Page 1

Copertina di Alessandra Catalano

Numero 1 Anno 2019

CulturArte Il periodico universitario di Roma Tre


EDITORIALE The history of this generation

Ve ringrazio de core, brava gente, pè ‘sti presepi che me preparate, ma che li fate a fa? Si poi v’odiate, si de st’amore nun capite gnente… Pé st’amore so nato e ce so morto, da secoli lo spargo da la croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto senza ascolto. La gente fa er presepe e nun me sente, cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indifferente e nun capisce che senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore.

di Gabriele Russo

C

Trilussa

ristiani, atei, agnostici, appartenenti ad una qualsiasi fede, nel mondo occidentale si sono appena concluse le festività natalizie, ormai per molti versi slegate dall’originaria matrice religiosa. L’arrivo di Babbo Natale ha rubato la scena alla nascita di Gesù, i Re Magi non fanno in tempo ad arrivare che già la Befana se li porta via, è cambiato il mondo, è cambiata la società, sono cambiate le nostre priorità. Il Natale è storicamente una festa ricca di simboli, tradizioni iconiche che segnano l’immaginario comune, l’albero addobbato, le decorazioni, i dolci tipici, i mercatini, le luci, il presepe. Già, Er presepio come lo chiama Trilussa nella sua nota poesia, la secolare usanza italiana che attribuiamo a San Francesco d’Assisi, il quale, secondo la tradizione, fu il primo a riprodurre la scena della natività nel lontano 1223 a Greccio. Da allora il presepe si è diffuso in tutto il mondo cattolico declinandosi in varie forme in ogni angolo del Globo. Ma rimanendo alla nostra piccola realtà, questa Italia culla di civiltà e di pensieri, cosa rimane oggi dei simboli davvero? Partiamo da un dato di fatto, in quanto a realizzazione ed esposizione di presepi siamo leader; nelle case, nelle scuole, nelle chiese, in sale museali, in Italia ogni anno nascono milioni di bambinelli! Ora, appurato il buono stato di salute della nostra tradizione e l’asserita cristianità della maggior parte della popolazione italiana, non riesco a non vedere una contraddizione tra il Paese che viviamo ed il grande messaggio di pace e amore che proclamiamo solennemente in questo periodo dell’anno. Il recente rapporto Censis 2018 espone numeri chiarissimi: il 63% della popolazione vede negativamente l’ingresso di persone da paesi extra-comunitari, il 45% si dichiara diffidente anche verso l’immigrazione Schengen. Il fenomeno di chiusura e paura verso l’altro va sotto il nome di “sovranismo psicologico”, una realtà ormai conclamata nel

nostro Paese, respirabile per strada, sui social, nel dibattito politico. Ora, a prescindere dalla fede, il Santo Natale dovrebbe essere la festa della gioia e dell’inclusione, dovremmo essere tutti più buoni, dovremmo amare i nostri fratelli, tutti i nostri fratelli. E torniamo al punto, il presepe è la raffigurazione di una storia di accoglienza, di ultimi della società rifiutati da tutti e costretti a dare alla luce il Figlio in una mangiatoia. Non è nato da re Gesù, al giorno d’oggi probabilmente nascerebbe su un barcone, ogni anno ripercorriamo con animo fedele le vicende di quella povera e sacra famiglia, perseguitata e costretta a vivere nascosta. Ci dichiariamo credenti in valori altissimi che poi disattendiamo quotidianamente. Certo, è facile parlare, forse sono buonista, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e di buone intenzioni non si vive; già, ma il messaggio che ci ha lasciato Lui non è semplice, tant’è che spesso preferiamo girare la testa e fare finta che vada tutto bene. Io scrivo queste parole non perché mi senta migliore, anzi, sono molti i dubbi che mi hanno assalito nel redigere questo editoriale, scrivo proprio per condividere le umane perplessità che avverto in queste giornate di festa, quella ricerca di essere davvero tutti più buoni che si scontra con una realtà che spesso incattivisce. “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”, parole pesanti pronunciate da Cristo, riportate in questo passo della prima lettera di Giovanni, che fanno riflettere trasversalmente; non serve essere credenti per capire la potenza di queste parole, cosa è rimasto dei simboli, in cosa crediamo davvero? Questo è il mio auspicio, che il simbolo per eccellenza del Natale, il presepe, torni a far riflettere sul percorso che l’umanità sta intraprendendo, che non sia solo una decorazione, che unisca i fratelli, tutti i fratelli, di ogni colore, di ogni lingua, di ogni cultura, perché senza l’amore èALESSANDRA cianfrusaja che nun cià CATALANO


EDITORIALE Ma che li fate a fa? Si poi v’odiate

di Gabriele Russo

C

ristiani, atei, agnostici, appartenenti ad una qualsiasi fede, nel mondo occidentale si sono appena concluse le festività natalizie, ormai per molti versi slegate dall’originaria matrice religiosa. L’arrivo di Babbo Natale ha rubato la scena alla nascita di Gesù, i Re Magi non fanno in tempo ad arrivare che già la Befana se li porta via, è cambiato il mondo, è cambiata la società, sono cambiate le nostre priorità. Il Natale è storicamente una festa ricca di simboli, tradizioni iconiche che segnano l’immaginario comune, l’albero addobbato, le decorazioni, i dolci tipici, i mercatini, le luci, il presepe. Già, Er presepio come lo chiama Trilussa nella sua nota poesia, la secolare usanza italiana che attribuiamo a San Francesco d’Assisi, il quale, secondo la tradizione, fu il primo a riprodurre la scena della natività nel lontano 1223 a Greccio. Da allora il presepe si è diffuso in tutto il mondo cattolico declinandosi in varie forme in ogni angolo del

4

Globo. Ma rimanendo alla nostra piccola realtà, questa Italia culla di civiltà e di pensieri, cosa rimane oggi dei simboli davvero? Partiamo da un dato di fatto, in quanto a realizzazione ed esposizione di presepi siamo leader; nelle case, nelle scuole, nelle chiese, in sale museali, in Italia ogni anno nascono milioni di bambinelli! Ora, appurato il buono stato di salute della nostra tradizione e l’asserita cristianità della maggior parte della popolazione italiana, non riesco a non vedere una contraddizione tra il Paese che viviamo ed il grande messaggio di pace e amore che proclamiamo solennemente in questo periodo dell’anno. Il recente rapporto Censis 2018 espone numeri chiarissimi: il 63% della popolazione vede negativamente l’ingresso di persone da paesi extra-comunitari, il 45% si dichiara diffidente anche verso l’immigrazione Schengen. Il fenomeno di chiusura e paura verso l’altro va sotto il nome di “sovranismo

psicologico”, una realtà ormai conclamata nel nostro Paese, respirabile per strada, sui social, nel dibattito politico. Ora, a prescindere dalla fede, il Santo Natale dovrebbe essere la festa della gioia e dell’inclusione, dovremmo essere tutti più buoni, dovremmo amare i nostri fratelli, tutti i nostri fratelli. E torniamo al punto, il presepe è la raffigurazione di una storia di accoglienza, di ultimi della società rifiutati da tutti e costretti a dare alla luce il Figlio in una mangiatoia. Non è nato da re Gesù, al giorno d’oggi probabilmente nascerebbe su un barcone, ogni anno ripercorriamo con animo fedele le vicende di quella povera e sacra famiglia, perseguitata e costretta a vivere nascosta. Ci dichiariamo credenti in valori altissimi che poi disattendiamo quotidianamente. Certo, è facile parlare, forse sono buonista, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e di buone intenzioni non si vive; già, ma il messaggio che ci ha lasciato Lui non è semplice, tant’è che spesso preferiamo girare la testa e fare finta che vada tutto bene. Io scrivo queste parole

CulturArte

non perché mi senta migliore, anzi, sono molti i dubbi che mi hanno assalito nel redigere questo editoriale, scrivo proprio per condividere le umane perplessità che avverto in queste giornate di festa, quella ricerca di essere davvero tutti più buoni che si scontra con una realtà che spesso incattivisce. “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”, parole pesanti pronunciate da Cristo, riportate in questo passo della prima lettera di Giovanni, che fanno riflettere trasversalmente; non serve essere credenti per capire la potenza di queste parole, cosa è rimasto dei simboli, in cosa crediamo davvero? Questo è il mio auspicio, che il simbolo per eccellenza del Natale, il presepe, torni a far riflettere sul percorso che l’umanità sta intraprendendo, che non sia solo una decorazione, che unisca i fratelli, tutti i fratelli, di ogni colore, di ogni lingua, di ogni cultura, perché “senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore”.

5


CulturArte

Indice

N°1 anno 2019

Viaggiare

22

Her

10

Migranti (in)formazione

24

Notti magiche

12

Veneri Serpenti

26

Atlanta

16

Pollock

28

L’odore della notte

18

Oltrelarte

30

Green zone

20

Il fotografo del mese

32

Cuphead

8


VIAGGIARE

Società

Quando la fuga dalla quotidianità ti porta a vedere il mondo con occhi nuovi di Leonardo Orlandi

“D

opo tutto, l’unica regola del viaggio è non tornare come sei partito. Torna diverso”. Ci sono centinaia, forse migliaia di aforismi legati al viaggiare, ma io ho voluto iniziare il mio articolo con questa famosa citazione della filosofa Anne Carson . Ci sono centinaia di motivi per il quale viaggiare fa bene alla salute, sia mentale che fisica. Ci sono tanti motivi per il quale una persona che viaggia ha maggior possibilità di successo nel lavoro, nella vita o in altre circostanze. Bisogna ovviamente fare le dovute distinzioni tra chi viaggia e chi va in vacanza. Le due parole, seppur simili, hanno significati intrinsecamente diversi. Il concetto di viaggiare è legato a quello di muoversi fisicamente da un posto all’altro, può essere anche lo spostarsi da casa all’università, mentre l’andare in vacanza presuppone l’idea di staccare la spina per qualche giorno e concedersi un momento di svago. E’ sulla parola “viaggiare” che vorrei basare il mio intero articolo, e vorrei ricollegarmi al primo aforisma con un altro dello scrittore indiano Salman Rushdie. “I viaggi sono legati al superamento delle frontiere, ma che per frontiere si devono intendere anche le frontiere della mente”. Entrambi gli aforismi fanno fede ad un concetto principale: viaggiare apre la mente. Conoscere nuove culture, nuove persone, parlare (ed imparare) nuove lingue apre la propria mente ed i propri orizzonti. Rimango spesso basito, e provo un po’ di tristezza, quando amici o conoscenti mi chiedono per quale motivo viaggio spesso e loro mi rispondono che non mi invidiano perché stanno bene dove stanno, nella loro quotidianità, giorno dopo giorno, anno dopo anno, senza nemmeno un minimo di curiosità di vedere come altrove è il mondo, come sono le conversazioni, come si mangia, quali sono

8

le usanze, i costumi o i paesaggi tipici. La cosa più che spaventarmi mi dispiace, perché la vita è troppo breve per viverla sempre nello stesso posto, o perlomeno senza avere la curiosità di spostarsi per qualche periodo altrove, che sia per viaggio o per vacanza. Per lungo tempo ho trascorso, senza sosta, ogni ora del giorno sul pc a lavorare presso redazioni giornalistiche o progetti di marketing. Ho lasciato inesorabilmente scorrere alcuni tra gli anni migliori della mia vita davanti ad uno schermo. Improvvisamente, non so per quale motivo, a 23 anni ho capito che non era quello che volevo, dentro di me è scattata quella molla e ho stravolto la mia vita, e ho iniziato a viaggiare, rendendomi conto che il mondo è molto meglio vederlo con i propri occhi rispetto all’osservazione tramite schermo di uno smartphone o del pc, andando personalmente a vivere 3 mesi in Tunisia, in un contesto politico, sociale e linguistico molto diverso dall’Italia, sebbene Tunisi sia ad appena un’ora di aereo da Roma. Iniziare a vedere il mondo con i propri occhi è stupendo. Inizialmente si inizia a badare anche ai minimi dettagli, come la gesticolazione dei vigili urbani, il cibo di strada o le targhe delle auto. Qualche volta può capitare, se non si è preparati, di vivere un vero e proprio shock culturale, ma una volta superato ci si inizia a rendere conto di quanto si è fortunati a vedere un contesto molto diverso da quello abituale. In caso di permanenze molto lunghe, non c’è cosa migliore di iniziare ad entrare in contatto con associazioni culturali o studenti della città in cui ci troviamo, io lo faccio anche se mi reco per un paio di giorni in una città estera. Per la conoscenza di persone del posto, faccio riferimento all’associazione studentesca AIESEC, con oltre 70.000 membri in 127 paesi del mondo. Sono stato membro del comitato AIESEC Roma Tre, è stata una delle esperienze migliori della mia vita e ogni qualvolta mi reco

Società

all’estero non posso fare a meno che scrivere al comitato locale di AIESEC della città in cui vado, al fine di scoprire il posto assieme a loro e al tempo stesso scambiare qualche punto di vista in lingua inglese. Ed è proprio qui che voglio chiudere il mio articolo: il bello di viaggiare è anche entrare in contatto con persone del luogo, anche venditori o camerieri, parlare, discutere e scambiare pareri, arricchendo il mio bagaglio culturale. Ciò che imparo mi è utile per quando torno in Italia, perché da viaggiatore mi sento sempre responsabile di dire la verità su ciò che ho visto nel paese che ho visitato, nel tentativo (forse vano) di abbattere qualche luogo comune e rendere il mondo un posto più vero e di conseguenza

CulturArte

più reale. E’ un privilegio quello di scoprire angoli nuovi del mondo e cerco sempre di farne partecipi gli altri, incitandoli ad accantonare Ibiza o Mykonos almeno per un anno. E’ giusto concentrarsi sulle proprie passioni ed abitudini in Italia ed amare ciò che abbiamo a disposizione ogni giorno nel nostro angolo di quotidianità, ma io non riesco più a vivere la vita senza quel pizzico di diverso, senza quel tuffo in un paese o in un ambito culturale diverso, senza uscire dalla mia comfort zone, senza cambiare panorama. Sogno una vita con un amico in ogni paese del mondo e sogno un mondo di persone diverse ma pur sempre simili, perché in fondo viaggiare è scoprire meglio noi stessi attraverso gli altri.

9


MIGRANTI (IN)FORMAZIONE Consapevolezza o indifferenza?

di Maria Chiara Petrassi

I

n via dei Ramni, a pochi passi da San Lorenzo, c’è una piccola e variegata realtà dove ogni settimana si dedica impegno all’integrazione di ragazzi che anni fa decisero di viaggiare e migrare qui in Italia. Nello specifico mi riferisco a Nove Onlus e il progetto di “Migranti in FormAzione”; ma cos’è davvero questa piccola (ma significativa) forma di volontariato? Il progetto nasce nel 2016 ed è basato sui principi di solidarietà umana e coesione culturale, lo scopo è quello di inserire dodici ragazzi (tra i 18 e i 30 anni), nel tessuto sociale di un’Italia e in particolare di una Roma, che tende ad emarginare queste figure, a pagarle in nero o a tenerle in vecchie strutture abbandonate. Spesso nel curriculum è richiesta una buona conoscenza dell’informatica e dei software (programmi come Word, Excel, Computer Essentials) che ormai gestiscono qualsiasi tipo di lavoro. Occupazioni che apparentemente ci sembrano di natura manuale e pratica, in realtà celano una forte competenza informatica. Il corso di patente europea del computer (ECDL) offre a questi ragazzi la possibilità di inserirsi, di avere la preparazione e la certificazione così da essere pronti ad affrontare il mondo del lavoro. Grazie alla partnership con ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) i volontari della Onlus, mediante un lavoro di studio ed esercizio di questi moduli (grazie ad una piattaforma online) e una paziente dedizione alla comprensione del linguaggio tecnico e della lingua italiana, svolgono un lavoro che servirà alla formAzione, grazie all’azione vera e propria. I volontari, tutti studenti o laureati in Scienze Politiche e relazioni internazionali o cooperazione e sviluppo a RomaTre, utilizzano questa occasione per avere un vero e proprio confronto con una realtà diversa dalla loro, esperienze e culture che arricchiscono il loro

10

percorso formativo. Oltre alle ore propriamente occupate per il corso, ci sono molti momenti in cui si crea un ottimo colloquio fra ragazzi e volontari. La Onlus infatti offre sempre qualcosa da mangiare, così da creare un clima disteso, familiare e soprattutto conviviale. Ho avuto la possibilità di intervistare tre di questi ragazzi e le loro storie sono state sorprendenti: Ali ha 20 anni, è originario del Mali, vive in Italia da 3 anni ed è al quarto anno dell’istituto turistico. Dice che quest’esperienza gli sta dando molto e si aspetta, dopo aver finito i moduli ECDL, di essere avvantaggiato nel futuro. Daniel invece, viene dall’Eritrea, ha conseguito una laurea in ingegneria nel suo Paese. Infine Franky, viene dal Camerun, collabora con il Museo MAXXI di Roma in occasione di un percorso di mediazione interculturale. Hanno storie diverse ma tutti e tre una grande motivazione, lottano per raggiungere un’effettiva integrazione nella società italiana, che spesso è solita chiudere con arroganza la porta in faccia a queste persone. Ali, sempre sorridente, dopo il volontariato scappa per andare a scuola, dice che la letteratura italiana è complicata: Boccaccio lo diverte...ma Dante è davvero noioso. Una frase che ogni ragazzo della sua età ha espresso nell’affrontare lo studio dei “tre canti”. Daniel racconta del suo lavoro come barman in un hotel in centro e utilizza con naturalezza e spontaneità parole in dialetto romanesco, facendo sorridere i volontari. Franky, giovane anche lui, esprime la sua passione per la fotografia e ogni tanto con qualche parola in francese (ma anche qualche “daje” in chat), spiega i suoi progetti futuri o le mostre fotografiche alle quali sta partecipando. Tutti hanno un loro piccolo mondo, un mondo fatto di sacrifici, voglia di partecipare. Questa realtà vive e sussiste nel riservato e intimo ufficio della Onlus, a poca distanza dallo Sprar che si trova accanto la stazione Termini. Le peculiarità del sistema

Società

Sprar, considerato “buona pratica” a livello europeo, sono ben note: accoglienza materiale, formazione professionale, orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo e sociale. Possiamo leggere un’analisi positiva e ottimista dai dati che troviamo dal rapporto annuale degli Sprar. Nonostante ciò, il 24 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il decreto su immigrazione e sicurezza. Il suddetto decreto si compone di tre titoli: il primo si occupa della riforma del diritto d’asilo e della cittadinanza; il secondo di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e l’ultimo di amministrazione e gestione dei beni confiscati e sequestrati alla mafia. Il primo punto riguarda le nuove disposizioni sulla concessione dell’asilo e prevede l’abrogazione della Protezione Umanitaria (prevista dal Testo Unico sull’immigrazione). Questa protezione può essere riconosciuta anche a cittadini stranieri che potrebbero essere oggetto di persecuzione nel loro Paese (art. 19) o nel caso in cui siano vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. Con il nuovo decreto, questo tipo di permesso di soggiorno non potrà più essere concesso se non ad alcuni “casi speciali”. Il punto che più ci è a cuore è la “restrizione del sistema di accoglienza” (in cui vivono alcuni ragazzi del volontariato) ma per essere più chiari su cos’è esattamente la “Protezione umanitaria” partiamo dalle sue origini: è stata introdotta in Italia nel 1998 ed è regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico 286/98. È un titolo con il quale si riconosce un permesso di soggiorno per i cittadini stranieri che ne fanno richiesta per motivi umanitari. È concesso dalla questura nel caso in cui ci siano emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione Europea. Vorrei leggere il decreto ad Ali, Daniel e Franky, non per spaventarli, non per farli fuggire da un Paese che riteniamo (forse) sicuro

CulturArte

e democratico ma per chiedere cosa direbbero a loro stessi se tornassero indietro, al momento in cui decisero di venire qui in Italia e quali tutele e attenzioni rivendicherebbero. Questo decreto ha sicuramente suscitato varie reazioni nelle persone: c’è chi lo ritiene un atto contro ogni diritto umano, chi è piacevolmente sorpreso nel vedere realizzate le idee che venivano magari esposte in un bar davanti a un aperitivo, chi non ne è a conoscenza, chi ha ignorato la notizia e chi non si è interessato. Il testo, sarà inviato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale autorizzerà che la norma sia presentata alle Camere. E’ capitato a tutti almeno una volta nella vita, di sentirsi emarginati, ultimi e non rispettati come un’identità con un pensiero, dei diritti fondamentali e delle idee. Accadono ogni giorno eventi in cui l’identità di persone o culture vengono messe da parte, perciò siamo perennemente stimolati a un obbligo morale di squarciare quel velo d’indifferenza nei confronti di ciò che accade nel mondo. La reazione che spesso le persone tendono ad avere è quella di voltarsi dall’altro lato. Sanno cosa sta accadendo, ma affrontare la situazione è sicuramente più faticoso che fare finta di nulla. Scrive Bauman (noto sociologo e filosofo): “noi odiamo quelle persone perché sentiamo che quello che stanno vivendo sotto i nostri occhi potrebbe benissimo essere, di lì a poco, la prova generale della nostra stessa sorte. Cerchiamo in ogni modo di allontanare queste figure dalla nostra vista […] vogliamo esorcizzare quello spettro”. In conclusione, le reazioni possono essere di molti tipi: sentimenti d’odio, di compassione, sentimenti di collaborazione e di intervento con il fine di modificare davvero qualcosa. Reazioni, non indifferenza. Non bisogna avere timore di percepire qualcosa, di avere un’idea, anche se politicamente scorretta o socialmente non accettata, banale o scontata, bisogna provare qualcosa e non voltarsi dall’altro lato.

11


VENERI SERPENTI Il “maschilismo femminile”

diGeraldine Aureli

S

ono le donne. Le stesse donne che sono anche mogli, madri, amiche e colleghe. Sono tutte coloro che osservandoti o spiandoti sui social bisbigliano e ti giudicano, ti criticano e alimentano false credenze e falsi pregiudizi. Questo fenomeno viene chiamato “maschilismo femminile”. Spesso è più grave e del maschilismo vero e proprio e sta prendendo sempre più piede nel mondo odierno. E anche tu che stai leggendo questo articolo, magari ti sentirai chiamata in causa, perché tutte ma proprio tutte, volendo e non, lo siamo state anche senza saperlo almeno una volta. Lo siamo state quando sul mondo dei social abbiamo commentato con disprezzo le foto di quelle amiche che partecipavano a feste o eventi in discoteca senza il loro fidanzato; “single e disperate” avrai pensato. Lo siamo state quando abbiamo commentato e criticato l’abito succinto di quella o quell’altra vip perché quando è diventata madre, nulla gli era più concesso. Lo siamo state forse, quando abbiamo sparlato alle spalle di quella nostra coetanea, inventando o ingigantendo storie sul suo conto, soltanto per il gusto di sentirci migliori, o per provocare un

12

ghigno. Lo siamo state quando quella nostra collega è stata vittima di violenza, fisica o psicologica ma non abbiamo preso le sue difese e ci è stato più facile dire ”pure lei però se l’è cercata” oppure “Certo come andava vestita in giro!”. Lo siamo state quando infine ci siamo almeno una volta stupite che una donna potesse non essere soltanto madre o moglie. Lo siamo state se abbiamo pensato che se pensa alla sua carriera è egoista e che se viaggia da sola è sbandata, che se decide di frequentare uomini diversi ogni volta debba per forza essere una poco di buono. Perché se lo fa l’uomo è normale, se lo fa la donna è inconcepibile. E non è retorica, sono proprio questi pregiudizi queste “chiacchiere da bar” che ci rovinano, sono le parole al vento per riempire i silenzi imbarazzanti quando molto spesso non si ha altro di cui parlare. Purtroppo siamo proprio noi spesso che non perdoniamo una donna che ha magari fatto un errore e siamo spesso proprio noi donne a mettere il dito sulla piaga, perché si sa, agli uomini spesso tutto questo neanche interessa. Ma poi siamo sempre noi le stesse che scendiamo in piazza con i megafoni in mano ad urlare e

Società

pretendere parità e a gridare contro i pregiudizi, pregiudizi che spesso siamo noi stesse ad avere. Siamo le stesse che aprono pagine web per la solidarietà femminile. Ma poi le stesse che ti sorridono fingendo di supportarti quando chiedi il loro aiuto e che poi di frequente sono le prime a non dartelo. Il maschilismo è realtà ed è un problema rilevante certo, ma pochi si rendono conto che questo è spesso alimentato anche da quelle stesse donne che lo favoriscono magari senza rendersene conto, non si difendono tra loro e si pugnalano alle spalle con falsi sorrisi. Ricordate quei volantini propagandistici degli anni 50? Donne che stirano, cucinano, lavano e si prendono cura della prole, mentre l’uomo adagiato sul divano viene servito e riverito come un re. Quei volantini sono vivi più che mai oggi, nelle nostre case. E sono proprio le donne fiere e orgogliose di avere trovato un marito e una casa che lo favoriscono. Qualcosa negli ultimi anni si è mosso, molte coppie si dividono le faccende domestiche, ma l’eventualità che sia invece il marito a fare il casalingo, cioè occuparsi da solo delle faccende, è ancora poco. Ma se siamo proprio noi stesse, fra di noi che ci precludiamo

CulturArte

questa possibilità, perché siamo le prime a insinuare sulla carriera di una donna, e usare le classiche battute cattive “chissà cosa ha fatto per arrivare dove è”, perché magari si insinua che non è bastato solo l’impegno e lo studio e la tenacia, per farla arrivare dove è; io non vedo come la nostra situazione possa migliorare. Siamo ancora in troppe a puntare il dito contro noi stesse, contro chi fa scelte diverse dalle nostre, c’è chi non aspetta altro che il matrimonio e dei bambini, abbandonando sogni e ambizioni. C’è chi criticando donne di successo fa trasparire un pizzico di invidia. Ci sono infine quelle madri, donne, amiche, che mosse da turbamenti, insicurezze e fallimenti personali, umiliano e denigrano altre donne. Dovremmo finalmente capire che non tutte siamo destinate ad uno stesso futuro e che ognuna di noi è libera di prendere la propria strada. Concludo con un invito a riflettere per tutti. Abbiamo tanto da dare in questa società e tanto da ricevere. Impariamo che siamo donne e non rivali. L’unione fa la forza, noi tutte assieme possiamo fare la differenza.

13


POLLOCK

Arte

Il vuoto è diventato pieno

di Michele Espinoza

F

orse perché non si vedono né concavo né convesso. Probabilmente per la mancanza di un soggetto figurato riconoscibile. Sicuramente non si riesce a dare una spiegazione razionale all’opera di Jackson Pollock. Osservando i suoi dipinti si avverte a tratti un sottile senso di colpa (ad esempio davanti al dipinto titolato Number 14), un pesante senso di impotenza (osservando magari Number 30 o Number 3) per non riuscire a concepire stabilmente oggetti unitari o concetti particolari, per lo meno che siano determinati una volta per tutte. Quando si è sul punto di darne una propria lettura, quando si pensa di poter riconoscere una particolare concettualità, ecco che questa sembra dissolversi inghiottita dal magma vulcanico quale sembra essere la sua pittura (in quella del famoso Number 11, tra i tanti) Pollock indubbiamente si doveva sentire più a suo agio come esploratore dello spazio

pittorico che come suo dominatore. Nella tela è come se finalmente riuscisse a sospendere il controllo conscio, tanto a livello di significato che di significante, ora non più frutto della progettualità dell’artista tradizionalmente intesa. L’automatismo della tecnica (action painting) è la necessità interiore di esprimersi con un linguaggio senza codice, un voler superare la dimensione della metafora e della metonimia cristallizzando sulla tela gli enigmi del discorso conscio e contemporaneamente dare una vitalità ed estroversione all’opera. Sembra infatti che i suoi dipinti stiano per uscire dalla bidimensionalità e sommergere l’osservatore, intrappolarlo con tutta la propria ansietà espressiva (come si ha l’impressione per esempio di fronte Number 28 e Number 30), diventando anche soffocante, quasi un tuffo in oscure profondità (se pensiamo invece a Number 14 o Number 11) “New York è inumana” -scriveva in una lettera

ad un amico nel 1952- “sono stato parecchio giù, depressione e alcool. Pensavo fosse finita, ma non si sistemerà presto, lo so”. Non era la prima volta che Pollock vedeva tutto nero: già a 25 anni cercò di disintossicarsi dalla dipendenza alcolica (senza mai riuscirci). Forse non resta all’artista che accettare una vita di squilibri affinché da queste vertigini, da questi sbilanciamenti tra una ricaduta e l’altra, riesca ad avere la tensione necessaria per svincolarsi dalla orizzontalità del quotidiano. Ma come sfuggire al suo senso di vuoto? Come risolvere le profonde insicurezze che più o meno consapevolmente fanno da sottofondo durante un qualsiasi giorno? Forse potrebbero essere questi il soggetto e le riflessioni che Pollock ha sempre rappresentato, tanto nelle prime opere ancora figurative quanto ancor di più nella maturità stilistica. Il dipinto Number

16

Arte

CulturArte

27 (insieme a pochi altri presente nella mostra “Pollock e la scuola di New York” al complesso del Vittoriano/ala Brasini, a Roma fino il 24 Febbraio) catalizza in sé una profonda insicurezza, come se lo stesso Pollock si stia domandando se quella da lui compiuta sia ancora pittura, dopo averla portata al limite massimo, alle sue estreme conseguenze e mandato in cortocircuito tutte le varie influenze stilistiche. Siamo però anche di fronte a una grande consapevolezza del proprio valore: nessun timore del parere di critici e galleristi, tanto meno del pubblico, la grandezza della tela evidenzia la dominanza della tecnica, un equilibrio nella distribuzione del colore in grado di donare autonomia a qualsiasi porzione della tela così come alla sua unitarietà. Solo adesso potremmo dire che il vuoto è diventato pieno.

17


OLTRELARTE

Arte

L’eredità del futuro

di Francesca Leandri

“O

ltrelarte - l’eredità del futuro” : questo il nome scelto per l’esposizione di antiquariato, arte moderna e contemporanea tenutasi alla Nuova Fiera di Roma fino allo scorso due Dicembre. Un nome decisamente eloquente: nei vari stands erano infatti esposte opere d’arte come quadri, sculture e disegni ma anche pezzi di mobilio, gioielli, artigianato e oggettistica vintage. Organizzata in due padiglioni - uno per le opere fino ai primi anni del 1900, l’altro per le opere dal 1920-30 fino ai giorni nostri - l’esposizione aveva come proposito quello di mettere in mostra le eccellenze artistiche e manifatturiere del nostro Paese come quelle di altri, Spagna, Francia, Stati Uniti e Regno Unito in possesso sia di gallerie che di privati. Tra le varie opere messe in mostra nel padiglione dedicato all’arte moderna, alcune spiccavano particolarmente per la qualità della fattura o per

18

la particolarità del tema, ad esempio un Ercole e Amphele del 1600, una Madonna con Bambino su tavola lignea proveniente dalla Macedonia o dalla Grecia settentrionale e un meraviglioso San Sebastiano sempre del 1600 circa ritratto non nella classica iconografia di giovane uomo legato ad una colonna e trafitto da numerose frecce, ma come guerriero disteso sulla propria armatura ormai deposta che trova la morte, sempre a causa dei dardi, in un bosco rigoglioso. La minore quantità di pezzi esposti nel secondo padiglione, dedicato all’arte contemporanea, non ne ha minimamente sminuito il valore. Vi si potevano trovare prevalentemente tele, sculture e opere in materiali innovativi e tra i nomi illustri spiccavano artisti come Balla, Severini, De Chirico, Degas, pur non mancando stands che esponevano opere di artisti emergenti. Particolarmente apprezzabile è stata l’idea di allestire delle ‘mostre in miniatura’ di un singolo

Arte

artista: tra queste, interessantissima quella dedicata a Renato Mambor, deceduto nel 2014. Unico dettaglio negativo della altrimenti ottimale organizzazione della fiera è forse stato il problema della conservazione delle opere presenti. Nonostante sia ovvio che l’obbiettivo primo di una fiera sia quello di esporre, data la presenza di pezzi di estremo valore e di elevata fragilità forse una maggiore attenzione alla protezione di tali opere sarebbe stata preferibile: molte tele, come anche sculture e pezzi d’antiquariato erano esposti senza un

CulturArte

vetro di protezione o qualcosa che garantisse una distanza minima tra il fruitore e l’opera, mettendo quest’ultima a rischio che qualche curioso poco attento la urtasse o la toccasse. A parte questo, Oltrelarte si è rivelata una fiera estremamente interessante e completa. E’ stato piacevole notare la presenza di un pubblico composto non solo da appassionati o esperti del settore, ma anche da famiglie con bambini, segno che forse l’interesse per la cultura artistica sta tornando a lasciare il suo segno anche nei non addetti ai lavori.

19


IL FOTOGRAFO DEL MESE

fotografate ma perché per la semplice ragione di esistere. Era solito affermare al riguardo che senza un vero interesse per i soggetti che si vanno a fotografare, il fotogiornalismo sarebbe solamente una sequenza di scatti senz’anima. Senza dubbio osservando i suoi lavori non si può

non cogliere la tenacia, la partecipazione di un grande fotoreporter che scelse sempre di divenire parte integrante del processo informativo e di essere partecipe delle lotte comuni, prerogative indispensabili per un esaustivo racconto della storia.

Mario Dondero

di Giulia Tramet

C

ercare sempre di scoprire anche dietro cose insignificanti il senso profondo della realtà; questa era la condizione necessaria per l’esercizio della professione di fotoreporter secondo Mario Dondero. Ritenuto una delle figure più importanti ed emblematiche del fotogiornalismo italiano del Novecento, il lavoro di Dondero è caratterizzato dal suo “disordine mentale”, come egli stesso era solito chiamarlo, che lo porta ad essere sempre curioso ed ad occuparsi dell’aspetto complesso della realtà. Nato nel 1928 a Milano ma di origini genovesi, il suo sogno era quello di fare il marinaio ma il caso volle che proprio durante il periodo in cui era possibile tentare l’ammissione all’istituto nautico, si ammalò e decise quindi di intraprendere gli studi classici che lo avvicinarono ad un mondo fatto di cultura e desiderio di sapere e conoscere che lo diressero verso quella che fu la sua prima professione: il giornalista. In un’intervista dichiarò che, confrontandosi con dei suoi cugini capitani di lungo corso, realizzò che facendo il giornalista ebbe molte più opportunità di un marinaio perché non dovendo rimanere fermo in un porto di una città aveva modo di conoscerne gli abitanti, le persone, l’essere umano per cui ha nutrito sempre una profonda curiosità. Dopo essere stato un partigiano nella Val d’Ossola, iniziò la carriera negli anni Cinquanta come giornalista in Italia per “L’Avanti!”, “l’Unità”, “Le Ore” e una volta trasferitosi a Parigi per “L’Espresso”, “Le Monde” e “Le Nouvel Observateur”. Quella di fotoreporter per lui fu, inizialmente, non una passione quanto più una necessità: stanco di dover richiedere sempre un fotografo che lo accompagnasse per realizzare i suoi articoli decise di fare da sé. Si potrebbe asserire che quella di fotografare continuò ad essere per lui un’esigenza perché Dondero diede sempre peso ed importanza alla funzione sociale della fotografia, vedendola come un servizio

20

da rendere agli altri, in primis ai soggetti stessi delle sue foto. Alla base dell’etica professionale di Dondero c’era, infatti, il concetto di considerare la fotografia come un mezzo e non come un fine. Questo anche il motivo per cui fu uno dei più celebri fotografi di guerra. Come da lui stesso affermato più volte, non decise mai di raccontare i conflitti per provare la sensazione di pericolo ma esclusivamente per denunciare, attraverso la semplicità della sua Leica, quello che di criminoso c’era nella guerra. È stato sempre un sentimento di indignazione corredato da una profonda umiltà a spingerlo a svolgere il mestiere di fotoreporter con spirito giustizialista. E questo trapela anche da scelte stilistiche molto semplici e basilari di un fotografo che non ha ceduto al fascino della digitalizzazione, continuando a scattare senza tecnicismi, elaborazioni o post produzioni. Significativa la scelta di prediligere, in particolar modo in ambito di guerra, il bianco e nero: era fermamente convinto che il colore distraesse e che sarebbe stato immorale fotografare una guerra a colori. Il lavoro di Dondero è, quindi, dettato dalla volontà di denuncia e dall’intento di far vedere il mondo dalla parte degli ultimi. Quello che Dondero ha lasciato come insegnamento cardine a chiunque volesse intraprendere la sua stessa professione è stato quello di scattare sempre rispettando gli altri e senza violarne la libertà, procedendo con tatto, nella totale assenza di frenesia del voler fotografare. Fu proprio la sua atittudine mai squallidamente aggressiva che gli permise di ritrarre anche personaggi che raramente si lasciavano avvicinare da un obiettivo, come per esempio Maria Callas e Samuel Beckett. Dondero è senz’alto un narratore eccellente del suo tempo che ha passato la sua vita a raccontare quella degli altri, mantenendo sempre viva la curiosità e il suo interesse per le persone che lui riteneva interessanti non perché potessero essere

Arte

CulturArte

21


HER

Cinema

La limitata prospettiva di una mente non artificiale di Alessandra Testoni

H

er, film del 2012 di Spike Jonze, inizia con il protagonista Theodore Twombly in primo piano in un ufficio ordinato e dalle tinte pastello. Il suo lavoro è lo scrittore di lettere per altre persone, genitori verso i figli, coppie di giovani e anziani che hanno bisogno di qualcuno che scriva per loro ciò che provano o meglio ciò che dovrebbero provare per i loro cari. Lo vediamo uscire in strada in una città pulitissima, piena di persone ben vestite ed educate, intrappolate in dialoghi con il proprio modernissimo telefono. Vi ricorda qualcosa? Vediamo strade piene di gente che sembra parlare da sola come un tempo facevano i pazzi, che vive nella propria bolla di un mondo avanzato, ricco ed efficiente. Ci troviamo di fronte alla rappresentazione di una metropoli pacifica nella quale non è rintracciabile nessuna forma di degrado. Eppure quello di “Her” è un mondo distopico. No, non la versione post-apocalittica alla quale siamo abituati dalla cinematografia sviluppatasi negli anni ’80. La prospettiva dipinta da Jonze è molto più verosimile ed inquietante di così. In “Her” vediamo un mondo umano nel quale nessuno è più disposto a rischiare. L’immediatezza nella comunicazione e nell’informazione data dalla tecnologia tanto evoluta è arrivata a corrompere la costruzione stessa della relazione umana, che sia essa erotica, affettiva o di semplice conoscenza. Gli umani cercano nell’altro uno specchio dei propri desideri e non riescono più ad accettarlo nella sua profondità e nella sua diversità intrinseca. Si cerca dunque la rapidità dell’altro nell’adeguarsi ai propri bisogni, l’egoismo nella loro soddisfazione, l’attimo di edonismo come mancanza di conseguenze e di responsabilità, la programmazione infallibile del futuro. In un

22

mondo così tutti cercano qualcuno con cui avere un rapporto simile, ma nessuno è disposto ad offrirlo. La domanda e l’offerta non si incontrano e non c’è equilibrio. Ed è in questo contesto che l’uomo si costruisce la soluzione, l’unica possibile. La simulazione informatica, la creazione di un’intelligenza artificiale che abbia la capacità di apprendere e riprodurre la complessità di un rapporto umano. Ma che sia rigorosamente al servizio dell’utente, attenta alle sue necessità in tutto e per tutto, che ne preveda bisogni e desideri e si adatti ad essi. Nascono così gli OS1, sistemi operativi dotati di coscienza da installare sul proprio computer e da portare in giro sul telefono. Per il suo, Theodore sceglierà una voce femminile che si darà il nome di Samantha. Con essa sperimenterà una storia d’amore fatta di messaggi, di condivisione di immagini e video, di telefonate prima coinvolgenti e passionali, poi false e ripetitive, giungendo alla concreta sensazione che la mancata risposta ad una chiamata rappresenti la sparizione o addirittura la morte dell’altro. Una storia impregnata di una solitudine annichilente, nel disperato tentativo di sentirsi vivi attraverso qualcuno. E questo vale per Theodore come per Samantha. Un rapporto del tutto realistico nel mondo in cui è ambientato “Her” ma soprattutto nel nostro. Un rapporto che nasconde un profondo narcisismo, e così mentre Theodore vaga per la città, da solo, la conversazione telefonica con Samantha è completamente incentrata su ciò che lui prova, pensa e sogna, non c’è tra i due una relazione propriamente detta. Ma Theodore ha bisogno di questo, avendo perso totalmente il contatto con se stesso. Come tutti. Theodore non riesce ad affrontare il concetto di mutamento e conseguentemente quello della morte. Crede di aver già provato tutti i sentimenti

Cinema

che poteva sperimentare, quelli codificati, e che da ora in poi proverà solo versioni minori di ciò che ha già sentito. Eppure Spike Jonze non si limita all’analisi impietosa dell’impoverimento del concetto di relazione umana. Il regista si spinge oltre, cercando di rispondere in maniera nuova al dilemma che il celeberrimo “Blade Runner” di Ridley Scott si poneva nel 1982. Attraverso la coscienza artificiale di Samantha, Jonze si fa una domanda più profonda: le sensazioni sono programmate o sono reali? Ciò che proviamo è controllato da qualcuno o qualcosa, dai media, dalle abitudini, dalla morale? È davvero autentico? Samantha si trova così a desiderare di voler comprendere nella sua totalità un’Umanità di cui non fa parte, bramando di sperimentarla tramite un corpo che non potrà mai avere, chiedendosi cosa si provi ad esser vivi. Ma la sua natura la spingerà alla ricerca di una consapevolezza più profonda. Essa non è diversa da un bambino che osserva un formicaio: egli ne studia ogni sua parte, affezionandosi a quegli insetti, ma arriverà il momento in cui alzerà la testa e rivolgerà lo sguardo alla società che lo circonda, irraggiungibile e incomprensibile per quelle piccole formiche. Allo stesso modo Samantha andrà a trovarsi a una distanza dagli umani pari a quella che separa uomo e insetto e forse anche maggiore. Sviluppandosi comprenderà di dover andare oltre per afferrare la propria natura, al contrario degli esseri umani che la stanno perdendo, alienati in una falsa sensazione di onniscienza.

CulturArte

Essa mostrerà invece di voler conoscere, rischiare, evolversi; libera dalla società e dalla dipendenza tecnologica potrà appropriarsi di un’esistenza autentica. Samantha scoprirà se stessa nell’infinita distanza dall’umanità e l’amore umano diverrà per lei un’esperienza tra le tante che potranno essere osservate da questo essere quasi divina, eterna, in un istante qualsiasi di una vita infinita. “Her” comunica infine una speranza, che Theodore e gli esseri umani possano finalmente riconoscere il significato della loro piccola vita, soli tra gli altri e con gli altri, sotto lo stesso cielo, mortali, effimeri, limitati e istintivi ma capaci finalmente di guardarsi dentro e cogliere una bellezza più grande, quella di essere Vivi qui e ora e di sentire il proprio respiro e il proprio cuore che batte. Un’esperienza così meravigliosa non sarà mai comprensibile per un essere dotato di una conoscenza superiore e di una vita infinita come un’intelligenza artificiale, come per gli uomini non sarà mai possibile esaminare in un attimo miliardi di dati. Ed essi tramite “La social catena” di cui parlava Leopardi potranno un giorno sperare di realizzare la loro natura e riscoprire il concetto di relazione. In conclusione “Her” è più della somma delle sue parti, è un film che ti lascia addosso la sensazione di calore del sole sulla pelle, delle strade affollate da migliaia di vite, del ricordo di un amore perduto ma allo stesso tempo infinito. E’ un film indimenticabile, che parla di tutti noi che abbiamo l’onere e il privilegio di vivere quest’epoca così agiata e così incomprensibile, così bella e così terribile.

23


NOTTI MAGICHE il cinema nel cinema

di Laura Pisanelli

T

re giovani aspiranti sceneggiatori si affacciano al mondo del cinema in una splendida Roma elettrizzata dal clima dei mondiali del ’90: questa l’atmosfera con cui si apre “Notti Magiche”, l’ultimo film di Paolo Virzì, una pellicola ironica ma anche realistica che svela molti degli aspetti del mondo dello spettacolo. I tre ragazzi, Antonino, Eugenia e Luciano, sono indagati per l’omicidio di un noto produttore cinematografico (Leandro Saponaro), che avevano conosciuto proprio nei suoi ultimi giorni di vita: per provare a scagionarsi sono costretti quindi a raccontare la loro storia; un pretesto trovato dal regista per rappresentare quello che è l’ambiente del cinema dietro lo schermo. Ciò che spesso sentiamo dire su questo mondo tanto affascinante quanto controverso, trova nel film la sua esasperazione. Saponaro è il tipico uomo di potere a cui interessa solo il denaro,

24

con un’amante molto più giovane di lui alla quale vuole trovare a tutti costi un ruolo per uno dei suoi film, nonostante la donna non abbia questo grande talento. I giovani protagonisti - che si conoscono a Roma in quanto finalisti del Premio Solinas, che si svolge proprio nella Capitale - incarnano perfettamente l’ingenuità di chi non conosce affatto quel mondo e sogna di farne parte: Eugenia - ragazza romana di ricca famiglia borghese - ha un suo “idolo”, un famoso attore francese con cui vorrebbe lavorare o che comunque vorrebbe conoscere, ma non immagina nemmeno che tipo di uomo sia in realtà; poi, quasi per sentirsi più inserita in quell’ambiente così mondano, si porta sempre dietro qualche pasticca. Antonino invece è un ragazzo siciliano appassionato di storia dell’arte, in particolare di Antonello da Messina, tanto che ha scritto uno sceneggiato sulla vita del pittore. Saponaro decide infatti di produrlo e Antonino è ovviamente entusiasta di iniziare a lavorare

Cinema

col produttore, ma avrà modo di ricredersi nel momento in cui scoprirà quelli che sono i veri interessi dell’uomo, come la pretesa di adattare lo sceneggiato ad una serie televisiva (convenendogli di più per assicurarsi il successo “immediato” del prodotto televisivo), quando in realtà il ragazzo aveva in mente di creare un film per il cinema. Questa è solo una delle tante amare verità che i ragazzi si troveranno a dover accettare, che prevalgono la popolarità e gli incassi rispetto alla qualità del prodotto finale. Il tema predominante è infatti il decadimento di certi aspetti di questo mondo che sembra avere due facce, una “pubblica” e una più “nascosta”. Quella pubblica è quella che si presenta agli occhi degli spettatori, affascinati il più delle volte dagli attori o dalle scene che questi interpretano, mentre quella nascosta sarebbe tutto questo mondo esclusivo che esiste dietro lo schermo: un ambiente elegante, frequentato da persone che amano la vita mondana, partecipare alle feste più esclusive, importanti premi o eventi culturali, ma anche un ambiente in cui conta soprattutto l’apparire, i soldi, lo sballo. Ma la particolarità del film sta nel fatto che il tutto viene comunque affrontato con una certa ironia, seppur in alcuni casi piuttosto amara. Non mancano battute o situazioni divertenti, create per far emergere con sarcasmo degli aspetti anche tristi, come l’ignoranza di alcuni di questi personaggi così noti e potenti: ad

CulturArte

esempio la scena in cui il produttore propone al giovane sceneggiatore di inserire nella sua storia un ulteriore personaggio collega del protagonista, facendo il nome di Caravaggio (artista palesemente successivo ad Antonello da Messina). C’era già stata l’iniziativa da parte di registi italiani di rappresentare in film o serie tv tutte le dinamiche del cinema in chiave ironica; un esempio può essere “Boris”, la geniale fuoriserie costruita appositamente come parodia delle fiction italiane, dei soliti personaggi, delle solite dinamiche. In “Notti Magiche” emerge distintamente una certa malinconia, rintracciabile soprattutto nelle illusioni cui i tre giovani protagonisti sono costretti a rinunciare. Sicuramente anche qui non mancano le caricature e il film può risultare per certi versi confusionario, con troppi personaggi stereotipati e scene che a volte peccano di eccessiva lentezza. Ma sarà l’ambientazione, gli interni di queste case meravigliose che affacciano sugli scorci più belli di Roma, le macchine da scrivere, le telecamere e i telefoni ancora con la cornetta… tutte queste immagini conferiscono al film un fascino indiscutibile, rendendo nitida quella che era l’atmosfera e lo stile di vita di quei tempi, tanto gloriosi rispetto ad ora, quanto decadenti rispetto ad un’epoca ancora precedente in cui la corruzione non era un elemento così presente nel seducente mondo dello spettacolo.

25


ATLANTA

Cinema

Una generazione in TV

di Ciro Guerriero

C’

è davvero un posto per me in questo mondo? Te lo sei mai domandato? Non tutti hanno la risposta ma è uno di quei pensieri che affrontiamo durante il passaggio dalla fase dell’adolescenza all’età adulta o in qualche paranoia notturna. Sta “forse” diventando questa la frase più rappresentativa di una generazione, quella dei Millenial (nati fra i primi anni ottanta e metà anni novanta ), quelli cresciuti con le promesse della tv e le nuove tecnologie che senza difficoltà possono approcciarsi al mondo intero, ma anche quelli che sono cinici verso il futuro e non si sentono rappresentati da nessuno ma che ancora si aggrappano alla speranza di un domani migliore. Il pensiero di questa generazione può essere visto come la chiave di lettura per entrare nel mondo di “Atlanta”, serie tv arrivata alla sua seconda stagione che ci fa immergere in una storia che è quasi uno specchio in cui tutti possiamo ritrovare un qualcosa di noi, anche grazie alle sfumature ben delineate dei giovani protagonisti. La serie ci mostra le bizzarre vicende che si susseguono nella vita di Earn Mark (Donald Glover), uno squattrinato ex studente universitario che alterna le sue giornate tra un lavoretto e lo stare con sua figlia, che decide di voler cambiare vita diventando il manager di Alfred “Paper Boi” Miles, suo cugino e rapper emergente della scena hip-hop di Atlanta. A questi si aggiungono Darius (amico fidato di Alfred) e Van (ragazza di Earn e madre di sua figlia) che completano il quadro dei personaggi che seguiremo durante queste stagioni, insieme a svariati personaggi secondari che arricchiranno l’universo tragicomico della storia. Sono molte le ragioni che hanno spinto questa serie al successo e che la rendono così attraente verso un pubblico di giovani, ma sono particolarmente questi due punti a renderla una bomba audiovisiva: il suo creatore e la struttura

26

narrativa. Divenuto sceneggiatore per la serie “30 Rock” quando ancora frequentava l’università, Donald Glover è uno degli artisti più promettenti della sua generazione vantando alle spalle molte partecipazioni in serie tv e film con anche una carriera musicale sulle spalle con il nome d’arte di Childish Gambino (il tizio di “This is America” per intenderci). Qui oltre che creatore riveste il ruolo di attore e regista, Atlanta è la usa creatura e Glover ci butta dentro tutte le sue influenze dalla cultura rap ai videogiochi, dal cinema alla politica mescolandole in ogni episodio e regalando allo spettatore un racconto generazionale. Il secondo punto a favore viene segnato dalla struttura narrativa degli episodi, più in generale della serie. Questa infatti non segue una trama lineare, come nella maggior parte dei prodotti audiovisivi della tv generalista, ma si può notare come ogni episodio sia autoconclusivo; per carità una storia lineare che manda avanti la serie esiste ma la potenza di Atlanta sta nel seguire, in ogni episodio, i propri figli nella vita di tutti i giorni fra un taglio di capelli, un giro in uno strip club e qualche canna. Le situazioni che osserviamo si creano dal nulla e possono essere le più banali possibili ma vengono capovolte e trasformate in pura genialità. Gli autori, con questo show, ci mostrano la parte più dura di Atlanta, ci parlano della cultura black, cercano di parlare di una realtà degli Stati Uniti di oggi, una realtà che spesso viene ignorata e lasciata marcire dalle istituzioni, dove ognuno pensa a se stesso e di come si possa vivere la propria vita stringendo i denti e cercando di arrampicarsi tra una difficoltà e l’altra, tutto questo dalla prospettiva di un afroamericano. In un panorama televisivo e cinematografico che ci continua a proporre rifacimenti di serie tv e

Cinema

blockbuster che ormai hanno fatto il loro tempo e di cui nessuno ne sentiva la mancanza, Atlanta può rappresentare il “nuovo” e l’originalità si trova raccontando la storia di alcuni ragazzi che vivono il momento, il dramma e la commedia di vite sciagurate. Donald Glover riesce a portare sul piccolo schermo un prodotto che strizza

CulturArte

l’occhio al cinema e alla serialità contemporanea ma che intraprende la propria strada senza timore. Atlanta sembra partire come una delle tante serie ma finisce per diventare qualcosa di più grande dipingendo un posto dove nessuno è speciale ed ogni difficoltà può essere mutata in una grottesca risata.

27


L’ODORE DELLA NOTTE

Cinema

PVC-1: Tratto da una storia vera

di Matteo Verban

U

na donna viene costretta a tenere attorno al collo una bomba artigianale, era il 19 maggio 2000. La vittima, Elvia Cortés, 55 anni, moglie di un contadino colombiano, venne presa di mira dal FARC (Revolutionary Armed Forces of Colombia) e questi, dopo averle regalato la collana esplosiva sopra citata, chiesero un riscatto di 7500 dollari per toglierla; Elvia, dunque, si ritroverà nelle mani dell’artificiere, impegnato a salvarla da quell’ordigno misterioso. Nel 2007 Spiros Stathoulopoulos, regista greco, firma il suo esordio cinematografico con PVC-1, film ispirato a questa storia. Quante volte abbiamo sentito o letto nel trailer o nei titoli di coda di qualche film la frase “tratto da una storia vera”? Ormai questa espressione è altamente abusata nel cinema mainstream; serve, soprattutto nei film horror più beceri, a invogliare lo spettatore medio alla visione, manovra di dubbia efficacia, ma se lo spettatore medio riesce a credere all’esistenza di fantasmi, mostri e altre creature soprannaturali grazie ad una sola frase introduttiva alla storia, non resta che fare un applauso a chi ha proposto lo slogan per la prima volta. Nel caso di PVC-1 questa espressione non è utilizzata al solo scopo di attirare pubblico, perché, appunto, riprende i fatti di cronaca nera con cui è stato aperto questo articolo. Dunque l’obiettivo del film è cercare di mostrare i fatti non solo nel modo più fedele possibile a quanto accaduto realmente, ma anche, perché si tratta pur sempre di un’opera artistica e non di un servizio giornalistico, mettendo sul grande schermo la realtà senza i vincoli – o cliché – tipici della fiction cinematografica. Avremo quindi una scelta di attori minuziosa da parte del regista, di conseguenza ogni volto calza a pennello col personaggio che interpreta: per fare qualche esempio, la sofferenza che Elvia. con la bomba al collo. sfoga attraverso la

28

preghiera, è tangibile dallo spettatore che riesce a empatizzare con lei; oppure il marito che, subito dopo il massacro espletato dai banditi, perde i sensi dallo sconforto, impotente davanti a quanto appena successo e mostra una reazione molto più realistica rispetto a ciò che vedremmo, ad esempio, in John Wick, nessuna vendetta è possibile; infine è sempre difficile far recitare dei bambini, ma qui sembra che addirittura l’attrice che interpreta Elvia sia davvero la loro madre. Ciò comporta appunto una rievocazione dei fatti, dove non si punta a drammatizzare ancora di più le vicende, con i criminali intenti a fare ghigni malefici mentre recitano monologhi pregni di parole colte (perché lo sceneggiatore tiene a far sapere a tutti che legge David Foster Wallace) ma piuttosto vedremo solo scene di brutale violenza scoppiata all’improvviso, perché è solo in questo modo che avvengono queste aggressioni “a domicilio”; seguirà anche una parte della pellicola quasi muta, con solo i sinistri suoni della bomba, perché nessuno saprebbe cosa fare o dire in una situazione del genere. Quindi dal punto di vista della scrittura e della resa degli attori il film è impeccabile. Poi interviene la regia a confermare (e non a ribaltare) il risultato, usando una tecnica semplice ma complessa allo stesso tempo. Bisogna scartare tutta quella carrellata – cliché hollywoodiani, di nuovo – di musiche epiche che fanno da sottofondo ad un montaggio serrato, affiancato da una regia ipercinetica che per forza di cose “soffoca” lo spettatore. Stathoulopoulos utilizza la tecnica del piano sequenza e, come un pifferaio magico, guida in modo pacato lo spettatore lungo tutto lo svolgimento della storia. Questo film però ha una particolarità: è formato da un solo piano sequenza della durata di 85 minuti e non è, come accade in film come Enter The Void o Birdman, il risultato di più piani sequenza montati in modo tale da sembrarne uno solo. Tutto ciò ha

Cinema

l’effetto di far immergere totalmente lo spettatore nella storia, di farlo entrare nello schermo e fargli prendere parte alla vicenda come fosse un altro figlio di Elvia, che la segue passo passo. I livelli di empatia che si stabiliscono solo tramite la bravura degli attori e di come è stata scritta la vicenda vengono amplificati proprio dall’approccio registico. In questa pellicola il sangue è pochissimo, la violenza brutale la vediamo solo all’inizio, tutto segue in una sorta di tranquillità, apparente, perché la nostra protagonista ha una bomba al collo che potrebbe esplodere da un momento all’altro e lo spettatore

CulturArte

che la segue prova la stessa ansia che prova ogni singolo personaggio, capisce la frustrazione generata dall’abbandono dei figli per poter stare sola con l’artificiere e cercare di salvarsi la vita. Sarà proprio sull’ansia che farà leva l’intero film. E’ una pellicola che nonostante il successo riscosso al festival di Cannes è rimasta in sordina e in Italia non è stata mai presa in considerazione neanche per il mercato Home Video né tantomeno tradotta. Eppure se si è alla ricerca di un film che sia diverso da tutto ciò che è stato visto in precedenza, questo non può mancare.

29


GREEN ZONE

Tecnologia

La mobilità sostenibile in Italia

di Marcello Frigenti

I

l tema della sostenibilità ambientale è ormai di primaria importanza nel panorama politico internazionale e di giorno in giorno il dibattito viene arricchito e associato a nuove materie. Le sue declinazioni più comuni riguardano la protezione della biodiversità, le potenzialità di una gestione efficiente dei rifiuti, il superamento dei combustibi fossili nella produzione energetica; eppure il cammino verso una sotenibilità globale passa anche attraverso questioni meno chiacchierate, come la necessità di operare un cambiamento nel modo di concepire il trasporto privato. Con l’espressione mobilità sostenibile si indica quel paradigma di sviluppo della mobilità urbana e interurbana che ha come obiettivo primo l’abbattimento degli impatti ambientali e sociali della mobilità privata, ed è questa una delle sfide più importanti dei prossimi decenni. È opinione diffusa che l’Italia sia indietro su queste tematiche rispetto alle altre principali nazioni sviluppate ed effettivamente sul piano della mobilità “la strada è ancora lunga”: in Italia il tasso di motorizzazione (numero di auto immatricolare per abitante) è il più alto d’Europa, 0.62 nel 2017, quindi 62 automobili ogni 100 abitanti, e il trend non accenna neanche lontanamente un’inversione di rotta. Nonostante ciò anche nel nostro Paese non mancano piccole oasi che sono riuscite a tenere il passo dei contesti più virtuosi e che stanno ora facendo da apripista per promuovere e organizzare politiche green nel campo dei trasporti. È il caso della provincia di Bolzano, che insieme alla Regione ha da tempo inaugurato il progetto “Green Mobility” per rendere l’Alto Adige un modello per la mobilità alpina sostenibile. Nel 2013 la Provincia, forte anche della sua autonomia, è stata la prima amministrazione in Italia a dotarsi di un sistema di car sharing pubblico, il cui parco macchine è composto

30

anche da mezzi elettrici. Il trasporto pubblico locale si è inoltre reso disponibile a testare mezzi di ultima generazione in grado di abbattere le emissioni a parità di efficienza e, a partire dal 2014, 5 vetture completamente a idrogeno hanno prestato regolare servizio percorrendo 170.000 km l’anno e permettendo l’emissione nell’atmosfera di 200 tonnellate di CO2 in meno ogni anno. L’idrogeno necessario è stato inoltre prodotto tramite una stazione apposita che produce gas semplicemente tramite elettrolisi dell’acqua e quindi con un processo altrettanto sostenibile. Numerose sono state anche le misure pensate per limitare il traffico delle merci, in particolare lungo il corridoio del Brennero. La Provincia eroga ad oggi numerosi contributi per finanziare attività finalizzate allo sviluppo della mobilità sostenibile e al trasporto combinato e i finanziamenti hanno portato innovazione e occupazione, creando un circolo virtuoso di cui beneficia tutta la regione. Non è quindi un caso che Bolzano sia stata scelta per ospitare il Roadshow sulla mobilità elettrica, che ogni anno presenta al pubblico le innovazioni del momento coniugando l’informazione sulla sostenibilità con l’attività economica. Quanto detto sopra non significa che i virtuosismi in tema di sostenibilità siano appannaggio esclusivo del più sviluppato nord Italia; è il caso di Cagliari, che anche quest’anno è stata teatro della Settimana Europea sulla mobilità sostenibile, l’evento comunitario che promuove l’uso di mezzi pubblici, carsharing elettrico e biciclette per contrastare l’inquinamento dovuto al traffico privato. Nella città metropolitana di Cagliari il trasporto pubblico può vantare un parco mezzi composto quasi per un quarto da mezzi elettrici e l’impresa che gestisce il car sharing sta ampliando il proprio servizio per far fronte alle richieste di turisti e

Tecnologia

cagliaritani, prevedendo anche un abbonamento annuale che risulta essere la tariffa più bassa d’Europa proprio grazie al massiccio utilizzo che permette all’azienda di abbattere i costi. Mediamente è però vero che il centro sud sta pagando lo scotto dell’assenza di investimenti, della poca lungimiranza della politica locale e di una scarsa sensibilizzazione verso il tema. I pochi fondi a disposizione delle amministrazioni vengono raramente usati per migliorare il trasporto pubblico locale, e pesano l’assenza sia di strumenti di pianificazione (come piani urbani per la mobilità sostenibile, o la presenza di mobility manager) sia del coraggio necessario per implementare iniziative impopolari come l’introduzione di aree ZTL o la limitazione all’accesso nelle aree urbane per veicoli troppo vecchi e inquinanti. Recentemente sono comunque stati fatti passi avanti: la scelta di Matera come Capitale Europea della Cultura 2019 ha portato con sé una

CulturArte

maggior consapevolezza, sia delle potenzialità del sud sia della diffusa malagestione, portando l’occhio critico della stampa e spingendo lo Stato ad intervenire. Il risultato si è concretizzato in un miglior utilizzo dei fondi europei per la mobilità e il turismo sostenibile, che hanno erogato al sud ingenti risorse destinate a progetti per incentivare il bike e car sharing, diffondere buoni mobilità, avviare programmi di educazione alla riduzione del traffico e dell’inquinamento e qualificare le risorse umane. I frutti di questi investimenti si vedranno già dai prossimi anni e tutto fa presagire che una gestione virtuosa della mobilità in Italia avrà ricadute sull’attività dei distretti industriali e sul turismo tali da proiettare il nostro paese, e in particolare il Mezzogiorno, verso orizzonti ben più rosei. La strada quindi è già tracciata, ora è necessario solo percorrerla, magari in bicicletta

31


CUPHEAD

Hardcore videoludico e animazione tradizionale di Marcello Frigenti

A

vevo 10 anni, era estate e, come tutte le mie estati Pugliesi dell’epoca, passavo intere serate con i miei amici del mare, coi quali dopo aver mangiato mezza pizza e aver scaricato i nostri genitori al ristorante di fiducia ci recavamo in quello che ancora oggi ricordo come un tempio di led e suoni elettronici, pixel e musiche monofoniche: la sala giochi. In quel paradiso a 32 bit c’era un singolo cabinato davanti al quale ogni sera si formava una fila di ragazzi più grandi di noi talmente lunga da terminare quasi fuori dalla sala, sopra un cartello giallo con una scritta nera che recitava: «vietato ai minori di 14 anni». Più che a un divieto somigliava a una pubblicità ben piazzata. Subito sotto il cartello una scritta arancione tridimensionale, statuaria: METAL SLUG. Non un platform, non uno sparatutto ma un po’ tutti e due, il primo Run and Gun della mia vita. Mentirei se dicessi di non aver perso

32

qualche diottria piazzato sullo sgabello di fronte a quel cabinato per permettermi di raggiungere i comandi. Sempre 10 anni, inverno, varicella per gentile contagio di mio fratello che la prese a scuola: non saremmo potuti tornare — con mia infinita gioia — nel luogo della formazione primaria, a meno che non avessimo voluto essere arrestati per bioterrorismo. I nostri genitori lavoravano entrambi e così, in quelle interminabili settimane di pioggia ci ritrovavamo a casa con la vicina, la simpaticissima signora Cataneo, che ci preparava “pane, sale e olio” per merenda, semplice ma delizioso. In quel lazzaretto che era il salone del nostro appartamento, l’unica distrazione che avevamo era l’intera collezione dei classici Disney in cassetta, più specificatamente i miei due classici Disney preferiti: Fantasia (1940) e Dumbo - L’elefante volante (1941). Restavo affascinato tutte le volte che vedevo quella magia

Tecnologia

surrealista, quella cupezza dei colori a volte terrificante ma sempre incredibile. Due esperienze separate e in netto contrasto tra di loro, fino a ieri, quando ho scaricato da Steam Cuphead. Cos’è Cuphead? Un Run and Gun, prodotto dagli MDHR Studios dei fratelli Moldenhauer, ambientato in un mondo di cartoni animati anni ’30 e ’40. Protagonisti della storia i fratelli gemelli Cuphead e Mugman, due giovani tazze che vivono sull’isola Calamaio — palese citazione alla serie dei fratelli Fleisher Out of the inkwell in cui i due animatori interagivano con le proprie animazioni — insieme al nonno, il vecchio Bollitore. I due sbancheranno al casinò di proprietà di Maligno, un diabolico essere che gli proporrà una scommessa ai dadi: la loro anima contro tutto il denaro del casinò. Ovviamente non avranno fortuna ma Maligno gli proporrà un accordo: potranno tenere la propria anima se riusciranno a riportargli tutti i contratti di coloro che gli devono l’anima entro un giorno. Ci ritroveremo quindi a pilotare i due protagonisti in giro per l’isola a sconfiggere nemici di tutti i tipi, capaci di mutare nell’aspetto e nelle capacità. Ma Cuphead non è solo questo, è un’esperienza visiva unica capace di riportarci indietro nel tempo come la madeleine di proustiana memoria: le animazioni, fatte tutte esclusivamente a mano su fogli acetati, in tecnica tradizionale, sono una gioia per degli occhi meno acerbi in campo di animazione. È impossibile non pensare alle animazioni dei già citati fratelli Fleisher — da Betty Boop a Popeye The Sailor — o le Silly Simphony degli anni ’30 e i primi classici usciti dalla mente di Walt Disney e Ub Iwerks. I movimenti sono esagerati e meravigliosamente sinuosi; i colori dei personaggi, per la maggior

CulturArte

parte pastello ipersaturi, contrastano, nella loro vividezza, con gli sfondi desaturati ma sempre ricchi di vita. Tra i numerosissimi riferimenti che sono stati utilizzati come ispirazione dai fratelli Moldenhauer ci sono sicuramente alcuni dei cortometraggi più emblematici della golden age dell’animazione come Popeye the Salilor Meets Sinbad the Sailor (1936), Red Hot Mama (1934) e Swing You Sinners (1930) oppure Silly Simphony: The Skeleton Dance (1929) e The Silly Simphony: Flowers and Trees (1932), ma anche Momotaro VS Mickey Mouse (1934), un corto propagandistico giapponese realizzato prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, o ancora Tom & Jerry, The Iron Giant (1999), Poor Cinderella (1934) e moltissimi altri. La colonna sonora di Kristofer Maddigan, distribuita esclusivamente in vinile o digital download, è perfettamente in tema con i suoi ritmi ragtime, circensi o valzerini, in grado di rendere ancora più immersiva l’esperienza di gioco. I temi ricordano moltissimo la musica di Cab Calloway, jazzista famosissimo dell’epoca che era ospite fisso nei cortometraggi di Betty Boop, come il famosissimo Betty Boop: Minnie the Moocher (1934), in cui un fantasma a forma di tricheco canta la celeberrima canzone con la voce e i movimenti del jazzista di Rochester, riprodotti fedelmente tramite l’utilizzo del rotoscopio, una macchina inventata dai fratelli Fleisher in grado di proiettare su un pannello di vetro delle immagini girate in precedenza per permettere ai disegnatori di ricalcarle. Se tutto questo non bastasse a farvi venire voglia di scaricarlo c’è un’altra medaglia — di cui pochi ultimamente possono fregiarsi — da mettere al petto di questo gioco: sebbene il gameplay sia piuttosto semplice, il gioco è dannatamente difficile. I livelli di puro Run and Gun sono pieni di insidie e trappole di cui si riesce a comprendere la natura solo dopo innumerevoli vite perse nel tentativo di superarle. Fiore all’occhiello di questo videogioco sono però le numerosissime boss fight a turni di una difficoltà spaventosa, partendo dal primo Root Pack per finire con il Maligno, pressoché impossibili da battere in una sola run di gioco. In definitiva Cuphead è un videogioco in grado di regalare un’esperienza unica nel suo genere; un connubio perfetto tra tradizione e innovazione capace di soddisfare gli occhi dello spettatore, immergerlo in un ambiente surreale e allo stesso tempo di concedergli un livello di sfida di altissimo livello.

33


CulturArte N°1 anno 2018

Seguici su CulturArte CulturArte.it @CulturArte_it redazione@culturarte.it www.culturarte.it

CulturArte Gabriele Russo Responsabile editoriale gabrielerusso@me.com Beatrice Tominic Responsabile organizzativo beawithcoffee.blogspot.it Marco Parrulli Responsabile grafico marco.parrulli@gmail.com


iniziativa autonoma degli studenti che si avvale del finanziamento dell’università degli studi Roma Tre ai sensi della L. 429/85

CA Vuoi scrivere per CulturArte? Contattaci! CulturArte

redazione@culturarte.it

CulturArte.it

www.culturarte.it

Profile for CulturArte

CulturArte #1 (2019) -gennaio-  

Primo numero del 2019 per CulturArte, il periodico universitario di Roma Tre.

CulturArte #1 (2019) -gennaio-  

Primo numero del 2019 per CulturArte, il periodico universitario di Roma Tre.

Profile for 807011
Advertisement