F84 - Love story

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A LOVE STORY di Nicolò Bruno



Ai miei genitori, Mariangela e Antonio, a mio fratello Filippo e mia nonna Teresa, capaci da sempre di supportarmi e sopportarmi, il cuore pulsante di tutto. Al mio relatore, Emanuele, il mio principale professore d’arte e di vita. Alla mia migliore amica, Giulia, la sorella che non ho mai avuto. A Graziella, Carlo, Tommaso e Martina, la mia seconda famiglia. Al mio miglior amico Fil tanto arrogante quanto di cuore, la persona che mi ha permesso di scoprire il mondo. A Teo, il settimo membro di F84, lontano in America ma vicino nel cuore. A Falco, che mi ha svelato cosa significhi essere artisti. Ai miei amici Gaglia, Peppe, Sara, Marty, Stefanessa, Paloa, Tini, Livi che ho in parte trascurato a causa di questo lavoro ma che hanno sempre saputo rasserenarmi nei periodi più bui. A mia cugina Bibi, l’ esempio di chi, se vuole, può davvero cambiare. Ad Alberto che mi ha iniziato alla pittura e da allora non ha mai smesso di credere nelle mie capacità. A F84, Niccolò, Giulia, Ronny, Cecilia e Gianluca i compagni di questo viaggio, che oggi è semplicemente all’inzio. A tutti quelli che qui ho dimenticato di scrivere ma che hanno sicuramente un posto riservato nel mio cuore.



INDICE - PRELUDIO - ANDANTE (non troppo) - FUGA A DUE VOCI - A PIACERE - KANON IN C - Juxtapositions - Et첫des - Et첫des 2/3 - bibliografia

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LEGENDA Il presente testo è un lavoro tanto individuale quanto collettivo; Individuale poiché rappresenta un percorso ed una ricerca soggettiva, collettivo in quanto connesso agli altri cinque testi di questa raccolta. Durante la lettura si troveranno ai lati del testo delle sigle puntate che evidenziano i collegamenti tra le varie ricerche, sottolineando i rimandi, i punti e gli approfondimenti comuni. Ogni sigla è associata ad un testo e ogni numero indica la pagina del testo in questione. Riportiamo qui sotto i titoli dei differenti testi associati alle rispettive sigle:

V.C. Visione Connettiva A.M. Appunti Per Atti Minimi O.L. L’Ombra Della Luce L.s. Love Story B.A. BricconaRte S.R. Il Sogno Di Coke La Rock .

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Preludio.

C

redo che parlando da 3 anni d’arte e del motivo per cui ho fatto l’artista, scrivo qui questa mia

“breve?” tesi per chiarire,in qualche modo, le basi e gli elementi di cui ho discusso e che ho messo in discussione anno dopo anno. Partendo dalle fondamenta, partendo da alcuni elementi chiari nella mia testa (così confusa) partendo da alcuni studi, alcuni soggetti alcuni stereotipi, qualche testo, ma sopratutto partendo dal mio lavoro, partendo dal mio caos e dalle innumerevoli chiacchierate realizzate con amici e meno amici. poichè l’oggetto artistico che più si avvicina al fare artistico è il confronto. Non penso di giungere attraverso questo mio scritto a un fine, ma probabilmente leggendolo sarà a me e chi lo proverà a sfogliare più chiaro il motivo e la prospettiva che mi porta a fare quel che faccio, o che mi porta a non rifare quello che facevo, e magari che mi porterà a fare qualcosa che non ho ancora realizzato. Partiamo dalla considerazione legata alla visione sistematica del mondo. Partiamo dall’idea che oggi la contemporaneità è formata da una moltitudine di soggetti, capaci e autoillusi dalla capacità di poter tradurre visivamente la realtà. Pensiamo principalmente dal fatto che la realtà stessa oggi è, molto più di un tempo, una sorta di scatola mediatica. Partiamo da Debord, illustre teorico della società spettacolare. Pensiamo alle strade alle nostre case, alla televisione, al computer, guardiamo alla realtà altra, agli avatar interattivi e alle moltitudini di soggetti iperspecifici e ipersuperficiali che la costruzione sociale para regolatrice continua a generare e a


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stabilizzare. Pensiamo al nostro mondo, presente passato e futuro, pensiamo ai nostri tempi, guardiamo alla capacità odierna di registrare e mettere in un cassetto o archivio. Quante scartoffie, quante foto, quanti ricordi, comuni e singolari, quante idee e quanti sogni oggi condivisibili oggi più importanti di ieri, oggi meno distanti e allo stesso tempo così irraggiungibili.

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Pensiamo alle Immagini. Tutto oggi vive e viene rappresentato mediante l’immagine. Mai come oggi, la contemporaneità parla e si relaziona attraverso l’utilizzo dell’immagine. Il soffocamento visivo, che la società spettacolare ha messo in atto, ci ha completamente assuefatto, e sopraffatto. Siamo capaci soltanto di guardare, ma non di osservare, vediamo ma non pensiamo. Abituati a ricevere e mai a mettere in discussione. L’immagine oggi ha perso quella capacità intrinseca di mistica allegoria e diventa banale comunicazione, romanzo visivo, cronaca illustrativa. La crisi della poetica rappresentativa e del simbolismo estetico va trovata nella perdita di coscienza, nell’utilizzo pubblicitario del linguaggio visivo: il messaggio deve essere subito palese, deve arrivare diretto al pubblico, deve anzi arrivare prima del soggetto stesso, prima di capire cosa vedo, capisco perché, per quale funzione. E siamo semplicemente complici di innumerevoli format e stereotipi che seppur modificandosi di qualche

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variante, rimangono perennemente e banalmente fissi e statici, ma allo stesso tempo così rassicuranti e chiari. Come lo stesso Nicholas Mirzoeff sostiene nel suo testo fondamentale “Introduzione alla cultura Visuale”: “La visual culture ha a che vedere con gli eventi visivi in cui il consumatore ricerca informazioni, significato, o piacere attraverso un’interfaccia di tecnologia visuale. Per tecnologia visuale intendo ogni genere di dispositivo ideato sia per essere osservato sia per aumentare la visione naturale, dalla pittura a olio, alla televisione a internet”....ma il discorso spesso scivola dalle immagini agli schermi..”La nostra vita ha luogo sullo schermo, La vita nei paesi industrializzati è sempre più vissuta sotto la costante sorveglianza di telecamere: dagli schermi sugli autobus a quelli negli shopping malls, da quelli sulle autostrade o sui ponti a quelli accanto ai bancomat (...) L’esperienza umana è adesso più visuale e visualizzata di quanto lo sia

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mai stata nel passato: dalle immagini satellitari a quelle mediche delle sonde ecografiche che possono penetrare nel corpo umano. Nell’era degli schermi visuali il vostro punto di vita è cruciale”.




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vunque noi guardiamo, noi vediamo schermi. Ovunque ci troviamo siamo soggetti a “vedere”.

Questo soffocamento visivo, questa asfissia immaginifica, porta la gente a non leggere o non prestare attenzione ai messaggi che tali “visioni” portano con sé, ma a farsi scivolare addosso il loro significato. Se si provasse a interpretarle con più attenzione

potremmo comprendere meglio quello che stanno

cercando di dirci e le immagini avrebbero un maggior effetto (o, d’altra parte, potremmo contrastare di più un effetto non voluto). Bisogna imparare a riconoscerne il linguaggio, studiarne la grammatica; altrimenti la società dell’immagine non diventa un’opportunità, ma un ambiente caotico che ci assorda e di cui non capiamo poi molto. La percezione dell’immagine, ce lo dice già la Gestalt, è un processo cognitivo e allo stesso tempo sensibile, ed opera cogliendo la forma in modo totale, come insieme strutturato di elementi.

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Per la semiotica il segno non è qualcosa che sta per qualcos’altro, cioè non è solo la cosa presente che rimanda (o rinvia) alla cosa assente. Il segno è l’insieme della cosa presente (espressione) e della cosa assente (contenuto), o meglio la relazione di rinvio che si stabilisce fra di esse. é un segno il fatto che la parola /cane/ rinvii al concetto “cane”. “Nell’epoca dell’immagine manipolata, computerizzata, sembra ormai ovvio che le immagini siano rappresentazioni, non realtà in sé”1. Le convenzioni usate per rendere un’immagine intelligibile, infatti, non

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sono necessariamente vere in senso scientifico e variano a seconda dei tempi e dei luoghi. Le immagini sono determinate non da qualche magica affinità con il reale, ma dalla loro capacità di produrre quello che Roland Barthes chiama “effetto realtà”. La chiave infatti della cultura visuale è l’intelligibilità, non la compatibilità con il pensiero scientifico. L’immagine in ogni caso non è realtà, piuttosto è un segno della realtà, attuando un processo di selezione di quegli aspetti che rendono il senso di un oggetto. In questa convivenza tra realtà e immagini del reale, il soggetto osservatore si trova di fronte all’incapacità critica di determinare l’aspetto delle immagini. Se prima l’arte e la forza rappresentativa dell’opera artistica, l’immagine, svolgevano funzione educativa, narrativa ed evocativa della realtà, il para realismo contemporaneo porta l’osservatore ad avere una capacità analitica e percettiva della realtà più forte ed estesa, omologata e determinata da numerosi stereotipi illustrativi (oggi sappiamo tradurre rappresentativamente la terra vista in maniera zenitale grazie alle nuove tecnologie, oppure sappiamo che la rappresentazione di un cerchio con differenti raggi è globalmente tradotto come “sole”). Nasce quindi nel contemporaneo il problema della traducibilità dell’immagine. Le rappresentazioni visuali che ci sovrastano continuamente, hanno un’ alta percentuale di traducibilità e

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direzionalità. Esse si prestano come dardi a colpire l’osservatore ogni volta che le si guarda, eliminando qualsiasi faticosa comprensione, ma giungendo limpide, chiare e dirette al cervello. Un esempio calzante del potere di assuefazione e direzionalità delle immagini che scavalcano la pura capacità critica d’osservazione e, anzi fanno di quest’ ultima uno strumento per aumentare il potere propagandistico e di attrazione pubblicitaria; è la storica campagna marketing di Olviero Toscani per la Benetton. L’immagine subentra sul concetto di pubblicizzazione del prodotto, diventando la vera essenza del prodotto stesso. Oliviero Toscani tramite l’utilizzo di disparate e spesso scioccanti fotografie legate a tematiche d’attualità, catturava l’attenzione del consumatore, inducendolo a comprare un prodotto che neanche veniva messo in mostra. La forza del linguaggio e la sublimazione cerebrale delle foto targate Benetton entravano inconsapevolmente e anzi con forza nell’immaginario soggettivo, inducendo le persone ad associare il reale con la marca, rendendo di fatto il prodotto indifferente, attraverso un linguaggio che porta l’immagine come soggetto principale e punto di partenza nella produzione economica. Fondamentale per questa società in espansione e in continua trasformazione, l’immagine diventa il punto cardine, la chiave di volta, il simbolo di potere, l’affermazione della volontà e la rappresentazione di una realtà, talmente bella e perfetta, da sembrare migliore del reale e diventando di fatto un mondo altro, parallelo, spettacolare, in cui la gente si riflette e cerca in esso la propria immagine. Iniziamo a diventare soggetti conformati, soggetti pallidi, svogliati, attaccati a schermi, dipendenti dal costume, dalle apparenze e dall’apparire. L’immagine prende il sopravvento su tutto. Si iniziano a perdere di vista i contenuti in favore della semplice apparenza. La stessa profetica frase “Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti”2 sembra definire il valore o disvalore verso cui la società spettacolare verte. Dalla famiglia “mulinobianco” alla fama delle rockstar, tutto è circondato da un’aura di superiorità e quasi divinizzazione costituita dalle immagini. Il desiderio di successo e di potere, è il desiderio di essere immagine. Se poi vogliamo estendere e storicizzare questo bisogno di sentirsi “parte” delle immagini, non dobbiamo credere che solo la contemporaneità viva di stereotipi. Tutto il medioevo ha basato le sue rappresentazioni pittoriche come raffigurazioni di scene sulla vita di Cristo: i pittori d’epoca idealizzavano un corpus di immagini allegoriche e facilmente leggibili per la



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popolazione in gran parte analfabeta, il cui messaggio intrinseco al dipinto stesso era riconducibile al messaggio dei testi sacri. Non è un caso che le rappresentazioni religiose venissero realizzate attraverso l’uso di costumi, scenografie, abiti, legati al medesimo periodo storico. Questa contestualizzazione figurativa permetteva anche ai

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meno istruiti di intuire l’opera e di accedervi, spezzava dei limiti, e ne permetteva una completa immedesimazione. La forza scenica e rappresentativa delle immagini, seppur mutevole nella propria contestualizzazione storica, politica o geografica, contiene al proprio interno un elemento unico e comune: diventa modalità, interfaccia. E se oggi una pubblicità punta attraverso il suo processo di identificazione, a far comprare al consumatore un prodotto, così in quei tempi, committenti e nobili, pagavano gli artisti per essere inseriti e dipinti all’interno delle rappresentazioni sacre. Diventare parte, oggetti concreti e reali di scene bibliche, immedesimarsi in santi e umili peccatori riceventi la grazia poteva significare, al pari dei giorni nostri, andare in giro con una macchina costosa oppure essere pubblicati all’interno di una rivista importante. In sintesi: potere e gloria...(per quegli anni gloria eterna).

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Lo stesso Guy Debord all’interno del suo testo fondamentale sottolinea in maniera chiara e lampante l’importanza delle immagini oggi; “tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”

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la società

contemporanea ha messo al bando la vita in favore della sua rappresentazione : sono le immagini a cavalcare e guidare la vita.” L’idea della società spettacolare ribadita dal

filosofo

francese, ci permette oggigiorno una riflessione sull’uso e sull’abuso della realtà immaginifica, utilizzando le parole


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dell’autore stesso possiamo renderci conto del pericolo e della deriva verso cui il mondo spettatore si sta arenando. “Lo spettacolo, di cui i mass media sono solo una delle molte espressioni, è parte fondante della società contemporanea, ed il responsabile della perdita da parte del singolo di ogni tipo di individualità, personalità, creatività umane: la passività e la contemplazione sono ciò che caratterizza l’attuale condizione umana. Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia, su ogni altro aspetto della società stessa; la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell’unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta: «Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio”3 Si evince dal discorso che l’essere umano vive oggi in una sorta di dipendenza parassitaria rispetto alla produzione immaginifica e simbolica. John Zerzan diceva;“Al giorno d’oggi viviamo più attraverso i simboli che attraverso la nostra individualità” La sensazione di essere intrappolati e limitati dai simboli ci porta a riflettere che tanto più pensiero ed emozioni sono vincolate al simbolismo, tanto più il nulla invade il nostro mondo interiore e devasta il mondo esterno.”4 La visione di Zerzan è molto radicale e spesso troppo legata a sentimentalismi rivoluzionari. Nella sua visione anarchica dell’umanità e nella sua aspirazione ad un ritorno alle origini (primitivismo) l’immagine e il simbolo rientrano per il teorico in una concezione di assoggettamento umano. La produzione di schemi , che decifrano e scandiscono il reale, tolgono all’individuo la capacità di percepire le differenze e omologano il tutto. Zerzan è convinto che la rappresentazione simbolica stia nel concetto di porre A per B, invece che lasciare che A stia per A, instaurando un’operazione che renda uguale ciò che è ineguale, bypassando la diversità di una ricchezza indefinita. “Solo ciò che è represso è simbolizzato, perché solo ciò che è represso ha bisogno di essere simbolizzato”4. “é fin troppo evidente il fatto che la cultura simbolica ha addomesticato i nostri sensi: domati, separati e disposti secondo una gerarchia molto significativa. Nel segno della moderna prospettiva lineare, a dominare è la vista, il senso meno prossimale, quello che più degli altri crea distanza.In questo l’individuo è trasformato in spettatore, il mondo in uno spettacolo e il corpo in un oggetto, in un reperto.” Mai come oggi le parole di Shakespeare “La vita è un palcoscenico” risultano vere.

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e il concetto alla base delle teorie estremiste di Zerzan e l’idea che la strumentalizzazione del reale ha

portato di fatto a vivere dentro una non realtà simbolizzata è corretto, la sua deriva radicale lo trascina ai confini di questo concetto, arrivando fino alle fondamenta di tale teoria e giudicando non solo inappropriato il contemporaneo mondo spettacolare e la banalizzazzione odierna dello strumento “immagine”, ma definendo in qualche modo oppressiva e limitante la cultura in toto. Per Zerzan l’affermazione dell’arte e l’arrivo della cultura sono emerse in risposta alle tensioni e all’ansia della vita sociale. L’alienazione umana di fronte all’universo e la sua tensione nel determinare e relegare la realtà entro schemi

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determinati, ha imbrigliato l’uomo nei codici estetici e di rappresentazione. L’arte, come la religione, è un linguaggio rituale, atto sopratutto a determinare le cose creando differenze e determinando livelli e scale di valori. L’uomo (secondo Zerzan) attraverso i codici culturali ed estetici ha mosso i primi passi verso quella direzione di assoggettamento legato ai principi di “valore”. L’idea del valore (etico e spirituale prima, economico dopo) ha innestato il tarlo del dubbio, una visione non più panteistica e quindi in armonia con il mondo, ma visualizzata, selettiva e in qualche modo sovradeterminata..... non a caso la parola religione deriva dal latino “religare” (legare, stringere) e da una radice greca che indica l’interesse per il rito, la fedeltà alle regole.

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E’ evidente quindi che quindi arte, cultura e religione (nella dimensione rituale) rappresentino una risposta ad insicurezze e tensioni, la promessa di una risoluzione nella trascendenza attraverso il simbolo. Nasce in questa maniera la Domesticazione dell’uomo. La cultura, specializzandosi, restrinse gli orizzonti; la vita si distaccò velocemente dalla grazia e dalla libertà spontanea. Per concludere i concetti estremistici di Zerzan con le sue parole: “ La cultura ci ha portato a tradire la nostra integrità e il nostro stesso spirito originario, per offrirci un mondo di straniamento sintetico, isolante, miserabile e in continuo peggioramento. Questo non vuol dire che non ci siano più piaceri quotidiani, senza i quali perderemmo la nostra umanità. Ma, mentre scivoliamo in questa sciagura, iniziamo a capire quante cose dovremmo eliminare per ottenere la redenzione” 4. Sicuramente il punto di vista di Zerzan è al limite con una visione apocalittica dell’universo storico e intellettuale umano. La sua convinzione di una complessiva crisi umana di distacco simbiotico della natura coincidente col processo di evoluzione culturale è un concetto fin troppo estremista. L’idea di un ritorno dell’essere umano al suo status primordiale, oltre ad essere illusione utopistica si auto mutila del processo di conquista più importante del genere umano: l’intelletto. Se infatti le paure di una completa alienazione (già in atto) del genere umano sono fondate, la risposta di un




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completo ritiro alle origini non è che la soluzione più illusoriamente semplice. L’idea di un cancelliamo tutto e rincominciamo da zero è paradossalmente un’azione attraverso cui rinnegare ed estirpare alla radice i problemi e non tiene conto dei frutti che tale pianta ha generato. La civilizzazione potrebbe essere stata un errore fin dal principio, ma potrebbe anche essere qualcosa dentro cui siamo più o meno incastrati. Pur ammettendo che la civilizzazione abbia profondamente alienato l’umanità dal resto della natura, e che oggi abbia assunto l’impatto di un lunghissimo treno colossale lanciato verso il disastro, non si può affermare che tutti i suoi prodotti siano cattivi. Alcuni aspetti della civilizzazione sono degni di essere preservati, così come quelli più oppressivi e dannosi sono da abolire. È certo che dobbiamo liberarci da una tossica sovracivilizzazione e riconciliarci con una natura lasciata da troppo tempo alle nostre spalle, ma si rimane scettici rispetto ad una linea così drastica che tout court ritornerebbe allo zero. Qualsiasi qualità le persone associno alla civilizzazione (ad esempio le conquiste culturali, spirituali o etiche) di solito non riguardano altro che il fare soldi, che è precisamente l’alfa e l’omega di questa società. Ma il

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principio fondatore da considerare rispetto al movente scatenante di tale produzione, precede e prevalica i concetti di arricchimento e guadagno. La spinta interiore e antropologica che ha portato l’umanità a generare cultura, è un sodalizio e uno svisceramento con la parte ombra di noi stessi: la grande ricerca di significato e l’estremo bisogno di espressione che caratterizza l’umanità. In questo senso l’abnegazione culturale operata da Zerzan è un passo troppo radicale che certo è consapevole dei frutti di un errato modo di concepire l’arte la cultura le immagini, ma che non tiene minimamente conto dell’impulso “primitivista” di tali prodotti. La difficoltà nel contemporaneo, nell’ ingarbugliata matassa di schemi e simboli precostituiti, risiede proprio nel ritrovare quell’impulso, quella radice a-storica, a-culturale, che lega l’uomo alle rappresentazioni reali e non, del mondo. In questo difficile stadio di eterna incomprensione e assoggettamento globale, è Jung a trovare una via; riprecorrendo le strade dei nostri avi, ritrovando nell’immagine e nel simbolo quel legame che sancisce l’eterno punto di contatto tra la natura umana e la natura stessa. A conferma della validità di queste affermazioni sta il significato vero della parola Uomo. Non riferibile, come riteneva lo scrittore romano Varrone, alla parola latina humus, che significa terra e che rimanderebbe ad antiche storie – come quella descritta nel Genesi – di una umanità creata “con polvere del suolo”, o suscitata dal grembo della Grande Madre. Quanto piuttosto, come ritiene il linguista G. Semerano, l’etimologia della

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parola deriverebbe dall’accadico – remotissima lingua mesopotamica – Ummanu, il cui significato letterale corrisponde a competente, specialista, artigiano, di conseguenza la parola Humanitas rimanda direttamente all’idea di scienza, erudizione, capacità di operare.

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Andante (non troppo).

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C

ontestualizzandoci quindi all’interno di questo mondo spettacolare, legato al discorso di propaganda

mediatica, di interfaccia dogmatica che elimina e cancella qualsiasi dubbio o domanda a priori. Consapevoli che la strada intrapresa dalla civiltà e dall’umanità in generale verge verso una china pericolosa, di completa soggezione intellettuale e critica. Ci siamo posti il dubbio se un ritorno al passato e una cancellazione completa dei percorsi e delle strutture culturali sia la scelta più adatta a ritrovare il convivio naturale dell’uomo con se stesso. Abbiamo intuito che il problema non è tanto la cultura quanto la strumentalizzazione di quest’ ultima e l’inconsapevolezza del potere che le immagini e la funzione simbolica svolgevano all’interno dell’individuo. Ma cos’è questo potere, a cosa servono le immagini, dove conducono e cosa possono donare all’uomo più di quello per cui ci appaiono? Le risposte sono molteplici, sviluppate in differenti periodi e con maggior intuizione e consapevolezza

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dalla svolta epocale che la rivoluzione freudiana ha messo in atto. Sigismund Schlomo Freud detto Sigmund (Freiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939) è stato un neurologo e psicoanalista austriaco, fondatore della psicoanalisi, una delle principali correnti della moderna psicologia.1 Freud attraverso la scoperta di una parte nascosta all’interno di ogni singolo individuo, una zona d’ombra

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sempre presente e rilevante tanto quanto quella in “luce” se non più importante, ha reso noto al mondo il concetto di Inconscio.




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L’inconscio è quella parte di noi stessi che non risponde al nostro controllo, è il luogo dove si sviluppano e si estendono tutte le emozioni, gli istinti, le perversioni, i sentimenti. L’inconscio è il lato nascosto, inafferrabile, sempre presente che si affaccia quotidianamente nella vita reale, portandoci a compiere determinate scelte a comportarci in determinati modi ed a rispondere in determinate maniere agli stimoli. La visione dell’inconscio freudiano pone l’accento soprattutto sull’idea che tale substrato della coscienza sia in qualche modo indirizzato in larga misura dagli impulsi sessuali di ciascun individuo. Tali impulsi sessuali e l’annesso concetto freudiano della rimozione (si tratta di un’operazione mentale attraverso la quale il soggetto cerca di affondare nell’inconscio, i desideri, le rappresentazioni legate

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ad una pulsione poichè il soddisfacimento di questa, che di per sè procurerebbe piacere al soggetto, minaccia al contrario di provocare dispiacere per l’interferire di altre esigenze.) formano i caratteri predominanti della costituzione psichica dell’inconscio freudiano. L’essere desidera; desidera sessualmente, e rimuove i propri desideri poichè incompatibili con la propria parte di soggettività cosciente. Questa idea delle “rimozioni” che i soggetti portano all’interno della propria memoria, per rimuovere ricordi o situazioni scomode, rimangono però indelebilmente presenti nel nostro inconscio e a volte fuoriescono attraverso svariate modalità di comportamento o nei cosiddetti lapsus (“passami quel cazzo di carte” al posto di “passami quel mazzo di carte”). Questa visione di inconscio, legata in larga misura ad una predominante sessuale coesistente e anzi fervidamente pulsante all’interno di ognuno di noi viene successivamente ampliata e messa in discussione dal noto discepolo di Freud: Gustav Jung Jung nasce a Kesswil, sul lago di Costanza (Svizzera) il 26 Luglio 1875. Figlio di un pastore protestante, si laurea in Medicina ed entra subito a lavorare nell’ospedale psichiatrico di Zurigo. Grazie al lavoro in ospedale, il suo interesse viene velocemente dirottato verso la psicoanalisi, arrivando a prendere contatto con l’esimio psichiatra Freud, e anzi diventandone uno degli allievi prediletti. Ma l’idilliaco avvicinamento, e scambio tra i personaggi, si infrange velocemente, a causa delle sostanziali divergenze tra i due, così profondamente differenti nel carattere. Nel 1912 - con la pubblicazione del suo volume “Trasformazioni e simboli della libido” - il rapporto tra Jung e Freud si interrompe definitivamente. Lo svizzero inizia a elaborare una nuova teoria, detta poi psicologia analitica, che rispetto alle teorie freudiane, si caratterizza per una maggiore apertura verso gli elementi non razionali della psiche.

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Jung non sviluppa l’idea d’ inconscio come mero contenitore di impulsi primitivi, ma come una vera e propria interfaccia della coscienza umana, più influente e più determinante di quella consapevole. Jung ritiene che la vita emotivo- affettiva sia qualche cosa, tutto sommato, di più ricco, di quanto non la vedesse Freud. E in questo probabilmente ha ragione. Freud mantiene un primato della ragione, come entità autocosciente, autonoma, legata al “logos”; e ritiene anche, tutto sommato, che l’inconscio sia

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espressione, del corpo e non viceversa. Per Jung non è l’inconscio che agisce sulla psiche cosciente, ma l’inconscio è psiche, nel senso che è un mondo in cui esiste una razionalità, esistono dei discorsi, esistono delle storie, che si creano, che si disfano, che in qualche modo influenzano non soltanto i lapsus e le nevrosi, ma influenzano tutta la produzione psichica dell’individuo. Questi stessi processi metabolici che l’interiorità di ciascuno riflette poi sulle modalità di risposta agli stimoli della vita, si applicano ovviamente anche e soprattutto agli strumenti di capacità interpretativa e

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di associazione legati al visivo. Le immagini quindi oltre che essere viste e percepite a livello conscio contengono al loro interno un codice, un ipertesto che soltanto il nostro stato di non coscienza è capace di cogliere e assimilare. Nasce quindi la questione simbolica. Simbolo deriva dalla parola greca “sunballein”, ossia gettare insieme, e disegnava in origine, le due metà di un oggetto spezzato che, se ricomposto, diventa un segno di riconoscimento per chi lo possedeva. Da qui nasce l’idea di un elemento che serve a rappresentare qualcosa, che sta in luogo di qualche altra cosa, non immediatamente ma mediatamente comprensibile. Per capire il simbolo, per cogliere cioè il significato dell’oggetto, dell’animale, dell’essere rappresentato è necessario attivare un processo intuitivo che serve proprio ad “evocare … un valore ulteriore, più ampio rispetto a quello che normalmente rappresenta.”2. L’arte esprime in questo modo, come avviene spesso nel mondo antico, un’utilità di significato: manifesta cioè una idea, un concetto, una “verità” significante, ossia dotata di un senso, di un contenuto, di un messaggio. Uno dei più importanti ed esaustivi ricercatori riguardo al simbolo e alla sua classificazione è l’antropologo francese Gilbert Durand. Durand ha cercato nel suo testo più importante, “Le strutture antropologiche dell’immaginario”, di analizzare e trovare un espediente per classificare e decifrare l’origine simbolica delle immagini e la loro continua espressione e forza “trascendentale” a dispetto delle differenti epoche e culture che ne hanno


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fatto uso (e sopratutto uso che caratterizzava andamenti comuni). Nell’introduzione al suo testo fondamentale apre il discorso all’importanza dell’aspetto simbolico scontrandosi con le idee di quell’epoca che valutavano il sistema immaginativo e creativo come un sostengo e un arricchimento della parte razionale e consapevole della nostra mente. Toccare, vedere, e ogni atto raziocinante reale per l’epoca deteneva maggior valore al contrario dell’ Immaginazione, così imperfetta e priva di contenuti validi. Durand smorza questa brutale presa di posizione intellettuale, e rimette le carte in gioco, portando alla luce una nuova idea, un concetto innovativo rispetto alla validità pratica delle immagini. Proponiamo qui un breve sunto dell’introduzione scritta dal

teorico

stesso

nel:

“Le

strutture

antropologiche

dell’immaginario”. Durand parte nel suo studio dei simboli da alcuni testi di riferimento, come “L’ immaginazione” di Sartre e tenendo conto della cultura e linea di pensiero della sua contemporaneità. “Il pensiero occidentale e la filosofia francese hanno per costante tradizione di svalutare l’immagine e psicologicamente la funzione d’immagine , maestra d’errore e falsità”.3 Il discorso freudiano dell’associazionismo, della rimozione, è legato infatti a tale linea di pensiero, che quindi tende a definire il discorso immaginativo, come un enigma statico e insulso, a metà strada tra “la solidità delle sensazioni e la purezza dell’ idea.”3 Secondo Durand, Sarte nel suo testo “L’ imagination” aveva cercato di descrivere il funzionamento dell’immaginazione

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O.L. IX


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per distinguerlo dal comportamento percettivo, Sartre infatti aveva definito l’immaginazione come una coscienza trascendente. Nell’immaginazione a differenza degli altri modi di coscienza l’oggetto immaginato è dato immediatamente per quello che è. Per esempio quando pensiamo ad un cubo, subito lo immaginiamo con sei facce, questo comporta che l’osservazione di un oggetto immaginato non insegna nulla più di ciò che precedentemente noi già sapevano, essa non è che una quasi immagine. (il non essere sarebbe la categoria dell’immagine. (...) sempre per Sartre quindi “L’immagine è un’ombra d’oggetto fantasma privo di conseguenze” 4) E se Sartre nell’incedere del suo testo, sembra approdare sempre più definitivamente in una svalutazione dell’immaginario, quest’idea di immaginazione come forma di pensiero inferiore a quello puramente logico si radica con le svariate idee percepite dai maggiori intellettuali di quei tempi. La psicologia allora minimizzava tanto il fenomeno immaginativo fino a ricondurlo ad un maldestro abbozzo concettuale. Ma la distanza che percorre tra l’utilizzo delle immagini e ad esempio la parola, è il carattere intrinsecamente specifico e sensato della prima rispetto alla seconda. Se infatti nel linguaggio “la scelta del segno è insignificante perché quest ultimo è arbitrario, non altrettanto accade nel campo dell’immaginazione, dove l’immagine -

per quanto degradata la si

possa concepire - è in se stessa portatrice di un senso che non deve essere ricercato al di fuori della significazione immaginaria.”3 Il problema di tutte le teorie precedenti, e di Sartre stesso risiede nel fatto che nessuno aveva preso in

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considerazione le immagini come motivi simbolici. Ciò che costituisce un’ immagine non è mai un segno arbitrariamente scelto, ma è sempre intrinsecamente motivato, è cioè sempre simbolico. Se infatti “ Sartre vede bene che esiste una differenza tra segno convenzionale , “non posizionale” e che non “dà il suo oggetto”, e l’immagine , ha il torto di vedere nell’immagine null’altro che una degradazione del sapere, la presentazione di un quasi-oggetto, rinviandola così nell’insignificanza.” 3

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Jung trova l’intuizione che fa da collante tra significato e significante dell’immagine simbolica nel concetto di: archetipo.




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L’

idea di uno “schema o potenzialità funzionale” che “plasma inconsciamente il pensiero” diventano il

minimo denominatore che omogeneizza la costituzione e la costruzione delle immagini, differenziandole totalmente dall’arbitrarietà di segno. In questa nuova concezione archetipica delle immagini, un elemento fondamentale della loro costituzione diventa l’anteriorità dei simboli stessi, un’anteriorità sia cronologica che ontologica. Per studiare dunque “in concreto” il simbolismo immaginario occorre inoltrarsi risolutamente sulla via dell’antropologia, serve collocarsi nel tragitto antropologico, cioè l’incessante scambio che esiste, a livello dell’immaginario, tra la capacità assimilatrice del singolo individuo e le influenze pulsanti che provengono dall’ambiente cosmico e sociale. Ponendosi dunque in questa prospettiva, si capovolge anche la visione precedentemente attuata dalla psicologia, di decifrare l’immaginario sullo svolgimento descrittivo di ogni pensiero logico, pensiero rettificato. Infatti tenendo conto del percorso che il simbolo percorre nell’itinerario archetipo, l’immaginario non è altro che quel “tragitto nel quale la rappresentazione dell’oggetto si lascia assimilare e modellare dagli imperativi pulsionali del soggetto, e nel quale, reciprocamente, le rappresentazioni soggettive si esplicano, attraverso gli accomodamenti anteriori del soggetto, all’ambiente oggettivo (....) il simbolo è sempre il prodotto degli imperativi biopsichici attraverso le intimazioni dell’ambiente.”3

L’immaginario nasce e si alimenta grazie all’incontro tra “la facoltà d’immaginazione e il patrimonio di simboli culturali”5 e si collega sia alla dimensione soggettiva che all’ambiente circostante. Il percorso è quindi antropologico e sarà nel territorio psicologico che bisognerà scoprire i grandi assi di una classificazione soddisfacente. Levi-Strauss sottolinea che la psicologia del bambino in fasce costituisce il “fondo universale infinitamente più ricco di quello di cui dispone ogni società particolare”.6 Ogni bambino “porta nascendo, sotto forma di strutture mentali abbozzate, l’interezza dei mezzi di cui l’umanità dispone dall’eternità per definire le sue relazioni con il mondo”.7 L’infante diventa il grado zero, il punto di partenza universale da cui dedurre e tracciare un resoconto di sviluppo e svisceramento delle differenti risposte che i soggetti apportano agli stimoli. L’ambiente culturale diventa per un bambino il tramite di sviluppo, può quindi sembrare allo stesso tempo una complicazione ma anche una sorta di specificazione di alcuni abbozzi psicologici dell’infanzia, è facile quindi tradurre come le scelte di censura o d’azione delle varie personalità si adeguino ai differenti tipi di vita ed esperienza. “La riflessologia del neonato pone in evidenza la trama metodologica sulla quale l’esperienza di vita, i

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traumi fisiologici e psicologici, l’adattamento positivo o negativo all’ambiente verranno a ricamare i loro motivi e a specificare il “polimorfismo” tanto pulsionale quanto sociale dell’infanzia.2 Il loro attuarsi in maniera universale per ogni singolo individuo e la relativa mediazione di queste con le specifiche caratteristiche dell’ambiente in cui prendono luogo, vengono analizzate da Durand come punti di partenza, come elementi fondativi della capacità di determinazione e analisi dei soggetti. In definitiva, l’immaginario non è altro che quel tragitto nel quale la rappresentazione dell’oggetto si lascia assimilare e modellare dagli imperativi pulsionali del soggetto, e nel quale, reciprocamente, le rappresentazioni soggettive si esplicano, attraverso gli accomodamenti anteriori del soggetto, all’ambiente oggettivo “Il “tragitto antropologico” teorizzato da Gilbert Durand è (appunto) una sequenza che attraversa una vasta costellazione concettuale e mette in relazione analogica le attività materiali (ambiente) ed immateriali (istinto)

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A.m. S.r. O.L. 47 I 2

umane.”7 Le dominanti fondamentali del bambino diventano i principi classificatori della rappresentazione I tre sistemi riflessologici primari (con i relativi apparati sensoriali, e le caratteristiche comportamentali dominanti che ne vengono generate) sono:

i riflessi posturali, che governano la stazione verticale Apparati sensoriali: vista, udito, fonazione dominante di POSIZIONE

i riflessi digestivi, che governano la nutrizione Apparati sensoriali: tatto, olfatto, gusto dominante di INGHIOTTIMENTO

i riflessi ritmici, che governano l’accoppiamento Apparati sensoriali: suzione, sesso dominante di COPULAZIONE

Il carattere normativo, per il contenuto globale della psiche, deriva da queste grandi proprietà biologiche primordiali: nutrizione, generazione e motilità. Il corpo intero collabora alla costruzione dell’immagine. Perché la rappresentazione - e specialmente il simbolo - non sono altro che un’imitazione interiorizzata, e i fenomeni d’imitazione si manifestano, se non dal primo mese , almeno in maniera sistematica dal sesto quando l’imitazione del proprio corpo diventa una regola costante. Tornando a ripetermi l’ambiente umano risulta ovviamente la prima interfaccia da cui il neonato attinge, da cui viene condizionato e con cui le proprie dominanti pisco-motorie si trovano a confrontarsi. Dunque i gesti differenziati in schemi determinano, a contatto con l’ambiente naturale e sociale, i grandi archetipi.




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L’

idea delle immagini archetipiche dedotta da Jung, parte dalla sua intima riflessione sull’inconscio,

sulla materia primordiale e visiva della nostra interiorità: il sogno. Jung partendo dalle scoperte freudiane sulla dominante inconsapevole dell’essere umano, apporta una nuova interpretazione sviluppando una propria concezione rispetto alla dimensione onirica. “è stato un brillante lampo di genio a portare freud a scoprire che i sogni non sono quei capricci senza senso che si riteneva che fossero,ma che - interpretati mediante il metodo psicoanalitico - possono presentare un significato logico e intelleggibile. Questo significato, tuttavia, è generalmente nascosto sotto una massa di simboli.”8 Il primo passo verso il distanziamento tra le visioni dei due grandi psicanalisti venne mosso da Jung stesso, manifestando la propria perplessità nei riguardi delle teorie freudiane e anzi giudicando impossibile confermare la veridicità dei sogni come espressioni di rimozioni o desideri inappagati. Infatti l’idea per cui le immagini evocate durante l’attraversamento della fase di sonno rappresenterebbero, funzioni e rappresentazioni di elementi dimenticati, rimossi o semplicemente “immaginati” risulta difficile, soprattutto perché spesso tali desideri non sono affatto rimossi o non detengono un’importanza critica nella coscienza degli individui. Il sogno presenta numerose e ardue interpretazioni. Sappiamo per certo che esso si basa su una a-temporale e a-narrativa consecutio immaginifica, ed è composto da elementi la cui correlazione non è mai completamente cosciente. Per fare in modo di comprendere, in parte, in maniera psicoanalitica il significato intrinseco dei sogni, bisogna analizzarli, sviscerarli e interpretarli. Il metodo psicoanalitico può paragonarsi all’analisi e sintesi storica. “Supponiamo per esempio di non capire che cosa significhi il rito del battesimo, così come viene praticato nelle nostre chiese attuali. Il prete ci dice che il battesimo significa l’ammissione del bambino nella comunità cristiana, ma questo non ci soddisfa ancora, perché il bambino deve venire bagnato con l’acqua santa ecc.? Per capire questo rito bisogna raccogliere dalla storia dei riti, cioè dalle reminiscenze dell’umanità riguardanti questo atto, un materiale comparativo che va esaminato sotto diversi punti di vista.”8 Allo stesso modo l’analista deve interpretare i sogni, applicando dunque un approccio critico, storico, mitologico, sociale alle immagini oniriche, tirare a indovinare in materia di sogni e compiere tentativi di traduzione diretta è cosa assolutamente inaccettabile e scientificamente inammissibile. Il sogno è infatti incomprensibile in maniera diretta e immediata; se ci troviamo di fronte ad una persona con un martello che pianta un chiodo, comprendiamo esattamente nel momento in cui vediamo cosa sta succedendo, ma, tornando all’esempio del Battesimo, in un azione rituale ogni passaggio è critico e simbolico, sono immagini criptiche che risultano illeggibili ad un occhio inconsapevole. Lo stesso

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ragionamento vale per i sogni. Il sogno infatti è una formazione psicologica la cui origine, il cui senso e il cui scopo sono oscuri; il sogno è perciò uno dei prodotti più puri d’una costellazione inconscia. L’elemento però che determina quello sviluppo nella considerazione onirica di Jung, risiede nella sua individuazione di una matrice comune, una sostanza di fondo che travalica e connette l’intrinseca unicità del singolo individuo. Jung ritiene che queste immagini allegoriche, simboliche prodotte dai sogni siano impronte formatesi dentro la coscienza di ognuno, radicate nei secoli, immagini primordiali autonome, cioè capaci di generarsi per

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forza autonoma. Jung incomincia a interpretare le immagini oniriche come impressioni di un sapere arcaico e comune a tutti i popoli, senza distinzioni di tempo, nè di luogo, sviluppando l’idea di archetipo. Archetipo deriva dal termine Archè (principio origine) e typos (forma, immagine), gli archetipi non sono idee, ma possibilità di rappresentazioni, ossia disposizioni a riprodurre forme e immagini virtuali, tipiche del mondo e della vita, le quali corrispondono alle esperienze compiute dall’ umanità nello sviluppo della coscienza. “Essi si trasmettono ereditariamente e rappresentano una sorta di memoria dell’ umanità, sedimentata in un inconscio collettivo , non puramente individuale, ma presente in tutti i popoli, senza alcuna distinzione di luogo e di tempo: la mia vita è la storia di un’ autorealizzazione dell’inconscio , afferma Jung . Gli archetipi lasciano le loro tracce nei miti, nelle favole e nei sogni, un’ analisi comparata di questi materiali è in grado di portarli alla luce: Jung menziona tra gli archetipi più importanti quello del vecchio, della grande madre, della ruota, delle stelle e così via.”9 Essi, però, non si presentano mai all’analisi allo stato puro, ma attraverso le loro manifestazioni in simboli: ogni individuo li avverte come bisogni e li può esprimere in modo storicamente variabile, secondo le diverse situazioni etniche, nazionali o familiari. In una conferenza del 1919 tenutasi a Londra Jung afferma: “Al di là dei contenuti personali - troviamo nell’inconscio anche le caratteristiche che non sono state acquisite individualmente, bensì ereditate, cioè gli istinti intesi come impulsi ad attività che procedono, senza motivazione conscia, da una costrizione interiore. A questi si aggiungono le forme esistenti a priori, ossia congenite, dell’intuizione, cioè gli archetipi di percezione. (...) Come gli istinti inducono l’uomo a un comportamento specificatamente umano, così gli archetipi costringono la percezione e l’intuizione a formazioni specificatamente umane.” Gli istinti e gli archetipi dell’intuizione formano l’inconscio collettivo. L’inconscio collettivo è un patrimonio ereditario non individuale, ma comune a tutti gli uomini e forse a tutti gli animali e costituisce la vera e propria base della psiche individuale. A proposito dell’inconscio collettivo, dice Jung in una conferenza tenuta nel 1936: “L’inconscio collettivo è una parte della psiche che si può distinguere in negativo dall’inconscio personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza all’esperienza personale e non è perciò un’acquisizione personale. [...] l’inconscio personale

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consiste soprattutto in “complessi”; il contenuto dell’inconscio collettivo, invece, è formato essenzialmente da “archetipi”. Il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell’idea di inconscio collettivo, indica l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque. La ricerca mitologica li chiama “motivi”; nella psicologia dei primitivi essi corrispondono al concetto di raprésentations colletives di Lévy-Bruhl; nel campo della religione comparata sono stati definiti da Hubert e Mauss “categorie

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dell’immaginazione”. In tal modo, l’ inconscio collettivo, attraverso gli archetipi, può condizionare e dirigere la condotta dell’ individuo nei suoi rapporti col mondo, inducendolo a ripetere esperienze collettive e, quindi ostacolandolo nel suo ulteriore sviluppo, oppure guidandolo nei suoi progetti.”10

In ongiuno di noi vi è una parte superficiale dell’inconscio che è senza dubbio personale, legato ai nostri desideri, alle problematiche ai sogni e al mondo che è indissolubilmente legato a noi stessi, ma sotto questa patina superificiale, il nostro inconscio è un profondo pozzo d’ esperienze e acquisizioni innate, che non derivano dalle nostre esperienze. Quando prendiamo in considerazione i contenuti dell’inconscio personale ,” i contenuti sono appunti i cosiddetti “complementi di tonalità affettiva” che costituiscono l’intimità personale della vita psichica. I contenuti invece dell’inconscio collettivo sono i cosiddetti “archetipi”.11 Possiamo visualizzare l’inconscio individuale come una radice che affonda profondamente nella persona e l‘inconscio collettivo come l’insieme di rami e foglie che si intrecciano ad altri rami e foglie a formare una

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foresta. Jung utilizza un suo sogno per spiegare la condizione di inconscio collettivo, in esso, Jung si ritrova a percorrere la sua casa discendendo sempre più nella cantina, più scendeva più si calava dentro le profondità della terra e della storia umana, percorrendo epoche ed ere, muovendosi fino a trovare resti di vestigia romane e infine una caverna primitiva con reperti e teschi umani.“Col pianterreno cominciava l’inconscio vero e proprio. Quanto più scendevo in basso, tanto più diveniva estraneo e oscuro. Nella caverna avevo scoperto i resti di una primitiva civiltà, cioè il mondo dell’uomo primitivo in me stesso, un mondo che solo a stento può essere illuminato dalla coscienza…. Il mio sogno pertanto rappresentava una specie di diagramma di struttura della psiche umana…. il sogno divenne per me un’immagine guida..fu la mia prima intuizione dell’esistenza, nella psiche personale, di un “a priori” collettivo..”

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Questa idea di conoscenza comune di fondo, di archetipo , venne già sviluppata sotto altri termini e nell’ambito di una visione sicuramente più distante dalla matrice psicanalitica per esempio da S. Agostino che parla di: “Idee originarie...che non sono state create...che sono contenute nell’intelligenza divina”13.




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Ma S. Agostino non è l’unico che precedentemente a Jung aveva delineato un’interpretazione del concetto di archetipo, Filone di Alessandria (De Opificio Mundi) connota l’immagine di Dio presente nell’uomo proprio

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con il termine archetipo e successivamente Ireneo (Adversus Haereses) dice “Il creatore del mondo non fece queste cose a partire da se stesso ma le trasse da archetipi estranei”. Jung stesso precisa che l’archetipo non è altro che una parafrasi esplicativa dell’Idea Platonica, la differenza fondamentale tra i due è che Platone concepisce le idee come puro contenuto di pensieri, mentre negli archetipi si possono esprimere anche sentimenti, emozioni o fantasie mitologiche. Tale qualificazione è utile poichè significa che, per quanto riguarda i contenuti dell’inconscio collettivo, ci troviamo davanti a tipi arcaici o meglio primigeni, cioè immagini comuni presenti fin dai tempi remoti. Dobbiamo oltretutto distinguere dall’archetipo in sé e l’immagine archetipica, la rappresentazione, l’idea o fantasia. In altri termini gli archetipi in sé sono strutture assolutamente inosservabili; solo quando vengono stimolati da necessità interne ed esterne (o processi compensativi interiori o stimoli esterni), essi producono in momenti cruciali un’immagine, una fantasia, un pensiero, un’intuizione o un’emozione riconoscibili come archetipiche, perché simili in ogni popolo o civiltà, L’archetipo rappresenta in sostanza un contenuto inconscio che si è trasformato attraverso una presa di coscienza e per il fatto di essere stato percepito, e ciò proprio nel senso di quella consapevolezza individuale nella quale si manifesta. L’archetipo, la sua caratteristica intrinseca, il suo essere soggetto rappresentativo è espresso chiaramente nel mito, nelle dottrine esoteriche e nelle favole.

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La sua concezione psicologica, è più complessa. Nelle indagini mitologiche si è sempre portati a interpretare i miti con le immagini solari, lunari, metereologiche, vegetali o d’altro genere, ma non si è mai accettato il fatto che esse sono in primo luogo rappresentazioni della psiche, manifestazione dell’essenza umana, del proprio SE. “All’uomo primitivo non importa quasi affatto conoscere la spiegazione oggettiva dei fenomeni evidenti; egli sente la perentoria necessità, o meglio, la sua anima inconscia è invincibilmente portata a far risalire qualunque esperienza sensibile a un accadere psichico. All’uomo primitivo non basta veder sorgere e tramontare il sole: quell’osservazione esteriore deve costituire anche un avvenimento psichico”, cioè il sole nel suo peregrinare deve raffigurare il destino di un dio o di un eroe il quale, in fin dei conti, non vive che nell’anima dell’uomo. Tutti i fenomeni naturali mitizzati, come estate e inverno, fasi lunari, stagioni delle piogge, non sono affatto allegorie di quegli avvenimenti oggettivi, ma piuttosto espressioni simboliche dell’interno e dell’inconscio dramma dell’anima che diventa accessibile alla coscienza umana per mezzo della proiezione, del riflesso cioè nei fenomeni naturali.

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L’allegoria è la parafrasi di un contenuto conscio, mentre il simbolo è il miglior modo di esprimere un contenuto inconscio presagito ma ancora sconosciuto. L’uomo primitivo è di una soggettività così impressionante che si sarebbe dovuto pensare per prima cosa a collegare i miti a ciò che è proprio della psiche.Il fatto di soggiacere alle immagini eterne è cosa in sé normale. E’ per questo che esistono. Devono attirare, convincere, affascinare e sopraffare, poichè sono create con il materiale primigenio della rivelazione e rappresentano la sempiterna esperienza della divinità, di cui hanno sempre dischiuso all’uomo il presentimento, proteggendolo contemporaneamente dal contatto diretto con essa.” 8 “L’immaginario, che si forma in quanto continuo arricchimento e “sintesi” di tali suggestioni, può essere pertanto definito come facoltà della mente di approccio e lettura della realtà, che si nutre di reazioni emozionali e parla in simbolico, ossia trae dalla realtà motivi e suggestioni che hanno un preciso significato relativamente al destino dell’uomo; è cioè una facoltà mentale che si affida al simbolico per porsi in atto e far valere i suoi contenuti, nella misura in cui essi sono risposte alle ansie della vita e ai timori della morte.”14 L’archetipo di per sé , è un principio ereditario. Quando una struttura archetipica, innata, si manifesta assumendo la forma di una fantasia o di un’immagine archetipica, la psiche si serve, come mezzi espressivi, di impressioni tratte dall’ambiente: le singole immagini non sono del tutto identiche, ma solo simili nella struttura. Se ad esempio un bambino africano vuol far raffigurare l’ansia che lo sopraffà, immaginerà un coccodrillo o un leone; un bambino europeo, nella stessa situazione, penserà a un autocarro che si avventa contro di lui, minacciando di investirlo. Solo la struttura della minaccia irrompente sarebbe in tal caso simile, mentre l’immagine si arricchisce di impressioni provenienti dal mondo esterno. Jung in questo studio della coscienza umana, si è posto in maniera diametralmente opposta rispetto alle vie percorse dagli antropologi, legati all’idea di comportamento. non ha osservato dall’esterno l’uomo, non s’è chiesto come ci comportiamo, come salutiamo, come ci accoppiamo, come curiamo la prole, ma che cosa sentiamo e fantastichiamo, mentre facciamo qualcosa. Questo non possiamo ricercarlo negli animali. Non abbiamo idea se un merlo che costruisce il suo nido abbia una fantasia creativa sulla struttura del nido. “Per Jung gli archetipi sono non solo pensieri elementari, bensì sentimenti elementari, fantasie e visioni elementari.”15 Spesso è impossibile dire a quale archetipo appartenga un’immagine archetipica.




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Anche se il lavoro di Durand ha costantemente tentato di trovare una direttrice comune, un senso primigenio al diffondersi delle immagini, al loro ruolo nella società, ripercorrendo a ritroso i motivi e le emozioni scatenanti e soprattutto coincidenti con talune immagini, spesso può essere frainteso o parzialmente considerato corretto. Prendiamo ad esempio l’immagine egizia all’interno della tomba del faraone Sethos I; qui un albero, una tamerice, con una mammella allatta il re: l’immagine archetipica è quella della Grande Madre ma anche quella dell’albero della vita....probabilmente entrambi perché non possiamo delimitare gli archetipi. Gli archetipi non nuotano nell’inconscio collettivo come “pezzi di pane nella minestra”, ma sono la minestra stessa. Tornando a Platone: “ Questo Mondo è realmente un essere vivente, dotato di anima e di intelletto, una singola visibile forma di vita che comprende tutte le altre specie viventi, che per loro natura sono tutte legate tra loro. L’universo è l’unica creatura vivente che comprende tutte le specie in esso presenti”16 L’universo è quella minestra, dove galleggiano come le idee platoniche i soggetti e gli archetipi a cui attinge l’umanità per dare forma all’ignoto.

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Fuga a due voci.

L’

inconscio collettivo, come abbiamo già delineato è massa psico-spaziale, transpersonale, che

trascende l’individualità, costituita da archetipi psichici fondamentali e universali. Ogni archetipo, è in sé polare, contiene un aspetto della vita e il suo opposto, è una linea dell’energia che può essere letta in due valenze opposte. La psiche è polare nelle sue qualità primarie, infatti ogni sentimento o atteggiamento contiene contemporaneamente il suo opposto, l’odio convive con l’amore, la sottomissione con la prevaricazione, il conscio con l’inconscio. Numerose sono le rappresentazioni che l’essere umano ha inventato tentando di dare forma e immagine all’archetipo del Dualismo: la Grande Madre, la papessa dei tarocchi, lo ying yang, il numero 2, il grande Ermafrodita, Il Sole e la Luna. Questi sono alcuni dei differenti motivi simboleggianti il tema degli opposti;

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simboli che seppur differenti, si legano alla matrice caratterizzante tutti gli elementi o le attività di tipo polare: il conflitto. Se infatti sono il bene e il male a combattersi a vicenda, ed è l’esaltazione della razionalità che tende all’ autorestrizione rispetto all’istinto inconscio è proprio nella conciliazione e nell’unificazione degli opposti che Jung intravede il germe della salvezza. Questo matrimonio delle parti assume il nome di Sigizia. La matrice storico esoterica di questo nome, prende il suo significato dalle discipline gnostiche e alchemiche, che reinterpretavano la vergenza delle differenze come atto di fertilità (spirituale, bilogica), l’accoppiamento tra due divinità, solitamente Eoni, la Sigizia riassume quell’idea Neoplatonica per cui tale accoppiamento

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non ha capacità creative, ma generative attraverso l’emanazione. Secondo lo Gnosticismo le “cose”

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prendono forma solamente dopo che Sophia (l’eone della saggezza) innamorandosi della materia nella quale sprofonda dà vita al Demiurgo creatore del mondo e dell’essere umano (imperfetto); Sophia diventa in questo modo Ignoranza, chiamata in altri testi Zoe o Grande Madre. E’ quindi all’interno del carattere stesso degli opposti (saggezza ignoranza, spritualità materia) che l’essere umano prende forma. Il matrimonio delle parti, la Sizigia, ha riscontri in numerosi contesti, l’idea della conciliazione delle essenze opposte è infatti un’idea predominante nel panorama della cultura arcaica, dall’Oriente all’Occidente, l’idea di un caos ordinato primordiale, un eterno essere, un completo tutto, da cui deriva l’imperfezione e la scissione della totalità uroborica trova forma sia nelle ricostruzioni mitologiche della creazione, sia nelle pratiche filosofico alchemiche dove imita in egual maniera a spiegare la creazione/emanazione della materia. Ci troviamo quindi a considerare il dualismo, concepito nella sua forma di unione, come portatore di una

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diversità/novità intrinseca all’idea di nascita/creazione. Tutto prende forma dallo stupore primitivo della vita: l’ uomo e la donna, resi eterni e divini nella loro connotazione celeste, come Sole e come Luna, sono il simbolo di una continuità ciclica e temporale della condizione umana e non, della vita della morte del sorgere e tramontare. “La città non ha bisogno della luce del Sole, né della luce della Luna, perchè la gloria di Dio la illumina”1, la condizione sigiziale e imperscrutabilmente legata all’umano, non è più necessaria dunque: con la fine del mondo, l’essere tornerà alla luce, al suo stato di completezza e di sostanziale pienezza, non c’è più tramonto né alba, la fine è l’inizio, il serpente continua a mangiare la propria coda, siamo nuovamente in uno stato uroborico dell’esistenza. Per giungere dunque ad una parziale ascesi spirituale e fisica, una divinizzazione del proprio vivere e una sorta di uroboros del proprio Sè, bisogna prender coscienza delle proprie metà in antitesi e tentarne una parziale se non totale sincronizzazione. “Anticamente la nostra natura non era quella di oggi. I generi non erano tre o due, come ora, maschio e femmina, ma ce n’era uno che partecipava in entrambi… un androgino… la forma di questo essere era sferica, e aveva quattro mani e quattro gambe… Giove decise di tagliarlo a metà… da tempo perciò è connaturato agli esseri umani l’amore reciproco, per questo ognuno è sempre alla ricerca della propria metà, sia essa uomo o donna, indipendentemente dal proprio sesso, per ricostituire l’intero iniziale… Per questo diciamo che ognuno cerca la propria metà… La causa della nostra ricerca è che un tempo eravamo interi e al perseguimento dell’intero noi diamo nome amore”2

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Jung aveva percepito il carattere polare della coscienza, e aveva strutturato l’idea dell’ “IO” come l’Aion,




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(Eone) dell’unione tra conscio e inconscio, come tutti gli archetipi ha un carattere paradossale: è maschile e femminile, vegliardo e fanciullo, potente e inerte, grande e piccino; il Sé è un autenica Complexio Oppositorum. Jung esamina quattro componenti del Sè: Io, Anima e Animus e Ombra. Se l’Io è la personalità razionale e il soggetto di tutti gli atti personali consci, l’inconscio è l’ignoto del mondo interno strutturato nella

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sigizia tra Anima e Animus (il corrispettivo femminile nel maschile e viceversa) e l’Ombra la parte istintiva e irrazionale contenente anche i pensieri repressi dalla coscienza. L’intelletto (Animus) e il sentimento (Anima) si oppongono l’un l’altro (siamo di fronte all’Eone Sophia e Ignoranza) ma maschile e femminile in positivo si integrano anche così da portare Eros alla coscienza e Logos al raziocinio. L’essere umano è quindi intrinsecamente sia maschile che femminile. Possiamo intendere queste due valenze su un piano meramente sessuale oppure sollevarci più in alto nel cielo dell’archetipo. In questo secondo senso, Jung afferma che ogni uomo ha in sé una donna e che ogni donna ha in sé un uomo. Qualunque sia il genere effettivo del soggetto, nella sua parte ombra egli possiederà anche il genere opposto. Dunque, ognuno di noi è multiplo e, nella persona bene equilibrata, le polarità psichiche sono complementari. “Alla psicologia femminile appartiene la sfera dell’eros e delle relazioni interpersonali….alla psicologia maschile la sfera dell’astrazione concettuale…”; “l’Animus è uno sputasentenze, anzi, un collegio di sputasentenze… ..l’Anima è una madonna che cela sotto l’apparenza angelica la lussuria di Taide, la crudeltà di Scilla….”3 L’Ombra sul piano culturale coincide con l’eone cristiano del male che si contrappone al bene, l’opposizione netta bene/male è discutibile. Il contrasto morale è alla base di tutte le nevrosi e necessita di un simbolo che comprenda gli opposti infatti bene e male sono concetti relativi, noi non siamo in grado di comprenderli. Anche Freud si era occupato di ambivalenza (odio/amore) ma concependola attraverso due aspetti contrastanti, conflittuali, che tendevano a sopraffarsi l’un l’altro e verso cui bisognava applicare delle scelte, eliminando uno dei due poli. Le teorie di Jung, invece, si collega al pensiero taoista (Yin e Yang), concependo l’essere come appunto un soggetto ambivalente, le cui essenze convivono tentando di integrarsi a vicenda. La prima forma di comunicazione col diverso è quella di ogni sesso col sesso opposto. Jung ci dice che il diverso è dentro di noi e se non impariamo a riconoscerlo e a comunicare con esso, creeremo delle società malate. Comunicare col diverso non significa respingerlo ma nemmeno diventarne omogenei; anche l’identità è una ricaduta all’indietro. “Ci sono molte forme di rapporti. Noi pensiamo alla parentela, al rapporto sessuale, all’amicizia, ma c’è dell’altro… a volte tra due esseri umani corre come ‘un filo d’oro’. E’ solo quando si squarcia il velo di Maia che possiamo riconoscere il filo d’oro”.4

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Elaborare l’Ombra può permetterci di capire meglio le polarità della vita, uomo e Dio, bene e male, conscio e inconscio… L’immagine alchemica della coniunctio oppositorum, il Rebis, re e regina insieme, rappresentano la meta, la pacificazione degli opposti, la loro integrazione. Là dove non esiste integrazione ma i complementari non sono conciliabili, uno di essi si proietta fuori. Le proiezioni dovrebbero essere riconosciute e ritirate, così che la loro energia torni alla sede primaria in una riappropriazione della psiche di ciò che le appartiene. La necessità di trovare l’immagine primordiale, il simbolo, il mito nel quale proiettarsi e attuare in ciascun individuo il rapporto tra conscio e inconscio, l’incontro tra l’ignoto nell’uomo e l’ignoto nel mondo è il passo verso la via della liberazione. Il Sè è un archetipo della totalità, è l’integrazione equilibrata degli opposti e la sua realizzazione è uno degli scopi dell’analisi, Il proprio corpo è il proprio mondo, è il primo ambiente a cui ci si adatta: è il corpo con tutte le sue infinite senzazione che può diventare un fantasma particolarmente minaccioso, se non si elaborano le informazioni basilari del suo stesso istinto di conservazione. Quanto più un soggetto è inconsapevole di un insieme di stati d’animo che gli appartengono, tanto più la sua mente è passiva rispetto a un tale groviglio emozionale, al punto da rendersi conto della sua passività solo quando si trova a “trascendere” a scoprire di essersi ingannato da solo. Questa parte emozionale inconscia e subdola è la parte di noi per cui ci comportiamo più secondo stereotipi che secondo scelte coscienti e personali, proprio perchè ci sottraiamo alla responsabilità dei nostri stati d’animo. Anima e Animus, le due controparti sessualmente opposte sia a loro stesse che al proprio soggetto referente, sono archetipi di modelli comportamentali generici, sono stereotipi, e la loro connaturazione di carattere sessuale (più volte travisata o analizzata in maniera troppo legata alla loro genericità) si pone come tramite, come legante della persona con il rispettivo altro. L’altro sesso è l’ultima icona di umanità prima della depersonalizzazione, che è il destino che spetta ad un io che non trova coerenza con il proprio sè corporeo. Di tutti gli automatismi che minacciano la stabilità psichica, l’automa dotato degli attributi dell’altro sesso è del resto il grande protagonista della psicologia del profondo. Per rappresentare il massimo della completezza l’inconscio usa immagini erotiche, unioni d’amore, simboli sessuali. Per questo, come osserva L. M. von Franz, non sempre sogni che ci possono sembrare erotici lo sono, a volte essi sono addirittura indicazioni mistiche o simboleggiano grandi sintonie. Jung, che ama personificare le energie, comincia allora a comunicare con la sua donna interiore, con lettere


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o pensieri, come fosse una persona, ed essa risponderà in modo sorprendente con immagini, sogni o visioni. Le personificazioni Angelo come Anima, quando sono interrogate, rispondono. Nello strano rapporto che si forma, Jung è il paziente e l’Anima l’analista; lui l’allievo, lei la maestra. Ogni sera Jung scrive all’Anima con la massima sincerità. L’Anima gli manda sogni o visioni, che egli deve interpretare. Come diceva Eraclito, il Dio non è mai chiaro, non risponde, accenna. L’Anima funziona da tramite tra conscio e inconscio e lo nutre di simboli significativi.” 5 l’Anima come l’Angelo, non sono giochi poetici o fantasie, ma attivazioni di energia, che aiutano la coscienza a crescere e ad emanciparsi dall’arbitrio delle pulsioni. I contenuti psichici si liberano alla luce dell’arte , ovvero dell’immaginazione attiva, diventano osservabili e aiutano. Ogni singola anima poi è parte dell’Anima collettiva, o anima del mondo e quello che le arriva, viene dall’inconscio collettivo. L’essere Donna/Uomo è soltanto una raffigurazione simbolica (Jung era solito dare immagini alle forme/ idee) del genere d’appartenenza a noi più distante, la controparte sessuale è l’espressione dell’atteggiamento più impersonale, meno individuale della coscienza quindi più vincolante. La

relazione

analitica

elabora

proprio

gli

effetti

depersonalizzanti e spersonalizzanti che ipnotizzano l’Io, e le immagini più aliene di quest’ esperienza sono proprio l’Anima e l’Animus. Nelle persone affette da disturbi legati alla propria interiorità ed integrità psicologica, il fantasma delle loro angosce spesso assume le sembianze di un partner dell’altro sesso dal fascino iponitco, che simboleggia il garbuglio affettivo

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che si è reso autonomo dall’IO, solitamente il soggetto è in contatto con se stesso solo se la sua immagine gli si rispecchia nelle fattezze di un gemello dell’altro sesso. Le esperienze terapeutiche corrispondono infatti al sentirsi di nuovo in sè stessi; essere sè stessi è la migliore panacea. così, un io mortificato si sente di nuovo e finalmente padrone a casa sua. è attraverso la consapevolezza emotiva della propria persona ed i caratteri predominanti della personalità altra generica e quindi connessa con il resto delle personalità che, finalmente, l’individuo armonizza la propria singolarità, rendendola ricca e in relazione con il proprio mondo affettivo e il mondo affettivo altrui; con la vita. E’ il simbolo psicologico della totalità, da cui nessun singolo può sradicarsi senza perire, è l’appagamento che deriva dal sentirsi finalmente in pace con se stessi.







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A piacere.

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urante l’ultima parte della propria vita, Jung concentrò i suoi studi sul fenomeno della sincronicità.

Ciò avveniva contemporaneamente ai processi di trasformazione radicale della scienza moderna causati dalla scoperta di Einstein sulla relatività dei processi fisici, che induceva la scienza a rivedere e mettere in discussione il pensiero di causa effetto, nel contesto di una non più assoluta certezza delle leggi naturali, che diventavano quindi probabilità statistiche e verità relativa. Einstein teorizzava che tutte le indicazioni temporali sono legate alla posizione dell’ osservatore;

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V.C. 19

nell’ambito quotidiano possiamo lasciar passare inosservato questo dato solo perché la velocità della luce è elevatissima, ma se dovessimo muoverci a grandi velocità scopriremmo che l’intervallo di tempo tra gli eventi diventa relativo, per un soggetto due eventi possono accadere simultaneamente mentre per un altro possono anche non accadere. L’idea è quella che le classiche teorie di una suddivisione spazio/temporale di tipo lineare vengano frantumate.

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Prima della fisica moderna, l’alchimia aveva gettato un ponte tra i mondi separati di psiche (lo spirito) e materia, nella nostra epoca solo nell’ oscuro ambito del paranormale l’unione tra spirito e materia viene sperimentata, gli antichi chiamavano quest’unione Unus Mundi. Nel contesto di queste scoperte, Jung, determina l’idea che la stessa relatività operante nelle leggi della natura possa determinare il principio per cui, esistono processi e modi di manifestarsi dei fenomeni, che seguono modalità A-causali.




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Jung appoggiandosi a questa nuova incertezza sui dogmi scientifici, tenta di affondare le radici del suo pensiero sincronico, fornendo delle spiegazioni che si connettono in maniera altamente pertinente proprio ai nuovi dubbi sui concetti di causalità. Durante il suo lungo studio sulle immagini e sugli archetipi fondamentali, Jung si trova più volte di fronte ad eventi, fatti, elementi che durante l’arco delle giornate, ritornavano e si stratificavano in maniera talmente chiara da non poter apparire casuali. Ciò inizia a suscitare in Jung il tarlo del dubbio, su costruzioni e strutture immaginifiche di ritorno che precludono un concetto di causa, ma al contrario appaiono completamente prive di una spiegazione. Jung inizia a parlare di sincronicità.

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Considerando l’esperienza a-causale, come un’ effettiva realtà che è possibile determinare attraverso una premessa di verità statistica, sappiamo che essa si distingue mostrando una tendenza al raggruppamento aperiodico, e non potrebbe essere altrimenti, perché se no dovrebbe risultare soltanto una disposizione periodica e regolare degli eventi, la quale appunto escluderebbe il caso. Jung faceva notare che le leggi di natura sono invariabili solo quando riproduciamo gli esperimenti nel ristretto spazio di un laboratorio, all’interno quindi di una causalità controllata. All’esterno di tale ambito protetto, la natura agisce secondo schemi in cui interagiscono una quantità incalcolabile di eventi esterni, che rendono impossibile determinare con certezza il risultato, e fra tali eventi

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va compreso anche l’osservatore stesso che, seppure involontariamente, interferisce sempre con i processi causali. Il risultato potrà essere previsto secondo un mero calcolo di probabilità, non di certezza, come si esprime C. G. Jung: “Noi ora sappiamo che tutte le leggi di natura non sono altro che delle verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni”1 “

Osservati a partire da una prospettiva globale, i fenomeni sincronistici e quelli causali potrebbero essere

considerati come due lati di un nastro di Moebius”2 Il discorso è che per ogni evento vi è una spiegazione e una dimostrazione causale del proprio manifestarsi, ma non risulta possibile che la coincidenza di taluni eventi sia invece riscontrabile a livello logico o razionale. Per questo Jung differenzia notevolmente il concetto di sincronicità con l’idea di sincronismo; se infatti nel primo caso gli eventi si sovrappongono in maniera completamente acausale ma correlati da un’evidente comunanza di significato, nel secondo cosa gli eventi accadono simultaneamente senza alcun nesso comune. Per capire meglio ciò di cui si sta’ parlando, e per esprimere in maniera più chiara l’idea di sincronicità, ecco una serie di esempi che lo stesso Jung, ha utilizzato nei suoi testi fondamentali. Jung nei suoi scritti è solito raccontare l’aneddoto sullo scarabeo dorato: durante una seduta con una sua

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paziente, la cui terapia si era arenata e non progrediva minimamente perché l’animo di questa paziente era diventato rigido, logico, un giorno la donna raccontò a Jung un sogno che aveva fatto: qualcuno le aveva regalato uno scarabeo dorato. Mentre la donna raccontava questo sogno, qualcosa picchiettò alla finestra dello studio, Jung aprì le finestre e vide che c’era un insetto alato che sbatteva contro la finestra, Jung aprì la finestra e afferrò al volo l’insetto mentre entrava nella stanza, la donna chiese cosa fosse, e lo psichiatra rispose che era uno scarabeo simile a quello sognato dalla paziente. La donna non aveva idea che lo scarabeo d’oro era un simbolo egiziano di rinascita ma la coincidenza di quello scarabeo entrato dalla finestra dette subito al sogno un nuovo significato, l’aiutò a rompere il guscio della sua resistenza intellettuale, ora poteva incominciare la sua “rinascita” spirituale. La maggior parte degli eventi sincronici spontanei come questo, di solito ha una diretta connessione psichica con l’archetipo. Un altro buffo esempio è certo quello del “pudding”. “Un certo Monsieur Deschamps ricevette in dono da bambino un pezzettino di plumpudding da un certo Monsieur de Fontgibu. Dieci anni dopo scopri` di nuovo un plumpudding in un ristorante di Parigi e ne ordino` un pezzo. Venne fuori pero` che il pudding era stato ordinato da qualcun altro, e precisamente da Monsieur de Fontgibu. Molti anni più tardi M. Deschamps fu invitato a gustare un plumpudding, una specialità rara, gli assicurarono. A pranzo egli osservo` che non mancava che M. de Fontgibu. In quel momento le porte si aprirono e un vecchissimo signore disorientato fece il suo ingresso: era M. de Fontgibu, che aveva sbagliato indirizzo ed era capitato per errore in quella riunione”.3 L’ultimo esempio è quello di un paziente la cui moglie raccontò a Jung che in seguito alla morte della nonna e della madre, sul letto di morte si erano radunati davanti alle finestre della stanza delle due moribonde un gran numero di volatili. Jung durante una seduta con il marito della donna constatò che l’uomo era affetto da una serie di sintomi che lo psichiatra attribuì a una lieve malattia di cuore incipiente. Jung mandò l’uomo a farsi controllare da uno specialista, ma a conclusione della visita, tornando a casa, improvvisamente il paziente stramazzò per terra. Riportato a casa morente sua moglie era già in preda a uno stato d’angoscia e di panico perché, subito dopo che il marito si era recato dal medico, sopra il tetto della loro casa si era condensato un intero stormo di uccelli. Anche in questo caso esiste un nesso significativo: lo stormo degli uccelli significa sul piano mitologico che le anime vengono a prendere qualcuno, il che corrisponde a una credenza diffusa in tutto il mondo.




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In tutti questi casi proposti come esempi avviene che all’esterno si manifesta una coincidenza, un dialogo con “l’interiorità” del soggetto osservatore. Non possiamo pensare che esista un modo, una possibilità scientifica di determinare questi eventi, essi come abbiamo già ribadito sono privi di una connessione causale, ma diventano eventi significativi nel momento in cui il soggetto osservatore li filtra attraverso la propria coscienza psichica. “Nell’ambito della formulazione scientifica dobbiamo quindi affermare che la sincronicità riguarda la coincidenza o la simultaneità di due stati psichici: di uno stato psichico normale; dal punto di vista causale abbastanza spiegabile e di uno stato che si sottrae alla deduzione, cioè di un’ esperienza critica priva di nessi causali, la cui obiettività può essere verificata solo a posteriori.”3 Nonostante le analogie col pensiero di filosofi e fisici, Jung cerca di dare una definizione precisa al concetto di sincronicità individuando in essa tre diverse manifestazioni possibili: - come coincidenza di uno stato psichico dell’osservatore con un evento esterno e oggettivo che è simultaneo al primo e che è direttamente correlato a quello stato o contenuto psichico, dove non esiste alcuna evidenza di una connessione causale tra lo stato psichico e l’evento esterno e dove,considerando la relatività psichica di spazio e tempo, una tale connessione non è minimamente concepibile; - come coincidenza di uno stato psichico con un corrispondente evento esterno (più o meno simultaneo) che ha luogo fuori dal campo percettivo dell’osservatore (a distanza) e che può essere verificato solo in una fase successiva (chiaroveggenza e telepatia); - come coincidenza di uno stato psichico con un corrispondente evento futuro non ancora accaduto, distante nel tempo e che può essere verificato solo in seguito (preveggenza).4 In altre parole sono sincroniche quelle coincidenze significative tra eventi psichici e reali, dove è impossibile ritrovare una causa comune perché gli avvenimenti seguono dinamiche del tutto autonome e le coordinate spaziali e temporali vengono meno. Per Jung infatti sia il tempo che lo spazio sono delle coordinate numeriche di cui il numero è l‘archetipo stesso, i fenomeni sincronici nel loro essere assolutamente indefinibili sfuggono a tali coordinate, poichè essi non sono collegati ad un principio di causa effetto. Partendo dal presupposto che la quasi totalità dei fenomeni che si verificano in natura può spiegarsi in senso causale, Jung s’interroga sull’esistenza di un residuo a-causale. Jung dubitando della validità di un principio causale assoluto, propone la visione del concetto di sincronicità per scardinare questa concezione e per esprimere delle idee di causalità non lineare. Infatti l’idea di “causa” è solo un principio, e come tale la psicologia non può esaurirsi solamente attraverso l’utilizzo di metodi causali perché la psiche e lo spirito vivono di fini.

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I casi di coincidenze significative che vanno distinti da semplici gruppi casuali sembrano basarsi su un fondamento archetipico. Casualità e causalità appartengono, insomma, alla sfera conscia della psiche, mentre la a-causalità (sincronicità quando è significativa) è espressione dell’inconscio. “La causalità è il modo in cui noi ci rappresentiamo il ponte che unisce due avvenimenti susseguenti. La sincronicità invece definisce il parallelismo temporale e significante di eventi psichici e psicofisici che le nostre conoscenze fino a oggi non sono state in grado di ridurre ad un principio comune [...]L’unico ponte riconoscibile e constatabile tra loro è il senso che hanno in comune (ossia un’omogeneità) […] Sincronicità significa la differenziazione moderna del concetto obsoleto di corrispondenza, simpatia e armonia. Non causa ed effetto, dunque, ma « coincidenza nel tempo, una specie di contemporaneità », che mette in rilievo come spazio e tempo non abbiano un’esistenza oggettiva, la quale nasce solo con l’introduzione della misurazione, bensì siano « di origine sostanzialmente psichica », come è per i “primitivi”, e come è generalmente riconosciuto dalla critica kantiana in poi: se l’oggettività di spazio e tempo è dovuta alle « necessità intellettive dell’osservatore », ciò significa che «quando la psiche osserva non già corpi esterni ma se stessa » tale relativizzazione si riproduce di nuovo, dando luogo ad eventi privi di un’inseità strutturale, frutto invece di « idee spontanee nelle quali si manifesta la struttura dell’inconscio che le produce »5 L’evento sincronico sembra essere una interconnessione, un luogo di mezzo, tra due realtà che solitamente

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percepiamo come separate. I Tibetani direbbero che l’evento sincronico è un bar-do, un ponte. Jung del resto si è sempre occupato dei luoghi di mezzo: il simbolo è un mediatore tra due realtà, Mercurio è un’energia di collegamento tra visibile e invisibile, il sogno è un varco tra un mondo e l’altro, anche l’evento sincronico è un luogo mediale, che collega due processi e li riporta a unità di senso, l’incontro di due vie apparentemente diverse per un messaggio comune. Gli eventi sincronici quindi sfuggono a qualsiasi predittività; se avvenissero regolarmente , dovremmo poterli predire. Questo, è il problema di fondo della parapsicologia: nonostante un’immensa documentazione di fatti aneddotici, anche attendibili, l’imprevedibilità dei fenomeni sincronistici non permette di dedurre da essi un procedimento sistematico che aiuti a comprenderli meglio.

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n fenomeno altrettanto interessante che può definirsi, in qualche modo, analogo alla sincronicità, è

l’ESP (percezione extra-sensoriale, fenomeni chiamati in generale col termine PSI da una lettera dell’alfabeto greco), problema di non facile soluzione per la difficoltà di tracciare una linea netta di demarcazione tra le frodi, i piccoli trucchi, l’auto inganno e gli esperimenti scientifici.




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Negli anni ’40 divennero famosi in USA, gli esperimenti di psicocinesi dei coniugi Rhine (indovinare le carte, influire sul lancio dei dadi), cui lo stesso Jung attinse per approfondire la sua ricerca. Laureatosi in filosofia a Chicago nel 1925, insegnò psicologia alle Università Harvard e Duke. In questo ateneo, dove insegnò psicologia dal 1928 al 1940, fondò un laboratorio dove diresse esperimenti da lui ideati utilizzando volontari che dovevano tentare di trasmettere gli uni gli altri, con il solo pensiero, immagini e simboli. A tale scopo, Rhine utilizzò soprattutto le cosiddette carte Zener (simili a quella da gioco) che recavano simboli elementari. Le carte Zener sono un tipo particolare di carte; un mazzo ne contiene 25. I simboli sulle carte sono 5, ripetuti per altrettante volte: il cerchio, la croce, il quadrato, la stella e l’onda. Nel 1935 W. McDougall e G. B. Rhine crearono negli Stati uniti il “Laboratorio Parapsicologico della Duke University”. Qui un ristretto gruppo di ricercatori, guidato da Rhine, dette inizio ad estese indagini sulla percezione extrasensoriale, avvalendosi delle stesse carte di Zener: l’indagine consisteva nell’analizzare fenomeni di telepatia, chiaroveggenza e precognizione in soggetti sottoposti a test. Jung, tuttavia, constatò che i suoi risultati erano frutto di un interesse costantemente rinnovato, cioè di un’emozione che abbassava il livello di coscienza conferendo maggiore preponderanza all’inconscio. In questo modo spazio e tempo venivano relativizzati, il che inibiva il processo causale. La conseguenza era un atto creativo non più spiegabile in termini causali. I metodi mantici tendono ad essere efficaci proprio a causa di questo rapporto con l’emotività: sfiorando una predisposizione inconscia si desta interesse, curiosità, attesa, speranza timore e quindi la corrispondente prevalenza dell’inconscio. L’azione divinatoria si specchia nell’attimo in cui viene compiuta e ne fornisce una chiave di lettura noncausale e non-razionale; tale azione inoltre, a differenza dell’esperimento di laboratorio, tiene conto dell’aspetto soggettivo costituito dall’osservatore-divinante che entra a pieno titolo nell’operazione. La lettura oracolare è quindi la somma dei dati oggettivi costituiti dai segni e del dato soggettivo costituito dall’interpretazione del divinante: “La sincronicità considera la coincidenza degli eventi in spazio e tempo come significatore di qualche cosa di più d’un mero caso, cioè di una peculiare interdipendenza di eventi oggettivi tra di loro, come pure fra essi e le condizioni soggettive (psichiche) dell’osservatore o degli osservatori”6 Come chiusura al capitolo mi piaceva l’idea di citare un noto esempio di sincronicità, il famoso caso della centesima scimmia che Lyall Watson, in “Life Tide” (la marea della vita) racconta in modo romanzato, partendo da un episodio realmente accaduto: “Il comportamento della scimmia giapponese Macaca Fuscata è stato intensamente studiato dagli etologi per più di trent’anni, osservando un certo numero di colonie selvagge. Una di queste colonie viveva isolata

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sull’isola di Koshima, di fronte alla costa occidentale di Kyushu, dove nel 1952 l’uomo fornì alle scimmie una “spinta” evolutiva: delle patate dolci gettate sulla sabbia. Erano stati approntati una serie di posti di osservazione, nei punti d’incontro del territorio del gruppo. Abitualmente le giovani scimmie imparano le abitudini alimentari dalle madri, che insegnano a loro cosa mangiare e come comportarsi con il cibo stesso. In questo gruppo di macachi si era sviluppata una complessa tradizione che comprendeva germogli, frutti, foglie, gemme, di centinaia di specie di piante. Perciò essi avvicinarono le nuove scorte di cibo “artificiale”, ma nulla nel loro repertorio li rendeva capaci di trattare con patate dolci selvatiche, coperte di sabbia. A un certo punto Imo, una femmina di diciotto mesi, risolse il problema, portando le patate giù verso il torrente e lavandole prima di mangiarle. Comparata con le conoscenze già acquisite da queste scimmie, questa era una vera rivoluzione culturale. Richiedeva astrazione e una deliberata manipolazione di parecchi parametri rispetto all’ambiente. Invertendo la normale tendenza, fu la giovane Imo a insegnare alla propria madre il trucco. Lo insegnò anche ai suoi compagni di gioco che, a loro volta, lo insegnarono ai loro genitori. Piano piano, la “nuova cultura” si sparse attraverso la colonia, e ogni passaggio ebbe luogo in piena vista degli osservatori. Nel 1958, tutti i giovani lavavano il cibo sporco, ma i soli adulti (più vecchi di cinque anni) che adottavano le novità, erano quelli che l’avevano imparata dai figli. Poi successe qualcosa di straordinario: nell’autunno di quell’anno, un numero imprecisato di scimmie di Koshima lavava le patate dolci nel mare, perché Imo aveva fatto l’ulteriore scoperta che l’acqua salata non solo puliva il cibo ma gli dava un interessante nuovo sapore. Era un martedì quando gli etologi osservarono questo fenomeno: un certo numero di scimmie, diciamo 99, per rendere l’evento più chiaro, era sulla riva alle undici di quella mattina, quella stessa sera tutte le scimmie dell’isola avevano iniziato a lavare le patate! Possiamo immaginare che, raggiunta una certa “massa critica”, una centesima scimmia si sia aggregata al gruppo che lavava le patate provocando un drammatico cambio di comportamento nell’intera comunità. Non solo, ma il comportamento aveva in qualche modo superato le barriere naturali ed era apparso spontaneamente in colonie su altre isole e pure sulla terraferma, in un gruppo a Takasakiyama.”

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Il fenomeno della centesima scimmia è diventato popolare nella cultura New Age perché investe l’azione di ogni singolo individuo di una potenzialità ben più vasta e significativa. Il messaggio è che cambiando noi stessi possiamo, per sincronicità, portare rivoluzionari cambiamenti all’intero pianeta.








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Kanon in C.

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eterminante nel mio sviluppo di tesi, l’utilizzo di questo mistico libro che a prima lettura sembra un

ricettacolo di luoghi comuni, intramontabili frasi proverbiali....un’enciclopedia di encomiabili evergreen ad effetto. Si, l-Ching, non è un libro semplice, non è esattamente l’oroscopo della settimana enigmistica, oppure la predica del buon samaritano, è un ricettario. Un catalizzatore di situazioni e metodi di comportamento, a seconda degli eventi e delle problematiche. I-Ching è una strada, un veicolo per muoversi all’interno della difficoltà degli eventi, esso propone una direzione, quella dell’armonia e dell’affermazione del singolo, ma la strada da percorrere, il caso o il destino (un’ interpretazione erroneamente occidentale) vanno scelte e interpretate accuratamente. L’utilizzo di questo strumento determina e catalizza, attraverso la propria modalità e struttura, un responso sincronico, grazie al suo compiersi hic et nunc, e nel suo essere realizzato da uno specifico soggetto X, la somma degli eventi e della singolarità getta un ponte, una passerella tra l’essere e il resto, tra il tempo e lo spazio, ispirando quelle connessioni così difficilmente intuibili nella quotidianità. Insomma un oracolo, un testo suggestivo (nel senso di creare suggestioni), un testo che esprime idee e immagini e permette di interpretarle e renderle proprie e coerenti con il nostro essere. Ho utilizzato l’I-Ching per connettere quindi il collettivo, il nostro organo molteplice, con l’ordine superiore delle cose, e relazionarci a questo, nella nostra individualità, nel nostro essere io e noi, nel mio interesse a mettere in mostra, non tanto una massa, quanto 6 specifiche persone, con cui piango, lavoro, scherzo,

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mangio, litigo e con cui vivo e convivo da più di 3 anni. L’I-Ching, è stato uno degli strumenti su cui Jung, ha rifletutto per più tempo, ma solo negli ultimi anni della sua vita ha sviscerato completamente e reso noto al pubblico i suoi pensieri al riguardo. La razionalità e l’indifferenza dei suoi colleghi nei confronti di quello che molti liquidavano come una semplice raccolta di “formule magiche”, aveva portato Jung, a tenere celato il suo interesse per tali argomenti, e sopratutto le sue tesi al riguardo. L’opera cinese, venne tradotta in quegli stessi anni. Fu Richard Wilhelm, grande sinologo di quei tempi e amico di Jung, a portare a termine la traduzione del testo tentando di renderla il più accessibile possibile alla mentalità occidentale. I Cinesi, infatti, consideravano la realtà come una configurazione di eventi casuali ma pieni di senso e non il

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V.C. 6

risultato di continue concatenazioni causali. “Tutto il nostro ragionamento (occidentale) si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos’altro è accaduto allora. I cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale che va dal passato al futuro attraverso il presente; ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole, non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cose avvenga ora; si chiedono: “qual’è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento?”1 Del resto la stessa individualità di ciascuno di noi è una direzione all’interno del cambiamento continuo, quello che ci rende individui non è l’immutabilità delle nostre proprietà, ma la consapevolezza conscia della continuità della via della nostra crescita e trasformazione spirituale: l’individualità è la capacità di una trasformazione

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significativa e coerente. Lo stesso I-Ching assume proprio il nome di “libro dei mutamenti” a chiarificare l’atteggiamento fluido e mutevole dell’universo e inscindibilmente delle persone che lo popolano; in natura la trasformazione è sinonimo di vita al contrario della staticità che allude alla morte. La grande fortuna di Richard Wilhelm fu quella di poter studiare presso il maestro Lao Nai-hsuan, uno dei saggi della vecchia scuola, espulso negli anni della rivoluzione cinese; con lui riuscì ad apprendere la particolare tecnica dell’oracolo. Richard era forte quindi, di una conoscenza non solo linguistica, ma anche pratica e teorica, una conoscenza profonda del libro dei mutamenti, che la semplice cultura accademica non poteva fornire. Per questo la sua particolare traduzione al libro è stata concepita in maniera complessiva, tenendo non solo conto della traduzione linguistica ma anche della semantica più profonda che il testo contiene. Il libro dei mutamenti è il più importante e conosciuto testo cinese, e venne composto in differenti momenti e tramandato come corpus unico da circa duemila anni. La sua struttura è composta da 64 unità o capitoli, ognuno



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basato su una coppia di trigrammi, viene quindi a formarsi un esagramma, una particolare struttura simbolica costituita dalla somma di 6 linee orizzontali, che possono essere rispettivamente interrotte - - (e fanno capo al principio dello Yin) oppure da una linea unica continua ─ (corrispondente allo Yang). La somma delle combinazioni possibili di tali esagrammi è in totale 63, e per ognuno è prevista una specifica spiegazione. L’atto di consultazione del testo prevede l’utilizzo di differenti metodologie, la più nota è il lancio delle monete: si lanciano 3 monete uguali, la cui somma dei tre differenti lanci porta alla realizzazione di uno dei 63 possibili esagrammi.2 è stato proprio lo studio di questa metodologia, di questo processo di divinazione, svolto nell’importanza di un momento X, che ha portato Jung a sviluppare e definire, infine, il proprio concetto di sincronicità. Jung era giunto al libro oracolare, attraverso gli studi sulle strutture archetipiche dell’immaginario e sulle considerazioni sincroniche rispetto al manifestarsi di queste. La sincronicità si manifesta nel momento in cui l’esagramma sorteggiato con una tecnica di estrazione casuale, mostra un’assonanza di senso con il quesito posto dal consultante. Jung stesso afferma che non è stato mai necessario interrogare più di una volta l’oracolo poiché una risposta densa di significato veniva data sempre e solo alla prima lettura. Nella cultura Europea ritroviamo lo stesso meccanismo sincronico di divinazione nei tarocchi e in tutte le pratiche etnografiche legate all’interpretazione di fenomeni esterni come auspici o come presagi. L’ esistenza di un legame invisibile che ci lega armonicamente non è prerogativa del pensiero orientale, ma è stato intuito da molti pensatori

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Europei. Pico della Mirandola (1463-1494) crede che ci sia un’unità grazie alla quale ogni cosa è una con se stessa, consiste in se stessa ed è in rapporto con se stessa e che tale unità è il legame che connette e mette in rapporto ogni

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creatura con le altre. Anche nel panteismo di Spinoza (1632-1677) ritroviamo riferimenti ad un connubio tra psiche e materia, egli infatti riteneva che Dio e mondo non costituivano due enti separati, ma uno stesso

unico grande corpus, in


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quanto anche Dio non è fuori dal mondo, ma nel mondo stesso, anche egli costituisce quella realtà globale che è la Natura. La sincronicità rappresenta una fra le argomentazioni principali della visione olistica e metafisica rispetto alla scienza, alla storia e al vivere comune; una riflessione filosofica che sembra voler affondare le sue radici nelle origini del pensiero dell’uomo. Una stessa visione allargata dell’esistenza trova fondamento anche in Plotino (204-270): “Coloro che credono che il mondo manifestato (il mondo dell’essere) sia governato dalla fortuna o dal caso, e che dipenda da cause materiali, sono ben lontani dal divino e dalla nozione di Uno.” 3 Anche Alberto Magno (1206-1280) fu sostenitore di questa idea, affermando che la psiche ha la capacità (virtus) di cambiare le cose materiali esterne qualora si soffermi in una situazione emotiva particolare sorretta anche da una favorevole costellazione astrologica. Noto il famoso aforisma del filosofo Schopenhauer (1788-1861); “Il destino mescola le carte e noi giochiamo”. Ovviamente la lista di pensatori e filosofi al riguardo potrebbe essere molto più lunga, ma l’importante è sottolineare come anche in occidente, l’idea di un mondo causale, allineato ad un indirizzo lineare dello spazio e del tempo è stata più volte messa in dubbio. “Noi viviamo in un tempo direzionato, un tempo lineare; se aboliamo la direzione, resta un non-tempo. Se aboliamo l’occhio che separa le cose, resta l’unità del Tutto. In condizioni di coscienza straordinaria diventa percepibile un continuum spazio-temporale. E l’occhio che separa le cose non rappresenta forse quel “peccato originale”, quel voler dividere (dal greco “dia-bàllein” ,separare) anziché entrare nel Regno dell’Uno indiviso, anche nei nostri momenti quotidiani (syn-bàllein, unire).”4 Al di là degli aspetti etimologici, sempre interessanti, sembrerebbe che ogni attività di conoscenza attraverso la separazione possa definirsi come diabolica. Il diavolo stesso sarebbe (per chi ci crede) colui che separa il conoscitore dal conosciuto, l’oggetto della conoscenza dal soggetto conoscitore. Possiamo dire che ogni attività “contemplativa” che non necessiti di separazione fra conosciuto e conoscitore possa definirsi simbolica, mentre ogni attività analitica e razionale possa definirsi come “diabolica”. Trovo molto interessante tutto questo al di là degli aspetti mistico-religiosi, che al momento non vorrei toccare. La distinzione infatti permette di valutare due conseguenze opposte fra loro ma allo stesso tempo interessanti. 1- la rivalutazione dell’attività “diabolica” come base della moderna conoscenza (pensa alla moderna scienza ed alle categorie delle scienze naturali) 2- la rivalutazione delle attività meditative e contemplative come forme di conoscenza pura. Secondo questa visione l’I ching appare subito come un’esperienza simbolica, che tenta di unire e connettere le differenti forme di avvenimenti, sublimando l’identità intrinseca del soggetto, e miscelandolo alle vaste

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correnti dei movimenti a-causali. Il processo simbolico è un’esperienza in immagini e di immagini. Il suo sviluppo generalmente si presenta come una struttura enantiodromica ( termine greco usato da Jung per significare “cose che mutano nel loro stesso opposto”) come il testo dell’I Ching, e così presenta un ritmo di negativo e positivo, perdita e

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guadagno, oscurità e luce”.5 Il termine enantiodromia è ripreso e utilizzato da Jung, e sta ad indicare un principio, una legge universale della psiche umana, individuale e collettiva. Ove si verifichi uno sviluppo unilaterale del livello conscio (ad esempio troppa razionalità), nell’inconscio si mette in moto un movimento opposto, di compensazione (l’irrazionalità). All’illuminismo è seguito il romanticismo, al comunismo il più sfrenato liberismo. Compensazione è il termine chiave. Quando un’istanza rimane troppo compressa, la libertà o l’autonomia, ad esempio, non scompare, ma finisce nell’inconscio. Come una molla, più viene compressa, più accumula energia; alla fine la molla scatta e si impone al conscio così, prima o poi, si assiste ad una rivoluzione. Ma

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se la rivoluzione, come spesso accade, spinge troppo nella direzione opposta, ecco che la nuova istanza sacrificata accumula energia e si prepara ad una controrivoluzione. Questi movimenti in corso sono anticipati da segnali: nella psiche individuale, li troviamo nei sogni; nella psiche collettiva, li troviamo nei movimenti minoritari, emarginati, spesso perseguitati dal potere in carica. Secondo Jung, gnosticismo ed alchimia, – forme di spiritualità che danno valore al femminile, alla terra, alla materia –, sono compensazioni che hanno accompagnato la storia del cristianesimo. Infatti il cristianesimo, con la dottrina dei padri della chiesa, aveva imboccato una via unilaterale, privilegiando il maschile e la trascendenza. Enantiodromia e Ombra sono concetti strettamente collegati: nell’Ombra si annidano le compensazioni all’unilateralità del conscio. Nell’ombra si accumula l’energia che metterà in moto il movimento di riequilibro. Se l’ombra svolge una funzione positiva, perché allora la teniamo lontana, cerchiamo di non vederla, e in tal modo non facciamo che incrementarla?

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La compensazione trae la sua forza dall’opposizione, da polemos, dalla lotta, dalla guerra. Ecco perché noi siamo in guerra con la nostra ombra. Il fatto che spesso non ce ne accorgiamo, non muta la natura del rapporto. Calda o fredda, sempre di guerra si tratta. Proprio per questo, simmetricamente, la nostra ombra è in guerra con noi, che ci troviamo in mezzo. L’io Ombra promuove la compensazione e il riequilibro delle forze, ma i modi in cui li promuove non sono necessariamente saggi. Anzi, quasi mai lo sono, perché l’ombra è l’opposto della luce, di ciò che si vede. E se ciò che si vede è in squilibrio, lo è anche l’ombra. La soluzione esiste salendo ad un livello più alto di evoluzione: lo stile di pensiero complementare, e... e... fare gruppo con se stessi. (considerando il gruppo come un SE collettivo di cui ogni singolo membro è il proprio IO razionale e di cui gli altri divengono l’ombra di essi stessi.)







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Juxtapositions

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orrei aprire un piccolo capitolo legato alle immagini ivi presentate durante la tesi.

Tutte le giustapposizioni di doppie foto proposte, sono accostamenti realizzati da Stefan Lorant pubblicate in differenti edizioni della rivista Lilliput e successivamente riunite all’interno di un unico libro chiamato appunto “Chamberlain and the beautiful lama”. Nato a Budapest nel febbraio 1901, Lorant viene definito il “padrino” del fotogiornalismo, “approfitta in maniera creativa dei nuovi sviluppi della tecnica, che consentono di scattare foto d’azione, per rendere in qualche modo partecipi i lettori degli avvenimenti. Che siano uomini politici o artisti di un circo equestre. Lorant prende alcune ardite iniziative per potenziare l’efficacia delle foto con vivaci contrasti sia nel formato delle immagini sia nella loro impostazione grafica.” (l’informazione giornalistica, Stazio M. 2003) Nel 1 Ottobre 1938 esce la prima edizione di “Picture Post”, che presto divenne un’icona del secolo, grazie alla capacità di Lorant di valorizzare le immagini e presentarle in una semplice e logica maniera. Cresciuto in una famiglia medio borghese, con padre manager di uno dei più importanti studi fotografici di Budapest il “Erdelyi”, Lorant si laureò nel 1919 all’ “Academy of Economics”, e decise di lasciare Budapest, perché non pronto a vivere sotto la dittatura fascista di Admiral Horthy. Senza un visto per entrare in Germania, fu catturato nella città di Decin lungo le rive dell’Elba, Aiutato da un giovane collaboratore del giornale locale di Bodenback, ( che solo successivamente riconobbe come Franz Kafka) Lorant riuscì ad ottenere un lavoro e dopo 6 mesi riuscì a risparmiare abbastanza soldi da ottenere un pass per il confine e comprare un biglietto per Berlino. Era metà marzo del 1929 e il suo arrivo coincideva con il primo giorno del Kapp Putsch (la rivolta messa in atto dai militanti di estrema destra nel tentativo di rovesciare la Repubblica di Weimar) . Lorant prese il treno successivo per Vienna.




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Da allora fino alla primavera del 1925 lavorò nell’ emergente industria cinematografica del cinema muto prima in Austria e poi in Germania. “All’inizio ero un fotografo che lavorava per la pubblicità, poi divenni un cameraman, uno sceneggiatore e finalmente un direttore, tutto in un solo anno.” Il suo primo film “La vita di Mozart” lo incoronò come uno dei migliori cameraman europei. Lorant fu il primo a dare a Marlene Dietrich il suo primo film test, rifiutandola e iniziando una lunga amicizia con Greta Garbo. Nel 1925 a Vienna e Berlino realizzò 14 film imparando a raccontare storie attraverso le immagini sullo schermo. Ora era pronto a utilizzare questa esperienza per raccontare storie con le immagini su carta. Come direttore del Munchner Illustrierte Presse, un noto settimanale illustrato, Lorant incontrò anche Hitler che ricorda con disgusto per le sue “viscide e soffici mani”. Hitler divenne cancelliere alla fine del Gennaio 1933, il 9 Marzo 1933 le truppe naziste marciarono su Munich e 5 giorni dopo Lorant fu messo sotto custodia. Spese 6 mesi e mezzo in prigione, senza aver commesso alcun crimine, non fu mai portato alla corte e non gli venne mia detto perché fu imprigionato. Dopo 196 giorni fu rilasciato e Lorant lasciò immediatamente la Germania tornò a Budapest. Durante il ritorno a Budapest, continuò a lavorare come direttore per una testata giornalistica locale, intanto scrisse un libro chiamato “I was Hitler’s Prisoner” pubblicato in Inghilterra nel 1934 e che vendette più di un milione di copie. Il libro recò a Lorent ancora più notorietà, tanto che appena arrivato in Inghilterra, venne subito assunto presso la Odhams Press per inziare il settimanale illustrato (Weekly Illustrated). Nel “Weekl Illustrated e successivamente in “Picture Post” il funzionamento del layout di Lorant era legato a un’apertura a doppia pagina, con tutti gli elementi dei singoli fotografi, testi e capitoli bilanciati e messi assieme. Lorant ottenne questo portato la pubblicità sul fronte o sul retro del giornale. Era la sua capacità di raccontare storie con figure meglio che con le parole che permisero la vendita dei giornali. “Io ho cercato di usare le immagini come un compositore usa le note, ho provato a comporre una storia in foto-grafia.” Lilliput fu il più audace, irriverente e popolare giornale tascabile del 930-40. Il primo numero apparì nel Giugno 1937, i suoi articoli e le storielle erano illustrate da fotografi come Bill Brandt. Lorant fu anche l’unica persona pronta a pubblicare i fotomontaggi politici di Jhon Heartfield

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Ecco l’introduzione al libro “Chamberlain and the beautiful lama”, scritta nel 1940 da Lorant stesso, che parla appunto dei suoi primi passi nella fondazione del giornale “Lilliput” e nella creazione delle sue note giustapposizioni:

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“Tutto iniziò senza molta considerazione. Mi ricordo abbastanza distintamente i veri minuti in cui l’idea nacque, è poco meno di tre anni fa. Mi stavo domandando con il mio Direttore Associato, Alison Blair, cosa il primo numero poteva contenere. Noi lo volevamo originale. Noi lo volevamo di successo. Avevamo messo tutto quello che possedevamo dentro questa nuova iniziativa - il tascabile che avevamo chiamato “Lilliput”- non potevamo permetterci che fosse un flop. Lavorammo in due piccole stanze, non avevamo nessuna organizzazione ne molte risorse. Come potevamo competere con le grandi case di produzione? Come poteva far sentire al pubblico che il nostro giornale fosse più vivo, più innovativo, più divertente degli altri? “Noi dobbiamo dare molto” fu il mio suggerimento “Storie, articoli, fumetti, foto e se possibile riproduzioni di dipinti a colori.(...) Sapevamo il tipo di storie e di articoli che volevamo pubblicare, ma non eravamo abbastanza sicuri di quali foto metterci dopo. Guardavo una pila di bellissime fotografie ma sentivo che non c’era un punto in cui avrei potuto stamparle. Poi fui colpito da un immagine del Petroliere Rockefeller, con una vecchia faccia, triste, rugosa, senza espressione, un povero vecchio uomo.” “Non c’è nella pila una foto di una vecchia donna contadina”? “ Si eccola” e Alison me la passò. “Guarda! Potrebbe essere una nuova idea” dissi. “Mettere in una pagina il vecchio, riccone e nell’altra pagina la faccia di questa vecchia, contadina felice. Usiamo solo una parola come didascalia....Qui sotto a Rockefeller scriviamo “Ricchezza” e sotto la vecchia donna “Povertà”. “Ma capirà la gente?” “La gente è molto più intelligente di quanto la pubblicità e i direttori credano”. Ero sicuro che i lettori avrebbero capito il punto di queste giustapposizione, Loro avrebbero trovato la connessione tra le due immagini per se stessi. Loro avrebbero supposto cosa le immagini significavano. Loro sarebbero stati gli artisti la cui immaginazione e sentimento avrebbero costruito la storia sul ricco uomo e la povera donna. Ora eravamo entrambi entusiasti. Iniziammo a cercare più parallelismi. trovai una foto di un politico Francese, M. Heriot, che sembrava un bulldog. Così mettemmo la foto di un bulldog nella pagina successiva. Le giustapposizione erano appena nate. Nel primo numero di “Lilliput” capimmo che quello che piacque maggiormente fu queste poche fotografie irriverenti. Ora cercavo deliberatamente foto che avessero la possibilità di essere comparate, o giustapposte. Divenni sempre più assorto da questa idea. Ero affascinato da questo gioco. Guardare tra centinaia di immagini, e trovarne una di un Ministro che sembrava esattamente come un lama.




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Perché le persone si prendevano così sul serio, perché si credevano così importanti se poi esistevano immagini di animali esattamente uguali a loro? Queste giustapposizioni mostravano più chiaramente di qualsiasi altra cosa come tutti, anche il primo ministro, fossero una piccola parte dell’intera natura. (...) In questo libro ho collezionato le giustapposizione che maggiormente mi piacciono. Molte persone mi chiedono come riesco a farle, è una difficile domanda, perché non so davvero COME riesco a farle. Semplicemente le faccio. Un mio amico che mi vide creare alcune giustapposizioni, disse. “L’unica cosa che serve per realizzare queste composizioni sono dei buoni addominali”. Perché ero sdraiato sul pavimento cercando somiglianze tra le centinaia di fotografie sparse attorno a me. Cosa ho fatto è questo: ogni volta che vedo una foto interessante di una personalità, un animale, o qualsiasi altra cosa possa essere, la metto in una scatola. Una volta al mese, quando lo stampatore richiede urgentemente materiale per il prossimo numero, mi metto in isolamento. Mi chiudo in una stanza, ed esamino le immagini nella scatola. Le foto che mi piacciono maggiormente le butto sul pavimento e poi passo alla scatola successiva. Ho 4 scatole una per tematica. Una scatola di personaggi famosi, una di animali, la terza per le donne e i bambini e la quarta paesaggi o foto divertenti. Le passo in rassegna tutte, una per una e se trovo una foto che potrebbe combaciare con una foto sul pavimento, metto la coppia da parte. Alcune volte i gesti di un politico mi ricordano la gestualità di un animale. Allora provo a rintracciare la foto dell’animale che sembra esattamente come quella del Onorevole gentiluomo. Una cosa che non ho mai fatto è stata chiedere a un fotografo di realizzare una foto “in questo modo”. Sarebbe innaturale. Penso ci sia sempre, da qualche parte una foto che combaci.”

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Études.

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ono riuscito finalmente a realizzare il primo step nella definitiva realizzazione del mio

progetto di tesi. Ho fatto elaborare a ciascun componente del gruppo, un progetto fotografico ideato da un’associazione sincronica data da un mio precedente archivio fotografico legato all’I-ching e sviluppato, in seguito, con la creazione dell’i-ching personale di ogni componente. La foto collaborativa, spunto di un’ immagine fotografica e di una componente colloquiale/cooperativa tra me e il soggetto, ha riportato un carattere di scambio e collaborazione che devo ammettere non mi sarei mai aspettato. A volte, forse, è proprio imponendo quel carattere di dominanza rispetto ad una propria idea che si riesce a estrapolare un interessante sunto e vivace progetto. Il progetto sulla sincronicità è stato realizzato a coppie. Mentre io riprendevo la scena e realizzavo per ciascun soggetto una breve introduzione sull’utilizzo dell’iching, ogni personaggio ha strutturato i suoi sei lanci, ricavato l’esagramma e il suo significato corrispondente. Proporrei qui i risultati e le immagini del mio personale archivio corrispondenti a tali lavori, oltre che un sunto del progetto collaborativo sull’idea del ritratto fotografico.




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GIANLUCA

Il primo atto sincronico è stato realizzato con Gianluca. Il risultato del suo lancio è stato l’esagramma 24 con la prima linea in mutamento.

24 FU - IL RITORNO

sopra K’UN, IL RICETTIVO LA TERRA sotto CHEN, L’ECCITANTE, IL TUONO

L’idea della svolta è indicata dal fatto che, quando ormai le linee scure hanno spinto fuori dall’alto tutte le chiare, c’è di nuovo una linea chiara che entra nel segno dal basso. Il tempo delle tenebre è passato. Il solstizio d’inverno reca la vittoria della luce. Il segno è coordinato all’undicesimo mese, al mese del solstizio (dicembre-gennaio).

LA SENTENZA Il ritorno. Riuscita. Uscita ed entrata senza errore. Amici vengono senza macchia. Serpeggiante è la via. Al settimo giorno viene il ritorno. E’ propizio avere ove recarsi.

Dopo un tempo di decadimento viene la svolta. Riappare la forte luce che prima era stata scacciata. Vi è movimento. Questo movimento, però, non ha nulla di forzato. Il trigramma superiore K’un ha per carattere la dedizione. Si tratta dunque di un movimento naturale, generato spontaneamente. Perciò trasformare il passato è facilissimo. Cose vecchie vengono eliminate, cose nuove introdotte; e tutto corrisponde al tempo e perciò non reca alcun danno. Si formano associazioni di persone con idee affini. E questo aggregarsi avviene pubblicamente; esso corrisponde alla situazione del tempo e perciò ogni aspirazione particolaristica risulta esclusa; né queste unioni danno luogo ad alcun errore. Il ritorno è inerente al corso della natura. Il movimento è circolare, e l’orbita è conclusa. Non c’è quindi bisognio di precipitare le cose con artifici: tutto viene da sé, quando il tempo più maturo. Questo è il Yao di cielo e terra. Tutti i movimenti si compiono in sei stadi. Il settimo stadio reca poi il ritorno. Così nel settimo mese dopo il solstizio


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d’estate, a partire dal quale l’anno degrada, viene il solstizio invernale; così nella settima ora doppia dopo il tramonto il sole risorge. Perciò il sette è il numero della luce giovane, e nasce poichè il sei, il numero delle grandi tenebre, si accresce di uno. Allora il movimento giungo allo stato di quiete. L’IMMAGINE Il tuono dentro la terra: l’immagine della svolta. Così gli antichi re al tempo del solstizio chiudevano i valichi Mercanti e stranieri non viaggiavano e il sovrano non visitava contrade. Fin dai tempi più antichi il solstizio invernale era festeggiato in Cina quale periodo di riposo dell’annata - un uso che si mantiene ancora oggi nelle ferie dell’anno nuovo. D’inverno la forza vitale - simboleggiata dall’Eccitante, dal tuono sta ancora sotto terra. Il movimento è ai suoi primi inizi. Perciò bisogna rinvigorirlo col riposo, affinché non inaridisca consumandosi anzi tempo. In tutte le situazioni analoghe vige il principio di lasciar rinvigorire col riposo la forza che sta riaffiorando. La salute che ritorna dopo una malattia, la concordia che ritorna dopo un dissidio: tutto deve essere trattato con delicatezza e con riguardo durante la fase iniziale, affinché il ritorno conduca alla fioritura. -----L’esagramma indica rinnovamento. Il tempo delle tenebre e’ passato, ritorna a vincere la luce. Si può trasformare il passato, abbandonare le cose vecchie e introdurne di nuove. Si formano associazioni con persone di idee affini e questo aggregarsi avviene pubblicamente. Non c’è quindi bisogno di precipitare le cose con artefici: tutto viene da se’ quando il tempo e’ maturo. Questo ritorno bisogna rinvigorirlo col riposo: la salute che ritorna dopo una malattia, la concordia che ritorna dopo un dissidio. Nuovi amici. Tutto deve essere trattato con delicatezza e con riguardo durante la fase iniziale, affinchè il ritorno conduca alla fioritura. -----


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8 PI - LA SOLIDARIETà

sopra K’AN, L’ABISSALE, L’ACQUA sotto K’UN, IL RICETTIVO, LA TERRA L’acqua sulla terra conferisce ovunque può, ad esempio nel mare, dove si radunano tutti i fiumi. E un simbolo che allude alla solidarietà e alle sue leggi. La stessa idea è suggerita dal fatto che tutte le linee sono tenere, tranne la quinta, nel posto del sovrano. I deboli solidali tra loro perché su di essi influisce la ferma volontà che sta in posizione preminente e che è il loro centro di unione Ma anche questa forte personalità preminente è solidale con gli altri, trovando in essi un complemento alla propria natura. LA SENTENZA La solidarietà reca salute. Scruta l’oracolo ancora una volta per sapere se possiedi sublimità, durata e perseveranza; allora non vi è macchia. Gli incerti si accostano a poco a poco. Chi arriva troppo tardi ha sciagura. Si tratta di aggregarsi ad altri per complementarsi e favorirsi reciprocamente rimanendo uniti. Una tale unione richiede un centro attorno al quale gli altri si raccolgano. Diventare centro di coesione degli uomini è cosa difficile e di grande responsabilità. Richiede grandezza interiore, costanza e forza. Perciò chi vuole radunare altri attorno a sè si esamini con cura per stabilire se è all’altezza dell’impresa; poichè l’uomo che vi si accinge senza possedere il sigillo di chi è chiamato a farlo provoca più confusione di quante ve ne sarebbe se il raduno non avesse luogo. Dove però esiste un vero centro di coesione, gli incerti, quelli che all’ inzio esistevano ancora, si avvicinano a poco a poco da sé. Coloro che arrivano troppo tardi ne subiscono il danno, poichè anche per il raduno esiste un momento giusto. I rapporti si annodano e si rinsaldano secondo determinate leggi interiori. Esperienze comuni li consolidano; chi arriva troppo tardi e non può partecipare a queste fondamentali esperienze comuni soffrirà nel trovare, come ultimo arrivato, la porta chiusa. Chi però ha riconosciuto la necessità dell’unione e non sente in sè la forza di fungere da centro della solidarietà ha il dovere di aggregarsi a un’altra comunità coerente. in proposito il distico: “Aspira sempre verso il tutto, e se tu stesso non puoi diventare un tutto, / aggregati come membro servente a un tutto” (Goethe, Quattro stagioni, Autunno)


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L’IMMAGINE Sulla terra sta l’acqua: l’immagine della solidarietà Così gli antichi re hanno concesso i singoli Stati come feudi e hanno curato amichevoli rapporti con principi feudatari. L’acqua sulla terra colma tutte le cavità e alla terra aderisce saldamente. L’organizzazione sociale dell’antichità era fondata su questo principio di solidarietà tra subordinati e sovrano. L’acqua confluisce da sé perché in tutte le sue parti obbedisce alle medesime leggi. Così la società umana deve essere solidale in virtù di una comunanza di interessi che dà a ogni singolo la sensazione di essere membro di un tutto. Il potere centrale di un organismo sociale deve provvedere affinché ogni membro trovi il suo vero interesse nella solidarietà, come avveniva in Cina nell’antichità, quando un rapporto paterno esisteva tra il re e i suoi feudatari. ----E’ arrivato un momento di grande fortuna: uomini che si somigliano, che credono negli stessi ideali, che vogliono aiutarsi tra loro si sono riuniti. E’ importante non dubitare: chi perde questa occasione avrà di che pentirsi. Nelle questioni sentimentali questo esagramma indica un’unione basata sulla reciproca fiducia. ------


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SOLE, RAGNATELA, RADICI Io “ E adesso andiamo a pensare come strutturare la foto, che dobbiamo fare assieme, che poi diventerà dipinto. (..) dobbiamo pensare a l’allestimento, come essere vestiti, come posizionarci” Gian “Ah ok, ma non devi fare prima l’I ching a tutti e poi con ognuno ci pensi o bisogna pensarci adesso?” Io “No, lo facciamo qui adesso, a caldo, allora rileggiamo un attimo l’interpretazione, sono usciti il ritorno e la solidarietà” Gian “Che era ‘aspetto del superamento degli aspetti negativi verso una direzione più di luce, mentre l’interpretazione della solidarietà è come se fosse un consolidamento visto sotto un aspetto più...cioè comunque propositivo per il futuro” IO “Ok, quindi il ritorno è quindi l’idea della svolta, indica che quando ormai...” Gian “ Che quando ormai ero quasi fottuto, per fortuna siete arrivati voi!” (risate) IO “Viene la svolta!, infatti vedi cioè, l’idea mia era quella delle bende (riferendosi al mio archivio fotografico) che quindi sei completamente oscurato, e pian piano le stanno togliendo per riuscire a venire fuori”. Gian “Ah dici che le le sta’ togliendo? Ma perché anche l’altra ce le ha? Gle le toglie qualcuno che è già bendato? Uno è nella mia situazione e mi sbenda?’ IO “Bhe se ci pensi è assurdo che però siano uscite (parola incomprensibile) rispetto anche all’immagine, che però può coincidere allo stesso modo. Non lo so, io pensavo che tra di noi uscisse qualcosa come il contrasto, qualcosa che tipo cozzassimo.” Gian “ Ah perché alla fine è legata tra me e te l’interpretazione dell’I-ching, o del perché collettivo?” Io “l’interpretazione dell’I-ching è legata al perché collettivo, però la cosa che a me piace, è perché collettivo vista nelle dinamiche con me e tutti i componenti. E io quando me l’ero immaginata la nostra foto, con te me la vedevo molto tipo: uguale ed opposto.” Gian “E vedi tu sei quello prevenuto che è ancora fasciato però in realtà io mi sto sfasciando bello!, è ora di....” Io “però, infatti, cioè nel senso, probabilmente....probabilmente è l’idea di un superamento...” Gian “che ci bilanciamo” Io “un superamento....cioè c’è questo concetto di..uguaglianza, uguaglianza che ritorna in un aspetto solidale, quindi di, completamento....infatti noi ci vedevo, molto simili....probabilmente perché siamo nati lo stesso giorno....ci determina alcuni elementi per cui siamo molto simili però allo stesso tempo siamo opposti. Quindi ci vedevo in posizioni motlo speculari, però in maniera... Gian “Con un punto di convergenza” IO “Con un punto di convergenza, però pensala anche rispetto a come potrebbe essere la pittura. Gian” A giusto, perché poi la foto va dipinta com’è”


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IO” No” Gian “A è lo spunto iniziale” IO”Come vuoi, cioè io probabilmente la dipingerò come dipingo sempre, però mi piacerebbe discuterne assieme” Gian “Io poi dipingo me stesso e tu te stesso no?” IO”E si, perché è la particolarità che poi rimango io nella suddivisione delle parti” Gian “E tu dipingerai sempre allo stesso modo per tutti i dipinti, no perché adesso mi hai appena detto....” IO “Non è detto, la cosa che mi piacerebbe è che si discutesse” Gian “Bhe iniziamo a pensare alla foto no?” IO “si si infatti quello è uno step successivo....cmq tu com’è che avevi interpretato....Sole, Ragnatela, Radici....figa ragnatela è preciso, anche radici cazzo....cioè radicamento DRIN DRIN (squilla il cellulare) IO “no vabbè, comunqe secondo me spacca, tu scrivi ragnatela e li c’è scritto solidarietà” Gian “no ma ragnatela l’avevo vista più come, cioè tessitura appiccicosa che fa anche da struttura quando l’ho scritto, qualcosa che sorregge ma allo stesso tempo appiccica....non tanto alla forma, e anche radici.....è qualcosa che cresce, che si estende al nucleo centrale della pianta. IO “Allora scusa, legato anche alla foto, dove le figure sono molto convergenti, potremmo essere dissimili nella similitudine, però allo stesso tempo vicini. Gian “Bhe si, mmmm, però è un po’ Zen, come le due facce della stessa medaglia, potremmo far maggiormente risaltare l’aspetto che queste due facce entrano in contatto in maniera produttiva che non solo di caratterizzarci esteticamente come due parti opposte ma connesse. IO “ok però non so se la produttività sia un elemento determinante....cioè adesso mi dici unire e mi viene in mente la corda,cioè essere legati assieme, o che tiriamo da due parti....cioè non lo so che poi ritorna un po’ alle bende dell’immagine, all’ abbraccio dell’altra foto” Gian “Uff....non so, è difficile, mi viene da dire mi fido di te....” IO “cioè ci sta’, l’importante è questo che mi poni dei dubbi che mi crei.......però tipo Sole, non abbiamo messo nulla, però magari ha più un concetto legato alla luminosità... Gian “Si ma io pensavo anche alla forma, cioè il cerchio con i raggi” Io “E allora potremmo mettere dietro di noi, fare un grosso cerchio, una ruota...” Gian “Anche io stavo pensando, a un grosso cerchio, dipinto, anche solo una pennellata nera, grossa e quello potrebbe essere lo sfondo, tornando anche all’I ching a quello che dice....il punto di partenza deve essere il punto di svolta in senso positivo però l’8....vai a vedere l’8” IO”Si tratta di aggregarsi ad altri per completarsi e favorirsi reciprocamente restando uniti”


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Gian “Aspetta posso leggere...mmm richiede grandezza interiore e forza, quindi prima di aggregarsi alle persone bisogna chiedersi se sei all’altezza....Nel senso che, io l’ho letta così....il 24 l’avevo letto tipo, Minchia menomale che hai trovato il collettivo con cui farlo, vi siete trovati e ti ha dato la possibilità di ingranare una marcia che da solo non avresti ingranato, quindi ti da la possibilità di avere una...mutazione, quindi tu dai più valore a degli aspetti che prima non davi valore, grazie al fatto che hai potuto confrontarti in queste dinamiche collettive. Una volta che questo discorso si è consolidato, la tesi sta? andando avanti, bisogna avere la prospettiva per il futuro, inizia la parte in cui, non è più soltanto un gioco, bisogna avere le palle di tirar fuori i propri difetti e i propri pregi e capire come modificare se stessi prima di andare a criticare gli altri per avere una coesione duratura nel futuro.....quindi se è legato a me e te, tutte le cose che abbiamo fatto etc mi vedo in quello che sono ora e già ci sta’, però prima di andare avanti bisogna anche capire che bisogna fare un’introspezione su noi stessi, proprio per capire cosa noi abbiamo e come può diventare ancora più forte, invece che iniziare un percorso che può indebolirti...e dato che è positiva la cosa, penso che troveremo un modo per... non picchiarci a sangue (risate) IO “ok ma forse quello è il passaggio avanti no? la risposta che ti dice è la solidarietà” Gian “Già, infatti mi sembra che tutte queste figure (relativo alle carte) rispecchino il fatto che ci sia un’ introspezione, nel senso che sono abbastanza meditative, cioè chi sono io, chi sono, sono io e sono qui per fare questo....Cioè secondo me ci sta’ che se abbiamo lo sfondo nero del cerchio, riusciamo a fare una foto che sia sospesa nel tempo, a metà tra un aspetto meditativo e un aspetto che ci... IO “bhe se vuoi possiamo fare una foto dall’alto, e noi possiamo essere in qualche modo visti dentro il cerchio.....mi viene in mente il simbolo dei pesci dei segni zodiacali, una sorta di due elementi simili, che si rincorrono senza mai raggiungersi...” Gian “quello si però, lo vedo come un moto costante” IO “si però allo stesso tempo, il moto continuo è non moto, perché non si ferma mai” Gian “Ok perciò io sarei così...quindi magari messi in due punti opposti, però guardiamo in maniera convergente, senza guardarci negli occhi....cioè, se la forma dei pesci è il cazzo di pallino così e l’altro così...potremmo essere messi in maniera stesa..” IO “e se avessimo una corda?” Gian “A si che teniamo una corda unica....e si ci potrebbe stare una cosa del genere, e però in Bianco e Nero! Io me la sono vista subito in bianco e nero e la farei anche con la macchina analogica....perché ha quella grana un pò più....che tanto svilupparlo un rullino non ci vuole un cazzo e poi se proprio vuoi la scansione e ce l’hai digitale...perché ha le scale cromatiche più... IO “Si no ci sta, ma guarda è per una questione di tempo.....mmmm è che poi se il giorno stesso facevo la foto, possiamo poi discuter lo stesso giorno come dipingerla” Gian “Bhe ma tanto tutte le foto che farai non riuscirai mai a farle tutte in un giorno no?” IO “E questo volevo verificarlo....e vestiti? maglietta bianca....maglietta bianca e jeans blu!”


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Gian “NO, che gay!” IO “mmm si forse hai ragione” Gian “No io me lo vedevo un pò più....forse l’avrei fatto anche nudi” IO ”No dai anche questo è gayissimo!” Gian “NO, artisticamente non lo è....cioè non è stereotipato da dei vestiti....però io non mi metterei mai nudo di fronte a te heheh (risate) IO “no infatti neanche io” Gian “però vedi anche questa è una forma di distanza tra di noi” IO “si però ci sta’!” Gian “si in effetti, però ....io ti dico per me....lo farei nudi” IO” io farei forse, petto nudo e pantaloni....perché alla fine anche il nudo totale.... Gian” si ci può stare, però i pantaloni li farei di tessuto, quelli più leggeri, cioè senza marca ne nulla......comunqe secondo me artisticamente il nudo sarebbe più bello....minchia ti stò mettendo in difficoltà con la storia del nudo” IO “ si, ma perché io ho problematiche con il nudo....si perché non mi piace, a volte è troppo facile, ti risolve troppi problemi” Gian “si ti risolve troppi problemi, ma che nessuno fa, perché è tutta una serie di discorsi che....” IO “bho cioè a me non piace molto il nudo....” Gian” perché è bella comunque, i chiaroscuri che si vedono sul corpo” IO “Si, lo so ma infatti mi piace a petto nudo.....” Gian “perciò petto nudo si ma gambe no?, cioè secondo me io e te con i pantaloni corti sembriamo due pirla....comunque possiamo fare delle prove....sappi che ti faccio spogliare” IO “non ci provare” Gian “allora non è arbitrario questo I-ching, perché tu hai dei paletti che non vuoi oltrepassare, e a prescindere qualsiasi persona che ti chieda di essere nudo tu non lo vorrai fare.” IO “no non è detto, cioè non lo so, su un altro discorso potrebbe starci, ma qui la nudità non mi sembra un elemento..... Gian “Vabbè, consci delle discussioni che abbiamo fatto sul I-Ching, non insisto, però ti ho messo il quesito, però sono disposto a mettere i pantaloni lunghi perché penso che arriveremo lo stesso ad un ottimo risultato.


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GIULIA

Segue il lavoro di Gianluca, la benamata Giulia, il processo è sempre il medesimo, breve introduzione e lancio di monete/oggetti Il risultato dell’oracolo per lei è 31 con la prima la quarta e la quinta linea di cambiamento.

31 HSIEN - LA STIMOLAZIONE

sopra TUI, IL SERENO, IL LAGO sotto KEN, L’ARRESTO, IL MONTE Il nome del segno significa “generalmente”, “comune”, e in sesno traslato “influire”, “stimolare”. IL trigramma superiore è Tui, il Sereno; L’inferiore è Ken, L’Arresto. IL rigido trigramma inferiore, con la sua perseverante azione di freno, stimola il debole trigramma superiore, il quale risponde con serenità e allegria a questo stimolo. Ken, il trigramma inferiore, è il figlio minore; il superiore, Tui, la figlia minore. Così è rappresentata l’universale attrazione reciproca dei sessi. IN questo caso è il mascolino che deve prendere l’iniziativa e porsi al di sotto del femmineo con la domanda di matrimonio. Come la prima sezione del libro si apre con i segni di cielo e terra, quali fondamenti di tutto ciò che esiste, così la seconda comincia con i segni di corteggiamento e matrimonio, fondamento di tutti i rapporti sociali. LA SENTENZA La stimolazione. Riuscita. Propizia è perseveranza. Prendere in moglie una fanciulla reca salute. Il debole sta sopra, il forte sotto; così le loro forze attirano in modo da congiungersi. Ciò produce riuscita, poichè ogni riuscita si basa sull’effetto dell’attrazione reciproca. La calma interiore accompagna la gioia esteriore e fa si che la gioia non oltrepassi la misura, ma resti entro i limiti del giusto. Questo è il senso dell’avvertimento aggiunto: “Propizia è perseveranza”. In ciò, infatti, la domanda di matrimonio, nella quale l’uomo forte si abbassa al di sotto della fanciulla debole e le usa riguardo, si distingue dalla seduzione. Questa attrazione degli affini è una legge generale della natura. Il cielo e la terra si attirano a vicenda, e così nascono tutti gli esseri,. Il saggio influisce con un’attrazione simile sul cuore degli uomini, e così il mondo giunge alla pace. Dalle attrazioni che esercitano, è possibile riconoscere la natura di tutti gli esseri in cielo e in terra.


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L’ IMMAGINE Sopra il monte sta un lago: l’immagine della stimolazione così il nobile, essendo pronto ad accoglierli, fa si che gli uomini gli si avvicinino. Un monte sul quale si trova un lago riceve lo stimolo dell’umidità di questo. Diventa partecipe di questo vantaggio perché la sua vetta non è aguzza, ma incavata. L’immagine suggerisce di mantenersi interiormente umili e liberi per rimanere sensibili ai buoni consigli. A chi pretende di sapere tutto meglio degli altri, gli uomini ben presto non daranno più consigli. ---Reciproca attrazione. Sposare la fanciulla e’ cosa fortunata. L’esagramma simboleggia l’inizio di una felice relazione tra uomo e donna. L’attrazione di due forze complementari e la grande influenza che l’una esercita sull’altra, comporterà’ un’unione ed un completamento reciproco. Questo esagramma e’ specificamente favorevole al matrimonio. L’uomo si sottomette chiedendo in sposa la donna che lo attrae e che da lui e’ attratta. L’esagramma sottolinea anche che bisogna essere interiormente liberi per poter accogliere i buoni consigli e di mantenere sgombra la mente da ogni preoccupazione. ----


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36 MING I - L’OTTENEBRAMENTO DELLA LUCE

sopra K’UN, IL RICETTIVO; LA TERRA sotto LI, L’ADERENTE, IL FUOCO Qui il sole è calato sotto la terra, è quindi oscurato. Il nome del segno significa propriamente “lesione del chiaro”, e infatti le singole linee accennano più volte a ferite. La situazione è l’esatto contrario di quella del segno precedente. Lì un uomo saggio sta al vertice ed è assistito da capaci aiutanti, con i quali può progredire; qui un uomo tenebroso in posizione eminente danneggia il capace e il saggio. LA SENTENZA L’ottenebramento della luce. Propizio è essere perseveranti nelle avversità. Non bisogna lasciarsi travolgere supinamente da circostanze avverse e neppur lasciarsi piegare nel controllo della propria intima volontà. Questo è possibile quando si è interiormente chiari e si è invece flessibili e arrendevoli all’esterno. Con questo atteggiamento si può superare anche la più grande avversità. E’ vero che in tali circostanze bisogna nascondere la propria luce per poter far valere la propria volontà, nonostante le difficoltà dell’ambiente più immediato. La perseveranza deve vivere nella più intima coscienza e non deve manifestarsi all’esterno. Solo così si può tutelare la propria volontà in situazioni difficili. L’IMMAGINE La luce si è immersa nella terra: L’immagine dell’ottenebramento della luce. Così il nobile vive con la grande moltitudine: egli vela il suo splendore e rimane pur chiaro. In tempi oscuri è opportuno essere prudenti e discreti. E’ inutile attirarsi inimicizie invincibili con un comportamento sconsiderato. In tempi simili non bisogna, è vero, prendere parte alle usanze della gente, ma nemmeno metterle in luce criticandole. Nel frequentare la gente in tempi simili non bisogna voler sapere tutto. A molte cose occorrerà rassegnarsi,


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senza per questo lasciarsi ingannare. ----Ogni cosa e’ coperta da oscurita’. Questo e’ il tempo per recuperare la propria energia e attendere pazientemente l’arrivo dell’alba. E’ anche un periodo di condizioni negative. Si deve rimanere pazienti anche in mezzo al pericolo. E’ un periodo oscuro, in cui e’ opportuno nascondere la propria saggezza e, anche se si possiedono capacita’ e sapere, nessuno lo riconoscerà. Ma non bisogna lasciarci trascinare, senza resistere, anche nellec ondizioni più sfavorevoli. Ricordiamo che ogni cosa e’ soggetta a un mutamento e che anche i periodi bui sono destinati a passare e, quando arriverà il tempo adatto, arriverà anche il successo. In questi tempi così oscuri è opportuno essere prudenti e discreti. E’ inutile attirarsi inimicizie invincibili con un comportamento sconsiderato. L’esagramma è di cattivo auspicio per il matrimonio, mentre è di buon auspicio per le questioni amorose e le unioni naturali. -----


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AMPOLLA LUMINOSA/ SPORCA, LAGO PENDENTE, PANCIA PIENA IO “Ampolla luminosa sporca, lago pendente....questo è il sogno....questo è il sogno che figo, pancia piena....bhe pancia piena di brutto.....” Giu “pancia super piena” IO ”Bhe che strano, sembra un’unione....bhe questa l’avevo vista un pò in negativa sinceramente, quando l’avevo letta..” Giu “Bhe l’ottenebramento, però era figo....” IO “Però l’I ching nasce come uscire da situazioni negative....cioè anche se la situazione è negativa se ti muovi in un modo puoi uscirne. E’ strano perchè sono proprio, cioè io le avevo proprio viste come una sorta di... Giu “Però sono sempre legate, sono sempre due..” IO “Ci siamo allontanati? no dai....non la vedo in questo modo” Giu “No, no, cioè qui c’è la perseveranza nelle avversità, invece tipo nel 31, il proprzio è perseveranza di nuovo.... prendere in sposa una fanciulla reca salute....pronto ad accogliere qualsiasi cosa si avvicini” IO “Però questa è perfetto, perché io mi ero immaginato a prescindere da tutto, un’immagine di noi due e una situazione di dislivello, cioè io mi vedevo stare su due piani differenti, perché secondo me viaggiamo su...cioè magari viaggiamo in maniera che ci si incrocia però su due piani, questo è figo perchè il debole sta’ sopra e il forte sta’ sotto” Giu “Così che le forze si attirino in modo da confondersi, e comunque anche questo dell’ottenebramento della luce, non è in senso negativo, cioè è di non mettere in luce lo splendore rimanendo chiaro, cioè da farsi illuminare interiormente mettendo le cose..si ci stà, la cosa dei piani ci stà” IO “e anche collegando alla tua tesi il non vedere” Giu “Hm Si, non so sulla richiesta di matrimonio è figa la pancia” IO “Pancione mi piace un sacco” Giu “Pancia piena” IO “però ce l’ho io” Giu “e si, però ce l’avresti tu” IO “si ce l’ho io eeee lago pendente è il più complesso, però ecco, perché io sto’ pensando alla fotografia, potrebbe essere uno sfondo blu” Giu “si , in generale, vabbè sono tutte cose, sia pancia piena che lago pendente sono cose che tracimano” IO “tracimano???” Giu “si che escono dagli argini però tipo, perché sono....se un lago è pieno...troppo pieno” IO “figo, figo uscire dagli argini, cioè anche questo è molto, forse noi in qualche modo” Giu “pensavo anche a vasi comunicanti, ampolle” IO “si cioè tipo tubi”


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Giu “con la tua pancia piena” IO “con la mia pancia piena che esce un tubo?” Giu “si (risate) cioè la pancia piena si può fare la cosa su i diversi piani secondo me ci stà” IO “E se il debole sta sopra, ci stà se io sono su una sedia, perché il debole sono io sicuro questo è appurato di brutto” Giu “Io non ho detto nulla” IO “Se io sto sopra su una sedia e c’è un tubo, o qualcosa che connette la mia pancia a te, ed è figo perché è come se connetti la pancia” Giu “esatto, cioè questi due (riferendosi alla foto) sono tutte e due bendati però sono connessi, e sono tutti e due contrapposti ma comunque diversi, no è figa la cosa della pancia bisogna pensare IO “a come connetterla, perché il tubo e troppo grezzo” Giu “....no potresti avere in bocca un imbuto, però dovresti avere un tubo che esce” IO “però se invece scusa, se la connessione fosse semplicemente, come l’idea del tatto....della connessione, cioè è solo la tua mano che tocca la pancia senza guardare, tutti e due non sò se bendati....solo occhi chiusi la farei” Giu “Se no io la farei un’immagine come quelle vecchie, cioè sovvertirei, tipo, visto che c’è la richiesta di matrimonio, era figa se tipo tu eri seduto con la pancia.....sai quelle figure con la donna incinta e le figure in piedi rispetto..” IO “A ok livelli, però in quel caso saresti tu sopra, a meno che tu non mi stai seduta,....cioè se io sono seduto su una poltrona tu potresti essere appoggiata sul coso e mettere un orecchio sulla pancia” Giu “potrei auscultarti la pancia, tu con l’imbuto in bocca però è figo, e invece io ti sto auscultando la pancia” IO “io vestito da donna e tu da uomo..o se no....” Giu “si ci sta...” IO “no però troppo trash, troppo banale” Giu “no ma infatti deve essere una via di mezzo, ci deve essere la posizione che richiama al fatto di essere incinta che richiama, ma il fatto di essere in terra è più una bambina in quelle foto” IO “si no infatti e poi è più strano se io rimango uomo e sfondo bianco nel vuoto e se io sono così e tu sei alla mia destra sulla sinistra parete blu tutto bianco e una parete blu” Giu “E si ci sta, farlo prima...” IO “si ma anche photoshop hehehe no però ci stà farlo prima....oppure un telo blu” Giu “si telo blu ci sta’” IO “e imbuto e tu vestita...e a questo punto è bella la dimensione bambinesca, però non troppo” Giu “anche il velare....il velo e il suo splendore, anche l’ampolla ci può stare, io potrei avere in mano un ampolla” IO “e si ci sta tu potresti avere in mano un ampolla, con un lumino dentro....” Giu “si che si illumina....e sui vestiti io....” IO “Io mi ci vedevo con magari una camicia bianca, tu forse staresti bene con un vestitino....o con una maglietta, però d’epoca starebbe bene...”


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Giu “se no stavo pensando, anche quelle foto del tizio che faceva i bambini dei minatori...vestiti tutti bene erano tutti a righe...NO se no, ho le tute di mia mamma di aerobica, che sono tutte intere a righe” IO “cazzo si allora anche io dovrei avere una cosa aderente a quel punto” Giu “heheh perché vuole anche lui le cose dell’aerobica” IO “No perché a quel punto sarebbe ancora più bella la dimensione della pancia” Giu “E ti fare una cosa aderente e un colore, sulla pancia, così che anche...” IO “figo, bianca e nera anche questa...a però ci deve essere anche il blu della parete” Giu “La pancia però la vedrei rossa, e non è più necessario quel blu, anche solo il rosso della pancia e poi dietro mmm metterei lo sfondo tutto in pendenza se si può fare.... cioè come se fotografassi lo sfondo e poi lo sposti tutto...” IO “in che senso?” Giu “ E non lo so mi vedo una stanza tutta storta in pendenza in cui ti fermi.... IO “A inclinata, fighissimo” Giu “però non so come si fa....fotografi prima la stanza...” IO “si fotografi la stanza e poi ci metti dentro....però non so se rende molto, perché non dovrebbero, cioè si può fare se non si vedessero lo nostre gambe, se no è un pò difficile da fare....oppure possiamo fare una foto dall’alto e poi si mima....però secondo me perde tanto...” Giu “no infatti ci sta’ seduto” IO “Oppure su muro, mettiamo dei cartongessi che mimano in diagonale, che sembra che sia storto...., Giu “ma no Nic....si ma anche con un telo” IO “ anche un telo se metto un telo, lo metto giu come parete e metto una linea come se fosse la giuntura che si crea con la parete.... Giu “E si dai ci st°....si si può fare...” IO “e a questo punto il lago pendente diventa questa linea” Giu “Si, si è un senso di dis....cioè tracimazione, e niente poi ci vuole l’ampolla....” (...) Giu “ci stanno le scarpe trash, ma non da ginnastica..... AH no e io poi ti metterei anche un ventaglio, tu hai la faccia rivolta verso l’alto con l’imbuto in bocca, con una mano che...con il ventaglio, e ......< Oh ma l’hanno ridipinto malissimo questo sgabuzzino qui > e si no ci sta’ì IO “e tipo bianco nero/ seppia con la pancia rossa Giu “Si con la pancia rossa vedrei il bianco e nero e magari la linea si può pensare.....fichissimo lo dobbiamo fare.”


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NICCOLò

Terzo I ching è quello di Mascheroni, introduzione e spiegazione I-ching, in questo caso la difficoltà di comprensione matematica assieme all’orario comunque tardo, hanno reso questo compito particolarmente difficile, ma alla fine siamo riusciti comunque ad ottenere i risultati sperati. Per Mascheroni il risultato oracolare è stato 57 con primo e terzo rigo in mutazione determinando successivamente l’esagramma 61.

57 SUN - IL MITE

sopra SUN, IL MITE, IL VENTO, IL LEGNO sotto SUN, IL MITE, IL VENTO, IL LEGNO Sun è uno degli otto segni doppi, E’ la figura primogenita, ha per immagine il vento o il legno, per qualità la mitezza, la quale però penetra come il vento, o come il legno con le sue radici. L’oscuro, che di per sé è rigido e immobile, viene dissolto dal penetrante principio chiaro, al quale si sottomette con mitezza. Nella natura è il vento a disperdere le nubi accumulate e a creare serena chiarezza nel cielo. Nella vita umana è la penetrante chiarezza del giudizio ad annientare ogni recondito pensiero oscuro. Nella vita della comunità è il potente influsso di una personalità ragguardevole a svelare e disperdere ogni trama tenebrosa. LA SENTENZA Il mite. Mediante piccole cose riuscita. Propizio è avere ove recarsi. Propizio è vedere il grande uomo. Il penetrare genera effetti graduali e poco appariscenti. Non si deve agire usando violenza ma esercitando un influsso continuo. Questi effetti danno meno nell’occhio di quelli ottenuti assalendo di sorpresa, ma sono più duraturi e completi. per poter operare in questo modo bisogna avere una meta chiara, giacché solo esercitando un influsso penetrante sempre nella medesima direzione si ottiene qualche risultato. una piccola forza può raggiungere qualche risultato soltanto sottomettendosi a un uomo ragguardevole che abbia capacità di creare ordine.


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L’ IMMAGINE Venti che si susseguono: l’immagine del mite che penetra. Così il nobile diffonde i suoi comandi e provvede alle sue imprese. La capacità di penetrazione del vento dipende dalla sua lena incessante: è questa, infatti, a renderlo così potente. Come strumento della sua azione il vento usa il tempo. Così anche il pensiero del sovrano deve penetrare nell’anima del popolo. Anche per questo vi è bisogno di un influsso costante esercitato con la persuasione e il comando. Solo quando il comando sia entrato nell’anima del popolo l’azione diventa possibile. Un’azione non preparata provoca solo spavento e suscita repulsione. ----L’esagramma indica che bisogna essere perseveranti e umili, solo cosi^ si riesce. Non si deve usare la violenza, ma la dolcezza e la costanza. Bisogna saper ottenere con calma determinazione le cose che ci interessano e che ci meritiamo. Il tempo gioca a tuo favore. Bisogna cedere di fronte a chi e’ più forte di noi poiché un’azione avventata provoca solo spavento e suscita repulsione negli altri. -----


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61 CHUNG FU - LA VERITà INTERIORE

sopra SUN, IL MITE, IL VENTO, IL LEGNO sotto TUI, IL SERENO, IL LAGO Al di sopra del lago soffia il vento e muove la superficie dell’acqua. Così si manifestano i visibili effetti dell’invisibile. L’esagramma è composto sopra e sotto di linee solide mentre al centro è libero. Ciò allude a un cuore libero da pregiudizio e capac di accogliere la verità. I due trigrammi hanno invece al centro una linea solida. Ciò allude alla forza della verità interiore nei suoi effetti. Le qualità dei due trigrammi sono: sopra, mitezza, condiscendenza verso gli inferiori; sotto, gioia nell’obbedienza verso i superiori. Simili stati d’animo creano il fondamento di una fiducia reciproca che rende possibile il successo. Il segno Fu (verità) è propriamente l’immagine di una zampa d’uccello sopra il pulcino. Contiene l’idea della covata. L’uovo è cavo. La forza del luminoso deve agire vivificando l’esterno. Ma la vita non può essere destata se all’interno non c’è gia un germe di vita. A queste idee possono collegarsi speculazioni che vanno assai lontano. LA SENTENZA Verità interiore. Porci e pesci. Salute! Propizio è attraversare la grande acqua. Propizia è perseveranza. Porci e pesci sono gli animali meno spirituali e quindi meno soggetti a qualsiasi influsso. La forza della verità interiore deve aver raggiunto un alto grado prima che il suo influsso si estenda anche a simili creature. Se ci si trova di fronte a persone così riottose e difficili da attrarre, tutto il segreto del successo sta nel saper trovare la via giusta per avere accesso al loro animo. Bisogna prima liberarsi totalmente dei propri pregiudizi. Bisgona lasciare, per così dire, che la psiche dell’altro agisca su di noi in modo del tutto naturale. Così ci si avvicina interiormente a lui, lo si comprende e si ottiene potere su di lui: la forza della propria persona acquista influsso sull’altro attraverso una porta aperta. Quando nessun ostacolo risulta insuperabile allora si possono intraprendere anche le cose più pericolose - come l’attraversamente della grande acqua -; e si riuscirà. E’ però importante comprendere su che cosa poggi la forza della verità interiore. Essa non coincide con la semplice intimità o con una segreta solidarieà. Una intima solidarietà può sussistere anche tra briganti. Anche in questo caso, è vero, essa significa una forza. Ma questa non ridonda a salute, perchè non è invincibile. Procedere insieme in base a interessi comuni è possibile solo fino a un certo punto, Dove cessa la comunanza d’interessi cessa anche la solidarietà; e la più intima amicizia si capovolge spesso in odio. Solo dove la base è la rettitudine e la costanza, l’unione rimane tanto solida da superare ogni cosa.


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L’IMMAGINE Al di sopra del lago è il vento: l’immagine della verità interiore. Così il nobile discute le cause penali per sospendere le condanne a morte. Il vento muove l’acqua perchè è in grado di penetrare nei suoi interstizi. Così il nobile, ogni volta che debba giudicare qualche errore degli uomini, cerca di penetrare con grande comprensione nel loro intimo e perviene così a una benevola valutazione delle circostanze. Tutto l’antico sistema giudiziario cinese era guidato da questo principio. Una somma comprensione capace di perdonare era considerata somma giustizia. Un atteggiamento simile non rimaneva senza risultato; giacchè suscitava un’impressione morale tanto forte che non c’era da temenre un abuso di tale clemenza. Questa infatti traeva la sua origine non dalla debolezza ma da una superiore chiarezza. ----Si ottiene fiducia e consenso con la mitezza e l’indulgenza nei confronti dell’ottusita’ morale e spirituale degli altri. E’ bene essere sinceri e perseveranti e anche le cose piu’ difficili riusciranno. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi perche’ saremo in grado di incidere profondamente sulla realta’ che ci circonda e di trasformarla secondo i nostri desideri. Nelle questioni sentimentali l’esagramma indica fortuna ma sconsiglia l’eccessivo entusiasmo. -----


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PESCI PORCI; BRIGANTI, UN’INTIMA SOLIDARIETà PUò SUSSISTERE ANCHE TRA BRIGANTI

IO “L’idea è quella di utilizzare i vari elementi che sono usciti fuori rispetto vabbè sia al discorso dell’i -ching che alle mie interpretazioni, si perché le immagini è come se fossero le mie interpretazioni rispetto a questi simboli, invece le tue parole è quello che un pò ti è arrivato a te N “Vabbè Briganti di sicuro, Briganti sicuro come il legno” IO “Perché per dire,tipo.....adesso dovrei rileggere che non mi ricordo, comunque la verità interiore dovrebbe essere legato al discorso....cioè appunto all’idea, di un aspetto più interiore, di connessione, di legame.....perché dice hem... capito Pesci e Porci sono gli animali meno spirituali e quindi meno soggetti a qualsiasi influsso, quindi io me li vedevo come gente che non gle ne fotte un cazzo” N “Bho si, però è figo che li ha citati, cioè a me scialava che citava loro, porci pesci e briganti e contemporaneamente anche nobili....etc. IO “Infatti a me scialava, che c’era sta roba di pesci e porci, che vaffanculo non gle ne fotteva un cazzo, ed erano i meno influenzabili, perché non gle ne fotteva un cazzo e si facevano i cazzi propri......perciò l’idea era proprio quella dello specchio, quindi alla fine sono al di là....quindi c’è un altra dimensione....” N “Bhe è figo che da una parte ci sono i pesci i briganti dall’altra i nobili, ma dice che la solidarietà ci può essere in entrambi i casi, sia che proviene dal nobile....” IO “Si infatti è tipo.... è il pian piano, il penetrare che...(risate), cioè l’idea di un equilibrio, cioè non è che tiri pugni in faccia alla gente, ci vai piano....cioè comunqe questa è l’immagine più rappresentativa di brutto (parlando delle carte) il bambino che gioca a pallone..” N “E questa è una bomba di sicuro, perché c’è un tot di nonsenso, mentre le altre sono tutte collegate, è come se fossero tutte simmetriche.....e invece qui c’è il degenero. Un panda... IO “E se giocassimo a calcio, che non sappiamo fare minimamente...” N “nella foto intendi?? IO “EH” N “Allora potremmo fare, potremmo fare una mini partita a calcio e chi vince è il nobile e chi perde il Porco, il brigante...” IO “Vuoi veramente fare una mini partita a calcio?” N “E per me ci può stare una mini partitella..” IO “qui in studio? N “Si si qui in salone, mettiamo due porte...


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IO “E poi chi fa il nobile?” N “E bho, poi nella foto uno fa il nobile e l’altro il brigante, e poi visto che le immagini sono così, potrebbero essere messi in modo simmetrico, nel senso che anche se sono diversi sono relazionati....cioè nella stessa posizione IO “ cioè che se io mi vedevo la foto con te me la vedevo stra tamarra...cioè una posizione tabboza simmetrica, cioè una posizione Yo simmetrica, però differenziati dal fatto che uno è il nobile e l’altro è il barbone....però non me ne fotte un cazzo della partita, tu fai il nobile e io il barbone” N “NO, no che cosa vuole dire....abbiamo detto che chi vince fa il nobile, allora facciamo che chi vince decide chi essere, perché effettivamente anche a me mi gasa di più fare il barbone.... IO “No io vorrei fare il nobile, però vorrei che tu facessi il nobile heheh” N “Allora dobbiamo decidere se chi vince decide di fare o chi vince è, in automatico...” IO “No, chi vince decide chi fare.....e quindi il nobile è vestito con giacca e cravatta, pantaloni seri, bastone e tuba” N “E Ciuba, un classico dell’abbigliamento bruniano....hehehe” IO “Però possiamo mettere lo specchio, perché è carino il concetto che ci si rispecchia....Ah NO””, potremmo fare la foto...hai presente quegli sfigati che si fanno le foto davanti allo specchio con i telefonini?? potremmo farla io Nobile tu barbone davanti allo specchio così... N “Si potrebbe essere anche se così....la cosa diventerebbe....tendenzialmente....preoccupante hehhe però ci può stare, ma dobbiamo definire tutto subito?” IO “Si preferirei avere tutto finito, teniamo comunque conto che la foto è il punto di partenza per fare il dipinto.... tutto a figura intera?, non saprei se farla tutta completa... N “non c’è mai una figura intera intera (riferito alle foto) c’è sempre un pezzo tagliato, anche il bambino che gioca con il panda la schiena è sempre un pò tagliata, il taglio ci sta? IO “Però vedi è un pò come se tutti fossero agli antipodi, no? cioè nella foto...a parte questa.... N “A si il vuoto in mezzo a tutti, tranne questa...però vabbè forse ci stiamo perdendo in particolare cazzuti....” IO “bello comunque il braccio così....” N “Minchia questa sembra una z” IO “potremmo fare una N” N “Minchia queste è una N, cazzo, che bolide....bhe nella simmetria ci deve essere una N in qualche modo...” IO “E dobbiamo definirlo..... minchia e così...PERFETTO (trovata la forma) N “haha Perfetto ce l’abbiamo!” IO “ok uno nobile l’altro barbone e tipo...sfondo....a colori” N “Si però non barbone poraccio, cioè brigante che vuol dire barbone figlio di puttana che c’ha lo schioppo e può inculare il nobile quindi comunque.... IO “ok quindi oggetti....io il nobile me lo vedevo con un bastone ok? bastone e tuba e poi il barbone lo facciamo.... N “Coltellaccio o un pistolaccio..”


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IO “coltellaccio si si figo Con la bandana ?” N “con la bandana, kefia, molotov.....” IO “ E sfondo? in realtà potrebbe forse esserci uno sfondo, magari con dietro un graffitone....” N “e cioè si però forse diventa troppo” IO “Bho secondo me lo specchio è un elemento che si può inserire, però forse è esagerato...però che cos’è che avevi scritto....pesci e porci.......cazzo pesci e porci.......com’è che si può mettere?............mmmm e un cazzo...... N “e o andiamo in un posto e pittiamo uno sfondo di pesci e porci” IO “se no andiamo in pescheria.. ne fai una in pescheria e macelleria.....” N “hehehe salumeria.....vabbè effettivamente il pesce è da nobile, e il porco da brigante......Figa si fa che uno ha appeso collanone un pesciazzo e l’altro uno zampone di porco!” IO “che figo cazzo....si allora sfondo un cazzo,basta” N “Sfondo.....e si ma poi aggiungendo altre storie, ci sono talmente tante cose che poi diventa troppo cazzuto...” IO “e si poi è pesante, esagerato....o una tenda che poi diventa.... N “E una cosa si, che non sia un muro bianco ma nemmeno uno sfondo all’aperto con mille cose che disturbano...” IO “No ci sta? se facciamo tipo foto d’epoca, però bho io la vedo a colori di brutto.....perché bho poi ci vedo anche più avanti a dipingerla....cioè non che sia un problema tradurla a colori” N “si bho però, magari è figo farla in bianco e nero e poi tradurla a colori....perchè bianco e nero diventa più strano a colori diventa più carnevale, però bho è la solita retorica che bianco e nero diventa più figa.....però non lo so secondo me ci sono gia talmente tante cose che metterci i colori... IO “COn lo sfondo si ok....però lo sfondo ok abbiamo detto bianco, una tendina, anche grigino....che spezza..... N “Si una tenda qualcosa che spezza, un muro un pò cazzuto....un tappeto....se no possiamo dipingere noi IO “minkia tappeto però è figo, non è male....dai mi gasa.....fammi il disegnino!... o ricordati la position!


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CECILIA

Siamo giunti al penultimo lavoro, è veramente tardi, e siamo tutti anche un poco agitati perché questa domenica avremo da realizzare la seconda fase del lavoro della Cecilia....lei è a pezzi e ci mette un pò a comprendere il meccanismo oracolare, ma una volta appreso, è lanciatissima e subito eccola, di nuovo pazza. dopo 6 lanci il suo risultato è un 11 con terza quarta e quinta linea in trasformazione per ottenere poi un 58

11 T’AI - LA PACE

sopra K’UN, IL RICETTIVO, LA TERRA sotto CH’IEN, IL CREATIVO, IL CIELO

Il Ricettivo, il cui moto scende verso il basso, si trova sopra, Il Creativo, il cui moto scendente verso l’alto, si trova sotto. Quindi i loro influssi s’incontrano e stanno in armonia, così che tutti gli esseri fioriscono e prosperano. IL segno è coordinato al primo mese (febbraio-marzo), quando le forze della natura preparano la nuova primavera. LA SENTENZA La pace. Il piccolo se ne va, il grane viene. Salute! Riuscita! Il segno si riferisce a una stagione in cui, per così dire, il cielo è in terra. Il cielo si è posto sotto la terra. Così le loro forze si uniscono in intima armonia, e nascono pace e prosperità per tutti gli esseri. Nel mondo degli uomini è un tempo di concordia sociale. I superiori si chinano verso gli inferiori, i quali, insieme agli umili, sono ben disposti verso i superiori, così che cessa ogni ostilità. Dentro, nel centro, al posto decisivo, sta il luminoso; l’oscuro sta fuori. Così il luminoso esercita un’azione vigorosa, e l’oscuro è remissivo. In questo modo ambo le parti hanno ciò che loro compete. Quando i buoni si trovano in posizione dominante nella società e detengono il potere, anche i cattivi subiscono il loro influsso e si emendano. Quando nell’uomo regna lo spirito che viene dal cielo, anche la sua natura animale ne è regolata e trova così il posto che le compete. Le singole linee entrano nel segno dal basso e lo abbandonano di nuovo dall’alto. Sono dunque i piccoli, deboli,


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cattivi che se ne vanno, e i grandi, forti, buoni sono in ascesa. Ciò reca salute e riuscita. L’IMMAGINE Cielo e terra si congiungono: l’immagine della pace. Così il sovrano divide e porta a termine il corso del cielo e della terra, amministra e ordina i doni di cielo e terra. e così assiste al popolo.

Cielo e terra sono in comunicazione e uniscono i loro effetti. Ciò produce un tempo di generale fioritura e prosperità. Questo flusso di forze deve essere regolato dal sovrano degli uomini. Ciò avviene per suddividere. Così il tempo indistinto viene suddiviso dall’uomo in stagioni, secondo la successione dei suoi fenomeni, mentre lo spazio infinito viene ripartito, per convenienza umana, secondo i punti cardinali. In questo modo la natura, con la sua traboccante natura deve anche essere aiutata nella sua creazione. Ciò accade quando si fanno corrispondere i prodotti al tempo e al luogo. Così si aumenta il raccolto. Questa attività che doma e aiuta la natura è quel lavoro sulla natura del quale l’uomo si avvantaggia. ----E’ un esagramma che indica fortuna; denota un tempo di pace, prosperità e armonia. Incontri giusti al momento giusto. Quando nell’uomo regnano i buoni sentimenti, anche la sensualità è positiva e trova il posto che le compete. Si vede l’uomo superiore che accresce la sua influenza, mentre quella dell’uomo mediocre cala. Riuscita e successo. -----


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58 TUI - IL SERENO, IL LAGO

sopra TUI, IL SERENO, IL LAGO sotto TUI, IL SERENO, IL LAGO

Tui è, come Sun, uno degli otto segni doppi. Tui rappresenta la figlia più giovane, ha per immagine il sorriso del lago, per qualità la letizia. La letizia non è fondata, come potrebbe da prima sembrare, sulla natura tenera che si mostra nella linea superiore. La qualità del principio tenero, ossia oscuro, non è la gioia bensì la mestizia. La letizia si basa invece sul fatto che all’interno vi sono due linee forti che si manifestano attraverso un aspetto tenero. La vera letizia deriva dunque dal fatto che all’interno sussistono saldezza e forza, le quali verso l’esterno si mostrano tenere e miti. LA SENTENZA Il sereno. Riuscita. Propizia è perseveranza. L’umore giocondo è contagioso, perciò ha successo. Ma la letizia deve avere come fondamento la stabilità, per non degenerare in allegria sfrenata. La verità e la forza devono risiedere nel cuore, mentre la mitezza si palesa verso l’esterno nei rapporti con gli altri. Così si assume la giusta posizione davanti a Dio e agli uomini e si ottiene qualche risultato. Con la sola intimidazione senza mitezza si può anche raggiungere qualche cosa, ma solo temporaneamente. Se invece si conquista il cuore delle persone con la gentilezza, si può indurle ad accettare volentieri ogni disagio, anzi, quando occorre a non rifuggire nemmeno dalla morte. Così grande è il potere che al gioia ha sugli uomini. L’IMMAGINE Laghi che riposano l’uno sull’altro: l’immagine del sereno. Così il nobile si riunisce con i suoi amici per discutere e per esercitarsi. Un lago evapora verso l’alto e così a poco a poco si esaurisce. Ma quando due laghi sono collegati l’uno all’altro non si esauriscono così facilmente, perché l’uno arricchisce l’altro. Così avviene anche nel campo del sapere. Il sapere deve essere una forza che ristora e vivifica. E lo può diventare


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solo nello stimolante rapporto con amici affini, con i quali si discute e ci si esercita ad applicare le verità della vita. Così il sapere diventa più vario e acquista una serena leggerezza, mentre il sapere dell’autodidatta conserva sempre un certo che di pesante e di unilaterale. ----La serenità, congiunta alla saldezza interiore, portano alla riuscita. Non bisogna temere più nulla poiché il lungo periodo di sofferenze e sacrifici è finito e lascia spazio ad una nuova vita. E’ un periodo bellissimo durante il quale possono capitare cose straordinarie. E’ bene frequentaxre gli amici, affrontare con allegria tutte le cose. La situazione è molto favorevole. L’esagramma indica anche che due donne ameranno lo stesso uomo. -----


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UNO SOPRA L’ALTRO, UNO DENTRO L’ALTRO, ONDE IO “Quindi cos’è che sono...il sereno e la pace, cioè tu al cento per cento, per me questo è proprio perfetto, cioè mi piace anche l’immagine di contenitore....cioè io avevo pensato anche un pochino alle nostre foto e pensavo a questa pace, inglobare...c’è questa idea anche per me, no? tranquillità, una sorta di cappa, nido.....e quindi è anche bello le immagini di questo genere...però questa mi piace tantissimo (riferita alla foto 58) proprio come costruzione di foto perché è un contatto, vabbè parla di morte....qualcosa che brucia.. Ceci “il fumo uccide...hehehe” IO “Io mi ricordo che avevo fatto un lavoro che...un mio disegno concettuale che mi piaceva tantissimo, e avevo fatto due sigarette che bruciavano e le avevo chiamate, tipo, Love....come l’idea che no, cioè la vita che brucia assieme... Ceci “Ma dici due sizze vicine..” IO “Si erano due sigarette vicine, però tipo....eee non lo sò, è un bel contatto Ceci “Però mi piace che sia uscita così...perché è il lago IO “In verticale? Bello....potremmo fare un primo piano invece che un tutto copro e questo secondo me è quell’abbraccio non forzato, potremmo proprio riallestire questa foto...se tu ti mettessi questo velo, io mi facessi la barba.... Ceci “si si è vero, perché in fondo potrebbero essere due persone sdraiate l’una sopra l’altra.... IO “Si ti devo trovare un orecchinone gigante...” Ceci “Una lumaca...sembra una lumaca..hahahha” IO “Ti faccio una lumaca d’oro Ceci “Si ma io non sono una diva di Hollywood” IO “E neanche io purtroppo...” Ceci “ E tu non sei brizzolato...” IO “Io non sono brizzolato Però mi faccio la barba “ Ceci “E questo questo di chi è?” IO “Credo sia di Goya...si penso sia di Goya....no comunque non credo sia di Goya, e è molto bella, e infatti io questa pace l’ho vista come tipo, come se stessero abbracciati, esausti, quasi piangono è uno stare assieme nelle difficoltà, cercare la pace quasi fare la pace.....poi le due foto sono molto diversi perché questa è molto fisica e questa..... sofisticata..” Ceci “Si cioè non lo so, dici che è impossibile fare la foto realmente sdraiati così, e con la sizza? IO “No se io mi tengo con una mano, tipo mi tengo alzato così” Ceci “però tipo, poi pensavo di invertire le due cose, la foto di farla, potremmo farla che si vedono tutte e due le figure che svela la posizione, e il quadro fatto a ritratto.....no perché è figo cioè nel senso, che siano usciti un quadro e una foto e...” IO “e che in uno c’è tutta la figura e nell’altra solo un particolare”


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Ceci “E invertire quindi nella foto la figura mentre nel quadro il particolare, cioè non lo so, mmm giusto delle, degli spunti visivi” IO “Secondo me, questo comunque è molto facile, però non vorrei che fosse troppo....non lo so....cioè pensando anche a.....cioè troppo, troppo, uno sopra l’altro così è anche un po’ sessuale” Ceci “E lo so ma non è che deve essere, la posizione, non è che deve essere....è che è la posizione, del lago....però si deve essere una posizione che “ IO “che non equivoca.....bhe ma se io per esempio, cioè tipo io sono in ginocchio cioè tipo invece che sdraiato.....però sdraiato è più bello perché da l’idea di laghi che si sovrappongono.....però potremmo anche fare la foto cioè in verticale e poi girarla in orizzontale....no però è più bello quella cosa che...è in verticale e poi fai gia la foto in orizzontale, ci sta’.....e poi tipo già vestiti così....io ormai lo smoking ce l’ho sempre heheh” Ceci “In tutte le foto?” IO “No scherzo hehe ci sta’.....e lo sfondo? tu lo faresti in qualche modo? con queste piante....” Ceci “Non so....cos’è che c’era che diceva qualcosa del luogo....non so perché mi ero immaginata una specie di vetrina di macelleria... IO “vetrina di macelleria....cazzo, vola la fantasia heeh” Ceci “Non so se era proprio una macelleria, forse un fiorista...perché diceva dei fiori..” IO “si dei fiori...perché diceva, piccolo .......questa idea del sovrapporsi....il cielo si è posto sotto la terra, ci sta’” Ceci “e che ci sia il capovolgimento sempre..” IO “Si quella cosa li funziona......mmmm ....fioritura, generare fioritura e prosperità..... Ceci “no....non è qua....” IO “E se facciamo una cosa trashissima in cui ci sdraiamo su un letto di fiori....” Ceci “no” IO “hehhe no troppo no....però su una coperta, con uno sfondo tipo, tipo floreale.... come le, quelle coperte un po’ anche trash.....no trash no..... ma anche trash un po’ secondo me potrebbe starci, perchè siamo molto seri, è una posa molto seria....però non siamo seri alla fine... Ceci “No ma c’era una cosa....mmmmm” IO “Magari era nell’altro....” Ceci “no.....” IO “ma per quella cosa della macelleria?” Ceci “E non lo so perché cazzo ho pensato a quella roba del triangolo....mmmmm......” IO “e se facessimo.....e se ci fosse uno sfondo con un triangolone...” Ceci “Ma il triangolo secondo me potrebbe essere solo la posizione delle sigarette....” IO “Si, potrebbe starci...bho ma secondo me quello che un pò manca è come siamo noi...perchè a me piace, però potrebbe essere che io ho i piedi, che metto lo sgabellino e così non ci tocchiamo, perché secondo me è bello che è


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questa cosa che non ci tocchiamo....quindi se io ho tipo i piedi appoggiati allo sgabello, con le mani mi appoggio.... Ceci “minchia le flessioni he” IO “Eh dovrò tenermi in tensione, però capito, così siamo rialzati non ci tocchiamo e ci tocchiamo solo con le sigarette.” Ceci “E no quello è vero, anche perchè si, uno sopra l’altro uno dentro l’altro, oppure dovresti essere che ne so, tipo sdraiato su una panchina...” IO “è anche meno sessuale no? però vedi tu, perchè ti è uscita così Ceci “Eh però si legge per così.....e poi scusa...cazzo vuoi sempre a scaricare gli sbatti eheheh” IO “hahaha no tu sotto sotto, e quindi l’unica cosa che devo sapere è colore bianco nero....sfondo non sfondo, io cioè queste foglie così.....non “ Ceci “NO anche a me scialano, e cioè oltretutto sono le palme qua fuori....” IO “possiamo farlo anche qua fuori, però a figura intere il cancelletto è qua fuori è un po’ trash... Ceci “Bhe se no.....si se no una coperta...” IO “E ma questa idea della natura secondo me....se metto dei vasi con delle piante....porto delle pianticelle....” Ceci “E questa una lumaca, un guscio di lumaca” IO “E lo faccio io, foglia d’oro” Ceci “AH giusto me l’hai già regalata ce l’abbiamo già IO “E ma devo farla a orecchino.....” Ceci “Vabbè te lo metti sull’orecchio...sopra” IO “Con lo scotch? hehehe Ceci “noooo si appoggia, tanto è appoggiata in terra...” IO “no è appoggiato sull’orecchio, no comunque te lo faccio io, probabilmente ce la faccio.... Ceci “Ok, a giusto così anche nero e bianco, nero e oro...” IO “A si nero e bianco, se vuoi te lo faccio....” Ceci “Non lo so però vorrei che fosse....che fosse un guscio vero IO “bianco e nero” Ceci “Hm la foto si però questo viene dipinto a colori IO “sisi il dipinto si” Ceci” colori” IO “Assolutamente....ok mi fai un disegnino” Ceci “e basta? cos’è mi fai un disegnino....della foto dici?” IO “Fai un disegnino hehe se no poi me lo dimentico heheh....cosa credevi <AH mi fai un disegnino alla cazzo?> hehehe Ceci “Hheheh sembrava una cosa così


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RONNY

Ultima pezza al piede, lo zio, veramente a pezzi, causa le faticose prove per il lavoro di Cecilia, ha conservato le ultime forze per me e il mio progetto! Che l’I-ching abbia inizio, detto fatto, spiegare a Ronny il meccanismo matematico dell’oracolo risulta quasi impossibile, tanto che il soggetto rischia di sbagliare più volte a decifrare il risultato. Alla fine riusciamo ad estrapolare il resoconto, Ronny parte da 58 (il punto di arrivo di Cecilia) e si muove verso il 10.

58 TUI - IL SERENO, IL LAGO

sopra TUI, IL SERENO, IL LAGO sotto TUI, IL SERENO, IL LAGO Tui è, come Sun, uno degli otto segni doppi. Tui rappresenta la figlia più giovane, ha per immagine il sorriso del lago, per qualità la letizia. La letizia non è fondata, come potrebbe da prima sembrare, sulla natura tenera che si mostra nella linea superiore. La qualità del principio tenero, ossia oscuro, non è la gioia bensì la mestizia. La letizia si basa invece sul fatto che all’interno vi sono due linee forti che si manifestano attraverso un aspetto tenero. La vera letizia deriva dunque dal fatto che all’interno sussistono saldezza e forza, le quali verso l’esterno si mostrano tenere e miti. LA SENTENZA Il sereno. Riuscita. Propizia è perseveranza. L’umore giocondo è contagioso, perciò ha successo. Ma la letizia deve avere come fondamento la stabilità, per non degenerare in allegria sfrenata. La verità e la forza devono risiedere nel cuore, mentre la mitezza si palesa verso l’esterno nei rapporti con gli altri. Così si assume la giusta posizione davanti a Dio e agli uomini e si ottiene qualche risultato. Con la sola intimidazione senza mitezza si può anche raggiungere qualche cosa, ma solo temporaneamente. Se invece si conquista il cuore delle persone con la gentilezza, si può indurle ad accettare volentieri ogni disagio, anzi, quando occorre a non rifuggire nemmeno dalla morte. Così grande è il potere che al gioia ha sugli uomini.


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L’IMMAGINE Laghi che riposano l’uno sull’altro: l’immagine del sereno. Così il nobile si riunisce con i suoi amici per discutere e per esercitarsi. Un lago evapora verso l’alto e così a poco a poco si esaurisce. Ma quando due laghi sono collegati l’uno all’altro non si esauriscono così facilmente, perché l’uno arricchisce l’altro. Così avviene anche nel campo del sapere. Il sapere deve essere una forza che ristora e vivifica. E lo può diventare solo nello stimolante rapporto con amici affini, con i quali si discute e ci si esercita ad applicare le verità della vita. Così il sapere diventa più vario e acquista una serena leggerezza, mentre il sapere dell’autodidatta conserva sempre un certo che di pesante e di unilaterale. ----La serenità, congiunta alla saldezza interiore, portano alla riuscita. Non bisogna temere più nulla poiché il lungo periodo di sofferenze e sacrifici è finito e lascia spazio ad una nuova vita. E’ un periodo bellissimo durante il quale possono capitare cose straordinarie. E’ bene frequentaxre gli amici, affrontare con allegria tutte le cose. La situazione è molto favorevole. L’esagramma indica anche che due donne ameranno lo stesso uomo. -----


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10 Lü - IL PROCEDERE

sopra CH’IEN, IL CREATIVO, IL CIELO sotto TUI, IL SERENO, IL LAGO Il procedere significa da un lato il giusto modo di comportarsi. Sopra è il cielo, il padre, sotto è il lago, la figlia minore. Ciò mostra la differenza tra superiore e inferiore, base del giusto comportamento nella società. D’altra parte, in cinese la parola significa letteralmente: “posare il piede su qualche cosa”. Il piccolo, “sereno”, monta sul grande, “forte”. La direzione dei due segni primordiali è un ascendente. Che il forte monti sul debole è cosa tanto naturale che nel libro dei mutamenti non viene neppure menzionata. Che il debole prenda piede sul forte non è pericoloso, perché avviene serenamente, senza presunzione, così che il forte non si irrita e bonariamanete lascia fare. LA SENTENZA Procedere sulla corsa della tigre. Essa non morde l’uomo. Riuscita. La situazione è veramente difficile, Fortissimo e debolissimo stanno in immediata vicinanza. Il debole va dietro al forte e lo infastidisce. Ma il forte lascia correre e non gli arreca alcun male, poichè il contatto è sereno e non offensivo. Nei rapporti umani si può avere a che fare con persone selvatiche, intrattabili. In questo caso si raggiunge il proprio scopo se ci si comporta con dignità. Buone, gradevoli forme del procedere conducono alla riuscita anche nei confronti di persone irritabili. L’IMMAGINE Sopra il cielo, sotto il lago: l’immagine del procedere. Così il nobile distingue superiore e inferiore, e consolida i sentimenti del popolo. Cielo e lago mostrano un dislivello inerente alla loro natura e quindi non offuscato da alcuna invidia. Anche tra gli uomini devono esservi dislivelli. E’ giungere a un livellamento generale. Ma è importante che le differenze di rango nella società umana non siano arbitrarie e ingiuste; poichè invidia e lotta di classe ne sarebbero la conseguenza inevitabile. Quando invece le differenze esteriori di rango corrispondono a un giustificato diritto intrinseco, quando


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la dignità interiore è il criterio che determina il rango esteriore, allora gli uomini si acquietano e la società vive nell’ordine. ----Il procedere significa camminare. Vi sarà progresso e successo. Questo esagramma indica il giusto modo di comportarsi. Anche se si è in contatto con persone inaccessibili, c’è possibilità di riuscire. Essere deboli non è pericoloso purché il contatto avvenga giocondamente, senza presunzione, cosi’ che chi è forte non si irriti e lasci fare. Prudenza porta successo.. -----

DUE LAGHI IN AUTUNNO, LA STRADA FATTA CON IMPAZIENZA DETERMINAZIONE


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MA CON AUDACIA FOLLE FINO A QUANDO NON SI TROVA QUELLO CHE NON SI

SA DI CERCARE, CAVALCARE E CAVALCARSI PER COMPENSARE LEGGEREZZA E AFFATICAMENTO.

IO ”Bello, le foto parlando da sole, le immagini sono: Sguardo e posizione, cioè assurdo che” Ronny “le immagini sono bellissime” IO “Cioè assurdo che , rapportandolo a noi due è come se stiamo guardando tutti e due nella stessa direzione però affiancati, un po’ che ognuno magari, guarda nella stessa strada e quello che invece dovremmo fare e girarsi e guardarsi in faccia” Ronny “ Si, No però magari guardarsi in faccia così è anche , capito, la condivisione che percorri la solita strada e c’hai le pause dell’amicizia, che sono i momenti di... IO “che poi è quella pausa della sigaretta” Ronny “Che è a anche quel piacere poi della parola, quando ci ritroviamo a parlare, che parliamo per ore fumando sigarette...” IO ”esatto che poi io immaginandomi la fotografia, cioè il formato io vedo mezzobusto a questo punto la fare ritratto.... non riesco a capire come fare questa....o o forse potrebbe essere la cosa più semplice del mondo, cioè tipo noi che fumiamo” Ronny “Eh si una vanitas, mi sembra adatte hhe” IO ”Una vanitas preciso, Però mi piace molto la struttura di questa così di parallelo, perché questa è un gioco secondo me” Ronny “di questa funzionano l’immagine” IO “di questa funziona le sigarette che si toccano” Ronny “Però questa è più espressiva, cioè guardi nella direzione, cioè sai dove stai andando..” IO ”Però li parla del nobile, cioè interpreta il tuo ruolo all’interno del gruppo no, di una sorta di, cioè nobile che un po’ dirige, un po’ manovra, che...che però gli altri non sono gelosi, quando perchè non c’è gelosia, quando.... è un pò il discorso di F84, quando perché c’era quella cosa che diceva, ognuno ha un po’ ha il suo ruolo, un po’ il suo compito, e finché tutti sanno quello che sanno fare non c’è gelosia, cioè non c’è cattiveria, quindi secondo me, a me piace se tue sei in primo piano...quindi un po’ come dire davanti, però non so... Ronny “Si non lo so neanche io, si non starei però in primo piano...” IO “Non staresti in primo piano? e se stessimo tutti e due, cioè a filo...così che la mia sagoma e la tua sagome è come se ad un certo punto si sovrapponessero, cioè se facciamo una sorta di...però forse è difficile perché non abbiamo gli stessi lineamenti, però potrebbe essere interessante fare due sagome che in un qualche modo si avvicinano....e la sigaretta che abbiamo in bocca potrebbe essere la stessa. Ronny “E questa potrebbe essere una soluzione”


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IO “cioè potrebbe il primo avere una sigaretta che continua nella bocca dell’altro” Ronny “Si questo potrebbe essere una sorta di mimetismo dell’immagine gioco della percezione, potrebbe essere più giocato proprio sui particolari, in modo da tenere il più possibile pulita l’immagine, utilizzando meno particolari possibili IO “si...fico....e vestiti come ci vedi...?” Ronny “Ma forse si vedono giusto le spalle, non so’ neanche se i vestiti servono...” IO ”senza vestiti quindi” Ronny “si io pensavo proprio, l’idea del corpo senza vestiti” IO ”si ci sta’....ritratto però quindi frontale così....destra o sinistra? no però forse non cambia” Ronny “forse non so nemmeno se profilo o di tre quarti....” IO ”di tre quarti? fico” Ronny “un tre quarti potrebbe essere una soluzione....” IO ”Un leggero tre quarti....e quindi c’è l’accenno al voltarsi” Ronny “c’è l’accenno al voltarsi...perché riprenderebbe questo in un certo senso...” IO ”esatto e poi tu hai scritto, cavalcare cavalcarsi.....bhe alla fine è quello il discorso, cioè la leggerezza del coso è l’affaticamento di esserci comunque...e la storia del cercare è anche figo, perché poi guardando nella stessa direzione in qualche modo stai vedendo le stesse cose, stai cercando... “ Ronny “E poi la storia della vanitas rientrerebbe questa scena, perché la strada, cioè capito fatta, con quello spirito folle quell’incertezza è comunque una vanitas.” IO ”e i due laghi in autunno?” Ronny “i due laghi in autunno siamo noi” IO ”siamo noi....in autunno....vanitas” Ronny “perfetto, momento decadente per eccellenza” IO ”bianco e nero o a colori? Ronny “bianco nero, ancora a sottolineare....io arriverei quasi a una sorta trash.....trash raffinato a sottolineare tute quelle cose....” IO ”SI? dai....cioè fino alla spalla, senza vestiti...però di tre quarti ho difficoltà a intuirla, perchè se io sono girato di tre quarti così..” Ronny “e dovrei essere anche io girato di tre quarti anche io e la foto potrebbe essere....” IO ”A di tre quarti anche tu così, e la foto viene fatta così, si una visione di taglio così che riesci a prendere entrambi....” Ronny “Sai anche cosa potrebbe essere....anche una visione non proprio laterale ma leggermente abbassata, che slancia verso l’alto....che le sigarette diventano giganti....poi con il fumo” IO “Che figo!”


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Ronny “iper trash” IO ”bello mi piace, bhe qui le immagini erano molto chiare....molto facili devo dire la verità” Ronny “si c’era sembra la combo delle persone...” IO ”sempre un po’ sposini.....si perché quando l’avevo pensato era l’idea della coppia che guardano assieme verso un proprio....” Ronny “si poi c’è un doppio gioco di rimandi, il mio femminile e il tuo femminile....nel senso, il fatto che mi sono vestito già da donna e sono stato anche, come nell’ultimo video che dicono sono sposa del buffone di corte...” IO ”si si no, infatti eeeee funziona” Ronny “se se se “ IO ”Bello...mi devi fare un disegnino...minchia sei stato il più veloce alla fine” Ronny “minchia mi sono gasato troppo!..... IO ”si giusto per avere un ricordo, per dire...minchia ma con Ronny cosa dovevo fare??


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Études 2/3

Q

ui sotto propongo la sequenza d’ immagini traslata dal precedente step.

Dopo la progettazione sincronica realizzata tramite il libro dei mutamenti, lo step successivo era quello di rappresentare in un primo momento, il prodotto fotografico di tale immagine in coppia e successivamente tale fotografia diventava la base, su cui costruire un successivo livello, questa volta pittorico, in cui si cercasse una condivisione di idee, stili, tempo. Il terzo step, ovvero la traslazione artigianale della foto, è avvenuto per mezzo di una discussione digitale, in cui confrontandoci sempre come una coppia, si indicava, luogo, formato, tecnica...etc. I prodotti si sono rivelati i più svariati, da un dipinto murario sul soffitto, ad un’ incisione a tre matrici, dall’assemblaggio di un collage cartaceo allo stratificarsi di livelli tramite l’acquerello..... senza farsi mancare un gigantesco murales di 15 metri circa, lungo la parete di una fabbrica abbandonata.




























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bibliografia Preludio 1 Nicholas Mirzoeff, Introduzione alla cultura visuale, Routledge, London, 1999 2 Andy Warhol 1968, a Stoccolma per il catalogo di una mostra al Moderna Museet 3 Guy Debord, La società dello spettacolo, Dalai Editore, prima pubblicazione 1967 4 Jhon Zerzan, Senza via di scampo, riflessioni sulla fine del mondo, editore Arcana, 2007

Andante (non troppo) 1 http://it.wikipedia.org/wiki/Sigmund_Freud 2 SABATINI, F. e COLLETTI, V., Dizionario Italiano, Firenze, Giunti 1997 3 Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario,Edizioni Dedalo, prima pubblicazione 1973 4 Jean-Paul Sartre, L’imagination, 1936 5 Alberto Abruzzese, Lessico della comunicazione, Meltemi Editore, 2003 6 Claude Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, Feltrinelli, 1969 7 Donatella Mazzoleni, Le strutture dell’immaginario (http://www.federica.unina.it/architettura/met odologie-sviluppo-pensiero-creativo-progettazione-architettonica-urbana/strutture-immaginario-2/) 8 Carl Gustav Jung, L’analisi del sogno, Bollati Boringhieri, 2011 9 http://www.filosofico.net/jung.htm 10 C. G. Jung, Conferenza su Il concetto di inconscio collettivo (1936), trad. it. in Opere , cit., vol. IX, tomo I, p. 23 11 C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1934. 12 C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, 1978 13 S.Agostino, De Diversi quaestionibus, LXXXIII, 46 14 Vincenzo Marzocca, Il corpo deiderante della pubblicità, tesi accademica in sociologia dell’arte, 2006 15 Marie-Louise Von Franz, Pische e Materia, Bollati e Boringhieri, 1992 16 Platone, Timeo, Bompiani, 2000


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Fuga a due voci 1 Apocalisse 21, 23 2 Platone, Simposio, Adelphi, 1979 3 Carl G. Jung, Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1969-2002. 4 Emma Jung, Anima e Animus, Bollati Boringhieri, 1985 5 Viviana Vivare, Lo specchio più chiaro,2001 (http://www.fuoriradio.com/2011/02/jung-4-4-bis-archetipi-animus-e-anima-il-

maschile-e-il-femminile/)

A piacere 1 Prefazione alla traduzione inglese dell’I King, in I King, Edizioni Astrolabio, Roma 1950. 2 Lettera del fisico austiaco Wolfgang Pauli al suo collega e amico Markus Fierz. 3 Marie-Louise Von Franz, Pische e Materia, Bollati e Boringhieri, 1992 4 http://oscarserio.wordpress.com/2011/01/16/la-sincronicita-tesi/ 5 Jung, La sincronicità come principio di nessi acausali, Boringhieri, Torino, 1952 6 Carl Gustav Jung, Prefazione all’I King, Ed Astrolabio, 1949

Kanon in C 1 Allan Wats, Il significato della felicità, Astrolabio, Roma, 1975 2 Wikipedia 3 Plotino, Enneadi, VI.9 4 Maria Tondi e Alberto Lomuscio, Dante e la sincronicità dell’I Ching,Milano, 2011 5 C.G.Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino 1982

Justapositions 1 traduzione articolo su “ The indipendent” di Michaell Hallett del 17 Novembre 1997: “Obituary: Stefan Lorant” 2 traduzione dall’introduzione del testo di Stefan Lorant, Chamberlain and the beautiful llama, Hulton, 1940


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