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Andrea Belletti | Ilaria Bettinsoli


Fotografie & Testi | Photography & Texts Andrea Belletti & Ilaria Bettinsoli Progetto grafico & Stampa | Graphic design & Printing 6chic (un marchio B&B di A. Belletti & C. s.n.c.) BEDIZZOLE (BS) - info@6chic.net - www.6chic.net Ringraziamo per i preziosi contributi e per la revisione degli scritti: Thank you for contributions and for the review: Anna, Danilo, Eugenio, Marco. Versione: prima. Edizione: prima. 176 pagine. Viaggio e diario realizzati nell’anno 2012 | Travel and texts made in 2012 Š Riservati tutti i diritti per tutti i paesi. | All rights reserver under international copyright conventions. Vietata la riproduzione, anche se parziale, in alcuna forma senza la preventiva autorizzazione scritta. Prohibited reproduction, even if partial, in any form without written permission. 4


Lista di viaggio, cose da comprare, farmacia, valigie... Mancano un paio di mesi alla partenza che sarà il 13 agost. Tre settimane in Tanzania con l’obiettivo di lasciarci travolgere e stupire. Il nostro itinerario prevede di dedicare i primi quindici giorni esclusivamente alla natura. Un percorso in jeep e sacco a pelo che da Arusha ci porterà a Mwanza, per immortalare il maggior numero di animali possibili e viaggiare attraverso i parchi del nord-est scoprendone i diversi ambienti: savana, boscaglia e deserto semi arido. E poi di metterci alla prova, scoprire una parte d’Africa a noi sconosciuta... a stretto contatto con la gente per incontrare la parte umana di questo paese... viverla in prima persona. Saremo ospiti in una missione delle Suore Canossiane a Mugana, piccolo villaggio immerso nei bananeti, a una ventina di kilometri a ovest di Bukoba e del Lago Vittoria, dove cercheremo semplicemente di Vivere delle giornate Con le persone. Non siamo scrittori, non siamo fotografi... siamo (o vorremmo essere) viaggiatori. Questo diario vuole portarvi con noi attraverso un’esperienza ricca di sfaccettature. Due momenti distinti di viaggio uniti da un unico grande paese. 5


Tragitto Land Rover 4x4 Tragitto Battello Tragitto Aereo


60 giorni alla partenza ... Un’altra avventura alle porte, questa volta deve essere diverso, migliore. Non perché l’ultima volta non mi sia piaciuto o non mi abbia soddisfatto, è per una crescita propria del concetto di viaggio. Quasi un bisogno di ottenere di più da un’esperienza passata che, pur nella sua completezza, senti che può dare ancora qualcosa. Non è certo per mancanza di spunti della precedente meta, anzi, la Namibia è un paese che consiglio caldamente e che continuerò a consigliare. É più per un susseguirsi di emozioni e sentimenti estranei, che prendono vita dall’affrontare situazioni nuove e non familiari. Subito però mi sento a mio agio e in una sorta di assuefazione ho bisogno di qualcosa in più. Voglio che la naturalezza del destreggiarmi come “cittadino del mondo” diventi una mia caratteristica. Tutto quello che ho imparato sulla strada, oggi lo sento come se lo conoscessi dalla nascita. Bene: voglio imparare ancora... Tanzania... sto arrivando! Andrea

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30 giorni alla partenza ... Capita di essere talmente immersi nelle cose da fare, da organizzare e vivere in fretta che spesso non ci si rende conto del tempo che passa... In realtà manca proprio poco. Quante cose ancora da pianificare, accordi da prendere, persone da contattare... come ci organizziamo con il volo di rientro? Sarà proprio così necessaria, anche questa volta, la profilassi antimalarica? Ci saranno elettricità ed acqua calda in quel campo? Questo viaggio è nato così, per il desiderio di incontrare una parte d’Africa nuova, di cui tante volte abbiamo sentito parlare. Paesaggi sconfinati, persone ricche dentro, esperienze di vita che restano nel cuore... che è la cosa più importante. Così lo sguardo è caduto lì, in Tanzania... per poter coniugare safari in mezzo alla natura ed incontro con la gente del posto... e perchè è un luogo che cuore e mente sognavano da fin troppo tempo!! E allora rimbocchiamoci le maniche, portiamo a termine le ultime faccende che ci tengono ancora qui e le prime che ci porteranno là... gli ultimi acquisti, qualche vaccinazione, le mail e telefonate del caso e poi VIA! Ilaria 11


primo giorno ... Ore 19.30... partenza per Milano. Ore 22.55... partenza per Addis Abeba! Il gioco è: identifica chi andrà a Zanzibar, chi a fare un trek sul Kilimanjaro, chi torna a casa e chi andrà in safari... Facciamo un pò di chiarezza...  la pronuncia esatta è Tanzanìa e non Tanzània. Nell’Aprile del ‘64, dopo una serie di violenti scontri avvenuti sull’isola di Zanzibar, la forte azione di Nyerere, presidente del Tanganica (che allora comprendeva tutto l’attuale territorio della Tanzania senza Zanzibar), ha permesso l’unione dei due paesi in un’unica Repubblica Unita. Proprio da questi due paesi deriva il nome “Tanzania”: Tanganica (in swahili “terra selvaggia”) e Zanzibar... buffo pensare come una piccola isola, ma evidentemente politicamente ed economicamente importante, possa condizionare così tanto il nome di un paese...

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secondo giorno ... Arrivati in terra d’Africa!... ma che freddo! Sono le 06.25, ci sono 14 gradi e cielo terso dopo un probabile forte acquazzone. Siamo ad Addis Abeba per lo scalo, e il paesaggio che ci si apre davanti al diradarsi delle nuvole durante la discesa in aereo è estremamente povero: una distesa di baracche in lamiera all’orizzonte, poche case in muratura, niente strade e tanto fango. Sicuramente siamo in zona periferica, l’aeroporto non è di certo al centro della capitale etiope. E che aeroporto! Una volta arrivati, lo “smistamento” è manuale. Scesi dall’aereo un addetto chiede la destinazione a tutti i passeggeri ed in base alla risposta li manda a destra, a sinistra o li fa proseguire. Poi di nuovo tutti sul pullman e via per la Transfer Area: uno stanzone con 50 brandine e un mezzo mercato dove attendenderemo per due ore il volo per il Kilimanjaro Airport. Non possiamo credere che l’aeroporto di Addis Abeba sia davvero questo... chissà in che terminal secondario siamo finiti... Ore 12.30... 50 us dollar = 50 euro... non è vero ma vallo a spiegare ai funzionari dell’ufficio visti del Kilimanjaro International Airport, che avranno pure 16


le super macchinette per scansionare le impronte digitali di tutte e dieci le dita ma non sono al corrente dei cambi di valuta. Vabbé, l’importante è uscire al più presto da qui e andare a conoscere John (il Boss) e Max (Maxmilian), i drivers che si alterneranno su un fatiscente quanto affascinante Land Rover Defender con tetto rialzabile (modello safari) e ci guideranno per i più bei parchi del nord della Tanzania. Il programma sarà questo: Tarangire NP, Lake Manyara NP, Ngorongoro Conservation Area, Lake Natron e Serengeti NP, per poi arrivare a Bukoba, passando per Mwanza dove prenderemo il battello con cui attraversare il Lago Vittoria. Ma prima iniziamo con un pomeriggio all’Arusha NP, giusto per organizzare l’attrezzatura in jeep, prendere la mano con le macchine fotografiche e avere un piccolo assaggio di cosa vedremo nei prossimi giorni. La visita al parco ha anche un’altra “missione”: immortalare il Colobo dell’Angola, un interessante primate con lunghi peli bianchi dal peso di una quindicina di kili per un metro e cinquanta di altezza. Ore 16.00... Ci stavamo quasi rassegnando all’idea di aver profumatamente pagato un park fee per non vedere nulla se non qualche zebra e giraffa 17


in lontananza, quando ecco in cima ad un enorme albero il Colobo dell’Angola! Ora dobbiamo però lasciare il parco per dirigerci verso la città, fare una breve tappa a casa di John (ci farà conoscere sua moglie ed uno dei tre figli) e poi andare dalle Suore Canossiane di Arusha per definire la seconda parte del nostro viaggio, consegnare tutto il materiale datoci da Piero, nostro caro amico e contatto con le suore, e pernottare. Ore 21.07... Questa prima intensa giornata si conclude qui, abbiamo conosciuto suor Giovanna e suor Tessy (responsabile della missione di Mugana, la reincontreremo più avanti), consegnato il materiale e consumato un’abbondante cena. Sentiamo un pò di emozione: da domani inizia la nostra esperienza in Tanzania! P.S. Non abbiamo mai dormito sotto una zanzariera... chissà quale, tra i 60.000 insetti presenti in questo paese, verrà a trovarci stanotte?...

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terzo e quarto giorno ... Svegliati dal barrito degli elefanti... È il nostro secondo giorno nel Tarangire NP e questa è solo la prima delle sorprese di oggi! Ieri abbiamo subito capito che questo Parco avrebbe dato il meglio di sè: appena varcato l’ingresso abbiamo visto parecchi elefanti in prossimità della strada, praticamente a due metri scarsi da noi... una delle caratteristiche che contraddistingue il Tarangire è proprio la dimensione di questi enormi pachidermi! E oggi ancora meglio! Nonostante un inizio giornata che non preannunciava niente di buono (sveglia alle 05.30 per scattare un po’ di foto al sorgere del sole nella savana africana ma con un cielo completamente coperto che non ha permesso niente di quanto sperato) e una gomma a terra, la svolta è arrivata presto. Già di prima mattina abbiamo potuto fotografare degli sciacalli litigare prima con delle acquile marziali per una carcassa, probabilmente avanzata da una caccia notturna dei leoni della zona, e poi con degli avvoltoi, che han voluto immischiarsi nella lite. Nel proseguire zebre, elefanti, giraffe, antilopi... un paio di volte abbiamo anche osservato da lontano 22


(troppo per le nostre macchine) leonesse e ghepardi stesi all’ombra in mezzo all’erba alta (senza vedere un granchè). ... e poi, poco prima del tramonto, un brusio da dietro un cespuglio, un rumore di passi, ed eccola! Una leonessa si alza, sbadiglia, si stiracchia come un gattone e inizia a camminare... e poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora... quattro leonesse ed un leone pian piano ci passano davanti, non curanti della nostra jeep e delle macchine fotografiche puntate addosso, attraversano la strada e spariscono nuovamente nel bush africano. Sembrano pronte per una nuova battuta di caccia. È affascinante riconoscere la leonessa riferimento (generalmente la più anziana) e le altre che la seguono con ordine, percorrendone gli stessi passi. Ma le sorprese non finiscono! Si fa sera e nel rientrare al campo alcune jeep occupano la strada e ci impediscono di proseguire... solo pochi secondi di attesa ed ecco una mamma ghepardo con i suoi due piccoli fare capolino dall’erba alta e venire verso di noi per stendersi a sonnecchiare su un mucchietto di terra prima, e per sfilare elegantemente dietro la nostra auto poi, come se sapesse di essere osservata ed ammirata... 24


Poche ore prima, passando in questa zona, avevamo notato delle impronte. Quelle del ghepardo sono facilmente riconoscibili perchè è diverso dagli altri felini, non a caso è il più schivo. Mentre tutti gli altri hanno pericolose unghie retrattili, i ghepardi hanno le zampe come i cani: unghie molto meno taglienti e sempre fuori. La particolare conformazione permette di superare i 100 km orari per una quindicina di secondi in attacco ma lo rendono molto più vulverabile in difesa. “It’s a lucky day!”, commenta Max (il driver), quando, come ultima sorpresa della giornata, nel tornare al campo troviamo una leonessa stesa in mezzo alla strada, che, forse un pò indispettita per il nostro passaggio, si alza, ci guarda, e se ne và per la sua strada...

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quinto giorno ... Terzo check alla nostra lista dei Big Five! Alle 06.30 di oggi un brusio in lontananza, polvere, un verso che ancora manca alla collezione: una mandria numerosa si infila nell’inquadratura delle nostre macchine fotografiche intente ad immortalare una nuova alba nella savana africana. Sono bufali! Enormi erbivori che non vogliamo certo farci scappare. Conclusi gli scatti sul paesaggio ci dirigiamo subito verso la mandria. Animali così imponenti, rafforzati dalla quantità degli esemplari, scappano intimiditi all’arrivo della nostra jeep, una corsa di qualche metro per poi bloccarsi, girare la testa e fissarci immobili, poi ancora un piccola corsa e una nuova pausa. Ogni tanto qualcuno rimane indietro distratto da un gustoso ciuffo d’erba, ma recupera subito non appena si accorge della distanza rispetto al resto del gruppo. Questo è l’ultimo regalo del Tarangire NP, un parco veramente speciale... con il Tarangire River sempre affollato di elefanti e con i suoi orizzonti sconfinati in grado di ospitare enormi branchi di erbivori, rappresenta a pieno l’idea del parco africano. Un ambiente che muta per effetto degli animali che 38


brucano la vegetazione e che regala emozioni a non finire. In questa sua completezza rappresenta la massima espressione del desiderio di esserene parte. Nel pomeriggio si parte per il Lake Manyara... con la speranza, durante il safari di domani, di avvistare fenicotteri, ippopotami e i famosi leoni che solo qui, nei pressi di questo lago salato, salgono sugli alberi. Pernottiamo nel piccolo villaggio di Mto Wa Mbo, poco distante dal lago, che tradotto letteralmente significa “fiume delle zanzare”... non avrebbero potuto scegliere un nome più adatto... nonostante l’abuso di “Off Scudo” superpotente (deet 30%) veniamo assaliti... speriamo bene...

Big Five Check List √ Elefante, III gior no ore 01.15 pm, Taran gire NP √ Leone, III giorno ore 05.00 pm, Tarangire NP √ Bufalo, V giorno ore 06.30 am, Tarangire NP 39


sesto giorno ... “Amo l’Africa perchè qui non siamo noi, ma è lei a decidere il se e il come, il dove e il quando... È la natura a decidere, e l’uomo deve assumere il giusto ruolo di semplice spettatore. Giornata trascorsa al Lake Manyara NP. Essenzialmente è composto da una prima zona, con vegetazione più fitta, dove si possono ammirare animali tra cui elefanti, zebre, giraffe e antilopi, e da una seconda zona, quella del lago, che definirei quasi surreale... una vasta area dove l’azzurro del lago, il bianco del sale e i colori caldi della terra non si amalgamano, formando delle righe orizzontali di toni diversi che lasciano a bocca aperta. Ancora più avanti si arriva alla hot spring, fonte naturale d’acqua calda dolce. Si genera dal fondo della montagna e, percorrendo un breve tratto paludoso ma percorribile a piedi (o quasi... bisogna essere disposti a correre il rischio di sprofondare un pò!), giunge nel lago salato. Qui fenicotteri maggiori (più alti e chiari), fenicotteri minori (più piccoli e di un piumaggio rosa intenso), pellicani e altre svariate specie di uccelli trovano casa. Intenti a scattare foto verso gli stormi di fenicotteri, l’occhio cade su dei massi che sembrano ruotare nell’acqua... 46


Gli ippopotami sono proprio davanti a noi ma, nonostante la loro massa imponente, riescono a mimetizzarsi perfettamente col paesaggio, passando quasi inosservati! Purtroppo, però, oggi niente leoni. Verso sera partiamo per Karatu, cittadina a metà strada tra il lago e il cratere di Ngorongoro, dove ci aspetta una notte in un letto vero e, finalmente, la prima doccia calda.� Ilaria

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settimo giorno ... Dicono tutti che il cratere di Ngorongoro è un luogo speciale. Noi diciamo che è magico! La giornata inizia alle 07.00, anche oggi le nuvole coprono il cielo impedendo al sole di illuminare e scaldare la terra. Siamo a quota 1.300 m, ieri il lago era a 800 m e la nostra meta di oggi è a 1.800 m... si và alla Ngorongoro Conservation Area. Si tratta di un cratere vulcanico (Patrimonio dell’UNESCO) che, a differenza di altri crateri, ospita animali. La salita è ripida e la strada dissestata ma la nostra Land Rover riesce ad arrampicarsi. Le nuvole man mano si addensano, impedendoci di vedere il paesaggio tutt’attorno. Dopo una buona mezz’ora arriviamo alla cresta, ma ancora non si vede nulla, siamo a 2.400 m ed è tutto bianco, la nebbia è impenetrabile. Proseguiamo attraverso le terre occupate dai Masai: essendo questa una Conservation Area e non un National Park, a loro è consentito vivere ed allevare (almeno qui...). Il tratto è breve prima di arrivare all’ultimo cancello oltre il quale inizia la discesa. 60


Scendendo, le nuvole si diradano e i primi raggi di sole fanno capolino tra le nubi. Ci vuole poco per rendersi conto che si sta entrando in un mondo a parte. Un pianoro di 16 Km di raggio a 1.800 metri s.l.m. circondato dalle pareti verticali del cratere. Poche piante, grandi distese dorate, un piccolo lago salato e diverse pozze. Mentre i versanti esterni sono di un color verde intenso, grazie alle nuvole cariche di pioggia che vi sono costantemente adagiate, l’interno è arido e polveroso. Questa è la terra dei leoni! Avvistiamo un gruppo di leonesse intente a mangiare una zebra, circondate da sciacalli e da avvoltoi che, per nulla intimoriti, girano tutt’intorno attendendo pazientemente il loro turno e provando, di tanto in tanto, a rubare qualche pezzo di carne ai gattoni. Vedere da vicino i loro grossi musi completamente sporchi di sangue fa pensare che forse non sono così tanto “gattoni” e che l’istinto è veramente qualcosa di incontrollabile. Un altro piccolo branco, composto da due femmine e un maschio, dorme beatamente senza degnare di un solo sguardo la nostra jeep che si avvicina... poi il sole fa capolino, una leonessa solleva 62


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la testa, osserva le auto che le stanno intorno e si alza. Si dirige verso di noi. Si sdraia all’ombra della nostra jeep! Talmente  vicina che è praticamente impossibile da fotografare! Sarà l’emozione o il senso di potenza trasmesso da questi affascinanti predatori che l’istinto è di trattenere persino il respiro per non turbare la loro quiete. Verso sera torniamo da questo branco... solo una leonessa è sveglia e sembra osservare con interesse il gruppo di bufali che sta pascolano a un centinaio di metri da lei. I suoi compagni stanno ancora dormendo ma purtroppo per noi si è fatta l’ora di lasciare il cratere... chissà se questa notte ci sarà la caccia... Da quando siamo giunti alla base del pianoro al momento di dover uscire sono passate poche ore, ma sono bastate per avvistare ben 15 leoni, un rinoceronte nero (che non è stato possibile fotografare causa l’eccessiva distanza), ippopotami (questi invece più vicini) e, incredibilmente, due serval!

√ √ √ √

Big Five Check List Elefante, III giorno ore 01 .15 pm, Tarangire NP Leone, III giorno ore 05. 00 pm, Tarangire NP Bufalo, V giorno ore 06. 30 am, Tarangire NP Rinoceronte, VII giorno ore 10.20 am, Ngorongoro CA 67


ottavo giorno ... “Queste strade polverose e piene di buche iniziano a piacermi!”. Giusto il tempo di dirlo e siamo fermi con il cofano aperto! Siamo sulla strada per il Lake Natron, il terreno è talmente polveroso che il forte vento, sollevandolo, crea impenetrabili muri di sabbia e a tratti non si vede la strada. In questi lunghi spostamenti dissestati la jeep si riempie di odore di gasolio, talmente forte che guancia e labbra sembrano bruciare... ma le strade che stiamo percorrendo non lasciano spazio al confort, bisogna adattarsi... Dopo aver sistemato il tubo dell’acqua lacerato e superato almeno tre “caselli” dove si deve lasciare la mancia per poter proseguire, arriviamo nei pressi del Natron. Il paesaggio è quasi lunare, il vulcano Ol Doinyo Lengai (in lingua Masai significa “Monte di Dio”) con i suoi 2.800 m e la cima costantemente avvolta dalle nuvole domina la valle sottostante, dove cenere e lava delle precedenti eruzioni sono diventate dure come il cemento in seguito alle piogge. A parte qualche cespuglio isolato e qualche ciuffo d’erba secca, l’ambiente sembra essere un deserto. I fiumi di lava hanno segnato il terreno in maniera indelebile. È la terra dei Masai. 76


No, non siamo abbronzati... siamo decisamente sporchi! Ma non importa, da ora siamo ufficialmente Nel viaggio... dopo mesi di ansie e paranoie sulla questione igenico-sanitaria che avremmo dovuto affrontare, Ilaria ha pensato bene di “assaggiare la terra”. Non so chi, ma qualcuno le ha consigliato di non soffermarsi alla vista ma di andare oltre, assaporando i luoghi visitati... la Tanzania è salata! E’ con un giovane Masai, Daniel, che ci addentriamo in direzione delle montagne. Un primo tragitto in jeep seguito da una breve camminata e arriviamo alla poderosa cascata di Ngare Sero sotto la quale ci rinfreschiamo e sfidiamo la forza dell’acqua tentando di stare in piedi... naturalmente vince la cascata. La giornata è calda ma la sera non si fa attendere a lungo. L’emozione cresce: stiamo percorrendo la stretta e sabbiosa strada che porta al lago. Il sole è alla giusta altezza (poco sopra l’orizzonte), il vento si placa leggermente. La vista dei fenicotteri minori in lontananza ci fa dimenticare all’istante le ore di strada dissestata e la polvere mangiata durante il tragitto. Proseguiamo a piedi nel fango lasciato dall’acqua che pian piano si ritira, sappiamo che la stagione non è 80


quella giusta ma il desiderio è tale che non ci fermiamo, e finalmente eccoli, i piccoli fenicotteri nati in febbraio-marzo sono ancora riconoscibili. Piume grige e scomposte, incuranti della nostra presenza (a contrario degli adulti che si alzano subito in volo), si lasciano ammirare e fotografare. Questo posto è unico!

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nono giorno ... E arrivò l’uomo bianco... negli anni ‘70 e ‘80 l’uomo conviveva con gli animali. Era frequente vedere mandrie di giraffe o famiglie di elefanti passare attraverso i villaggi. Poi, con un esemplare gesto di bontà e generosità, “l’uomo bianco” donò fucili e munizioni alla gente del posto. Chiedeva in cambio solo delle pelli e qualche corno. Fu l’inizio della fine... i locali, ignari del valore di quanto chiesto, accettarono incondizionatamente. Pensavano che la cosa fosse solo a loro vantaggio, potendo tenere per sè tutta la carne. Iniziò così un’era di caccia sfrenata che ha drasticamente ridotto il numero degli animali. Fortunatamente oggi esistono i parchi e le aree protette rigorosamente non recintate, la caccia è regolata da un ente preposto che limita i permessi solo ad alcune specie. Ci sono solo un paio di “ma”... Il bracconaggio ad “alti livelli”. Sceicchi e potenti uomini d’affari asiatici offrono decine di migliaia di dollari (arrivando fino alle centinaia) direttamente ai guardiani del parco per avere pelli o corna. Quest’ultimi, senza alcuna remora, di fronte a tali somme di denaro soddisfano ogni richiesta. 84


In alternativa, se vuoi cacciare in prima persona il “tuo” animale, contatti il Presidente tanzaniano e ti fai vendere delle terre all’interno o al confine del Serengeti (che ricordiamo non essere recintato), aspetti che la tua preda preferita passi di lì e boom! Spari senza preoccuparti di specie protette, proibite o in via di estinzione... sarà un caso che a nord del Serengeti non ci siano più leopardi?! Questo e tanto altro ci siamo reciprocamente raccontati con John nel lungo spostamento dal Lake Natron al Serengeti (oltre ad aver imparato un pò di swahili). Alle 16.00 finalmente arriviamo al gate nord-est, vicino al confine keniota. Questo è l’ultimo parco che visiteremo, ma data la sua dimensione (quasi 15.000 km quadrati) e la sua importanza (mai sentito parlare della grande migrazione?) trascorreremo qui cinque giorni. Per oggi la strada percorsa è stata troppa e decidiamo di dirigerci verso il campeggio. Passeremo qui la prima notte. Tempo di una doccia, rigorosamente ghiacciata (ma qui non fa freddo, di più!), e Dula (Abdalla), il nostro cuoco, ha già “montato” la cucina. La soluzione che abbiamo adottato quest’anno di 86


campeggio e cuoco con provviste al seguito ci sta dando la possibilità di passare molto più tempo girovagando per i parchi, senza doverci preoccupare dell’aspetto “organizzativo” del safari. “Datemi 72 uova e vi sfamerò per i prossimi 12 giorni.” È incredibile quello che riesce ad inventarsi nonostante le difficoltà logistiche che quotidianamente ci troviamo ad affrontare (qui oltre all’acqua calda manca anche la corrente!).

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decimo giorno ... Di nuovo in macchina... direzione nord Serengeti. In questa zona nei mesi di giugno-luglio è di passaggio la grande migrazione. Centinaia di migliaia di gnu, guidati dalle zebre, attraversano queste terre diretti verso la riserva faunistica di Masai Mara, alla ricerca di nuovi pascoli. Il territorio è vistosamente segnato dal passaggio delle mandrie e davanti ai nostri occhi si vede una colonna ordinata di gnu diretti a nord: è la coda della migrazione. Purtroppo però è l’unico evento della mattinata, in queste terre ci sono perlopiù animali migratori e non stanziali. Predatori come leoni e ghepardi hanno bisogno di ambienti diversi. Alle 14.30 partiamo verso Seronera, il cuore del Serengeti. Qui ha luogo l’incontro della giornata, l’ultimo dei Big Five: il leopardo! È su un albero, e sta mangiando un impala. È pazzesco come questo felino riesca a cacciare e poi a portare la sua preda (molte volte più grossa di lui) sugli alberi, per evitare di venire derubato da qualche altro predatore. È un giovane maschio, si muove elegantemente sui rami, mentre a terra una povera iena non lo perde di vista nella speranza che cada qualche pezzetto anche per lei. 91


Sarebbe bello poter entrare nell’erba con la jeep per avere un’altra inquadratura ma qui, giustamente, non si può: i parchi si possono visitare solo percorrendo le piste tracciate, il fuori pista è permesso solo in una piccola parte a sud del parco e solo in un determinato periodo dell’anno. Alcuni driver sono però più flessibili e, quando i clienti hanno poco tempo e non riescono a vedere niente se non gazzelle e zebre, si prendono la libertà di entrare nella savana per uno scatto e via. Si guardano attorno, se ci sono altri driver si scambiano un cenno con gli occhi, e poi via a tutta birra direttamente verso il leone di turno che dorme tranquillo sotto una pianta. A volte il leone si spaventa e scappa, a volte rimane fermo e tira fuori i denti. I turisti dicono: “Ma tanto i leoni sono animali feroci, che fastidio può dargli una jeep? E poi sono abituati.” Ogni singolo leone, ogni singolo animale, è un individuo e come tale ha un proprio comportamento e carattere. Chi più aggressivo da leader, chi più timoroso. C’è quello che dirige la caccia e quello che segue il branco. Sono poi i singoli individui che creano la specie. Quest’ultima, generalizzando,  può essere definita “aggressiva” ma non vuol dire che lo sono tutti gli individui. Siamo noi ad invadere il loro spazio e come tale 92


siamo tenuti a rispettarlo. Chissà che questo discorso non valga anche per un’altra specie animale... l’uomo, per la quale molte volte generalizziamo, assegnando un determinato carattere o comportamento senza proccuparci di conoscere o semplicemente osservare il singolo individuo. Dopo il tramonto rientriamo alla base. Questa volta non sarà campeggio, ma una rest house. Una delle case dei ranger del parco da qualche anno è stata adibita ad ostello. È l’unica soluzione di questo tipo presente nel parco (oltre alla casa dei ricercatori, che però è sempre piena), non segnalata dalle guide turistiche e non conosciuta a livello commerciale.  Ci sono solo quattro camere disponibili, e John è riuscito ad averne una. Unica domanda prima di dormire: a cosa serve mettere una zanzariera sopra al letto, se ha dei buchi tali che un leone potrebbe infilarci la testa?!

Big Five Check List √ Elefante, III giorn o ore 01.15 pm, Tarangi re NP √ Leone, III giorno ore 05.00 pm, Tarangire N P √ Bufalo, V giorno ore 06.30 am, Tarangire NP √ Rinoceronte, VII gi orno ore 10.20 am, Ngoro ngoro CA √ Leopardo, X giorno ore 05.45 pm, Serengeti zona SeroneNraP 95


undicesimo giorno ... Nuova alba e nuova giornata nella savana del Serengeti centrale. Bastano pochi kilometri perchè il paesaggio cambi, facendoci perdere ogni riferimento. Uno spazio infinito apparentemente disabitato che racchiude in sè il ciclo della vita. Un’illusoria pianura in realtà composta da un susseguirsi di dolci colli che, uniti all’erba alta, ospitano predatori e prede. Quello che ad un primo impatto può sembrare un “semplice paesaggio da cartolina”, si rivela in pochi attimi una possibile scena di caccia. Una mamma ghepardo con i suoi due, tre, quattro cuccioli, riposa su un masso nel mezzo dell’erba dorata ad una quarantina di metri da noi. Una distanza eccessiva per scattare immagini dettagliate di vita famigliare, ci limitiamo ad osservare. I cuccioli non sono più tanto piccoli, sono ormai giovani adulti. Sapendo che i ghepardi sono cacciatori diurni, immaginiamo cosa potrebbe accadere se, proprio in quel momento, proprio in quel punto, un gruppo di gazzelle dovesse passare... quasi per sfizio scorriamo l’orizzonte col binocolo: le gazzelle ci sono! Ci rendiamo conto che il ghepardo e i suoi piccoli non stanno affatto riposando, stanno osservando 98


l’ambiente circostante tanto quanto noi. I ghepardi si alzano, con un’intesa silenziosa, si riuniscono e si spostano, anticipando la traiettoria delle gazzelle. Aumenta la distanza dal nostro punto di osservazione. Cosa fare? Restare a guardare sperando che non escano di scena perdendo così l’azione tanto desiderata? O muoversi, cercando una strada parallela alla nostra, ma rischiando di andare ancora più lontani, o peggio, di non ritrovare più i ghepardi? Gli animali spariscono nell’erba alta, decidiamo per la seconda opzione. Troviamo la strada ma quello che sembrava un breve tragitto è in realtà più lungo del previsto e quando torniamo sul posto vediamo solo delle gazzelle. Cosa sarà successo? Un tentativo fallito da parte dei ghepardi o un successo ormai consumato e nascosto dall’erba alta?

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dodicesimo giorno ... Nuovo giorno stessa scena. È presto e stiamo andando verso sud, direzione Moru Area. Nell’infinito dorato della savana una testa spunta... un ghepardo. Ci fermiamo. Osserviamo. Scattiamo un paio di immagini, è distante per i dettagli ma il contesto è perfetto, cielo azzurro senza nuvole, sole alla giusta altezza. Un’altra testa spunta, sono due fratelli. Ripensiamo a quanto accaduto il giorno precedente e con forte desiderio riscorriamo l’orizzonte in cerca di una povera gazzella. Questa volta non c’è. Ci prendiamo comunque qualche minuto per ammirare la linea nobile di questi velocissimi predatori. Tutto d’un tratto si girano assieme e iniziano a muoversi, ma non hanno una postura da caccia... continuano e si allontanano. Le gazzelle ci sono! Quella che prima era un’andatura normale si trasforma in poco tempo in uno scatto. Le gazzelle sentono l’arrivo dei ghepardi e iniziano a scappare, la sfida è iniziata. Sono molto lontani da noi ma non importa, ci basta assistere. Uno dei due rallenta mentre l’altro accelera. Uno slalom appassionante, ma le gazzelle hanno la meglio. 106


I ghepardi, che hanno generalmente il novanta percento di probabilità di successo, questa volta hanno fallito. Iniziamo a pensare che l’Africa non voglia concedersi ai nostri occhi. La nostra marcia continua, la velocità media su queste strade è di 25-30 km orari, sia perchè così abbiamo la possibilità di individuare eventuali animali seminascosti, sia perchè la dimensione delle buche non consente velocità maggiori. Ci fermiamo nei pressi di un piccolo fiume, incuriositi da una leonessa sola, accucciata vicino all’acqua. Sopra la riva, ignare della sua presenza, delle gazzelle stanno andando a bere. Loro si avvicinano e la leonessa si prepara, rasente al terreno. Ogni muscolo del felino è pronto, la tensione aumenta attimo dopo attimo... attende pazientemente l’arrivo della preda e, nel momento giusto, scatta! Una partenza potente, pochi balzi e gli artigli afferrano decisi il corpo della gazzella. Si solleva una grande nuvola di polvere dalla quale esce la leonessa con la preda in bocca. Non crediamo ai nostri occhi, fuori orario e da sola, azione magistralmente riuscita! 108


L’emozione è forte da non riuscire a trattenere una lacrima. “Nel rientrare ripenso alla scena regina della giornata. Non riesco a ricostruire attimo per attimo quanto accaduto, la mia attenzione era più rivolta ad immortalare la scena che ad osservarla. Vengono in mente tutti i discorsi fatti, prima di partire, tra di noi e con amici... o si racconta o si vive. Questa volta sono riuscito a raccontare, obiettivo raggiunto!” Andrea

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tredicesimo giorno ... “Come ogni volta, le considerazioni frettolose vengono smentite... Ore 03.40, penultima notte alla Twiga Rest House. Tutti dormono, siamo solo noi ad occupare la casa e ci siamo presi il lusso di dividerci le quattro stanze: noi due, John, Max e Dula. Mi sveglio con un sobbalzo al rumore di una scatola che cade, sembra provenire dalla cucina, adiacente alla nostra camera. I rumori continuano, come se stessero ravanando nei mobiletti! La porta di ingresso della casa non ha una vera e propria serratura, ha un catenaccio che si può aprire sia dall’esterno che dall’interno. Si sentono dei versi e dei rumori provenire dall’esterno. Non sono persone, abbiamo degli animali in cucina, ho sentito male. Silenzio. Chiudo gli occhi ma di nuovo rumori dalla cucina. C’è qualcuno. Naturalmente nei momenti meno opportuni vengono in mente i racconti più sbagliati... quando eravamo nel Manyara, John raccontò di un’ondata di furti con esiti violenti per chi era in casa... mi alzo e chiudo a chiave la porta della stanza, il pensiero è ora ai documenti, dove spostarli? I rumori dalla cucina continuano e mi convinco che 118


non può essere qualcuno, dopo tutto questo tempo, si sarebbe già diretto verso gli altri locali e non sarebbe rimasto lì. Non sapendo di che animale si tratti decido di non andare in cucina... i rumori diminuiscono e poi spariscono. Nella casa torna il silenzio, rientro a letto e mi addormento. La mattina ci alziamo all’alba, incuriosito vado ad ispezionare le stanze. La cucina, come il resto della , appaiono intatte... erano rumori esterni che la mente ha rielaborato creando situazioni forse più famigliari... dopo le notti di campeggio in cui si sentivano solo uccelli in lontananza e i primi versi erano udibili solo all’alba, avevamo pensato che i racconti dei precedenti viaggiatori sui rumori notturni fossero eccessivi... confermo tutto: qui la notte parla!!” Andrea

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Ci piace passare del tempo alla “hippo pool”... un’ansa di fiume dove decine di ippopotami riposano immersi quasi completamente nell’acqua, in attesa del tramonto. Di giorno devono restare lì per proteggere la loro pelle delicata dai raggi del sole e solo di sera possono uscire a brucare l’erba, riuscendo a camminare fino a 10 km ogni notte! Di primo acchitto questi bestioni così bonaccioni e pigri ci fanno sorridere, ci sembrano buffi ed innocui.  Alternano grandi sbadigli ad immersioni lunghe cinque minuti e oltre. Scopriamo invece che sono animali fortemente territoriali ed aggressivi. Fermandoci per un pò ad osservarli, notiamo come sia frequente vederli innervositi e, mostrando il loro temperamento tutt’altro che mite, azzuffarsi l’uno con l’altro. Ci viene in mente una leggenda narrata nel libro “Quando un coccodrillo mangia il sole” di Peter Godwin, che tenta di spiegare il motivo di questo caratteraccio: “Tra tutte le teorie sul suo comportamento antisociale, la mia preferita è quella che mi hanno raccontato i San, il popolo che vive nel bush. Credono che l’ippopotamo sia stato l’ultimo animale a venire creato: di conseguenza è stato assemblato con i pezzi avanzati dagli altri animali. 120


Quando l’ippopotamo si è specchiato nell’acqua si è così vergognato della sua bruttezza e ha chiesto al suo creatore – Kaggan – di farlo vivere sott’acqua, nascosto. Ma Kaggan si è rifiutato, preoccupato che l’ippopotamo si mangiasse tutto il pesce con quella enorme bocca. L’ippopotamo allora gli ha promesso che non avrebbe mangiato nessuna creatura d’acqua e Kaggan ci ha ripensato. Hanno stretto un accordo: tutte le sere l’ippopotamo sarebbe dovuto tornare a terra a mangiare e svuotare gli intestini, di modo che gli altri animali potessero esaminare le sue feci e accertarsi che non contenessero lische. La costante umiliazione causata dalla pubblica ispezione dei suoi escrementi può ben giustificarne l’irascibilità.” Durante il pomeriggio il cielo fa intendere che qualcosa sta cambiando. Un fresco vento proviene da est. Il sole è nascosto da un velo di nubi e con fatica riesce ad illuminare la pianura, il cui colore dorato contrasta con il cielo sempre più scuro. Si sente nell’aria profumo di pioggia, vediamo avanzare la parte più nera di cielo che sembra inghiottire quella più chiara. Scattiamo qualche foto, affascinati ed intimoriti dalla grandiosità della natura. 123


Scende il sole, regalando un tramonto infuocato dal lato ancora azzurro. Il cielo è ormai completamente coperto e le prime goccie cadono. In pochi minuti si consuma un forte acquazzone, la pioggia batte sul tetto in lamiera, il rumore assordante rimbomba nell’androne della rest house. Ci addormentiamo cosÏ, con gli occhi e il cuore pieni dello spettacolo a cui abbiamo assistito. P.S.: Con oggi, gli avvistamenti dei leoni salgono a quota 53!

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quattordicesimo giorno ... Lasciamo Seronera con non poco dispiacere, accompagnati da una pioggia leggera. Da oggi il viaggio cambia e ce ne rendiamo conto non appena usciamo dal parco. Fino ad ora siamo stati in un posto “protetto”, dove tutto è bello, dove i soldi non mancano grazie ai costosi park fees. Adesso arriva il momento di incontrare la realtà tanzaniana. La vita di strada. La gente di strada. E non è un incontro facile... la nostra prima volta. Forse è colpa dei tanti preconcetti che abbiamo in testa, noi ricchi loro poveri, ma capire questa gente in poco tempo è impossibile. Chi decide cosa è bene e cosa no? È meglio come viviamo noi o come vivono loro? È più giusto che un bambino cresca “al guinzaglio”, circondato dai giochi più moderni e pieno di vizi, o che viva per strada, a piedi nudi, giocando con pezzi di bottiglie di plastica trovate quà e là e accudendo il bestiame? Qual’è realmente felice? Quale diventerà un uomo migliore, in futuro? Quale si impegnerà a favore della vita e della dignità delle persone? Le domande sono tante e lo scontro con questo mondo è duro. L’unico modo per provare a capire è entrarci dentro. Non ascoltare la paura nel “nuo132


vo” che inizia a farsi sentire e aprire il cuore ad una nuova esperienza. Certo é difficile, per noi lo è. Ma è tutta “colpa” nostra: non sono i bambini scalzi che ti vogliono mettere a disagio, non le donne che lavano i panni in riva ad un fiume marrone, è la nostra mente che ci mette in difficoltà. Probabilmente il fatto di non comprendere uno stile di vita così diverso. Da bravi occidentali abbiamo bisogno di dover mostrare la nostra dignità senza preoccuparci di averla prima dentro. Siamo d’accordo che il nostro impegno, al di là del risultato, sarà riportare e raccontare la felicità delle persone e non il disagio. Non vogliamo le solite foto da copertina col bambino in lacrime in mezzo a dei rifiuti quando in realtà, poco a destra fuori inquadratura, ci sono una casa, un contesto, delle vite... ma siamo convinti che se falliremo sarà solo perchè non saremo stati in grado di raccontarlo e non perchè qui la felicità, senza internet e auto di lusso, non esista. Ci prepariamo alla traversata del Lago Vittoria, su una nave che ci catapulta sempre di più in questa nostra avventura, sapendo che dall’altra riva le domande aumenteranno. Ma, speriamo, arriverà anche qualche risposta. 133


quindicesimo giorno ... Siamo a Bukoba. Ci prendiamo la giornata di oggi per orientarci e per capire come poter sviluppare le tante idee che girano per la mente. E quale miglior posto se non il mercato della città? Ci confondiamo nel viavai di gente e colori che caratterizzano ogni “vero” mercato. Frutto principe sono le banane: caschi giganteschi di banane gialle e verdi, piccole, medie, grandi e gigantesche (quelle verdi da mangiare cotte come secondo piatto). Anche i dintorni della città ne sono invasi... piantagioni di banane a perdita d’occhio! Nel primo pomeriggio ci spostiamo a Mugana, dove portiamo dei viveri comprati a Bukoba con Sister Tessy (la responsabile della casa), e dove resteremo fino a venerdì. Siamo ospiti in una missione fondata dalle suore canossiane nel 1956, la prima in Tanzania. Adiacenti alla casa ci sono un ospedale ed una scuola per infermieri. Ci limitiamo a dare una semplice occhiata in giro, a prendere confidenza con il nuovo ambiente e a conoscere un corposo gruppo di sanitari italiani venuti fin qui per dare una mano alla struttura. Il gruppo ci appare molto unito nonostante sia134


no persone molto diverse per età, ruolo e provenienza... ci sono figli che tentano di collegarsi in internet per mandare una mail ai genitori rimasti in Italia e mamme che tentano di chiamare i figli per rassicurarli sul loro arrivo... P.S.: ... troviamo un gekino in camera, ma siccome è arrivato prima di noi, decidiamo che può restare a dormire qui!

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sedicesimo giorno ... Iniziamo ad esplorare l’ospedale, non senza qualche titubanza. Non sappiamo ancora come approcciarci nel modo giusto alle persone, sia ai pazienti che al personale. Andiamo sul “facile”, partiamo dalla pediatria. I bambini, con occhioni grandi e tanta voglia di giocare, riescono ad abbattere ogni barriera ed a rendere le cose più semplici. O forse, a riportarle alla loro dimensione reale. Ci muoviamo seguendo i volontari italiani ed il personale sanitario locale, soffermandoci solo dove sentiamo la nostra presenza gradita: siamo comunque in un ospedale, per quanto abbiamo carta bianca non vorremmo sembrare invadenti. Questa struttura ha ricevuto diversi riconoscimenti dagli enti tanzaniani e spesso arrivano persone che affrontano viaggi molto lunghi (centinaia di km in condizioni disagiate) per farsi ricoverare. Le cose da migliorare però sono ancora tante. Mancano delle attrezzature (per una TAC occorre andare fino a Dar Es Salaam... 1.400 km!) o capita che i macchinari donati da aziende estere non vengano forniti con la giusta formazione ed il personale locale non sia quindi in grado di utilizzarli 137


(dopo due anni, solo ieri nello studio dentistico è stata fatta la prima radiografia). C’è poi tutto l’aspetto delle conoscenze e delle procedure. Possibile che, a detta dei medici locali, qui la genta muoia solo per HIV, tifo, malaria e tubercolosi? Ci viene detto, dai vari specialisti italiani, che tecniche ormai obsolete da noi, qui sono attuali. E può capitare anche che le più semplici operazioni portino a delle complicazioni inattese. Come il caso di un bambino, 5 anni, venuto fin qui dopo un’errata ingessatura eseguita in un altro ospedale: hanno dovuto amputare il braccio in cancrena. Farmaci che da noi sono banditi da anni, qui vengono ancora somministrati in quanto riconosciuti validi. Probabilmente sono le stesse case farmaceutiche costrette a ritirarli che poi li distribuiscono qui. Com’è possibile questo? È chiaro che, pur nella sua grandezza, non può bastare solo un “aiuto” da una casa missionaria o dalle associazione di volontari che con passione e dedizione recuperano fondi, macchinari e ci sensibilizzano per raccimolare quanto più possibile. Questi ostacoli devono essere affrontati a livello dirigenziale e politico: 141


occorre aggiornare le direttive e quindi istruire il personale. Non ci stupiamo se un medico venuto dall’Italia dice “No, così non si fà più...”, e dall’altra parte questo non viene preso come oro... i medici locali hanno le loro prassi da seguire, che non mettono in discussione alla prima occasione. Allo stesso tempo, ci accorgiamo nelle piccole cose che di strada dobbiamo farne anche noi... qui i bambini iniziano a studiare inglese fin da piccoli e crescendo lo parlano talmente abitualmente e fluidamente che per loro è una seconda lingua. Parlando con insegnanti e medici ci accorgiamo sempre di più di quanto per noi italiani questa barriera linguisitica sia ancora un grave problema da risolvere. “Wow... siete italiani che parlano inglese!” ci siamo sentiti dire oggi da una paziente sulla cinquantina... Nel pomeriggio, ci trasferiamo nel vicino villaggio di Buyango, per assistere ad una festa organizzata in occasione della visita di padre Paolo, accompagnatore dei volontari, di origine tanzaniana. L’accoglienza è sbalorditiva! Non riusciamo a scendere dalle jeep che veniamo circondati da bambini, poco più in là ci sono uomini e donne giunti anche dai villaggi vicini che ci salutano e ci ringraziano 144


della presenza. Noi non possiamo fare altro che ringraziare per la calorosa ospitalità. Siamo davvero in un’area di poco passaggio e capita una cosa divertente: noi fotografiamo loro... e loro fotografano noi! Prima di sederci ci vengono distribuite delle bottigliette di acqua sigillate (non hanno l’acqua per loro ma si sono preoccupati di comprarla per noi... in confronto a questo le nostre caramelle e i nostri regalini portati per i bambini sembrano davvero niente...), poi canti locali e a seguire un lungo discorso. Nel frattempo riusciamo a scattare qualche immagine ai mille bambini che ci circondano... Volevamo immortalare la felicità? Siamo andati oltre... la stiamo condividendo in piazza con loro! Tra i diversi argomenti trattati sottolineiamo un’interessante riflessione riportata da padre Paolo: si sta parlando di adozioni a distanza, tra il giovane pubblico ci sono davvero tanti orfani. “Chi si occupa di questi bambini non deve limitarsi a contrattualizzare un’adozione per un mantenimento eterno, deve operare con la comunità per pianificare azioni concrete da poter realizzare, con il nostro sostegno, per ottenere poi introiti da impiegare in istruzione e in tutte le necessità primarie che i bambini richiedono.” 147


Nel concreto: servono 10 mucche per vendere piÚ latte e pagare la scuola? Noi vi diamo le 10 mucche, voi le gestite al meglio per sopperire ai bisogni dei bambini. Si fa buio e ci affrettiamo a rientrare, nella nostra jeep, nell’euforia festosa trasmessa dalle persone di Buyango, intoniamo cori e canzoni...

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diciassettesimo giorno ... Questa mattina si va on the road! Accompagnamo un gruppo di studenti di infermeria e tre sanitari italiani, Claudia, Martina e Cristina, ad un villaggio vicino. In realtà, al posto del villaggio, troviamo una costruzione piccola e fatiscente con decine di bambini. Lo scopo dell’uscita è pesare, visitare ed eventualmente vaccinare i bimbi, che fino ai 5 anni ricevono questo tipo di assistenza gratuitamente. I “nostri” non riescono a fare molto, sono messi un pò in disparte. Gli studenti sono organizzati a modo loro e la comunicazione con i pazienti è strettamente in swahili, osserviamo però le varie scene e conosciamo un ragazzo di nome Wilson. Ha meno di vent’anni e vive nel campus; i ragazzi che studiano qui vanno a casa solo a fine anno, e i genitori vengono a trovarli una volta al mese. Sono autonomi: oltre a studiare e praticare con turni che possono essere diurni o notturni, devono pensare a cucinare, a lavare i propri vestiti ed a sbrigare faccende per la corretta gestione della struttura (dall’orto alle pulizie). Al momento di rientrare in missione, l’ambulanza che ci trasporta fa una deviazione improvvisa. Nel giro di qualche minuto ci troviamo a passeggiare 151


su una collina, accompagnati dagli studenti desiderosi di mostrarci il paesaggio. Non possiamo dire che siamo nel più bel posto mai visto... ma il come siamo arrivati qui lo rende speciale! Stiamo bene. Ci stiamo facendo travolgere dal susseguirsi degli eventi, ogni ritardo (o meglio “attesa” ... African Time...) sta creando un’opportunità e i ritmi africani ci stanno dando la possibilità di essere spettatori di scene e momenti difficilmente pianificabili in partenza. Stiamo vivendo minuto per minuto, estrapolando il massimo da quello che vediamo, ormai certi che tra poco qualcosa di nuovo ci capiterà. Si fa sera. Facciamo una passeggiata al villaggio che inizia poco fuori i cancelli dell’ospedale. Abbiamo la possibilità di entrare in un paio di case, la nostra curiosità è tanta e l’accoglienza delle persone del posto è eccezionale. Pavimenti fatti in paglia, case in terra e mattoni con divani in legno e velluto. Sembra di vivere un film. Vediamo una bambina, avrà avuto 3 o 4 anni al massimo. È da sola sulla soglia di casa, la sua è una di quelle più rustiche, pali in legno, pareti in fango e mattoni, tetto in lamiera. All’interno si intravede solo un tavolo con una 152


candela accesa ad illuminare tutta la stanza, dentro casa ci sono anche delle galline. Abbiamo visto queste scene tante volte in televisione, ma sullo schermo appaiono sterili. Altre volte qui, e prima in altri paesi, ci è capitato di guardarle dal finestrino durante i vari spostamenti in jeep, ma la velocità non dà modo di assimilare appieno l’immagine. Soffermarsi e riuscire ad incrociare lo sguardo con la bambina, con i suoi occhi intensi e profondi, dà senz’altro di che pensare prima di addormentarsi.

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diciottesimo giorno ... Veniamo svegliati prima dell’alba dal rumore della pioggia che ha pensato bene di venire a farci visita per il nostro ultimo giorno “operativo” a Mugana (e di rilavarci tutte le magliette lavate ieri che erano stese in cortile). Abbiamo in programma di fare qualche foto ai ragazzi della scuola ma il tempo non ci aiuta. Il cielo è completamente bianco, non c’è corrente e con la pioggia anche il numero degli studenti in giro è inferiore. Scambiamo due parole con i medici italiani. All’idea di andare in missione ci si fa inevitabilmente delle aspettative. Vuoi la frenesia della giornata che non ci consente di approfondire certe realtà, vuoi un pò di superficialità... spesso ci costruiamo delle idee fondate più su desideri e su luoghi comuni che su dati di fatto. Ci proiettiamo in situazioni surreali create dalla nostra mente, ed è difficile venirne distolti, non basta il racconto di un amico. Possono essere smontate solo da una ricerca personale. O quando in quelle situazioni ci si entra, ma allora è troppo tardi. Arrivi pensando di poter dare una mano e non vieni ascoltato perchè non sai come porti o come interagire con le persone. Ti carichi di macchinari ma non trovi figure profes160


sionali che possano utilizzarli e sono quindi inutili. Forse bisognerebbe giocare d’anticipo, informandosi sulle necessità primarie. ... Chi l’avrebbe mai detto di trovarsi in un villaggio africano non segnato sulle nostre mappe, precisamente in uno studio dentistico, con medici ed infermieri italiani (provenienti da diverse zone dello stivale) a mangiare cioccolata al latte... quella viola... certe cose, in certi momenti, assumono un gusto unico! Facciamo due passi per schiarirci un pò le idee... non siamo abituati a stare tutto il giorno in ambiente ospedaliero. La pioggia non ci lascia stare ma tra una goccia e l’altra scattiamo un paio di immagini nei bananeti. Rientriamo dalle suore all’imbrunire e incontriamo Wilson, dispiaciuto ci dice di averci cercato per invitarci a cena con i suoi compagni, non avendoci trovato pensava fossimo a riposare prima della partenza... siamo spiazzati. Abbiamo avuto occasione di parlare con lui solo un paio di volte e di sfuggita, incrociandolo nel campus o in ospedale. Non siamo abituati a sentirci accolti in maniera così calorosa. Questa cosa, che inizialmente ci disorienta un pò, ci riempe di gioia! Il suo poco 163


tempo libero a disposizione, l’avrebbe impegnato per stare con noi. Decidiamo di fargli un piccolo presente, gli lasciamo delle magliette con un bigliettino da visita con scritto a penna “If you come in Italy call us. See you the next time!�. Consegnamo il pacchetto e andiamo a cena con i medici italiani. Passano almeno 3 ore prima di decidere di andare a dormire. Dalla sala dove mangiamo alla nostra camera dobbiamo attraversare tutta la struttura, uscire dal retro ed entrare in un edificio adiacente. Una figura ci aspetta al buio: Wilson che vuole ringraziarci di persona. Possiamo dire di aver incontrato un ragazzo di grande valore che sicuramente ricorderemo e che speriamo, in un futuro, di poter reincontrare!

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diciannovesimo giorno ... Siamo sul battello che ci porterà nuovamente a Mwanza, ci stiamo avviando a concludere la nostra seconda esperienza africana. Il rientro è zaino in spalla, vestiti e borsoni sono stati lasciati tutti a Mugana. Domani inizieremo il viaggio di ritorno: arrivo in Italia previsto per dopodomani mattina dopo un susseguirsi di quattro aerei. Oggi non siamo riusciti  a scrivere niente... ma i pensieri sono stati tanti, duri, a volte anche arrabbiati. Ci sono momenti in cui davvero preferisci non sapere. Perchè se sai, se riconosci che una malattia o una malformazione qui uccide o compromette per sempre la vita di un bambino mentre in Italia verrebbe risolta con un’operazione di un paio d’ore, non riesci a darti pace. Saranno i nostri occhi occidentali o le menti troppo legate alla nostra cultura, ma non riusciamo a comprendere come dei dottori possano restare fermi a guardare situazioni che degenerano senza prendere iniziative. Madri rassegnate, quasi mettessero in conto di perdere un figlio su cinque prima ancora di diventare donne, senza lacrime da versare, con altri pargoli da gestire rigorosamente 168


legati sulla schiena con un semplice pezzo di stoffa. Forse hanno ragione loro, meglio morire piuttosto che tentare di crescere e vivere con un handicap... probabilmente non riusciremo mai a capire pienamente cos’hanno nella mente e nel cuore. Qui la vita è una guerra, vera. Per i più deboli non c’è spazio. Ma nonostante tutto, non sarà questo che porteremo a casa. Abbiamo collezionato tanti sorrisi, tanti sguardi di bimbi che ogni giorno, con carattere e determinazione, sfidano la vita e vincono la loro battaglia.

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Se questa esperienza si è rivelata così completa non è stato solo merito nostro: è stato anche perché abbiamo incontrato persone che l’hanno condivisa con noi, magari solo per un breve tratto, dando un senso alle tante sfumature che hanno caratterizzato ogni giornata. Da chi ci ha passato i primi contatti a chi ci ha preparato abbondanti spuntini in attesa dei mezzi di trasporto; da chi ci ha accompagnato attraverso le bellezze dei parchi a chi ci ha accolto e fatto sentire a casa; da chi ci ha aiutato a comprendere meglio l’ambiente ospedaliero a chi, con un semplice gesto, ci ha cambiato la giornata... Grazie a... John, Max, Dula, Daniel, Wilson, Piero, i volontari (e amici) italiani guidati da Padre Paolo, Sister Giovanna, Sister Tessy e tutte le sorelle che ci hanno ospitato e supportato negli spostamenti.

andrea

ilaria


Food Five

dopo i cinque animali più famosi, i cinque cibi più tip ici... o quasi... 1) Ugali - XIII gio r

Impasto denso e sostanzios no - Serengeti NP, zona S o, piatto povero, una sorta eronera di po le nt a bi an ca non salata. 2) Dagee - XIV giorno - Mwanza Piccoli pesciolini pescati ne l Lago Vittoria, fatti essicc are e mangiati fritti. 3) Sugar cane - XVII giorno - Mugana Piccoli pezzi di canna da zu cc he Dolci e dissetanti. Vengon ro, molto fibrosi, da addentare e succhiar e. o venduti a tranci a bordo strada.

4) Green Bananas ... Banane verdi, una qualità che si mangia solo cotta in diversi modi. - Baked Green Banan as - XVI Sbucciate e cotte al forno intere... Ricordano le IpaI giorno - Mugana tate ma sono più dure e co - Chips Green Banana mpatte. s - XIX giorno - B Forse il top dei Food Five, ukoba troppo buone!! Rondelle di banane Sono come le nostre pata fritte, fatte in casa. tine nei sacchetti, fantastic he!!

5) Tapioca - XIX giorn o - Mugana Tubero presente in tutto il mondo,

l'abbiamo mangiato lesso. Non è un cibo prettamente E’ come mangiare una ca tanzaniano, ma qui l'abbiamo vista, scoperta ed assaggiata... stagna gigante!


indice degli avvistamenti ... | index of sightings ... pg. 16 - Colobo dell’Angola Angolan colobus Colobus angolensis Arusha NP pg. 18 - Elefante Africano African elephant Loxodonta africana Tarangire NP pg. 21 - Sciacallo dal dorso argentato Black-backed jackal Canis mesomelas Tarangire NP Nibbio bruno Black kite Milvus migrans Tarangire NP pg. 23 - Leone Lion Panthera leo Tarangire NP pg. 24 - Ghepardo Cheetah Acinonyx jubatus Tarangire NP pg. 26 - Ghepardo Cheetah Acinonyx jubatus Tarangire NP pg. 28 - Ghiandaia marina pettolilla Lilac-breasted roller Coracias caudatus Tarangire NP pg. 29 - Fiume Tarangire Tarangire River Tarangire NP pg. 30 - Elefante Africano African elephant Loxodonta africana Tarangire NP pg. 31 - Giraffa Giraffe Giraffa camelopardalis Tarangire NP pg. 33 - Zebra Plains zebra Equus quagga Tarangire NP

pg. 34 - Wagtail pezzato africano African pied wagtail Motacilla aguimp Tarangire NP pg. 35 - Cercopiteco verde Vervet monkey Cercopithecus pygerythrus Tarangire NP pg. 38 - Bufalo nero africano African buffalo Syncerus caffer Tarangire NP pg. 40 - Bufalo nero africano African buffalo Syncerus caffer Tarangire NP pg. 41 - Gnu dalla barba bianca White-bearded gnu Albo jubatus Tarangire NP pg. 42 - MarabĂš africano Marabou stork Leptoptilos crumenifer Tarangire NP pg. 43 - Martin pescatore bianco e nero Pied kingfisher Ceryle rudis Tarangire NP pg. 45 - Impronta di leone Lion track Panthera leo Lake Manyara NP pg. 46 - Ippopotamo Hippopotamus Hippopotamus amphibius Lake Manyara NP pg. 48 - Elefante Africano African elephant Loxodonta africana Lake Manyara NP pg. 49 - Babbuino verde Olive baboon Papio anubis Lake Manyara NP pg. 50 - Cercopiteco dal diadema Blue monkey Cercopithecus mitis Lake Manyara NP

pg. 51 - Gruccione European bee-eater Merops apiaster Lake Manyara NP pg. 52 - Aquila marziale Martial eagle Polemaetus bellicosus Lake Manyara NP pg. 54 - Fenicottero minore Lesser flamingo Phoeniconaias minor Lake Manyara NP pg. 55 - Giraffa Giraffe Giraffa camelopardalis Lake Manyara NP pg. 56 - Lago Manyara Lake Manyara Lake Manyara NP pg. 59 - Cratere di Ngorongoro Ngorongoro crater Ngorongoro CA pg. 61 - Leone Lion Panthera leo Ngorongoro CA pg. 62 - Leone Lion Panthera leo Ngorongoro CA pg. 63 - Leone Lion Panthera leo Ngorongoro CA pg. 64 - Leone Lion Panthera leo Ngorongoro CA pg. 66 - Leone Lion Panthera leo Ngorongoro CA pg. 68 - Leone Lion Panthera leo Ngorongoro CA


pg. 69 - Iena macchiata Spotted hyena Crocuta crocuta Ngorongoro CA pg. 71 - Gnu dalla barba bianca White-bearded gnu Albo jubatus Ngorongoro CA pg. 72 - Servalo (o gattopardo africano) Serval Leptailurus serval Ngorongoro CA pg. 75 - Fenicottero minore Lesser flamingo Phoeniconaias minor Lake Natron pg. 76 - Ol Doinyo Lengai Lake Natron pg. 79 - Fenicottero minore Lesser flamingo Phoeniconaias minor Lake Natron pg. 80 - Giovane fenicottero minore Young lesser flamingo Phoeniconaias minor Lake Natron pg. 83 - Elefante Africano African elephant Loxodonta africana Serengeti NP pg. 86 - Lucertola agama Agama lizard Agama mwanzae Serengeti NP pg. 87 - Irace del Capo Rock hyrax Procavia capensis Serengeti NP pg. 88 - Leopardo Leopard Panthera pardus Serengeti NP pg. 91 - Leopardo Leopard Panthera pardus Serengeti NP

pg. 92 - Leopardo Leopard Panthera pardus Serengeti NP pg. 94 - Struzzo Ostrich Struthio camelus Serengeti NP pg. 95 - Serpentario Secretarybird Sagittarius serpentarius Serengeti NP pg. 98 - Ghepardo Cheetah Acinonyx jubatus Serengeti NP pg. 101 - Leopardo Leopard Panthera pardus Serengeti NP pg. 102 - Leopardo Leopard Panthera pardus Serengeti NP pg. 105 - Ghepardo Cheetah Acinonyx jubatus Serengeti NP pg. 108 - Leone Lion Panthera leo Serengeti NP Gazzella di Thomson Thomson’s gazelle Eudorcas thomsonii Serengeti NP pg. 110 - Leone Lion Panthera leo Serengeti NP Gazzella di Thomson Thomson’s gazelle Eudorcas thomsonii Serengeti NP pg. 113 - Leone Lion Panthera leo Serengeti NP

pg. 114 - Leone Lion Panthera leo Serengeti NP pg. 115 - Leopardo Leopard Panthera pardus Serengeti NP pg. 119 - Ippopotamo Hippopotamus Hippopotamus amphibius Serengeti NP pg. 120 - Ippopotamo Hippopotamus Hippopotamus amphibius Serengeti NP pg. 123 - Ippopotamo Hippopotamus Hippopotamus amphibius Serengeti NP pg. 124 - Ippopotamo Hippopotamus Hippopotamus amphibius Serengeti NP pg. 126 - Ippopotamo Hippopotamus Hippopotamus amphibius Serengeti NP pg. 127 - Bufaga beccorosso Red-billed oxpecker Buphagus erythrorhynchus Serengeti NP pg. 128 - Coccodrillo del Nilo Nile crocodile Crocodylus niloticus Serengeti NP pg. 128 - Seronera Serengeti NP


Finito di stampare novembre 2012

Printed in november 2012



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