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Numero 1 Anno 2017

Il periodico universitario di Roma Tre 1


EDITORIALE: Donne Appassionate Quello di questo mese è un numero delicato ma al tempo stesso forte. Volevamo parlare della Donna consapevoli di aver più che mai bisogno di metterci cura e anima. Tramite le storie qui raccolte la Donna emerge come soggetto, protagonista principale indipendentemente dal credo, dalle origini, dai tratti somatici. Motore del mondo vestita dei suoi dubbi, certezze, domande perché la Donna si interroga sempre soprattutto quando le sembra che tutto stia andando per il verso sbagliato. Per il numero di questo mese abbiamo deciso di riservare questo spazio ad una poesia di Cesare Pavese “Donne Appassionate”.

Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua, quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco ogni foglia trasale, mentre emergono caute sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota. Le ragazze han paura delle alghe sepolte sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle: quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva e si chiamano a nome, guardandosi intorno. Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio, sono enormi e si vedono muovere incerte, come attratte dai copi che passano. Il bosco è un rifugio tranquillo, nel sole calante, più che i greto, ma piace alle scure ragazze star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto. Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo alle gambe, e contemplano il mare disteso come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna ora stendersi nuda in un prato? Dal mare balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi, a ghermire e ravvolgere il corpo tremante. Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte. Quell’ignota straniera, che nuotava di notte sola e nuda, nel buio quando muta la luna, è scomparsa una notte e non torna mai più. Era grande e doveva esser bianca abbagliante perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei. Cesare Pavese, “Donne appassionate”

Redazione redazione@culturarte.it


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Racconti di donne dimenticate dalla storia Serena Di Luccio

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Donna al lavoro! Lucilla Troiano - Claudio De Angelis

Donne e Diritti

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“TagliateLe la testa!” Margherita Cignitti

Donne e Media

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Be Not Afraid: La storia di Veronica Guerin Michelle Leroy-Beaulieu

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Tu hai potere Martina Grujić

Io Donna

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Nuovo XX(Y) Federica Ranocchia

Io Donna

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Come una fenice, risorgo dalle mie ceneri Marta Leonardo

Io Donna

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I Fiori del Male (e un bouquet di cambiamento) Beatrice Tominic

Mostre e Cultura

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Rivalsa: il successo di una donna nel XVII secolo Francesca Romana Leandri

Mostre e Cultura

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Janis Joplin: La prima Donna Del Rock Lorenzo Sgrò

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Alice Guy – Blaché: La Madre del Cinema Claudio De Angelis

Cinema e Spettacolo

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Il nostro cinema al femminile Ciro Guerriero

Cinema e Spettacolo

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Lettera a me stessa Stefania Ferrara

Diario di una Donna

Donne e Politica

Giornalismo

Musica

Marzo 2017 Numero 01 Anno 2017


Donne e Politica

Racconti di donne dimenticate dalla storia

Nomi di figure femminili che hanno contribuito a fare del mondo quello che è oggi vengono del tutto “oscurati” dai personaggi maschili. Essere donna nella società moderna risulta complicato, così come lo era in epoche remote, pur essendoci stati dei cambiamenti. Ma per quale motivo nascere donna può rappresentare una “sfortuna” delle volte? Essere donna è davvero diverso dall’essere uomo? A quanto pare sì, anche se così non dovrebbe essere: le donne non sono una categoria a parte, una specie rara o in via d’estinzione. Le donne sono esseri umani. Gli uomini sono esseri umani. Allora perché si sente tanto parlare di femminicidio o di diritti delle donne invece che di omicidio e di diritti umani? Forse perché la realtà delle cose è proprio quella che Oriana Fallaci descriveva con queste parole: “i problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne”.

loro contributo per costruire la nostra Nazione. Con l’unica differenza che le seconde lo hanno fatto da dietro le quinte, con l’unica differenza che la storia ignora i loro nomi. Jessie White era un’audace donna inglese che intraprese la carriera giornalistica e, grazie ad un incontro a Nizza con Garibaldi, prese a cuore il caso italiano trasferendosi nel nostro Paese per diventare la prima donna corrispondente di guerra. J. White non fu solo una giornalista. Dopo che in Inghilterra le fu negato d’iscriversi alla Facoltà di medicina proprio perché donna, continuò a studiare da autodidatta e durante le guerre d’indipendenza affiancò la sua attività di scrittura a quella di assistenza medica ai feriti. La White sfidò ogni rischio dell’impresa restando in prima linea in tutte le più importanti battaglie che portarono all’Unità, dal moto mazziniano a Genova del 1857 alla spedizione dei Mille di tre anni dopo. Nonostante abbia così più volte dimostrato la sua intelligenza e la sua fermezza, tanto che Mazzini stesso le diede l’appellativo di “Hurricane Jessie”, non sembra aver meritato di essere perlomeno citata nei libri di storia.

La questione, però, potrebbe avere una radice socio-culturale: le donne tendono ad essere classificate diversamente dagli uomini. E questo lo si può notare in ogni aspetto delle nostre vite. Anche nelle pagine di storia. Quanti conoscono Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi? Molti. E quanti invece hanno mai sentito parlare di Jessie White o di Antonietta De Pace? Pochi, probabilmente. Eppure così come i primi sono tra i padri fondatori dell’Italia Unita, anche le seconde hanno dato il

Al giorno d’oggi invece, siamo messi davanti a delle sfide magari diverse da quelle passate ma altrettanto delicate: la lotta per la pace e 4


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quello della penna. Ma ce n’è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne”. Il genere femminile viene spesso etichettato come il sesso debole, il sesso inutile. Questo fa sì che anche nelle società occidentali, quelle che si definiscono fieramente patria della democrazia e delle libertà, alle donne venga relegato un posticino in disparte nei vari settori della quotidianità. Tuttavia, anche se non celebrati a dovere, esistono esempi di donne che hanno dimostrato quanto possa essere forte il sesso debole, quanto possa essere utile il sesso inutile. Se solo, tramite un profondo cambiamento culturale, si permettesse alle donne di uscire da quella categoria “esclusiva” che gli è stata cucita addosso, ci troveremmo dinnanzi ad un’unica grande categoria senza alcuna distinzione di sesso: uomini e donne insieme, con pari opportunità, pari diritti, pari ingiustizie, pari giustizie, pari dignità. L’umanità, nient’altro.

la tutela dei diritti umani, innanzitutto. Sono molte le donne che, affianco agli uomini, hanno cercato di cambiare un mondo avido di ricchezza, troppo poco rispettoso delle persone in quanto tali. Tawakkul Karman e Leymah Gbowee sono due donne diverse tra loro accomunate però da un aspetto: entrambe coraggiose e determinate amanti della libertà, per questo entrambe vincitrici del Premio Nobel per la pace nel 2011. Tawakkul Karman è una yemenita dagli occhi scuri, il capo coperto da colorati hijab. Permettendo al mondo di guardare il suo viso è divenuta simbolo di un Islam che va rispettato perché rispetta i diritti umani, e quindi rispetta le donne. Ma soprattutto T. Karman è diventata simbolo della lotta per la democrazia, ribellandosi al regime di Ali Abdallah Saleh e riuscendo a sconfiggerlo scendendo in piazza con manifestazioni pacifiche. Leymah Gbowee è una liberiana dotata di grande forza e senso del sacrificio. È una pacifista leader del movimento che nel 2003 portò alla fine della guerra civile in Liberia, aprendo così la strada all’elezione di Ellen Johnson-Sirleaf, prima donna africana Presidente. Concludendo queste storie, mi sembra opportuno riportare una frase tanto cara ad un’altra giovane e coraggiosa donna, Malala Yousafzai: “nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e

Serena Di Luccio serenadl95@hotmail.it 5


Donne e Diritti

Donne al lavoro!

Quando la parità di genere diventa illusione che non sono solamente di carattere psicologico, ma anche sessuale. Il report “Agricoltura e lavoro migrante in Puglia” della CGIL, sindacato che si è sempre battuto in prima linea per combattere questo fenomeno, pone l’attenzione su questa sfaccettatura del lavoro femminile in Italia e successivamente, vista l’approvazione della legge 29 ottobre 2016, n. 199, è stato introdotto il reato di caporalato. Ci sono dei concetti e delle situazioni che in un’epoca come questa dovrebbero essere scontati, eppure ci ritroviamo ancora a discutere di evidenti disuguaglianze di genere. In Italia, ma non solo, le donne sono vittima di violenza, di episodi e atteggiamenti misogini e di sfruttamento lavorativo. Possiamo vivere in un mondo in cui la parità di genere è solo un miraggio? Di certo, gli ultimi avvenimenti sulla scena politica mondiale non incoraggiano misure volte al superamento del gap tra uomini e donne nel mondo del lavoro. Nella “Women’s March”, tenutasi il 21 gennaio in diverse città del mondo, le donne si sono riunite per protestare contro il neo-presidente degli USA, Donald J. Trump, date le dichiarazioni sessiste durante la campagna elettorale.

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” – art. 37, comma 1, Costituzione italiana. Le donne sono leader in un settore: lavorano di più e vengono pagate di meno, soprattutto in Italia. Niente di nuovo. Ma forse la notizia è proprio questa: nonostante i passi avanti a livello legislativo, le donne italiane continuano a lavorare ogni giorno 326 minuti più degli uomini. Lavori domestici e di cura, casa, figli e genitori anziani. La media Ocse è molto inferiore: 131 minuti. Quella degli uomini si colloca qualche gradino sotto: 103 minuti. Nei mesi scorsi è emerso, grazie anche a un servizio di Presa Diretta su Rai3, un particolare fenomeno: lo sfruttamento delle braccianti agricole nei campi, sottopagate e quasi “schiavizzate” dai propri datori di lavoro. Questo è il caporalato nel sud del paese: donne vittime di ricatti a cui vengono sottoposte 6


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Ma non solo. In tempi recenti numerose manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo, come “Ni una di menos” in Argentina, seguita poi da “Non una di meno” organizzata a Roma lo scorso 26 novembre. Un corteo immenso, quasi ignorato dai media nazionali.

Jean-François Millet, Le Spigolatrici (Des glaneuses), 1857, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay.

Per attuare un cambiamento reale bisogna apportarlo prima di tutto nel pensiero comune, che spesso tende a escludere a priori un ruolo dominante delle donne nella società; si dovrebbe abbandonare la tendenza a catalogare situazioni complesse, come l’esistenza stessa dell’essere umano, secondo rapporti di superiorità. Il clima che si respira non è di certo facile, ma non ci si può fermare: le conquiste fatte negli anni sono molte, certo, ma si può fare di più. Si deve fare di più, affinché vedere un uomo ed una donna fare lo stesso lavoro e percepire lo stesso stipendio non crei scalpore.

Lucilla Troiano lu.cilla@live.it Claudio De Angelis warbo@libero.it 7


Donne e Media

“TagliateLe la testa!” Che immagine suscita in noi oggi l’espressione “ghigliottina mediatica”? Suona un po’ vecchio stile senza dubbio, infatti è entrata in uso (in ambito puramente giornalistico) negli anni ’80 per indicare quella tendenza dei mass-media alla rappresentazione esagerata degli eventi, quel processare e attaccare duramente chiunque per qualunque motivo, pur di fare notizia. Allo stesso tempo però bisogna riconoscere la continua capacità evolutiva della libertà di espressione (la “ghigliottina” più potente), perciò attualizziamo: nel 2017 il patibolo principale è la piazza telematica del web e non più il giornale cartaceo o televisivo, il “boia” è un qualunque “admin” armato di “memes” taglienti, ed il condannato numero alla sentenza capitale è il soggetto da sempre più facile da ghermire, la vittima più cara alla storia: la donna.

“ghigliottinamento” giornalistico, è più pericolosa, più potente, più crudele, proprio perché priva di censure, restrizioni ed altro e purtroppo si indirizza sempre più contro il sesso femminile. Talvolta poi accade anche che a causa dell’esagerata violenza e umiliazione delle offese si abbia un tragico, reale, epilogo per le “ghigliottinate” sul web. Quando una donna di spicco, un personaggio pubblico, fa qualche cosiddetta gaffe o commette errori ben più gravi o semplicemente è legata a chi ci interessa attaccare e deridere realmente (sapreste dirmi ad esempio chi è Agnese Landini o è meglio che scriva Agnese Renzi?) quanto tempo passa prima che le critiche fondate, argomentate, serie, giustificate, si trasformino in “memes” a sfondo sessuale o battute sull’ “outfit” della mal capitata di turno? La verità è che purtroppo accade qualcosa di particolare quando noi donne sbagliamo: in una prima fase, come tutti, veniamo criticate e ci difendiamo fin dove è possibile farlo, poi incassiamo il colpo e usciamo di scena; fin qui la dinamica è perfettamente regolare e dovrebbe poi concludersi nel momento in cui anche per noi la polemica si esaurisce, quando cioè si è già detto tutto, si è già dimostrato l’errore o il comportamento a-morale del caso, giusto? Sbagliato. Nella seconda fase del processo infatti, si attinge al secondo ser-

Ad ogni modo, il dilemma di oggi non sussiste nel fatto che la nuova frontiera dell’informazione negli ultimi anni sia diventata il web. Tuttavia nel momento in cui diventa baluardo dell’opinione pubblica quella parte del web gestita dal primo Signor Rossi qualunque con in mano i mezzi (parliamo di social network per lo più) per dire qualsiasi cosa di chiunque di fronte al mondo intero ed il potere di indirizzare l’opinione pubblica, si assiste ad una pessima svolta del fenomeno. Del resto questa nuova frontiera del vecchio 8


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batoio di benzina da buttare sul fuoco, il nostro aspetto. Se siamo belle inizia lo “sfottò” a sfondo sessuale, e probabilmente nel bell’aspetto si individua la causa della stupidità che ci ha portate a sbagliare; se siamo brutte invece il problema, l’argomento di discussione, diviene quello. Inoltre, come se non bastasse, se non si ha proprio nulla da fare, se non si ha una vita propria da vivere e si è bravi quanto basta nell’ hackeraggio online si può anche rubare la vita degli altri; nel momento in cui si è un personaggio pubblico del resto, magari un’aitante conduttrice televisiva (la butto lì: Diletta Leotta), la tua vita non è più tanto tua. Non lo è più nemmeno se sei semplicemente una bella donna di Napoli (qui non c’è bisogno che faccia nomi e se anche ce ne fosse non lo farei in rispetto della sua memoria) che, come tutte, ha una propria vita sessuale. In effetti di questi tempi se si è donne la propria vita non la si possiede in realtà, è sempre più di qualcun’altro.

social la critica trascende a insulto sessista, il disaccordo diventa volgare insinuazione, il giudizio aggressione verbale” (Greta Menchi). Siamo tutti fatti di sentimenti e non di plastica, ricordiamocelo. Essere bravi a spiattellare la vita di qualcuno sul web, in pasto al mondo, rende solo vili non “fenomeni”.

Nel 2017 non si può e non si deve morire perché si fa l’amore. Non si può e non si deve avere paura di scattarsi delle foto “speciali”. Non ci si può sempre arrogare il diritto di attaccare brutalmente e al limite del decoro chiunque si ritiene stia sbagliando in qualcosa o non faccia bene il proprio lavoro; a maggior ragione perché quando si è donna “spesso sui

Margherita Cignitti margotty96@gmail.com 9


Giornalismo

Be Not Afraid: La storia di Veronica Guerin Il 28 giugno 1996 Veronica è invitata dal Freedom Forum a Londra. Avrebbe dovuto tenere un discorso, lo aveva intitolato “Morire per dire la verità: giornalisti in pericolo”. Avrebbe parlato con passione del suo lavoro, invitando tutti a non avere paura di inseguire la verità. Due giorni prima dell’evento, però, viene assassinata mentre è in macchina ad attendere a un semaforo. Una moto, guidata da Brian Meehan, e dei colpi di pistola esplosi per mano di Patrick “Dutchie” Holland, riconosciuto come esecutore materiale dell’omicidio, interrompono la ricerca di Veronica Guerin. Entrambi gli uomini fanno parte della gang di “Factory John”, che non venne condannato mai come mandante dell’omicidio, ma per traffico di stupefacenti. L’Irlanda è sconvolta, disperata. Nessun giornalista era morto prima di allora per le sue indagini.

mica ed energica. Viene assunta dal padre nella sua compagnia, poi fonda una società di pubbliche relazioni e per due anni lavora come segretaria per il partito repubblicano irlandese. La sua carriera da giornalista inizia nel 1990, quando accetta di vestire i panni di cronista per il Sunday Business Post e il Sunday Tribute. È da questo momento che Veronica fa della ricerca della verità, altra sua passione, il suo mestiere. La storia della giornalista irlandese si incrocia inevitabilmente con quella della Dublino che lotta contro la piaga dell’eroina, il narcotraffico e la criminalità organizzata, della quale inizia a scrivere nel 1994 per il Sunday Independent. I tossicodipendenti a Dublino sono circa 15mila e nonostante i membri dei movimenti anti-droga provino a cacciare gli spacciatori dai quartieri, la figura del narcotrafficante si è ormai affermata ed ha acquistato potere. La Guerin capisce che esiste un retroscena piuttosto cupo di Dublino e che per raccontarlo ha bisogno sia di fonti che facciano parte delle forze dell’ordine , sia di fonti interne al mondo criminale. Inizia a descrivere e a denunciare il marcio di cui si nutre la feroce Gangland. A causa della restrittiva legge sulla diffamazione che vige in quegli anni, lo fa in un modo particolare: parla del signor “Monk”, del “Coach” (il suo non

Veronica Guerin nasce il 5 luglio 1958 a Dublino, dove frequenta una scuola cattolica e sviluppa una delle sue passioni, quella per lo sport. Non solo tifosa del Manchester United, ma anche piccola e determinata calciatrice: a 15 anni gioca le finali di football irlandesi nonostante abbia un’ernia del disco. Segue le orme del padre e si iscrive al Trinity College, dove studia contabilità. Veronica cambia carriera più volte, è una donna dina10


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sempre affidabile informatore, John Traynor) e del loro capo, il boss John Gilligan, in arte “Factory John”. Servendosi di pseudonimi e nomi di strade, racconta le vicende degli attori principali di quella brutta storia. Veronica è abile, non ha timore e bussa addirittura alle porte dei diretti interessati. Racconta del terrore che vivono gli agenti del fisco e della facilità con cui molti malviventi riescono ad evadere dalle carceri. Sfida i potenti criminali che per due volte la minacciano di morte, sparando sulla sua casa prima e puntandole un revolver alla testa poi. Nel 1995 viene picchiata da Gilligan in persona. Il Sunday Independent elabora un sistema di sicurezza e le viene assegnata la scorta, che la seguirà solo per qualche giorno. Secondo Veronica, la scorta ostacola il suo lavoro, mettendo a repentaglio i rapporti diretti con le fonti. Sempre nel 1995 diventa la prima giornalista europea a vincere l’International Press Freedom Award, istituito dal Comitato Protezione Giornalisti e assegnatole per la sua instancabile lotta contro il crimine.

questri di armi e droga e le inchieste sulla sua morte portano a circa 150 arresti e reclusioni e nasce il primo programma destinato alla protezione dei testimoni. Al Coach Garden House le viene dedicato un busto, sotto al quale sono incise tre parole: Be not afraid. La lotta di Veronica sembra quindi non essersi esaurita con la sua morte. E la fame di verità non si è ancora saziata. Veronica Guerin fa parte dei primi 50 eroi per la libertà di stampa nel mondo, selezionati dall’International Press Institute. Veronica è stata una donna animata da passione, una lottatrice instancabile. Ha scelto di non fermarsi di fronte a niente pur di consegnare a tutti un’immagine veritiera della realtà. A lei va la passione con la quale ho scritto queste righe. Ad Ilaria Alpi, al suo collaboratore Miran Hrovatin ed al ricercatore Giulio Regeni va il pensiero. Con la speranza di riuscire a conoscerla, un giorno, la verità.

Dopo l’assassinio di Veronica, il parlamento irlandese promulga in una settimana il Proceeds of Crime Acts 1996 ed il Criminal Assets Bureau 1996, grazie al quale i beni acquistati con denaro sporco potevano essere sottoposti a sequestro dallo stato. Viene fondato il Criminal Assets Bureau. Si concludono maxi se-

Michelle Leroy-Beaulieu m.leroybeaulieu@gmail.com 11


Io Donna

Tu hai potere “Oltre alle cosce sode, ai fianchi generosi, a due natiche rotonde e a un seno prorompente, doveva pur esserci qualcos’altro nella donna. Era così difficile definire cosa fosse una donna. Aveva conosciuto madri, sorelle, bambine e amiche e forse, consciamente o inconsciamente, si era pure identificata con qualcuna di loro, probabilmente con la madre o con la zia. Era convinta che la donna fosse un essere umano completo e che la sua permanenza sulla terra fosse guidata da desideri, sensazioni, sentimenti e idee che le facevano assumere un determinato atteggiamento, una determinata condotta di fronte alla vita”. Queste le parole di Mamani, scrittore e curandero peruviano, venuto a mancare il 20 ottobre dello scorso anno. La donna nella cultura andina è decisamente l’opposto di ciò a cui siamo abituati perché – volenti o nolenti – siamo schiavi di una cultura maschilista e materialista, di una società che ha paura di vedere un po’ più di potere in mano a una donna. Nella cultura andina viene favorita la coscienza femminile, tant’è che nell’antico governo Inca esisteva una istituzione educativa molto prestigiosa che si occupava dell’educazione delle donne: la akklawasi (venne poi chiusa dagli Incas, successivamente distrutta dai conquistadores spagnoli). All’interno di questa istituzione si insegnava che “la donna è artefice della creazione e della consolidazione della società umana, l’asse attorno al quale ruotava quella società” (Mamani, La profezia della curandera).

Ciò che consentiva (e consente tuttora) di aver rispetto della donna e della sua figura è la presa di coscienza da parte dell’uomo di essere diversi. Diversità che non viene vista come “superiorità” dell’uno in confronto alla “inferiorità” dell’altra, bensì come una consapevolezza di ricoprire ruoli diversi ma complementari tra loro, in cui è proprio la donna forza generatrice e trainante: l’uomo è per natura più incline a perdere la rotta, la donna è lì per ricordargli in che direzione remare. La donna, in quanto dimora di una forza incredibile, ha bisogno di spogliarsi dalla costrizione sociale per poter capire che quella forza che possiede dentro di lei (spesso inconsapevolmente utilizzata in maniera negativa e distruttiva) deve indirizzarla verso progetti e idee sane, positive. Questa forza è direttamente connessa alla Pachamama (in lingua quechua Madre Universo), alla quale vengono riservati riti: è infatti la Pachamama colei che genera. Ma può anche distruggere per ricordare ai suoi figli di doverla onorare. E le donne occidentali? C’è sempre più la diffusione di un modello americanizzato della donna: vista come oggetto da decoro il cui unico compito è quello di sorridere, scoprire il proprio corpo e non esporre la propria opinione. Ma dopo aver ringraziato i reality show per questa non-figura, bisogna ricordare che “le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di dimostrare nulla se non la loro intelligenza” (Rita Levi Mon12


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“Aveva dovuto usare in modo cosciente quel potere che ogni donna possiede dentro di sé, ma che molte hanno scordato di avere. Solo il sapere, la conoscenza, il coraggio d’osare e d’agire possono riscattarlo, esprimerlo ed elevarlo” (Mamani, La profezia della curandera).

talcini). C’è quindi anche chi non accetta la sottomissione all’altro sesso, chi non accetta di rispondere all’appellativo di “sesso debole” perché non c’è nulla di debole nell’essere Donna. Nonostante i modelli che la società cerca di imporre tramite i suoi continui luoghi comuni e tabù (ad esempio il non poter parlare liberamente del ciclo o della sessualità), c’è chi affronta la continua lotta per affermarsi, chi si mette in gioco tra una difficoltà e l’altra. Ma anche chi perde il suo obiettivo lasciandosi trascinare dagli avvenimenti, consentendo all’uomo di affermare la sua “supremazia” e finire davvero col sentirsi debole: ed è così che la forza rimane dormiente all’interno di esse, rendendo impossibile il taripaypacha (letteralmente epoca in cui incontreremo nuovamente noi stessi).

Martina Grujic 13


Io Donna

Nuovo XX(Y) “Chi sei? Da dove vieni?” mi avrebbe chiesto un uomo se, in una giornata un po’ fredda e un po’ no, avessi messo piede sul pianeta Terra. Allora in quel caso non sarei stata “la donna”. Forse un simile apprezzato per caratteristiche diverse. Più probabilmente, indossando un cappotto lungo e pesante a mascherare le differenze del sesso, nessuno avrebbe notato il mio essere femmina. Nel mondo ipotizzato, nel quale la donna fa la sua apparizione, certamente si sarebbe trattato di un confronto alla pari. Tuttavia forse è troppo sciocco e paradossale per farne oggetto di analisi. Ma quale essere umano di genere femminile non si è mai trovato a fare i conti con quello che rappresenta per la società, chiedendosi “e se fossi stata uomo?”. Nella nostra realtà e nel nostro mondo, così com’è conosciuto e accettato, uomo e donna sono nati di sesso diverso per compensarsi in quella che banalmente è la riproduzione. Per “compensarsi” le differenze sono fondamentali, l’evoluzione lo ha stabilito. Ma è quindi da attribuire all’evoluzione il motivo per il quale oggi la donna è il sesso debole, l’Altro rispetto a quello principale rappresentato dall’uomo? Probabilmente no, è stato ribadito con grandi cori decisi e rivoluzionari: si nasce femmine ma non donne. In due bambini di sesso diverso non si può determinare chi prevarrà: nonostante questo viviamo in un patriarcato affermato e nel corso dei secoli la situazione non si è mai ribaltata in maniera evidente.

Spesso la considerazione della donna europea è messa a confronto con quella dei neri, degli omosessuali o degli ebrei in passato. Gli ultimi per la civiltà. Eppure la figura della donna è di un’altra entità, più complessa e radicata quanto il genere femminile in sé. Essa infatti non è colei che appare straniera o diversa o sbagliata, ma un elemento di rilievo inferiore che nessuno tuttavia rinnega o ne mette in discussione la motivazione dell’esistenza. Le donne non costituiscono una comunità. Può sembrare una considerazione di nicchia, trascurabile, eppure contiene un concentrato di verità e conflitto non trascurabile. Loro vivono tra gli uomini, sparse tra loro e legate ad essi: “[…] un ebreo, un negro fanatici potrebbero sognare di trafugare il segreto della bomba atomica e di fare un’umanità tutta ebrea o tutta negra: neanche in sogno la donna può sterminare i maschi. […] nessuna frattura della società in sessi è possibile”, afferma nel suo saggio Il secondo sesso (1949) Simone de Beauvoir, filosofa e saggista francese, ricordata dal mondo per essere stata una dei più alti esponenti del femminismo nella sua grande rivoluzione. La condizione della donna appare immutabile sotto questa prospettiva: una ribellione concreta e un’offensiva reale e di massa contro le violenze e l’oppressione della figura femminile è forse 14


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un rincorrere una speranza che si disintegra passo dopo passo. Già dal dopoguerra questo era chiaro: le sbarre della prigione in cui la donna era rinchiusa svanirono ed esplosero insieme alle rivoluzioni e al femminismo. Quello che portava la donna a credersi condannata dall’onnipotente natura che l’aveva fatta nascere femmina, divenne solo un pretesto in grado di far spiccare il volo al genere femminile verso l’affermazione e la libertà. Eppure, oltre cinquant’anni dopo, lo scenario appare triste ed umiliante. Dopo il grande salto l’umanità ha proceduto al rallentatore, soddisfatta e saziata dallo sforzo e dalla volontà espressa in quegli anni di cambiamento. Probabilmente l’attenzione è sempre più spesso concentrata su quello che è, e si butta raramente un occhio su quello che è stato. La formazione di una donna non dipende dall’evoluzione della natura ma dall’evoluzione di una società. L’analisi di come nei millenni la femmina si sia forgiata nella sua identità che oggi definiamo e deridiamo è riconducibile alle stesse fatalità per le quali la società è stata dominata per secoli da un colore di pelle che poteva credere e affermare una superiorità. La storia insegna e noi abbiamo dimenticato una lezione importante: la cultura per l’essere umano primeggia sulla natura ed essa non

può essere la culla degli svantaggi in un mondo intelligente. Appariamo sorpresi, turbati e sopraffatti da considerazioni che risalgono a mezzo secolo fa. Siamo impigriti dal presente che possiede un passo sghembo e veloce e la fatica che ci impone per rimanere nel margine ci impedisce di voltarci avanti e indietro. “Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”, Simone de Beauvoir, 2008. Ipotizziamo che sia giunto il mio turno, “c’è bisogno di un sistema nuovo” tutti ogni giorno lo farfugliamo davanti al solito caffè. Nuove idee, nuovi punti di vista, nuove prospettive e c’è bisogno di alzare lo sguardo. Ipotizziamo ora che la coppia si ribalti, ed entrando in un mondo di uomini alla domanda di cui sopra io risponda: “Sono un nuovo uomo, lasciami il mio spazio”.

Federica Ranocchia 15


Io Donna

Come una fenice, risorgo dalle mie ceneri la prima colpita da un tumore alla mammella e la seconda da un carcinoma capillifero della tiroide La malattia le ha sorprese che entrambe erano già mamme, lavoratrici e mogli. Alessandra, che ora sorride fiera e ha gli occhi che le brillano, racconta di quanto supporto le sia arrivato dalle sue colleghe donne durante le giornate lavorative, che sono state quasi contaminate dai capelli che a causa della chemioterapia le cadevano dalla testa, sottraendole uno dei tratti distintivi dell’essere donna. Per fortuna, per far fronte alla mutilazione fisica e psicologica dopo l’intervento, Alessandra ha potuto contare su Daniela, che definisce “il mio angelo custode, la mia copertina di Linus”, un’amica che le ha infuso coraggio e che ha alimentato in lei la voglia di lottare.

Siamo nel 2017 ma per molti la parola cancro desta ancora inquietudine e una sorta di vergogna. Il cancro non fa differenziazioni, può colpire chiunque e come spesso si pensa al cancro non importa se nella vita tu sia stato buono o cattivo, bello o brutto. Se ti sceglie, tu devi incassare il colpo e cominciare a lottare. Chi combatte, già da principio, vince la propria battaglia interiore. Ma cosa succede quando il cancro colpisce una donna? La donna da secoli, per quanto alcuni gradi di emancipazione e considerazione siano stati raggiunti, è concepita come un essere vulnerabile, debole. Quasi al pari di uno scatolone da imballaggio che contiene i bicchieri di cristallo del servizio buono della domenica, ove sopra c’è scritto “fragile”.

Emanuela, da parte sua, ha trovato la forza di reagire guardandosi dentro ma soprattutto riflettendosi negli occhi della figlioletta Ilenia, lo sprone più forte per rimboccarsi le maniche e andare avanti. Il cancro nel caso di queste due donne ha fatto da maestro di vita.

Una donna con un tumore non è fragile, forse è solo tanto segnata dalla vita che si porta dentro. Dopo un referto medico che sancisce quello che sarà l’inizio di un percorso lungo, la donna sfodera le sue unghie laccate, magari da un rosso fuoco Chanel, e testarda si predispone a ripartire. Così hanno fatto Alessandra ed Emanuela,

Emanuela, dopo la diagnosi, beveva l’acqua e percepiva un sapore diverso. Ha imparato a 16


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vivere ogni giorno come un dono, ogni giornata come un’opportunità e mai come una punizione. Anche nel suo caso i colleghi di lavoro non le hanno fatto mancare il loro affetto e il loro appoggio. Alessandra condivide quest’opinione, nel suo percorso il tumore come un insegnante bacchettone l’ha prima redarguita per poi concederle di apprezzare a pieno le piccole cose, che sono insite soprattutto nel nostro animo. Dopo diversi cicli di chemioterapia con una nuova forza acquisita, la scorsa estate Alessandra è finalmente potuta tornare al mare. Il mare che con le sue tonalità color cielo l’ha cullata come una mamma stringe a se stessa a propria creatura. Come una mamma che incita suo figlio a intraprendere la vita. Quando penso a queste due donne mi passa davanti agli occhi l’immagine di una fenice. Una fenice dal manto rosso come la vita che le brucia nello stomaco, destinata a risorgere dalle sue stesse ceneri.

Marta Leonardo 17


Mostre e Cultura

I Fiori del Male (e un bouquet di cambiamento) “Nello spazio incolore del manicomio furono recintate e fatte appassire tutte le deboli piante intisichite” La parola libertà nel dizionario della lingua italiana Treccani viene spiegata come l’essere libero, lo stato di chi è libero, è un nome di sesso femminile. Lo stesso termine anche tradotto in inglese, spagnolo e francese, rispettivamente freedom, libertad e libertè, è di genere femminile.

indipendenti. Altre volte vi era bisogno di un metodo coercitivo, come la reclusione in manicomio. Nell’Italia del ventennio, la penisola era attraversata da un enorme numero di manicomi, fra i quali degno di nota è quello di Sant’Antonio Abate di Teramo. Non solo perché fu uno dei più antichi, ma è quello dal quale sono pervenuti molti dei documenti che hanno reso possibile dare vita alla mostra I Fiori del Male - Donne in manicomio nel Regime Fascista che si è tenuta alla Casa della Memoria e della Storia fino allo scorso novembre.

Eppure, purtroppo, le donne hanno avuto ben poche volte la possibilità di scegliere liberamente. Ciò che oggi viene visto dai nostri occhi come un abominio, ad esempio il fatto che la figura femminile possa essere considerata una proprietà privata dell’uomo a cui appartiene e al quale dedica la sua più devota attenzione, fino a non molti anni fa era prassi anche nel nostro Paese.

Una sola sala colma di storia di un Paese malridotto e di storie di donne abbattute e recluse: così si presentava l’esposizione in cui si alternavano foto a documenti clinici, richieste dei parenti delle recluse (che, nella maggior parte dei casi, desideravano prolungarne la permanenza in manicomio) a lettere scritte con grafie insicure.

Nell’epoca fascista, in cui la dittatura aveva messo a tacere la libertà di chiunque, le donne erano vittime due volte: non solo dello Stato Italiano, ma anche della famiglia dalla quale erano state generate e formate prima, dal nuovo nucleo che andavano a formare poi. Madri modello e spose esemplari: era questo ciò che veniva richiesto alle giovani donne fasciste. Istinti, aspirazioni e desideri non rientravano nei canoni imposti, tutto doveva essere represso. Talvolta era facile, bastava poco per rimettere in riga donne troppo

Talvolta provenienti da famiglie devastate, in altri casi affette da vere e proprie disfunzioni nervose o da traumi, spesso dovuti a perdite di guerra. Di frequente finivano a vivere in manicomio anche le vittime di violenze carnali che venivano sottoposte, prima e durante 18


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la permanenza, a perizie psichiatriche per accertare che al momento del fatto fossero “in stato fisico e mentale da poter efficacemente resistere” e che non avessero provocato i propri assalitori. L’epilogo spesso descriveva la donna in questione come figura incompleta dotata di ideazione puerile, coscienza morale lungi dall’essere prossima a quella della norma e con un senso dell’onore poco sviluppato. Così come poco sviluppato e più leggero di quello maschile viene considerato il cranio di donna, creatura misteriosa e malata una volta al mese e ancor più malata per una gran parte del tempo della sua fecondità, in alcuni scritti di fine ottocento che definiscono le donne come cose da sorvegliare e biancheria da cucire.

silenziose di ciò che è stata la condizione femminile durante il regime fascista: della miseria che si viveva nei manicomi e della mancanza di libertà e di dignità che soffocava chiunque nascesse donna. Eroine sconosciute e senza gloria che speriamo non abbiano vissuto i propri giorni nella rassegnazione e nel dolore invano.

Non vi era spazio per esprimere le proprie opinioni, ma neppure la propria personalità: fra i sintomi che potevano far emergere il bisogno di essere rinchiuse in manicomio figuravano persino aggettivi quali impulsiva, esibizionista, erotica, loquace e piacente.

“Mescolano la schiuma del piacere alle lacrime dei loro tormenti” Charles Baudelaire

Tutte le donne le cui storie sono comparse nella mostra, alcune ben ricostruite in teche di vetro, altre come ritagli di un diario vecchio e danneggiato nel tempo, sono le vittime

Beatrice Tominic biatricetominic@gmail.com 19


Mostre e Cultura

Rivalsa: il successo di una donna nel XVII secolo “E’ qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: La rivendicazione femminile.” (Roland Barthes)

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593. E’ figlia d’arte: il padre, Orazio Gentileschi, è un pittore toscano di discreto successo. Artemisia cresce circondata dall’arte, e il suo talento è riconosciuto subito dal genitore, che la spinge a seguire le sue orme di artista. Ma Artemisia è donna, ed essere una donna XVII secolo non è facile. Lei lo sa, e nonostante tutti i pregiudizi imposti dalla società in cui vive, decide di seguire il consiglio del padre. A diciassette anni dipinge il suo primo capolavoro, “Susanna e i vecchioni”, che stupisce a tal punto gli osservatori da fargli insinuare che il dipinto fosse stato in realtà realizzato in gran parte dal padre.

Due anni dopo, un terribile evento sconvolge la sua vita; Agostino Tassi, presunto amico di suo padre, la sorprende sola nella sua camera da letto e la violenta. Durante il processo nei confronti di Agostino, Artemisia viene finanche torturata per provare a pilotare il processo; nonostante ciò, l’uomo viene condannato ad un solo anno di carcere che non sconterà mai. Questa orribile esperienza, tuttavia, non la ferma. Artemisia continua a dipingere e sviluppa uno stile potente, duro, dai tratti caravaggeschi, la cui influenza nelle sue opere è infatti evidente: la plasticità dei corpi è evidenziata dal deciso chiaroscuro, creato attraverso un fascio di luce che illumina la scena. Tuttavia, caratteristica peculiare di Artemisia 20


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è la completa assenza dei tipici tratti femminili, quali la delicatezza, la compostezza o la timidezza, nelle donne che dipinge. Esse sono per lo più eroine bibliche o mitiche, ma spogliate della loro aura di pudicizia e sottomissione tipica dell’epoca: sono donne forti, pronte a lottare per se stesse o per chi sta loro a cuore, disposte anche a versare del sangue con le loro stesse mani, pronte a soffrire per vincere, pronte ad uccidere. Il suo nome è sulla bocca di tutti, ed il suo talento è ormai indiscusso. Riceve commissioni dalla casata dei De Medici, e la sua fama supera i confini italici quando Carlo I d’Inghilterra la chiama per lavorare nella sua corte: Artemisia ce l’ha fatta. Artemisia ha una cicatrice nel cuore che por-

terà tutta la vita, ma la cura al suo dolore risiede nei suoi pennelli e nelle storie delle donne che dipinge. Donne come lei, donne che hanno sofferto, ma anche donne che hanno vinto. Giuditta, Susanna, Cleopatra, Esther, Maddalena: Artemisia dipinge un po’ di se stessa in ognuna di loro, un po’ del suo desiderio di rivalsa, ed ogni donna può specchiarsi nella forza dei suoi soggetti femminili, anche a secoli di distanza.

Francesca Romana Leandri 21


Musica

Janis Joplin: La prima Donna Del Rock si un posto e a introdurre in un genere assolutamente maschile il punto di vista femminile. Per questo motivo a lei spetta il primato di prima donna del rock.

Janis Joplin. Questo nome risuona nella storia del rock come quello di una delle più grandi voci mai esistite. La sua vita e la sua carriera sono state brevi, a causa di problemi con l’alcool, con le droghe e con gli uomini, ma la sua eredità musicale arriva fino ai giorni nostri. Tuttavia non è di ciò che si vuole scrivere in questo articolo. Qui si vuole parlare di Janis Joplin non tanto come cantante, bensì come donna: come prima donna del rock.

A scanso di equivoci si potrebbe leggere il testo di una delle sue canzoni più famose, Piece of My Heart (1968), dal periodo in cui cantava con il suo gruppo, i Big Brother and the Holding Company. Il testo parla di una donna esausta a causa di una relazione e lasciata sola dal suo compagno. Esso riflette la condizione della donna a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, stanca di doversi reggere a un uomo per poter stare in piedi. Il brano, un blues-rock con venature soul, inizia con queste parole: “Non ti ho fatto sentire come se fossi l’unico / non ti ho dato tutto ciò che una donna può dare”. Già in queste prime frasi si può leggere tutta la delusione, tutta la frustrazione e tutta la rabbia di una donna delusa dal proprio uomo, il quale, evidentemente, non l’ha mai apprezzata, lasciandola in un angolo. Ciononostante la seconda strofa afferma qualcosa di diverso: “Ogni volta mi dico che non posso sopportare il dolore / ma quando mi tieni tra le braccia io canto ancora”. In questo caso la donna desidera ancora l’uomo per avere un supporto emotivo. Le due strofe esprimono un’ambigua condizione della donna: da una parte c’è la voglia di riscatto e di emancipazione e dall’altra il bisogno dell’affetto e della protezione da parte di un uomo.

Gli anni sessanta, come tutti sanno, sono stati un periodo di grande fermento culturale, in tutto il mondo si sentiva che ci sarebbe stato un grande cambiamento e anche le donne sentivano che la loro condizione si sarebbe trasformata. Tuttavia nella musica e soprattutto nel rock non c’era nessun artista che le rappresentasse, che facesse loro da portavoce. Il rock a quei tempi era un genere assolutamente maschile. In Inghilterra - uno dei poli musicali di quei tempi - la British Invasion aveva reso famosi gruppi come i Beatles e i Rolling Stones, entrambi formati interamente da uomini, mentre negli Stati Uniti a farla da padrone erano Bob Dylan e Jimi Hendrix, altri uomini. Bisogna contare nell’appello anche Jim Morrison, frontman dei Doors, considerato tra l’altro un sex-symbol ai suoi tempi e un’icona di virilità. A questo punto verrebbe da dire che il rock era un luogo inospitale per una donna. Eppure Janis Joplin è riuscita a farsi spazio, a crear22


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L’ambivalenza di questa canzone rappresenta perfettamente la condizione di una donna oppressa da un uomo che desidera la libertà ma che non riesce né a capire né a immaginare come poterla ottenere; tuttavia esprime anche con grandissima umanità e senza presunzione di femminismo il dolore di una condizione del genere.

mo passo verso la felicità per tante altre. In questo caso la fragilità che Janis Joplin ha espresso nella sua canzone può significare forza per tante altre donne.

E proprio nel dolore si è conclusa la vita di Janis Joplin, a causa di un’overdose, che ha posto fine a un’esistenza caratterizzata dall’instabilità emotiva. Questa sembra essere l’unica fine possibile anche per la donna di Piece of My Heart, in equilibrio precario e apparentemente senza possibilità di essere felice. Ma non è detta l’ultima parola. Infatti la sofferenza di una persona può essere il pri-

Lorenzo Sgrò 23


Cinema e Spettacolo

Alice Guy – Blaché: La Madre del Cinema

zionale per l’epoca, che mette in scena la favola dei bambini che nascono sotto i cavoli. Da qui in poi, oltre a rivoluzionare il concetto di regista, fino a quel momento legato esclusivamente all’operatore di macchina, questa ragazza di appena 23 anni introduce le prime forme di finzione cinematografica. Prima di Griffith, della scuola di Brighton e anche di Méliès. Negli anni successivi produce una moltitudine di contenuti, da commedie leggere a film horror sui vampiri fino a film musicali, per finire con l’incredibile “La vie du Christ”, 1906, un’opera monumentale di mezz’ora, basata sulle illustrazioni del pittore James Tissot e realizzata col fondamentale supporto di Gustave Eiffel. Ma se c’è un suo lavoro da vedere assolutamente, questo è “Les résultats du féminisme”, sempre del 1906. Nel film i ruoli sociali di uo-

“Chi è il regista?” Capita spesso di sentire e porre questa domanda. Al maschile. Infatti di solito associamo la regia cinematografica a un uomo, ma se vi dicessi che a inventare il mestiere di regista così come lo conosciamo noi oggi è stata una donna? Alice Guy nasce nel 1873 a Saint Mandé, vicino Parigi. L’anno dopo la morte del padre e del fratello maggiore, nel 1894, comincia a lavorare come segretaria di Léon Gaumont, fondatore della casa di produzione omonima. Ha così la possibilità di assistere alla storica proiezione de “L’uscita dalle officine Lumière a Lione” nel 1895. Appassionatasi fin da subito a questo nuovo mezzo di espressione, dall’anno successivo Alice Guy si inventerà per certi versi “l’arte del Cinema”. Infatti è del 1896 “La fée aux choux”, un film di 60 secondi, durata ecce24


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gira “A Fool and his money”, primo film con un cast interamente afroamericano. Dello stesso anno è “In the year 2000”, ambientato in un futuro in cui le donne governano la società, opera che però non vedremo mai, essendo andata perduta. Nel 1920 dirige il suo ultimo film. Due anni dopo divorzia con il marito e ritorna in Francia con i suoi due figli. Muore nel 1968, a 95 anni, “quasi dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare” ci ricorda Martin Scorsese. La straordinaria persona di Alice Guy – Blaché, in definitiva, si può racchiudere in una frase che ripeteva spesso ai suoi attori e che aveva fatto segnare su di un’insegna all’entrata degli studi Solax: “Be Natural”.

mini e donne sono invertiti. In soli 7 minuti le differenze di genere vengono ridicolizzate con geniale ironia e questo quasi quarant’anni prima che le donne ottenessero il diritto di voto in Francia. Si trova facilmente su youtube, perciò niente scuse, va visto. In quegli anni Alice Guy sperimenta addirittura i primi film sonori, con l’ausilio del chronophone, uno strumento ideato da Gaumont in grado di sincronizzare le immagini del cinematografo con il suono registrato su un disco e riprodotto in sala durante la proiezione. Tornando al 1906, il suo anno magico, la Guy conosce un operatore inglese, Herbert Blaché. Poco dopo si sposano. Lei ha trentatré anni, lui ventiquattro. Si trasferiscono negli Stati Uniti e nel 1910 fondano la “Solax”. In questo modo Alice Guy – Blaché diventa la prima donna a capo di una casa di produzione e, per non farsi mancare nulla, nel 1912

Claudio De Angelis warbo@libero.it 25


Cinema e Spettacolo

Il nostro cinema al femminile L’altalenante ruolo della donna nella commedia italiana “Per quello che mi riguarda poi mi sono accorta che per fare la politica la famiglia mi andava per aria e io ai ragazzini miei ci tengo e me li voglio tirar su come mi pare. E poi anche senza diventar onorevole ho da fare tanta di quella politica a casa: fra il marito, i guai, i ragazzini…Certe discussioni che alla Camera neanche se le sognano” così parlava alla sua gente la coraggiosa Angelina Bianchi interpretata da Anna Magnani ne L’onorevole Angelina. Questo film vedeva scontrarsi un gruppo di donne della borgata romana capitanate da Angelina contro le ingiustizie fisiche e morali che nel secondo dopoguerra affliggevano la povera gente; un film in cui la figura della donna sovrastava quella maschile, una figura debole e meschina poiché ricopriva un ruolo tutt’altro che positivo. Di film come questi, divenuti nel tempo affreschi dell’epoca e che portavano in auge la forte figura femminile , ne abbiamo tantissimi e in questi le donne, anzi attrici, spiccavano con ruoli che dominavano l’uomo. Questi tempi però sono molto lontani, tempi in cui la passione tra una donna sposata e un vagabondo diventa il perno centrale della pellicola (Ossessione di Luchino Visconti) o dove Sophia Loren dipingeva tre ritratti di

diverse donne che si imponevano sull’uomo (Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica) o ancora dove le fantasie di Marcello Mastroianni sulle donne del suo passato e del suo presente saranno uno degli snodi centrali nella comprensione del suo personaggio (8½ di Federico Fellini). Ma perché una figura che con fatica ha guadagnato un suo posto nell’ambito cinematografico si è d’un tratto involuta? La spiegazione ci è data da una mappatura generale della commedia nel nostro cinema negli ultimi quarant’anni: già negli anni ’60 abbiamo assistito ad una rinascita del piacere visivo dello spettatore (il cosiddetto voyeurismo tipico dei primi anni del cinema), però verso il corpo della donna e delle sue forme, quindi con un appagamento esclusivo dello sguardo maschile. Nasce proprio negli anni ’70 la commedia sexy all’italiana, un sottogenere della commedia che vedeva affiancarsi attori comici di spicco insieme ad attrici sensuali e prosperose: ciò che doveva risaltare nei film era il loro aspetto fisico. Ma se in un primo momento queste commedie potevano portare ad un’estensione erotica della commedia e ad una satira ben orchestrata e mai banale (grazie anche alla regia 26


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di maestri del cinema come Lucio Fulci e Fernando Di Leo), ben presto tutto degenerò. Già verso la fine del decennio questo sottogenere si era esaurito avendo offerto al pubblico più di ottanta pellicole. Ma dato che all’industria cinematografica piace spremere il frutto del suo guadagno fino alla fine, queste pellicole continuarono ad uscire senza sosta con punte di sette/otto film l’anno. L’originalità di questo genere era ormai sfumata e ogni film era composto dai soliti luoghi comuni, dalle solite gag e il ruolo della donna era diventato quello della “bella ma stupida”. L’unica nota di originalità in questi film era il cambio di location: infatti si passava dalle stazioni di polizia alle caserma, dai licei agli alberghi; ma tutto questo non ricorda qualcosa? Se esiste un filone cinematografico che più di ogni altro ha affossato la figura femminile, ancora rinchiusa nei clichè, quello è il “Cinepanettone”. Anche questo può essere visto come un sottogenere della commedia di produzione italiana che usciva (o meglio: continua ad uscire sotto varie forme) durante il periodo natalizio. Nasce verso la metà degli anni ’80 come una critica - seppur goliardica - alla vita de-

gli italiani in vacanza e in special modo della classe borghese, ma come ogni sottogenere anche questo esaurisce il suo repertorio dopo poco tempo. In questi film la donna viene vista solo come oggetto sessuale, un premio a cui arrivare e la psicologia del personaggio femminile non esiste più: il ruolo ricoperto è sempre quello della svampita senza una vera base comica. La comicità presente, infatti, è basata interamente sul sesso, sulla volgarità e sui doppi sensi: alla donna viene data una visione da strip club. Ciò che una volta era la femminilità in questo genere non esiste più: ora c’è solo tanta tristezza e una piccola speranza nel poter vedere ritornare quei ruoli femminili sul grande schermo tanto cari e dignitosi quanto coraggiosi.

Ciro Guerriero 27


Diario di una Donna

Lettera a me stessa

Alla bambina di ieri, alla ragazza di oggi, alla donna di domani. cosa significasse essere amati. Nessuno ti ha mai insegnato cos’è la fiducia, il rispetto, l’amore per gli altri, ma soprattutto per se stessi. Ricordi il tuo primo amore e tutti gli altri amori? Quanto hai pianto. Avresti potuto riempire un oceano. Quante volte hai pensato di aver bisogno di un fegato nuovo per tutto ciò che hai ingoiato? Quando avevi paura di tornare a casa e andavi in giro sempre con un mazzo di chiavi in mano per proteggerti in caso di aggressioni? Quando dovevi indossare magliette a maniche lunghe anche d’estate per coprire i lividi di un uomo che diceva di amarti troppo. Sai, tu ora non lo sai, ma non c’era scelta migliore che potessi prendere. Scegliere te stessa. E ti ricordi quando avevi deciso di non mangiare più? Ma non perchè ti vedevi grassa, no. A te non importava più di tanto sapere quanti millimetri di grasso si posavano sulla tua coscia o quanto poco grasso ci fosse sul tuo seno. Non mangiavi più perchè non ti andava

Cara me, ti scrivo perchè un giorno possa rileggerti e non riconoscerti. Perchè tu possa guardare ciò che eri e ciò che sei diventata. Perchè tu possa dare un senso a tutto ciò per cui hai lottato, tutto ciò che hai combattuto e tutto ciò che hai vinto. Ti ricordi quando delle volte da bambina giocavi ad essere grande? Ricordo che andavi in camera di mamma e indossavi i suoi vestiti, i suoi gioielli e quelle scarpe con il tacco che un giorno eri certa avresti saputo portare. Perchè avevi così tanta fretta di crescere? Ma in fondo che colpa ne avevi. Hai sempre dovuto badare a te stessa, hai sempre dovuto essere madre, maestra, sorella di te stessa. Tuo padre non c’era mai, tua madre troppo occupata a pensare a se stessa. Cosa ne sapevi tu di cosa significasse essere spensierati senza avere responsabilità? Quando tutti giocavano a costruire castelli di sabbia e tu pensavi a costruire te stessa. Cosa ne sapevi tu dell’affetto e di 28


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e basta. Perchè avevi subito tanto dolore e sofferenza che non avevi più spazio per niente. Eppure eri golosa tu, altrochè. Eri sola. Ma sola sei riuscita ad uscirne perchè nessuno si era accorto delle costole che si facevano sempre più evidenti, del viso che andava sempre più a scavarsi e del tuo sorriso che avevi abbandonato insieme a tutto il resto. E l’invidia? Quella te la ricordi? Beh, credo tu avrai a che fare con lei ancora per parecchio tempo, se non per sempre. Ricordi quando quelle femminucce ti scansavano perchè piacevi ai ragazzi e avevano paura che tu gli rubassi i loro? Oppure ricordi quando quei maschietti facevano commenti un po’ spinti per la tua minigonna? E ricordi quando quei maschietti, per fare i fighi con gli amici, hanno scommesso su di te solo per portarti a letto? Ma non era colpa tua. L’unica tua colpa è stata credere anche solo per un momento che tutto questo potesse esserlo. Ti scrivo anche perchè tu possa rileggere tut-

to quello che hai affrontato e possa dire a te stessa che nonostante tutto ce l’hai fatta. Sei qui e ora e sei esattamente come vuoi. Ma chi l’ha detto che la donna deve essere sempre forte? Concediti il diritto di essere fragile. Ti servirà. Sei indistruttibile. Ma soprattutto, desidero scriverti, perché quello che ci spaventa tu lo conosci. E sai che le paure di oggi saranno diverse dalle paure di domani. So che mi capirai e per questo perdonerai anche tutte le mie paure. P.S. Io ti ho già perdonata e per questo ti voglio ancora più bene. dalla donna che sarai

Stefania Ferrara stefaniaferrara7@libero.it 29


Periodico Universitario

Marcello Caporiccio Responsabile editoriale m.caporiccio@culturarte.it Andrea Menichelli Responsabile organizzativo a.menichelli@culturarte.it Marco Casini Responsabile comunicazione m.casini@culturarte.it

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INIZIATIVA AUTONOMA DEGLI STUDENTI CHE SI AVVALE DEL FINANZIAMENTO DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ROMA TRE AI SENSI DELLA L. 429/85

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CulturArte #1 (2017)  

CulturArte è il periodico universitario di Roma Tre.

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