che ti nutrono e ti sostengono. LEONE

Quali potrebbero essere gli strumenti migliori per il compito che sarai chiamato a svolgere nelle prossime settimane? Il martello o le pinzette? Le cesoie o la macchina da cucire? La chiave inglese o il cacciavite? Secondo me, dovrai sempre tenere a portata di mano la tua cassetta degli attrezzi. Potresti aver bisogno di cambiare arnese a metà dell’opera o perino di usarne diversi. Prevedo almeno una situazione in cui

faresti bene ad alternare il martello e le pinzette.

modo migliore per realizzare i tuoi sogni a lungo termine è divertirti e goderti la vita più che puoi.

VERGINE CAPRICORNO

Scrivere oroscopi mi fa guadagnare abbastanza per permettermi di mangiare bene, perciò non dovrò più rubare il pane nei negozi né andare a cercare lattine ammaccate nei cassonetti. A cosa è dovuta questa mia fortuna economica, a parte il fatto che ho sempre cercato di migliorare le mie capacità di astrologo e di scrittore? Credo che c’entri anche la mia determinazione a essere generoso. Da quando ho imparato a esprimere compassione e a elargire benedizioni, il lusso di denaro è diventato sempre più abbondante. Pensi che questo sistema potrebbe funzionare anche per te? Le prossime settimane e i prossimi mesi saranno un buon momento per sperimentarlo.

Ti propongo un patto: nelle prossime tre settimane dirò tre preghiere al giorno per te, chiederò a Dio, al Fato e alla Vita di mandarti tutti i riconoscimenti che meriti, cercherò di convincerli a regalarti la magniica esperienza di essere visto per quello che sei. In cambio, ti impegnerai ad agire rigorosamente in base alle tue convinzioni più profonde, a esprimere i tuoi desideri più nobili e a dire solo quello che pensi veramente. Cercherai di accorgerti quando ti stai allontanando dalla via del cuore e ti rimetterai subito sulla strada giusta. Sarai te stesso tre volte più profondamente e chiaramente di quanto tu non sia mai stato.

SCORPIONE

ACQUARIO

Non puoi eliminare completamente dalla tua vita le esperienze inutili, i futili sabotatori e le distrazioni debilitanti, ma stai entrando in una fase del tuo ciclo astrale nella quale hai più capacità del solito di contenere i loro efetti. Per dare avvio a questa diicile ma nobile impresa prova a: ridurre i contatti con tutto quello che tende a mortiicare il tuo spirito, smorzare la tua voglia di vivere, limitare la tua libertà, ignorare la tua anima, compromettere la tua integrità, non rispettare la tua riverenza: inibire la tua capacità di esprimerti, distoglierti da quello che ami.

Se hai deciso di rilassarti con una bevanda alcolica, non metterti a guidare un trattore o un monociclo. Se hai il sospetto di essere particolarmente fortunato nel gioco d’azzardo, non comprare biglietti della lotteria e non giocare alle slot machine. E se pensi veramente che sarebbe divertente giocare con il fuoco, portati dietro un estintore. Con questi consigli, non intendo dire che non dovresti mai superare i limiti o piegare le regole, ma voglio essere sicuro che, se anche oserai sperimentare, rimarrai saggio e moralmente responsabile.

SAGITTARIO

PESCI

Lavora in modo esagerato e impegnati oltre ogni limite, Sagittario. Mangia popcorn a colazione, gelato a pranzo e patatine fritte a cena, possibilmente tutti i giorni. E, ti prego, non dormire più di quattro ore a notte. Sto scherzando! Non ti azzardare a dare ascolto a questi ridicoli suggerimenti. Anzi, ti consiglio di fare l’esatto contrario. Inventa scuse geniali per non lavorare troppo. Regalati i pasti più rainati e le migliori dormite di sempre. Porta al massimo livello la tua arte del rilassamento. In questo momento il

Ti invito a esplorare il potere risanatore del sesso. Se cercherai di sistemare gli aspetti della tua vita erotica che ti sembrano goi o mutilati, le prossime settimane saranno un periodo favorevole per attirare la buona sorte. Per ottenere il massimo, cancella tutte le tue teorie su come l’intimità isica dovrebbe funzionare nella tua vita. Adottando la mentalità del principiante potresti raggiungere risultati spettacolari. P.S. Non devi necessariamente avere un compagno o una compagna per sfruttare al massimo questa opportunità.

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internazionale.it/oroscopo

BILANCIA

COMPITI PER TUTTI

Qual è la cosa che potresti cambiare di te per migliorare la tua vita sentimentale?


L’ultima

leo, colombIa

el roto, el país, spagna

“si identiichi!”. “umano”.

keefe

sutovec, slovaccHIa

referendum in colombia, il 2 ottobre, sugli accordi di pace.

wHeeler

cHappatte, tHe InternatIonale new york tImes

In russia il partito di vladimir putin ha ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni legislative.

“credevo che quest’auto si guidasse da sola”. “poteva, inché non ha cominciato a scrivere messaggi”.

sondaggi.

“smettila di fare il fact-checking alla favola”.

Le regole Aglio 1 Ingozzarti di aglio la sera per tenere lontano i vampiri avrà solo l’efetto di tenere lontano il tuo partner. 2 per darti un tono da chef, cerca di dire “aglio en chemise” almeno una volta a settimana. 3 se indossi guanti di plastica per tagliare l’aglio è bene informarne il tuo psicoterapeuta. 4 Hai voglia di un tufo nella tradizione? appendi un mazzo d’aglio in cucina e ti sentirai subito in un presepe napoletano. regole@internazionale.it

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JEFF VESPA (GETTY IMAGES)

Dan Savage

Senza tabù Attivista e scrittore, da vent’anni Dan Savage parla di sesso, amore, diritti e desideri. Rispondendo alle lettere di migliaia di lettori el 2010, dopo il suicidio negli Stati Uniti di alcuni ragazzi omosessuali vittime di bullismo, Dan Savage e suo marito Terry Miller pubblicarono su YouTube un video che è stato visto oltre due milioni di volte: “È stata dura anche per noi essere

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gay, ma se oggi potessimo parlare ai quindicenni che eravamo gli diremmo di resistere, perché in poco tempo le cose andranno meglio, troveranno degli amici fantastici e l’amore”. Questa lucidità e questa vocazione all’aiuto del prossimo, oltre a una sana vena provocatoria, sono le caratteristiche che contraddistinguono le battaglie dell’attivista e giornalista statunitense. La sua rubrica Savage love, scritta per The Stranger, è tradotta in tutto il mondo (in Italia su Internazionale). Nato a Chicago nel 1964, Savage risponde a lettori che hanno diicoltà a far combina-

re i loro desideri con quelli del partner, o con quelli della società in cui vivono. Lo fa dal 1991 sui giornali, in radio e in tv. Parla di sesso senza retorica e spesso per rispondere si aida a esperti e scienziati, ribadendo che non c’è nulla che non vada nei desideri sessuali di una persona, a patto che rispettino i diritti dei partner. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’amore rende liberi (Baldini & Castoldi 2015). u Dan Savage sarà a Ferrara il 1 e il 2 ottobre con Claudio Rossi Marcelli e Daniele Cassandro. Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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MAssIMo BArALDI (ArChIVIo FoToGrAFICo ProVInCIA DI FerrArA)

PRINCIPALI MUSEI E MONUMENTI

Casa di Ludovico Ariosto Via Ariosto, 67 Casa Romei* Via savonarola, 30 Castello Estense* Largo Castello Cattedrale Piazza Cattedrale Monastero del Corpus Domini Via Pergolato, 4 Monastero di S. Antonio in Polesine Via Gambone, 15 Museo archeologico nazionale* Via XX settembre, 124 Museo della cattedrale* ex chiesa di san romano, via san romano Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della shoah Via Piangipane, 81 Museo del risorgimento e della resistenza* Corso ercole I d’este, 19 Museo di storia naturale* Via De Pisis, 24 Orto botanico Corso Porta Mare, 2 Palazzina Marisa d’Este* Corso Giovecca, 170 Palazzo dei Diamanti – Pinacoteca nazionale* Corso ercole I d’este, 21 Palazzo Paradiso – Biblioteca Ariostea Via delle scienze, 17 Palazzo Schifanoia* Via scandiana, 23 Sinagoghe e museo ebraico Via Mazzini, 95 Museo Riminaldi – Palazzo Bonaccossi* Via Cisterna del follo, 5 Lapidario civico* Via Campo sabbionario, 23 San Cristoforo alla Certosa Via Borso, 50 Teatro comunale Corso Martiri della libertà, 5 *Ingresso gratuito con la MyFE card

Stazione ferroviaria

Casa di Ludovico Ariosto Palazzo dei Diamanti Pinacoteca nazionale

Orto botanico Museo del risorgimento e della resistenza

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Teatro comunale Museo di storia naturale

Castello Estense Museo nazionale dell'ebraismo e della shoah

Cattedrale Sinagoghe e museo ebraico Casa Romei

Museo della cattedrale Palazzo Paradiso

Monastero del Corpus Domini

Monastero di S. Antonio in Polesine

Palazzina Marisa d’Este

Museo Riminaldi Lapidario civico

Palazzo Schifanoia Museo archeologico nazionale

Un giro fuori città

Il mondo di Orlando u Il 22 aprile 1516 nell’oicina tipograica di Giovanni Mazzocchi a Ferrara veniva data alle stampe la prima edizione dell’Orlando furioso. Ultimo tra i romanzi cavallereschi e primo tra quelli moderni, il poema – si proponeva di cantare “le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese” – riscosse da subito un grande successo raccogliendo l’ammirazione di moltissimi lettori, da Machiavelli a Cervantes, da Galileo a Voltaire, ino a Pirandello e Calvi-

DOVE ACQUISTARE LA MYFE CARD

nelle biglietterie di: museo del castello estense, museo della cattedrale, palazzo schifanoia, palazzina Marisa d’este, museo del risorgimento e della resistenza. oppure online: myfecard.it

San Cristoforo alla Certosa

Giorgione. Ritratto di guerriero con scudiero detto Gattamelata, 1501 c.

no. A cinquecento anni dalla pubblicazione di questo capolavoro della letteratura, la fondazione Ferrara arte e il ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo celebrano il poema ariostesco attraverso una mostra al palazzo dei Diamanti, per restituire ai visitatori l’universo di immagini che sollecitarono la fantasia di Ariosto. Cosa vedeva il poeta chiudendo gli occhi? Quali opere d’arte ispirarono il suo immaginario? Grazie al sostegno dei maggiori musei e biblioteche del mondo le opere conosciute o ammirate dal poeta saranno riunite a Ferrara ino all’8 gennaio 2017. Una narrazione per immagini condurrà i visitatori nel mondo del Furioso, tra battaglie, tornei e amori, ofrendo al contempo uno spaccato delle corti italiane del rinascimento. In mostra ci saranno le opere dei più importanti maestri del periodo – da Paolo Uccello ad Andrea Mantegna, da Leonardo a Giorgione, da Botticelli a Tiziano – sculture, arazzi, oggetti preziosi, manoscritti miniati e rari volumi a stampa. Info palazzodiamanti.it, 0532 244949


Incontri

Un’altra storia della Libia Khalifa Abo Khraisse Nelle scuole libiche s’insegna un passato glorioso e si tralasciano particolari imbarazzanti per il presente

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e non conosciamo la storia rischiamo di non capire i fattori politici, religiosi ed economici che hanno plasmato il nostro presente, poiché il presente è il risultato di problemi passati. Dal 2011 in Libia s’insegna alle nuove generazioni un elenco selettivo di fatti, imponendo un unico punto di vista. Avremmo potuto aggiungere qualche drago e qualche mago e nessuno avrebbe notato la diferenza, visto che quella descritta non è la realtà. Qualche osservazione sui nostri nuovi manuali di storia: in tutti i libri – dalla quinta elementare alle scuole superiori – l’occupazione ottomana è de-

scritta con parole come: venuta, arrivo, permanenza. Quattro secoli circa raccontati come una favola: sono arrivati e ci hanno liberati dai cristiani, dagli infedeli e dagli sciiti. Qualche capitolo è dedicato a spiegare come gli ottomani fossero al servizio della nazione islamica, descrivendo la loro occupazione come

Khalifa Abo Khraisse

un governo islamico legittimo. Perino i libici che hanno opposto resistenza all’occupazione ottomana sono deiniti “movimenti separatisti”. Il tono cambia con l’epoca italiana: i turchi hanno combattuto gli italiani con coraggio al ianco degli eroi libici e in questo caso le battaglie vengono descritte come jihad. L’era di Gheddai, che va dal 1969 al 2011, è riassunta in dieci righe e poi si conclude: “Quando inalmente è arrivata l’ora, i libici si sono sollevati come un sol uomo da est a ovest, da sud a nord, in una rivoluzione di massa cominciata il 17 febbraio 2011. Il popolo libico ha assistito a un gloriosissimo jihad epico che ha restituito la libertà e la dignità ai nostri cittadini”. Nei libri di educazione islamica delle scuole superiori, poi, s’insegna a non idarsi degli ebrei, “noti in tutte le epoche storiche per la loro attitudine al tradimento e all’inganno”. Se questo è quello che s’insegna, non c’è da chiedersi da dove sia spuntato fuori il gruppo Stato islamico. u gim Khalifa Abo Khraisse è un regista e sceneggiatore libico. Sarà a Ferrara il 1 ottobre con Stefano Liberti e Andrea Segre.

Appuntamenti

Incontra l’autore

Dietro le quinte della redazione

u I libri presentati nei tre giorni del festival.

u Anche nella decima edizione del festival, i giornalisti di Internazionale incontrano i lettori e il pubblico per raccontare il lavoro della redazione. In nove incontri, che si terranno presso il Circolo Arci Bolognesi, i redattori spiegheranno trucchi e tranelli del loro lavoro insieme ad alcuni ospiti. Martina Recchiuti racconterà insieme a Zach Seward di Quartz come la tecnologia sta cambiando il modo in cui leggiamo le notizie. Alberto Notarbartolo, insieme a Gabriella Giandelli, cosa vuol dire illustrare un articolo. Annalisa Camilli e Stefano Liberti spiegheranno come parlare e scrivere di migranti, Chiara Nielsen e Catherine Cornet come parlare di religioni senza alimentare stereotipi. Stefania Mascetti e Igiaba Scego por-

Ma il mondo, non era di tutti? Marcos y Marcos 2016, 10 euro Il 30 settembre al chiostro di San Paolo, con Violetta Bellocchio, Monica Massari e Francesca Chiavacci.

teranno allo scoperto il razzismo nascosto nelle pagine dei giornali. Giuseppe Rizzo e Christian Raimo parleranno del ritorno del reportage narrativo. Piero Zardo e Giuliano Milani discuteranno di come si racconta un libro. Copy editor e traduttrici si confronteranno nell’incontro di Giovanna Chioini e Giulia Zoli con Bruna Tortorella e Sara Bani. Inine, Giovanni De Mauro e Pierfrancesco Romano spiegheranno come si crea e come si distrugge lo stile di un giornale. Per cominciare le giornate, la redazione organizzerà una rassegna stampa alle 10 al chiostro di San Paolo. A seguire, l’editoriale di Bernard Guetta. Info internazionale.it/festival

AUTORI VARI

ANGELA RODICIO

L’amore perduto di Cervantes Quattro d 2016, 18 euro Il 1 ottobre al chiostro piccolo di San Paolo, con Giuseppe Rizzo. CORRADO FORMIGLI

Il falso nemico. Perché il califato nero non esiste Rizzoli 2016, 18 euro Il 1 ottobre a palazzo Roverella, con Catherine Cornet. Internazionale 1172 | 23 settembre 2016

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Traditi da Lula Eliane Brum, El País Semanal, Spagna La costruzione della diga di Belo Monte ha causato una catastrofe ambientale e umanitaria per gli indigeni dell’Amazzonia

chi passi prima di sentire il bisogno di sedersi. Quando esce si perde. Qualche giorno fa un amico ha chiamato Raimunda: “João è seduto in mezzo al niente, sotto il sole. Finirà per morire”.

a saga di João e Raimunda si svolge in due atti sulle rive del iume Xingu, uno dei corsi d’acqua con la maggior biodiversità dell’Amazzonia. Un uomo e una donna: solo due persone tra le decine di migliaia di brasiliani cacciati per la costruzione della diga di Belo Monte, nello stato brasiliano di Pará, annunciata come la terza centrale idroelettrica più grande del mondo. João e Raimunda si sentono come due rifugiati nel loro stesso paese. Portano sul corpo il segno di un crocevia storico: quello di un Brasile che è arrivato nel presente dopo essere stato a lungo solo futuro, e si è scoperto bloccato nel passato.

Raimunda scopre che la sua casa è andata in fumo. 1 settembre 2015 Raimunda Gomes da Silva, 56 anni, aveva comprato dieci litri di benzina per raggiungere la sua isola, Barriguda. Il giorno prima aveva ricevuto una telefonata dalla Norte Energia: “Signora Raimunda, quando possiamo rimuovere i suoi residui dall’isola?”. I “residui” erano gli attrezzi per la pesca e le cose della cucina di Raimunda. Erano d’accordo che le avrebbe prese la mattina presto. In quei giorni l’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) aveva sospeso le “rimozioni” e le demolizioni delle case sull’isola in seguito ad alcune denunce di violazioni dei diritti degli abitanti. Quando Raimunda è arrivata, la sua casa era ancora in iamme. Allora ha intonato un canto davanti alle macerie. “La giustizia è una leggenda. Loro dicono che esiste, ma i poveri non la vedono mai. Canto perché le mie piante devono sapere che io non avrei mai voluto che fossero bruciate. Non so la loro lingua, allora canto”.

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Primo atto João perde la parola e l’uso delle gambe per la rabbia. 23 marzo 2015 João Pereira da Silva era davanti al rappresentante della Norte Energia, la compagnia che aveva vinto l’appalto per costruire la centrale idroelettrica di Belo Monte. Sperava di ottenere un risarcimento adeguato per la sua casa e il suo terreno in un’isola sul iume, che ha dovuto abbandonare a causa della diga. Il rappresentante gli ha oferto 23mila real (circa seimila euro), insuicienti per comprare un pezzo di terra con cui guadagnarsi da vivere. In quel momento, a 63 anni, João si è reso conto di essere condannato alla miseria. João voleva uccidere l’uomo che gli stava davanti. Ma non ha fatto nulla. Gli cedevano le gambe, non riusciva più a parlare. L’hanno dovuto trascinare via di peso. Da allora, João riesce a fare solo po-

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Secondo atto

La versione della compagnia Secondo Jorge Herberth, responsabile della comunicazione della Norte Energia, l’incendio della casa di Raimunda Gomes da Silva era “una versione dei fatti fantasiosa e assolutamente lontana dalla realtà. La casa non è stata incendiata, non è il metodo usato dalla compagnia; la proprietà è stata demolita nel rispetto delle procedure di sicurezza”. La versione della Norte Energia è stata smentita dall’Ibama: “La demolizione e l’incendio della

casa della signora Raimunda Gomes sono avvenuti quando le rimozioni e le demolizioni di case sull’isola erano spese”. Quattro mesi dopo, la Norte Energia è stata condannata a pagare per questa “infrazione” una multa di 301mila real (circa 80mila euro). Quando nel 2003 Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito del lavoratori (Pt), diventò presidente anche con il sostegno di molti movimenti sociali dell’Amazzonia, i leader della regione di Xingú pensavano che il progetto di Belo Monte sarebbe saltato per sempre. Secondo i movimenti di protesta, una centrale idroelettrica nella foresta amazzonica non poteva essere considerata “energia pulita e rinnovabile”. Ma dagli anni settanta la centrale sul iume Xingú era una minaccia che rispuntava con ogni nuovo governo. Ci sono voluti anni perché Raimunda e tanti altri attivisti capissero che quello era solo uno dei tanti scontri tra le diverse anime del Brasile. Il progetto per l’Amazzonia del governo Lula si rivelò simile a quello della dittatura, che aveva considerato la regione un corpo da sfruttare per ricavarne materie prime. L’unica voce nel governo e nel Pt con la forza suiciente per opporsi a questa visione era Marina Silva, un’ambientalista cresciuta nelle piantagioni di gomma di Acre, che aveva avuto come mentore il leader Chico Mendes, ucciso nel 1988 a causa della sua lotta per la foresta amazzonica. Silva sopportò la pressione ino al 2008, quando lasciò il ministero dell’ambiente e poi il Pt. Dilma Roussef, scelta da Lula per succedergli alla presidenza, non ha mai nascosto né il suo favore nei confronti delle grandi infrastrutture né la sua scarsa pazienza nell’ascoltare i movimenti. Belo Monte ha smesso di essere solo un piano quando Roussef era ministra delle


PHIL CLaRkE HILL (CORBIS/GETTY IMaGES)

miniere e dell’energia, ed è diventato un dato di fatto, con un costo stimato di 30 miliardi di real, nonostante le ventiquattro denunce di incostituzionalità dell’opera fatte dalla procura federale. Per Raimunda come per molti altri, il Pt non era uno dei tanti partiti al potere, ma un progetto politico che si confondeva con la loro ricerca di un posto nel paese. Belo Monte è stato il “mostro” che ha messo a nudo le contraddizioni di quello che ritenevano il loro partito: “Ho votato Lula e ho votato Dilma. Ci hanno tradito”, aferma Raimunda.

renderebbe una delle centrali idroelettriche meno produttive. Raimunda ha raccolto 3.500 mattoni dall’isola per costruire una nuova casa alla periferia della città: “Sono bruciata dentro, come la mia isola, ma mi rinnovo. Voglio vivere”. João risponde: “Io invece no. Quando ho perso l’isola ho perso la mia vita”. Il 4 settembre 2015, João ha chiamato la famiglia per andare sull’isola. “Voleva uccidersi lì, per protesta”, racconta Raimunda. “Gli ho tolto la canoa. Con i remi arriva ovunque, ma per strada si perde”. João conclude: “Voglio che il mondo sappia che Belo Monte mi ha ucciso”.

Epilogo

che gli ha oferto 108mila real (29mila euro), a patto di rinunciare a un giudizio in tribunale. La compagnia è andata a cercare la coppia poco dopo la pubblicazione di questo articolo. L’avvocato ha spiegato a Raimunda che sporgendo una denuncia per danni morali avrebbe potuto ottenere un risarcimento più alto. Ma il processo sarebbe durato dieci anni e Raimunda non era sicura che João avrebbe resistito così a lungo. Con una parte del risarcimento avrebbe potuto cercare di curare la paralisi del marito. Raimunda ha irmato. u fr

La centrale idroelettrica ha ottenuto la licenza il 24 novembre 2015. Il 7 dicembre, Raimunda e João hanno irmato un accordo extragiudiziario con la Norte Energia

Eliane Brum è una giornalista brasiliana. Sarà a Ferrara il 30 settembre con Clóvis Rossi e Bruno Torturra.

La difesa del progetto La centrale idroelettrica di Belo Monte potrebbe avere una potenza di 11.233 megawatt. Ma in media le previsioni dicono che garantirà 4.751 megawatt, il 41 per cento della sua capacità, una cifra che la

Lavori di costruzione della diga di Belo Monte, in Brasile

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Appuntamenti

Fouad Laroui

Nei paesi in via di sviluppo molte medicine non sono ancora accessibili perché troppo care: il diritto alla salute non è uguale per tutti ecenni di progresso medico e scientiico hanno portato a un miglioramento della salute e della speranza di vita nel mondo. Ma non per tutti. Sono pochi i risultati della ricerca farmaceutica applicabili alla realtà dei paesi in via di sviluppo, dove alcune malattie non solo restano una minaccia, ma spesso riemergono in forma ancora più grave, come l’ebola e più di recente il virus zika. Fin dove può spingersi la tutela della proprietà intellettuale rispetto al diritto alla salute? Oggi i prezzi troppo alti dei farmaci innovativi e l’assenza di trattamenti per alcune malattie trascurate dalla ricerca costituiscono il quadro in cui si muovono i paesi in via di sviluppo e le organizzazioni medico-umanitarie come Medici senza frontiere (Msf ), che da anni rivendica l’accesso universale alle cure. La disponibilità dei farmaci e la sostenibilità dei prodotti di ultima generazione, che hanno costi sempre più alti, rappresentano le prossime side e il banco di prova per tutti i sistemi sanitari nazionali, anche quelli occidentali. Se ne parlerà a Ferrara il 1 ottobre con Giuseppe Ippolito, dell’Istituto Lazzaro Spallanzani, Rohit Malpani di Msf, Michele Uda, direttore generale di Assogenerici, e lo scrittore Andrea Grignolio. u SAMI SIvA (MSF)

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Manipur, India

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STEPHANE AUDRAS (REA/CONTRASTO)

Pillole amare

Il nemico è l’ignoranza Youssef Lahlali, Libération, Marocco Nelle periferie parigine i valori della Francia restano solo parole, dice lo scrittore marocchino Fouad Laroui ual è stata la sua reazione agli attentati del 13 novembre 2015? Ero in Francia e ho vissuto quei giorni in prima persona. Ci sono state manifestazioni in tutto il paese, c’è stato un sussulto. I francesi hanno vissuto un momento di unità nazionale per difendere i loro valori, cioè tutte le libertà, in particolare quella di coscienza e di espressione. Ci sono stati due sentimenti: disperazione e voglia di reagire.

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Perché gli autori erano francesi? Sì, il problema è lì. È abbastanza semplice avere un nemico esterno, può essere identiicato e avere una linea del fronte chiara. Si può anche prendere in considerazione di negoziare con un nemico esterno. Ma quando il nemico è interno… Questo è ciò che ha sconvolto molti francesi: scoprire che in Francia c’è un intero nucleo di persone che nega i valori della Francia.

Cosa pensa dei tanti giovani delle banlieues che dopo l’attentato a Charlie Hebdo hanno detto “Non sono Charlie”? In efetti questo pensiero contro alcuni valori repubblicani è molto difuso in periferia, dove i valori europei non passano. Bisogna dire che il discorso europeo si basa su princìpi apprezzabili: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, la democrazia e la libertà di espressione. Ma c’è una diferenza tra questi bellissimi princìpi e la realtà. Allora aveva ragione il politologo Samuel Huntington: siamo destinati allo scontro di civiltà. Non sono d’accordo con questa storia dello scontro di civiltà. Preferisco una frase che ho usato molto tempo fa: è uno scontro di ignoranze. Cioè non capiamo nemmeno chi è l’altro, non cerchiamo nemmeno di capire chi è di fronte a noi. questo è lo scontro di ignoranze. Ed è per questo che il discorso europeo non arriva nelle periferie francesi. u sm Fouad Laroui è uno scrittore marocchino. Sarà a Ferrara il 1 ottobre con Adam Shatz.


Focus

Afrontare i giganti La regista Sara Taksler racconta il suo ilm su Bassem Youssef, un medico egiziano diventato una star della tv o deciso di fare questo ilm nel 2012. Bassem Youssef, un cardiochirurgo egiziano che si era improvvisato commentatore politico satirico, era a New York come ospite del Daily show, il programma di Jon Stewart, in cui io lavoravo come produttrice. Quando lo incontrai la prima volta, Bassem non aveva ancora il suo programma televisivo, che nel giro di un paio d’anni sarebbe diventato un successo da 30 milioni di spettatori a puntata. Mi piace scegliere argomenti seri cercando un modo catartico per afrontar-

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Tickling giants

li attraverso l’umorismo. Bassem faceva esattamente questo, ma correndo molti più rischi, in un paese dove la libertà d’espressione non era garantita per legge. Qualche mese dopo il nostro incontro Bassem fu convocato in tribunale, accusato per alcune battute sul governo e la religione, e capii quanto fosse rilevante questa storia e che privilegio fosse avere l’opportunità di raccontarla. Così il giorno successivo ricontattai Bassem per cominciare le riprese in Egitto. Tickling giants parla di qualcuno che fa semplicemente delle battute, eppure la sua voce è più forte di quella di chi, a pochi isolati di distanza, si sta sparando addosso. Tutti afrontiamo dei “giganti”, persone che abusano del loro potere, sta a noi decidere come reagire. Statisticamente sarà forse improbabile diventare dei comici famosi nel bel mezzo di una rivoluzione, eppure tutti abbiamo la possibilità di prendere la parola su questioni piccole o importanti, trovando il nostro modo non violento per “fare il solletico ai giganti”. u Info La rassegna Mondovisioni è a cura di CineAgenzia. I documentari saranno proiettati al cinema Boldini.

Sotto il cielo di Ferrara u Il cinema itinerante contro le maie farà tappa al festival con lo spettacolo Maia liquida, un’opera collettiva a cura di Cinemovel Foundation che si terrà in piazzale Giordano Bruno. Il 30 settembre, dopo la performance, sarà proiettato il ilm di Gianluca e Massimiliano De Serio I ricordi del iume, che racconta gli ultimi mesi del Platz, una delle baraccopoli più grandi d’Europa che sorgeva a Torino. Il 1 ottobre, invece, ci sarà la proiezione di Due euro l’ora, di Andrea D’Ambrosio: una storia ispirata all’incendio scoppiato nel 2006 in una fabbrica di materassi a Mon-

tesano, in cui morirono due operaie. Durante i tre giorni del festival, inoltre, sarà possibile partecipare a visite guidate organizzate in collaborazione con Poste Vita. I visitatori potranno passeggiare tra le vie, le piazze, i giardini della città estense per conoscere la storia e le opere di Ludovico Ariosto, Giorgio Bassani e altri personaggi che hanno reso celebre Ferrara. Lungo il percorso ci saranno letture a cura di Ferrara Of e performance a cura di TeatroNucleo. Info internazionale.it/festival

ALEXANDER DUBOVSKY

Documentari e spettacoli

Una vignetta del concorso del 2015

L’Europa a colori Brexit, migranti, crisi economica, nuovi muri: nel 2016 è emersa la debolezza del progetto europeo e la satira se n’è accorta uest’anno il concorso di vignette dedicate all’Europa, organizzato dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea, in collaborazione con il sito Voxeurop e Internazionale, arriva alla sesta edizione. Immigrazione, Brexit, crisi economica, disoccupazione sono alcuni dei temi afrontati nelle 55 vignette in gara. Un’occasione per analizzare le debolezze della politica e dell’economia in Europa al termine di un anno particolarmente diicile e per approfondire il dibattito sulla satira e sulla libertà di espressione. Le vignette che hanno partecipato al concorso saranno esposte durante i tre giorni del festival al chiostro di San Paolo. I vincitori, decretati dal pubblico e da una giuria composta da giornalisti e vignettisti, saranno premiati a chiusura dell’incontro “Senza slancio. Come reagire alla crisi del progetto europeo”, che si terrà il 2 ottobre al teatro Nuovo. Alla premiazione saranno presenti Thierry Vissol della Commissione europea, Marilena Nardi, illustratrice e vincitrice dell’edizione 2015 del concorso, Will Hutton dell’Observer, la giornalista francese Natalie Nougayrède, Daniel Smilov dell’università di Soia e Adriana Cerretelli del Sole 24 Ore. u

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Portfolio 2015

Promotori Internazionale

Gary Younge

Comune di Ferrara Regione Emilia-Romagna Università di Ferrara Città Teatro Ferrara Terra e Acqua Comune di Portomaggiore Arci Ferrara Progetto Polimero Associazione IF

LEONARDI/PARLAMENTI

Charity partner

In collaborazione con

Il teatro Comunale

Grazie a

FRANCESCO ALESI

Con il sostegno di

Piazza Trento e Trieste

David Rief Partner organizzativo

ALESI/LEONARDI/PARLAMENTI(2)

Main media partner

Media partner

Radio Radicale

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