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NEL SEGNO DI BACCO

@nelsegnodiBacco

ANTONELLA GIARDINA CRISTIAN AIELLO

Rosso. Sapienti incursioni Se c’è un contesto in cui ci si sente sollevati dal dover spiegare cosa sia l’identità territoriale è proprio quello vitivinicolo. Qui, la sapienza maturata sul campo, a diretto contatto con le peculiarità del territorio, rappresenta il riferimento autentico attorno al quale si è andata codificando una fitta rete di relazioni-di-senso. Tale sapienza traspare anche nella fase di comunicazione del prodotto (il vino) e rivela un sentimento rispettoso verso tutto ciò che ha contributo alla creazione di tale “poesia della terra”. Ad esempio, la semplice scelta del nome da attribuire a un vino, altro non è che un rimarcare motivazioni che si trovano all’origine di quella denominazione. Importante diventa anche l’indicazione dell’annata, quasi sempre ben impressa sull’etichetta, così come le caratteristiche espresse dalle tipologie. Dire “rosso”, in un simile contesto, non è come nominare una tonalità emozionale del sistema cromatico Pantone in uso negli studi di design. Rosso è il risultato naturale di pigmenti presenti nel frutto della vite, che i sensi poi restituiranno nelle suggestioni del rubino, della ciliegia, del granato, e altro ancora. E i linguaggi dell’arte e i suoi riferimenti identitari? Praticamente assenti. Al momento, diremmo noi. Insomma, in questo mondo così Sarcofago di Costantina, porfido rosso, IV secolo, Musei Vaticani

votato all’autentico sembra non essersi ancora creato uno spazio per accogliere sapienti incursioni nel mondo dell’identità culturale che, di contro, si ammanta dei grandi temi sottesi alle pratiche vitivinicole. Come primo esempio, a favore della nostra digressione, citiamo il sarcofago di Costantina, emblematico per la focalizzazione di tale auspicabile incontro. Di epoca imperiale, il manufatto accoglie le spoglie di Costantina, figlia dell’imperatore Costantino, morta nel 354 d. C. e sepolta nel mausoleo attiguo alla Basilica di Sant’Agnese sulla via Nomentana a Roma. Misura, in altezza, 2,25 metri ed è interamente realizzato in porfido rosso. Da sottolineare come il rosso, in età imperiale, rappresentasse il colore per eccellenza, emblema della vita, del fuoco e dell’autorappresentazione elitaria. In virtù di questi significati era chiamato a caratterizzare le opere connesse all’imperatore e alla sua ristretta cerchia familiare. Nella realizzazione dei monumentali sarcofagi, l’uso del porfido rosso andava ben oltre la funzione connotativa, assurgendo a chiara ostentazione di massima potenza e di agognata immortalità. Il sarcofago è decorato con grandi e rigogliosi girali che avvolgono eroti vendemmianti, e su ciascuno dei lati corti della cassa tre amorini sono intenti nella pigiatura dell’uva. Qui, il tema del vino, legato al culto funerario dionisiaco, si presenta in forma ambigua poiché il valore pagano della simbologia lascia posto ai nascenti significati cristiani, divenendo messaggio dell’unione trascendentale con il divino: «Io sono la vite, voi i tralci», (Vangelo, Giovanni 15,1-16,4). Il manufatto, così, realizza l’integrazione tra passato classico e presente cristiano, in una fusione di significati. La vita terrena può essere paragonata all’uva che, una volta recisa dalla pianta, non perde valore bensì ne acquista uno nuovo, e migliore, nella trasformazione in vino. civiltà del bere 01 2014

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Il sarcofago di Costantina: simbologia del vino e arte  

Non è ancora manifesta la relazione tra il mondo del vino e la cultura presente in un determinato territorio. Mentre la relazione vino e ter...

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