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DOSSIER DEL MENSILE:

uole Edizione sc fabetico): roso ordine al o g ri uca Pop (in E N l Kirdoun, Ral REDAZIO ve Pa i, d n ra G eris, Stefano Virginia Barb Volume 1, Numero 1

Gennaio 2010

OGGI IN ITALIA: CITTADINANZA “CIECA” O DIFFERENZIATA? ECCO IL VERO PROBLEMA al primo istante in cui l‘umanità ha iniziato a parlare liberamente , almeno in ambito politico, dell‘idea di nazione, o di concetti che possiamo considerare gli antenati della nazione (come ad esempio il diritto per gli abitanti delle province dell‘Impero Romano di essere considerati Romani a tutti gli effetti), è subito emersa una questione etico politica fondamentale: devono essere considerati ―cittadini‖, soggetti di diritti, tutti gli individui che vivono e lavorano all‘interno del territorio nazionale indipendentemente dalla loro specifica appartenenza a un gruppo naturale, etico o sociale; oppure occorre stabilire differenze tra gli individui, non una gerarchia di ―cittadini‖, non una scala di valori tra gruppi diversi, ma semplicemente una differenziazione di diritti e doveri senza limitare o ledere la libertà sociale e politica di alcun soggetto? E‘ giusto, eticamente e politicamente, riconoscere diritti diversi, ad esempio, all‘uomo e alla donna? Per rispondere occorre studiare e analizzare molti aspetti, come la stessa definizione di cittadinanza differenziata (diritti diversi per gruppi diversi) e del suo contrario: la cittadinanza cieca; l‘opinione pubblica; alcune statistiche diramate dalle più grandi agenzie europee di raccolta dati ; la risposta delle costituzioni attuali, in particolare quella italiana. Abbiamo provato a farlo in questo dossier, è stato un lavoro lungo e laborioso di cui, però, speriamo si valsa la pena. Ma questo dovete dirlo voi.

L‘ASILO DEI PAPA‘: MA LE MAMME LO ACCETTANO?

Riunione di redazione

SOMMARIO Cittadinanza differenziata Pag.2 Cittadinanza ―cieca‖ Pag.3 Statistiche di genere Pag. 4 Costituzione

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Sondaggio cittadino Pag. 12 Riunione di redazione Pag.15

Abbiamo assistito a decine di casi in cui una donna, capace e ambiziosa, decideva di intraprendere, nello scetticismo generale, un mestiere da uomo. Ma sembra quasi assurdo e paradossale,in contrasto con l‘apparente mentalità comune, che due uomini tentino di avviare un‘attività tradizionalmente considerata da ―femmine‖: mettere su un asilo infantile, ―l‘asilo dei papà‖. CONTINUA A PAGINA 15

LE STATISTICHE DI GENERE I sistemi sociali che si sono affermati, fuori e dentro l‘Europa, nel corso della storia hanno quasi sempre attribuito alla donna un ruolo subalterno rispetto a quello esercitato dall‘uomo. Anche se i primi cambiamenti per quanto riguarda l‘emancipazione femminile si verificarono in Occidente, verso la fine del Settecento, tuttavia molto resta ancora da fare per realizzare pari opportunità tra uomini e donne. CONTINUA A PAGINA 4

SECONDO VOI ... Abbiamo chiesto a 141 studenti (età compresa tra i 17 e i 25 anni) e a 109 adulti se oggi le norme che disciplinano i diritti tengono conto delle differenze naturali fra uomini e donne. Ecco le risposte al nostro sondaggio. CONTINUA A PAGINA 12

COSA DICE LA COSTITUZIONE? a nostra costituzione garantisce: pari dignità e libertà sociale di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Inoltre riconosce uguaglianza morale e giuridica dei coniugi con i limiti stabiliti della legge a garanzia dell‘unità familiare; e prevede stessi diritti e stesse retribuzioni per lavoratore e lavoratrice. Infine stabilisce diritti specifici e agevolazioni per l‘uno e l‘altro sesso: ma questi forse non bastano. CONTINUA A PAGINA 10


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DIFFERENZIATA O ―CIECA‖? La cittadinanza da ieri a oggi …. sviluppo ed evoluzione CITTAD INANZA D IFFERE NZIATA on il termine ―cittadinanza differenziata‖ si indica un particolare tipo di cittadinanza, il cui aspetto fondamentale è il riconoscimento dei gruppi etico – sociali e l‘attribuzione di diversi diritti, e in alcuni casi anche di diversi doveri, a ciascun gruppo. Si ha quindi una cittadinanza differenziata quando lo Stato, che è l‘organo politico in cui generalmente si riconosce la nazione, ammette che all‘interno del proprio territorio sono presenti altri gruppi etico – sociali oltre a quello che ha creato la stessa nazione. Un esempio di cittadinanza differenziata può essere quello dell‘Italia moderna; infatti, nel periodo che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale (1919) al XXI secolo, nel nostro Paese sono state approvate numerose riforme che si rispecchiano idealmente nel concetto di cittadinanza differenziata. Sono state istituite alcune regioni a statuto speciale (come il Trentino – Alto Adige; la Valle d‘Aosta; il Friuli – Venezia Giulia; la Sicilia e la Sardegna) che si differenziano da altre regioni per alcune caratteristiche territoriali, in quanto sono o isole o territori di confine; per lingua, infatti, nelle regioni di confine è ufficialmente riconosciuta la doppia lingua; e per tradizione, ad esempio il Trentino – Alto Adige è entrato a far parte del Regno D‘Italia solo dal 1919, quindi da un punto di vista culturale è molto più vicino a una nazione tedesca rispetto all‘Italia. Nelle regioni a statuto speciale si possono trovare le caratteristiche tipiche della cittadinanza differenziata, i tre tipi di diritti che possono essere assegnati a una minoranza in un territorio nazionale: 1) diritti multiculturali (il diritto a un‘istruzione statale in una lingua diversa da quella italiana ma comunque parlata dalla maggioranza della popolazione di quella particolare regione); 2) diritti di rappresentanza speciale (nel Parlamento Italiano sono presenti alcuni seggi che spettano di diritto ai rappresentanti delle minoranze del Paese, come gli abitanti delle Province Autonome e gli Italiani all‘estero); 3) diritti di autogoverno (nelle regioni a statuto speciale il potere esecutivo spetta, infatti, al governo regionale e non a quello centrale; il potere legislativo è del consiglio regionale, non del Parlamento).

―La cittadinanza differenziata è l‘inevitabile conseguenza della nascita delle nazioni e degli stati multinazionali e/o multietnici.‖ Inoltre nel 1964 è stato concesso il suffragio universale all‘intera cittadinanza italiana, così tutte le donne sono entrate a far parte della politica attiva della propria nazione dopo lunghi secoli in cui ogni aspetto della politica era in mano, fino

al ‗900, agli uomini dei ceti dominanti a cui si sono successivamente aggiunti la totalità dei cittadini italiani di sesso maschile (1911). Questo era il primo passo verso una cittadinanza differenziata anche per quanto riguarda il rapporto uomo – donna. Infatti, nel 1970, in Italia venne approvata la legge che consentiva alla popolazione di rendersi ancora più attivamente partecipi alla vita politica: il popolo poteva promuovere una legge o modificarla con un referendum. Questo consentì, sempre nel 1970, l‘approvazione della legge che permette alle donne di chiedere e ottenere il divorzio, fino ad allora diritto solamente maschile. L‘allargamento dei diritti delle donne può, a prima vista, sembrare un aspetto caratteristico della cittadinanza cieca, in quanto si concedono alle donne gli stessi diritti caratteristici della parte di cittadinanza di sesso maschile, ma in realtà è il primo passo verso una cittadinanza differenziata. Infatti il riconoscimento di un nuovo gruppo etico – sociale, quello della cittadinanza di sesso femminile, apre la strada a una differenziazione di diritti: una volta riconosciuta la differenza tra cittadini e cittadine, si è iniziato a modificare alcune leggi e a crearne di nuove per consentire alla donna prima la parità di diritti e successivamente di averne di nuovi (per es. maternità e pensione anticipata). Da un punto di vista storico – filosofico la cittadinanza differenziata è l‘inevitabile conseguenza della nascita delle nazioni e degli stati multinazionali e/o multietnici. Infatti è facile capire come, in questi stati, le decisioni politiche ed economiche della nazione o etnia dominante (numericamente e/o militarmente) possano ledere le culture minoritarie o addirittura pregiudicarne le possibilità di sopravvivenza. Lingua nazionale, festività ufficiali, istruzione, accesso alle cariche pubbliche: tutto può essere controllato dalla nazione o etnia dominante. Se avviene questo, l‘equità (che rimane una delle caratteristiche principali dello stato di diritto) non viene rispettata: lo stato di diritto deve quindi intervenire per compensare tale svantaggio e per garantire la sopravvivenza dei contesti sociali e culturali in assenza dei quali i membri delle culture minoritarie non potrebbero esercitare quei diritti e quelle libertà che i membri della cultura maggioritaria danno per scontati. A questo scopo lo stato deve fornire alle culture minoritarie strumenti per proteggersi dalle decisioni della maggioranza (e per sopravvivere separate, se così scelgono di essere), come poteri di veto alla legislazione su linguaggio e cultura, limiti ai poteri del governo nazionale sull'amministrazione delle loro terre, rappresentanti delle minoranze in parlamento o nelle varie istituzioni: diritti riconosciuti a gruppi particolari, diritti, appunto, di cittadinanza differenziata. La cittadinanza differenziata è una scelta politica che garantisce il riconoscimento a diversi gruppi etico –

sociali di diversi diritti, quindi si può definire come una politica individualista, in quanto ogni individuo di ogni gruppo sociale, sia esso composto da milioni di persone o da poche centinaia d‘individui, gode di diritti che, anche se non si possono definire ad personam, sono comunque stati creati per favorire il gruppo sociale al quale appartiene e, per riflesso, favoriscono lui stesso. Questo però è possibile solamente in uno stato di diritto. Se infatti lo stato non si assume il compito di garante dei diritti individuali, ma si limita ad amministrare economicamente e giuridicamente la nazione non è possibile avere una cittadinanza differenziata. In uno stato non di diritto, infatti, è probabile che non vengano garantiti i diritti e non vengano riconosciute legislativamente l‘uguaglianza e l‘equità tra gli individui: sarebbe (ed è purtroppo, in alcuni casi, stato) così possibile che un gruppo prenda il controllo dello stato e delle istituzioni e vari numerose leggi a tutela esclusiva del proprio gruppo e a danno dei gruppi etico – sociali in minoranza: si può così creare non una cittadinanza differenziata garante di diritti ma bensì discriminatoria. Con il varo di leggi che garantiscono solamente la supremazia del più forte; da un punto di vista filosofico si può dire che lo stato di diritto possa così diventare uno stato di natura dove il più forte ha la totale supremazia sul gruppo etico – sociale in minoranza.

―La cittadinanza differenziata è una scelta politica che garantisce il riconoscimento a diversi gruppi etico – sociali di diversi diritti‖ Questo rappresenta la degenerazione della cittadinanza differenziata che può essere considerata la forma di politica migliore da un punto di vista sociale, ma rimane comunque abbastanza difficile da attuare, in quanto in ogni stato, tranne che in uno stato di diritto, è possibile usare la cittadinanza differenziata in modo da favorire il gruppo sociale dominante: questo crea tensioni sociali che finiscono per ledere l‘armonia all‘interno dello stato. Per questo si è sviluppato nel corso degli anni un nuovo tipo di cittadinanza che favorisca ―l'integrazione delle diverse culture all'interno di una democrazia liberale e pluralista, nella quale cioè tutti i cittadini rispettino le stesse regole e attribuiscano valore alla diversità e al dissenso‖ (G. Sartori, Pluralismo,

multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica; Milano, Rizzoli 2000).


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CITTAD INANZA “CIE CA” on il termine ―cittadinanza cieca‖ si indica un particolare tipo di cittadinanza il cui aspetto fondamentale è il completo abbattimento di ogni differenziazione etica – sociale e il mancato riconoscimento di diversi gruppi etico – sociali all‘interno di una stessa nazione. Lo Stato, inteso come organo politico in cui si riconosce una nazione, non tutela in alcun modo le minoranze etniche presenti all‘interno del territorio nazionale ma considera ogni individuo uguale a tutti gli altri che abitano lo stesso territorio; ci sono quindi diritti e doveri uguali per tutti, diritti e doveri che si rispecchiano nell‘ideale di nazione proprio del gruppo sociale dominante, il gruppo sociale in cui si riconosce la nazione (per es. Italia e italiani; Francia e francesi; ecc.). Un esempio di cittadinanza cieca può essere l‘organizzazione sociale (non politica) del Cristianesimo dei primi 100-200 anni d.C. e l‘organizzazione politica e sociale del successivo Stato Pontificio. La morale cristiana che costituiva la base della società cristiana dei primi secoli dopo Cristo si può considerare l‘antenata della moderna cittadinanza cieca: infatti, nel Cristianesimo presero molta importanza valori morali come l‘uguaglianza tra gli uomini, l‘amore per il prossimo e l‘uguale considerazione che Dio aveva per tutti. All‘interno di questa società primordiale non vi era un vero e proprio capo che non fosse Dio stesso o colui che veniva considerato come il portavoce delle idee diffuse da Cristo (San Pietro e successivamente i papi). Ogni individuo aveva esattamente gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri membri della comunità, allo stesso modo nella moderna cittadinanza cieca ogni persona ha esattamente gli uguali diritti e gli uguali doveri propri di ogni altro cittadino di quella determinata nazione. Questo concetto dell‘uguaglianza tra gli uomini si è anche sviluppato all‘interno dell‘istituzione più simile a uno stato nazionale che la Chiesa abbia mai sviluppato negli anni: lo Stato Pontificio. Non esiste un governo e sia il potere esecutivo che quello legislativo, oltre a quello giudiziario, è proprio solo del capo supremo dello stato: il Papa; ma il Papa stesso si dichiara come portavoce, rappresentante della volontà di Dio in terra, quindi, da un punto di vista puramente ideale, si può considerare il Papa uguale a ogni altro membro dello Stato Pontificio, inferiore solo a Dio e superiore a nessun altro. Naturalmente non fu realmente così, dato che il Papa aveva praticamente potere di vita e di morte su chiunque all‘interno del territorio statale e godeva di una ricchezza che la maggioranza della popolazione pontificia riusciva a malapena a immaginare, ma concettualmente la concezione del potere in ambito cristiano prima e pontificio poi, era molto simile all‘idea che noi abbiamo di cittadinanza cieca. Molto simile, ma non uguale

in quanto non esiste un‘organizzazione politica e sociale del passato che equipari senza alcuna distinzione l‘uomo alla donna. Infatti, secondo il concetto di cittadinanza cieca la donna e l‘uomo non dovrebbero essere distinti in quanto individui di sesso diverso, ma dovrebbero essere considerati esattamente degni degli stessi diritti e doveri in quanto membri di una stessa nazione. Questo tipo di visione della società si ha per esempio nell‘Italia postguerra mondiale, quando alla donna viene concesso il diritto di voto oltre ad altri diritti di minore importanza, ma si trattava solo di una fase di transizione tra il potere oligarchico tipico del regno monarchico e quello democratico della repubblica; infatti, una volta riconosciuti uguali diritti alla donna, in pochi anni si è passati alla differenziazione di diritti tra uomo e donna e quindi a una cittadinanza differenziata. ―La cittadinanza cieca è garante di diritti fondamentali ma deve necessariamente essere limitata a un territorio in cui effettivamente vive un solo popolo‖

Da un punto di vista storico – filosofico la cittadinanza cieca è la forma di cittadinanza che deriva direttamente dall‘ideologia nazionalista che è stata predominante dalla metà dell‘800 sino alla fine del XX secolo. Quest‘ideologia era a forte impronta etnica: infatti, veniva visto come necessaria la creazione di alcuni stati nazionali, per rendere indipendenti, in termini politici ed economici, tutti i membri di un particolare gruppo sociale che era la maggioranza in un determinato territorio. All‘interno di questi nuovi stati, in teoria, doveva vivere solo il particolare gruppo sociale che aveva lottato per la sua creazione (in Italia, italiani; in Francia, francesi; e così via); era tuttavia difficile identificare esattamente un territorio in cui viveva un solo gruppo sociale, infatti, nel periodo tipico del feudalesimo, le popolazioni europee e mondiali si erano mischiate. Così si è arrivati alla creazione di stati nazionali senza una vera e propria nazione: per esempio, quando nacque il Regno d‘Italia, nel 1861, nacque uno stato nazionale, lo Stato degli italiani, ma non c‘era una popolazione omogenea nella penisola. Ogni regione aveva le proprie caratteristiche sociali profondamente diverse dalle altre: per rendere l‘Italia uno stato nazionale vero e proprio era necessario ricondurre ogni gruppo sociale (che possiamo identificare all‘incirca con ogni regione) a caratteristiche sociali ed economiche il più simile possibile a quelle di ciascun altro gruppo sociale: in poche parole era necessario omogeneizzare la popolazione della penisola (―Abbiamo fatto l‘Italia, ora dobbiamo fare gli italiani‖ M. D‘Azeglio). Ciò era possibile solo con una cittadinanza cieca: andavano garantiti uguali diritti e uguali doveri a ciascun gruppo sociale presente nella nazione: questi dovevano essere i nuovi diritti e i nuovi doveri degli italiani a cui ciascun gruppo sociale doveva adeguarsi tralasciando i vecchi diritti e i

vecchi doveri. I diritti e i doveri presi a modello per la nascita della nuova popolazione nazionale furono quelli piemontesi: ancora oggi, la nostra Costituzione si fonda sullo Statuto Albertino del regno sabaudo. Questo processo di ―italianizzazione‖ funzionò relativamente bene e, anche grazie all‘avvento della televisione nella seconda metà del Novecento, oggi l‘Italia è un Paese unito dal punto di vista sociale; certo, rimangono alcuni pregiudizi e perplessità riguardo agli abitanti di diverse regioni, ma in generale la popolazione italiana appare omogenea, esiste un‘identità nazionale; questo è un merito della politica della cittadinanza cieca. Tuttavia in altri Paesi europei non andò ugualmente bene. E‘ il caso della Spagna. Unificata già nel 1479, con il famoso matrimonio tra Ferdinando d‘Aragona e Isabella di Castiglia, la Spagna, ancora oggi a regime monarchico,ha intrapreso sin dall‘unificazione una politica di cittadinanza cieca. Sono stati messi a tacere, spesso con interventi militari e sanguinose repressioni, tutte i tentativi di indipendenza attuati dalle regioni basche e catalane controllate economicamente e politicamente dal governo centrale di Madrid. Sia i baschi sia i catalani si considerano un popolo diverso dal popolo spagnolo: entrambi parlano una loro lingua, considerata alla stregua di un dialetto da parte dell‘amministrazione centrale; riconoscono una propria bandiera; s‘identificano in un altro ceppo etnico rispetto al gruppo sociale spagnolo (i baschi riconoscono le proprie origini dal ceppo celtico e non da quello indoeuropeo, similmente ai bretoni in Francia e agli irlandesi in Gran Bretagna); inoltre non considerano l‘inno nazionale spagnolo come proprio inno nazionale. Insomma sia i baschi sia i catalani vogliono la nascita di un altro stato nazionale diverso e opposto a quello spagnolo: inseguono la creazione di uno stato nazionale basco e di uno stato nazionale catalano. Ma per motivi economici, più che politici o sociali, il governo centrale spagnolo ha sempre negato l‘indipendenza a queste due regioni: si sono venuti così a creare numerosi conflitti sociali, esplosi poi in organizzazioni terroristiche (come l‘ETA) che compiono atti di guerriglia con il solo scopo di indebolire il governo centrale e conquistare l‘indipendenza. La cittadinanza cieca ha portato, in questo caso, a una serie di convivenze forzate all‘interno di quello che dovrebbe essere uno stato nazionale ma che, in realtà, non è. La cittadinanza cieca è garante di diritti fondamentali quali l‘equità e il rispetto reciproco ma deve necessariamente essere limitata a un territorio in cui effettivamente vive un solo popolo, un solo gruppo sociale; solo in questo modo, infatti, sarà possibile applicare la cittadinanza cieca senza attuare alcun tipo di discriminazioni che avranno come inevitabile conseguenza il lento ma inesorabile indebolimento dell‘armonia interna e del potere dello stato.


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STATISTICHE DI GENERE Ecco come emerge il rapporto uomo—donna secondo alcuni importanti centri di ricerca europei

Longevità Italia è uno dei paesi più longevi d‘Europa e del mondo. È il secondo in Europa se si considera la speranza di vita degli uomini e il terzo, dopo Spagna e Francia, se si considera quella delle donne. L‘aumento della speranza di vita si deve soprattutto alla diminuzione della mortalità nelle età anziane, riconducibile a molteplici fattori di ordine medicoscientifico e sociale. In generale le donne vivono più a lungo degli uomini, anche se il loro vantaggio nei paesi dell‘Europa occidentale è andato assottigliandosi, in conseguenza di una omogeneizzazione dei comportamenti e degli stili di vita. Resta invece notevole nei paesi dell‘Europa dell‘Est.

Famiglia e lavoro La conciliazione del ruolo di lavoratrice e di madre rappresenta per le donne di oggi una delle sfide più complesse. La più intensa partecipazione al mercato del lavoro fa sì che spesso la donna si trovi sulle spalle le stesse responsabilità dell’uomo fuori casa e un carico ben più gravoso nella vita familiare. Carico che dipende dalla cura dei figli e della casa, ma anche, sempre più spesso,dall’accudimento di familiari anziani, malati e o disabili. Sempre più spesso le donne italiane, in mancanza di adeguati servizi, si rivolgono ad altre donne, a volte parenti, a volte immigrate straniere (specie per la cura degli anziani),per il disbrigo delle faccende domestiche e il lavoro di cura. In tutti i paesi dell’Unione europea il tempo di lavoro totale delle donne è maggiore di quello degli uomini. Ciò è dovuto soprattutto al numero di ore che le donne dedicano al lavoro domestico. Le donne italiane dedicano al lavoro più tempo rispetto a quelle residenti negli altri paesi dell’Europa occidentale con valori che si avvicinano a quelli dei paesi dell’Europa dell’Est. Vale la pena di sottolineare che proprio all’Italia appartiene il primato del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare. Contemporaneamente nel nostro paese si registra il più elevato differenziale tra il tempo dedicato alla famiglia dalle donne e quello che allo stesso tipo di lavoro dedicano gli uomini.

Per quanto riguarda la diffusione del part-time, le donne italiane sono ancora al di sotto della media Ue e vicino ai livelli di Francia e Spagna. Sono invece molto lontane dai comportamenti delle olandesi che nel 75% dei casi lavorano a part-time. Per questo è opinione diffusa che questo segmento di occupazione femminile possa ulteriormente svilupparsi in futuro. Per quanto riguarda invece la diffusione del lavoro a tempo determinato, le italiane si collocano poco al di sopra della media Ue e vicino a Paesi Bassi e Germania, che hanno però un tasso di occupazione femminile molto più elevato di quello del nostro Paese.


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Istruzione

Le donne italiane, nonostante la forte crescita dell’istruzione registrata, non hanno ancora recuperato il divario esistente rispetto a altri paesi europei in tema di quota di popolazione con alti livelli di istruzione. Nel 2005 lo svantaggio della popolazione italiana è rappresentato nella figura relativa alla popolazione 25-34 anni con almeno un titolo di scuola secondaria superiore per genere nei paesi Ue. Il nostro Paese si trova infatti ancora agli ultimi posti della graduatoria riguardante la percentuale di donne tra 25 e 34 anni con almeno un titolo di istruzione secondaria superiore, superato solo dagli altri paesi mediterranei. In 18 paesi europei su 27 la quota di donne con livello di istruzione superiore tra i 25-34enni è più elevata di quella degli uomini. I vantaggi più rilevanti per le donne si registrano proprio nei paesi mediterranei.

In Italia Gli ultimi decenni della storia italiana sono caratterizzati dalla crescita del livello di istruzione delle donne. Nella fascia di popolazione tra 25 e 44 anni le donne con un titolo superiore sono oggi relativamente più numerose degli uomini. Tra gli anni scolastici 1970/71 e 2005/06 il tasso di conseguimento del diploma per le donne è più che triplicato e oggi le diciannovenni che raggiungono il diploma sono quasi l’80% e sono diventate più numerose dei ragazzi. Anche per quanto riguarda la laurea si sono invertiti i rapporti di forza tra uomini e donne e oggi oltre il 28,1% delle 25enni raggiunge la laurea, contro il 19% tra i ragazzi. Continua pagina seguente


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Per quanto riguarda il conseguimento della laurea, nell’anno scolastico 2004/05 i livelli più alti di conseguimento per entrambi i sessi e il vantaggio maggiore per le donne (+13,4%) si registrano nel Centro Italia. Inoltre, la figura relativa ai laureati per genere e regione di residenza nell’anno accademico 2004/05 mostra che sono piccole regioni del Centro e del Sud, come il Molise, l’Umbria e la Basilicata, quelle dove si osserva la proporzione più elevata di laureate ogni cento 25enni, con proporzioni che superano il 35% e arrivano a oltre il 40%.

Occupazione L’occupazione della popolazione in età lavorativa rappresenta uno degli indicatori chiave per misurare le differenze di genere. Nel 2005 risultano occupate il 45,3% delle donne tra i 15-64 anni contro il 69,7% degli uomini. Anche per la classe di età in cui si raggiungono i livelli massimi di occupazione, ovvero per le persone di 35-44 anni, le differenze sono notevoli: 61,3% per le donne e 91,2% per gli uomini. I differenziali di genere si riducono però al crescere del livello di istruzione della popolazione: i tassi femminili variano dal17,5% delle donne con licenza elementare al 73,3% di quelle con una laurea o un dottorato, mentre per gli uomini variano dal 51,4% all’84,2%. Nonostante la crescita dell’occupazione femminile degli ultimi decenni, la differenza in termini di tassi di occupazione femminili tra l’Italia e gli altri paesi europei è ancora rilevante. I nostri tassi di occupazione femminile risultano inferiori a quelli medi dell’Unione europea per ogni classe d’età. La figura relativa al tasso di occupazione delle persone di15-64 anni per genere nei paesi Ue mostra chiaramente l’esistenza di un gap non soltanto rispetto ai paesi di Ue15, ma anche a quelli di più recente adesione. L’Italia, infatti, è oggi, dopo Malta, il paese con i più bassi livelli di occupazione femminili di tutta l’Unione. Inoltre, considerando le classi di età, per le giovani il tasso tende ad aumentare con l’età più lentamente che nella media Ue e tende a decrescere già a partire dai 40 anni, in anticipo rispetto a quanto avviene negli altri paesi.


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In Italia I livelli più elevati di occupazione femminile e i più bassi differenziali tra uomini e donne si osservano nel Nord del paese. In particolare in EmiliaRomagna, dove il tasso di occupazione femminile è pari al 60%, e ha quindi raggiunto il tasso obiettivo posto dalla strategia di Lisbona, i tassi femminili sono inferiori a quelli maschili solo del 27%. Nel Mezzogiorno, invece, i livelli sono molto inferiori e i differenziali di genere molto elevati: in Puglia il tasso di occupazione femminile è, infatti, meno della metà di quello dell’Emilia Romagna ed è 2,3 volte più basso di quello maschile. In questa ripartizione, soltanto le laureate riescono in qualche misura a superare le difficoltà di trovare un’occupazione: i loro tassi, infatti, sono più vicini a quelli delle donne delle altre ripartizioni. Le differenze ancora esistenti dimostrano comunque che il grande investimento in istruzione fatto nei passati decenni dalle donne italiane non ha ancora avuto il suo riconoscimento in termini di sbocchi professionali nel mercato del lavoro.

Disoccupazione Nei livelli di disoccupazione di uomini e donne permangono differenze sensibili. Nel 2005 il tasso riferito alle donne è pari al 10,1%, mentre quello degli uomini è del 6,2%. Se raffrontata alla situazione del 1995, però, la disoccupazione femminile è diminuita di oltre un terzo, mentre la diminuzione per gli uomini è stata meno intensa. Differenze tra uomini e donne si osservano anche per i tassi di disoccupazione giovanile (15-24 anni): le ragazze presentano un tasso del 27,4%, contro il 21,5% dei ragazzi. Un differenziale a svantaggio delle donne si registra anche considerando la disoccupazione per livello di istruzione: le disoccupate con livello di istruzione universitario sono il 7,7%, contro il 4,4% degli uomini.

In 21 paesi europei su 27 la disoccupazione femminile supera quella maschile. I tassi di disoccupazione femminile collocano il nostro Paese nel gruppo di coda della graduatoria europea, insieme a Germania e Francia, ma a qualche distanza da Polonia, Slovacchia, Grecia, paesi in cui i tassi femminili superano largamente il 15%. L’alta disoccupazione delle donne nei paesi mediterranei è legata a un modello di offerta di lavoro , in cui si tende a privilegiare l’occupazione dei capi famiglia maschi in età adulta a svantaggio dell’occupazione delle donne e dei giovani. In altri paesi, in cui l’occupazione femminile raggiunge livelli elevati, come nel Regno Unito, non solo la disoccupazione delle donne è ai livelli minimi europei, ma la disoccupazione maschile è più rilevante di quella femminile. Continua pagina seguente.


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In Italia Grandi differenze territoriali riguardo ai tassi di disoccupazione si osservano nel Paese, sia nei livelli, sia nei differenziali tra uomini e donne. Sicilia, Puglia e Calabria sono le regioni in cui la disoccupazione femminile (come del resto quella maschile) risulta più elevata. In queste regioni i tassi femminili superano ancora il 20%, anche se dieci anni prima arrivavano a superare il 30%. Dal 1995 al 2005, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Marche sono le regioni che hanno visto diminuire maggiormente la disoccupazione femminile, mentre in Calabria e Basilicata l’indicatore è peggiorato o rimasto stazionario. Le differenze tra i tassi maschili e femminili sono maggiori nel Mezzogiorno e mentre per gli uomini tendono a diminuire al crescere del livello di istruzione, per le donne sono maggiori tra coloro che hanno ottenuto la licenza media. Le differenze maggiori si osservano in Abruzzo e nella provincia di Trento, dove i tassi femminili sono quasi tre volte superiori a quelli maschili. Il Lazio e la Calabria presentano i differenziali di genere più bassi, anche se: i tassi femminili sono comunque di un terzo superiori a quelli maschili.

Rappresentanza parlamentare La percentuale di donne elette nelle assemblee parlamentari a suffragio diretto costituisce uno degli indicatori adottati in sede nazionale e internazionale per la valutazione della partecipazione femminile all’attività politica. Le quote di parlamentari italiane elette nelle assemblee nazionali sono pari a circa il 14% degli eletti al Senato della Repubblica e al 17% alla Camera dei deputati. Al Parlamento europeo la rappresentanza femminile italiana supera il 19% degli eletti nazionali. Nel confronto con i paesi Ue la rappresentanza parlamentare delle donne italiane risulta modesta. Se rapportata alle equivalenti rappresentanze nazionali comunitarie la quota di deputate elette in Italia alla Camera dei deputati si colloca ampiamente al di sotto delle percentuali dei paesi nordici e della Spagna (tutte superiori al 36%). Va segnalato che mentre in Danimarca, Norvegia, Finlandia e Svezia il confronto non è completamente applicabile per la presenza di una sola Camera, nei Paesi Bassi e in Spagna la sussistenza di due rami parlamentari rende congruente la comparazione con il caso nazionale. Rispetto alle Camere di questi due paesi le quote di deputate italiane risultano in entrambi i casi inferiori di oltre 18 punti percentuali, mentre la rappresentanza femminile al Senato della repubblica è nettamente inferiore a quella del Senato spagnolo (-9,3 punti percentuali) e della Camera alta olandese (-15,1 punti percentuali). Tra i sistemi politici bicamerali anche in Germania e nel Regno Unito si rilevano quote di rappresentanza femminile superiori a quelle italiane in entrambe le assemblee, pur con differenze percentuali meno accentuate; in Francia solo alla Camera bassa la quota femminile (12,2%) è inferiore a quella italiana, mentre al Senato l’indicatore supera di 3 punti percentuali quello nazionale. Considerando la quota di deputate elette dall’Italia al Parlamento europeo, pur essendo la percentuale superiore a quella delle elette nelle Camere nazionali (19,2%), il divario rispetto agli altri paesi non muta (media Ue 30,3%). Solo Cipro e Malta (entrambe senza rappresentanza femminile) e la Polonia registrano “quote rosa” inferiori a quelle delle elette italiane. All’opposto in Svezia la percentuale di donne elette (57,9%) supera quella degli uomini di quasi 16 punti percentuali, mentre in nei Paesi Bassi, in Slovenia, in Francia e nel Lussemburgo si rilevano valori superiori di oltre 10 punti rispetto al valore medio comunitario.


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In Italia La rappresentanza femminile nel parlamento italiano, pur decisamente minoritaria, si è rafforzata nell’ultima legislatura: alla Camera dei deputati le donne sono pari al 17,1 degli eletti, mentre al Senato della repubblica le senatrici rappresentano il 14% dell’assemblea. Le quote risultano in assoluto le più elevate della storia parlamentare, in entrambe le camere, e invertono la tendenza negativa della decrescita della rappresentanza femminile in Parlamento prodottasi nel corso degli anni Novanta, dopo il picco registrato nella XII legislatura. Il dato acquista ulteriore valenza positiva considerando la distribuzione delle elette per classe di età. Infatti, i rapporti tra le rappresentanze di genere risultano meno sbilanciati a favore degli uomini nell’ambito delle classi più giovani (25-29 e 29-39 alla Camera e 40-49 al Senato); tale dato, considerato anche il forte tasso di rielezione in successive legislature che caratterizza il nostro Paese, lascerebbe supporre un ulteriore consolidamento delle quote delle elette anche nelle classi più anziane, nel corso delle future legislature.

Dati aggiornati l‘11 gennaio 2010: 82% uomini e 18% donne.

Partecipazione sociale L’appartenenza a organizzazioni di volontariato e il prestare attività gratuite per sindacati, associazioni ecologiche o altre associazioni rappresentano un’importante dimensione della partecipazione sociale: in Italia quasi 4 milioni e mezzo di persone si impegnano gratuitamente prestando la loro attività in associazioni di volontariato e poco meno di 2 milioni in altre associazioni; più di 9 milioni hanno versato soldi a un’associazione e circa 700 mila svolgono attività gratuita per un sindacato. Rispetto agli uomini, le donne italiane presentano tassi meno elevati di partecipazione alle forme di associazionismo, ma dall’analisi dei dati riferita a profili più specifici risulta che, soprattutto nelle classi di età più giovani e tra le persone occupate, i tassi di partecipazione femminile superano quelli maschili.


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COSA DICE LA COSTITUZIONE …. Articoli che regolano i rapporti tra cittadini Art.3

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E‘ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto, la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Cosi la Costituzione nel terzo articolo esprime la parità di condizione giuridica di ogni individuo davanti alla legge. Uomini e donne, "sulla carta", si trovano sullo stesso piano senza alcuna distinzione. La prima proposizione afferma l‘uguaglianza formale, come pari dignità ed equità di fronte alla legge. La seconda parte fa carico alla Repubblica di interventi per raggiungere l‘uguaglianza sostanziale. Sono in questo modo poste le premesse costituzionali per lo stato sociale o di diritto.

Art.31

Art.48

―La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

―Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo‖. Il favore dello stato verso la famiglia costituita con il matrimonio (contrapposta quindi alla famiglia ―naturale‖) si manifesta in molte forme. Fra queste: il divieto di licenziamento per matrimonio (legge n.7 del 1963), in particolare per le lavoratrici; la tutela della lavoratrice madre (legge n.1204 del 1971, che prevede l‘obbligo dell‘astensione dal lavoro due mesi prima e tre mesi dopo il parto, nonché permessi per curare il bambino piccolo, estesi anche al padre con la legge n.53 del 2000 sui congedi parentali); l‘istituzione dei consultori familiari (legge n.405 del 1975). Art.37

―La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. Francobollo celebrativo dei 60 anni della Costituzione Italiana Art.29

―La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.‖ La famiglia, costituita dai genitori e dai figli, viene considerata una comunità che precede lo stato, quando si fondi su un accordo solenne, come il matrimonio (sia civile sia religioso). Fino al 1968, il Codice penale puniva l‘adulterio solo della moglie; fino al 1975, il marito era considerato superiore alla moglie ed esistevano la potestà maritale, ossia l‘autorità del marito sulla moglie, e la patria potestà, ossia l‘autorità del padre sui figli. Con la legge n.898 del 1970 si è reso possibile alla donna, a determinate condizioni, sciogliere il matrimonio (divorzio). Quanto all‘uguaglianza dei due coniugi (corollario dell’art.3/1) essa è stata riconosciuta soltanto con la legge n.151 del 1975 (riforma del diritto di famiglia).

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.‖ Il primo comma afferma il principio della parità fra lavoratori e lavoratrici, per quanto riguarda la retribuzione e le condizioni di lavoro e carriera. L‘attuazione di questo principio ha dovuto, però, attendere la legge n.903 del 1977, che vieta ogni discriminazione nell‘assunzione e nella progressione di carriera. Le donne hanno ottenuto gli stessi diritti degli uomini in ambito lavorativo con particolare attenzione in caso di maternità, dove le condizioni di lavoro devono essere adeguate al perseguimento della "essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione".

La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.‖ Con il primo comma viene affermato il principio del suffragio universale sia maschile che femminile; questo avviene solo nel 1964, infatti, fino ad allora, il diritto di voto era concesso unicamente ai cittadini italiani di sesso maschile, indipendentemente dalla condizione sociale ed economica (disposizione di stampo giolittiano del 1911).

ART.3 ―Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. ―

Art.51

―Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.‖ L‘articolo stabilisce che tutti i cittadini godono dell‘elettorato passivo, cioè possono venire eletti (salvo i casi previsti di ineleggibilità definiti negli artt. 56/3, 58/2, 84/1) ed esercitare un pubblico servizio (cfr. art. 97/3). L‘ultimo comma vuole rendere effettivo per chiunque il diritto di esercitare una carica elettiva.

Una pagina della Costituzione Italiana


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IL CITTADINO

COSA DICE LA COSTITUZIONE …. L‘Unione Europea si adopera per eliminare discriminazioni tra uomo e donna: vediamo come. uguaglianza tra le donne e gli uomini rappresenta uno dei principi fondamentali sanciti dal diritto comunitario. Gli obiettivi dell'Unione europea (UE) in materia di uguaglianza tra le donne e gli uomini hanno lo scopo di assicurare le pari opportunità e l'uguaglianza di trattamento tra donne e uomini, nonché di lottare contro ogni discriminazione basata sul sesso. In questo settore, l'UE ha seguito un duplice approccio, associando azioni specifiche e « gender mainstreaming ». Questo tema presenta parimenti una forte dimensione internazionale in termini di lotta contro la povertà, di accesso all'istruzione e ai servizi sanitari, di partecipazione all'economia e al processo decisionale, nonché di diritti delle donne in quanto diritti dell'uomo. La tabella di marcia definisce alcuni settori esistenti e propone settori di intervento interamente nuovi. Complessivamente vengono considerati sei settori prioritari: indipendenza economica uguale per le donne e gli uomini, conciliazione della vita privata e professionale, rappresentanza uguale nell'assunzione di decisioni, eliminazione di ogni forma di violenza basata sul genere, eliminazione degli stereotipi legati al genere e promozione della parità fra le donne e gli uomini nelle politiche esterne e di sviluppo. Infine, un'indipendenza economica uguale per le donne e gli uomini.

Il palazzo dell‘UE a Strasburgo

Le principali tematiche che la costituzione vuole affrontare sono: La presenza di uno scarto di retribuzione del 15% fra le donne e gli uomini, risultante da ineguaglianze strutturali come, ad esempio, la segregazione in settori di lavoro. Pochi uomini prendono un congedo parentale o lavorano a tempo parziale. Dovrebbero pertanto essere adottate misure volte ad esortarli ad assumere maggiori responsabilità familiari.

La Commissione terrà conto dell'aspetto legato al genere in varie comunicazioni future, in particolare sulla demografia, sull'attuazione di un sistema di statistiche comparabili sulla criminalità, sulle vittime e sulla giustizia sociale, nonché su "Una visione europea nella parità fra le donne e gli uomini nella cooperazione allo sviluppo". Il divieto di discriminazione fra donne e uomini si applica all'accesso ai beni e ai servizi, nonché alla fornitura di beni e servizi, tanto per il settore pubblico che per il settore privato. Le differenze di trattamento fra donne e uomini possono essere accettate solo quando sono giustificate da un obiettivo legittimo come ad esempio la protezione delle vittime di violenze a carattere sessuale (nel caso di famiglie unisex) e la libertà di associazione (nel quadro d'iscrizione a club privati unisex). Ogni limitazione dovrà tuttavia essere appropriata e necessaria. La legge italiana ed europea mette sullo stesso livello uomini e donne, anche se dal lato pratico della vita reale quest‘uguaglianza non viene ancora completamente attuata. Il Parlamento Europeo si mostra favorevole al disfacimento delle tradizioni maschiliste e paternaliste dei secoli precedenti, e mira al raggiungimento delle pari opportunità. Il Parlamento sollecita misure per colmare le differenze salariali tra uomini e donne, anche imponendo ai datori di lavoro di elaborare piani d'azione specifici. Chiede di eliminare penalizzazioni derivanti dal congedo maternità e dall'attività autonoma e di promuovere l'imprenditoria femminile. Nel rilevare gli effetti positivi delle "quote rosa" in politica, chiede un'azione UE concertata contro la violenza sulle donne, inclusa la tratta, e misure per scoraggiare la domanda di prostituzione. Il Parlamento Europeo è impegnato a garantire pari opportunità con leggi che tutelino i diritti declinati al femminile. La lotta contro le discriminazioni basate sul sesso è uno dei pilastri fondamentali su cui è stata costruita l'Europa di oggi. In tema di pari opportunità tra uomini e donne, l'Unione europea e il Parlamento hanno adottato differenti strumenti che vanno dall'approvazione di direttive in materia al sostegno di progetti di associazioni e organizzazioni non governative impegnate in questo campo. E in Italia? Si dovette aspettare il 2 giugno 1946 per vedere riconosciuto questo diritto, in verità più per la presa di coscienza di alcuni uomini politici illuminati e di poche donne politiche, come Nilde Jotti, che non per la presenza di un vero e proprio movimento femminile nel nostro paese. Quest'ultimo si ebbe solo sull'onda delle manifestazioni studentesche del 1968, con la nascita dei primi collettivi femministi. Si passò in pochi anni da canzoni come "Non ho l'età" ad altre di carattere opposto, come "Non sono una signora". Molte più donne incominciarono perfino a far politica, soprattutto nei ranghi del Partito Radicale, come Adele Faccio e la giovane Emma Bonino, ma anche della Democrazia Cristiana, come Tina Anselmi, che fu anche il primo ministro donna della nostra repubblica. Il principio delle pari opportunità tra uomini e donne nel mondo del lavoro è previsto nel Trattato di Roma del 1957, ma le prime direttive in materia sono arrivate solo a metà degli anni settanta. Le azioni intraprese a livello europeo hanno migliorato la situazione di discriminazione delle donne nell'ambito lavorativo, ma la strada è ancora lunga per debellarla del tutto.

La minore rappresentanza persistente delle donne nella società civile, nella vita politica e nell'alta amministrazione pubblica, rappresenta un "deficit" democratico. Una partecipazione equilibrata può contribuire ad una cultura del lavoro più produttiva ed innovatrice. È essenziale a tal fine la trasparenza nei processi di promozione. Pratiche quali la mutilazione genitale femminile o i matrimoni precoci e forzati costituiscono violazioni del diritto fondamentale alla vita, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità e all'integrità fisica ed emotiva. L'eliminazione degli stereotipi legati al genere. La promozione della parità nelle politiche esterne e di sviluppo.

L‘interno del Parlamento Europeo


IL CITTADINO

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SONDAGGIO CITTADINO 9 domande per 250 persone … ecco le risposte Ragazzi

ella società italiana vengono applicate, secondo lei, discriminazioni basate sul sesso?

Ragazze

Uomini

Uomini

Donne

90 80 70 60 50 40 30 20 10 0 Si

Ragazzi

Ragazze

No

Donne

100 80

Se sì, in quale ambito? (scolastico,familiare,legislativo,lavorativo, sociale)

60 40 20 0 Scol

Fam

Leg

Lav

Soc

Ragazzi

Ragazze

Uomini

Donne

70

Secondo la sua esperienza personale,ritiene che i suoi diritti di cittadino/a vengano garantiti?

60 50 40 30 20 10 0 Si

Ragazzi

Ragazze

90 80 70 60 50 40 30 20 10 0

Uomini

No

Donne

A suo parere, è giusto che uomini e donne godano di diritti diversi?

Si

No


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Ragazzi

Ragazze

Uomini

Donne

120 100

E‘ giusto consentire alle donne le stesse attività lavorative che un tempo erano prerogativa di soli uomini e viceversa?

80 60 40 20 0 Si

Ragazzi

Ragazze

Uomini

No

Donne

90 80 70 60 50 40 30 20 10 0

I diritti specifici della donna sono già previsti dalla normativa italiana, pensa che siano sufficienti? Si

No

Ragazzi

Pensa che anche all‘uomo spetti un periodo di ―paternità‖ simile a quello che la legge riconosce alla donna?

Ragazze

Uomini

Uomini

Donne

90 80 70 60 50 40 30 20 10 0 Si

Ragazzi

Ragazze

No

Donne

80 70

Alla donna in quanto madre e moglie viene preclusa la possibilità di avere una carriera lavorativa uguale a quella dell‘uomo?

60 50 40 30 20 10 0 Si

No

Continua pagina seguente.


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Se lei fosse ministro delle pari opportunità: a)

Negherebbe alle donne l‘accesso ad alcune attività lavorative

b)

Negherebbe agli uomini l‘accesso ad alcune attività lavorative

80

Riconoscerebbe anche all‘uomo il diritto di intervenire in decisioni per ora puramente femminili (aborto, pillola del giorno dopo, ecc…)

60

c)

d)

Promulgherebbe una legge per rendere obbligatoria una percentuale rilevante (50%) di donne in Parlamento

Ragazzi

Ragazze

Uomini

Donne

70 50 40 30 20 10 0 a

b

c

d

by LA REDAZIONE

Dalla teoria alla pratica … Proposte dei nostri intervistati per rendere la normativa migliore 

Più severità nelle leggi contro gli abusi e le violenze sulle donne

Leggi migliori che proteggono il salario e il posto di lavoro durante il periodo di maternità

Maggiore tutela nei confronti dell’immagine femminile

Quote di genere per occupazioni di lavoro di alta responsabilità ( per esempio in ambito politico) ed equità di stipendio a parità di mansione

Potenziamento dei servizi a sostegno della famiglia

Maggiori incentivi alle aziende per favorire il lavoro a casa

Campagna di sensibilizzazione culturale riguardo l’argomento rivolto soprattutto alle nuove generazioni (per esempio ribadire che il compito di gestione della famiglia non è specifico della donna)

Maggiori strutture di assistenza (asili sul posto di lavoro, mense …) per permettere o agevolare la carriera della donna.

Garanzia in caso in cui l’uomo abbia un ruolo attivo e importante nella vita della donna del suo diritto di paternità (anche se la donna è contraria)

Miglior organizzazione periodo di maternità per poter usufruire meglio delle risorse statali anche per altri ambiti


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L‘ASILO DEI PAPA‘: MA LE MAMME LO ACCETTANO? Riunione di redazione irginia sostiene che, se da un lato la reazione delle donne di fronte alla notizia (il 46% delle intervistate ritiene che uomini e donne non debbano svolgere le stesse professioni) può far apparire gli uomini vittime di discriminazioni, non bisogna dimenticare però, che da sempre è la donna ad essere sfavorita in ambito sociale, politico ed economico. Infatti, ancora nel 2010, secondo i dati dell‘Istat, nei 192 paesi del mondo solo 12 donne sono capi di stato; in Italia la rappresentanza femminile in Parlamento è soltanto del 18%; in ambito lavorativo il tempo di lavoro retribuito delle donne corrisponde al 50-70% di quello degli uomini, ma quello non retribuito risulta essere oltre il doppio di quello maschile; in media nel mondo il reddito delle donne ammonta a più o meno i due terzi di quello degli uomini; e ancora il nostro paese è al penultimo posto nella classifica europea per l‘occupazione femminile con appena il 46,3% delle donne occupate; inoltre dai nostri sondaggi sembra che ben l‘80% delle donne si senta discriminata.

Stefano rilancia che la parità tra uomini e donne è comunque garantita dalle costituzioni della maggior parte dei paesi mondiali. Per esempio, in Italia, l‘articolo 3 afferma che: ―Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso‖, l‘articolo 37 sostiene che: ―La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore‖, l‘articolo 51 dichiara che: ―Tutti i cittadini dell‘uno e dell‘altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini‖. Inoltre ci sono molte testimonianze di donne che hanno raggiunto posizioni politiche e lavorative importanti. E‘ sufficiente pensare ad Angela Merkel, cancelliere della Repubblica Federale Tedesca; Hillary Clinton, segretario di stato americano; Michelle Bachalet, primo ministro del Cile; e ancora il direttore generale della Croce Rossa italiana è una donna, il presidente della Confindustria è una donna, oltre il 30% delle imprese in Australia, Canada e Stati Uniti sono possedute e gestite da donne. Il vero problema da risolvere non sta nell‘uguaglianza costituzionale tra uomo e donna, ma piuttosto nella mentalità corrente. La società è ancora saldamente maschilista. Si è abituati a pensare che la famiglia e la casa siano responsabilità essenzialmente femminili, oppure che alcune attività siano meglio gestite da uomini.

Raluca è d‘accordo, ma la questione è sempre più complicata: ―Come fare a cambiare la mentalità?‖ L'uguaglianza delle donne e degli uomini è un diritto fondamentale per tutte e per tutti, e

rappresenta un valore determinante per la democrazia. Per essere compiuto pienamente, il diritto non deve essere solo riconosciuto per legge, ma deve essere effettivamente esercitato. Nella vita quotidiana persistono ancora disparità, che sono prassi consolidate, derivanti da numerosi stereotipi presenti nella famiglia, nell'educazione, nella cultura, nei mezzi di comunicazione, nel mondo del lavoro e nell'organizzazione della società. Il cambiamento di questa mentalità può avvenire soltanto attraverso interventi ―dall‘alto‖: gli enti locali e regionali, che sono gli ambiti di governo più vicini ai cittadini, rappresentano i livelli d'intervento più adatti a combattere il persistere e il riprodursi delle disparità e a promuovere una società veramente equa, intraprendendo azioni concrete a favore dell'uguaglianza. Una delle principali iniziative del 2008 per giungere alla parità tra donne e uomini è stata l'adozione, da parte della Commissione Europea, di varie misure destinate a favorire un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, e un'equa suddivisione, tra donne e uomini, delle responsabilità private e familiari. Una migliore ripartizione del tempo consacrato al lavoro e alla famiglia, richiede una suddivisione più corretta del tempo dedicato al lavoro retribuito e a quello non retribuito. Le misure di conciliazione devono rivolgersi anche agli uomini; per questo motivo sono state introdotte una serie di agevolazioni tanto per le donne quanto per gli uomini: una più ampia disponibilità di strutture di custodia per bambini (Germania, Regno Unito e Paesi Bassi), modalità di congedo più vantaggiose, in particolare per i padri, che possono essere stimolati a condividere equamente con le donne le responsabilità parentali o di altro genere (Svezia, Germania, Grecia, Lituania e Spagna), ed azioni di sensibilizzazione sul ruolo dei padri (Slovenia). Un‘altra proposta importante riguarda la lotta contro gli stereotipi legati al sesso, che rappresentano convincimenti culturali e sociali nei confronti di ruoli e funzioni considerati per tradizione 'maschili' o 'femminili', che possono influenzare le donne e gli uomini nella scelta dei loro studi e delle loro attività. Per realizzare questo obiettivo, i bambini e i giovani hanno bisogno di modelli di donne e di uomini non basati su esempi prestabiliti. Le pratiche e gli atteggiamenti discriminatori devono essere eliminati dai materiali e metodi didattici, dall'insegnamento e dall'orientamento professionale. E‘ possibile eliminare questi pregiudizi tramite azioni di formazione e di sensibilizzazione sul luogo di lavoro e modificare in tal modo culture di lavoro basate su una versione stereotipata dei ruoli e delle competenze. Perciò, occorre incoraggiare i mezzi di comunicazione, compreso il settore pubblicitario, a diffondere immagini e contenuti non convenzionali e allo stesso tempo i partiti politici e i parlamenti europeo e nazionali ad adottare misure adeguate, affinché la presenza delle donne e degli uomini, sulle liste elettorali e nelle nomine a cariche pubbliche, sia più equilibrata.

Pavel concorda con Raluca. L‘obiettivo principale è sensibilizzare la popolazione riguardo l‘argomento. Probabilmente la soluzione ideale, considerati tutti gli aspetti della questione, potrebbe essere una nuova forma di cittadinanza. Soprattutto in Italia la modifica dovrebbe portare ad una normativa che garantisce effettivamente la parità con misure più severe e mirate, partendo però, sembra una contraddizione, da un aumento di leggi a favore del solo genere femminile. Per esempio, la proposta del Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, di aprire scuole infantili sui posti di lavoro permetterebbe alle donne di perseguire più facilmente una carriera simile a quella dell‘uomo. Ma se non è la concezione comune a cambiare non vorremmo che, come ha fatto notare Massimo Gramellini riguardo ad un servizio del programma di Italia1, ―Le Iene‖, l‘uguaglianza per cui ci siamo tanto battuti diventi una parità al ribasso, che consente alle donne di trattare in pubblico il corpo degli uomini con lo stesso disprezzo con cui gli uomini a volte, ma sempre più spesso, trattano quello delle donne.

V I R G I N I A

S T E F A N O P A V E L

R A L U C A

il cittadino  

cittadinanza cieca o differenziata

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