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Numero 1 Anno 2018

CulturArte Il periodico universitario di Roma Tre


EDITORIALE Una nuova avventura

Gioventù, ampia, lussurreggiante, amorosa –

di Marco Parrulli

marco.parrulli@gmail.com

gioventù piena di grazia di fascino e di vigore, Lo sai che la Vecchiaia può succedere a te con grazia uguale, fascino e uguale vigore? Splendido giorno fiorito – giorno di sole immenso, di attività, ambizioni, di risa,

La notte t’incalza coi suoi milioni di soli, col sonno e con la tenebra che ristora

Walt Whitman

B

entornato carissimo lettore. Come puoi vedere ci siamo vestiti di un nuovo formato, diventando più grandi per rendere il nostro contenitore ancora più capiente. Proprio per questo stai tenendo in mano quello che sarà un numero sul progresso, sulla tecnologia e non solo. Abbiamo deciso di inserire come prima pagina di ogni uscita una citazione che racchiudesse un po’ lo spirito con il quale ci siamo ritrovati ad affrontare il tema del numero e per questa volta il compito tocca ad Erri De Luca, giornalista, scrittore e poeta italiano. Come mai questa scelta? Come potrai leggere sfogliando le pagine di questo volume abbiamo cercato di indagare, con sguardo critico, i difetti e i pregi che l’avanzamento tecnologico ci mette davanti. Tra attualità, arte, musica, cultura, fotografia e molto altro cercheremo, con molta modestia, di analizzare i “prodigi della tecnica” che circondano il mondo, ormai vicino alla fine del processo di globalizzazione che ha permeato gli anni passati. Prodigi che viviamo nel presente e perchè no, che vivremo nei prossimi anni. Bene lettore, adesso che hai una panoramica di ciò che ti aspetta se continuerai a sfogliare queste pagine, permettimi di trattenerti ancora un po’ dal farlo.

il mondo, qualcuno ha trovato lavoro, altri più semplicemente hanno deciso di proseguire gli studi in altri luoghi o di non proseguirli affatto. L’unica certezza, caro lettore, è che questo progetto in cui molti di noi riversano passione e fatica non è arrivato al termine, ma solo all’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia. Nuove penne, nuovi fotografi, nuovi ospiti sono destinati a riempire queste pagine. Chissà, magari uno dei protagonisti di questa nuova avventura potresti essere tu.

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Volevo spendere due righe per parlarti della bellissima squadra che, con solerzia, ogni mese, raduna le proprie intelligenze per riempire questi fogli vuoti con parole e immagini. Nel corso di quest’anno anche la nostra redazione sta subendo una rivoluzione. Molti delle nostre penne sono vicine alla laurea o hanno trovato altre strade, alcuni di noi sono in paesi sparsi per

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redazione@culturarte.it


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Indice

N°1 anno 2018

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Autunni Caldi

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Il ventenne dimezzato

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Studenti di tutto il mondo unitevi

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Il fotografo del mese

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Vorrei che il velluto tornasse di moda

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Mostre per mostrarsi

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La primavera araba

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Libri nascosti

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Road to Tunis

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Cinema undergroung

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Nuit Debout

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Il rap e i giovani

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Una sommessa utopia per l’avvenire

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Reissue


AUTUNNI CALDI

Richieste, proteste e conquiste dei movimenti studenteschi dagli anni ’60 ad oggi di Lucilla Troiano

Chi di voi non ha partecipato almeno una volta nell’arco della sua vita, soprattutto liceale, ad una manifestazione studentesca? Per alcuni era un momento di fondamentale discussione e contestazione sulle tematiche scolastiche attuate in quel preciso periodo, per altri un semplice modo di non andare a scuola quel giorno o, per altri ancora, un pretesto per creare scompiglio e mettere in atto la propria voglia di generare caos; in qualsiasi gruppo vi collochiate, però, è evidente che quel semplice giorno, mese, periodo vi è rimasto impresso, contribuendo a creare dei vividi ricordi. Ora, ci siamo mai chiesti come i vari slogan, movimenti e battaglie si siano evoluti in tutto questo tempo e durante tutti questi “autunni caldi”? Di qualche mese fa sono gli ultimi eventi che hanno visto protagonisti gli studenti nelle piazze: il 13 ottobre e il 17 novembre 2017, ma il malessere che viene sottolineato dai ragazzi ha radici ben più lontane. «Forse lo schermo era veramente uno schermo, schermava noi, dal mondo. Ma ci fu una sera nella primavera del ‘68 in cui il mondo finalmente sfondò lo schermo»: questa citazione del film di Bernardo Bertolucci The Dreamers – I sognatori può essere un buon punto di partenza per ben delineare il famoso Maggio francese durante la primavera del 1968, da molti considerato l’apice della contestazione sessantottina in Europa. L’ondata che travolse la Francia in quel periodo non fu autunnale bensì primaverile, ma non ebbe ripercussioni solo nell’ambito studentesco (ed è proprio questo a sottolineare l’importanza di questo momento storico) ma coinvolse tutti gli ambiti della società francese degli anni ’60 del Novecento, tanto da far convenire gli storici su una suddivisione degli eventi in tre fasi: un “periodo studentesco” (3-13 maggio), un “periodo sociale” (1326 maggio) e un “periodo politico” (27-30 maggio). Da Nanterre alla Sorbonne di Parigi, la protesta dilagò in tutta la Francia: la miccia che innescò l’incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell’Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame più stretto fra università e mondo lavorativo. All’inizio del 1968 il progetto, definito “tecnocratico”, creò diffusi malumori soprattutto nelle facoltà umanistiche, che si sentivano marginalizzate; il 22 marzo si registrò il primo atto di protesta, in cui circa 200 studenti occuparono la Facoltà di lettere dell’Università

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di Nanterre, sobborgo di Parigi. Ma Fouchet era solo una miccia casuale: già dal 1967 tutti gli ambienti giovanili d’Europa erano in fermento. Ma quali erano i motivi che spingevano gli studenti a protestare? Sovraffollamento delle università, incertezza degli sbocchi professionali, crisi dei valori tradizionali, scarso ricambio nelle classi dirigenti: in Germania l’epicentro del movimento fu Berlino Ovest, patria di Rudi Dutschke, capo carismatico degli studenti di sinistra. Quanto all’Italia, tutto era iniziò a Trento, dove gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia con mesi di anticipo rispetto ai loro colleghi di Nanterre. Articolati in gruppi diversi, i vari movimenti dell’Europa Occidentale erano accomunati da alcune parole d’ordine: antiautoritarismo, anticonsumismo, rifiuto della “società borghese”. Da una certa fase in poi li accomunò anche una diffusa violenza, sia inferta che subita: l’Italia ebbe il suo “battesimo del fuoco” il 1° marzo, con la “battaglia di Valle Giulia”, nata dal tentativo di un corteo di entrare a forza nella Facoltà di architettura presidiata dalla polizia, mentre in Francia tutto precipitò quando le istituzioni decisero di usare il pugno di ferro contro gli studenti che si barricarono in altre università, dapprima quelle parigine e poi quelle dell’intera nazione. Da quel momento la protesta cambiò volto; ormai il “Maggio” non era più una semplice protesta studentesca, ma si era saldata con vertenze contrattuali di varia categoria, creando un connubio con il mondo operaio che di lì a poco sarebbe riuscito a paralizzare il paese con numerosi scioperi. Per la Francia gollista tutto ciò era inaccettabile e anzi, aveva quasi un sapore di eversione, percepita come tale non solo per i caratteri violenti che ebbe in alcune fasi, ma soprattutto per la denigrazione delle istituzioni e dei modelli di comportamenti tradizionali da parte dei rebelles della Sorbonne. Successivamente un ulteriore segmento della popolazione francese scese in piazza preoccupato di un probabile razionamento della benzina che sarebbe stato causato dai numerosi scioperi, e chiedendo a voce alta che venisse ristabilito, quanto prima possibile, l’ordine pubblico; il generale Charles De Gaulle sbalordì tutti, sciogliendo le camere e andando ad elezioni anticipate, senza ascoltare gli appelli dell’opposizione che chiedevano un governo di unità nazionale. Si concluse così quelli che molti definiscono una rivoluzione mancata, ma che comunque ha segnato

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(nel bene e nel male) un’intera generazione. Nei decenni successivi, sopratutto a causa del terrorismo di matrice politica, i movimenti e le proteste studentesche cominciarono a spegnersi un po’ in tutta Europa: nell’Italia degli ultimi tempi, complici le riforme volute da vari ministri nel corso dell’ultimo decennio del ‘900 e dei primi anni 2000, le proteste sono ritornate in auge portando istanze diverse (ma non distanti) rispetto alle corrispettive degli anni ’60. La scena politica italiana però è completamente diversa, come diverso è il mondo nei quali i ragazzi si trovano a “combattere” per ottenere voce in capitolo su ciò che li riguarda: i tagli alla spesa pubblica, in primis al sistema scolastico e universitario; una carenza di credibilità nella democrazia rappresentativa e nei partiti, che sembrano non prendersi più carico delle istanze della propria base elettorale; riforme scolastiche volte a una scuola pubblica maggiormente privatizzata; l’alternanza scuola-lavoro; l’accesso alle facoltà a numero chiuso e la conseguente difesa al diritto all’istruzione sono temi ricorrenti in questi ultimi anni di proteste studentesche, che nelle ultime settimane si sono legate anche ad una battaglia di carattere civile come quella dello Jus Soli. Nell’autunno caldo (anche e soprattutto climaticamente parlando) del 2017 sembra che vi sia una nuova forza vitale all’interno di questa generazione di studenti consapevoli, pronti a lottare per diritti tutt’altro che garantiti. Nell’ultima manifestazione, organizzata dall’UDU il 17 novembre scorso, si chiedevano garanzie di natura economica e prospettive lavorative che non sempre

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“ Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica

„ devono essere cercate all’estero - altra parola chiave di chi in questi anni cerca di specializzarsi compiendo studi universitari e che vede fuori dal nostro paese l’unica possibilità per realizzarsi ed essere realmente considerati come professionisti. Nel mondo globalizzato di oggi gli studenti hanno ancora motivo di alzare la voce per far sentire le proprie istanze? Serve a loro, alle future generazioni, affinché credere in un mondo dove studiare ed essere retribuiti per quello in cui ci si è specializzati non debba essere visto come semplice utopia, ma come una realtà quotidiana.

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STUDENTI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI:

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N°1 anno 2018

La borghesia nella storia e gli “studenti proletari” di Lorenzo Sgro

“ Tout pour le peuple, rien par le peuple

Così si esprimeva Voltaire a proposito di un tema scottante ai suoi tempi come ai nostri, il popolo; la visione del filosofo francese su un ipotetico cambiamento sociale, auspicato dall’intero movimento dell’Illuminismo, esclude la gente comune, vista semplicemente come “plebaglia”, e pretende di porre il fardello (quindi la libertà) di tale cambiamento su qualcun altro. Chi è questo qualcun altro? Gli intellettuali. Infatti chi frequentava i caffè? Chi dirigeva i giornali? Chi ideò il Dispotismo Illuminato? Allo stesso modo, sembrerebbe che “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità” tanto esaltata da Kant non fosse, in realtà, per ogni uomo, ma soltanto per chi si arrogava il diritto di metterla in pratica. Ma da dove proveniva questa arroganza? Perché gli intellettuali si sentivano come gli uomini d’oro della Repubblica di Platone? La risposta sta nel fatto che questi individui provenivano tutti dallo stesso ceto sociale, la borghesia. Ai tempi di Voltaire, infatti, i borghesi cominciavano a pesare sempre di più nel bilancio sociale delle nazioni europee; non solo erano un ceto di crescente potenza economica, ma stavano anche iniziando a costruirsi un’identità sociale, in modo da contraddistinguersi, e in ciò erano aiutati dal fatto che l’aristocrazia era, ormai, odiata per il governo scellerato di Luigi XIV e che i contadini erano esausti, esauriti dal lungo e faticoso regno del Re Sole. I borghesi trovarono il perno della loro identità nella Ragione, intesa come capacità di sfruttare le risorse del mondo grazie al loro intelletto (metaforicamente, allo stesso modo di Robinson Crusoe nel romanzo eponimo di Defoe). Questo, unito all’Etica del Lavoro e all’Onestà, li aiutò a distinguersi dal parassitismo aristocratico e all’ottundimento contadino. In realtà, tuttavia, questa Ragione di cui tanto si vantavano i borghesi non era altro che capacità negli affari, che gli permetteva di accumulare capitale e che ha cominciato a fargli pensare che tutto potesse essere posseduto con il solo pagamento di una somma di denaro; di conseguenza, l’Etica del Lavoro era mera cupidigia e l’Onestà soltanto ipocrisia. Appare

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chiaro, a questo punto, che l’“uscita […] dallo stato di minorità”, i borghesi se la sono comprata, acquistando la cultura presso le istituzioni educative. Proprio come Voltaire. Nella borghesia di oggi, invece, il mito della Ragione è ovviamente sfumato: nello scenario da Morte di Dio in cui viviamo il ragionamento, la capacità di esercitare la propria razionalità, non trova più spazio, perciò i borghesi sono stati presi in possesso da forze irrazionali. La conseguenza più tragica di ciò è stata lo svilupparsi della cosiddetta Politica di Pancia, ovvero quel tipo di politica non più basata sull’ideologia come guida dell’azione e sulla democrazia come collaborazione tra cittadini, bensì sulla demagogia e, nei casi più estremi, sulla violenza. Lo spazio in cui queste forze irrazionali trovano sfogo sono le manifestazioni, ma la manifestazione non è uno strumento di protesta borghese, in quanto la caratteristica principale dei borghesi, come afferma Marx nel Manifesto, è l’“Indolenza”. E, allora, chi è che dà loro “la sveglia”? chi ammaestra le loro pance e le sfrutta per rendersi potente? Nell’Italia di oggi, il Moimento 5 Stelle. Basti pensare agli strilli di Grillo, che attirano folle oceaniche di borghesi, in quanto hanno un effetto deviatamente catartico, perché

necessità di sfogo libidinoso, esistono anche quelle pienamente giustificate dalla richiesta di diritti. Fino all’epoca pre-Statuto alla seconda categoria appartenevano le manifestazioni operaie, manifestazioni proletarie in piena regola, perché messe in atto da persone il cui unico bene erano i figli (questa è, infatti, la definizione etimologica), le quali avevano e dovevano avere la speranza in un futuro migliore. In tempi recenti la manifestazione contro la Buona Scuola, tenutasi a Roma il 17 novembre, rappresenta un esempio perfetto di questo tipo di proteste; centinaia di studenti, l grido di “lotta per la scuola, riprendiamoci i nostri diritti”, hanno marciato in mutande (come in una sorta di rivisitazione amaramente sarcastica del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo) da

Piramide al Miur. Ciò che apparenta questi studenti e, in generale, tutti gli studenti di oggi ai proletari di ieri è la loro nuova posizione nella catena sociale. Se una volta gli studenti provenivano da famiglie borghesi e, quindi, avevano gli studi pagati dai genitori, adesso la maggior parte di loro sono anche lavoratori. Il fatto di dover pagare da sé i propri studi, ovvero di doversi dare al “lavoro salariato” (sempre Marx dal Manifesto), li rende più esposti alle contraddizioni del Capitalismo e allo sfruttamento dell’operaio che esso comporta. E ciò, in conclusione, fa nascere negli studenti il desiderio di lottare e di credere nel futuro inteso come Progresso Sociale (in questo caso, come rinnovo delle istituzioni educative per una migliore e più equa elargizione della cultura).

non purificano ma fomentano. Il carisma perverso dei volti celebri del M5S avrebbe anche una connotazione erotica, poiché sembrerebbe fare breccia nella frustrazione sessuale borghese (andate a sentire cosa dicono le donne a Di Battista…). Ma non tutte le manifestazioni sono dettate dalla

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VORREI CHE IL VELLUTO TORNASSE DI MODA

LA PRIMAVERA ARABA

di Caterina Calicchio

Manifestazioni, cortei e scioperi sono stati indetti dagli studenti di tutta Italia, stanchi di essere presi come lo “zimbello d’Europa” o di sentirsi porre la fatidica domanda: «Ma quando ti laurei?» senza poter raccontare di come le condizioni in cui si studia, o si cerca di studiare, non siano le migliori per finire in tempo qualcosa di così importante il più presto possibile e al meglio, per evitare di essere tagliati fuori da quel mondo del lavoro per cui si sta studiando. Vittime sacrificabili di un sistema che non funziona, sempre gli ultimi nella lista delle priorità di quei ministri che rappresentano l’Italia e che dovrebbero tutelarci. Era giunto il momento di passare all’azione: il 17 novembre ricorre infatti la Giornata dello Studente, proclamata nel 1989 a seguito dell’eccidio di professori e studenti cecoslovacchi da parte delle autorità naziste e dopo la “Rivolta del Politecnico” di Atene. In questa giornata, nata appunto per poter mettere in rilievo la figura dello studente, spesso considerata alla stregua di un automa privo di opinioni, plagiato a immagine e somiglianza degli insegnanti, è stato proclamato nel 2017 uno sciopero che coinvolgeva gli studenti di tutte le età, dalla scuola superiore agli universitari, ultimo di una lunga serie di scioperi cominciati ad ottobre con l’apertura delle scuole. “Sembra il ’68 ma non è!”, verrebbe da pensare guardando la portata delle adesioni e i tumulti delle ultime settimane, ma è solo una facciata destinata a cadere. Un’altra rivoluzione che mi viene in mente, invece, è la Rivoluzione di Velluto: insorta a Praga da un corteo

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pacifico di studenti, la Rivoluzione di Velluto, anche detta “Gentile”, fece crollare “gentilmente” l’opprimente governo del paese in poco più di un mese. Considerando i tempi e le tendenze del momento, io mi considero una sognatrice convinta e penso a quanto sarebbe bello se da un movimento giovanile si scombussolasse questo sistema fermo da 10 anni. Un’utopia, forse, considerando che tra un progetto di alternanza scuola-lavoro praticamente inutile e un sistema di tasse universitarie aumentato del 60% in 10 anni, di pretesti se ne potrebbero trovare moltissimi, per una rivoluzione, ma nulla si sta muovendo in tale senso. Il 23 ottobre gli studenti Medi sono scesi in piazza per l’alternanza scuola-lavoro, o per meglio dire la non-alternanza scuola-lavoro. Sì, perché l’alternanza c’è stata (e pure troppa), ma di lavoro inerente all’indirizzo invece non ve n’è stato nemmeno per sbaglio: un percorso di perdita - economica, temporale e materiale - invece che di acquisizione di competenze utili al loro futuro. La ricompensa? Un’ottima preparazione nel tagliare i segnaposti, nel finire una serie TV sul PC in una redazione radio, nel servire le colazioni o un misero panino nel fast-food più famoso del mondo. In ambito universitario, invece, la situazione è più tragica del previsto, un allarme rosso a tutti gli effetti: l’Italia è infatti la terza in Europa per tasse universitarie più alte e dedica il 7,1% di PIL all’istruzione. inoltre, la ricerca è sotto-finanziata.

Attualità

di Andrea Menichelli

Il 17 dicembre 2010 un’ondata rivoluzionaria diffusasi in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrain, Yemen e Siria fece scendere in piazza milioni di persone chiedendo dignità: era l’inizio della Primavera Araba, un movimento che avrebbe trasformato le dinamiche sociopolitiche di tutto il territorio arabo. Cinque anni dopo i regimi fondamentalisti riottennero il controllo con la violenza: l’Egitto si trovò sotto una dittatura peggiore di quella precedente alle rivolte mentre in Siria, Libia e Yemen scoppiarono violente guerre civili. Oggi, a sette anni da quella rivoluzione che rese possibile una “politica della speranza”, le vittime sono centinaia di migliaia, i profughi milioni. Allo scoppio, i media occidentali considerarono la Primavera Araba come il frutto culturale e politico della nuova generazione connessa alla globalizzazione e videro nella caduta di Ben Ali e di Mubarak l’inizio di un periodo di transizione che - similmente a ciò che accadde in Est Europa nel triennio 1989-91 - avrebbe di certo avuto bisogno di molto tempo per stabilizzarsi, ma che alla fine avrebbe inaugurato una nuova era democratica. La visione occidentale non era completamente sbagliata: libertà e democrazia erano infatti caratteristiche salienti della rivolta, ma motivazioni più profonde dovevano essere cercate in ragioni sociali ed economiche piuttosto che politiche. Non può di certo considerarsi un caso che la rivolta sia partita da quei paesi che durante gli anni precedenti avevano vissuto un accumulo eccezionale di lotte sociali e di classe - Tunisia ed Egitto - e che gli slogan della rivolta non fossero meramente politici, ma riguardassero soprattutto temi sociali. Da questo punto di vista si possono considerare le rivolte in questi due paesi come un caso di rivoluzione sociale di stampo marxista dovuto al blocco dello sviluppo durante i tre decenni precedenti, con dei minimi di crescita che a loro volta registravano dei massimi di disoccupazione; ma mentre nei contesti tunisini ed egiziani vennero svolte insurrezioni relativamente pacifiche nei confronti delle classi politiche, in Paesi quali Libia, Yemen e Siria le circostanze oggigiorno rimangono disastrose. Per capire effettivamente la situazione si possono osservare i tassi di crescita economica nella regione a confronto con altre parti di Africa ed Asia. Non si può non notare quanto questi tassi siano molto bassi. Ciò significa che le economie sono state incapaci di creare posti di lavoro

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che rispondessero alla crescita demografica, producendo di conseguenza ineguaglianze locali e regionali. La coesistenza di benessere largamente ostentato e povertà estrema ha creato un’enorme frustrazione sociale, un problema peggiorato considerevolmente dal boom del petrolio del 1970. La questione reale nel 2011 non fu tanto, dunque, perché la rivolta sia scoppiata, ma perché sia servito così tanto tempo per avere un’esplosione di questo potenziale. La ragione del blocco economico può essere trovata nello sviluppo del neoliberismo all’interno del contesto Arabo: come la maggior parte dei Paesi nel mondo, negli anni ‘70 questi stati iniziarono ad abbracciare il neoliberismo e la sua tendenza a ridurre il ruolo dello stato dell’economia. Il declino dell’investimento pubblico fu compensato dal settore privato il quale, pur ricevendo molti incentivi, non fu comunque in grado di sopperire alle varie necessità. Questo modello di crescita a base privata, con le dovute condizioni, funzionò in alcuni stati come il Cile, la Turchia o l’India, anche se con un alto contributo sociale, ma nelle regioni Arabe, invece, questo modello non poté funzionare per via delle caratteristiche dei vari stati. La maggior parte degli stati Arabi, infatti, combina due caratteristiche: la rendita che frutta loro dalle risorse naturali o da funzioni strategiche, che costituiscono una parte dominante del PIL statale, posizionando tutti gli stati in una scala che va dal “patrimoniale” al “neopatrimoniale”; gli stati sono posseduti dal gruppo economico dominante, situazione che porta alla determinazione politica dell’orientamento delle attività economiche. Se si aggiunge lo stato generale politico di alta instabilità e di conflitti, si capisce come non ci sia stato alcun modo per far sì che il settore privato potesse agire da motore del miracolo economico come auspicato. Rimuovere Ben Ali o Mubarak, a ogni modo, non portò a termine le agitazioni: il 14 agosto 2013, sei settimane dopo il golpe militare contro il governo della Fratellanza Musulmana, furono uccise più di 800 persone vicino alla moschea di Rabaa al-Adawiya al Cairo. Fu la prima ecatombe negli ultimi anni e pose fine a ciò che era rimasto della Primavera Araba. Non ci sarà stabilità nella regione, a meno di cambiamenti radicali.

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ROAD TO TUNIS:

N°1 anno 2018

Un sogno divenuto realtà

di Leonardo Orlandi

Ci sono opportunità che capitano praticamente una volta nella vita e probabilmente questa è una di esse: ho avuto la fortuna, infatti, di vincere il bando “Torno Subito”, progetto della regione Lazio che permette a giovani under 35 di poter fare un percorso di studio/lavorativo all’estero (o fuori dalla regione Lazio) ed un tirocinio fino a sei mesi nella regione al termine della prima fase. Il progetto di quest’anno aveva come meta la Tunisia: ho scelto un master in diritto dell’immigrazione e mediazione interculturale, percorso che mi ha catapultato nella caotica e suggestiva capitale della Tunisia il 25 Ottobre dove terminerò questa prima fase di studio a fine Gennaio, con la presentazione di un project work nell’ambasciata italiana a Tunisi. Aspettavo questo momento da una vita, e inaspettatamente è arrivato. La preparazione alla partenza è stata lunga, meticolosa, un po’ frenetica e con tanti imprevisti, ma alla fine della fiera eccomi qui: cultura diversa, cibo diverso, clima e religione diverse in toto. Avevo tante idee e progetti, tante considerazioni iniziali che si sono subito infrante al mio arrivo all’aeroporto internazionale di Tunisi: no, la Tunisia non è un paese arabo, bensì “di cultura berbera”, fa parte della confederazione del Maghreb e qui la religione islamica è decisamente più tollerante rispetto ad altri Paesi. Subito mi sono reso conto delle molte contraddizioni: donne con il velo ma dal trucco pesante, che guidano e che “trascinano” i mariti; moralmente costrette alla verginità fino al matrimonio, ma che hanno ottenuto il diritto di voto ancor prima che in Italia; ho scoperto che l’eroe politico della nazione è Bourguiba, considerato lungimirante e democratico, che ha rivoluzionato la Tunisia, ma che è stato al potere per 30 anni di fila, mentre nessuno ha il coraggio di parlare della rivoluzione tunisina del 2011, una rivoluzione partita dal basso e che ha avuto come conseguenza un generale parziale allontanamento dalla cultura europea, sebbene abbia notato fin dal primo giorno tantissime analogie con l’Italia, sia positive che negative. Vivere in Tunisia è una continua è una continua sorpresa: il master che sto facendo mi porta via più di nove ore al giorno dal lunedì al venerdì, e questo è un peccato in quanto non ho il tempo né di assimilare i contenuti dei miei studi, né di visitare e godere appieno gli angoli nascosti di Tunisi e della Tunisia in generale. Tutti sanno l’arabo e il francese, mentre quasi nessun commerciante o negoziante comprende l’inglese e spesso si fa fatica anche a chiedere una “bottle of water”:

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le prime parole di arabo che ho imparato sono state “mush har” (poco piccante), har le (no piccante; sì avete capito bene, odio il piccante, ma sto cercando di introdurlo piano piano), aslema/beslema (salve/arrivederci), salem (ciao) e aishek (grazie), più i numeri da uno a dieci; ho iniziato a ragionare in dinari tunisini (un euro sono circa tre dinari), visto che i prezzi qui sono decisamente bassi per noi europei, e già ho paura per quando tornerò Roma, poiché una pizza no stop con bevande ed arrosticini costa ben 45 dinari - 15 euro, cioè quello che mediamente spendo per 4/5 pasti! Con la religione islamica non si scherza: c’è tolleranza e rispetto delle altre religioni ma è bene non lasciarsi sfuggire la benché minima battuta. Non è come in Italia, dove si scherza sui santi del calendario o sui mezzi pubblici che “passano ogni morte di papa”: rispetto, sempre, e coerenza. Il master è in lingua inglese, ma alcuni docenti hanno avuto pietà di noi e hanno iniziato a svolgere lezioni in italiano: sebbene le lezioni siano troppe per potersi svolgere solo in due mesi e dieci giorni - circa 360 ore di lezioni - e siamo costretti a rispettare un calendario aziendale fittissimo senza praticamente nessuna flessibilità sono qui e non mi posso lamentare; dopotutto sapevo a cosa andavo incontro. Al momento siamo andati a Sidi Bou Said, il paradiso dei fotografi, abbiamo visitato al volo alcune zone archeologiche di Cartagine, La Marsa (dove ci sono molti locali in cui è possibile bere alcolici, una rarità qui in Tunisia) e fatto un po’ di giri nella caotica, meravigliosa e rumorosa medina di Tunisi: la prossima settimana andremo a farci tre giorni a Kairouen e a Sousse, località molto caratteristiche distanti circa tre ore di macchina da Tunisi; abbiamo anche pianificato due mini-viaggi nel deserto durante il periodo natalizio, nel quale abbiamo 18 giorni di vacanza. Il deserto è il mio sogno, anche se dovrò aspettare ancora un bel po’ prima di toccare la sabbia del Sahara. Oltre al dovermi confrontare con una cultura simile ma molto differente rispetto a quella europea, questa è anche la mia prima vera esperienza di autosufficienza e di convivenza con altri ragazzi. Insieme a me hanno vinto il concorso altri sei ragazzi: io e altri due italiani viviamo nella stessa casa al quartiere saudita Lac1, quartiere alcool free, ovvero in cui non si trova nessun tipo di alcolico - eccetto nelle nostre segrete dispense! Il quartiere è ricco di uffici e ambasciate ma dopo le ore

Dal mondo

18 non c’è nessuno in giro e per uscire la sera dobbiamo spostarci o al centro oppure a La Marsa, La Goulette, Cartage o Gammarth. Convivere con altri ragazzi è stato difficile all’inizio: ci sono stati ovviamente momenti di tensione, ma abbiamo imparato a rispettarci, ad avere i nostri turni e a comprenderci, a rispettare i silenzi degli altri e anche i momenti di sconforto, poiché questo master, tra lo studio, le lezioni, gli esami universitari italiani, le collaborazioni e l’esperienza tunisina, ci sta mettendo veramente alla prova. Entrare per la prima volta in una medina è stato il momento sinora più interessante: sono stato accolto da un viavai di luci, colori, voci, lingue, odori, profumi, puzze e culture. Dopo una passeggiata nella medina siamo andati in una delle terrazze panoramiche antistanti la Moschea centrale di Tunisi, Zitouna, dove ho ascoltato finalmente quello che speravo di sentire da dieci anni: il canto dal vivo dei muezin che invitavano nello stesso momento tutti i fedeli ad andare a pregare Allah all’interno della medina. Vorrei chiudere rompendo uno stereotipo sul mondo arabo, o perlomeno su quello della Tunisia e del Nord Africa in generale (Maghreb): no, non girano con i cammelli. Tunisi è una metropoli da 3 milioni di abitanti con molte auto, tram, pullman, taxi e tante

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persone gentili: solo alcune zone risultano pericolose, ma è un dato che può riscontrarsi in molte città del mondo. La cortesia dei tunisini è spesso sottovalutata, nel lasso di tempo trascorso qui abbiamo conosciuto molti tunisini che ci hanno dedicato molto volentieri parte del loro tempo per illustrarci le bellezze della città e una piccola parte della cultura tunisina o cercando di insegnarci qualche parola di arabo. Con l’Islam non si scherza, eppure non ho constatato un radicalismo come molto spesso si sente, qui sono tutti molto tranquilli: ho visto solo cinque donne in un mese che portavano il burqa, una su tre porta il velo, le altre si vestono all’europea, e ne ho viste tantissime che guidavano. Il cibo è molto speziato e il piccante è messo praticamente ovunque, anche quando dici di non volerlo puoi star certo che mangerai qualcosa di piccante. Ancora non ho trovato qualcosa che non sia buono da mangiare tra bar, ristoranti e pasticcerie. Il mio desiderio è di visitare altre località della Tunisia e scoprire qualche aspetto di Islam radicale e di Tunisia in cui la cultura europea è penetrata meno: spero di avere presto tempo libero!

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NUIT DEBOUT

N°1 anno 2018

Cos’è rimasto dell’insurrezione alla francese? di Clelia Di Pasquale

Durante la Primavera del 2016 Parigi, insieme ad altre città francesi, ha conosciuto uno dei pochi movimenti insurrezionisti spontanei posteriori al 1968. Autoorganizzazione, democrazia partecipativa, ridefinizione del progetto sociale e politico nacquero simbolicamente in Place de la République. Il suo nuovo carattere, indefinibile, è solo banalmente riassumibile in una serie di rivendicazioni, che ha sconvolto la classe politica. Nonostante sia stato represso poco dopo l’estate e diviso in vari gruppi, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente rimasto di quel movimento oggi, nella Francia di Macron. Contesto Il movimento di insurrezione spontaneo detto «Nuit Debout» - che si può tradurre malamente in “Notte ritta” nacque con l’intento di creare una coscienza cittadina che rifiutava di “addormentarsi”. Tutto ebbe il 31 marzo del 2016, in reazione alla legge proposta dall’ex-ministro del Lavoro Myriam El-Khomri, pericolosamente simile al Jobs Act italiano. Si trattò di un movimento auto-proclamato nel contesto delle manifestazioni contro la cosiddetta “Loi Travail” (“Legge sul Lavoro”), organizzato dai movimenti giovanili e dai sindacati, che ben presto raggiunse il numero massimo di un milione di partecipanti. Si distinse inoltre dalle precedenti manifestazioni Francesi per la sua lunghezza e per la sua capacità organizzativa, ferma nella volontà di creare un’alternativa al di là della semplice protesta contro la legge. Utopie in cerca di autore Nel quadro malato della politica francese, contagiato sia dalla bassissima popolarità del Presidente della Repubblica, François Hollande (Partito Socialista), che dalla generale delusione giovanile nei confronti della politica, Nuit Debout mise in opera diversi esperimenti con l’obiettivo di sanare la ferita tra cittadini e politica. Alle riunioni dei vari collettivi di Piazza della Repubblica poté partecipare chiunque: lo scopo era di occuparla di continuo, di far incontrare studenti, operai e lavoratori di ogni tipo. Il movimento era riuscito ad alternare manifestazioni durante la giornata e riunioni durante la sera. Si impostarono esperimenti di democrazia partecipativa e varie commissioni tematiche per creare spazi di incontro e discussione: dall’ecologia politica alle violenze delle forze dell’ordine, dall’economia al femminismo, ma vi furono esperimenti più concreti come le biblioteche aperte con orari prolungati o gruppi di

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conferenze per l’educazione popolare. Venne rievocata la possibilità di creare di nuovo un’Assemblea Costituente, di ridistribuire il tempo di parola in modo più giusto. Un’iniziativa studentesca – “Alterfac” – tentò di aprire le università a tutti, non-studenti compresi (non si può entrare in una università senza tessera in Francia). Tuttavia ci si è dovuti porre la questione inevitabile del leader: chi sarebbe stato il capo di questo movimento? L’assenza di un leader definito – come d’altronde di una meta precisa – venne spesso criticata poiché impediva decisioni più concrete. Tuttavia alcune personalità politiche del Nouveau Parti Anticapitaliste del Partito di Sinistra, che diventerà poi la France Insoumise di Mélenchon, e degli ecologisti furono molto presenti durante le riunioni. E d’altra parte, numerosi erano i militanti senza nessuna tessera che si opponevano a qualsiasi operazione di “recupero” politico. Ispirazioni Nuit Debout è spesso stata paragonata al movimento spagnolo degli “Indignados” madrileni, anche per l’uso che venne fatto dei social network o per il coinvolgimento univoco di movimenti studenteschi, disoccupati, sindacati ed operai. Uno dei maggiori ispiratori nell’ambito della politica francese è stato il giornalista François Ruffin, autore del documentario Merci Patron! (“Grazie, boss!”) che denunciava le condizioni del lavoro salariato in Francia. Venne sviluppata, inoltre, una simbolica specifica che faceva riferimento a vari movimenti di insurrezione: l’Agorà Greca, l’uso del rosso e del nero come nel 1968, un rinnovamento del calendario con il mese di marzo simbolicamente infinito che ricordava quello dei Rivoluzionari del 1789 o quello Napoleonico. Inoltre le conferenze della commissione di educazione popolare si riferirono spesso a episodi rivoluzionari francesi famosi come il 1789, la Comune del 1870 ed il 1968. Macerie Prime – Nuit Debout oggi Nuit Debout si è sciolto dopo l’estate del 2016 a causa delle forze di polizia e dello scoraggiamento generale dei partecipanti, che vedevano una campagna elettorale in cui sembrava dominare la destra. I suoi militanti più attivi rimpolparono i ranghi del movimento “La France Insoumise” di Mélenchon oppure entrarono in altri gruppi anarchici, altri invece preferirono essere coinvolti nell’azione associativa piuttosto che nella politica. Nel 2017 è uscito a riguardo il documentario “L’Assemblée”

Attualità

della regista Mariana Otero. Il movimento tuttavia rimane vivo tutt’ora tramite il suo blog e alcune mobilitazioni che si focalizzano intorno ai diversi mutamenti cui si oppone, come la nuova legge sul lavoro del governo di Edouard Philippe, l’attuale primo ministro, o la “perennizzazione” dello Stato di Emergenza... Le critiche che sono piovute sul movimento proponevano ognuna una diagnosi riguardo la smobilitazione avvenuta: per il regista ex-trotskista Romain Goupil sia l’assenza di un leader dichiarato che l’implicita gola che fece Nuit Debout a ogni movimento di sinistra hanno altresì impedito ogni progresso organizzativo. Per alcuni giornali, principalmente di destra, le debolezze del movimento risiedevano nella scarsità delle proposte, mentre l’uniformità ideologica era fortissima.

CulturArte

Alcuni link: - trailer del documentario L’Assemblée: https://vimeo.com/238592777 - servizio sul movimento di DW English: https://www.youtube.com/watch?v=vB4fJ2zFmeU - il blog: https://nuitdebout.fr/blog/category/democratie/ - trailer di Merci Patron! (in inglese): https://www.youtube.com/watch?v=ch0HsuYu_TI

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UNA SOMMESSA UTOPIA PER L’AVVENIRE Pensieri e consigli per essere giovani in un modo “invecchiante”

di Luciano De Vivo

Viviamo in un’epoca, non storica ma personale, densa di contrasti che riguardano il singolo individuo: l’età che portiamo sulla nostra pelle ci identifica come un gruppo ben definito, ma solo a parole, una burocrazia di intenzioni, concetti espressi solo teoricamente ma mai resi tangibili. È latente nei fatti un impegno nel far sì che la gioventù possa alzare la testa verso il cielo e sperare nel bel tempo; ma non esiste un contrasto. Tra giovani e vecchi, ovvero coloro che dovrebbero dare una mano ai primi, non possiamo che stabilire una inutile faida che mina la società dal suo interno e la proietta nella malattia più incurabile: l’incancrenirsi di tutte le speranze. Da sempre si è ragionato asserendo che i giovani sono sottostimati e i cosiddetti vecchi posti sopra uno scranno dal quale giudicano e tengono strette le redini del destino, perché no, di una nazione. In Italia abbiamo un numero impressionante di ragazzi in costante ricerca di un approdo lavorativo senza vedere mai l’orizzonte proprio a causa della strutturazione di una gerarchia, di una piramide alla base della quale si trova una generazione di under 20-30 e sulla sommità gli inamovibili vegliardi sulle cui spalle riposa un mantello di (nefaste) decisioni

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infrangibili. Se si smettesse di considerare in modo differente individui di diverse età allora forse si livellerebbe il distacco, si viaggerebbe sulla stessa strada e non si verrebbe a creare un conflitto che dà vita solo a tensioni cicliche. È inutile crogiolarsi nel disordine che stiamo vivendo oggigiorno, bisogna iniziare a scansare gli ostacoli e cambiare il modo di pensare; non solo il nostro, proprio dei rappresentanti di un mondo giovanile, studentesco, universitario o come lo si vuol definire, ma piuttosto di una società bisognosa di polmoni nuovi per respirare l’aria incerta dei tempi che verranno.

Società

Ilaria Muollo per FuoriFuoco


IL VENTENNE DIMEZZATO di Serena Di Luccio

Quando si hanno vent’anni e una vita che potrebbe definirsi “normale” questa stessa normalità può non risultare abbastanza: ci sono alcune situazioni, come quella in cui io stessa mi sono trovata qualche tempo fa, che nella quotidianità si ripresentano periodicamente. Il contesto è più o meno sempre uguale: sono all’incirca le 9 del mattino e, dopo un viaggio di più di mezz’ora su un treno sempre troppo pieno e troppo poco puntuale, si è sulla metro, direzione università, con una sola domanda in testa: «Quello che faccio è abbastanza? Sarà abbastanza?». Ed è proprio in una normalissima mattina come questa che mi è tornata alla mente una frase di Italo Calvino, letta ai tempi del liceo nel finale de Il visconte dimezzato: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto

Quello che faccio è abbastanza? Sarà abbastanza?

giovane». Quando lessi per la prima volta queste parole le trovai cariche di cruda verità e oggi, a pochi mesi dalla laurea, capisco ancora di più come questa sensazione d’incompletezza sia pesantemente presente nella vita di ogni giovane. Mi sono decisa quindi di riprendere quel prezioso libro tra le mani, l’ho riletto e sentirmi di consigliarlo a ciascun ventenne che, come me, si sente un po’ come il protagonista del romanzo: dimezzato. Durante la guerra tra Austria e Turchia Medardo, visconte di Terralba, viene colpito da una cannonata che non lo uccide ma lo divide paradossalmente a metà. La storia, raccontata dalla voce del piccolo nipote di Medardo, racconta di come la metà crudele, fatto ritorno a Terralba, inizia a compiere una serie di azioni tanto assurde quanto terrificanti, come tagliare a metà ogni animale, frutto, oggetto incrociato per la sua strada o condannare a morte anche il più innocuo dei criminali. Anche l’altra metà, quella buona, è però sopravvissuta alla cannonata e ad un certo punto anche questa ritorna tra gli abitanti di Terralba, ma non è come questi s’aspettano. Nemmeno Medardo-Buono, infatti è privo di difetti: il suo eccesso di buonismo e di virtù porta tanti danni quanto fanno

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le azioni vili e dispettose del Gramo (ossia del MedardoCattivo). «Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti fra malvagità e virtù ugualmente disumane»: con queste parole il giovane narratore racconta lo spaesamento di coloro che si trovano improvvisamente a convivere con il Male assoluto ed il Bene assoluto, e che si rendono conto di quanto sia ugualmente difficoltoso accettare entrambi i “caratteri”. Il finale della storia penso sia meglio lasciarlo in sospeso, per non rovinare una vostra eventuale prossima lettura (può esser detto che, come in ogni fiaba che si rispetti, l’epilogo ha a che fare con una “storia d’amore”). Vorrei solo fare un appunto sull’importanza ma anche sull’attualità del messaggio che Calvino ci lascia con queste poche pagine di Letteratura italiana, vale a dire la dimostrazione che l’autore ci dà della “bipolarità” dell’essere umano: il bene e il male esistono in ciascuna persona e in un certo senso queste due opposte “personalità” si completano a vicenda, poiché neanche la metà buona di Medardo è perfetta senza la crudeltà dell’altra. È come quando nei cartoni animati la coscienza dei personaggi viene descritta da un angelo ed un diavolo che litigano stando uno sulla spalla destra ed uno su quella sinistra, con il povero pupazzetto che sta nel mezzo e deve decidere a quale voce dare ascolto anche se in fin dei conti entrambe gli appartengono. oprattutto, quando tratto dell’attualità di quest’opera, un’altra riflessione che mi sono ritrovata a fare leggendo la fiaba riguarda la debolezza insita nell’umanità: il sentirsi incompleto non deve essere per forza sintomo di debolezza e anzi, può essere un trampolino per migliorarsi e pretendere sempre di più dalla vita. A volte è proprio nell’incompletezza che si riesce a cogliere il senso delle cose e questo è importante soprattutto quando si vive in una società di precaria come la nostra. «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane» è vero, ma gioventù e incompletezza non devono mai e poi mai diventare sinonimi: si corre il rischio di perdere fiducia nella gioventù e una società che non ha fiducia nei giovani non ha avvenire, diventa una società che manca di linfa vitale. Quindi il consiglio che do a me stessa nelle mattinate in cui viaggio in metro e mi sento inspiegabilmente insoddisfatta e incompleta è un consiglio che in parte

Letteratura

devo a Italo Calvino e al suo visconte, vale a dire quello di continuare a pensare che il motivo per cui ci si alza ogni giorno ha un valore, dato che soltanto così si diventa una persona di valore: ciò non vuol dire necessariamente essere quello che viene stereotipato come il “bravo cristiano”, ma semplicemente essere coscienti di avere la libertà di poter scegliere tra il bene ed il male, di poter essere se stessi o tutto il contrario di se stessi a seconda delle circostanze in cui ci si trova, o anche la libertà di non dover scegliere. Ogni giorno tutti noi abbiamo la possibilità di decidere di non essere solo un “ventenne dimezzato”, o di esserlo, ma comunque un ventenne dimezzato e speranzoso. Dimezzato e consapevole del fatto che al di là di tutta la negatività che ci viene bombardata addosso ogni giorno, noi siamo giovani e in quanto tali abbiamo ancora la possibilità (e l’obbligo) di lottare. Dimezzato ma felice e fiero, quindi. Anche perché alla fine, chi l’ha deciso che l’interezza è qualcosa di positivo?

Insomma, noi possiamo sempre scegliere: se stare con i “buoni” o con “malvagi”, se essere felici o infelici, se essere soddisfatti o insoddisfatti, completi o incompleti. Ciò che veramente conta è non perdere mai fiducia nella vita soprattutto quando si è giovani, pioché la giovinezza, così come la definisce Calvino stesso, è «l’età in cui i sentimenti stanno tutti in uno slancio confuso, non distinti ancora in male e in bene; l’età in cui ogni nuova esperienza, anche macabra e inumana, è tutta trepida e calda d’amore per la vita»

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane

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IL FOTOGRAFO DEL MESE Vivian Maier

di Francesca Romana Petrucci

Vivian Maier, newyorkese, classe 1926, fu fotografa e donna misteriosa la cui attività artistica venne alla luce solo quando, qualche anno dopo la sua morte, il connazionale John Maloof presentò al mondo intero la ricchezza dei suoi scatti trovati per caso in un box acquistato ad un’asta, espropriato per legge ad una donna che aveva smesso di pagare i canoni di affitto: tra vari cappelli, vestiti e scontrini Maloof reperì una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Ma chi era davvero Vivian Maier? Una vita trascorsa lavorando come governante e bambinaia, prima in una famiglia di Southampton e poi a Chigago, dove si trasferì all’età di trent’anni. Di casa in casa, le sue uniche compagne di viaggio rimanevano una macchina fotografica Rolleiflex e un apparecchio Leica IIIc. L’arrivo a Chigago rappresentò senza dubbio il trampolino di lancio che le permise di dare libero sfogo alla sua passione per la fotografia. Ogni volta, appena ne aveva occasione, immortalava la vita quotidiana nelle grandi strade americane con tutti i suoi abitanti: a partire dai bambini che sono stati la sua vita per quei quarant’anni, passando per

lavoratori, persone d’alta società e infine, ma non certo per importanza, i più umili, i mendicanti e gli emarginati. La strada per Vivian era un grande palcoscenico che offiriva emozioni e sensazioni da raccontare. Le sue sono fotografie principalmente in bianco e nero che parlano di storie rese perfettamente attraverso le varie sfumature dei due colori e attraverso l’attenzione nell’inquadratura,

Non voleva semplicemente scattare fotografie, bensì mirava a scoprire quanto ci si potesse avvicinare al vero volto di una persona.

di cui la Maier era esperta: non voleva semplicemente scattare fotografie, bensì mirava a scoprire quanto ci si potesse avvicinare al vero volto di una persona. Allo stesso tempo la moderna ma solitaria “Mary Poppins” produsse una grande quantità di autoritratti. L’esigenza dell’autoritratto nasceva dal costante bisogno di trovare un posto nel mondo e instaurare una relazione con esso: Vivian era sola, non aveva amici né famiglia, dunque quello risultava l’unico contatto con l’ambiente che la circondava. La sua figura compare, quasi sempre, in modo minimale: la silouette proiettata sul pavimento, su di un muro, il riflesso del suo viso in uno specchio o su di un vetro. Non vi è mai chiarezza e in ogni immagine c’è un elemento che disturba l’armonia. La Maier non gettò mai, in realtà, i suoi lavori nella spazzatura: preferì abbandonarli in un magazzino nella speranza, forse, che qualcuno prima o poi li avrebbe trovati e avrebbe dato loro la vita che meritavano. Un tesoro dal valore inestimabile che ha contribuito, senza dubbio, alla crescita della street photography.

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Fotografia


MOSTRE PER MOSTRARSI

CulturArte

N°1 anno 2018

O come l’arte diventa mezzo per sentirsi di tendenza di Beatrice Tominic

“Impara l’arte e...” mettila sui social: questo è ciò che viene fuori parafrasando un vecchio proverbio, considerando ciò che fanno quei visitatori furbi che, armati di telefonino, scattano e registrano laddove foto e video sono proibiti. Questo però, per assurdo, è anche ciò che viene proposto in ogni angolo e in ogni spazio di muro fra un’opera e l’altra della mostra ENJOY L’arte incontra il divertimento, ospitata al Chiostro del Bramante fino a febbraio 2018: una mostra che sembra mettere in discussione il concetto stesso di arte. La visione romanzata di un’arte d’élite rappresentata da uno studio attento e meticoloso, da una propensione al sacrificio della propria vita, riservata a un pubblico di pochi e portata avanti da un’oligarchia di maestri sparisce per restare al passo con i giovani e la società di oggi. L’arte, non più un disegno o una scultura, si esprime in questa sede attraverso installazioni luminose e sonore di cui i visitatori diventano parte integrante indossando maglioni rossi, sedendosi su apposite sedie, sprofondando su un’amaca o entrando in una sala con dei palloncini. La mostra, già dalle strutture poste all’ingresso, si presenta come un viaggio nel Paese delle Meraviglie esponendo al pubblico labirinti di “specchi” attraversabili, enormi dolci e fiori, cui seguono lavori di ogni tipo: da apparentemente banali collage di foto a disegni realizzati mediante gli stencils, fino ad arrivare a sculture messe in movimento da meccanismi singolari, realizzate con i materiali più disparati - la ruota di una bicicletta, dei tubi, persino un pelliccia di volpe. Capita, all’interno della mostra, di chiedersi sempre più spesso quale sia la linea che separa l’arte dall’oggettistica quotidiana, quale la particolarità che rende un oggetto qualsiasi una creazione speciale: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, suggerisce come soluzione Paul Klee in uno dei tanti pannelli che accompagnano le opere esposte. Non più artisti in cerca di ispirazione chini a disegnare su taccuini che ingialliranno nel tempo, bisognosi di imparare dai grandi maestri, ma giovani e anziani di ogni età che si immortalano in foto da condividere ovunque con appositi hashtag, per mostrare se stessi più che l’arte che li circonda. La nostra generazione passa la vita alla ricerca di un’originalità che risulta sempre più catalogata: vogliamo essere liberi da qualsiasi etichetta che ci contrassegni per come ci vestiamo o per ciò che ascoltiamo, ma allo stesso tempo permettiamo a semplici parole, termini o

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aggettivi di schedarci dietro un cancelletto. Sembriamo vivere una ribellione interiore che non sappiamo neanche noi stessi come e dove sfogare, come se ogni controversia importante fosse stata già risolta e vivesse solo nel passato, lasciando a noi il sono onere di accettarla così com’è. Forse invece sono ancora troppi i problemi che necessitano di una soluzione, ma sembriamo rassegnati in partenza e ogni sforzo risulta vano, come se stessimo tentando di risolvere un cubo di Rubik a sette colori. E allora ENJOY, per illuderci di essere speciali, importanti, o semplicemente per ignorare il fatto che siamo parte di una generazione che rinuncia interrogarsi e cercare se stessa per fare in modo che siano gli altri a guidarla.

Arte

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LIBRI NASCOSTI

N°1 anno 2018

Il grido silenzioso di Carlo Michestaedter

di Lorenzo Sgro

Facciamo un viaggio indietro nel tempo e torniamo al primo decennio del Novecento. Cosa succedeva in Italia a quei tempi? Giolitti, liberale di vecchissima data, era al terzo di cinque mandati da primo ministro; D’Annunzio regnava sulla moda letteraria con il suo estetismo morboso ma anche con il suo superomismo fallace; a completare il quadro, il filosofo “statale” era Croce, ideatore di un ordinato e impeccabile sistema neo-hegelista. Il quadro che emerge da questi parametri è quello di una nazione e, più precisamente, di una cultura ancora protetta dalla campana di vetro delle certezze ottocentesche, ed è in questo scenario che si svolge la storia di un ragazzo che ha osato incrinare questa campana e gridare «no», sfortunatamente troppo in silenzio per essere ascoltato, almeno fino a tempi recenti. Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia nel 1887 da una famiglia di origini ebraiche: da sempre interessato a tutti gli ambiti del sapere, si iscrisse alla facoltà di matematica all’università di Vienna ma dopo un anno capì che aveva sbagliato strada e andò a Firenze a studiare lingue e letterature antiche, dedicandosi nel contempo alla pittura e al disegno.

Da questi pochi elementi si può capire che, nonostante sia oggi considerato un prodigio culturale, Carlo fosse un semplice ragazzo, un povero studente universitario esattamente come noi. Infatti chi non ha sprecato almeno un anno in facoltà che non rappresentavano il proprio futuro? Quanti sono i fuori-sede? Chi non ha tantissime altre passioni oltre a ciò che studia? Il momento decisivo per Carlo arriva nel 1909. Completati gli esami, gli viene assegnata la traccia per la tesi di laurea: I Concetti di Persuasione e Rettorica in Platone e Aristotele. Si tratta di un’operazione facile, di un semplice lavoro di analisi filologica, ma Carlo trascende totalmente la natura del suo compito e arriva a comporre un’opera di straordinaria profondità, regalando al mondo e alla storia uno dei più importanti saggi filosofici mai scritti e una delle più originali tesi di laurea, La Persuasione e la Rettorica. Il pensiero contenuto in quest’opera è molto complesso per via del linguaggio utilizzato. Infatti Carlo spesso scrive concetti e frasi cruciali in greco, per tornare alla radice della filosofia, la Grecità, e utilizza uno stile aforistico di grande forza poetica ma di una certa difficoltà interpretativa, perciò analizzare in questa sede il pensiero di Carlo nella sua interezza sarebbe inutile oltreché impossibile. La Persuasione e la Rettorica si apre con il seguente aforisma, che riassume il pensiero dell’opera quasi completamente: “Io so che voglio, ma non so cosa io voglia”. L’uomo è schiavo del “dio della voglia di vivere”, un’entità trascendentale che lo spinge a cercare e consumare piaceri senza posa. Questo saltare da un piacere all’altro rappresenta lo sviluppo dell’esistenza umana sull’asse temporale e, anzi, è il Tempo stesso; l’unica cosa capace di interrompere questa infinita corsa è la Morte. La soluzione di Carlo a questa vita tragicamente estetica è la Persuasione, non meglio definibile se non come il “consistere nell’ultimo presente” per sentire “una vertiginosa vastità e profondità di vita”, ovvero una sorta di corsa contro il tempo e contro la Morte. “Ma gli uomini si stancano per questa via”, scrive Carlo all’inizio della seconda parte, la Rettorica: l’uomo, per nascondersi il fatto che la sua vita corre verso la Morte, si circonda di verità “retoriche”, ovvero concetti metafisici che spieghino la sua esistenza in termini certi e sicuri per proteggerlo dalle aspre contraddizioni dell’essere, ma

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Letteratura

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che, in realtà, sono vuoti e privi di significato perché non trovano corrispondenza nella realtà. A questo punto si deve confessare che Carlo non scrisse per molto altro tempo dopo aver ultimato La Persuasione e la Rettorica. Altre sue opere sono una gran quantità di poesie, raccolte in un volume intitolato La Melodia del Giovane Divino, e una serie di dialoghi in stile platoniano e leopardiano pubblicati con il titolo Dialogo della Salute e altri Dialoghi, gran parte di ciò scritto in poco meno di un anno: Carlo si è suicidato nel 1910 dopo un periodo di isolamento auto-imposto e di febbrile attività di scrittura. Molti ritengono che l’opera di uno scrittore sia influenzata dagli accadimenti della sua vita, quindi Leopardi ha ideato un sistema pessimista perché aveva avuto una vita pessima; allo stesso modo Carlo ha elaborato un sistema simile perché era in qualche modo sofferente e, perciò, si è suicidato. Questa è la Rettorica, inventare verità comode per risolvere le contraddizioni della realtà; persuasione è, invece, accettare, seppur con dolore, tali contraddizioni e dire che la morte di Carlo è stata una tragedia che ha stroncato un Genio sul nascere.

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CINEMA UNDERGROUND Da bambino guardavo i Power Rangers

di Matteo Verban

Cinque ragazzi in tutina attillata colorata combattevano contro mostri che settimanalmente minacciavano la Terra; quando il nemico era troppo forte, ecco che arrivava il sesto membro del gruppo, più potente e solo per quell’episodio, ad aiutare la squadra; il nemico una volta sconfitto tornava in forma gigante e i rangers ricorrevano al “Megazord”, un robot delle stesse dimensioni del nemico, per sconfiggerlo definitivamente. Questi erano i “Power Rangers”, serie televisiva americana molto popolare nei giovanissimi degli anni Novanta, ispirata al serial giapponese Super Sentai. Gli americani non hanno fatto altro che mantenere le scene originali con i rangers trasformati e rigirare le scene sostituendo agli attori nipponici quelli occidentali. I Super Sentai fanno parte

“ Ma cosa fa un supereroe nella vita di tutti i giorni?

del genere Tokusatsu, insieme ad altre serie come Kamen Rider e Ultraman, che a loro volta seguono la scia dei kaiju movies (di cui Godzilla è l’esempio più iconico). Le trame verticali degli episodi insegnavano ai bambini di quegli anni insegnamenti sul valore dell’amicizia, sul trionfo del bene sul male e potevano persino fornire aiuto nei piccoli problemi quotidiani, esattamente come ogni storia a tema supereroi, americana o giapponese che sia. Prima o poi la domanda: «ma cosa fa un supereroe nella vita di tutti i giorni?» sarà sorta a qualcuno e molti registi hanno provato a dare una risposta: si può citare, anche se non si tratta di cinema, Invincible di Robert Kirkman - in cui è centrale la vita di un adolescente che, tra i problemi dei primi amori e i compiti in classe, si trova a fronteggiare un attacco alieno in piena regola - oppure Kick-Ass di Mark Millar - dove un ragazzo, di fronte all’impossibilità di avere dei superpoteri, si veste da supereroe e cerca di

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aiutare il prossimo anche con piccoli gesti. Un regista giapponese, già famoso per la sua esperienza in TV e approdato successivamente al mondo del cinema, realizza un’opera che può rispondere nella maniera più adeguata alla domanda fondamentale sopracitata: nasce così nel 2007 Big Man Japan (Dai-Nipponjin), di Hitoshi Matsumoto. Il film è un documentario fittizio che segue la vita di Dai Sato: vedremo una troupe televisiva mostrarci i segreti di quest’uomo, professione supereroe, che lavora per il governo giapponese; gli basta una scossa elettrica per diventare alto 30 metri e poter combattere il mostro che periodicamente minaccia il Paese. La scossa però deve essere adeguata, ci racconterà che la demenza del nonno (supereroe anch’esso, conosciuto come Il Quarto per via delle sue grandi imprese) è dovuta alle troppe scariche elettriche ricevute; il padre, invece, morì sottoponendosi a scariche maggiori, nella vana speranza di diventare più alto. Ma a parte questi episodi sul suo passato e fini a sé stessi, il nostro Matsumoto ci fornisce tanti elementi su cui riflettere: innanzitutto si nota il suo amore per il Cinema, la sua passione per i film giapponesi degli anni ’40 e ’50, che mostrano la banalità della vita (anche se si tratta di un supereroe) e riprendono il cinema di Ozu, creando così un’opera che è quasi neorealista e mettendo in scena un Kaiju Movie tutto suo, senza trarre la storia da fumetti o libri. Il tema principe dell’intera pellicola è proprio la banalità: un supereroe in una società come quella giapponese è noioso, poiché aiutare il prossimo è un dovere morale del cittadino giapponese. Ciò comporta un tasso di criminalità più basso, ma degenera facilmente nella noia, nella depressione e in certi casi nel suicidio, perché tutto il lavoro, tutti gli sforzi sono dovuti e non vengono valorizzati. E così è anche per un supereroe: proteggere gli altri è un dovere e anche la paga, nonostante sia un lavoratore a tutti gli effetti, è scarsa. Se accostiamo il tutto ad una società fortemente influenzata dai media in cui conta come appare il combattimento, quante sponsorizzazioni può ricevere l’eroe e quanto alto è l’indice di share, la situazione emotiva di Dai Sato si corrompe facilmente: egli non vuole più combattere, o lo fa svogliatamente: gli ascolti calano e il supereroe viene preso in giro dai pochi che lo guardano ancora, gli sponsor finirebbero col rimetterci piuttosto che guadagnarci e i media vi si interessano sempre di meno. La critica alla società nipponica è molto forte, e oltre al consumismo

Cinema

che l’ha divorata totalmente, si mette in discussione anche l’attaccamento che si ha alle tradizioni, la voglia di non cambiare: la figura dell’uomo forte e la donna “principessa” è incarnata dall’ex moglie del protagonista, che non vuole vedere il marito ma vive lussuosamente solo con lo stipendio di lui. Hanno una figlia che potrebbe trasformarsi anche lei e mandare avanti la tradizione, ma l’ex moglie non gliela fa vedere per paura che segua le orme del padre, poichè una donna non è adatta a combattere. La soluzione arriverà dallo spazio, vedremo infatti un’intera famiglia di supereroi che aiuterà Dai Sato nella battaglia finale. Nonostante il tedio sia la colonna portante del film, la visione è tutt’altro che noiosa: i dialoghi sono molto originali e l’intervista ai vari personaggi è inframezzata dai combattimenti, che diventano sempre più patetici seguendo lo stato d’animo di Dai Sato; le musiche non sono

CulturArte

tante, ma sono tutte inerenti al tema del film. Particolare menzione per le scenografie che contestualizzano il tutto e rendono verosimile l’esistenza di un supereroe nel nostro mondo, nella nostra società. Nella parte finale la CGI a basso costo tipica dei serial giapponesi viene abbandonata per gli effetti speciali utilizzati nei film più “vecchi”, per accontentare ogni appassionato del genere, pur contenendo, quest’ultima, una lieve vena satirica. Il film è fruibile gratuitamente su Internet e consiglio la visione a tutti quelli cresciuti come me con i Power Rangers o con altre serie simili, poiché si tratta di un film passato in sordina, ma non troppo (a Hollywood si sta pensando di farne un remake), è bene guardarlo il prima possibile e godersi questa perla rara prima che sparisca nel nulla.

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IL RAP E I GIOVANI Che rapporto hanno i giovani con la musica?

di Luca Franceschetti

La musica, in ogni suo genere, fa costantemente parte della vita delle persone sia in maniera attiva, selezionando ciò che si ascolta, che in maniera passiva, semplicemente accendendo la radio su una qualsiasi frequenza. Da sempre la musica è veicolo di messaggi ed emozioni che colpiscono chi ascolta. Secondo recenti studi di musica e psicologia, essa cambia in base all'età che si ha: da questi studi, riportati in un articolo del Corriere Della Sera del 20 gennaio 2014, si evince che l'amore per la musica nasce nella fase adolescenziale, infatti è proprio in questo periodo che l'individuo ricerca la propria identità. Gli adolescenti, in quanto tali, sviluppano sia un desiderio di ribellione che li porta a ricercare l’indipendenza dalla famiglia, sia una maggiore spensieratezza e vitalità: la musica può diventare per loro, dunque, un momento di sfogo o rilasso, un momento in cui sentirsi parte di qualcosa. Nella generazione dei nativi digitali diventa anche importante il rapporto “social”: il rapporto diretto e continuo che le nuove comunicazioni hanno permesso che si instauri fra gli artisti e i loro ascoltatori può innalzare i primi a vero e proprio modello e punto di riferimento. I giovani hanno quindi un rapporto molto diretto con la

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musica. Come è possibile osservare e affermare dalla statistica riportata sotto. L’istogramma qui presentato è frutto di una ricerca effettuata dall'“Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti” secondo cui, su 7000 adolescenti in età compresa tra i 13 e i 19 anni, il 98,5% ascolta musica regolarmente. Durante la storia della musica, sono nati molti generi musicali e in ognuno di questi, un determinato individuo, può ritrovare quelli che sono i propri gusti… può ritrovare “se stesso’’ ed è stato evidenziato che il genere preferito degli adolescenti è il rap. Perché i giovani ascoltano Rap? Il rap soddisfa tutte le richieste dei giovani e li rappresenta al meglio: gli artisti del genere molto spesso raccontano di sé, della loro vita, dei loro problemi, di amore e talvolta di disprezzo verso qualcosa o qualcuno. È una visione molto soggettiva e spesso molto critica della realtà che usa un linguaggio molto semplice, diretto e senza censure, ed è proprio per questo che il genere ha avuto successo: rappresenta una sorta di “specchio” che riflette la società nei suoi lati positivi e negativi. In più il genere crea un contatto diretto con le nuove generazioni

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e ha un'elevata capacità di adattarsi e rinnovarsi grazie alla continua scoperta di talenti nuovi e vicini al mondo giovanile di cui riportano esperienze, stati d’animo e sentimenti: un esempio è il cantante Izi che, a soli venti anni nel 2016, è stato protagonista del film sul rap “Zeta”. Ciò fa sì che un adolescente si immedesimi e si senta rappresentato da ciò che ascolta. A oggi nella ‘Top 100 singoli Digitali’, ossia canzoni con il maggior numero di download e con il maggior numero di ascolti in streaming, secondo la FIMI (Federazione Industria Musica Italiana), troviamo vari artisti che possono definirsi Rapper: dal più noto, Fabri Fibra, a Tedua e Capoplaza. In questa classifica, troviamo, in prima posizione, proprio un artista che può essere definito rapper: Coez, con il suo singolo “La musica

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non c'è”. Ormai non si tratta più di casi isolati: l’elenco è molto ampio e rappresenta una generazione capace di sfruttare a pieno video e social. Ghali, per esempio, è uscito da più di un mese con il primo disco, “Album”: suo singolo “Pizza Kebab” ha avuto 384 mila ascolti su Spotify in sole ventiquattr’ore, battendo il record precedente, sempre suo, di “Ninna Nanna”, che nel frattempo ha quasi raggiunto 50 milioni di visualizzazioni su YouTube. Quindi il rap è il genere più ascoltato dai giovani perché li rappresenta al meglio ed esalta quella vitalità che li caratterizza e che muove il mondo.

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REISSUE Tao of the dead

di Vincenzo Riccardi

Nell’epoca di Spotify, del singolo che acquista più importanza dell’album, della fruizione disinteressata e di sottofondo della musica, cosa è rimasto della suite rock? Nei primi anni ‘70 il rock progressivo era dominato dal trend del brano che occupava l’intera facciata del vinile, se non che si estendesse anche fino al lato B. “Close To The Edge” degli Yes, “Third” dei Soft Machine, “Thick As A Brick” dei Jethro Tull sono solo alcuni degli esempi possibili, talmente celebri da non necessitare una descrizione. E risulterebbe anche snob parlarne adesso, quasi 50 anni dopo, in un panorama musicale sicuramente mutato, in meglio o in peggio che lo si possa ritenere. Si possono tuttavia riallacciare i rapporti col passato senza che ciò appaia come fuori posto, incomprensibile alle logiche moderne, lontano e irraggiungibile? Gli ...And You Will Know Us By The Trail Of Dead ci sono riusciti, con qualcosa che va al di là del semplice, spesso stantio, tributo. Dopo il successo underground dal piglio hardcore di “Source Tags And Codes” (valutato con un sorprendente 10 sulla famosa webzine Pitchfork) nel 2002, i texani avevano iniziato un percorso di sperimentazione e di messa in discussione del loro suono, che in Tao Of The Dead raggiunge finalmente piena completezza. Dai primi dischi, legati strettamente a un hardcore mai tuttavia troppo grezzo, il loro suono si è infatti evoluto nei dischi successivi in uno sfaccettato totem che unisce indie, alternative e sperimentazioni con richiami depotenziati del loro passato, in cerca di un’identità che, con questo settimo lavoro datato 2010, sembrano aver raggiunto. La divisione delle tracce è già peculiare: due parti dalla diversa accordatura, la prima (in Re) può essere vista sia come una suite da 36 minuti, sia come 11 tracce godibili separatamente, dando quasi la sensazione di una manciata di singoli uniti solo dal miracolo del mixaggio. Le sonorità sono sorprendentemente eterogenee pur restando sempre moderne e di matrice alternative, quasi un art rock piegato all’hardcore che tuttavia non difetta in melodia: si passa agilmente dalla sfuriata “chitarrosa” di “Summer Of All Dead Souls” alla percussiva quiete di “Fall Of The Empire”; dallo spoken word di “Cover The Days Like A Tidal Wave” alla jam psichedelica di “The Fairlight Pendant”, senza dimenticarci del pezzo forse più rappresentativo del lotto, “Weight Of The Sun (Or, The Post-Modern Prometheus)”, che si divide tra la sua impostazione squisitamente melodica e l’esplosione

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chiassosa del ritornello, egregiamente dosate in appena due minuti e mezzo di durata. La seconda parte del disco (in Fa) contiene invece la vera e propria suite: “Strange News From Another Planet”, un pregevole esperimento di 17 minuti che se nella struttura ricorda sicuramente una suite prog con tutti i crismi, dal lato musicale è praticamente una colossale traccia alternative che prende la sua forza da un incredibile spirito camaleontico: partendo dal potente e suggestivo inizio, ogni cambio di ritmo è introdotto magistralmente e in modo perfettamente coerente per creare un caleidoscopio emotivo che ha dell’incredibile se pensiamo che è generato col solo uso della classica strumentazione rock. In sintesi potremmo dire che, se da una parte “Tao Of The Dead” non è assolutamente accostabile al prog per sonorità, lo è sicuramente negli intenti: al di là degli evidenti richiami strutturali già sottolineati, il grande spirito mimetico che i 4 imprimono in ogni traccia evidenzia la cura per ogni passaggio, di cui la fruibilità per intero è solo un pregio a posteriori.

Perché chiamarlo Tao Of The Dead? Era una sorta di brutta battuta. Avevamo un Daodejing in studio che usavamo anche riferimento per i testi. Io pensai “Perché non chiamiamo il disco Tao Of The Dead? Suona quasi come fossimo una manica di pomposi stronzi. Oh sì, stiamo per darvi il senso della vita qui”. Il che non è assolutamente vero. Non siamo assolutamente dei taoisti ma è davvero bello usare pezzi del testo come ispirazione di vita. Ma noi leggiamo tutto. Quindi il Daodejing è significativo per noi quanto Tropico Del Cancro di Henry Miller. Che è probabilmente taoista anch’esso, con giusto un po’ di sesso in più.

Tracklist: TAO OF THE DEAD PART I 1. Introduction: “Let’s Experiment” – 2:23 2. Pure Radio Cosplay – 5:26 3.Summer of All Dead Souls – 4:17 4. Cover the Days Like a Tidal Wave – 2:51 5. Fall of the Empire – 2:27 6. The Wasteland – 2:33 7. Spiral Jetty – 1:48 8. Weight of the Sun (Or, the Post-Modern Prometheus) – 2:19 9. Pure Radio Cosplay (Reprise) – 3:18 10. Ebb Away” – 2:41 11. The Fairlight Pendant” – 5:43 TAO OF THE DEAD PART II 12. Strange News From Another Planet - 16:32

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