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Numero 5 Anno 2016

Il periodico universitario di Roma Tre

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EDITORIALE: Un tavolo ricoperto di dubbi e colori. Storie da scoprire e su cui riflettere. Un tavolo circolare rinchiuso nel piano terra di una casa tetra. Due leggeri spiragli di luce si proiettano lungo il corridoio all’arrivo di quattro figure maschili. Vestiti in maniera elegante, dall’esterno appaiono come quattro manichini, lunghi e snelli. Finalmente si sistemano lungo il tavolo per giostrare con i loro scacchi sui meccanismi del mondo. Essere giovani oggi. Immersi involontariamente nella vorticosa realtà odierna, in cui può capitare di avere dei momenti di smarrimento e la strana sensazione che sia tutto già deciso; che le nostre azioni, addirittura i nostri sentimenti, siano pura espressione di un disegno meccanicistico della vita già prestabilito da qualcun altro. Un percorso già delineato, magari proprio da un tavolo circolare. La seguente immagine, dai tratti cinematografici, è una piccola sintesi degli umori che emergono da alcuni articoli dedicati a questo numero. Raccontare delle storie, scoprirle, soffrirle e apprezzarle, nel tentativo di graffiare il tavolo circolare dell’abitazione tetra con più colori possibili. Questo è il tema principale del numero di Culturarte di Dicembre. In questo puzzle di storie ci siamo fissati un obiettivo fondamentale, sfuggire a logiche ordinate e a strutture rigide, fino a incatenare le varie storie in un tempo e uno spazio indefinito. Anche questo editoriale, questo piccolo spazio introduttivo, è assolutamente confuso. Dunque, la scelta di opporre a questo momento storico di profondi cambiamenti strutturali, sociali, culturali e tecnologici l’amore

per la cultura, per la curiosità e per la sensibilità diventa un atto coraggioso, di sicuro saggio, a tratti indispensabile. Domenica 27 Novembre il quotidiano La Repubblica ha lanciato all’interno del proprio giornale un nuovo inserto culturale, Robinson. Qualche giorno prima sul sito online della testata giornalistica veniva descritto in questo modo: “Perché in un’epoca tempestosa bisogna salvarsi dal naufragio e la cultura può essere un’isola di salvezza. Robinson vuole essere un compagno di viaggio, capace di illuminare la strada, di dare indicazioni preziose ma anche di ascoltare, di prestare attenzione ai segnali del mondo”. Noi di Culturarte, nel nostro piccolo, abbiamo provato a fare qualcosa di simile. Le storie raccontate sono diverse e simili tra di loro, contornate da personaggi, sensazioni, riflessioni e speranze. Storie da conoscere e sulle quali riflettere. Dai temi più impegnati a storie di testimonianze significative fino al nostro imprescindibile spazio dedicato al mondo dell’arte e del cinema. Il numero di Dicembre è un secondo passo nella realizzazione del grande contenitore di temi e di idee che vuole costruire il giornale universitario Culturarte. Ci trovate anche online sul sito www.culturarte.it Per collaborare con noi e per i vostri suggerimenti: redazione@culturarte.it

Marcello Caporiccio m.caporiccio@culturarte.it


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Alekos Panagulis Serena Di Luccio

Storia e Società

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Muoversi politicamente con apoliticità Federica Ranocchia

Storia e Società

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Piero Gobetti Mario Incandenza

Storia e Società

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Io sono Marta, Io sono te Davide Germondari

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Un viaggio tra presente e passato Martina Lowin Grujic

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Noi, i giovani Holden Stefania Ferrara

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Disturbi della creatività Vittoria Mobili

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Stop, coi Rolling Stones! Stop, coi Beatles stop! Lucilla Troiano

Musica

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The Long And Winding Road. Vittorio Penna

Musica

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Homo Homini Equus Franco Savi

Cinema e Spettacolo

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Gabriele Mainetti Ciro Guerriero

Cinema e Spettacolo

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Woody Allen Vincenzo Riccardi

Cinema e Spettacolo

Dal mondo Dall’Io Letteratura Arte e Mostre

Dicembre 2016 Numero 05 Anno 2016


Storia e Società

Alekos Panagulis: “Un uomo” simbolo della resistenza Il 1° maggio 1976 Alekos Panagulis fu ucciso. Vi raccontiamo la storia di un uomo che pur di vedere il suo paese libero dall’oppressione di una dittatura non si fermò davanti ad anni di torture.

Alekos non ci sta e per contrastarlo fonda l’organizzazione Resistenza Greca. Si auto-esilia a Cipro dove, da mente ingegnosa qual è, organizza nei minimi dettagli l’attentato contro il dittatore. Quel giorno però qualcosa va storta. L’esplosione manca la limousine nella quale viaggia Papadopulos e subito la polizia del regime cerca chi ha azionato la bomba. Alekos riesce frettolosamente a nascondersi, ma purtroppo il destino gli gioca un brutto scherzo: “Il capitano si mosse e inciampò. E cadde giù dalla roccia. Ti cadde proprio davanti. E ti vide.”. È così che per Alekos Panagulis inizia l’incubo. Un incubo fatto di anni trascorsi in fastidiosa solitudine all’interno di celle spaziose come tombe, di ufficiali disumani specializzati nell’infliggere torture atroci, di trasferimenti da una prigione spaventosa ad una ancora più spaventosa, di tentate fughe e poesie straordinarie. Nel 1968 a seguito di un processo in cui Alekos, così come commenta Fallaci stessa, si trasforma da accusato ad accusatore e che coinvolge l’opinione pubblica ovunque, egli viene condannato a morte e subito trasferito ad Egina, luogo in cui per giorni attende l’esecuzione poi mai arrivata. Papadopulos è infatti costretto a cambiare idea sotto incitamento di politici europei: offre la grazia ad Alekos che ovviamente la rifiuta beffardamente. La sua prigionia quindi continua e lo segna profondamente, sul corpo e nell’anima. Anche dopo aver riacquistato la libertà, Alekos si batte per riorganizzare la Resistenza:

Alekos, cosa significa essere un uomo?

“Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. [...] Significa lottare. E vincere.” Questo è il modo in cui Alekos Panagulis rispose ad Oriana Fallaci durante un’intervista del 1973, anno in cui viene liberato dopo cinque anni di reclusione a causa del fallimentare attentato alla vita del dittatore Georgios Papadopulos. Questo è il primo incontro di Oriana Fallaci con un politico ma soprattutto un poeta del quale poi s’innamorò e che, dopo la sua “misteriosa” morte, diventò il protagonista/ eroe di quello che da molti è stato definito il più bel romanzo della Fallaci: “Un Uomo”, appunto. Chiunque abbia letto il romanzo di Oriana sa che descrivere la personalità di Alekos è cosa ardua. Nato a Glifada nel 1939, all’università studia ingegneria per poi intraprendere la carriera militare. Quando nel 1967 Papadopulos impone un regime militare, 4


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nel 1973, difatti, si sviluppa “un golpe nel golpe” che porta un nuovo dittatore, Joannidis, alla guida del paese. Ora Panagulis ha un nuovo nemico contro il quale continua a combattere sfoderando come sempre la sua arma migliore: l’ingegno. Tuttavia nel 1974 la giunta cade e in Grecia vengono indette elezioni “democratiche”. Panagulis, seppur contrario alla “politica dei partiti” vi concorre, con l’unico scopo di portare a termine la sua lotta per la democrazia. Da deputato, vuole smascherare i politici favorevoli al regime dei colonnelli che indisturbati siedono al Parlamento; in particolare accusa il ministro della difesa Averoff. Per tutto il 1975 si dedica segretamente alla ricerca di documenti in grado di dimostrare la veridicità delle sue accuse. Trova finalmente gli archivi scoprendo così che Papadopulos e Joannidis furono affiancati non solo da Averoff ma pure da componenti del suo stesso partito. Ovviamente a questo punto Panagulis torna ad essere un elemento “scomodo”, ormai conscio del fatto che quel regime democratico post dittatura di democratico ha ben poco. Con queste parole Oriana Fallaci descrive la sua fine: “Lo eliminarono la vigilia della consegna degli archivi in Parlamento. […] La notte tra venerdì e sabato Primo maggio, mentre andava a dormire a casa della madre a Glifada, due automobili presero a inseguirlo. Una gli si affiancò a gran velocità e, con un’abile manovra di testa-coda, lo scaraventò fuori strada. Morì quasi sul colpo. Ai suoi funerali parteciparono un milione e mezzo di persone. ” Il primo maggio muore Alekos Panagulis, un

uomo il quale la donna che amava descrive come “uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita”. Un uomo il quale, sicuramente, se non fosse stato fermato in quella maniera bruta, avrebbe migliorato la Grecia e forse il mondo. “...E per te cos’è un uomo, Oriana?” “Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos”.

Serena Di Luccio serenadl95@hotmail.it 5


Storia e Società

Muoversi politicamente con apoliticità In un mondo complesso e nel conseguente incastro meccanico in cui viviamo oggi diventa difficile definire e definirsi. Rispetto a questa considerazione tutti noi siamo assoggettati dall’esistenza di istituzioni nazionali e internazionali, schierate un po’ di là e un po’ di qua, che, delle volte più piano e delle volte più velocemente, stabiliscono in grandi regole generali cosa è giusto e cosa non lo è in un determinato momento storico. Questo elemento è ovviamente caratterizzato dall’esistenza della politica “[…] l’insieme di misure aventi il fine di determinare nella popolazione mutamenti spec. in senso quantitativo, intesi cioè ad accrescerla o a limitarla”. Di conseguenza la politica è lo strumento con il quale confrontarsi per ottenere quello di cui una società ha bisogno. Ma c’è un altro aspetto che va in controversia con il panorama sopra descritto, nei temi di impatto sociale maggiore che stiamo affrontando in questi ultimi anni. Infatti forti movimenti di posizione rispetto a temi come l’immigrazione, la violenza di genere, l’identità di genere preferiscono dichiararsi apolitici. L’apoliticità fondamentalmente dovrebbe definire semplicemente colui o coloro che sono estranei alla politica, che non aderiscono a nessuna fede e che rispetto alla politica non nutrono sentimenti opinionistici. Il disinteresse nei confronti delle forme di governo della società in cui si vive, però, non è in realtà così semplice come la definizione

di apolitica appare. L’essere parte di una società in evoluzione porta necessariamente un individuo a schierarsi, in un’altra ottica invece chi non schiera le proprie opinioni morali potrebbe rimanere in qualche modo lo spettatore passivo della realtà in cui è. Ma quindi come si spiega un movimento sociale definito apolitico? Appare forse come un paradosso, soprattutto perché in un sistema democratico è quasi indispensabile che ci sia una partecipata attività di schieramento che dia spessore ai criteri di giustizia che sono messi ogni giorno in discussione. Questo evidentemente non designa uno stato di inattività, piuttosto evidenzia un approccio a quello che l’essere umano di natura si trova a vivere come stato di insoddisfazione, nell’attività diversa da quella dell’istituzione riconosciuta. Indica, quindi, una fetta di popolazione che non si vuole sentire rappresentata dalle forze politiche ormai, nel 2016, che appaiono nel loro modo di agire così lontane dal cittadino comune che preferisce lavorare su temi che reputa più importanti piuttosto che applicarli alla linea politica di quel momento. Questa posizione alternativa descrive, per certi versi, uno stato di mezzo, che scinde dalla macchina del sistema sociale tutto quello che è la legge scritta, come etichettavano nell’antica Grecia, concentrando tutta l’importanza nella legge divina, etica, morale. Allo stesso tempo però la valenza che la po6


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litica ha nella vita dell’uomo è imprescindibile dall’esistenza dell’uomo stesso. Essa dà sfogo all’esigenza partecipativa della vita sociale. Per questo motivo un soggetto apolitico, fondamentalmente, si schiera dalla parte delle sue ragioni rifiutando -ironicamenteper partito preso di essere definito da altri, essendosi lui per primo detto indefinibile da un punto di vista che rinnega. Il pensare di poter affrontare i problemi sociali, o di discutere di diritti dell’uomo senza tirare in ballo la politica racconta forse di uno degli ultimi scogli al quale l’uomo si è aggrappato pur di differenziarsi, pur di scappare dal meccanismo sociale nel quale si è rinchiuso nel tempo. Non si può né dire né sapere se l’apoliticità possa divenire un’alternativa concreta in un mondo che non funzioni su base istituzionale, allo stesso tempo però, nel mondo visto da un punto di vista meno astratto, tutti noi facciamo politica ogni volta che confrontiamo il nostro pensiero con gli input esterni che ci travolgono in ogni momento come tsunami incontrollabili. Di conseguenza l’esistenza della politica implica che ogni individuo sia modellato in considerazione della società, e che quindi le sue scelte avvengano di conseguenza a scelte comuni. Per questo il soggetto apolitico, rispetto a questa realtà, pur muovendosi –per quanto voglia- svincolato da ogni opinione in merito al potere ne è comunque fortemente assog-

gettato. Di conseguenza colui che dichiara di non interessarsi al modello di incastro sociale in cui vive, diventa oggetto della maggioranza che crede, o dice, di non appoggiare. In conclusione, in un mondo così complesso come quello odierno nel quale la politica ha perso il suo spessore sociale, sempre di più sentiamo parlare di queste realtà che cercano svincoli alle convenzioni infiltrandosi in strade probabilmente senza uscita. Un modo per ribellarsi al pensiero accademico, consolidato che la partecipazione collaborativa sia una virtù: trasportandosi in una realtà più piccola con meno ostacoli dati dall’identificazione diretta, nascondendo le proprie opinioni dietro una maschera apparentemente inattaccabile. L’apoliticità è quello strumento che adopera chi, con ostinazione, rifiuta di essere libero rispetto alle libertà che gli sono concesse; cercando la propria nella scelta autopunitiva di non usufruirne. Data la politica come caratteristica umana. Oppure è la conseguenza dell’intuizione che la cattiva politica ci stia allontanando dal pensiero critico rispetto alla convivenza sociale, che ci isola sempre di più. Soli con mille risposte e interessati a nessuna domanda.

Federica Ranocchia 7


Storia e Società

Piero Gobetti

Cosa ho a che fare io con gli schiavi? Come raccontarvi di Piero Gobetti lontano da via estremamente intellettuali? E chi era ‘sto Gobetti? Come rendere intellegibile una produzione letteraria ben più sconosciuta rispetto ai moderni meme di una qualsiasi paginetta quale ‘Sesso Droga e Pastorizia’; come fare i conti con la storia del primo editore di Eugenio Montale.

le fratture sociali che conducono un’ideologia antiegualitaria a diventare predominante tra la perduta gente. Gobetti si sentiva esule in patria, resistette per qualche anno alla dittatura mussoliniana, la avversò, subì personalmente percosse fisiche dalle camicie nere. Fu costretto a chiudere la sua casa editrice, sperava di proseguire la sua attività di scrittore ed editore in Francia. Non fu possibile. Trovò la morte ad appena venticinque anni nel 1926, ancora oggi riposa nel cimitero di Père Lanchaise a Parigi. Piero aveva una completa inabilità alla vita pratica, l’obbligo di cercare casa nel freddo inverno parigino lo ha talmente destabilizzato che la sua salute ne soffrì: quando le sue condizioni di salute peggiorarono decise di recarsi al Louvre, tipo la morte di Bergotte ne la Recherche di Proust: lo scrittore in fin di vita osserva un quadro di Vermeer cerca la bellezza, un’affinità emotiva che lo porti ad affermare io voglio scrivere come quel pittore dipinge. Non dentro un’aula universitaria, non attraverso un manuale accademico, ma grazie a Paolo di Paolo e al suo fortunato Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) ho scoperto la vita di Piero, del filosofo Gobetti, dell’amore per Ada Prospero: come un nano sulle spalle di un gigante, ancor più dopo aver scoperto che anche lui per conquistare la sua persona le ha raccontato degli Elementi di Scienza

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo Confesso: non so fare meglio dell’utente che ha redatto la sua pagina Wikipedia, credo commetterei un torto ai miei ventiquattro lettori se cercassi in questo articolo di emularne lo stile. Nelle ultime settimane fascism è la parola più ricercata online nel dizionario Merriam-Webster: Gobetti ci lascia detto che che il fascismo è l’autobiografia di una nazione. Ed è terribile, se uno ci pensa, quanto siano rare, ad un passo dalla farsa, le analisi sulle origini di questo fenomeno. Non tutto il pensiero gobettiano è attuale per il tempo presente, eppure i suoi scritti sulle origini del fascismo in Italia sono tra le letture più illuminanti per comprendere dove e come nascano 8


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Politica di Gaetano Mosca, pensando che. E invece. Parliamo di un uomo schivo, che voleva difendere la parte più profonda di sé; un intellettuale che si forma studiando Vittorio Alfieri, parliamo di un ragazzo che all’alba dei vent’anni si confronta con mostri sacri quali Croce, Salvemini, Einaudi. Così come da liberale à la J.S. Mill col comunista Antonio Gramsci sulla rivoluzione d’ottobre, non nascondendo un’inaspettata simpatia verso le lotte operaie all’interno delle fabbriche durante il biennio rosso. Il senso di questo articolo è racchiuso nell’emblema della Piero Gobetti editore – tì moi syn doulòisin / che ho a che fare i coi servi? La schiavitù, la sola cosa da cui bisogna fuggire sempre.

TI MOI ΣΥΝ ΔΟΥΛOIΣΥΝ “tì moi sun doulòisin?” “cosa ho a che fare io con gli schiavi?

Mario Incadenza maincandenza@gmail.com 9


Dal mondo

Io sono Marta, Io sono te.

Una distesa di fango e lamiera si estende a perdita d’occhio. Capre e galline rovistano nella plastica per cercare qualche scarto con cui nutrirsi. Un fumo grigio-verde si innalza dal terreno per via dell’immondizia che viene interrata, perché le strade ne sono già piene in ogni angolo e i bacini delle fogne a cielo aperto sono ormai intasati. Forse Kibera (Nairobi, Kenya) è lo slum più grande del mondo, o forse non lo è: non si riesce nemmeno a calcolarne la popolazione che, secondo le stime, oscilla tra i 170mila e i 2,5milioni di abitanti, per l’imbarazzo di ogni censitore. L’abitante-tipo di Kibera è sieropositivo, condivide una latrina con 50 altre persone, ha una speranza di vita di 30 anni e obbliga almeno una donna della sua famiglia a prostituirsi quotidianamente, in cambio di cibo. Sniffa colla sin da quando era bambino, perché tutti gli altri bambini lo facevano. Trascorre le sue giornate disteso per terra con gli stimoli vitali ridotti al minimo, perché la malnutrizione,

la malattia e la tossicodipendenza gli hanno distrutto, tra le altre cose, il sistema nervoso. Marta, invece, è una studentessa universitaria figlia della classe media portoghese. Con qualche piccolo sacrificio, nonostante la crisi, riesce a terminare gli studi, ma non le è mai mancato niente. Marta studia Cooperazione, non sopporta le ingiustizie e ama viaggiare. E’ una persona piena di energia; energia che vuole dedicare alle cose in cui crede, senza pensarci troppo: è impulsiva, e forse anche un po’ incosciente. E’ stata forse questa sua caratteristica che l’ha portata a spendere quei pochi soldi, che aveva minuziosamente risparmiato, per un viaggio in Kenya. Marta trascorre 3 mesi a Kibera come volontaria: nulla sarà più come prima. “Nel mio mondo fatto di libri e documentari tutto questo non c’era”, dice spesso, “Qualcosa, in me, era cambiato irreversibilmente. Non potevo permettere che tutto questo accadesse. Come potevo tornare a casa e vivere tranquillamen10


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te, come se non avessi visto nulla?”. Così Marta torna in Portogallo, improvvisa una goffa raccolta fondi e vola a Kibera. Questa volta, però, decide di restarci. Con pochi finanziamenti e ancora meno esperienza, all’età di 23 anni, fonda “From Kibera With Love”, un’associazione dedicata all’erogazione di servizi all’infanzia. Dopo mille sfide e altrettanti ostacoli, Marta riesce a pagare la retta scolastica per 16 bambini, ai quali offre anche un pasto al giorno. Quattro anni dopo, Marta riesce a quintuplicare il suo impegno, accogliendone 80, ai quali garantisce anche vaccini contro il colera e il tifo. Marta non dimostra 27 anni. Ha il viso scavato e le rughe profonde. Ha uno sguardo pacato e calmo: quello sguardo di chi ha trovato la sua ragione di vita, quello sguardo che ti legge dentro e ti fa sentire nudo. Ma questo piccolo miracolo non è qualcosa di irraggiungibile: Marta potrebbe essere la ragazza della porta ac-

canto; potrebbe essere lo scrittore di questo articolo, potrebbe essere il lettore. Non sono necessarie qualità o competenze specifiche affinché storie come queste accadano. Il “dono” di Marta appartiene a tutti, in realtà: avere delle proprie aspirazioni intrinseche e profonde è nella natura umana stessa. E queste non devono necessariamente avere una vocazione umanitaria o di sacrificio; non esistono storie più o meno straordinarie, bensì gesti e azioni compiuti nel rispetto della propria natura, delle proprie aspirazioni, della propria voglia di mettersi in gioco. Ciò che realizza lo straordinario, in realtà, è sapersi ascoltare e non aver paura di intraprendere la propria strada.

Davide E. Germondari 11


Dall’Io

Un viaggio tra presente e passato. Brian Weiss nasce a New York, nel 1944. È uno scrittore ma soprattutto psichiatra che, dieci anni dopo essersi laureato alla Columbia University e aver tirocinato alla Yale nel 1970, entra in contatto con un mondo diverso da quello a cui è abituato ma nei confronti del quale non c’era mai stata una sua totale indifferenza: all’area pseudoscientifica comprendente reincarnazione e ipnosi regressiva. In uno dei suoi libri – “Molte vite, un solo amore” – il dottor Weiss racconta due storie apparentemente separate: quella di Elizabeth, giovane donna in carriera che però a seguito della morte della madre incomincia a vivere una vita in perenne ansia e angoscia, con il chiodo fisso di non essere abbastanza, di essere sempre lei quella sbagliata; e quella di Pedro, un messicano che soffre per la perdita di suo fratello, morto a causa di un incidente. Weiss nota come frequentemente le persone con un gravoso lutto alle loro spalle si rivolgano a lui. L’obiettivo o il sogno di queste persone sarebbe poter rivedere i loro cari o anche solo capire qualcosa di più sulla morte. In questo libro, entrambi i protagonisti ricorrono alla tecnica dell’ipnosi regressiva per trovare ricordi. D’altronde si sa che la morte fa male per chi rimane. Le vite di Elizabeth e Pedro sono però destinate a intrecciarsi, entrambi raccontano sotto

stato d’ipnosi la storia di una delle tante vite precedenti in cui erano stati insieme, sotto forma di padre e figlia, e con il conoscersi poi in questa vita finiranno con l’abbandonare le loro ansie, crescendo. Sia Elizabeth che Pedro riescono ad arrivare, con dolore e fatica, alla radice del loro dolore. Viaggiano nelle loro vite, riconoscono situazioni che hanno contribuito a bloccare la loro anima dall’elevarsi, riconoscono anche persone che hanno ritrovato nelle loro vite attuali, persone che hanno fatto loro del male. La vera forza non star nel far finta di niente, anzi. Queste storie raccolte da Weiss le sento vicine. Probabilmente perché è uno dei primi libri che ho letto quando ho iniziato a elaborare il lutto per mio padre. Perché anch’io mi sono fatta domande. Quando perdi qualcuno pensi di cadere, ti senti precipitare in un cilindro buio e senza fine, come se tutto ciò che sei riuscito a fare prima di quella perdita venisse meno, ma poi basta poco, anche un semplice sguardo che ti sia familiare per capire che non hai perso ma hai avuto modo di trovare altro, di crescere. Anche se è difficile, soprattutto perché vedi facce che ti guardano con compassione (e daresti uno schiaffone a ognuno pur di farli smettere) o bocche che ti dicono di essere forte, quando in quel momento tutto riusciresti ad essere meno che forte. Ma poi vai avanti. 12


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o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse. Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce. Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei vostri antenati. Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”.

Non ci sono certezze nella vita, si sa. Le paure possono essere tante, causate dalle più svariate situazioni: un trasferimento, un lavoro da consegnare, una traduzione da perfezionare, il treno da prendere; eppure in ogni cosa che possa causare agitazione, c’è un principio di cambiamento. Nelle più crude domande ci sono le risposte, proprio come dimostra Weiss. Il coraggio più grande è semplicemente quello di abbandonare per un attimo ciò che si crede il “porto sicuro” e trovare quel che si stava cercando. In “Molte vite, un solo amore” Weiss fa riferimento a un’anima gemella. Credo sia opportuno non pensare a essere come un misto di SoleCuoreAmore, piuttosto come a un soul mate, compagno di viaggio che resta al tuo fianco nel corso dei secoli, come dice Weiss “A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due

Martina Lowin Grujic 13


Letteratura

Noi, i giovani Holden

un momento, di essere fatto in modo schifo? Holden ci svela senza tentennamenti che tutti abbiamo una cimice da voler schiacciare dentro di noi, ma che spesso abbiamo paura di sporcarci le mani per eliminarla. Ma c’è anche chi crede di avere tutti i tasselli del puzzle incastrati alla perfezione, per accorgersi solo troppo tardi che il quadro non era completo. Probabile che la cimice si sia mimetizzata talmente bene da ridersela sotto i baffi per averla fatta franca. In un modo o nell’altro, tutti abbiamo una parte di noi che proprio non ci va a genio,

Una macchina schifa, un libro schifo, una vacanza schifo. Al giovane Holden non piaceva proprio nulla. Nemmeno se stesso. Soprattutto se stesso. “Sono fatto in modo schifo”, diceva. Ma con la parola “schifo” intendeva esattamente una sensazione simile all’odore nauseabondo del cibo andato a male oppure un senso di fastidio per ciò che non è come dovrebbe essere? Holden sentiva di non avere nulla al posto giusto, si sentiva continuamente un pesce fuor d’acqua, senza identità, senza un posto nel mondo. Un caos umano. Ma chi non si è mai sentito, anche solo per 14


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sibile via d’uscita? L’importante è fare, fare, fare. Sì, ma cosa? Il giovane Holden una cosa la sapeva bene: voleva fare l’acchiappatore nella segale. Si immaginava di essere su un dirupo, in un mondo senza adulti, con tanti bambini che giocavano spensierati, e appena rischiavano di cadere giù, lui li ritirava su. Voleva salvare delle anime innocenti. È quello che desiderava per lui. Essere salvato. Essere guidato. Essere portato sulla retta via. Essere protetto dalle brutture della vita perché tutti gli aspetti lo mettevano in crisi in quanto non era ancora in grado di guardare bene in se stesso, nel suo modo di essere schifo. “Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa?”, ci chiede Holden. “Come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete”, ci risponde Holden.

quella cimice che se ne sta lì solo a dar fastidio, come le mosche quando sei sdraiato e rilassato sul lettino e vengono a ronzarti nelle orecchie. Ma Holden non guardava oltre il suo naso, o forse guardava troppo in là per non accorgersi di non rappresentare un’eccezione. Non rappresenta alcuna eccezione essere schifo. Ha pagato con la solitudine il prezzo di voler essere diverso, di voler essere anticonformista. Ma accade sempre così. Per andare contro le regole imposte dalla società se ne vanno a creare inevitabilmente delle altre, e ciò che prima era diverso diventa normale nel senso proprio del termine. E alla fine essere diverso significa esattamente essere normale. Ha rifiutato lo schifo derivante dalla falsità e dal conformismo della società borghese americana del tempo. Ha rifiutato il mondo e ne ha paura. Paura del futuro. Un buco nero. È così che vede il suo domani il giovane Holden, e con lui, tutti i ragazzi della sua età o poco più. Ragazzi che si sentono tanti piccoli topolini in un labirinto senza vie d’uscita. Alcuni sanno che dovrebbero avere un pezzo di formaggio alla fine del percorso, altri non lo sanno, altri non sanno se lo vogliono. Ma chi lo ha detto che il labirinto ha una sola pos-

Stefania Ferrara stefaniaferrara7@libero.it 15


Arte e Mostre

Disturbi della Creatività. nellate pregne di tinte accese e contrastanti, i contorni marcati, la prevalenza dei colori giallo e blu indicano un’intima angoscia e un vigoroso desiderio di creare un mondo in cui finalmente sentirsi in pace. Meno celebre al grande pubblico ma altrettanto interessante è il caso di Antonio Ligabue o altrimenti detto “el matt” (il matto). Nato a Zurigo nel 1899 da una ragazza madre italiana, venne però successivamente affidato ad una coppia indigente, costretta a spostarsi di continuo in cerca di lavoro. Iniziò così, per lui, la lunga odissea di nomadismi, sradicamenti, violenze e abbandoni. Selvatico, solitario, timido, insolente, sporco e soggetto a crisi depressive che lo portarono a diversi ricoveri psichiatrici. Il primo ingresso in manicomio avvenne nel 1917 a soli 18 anni, dopo una grave crisi di nervi, l’ultimo nel 1945 a Reggio Emilia. Povertà ed ignoranza, fecero il resto.

La creatività è la capacità di trascendere dall’ordinario, può essere quindi definita come un istinto che non ha limiti, regole o confini. Proprio da questo principio è possibile intravedere tramite le loro opere, l’anima di coloro che creano, inventano ed innovano pensando fuori dagli schemi. Queste opere possono identificarsi come produzioni fuori dal tempo e dallo spazio, alcune addirittura in bilico tra genio e follia. Due qualità il cui rapporto ha ispirato numerosi e importanti studi sulla relazione, spesso in atto, tra i disturbi della personalità e la produzione di un’artista. E’ facile ritrovare questi aspetti in Vincent Van Gogh, per il quale la rigida educazione religiosa ricevuta dal padre pastore protestante ed un’innata fragilità psicologica, gli impedirono di adattarsi ad un mondo che sentiva sempre più estraneo ed incomprensibile. L’ inconfondibile stile caratterizzato da pen-

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un’allucinazione. Per Ligabue, invece, l’arte non era tanto un rifugio, quanto piuttosto un veicolo della sua follia, la quale risiedeva proprio nella sua fragilità che lo esponeva all’emarginazione. La pittura era qualcosa a cui appartenere, da cui lasciarsi definire: in un estremo tentativo di imporre la sua scomoda personalità.

Le opere di Ligabue raffigurano piante, contadini, animali principalmente predatori, nel pieno del loro atto virulento, di sopraffazione, aggressione e rabbia, senza filtri. Esatta trasposizione dei sentimenti che l’artista provava nei confronti di una società che non lo accettava e in cui non ha mai imparato a stare. Esorcizzava la paura attraverso la rappresentazione della forza, evocando la bestia da dominare e nella quale incarnarsi in un processo di metamorfosi schizofrenica. Interessante il paragone tra i due, in cui è possibile scorgere delle somiglianze importanti sia stilistiche che di vita vissuta. Tuttavia, ad essere affascinante è l’analisi di come l’arte divenga non soltanto espressione di un rigurgito emotivo ma un mezzo per rendere costruttivo un istinto invece distruttivo: Van Gogh voleva attraverso le sue raffigurazioni che la sua idea di mondo, in cui non sentirsi più estraneo ma finalmente parte, diventasse anche per un attimo reale e non più solo

Vittoria Mobili 17


Musica

“Stop, coi Rolling Stones! Stop, coi Beatles stop!” Echi di un mondo che cambia.

erano indifferenti alle contestazioni, anzi, ne erano il cuore pulsante. I loro LP erano le colonne sonore di un periodo di cambiamenti che loro stessi cercavano di portare all’intero della società. Insieme. Non solo musica d’autore, ma anche musica pop – impegnata, come lo stesso Morandi ha rappresentato in parte della sua carriera musicale. Nascevano icone, nascevano proprio insieme ai ragazzi, ed all’unisono il loro grido risuonava come desiderio di innovazione e di cambiamento, in nome di un futuro non programmabile o scrivibile nell’immediato. E oggi? L’industria musicale non è per nulla cambiata: i giovani sono sempre il cuore pulsante, coloro i quali comprano (non più LP, sia chiaro) e seguono i propri idoli. S’infiammano. S’innamorano, ma non si impegnano più. Scrive Alessandro D’Avenia nel suo romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue”: “A volte nella musica si trovano le risposte che cerchi, quasi senza cercarle. E anche se non le trovi, almeno trovi quegli stessi sentimenti che stai provando. Qualcun altro li ha provati. Non ti senti solo. Tristezza, solitudine, rabbia”. Questo romanzo ha riscosso molto successo tra i ragazzi soltanto qualche anno fa e qui,

1967. Gianni Morandi raggiunse/ge la vetta della hit parade italiana con il singolo “C’era un ragazzo che come me, amava i Beatles e i Rolling Stones”: una canzone pop, leggera secondo i critici del testo, ma al tempo stesso impegnata ed estremamente attuale. Tematica portante la guerra del Vietnam che ha tanto ispirato i cantautori della fine degli anni ‘60, sia autoctoni che d’oltreoceano, assolutamente discordante dagli standard di quella che l’opinione comune definiva canzonetta all’italiana. Dopo le celebri canzoni del primo periodo (“In ginocchio da te”, “Se non avessi più te”), la svolta del ragazzo di Monghidoro fu evidente e fu evidente anche che il suo cambio di rotta, avvenuto proprio con “C’era un ragazzo…”sopraggiunse nel momento clou del movimento beat e nel periodo dei “primi vagiti di un ‘68” (direbbe Venditti) che si apprestava ad arrivare con l’aria carica di tensioni. Insomma, il panorama musicale del tempo era costellato da canzoni prevalentemente romantiche (le canzonette), le quali dominavano nelle hit e riscuotevano un ottimo successo di pubblico e di vendite, ma il mercato non era indifferente a ciò che succedeva quotidianamente nelle piazze, nelle città o nelle università. Non lo era perché i giovani del tempo non 18


#5- 2016

tivo e ideologico da parte delle attuali forze politiche: l’egoismo, il chiudersi in se stessi, sono parole chiave in questo periodo che stiamo vivendo. Non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. “Lasciateci sbagliare seguendo le nostre visioni e scoprirete che abbiamo qualcosa, qualcosa da dare, qualcosa da dare”, cantano gli Ex-Otago. Da giovane quale sono, non voglio pensare che questo sia una vera e propria involuzione culturale, e che l’animo di questa generazione si mostri, in futuro, più incline ad interessarsi alle questioni sociali che affliggono tutti e non solo noi stessi. Essere connessi ad una rete virtuale, non ci rende, di certo, davvero società. Saremo sempre chiusi nei nostri sentimenti i quali, ahimè, rimarranno inespressi in una fredda scatola di metallo.

in questo stralcio, si può far luce su quello che la maggior parte della generazione odierna cerca nella propria playlist ideale. Ci si perde nelle note di qualche ragazzo nato solo qualche anno prima di noi, che non inizia la propria carriera suonando in qualche piano bar, ma si mostra al mondo accendendo una webcam nella propria cameretta. I nuovi artisti parlano d’amore, di problemi a scuola, usano un linguaggio molto simile a quello degli esponenti della loro generazione, ma non affrontano mai aspetti inerenti alla società o ai problemi che l’affliggono: il fenomeno web del momento, amato dai più, ha il volto del duo Benji&Fede (“Amore WI-FI”, “Tutta d’un Fiato”) che perfettamente incarna il valore dell’idolo odierno. Non più il senso civico - politico, ma soltanto la pura questione personale prettamente legata al sentimento personale. Il puro sentimento personale che prevale sulla percezione comune. Gli idoli musicali, in fondo, non sono mai solo tali. Sono uno specchio secondo il quale appaiono evidenti i valori culturali di una determinata epoca e, girandomi attorno, non vedo altro che il disinteresse nelle giovani menti. Questa è anche la conseguenza che ha portato ad alcune scelte di carattere comunica-

Lucilla Troiano 19


Musica

The Long And Winding Road. Ricordando George Martin, il “Quinto Beatle”. ammise che, nonostante i quattro di Liverpool non sapessero leggere la musica, la loro abilità nel suonare era notevole e, soprattutto, “non si poteva fare a meno di farseli piacere”. Ebbe inizio così un saldo connubio che vide il produttore colmare con la sua esperienza il varco tra il talento grezzo e il suono che i Beatles volevano ottenere. La loro parabola durò per tutta la produzione beatlesiana, partendo dall’LP d’esordio “Please please me”, uscito nella primavera del ’63, per giungere fino al conclusivo “Let it be” del ‘70. Martin, inoltre, contribuì sul piano strettamente creativo, suonando parti strumentali nei loro brani (soprattutto al pianoforte) e scrivendo centinaia di partiture per gli arrangiamenti orchestrali richiesti nella seconda parte della produzione dei Fab Four, in album come “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967 e nel “White Album” dell’anno successivo. Una volta scioltisi i Beatles nei primi mesi del nuovo decennio, George Martin continuò a produrre oltre 700 dischi di successo e a ricevere numerosi riconoscimenti tra cui ben sei Grammy Awards (di cui due con i Beatles) e una nomination agli Oscar. Non meno importante, poi, il suo inserimento nella “Rock and Roll Hall of Fame”, nel ‘99.

“Il mondo ha perso un uomo davvero grande, per me un secondo padre”. Così Paul McCartney ha voluto ricordare il produttore discografico George Martin l’indomani della sua scomparsa, avvenuta l’8 marzo di quest’anno. Tra i miti musicali che questo 2016 ci ha portato via, Martin, secondo lo stesso McCartney, fu l’unica persona che potesse essere definita a pieno titolo il “Quinto Beatle”; fu proprio lui ad intuire le potenzialità del quartetto di Liverpool e a metterli sotto contratto discografico. La musica segnò la vita di George Martin fin dagli inizi, quando a sei anni i genitori gli comprarono un pianoforte e due anni dopo cominciò a prendere lezioni di musica. Nel giro di poco tempo, grazie al diploma alla “Guildhall School of Music and Drama” di Londra, riuscì ad entrare nella major discografica EMI per poi essere nominato, nel 1955, manager della “Parlophone”, società minore del colosso multinazionale. Le strade dei futuri Beatles e di Martin si incrociarono nel 1962, quando quest’ultimo fece loro la prima audizione: ironicamente/ a primo impatto li definì/ la sua reazione fu di affermare che fossero /“piuttosto orribili” ma, credendo nei loro talenti nascosti, decise lo stesso di far firmare loro un contratto. D’altronde, lo stesso produttore 20


#5- 2016

Fu lui l’uomo che trasformò in realtà i sogni dei Beatles. to a sir George Martin; per aver dimostrato prima a se stesso e poi al mondo, che forse quei quattro ragazzi di Liverpool non erano poi così “orribili”. E che forse di strada ne avrebbero fatta.

Oltre al suo lavoro creativo ebbe modo di esprimere la propria filantropia impegnandosi in vari progetti, tra cui “The Prince’s Trust”, la charity fondata da Carlo, principe di Galles. La grandezza di questo gentleman inglese, tanto geniale quanto volutamente lontano dai riflettori, fu la capacità di incanalare, tradurre e dare ordine alla più grande esplosione di creatività musicale della storia della musica contemporanea; fu lui l’uomo che trasformò in realtà i sogni dei Beatles. Per questo il mondo della musica deve mol-

Vittorio Penna vittorio.victor.penna9@gmail.com 21


Cinema e Spettacolo

Homo Homini Equus:

Analisi della serie Bojack Horseman vista dagli occhi di un ventenne. anche un attore fallito dello scorso millennio. La forza della serie è utilizzare il mondo hollywoodiano come una lente d’ingrandimento della realtà odierna; come Fece Joyce con la sua Dublino. Tuttavia il risultato che ne deriva la fa sembrare molto più una grottesca “zoommata” alla Pirandello. In un mondo dove vivono non razze, ma addirittura specie diverse, dove dovrebbe quindi regnare la tolleranza e la cooperazione, domina invece il bisogno di mantenere la propria immagine intatta, eterna, glorificata. Il prezzo per questo, diceva Baumann, è la nostra vera individualità. E quindi senza individualità come si può essere felici? Come si può sperare di avere una relazione stabile se non siamo altro che l’immagine che la società ha o aveva di noi? Non si può appunto, Bojack e gli altri personaggi non fanno eccezioni. Ognuno tuttavia reagisce a suo modo: c’è chi come Mr. Peanut Butter decide di cedere a questa logica e di essere entusiasta e felice di tutto. c’è chi come Bojack e Diane (la ghost writer) lotta e si ribella a ciò che accade e c’è chi diventa l’immagine stessa, il mezzo di comunicazione come avrebbe detto Marshall Mcluhan. Per questo ultimo esempio mi riferisco in particolare a “Un tipo alla Ryan Seacrest” che appunto presenta programmi in tv e non deve avere nessun nome o qualità specifica se non assomigliare a Ryan Seacrest.

Qualche tempo fa decisi di abbonarmi a Netflix, la multipiattaforma online che permette di vedere serie Tv e film, per gustarmi le serie esclusive di cui tutti i miei amici stavano parlando (Narcos in primis). Mentre ero alla ricerca delle serie notai un cartone animato, Bojack Horseman, che decisi di vedere pensando fosse la classica serie animata stile “griffin”. Mai fui più fuori strada di così; avevo trovato un piccolo capolavoro audiovisivo. Bojack Horseman narra la storia di Bojack, appunto, un cavallo che in un mondo antropomorfo era una star televisiva fra gli anni ‘80 e ‘90. Oggi tuttavia non è altro che un attore fallito, ancora molto facoltoso, ed un inguaribile depresso. La trama inizia ad avvilupparsi quando, spinto dalla sua agente ed ex fidanzata Princess Caroline, deve scrivere un libro sulla sua vita, ingaggiando una ghost writer per aiutarlo nell’arduo compito. Potrei soffermarmi molto tempo sulle connessioni filosofiche letterarie e sociologiche che si trovano nella serie. Si potrebbero trovare richiami ad Albert Camus come a Zygmunt Baumann o a Woody Allen; il tutto condito con una spolverata del nostro Giacomo Leopardi qua e là. Quello di cui voglio parlare tuttavia è del perché i ragazzi di oggi si sentono vicini ad un cavallo di mezza età che è 22


#5t- 2016

“Saremmo tutti più felici se solo ce ne rendessimo conto” Woody Allen Noi giovani senza futuro e senza miti, come ci descrivono oggi, ci sentiamo vicini ad un cavallo perché lui come noi non si rassegna all’evidenza del mondo che lo circonda, ha capito che questa società ci rende tutti profondamente infelici, e lotta, si ribella, cade, si arrende e si ferma. Noi siamo come Bojack Horseman perché ci troviamo intrappolati nell’immagine spesso distorta che la società ha di noi. E questo ci fa soffrire. Certo anche noi abbiamo le nostre colpe, siamo sempre dei semplici ragazzi; ma potremmo prendere spunto da ciò che diceva Woody Allen in Ombre e Nebbia: “Saremmo tutti felici se solo ce ne rendessimo conto”.

Franco Savi Franco-savi94@libero.it 23


Musica

Gabriele Mainetti. Una vita seguendo una passione. Nell’Ottobre del 2015 al Festival del cinema di Roma, sfogliando la lista dei film partecipanti e le conseguenti recensioni ne spuntavano alcune entusiaste verso un film italiano che trattava in chiave drammatica il tema del supereroe. Un film sui supereroi ambientato a Roma? È tutto vero?. Le critiche erano tutte positive e tutti parlavano bene del film, molti gridavano al miracolo credendo che il cinema di genere italiano fosse resuscitato. Io allora sempre più fomentato iniziai a cercare più informazioni possibili sul regista, un certo Gabriele Mainetti (nome a me ancora sconosciuto) che tra le altre cose si era laureato al D.A.M.S. il mio stesso indirizzo di studi; c’è speranza anche per me pensai. All’attivo Mainetti aveva molte partecipazioni come attore in film tipo “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina e fiction televisive italiane e opere teatrali, anche se la sua passione restava la regia. Comincia a girare cortometraggi nel 2003 ma solo cinque anni più tardi verrà notato dal pubblico con “Basette”. Questo corto ha per protagonista Antonio (Valerio Mastrandrea), un ladro che insieme ai suoi amici sta per commettere il colpo della vita, ma qualcosa va storto e vengono feriti, però prima di morire immagina la sua vita nel mondo di Lupin III e se ne va con un sorriso. Nel 2011 fonda la sua casa di produzione Goon Films con la quale l’anno successivo realizza “Tiger Boy” corto ispirato a L’Uomo Tigre, racconta la vita di un

bambino che sia a scuola che a casa indossa perennemente la maschera del wrestler Il Tigre (suo grande idolo) senza togliersela mai, si scoprirà dopo cosa si nasconda dietro questa peculiare caratteristica. Con questo progetto Mainetti conquista svariati premi tra cui il Nastro d’argento 2013 come “Miglior Cortometraggio” e viene selezionato, nella medesima categoria, dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences tra i 10 finalisti per la nomination all’Oscar 2014. La vera svolta però arriva solo nel 2016 quando nelle sale italiane arriva “Lo chiamavano Jeeg Robot” primo lungometraggio per Mainetti; l’idea per questo film risale al 2009 secondo il regista e partorirla non è stato per niente facile poichè dopo aver cercato invano tra i produttori italiani, che per nulla credevano nel suo progetto, Mainetti ha dovuto autofinanziarsi con molte difficoltà. Questo film porta il genere supereroistico, ormai assorbito completamente dalla nostra società da molti anni e lo fa suo alzando di livello. Il film ha per protagonista Enzo Ceccotti, un ladruncolo della periferia romana, che durante un furto finisce nel Tevere acquisendo una forza sovrumana a causa della presenza di sostanze radiottive. Come ogni pellicola di questo genere, il protagonista affronterà un cambiamento interiore utilizzando i suoi poteri dapprima per scopi egoistici infine per il bene comune. Ad arricchire questo film abbiamo i personaggi di Alessia e dello Zingaro, la prima indiriz24


#5- 2016

zerà Enzo verso il percorso dell’eroe mentre il secondo lo intralcerà. Il film è un grande successo e porta a casa una carrellata di premi come, il più ambito per Mainetti : il David di Donatello come miglior regista esordiente. - Non voglio essere considerato il cavaliere sul cavallo bianco con lo stendardo che dice “Cinema di Genere“. Io sono per il Cinema nuovo. Non mi importa niente di vedere un film di genere che sia una brutta imitazione di quello degli anni ’70, voglio vedere roba che sia diversa. E questo è possibile solo se l’autore si batte per la propria idea e i produttori -e questo è un passaggio chiave- la sostengono, la capiscono e quindi tutti insieme fanno lo stesso film. - Questo dichiara Mainetti in

una recente intervista e come per il suo Jeeg, lui ha affrontato una strada pieni di ostacoli senza mai cadere ed è riuscito ad imporre una propria filosofia all’interno dell’ambito cinematografico, con fatica ma seguendo la sua passione, ciò che ognuno di noi dovrebbe fare.

Ciro Guerriero 25


Cinema e Spettacolo

Woody Allen. Il pessimismo e la risata

“C’è una vecchia storiella. Due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice: “Ragazza mia, il mangiare qua dentro fa veramente pena”, e l’altra: “Sì, è uno schifo, ma poi che porzioni piccole!”. Be’, essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miseria, di sofferenza, di infelicità e... disgraziatamente dura troppo poco.” (Io E Annie, 1977) Ci piace la vita che viviamo? Possiamo rispondere in mille modi e in mille sfumature, tutte collocate tra i semplici “si” e “no” Il fatto però è che, tutto sommato, il nostro benessere spesso non viene dalle qualità oggettive delle nostre esistenze, quanto dal nostro grado di accontentarci. In un mondo del genere, il pessimismo è forse la sola via che può renderci felici. Solo l’aspettare che tutto vada male da un momento all’altro può stupirci se questo non succede, e farci magari persino ridere se va ancora peggio di ciò che si è pensato. E’ questa magari un opinione insolita, ma che personalmente ho imparato ad abbracciare seguendo da sempre i film di Woody Allen. Cineasta newyorkese che non ha certo biso-

gno di presentazioni, nella sua carriera ormai cinquantenaria ha sempre condotto un apologia del pessimismo come sguardo privilegiato verso il mondo, in grado di restituirne le sue eccentricità al fine che queste diventano materiale per riderci più che per piangersi addosso. Prendiamo per esempio uno dei suoi primi film,“Il Dittatore Dello Stato Libero Di Bananas” (1971), una spassossima pantomima politica, la cui figura cardine risulta il dittator Castrado, assurdamente autoritario tanto da obbligare il popolo a portare la biancheria sopra gli indumenti, in modo da poter controllare sempre facilmente che questa sia pulita. La vena del film è naturalmente parodistica, ed è il registro usato a rendere tale una realtà filmica orribile e prive di vie d’uscita, che 26


#4- 2016

descrive un mondo alla prese con una forte instabilità politica, dove a un dittatore segue un altro dittatore, e a un altro dittatore segue un perfetto incapace, e così via. E quindi la visione divertita del film, più che il contesto a cui inserito, a descrivercene le divertenti stranezze. Tuttavia, quando l’approccio non è per forza surreale e parodico, Allen riesce comunque ad essere chiaro a riguardo. Uscito nel 1977, “Io E Annie” è uno sguardo disincantato alla genesi, crescita e morte di una relazione di coppia. Non abbiamo le classiche figure da commedia romantica, non ci sono ampie sequenze melodrammatiche e l’amore tra i due non va incontro a nulla che ricordi un romanticismo hollywoodiano. Semplicemente l’amore nasce, cresce, e muore. “Credo che quello restato a noi sia uno squalo morto” dice il personaggio di Allen, e di que-

sta affermazione possiamo riderne per via dello strano paragone, ma ciò non toglie la sua essenza pratica, al massimo la stempera. Rimane la consapevolezza di avere vissuto con la Annie del titolo qualcosa di magico e non esprimibile, qualcosa di totalmente inaspettato. Forse qualcosa di piccolo, ma è proprio dalla consapevolezza del nulla assoluto che, forse, tutto riesce a colpirci davvero.

Vincenzo “Notta” Riccardi nottariccardi@gmail.com 27


Periodico Universitario

Marcello Caporiccio Responsabile editoriale m.caporiccio@culturarte.it Andrea Menichelli Responsabile organizzativo a.menichelli@culturarte.it Marco Casini Responsabile comunicazione m.casini@culturarte.it

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INIZIATIVA AUTONOMA DEGLI STUDENTI CHE SI AVVALE DEL FINANZIAMENTO DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ROMA TRE AI SENSI DELLA L. 429/85

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CulturArte #5 (2016)  

CulturArte è il periodico universitario di Roma Tre.

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